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Archivi: Articoli d’archivio

  • Itinerario di Genere

    Itinerario di Genere

    Da due anni sta prendendo piede in tutto il territorio nazionale un’interessante iniziativa di una docente universitaria romana, Maria Pia Ercolini, fondatrice del “Gruppo Toponomastica Femminile”, già significativamente attivo nelle scuole e presso le istituzioni. Essa parte dal presupposto critico che la toponomastica sia lo specchio di una mentalità tradizionalmente “sessista”, la quale da sempre propone una visione della società dominata dall’uomo, con la donna in una posizione di inferiorità e spesso di emarginazione. Così, come nella storia, anche gli stradari delle nostre città confermano la scarsa presenza di donne nelle intitolazioni pubbliche; ancora troppo poche, nonostante negli ultimi anni sembra si sia avviata una certa compensazione.

    Se è vero che i nomi sulle vie e sulle piazze dovrebbero servire a tramandare il ricordo e gli insegnamenti del passato, non può che essere condivisibile la preoccupazione che le giovani generazioni subiscano un’educazione deformata – a proposito delle pari opportunità – con il rischio del persistere in loro stessi, e quindi anche nel nostro futuro, di ideologie e comportamenti discutibili e pregiudiziali, che possono anche sfociare in atti criminosi, di cui purtroppo la cronaca ci riporta frequente notizia.

    Come proposta educativa, volta alla conoscenza e all’apprezzamento di importanti figure femminili presenti nella toponomastica rodigina si è giunti a proporre un “percorso di genere” – le cui motivazioni sono meglio esplicitate nella scheda allegata – toccando le vie della città dedicate appunto a personaggi insigni del mondo femminile.

    1. e 2. Due (a scelta) le partenze del tour: una più “lontana”, nei pressi del Cen.Ser, in prossimità di via Lina Merlin che si interseca con la pista ciclabile, recentemente dedicata a Chiara Lubich, nei giardini del Cur a due passi dalla stazione ferroviaria.

    Si parte dunque dal ricordo di due grandi figure, che tanto si sono impegnate per migliorare la società, sia pure su piani diversi.

    Paradigmatica la vita di Lina Merlin (1887-1979), da maestra a donna impegnata in politica, dopo il forte coinvolgimento negli eventi della Prima Guerra Mondiale, che le aveva portato via tre fratelli. Membro della Costituente, prima senatrice in Italia, nota per la legge sulla chiusura delle case di tolleranza; padovana, ma sposata con il socialista medico polesano Dante Gallani, durante gli anni dell’attività parlamentare, ebbe molto a cuore le problematiche del Polesine e della donna.

    Chiara Lubich (1920-2008), trentina, fu fondatrice – insieme al marito Igino Giordani – del movimento dei Focolari, nel ‘43, approvato da papa san Giovanni XXIII (1962) e da papa san Giovanni Paolo II (1990), da cui derivarono varie comunità spirituali (dette cittadelle) in tutto il mondo e il Movimento Generale rivolto ai giovani. Successivamente, durante un suo viaggio in Brasile (1991), colpita dalla miseria delle favelas, avrebbe creato l’Economia di Comunione, destinata ad aggregare migliaia di aziende.

    3. Proseguendo per via Guglielmo Marconi, tra i due snodi della stazione dei treni e delle corriere, si incontra la trasversale intitolata alla Regina Margherita di Savoia (1851-1926), andata sposa al cugino e re Umberto I il 22 aprile 1868, madre dell’ultimo re Vittorio Emanuele III, prima regina d’Italia e poi, dopo l’uccisione del marito per mano dell’anarchico Gaetano Bresci (29 luglio 1900), regina madre. Donna colta, divenne punto di riferimento per artisti e letterati; profondamente cattolica e dedita alla beneficenza, durante la prima Guerra Mondiale, trasformò la sua residenza in un ospedale. La sua grande notorietà e la passione per la cucina italiana le fecero dedicare anche delle ricette: la torta e la pizza margherita.

    4. Imboccando viale della Pace, si incontrano alcune laterali che evocano altre importanti figure femminili. La via dedicata ad Ada Negri (1870-1945), ricorda la “scrittrice del Quarto Stato”, in quanto prima poetessa italiana proveniente dalla classe operaia; la quale, nonostante le umili origini, divenne una delle più grandi scrittrici del nostro Paese, prima ed unica donna ammessa all’Accademia d’Italia. Dopo gli esordi come insegnante, abbracciò presto e con successo la vocazione letteraria, in contatto con molti nomi importanti del mondo culturale e politico. Di idee moderne e sensibili alle tematiche femminili, raggiunse l’apice della sua carriera nel periodo fascista, quando fu nominata “intellettuale del regime”.

    5. L’adiacente via Maria Montessori (1870-1952) rende omaggio invece alla prima donna laureata in medicina, specializzata in ricerca di laboratorio e recupero di bambini con problemi psichici, fondatrice della pedagogia scientifica, basata sul metodo pedagogico che porta il suo nome, molto apprezzato in tutto il mondo, e dell’Opera Nazionale, per la diffusione di esso. Dopo le dure lotte contro i pregiudizi per affermarsi in una carriera fino ad allora preclusa alle donne, dovette spesso affrontare le critiche al suo metodo educativo, soprattutto durante gli anni della sua risoluta opposizione al Fascio.

    6. Prendendo via Gramsci, verso la fine, si passa una laterale intitolata a Issicratea Monti (1561-1581), la sfortunata ragazza prodigio rodigina che visse solo vent’anni, passata come una meteora nel mondo culturale del Basso Veneto, pur lasciando intravedere una carriera letteraria che già si presagiva notevole: allieva di Antonio Riccoboni e del Groto (il Cieco di Adria), conosciuta e contesa presso gruppi di intellettuali e consorzi accademici, tra Rovigo e Padova, fino al doge di Venezia, nonostante la giovane età, fu ammessa – prima donna – alla neonata Accademia dei Concordi (1580). Oltre alla profonda propensione per gli studi classici, a soli quattordici anni aveva iniziato la precoce composizione di scritti di poesia e oratoria, bruscamente interrotta da un destino crudele, dopo una breve malattia.

    7. Al termine di viale Gramsci, nell’incrocio tra viale della Pace e viale Trieste, si trova il Largo Elvira Luccotti Fabbron, che il figlio, cittadino illustre, fece dedicare alla madre benefattrice, sulla quale oggi scarseggiano le notizie, pur essendo presa ad esempio di un sano e profondo amore filiale.

    8. Continuando però per viale della Pace, poco distante sulla destra, si entra in via Anita Garibaldi (1821-1849), la nota compagna del celebre patriota e per questo soprannominata “l’eroina dei due mondi”, la quale ha davvero unito due mondi: il suo originario Brasile, dove, mostrando fin da giovane la sua indole ribelle ed emancipata, iniziò le prime battaglie ed incontrò l’amore della sua vita, che seguì nelle avventure risorgimentali in Italia. Protagonista in prima linea, sempre al suo fianco fino alla morte prematura a soli ventotto anni, durante un attacco nemico. Significativo che nessuno ne ricordi il nome da celibe: Anita Ribeiro da Silva, testimoniando anche in questo caso la predominanza del marito,

    9. La via Anita Garibaldi si congiunge alla fine con viale Fuà Fusinato, spesso erroneamente attribuita al medico israelita Marco Fuà ed invece dedicata alla figlia Erminia Fuà in Fusinato (1834-1876). La giovane rodigina aveva dimostrato presto il suo coraggio anticonformista scegliendo, contro la volontà dei genitori, di sposare e seguire, lei ebrea, un cattolico, per il quale si convertì, anche se non divenne mai una cattolica praticante. Il marito era il poeta e patriota Arnaldo Fusinato, al quale Erminia unì il suo destino, dovendo scappare dal Veneto per sfuggire alla persecuzione austriaca [v. articolo in Ventaglio n.51 p.88-91]. Accuratamente istruita in famiglia, giornalista e poetessa, pur non avendo conseguito un titolo di studio, fondò a Roma la Scuola Superiore Femminile per l’educazione delle donne, che ancora oggi porta il suo nome trasformato in Istituto Magistrale, ed ebbe vari incarichi onorifici dal Ministro della Pubblica Istruzione.

    10. Poco più avanti si incontra viale Beata Maria Chiara (1872-1900), in memoria di suor Maria Chiara, al secolo Clelia Nanetti, beatificata nel 1946 e proclamata santa nel 2000 da papa san Giovanni Paolo II, per essere morta martire missionaria il 9 luglio 1900 a Tai-Yuen-Fu in Cina, insieme ad altre sei consorelle, vittime della terribile persecuzione dei “boxers” contro i ministri del culto cattolico. Nata da una famiglia di modesti possidenti sulle rive del Po a S. Maria Maddalena, dotata di vivida intelligenza, nonostante la precoce vocazione, si era fatta suora a vent’anni nell’ordine delle Suore Francescane Missionarie di Maria, anche sull’esempio del fratello Barnaba missionario in Cina. Di lei si racconta che andò incontro per prima alla decapitazione, con fiera determinazione ed incrollabile fede, abituata, come diceva, “a fare le cose per prima”. Continua…

  • Da Ca’ Tiepolo a Mazzorno Sinistro

    Da Ca’ Tiepolo a Mazzorno Sinistro

    Da Boccasette, sul Po di Maistra, (vedasi Ventaglio n.50 p.20 e successive) torniamo sulla provinciale e raggiungiamo il nuovo ponte sul Po di Venezia per portarci a CA’ TIEPOLO, la località cuore del grande comune di Porto Tolle.

    La parrocchiale è stata costruita a partire dal 1932 e aperta al culto appena due anni dopo, anche se la si potrà vedere del tutto ultimata, completa dei due altari laterali e degli arredi, solo negli anni Cinquanta. È stata consacrata nel 1957 e dedicata al Sacro Cuore di Gesù.

    Questa chiesa è al tempo stesso edificio di culto e sacrario militare: ai lati del grande arco che caratterizza la facciata sono fissate 12 lapidi con i nomi dei caduti delle due guerre mondiali e della guerra di Libia.

    All’interno, sopra l’altare laterale di sinistra, un’ampia nicchia ospita la scena dell’apparizione della Madonna di Lourdes, con le statue lignee della Vergine e di santa Bernadette.

    L’altare maggiore, molto elaborato, è del 1934; è stato però modificato e ricomposto intorno al 1980, per adattarlo alle nuove indicazioni liturgiche introdotte dal Concilio Vaticano II. In quell’occasione è stata inoltre collocata al centro della parete di fondo l’ancona con la statua del Sacro Cuore.

    Altra statua lignea è quella di san Giuseppe, che si trova sull’altare di destra. Anche tutti gli altri arredi sono recenti: unico elemento antico è il tabernacolo settecentesco murato dietro l’altare maggiore; proviene probabilmente dall’oratorio costruito dalla famiglia Protti nel 1739 dedicandolo alla Beata Vergine Maria e a san Francesco da Paola, sostituito nel 1863 da un secondo oratorio, del quale si era persa la memoria fino a qualche anno fa, quando la demolizione di un vecchio magazzino agricolo della corte Protti che l’aveva inglobato ne portò alla luce la facciata.

    La tappa successiva è a DONZELLA. La chiesa parrocchiale è di recente costruzione: la prima pietra è stata posta dal vescovo Piasentini nel 1961 e la chiesa fu terminata e aperta al culto nel 1962. Nel 1966 una rovinosa alluvione la danneggiò notevolmente: fu quindi riparata e poi consacrata nel 1971 dopo i necessari restauri. Ha sostituito l’antica chiesa del 1698, che sorgeva nella golena del Po. Di questa rimangono alcune interessanti testimonianze, prima fra tutte la statua di Antonio Francesco Farsetti, del tardo Seicento o dell’inizio del Settecento, che da poco ha trovato definitiva collocazione nella piazza Primo Maggio, protetta da una struttura appositamente costruita.

    All’interno della nuova chiesa troviamo poi la Madonna vestita, di inizio Ottocento: un simulacro religioso molto diffuso nel Veneto tra il Settecento e l’Ottocento; si tratta di manichini vestiti dei quali restano ancora alcuni esempi in diocesi (Pellestrina, Cavarzere, Contarina, Taglio di Po); i cimeli sono più tardi.

    Forse settecentesca è la statua di san Biagio, purtroppo completamente ridipinta, tanto da non consentire una corretta lettura dal punto di vista stilistico e cronologico. Ci sono inoltre la statua di Sant’Antonio di Padova, anche questa praticamente rifatta e la statua della Madonna del Carmine, una scultura della Val Gardena del 1945 restaurata in modo improprio.

