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Archivi: Articoli d’archivio

  • Ricordi di un polesano, ora a Roma

    Ricordi di un polesano, ora a Roma

    Lo scritto di Roberto Marangoni sul centenario dello zuccherificio di Bottrighe (ahinoi! da anni non più attivo) pubblicato sul numero 50 del Ventaglio, mi ha fatto emergere vividi ricordi del passato, quando l’industria saccarifera bottrighese costituiva per noi giovani studenti un aiuto provvidenziale… grazie alla nostra tenacia da indigenza: la possibilità di un sicuro lavoro nel mese di agosto. La busta paga d’la campagna sacarifara ci serviva per acquistare i libri di testo, nonché le ambite scarpe con la suola acararmato, in luogo dei cuospi o calcagnoti con tomaie riciclate e suole di pioppo munite di rumorose borchie metalliche antilogoramento.

    L’alluvione

    Ho viva l’immagine dello zuccherificio di Bottrighe al tempo dell’alluvione del 1951, allorquando lo stabilimento emergeva da un oceano di acque giallognole e gran parte del Polesine era allagato e devastato da una valanga d’acqua: 250 milioni di metri cubi, usciti dal Po abbattendo spezzoni di argine e travolgendoli in un gorgo apocalittico. Nella sua corsa verso l’Adriatico l’imponente massa d’acqua causò la morte di 88 persone, di 50.000 animali e la distruzione di 5674 case, costringendo all’esodo 200.000 polesani su una popolazione di 300.000.

    Ricordo gli ululati dei cani, i muggiti stremati dei bovini alla deriva: erano un dardo cruento nell’animo che sottolineavano la tragicità dell’immane esondazione. Con barchette, i pescatori di Chioggia da nord e quelli di Goro da sud si affrettavano, con eroica intrepidezza, come taxi lagunari, da una casa all’altra della campagna, per portare sull’argine sinistro del Po e sul destro dell’Adige le persone rifugiatesi sugli alberi, al piano più alto oppure sul tetto delle case. Mentre elicotteri ed anfibi delle Forze Armate, dei Vigili del Fuoco e della Croce Rossa operavano nei centri abitati più grossi.

    Sugli argini erano sorti precari ricoveri ed attendamenti militari, ove gli alluvionati trascorsero i primi giorni, in attesa di essere trasferiti in diverse città d’Italia.

    Il mio paesello, Mazzorno Destro, situato sulla riva destra di Po Grande, non subì l’apocalittica onda alluvionale, però seguirono giorni grami unitamente agli alluvionati della maggior parte del Polesine invaso dalle acque.

    In quei giorni di tragedia, tutti eravamo disponibili ad aiutare, a collaborare, a dare e fare… ci volevamo bene: questo è un ricordo che mi ha sempre seguito.

    Da autocarri, provenienti dai Magazzini delle Sussistenze Esercito di Bologna-Casaralta, venivano distribuiti generi di conforto, vettovaglie, coperte, teli tenda e capi di vestiario usati.

    Assieme agli sfollati

    Anch’io fruii di quella provvidenziale distribuzione di beni: ebbi un paio di scarponcelli, un mantello a disegno gallese con copricapo spiovente. Sembravo quasi un baronetto! Ed anch’io – impossibilitato a frequentare le scuole di Adria completamente nella morsa delle acque limacciose della rotta del Po – seguii l’esodo degli alluvionati.

    Con una valigia e la cartella di fibra marrone gonfia di libri raggiunsi “la corriera blu dal lungo muso” inviata dal cardinale Schuster di Milano. Mia madre, notando che il torpedone pendeva da un lato, mi disse sottovoce, ma con un tono protettivo e fermo: “sentate da l’altra banda!”

    A Ferrara e a Bologna scesero i primi gruppi. In quattro scendemmo a Modena dove fummo ospitati nel Collegio Salesiano.

    Come, accoratamente, prima della partenza, aveva richiesto mia madre all’efficientissimo Accompagnatore milanese, fummo affidati a don Giuseppe Bardella, originario di Corbola. Il Sacerdote ci accolse calorosamente e ci rifocillò con una ricchissima merenda a base di pane, burro e stupefacenti formelle di marmellata di mele cotogne avvolte in carta pergamena: sembravano mattoncini!

    Durante i sei mesi trascorsi a Modena, don Giuseppe ci accompagnò a visitare l’Accademia Militare e ad assistere a cerimonie nel suo Cortile d’Onore caratterizzato da due sontuosi ordini di colonnato sovrapposti. Fui affascinato dalla maestosità del Palazzo Ducale, dalla elegante marzialità dei cadetti, dalle musiche e dall’ambiente così diverso da quello di Mazzorno con le sue casupole, avvolte da salici e pioppi, appollaiate per metà in golena e per metà sul pianoro degradante, dall’argine del Po, verso i campi di frumento, barbabietole, mais, angurie…

    L’Accademia e la carriera militare

    Il 1°/9/1955 entrai all’Accademia Militare di Modena. Quando informai il mio parroco don Domenico Chiozzoto che ero risultato vincitore del Concorso Nazionale e sarei entrato in Accademia, ci rimase male e disse che aveva già parlato al Vescovo per farmi frequentare gratuitamente il Seminario. Risposi che anche “fare il militare” significa lavorare per il prossimo. Don Domenico assentì.

    Per 46 anni ho lavorato nel “prescelto” ed amato Ruolo delle Sussistenze, inquadrato nel Corpo di Commissariato dell’Esercito. Il ricordo della devastante alluvione, della solidarietà incontrata e degli insegnamenti ricevuti, mi hanno sostenuto nella partecipazione o nell’organizzazione (dalla “Sala Operativa” dello Stato Maggiore) di impegnativi soccorsi a popolazioni colpite da calamità naturali o sociali: dal Vajont, al Belice… dal Libano, alla Somalia, all’Albania… ricordando sempre la solidarietà ricevuta dal santo salesiano Don Giuseppe Bardella.

    Sono stato per trent’anni titolare della Cattedra “Tecnica del Bilancio dello Stato – Gestione dei Magazzini e la loro Contabilità Giudiziale”, presso la Scuola di Commissariato di Maddaloni (Caserta). Negli anni 1985/95 ho concorso alla riforma del Corpo di Commissariato, fondato il 30 settembre 1873 dal polesano Generale Giacomo Sani di Castelmassa, poi Sindaco di Rovigo e Senatore del Regno. Un Corpo la cui finalità è “Prevedere e Provvedere” alle esigenze personali del soldato ed anche all’intervento ovunque annidi bisogno e necessità, in particolare il soccorso ai Popoli che stanno consolidando la loro Democrazia e laddove è richiesto il soldato italiano (generoso e gioviale).

    Ho agito con la consapevolezza di essere un “militare poco militarista”, con l’obiettivo di migliorare il funzionamento degli Organismi, come il risanamento del “Magazzino Principale di Vestiario e di Equipaggiamento” di Roma, puntando alla meccanizzazione delle operazioni di carico/scarico ed immagazzinamento dei materiali ed alla informatizzazione della loro gestione contabile.

    Ho perseguito l’istituzione della “Mensa Unica a selfservice”(per Ufficiali, Sottufficiali Graduati, Soldati, Funzionari, Impiegati ed Operai) ottenendo il miglioramento del vitto e una sensibile riduzione della spesa, mediante la decurtazione del numero dei pasti con il “Rapportino della Forza presente al Vitto” su tre “dati” delle presenze, per “colazione”, “pranzo” e “cena”, anziché un solo dato di “Forza presente”.

    Certamente ho ricevuto tanti aiuti dal Cielo nelle diversificate situazioni critiche come quella di nuovo Direttore di Organismi “sotto inchiesta”, bisognosi di risanamento e riorganizzazione dell’assetto funzionale e di sistematiche contabili “ragionieristicamente” più efficaci come nel particolarissimo incarico “impostomi” di Colonnello “Direttore di Alta Vigilanza” (1988-1991), sullo Spaccio “G. Sani: tutto per le Famiglie dei Dipendenti Difesa”.

    Ho concluso la vita militare da Maggiore Generale, nell’incarico di “Capo Settore Ispezioni Tecnico – Amministrative” del Comando del Corpo di Commissariato E. I., immerso nell’ austerità della funzioni ispettive diretta ed indiretta con il coordinamento della dozzina di Ispettori Centrali, dipendenti. Tali funzioni erano di indirizzo e di controllo sulla gestione dei Materiali e della qualità del Vitto, suggerendo operazioni dette “capriole rischiose” dagli opportunisti ma sostanzialmente migliorative, quali la distribuzione di solo una parte della Razione (sancita con legge) di vino (cl. 500 ) ed, a parità di spesa, dare coca cola, birra … ed in sostituzione di parte della razione di pane, pasta e riso (gr. 700) dare biscotti, marmellata, cioccolato….(generi più graditi ai giovani del boom economico) anche ad Orvieto presso il CAR 1963-1966, ove subii Ispezioni diversificate financo da parte dell’ Onorevole Presidente della Commissione Parlamentare per la Difesa ed anche Interrogazioni Parlamentari.

    Ispezioni ed Interrogazioni che si conclusero con un elogio per la mia condotta!.

    Ricordi e scarpinate

    Ora, da pensionato, rivado spesso con la memoria a momenti del mio passato. Fra l'altro ricordo con vero piacere la particolare opportunità di essere stato comandato ad accompagnare l’allora Arcivescovo Joseph Ratzinger (poi Papa Benedetto XVI …“nato Santo”) invitato dal Cardinale “Ordinario Militare” a tenere conferenze agli Ufficiali dei diversi Corsi presso la nostra Scuola di Commissariato a Maddaloni (CE).

    Faccio spesso scarpinate nei grandiosi Parchi Capitolini, oppure nell’affascinante Roma storica a visitare i grandiosi Musei della città Caput Mundi.

    Vado anche a visitare mostre d’arte antica, rinascimentale e moderna, con la “scorta dentata”, la mia devota lupa Chantal detta “Principessa di Piazzale delle Muse”.

    Ma non dimentico Mazzorno Destro, mio loco natìo, dove spero di tornare per alcuni giorni, dopo la Cerimonia per il Sessanten-nale dell’ingresso, del mio Corso (il 12°, er mejo) in Accademia, che sarà celebrato, nel Palazzo degli Estensi in Modena.

  • Ricordato don Valentino

    Ricordato don Valentino

    Il 14 agosto, ad un anno esatto dalla morte, Panarella ha voluto ricordare don Valentino Tonin con un momento di riflessione e di incontro promosso dalla Parrocchia di S. Luigi e dall’Amministrazione comunale di Papozze.

    Un programma semplice, ma denso di significato, perché nei due paesi il “prete dei migranti” ha lasciato una traccia indelebile. Di Papozze, era cittadino onorario, e con Panarella intratteneva rapporti profondi.

    Don Valentino si era spento giovedì 14 agosto alle 13.00, nella Casa del Sollievo di Lendinara, all’età di 84 anni. Nato a Rasa il 14 febbraio del 1930, giorno di san Valentino da cui prese il nome, entrato in seminario per propria vocazione, non incoraggiato, ma nemmeno ostacolato dal padre che seguiva una diversa ideologia, ordinato sacerdote il 23 giugno del 1957, cappellano a Trecenta e a Villadose, parroco a Molinella, Bornio, Pezzoli e Ceregnano, canonico della Cattedrale penitenziere vescovile dal 29 settembre nel 2012.

    Insegnante di Religione all’ITIS di Rovigo, prete operaio molto attento alle problematiche del lavoro, presidente della Caritas diocesana, presidente regionale di Migrantes, fondatore e presidente dell’Associazione Polesani nel Mondo nel 1970. Momento esaltante l’inaugurazione della Casa del Polesano a Ca’ Cappello di Porto Viro nel 2005, con la ristrutturazione dell’edificio delle ex scuole elementari, edificate nel 1960 con fondi donati del post-alluvione, ma per il cronico abbandono del territorio rimaste inutilizzate.

    A don Valentino, il pensiero riconoscente e devoto di Papozze e di Panarella di cui è sempre stato grande amico. A Papozze era di casa, così come era di casa l’Associazione Polesani nel Mondo con cui l’Amministrazione Comunale in questo ultimo decennio ha intrattenuto un rapporto di cordiale e affettuosa collaborazione per una sorta di rifusione, di riparazione nei confronti di quanti hanno dovuto lasciare.

    Molte sono state le iniziative pensate e realizzate insieme a don Valentino, a Roberto Bottin, presidente della fameja di Nichelino e ai papozzani che fanno parte delle varie fameje di migranti per mantenere in vita valori, speranze e legami. Ricordiamo soltanto l’intitolazione di una strada e di un vicolo, le numerose feste ripetute negli anni.

