Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Il trattato dei confini

    Il trattato dei confini

    Nel 1600 la Repubblica di Venezia iniziò lo scavo di un canale lungo 7 km per deviare le acque del Po delle Fornaci e condurle a sfociare nella sacca di Goro. L’obiettivo dell’operazione era proteggere la laguna dal pericolo che i sedimenti del Po di Tramontana potessero, col tempo, depositarsi all’ingresso della bocca di porto ed ostacolare il libero transito delle navi.

    Quattro anni dopo – il 16 settembre 1604 – il provveditore Zuan Giacomo Zane annunciava al Senato: “Oggi, col favore del Signor Dio, si è data l’acqua al Novo Taglio…”.

    L’impresa era riuscita. Questo intervento idraulico, passato alla storia col nome di taglio di Porto Viro, ha dato origine alla forma del delta del Po che oggi conosciamo.

    Ben presto intraprendenti famiglie veneziane, incentivate da una politica fiscale favorevole, iniziarono ad acquistare i terreni che mano a mano affioravano dalle acque ed investirono considerevoli risorse per promuoverne lo sviluppo, legando i loro nomi al territorio del delta.

    Nel 1743, a distanza di 140 anni dal taglio, l’ingegnere ferrarese Ippolito Sivieri riassumeva le modificazioni ambientali intervenute con queste parole:

    “Le acque del Po delle Fornaci si incamminarono per il Taglio di Porto Viro. In breve, interrarono la sacca di Goro e formarono vari rami, i quali sfociano nel mare attraverso nuove bocche chiamate … Tolle, Camello, Scovetta, Gnocca e Oca. Il Lido del Mare, a causa delle abbondanti deposizioni del Po, è cresciuto di molte miglia. I Veneziani si sono impadroniti della maggior parte di quelle bocche, oltrepassando la vera Linea di confine con lo stato pontificio. Hanno così occupato pressoché 100 miglia quadrate (circa 18.000 ettari) del Dominio della Santa Sede. I Veneziani hanno occupato quegli ampi fondi non con aggressioni occasionali e passeggere, ma con usurpazioni meditate e permanenti, facendo bonificazioni, scavando fossi e scoli, costruendo chiaviche, fabbricando case e osterie, Chiese, palazzi padronali e innumerevoli edifici rustici. Così hanno fatto in questi ultimi due secoli le nobili famiglie dei Contarini, Capello, Giustiniani, Venier, Farsetti, Garzoni, Corner, Soranzi, Tiepolo”.

    Una relazione questa che manifesta chiaramente l’avversità della parte ferrarese nei confronti dell’iniziativa veneziana. La Santa Sede – sotto cui dalla fine del XVI secolo ricadeva il territorio estense – non aveva mai cessato di rivendicare le terre di nuova formazione come appartenenti di diritto alla Legazione di Ferrara, o di considerarle quanto meno oggetto di contenzioso fra i due Stati.

    La mancanza di una stabile linea di confine favoriva inoltre l’insorgere di contrasti tra i sudditi pontifici di Ariano e quelli veneti di Taglio di Po. Col passare degli anni i contrasti e le ritorsioni si aggravarono. Si toccò il culmine con Antonio Miserocchi, soldato pontificio di stanza ad Ariano, assassinato nel bosco di San Basilio (1737) e con l’uccisione del colono veneto Giuseppe Veronese (1740) ad opera dei guarda confini pontifici.

    Le trattative più volte intraprese tra le diplomazie per fissare confini stabili erano sempre fallite, non solo perché si trattava, appunto, di un problema di notevole importanza, concernendo i confini di Stato, ma anche perché l’oggetto del contendere si intrecciava con le antiche e non mai placate mire veneziane sul porto fluviale pontificio di Goro, importante via d’accesso e di comunicazione con i mercati della valle padana.

    E’ noto che la Serenissima da sempre considerava l’Adriatico e i porti che vi si affacciavano come area di sua esclusiva influenza, giustificandosi col fatto che da secoli si era assunta il gravoso compito di proteggere le rotte del traffico commerciale e le popolazioni rivierasche dalle incursioni e dagli assalti di ladroni e pirati. Inoltre i movimenti dei coloni, dei pescatori e dei cannaroli veneti (tagliolesi) si indirizzavano spesso lungo le naturali direttrici costituite dalle vie Romea, Oriolo, San Basilio, con i loro boschi, i loro gorghi pescosi, le valli.

    Sul versante opposto gli Arianesi reagivano agli sconfinamenti veneti, incendiando i casoni di canna costruiti arbitrariamente, sequestrando le barche e le persone e distruggendo gli attrezzi da pesca.

    Le tensioni tra veneziani e pontifici si manifestavano soprattutto nella parte meridionale dell’isola di Ariano, dove il territorio si estendeva continuamente a causa delle abbondanti deposizioni di sedimenti alluvionali. L’ambiente era caratterizzato dal Po di Goro, dal canale e dalla valle dell’Oca, dai rami veneti di Donzella, Gnocca, Scovetta.

    Qui c’era il porto ferrarese di Goro, dove le imbarcazioni pagavano la tassa di ancoraggio e i gendarmi pontifici esercitavano i controlli di sanità sulle merci e sulle persone in transito. Da qui i burchi, trainati dai cavalli, risalivano il fiume e passavano accanto ai vasti possedimenti dei marchesi ferraresi Trotti e del nobile veneziano Vendramin.

    E infine era ben visibile la Torre di Goro, un manufatto difensivo incardinato nella cinta muraria del palazzo della Mesola, alla quale Venezia aveva contrapposto – all’altezza della località ora chiamata Torre di Rivà – un proprio insediamento armato.