    Spesso anche nei luoghi più impensati possiamo incontrare qualche bel pezzo antico. Se abbiamo tempo, e ci vogliamo portare verso la foce del Po di Gnocca per vedere i fitti canneti che si estendono a perdita d’occhio tra i rami del Po di Gnocca e del Po di Goro, percorrendo la strada che costeggia l’argine sinistro del fiume incontriamo il piccolo centro abitato di GORINO SULLAM, la località più orientale del comune di Taglio di Po. Qui la chiesa parrocchiale, costruita all’inizio degli anni Cinquanta del ‘900 conserva una bella insegna processionale del Settecento con san Rocco, scultura lignea che, quasi certamente, proviene dall’antica cappellina che si trova nella medesima piazza.

    La tappa successiva è costituita da TAGLIO DI PO, ad ovest della Romea. Dopo il taglio di Porto Viro (1600-1604) il territorio dell’attuale paese di Taglio di Po venne a trovarsi alla destra del nuovo ramo del fiume (Po Grande). Date le difficoltà dei fedeli a partecipare alle funzioni religiose nella chiesa di Contarina (parrocchia alla quale appartenevano fino ad allora) si decise di costruire un oratorio dedicato a San Francesco d’Assisi, dipendente da Loreo. Curazia ed oratorio divennero indipendenti nel 1810.

    Poiché le frequenti alluvioni avevano danneggiato il primo oratorio così gravemente da dover essere demolito, nel 1847 ne venne costruito un altro all’incrocio tra via Trento e via San Basilio. Funzionò per una ventina d’anni, fino a quando nel 1871 fu aperta al culto l’attuale chiesa, la cui costruzione era iniziata nel 1862 (il Campanile è stato costruito nella seconda metà del Novecento, tra il 1956 e il 1969). La chiesa fu completata internamente nei primi anni del Novecento, con la costruzione dei cinque altari interni (1902-1905).

    Il secondo altare di sinistra è stato demolito nel 1948 per far posto alla cappella della Madonna del Vaiolo, costruita per onorare la Vergine venerata per aver allontanato dalla popolazione il contagio del vaiolo nero nel 1887 e per aver protetto il paese dalle bombe alla fine della seconda guerra mondiale. Oltre a ciò, gli altari sono stati ridotti in epoca recente asportando la mensa, per ampliare lo spazio a disposizione dei fedeli nell’unica navata.

    L’immagine vestita della Madonna del Vaiolo, alla quale i tagliolesi sono particolarmente devoti, è un simulacro ottocentesco; anche il trono dorato è dell’Ottocento, mentre le corone e gli altri cimeli in metallo dorato sono del Novecento.

    Prima di uscire dalla chiesa, vale la pena di buttare l’occhio sul quadro appeso sopra la porta d’ingresso: è una tela del Settecento, di un anonimo pittore veneto, che raffigura San Girolamo Emiliani, un santo veneziano, vissuto tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento, patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata.

    Dell’antico oratorio si hanno alcune testimonianze, tra le quali un Crocifisso del Settecento (molto manomesso) conservato nell’adiacente Convento dei Frati Minori Francescani, e il fonte battesimale collocato all’esterno della chiesa sul lato ovest. Del secondo oratorio restano varie testimonianze: la statua lignea della Madonna del Carmine, collocata nella cappella a sinistra del coro; lo sportello del tabernacolo in ottone conservato nel Convento francescano; il dossale d’altare in legno intagliato, dipinto e dorato (in un deposito della sacrestia); la statua di sant’Antonio di Padova, in gesso, della seconda metà dell’Ottocento, sul secondo altare a destra.

    Risalendo il grande fiume, sempre nel comune di Taglio di Po, raggiungiamo MAZZORNO DESTRO la cui chiesa parrocchiale è dedicata a San Francesco. Fu ricostruita nel 1642, in sostituzione del primitivo oratorio edificato dai nobili Quirini nel 1523. Fu restaurata nel 1721, ma le frequenti alluvioni resero necessario un nuovo restauro nel 1789, come ricorda una lapide sulla facciata della chiesa attuale, edificio che risale alla seconda metà dell’Ottocento.

    Della chiesa settecentesca restano: un tondo marmoreo con una chimera che assale un bue, murato all’esterno; una croce processionale appesa alla parete destra; un grande crocifisso collocato nel presbiterio. Il resto dell’arredo è del tardo Ottocento (periodo in cui la chiesa assunse l’aspetto attuale) oppure dell’inizio del Novecento, come il sacello con santa Teresa incassato nella parete destra.

    Proviene dalla vecchia chiesa anche il quadro con San Francesco, appeso in controfacciata e attribuito in molte guide al Guercino o alla sua scuola. In realtà è una copia del tardo Seicento del dipinto di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino: l’originale è conservato a Ferrara nella chiesa delle Sacre Stimmate. Nel dipinto di Mazzorno manca la natura morta in primo piano (teschio, libro e croce) e il paesaggio presenta alcune varianti.

    Contemporaneamente alla chiesa di Mazzorno Destro, nel 1523 i Quirini, ai quali la Serenissima aveva affidato queste terre con obbligo di realizzare una fattoria ed un oratorio, edificarono per analoghi motivi un oratorio anche sull’altra sponda del Po, a MAZZORNO SINISTRO, dove si conclude il nostro itinerario di conoscenza: il paese è parte integrante del comune di Adria, ma sotto l’aspetto religioso appartiene alla diocesi di Chioggia.

    Come detto, la chiesa di Mazzorno Sinistro nasce dall’antico edificio fatto costruire nel 1523 dalla famiglia Quirini: lo ricorda una lapide del 1925 (collocata all’interno sopra la porta che conduce al campanile) lapide che però porta la data 1528 per una errata trascrizione del documento originale. La chiesa fu ampliata e prolungata sulla metà del Settecento e, agli inizi dell’Ottocento, fu il rifatto l’altare maggiore, mentre il baldacchino in legno scolpito e dorato sembra essere precedente. Ulteriori interventi sono documentati nel 1925 (anno della collocazione della succitata lapide) e nel 1957.

    Della chiesa adattata nel Seicento restano i due preziosi altari laterali dedicati a San Giorgio e San Rocco (i primi due entrando dalla porta principale). Sono in onice scolpito, gli unici in diocesi. Si possono collocare nella prima metà del Seicento. Hanno al centro del paliotto lo stemma dei Quirini.

    Sull’altare è collocata la statua lignea del San Giorgio a cavallo, del Settecento. Seguono l’altare della Madonna del Rosario e quello gemello di San Giuseppe che risalgono verso la metà del Settecento, quando la chiesa è stata ampliata. Di notevole interesse artistico era un grande crocifisso del periodo barocco, purtroppo trafugato alla fine del 2007.

    Per notizie più dettagliate si veda: Marangon Giuliano, Chiese storiche dell’entroterra codiense, Chioggia 2013

  • Un “Butrigan” venuto dal Brasile

    Un “Butrigan” venuto dal Brasile

    di V. N.

    Un interesse per la ricerca delle proprie origini che davvero colpisce, se pensiamo che la persona in questione è un giovane trentenne. Colpisce ancora di più perché l’iniziativa parte dal Brasile, dove vive il personaggio in questione, che scopre che i suoi avi erano originari di un paese del Veneto chiamato Bottrighe. E’ così che Gabriel Bergamini, trentunenne ingegnere informatico di Guarulhos, città della cintura di San Paolo, inizia le ricerche ed attraverso il social face book ed il gruppo “I Butrigan iè in ogni canton”, stringe amicizia con alcuni bottrighesi. In particolare trova un riferimento prezioso nel nostro collaboratore Roberto Marangoni, pronto a fornirgli informazioni sul luogo. Passano i mesi e anche gli anni e, dopo una mai interrotta corrispondenza, in cui si accresce l’interesse per la terra dei propri avi, Bergamini decide di affrontare il viaggio verso l’Europa, con l’obiettivo fondamentale di conoscere la base delle sue origini. Prima

    Adria (RO) • Via Filiberto, 24 Tel. 0426.901295 Fax 0426.943791 www.feradria.it E-mail: info@feradria.it tappa a a Bolzano dove vive e lavora da anni un amico di famiglia brasiliana, poi l’arrivo in Polesine.

    A Bottrighe, accolto calorosamente da Roberto Marangoni, Bergamini ha fatto visita prima di tutto al palazzo civico, già sede municipale, poi un passaggio nei bar del centro chiacchierando con le persone che ha incontrato. Successivamante, dopo aver visitato il centro storico di Adria e la chiesa Cattedrale,

    Marangoni gli ha organizzato un veloce incontro in municipio, dove è stato ricevuto dal primo cittadino Massimo Barbujani che gli ha donato il gagliardetto con lo stemma della città. Infine a cena con alcuni amici a Rovigo visitando il centro storico del capoluogo. Dai registri anagrafici risulta che suo bisnonno Luciano Eugenio Giuseppe Bergamini, era nato nel Comune di Bottrighe il 13 dicembre 1893 e, a soli tre anni, con i genitori Angelo e Carolina Rossi, emigrò in Brasile.

    Il giovane ingegnere si occupa di sistemi informatici e gestioni di controllo per una grande catena commerciale brasiliana. E’ informatissimo, conosce bene l’inglese, ha studiato italiano da solo e lo parla correttamente, conosce molto della storia italiana e ovviamente quella di Bottrighe. Con sè ha portato pure copia di un documento del comune di Bottrighe del 23 ottobre 1914, ritovato al museo dell’emigrazione di San Paolo, riguardo un altro bottrighese emigrato in Brasile. E’ stato felicissimo dell’accoglienza, ha tanto apprezzato questi luoghi e ha promesso di tornare, fermandosi magari qualche giorno di più per visitare anche il parco del Delta e valutando pure l’ipotesi di approfondire le sue ricerche per conoscere eventuali parenti. Bergamini è infatti un cognome molto noto in Polesine. Altresì si sta attivando per ottenere la cittadinanza italiana, solamente per un senso di appartenenza e di orgoglio. Una storia di emigrazione come purtroppo tante, che pure commuove al pensiero di chi ancora sente così forti le radici della propria vita.

    Grazie ad internet il rapporto di Gabriel Bergamini con Roberto Marangoni ovviamente continua con intensità, e la sua soddisfazione per il viaggio compiuto traspare chiaramente dalle parole che qui di seguito riportiamo: “Arrivare in Italia per la prima volta e giungere a Bottrighe è stata un’esperienza troppo emozionante! Che suggestione camminare per le vie dove avevano camminato i miei parenti ed entrare nell’antico municipio, dove centoventitre anni fa il mio trisavolo Angelo dichiarava la nascita di mio bisnonno; guardare oggi questo paese ed immaginare com’era a quell’epoca e come vivevano queste brave persone che lo avevano lasciato, sicuramente non senza soffrire al momento della partenza. Oggi so che sono anche un “Butrigan”, che c’è un po’ di Bottrighe in Brasile e che Bottrighe ha figli orgogliosi anche in sud America”.

  • La Battaglia del Castagnaro

    La Battaglia del Castagnaro

    La rievocazione storica di un evento accaduto nel territorio del Comune di Badia Polesine era, da tempo, un obbiettivo del CTG badiese, l’associazione che propone iniziative culturali e per il tempo libero indirizzate ai giovani. L’attenzione del direttivo CTG (Centro Turistico Giovanile) si pose sull’epica “Battaglia del Castagnaro” svoltasi, tra i fiumi Adige e il suo diversivo, il Castagnaro, nell’area dove oggi sorge l’abitato di Villa d’Adige, una frazione di Badia Polesine. Si trattava di un cruento scontro accaduto nel marzo 1387 tra Carraresi e Scaligeri. L’oggetto del contendere era ancora una volta la supremazia e il controllo sull’unica via di comunicazione dell’epoca: il fiume Adige. L’Abbazia della Vangadizza era di fatto il gestore della via fluviale in quanto, da secoli, esercitava “il diritto di catena” sulle imbarcazioni in transito, ma forti erano gli interessi sulla zona da parte delle confinanti Signorie: gli Scaligeri puntavano innanzitutto alla conquista della fortezza di Castelbaldo, dove erano prigionieri alcuni comandanti scaligeri e contavano d’imporsi con forze preponderanti; i Carraresi ovviamente intendevano mantenere il controllo del maniero, mettendo in atto una attenta azione difensiva. Lo scontro si accese l’11 marzo 1387 nella zona “destra Adige”, di fronte a Castelbaldo. Nella famosa “battaglia del Castagnaro” si fronteggiarono ben 26.000 veronesi e 8.500 padovani. Nonostante lo squilibrio di forze in campo, prevalsero i Carraresi, grazie alla strategia militare del capitano di ventura John Hawkwood (Giovanni Acuto) che con i suoi famosi arcieri inglesi sorprese gli Scaligeri e inflisse loro una pesante sconfitta. Una battaglia davvero epica, dunque, una memoria da preservare.