    La malattia che ha colpito il fondatore ed animatore dei “Polesani nel Mondo” si era manifestata con i primi segni il 3 agosto del 2013, proprio a Panarella durante l’annuale e tradizionale Festa dei Migranti, giunta alla 17ma edizione. Durante la cena, appena concluse le premiazioni, aveva lasciato anzitempo la compagnia dicendo di non sentirsi “troppo bene” e la cosa aveva turbato i presenti, perché di solito partecipava molto amabilmente non disdegnando il piacevole conversare ed il canto.

    Sentita e partecipata la messa in suffragio, celebrata dal parroco don Stefano Maniezzo che si è soffermato a ricordare la figura di chi tanto ha operato e fatto per il Polesine e per i polesani. Oltretutto, il giovane e grintoso parroco di Papozze e Panarella conobbe don Tonin quando egli era ancora ragazzo perché frequentava la sua casa paterna. Quindi, la consuetudine giovanile gli ha consentito di sperimentarne la bontà, la generosità e la preparazione culturale. “Una persona, ha detto don Maniezzo, che prima di essere prete era uomo; una precisazione doverosa perché oggi molti pensano di essere cristiani senza essere uomini ed invece prima di tutto bisogna essere uomini. Chissà quanta gente don Valentino ha aiutato, quante persone ha sostenuto, quanti ha incoraggiato e ed oggi forse lo hanno dimenticato.

    Presenti il vice-sindaco di Papozze, Diego Guolo con l’ass. Federica Bergo, l’incontro è proseguito per il circolo CSI, Il Girotondo, con lo spettacolo di canzoni popolari del gruppo folcloristico “Zente del Po”, alla sua seconda uscita ufficiale, che si è cimentato in un repertorio di canti significativi della zona, alcuni dei quali raccolti in loco.

    La serata è continuata con l’intervento del prof. Dino Felisati, classe 1922 ed ancora attivo, figlio illustre di Panarella, nonché polesano nel mondo doc che ha presentato la sua ultima fatica letteraria, I secoli d’oro della Medicina; con il saluto del prof. Paolo Rigoni, che si è soffermato sul dovere della memoria e che ha invitato a riflettere sulla situazione odierna, così come faceva don Valentino e così come è l’insegnamento di Papa Francesco, sul fatto che in tutte le famiglie del Polesine ci sono stati migranti, parenti ed amici, che hanno avuto problemi di accoglienza.

    E’ seguito l’intervento di Diego Guolo, che ha lanciato l’idea di organizzare un summit delle famiglie per ridare slancio alla Polesani nel mondo assicurando sin da ora che a don Valentino sarà intitolata una sala della Biblioteca comunale. Ha concluso Alessandro Vallese, amico e collaboratore di don Valentino, d’accordo sulla necessità di rinsaldare i rapporti, e di continuare l’opera del presidente defunto affinché la sua opera e tutto il bagaglio di esperienza umana accumulato in quasi cinquanta anni di attività non vadano perduti. Sarebbe una perdita grave e colpevole per questa terra provata dalle tante partenze”.

  • L’omaggio a Gabbris Ferrari

    L’omaggio a Gabbris Ferrari

    Non è stato un colpo di scena, di quelli che amava particolarmente, perché non è un mistero la consapevolezza che Gabbris Ferrari, uomo di arte e cultura quasi “rinascimentale”, ha seminato tanto ed è stato amato ed apprezzato sia professionalmente che umanamente. Ma vedere così numerosi fra attori, ballerini, musicisti, cantanti, registi, tecnici e semplici “spettatori”, stringersi in un ricordo affettuoso e quasi festoso a chi ha dato loro tanto, è stato comunque emozionante. Ed è stata la più viva testimonianza del segno forte e profondo che Ferrari ha lasciato in eredità.

    L’iniziativa “Le stanze del Teatro” dedicata alla memoria di Gabbris Ferrari (spentosi lo scorso marzo) è andata in scena a Rovigo domenica 2 Agosto, articolata in tre “stanze” per ricordare un artista fuori dal comune, pittore, scenografo, costumista, regista e maestro, nel senso pieno del termine. Perché Gabbris Ferrari non si è limitato a creare spinto da un mero autocompiacimento artistico, ma ha messo la sua arte al servizio degli altri, condividendo percorsi ed “insegnando”, non solo dalla cattedra di scenografia dell’Accademia di Urbino (della quale è poi diventato direttore, lasciando un segno profondo anche nella vita culturale della città ventosa) ma a tutti quanti hanno avuto la fortuna di lavorare con lui.

    E nella diversificata giornata agostana – inserita nell’ambito della XVI edizione dell’itinerario di danza e musica “Tra Ville e Giardini” – sono stati proprio “gli altri”, ovvero attori, ballerini, scenografi, cantanti, colleghi e “compagni di strada” a mettere in scena una rappresentazione unica per celebrare la sua memoria, riprendendo i fili delle tante trame artistiche da lui intessute a cavallo fra i generi e con una cifra stilistica inconfondibile, giocosa, elegante, lieve, con un innegabile gusto per la sorpresa e l’inatteso.

    “Le stanze del Teatro”, sviluppatesi nella “sua” Rovigo, hanno sicuramente centrato l’obiettivo di tenere viva la memoria di Gabbris in una sorta di festa, che ha coinvolto varie anime della città, traendo forza dalle sue gioiose visioni. Si è trattato di uno spettacolo (suddiviso in tre appuntamenti, ovvero le tre stanze) difficilmente incasellabile, proprio come si presentava la figura del maestro Ferrari, rispecchiando le tante facce della sua poliedrica arte, a partire dai principali lavori teatrali, summa del suo trentennale impegno di collaborazione con il Teatro Sociale di Rovigo.

    La giornata del ricordo si è aperta alle 10, nella sala della Pescheria Nuova che ha ospitato fino alle 23 “Il mondo alla roversa”, una video istallazione, a corredo di una mostra che raccoglie oggetti di scena, costumi e bozzetti, piccolo grande esempio del suo sconfinato talento pittorico.

    Alle 19 in piazza Garibaldi, con “La macchina del vento” si sono sviscerati alcuni momenti particolari ed il dietro le quinte del lavoro “artigianale” di un artista eclettico e generoso con un vero e proprio racconto in prima persona da parte di tanti che hanno collaborato insieme a lui.

    La terza ed ultima “stanza” ha aperto una finestra sul mondo visionario di Ferrari con “Il mondo della luna”, rappresentazione andata in scena ai giardini delle Due Torri a partire dalle 21.30, dove, in una sorta di sogno, attori, musicisti, danzatori e cantanti hanno dato vita al fantastico e immaginifico mondo artistico del maestro Ferrari, utilizzando costumi, maschere, musica.

    L’atmosfera magica, quasi sospesa, che si è respirata nelle tre “stanze” in cui si è articolata la giornata-evento, è stata degna di uno dei migliori allestimenti pensati da Gabbris, uno di quelli in cui nulla era lasciato al caso ed in cui anche il minimo dettaglio contribuiva allo spettacolo.

    Tanti hanno partecipato in prima persona alla festa artistica nel segno di Gabbris, a cominciare dalla figlia Camilla, che si è spesa anima e corpo con passione per la sua buona riuscita: Stefano Baccini, Angela Baruchello, Antonia Bertagnon, Carlo Buson, Elena Cavallini, Giorgio Donini, Fabula Saltica, Natalia Favaro, Giovanni Ferri, Francesco Ganassin, Germano Ghirotto, Claudia Lapolla, Roberto Lunari, Mirella Magagnini, Luigi Marangoni, Giorgio Mazzon, Massimo Munaro, Sofia Nicoli, Thierry Parmentier, Letizia Piva, Psychodrummers, Gianluca Quaglio, Paolo Rossi, Giuliano Scaranello, Stefano Skalkotos, Andrea Zanforlin, Giulia Zuolo.

    La mostra allestita nella Pescheria Nuova, “Il mondo alla roversa”, con i bozzetti, i modellini, i costumi e gli oggetti di scena ed una videoinstallazione con alcuni estratti dalle sue opere, ha celebrato l’aspetto più grafico/pittorico/architettonico della sua arte, mentre nella conversazione-reading “La macchina del vento” che si è tenuta di fronte al Teatro Sociale, trasformatosi in un salotto a cielo aperto, è stato ricordato in modo più approfondito il suo essere “maestro”.

    Il regista Giovanni Ferri e l’attore Giorgio Donini, suoi allievi ad Urbino, hanno raccontato il piccolo grande miracolo della sua “bottega”, il suo insegnare e confrontarsi, mai cattedratico, spesso in lunghe ed appassionate conversazioni in osteria, mentre Claudio Moretti membro della compagnia Minimiteatri ne ha documentato il progetto, ed il regista e compositore Massimo Munaro (fondatore del Teatro del Lemming insieme al figlio di Gabbris Martino, scomparso giovanissimo), ne ha sottolineato la presenza continua ma sempre discreta e mai invadente, il suo lavoro di ricerca, la sua azione politica che ha portato tanti frutti a Rovigo ricordando, commosso, “che a lui tanti devono tanto”.

    Anche l’amico Sergio Garbato, giornalista e scrittore, ha riportato alla memoria alcuni momenti vissuti insieme a lui, umani e professionali, mentre la figlia Camilla ha letto un ricordo poetico scritto proprio da Munaro.

    Infine, la giornata ha raggiunto il suo culmine con il grande spettacolo che ha trasformato i giardini delle Torri in un magnifico palco a cielo aperto, esaltati in ogni loro scorcio attraverso una sorta di florilegio di prove attoriali, musicali e di danza, con il ritmo incalzante delle percussioni degli Psychodrummers ad aprire e chiudere la rappresentazione.

    “Uno spazio che Gabbris ha voluto far vivere in mille modi – ha sottolineato il direttore artistico di Tra Ville e Giardini Claudio Ronda – Gli spazi culturali di Rovigo, il Teatro Sociale, il Teatro Studio, la Pescheria, il Museo dei Grandi Fiumi, il Laboratorio del Teatro Sociale, portano tutti ancora il segno che lui ha impresso. Una persona del suo spessore lascia un vuoto enorme nella città di Rovigo, che ne sentirà sempre la mancanza”.

    Anche Elia Lubian della Fondazione Cariparo non ha mancato di sottolineare “il ruolo e le intuizioni del maestro Ferrari” che, come ha aggiunto il vicesindaco di Rovigo Ezio Conchi “non si è limitato a creare per un mero autocompiacimento artistico, ma ha messo la sua arte al servizio degli altri ed ora sono proprio ‘gli altri’ ovvero attori, ballerini, scenografi, cantanti, colleghi e ‘compagni di strada’ a mettere in scena una rappresentazione unica per celebrare la sua memoria, riprendendo i fili delle tante trame artistiche da lui intessute”.

    Poi, si è “alzato il sipario” e lo spettacolo “Il mondo della luna” liberamente ispirato all’omonimo testo goldoniano sul quale Ferrari aveva lavorato, ha regalato un caleidoscopio di emozioni con un mosaico artistico di maschere, marionette, ballerini e personaggi che, sbucando da un capo all’altro del giardino, hanno trasformato il cuore di Rovigo in un sogno di una notte di mezza estate, facendolo pulsare forte e commosso sul ritmo onirico, incantato, giocoso ed affascinante dell’arte dell’indimenticato ed indimenticabile Gabbris Ferrari.

  • 1944, precipita un aereo a Trecenta

    1944, precipita un aereo a Trecenta

    Sopravvive ancora, a Trecenta, nella memoria dei più anziani, l’episodio dell'abbattimento di un aeroplano alleato avvenuto il 7 luglio 1944.

    Erano le 10:30 del mattino e i guardiani sulla torre civica nella piazza erano particolarmente preoccupati: davanti ai loro occhi si era materializzata una formazione di grandi aeroplani, ed era quanto bastava per far scattare l'allarme. La sirena aveva perciò lanciato un potente e fastidioso suono, il cui significato era inequivocabile: mettersi subito al sicuro! Gli abitanti, o meglio quelli che ne erano capaci, erano allora corsi a nascondersi nei rifugi e nei fossi delle campagne che, a quel tempo, erano certamente più rigogliose di oggi¹.

    La guerra dal cielo si sentiva di giorno e di notte, incutendo terrore e insicurezza, mentre si diffondeva il timore di un attacco in grande stile. Più che altro si trattava però di falsi allarmi.