    Venezia non perdeva occasione per installare nell’isola interfluviale presidi militari in luoghi di interesse strategico (vicino all’imboccatura del porto di Goro, a un tiro di schioppo dal fortino pontificio), ma anche in luoghi compresi nella giurisdizione ecclesiastica, (beni del marchese Trotti, lungo la sponda sinistra del Po di Goro da Rivà al mare). Essa si giustificava con l’obbligo di proteggere i suoi sudditi e con il dovere di esercitare le superiori funzioni di sanità pubblica per prevenire possibili epidemie.

    Insomma una situazione tesa che permaneva tale nello scorrere dei decenni, contrapponendo la Repubblica Veneta allo Stato Pontificio.

    Ma un clima più disteso si cominciò a respirare verso la metà del Settecento, in seguito alla pace di Aquisgrana (1748) e la fine della guerra di successione austriaca: in Europa e anche in Italia iniziava un periodo di stabilità che spingeva i governi ad affrontare, con l’arma della trattativa diplomatica, alcuni problemi interni, tra i quali rientrava la regolazione dei rispettivi territori contesi.

    Scrive Mauro Pitteri: “Si stava per giungere a una nuova stagione dei confini. Il primo trattato stipulato dalla Repubblica di Venezia durante questa nuova stagione europea degli accordi fra stati limitrofi, diretta a prevenire i conflitti, fu siglato nel 1749 con la Santa Sede e riguardava l’isola di Ariano…”

    Il 15 aprile 1749, dopo lunghi e complessi negoziati condotti a Venezia nel convento di San Francesco della Vigna, il nunzio Martino Innico Caracciolo e il procuratore Alessandro Zen, in qualità di plenipotenziari l’uno del pontefice riformatore Benedetto XIV Lambertini, l’altro del doge Pietro Grimani, sottoscrissero un trattato di aggiustamento della secolare vertenza.

    La linea di confine, che divideva in due l’isola di Ariano, misurava complessivamente circa 24 chilometri. Il primo tratto cominciava dal cantone della Brusantina di Corbola, attraversava in direzione ponente-levante l’isola fino all’estremità dell’antica sacca di Goro, che gli ingegneri del tempo individuarono coincidente con l’inizio dello stradone che conduceva al palazzo veneto di Ca’ Corner, poco a est della frazione di Piano. Da qui proseguiva verso sud, lungo il tracciato cinquecentesco della linea litoranea, fino all’altezza dell’attuale Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, da dove, mantenendo una distanza costante dal Po di Goro di 150 pertiche padovane (320 metri), giungeva alla spiaggia del mare.

    Con questo Trattato, lo Stato della Chiesa conseguiva un rilevante obiettivo economico – la piena disponibilità del porto di Goro – controbilanciato dal riconoscimento dell’appartenenza a Venezia di gran parte dei terreni alluvionali di recente formazione.

    Per la futura attribuzione delle terre che il fiume andava formando, le parti elaborarono un’originale soluzione: una linea di confine ambulante che si sarebbe dovuta costruire mano a mano che il terreno emergeva, mantenendo invariata la distanza di 320 metri dal Po di Goro.

    Per rendere incontrovertibile la linea di demarcazione fra i due stati, furono eretti 50 grandiosi pilastri di pietra, costruiti di comune accordo e a spese comuni. Costruzioni che a nord portavano il simbolo della Serenissima e a sud quello dello stato Pontificio, conferendo un aspetto suggestivo al paesaggio dell’isola.

    In località Torre di Rivà si può ammirare l’ultimo pilastro rimasto, restaurato nel 1989 dalla Pro Loco e dall’Amministrazione comunale di Ariano. A Corbola, l’attuale via Pilastri coincide con un tratto della vecchia linea di confine che – perduto nel 1797 lo status di linea divisoria fra Stati sovrani a seguito della caduta della Repubblica col Trattato di Campoformido – mantiene quella più dimessa ma storicamente non meno importante di confine amministrativo.

  • Da Saguedo a Campomarzo

    Da Saguedo a Campomarzo

    Da Lendinara, storica cittadina che in passato si meritò l’appellativo di Atene del Polesine per le sue copiose iniziative culturali, partiamo per un breve ma interessante itinerario nel circondario con destinazione finale un piccolo borgo a ridosso dell’Adige: Campomarzo. Località che raggiungeremo dopo aver toccato altre due particolari borgate quali Saguedo e Barbuglio.

    Prima di avviarci verso la nostra destinazione, è opportuno ricordare che Lendinara, attraversata dal Naviglio Adigetto, è (con le sue frazioni) una cittadina di 12.000 abitanti, che storicamente può definirsi a metà strada tra la cultura ferrarese, che vi governò fino il 1483, e quella veneziana, che fu presente fino la fine del ‘700.

    Numerose sono le chiese e i palazzi nobiliari; gradevole il centro storico in cui sopravvivono interessanti architetture, parchi ed archivi storici, quale quello del casato Malmignati e quello di Giuseppe Marchiori.

    Dalla piazza Risorgimento, dominata dall’architettura estense del Palazzo Pretorio, prende pertanto il via il nostro itinerario cicloturistico, concordato con la Consulta di Saguedo, Barbuglio e Campomarzo.

    Oltre la strada regionale “Santa Maria Nuova”, imbocchiamo la rettilinea Via Lunga verso Saguedo, ridente borgo che ci accoglie con il suo moderno Centro Polisportivo dotato di campi da calcio, rugby e tennis (un migliaio di atleti al mese) e il Centro Culturale di Solidarietà AUSER per gli anziani.