    Considerando la singolarità dell’evento poco conosciuto, il CTG ritenne di promuovere un’azione finalizzata a portare alla luce il particolare episodio storico avvenuto nel territorio dell’attuale comune di Badia. Fu pertanto innanzitutto deciso di organizzare un convegno di studi su quanto accaduto quell’anno tra le note Signorie, al fine di poter disporre di documentazione storica autorevole per la dovuta “valorizzazione” dell’evento. Con il coinvolgimento dell’Amministrazione Comunale di Badia e la collaborazione dell’Istituto di Storia di Vicenza e di studiosi di fama internazionale, il convegno di studio si realizzò nell’ottobre 2013 e poco dopo i curatori iniziarono la raccolta dei contributi per arrivare alla pubblicazione degli atti. Quanto emerso dai lavori degli studiosi, consentì nel frattempo al CTG di preparare un copione per una rappresentazione teatrale e di allestire una rievocazione della battaglia con gli studenti del Laboratorio Teatrale dell’Istituto Superiore E.Balzan di Badia Polesine. Nel 2015, quattro sono state le rappresentazioni, che hanno ottenuto sia l’apprezzamento del pubblico sia della critica ricevendo, al Festival Teatrale Scolastico provinciale a Rovigo, una “Citazione Speciale” per aver portato in scena un avvenimento legato alla storia del territorio e per la complessità del tema proposto. La “prima” si tenne nel prestigioso Teatro E.Balzan, in un contesto di “tutto esaurito”, e ne scaturì una serata memorabile per Badia. Nel frattempo la preparazione degli Atti andava avanti, anche se un po’ a rilento ma questo è normale in questo tipo di attività. L’obiettivo dei curatori puntava inoltre a rendere la pubblicazione il più completa possibile perché, all’epoca del convegno, sulla “Battaglia del Castagnaro” esistevano solo pochi articoli in alcune riviste specializzate. Per questo sono stati raccolti ulteriori contributi di altri noti studiosi di storia medievale, delle università di Padova e della Sapienza di Roma. Il lavoro è stato completato e il risultato è un testo di 170 pagine, l’unico in Italia che tratti in modo esaustivo la Battaglia del Castagnaro e l’impresa di John Hawkwood. Un risultato quindi di grande prestigio e valore storico. Grazie a questa pubblicazione, il CTG badiese confida di diffondere la conoscenza di questo avvenimento storico locale ad un pubblico sempre maggiore, in particolare ai giovani, ai quali è orientata l’attività dell’associazione, per coinvolgerli su temi legati alla storia della nostra città.

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  • Le fotografie di Francesco Sprocatti

    Le fotografie di Francesco Sprocatti

    Non è facile parlare in poche pagine e in modo esaustivo di Francesco Sprocatti, dati i numerosi e importanti lavori a cui si è dedicato nella sua vita; interessi che lo vedono ancora attualmente in prima fila. Una personalità poliedrica quella di Francesco, che ama la sfida, prima di tutto con se stesso, e cerca di mettersi continuamente in gioco. Dapprima un impegno zelante con il suo lavoro di insegnante di educazione tecnica nelle scuole medie per una trentina d’anni ed inoltre con la famiglia: sposato infatti dal 1972 con Rita; padre di due figlie, Francesca ed Elena; nonno di due nipoti, Riccardo e Giorgia (un terzo in arrivo). Poi la disponibilità verso il suo paese, Salara, dove nacque nel 1947. In questo suo comune, nell’Altopolesine, è stato sindaco per ben cinque legislature, cioè 25 anni ininterrotti di attività, che si possono considerare quasi un record; senza tralasciare nello stesso periodo la sua partecipazione alla vita politica con impegni e cariche di partito a livello comunale, provinciale e regionale. Per quindici anni è stato anche giornalista per il Resto del Carlino scrivendo cronache del paese e servizi per la pagina regionale. Per non farsi mancare nulla, per impegnare quello che potrebbe essere il tempo libero, da una quindicina d’anni Francesco si dedica, in coppia con la moglie Rita, al ballo: anche a livello agonistico – sotto la guida del maestro Giancarlo Alessi – ottenendo, nei vari tornei cui partecipa, risultati prestigiosi. La coppia Francesco e Rita Sprocatti ha vinto, infatti, nel 2010, piazzandosi al primo posto, il campionato Veneto per la combinata nazionale di sei balli e nel 2015 ha ottenuto il primato regionale nel ballo di sala. Ma l’attività principale, che ha reso famoso Francesco Sprocatti a livello nazionale e internazionale, è quella di fotografo. E’ la fotografia, infatti, la passione più grande della sua vita, una passione che l’ha preso fin dai primi anni di età. A soli dieci anni, con i primi risparmi, acquista la sua prima macchina fotografica. Dieci anni dopo, seguendo i consigli dell’amico Dario Borsatti, fotografo professionista, comincia a sviluppare da solo le proprie fotografie. Dopo il matrimonio, impianta nella propria abitazione un laboratorio per il bianco e nero. E’ questa, infatti, la tecnica espressiva che, fin dall’inizio, lo entusiasma e sceglie di portare avanti. Fotografa prevalentemente in 35 mm, utilizzando fotocamere Leica a telemetro e reflex. Partecipa ai concorsi della Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, conseguendo numerosi e importanti premi. Fonda dapprima il Circolo Fotografico Salarese e, successivamente, insieme ad altri, la sezione fotografica della Biblioteca Civica “Bronziero” di Badia Polesine, che presiede per dieci anni. Assieme ai famosi fotografi Vanni Calanca e Mario Lasalandra è fra i fondatori, e segretario per molti anni, del circolo fotografico Leica di cui fanno parte alcuni fra i più prestigiosi fotografi italiani quali Piergiorgio Branzi e Gianni Berengo Gardin. Numerose sono le mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Diverse fotografie sue sono entrate nelle più importanti collezioni pubbliche e private. Alcune sono state esposte nel 2011 nella prestigiosa cornice di

    Palazzo Te a Mantova, in particolare nella mostra “Il dubbio della bellezza” – fotografie della collezione del dottor Gibelli di Milano. Due di queste fotografie sono state inserite nell’omonimo catalogo, edito da Contrasto, assieme a quelle dei più grandi fotografi italiani e internazionali. Per i meriti acquisiti, la FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) gli ha assegnato nell’anno 1990 il titolo di Benemerito della Fotografia Italiana. Francesco Sprocatti è uno dei pochi fotografi italiani che hanno usato la tecnica delle foto agli infrarossi che gli ha consentito di ottenere prestigiosi risultati. Undici sono i volumi fotografici dati alle stampe tra il 1979 e il 2013: 1979 “Immagini” – (FEP Rovigo) 1981”La casa rurale nel Polesine” – Amilcare Pizzi – Milano 1982 “Castelguglielmo, il territorio e la sua gente” – Edizioni Signum – Padova 1985 “Antichi mestieri in Polesine” – Amilcare Pizzi – Milano 1987 “L’arte dei Canozi lendinaresi” – Ediz. Lint – Trieste 1997 “Gli ospedali tra passato e presente” – S.I.T. Treviso 1998 “Memorie del Polesine” – Tip. Checchinato – Badia Polesine 1998 “La corte colonica nel ferrarese” – Marsilio – Venezia 2002 “Fotografie scelte” selezione di foto su nove temi (paesaggi, mestieri, riti, ecc.) – Tip. Checchinato – Badia Polesine 2010 “Feste e tradizioni popolari in Polesine” con l’Istituto Superiore per la storia della fotografia, diretto dal dottor Paolo Morello, uno dei critici più importanti a livello internazionale. 2013 “Piacenza d’Adige, un territorio si racconta” un volume prestigioso con 421 fotografie –

    Tip. Checchinato – Badia Polesine Per quest’ultimo volume Sprocatti ha lavorato per un anno intero, recandosi innumerevoli volte a Piacenza d’Adige aspettando le opportunità e le occasioni più adatte per poter ritrarre il paesaggio nelle varie stagioni e le persone del luogo nelle diverse manifestazioni, durante le cerimonie ed i riti religiosi, nei lavori tipici dei contadini e degli artigiani della zona, nei momenti di svago e di gioco sia delle persone anziane che dei giovani, negli avvenimenti più disparati della vita di questa comunità. Per questa sua ultima opera, molto intensa ed impegnativa, Francesco ha ricevuto gli encomi dai fotografi più prestigiosi. Sprocatti è inoltre coautore, assieme ai soci del gruppo fotografico Leica, di due importanti volumi: “24 ore su Bolzano” del 2004 – Edizioni Lugo – Bolzano e “Le città d’arte della pianura padana” del 2005 – Edizioni Mondadori. Tra il 1987 e il 2013 ha pubblicato otto calendari in bianco e nero ed uno a colori. Piergiorgi Branzi, nella presentazione del volume “Fotografie scelte” dice, tra l’altro: “Francesco Sprocatti mette in scena una rappresentazione corale dove, nel palcoscenico visivo di terre e paesi immersi in atmosfere sospese, agiscono uomini, volti, personaggi altrove improbabili, unici, dal forte carattere. Uomini come dimentichi del contesto tecnologico, conviventi con culture agricole e artigianali che sembra giungano dalla memoria dei tempi”. E’ questo il commento che potrebbe essere fatto per tutti i volumi editi da Francesco Sprocatti, per tutte le sue opere fotografiche. Esse sono, infatti, carrellate di vita, di ricordi, di emozioni, di speranze. L’ultimo libro su Piacenza d’Adige riporta la presentazione di Sergio Garbato, il quale scrive, fra l’altro: “Immagini che vibrano di intensità, capaci di ritrovare non solamente le forme, ma, in qualche modo, anche il respiro della loro anima. Attento a ogni segnale e, per così dire, alle pieghe della luce, lo sguardo del fotografo definisce un itinerario attraverso quei luoghi abitati e vissuti dall’uomo che il tempo e la storia ci hanno restituito con qualche avarizia…”. Tutte le opere composte e pubblicate fino ad ora da Sprocatti sono in bianco e nero (ad eccezione di un calendario), ma, Francesco ha portato avanti per trent’anni anche una sua interessante ricerca per il colore. Ha in programma, infatti, una pubblicazione di foto a colori che spera di far uscire fra breve con un progetto accolto da alcuni enti. Probabilmente avrà per titolo “Lungo il fiume” e saranno foto riprese lungo il Po da Melara fino al mare. Proporrà più di 200 immagini che metteranno in mostra i giochi del tempo e delle stagioni che il nostro grande fiume sa donarci lungo tutto il suo corso d’acqua, i suoi argini e le sue golene.