    Ma dopo che Padova e Treviso erano state bombardate il 16.12.1943 e il 7.4.1944 causando migliaia di vittime, e dopo che nel maggio 1944 a Lendinara, un aviatore abbattuto aveva ucciso un militare italiano che voleva catturarlo, fascisti e tedeschi sapevano bene che con gli aerei alleati non c'era affatto da scherzare e avevano alzato i livelli di guardia e contrasto. Fu pertanto allestito un efficientissimo servizio di contraerea e un gruppo di intercettazione che aveva sede negli aeroporti veronesi di Bovolone e Villafranca, al punto che, tra incidenti aerei e abbattimenti, nei venti mesi di guerra, in provincia di Rovigo, si conteranno oltre 15 aeroplani e 80 piloti abbattuti, un numero tutt'altro che insignificante.

    La prima tra le città polesane ad essere fortemente colpita dai gangsters dell’aria – così erano infatti definiti sul Gazzettino quegli aeroplani – fu il capoluogo Rovigo, che il 10.7.1944 vide una formazione di bombardieri scaricare 200 bombe, provocando ben 20 morti. L'ultima devastante incursione, (da accostare per violenza e distruzione a quella subìta dalla cittadina spagnola di Guernica) toccherà a Lusia, che il 20 aprile 1945 verrà rasa al suolo e conterà 74 vittime, ogni anno ricordate nella giornata del tragico anniversario con un tocco di campana.

    Ma torniamo a Trecenta, nella mattinata del 7 luglio 1944. Nella tenuta Guerrina, a due passi dal fiume Tartaro verso Canda, le famiglie erano andate al lavoro abbastanza presto: i Chieregatti per sradicare il lino, i Frison² intenti a seguire la trebbiatura del frumento. Ai sedici abitanti della corte si erano aggiunti gli operai agricoli del vicinato e c’era un’aria festosa, come sempre nelle giornate della trebbiatura, con quella bella macchina in legno tutta dipinta di rosso, collegata ad un trattore Landini, nella quale si gettavano i fasci di grano e ne uscivano, separati, frumento e pula.

    C’era anche qualcosa di misterioso, in quel grande attrezzo agricolo, soprattutto per i bambini: una macchina che per qualche giorno distoglieva i contadini dal lavoro dei campi e li portava sull'aia per la fine della mietitura che si sarebbe conclusa con una gazega, dove si sarebbe mangiato e bevuto, dimenticando per qualche ora la fame e, chi ne aveva, i figli lontani per la guerra.

    Lo schianto e le vittime

    Quel giorno, improvvisamente, i contadini sentirono il rombo di un aereo che si abbassava minaccioso verso la cascina: lo videro e tutti pensarono che cadesse proprio su di loro e sulla mietitrebbia. Ma il veivolo, dopo aver sfiorato i tetti della stalla, andò a schiantarsi, con un fragoroso boato, in un campo a 50 metri dall’aia.

    Un senso di dolore colse tutti i presenti, che, dopo lo spavento, constatarono la gravità di quanto era accaduto: l'aeroplano si era praticamente disintegrato, lasciando sul campo una parte della fusoliera e una grande ala, mentre a terra si contavano, privi di vita, ben sette aviatori. Un altro, che forse si era lanciato col paracadute, era invece caduto sopra un albero di noce vicino al macero della canapa. Constatate le numerose ferite, fu portato all'ospedale, dove però non sopravvisse.

    Secondo un testimone³, l’equipaggio dell’aereo abbattuto era composto da altri due aviatori, che si sarebbero salvati lanciandosi col paracadute rimanendo nascosti presso l’abitazione di alcuni contadini⁴. Infatti, dopo l'impatto, la gente corse sul luogo, un po’ per semplice curiosità ma anche per vedere se poteva portare qualche aiuto. Dalla vicina località di Berguerina alcune donne si avviarono con delle brocche d'acqua, ma i tedeschi le rimandarono indietro.

    Nel pomeriggio, dopo che l'armamento di bordo era stato caricato su un camion e un altro camion aveva portato via i corpi dei caduti, la gente del posto e quella dei luoghi vicini iniziava a smantellare l'apparecchio, indotta anche dalla necessità di reperire materiale d'uso quotidiano di cui vi era notevole necessità⁵.

    L’aereo e la missione del volo

    I resti dell’aereo furono così ben presto rimossi, per cui già al tempo risultò difficile stabilirne il modello. A questo si poteva però risalire facendo riferimento al numero dell'equipaggio: un B17 Fortezza Volante nel caso di 8-10 uomini; mentre se l’equipaggio era composto da 10-12 uomini, bisognava pensare ad un B24 Liberator; aerei che disponevano di un’apertura alare rispettivamente di 31 e di 33 metri.

    Il fervido ricordo del testimone interpellato⁶ rimanda inequivocabilmente ad un quadrimotore statunitense specializzato nello sganciamento di bombe di grosso calibro ed armato con una dozzina di mitragliatrici (sette erano quelle rimaste nella carlinga) disposte sul muso, sulla torretta, sulla coda, sui lati e nel ventre, che sparavano proiettili da 12,7 mm lunghi 6 cm, capaci di colpire un bersaglio ad almeno un chilometro.

    Quegli aeroplani erano dei veri e propri fortini volanti, che si libravano in cielo in formazioni medie di 30 esemplari, e, dopo aver volato ad un'altezza di 6-7.000 metri⁷, lanciavano gli ordigni in dotazione devastando ferrovie, ponti, acquedotti, fabbriche, scuole e interi quartieri.

    La certezza circa il modello di aeroplano ci giunse attraverso l’opera di uno studioso statunitense, Charles W. Richards, autore di The Second was first, The 2nd Bomb Group History⁸, in seguito alla gentile segnalazione dell'associazione culturale Archeologi dell’Aria. Nello studio del ricercatore statunitense venivano indicati: il modello di aeroplano, un Boeing B-17/G (matricola 42-31848) appartenente al Secondo Gruppo del 429° Squadrone di Bombardamento; la missione svolta; i nomi dell’equipaggio, confermando così quanto già ipotizzato dagli autori.

    La missione assegnata al B17, caduto quella mattina nel territorio trecentano, era di bombardare lo scalo ferroviario di Verona. Dopo aver centrato l'obiettivo, la formazione di 28 aerei stava ritornando verso Amendola, in provincia di Foggia, dove si trovava il più grande aeroporto militare d’Europa durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver colpito l'obbiettivo aveva però subìto un pesante attacco della contraerea e poi quello di due piccoli aeroplani da caccia tedeschi che avevano inseguito e mitragliato il B-17/G danneggiandolo gravemente, causando la sua esplosione e caduta a Trecenta.

    Stranamente, i nomi degli aviatori registrati presso l'archivio comunale di Trecenta risultano essere solamente tre: il mitragliere laterale sinistro Sgt. Charles Edward Brower – Auchor, con n° di matricola AAEG 12027423, il mitragliere di torretta superiore S/Sgt. George B. Miller, matr. 34689062; il mitragliere di torretta inferiore Sgt. Lowis A. Rodriguez, matr. 32331177.

    Il secondo gruppo, che sarebbe composto dal pilota William A. Runyan, dal copilota Raimond G. Haug, matr. 0-819518, dal Sgt. Clarence F. Smith, matr. 33585103, dal mitragliere laterale destro Sgt. Clarence R. Coullet, matr. 31173113, e dal bombardiere puntatore Sgt. Curtis A. Pfaff, matr. 0-749741, fu invece trasportato, forse in altra data, al cimitero di Legnago (Verona).

    Richards riporta inoltre i nomi e le testimonianze dei due aviatori sopravvissuti: il navigatore Lt. William L. Mc Ilhargie, con matr. 0-708512 e il radio operatore Sgt. Paul Alexo, matr. 331872309.

    Permane invece ancora un dubbio sul loro destino, poiché Richards li definisce POW (Prisoners of War, prigionieri di guerra) ed entrambi furono catturati nello stesso giorno dell’impatto e condotti all’ospedale, da dove furono verosimilmente condotti in un campo di prigionia in Germania.

    A livello storico, quindi, sarebbe opportuno valutare se i due aviatori superstiti furono effettivamente catturati dai nazifascisti oppure vennero protetti da contadini come narrano gli autori locali. Ma, a prescindere da quale sia stato il loro destino, rimane il fatto di un aeroplano caduto in un piccolo paese della provincia di Rovigo e della solidarietà fornita a degli sconosciuti aviatori, con grande rischio della vita; un atteggiamento molto presente seppur poco noto nella comunità italiana in quel periodo che, in questo modo, contribuiva anch'essa al processo di liberazione dal nazifascismo sul suolo italiano ed europeo¹⁰.

  • Ebrei a Taglio di Po

    Ebrei a Taglio di Po

    Pochi sanno che nel periodo che va dal 1941 al 1944 la storia di Taglio di Po si è intrecciata con la Grande Storia. Nella cittadina del delta vennero infatti confinate alcune famiglie di ebrei successivamente deportate in campi di concentramento tedeschi.

    Dall’iniziativa “Memorie del Delta – 70 anni di libertà” (vedi scheda) sono emerse in particolare le vicende di alcune famiglie: Afnaim, Razon, Caro e Zamojre.

    I Razon – Afnaim

    La storia di queste due famiglie di origine turca, imparentate tra loro, è emersa soprattutto grazie alla testimonianza di Sultana Razon, ebrea sopravvissuta al campo di concentramento di Bergen Belsen, poi diventata medico pediatra e moglie del noto oncologo Umberto Veronesi. Le famiglie Afnaim e Razon erano composte da ebrei sefarditi, originari della Turchia, che dal 1929 risiedevano in Italia, a Milano, con lo status di cittadini apolidi.

    Nel marzo 1941 Nissim Razon, padre di Sultana, venne arrestato e internato nel campo di Ferramonti di Tarsia in quanto ebreo apolide. Il 25 agosto 1941, la moglie di Nissim, Regina Afnaim insieme alle figlie Sultana Razon e Vittoria Razon presero un treno e arrivarono a Ferramonti di Tarsia, dove decisero di farsi internare volontariamente nel campo assieme al loro congiunto.

    Dopo Ferramonti, la famiglia Razon venne inviata a Taglio di Po, in internamento libero. Il primo periodo lo trascorsero presso la trattoria-albergo Orlandi dal 12 dicembre 1941 fino al 5 gennaio 1942.

    Molto nitido il ricordo dei giorni vissuti a Taglio di Po da Sultana Razon, allora undicenne: “Al nostro arrivo venimmo alloggiati in questo unico albergo, in attesa di ulteriori decisioni. […] Andammo a dormire in una piccola camera al primo piano, tutti e quattro in un letto matrimoniale”.

    In seguito il podestà di Taglio di Po, Cesare Carminati Brambilla, assegnò una casa alla famiglia Razon presso l’attuale Via Romea vicino all’intersezione con Via Marco Polo, dove rimasero da gennaio 1942 fino a Novembre 1943. Successivamente la famiglia Afnaim (quella di provenienza della moglie di Nissim) raggiunse la famiglia Razon a Taglio di Po, cosicché i quattro bambini frequentarono regolarmente la scuola fino al 1943.

    Poi improvvisamente la situazione si fece critica. Il 30 Novembre 1943 il primo arresto, così ricordato da Sultana Razon: “Nel novembre 1943, due fascisti nerboruti con il fez in testa si presentarono alla porta. Avevano l’ordine di prelevarci. Non ci dettero il tempo di prepararci, nè di raccogliere le nostre cose. Ci stiparono in un camion con gli zii, i cugini e la nonna e ci condussero alla prigione di Rovigo. […] due guardie presero gli adulti e li rinchiusero in cella. Noi quattro bambini fummo spinti fuori dalla cancellata dell’ingresso. Era proibito dalla legge carceraria imprigionare i minori. Eravamo soli, spauriti, piangenti. […] All’alba ci fu il cambio delle guardie carcerarie. Una di queste, abitando a Taglio di Po, si mosse a compassione e ci porto con sé”

    I quattro bambini furono riportati a Taglio di Po, mentre i loro genitori rimasero in carcere a Rovigo. A Taglio di Po il commissario prefettizio, Ferruccio Guzzon, indisse un’assemblea, come ricorda Sultana Razon: “Il commissario prefettizio aveva dato un’assemblea, con la popolazione che c’era lì, una sessantina, una settantina di persone, chiedendo chi poteva accoglierci in casa, perché la nostra l’avevano già requisita, e poi non potevamo stare soli”

    Fu allora che Dina Chiereghin, cittadina di Taglio di Po, residente in Via Vettor Pisani, decise di prendere in affido i quattro bambini. Sultana Razon ricorda: “Comunque nessuno ci voleva, poi una donnetta tutta vestita in nero (Dina Chiereghin) ha detto che ci poteva offrire da dormire in una piccola cascina; era una contadina, lei si allontanava al mattino per andare a lavorare i campi e aveva il marito in guerra e non sapeva piu niente da anni, dall’inizio della guerra, e quindi aveva posto per metterci in casa, su dei sacchi con la paglia, in questa cascina dove non c’era niente”

    Durante il periodo di affidamento i quattro bambini vennero in un primo tempo aiutati dalle suore e dal prete di Taglio di Po. Suor Matilde Tomiato dava ai quattro bambini una minestra al giorno. Sultana Razon: “C’era un orfanotrofio (asilo) vicino, dove c’erano delle suore, e una suora si prese incarico di darci una minestra al giorno che poi dividevamo noi quattro”.