    Subito dopo gli impianti sportivi compare ai nostri occhi il Ceresolo, un sinuoso corso d’acqua che nasce a Badia, raccogliendo buona parte delle acque piovane tra l’Adige e l’Adigetto. Superato il ponte, ecco sulla destra il bar d’angolo “La Tana del Lup-polo”, che propone una birra di produzione locale che attrae moltissimi giovani.

    Qui si apre la piazzetta del paese, con la sua caratteristica area adibita a parco pubblico e parcheggio, contraddistinta da un capitello a colonna e dalla pensilina della fermata degli autobus. Tutto ciò dà l’idea di una contrada in chiave moderna ed animata.

    Alle spalle della piazza si erge l’antica chiesa di San Barnaba, risalente al XII Sec. Fino al 1789 questa chiesa dipendeva dall’abbazia della Vangadizza di Badia Polesine. Fu più volte rimaneggiata fino all’attuale forma neoclassica del 1794 ideata dall’architetto lendinarese don Giacomo Baccari. La cuspide del campanile secentesco rimanda – come altre del circondario – al monastero badiese.

    La chiesa accoglie ancora oggi alcune pregevoli opere d’arte di raffinata bellezza, che difficilmente si troverebbero nella frazione lendinarese se non fosse stata una chiesa sotto la protezione del monastero camaldolese di Badia.

    Nell’abside e in un altare laterale sono conservati due bellissimi dipinti del pittore veneziano Jacopo Negretti detto Palma il Giovane: la Natività e la Risurrezione di Cristo tra i Santi Barnaba e Paolo, entrambi realizzati verso il 1624, che necessitano di un restauro.

    L’altare maggiore è abbellito da pregevoli sculture in marmo bianco. Famosa è poi la formella intagliata e dorata, inserita nelle decorazioni del pulpito, ritraente la Samaritana al pozzo, realizzata negli ultimi anni del ‘700 dallo scultore del legno lendinarese Giuseppe Fava detto Saccadei.

    Cinque dei sei altari esistenti erano anticamente dedicati a Sant’Antonio da Padova, a Sant’Apollonia, alla Natività di Gesù, alla Madonna del Rosario e a Santa Lucia. Alla base di quello dedicato alla Madonna del Rosario, risalta un pregevole bassorilievo marmoreo con la Vergine col bambino, mentre, nell’altare dedicato a Santa Lucia, con crepe in più parti, la tela è ospitata una nicchia con la statua della Santa.

    Sopra la bussola dell’entrata campeggia un organo della fine dell’800. Sul muro esterno, nel lato verso la piazza, campeggia una lapide con i nomi dei Caduti delle due guerre mondiali. Visitata questa chiesa, che andrebbe meglio valorizzata, sia a livello devozionale che turistico, torniamo ad inforcare le nostre bici.

    Riprendiamo la pedalata verso l’Adige, incontrando il vecchio ex asilo “San Filippo Neri”, adibito ora a Centro culturale e sociale per manifestazioni tipiche locali (feste, convegni e momenti conviviali). Poi, a sinistra, compare il Cimitero, dove risalta una chiesetta neogotica, affascinante nella sua semplicità dal sapore Liberty ormai incastonata dentro disarmoniche e moderne costruzioni in vetro e cemento posizionate all’entrata.

    Lungo la strada maestra (verso Campomarzo) notiamo il recupero di alcuni edifici rurali adibiti ad agriturismo (“La Piccola Corte”) dove si possono gustare piatti tipici legati alla civiltà contadina. Molte sono le attività agricole aziendali per la produzione di grano, ortaggi, vino, formaggi e salumi e artigianali, ma non manca la parrucchiera ed estetista.

    Eccoci frattanto a Barbuglio, dove alcuni vecchi edifici rurali convivono con poco eleganti abitazioni moderne e con la chiesa di San Nicola di Bari – edificata nel 1927 dopo che la precedente, realizzata a ridosso del fiume nel 1555, aveva dovuto essere demolita per fortificare gli argini.

    E le cronache di un lontano passato ci portano purtroppo a conoscenza di un incredibile clima di conflittualità originatosi dalla fondazione della chiesa, a metà del ‘500, e protrattosi per ben tre secoli con la vicina chiesa “matrice” di Saguedo, accampante diritti sulla piccola parrocchia di Barbuglio. In particolare, durante la cerimonia di benedizione delle acque dell’Adige del 25 aprile, che vedeva arrivare nella chiesa di Barbuglio la processione dei fedeli di Saguedo con in testa il loro parroco, si originavano spesso risse, a volte anche sanguinose, che in qualche caso ebbero addirittura ad annoverare qualche morto ammazzato (vedasi in Ventaglio n. 9, luglio 1994, pag. 40: “Tre secoli di accese dispute”).

    Ma torniamo ai nostri giorni, in cui la chiesa resta per lo più chiusa al culto, ricordando che alcuni anni fa furono rubate due pale d’altare di fattura settecentesca, tra le quali una pregevole Annunciazione. Le opere, fortunatamente recuperate dai Carabinieri per la tutela del patrimonio artistico, ora si trovano al sicuro nella chiesa di Santa Sofia di Lendinara.