  • Giovanna Paola Manzolli Modonesi

    Giovanna Paola Manzolli Modonesi

    di Luciano Scarpante

    Per molti la memoria di Giovanna Paola Manzolli Modonesi resta intimamente legata al Delta, di cui ha sicuramente rappresentato la voce lirica più emblematica. Il prossimo anno si festeggerà il centenario della sua nascita, essendo lei venuta alla luce nel gennaio 1917 a Papozze • Giovanna Manzolli Modonesi con la famiglia e (sotto) dove trascorse l’infanzia. con una scolaresca di Scardovari Conseguito il diploma di maturità magistrale, Giovanna dove la signora Giovanna ha concluso la proPaola Manzolli cominciò ad insegnare nella pria carriera di insegnante e dove si è spenta scuola elementare, dapprima a Panarella, poi il 26 dicembre 2005, con alle spalle una a Papozze, suo paese natale, dove rimase fino lunga serie di successi come scrittrice e poeal 1945, anno in cui si spostò a Pettorazza tessa, apprezzata in particolare per le poesie per seguire il marito Ettore Modonesi, mein dialetto veneto, per le quali ha ottenuto dico condotto. Nuovo trasferimento nel prestigiosi riconoscimenti e giudizi estrema1950, con i figli Stefano e Pierpaolo ancora mente positivi da parte di personalità di pripiccoli, quando al dott. Modonesi venne afm’ordine in campo letterario. fidata la condotta di Scardovari. A Scardovari la memoria di lei e della sua Nella località del comune di Porto Tolle famiglia è rimasta indelebile nel cuore di la famiglia vi restò per ben trentasei anni, tutti. Abbiamo chiesto alla signora Patrizia prima di stabilirsi definitivamente a Rovigo, Vallati una testimonianza: “L’ho conosciuta intorno alla metà degli anni Settanta, quando la signora Giovanna – tutto il paese la chiamava solo così – mi interpellò per fare da baby sitter alla nipote Caterina, primogenita del figlio Stefano e della nuora Gina”. Nel rievocare con commossa partecipazione episodi e situazioni del periodo, Patrizia ci dice che la signora Giovanna “era sempre e costantemente impegnata nel suo studio-salotto, pieno di libri e riviste, dove leggeva e scriveva ininterrottamente”. In quel periodo stava lavorando da circa un decennio al testo di Polesine con amore: “La casa rosa”, libro autobiografico che sarà però pubblicato solo nel 1988 e che prende spunto dalla casa dove per tanti anni aveva abitato prima di lasciare Papozze. In esso sono numerosi riferimenti a Scardovari e alla sua gente, agli anni delle alluvioni, delle precarie condizioni economiche e della conseguente grande emigrazione. Parallelamente coltivava la grande passione per la poesia, alla quale si era dedicata a partire dalla prima metà degli anni Sessanta, ottenendo nel 1965, a Rovigo, il primo posto al concorso di poesia “Livio Rizzi”, con Stéla boara. Questo primo successo la incoraggiò a proseguire nel percorso intrapreso e, successivamente, a rendere pubblici i propri componimenti in versi. “Fu così – ci dice ancora Patrizia Vallati – che ebbi modo di conoscere meglio e più intimamente la signora Giovanna: all’inizio degli anni Ottanta aveva chiesto all’allora presidente della “Cooperativa Delta Padano” di Scardovari, della quale ero dipendente, di poter usufruire del mio aiuto per scrivere a macchina i numerosi suoi testi manoscritti. Anche se non sono in grado di formulare giudizi sull’aspetto poetico e artistico, ho però potuto apprezzare la grande umanità della signora Giovanna, l’amore per la sua terra e per la famiglia e il profondo legame con la famiglia di provenienza e le proprie radici. Grande e inalterato anche l’affetto per il Delta e per Scardovari, dove, raggiunta l’età della pensione, tornava per lunghi periodi e si tratteneva volentieri a parlare con gli abitanti del paese”. Giovanna Manzolli Modonesi rappresenta ancora oggi una delle figure più rappresentative della poesia veneta, non solo per la straordinaria qualità dei suoi scritti, che le hanno valso la stima di autorevoli letterati e poeti, tra i quali Diego Valeri, Bino Rebellato, Biagio Marin, Sandro Zanotto, ma anche per la grande sensibilità che le ha permesso di tradurre in versi la musicalità e le emozioni trasmesse dal Po e dal suo delta.

    Per una più completa valutazione dell’opera di Giovanna Paola Manzolli Modonesi si veda:

    – Manzolli Modonesi, Giovanna, La casa rosa, Tipografia Reg. Veneta, 1988 (premio Atheste 90; secondo premio al concorso di Villafranca Padovana; primo premio al concorso “Marino Marin” di Adria) – Manzolli Modonesi, Giovanna, Drio-Po: (sulle rive del Po), Venilia Editrice, 1992 (raccolta antologica, Premio “Torreglia per la CulturaVeneta” edizione 1992) – Poeti nel Polesine / a cura di Danila Dicati, Provincia di Rovigo – Circolo della Stampa, 1999, (pagg. 97-112) (antologia di poeti polesani)

    SCARDVARI

    Pele incrustlì schine cucià rai c’a sguissa, man c’a ruma c’ta serca c’a dà. Vita c’a sgussa sota i oci del vento paron. E meraveia do Zente col cuore in man senpre.

    SCARDOVARI – Pelle ruvida e secca / schiene ricurve / reti che guizzano / mani che frugano, cercano, donano. / Vita che sguscia / sotto gli occhi del vento / padrone. / E meraviglia di Gente / col cuore in mano / sempre.

    DEME ‘N FIÀ D’AQUA

    Zò là da nantri, a passa Po grande e Poatelo coi scarabissi del celo bianchi e turchìn su piati d’arzento c’a sbocia, a spanisse, i va a sgonda. Scciapi razenti d’uziè inpira colane do ssighi in amore e capriole e alegria do strapussi su prà d’aqua fonda c’a core c’a va sempre-d’lungo.

    Là, su la sponda vissìn, piope e salzi i so spècia in t’el celo arbaltà, i so scarmisse col vento, in ti ciàri d’luna i spipola fole a batié c’a s’cuna, i fa barisela i so spingola ai bricole, in riverensa lesiera. La fola l’è vecia l’è nova l’è senpre quela: “La roca del tenpo la fila, la fila la stopa, dème ‘n fià d’aqua ca m’bagna la boca…”

    Dème anch’a-mi, c’a mo scciansa, a m’arsora i me insuni brusà, un fià d’aqua d’Po. Un fià d’aqua nova e ciara e bela e dolse e bona e viva e lissa c’a sbrìssia coi scarabissi del celo bianchi e turchìn. A gò da filare su ‘na riva luntan I’ultima stopa tuta intrigà.

    DATEMI UN PO’ D’ACQUA – Laggiù, / da noi, / passa il Po e un suo ramo / con i ghirigori del cielo bianchi e azzurri / su piatti d’argento / che sbocciano, / si aprono, vanno alla deriva. / Stormi radenti d’uccelli / infilano collane di trilli in amore, / e capriole e gioiosità di tuffi / su prati d’acqua profonda, / che corre, / che va / di continuo. / / Là, sulla sponda vicina, / pioppi e salici si specchiano / nel cielo rovesciato, / rabbrividiscono col vento, / nelle notti di luna piena / sussurrano favole a battelli / che si cullano, beccheggiano, / dondolano attorno ai pali / in riverenza leggera. / La favola è vecchia, è nuova, / è sempre quella: / “La rocca del tempo fila, / fila la stoppa, / datemi un po’ d’acqua / che mi bagni la bocca…”. / / Date anche a me, / che mi bagni, / ristori i miei sogni bruciati, / un po’ d’acqua del Po. / Un po’ d’acqua nuova / e chiara e bella e buona e viva / e liscia, che scivoli / coi segni del cielo / bianchi e azzurri. / Devo filare, / sopra una riva lontana, / l’ultima stoppa / tanto arruffata.

    PER DIVERGENTI SPIAGGE (A Stefano)

    La mano nella mano, insieme sulla strada nata da respiro nostro, figlio, andiamo in questo mare di così dolce tenera onda, uniti. E sorridi del mio sorriso.

    Nell’alba del tuo lido, dalla marea sospinti in divergenti spiagge, vedrò te acceso d’altro respiro cercare altra mano mettere nuove radici ed insegnarmi tu, allora, altro nuovo sorriso.

  • Ugo Zagato (1890-1968)

    Ugo Zagato (1890-1968)

    Nel parco di Villa Erba a Villa d’Este di Cernobbio (Como) qualche anno fa si è tenuto il “Concorso d’Eleganza”, dedicato alle automobili più belle. Tra le partecipanti, protagoniste indiscusse le vetture della produzione Zagato: una Ferrari 250GTZ del 1966 e una Fiat 500 Coupé Zagato del 1956 considerate le più belle nelle rispettive classi; un’Alfa Romeo 6CGS Testa Fissa Zagato del 1933, primo posto alla Mille Miglia 2012 e la “homage car” BMW Zagato Coupé presentata in anteprima mondiale. Entusiasti per tante “forme” di successo, ci sembra interessante cogliere le idee di bellezza e di essenzialità sottese al lavoro di questi autocarrozzieri creativi e nelle loro straordinarie “dream cars”. Essenzialità significa sottrarre l’ovvio e aggiungere il significativo. Non è soltanto una qualità che induce un’appassionata lealtà nei confronti del design di un prodotto, ma è anche, come vedremo, uno strumento strategico, chiave, attraverso cui l’azienda può confrontare con altre la sua intrinseca complessità (in questo caso relativa al design, all’ingegnerizzazione e all’assemblaggio di autocarrozzerie). Essenzialità nel design, nella tecnica, nell’organizzazione. Da sempre la casa coniuga l’esperienza di officina – maturata in più di novanta anni – con le moderne tecnologie di produzione. Così, nel Design Center milanese del terzo millennio, centro all’avanguardia per la progettazione industriale “nello schermo del computer cad-cam passano le linee espressive di una Aston Martin che verrà, o il profilo super aerodinamico della nuova TZ4”. E’ questa la strategia della Zagato, oggi SZ Design, un’azienda che si reinventa, proprio nel momento che precede una importante rivoluzione del settore. Essa assume il duplice ruolo di spettatore e di protagonista; sfrutta al massimo le potenzialità delle nuove tecnologie in due direzioni: da un lato secondo un’ottica di celebrazione di quello che è stata l’automobile nei primi 125 anni della sua storia, dall’altro secondo una proiezione di quello che potrebbe essere nei prossimi 50 anni, quando le tecnologie delle “Fuel cells” a combustibile idrogeno e dei motori elettrici evoluti (nelle ruote per esempio) diventeranno un fatto comune. Ogni nuovo prototipo è una sfida e uno stimolo: esiste un grande repertorio cui attingere con esempi del passato che dal capostipite Ugo, attraverso la seconda generazione di Elio e Gianni, arriva fino alla terza. Passato e futuro • Ugo Zagato a Milano con due Alfa Romeo 6C 2300 (1932) sono complementari e indissolubili 1 . Da qui, negli nel febbraio del 1919, all’età di 29 anni, lastessi undicimila metri quadrati dei vecchi scia la Pomilio e torna a Milano per aprire stabilimenti dell’antica Zagato, a Terrazzano una propria officina “Carrozzeria U. Zagato di Rho, sono usciti i prototipi dell’Alfa & C.” in Corso Sempione, sogno cullato fin Romeo SZ (1990) della Ferrari FZ93 (1993) dai giorni di Colonia. All’inizio una piccola della Lamborghini Raptor (1996) dell’Aston officina con pochi operai e attrezzature apMartin DB7 Zagato (2003) dell’iconica Alfa pena sufficienti. Le prospettive tuttavia sono Romeo TZ3 (2009). buone, l’industria milanese, appena nata, è in veloce espansione; l’Alfa Romeo da pochi Ugo Zagato, il fondatore anni è attiva con il nuovo complesso del Por- “Quella della Zagato è una storia, lunga tello (1910). un secolo, che va raccontata, perché lì c’è Il primo trentennio della storia Zagato è l’imprinting”. caratterizzato dal lavoro di trasferimento Il primo periodo, pionieristico, è legato delle conoscenze aeronauitiche nella costrualla figura di Ugo Zagato, l’uomo del Polezione delle automobili. Allora la derivazione sine, che negli anni ‘60 sarà indicato da predell’automobile dai traini a cavallo era anstigiose riviste internazionali come simbolo cora evidente; le rare vetture in circolazione del gusto italiano nel design delle automobili avevano linee ingombranti, pesanti strutture sportive. di legno e si guidavano salendo a cassetta. Il Ugo nasce a Gavello (RO) il 25 giugno solo fatto di averle pensate come aeroplani 2 1890 . Adolescente, come tanti uomini del Polesine, emigra in Lombardia, Milano e Varese, dove lavora in officina. Poi in Germania, a Colonia, dove impara a trattare i metalli. Nel 1917 è impiegato (caporeparto) presso la Società di costruzioni aeronautiche Pomilio dell’Ansaldo di Torino dove assembla biplani SVA A3 da combattimento 3 (Savoia, Verduzio, Ansaldo). Alla fine della guerra, senza ali, leggere, essenziali e penetranti, con un’anima di sottili tubi di ferro, dà la misura della genialità di quest’uomo (un autodidatta capace di grandi intuizioni) 4 . Forme essenziali, proporzioni audaci, velocità: concetti enfatizzati dal futurismo di Marinetti. Linee essenziali come quelle degli aerei interpreti della poetica cara ai letterati e agli artisti di quel periodo (anche Mussolini acquista nel 1924 un’Alfa Romeo RLSS Spider e alla fine degli anni ‘20 una Alfa Romeo 1750 Zagato). Forme di derivazione aeronautica, uso di materiali nuovi, mai impiegati nell’industria automobilistica, come l’alluminio. Ugo si dedica in particolare all’Alfa Romeo, disegnando profili aerodinamici mai immaginati prima, automobili affidabili, vincenti e veloci come la rapidità immaginata dai futuristi 5 . Il periodo degli anni ‘30 vede la realizzazione di vetture da corsa, soprattutto in funzione delle Mille Miglia, con caratteristiche aerodinamiche sempre più spinte: lastre di alluminio, profili alari, fari incassati. Le soluzioni essenziali, senza nessun peso superfluo, aderiscono in maniera concreta allo spirito del tempo 6 . Il lavoro dell’officina, in breve, acquista valore presso numerose case automobilistiche, prima fra tutte l’Alfa Romeo, che affidò allo stilista polesano, in collaborazione con un uomo di pari valore e intuito Vittorio Jano, il compito di allestire le indimenticabili Alfa Romeo 6C 1500, Alfa Romeo 6C 1750 e Alfa Romeo 8C 2900 apparse negli anni Trenta; capolavori che resteranno nella storia come esempi significativi del genio italiano 7 . Il secondo conflitto mondiale produce una serie di invenzioni che nel dopoguerra la vorace industria automobilistica razionalizzerà in catena di montaggio. Intanto l’automobile diventa il simbolo di un futuro impossibile da immaginare fino a pochi anni prima, una realtà tangibile, un oggetto da ammirare e da desiderare. La casa, nel nuovo stabilimento di via Giorgini al Portello, dagli anni ‘40 si pone come “elemento di rottura”, ritagliandosi uno spazio originale, in un panorama industriale caratterizzato dalla produzione di serie: essa dimostra la capacità di seguire le proprie idee credendo nello sviluppo dei materiali e nella ricerca di ogni possibile soluzione tecnologica improntata all’essenzialità delle forme e alla leggerezza.