    In seguito i bambini si ammalarono di scabbia, la suora li portò dal medico del paese, il dottore Michele Fischetti. Sultana Razon: “Ben presto fummo invasi dai parassiti di ogni genere. La scabbia ci procurava un prurito rabbioso alle mani, alle braccia, tra le dita dei piedi. Un medico ci diede una pomata per la scabbia, raccomandandoci di spalmarla su tutto il corpo per cinque sere, prima di andare a dormire”.

    Il parroco Padre Augusto Tasso cercò di offrire una via di salvezza dalla persecuzione, proponendo ai bambini ebrei la conversione al cristianesimo attraverso il battesimo. Sultana Razon: “Il parroco mi ha chiamato in chiesa e mi ha detto che se volevo salvare i miei genitori dovevamo sottoporci al battesimo. Io sono andata a parlare con gli altri e non ho accettato questo ricatto”.

    Nel febbraio del 1944 i fascisti ritornarono per arrestare i quattro bambini in Via V. Pisani a Taglio di Po, li prelevarono, li caricarono su una camionetta e li portarono in carcere a Rovigo, ove furono ricongiunti ai genitori.

    Il nucleo della famiglia Afnaim Razon fu poi internato nel campo di Fossoli presso Carpi e in seguito tutti e nove i componenti furono deportati e Bergen Belsen: era il 2 agosto 1944.

    Grazie ai passaporti turchi, seppur scaduti (la Turchia era paese neutrale nel secondo conflitto mondiale) il nucleo familiare Afnaim e Razon fu assegnato in un blocco speciale.

    Nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della liberazione del campo di Bergen Belsen avvenuta il 15 aprile 1945, ci fu uno scambio di prigionieri tra la Turchia e la Germania e tutti i membri della famiglia Afnaim e Razon si salvarono dalla Shoah.

    La famiglia Zamojre

    Più problematica risultò la vicenda della famiglia Zamojre, ebrei di origine polacca, composta dai coniugi Elinor Wiesenthal e Markus Zamojre e dal loro figlio Joseph Zamojre.

    La famiglia risiedeva in Germania, a Francoforte, dove Markus conduceva un esercizio commerciale nella città, un negozio di tabacco e pipe. Durante la “Notte dei Cristalli” nel novembre 1938, le SA (truppe d’assalto naziste) entrarono nella casa dei Zamojre compiendo atti di crudo vandalismo e picchiando Markus Zamojre con un bastone. Alcuni giorni dopo, il 22 novembre, alcuni militi delle SS fermarono il giovinetto Joseph Zamojre con degli amici, costringendolo a rotolarsi per terra, umiliandolo; tuttavia, quando verificarono che aveva solo 17 anni, lo lasciarono tornare a casa.

    La situazione frattanto diveniva di mese in mese più problematica, cosicché, verso la fine del 1940 la famiglia Zamojre, per sfuggire alle persecuzioni, decise di emigrare verso la Palestina attraverso un corridoio internazionale che passava per la Jugoslavia.

    Lasciarono Francoforte e attraversarono le Alpi. La madre Elinor, che non si sentiva in grado fisicamente di affrontare l’impresa, rimase indietro con l’intenzione di raggiungere più tardi il marito e il figlio.

    Joseph e Markus cercarono di portarsi a Zagabria per incontrare un gruppo che si stava preparando ad emigrare nei territori del Mediterraneo mediorientale, ma furono ostacolati nel loro piano dal succedersi degli eventi. Infatti nell’aprile del 1941 la Germania, invase la Jugoslavia, per cui gli Zamojre decisero di raggiungere Lubiana, nella zona occupata dagli italiani.

    Fu a questo punto che la storia della famiglia ebraica si intrecciò a quella del Polesine. Markus infatti nel novembre 1941 ricevette l’ordine di portarsi a Rovigo.

    Quando arrivarono in territorio italiano, la polizia li registroò come internati, con destinazione la località di Ficarolo, assegnando loro un alloggio e buoni alimentari. Per tutto questo tempo i due Zamojre riuscirono a scambiare qualche corrispondenza con Elinor, che da Francoforte scrisse la sua ultima lettera nel 1942, quando stava per essere deportata a Lodz.

    Da Ficarolo, all’inizio del 1943, Markus e Joseph Zamojre furono trasferiti a Taglio di Po. Joseph dichiara: “Non so spiegarmi il motivo del nostro trasferimento a Taglio di Po, se non che le autorità di polizia pensavano che avessimo troppi amici fra la gente di Ficarolo. Con noi erano stati tutti molto cordiali sia fascisti che comunisti. Tutte le notti qualcuno ci lasciava un cesto pieno di cibi”! Anche a Taglio di Po instaurarono comunque rapporti sereni con la cittadinanza, tanto che Markus viene descritto dagli abitanti come uomo intelligente, distinto, cordiale e rispettoso, un uomo con una levatura intellettuale spiccata.

    La vita di Joseph e Markus prese però una svolta drammatica a seguito della capitolazione dell’Italia nel settembre 1943 e dell’occupazione tedesca: riuscirono a nascondersi presso alcuni pescatori della zona, nelle vicinanze di Pila, ma furono scoperti: erano ospitati da due pescatori, un uomo anziano di nome Rolando con suo figlio, che vivevano su un isolotto del fiume Po. Joseph racconta: “Il problema piu grande erano le spie; non si sapeva chi fossero. Una volta sull’isola ne vedemmo una, la riconoscemmo perché l’avevamo già incontrata in un appartamento a Taglio di Po. Un giorno vedemmo un marinaio tedesco entrare nella capanna, ci eravamo appena spostati in un’altra che avevamo costruito”.

    Ma poi il 19 Febbraio 1944 furono arrestati; Joseph racconta: “La seconda volta non fummo così fortunati. Eravamo soli nella capanna, era mattina. Un Feldgerdarm […] entrò nel nostro rifugio seguito da un carabiniere. Cercavano delle armi, sequestrarono la carabina di Rolando e ci portarono con loro”

    Ebbe così fine la loro permanenza coatta in Polesine. Una volta arrestati, Markus e Joseph furono infatti detenuti in diverse carceri italiane (Lugo, Forlì, Bologna) per passare poi al campo di transito di Fossoli e infine per essere definitivamente deportati ad Auschwitz. Prima di Auschwitz si erano promessi di ritrovarsi in Italia nel caso si fossero salvati. A Taglio di Po fra l’altro avevano nascosto, sotterrandoli, alcuni oggetti legati alla religione ebraica.

    Joseph nel maggio 1945 ritorna a Taglio di Po, dove dissotterra i filatteri (strisce di pergamena recanti passi biblici) e la custodia (tefillin) che li conteneva.

    Questi reperti, recuperati a Taglio di Po, oggi sono divenuti importanti memorie storiche: sono conservati presso il memoriale dell’Olocausto di Washington USA.

    Joseph a Taglio di Po attese a lungo il padre, che non fece mai ritorno dal campo di concentramento di Auschwitz.

    FONTI BIBLIOGRAFICHE

    – “Il cuore se potesse pensare”, Sultana Razon, Bur. 2013.

    – “Il Libro Della Memoria”, Liliana Picciotto, Mursia, 2002

    – “L’alba ci colse come un tradimento”, Liliana Picciotto, Mondadori, Milano 2013

    – “Bambini ed adolescenti nella shoah. Storia e memoria della persecuzione in Italia” S.V. Di Palma, Unicopli, 2004

    -“Dopo l’alba. La liberazione di Bergen Belsen, 1945”. Ben Shepard, Il Corbaccio, 2005.

    FONTI ARCHIVISTICHE

    Archivio comunale di Taglio di Po. Archivio di Stato di Rovigo, Archivio di stato di Roma. DataBase Anna Pizzuti. DataBase CDEC Milano, DataBase Memoriale Olocausto Washington.

    INTERVISTE

    Vittorio Marangoni, Griselda Milani, Donata Fischetti, Venerino Spinello, Maria Teresa Passarella, Franca Zanellato, Sultana Razon, Video Centro Asteria Milano.

  • L’organo di Bagnolo Po

    L’organo di Bagnolo Po

    Più di qualche volta nel Ventaglio si è parlato degli importanti organi storici di cui è ricco il Polesine. In questo numero tratteremo dell’organo – a canne s’intende – della chiesa di Bagnolo. O meglio, degli organi, poiché, nel succedersi dei secoli, furono almeno tre, il primo dei quali, uno fra i più antichi del Polesine, fu donato dal Comune alla parrocchiale del paese alla fine del ‘600.

    Precisamente, siamo nel dicembre 1690 e la nuova chiesa, cioè l’attuale, è ormai ultimata, spaziosa e bella, a fundamentis erecta accanto alla precedente, che sarà poi (prima metà dell’Ottocento), trasformata in casa canonica. Rettore (e artefice), della chiesa è da una decina d’anni don Gaspare Calzavarini, trasferito dalla parrocchia di Porporana (dove fu parroco per un breve periodo), a quella di Bagnolo all’inizio del 1681.

    Nello stesso periodo è consigliere maggiore del comune, cioè sindaco, Giannantonio Calzavarini, dottore in legge, fratello di don Gaspare e avo (forse nonno), del Giannantonio che sarà consigliere e aspirante sindaco circa un secolo dopo. Si può, pertanto, affermare che sul finire del ‘600 la famiglia Calzavarini detenga l’autorità civile ed ecclesiastica della comunità, una convergenza di poteri che ben spiega come le esigenze della parrocchia siano facilmente accolte dal Comune e viceversa (in uno stato confessionale qual era quello Pontificio, che da un secolo aveva inglobato il ducato di Ferrara, la separazione fra i due enti non era poi così netta come avviene oggi).

    La nuova chiesa ha bisogno di un organo liturgico, da collocare nella cantoria, posta in una loggia con balaustra in legno sul lato destro del presbiterio, alla quale si accedeva dal vestibolo della sacrestia attraverso una scala, pure in legno. Ma lo strumento è costoso e la parrocchia non ha disponibilità, essendo ancora impegnata nel sostenere le spese di costruzione della nuova fabbrica. Vi provvede perciò il Comune nel modo che andremo ad esporre, desunto dagli atti del notaio Giovanni Cavallini, rogati presso la cancelleria del governatore di Trecenta (palazzo della torre) e conservati presso l’Archivio di Stato di Ferrara (ANAFe, m. 1103, p. 2, anni 1688-93, f. 284). Si deve precisare che il notaio Cavallini era residente a Bagnolo (pare lungo la via Arioste al Capo di Sopra) e nella sua abitazione rogitava gli atti ordinari (compravendite, doti, divisioni, ecc.), mentre gli atti speciali, come quelli riguardanti la Comunità o i contraenti minorenni, che avevano bisogno dell’assenso del Governatore pro tempore, venivano stipulati presso la cancelleria di Trecenta.

    La presenza di un notaio a Bagnolo non è notizia di poco conto (credo sia l’unico periodo nella storia in cui Bagnolo è sede notarile) e denota una certa vivacità economica del paese, da quando la grande bonifica dei Bentivoglio (1610-1620) aveva permesso l’appoderamento e la coltivazione di vaste aree del territorio comunale in precedenza acquitrinose e improduttive. Di conseguenza, il numero degli abitanti era passato dalle 300 “anime da comunione”di fine ‘500, alle 1700 nella seconda metà del ‘600 (visita del vescovo Cerri del 1674), che coi bambini diventano oltre 2000, se consideriamo che in quell’epoca la Prima Comunione veniva conferita all’età di 12 anni.

    Proprio questo rapido incremento demografico aveva reso incapiente la chiesa costruita dal rettore don Pietro Bolognini appena mezzo secolo prima (1596) e determinato l’esigenza di costruirne una nuova, più ampia, che era ancora sprovvista di organo.