    Sostiamo ad un bivio, nei pressi del fiume, dove trova posto una scalinata con un’utilissima fontanella per dissetare i ciclisti. Riprendiamo il percorso raggiungendo la sommità arginale dove si apre ai nostri occhi la piacevole vista dell’Adige con le sue verdeggianti rive: in direzione di Lusia (verso cui scorre la corrente fluviale), si può assistere ad un tripudio di profumi di erbe selvatiche e osservare ramarri, api, farfalle, capinere, rigogoli e gruccioni, questi ultimi coloratissimi uccelli migratori che – in attesa di tornare in Africa per svernare – trovano probabilmente proprio in questa zona il luogo ideale per riprodursi.

    Scattate alcune foto imbocchiamo la direzione opposta, percorrendo circa un chilometro in direzione Verona nel senso contrario alla corrente del fiume. Siamo nel territorio di Campomarzo. Qui l’Adige compie un’ampia curva, al centro della quale ecco la località Pradespin, dove, su uno spiazzo verde presso l’argine, si trova un piccolo e solitario edificio religioso: la chiesetta della Madonna del Pilastrello, realizzata nel 1938 nei pressi di una precedente chiesetta edificata nel 1837 come ex voto degli abitanti del luogo a ricordo di una scampata rotta dell’Adige.

    Nelle vicinanze si trova l’Osteria “Le fiabe” che raggiungiamo per rifocillarci: una piacevole sosta sotto l’argine, in questo ristorante dove si possono ancora gustare piatti tradizionali anche a base di pesce di fiume. Appagante si rivela poi l’incontro con il giovane oste che si alterna tra la cucina e i pennelli, realizzando ritratti e grandi dipinti mitologici.

    E’ tempo di fare ritorno a Lendinara, imboccando la Stradella del Coppo, toponimo che ricorda l’esistenza di una fornace che sorgeva nel luogo. Passiamo quindi davanti alla casa di Pietro Cesare Pavanin, un personaggio che, imperante il fascismo, fece parlare di sé per le sue scelte opposte al regime: negli anni venti del Novecento se ne andò prima a Milano poi in Spagna per partecipare alla Guerra di Liberazione. Approdò infine in Russia alla ricerca dell’ideale a cui aveva dedicato la sua vita, per fare infine ritorno al paesello 17 anni dopo l’abbandono.

    Poco lontano dalla casa di Pavanin, ecco gli ultimi resti, ormai sommersi dalle sterpaglie, della misera abitazione di un altro antifascista: Gesumio Marchetto che, ventenne nel 1944, si era unito ad alcuni giovani di Campomarzo per combattere il Fascismo, trovando però la morte nell’eccidio di Villamarzana, che costò la vita a 43 giovani.

    Anche nelle piccole borgate emerge dunque il ricordo di eventi, a volte tragici, connessi con la storia della nostra nazione. Conoscenze, anche queste, che danno significato alla nostra escursione che, anche in virtù della giornata dal clima ottimo, si sta concludendo nel migliore dei modi.

    E mentre pedaliamo verso Lendinara, pensando al piacevole itinerario che stiamo completando, mi viene spontanea una considerazione relativa all’ansa dell’Adige di Campomarzo: questo tratto del fiume si presterebbe per realizzare un attracco fluviale sul modello di quello già esistente a Badia Polesine. Anche nel territorio lendinarese si disporrebbe così di un idoneo punto di sosta a beneficio dell’auspicato sviluppo del turismo fluviale. Si tratterebbe di un intervento dal costo contenuto e accessibile a finanziamenti pubblici, che avrebbe un sicuro riscontro sulle attività turistiche e ambientali, incentivando iniziative di visitazione del medio Polesine.

  • Lungo il Canalbianco

    Lungo il Canalbianco

    Dei numerosi fiumi che attraversano il Polesine, il Canalbianco è quello lasciato da sempre un po’ in ombra. Prima dei lavori di rettifica, il corso d’acqua aveva serbato il fascino di un paesaggio di salici che si curvavano con i rami fino al pelo dell’acqua. E c’erano poi gli isolotti erbosi, di cui nessuno ha più memoria, e che in estate erano una meta per chi amava attraversare il fiume a nuoto.

    Il Canalbianco corre parallelo e limitrofo all’Adige da una parte e al Po dall’altra e costituisce un punto di riferimento irrinunciabile per conoscere la civiltà del Polesine, tra agricoltura ed importanti centri urbani, vegetazione rigogliosa e vicende idrauliche.

    Percorrerlo oggi, con un occhio al territorio e l’altro alla sua storia, significa conoscere davvero il Polesine, ritrovarne l’anima e il passato, e forse anche il futuro.

    Il lungo corso del fiume (147 km), nasce con il nome di Tartaro dalle risorgive di Povegliano sullo sfondo dei Monti Lessini, e quando arriva nel territorio polesano assume il nome di Canalbianco, per raggiungere poi il mare come Po di Levante. I colossali investimenti per renderlo navigabile con il porto canale di Rovigo, le banchine, il rinforzo degli argini, le conche di sollevamento per i natanti non hanno dato i risultati sperati e il Canalbianco, per la gente polesana, resta “un fiume in incognito”.

    Seppur oggi incardinato tra alti argini, il Canalbianco è caratterizzato lungo il suo corso da paesi e località che tuttora garantiscono situazioni piacevoli, per godere delle quali a volte basta risalire i sentieri che scivolano tra l’erba alta. È un modo di viaggiare lento per ritrovare paesaggi perduti e conoscere chi ancora vive nei pressi del fiume. Si possono apprendere storie che nascono dalla lunga pratica di acque della gente che per secoli ha abitato e vissuto lungo i bordi del fiume, traendone, volta per volta, benessere ma in alcuni casi anche disperazione.