    La seconda generazione: Elio e Gianni

    Intanto l’automobile, alla fine degli anni ‘40, diventa l’oggetto più desiderato, uno status symbol per un’Italia che ha bisogno di dimenticare e di ricominciare. Gli anni ‘50 sono un momento di trasformazione che impone il passaggio da una produzione artigianale ad una produzione semi industriale. Si studiano carrozzerie speciali da montare, in serie, su meccaniche e interni forniti dai costruttori. Nel 1947, con Elio appena laureato (suggeritore e collaudatore) comincia la serie delle Panoramiche: compatte, abitabili, aerodinamiche, funzionali 8 . Nel 1955 Ugo si ritira, lasciando spazio ad Elio e Gianni. La seconda generazione è legata allo sviluppo della vettura sportiva, della “Gran Turismo”, un’automobile da guidare in pista nel fine settimana, ma che doveva essere usata anche nei giorni feriali, quindi elegante e rifinita nei particolari. Si rafforza in questi anni l’idea che una vettura Zagato sia più veloce e performante delle altre; ma il successo sulle piste non modifica l’assetto industriale dell’azienda che riesce ad essere contemporaneamente innovativa nella ricerca e tradizionale nelle forme di gestione. L’esperienza di Elio come Gentleman driver proietta l’immagine della vettura sportiva divertente da guidare, leggera ma confortevole, sportiva ma non estrema: vetture che sulle piste italiane ed europee batteranno tutti i record. Il giovane Zagato è contemporaneamente costruttore e pilota, condizione che gli conferisce un grande vantaggio 9 . I nuovi modelli escono, dallo stabilimento, con straordinaria continuità, essi sono caratterizzati dalle numerose esperienze in pista di Elio che trasferisce con precisione le sensazioni ricevute in gara. All’uso dell’alluminio si aggiunge quello del plexiglass al posto dei cristalli e per i fari. Fanno la loro comparsa le cupoline per abbassare la vettura senza sacrificare il pilota (oggi distintive). Si fanno notare i parabrezza inclinati e i primi sedili aderenti. Sono anni di grande creatività: nel 1951 l’Alfa Romeo 159, allestita per Fangio, vince il titolo mondiale F1. Alla guida delle Gran Turismo Elio vince ripetutamente, conquistando numerosi titoli italiani. Autovetture mitiche: tra tutte la Fiat 8VZ (preferita da Elio) l’Alfa Romeo 1900 SSZ, la Ferrari 250GTZ, la bellissima Maserati AG6, la stupenda Aston Martin DB4Z (considerata una delle più belle) le eleganti Lancia Sport su telai Appia, Flavia, Flaminia 10 , Fulvia, la funzionale Giulietta SZ che consolida i rapporti con l’Alfa Romeo. L’intensa collaborazione, con la casa del Portello, porta alla realizzazione della gloriosa Alfa Romeo TZ1 (1961) un bolide che rivoluziona tutti i precedenti concetti aerodinamici con l’introduzione della “coda tronca” e la leggendaria Alfa Romeo Giulia TZ2 (1965) sintesi perfetta di design e velocità; altre due piccole Gran Turismo ottennero un grande successo di pubblico e numerose vittorie in gara: la Lancia Fulvia Sport e l’Alfa Romeo Junior Z in produzione fino al 1974 11 . Nel 1960 Elio vince il Compasso d’Oro per il design della Fiat Abarth 1000 bialbero come migliore produzione industriale del tempo. Realizzazioni destinate a rimanere nella storia del design. Molti temi che la casa adotterà negli anni successivi sono già presenti nelle fuori serie GT che sorprendono ancora per eleganza ed essenzialità. Gli anni ‘60 esprimono al massimo il successo: si costruisce un nuovo stabilimento ad Arese su di un’area di trentamila metri quadrati lateralmente all’autostrada MilanoLaghi e inizia l’importante collaborazione con Ercole Spada (1960-69) progettista e designer storico dell’industria, raffinato e decisivo. Dalla sua matita sono usciti molti dei modelli citati che ancora meravigliano ed entusiasmano. Nel 1968 muore Ugo, il mitico fondatore. Elio e Gianni, al vertice dell’azienda, non deviano dalla via del padre. A quanto pare la seconda generazione ha imboccato la strada giusta. rafforzando un marchio ormai consolidato. All’inizio degli anni ‘70, in un clima confuso, i designer italiani, in generale, propongono forme poco coinvolgenti, tendono a non enfatizzare il “valore espressivo” del prodotto. La Zagato non seguirà questa tendenza, non si convertirà alle forme scatolari, agli spigoli vivi, alla concezione dell’automobile solo come mezzo di trasporto. La filosofia aziendale si dirigerà verso clienti in grado di apprezzare il design originale senza per questo rinunciare all’uso quotidiano del veicolo. La crisi energetica comunque cambia la mentalità, si inizia a studiare e in breve a realizzare le prime vetture elettriche. La collaborazione tra Gianni e il designer Giuseppe Mittino (1970-85) conduce al primo modello “la Milanina” costruita per la Fiera di Milano del 1972 e alle vetture elettriche marchiate Zele del 1973 12 . Mittino, tra le altre, lavora alla Ferrari 3Z con Luigi Chinetti (1971) uno spider dalle forme geometriche particolari e dalle famose feritoie sulle ottiche; alla Bristol 412 (1974) alla Fiat Aster 132 (1972) alla Ferrari 330GTC (1974) e alla Lancia Beta Sport Spider con Pininfarina (1980). Negli anni ‘80 si inscrive l’ultimo periodo legato alle tecnologie che la fine del decennio mette a disposizione 13 ; vedono la luce piccole serie speciali su meccaniche Bitter, Bristol, Lancia, Maserati (con la Biturbo Spider) Aster, Chicane, Alfa Romeo (con il coupé Alfa Zeta 6 e la “Tempo Libero” una sei posti ibrida benzina-elettrico) l’Aston Martin (con la Vantage Zagato e la Volante Zagato). La possibilità di progettare in simulazione, operando modifiche in tempo reale, senza comportare costi enormi di investimento è la strategia alla base dei nuovi esemplari. I modelli nascono dalle idee del Design Center, sono sviluppati secondo avanzati processi di renderizzazione, realtà virtuale, prototipazione a controllo numerico e assemblati tradizionalmente attraverso battitura manuale delle lastre: da 9 a 99 esemplari (all’anno) a ciclo di vita lungo, dalle forme ricercate che rimangono attuali mantenendo solidità e sicurezza. L’obiettivo è quello di costruire automobili con tecnologie avanzate restituendo forme impossibili da ottenere attraverso la produzione industriale massiva.

    SZ Design Zagato

    Oggi la fisionomia è cambiata: vista la criticità del mercato, si realizzano “oggetti unici” che esprimono innovazione, essenzialità e ricerca espressiva. Da quasi vent’anni collabora con il Design Center l’artista giapponese Norihiko Harada, allievo di Spada, al quale si devono le linee dal 1995 ad oggi. Ancora una volta la collaborazione con il designer ha permesso la realizzazione di forme nelle quali la coerenza tra passato e presente, come il rapporto tra cultura essenziale dell’oriente antico e istanze minimaliste dell’occidente contemporaneo, trovano la massima espressione; tra le altre l’Alfa Romeo TZ3 stradale, la Maserati GS, la Diatto Ottovù, la Ferrari 575 GT, la Spyker C-12, la Bentley GTZ, la BMW Coupé. SZ Design Zagato è l’ultima testimonianza dell’antica scuola autocarrozziera lombarda, tradizione che si è persa con il progredire dei mestieri e la loro specializzazione. Dai trasferimenti di metodi e materiali dell’aviazione pioneristica del 1919 all’utilizzo delle tecnologie aerospaziali del 2000 è trascorso quasi un secolo, ma l’approccio della terza generazione sembra avere un forte legame con il fondatore.

    NOTA 1. «Il successo si deve a un’ idea, quella di puntare soltanto sulla progettazione artistica e di eliminare il reparto produttivo. Dall’ idea fino al prototipo funzionante, il lavoro parte da zero, da un concetto. Siamo stati i primi in Europa – spiega Andrea Zagato – a realizzare

  • I Gorghi e il Mito

    I Gorghi e il Mito

    erra acquatile, terra che ha del mare le insidie e le gravi estatiche calme”, così dice del Polesine Francesco Tullio Roffaré in un suo opuscolo del 1966, dedicato alla Terra Polesana. Terra che si estende a vista d’occhio e che della superficie del mare, da cui emerse, conserva l’estatica bellezza dell’estensione e la caparbia vitalità. Chi percorre gli antichi tracciati delle strade non si rende conto di stare camminando su argini costruiti ad ostacolo delle acque dilavanti. Sono argini che a volte non trovano ragione della loro tortuosità nella pianura circostante, se non si pensa che sono il frutto del lavoro umano per strappare la terra alla palude. A volte gli argini sono alti sulla campagna, atti a disciplinare le rotte dei numerosissimi corsi d’acqua che oggi, come ieri, tagliano il territorio in mille rivoli.

    Il paesaggio

    Il paesaggio agrario del Polesine conserva il ricordo di questa scrittura nella toponomastica e nella geomorfologia. Vogliamo ricordare in particolare quelle pozze d’acqua, a volte veri e propri laghi, che la voce popolare chiama i Gorghi, ai quali, di quando in quando sono dedicati gli onori della cronaca. Il Polesine è tutt’ora un territorio ricco di questi laghetti naturali; la loro frequenza si ha di solito a ridosso degli antichi corsi d’acqua, o dove la falda freatica è così superficiale da permettere la loro alimentazione e il loro affioramento. Gli storici ricordano con il nome di Po di Adria il grande dosso pluviale che da Castelmassa raggiungeva Adria e che fu attivo fin dall’età del Bronzo, poi progressivamente cancellato. Lungo questo dosso si incontrano – o si incontravano, giacché molti sono scomparsi – alcuni di questi laghetti a volte a forma di catino, a volte a forma allungata.

    Il mito

    Secondo le storie tramandate, tutti i gorghi occupano lo spazio dove un tempo si trovavano degli antichi borghi che furono sprofondati per una punizione divina, con la pieve ed il campanile compresi, perché gli uomini erano divenuti ingiusti. In particolari occasioni, si dice, dal loro profondo si sente risalire alla superficie un lugubre suono di campane ad annunciare quasi sempre l’evento di cataclismi e di disgrazie. Sicuramente si affermava il pericolo di morte per chi ne avesse sentito il suono. Per questa ragione, nel tempo dell’innocenza e della fantasia, erano considerati luoghi quasi sacri da frequentare poco e con riNel tempo dell’innocenza e della fantasia, questi laghetti erano considerati luoghi quasi sacri, da frequentare con timore e rispetto religioso spetto religioso o non frequentare affatto, e chi era costretto a passare nei pressi, non era raro che si guardasse attorno con sospetto o si facesse il segno della croce contro le apparizioni improvvise di qualcuno o di qualcosa che poteva risalire dal loro profondo. Il poeta rodigino Gino Piva, in una sua composizione, intitolata appunto ‘El gorgo’, se ne fa interprete: Campane, vespro e fior d’amaranto se nega in gorgo quando more el sole e morti se fa vedar, non l’è fole, che gà trovà nel gorgo un camposanto.