    Il primo organo

    Ma veniamo al fatto. Siamo al 13 dicembre 1690 e, grazie alla favorevole situazione socio-economica e ad una buona e onesta amministrazione, per il Comune si va delineando un avanzo di bilancio di scudi 225 che, secondo le regole vigenti, dovevano essere depositati al Sacro Monte (o Monte di Pietà) di Ferrara, la banca pontificia con la quale si sostenevano gli investimenti pubblici e privati nello Stato della Chiesa. Ma, d’intesa con il parroco e con l’approvazione dei consiglieri, il Comune è intenzionato a destinare parte di quella somma “a fare un organo nella chiesa parrocchiale a decoro di quella et honore del Signor Iddio” e la restante parte darla a prestito fruttifero (allora si diceva a censo), a persone affidabili, per sopperire con gli interessi alle spese correnti e impreviste.

    Il notaio Cavallini inoltra, pertanto, richiesta (supplica), al legato di Ferrara card. Giuseppe Renato Imperiali, che il Comune, in deroga alla normativa, possa trattenere presso il proprio Consigliere Maggiore (il dr. Calzavarini), detta somma, adducendo la motivazione che, a causa della distanza da Ferrara, ogni volta che si deve fare un versamento o un prelievo al Sacro Monte, il Comune deve sostenere spese di viaggio che vanno dai 20 ai 40 Baiocchi (il Baiocco era sottomultiplo dello Scudo romano). Il card. Imperiali, ovviamente sensibile alle donazioni in favore della chiesa locale, accoglie la supplica e concede alla Comunità di Bagnolo di poter utilizzare il proprio attivo di bilancio nell’acquisto dell’organo e il restante sia dato a prestito per far fronte con il frutto alle piccole spese del Comune.

    La spesa per l’acquisto dell’organo, non disponendo del contratto col costruttore, la ricaviamo dal fatto che dei 225 Scudi di attivo, 60 vengono prestati a certo Giacinto Bagnolati al tasso annuo dell’8% e Scudi 32 vengono prestati ai fratelli Andrea e Giovanni Gulini alle stesse condizioni. Dunque, l’acquisto dell’organo dev’essere costato circa 130 Scudi, più o meno 13 mila Euro, che oggi possono sembrare una cifra modesta, ma coi bassi costi in manodopera dell’epoca permettevano di comprare uno strumento più che decoroso e dalla sonorità adeguata alle dimensioni della chiesa.

    Ignoto ci è anche il nome dell’artigiano, che si ipotizza di provenienza bresciana, dal momento che già dal ‘500 la città di Brescia era famosa per la bravura dei suoi organari (ma alcuni, come i Traeri, si erano trasferiti nello Stato Pontificio). In ogni caso, lo strumento di Bagnolo doveva essere di buona qualità, tanto che ha funzionato per circa due secoli prima di essere rimpiazzato. Poi, l’umidità e il tarlo, grandi nemici delle parti in legno, lo hanno reso inservibile, per cui nel 1866, venne sostituito da un nuovo organo.

    Il secondo organo

    Questo secondo organo, che probabilmente ha inglobato parti di recupero del vecchio strumento, è opera del celebre organaro Giovanni Tonoli, pure da Brescia (1809 – 1889), che aveva costruito strumenti analoghi anche per le chiese di Fratta, Melara, Trecenta e Saguedo. E’ stato utilizzato per circa un secolo, cioè fino agli Anni Sessanta del ‘900, e chi lo ricorda, lo descrive ad una sola tastiera da cinque ottave, con una ventina di registri a leva disposti sul lato destro (celebri i flauti e le trombe del Tonoli), una pedaliera per il “ripieno” e un bel somiere in legno sormontato dalle canne, alimentate dal flusso d’aria prodotto da un mantice ad azionamento manuale da parte del “levamantici”.

    Il terzo organo

    Nel 1970, durante il ministero del compianto Don Giovanni Roncon, questo organo meccanico è stato smontato e trasformato in un moderno strumento con tastiera, registri e ventilatore ad azionamento elettrico, nel quale sono state riutilizzate tutte le canne del Tonoli, pulite e riaccordate, con l’aggiunta di ulteriori 12 canne di facciata che ne hanno ampliato la sonorità “da far tremare i muri”.

    L’ottimo lavoro, non esente dalle critiche di chi avrebbe preferito conservare le caratteristiche originali dello strumento storico, è stato eseguito dalla ditta organaria La Ceciliana di Padova, che ha fornito anche una moderna consolle, distaccata dal somiere.

    La collocazione dello strumento attuale non è più quella originaria, poiché, nell’ambito dei lavori di ristrutturazione della chiesa, eseguiti nello stesso periodo, la vecchia cantoria sopra il presbiterio è stata chiusa e il rinnovato organo è stato spostato nell’abside, dietro l’altare maggiore, dove può usufruire di un’acustica migliore. Fra le canne, al centro, è stata inserita la pala della Natività di Maria, cui la chiesa di Bagnolo è dedicata, opera dell’insigne pittore ferrarese Carlo Bononi (1569-1632).

    La consacrazione e riapertura al culto della chiesa dopo i restauri con l’inaugurazione del nuovo organo, avveniva nei giorni di sabato e domenica 24 – 25 ottobre 1970, nel corso di una duplice solenne cerimonia presieduta dal vescovo Mons. Giovanni Mocellini, accompagnato da numerosi sacerdoti e autorità civili e con la partecipazione di tantissimi fedeli.

    Voce della fede, re degli strumenti, nell’organo di Bagnolo pulsa un cuore antico. Un vero peccato che, dopo la scomparsa dell’ultimo organista, l’indimenticabile Mario Maghini e il prevalere di un certo modernismo nel canto liturgico, il nostro organo non sia più utilizzato per farci gustare le solenni armonie di cui è capace.

    (Si ringraziano il parroco di Bagnolo Don Valmore Mantovani e il prof. Vincenzo Ferrari per la collaborazione)

  • Tracce di storia a Villanova del Ghebbo

    Tracce di storia a Villanova del Ghebbo

    Proseguendo alla ricerca di significative tracce di storia rilevabili nel piccolo cimitero di Villanova del Ghebbo¹, ci portiamo in vicinanza dell'ingresso nell'antico muro di cinta: sulla sinistra, addossata al muro perimetrale sorge una grande tomba rialzata di una Famiglia Rossi. La persona più lontana nel tempo qui sepolta è Vittorio Rossi nato a Villanova nel 1859.

    Un secondo luogo di sepoltura dei Rossi è rilevabile in una cappella situata sulla destra della chiesa cimiteriale: questa è intitolata ad A. Rossi, sicuramente Angelo, nato a Villanova del Ghebbo nel 1870. Angelo è primo cugino di Vittorio e dei suoi fratelli Giuseppe, Vincenzo e Adolfo.

    Si tratta di due rami dei Rossi, che nel tempo hanno avuto residenze sia a Villanova (in una delle più antiche case del paese, contigua all'abitazione del sagrestano), sia a Valdentro al di là dell'Adigetto, proprio di fronte alla chiesa parrocchiale di Villanova del Ghebbo dedicata a San Michele.

    Ma perché ci soffermiamo sulle tombe dei Rossi residenti a Villanova del Ghebbo e a Valdentro?

    Soprattutto per ricordare che uno dei fratelli Rossi, Adolfo è stato una notevole personalità della diplomazia italiana a cavallo tra il XIX e il XX secolo. E’ utile qui tracciare una breve biografia di questo personaggio legato alla storia di Villanova del Ghebbo e di Lendinara.

    Nato a Valdentro, frazione di Lendinara, nel 1857, per la morte prematura del padre Adolfo Rossi non può frequentare l'università ma, seguendo i suggerimenti di Alberto Mario (stretto collaboratore con la moglie Jessie White di Garibaldi nell'impresa dei Mille) riesce comunque a studiare da autodidatta e a pubblicare racconti su riviste dell’epoca.

    Per guadagnarsi da vivere diventa impiegato alle poste a Rovigo, ma non riesce a rassegnarsi alla vita dell'impiegato e, di nascosto dalla madre, come lui stesso racconta, appena accumulati un po’ di risparmi si imbarca per gli Stati Uniti dove avrà modo di raggiungere apprezzati obiettivi: da operaio in una fabbrica di occhiali diventerà infatti un importante giornalista per il pubblico di origine italiana di New York e non solo, apprendendo il moderno stile del giornalismo statunitense.

    Ritornato in Italia fu redattore in vari giornali italiani – dalla Tribuna di Roma al Secolo XIX di Genova al Corriere della Sera di Milano – anche come corrispondente dall'estero per abbracciare poi la carriera diplomatica divenendo, grazie alla sua esperienza internazionale, ispettore all'emigrazione e poi ministro plenipotenziario in Argentina dove morì prematuramente a sessantaquattro anni di età nel 1921.

    Negli ultimi anni la sua figura e le sue opere sono state rivalutate e riproposte alla lettura del pubblico sia specialista che generico e a tali pubblicazioni si rimanda per ulteriori particolari sulla sua vita².

    Recentemente una regista siciliana, Nella Condorelli, ha realizzato nel 2014 un film-documentario, dal titolo “1893: l’inchiesta”, ricavato dal libro di Adolfo Rossi sui fasci siciliani, la prima rivolta sociale dell’Italia unita, giudicata dagli storici la più importante dell'Europa del XIX secolo dopo la Comune di Parigi del 1870.

    Perché si parla in tale sede di Adolfo Rossi?

    Perché la sua famiglia – pur essendo lui nato nella casa Rossi di Valdentro (frazione di Lendinara) – gravitava sulla comunità di Villanova del Ghebbo. Prova ne sia che i fratelli più giovani di Adolfo, Vittorio, Giuseppe e Vincenzo sono tutti nati a Villanova del Ghebbo.

    Nel registro della parrocchia troviamo annotato che i Rossi di Valdentro si trasferiscono a Occhiobello nel 1864, quando Adolfo ha sette anni e successivamente a Lendinara.

    Lo stesso Adolfo, in una sua inchiesta sul Polesine poverissimo di fine ottocento (nel volume dal titolo “L’Italia della vergogna”) riporta un suo colloquio con il parroco di Villanova, sottolineando che “ben l'aveva conosciuto da bambino”.

    Sicuramente se Adolfo non fosse diventato la personalità che fu, sarebbe stato sepolto assieme ai suoi familiari nel cimitero di Villanova del Ghebbo dove spesso, sono sue parole, andava a trovare i suoi genitori.

    Alla sua morte in Argentina la salma fu invece trasportata con nave militare in Italia ed accolta, con funerale di stato, nel cimitero di Lendinara accanto alle tombe di Alberto Mario e Jessie White.

    Una bella lapide sopra la sua sepoltura recita:

    AD ADOLFO ROSSI PARTITO PIONIERE FANCIULLO TRA EMIGRANTI PER POI DIVENTARE GUIDA E CUSTODE REDUCE ORA NELLA PACE DELLA MORTE DOPO PERCORSE LE STRADE DEL MONDO E DELLA VITA IL PAESE NATIO ORGOGLIOSO CHE UN SUO FIGLIO FUORI DELLA PATRIA NELLE PIU’ LONTANE CONTRADE ABBIA MOSTRATO QUANTO VALGANO UNITI MENTE E CUORE ITALIANO

    Le belle parole sono di Olindo Malagodi, giornalista, scrittore e senatore, padre del forse più famoso, almeno per chi ha il ricordo dei politici del secondo dopoguerra, Giovanni Malagodi, storico segretario del Partito Liberale Italiano.

    Ma torniamo ad occuparci del camposanto di Villanova del Ghebbo. Procedendo all'interno del cimitero verso la cappella cimiteriale si può notare sulla destra, addossata al muro di cinta, prima della cappella di Angelo Rossi, una cappella con la scritta Famiglia Atanasio Malin.

    Al suo interno è custodita, tra le altre, la salma di Giovanni Battista Malin, nato nel 1837 e morto nel 1881, personaggio che si mise in evidenza nelle battaglie risorgimentali.

    Nel 2013 è stata murata nell’androne del municipio di Villanova del Ghebbo una lapide a ricordo dei combattenti villanovesi nelle guerre d'indipendenza del Risorgimento. Ma il nome di Giovanni Battista Malin, che combatté nella seconda e nella terza guerra d'indipendenza, non ha potuto essere incluso tra i combattenti risorgimentali di Villanova in quanto nato e residente a Valdentro, quindi cittadino lendinarese.