    Quasi nessuno, ormai, ricorda i barconi e le zattere che scivolavano faticosamente lungo i corsi d’acqua, attraversando città e paesi e trasportando derrate alimentari, ghiaie, legname, fascine, materiale edilizio. Ma ancora ci sono presenze architettoniche che annodano i nostri giorni con il passato.

    Lo scopriamo in un itinerario a ritroso rispetto al fluire delle acque, partendo da LOREO, dove l’Oratorio della Santissima Trinità e l’antica chiesa della Madonna del Pilastro, rifatta a metà del Cinquecento, nella frazione omonima costituiscono i due punti intorno a cui si svolge il rito dei flagellanti, che si celebra ogni anno alla vigilia della festa della SS. Trinità (14 giugno), cui è intitolata la confraternita, fondata nel 1603 dal vescovo di Chioggia Lorenzo Prezzato.

    A mezzanotte, gli affiliati alla confraternita, che giungono da ogni parte d’Italia e che vengono chiamati “fradei”, dopo avere indossato un saio scarlatto, convengono nell’oratorio per la vestizione dei novizi e la messa. Poi si chiudono nella chiesa per la parte segreta del rito, che nessuno ha mai svelato (flagellazioni, penitenze, preghiere). Dopo qualche ora, inizia la processione, con i flagellanti che, dietro all’arciprete e a una grande croce di legno, raggiungono la chiesa della Madonna del Pilastro, dove resteranno fino all’alba in canti e preghiere.

    Poco lontano, in località SMERGONCINO, c’è forse la più bella villa Papadopoli tra le tante che i conti veneziani di origini greche avevano fatto edificare in Basso Polesine, dove possedevano numerose e grandi tenute e una infinità di campi. Una villa di classiche linee e fin troppo sobria architettura, che, poco distante dall’argine sinistro del Canalbianco, era al centro di un esteso complesso agricolo, ridotto oggi a pochi fabbricati e a un giardino che l’allargamento della strada ha notevolmente ridimensionato.

    Proprio sopra la porta di ingresso al centro della facciata della villa, caratterizzata da un doppio ordine di dieci finestre – quelle del piano superiore sormontate da timpani e le altre da frontoncini a doppia curvatura – c’è lo stemma della famiglia Papadopoli.

    Di qualche anno posteriore è il semplicissimo oratorio dedicato ai SS. Faustino e Giovita, fatto edificare, vuole la tradizione, da uno dei Papadopoli che, dopo essere stato ordinato sacerdote, era costretto a portarsi ad Adria per celebrare le funzioni.

    Raggiungiamo quindi l’Amolara alle porte di ADRIA. E’ uno di quei luoghi, che, nella strana luce di un cielo percorso da densi strati di nuvole in movimento, lasciano risuonare voci e richiami, che il vento rabbioso si porta via con umori salmastri. Voci e richiami che vengono dai tempi antichi, quando gli uomini, neri di fatica e di fango, strappavano la terra alle paludi. Insomma, uno di quei luoghi che rimandano a quel «parlare di acque», con sfumature lessicali e inclinazioni dialettali che, fino a pochi anni fa, erano segno di appartenenza e quasi marchio di fabbrica per chi era di queste zone, condannate ad una eterna lotta con i fiumi che le attraversano, segnandone i confini, piegandone le vocazioni e la storia.

    All’Amolara, il tempo fa una curva a ritroso, perché proprio in queste zone c’era una necropoli etrusca e chissà che altro e, ancora agli inizi del Seicento, un retratto (una terra cioè sottratta alle acque) nei pressi di quello che, inalveando sparsi corsi d’acqua, sarebbe diventato il Canalbianco, appunto. Qui, nel 1854, il Consorzio di Campagna Vecchia aveva edificato quella grande casa in stile neoclassico, che comprendeva l’abitazione del custode e i magazzini e la grande sala macchine con la turbina a tre ruote, capace di sviluppare una forza motrice di 80 cavalli e prosciugare 4213 ettari e ancora quell’alta e affusolata ciminiera, che si slancia verso il cupo cielo invernale.

    La vecchia idrovora è stata trasformata in uno dei segni elementari del paesaggio e recuperata con un piccolo museo, un ostello e un’osteria. Su una delle altissime pareti dell’interno, Elvio Mainardi, originario di questi luoghi – e figlio di quello che per tanto tempo era stato il macchinista – ha raccontato in un grande affresco la figura benigna del padre e una storia di uomini e donne e bonifiche.

    Il tratto di Canalbianco che corre dall’Amolara alla successiva tappa presso la conca sostegno di Baricetta misura circa 6 km.

    Frazione di Adria, BARICETTA, (toponimo, già documentato sul finire del Quattrocento indicante luogo basso) si struttura come borgo solo intorno al Settecento, al tempo cioè delle prime bonifiche della zona.

    La chiesa parrocchiale, intitolata a San Giuseppe, risale alla seconda metà dell’Ottocento e conserva due dipinti secenteschi di Pietro Ricchi raffiguranti rispettivamente La cena in Emmaus e Il Signore libera le anime del Limbo. Entrambi i teleri erano stati commissionati all’artista dai Canonici Regolari Lateranensi di Padova e in origine figuravano nel presbiterio della chiesa di San Giovanni di Verdara.

    A poco più di un centinaio di metri, appena fuori dall’abitato, sorge il complesso di Villa Grassi Baroni. La grande villa con oratorio risale forse al tardo Seicento ed era stata edificata là dove era, in precedenza, una sorta di "cason di valle". La villa era al centro di un grandioso complesso agricolo nelle vaste possessioni dei conti Grassi di San Samuele, che si erano insediati nella zona fin dall’inizio del Cinquecento.