    I gorghi scomparsi

    Proprio per come il territorio del Polesine si è venuto a formare, per l’insabbiamento naturale della palude, le bonifiche, le canalizzazioni, questi specchi d’acqua erano un tempo numerosissimi, tanto che il Bocchi stesso ebbe a dire che ‘dinanzi alla cui quantità la più volonterosa pazienza è costretta a darsi vinta, e rassegnarsi a confessare che non può trovarsi, tranne di pochi, la posizione vera e la corrispondente degli antichi coi nomi dell’età di mezzo e li moderni’. Tra i gorghi scomparsi il Bocchi ricorda un “Gorgo de Preti” che si trovava al Bosco dei Preti presso l’omonima chiavica nel territorio di Adria, il quale propter inundationem aquarum pluvialium discurrentium fu interrato nel 1498 a spese della comunità di Rovigo, perché ad ogni piena dei fiumi arrischiava di inondare e rendere insicura la città. Ricordiamo con il Lorenzi, che ne parla in un opuscolo del 1905, il “Gorgo della Spianata”, alle porte di Rovigo (di cui si è persa la memoria, ma era ancora misurabile di Rizzato Luciano

    Lusia (Rovigo) – Località Bornio Via Bertolda, 27 – tel. 0425 669890 e-mail: info@trattoriaalponte.it nel 1904). Poi i “Gorghi di Santa Libera”, che aprivano il loro specchio d’acqua sotto l’argine sinistro del Canalbianco che corre placido lì nei pressi al Passo di Pontecchio. Tutti questi interrati qualche decennio fa per dare spazio all’interporto di Rovigo. A Ceregnano ricordiamo quello in località Grumolo, collocato proprio sotto il paleo alveo della Filistina (anch’esso interrato di recente). Mitico è il “Gorgo della Goresina”, legato ad una tristissima storia d’amore e di morte che vogliamo qui ricordare. Nella Goresina, vicino a Curicchi, un signorotto del luogo voleva sposare la figlia a un altro signorotto molto più vecchio di lei. Al momento di pronunciare il fatidico sì, la fanciulla si ribellò e disse: “Che la terra mi possa inghiottire con tutti piuttosto che prendere quest’uomo come sposo”. A queste parole seguì un vero terremoto. La terra sprofondò trascinando con sé la chiesa, il campanile e tutti quelli che vi stavano dentro. Sul luogo prese vita un gorgo profondo. Unico segno della presenza della chiesa erano dei ribollimenti d’aria, che nel dialetto si dicono bovoli, che di tanto in tanto risalivano in superficie. Anche qui ogni tanto, in particolare nella notte di Natale, si udivano rintocchi di campane risalire dal profondo.

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    Anche per lo scomparso “Gorgo di Corcrevà”, località alle porte di Adria, si fa riferimento ad una vicenda di amore e di morte. La bella puta, come ricorda la leggenda, preferì morire annegata nel gorgo piuttosto che accettare le nozze forzate. Rimase là, la bella puta e il racconto popolare vuole che ogni tanto si veda vagare sul luogo l’ombra inquietante di una giovane vestita di bianco che si aggira e che piange e piange con un rumore simile al sibilo del vento. Il mitico “Gorgo della Gottola” invece è legato ad una storia di imbrogli e di truffa. Si raccontava nei filò la storia del comportamento truffaldino di alcuni contadini che ingannarono il loro padrone nella spartizione del grano appena prodotto. Durante la spartizione, alla presenza del loro padrone reso incapace di controllare la regolarità dell’operazione in quanto cieco, i contadini pensarono bene di fargli toccare lo staio destinato a lui, pieno di grano, dalla parte del fondo dove stava poco prodotto, mentre quello destinato alla loro parte era contenuto dallo staio drizzato e strapieno. Cosicché alla fine il mucchio per loro era stragrande e quello del padrone quasi un’inezia. Durante la spartizione, però, il padrone cieco, ogni volta che toccava lo staio destinato a lui, mormorava: “Dio vedrà per me, Dio vedrà per me”. Fu così che, di fronte a questa truffa e a questa grande ingiustizia, Dio volle punire i truffatori, sprofondando nelle viscere della terra il luogo stesso della truffa e tutto il villaggio vicino. La voragine si riempì di acque e formò, appunto, il mitico gorgo della Gottola da cui ogni tanto risalgono alla superficie lamenti ed imprecazioni. Nei tempi antichi, dove oggi restano tracce o memorie di queste pozze d’acqua, secondo le narrazioni popolari, stavano dei villaggi molto floridi e molto abitati. La punizione di Dio onnipotente venne implacabile. Questi villaggi dimentichi della moralità, per una ragione o per l’altra divennero ingiusti verso Dio e verso gli uomini. Furono perciò sprofondati nelle viscere della terra ed al loro posto si formò un lago di acqua verdognola. Ecco il significato del racconto che riguarda il ricco e buon signore della Gottola ingannato dai servi ed ecco ancora lo stesso significato della bella puta di Corcrevà e della Goresina. E’ più o meno quello che accadde al “Gorgo di Castelguglielmo” che si trovava in prossimità della piazza e in luoghi limitrofi. Secondo la testimonianza che ne fa il Mazzucchi si dice che esistesse in quel luogo una pieve con il campanile e le case che, a causa di un cataclisma naturale, mandato per punizione dal Padreterno, furono sprofondate. Dove stava il villaggio, proprio sul luogo esatto, si formò, secondo la tradizione, un gorgo con acque profondissime. Qualcuno dice un lago senza fondo, che ricoprì tutto. Il curioso è che per quanto catastrofico e rovinoso, il cataclisma ebbe a risparmiare la chiesa e il campanile, con tutte le campane, che pur sommersi rimasero ritti ed intatti. Ciò che rese irrequieta la gente che venne dopo ad abitare quel luogo fu che a ogni ritorno del Natale, dal profondo del gorgo saliva ogni volta a turbare le coscienze e a ricordare la punizione di Dio, un cupo suono prolungato di campane che sembravano stormire a festa. Come si può verificare le vicende legate ai gorghi sono analoghe. Sempre c’è di mezzo un’ingiustizia seguita dall’immancabile punizione biblica; e sempre la rivelazione avviene in concomitanza di particolari ricorrenze dell’anno liturgico, come il Natale e o la celebrazione della festa dei morti. Abbiamo finora preso in considerazione i gorghi per lo più scomparsi, dei quali esistono tuttora delle memorie scritte o orali. Nel prossimo numero parleremo dei gorghi ancora attivi che si estendono da Sariano a Trecenta.

  • Burci e Velieri

    Burci e Velieri

    Due tipi di navigazione hanno caratterizzato il passato del territorio di Porto Viro, comune oggi unico ma un tempo caratterizzato dalle due comunità di Contarina e Donada. distinte seppur vicine. Si svolgevano in ambienti diversi, l’una nei fiumi e l’altra nel mare. Perché le metto insieme pur essendo diverse? Semplicemente perché la mia famiglia, sia da parte di madre che di padre, da generazioni ha navigato, lavorato, vissuto, sudato, sofferto, amato su questi mezzi di trasporto. Un mestiere tramandato di generazione in generazione che ora fa parte del passato, ma che è giusto non dimenticare.

    Burci e Barcari

    Parliamo di navigazione fluviale interna. A Contarina, come in altri paesi rivieraschi del Basso Polesine (Donada, Ariano nel Polesine, Taglio di Po, Corbola, Loreo , Adria ed altri), buona parte della popolazione viveva con il trasporto di merci, trasporto che, all’interno del territorio, si svolgeva lungo il Po e i canali ad esso collegati. I barcari di fiume del Basso Polesine percorrevano i fiumi e i canali, dalle foci del Po a Mantova, a Padova, Treviso, Venezia e viceversa. Un’attività oggi scomparsa, ma che ha visto momenti veramente prosperi. Un tempo, quando le strade non erano così percorribili come lo sono ora, i trasporti, dove era possibile, si effettuavano per quelle che vengono definite “vie d’acqua”. Fra il 1500 e il 1600 il traffico fluviale aumentò a dismisura. Occorreva di tutto e c’era la possibilità di recuperare, in loco e non, quanto potesse servire: legname, tessuti, carta, alimenti, mattoni, ghiaia ed altro. Nel corso del XVII secolo ed oltre, i paesi del Basso Polesine, lungo il Po, si prestavano meglio all’approdo delle imbarcazioni: fare il barcaro divenne la prima attività per buona parte della popolazione e diede a questi paesi un’economia alternativa all’agricoltura. Per i trasporti fluviali erano utilizzate imbarcazioni dette “burci”: erano barconi costruiti in legno duro per resistere all’umidità, in parte in legno morbido per reggere agli urti; erano a fondo piatto e a pieno carico pescavano circa due metri. Dove c’erano i fiumi si potevano vedere barche di ogni tipo e dimensioni scendere o risalire il corso d’acqua. Il lavoro dei barcari era duro, talvolta massacrante, ma fra loro si instauravano legami forti di stima, amicizia, solidarietà; era come se ognuno di loro fosse parte di una stessa famiglia. La navigazione era anche suggestiva, una strada acquatica fiancheggiata da frondose piante, canneti, ville, borghi; caratterizzata da guQuando a Contarina e Donada c’erano i barcari e i marineri. Storie dimenticate di Navigazione fluviale e Navigazione marittima stose osterie ed allietata dal volo radente di tanti uccelli. Vivendo gli uomini molto tempo in barca, lontani dalla famiglia, la donna, in casa, acquisiva pieni poteri. Tutto questo durò fino a che, con la seconda Guerra Mondiale, per spingere i burci che fino ad allora navigavano a vela, si cominciarono ad usare motori di seconda mano, recuperati dai mezzi militari Alleati, che numerosi si trovavano nelle autodemolizioni. Ma questo non bastò a salvare il trasporto fluviale: dopo qualche decennio (anni 1970 ca.) fu completamente sostituito dal più veloce trasporto sui camion, favorito anche dalla nascita delle autostrade. Negli anni ’70 la crisi del trasporto fluviale fu un grosso colpo per i vecchi armatori e per i barcari, tant’è che preferirono affondare i loro burci nel fiume, come gesto di protesta contro i camion che toglievano loro il lavoro. La zona antistante l’ex fabbrica Chiari e Forti a Silea (TV) sul Sile è una singolare vetrina dei resti della protesta rimasta nella memoria collettiva. Finì così l’antico e duro mestiere del barcaro, un’altra delle nostre tradizioni che non c’è più. I barcari erano e rimangono i depositari di un passato laborioso, testimoni di storia d’arte e tradizioni. Per i barcari del Polesine, di Padova e Treviso, uno dei luoghi più importanti di carico e scarico era alla Giudecca (VE). Alla Giudecca il maestoso Mulino Stucki è lì a ricordare i barcari, le loro merci e un grande imprenditore da cui il mulino ha preso il nome: Giovanni Stucki. Un imprenditore dinamico, innovativo, che si insedia nel 1884 alla Giudecca, proveniente da Treviso, e, con un macchinario estremamente avanzato per l’epoca, comincia a produrre 2500 quintali di farina al giorno. Più tardi, nel 1897, il moderno opificio sforna farine, crusche, semole. La produzione continuò fino a che i camion sostituirono i burci. A Battaglia Terme (PD) a ricordare questo mestiere c’è un importante Museo dedicato alla Navigazione Fluviale, grazie a Riccardo Cappellozza, “l’ultimo dei barcari”, ideatore e fondatore, che con grande passione, entusiasmo e duro lavoro ha dato vita a questo museo ricchissimo di reperti, fotografie, planimetrie, visitato da scolaresche, da turisti nazionali e internazionali. A Casier (TV) sul Sile, sono rimasti i vecchi burci ed anche il grande stabilimento “Chiari e Forti”, famoso per l’olio (l’olio Topazio, l’olio Cuore) prodotto con le sementi trasportate con i burci. Infine allo scrittore Camillo Pavan, noi figli di barcari, memori di quel tempo, dobbiamo riconoscenza, perché nei suoi libri ha raccolto le testimonianze di tanti barcari ed è fonte preziosa per documentare quel mondo scomparso e quindi la storia di tante famiglie come la mia. Non possiamo né dobbiamo dimenticare che, durante l’alluvione del Polesine del 1951, i barcari con le loro barche e la loro esperienza, salvarono moltissime persone prodigandosi giorno e notte senza sosta. La fine della navigazione commerciale lungo le vie d’acqua venete ha portato con sé la scomparsa di alcune specifiche figure professionali come il barcaro, il cavallante, il Maestro d’ascia, il facchino scariolante, l’addetto alle manovre delle conche, e, sulle rive dei fiumi, le lavandaie, i pescatori, i badilanti e sabbionanti impegnati negli allora tollerabili prelievi di inerti dai fondali dei fiumi. L’abbandono delle vie fluviali, la mancata manutenzione e il non controllo di fiumi e canali ha causato inondazioni, esondazioni, morte e distruzione del territorio.