    Come riportato nell'orazione funebre, letta da Cesare Malin in occasione dei suoi funerali (il cui testo originale è in possesso di chi scrive) Giovanni Battista Malin fu il primo ad entrare in Ancona, dopo lungo assedio, con la sua compagnia su ordine del generale Cialdini “alle ore 2 pomeridiane del 29 settembre 1860”. La presa di Ancona fu storicamente importante nell'avanzata verso sud che portò il regno di Sardegna ad aggirare i territori pontifici per congiungersi con l’esercito garibaldino che stava risalendo la penisola.

    A conclusione di questi avvenimenti Giovanni Battista Malin ritornò al paese natale – come il resto del Veneto ancora sotto l’Austria – nascondendo alla polizia austriaca la sua trascorsa attività di volontario nelle forze del Regno di Sardegna che gli sarebbe costata, in quanto cittadino austriaco, un'incriminazione per alto tradimento e sicuramente l'impiccagione come accadde per tutti gli irredentisti caduti in mani austriache fino a Cesare Battisti.

    Leggiamo infatti nel volume “Polesine in armi” di Luigi Contegiacomo e Laura Fasolin dell'Archivio di Stato di Rovigo a pag. 105 alla voce Malin Giovanni Battista:

    “MALIN GIOVANNI BATTISTA di Vincenzo e Teresa Vigna, di Lendinara n. 1837 ca., m. 27.02.1881, possidente, sposato con Filomena Bassani. Campagne militari: 1866

    Va detto che, dopo gli avvenimenti del 1860, ritornato a casa, il Malin subì un interrogatorio da parte della polizia austriaca il 16 maggio 1861. Egli dichiarò di essersi allontanato dalla sua città nell'ottobre del 1859 per raggiungere Ferrara, di non aver servito in corpi militari ma di essere stato spinto a tale decisione da “circostanze di famiglia”. Seguirà ulteriore interrogatorio nel mese di giugno.”

    Raggiunta l’unità d’Italia dopo la terza Guerra di Indipendenza, Malin fu anche sindaco di Villanova del Ghebbo, pur rimanendo cittadino lendinarese in quanto residente a Valdentro, e fu anche causa involontaria e promotore di un tentativo, da parte dell'amministrazione comunale di Villanova del Ghebbo, di ottenere dal comune di Lendinara la cessione della frazione di Valdentro. Ecco come si svolse la vicenda:

    Dopo l’annessione del Veneto all'Italia, anche a Villanova del Ghebbo fu istituita la Guardia Nazionale, a capitano della quale era stato nominato proprio Giovanni Battista Malin. Ma la nomina fu impugnata in quanto, a norma di legge, la Guardia Nazionale doveva avere base comunale. L'Ispettorato Provinciale della Guardia Nazionale di Rovigo consigliò al Malin di chiedere all'amministrazione di Lendinara di cedere il territorio di Valdentro per ovvi motivi logistici. L'appartenenza al Corpo infatti richiedeva periodiche esercitazioni anche con armi che, per i militi della Guardia di Valdentro sarebbero state molto più semplici se avessero fatto parte della Guardia di Villanova.

    L’amministrazione comunale di Lendinara rifiutò dicendo che questa cessione avrebbe aperto una serie di richieste da parte di comuni limitrofi.

    Questo problema del territorio di Valdentro diviso al suo centro tra tre comuni (Villanova del Ghebbo, Fratta Polesine e Lendinara) si trascinerà poi nel tempo quasi fino ai nostri giorni, infatti anche il sindaco Alfredo Borin in anni a noi più vicini si adoperò, invano, per unificare le tre anime del paese, che di fatto costituisce un'unica realtà economica, sociale e religiosa legata a Villanova del Ghebbo.

  • Il Padiglione Duca Camerini

    Il Padiglione Duca Camerini

    Chi accede al centro di Rovigo da via Badaloni, si trova, sulla destra, un edificio alquanto massiccio, a filo con la strada, sul cui portale dell’accesso principale spicca la iscrizione OSPITALE CIVICO. Una costruzione oggi adibita ad accogliere uffici del Comune, ma che molti (specie i meno giovani) tuttora ricordano – come indica la dicitura – quale sede dell’Ospedale cittadino S. Maria della Misericordia, prima che questo fosse trasferito, negli anni ottanta, nella nuova sede sulla strada per Adria.

    Del vecchio ospedale¹ – fra l’altro questo costruito sui resti di un precedente complesso ospedaliero di origine medioevale (vedi scheda) – rimangono oggi la citata porzione lungo Via Badaloni, alcuni volumi minori lungo via Mure Ospedale e l’ex Padiglione pediatrico e infettivo, in origine edificato sul sedime del bastione d’angolo delle antiche mura della città (quest’ultimo ricordato come “torretta angolare”).

    Intendiamo qui occuparci proprio dell’originale Padiglione, costruito nel secondo decennio del ‘900, da tempo in totale stato di abbandono. Va innanzitutto sottolineato come non a caso nel Piano di Recupero approvato dal Comune di Rovigo nel 1990 e redatto dall’urbanista Romano Chirivi si ricorda il ruolo che questa parte di città assumeva – e viene oggi ad assumere – nel contesto dell’intera “forma urbis” originaria. L’idea generale fa infatti riferimento al senso storico-formale dell’area e al ruolo che questa può svolgere nella città del prossimo futuro.

    Il padiglione Camerini

    Storicamente la costruzione del Padiglione, intitolato al Duca E.F. Camerini, è stata possibile grazie ad una donazione effettuata nel 1912 dalle Officine Grafiche del Corriere del Polesine per ospitarvi il reparto di pediatria e malattie infettive.

    Riguardo all’aspetto architettonico appare importante sottolineare il clima culturale dominante all’epoca. Negli anni dieci del Novecento, dal punto di vista dello stile da imprimere ai nuovi edifici, esistono diversi atteggiamenti: si spazia da un tardo eclettismo storicistico (coniugato secondo una libera scelta di vari motivi architettonici e di elementi decorativi), al classicismo, alle nuove tendenze dell’art nouveau (liberty in Italia). Un indirizzo di gusto, quest’ultimo, relativo all’architettura e alla sua composizione che può essere cronologicamente situato tra l’ultimo decennio del XIX secolo e il secondo decennio del XX secolo, con un lungo periodo di gestazione e una serie di manifestazioni ritardatarie di non chiara attribuzione.

    La costruzione del Padiglione risale al 1913, risultando di alcuni anni successiva all’edificazione dei primi padiglioni ospedalieri del 1902-1909 destinati alla chirurgia e alle malattie mentali realizzati dall’Ing. Piacentini.

    L’edificio, dedicato al Duca Camerini benefattore dell’Istituzione, si presenta compatto, di forma quadrangolare, con il fronte principale rivolto a est verso l’interno dell’area ospedaliera². L’idea compositiva, di matrice eclettica, manifesta alcuni temi comuni legati all’architettura pubblica e sociale del tempo: un certo monumentalismo di impronta neoclassica insieme ad una energica decorazione di superficie unita ai caratteri strutturali.

    Si tratta di un edificio che opera certamente una sintesi rispetto alle correnti stilistiche accennate. I paramenti murari, pur scanditi dal rigore neoclassico degli elementi di base che disegnano le superfici, non nascondono un lieve sapore neogotico legato a certi dettagli nelle aperture e nel coronamento, mentre gli elementi curvilinei e gli elementi decorativi propri del liberty aumentano di audacia ed evidenza. Risulta accentuata una limpida scansione delle superfici in mattoni a vista, contrappuntata dal carattere fragile e pungente delle fasce decorative, degli elementi in rilievo e delle inferriate dall’organica articolazione. Trova sviluppo, con notevole coerenza e continuità, il motivo del contrappunto tra superfici riquadrate da una parte e fasce decorative in rilievo o rientranti dall’altra.

    Caratteristiche sono poi le ampie modanature intonacate che sottolineano la partizione strutturale verticale e, insieme con la continuità delle cornici orizzontali, inquadrano le superfici a vista e le finestre. Alcuni serramenti originali in legno sono ancora parzialmente presenti.

    Emergono gli elementi di sapore decò: la presenza di un’elegante inferriata in ferro lavorato che cinge in sommità il perimetro della copertura; i prospetti impreziositi dalla presenza di una fascia intermedia di formelle di ceramica dipinte su fondo giallo, finemente decorate con elementi floreali attribuite alla celebre fabbrica fiorentina fondata da Galileo Chini nei primi anni del ‘900 nel Mugello la “Fornaci di San Lorenzo”.³ Si tratta di una decorazione straordinaria, per la facciata di un edificio, che dona grazia a tutte le superfici di mattoni a vista, con quel fondo giallo chiaro da cui emerge un fiore rossastro.

    Il Padiglione Camerini presenta insomma caratteristiche architettoniche di sicuro pregio, per cui urge un intervento di recupero e riqualificazione. Una iniziativa questa che si presenta non solo come l’occasione di restituire alla comunità la consapevolezza del valore culturale dell’edificio, ma soprattutto si caratterizza come necessaria per conservare la memoria del complesso ospedaliero ottocentesco, a sua volta impiantatosi sui resti del precedente complesso di origine medioevale.

    Dal punto di vista operativo il riuso del Padiglione può essere orientato verso una tipologia di servizi pubblici legati alla comunicazione, in grado di fornire informazioni multimediali e interattive legate alla conservazione della memoria.

    NOTE

    1. Una lapide affissa sul muro dell’edificio porta una scritta latina, che fa riferimento all’accoglienza dei malati. Ecco la traduzione: Chiunque tu sia che giungi a questa casa colpito dal male, entra con animo fiducioso. Qui la carità pietosa accoglie nel suo grembo i sofferenti e li cura.

    2. L’identificazione di tre corpi edilizi, di diverso valore, è evidente, oltre dalla lettura dello stato di fatto, anche dall’analisi delle planimetrie relative che confermano come l’edificio sia stato negli anni una “fabbrica” caratterizzata da continui interventi di sostituzione edilizia, riadattamenti e nuove costruzioni.

    3. La Manifattura mugelliana, oggetto di innumerevoli studi e pubblicazioni scientifiche in tutto il mondo, non ha evidentemente necessità di presentazioni. A Rovigo e in Polesine, il nome di Galileo e Tito Chini non sono sconosciuti. C’è, infatti, più di una testimonianza dell’opera di questa famiglia di pittori, decoratori e ceramisti, come è il caso delle straordinarie maioliche per la tomba della famiglia Camerini nel Cimitero Monumentale di Rovigo e di tutte le vetrate artistiche all’interno del Palazzo Postelegrafonico (commissionate, negli anni ‘30, alla Manifattura Chini di Borgo San Lorenzo).

  • Lorenzo e Cristoforo da Lendinara

    Lorenzo e Cristoforo da Lendinara

    La sezione rinascimentale, recentemente allestita presso il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo (vedi in Ventaglio 90 n. 51 “Rovigo e il Rinascimento” di Sarah Lanzoni, pag. 8 e successive), propone, tra le altre immagini, la riproduzione di uno dei pannelli intarsiati, opera dei fratelli Canozi di Lendinara. Raffigura un libro aperto, simboleggiando l’amore per la cultura – uno dei valori fondamentali del Rinascimento – rappresentando una valida testimonianza della perizia degli artisti lendinaresi che, nella seconda metà del ‘400, espressero al meglio il loro talento in varie città dell’Italia centro-settentrionale.

    Ma chi furono i fratelli Canozi, eccellenti maestri nell’arte dell’intarsio, la cui attività già al tempo fu considerata davvero prodigiosa¹?

    Va subito detto che la loro vicenda di vita ed arte si dilatò ben oltre i confini del Polesine, interessando in particolare le città di Ferrara, Modena, Padova, Parma, Lucca e Pisa. Una storia sviluppatasi nell’effervescente mondo dell’arte del tempo, proprio nel momento in cui si registrava il passaggio epocale dai canoni consolidati del Gotico a quelli innovativi del Rinascimento. E va anche sottolineato come i due fratelli lendinaresi, Lorenzo (1425? – 1477) e Cristoforo Canozi (1427? – 1489), proprio per il loro riconosciuto talento, non ebbero difficoltà a valicare i confini di realtà statali diverse, superando senza problemi, barriere politiche, doganali ed amministrative.

    A Lendinara

    I due fratelli Canozi, appresa fin dalla tenera età dal padre marangone (ovvero falegname)² la tecnica dell’intaglio, iniziarono ben presto a realizzare nella cittadina polesana opere di un certo pregio, richiamando l’attenzione di eminenti personaggi del ducato estense. Presso la sede del municipio lendinarese è ancor oggi conservata l’unica realizzazione polesana attribuita ai Canozi: una grata monacale con artistici intagli chiaramente ispirati all’arte gotica. Un lavoro prestigioso che tradizionalmente viene fatto risalire a Lorenzo, la cui nascita, stabilita attorno al 1425, dovette precedere di qualche anno quella di Cristoforo.

