Per intrecciare una fiaba sul Natale è necessario basarsi sull’amore e sulla semplicità. Questo spunto mi è stato offerto da Paola Bazzan di Lusia (Storia di Natale in Favole, favole, Cassa di Risparmio di PD e RO, 1988, pp. 95-96). Quando scrisse la breve fiaba, Paola frequentava la classe II della Scuola Media di Lusia.
Era il pomeriggio della vigilia di Natale di cento anni fa.
In una semplice, sorridente casetta a poche centinaia di metri dall’argine sinistro del Po, non distante da La Guarda, viveva una povera famiglia composta da Beppe, Tella e dalla figlia Violetta, una bambina di sette anni.
Beppe faceva il pastore per conto di un possidente locale che aveva molte terre, greggi ed armenti, ma da alcuni mesi era senza lavoro e questo rendeva irrequieto anche il suo cane Geo, un bastardino di mezza taglia, tutto nero se non fosse stato per un ciuffo di peli bianchi sul muso. Tella stava impastando una pinza con l’ultima farina rimasta; la focaccia, assieme a due briciole e a un po’ di sangue bollito, avuti da vicino per l’aiuto prestato da Beppe nell’uccisione del maiale, avrebbe rappresentato il pranzo di Natale.
«Beppe, ho poca legna per cuocere la pinza nel camino, e poi ne servirebbe anche per domani», osservò Tella.
La richiesta coincideva con le intenzioni del marito: la neve da qualche giorno si era sciolta in buona parte e quel pomeriggio andava bene per fare una sufficiente provvista.
«Avevo già deciso di andare a prendere in golena» disse. «Violetta, vuoi venire con me? Fuori non fa tanto freddo… Andiamo, mi aiuterai, così faremo prima».
Violetta si infilò in testa un berretto di lana, si legò al collo una sciarpa sfilacciata e con Geo era già pronta sull’uscio, mentre il padre toglieva l’accetta conficcata in un grosso ceppo presso il camino.
Al saluto della figlia, la madre rispose con un sorriso.
Beppe, mentre con Violetta si portava verso l’argine del Po, osservò: «Dovremo far presto, ho l’impressione che nevicherà ancora!».
Geo li precedeva scorazzando sui campi arati e ben presto fu perso di vista: era già nel bosco della golena.
Violetta non riuscì a trattenersi al richiamo del ghiaccio che copriva i fossati e il grande macero, e si divertì a fare qualche scivolo.
«Violetta andiamo! Sbrigati, verremo domani a giocare! Ti farò un paio di pattini… Ora non abbiamo tempo da pedere».
Nella golena la neve si era sciolta solo in parte e fu più laborioso del previsto cercare rami trasportati dall’ultima piena del fiume. Beppe riuscì comunque a fare un buon carico sul “cariolone” dopo aver ridotto a misura i rami e qualche modesto tronco.
«Papà, – chiese Violetta – non possiamo anche noi avere l’albero di Natale, seppure più piccolo di quello che hanno preparato nella casa del padrone?».
«Qui, nelle nostre campagne non nascono spontanei gli abeti; per avere un albero come quelli che crescono in montagna bisogna comprarlo, ma noi non abbiamo soldi».
«Ma papà, potremmo usarne uno diverso, ce ne sono anche qui con le foglie ancora verdi, come quello piccolo là sotto il salice».
«È un bosso, è un sempreverde come gli abeti…».
«Ma può andar bene papà, guarda, ha tante palline rosse attaccate ai rami… È un albero di Natale già predisposto!».
«Sono le bacche, Violetta… Va bene, te lo taglio; anzi lo tolgo con le radici, così dopo le Feste lo pianteremo vicino alla casa e sarà il nostro albero di Natale per tanti anni ancora».
Non fu difficile a Beppe sradicare la piantina, utilizzando al caso la sua accetta a mo’ di vanga.
«Papà, dove è andato a finire Geo?», chiese Violetta. La ragazza non aveva ancora finito di parlare che lo sentì abbaiare.
«Hai udito, Violetta? È qui vicino… Su, forza, torniamo a casa, ci raggiungerà!».