    Velieri e marineri

    Mentre a Contarina prevaleva il trasporto via fiume, quindi erano armatori fluviali (barcari), a Donada erano in maggioranza marineri (barcari di mare) che navigavano a bordo di grossi barconi (velieri). I simboli delle due navigazioni per fiume e per mare li troviamo negli stemmi dei due paesi. Inoltre è sicuramente sintomatico l’aver avuto a Contarina un sindaco “barcaro” (1946) Guido Pregnolato, e, a Donada un Ammiraglio (1928) Luigi Arcangeli.

    Le imbarcazioni marine partivano da Ponte Fornaci (Donada) dove c’era la Dogana. Percorrevano il breve tratto del Po di Levante ed affrontavano il mar Adriatico, quindi Trieste, la penisola d’Istria e la costa Dalmata. Per la navigazione fluviale sono state raccolte moltissime testimonianze soprattutto in provincia di Treviso e di Padova, oltre al Museo di Battaglia Terme (PD), quindi ho potuto approfondire l’argomento. Per quanto riguarda la navigazione marittima locale non esiste nulla di cui io sia a conoscenza. Allora mi sono decisa ad andare a trovare un mio cugino, Aldo Tumiati, ultimo discendente di una grande famiglia di marineri di Contarina e Donada, che ha navigato sulle barche da mare. Davanti alla sua casa c’è un bel giardino e in mezzo spicca una vecchia àncora. Aldo mi racconta la storia “è un reperto ormai storico di uno dei sette velieri della loro proprietà. Quest’àncora era affondata con le barche. Quando hanno demolito il vecchio ponte di Fornaci di Donada, prima di costruire il nuovo ponte hanno scandagliato e pulito il fondo del Po di Levante, dov’erano affondate le vecchie barche ormai inutilizzate e abbandonate. Hanno tirato su i resti di quelle barche”, così Aldo ha recuperato l’àncora, testimone di tante generazioni che hanno lavorato andando per mare. Un lavoro faticoso, duro ma gratificante. Anche per la navigazione marittima, come per quella fluviale, i natanti erano alla mercé dei capricci del vento che soffiava sulle grosse vele per farli avanzare. I barconi da mare della mia famiglia – mi continua Tumiatti – erano adibiti, per lo più, al trasporto di legname, la cosiddetta legna d’Istria che era importante perché, usata per ardere, ed il fuoco durava molto. Importavano anche il carbone “coke” che era ancora più prezioso. Mio nonno li vendeva all’ingrosso e anche al minuto. Il discorso si allarga ai combustibili per il riscaldamento. C’era chi vendeva la legna dolce,

    – ricorda Aldo – che durava molto meno, i cui pezzi incandescenti si potevano mettere dentro il ferro da stiro di allora, per stirare i panni. C’era il carbone detto carbonella. Altro combustibile molto usato durante la guerra e nel primo dopoguerra era la torba derivante dalla vegetazione palustre sepolta da secoli sotto strati di argilla e sabbia. La zona migliore dove trovarla era nella campagna di Loreo (RO), essendo il terreno più basso. Se si percorre la provinciale per Rovigo si notano facilmente i terreni torbosi, sono più scuri. Mi ricordo che la torba era venduta in pezzi simili a mattoni, che venivano asciugati al sole prima di metterli sul fuoco. C’era chi non poteva permettersi né legna né carbone, si arrangiava come poteva, raccogliendo i resti dal taglio degli alberi o altro. Tutto era utile, non esisteva il verbo consumare inteso come sperpero, oggi quasi un comandamento di cui stiamo pagando le conseguenze. Torniamo a parlare di barche. Aldo mi mostra un modellino, costruito da lui, che riproduce fedelmente e nei minimi particolari com’erano le sue barche, chiamate “velieri” perché usavano le vele, più tardi con l’uso dei motori “motovelieri” (M/V), li pilotava il Comandante registrato sui documenti Paron Marittimo. I nostri nonni erano al comando di navi da traffico costiero. A Ponte Fornaci (località Donada), avveniva l’imbarco e lo sbarco dei marineri, c’era la Dogana e l’Ufficio Spedizioni. Quando i marineri vedevano da lontano l’alto e maestoso campanile di Donada erano emozioni di gioia perché era “casa” dopo tanti giorni di lontananza, stavano fuori quindici giorni almeno. Le donne li aspettavano a casa e si assumevano la responsabilità del buon andamento della famiglia. Aldo si assenta per qualche minuto e torna con in mano alcuni documenti appartenuti a suo padre: il Libretto di Lavoro, il Regolamento Marittimo, il Codice della Navigazione, insieme alle foto di due piroscafi sui quali ha navigato in tanti scali oceanici. In quei documenti c’è tutto il prestigio e l’onore della gente di mare, di grande valore storico, umano, affettivo. C’è tutta la storia documentata della navigazione marittima dai tempi lontani ai nostri giorni. Con la storia di Aldo il passato e il presente si intersecano. Infatti a quindici anni si imbarca sul motoveliero (M/V) “Fidel Party” comandato dal Paron marittimo Oreste Tumiati, suo padre, addetto alla Navigazione Libera Giuliana. Svolgerà il suo periodo di leva nella Marina Militare. Nel 1960 gli viene concesso il Nulla Osta per imbarco su navi estere e nazionali dirette all’estero: Nord America, Africa, scali oceanici. Alla fine degli anni ’60 si imbarcherà sulla Motonave (M/C) Cisterna 3 come 1° Ufficiale Comandante. E’ il libretto del lavoro di Aldo, ma è la fotocopia di chi, come lui, ha svolto il compito della gente di mare, dalla scomparsa del Paron Marittimo, alla navigazione odierna su grosse navi cisterne addette al trasporto di prodotti chimici ed altro. I nostri vecchi non ci sono più, ma l’amore per il mare è stato tramandato alle giovani generazioni. Molti hanno studiato all’Accademia Navale, hanno continuato a lavorare sul mare, chi nella Marina Militare, chi nella Marina Mercantile o sulle grandi Navi Passeggeri. Quindi il mare è rimasto nel loro DNA. Anche i “barcari di mare” come i “barcari di fiume” hanno cessato di navigare dopo gli anni ’60-’70 quando i camion, quindi il trasporto su strada, hanno avuto il sopravvento. I “paroni marittimi” hanno abbandonato le loro navi da traffico costiero nel Po di Levante a Ponte Fornaci e col tempo sono affondate. Nel 1950 con l’apertura dei pozzi di metano, diminuì anche il consumo di legna e carbone. In ogni caso il mestiere dei barcari e dei marineri finì.

    L’ultima barca

    Mio nonno “paron” Sante Tumiati, dopo aver smesso di navigare (1950-1960) andava a Ponte Fornaci due volte al giorno, mattina e sera, a bagnare la sua barca, la sola rimasta dopo che le altre erano state affondate. La sua barca, che era ancorata lì sulla riva, solo attraverso queste cure si poteva conservare. Lui lo ha fatto fin oltre gli ottant’anni, perché non poteva abbandonarla, era parte integrante della sua vita e della storia della sua famiglia, e se la coccolava ogni giorno “annaffiandola” come fosse un essere vivente. Si portava la bilancia e pescava dalla barca o dal ponte, così poteva vederla e starle vicino. Povero nonno, chissà quanto avrà sofferto, ma non l’ho mai sentito lamentarsi. Secondo me accettava quella situazione, creatasi dall’evolversi dei tempi, come un fatto ineluttabile, come la vecchiaia. Il filo conduttore che teneva legate le due cose: barca e vecchiaia era la pesca. Andava alle sei del mattino, tempo permettendo, tornava dopo tre-quattro ore col pesce fresco, che mamma puliva subito. All’ora di pranzo, cotto a puntino, assieme alle verdure dell’orto appena colte, portato in tavola, il buon profumo riempiva la cucina, ed era festa di gusto, piacere goloso che mi è rimasto e non ho più ritrovato. Quell’ultima barca, tanto amata dal nonno, diventò una “star” del nostro cinema del dopoguerra. Infatti venne usata nel film “La donna del fiume” (1955) con Sofia Loren e Rick Battaglia. La storia si svolgeva nelle valli di Comacchio e l’imbarcazione del nonno era giusta, adatta, ma mancava il… gabinetto che fu prontamente sistemato, (evidentemente ai marineri di prima non serviva!). A pilotarla fu suo figlio (zio Nane) essendo Capitano marittimo anche lui, e le nipoti Natalina e Carla (mie cugine), che erano giovani e carine, 18 e 20 anni, fecero le comparse in diverse scene del film insieme ad altri giovani del luogo. Carla mi raccontava che era affascinata da Sofia Loren che allora aveva solo 19 anni, ma sia nelle scene che nel rapporto con gli attori e col personale tutto, era sicura, disinvolta, bravissima e bellissima, ma loro ragazze, erano tutte innamorate del bellissimo Rick!

    FONTI BIBLIOGRAFICHE – Comune di Battaglia Terme (PD), Navigare nel tempo del fiume, a cura di Civiltà d’Acqua, Centro Internazionale – AAVV, Canali e burci, Quaderni del Centro sociale e culturale “C. Marchesi, Battaglia Terme (PD) – Mirella Pregnolato, Quando Porto Viro era la mia Contarina, Ed. Venilia. Mirella Pregnolato è nata il 18/11/1933 a Porto Viro dove tuttora vive. E’ stata insegnante elementare per trentacinque anni nelle scuole di Contarina e dintorni. Ha partecipato attivamente alle attività degli organismi scolastici collegiali e del sindacato scuola CGIL. Fin da giovanissima è stata attiva nel PSI (Partito Socialista Italiano); prima donna di Contarina a svolgere il ruolo di presidente di seggio elettorale e di giudice conciliatore. Ha contribuito agli esordi della biblioteca comunale, alla nascita dell’Università Popolare, dell’Auser e dell’Attività motoria per i pensionati.

  • Il Polesine e la Grande Guerra

    Il Polesine e la Grande Guerra

    Anche Rovigo diede il suo contributo alla Grande Guerra, a cominciare ovviamente dalla chiamata alle armi.

    La Brigata “Rovigo”

    Nello scenario delle operazioni militari va ricordata la Brigata “Rovigo”, impegnata col 227° e 228° Fanteria nel 1916 su diversi fronti: dall’altopiano di Asiago al Carso. Ne rimane a ricordo una celebre cartolina dell’illustratore caporal maggiore Tito Pisani, di stanza nel 1917 in zona di guerra, scelta ad immagine simbolo dal Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo” – che dal 2014 si occupa delle rievocazioni del Centenario sul territorio polesano – e di recente comparsa nella locandina dell’interessante esposizione all’Archivio di Stato “Collezionare la Grande Guerra”, un’originale ricostruzione storica attraverso le immagini tramandate da riviste, opuscoli, manifesti e cartoline d’epoca raccolte da appassionati collezionisti.

    Il Polesine prima retrovia

    Ma l’azione del nostro territorio durante il Primo Conflitto Mondiale è stata ancora più significativa nell’offrire ricovero, cure e conforto ai feriti e malati per cause di guerra. Un’altra testimonianza è offerta dal Sacrario Militare cittadino (il primo istituito sul territorio nazionale), che raccoglie le spoglie di 589 soldati italiani deceduti tra il 1915 e 1920, i più negli ospedali militari allestiti per l’occasione nella città capoluogo ed in tutta la provincia, oltre ai resti di 215 austro-ungarici, questi ultimi prevalentemente prigionieri, morti nel trasferimento dal campo di Ferrara al campo di Conselve (Padova). Illuminanti gli interventi tenuti al Convegno “1915. Il primo anno della Guerra infinita”, organizzato dal Comitato Scientifico “Nino Bedendo”, presso il Liceo Scientifico di Rovigo e il comune di Polesella il 14-15 novembre 2015, in occasione delle celebrazioni per il Centenario della Grande Guerra 1 . Pur non essendo direttamente impegnato in azioni di guerra, data la sua posizione strategicamente lontana dal fronte, il Polesine assunse un ruolo di prima retrovia dopo la rotta di Caporetto (24 ottobre 1917), al punto da essere dichiarato “zona di guerra”. Oltre ad alcuni resti di sistemi difensivi – riemersi di recente per esempio a Porto Tolle (località Scardovari), inglobati nella linea di fortificazioni lungo la costa adriatica settentrionale – le principali testimonianze locali riguardano le strutture ospedaliere di supporto alle truppe impegnate sul fronte. Feriti ed ammalati arrivavano nel nostro territorio su convogli ferroviari o per trasporto fluviale dal Delta del Po all’interno, finché la Marina non sospese quest’ultima via. È documentata anche l’esistenza di campi di concentramento per prigionieri di guerra, prima a Rovigo, in località Cantonazzo e poi con una struttura più grande a Loreo, sotto la guida dell’ufficiale Enrico Torrazzi.