    Semplici e fin quasi naturali le linee architettoniche della casa padronale, due piani e sottotetto con tre lunghi finestroni ad arco con balconcino in pietra, quasi una trifora in una facciata che appare giocata sulle simmetrie delle diverse aperture. Successiva di circa un secolo la costruzione delle barchesse e dell’elegante oratorio, voluto dal conte Paolo Grassi accanto alla sua dimora per custodire le preziose reliquie di San Clemente e dare assistenza religiosa ai numerosi braccianti che lavoravano nelle sue terre.

    Ci muoviamo verso CEREGNANO, per giungere in località Procurative, poco lontano dal paese, c’è un’ansa in cui si affaccia un antico complesso agricolo, che ancora oggi, nonostante le numerose e talora infelici ristrutturazioni subite nei secoli, non ha perduto la sua maestosità. Non è difficile stabilire – a una lettura anche sommaria dei caratteri architettonici della casa padronale e di alcuni degli annessi – che si tratta di edifici che risalgono alla seconda metà del Seicento, ma poco o niente si sa di chi li volle e li fece costruire.

    Certo è che, diversamente da come si profilavano in origine, nel secondo Settecento risultano di proprietà di Pietro Alvise Bragadin. All’epoca il nobile veneziano spartisce però il suo dominio con quello di Bortolo Salvioni, altro rampollo di nobile casata, che gestisce la sua parte di fondo con i fratelli. Ed è anche lecito immaginare certe piccole liti o addirittura dispute per questioni di confini, che si spostavano insensibilmente per meglio provvedere ai bisogni della campagna. Comunque sia, la casa dominicale a due piani con sottotetto, presenta le consuete simmetrie delle finestre rispetto al portale di accesso, sormontato dal solito finestrone con balconcino. Di notevole interesse è la barchessa che si collega alla casa, assai rimaneggiata (se non addirittura costruita) in epoca neoclassica con quel suo imponente porticato con sette archi a tutto sesto, che sono stati murati sulla facciata, sfigurando un poco il prospettarsi del complesso.

    Sul lato opposto del Canalbianco raggiungiamo la minuscola borgata di MAGNOLINA, con la sua chiesetta, di recente ristrutturazione, ricavata nel dopoguerra da una sala da ballo nell’ex Camera del Lavoro. Ma la rustica colonna con busto di Garibaldi che si erge nella piazzetta in fondo a via Guccia, rimanda ai giorni della “Boje” (maggio-giugno 1884), il grande sciopero agrario dell’Italia post-unitaria, determinato dalle condizioni di vita insostenibili dei braccianti, aggravate dalla spaventosa rotta dell’Adige nel settembre del 1882. Lo sciopero si diffuse, appunto, a partire dalla zona compresa fra Pezzoli, Lama, Magnolina, Baricetta e Gavello, per poi estendersi e diffondersi in quasi tutto l’alto e il medio Polesine.

    La campagna intorno è disseminata da architetture rurali e quel che resta di antichi insediamenti benedettini, ma anche due corti agricole di origine settecentesca, mentre permane la percezione dell’abbazia altomedievale di Santa Maria in quel di Gavello e il sospetto della leggendaria strada sotterranea che portava fino ad Adria.

    Non è invece una leggenda, ma purtroppo una storia vera e cruenta quella che da Ceregnano si concluse tragicamente a Villadose: venti persone di ogni età, ignare e incolpevoli, prese in ostaggio nella zona alla vigilia della Liberazione ed ammazzate per rappresaglia dai tedeschi in fuga: una imprevista carneficina, sul far della notte sull’erba medica proprio dove si erge il muro del cimitero di Villadose.

    Fatti tragici si intrecciano con momenti di pura amenità, mentre fluiscono i giorni lungo le rive del Canalbianco, nella successione delle stagioni… sensazioni, epifanie, vertigini liriche che danno libero respiro alla poesia della natura; immagini cariche di echi ed allusioni e paesaggi di travolgente bellezza.

    Ecco strade e stradine, viottoli e sentieri che si insinuano a raggiera nella campagna per raggiungere ogni dove; e fiumi e canali, fossi e scoline, con erbe e colori diversi sui bordi; e i giorni e le notti, le case perdute nelle tenebre, il luccichio dell’acqua con il plenilunio, la polvere nel sole che abbaglia.

  • I cinquant’anni dei Bontemponi

    I cinquant’anni dei Bontemponi

    Era la fine del 1964, quando alcuni amici, appassionati del bel canto, formarono un gruppo di canterini capitanati dai compianti maestri Antonio Mantovani e dal fisarmonicista Loris Cominato. Un gruppo, ufficialmente formalizzato nel 1965, ideato per allietare cene in compagnia e partecipare a qualche altra festa, che ben presto si è contraddistinto per gli obiettivi di solidarietà, come organizzare a scopo benefico il tour della befana lungo le vie del paese, sostenere le necessità della scuola materna e quelle dell’amata squadra di calcio locale.

    Cinquant’anni sono trascorsi, e nel tempo il gruppo si è organizzato, evoluto, proiettando i propri obiettivi sulla ricerca del canto e del ballo popolare del Polesine e in particolare del Delta del Po.