Si avviarono verso l’argine. Beppe spingendo il suo “cariolone” colmo di legna, faticava nel far andare avanti la ruota che sprofondava nel terreno molle, mentre Violetta era solo intenta ad ammirare le verdi tenere foglie del suo bosso, avendo cura che non si staccassero quelle lucenti bacche rosse.
Beppe si fermò per prendere fiato. Alzò gli occhi e vide di fronte a sè una giovane Signora. Era bellissima. Il mantello verde metteva in risalto il suo volto chiaro. Fu Violetta a chiedere:
«Ciao! Chi sei? Non ti ho mai vista da queste parti. È tuo questo asinello che tieni alla corda?».
«Abito qui da poco, in una cassetta là in fondo alla golena… Ho tanto freddo e tanta fame… Mi dareste un po’ di legna?».
«Se vuole Signora – disse Beppe – può venire a casa mia… È quella bianca sotto l’argine. Siamo poverei, ma un po’ di latte caldo per lei c’è».
«No, non posso, debbo tornare, a casa ho un bambino che mi aspetta».
Fra i due, scodinzolando, si intromise Geo che teneva stretto in bocca un bel fagiano. Beppe sorpreso esclamò:
«Ma Geo, sei formidabile. Ti manca solo la parola! Dammi questa provvidenza. Domani…».
Ma non terminò la frase, si bloccò rivolgendo lo sguardo verso la Signora, gli prese un nodo alla gola.
«Signora, se lei non può fermarsi a casa mia, prenda questo fagiano… È per lei ed ora le do anche un po’ di legna; gliela sistemo sul dorso del suo asinello».
«Papà, – disse Violetta – puoi darle tutta la legna, noi domattina potremmo tornare a cercarne dell’altra di buon mattino, prima di andare a Messa… La Signora, non vedi?, è tanto stanca e non ha la tua forza».
Beppe fu ancora più sorpreso, ma non esitò a seguire il consiglio della figlia: legò la legna in fasci e la sistemò con cura sul dorso dell’asinello.
«Vi ringrazio siete molto buoni da queste parti. Meritate molto, vi sarò riconoscente. Grazie».
Poi rivolgendosi alla bambina, chiese:
«Dimmi come ti chiami?».
«Violetta, Signora».
«Violetta, per il tuo alberello di Natale voglio donarti questa palla di vetro».
«È meravigliosa Signora, è bellissima, ha mille colori!».
«Grazie… Papà, guarda quanto è lucente!».
La signora si avviò sull’argine. Beppe e Violetta la seguirono con lo sguardo. Lei si fermò, si voltò, li salutò ancora e poi proseguì.
Violetta, preceduta solo da Geo, corse verso casa. Raccontò agitata alla mamma quanto era successo. Mostrò il suo originale albero di Natale e la meravigliosa palla di vetro.
Tella, come arrivò Beppe, gli disse:
«Hai fatto bene. Guarda, Violetta è felice. Domattina verrò anch’io con voi a raccogliere legna… Abbiamo aiutato una persona. Anch’io avrei fatto così…».
Violetta sistemò il bosso vicino al camino ormai spento e, con le sue manine infreddolite, cercò di appendere la palla di vetro all’alberello, ma le sfuggì di mano e cadendo si ridusse in mille frammenti.
Scoppiò subito in lacrime, ma improvvisamente quei frammenti di cristallo si trasformarono in una miniera di scintille luminose che si dispersero per tutta la stanza in un luccichio fantastico…
Erano stelle, che, cadendo sul pavimento, si trasformarono prima in sacchi di farina, in polli, in conigli, in tanta legna da ardere e poi in una, due, tre… in dieci, in venti, in un grande gregge di pecorelle.
Lo stupore di Tella, Beppe e Violetta si trasformò subito in un’allegria indescrivibile; lo stesso Geo abbaiando uscì, per correre all’impazzata attorno alla piccola, bianca casetta.
Il giorno dopo fu un Natale fantastico per quella famigliola, il più bello della loro vita.
Violetta e Beppe tornarono molte volte nella golena del Po per cercare la giovane Signora, ma da quella vigilia di Natale non fu da loro mai più rivista.
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Come citare questo articolo
Raffaele Peretto. “Il miracolo di Natale”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-miracolo-di-natale/