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NARRATIVA

Lo sguardo

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 8 1994 pp. 115–118

Vide il suo sguardo riflesso nello specchio, le parve che gli occhi si fossero enucleati dal volto e che avessero acquisito una loro identità, staccata dal resto: due piccole luci azzurro pallido.

“Inespressivi”, erano stati definiti in passato i suoi occhi da un ammiratore galante che non brillava per proprietà linguistiche. In effetti, quel seduttore non proprio oxfordiano, atticciato nella figura, orologio vistoso al polso e auto da nuovo ricco, avrebbe voluto dire “dolci”, occhi dallo sguardo delicato che non frugano con crudeltà nell’animo del prossimo, ma sanno giustificare, consolare fino in fondo.

Lo specchio, adesso, rifletteva anche la sua bocca, quasi senza labbra. Un taglio come la fessura di un salvadanaio che aveva avuto in giovinezza, cura di riempire con un rossetto lucido. La pelle era ancora liscia, trasparente. A vent’anni era stata uno dei suoi fiori all’occhiello, assieme alle gambe lunghe e ben fatte, svelte nella falcata. Oggi quell’età se l’era scordata da un pezzo e aveva tanta storia dietro le spalle. Situazioni paradossali si erano accavallate nel suo tessuto umano.

Si guardò le unghie dallo smalto screpolato e pensò: “Devo riprendere ad avere più cura di me stessa e del mio aspetto. Il fatto di non avere un partner a cui piacere non mi dispensa dall’essere almeno presentabile”.

Il suo ultimo marito – quello di cinquant’anni – la rimproverava spesso per i suoi momenti di trascuratezza esteriore.

“Almeno pettinati. Giulia – le diceva – e indossa della biancheria fresca, non dico stuzzicante, che non sarebbe da te, ma almeno di bucato”.

Giulia era appagata dal suo destino di intellettuale. Il resto era contato sempre poco per lei. Fino ai quarant’anni suonati aveva creduto che il sesso fosse una noia da praticare qualche volta, tanto per non perdere l’esercizio.

Discendeva da una famiglia puritana e un po’ bigotta che riteneva di averla cresciuta con il destino di un matrimonio confortevole e socialmente appagante.

Sotto i vent’anni, per curiosità – o meglio per non essere scortese, diceva non senza ironia – aveva perduto la verginità con un compagno di studio maldestro che le aveva lasciato il ricordo di un gran male fisico.

Poi venne la laurea in lettere antiche con tesi in greco. Aveva adorato Omero e Lucrezio, perdendo interi pomeriggi, che non le erano mai apparsi una perdita, intestardendosi a trovare un avverbio o un pronome, persuasa di respirare all’unisono con gli autori.

Teneva a bada a fatica certi snobismi linguistici che si scatenavano in lei quando la gente massacrava gli accenti. L’aveva anche divertita parecchio la teoria di una vicina di casa per cui i cubisti sarebbero stati gli abitanti di Cuba…

Scrisse due saggi su umanisti caduti nel dimenticatoio, consapevole di cimentarsi in una fatica letteraria per pochi. Quasi all’improvviso si diede alla narrativa e decise di vivere sulla sua pelle, sperimentare direttamente, emozioni, sentimenti, pericoli.

La decisione ardita le procurò una gioia febbrile, come se si fosse spogliata all’improvviso, di tanta vieta borghesia, dell’educazione raffinata, dei freni sociali e potesse fare un’orgia di esperienze.

Andò a vivere in un quartiere nuovo dove nessuno sapeva chi fosse. Voleva creare un’identità diversa, liberarsi del passato. Divorziò dal marito un po’ grigio, un dentista senza ambizioni, fanatico di cartoni animati e film western.

Si sbarazzò dei mobili di famiglia, gettò nelle immondizie le tazzine di zia Erminia e la parure di asciugamani finemente ricamati dalla nonna, ma soprattutto rinnegò le sue passate smanie intellettuali.

“Mezzo secolo non lo compio più – si disse –; adesso voglio vivere, vivere quel poco che mi resta, senza risparmio di energie”.

Accettò l’appuntamento con un “parvenu”, un self-made-man che aveva conosciuto ad un party. Era incuriosita, un po’ stralunata.

Bevve molti, troppi drink. Non era abituata all’alcool e questo fatto le stravolse le idee.

“Giulia, Giulia…” Le parve di sentire le voci di gente di casa sua che la rimproverava. Alberto la invitò a fare un viaggio.