    La grata si trovava presso il complesso monacale di S. Agata (oggi San Francesco) e serviva a separare la parte conventuale dai visitatori esterni: le monache, schermate dalla grata, potevano colloquiare con parenti e conoscenti nei ridotti tempi loro concessi per un rapporto verbale col mondo esterno.

    Storicamente va ricordato come Lendinara, cittadina di sicuro rilievo nell’ambito del ducato estense, fruisse nel ‘400 di frequenti visite di dignitari della corte ferrarese, e tuttora la piazza principale è dominata dall’alta torre eretta alla fine del ‘300 da Alberto d’Este. Non sorprende pertanto che sia giunta ai giovani fratelli – riconosciuti come abili maestri nella lavorazione artistica del legno – la richiesta di esercitare la loro opera a Ferrara, capoluogo al tempo connotato da un accentuato interesse per molteplici realizzazioni di pregio che coinvolgevano artisti italiani di sicura fama.

    A Ferrara

    Nella città estense i due fratelli si trasferirono dunque nel 1449, chiamati ad esercitare la loro arte inizialmente alla dipendenze di maestro Arduino da Baìso, ma poi operando in modo sempre più autonomo. Con Arduino furono compartecipi nella realizzazione, voluta dal colto e raffinato duca Leonello d’Este, dei pannelli intarsiati dello studiolo della “delizia” di Belfiore, splendido palazzo appena fuori città, di cui oggi purtroppo non esiste più alcuna traccia. E la distruzione del nobiliare edificio ha irrimediabilmente portato con sé anche quella dell’artistico lavoro a cui avevano collaborato i fratelli Canozi: la prima realizzazione in grado di “marcare” il passaggio dalla prevalente attività di intaglio su modelli gotici, a quella innovativa e tutta rinascimentale dell’intarsio.

    Va ricordato che, proprio durante il fervore costruttivo e decorativo della delizia di Belfiore, si dovette registrare a Ferrara la presenza di rinomati artisti, tra cui in particolare il geniale Piero della Francesca, con cui, specie Lorenzo, stabilì un documentato legame di fraterna amicizia. Nella città estense iniziò dunque l’ascesa artistica dei fratelli lendinaresi che, prima per Leonello e poi per Borso, realizzarono, con la tecnica dell’intarsio, ammirati quadri prospettici, desunti da raffigurazioni forse suggerite proprio da Piero della Francesca.

    Scomparse nel nulla le tarsie dello studiolo estense, da più parti si sono volute attribuire agli artisti lendinaresi altri pregevoli lavori quattrocenteschi, che tuttora costituiscono un motivo di vanto per Ferrara: i cori intarsiati della chiesa olivetana di S. Giorgio e di quella di S. Antonio Abate. Tali opere dalla critica più attenta sono definite “canoziane”, in quanto assimilabili alla produzione di Lorenzo e Cristoforo, ma prive di una solida documentazione che ne attesti la paternità.

    Per restare a Ferrara, notizie certe riguardano invece la realizzazione dell’aulico coro del duomo, opera di grande respiro che, avviata nei primi anni del ‘500, si protrasse per oltre vent’anni, vedendo, tra i principali artefici, i discendenti dei due fratelli ed in particolare Bernardino Canozi, degno figlio di Cristoforo.

    A Modena

    Se Ferrara può a buon diritto essere considerata la “culla” dell’arte canoziana, ad assicurare ai fratelli lendinaresi il perdurare della fama nel tempo furono però le successive realizzazioni, a cominciare da quelle tuttora ammirabili a Modena.

    Nel duomo modenese spicca in particolare il Coro riccamente intarsiato, opus….. fratres de Lendenara, (opera dei fratelli di Lendinara) come si legge nell’iscrizione, apposta quale firma dell’importante realizzazione, sotto il bracciolo riccamente intagliato del primo seggio.

    La grande novità introdotta dai fratelli lendinaresi sta soprattutto nell’aver abbandonato i soggetti puramente decorativi (greche, girali e motivi ornamentali, che avevano fino ad allora caratterizzato l’attività degli intarsiatori) per proporre visioni prospettiche: pannelli rappresentanti finti armadietti, caratterizzati dal gioco di sportelli semiaperti, che lasciano vedere un curioso contenuto fatto di libri, strumenti musicali o vedute fantastiche di città. Un’acquisizione, quella della prospettiva, che nel Rinascimento ebbe come maestro di primo piano proprio Piero della Francesca con cui, come detto, i Canozi strinsero salda amicizia.

    Per quanto riguarda il coro di Modena, va detto che la sua realizzazione, portata a compimento dal 1461 al 1465, è dovuta in larga misura a Cristoforo (e i suoi collaboratori), giacché nello stesso periodo Lorenzo visse a Padova (dall’inizio del secolo parte integrante dello Stato della Serenissima, vittoriosa sulla Signoria Carrarese) impegnato in un’opera analoga a quella cui attendeva Cristoforo a Modena, ovvero la realizzazione del coro della basilica di Sant’Antonio.

    Da allora i due fratelli scelsero ambiti territoriali diversi, pur restando sempre in stretto contatto e utilizzando, a varie riprese, anche alcuni collaboratori comuni, in particolare Pierantonio degli Abbati, genero di Lorenzo.

    Cristoforo metteva dunque saldamente le sue radici in terra emiliana, ed in particolare a Modena, nel cui duomo, oltre al sontuoso coro (1461-65), nel decennio successivo realizzò, anche il ciclo di intarsi della sagrestia (1474-77), nonché i quattro eccelsi riquadri degli Evangelisti. Opere che manifestano l’importante evoluzione artistica attuata dall’artista lendinarese, il quale non mancò di essere apprezzato anche come pittore: particolarmente interessante risulta la Madonna della colonna, datata 1482 e conservata presso la Galleria estense di Modena.

    A Padova

    Mentre Cristoforo otteneva ampi consensi in terra emiliana, Lorenzo esercitava con altrettanto successo la sua opera di fine intarsiatore a Padova, divenuta la sua città di elezione, portando a termine il Coro del Santo (1462-69), opera grandiosa (più del doppio del coro modenese) che gli diede chiara fama, tanto che l’intarsiatore lendinarese fu a lungo conosciuto come “l’artista del coro”.

    Ma proprio a Padova, nei primi anni ’70, Lorenzo, improvvisamente, attuò un inatteso cambiamento di rotta, lasciando l’attività di intarsiatore, folgorato dalla innovativa arte della stampa, sulla scia dell’affascinante invenzione di Gutenberg. Dal 1472 al 1475 Lorenzo attivò infatti a Padova una tipografia (la prima in assoluto aperta nella città del Santo), utilizzando caratteri mobili di propria creazione, con i quali diede alle stampe, tra l’altro, le principali opere di Aristotele, volumi raffinati in lingua latina, impreziositi dal commento di Averroè, alcuni poi arricchiti da accurate miniature, pregevoli testimonianze delle prime realizzazioni venete di libri a stampa³.

    Alcuni esemplari delle edizioni canoziane sono attualmente conservati presso importanti istituzioni culturali italiane, europee e degli Stati Uniti⁴, mentre è oggi purtroppo impossibile ammirare il coro del Santo, irrimediabilmente distrutto nel 1749 da un incendio, che ha risparmiato soltanto due pannelli (conservati al Santo nella Cappella di Santa Rosa da Lima) uno dei quali particolarmente interessante perché riproduce splendidamente uno scorcio della basilica di S. Antonio.

    Notevole è la perizia di cui Lorenzo dà prova in questa realizzazione, manifestando una chiara scelta “verista” con la volontà di riprodurre architetture reali, a differenza del fratello Cristoforo, le cui visioni prospettiche di ambienti cittadini appaiono sempre di tipo fantastico.

    Il mirabile composito lavoro del coro del Santo non era destinato a rimanere l’ultima opera attuata da Lorenzo con la tecnica dell’intarsio, giacché l’artista lendinarese venne ancora chiamato, una decina di anni dopo, a prestare la sua opera presso la basilica patavina nella Sagrestia delle Reliquie. Tuttora motivo di ammirazione sono i grandi quadri prospettici delle ante degli armadi, ultimo importante lavoro di Lorenzo, a cui si dedicò fino ad un paio di mesi prima della morte sopraggiunta il 20 marzo 1477. E al “maestro del coro” fu concesso, come da suo espresso desiderio testamentario, di essere sepolto nel chiostro della Magnolia della basilica di S. Antonio.

    A Parma, Lucca e Pisa

    Più ampio si presenta il panorama artistico pervenutoci col suggello di Cristoforo. Oltre che a Modena egli infatti fu chiamato ad importanti realizzazioni a Parma, dove fu attivo in due riprese: dapprima dal 1469 al 1473 per la realizzazione del coro del duomo e poi, dal 1487 al 1490, anno della morte, per gli arredi della Sagrestia dei Consorziali, opera questa caratterizzata da molte accattivanti prospettive urbane, ultimata dal collaboratore Luchino Bianchino.

    Nell’intervallo tra i due impegni parmensi, Cristoforo fu chiamato in terra toscana. Innanzitutto a Lucca dove con alcuni aiuti si dedicò alla realizzazione del coro e degli armadi della sagrestia (1483-88), dando vita a quadri di notevole suggestione, caratterizzati da fantastiche visioni di città ideali.

    Sarà poi la volta del coro della cattedrale di Pisa (1485-88), dove Cristoforo manifesterà una inattesa innovazione iconografica, proponendo, tra gli altri, ben 56 pannelli caratterizzati da fantasiosi congegni meccanici, che fanno pensare agli studi di Leonardo da Vinci.

    Gli epigoni

    Il seme gettato dai due geniali fratelli lendinaresi non venne meno con la loro scomparsa, trovando ulteriori sviluppi in varie zone. In terra veneta, specie a Treviso e Vicenza fiorì l’attività di Pierantonio degli Abbati, genero di Lorenzo, mentre in terra emiliana, a Ferrara, l’eredità fu raccolta da Bernardino, figlio di Cristoforo, a cui, come detto, si deve una parte consistente della realizzazione del coro della cattedrale estense.

    E a Rovigo? Come detto, l’unica testimonianza polesana attribuita ai Canozi è rappresentata dalla grata monacale di Lendinara. Ma alcune documentazioni cinquecentesche affermano che un figlio di Lorenzo, Giovan Marco, avrebbe costruito il coro della chiesa rodigina di San Francesco, di cui però non esiste traccia.

    In ogni caso è interessante osservare come la fama anche dei successori dei due fratelli, fosse rimasta legata alla primitiva origine lendinarese, come prova anche un messaggio scritto nel 1503 dal duca Ercole I a favore del figlio di Cristoforo che, nonostante la sua residenza emiliana, viene indicato come “Bernardino da Lendenara”⁵.

    E da Bernardino, dopo la sua scomparsa nel 1507, il testimone passò al figlio Daniele che con altri intagliatori attese al completamento del coro ferrarese.

    Quest’ultimo, identificato come Daniele da Lendinara (anch’egli dunque legato al toponimo polesano) intorno al 1510 operò anche a Modena nella chiesa di San Pietro, continuando l’attività artistica avviata con successo proprio a Modena dal nonno Cristoforo, del quale con tutta probabilità utilizzò anche alcuni modelli disegnati su cartoni a lungo conservati.

    Quella di Lorenzo e Cristoforo Canozi fu dunque un’arte sbocciata improvvisamente nella seconda metà del ‘400, protrattasi con continuità fino ai primi decenni del ‘500, quando all’orizzonte si profilarono altri artisti con nuove inclinazioni stilistiche.

    “Pitture lignee”, quelle dei Canozi, – come le ha definite Pier Luigi Bagatin, nel suo studio edito nel 2004 dalla trevigiana Antilia, a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti; opere che affascinarono i contemporanei per la fantasia delle rappresentazioni e la mirabile tecnica costruttiva. E che a tutt’oggi conservano ancora intatta la loro mirabile suggestione artistica. Realizzazioni uniche, in alcune delle quali i fratelli Canozi, hanno inciso la loro firma seguita dall’appellativo “da Lendinara”, quasi a voler rendere onore alla nobile cittadina polesana ove hanno avuto i natali.

  • Il Castello Estense di Lendinara

    Il Castello Estense di Lendinara

    Il recente restauro della Torre dell’Orologio di Lendinara costituisce lo spunto per portarci nel cuore della cittadina, nella piazza denominata Risorgimento, dove sono tuttora presenti i resti di ciò che un tempo veniva chiamato “Castello”.