    Oggi il gruppo “Bontemponi & Simpatica Compagnia”, primo nell’ambito folkloristico nato in provincia, è una delle realtà del settore tra le più apprezzate della regione. Quattro pubblicazioni discografiche raccontano storie, vicende, momenti di lavoro e di ganxega della gente umile e laboriosa del Polesine. L’ultimo cd, nato quest’anno, dal titolo “Cantando su l’ara” è stato prodotto da “Klasse Uno edizioni”, proprio in occasione del cinquantesimo di attività, grazie al successo radiofonico della popolarissima canzone “La Filomena”, vincitrice nel 2014 a Radio SorRriso, importante emittente di Castelfranco Veneto, quale brano più richiesto dagli ascoltatori del triveneto.

    Ed era esaurito in ogni ordine di posti il teatro della sala polivalente “Loris Cominato” di Bottrighe per la 24.ma edizione primaverile di “Serata d’Onore” del gruppo, che ha ricordato e festeggiato con l’occasione il mezzo secolo di fondazione, applauditissimo nella presentazione dei canti e balli raccolti nel Delta, tratti soprattutto dal nuovo disco.

    Tanti gli applausi pure per gli ospiti, i “gemelli” del gruppo folk “Coro d’Osteria” di Varzi (Pavia) ben preparati e diretti dal maestro Eraldo Pedemonte, che ha pure dedicato una poesia ai Bontemponi nel segno di una grande amicizia, nata casualmente nel 2006, a Porto San Giorgio, nelle Marche, durante un festival internazionale.

    Nel corso dello spettacolo, che ha avuto in qualità di madrina Romana Stocco, vicesindaco di Villanova Marchesana, si è svolta la tradizionale cerimonia, alternata da tanti momenti di emozione e commozione, con la consegna di 5443 euro raccolti durante le iniziative 2014 e destinati all’Associazione Sclerosi Laterale Amiotrofica di Padova, alla Lega Italiana Lotta al Tumore di Rovigo, all’associazione bambini cerebrolesi “Mattia Venceslao” di Rovigo e alla scuola materna “Umberto Maddalena” del luogo.

    Sono intervenuti i medici delle associazioni. Altresì i sindaci di Adria Massimo Barbujani con l’assessore Federico Simoni ed il delegato Nicola Gennari, di Rosolina Franco Vitale, di Pettorazza Gianluca Bernardinello, di Villanova Marchesana Riccardo Rigotto, di Taglio di Po Francesco Siviero, il senatore Bartolomeo Amidei, il capitano della Compagnia Carabinieri di Adria Davide Onofrio Papasodaro, rappresentanze associative corali e sociali polesane, di Lucia e Renzo Lovato del club Rodigino di Bolzano affiliato ai Polesani nel Mondo, delle gemellate pro loco di Correzzola “Vita d’Altri tempi” e della banda “Città di Porto Viro” con l’ex sindaco e fondatore della stessa Doriano Mancin e di Lino Segantin direttore di questo periodico.

    Svariati gli interventi che hanno sottolineato l’encomiabile attenzione del gruppo nei confronti dei meno fortunati, occasione altresì per congratularsi con loro per i tanti traguardi raggiunti in questi cinquant’anni di storia e per esprimere parole di amicizia e gratitudine.

    Al mezzo secolo del gruppo è stata dedicata la Romanza in Fa+ di Beethoven, eseguita dai musicisti del gruppo: Giovanni Pezzolato alla fisarmonica, Sergio Salmi al basso, ai quali si sono aggiunti Gaya Pezzolato alla viola e Luca Zanetti al flauto, studenti del conservatorio “Antonio Buzzolla” di Adria.

    Tra un mare di applausi il gran finale con l’emozionante “Oh Bottrighe!” finale dell’operetta “Butriganeide” scritta negli anni ’30 dal professor Vito Rossati per i testi e maestro Danilo Venturi per la musica.

    Il giorno dopo si è svolta la messa celebrativa del cinquantesimo accompagnata da appropriati canti dei Bontemponi. E’ seguita la sfilata in piazza Libertà e la festa conclusiva con gli amici e gemelli sino al tardo pomeriggio, conclusa con la visita alla suggestiva isola del Balutin sul Po a Corbola.

    Sempre nell’ambito del cinquantesimo, dinnanzi ad oltre 350 spettatori, i Bontemponi hanno bissato l’evento in una sera d’estate in piazza Libertà nell’ambito delle manifestazioni dell’Agosto Bottrighese, al quale ha voluto aggiungersi – in accompagnamento ai musici del gruppo e onorandoli in questa festa – il maestro Eros Bassora di Arquà Polesine, amico da sempre dell’associazione, unico riparatore di fisarmoniche nel settentrione d’Italia, e l’intervento del poeta rodigino Luciano Bonvento con poesie dedicate al Polesine.

    E per i Bontemponi la storia continua con rinnovato entusiasmo e con un susseguirsi di impegni, tra spettacoli, eventi ed iniziative culturali e benefiche, portando, ovunque e con successo, le antiche tradizioni della nostra terra.

  • Il 55° degli Amici dell’Arte

    Il 55° degli Amici dell’Arte

    Con una riuscita mostra di opere dei soci, il “Circolo Polesano Amici dell’arte” ha festeggiato il 55° anniversario della sua fondazione. Allestita presso la Pescheria Nuova di Rovigo dal 25 al 30 settembre 2015, l’esposizione ha riscosso gradimento e successo di pubblico. Lo scopo dell’iniziativa era quello di far conoscere e valorizzare il talento e la passione per l’arte che molti soci coltivano ed esprimono nelle diverse forme.

    Le opere esposte riguardavano pittura, fotografia ed artigianato artistico.