Mise in valigia biancheria nera, trasparente, che aveva acquistata per l’occasione. Aveva ancora una figura piacente: i seni stavano su bene e figuravano attraverso l’intrico del pizzo. Il ventre era piatto, con un ombelico piccolo, da bambina. Da qualche tempo si specchiava un po’ troppo.

Si era fatta tagliare i capelli. Il nuovo look le dava un’aria maliziosa che in gioventù non le era stata propria.

Lo scatto della valigia che si chiudeva, metallico e definitivo, le parve una chiusura decisa con la vita passata, con le abitudini di un tempo. Assomigliava ad una staffilata secca sulla groppa di un cavallo che avrebbe dovuto correre in nuove praterie della vita.

Alberto non era tanto male.

Non certo il suo ideale maschile. Ma aveva uno “charme” primitivo di uomo forte, senza troppe inibizioni e negli affari era un vincente.

“Come sono cambiata!”. Pensò di se stessa e non sapeva se compiacersi o dolersene. La prima tappa del loro viaggio fu in collina. Si fermarono in un alberghetto confortevole senza essere lussuoso. Dalla finestra potevano tenere d’occhio l’auto.

Questo era stato il primo pensiero di lui. Giulia aveva invece osservato che si vedeva tutta la vallata ricamata di luci, accese nelle case.

I letti di vimini erano separati, e il suo partner usò un laccio di canapa, che trasse dal bagagliaio dell’auto, per unirli.

“Soffre di solitudine, di legami interrotti” – pensò Giulia – divertita per quell’operazione di “allacciamento” che la mise di buon umore.

Cenarono in una trattoria all’aperto, quasi senza parole. Un cantante alla moda singhiozzava un ritornello stupido, ma alla donna non dispiacque, con quell’uomo un po’ tronfio, sicuro di sè – almeno in apparenza – stava bene, in quel momento.

Poteva prendersi il lusso di non pensare a cose importanti, di non rimpiangere il passato, di vivere in completo abbandono questa avventura di viaggio.

La notte le portò un piacere fisico sfibrante. Fu un’esperienza deliziosamente sconveniente.

Verso mattina il suo compagno russava, senza troppo rumore. “Non si differenzia, almeno in questo, dal mio ultimo marito – pensò la donna –. Si vede che quasi tutti gli uomini dopo l’amore russano”.

Era nudo nel letto, con i calzini e l’orologio. Questo particolare le apparve esilarante. Andò in bagno a ridere, a farsi le smorfie davanti allo specchio e a lavarsi i denti. Il suo sguardo riflesso era strano. Gli occhi non le appartenevano nuovamente. Non erano quelli di una tranquilla borghese, con laurea umanistica, abitudini raffinate, antenati di cui vantarsi. Aveva le pupille dilatate e un baluginio smodato, come se la soddisfazione dei sensi l’avesse guastata. C’era qualcosa di malsano, ora, in lei.

Non si piacque, non si accettò.

Alberto adesso russava forte, senza ritegno. Le sembrò un grosso animale. Gettò alla rinfusa i suoi oggetti personali nella valigia, cosmetici mescolati con i vestiti. La chiuse, soffocando lo scatto.

Scese nell’atrio e saldò il conto senza dare spiegazioni al portiere.

Le piacque pensare che così evitava la sceneggiata del pagamento da parte del suo partner che estraeva la calcolatrice e controllava tutto, con pignoleria poco elegante.

Si sentì un’ape regina che, dopo l’amplesso, uccide il fuco.

Prese un taxi e salì sul treno per Roma, senza dover attendere alla stazione. Si svolse tutto in un lampo, al contrario della sua precedente esistenza che aveva avuto tempi lunghi e mai affidati al caso.

Si sentiva libera, purificata, senza sovrastrutture.

Ora avrebbe potuto mettere a frutto l’esperienza vissuta, per scrivere finalmente il suo romanzo: sarebbe stato l’opera grande della sua vita.

L’aereo “russava” – pensò – all’unisono con il suo amante abbandonato solo nel letto. Si sentì vittoriosa, inebriata.

Aveva davanti agli occhi un immenso foglio bianco da riempire di storie vere ed immaginate.

Già pensava alla copertina, alle recensioni sui giornali, agli applausi della critica.

Alberto era ormai meno di una virgola sul foglio. Forse lo aveva solo pensato, forse non era mai esistito.

Vide la propria immagine riflessa nel vetro del finestrino. Il suo sguardo era tornato limpido. Aveva ripreso ad appartenerle.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “Lo sguardo”. Ventaglio Novanta, n. 8, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/lo-sguardo/

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