    La suddetta piazza appare oggi al visitatore con più stratificazioni storiche di edifici di varie epoche: medioevali, rinascimentali e contemporanei.

    Per cogliere l’aspetto urbano storicamente di rilievo ci rifacciamo a quanto scritto da Marin Sanudo, cronista veneziano che nel 1484 compì un viaggio in terraferma¹. Il Castello così appariva: “Intradi in quel palazzo (poria esser castello. Ha fosse large un poco, atorno logie) antiguo e ben proporcionado. Visto olim era bello. Ha una torre maistra et granda, arente la porta principa”.

    La costruzione del Castello risale alla fine del Quattrocento (su fondamenta di un precedente manufatto) per opera di Alberto d’Este. Il quale intese fortificare le difese del Polesine di Rovigo, e quindi anche di Lendinara, erigendone attorno una struttura difensiva formata da terrapieni e palizzate, circondate da fossato. Ricorda il Sanudo: “serrati da palancole con agude ficàde, fatto fortissimamente con gran spesa, cosa bella, e fosse atorno; e molti torrioni forti, a guardia delle fosse…; e questo castello non ha mura, ma solo palificate, over steccate, e suoi torresini di terra e fosse non piccole”.

    L’intera fortificazione, continua il Sanudo, aveva tre porte di accesso: la porta di sopra o di S. Rocco,², la porta di S. Biagio, (detta più tardi Torre di Mastro Luca)³ e la porta di Roverese o di Piazza. Sopra ogni porta stava una torre, ed ognuna era dotata di un ponte levatoio davanti alla fossa.

    Dalla contrada di S. Biagio si poteva arrivare alla piazza, superando il fiume Adigetto, per mezzo di un ponte di legno. Il Cappellini, (1868-1957) storico lendinarese, riporta l’esistenza di n. 4 porte di accesso al castello, aggiungendo quindi, a quelle sopra menzionate, anche l’arco ad ogiva e ruderi di muraglia, visibili tutt’oggi nei pressi del ponte della stazione. Una porta secondaria inoltre, denominata Portello, situata a nord della Piazza, permetteva il passaggio di soli pedoni.

    Il Palazzo Pretorio

    Il Castello, costruito inizialmente al solo scopo difensivo, col passare degli anni divenne sede civile, militare e abitazione del Podestà. Da allora venne chiamato Palazzo Pretorio e al suo interno vi si tenevano le adunanze del Consiglio cittadino. Il corpo di fabbrica, come ricorda il Cappellini, aveva una forma quadrata e una torre su ogni lato, più un’altra di maggiore altezza, che sorgeva al centro.

    Rigobello, storico lendinarese del XX sec., riporta che “sui due angoli meridionali furono incorporate due torri: la Torre Maistra, nuova, alta 26 metri, che unendo le due ali del Palazzo fronteggiava la piazza e un’altra Torre detta della Campana, pure alta che doveva essere antica per il suo stile diverso, appartenendo forse al vecchio castello”. Il prospetto principale, oggi scomparso, guardava a ponente, dotato di logge, terrazze e di un cortile porticato, circondato da mura, crollate nel 1630. Col passare degli anni la porzione di fabbrica principale cadde in deperimento e fu necessario abbatterla. Nel 1801 si deliberò la sua ricostruzione ma i lavori iniziati furono quasi subito interrotti e mai più portati a termine.

    Dell’antico Palazzo Pretorio oggi rimangono tre corpi: una torre alta più di 25 metri, ovvero la Torre Maistra sul lato Nord della Piazza (che fin dai tempi della dominazione veneta fu usata come carcere); una porzione del Palazzo adiacente che si sviluppa su diverse altezze; la Torre dell’Orologio, situata all’angolo Sud-Est della piazza. Le altre tre Torri minori, in precario stato di conservazione, furono demolite.

    Prima di passare alla descrizione particolareggiata dei suddetti edifici va ricordato che nel complesso difensivo della città sorgeva anche la Rocca, costruita oltre l’Adigetto, sulla terra di S. Biagio. Dice il Sanudo “è quadrata, murata di muro, con casematte per bombardar per lài e fosse atorno; all’interno sono ripari di terra, con in mezzo una Torre, assai alta e grossa, oltre le mura vi sono i bastioni, con spalti e terreno contenente piazze per le bombarde, due casematte, quelle che guardano a mattino e a sera sporgendo dal muro di cinta della Rocca, sono fatte di muro”.

    La Torre Maistra

    Tornando al Palazzo Pretorio, da un attento esame delle mappe cartografiche dell’antica città di Lendinara e precisamente quella del Mazzante e quella del Marini, si nota che la Torre Maistra esibiva una merlatura, come ancora si può vedere sulla porzione di fabbricato adiacente, mentre ai giorni nostri si presenta con semplice copertura a quattro spioventi. Vari interventi di ristrutturazione e manutenzione sopravvennero nei secoli ed alcune lapidi ne rimangono a testimonianza. Una di queste, posta sul lato Ovest della Torre Maistra, riporta:

    “…ERE PATERNAE MEMORALIA ORNAMENTA PROTECTORISINGULARIA BENEFICIA SECUNDA SUB PRETURA …HIERONIMI DONATI DONAT ERGO PATRIA LENDINARIAE IRRADIAT FULGORIBUS HOC PERENNE DEVOTIONIS VESTIGIUM ANNO D.NI MDCXVII.”

    Per quanto riguarda l’interno della Torre, tra il 1851 e il 1852, fu demolita la scala vecchia e alcuni muri, furono aperte delle finestre per garantire l’areazione dei locali destinati a carceri e fu realizzato un camino.

    Degli ambienti interni esiste una documentazione⁴ scritta che riporta: “Vi si accede dal salotto d’ingresso alla fabbrica principale. Si divide in cinque riparti: il primo in tre locali due dei quali per carceri, il terzo di andito di comunicazione ai medesimi e nel quale esiste una scala in tavole che mette al secondo piano. I due locali per carcere di primo riparto pavimentato in tavole, a volto reale in cotto; quello a ponente-tramontana con una finestra fornita di quattro inferiate ed oscuro interno, l’altro a mezzogiorno ponente con due finestre una di grandi dimensioni verso la pubblica piazza, l’altra sul salotto d’ingresso, munita di due inferiate ed oscuro interno. Il terzo riparto, cui si accede dal fabbricato, e così pure dicasi pel quarto e quinto, è costituito da un solo locale pavimentato in cotto, impalcatura di travi e tavole di abete. Il quinto riparto è pure formato da un solo locale illuminato da due finestre con inferiate, pavimentato in tavole, impalcatura di travi e tavole di abete”.

    Il palazzo adiacente

    Le stesse fonti, per il fabbricato adiacente, riportano: “Pianterreno; vi si accede dal vicolo pubblico delle carceri, mediante ampio portone, che mette in un salotto dal quale si pasa all’abitazione del custode, composta di cucina e tinello, stanza di disobbligo con lavandino che ha comunicazione col cortile, sottoscala, forno e cantina. A ponente mette nel primo e secondo riparto della torre, a tramontana mediante vecchio ed inservibile serramento al cortile.

    Dal suddetto salotto una scala in marmo con pianerottolo in pietra Sant’Ambrogio mette al primo piano mentre dal primo pianerottolo si stacca un ramo pure in marmo che mette ai locali del custode. Questo primo piano contiene un locale a tramontana per carcere, pavimentato in tavole ed impalcatura di travi e tavole di abete, una finestra con inferriata ed oscuro interno, e due stanze a mezzodì per abitazione del custode.

    Il secondo, in cui continua la scala in mamo, si compone di due spaziosi locali che servono per infermeria degli uomini e delle donne carcerati. Illuminati da finestre, munite di inferiate. Una stanza pel secondino, due finestre con inferriata oscuri invetriate, caminetto alla francese, pavimento in cotto, impalcatura di travi e tavole di abete. Andito di comunicazione ai locali del secondo e terzo riparto della Torre sopradescritta.

    Terzo piano: vi si accede con scala in tavole e pianerottolo in cotto. E’ diviso in due riparti: l’uno serve pel granaio, l’altro per guardaroba ed altri usi. Da questo si comunica al quarto riparto della Torre suddetta e così pure al quinto riparto mediante scala di tavole alla galiota. Con scala a mano pure da questo locale si arriva al tetto della fabbrica e torre mediante abbaino in quello praticato”.

    Al terzo piano vi era inoltre una Cappella dedicata alla Vergine Maria e al Duca Alfonso d’Este, di cui oggi rimane solo un affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Il Cappellini, nell’ottobre del 1938, scrisse al Podestà di Lendinara di aver identificato l’autore dell’affresco in Alfonso Aldiverti di Rovigo, in quanto nel 1617 fu chiamato a Lendinara a decorare alcune stanze del Palazzo Pretorio. Nel novembre, dello stesso anno, il Podestà Fasiol rispose che, “d’accordo con Giuseppe Marchiori, è stata chiesta alla Sovrintendenza l’autorizzazione a trasferire l’opera presso il Palazzo Comunale”. Ma non se ne fece nulla. Negli anni successivi l’opera è stata attribuita in via definitiva a Boccaccio Boccaccino, il cui intervento lendinarese risale al 1509 su iniziativa del commissario ducale estense Ludovico Marcello.

    Degna di nota inoltre è poi l’effigie marmorea chiamata dai Lendinaresi “La Puazza”, infissa sul muro a mezzogiorno, ritrovata nel 1640 a qualche profondità alla Braglia nei pressi della demolita chiesa di S. Francesco.

    La Torre dell’Orologio

    La seconda torre – che è stata oggetto del recente intervento di restauro e consolidamento – un tempo era detta Torre della Campana e successivamente Torre dell’Orologio. Risulta nella mappa del Mazzante del 1640 priva di merlatura ed è costituita da un’imponente struttura quadrangolare, con copertura a quattro spioventi.

    Essendo una delle porte di accesso alla piazza principale, metteva in comunicazione il centro della città con la piazzetta di S. Marco e i sobborghi di Lendinara caratterizzati dalle chiese di S. Sofia, del Santuario del Pilastrello.

    Solo con l’esame della cartografia del Marini del 1782, si nota l’aggiunta di una merlatura e l’innalzamento della stessa Torre, trasformazione avvenuta probabilmente dopo il crollo dell’antica Torre della Campana, nel 1689.

    L’aggiunta degli ultimi due settori, bugnati agli angoli, ha reso possibile nel 1764 la collocazione entro la cella campanaria, aperta su ogni lato da arco binato, di una nuova imponente campana di 772 kg., uscita dalla fonderia del bresciano Alberto Solati.

    Oggi la torre, nel prospetto ovest, presenta a piano terra una porta ad arco a sesto acuto sormontata da una porta-finestra con arco a tutto sesto, nel settore mezzano ospita un grande orologio e all’ultimo piano si sviluppa la cella campanaria sormontata da merlature ghibelline.

    Il prospetto est ripropone gli stessi elementi ma la porta esibisce un arco a tutto sesto e sopra la porta-finestra viene aggiunta una piccola monofora. Su entrambi i lati, al di sopra delle porte-finestre, trovasi l’antico stemma di Lendinara. Infine, tre evidenti cornici marcapiano, che corrono sui quattro lati, distinguono visivamente i tre settori ed interrompono la verticalità della struttura.

    Da una descrizione dell’Ottocento leggiamo che: “..dall’arcata al pianterreno si passa alla casa costituita da un solo ambiente pianterreno pavimentato in cotto coperto da coppi, a tramontana della Torre dell’orologio in seguito da descriversi, et a mezzogiorno della quale si accede alla torre stessa, e di un ambiente in uso a quello di detta casa servono per abitazione del cursore comunale. Viene quindi destinato per ingresso alla torre e ad uso cucina, avente una scala in tavole che mette al primo piano. Da questo al primo riparto della torre diviso in due ambienti che servono all’abitazione del custode. Pavimento in cotto, finestre con relativi serramenti, impalcatura di travi e tavole di abete. Una scala in marmo dal locale a levante mette al secondo piano diviso a sua volta in due locali: quello a levante per abitazione con pavimento in cotto, finestra a tramontana, impalcatura di travi e tavole di abete; quello a ponente serve per il meccanismo dell’orologio, aperto all’impalcatura coll’altro riparto ad uso ambiente, ove è collocata la macchina dell’orologio con pavimento in tavole e impalcatura. Da questo terzo riparto finalmente una scala alla galiota appoggiata ad una botola praticata nella sovrastante impalcatura conduce alla loggia dove sopra robusto telaio in legno è appesa la campana del Comune…”.

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