    Gli Ospedali militari a Rovigo e provincia

    Ma la presenza più significativa nella nostra provincia fu appunto quella ospedaliera con ben 71 edifici adibiti ad Ospedali da Campo (da 200 e 100 posti letto), Ospedaletti da Campo (da 50 posti letto) e gli Ospedali Militari Principali, di Tappa, di Riserva, della Croce Rossa Italiana, disseminati nell’intera Provincia (7 nella sola Rovigo), a partire dal dicembre 1917. Gli ospedali in città erano ubicati in palazzi e scuole concessi o requisiti durante il periodo bellico 2 . Primo in Italia a mettere a disposizione le proprietà della Curia Vescovile fu il vescovo Anselmo Rizzi, che cedette il Collegio “Angelo Custode”, primo edificio cittadino utilizzato dalla Croce Rossa Italiana (disponeva di ben 300 posti letto), il Seminario Vescovile (oggi Archivio di Stato), anch’esso affidato alla CRI e il Collegio “Sacro Cuore”, che ospitò i contagiati dall’influenza “Spagnola”. Un altro ospedale militare fu allestito nelle Scuole Normali (Magistrali) dell’Istituto “C. Roccati”, che ancora oggi nell’atrio conserva un monumento in memoria degli ex studenti morti nel conflitto. In esso fu ricoverato per un breve periodo anche il futuro presidente della Repubblica Antonio Segni. Altre strutture ospedaliere militari furono locate nella Caserma Silvestri e nel Collegio Ghedini, sempre in via Silvestri. Nell’Ospedale Psichiatrico a Granzette furono poi allestiti la Caserma e l’Ospedale da Campo 204, che accoglieva soprattutto militari congedati per problemi mentali riportati in combattimento, come lo shock da bombardamento (shell shock), nevrosi varie e turbe psichiche. Altri punti nevralgici della provincia furono Polesella, con ben cinque ospedali compreso il lazzeretto (non a caso, data la sua posizione strategica fra la via ferroviaria e quella del Grande Fiume a confine tra le due province di Ferrara e Rovigo) e San Martino di Venezze (località Beverare), dove c’era un ospedale per malattie infettive contratte nella promiscuità della vita militare (colera, tifo petecchiale, pedicolosi, dissenteria, febbre da trincea, nevralgie acute, infezioni delle vie respiratorie e broncopolmonite, infezioni da cadaveri).

    Il Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo”

    La genesi del Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo” – Centro Studi Grande Guerra e Conflitti Contemporanei – Rovigo” risale al novembre 2004, quando alcuni appassionati della storia della “Grande Guerra” – il Dott. Alberto Burato (Medico Chirurgo), il Dr. Nicola Persegati (Cancelliere di Tribunale), il Dr. Raffaele Peretto (già Direttore Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e presidente del C.P.S.S.A.E. di Rovigo), il Prof. Leonardo Raito (Docente Storia Contemporanea Università di Padova) -, promossero a Guarda Veneta un Convegno storico dedicato alla 1a Guerra Mondiale nel 90° anniversario del suo inizio (28 luglio1914), in cui furono presentati per la prima volta i risultati di loro appassionate e decennali ricerche. Nacque quindi negli stessi l’esigenza di continuare gli approfondimenti per ogni singolo anno di guerra, che vennero esposti in quattro convegni, tra il 2005 e il 2008, presso il Museo dei Grandi Fiumi. Per la prima volta vennero esposte originali ed innovative relazioni dal punto di vista della ricerca storica, da cui emergeva un ruolo non marginale del Polesine nel contesto della “Grande Guerra”. Dall’incontro nel 2013 con il presidente della sezione U.N.U.C.I. rodigina, il maggiore Bonfiglio cav. Giuseppe, animato dalle stesse passioni storiche, anche in vista dell’ormai imminente Centenario della I Guerra Mondiale, nacquero il Centro Studi sulla Grande Guerra e Conflitti Contemporanei e conseguentemente, nel maggio 2013, il Comitato Scientifico “Sebastiano Nino Bedendo”. Il battesimo ufficiale avvenne il 16 novembre 2013, nella Sala Flumina del Museo dei Grandi Fiumi, con un Convegno sulle “Guerre di Libia”; ma il primo ampio progetto del Comitato si è concretizzato in occasione del 100° anniversario dell’inizio della “Grande Guerra” con l’intento di “fare nel Polesine – come si legge nel suo atto costitutivo – un Centro Culturale di storia militare … attraverso una serie di Convegni, almeno uno per ogni anno di guerra”. Da allora il Comitato ha già messo in cantiere due Convegni Storici: uno nel 2014, dedicato agli “Antefatti della 1a Guerra Mondiale” e quello del novembre 2015 relativamente al “Primo anno di Guerra”, oltre ad una serie di lezioni formative per studenti di istituti scolastici ed enti di formazione di Rovigo e provincia. (R.B.)

    Il commiato funebre a Renato Charlet eroe irredento triestino

    Tra i soldati feriti per cause di guerra Rovigo ebbe anche il suo defunto illustre, la cui morte fece molto parlare oltre l’ambito cittadino. Ancora oggi è conservata negli archivi della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea di Roma una cartolina che riporta l’immagine del sontuoso corteo funebre del feretro di Renato Charlet, eroe irredento triestino, mentre attraversa circondato dalla folla il ponte sull’Adige.

    La guerra e i progressi della medicina

    In una situazione così angosciante causata dalla guerra, va segnalato, d’altro canto, il forte impulso registrato dalla ricerca medica, costretta a trovare rimedi all’intensificarsi di problematiche dovute, per esempio, alle ferite da armi da fuoco, schegge di granata o di sassi e amputazioni oppure a situazioni nuove, causate dal primo impiego di

    Nato il 2 agosto 1896, impiegato, si era arruolato volontario il 24 maggio 1915 nel 6° Reggimento Bersaglieri a Bologna, raggiungendo dopo breve tempo il fronte, dove si distinse in varie azioni e fu anche ferito. Nominato sottotenente, fu assegnato al 20° Reggimento Fanteria, guadagnandosi nel giugno 1916 una Medaglia di bronzo. Gravemente ferito il 6 agosto 1916 sul San Michele, alla Trincea delle Frasche, fu ricoverato all’Ospedale Scuole Normali di Rovigo, dove si spense a soli vent’anni il 24 settembre 1916, come riporta il registro dello Stato Civile all’atto n. 171; poi decorato postumo con la medaglia d’argento al valor militare.

    armi chimiche o lanciafiamme ed ancora ricerche batteriologiche, lesioni da congelamento e disturbi neurologici. Furono scoperti e adottati per la prima volta proprio in questo periodo sulfamidici, chemioterapici derivanti dalla mostarda azotata, vaccini; si approfondì lo studio delle malattie cardiopolmonari o delle ferite da ustioni e furono raggiunti risultati avanzati di chirurgia estetica e protesi per ovviare alle fratture ed amputazioni.

    “Collezionare la Grande Guerra”

    Un’insolita mostra ha attirato l’attenzione dei visitatori tra il dicembre 2015 e i primi mesi del nuovo anno per gli inusueti documenti presentati ed il taglio innovativo. Curata per l’Archivio di Stato – nel quale è stata esposta – dal suo direttore Luigi Contegiacomo con il rodigino Fabio Fogagnolo e l’adriese Alessandro Ceccotto, generosi collezionisti polesani che hanno fornito il materiale, essa infatti ha presentato un’inedita rassegna documentaria di cartoline e bolli chiudilettera, quotidiani e riviste illustrati, opuscoli e manifesti dell’epoca. Documenti di una storiografia ritenuta a torto minore, ed invece caratterizzata dalla doppia valenza, tanto artistica che testimoniale, su di un tema anche questo poco percorso, a volte perché ritenuto troppo sfruttato: la propaganda, fra i noti temi retorici (patria, audacia e spirito di sacrificio, orgoglio, eroismo, potenza militare, ma anche solidarietà, famiglia, pathos) e la rivelazione tra le righe di scomode verità. Tra le tante novità del Primo Conflitto – chiamato erroneamente “Mondiale” o con enfasi “Grande” -, vi fu anche, come mai prima, la sfida sul terreno della propaganda cartacea, una sorta di guerra nella guerra, con cui le potenze nemiche si combatterono contrapponendo su di un fronte ideale stuoli di artisti ed illustratori, poeti, intellettuali, sociologi, fotografi e cineasti, chiamati a produrre messaggi a scopi propagandistici neanche tanto subliminali, anzi enfatici e demagogici tutto ciò dimenticando troppo spesso che i due fronti appartenevano alla stessa terra contesa tra i quasi “fratelli” austriaci e italiani, contrapposti per una irrisolta questione irredenta. E come in guerra non si risparmiarono colpi, così dai propagandisti non furono lesinati i toni violenti e satirici, le accuse e ridicolizzazioni reciproche, senza trascurare di coinvolgere perfino i bambini, tra l’apologia della “guerra giusta” e la coscienza delle sue atrocità, che pure ne emerge di riflesso. Questa la lezione trasmessa dai 21 pannelli espositivi, in cui la bellezza delle immagini contrastava con la dolorosa realtà che le aveva ispirate, monito più che mai attuale. (R.B.)

    Alla fine del 1916 iniziò l’emotrasfusione, ovvero l’impiego di sangue conservato negli ospedali di prima linea e la radiologia divenne normale prassi con il trasporto dell’apparecchio a dorso di mulo. Di particolare rilievo le periodiche riunioni medico-militari tra i punti sanitari di Rovigo e Ferrara, “due centri pulsanti di un’esperienza unica d’avanguardia a livello nazionale”, come li ha definiti il professor Raito.

    La CRI a Rovigo

    Un cenno particolare merita l’encomiabile opera della Croce Rossa Italiana. A Rovigo la presenza della CRI è attestata dal marzo 1886, ma la sua attività si intensificò in prossimità dello scoppio della Prima Guerra Mondiale con il reperimento di stabili idonei per la cura di feriti ed ammalati. Ad essa ed ai suoi angeli dalla divisa bianca (le crocerossine) furono dati in consegna gli ospedali militari allestiti negli Istituti rodigini della Curia Vescovile: il Seminario e i due collegi dell’”Angelo Custode” e del “Sacro Cuore”, di cui si è detto. Un omaggio al solerte operato e tributo pagato anche dalle crocerossine è dato idealmente attraverso la sepoltura di suor Giuseppina Vasoin, morta di febbre infettiva contratta nel suo esercizio di assistenza ai malati negli ospedali rodigini, i cui resti riposano accanto a quelli dei soldati nel Sacrario Militare. Il Polesine fu anche la prima Provincia che, per opera delle mogli e dei parenti dei soldati italiani catturati ed internati nei lager asburgici e tedeschi, istituì la prima lega per prigionieri italiani, per l’invio periodico di vestiario e di generi di prima necessità e un primo elenco di campi di prigionia dove inviare i pacchi. Inoltre spetta sempre a Rovigo il primato del primo Sacrario Militare, istituito sul territorio nazionale in base alla legge n. 877 del 12 giugno 1931, il quale purtroppo oggi versa nell’oblio ed in condizioni pietose, come la tomba del suo massimo eroe di guerra: il maggiore Sebastiano Bedendo [v. altro articolo a pag. 90 ].

    NOTE 1. In particolare l’appassionato di storia militare Giuseppe Rossato ha esposto i risultati di una sua ricerca sugli Ospedali militari e i reparti della Croce Rossa Italiana a Rovigo e Leonardo Raito, docente universitario di storia contemporanea, ha relazionato sulle conseguenze fisiche e psichiche provocate dall’esperienza da trincea e dai patimenti di guerra. Le due relazioni sono risultate fondamentali anche per la stesura del presente scritto. 2. Si ringrazia il collezionista Mario Andriotto per il materiale fotografico fornitoci.

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