    Per la pittura hanno esposto nomi conosciuti come Gianni Cagnoni, Carla Fiocco, Gianna Mazzetto e Emanuele Marinaro, che hanno fatto dell’arte una seconda professione coltivandola sistematicamente con passione e partecipando già ad eventi di questo genere ma anche soci che hanno esposto per la prima volta come Maria Rosa Gregnanin, Graziano Barion, Renata Pattaro, Luciana Braghin e Maurizio Noce.

    Per la sezione fotografia hanno presentato i loro lavori Paolo Avezzù, Massimo Liboni, Giorgio Lazzarini, Silvia Marchetti,

    Molto apprezzate le creazioni artistiche frutto di buon gusto ed eleganza realizzate con pazienza e minuziosa manualità: ecco i tessuti dipinti di Giovanna Sattin, le composizioni di fiori secchi di Silvana Sgualivato, i raffinati ed eleganti collier, bracciali e collane in perle di Paola Noce, le befane in volo, i copriteiera e i fermaporte in forme curiose di Anna Paola Caldiron e Carmen Marcello.

    I filmati a cura del socio Massimo Liboni, divenuti ormai una piacevole testimonianza delle attività del circolo, sono stati proiettati di continuo nei giorni di apertura della mostra, incuriosendo non poco i visitatori, sorpresi delle innumerevoli iniziative del Circolo.

    Altro momento di rilievo ideato per festeggiare l’importante anniversario è stata la conviviale del mese di settembre che ha avuto luogo presso l’Hotel Cristallo domenica 27 settembre 2015. E’stata questa un’occasione per stare insieme e ricordare il cammino del Circolo in tanti anni di attività, attraverso il ricordo di persone ed eventi che lo hanno caratterizzato, allietata da musica, canto e recitazione. Protagonisti sono stati i soci Bruno Paganelli per la parte musicale nella veste di esecutore, accompagnando anche la lettura e la recitazione, Maurizio Noce per la sorprendente interpretazione di un brano tratto dal Boris Godunov, Maria Grazia Franceschetti che ha emozionato con la lettura di alcune sue poesie e Cristina Destro che si è cimentata nel canto suscitando piacevole stupore.

    Per la narrativa è stata ricordata la socia scrittrice e poetessa Danila Dicati con la lettura della sua prefazione al suo libro “Il cielo è muto” da parte di Anna Maria Caserta.

    Non è mancato un pensiero alle persone che al Circolo hanno dato tanto, come il presidente onorario Vanna Viscardini ed il maestro Gabbris Ferrari.

    Da tempo, la cucina ed il cibo vengono accostati all’arte e pertanto anche il pranzo della conviviale è stato particolarmente curato da parte del socio Romolo Cacciatori, apprezzato e stimato enogastronomo residente a Padova ma di origini polesane, che tra una portata e l’altra ha illustrato pietanze e vini.

    La socia Gabriella Piva, titolare insieme al marito di una storica e rinomata gastronomia della città, ha invece curato il buffet, molto apprezzato, dell’evento inaugurale della mostra.

    Nel corso dell’incontro conviviale è stato nominato socio onorario, figura istituita per l’occasione della ricorrenza, Sergio Garbato, persona disponibile che ha riservato sempre una speciale attenzione al Circolo con i suoi numerosi interventi in qualità di relatore; la motivazione è stata la seguente: “Personaggio di spicco della cultura polesana, profondo conoscitore del nostro territorio e della sua storia che lo rendono una delle fonti più preziose a cui attingere per una accurata e completa conoscenza”.

    A ricordo di questo importante anniversario a tutti i soci è stata donata una litografia realizzata per l’occasione dal socio Graziano Barion. La litografia, acquerellata singolarmente nella tiratura limitata di 100 copie, riproduce un gruppo in visita alla Pinacoteca del Roverella mentre ammira le opere del Bellini, sintetizzando così una delle attività caratteristiche del Circolo.

  • Premiati i giovani scrittori

    Premiati i giovani scrittori

    Il primo premio del Concorso Letterario indetto dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo è andato a Airbus della morte di Lucrezia Toselli, studentessa della classe II C Scienze Umane del Liceo “Celio-Roccati” di Rovigo, con la seguente motivazione espressa dalla Giuria: “l’autore parte, nel più classico dei modi, da un fatto di cronaca tanto reale quanto tragico, ma, ponendo se stesso al centro della vicenda, nella doppia veste di protagonista e narratore. Il tutto grazie a una scrittura semplice ed esplicativa, che si gioca su immagini rapide e di straordinaria evidenza. È così che la cronaca diventa soggettiva, capace di esprimere un groviglio di sentimenti che rivelano la grandezza e la miseria dell’uomo, travalicando l’occasione e lo stesso fatto tragico. Il tutto nella breve misura di una pagina e mezza”.

    Secondo classificato è stato l’elaborato Le fiamme sulla terra di Matteo Rubiero, alunno della classe IV G Istituto Istruzione Superiore “Viola-Marchesini” di Rovigo. Questa la motivazione della Giuria: “Vale soprattutto l’atmosfera da incubo, un incubo che è chiaramente nella mente turbata del personaggio. Ci sono dei sottili rimandi a Stephen King e a Stanley Kubrick, che però non diventano mai invadenti. Il susseguirsi delle impressioni e delle paure è raccontato con una scrittura piana e quasi oggettiva, tale da definire una realtà che forse è solamente mentale. L’orrore risiede nella ripetizione e nella moltiplicazione di ciò che deve essere, invece, unico”.

    La Giuria ha infine assegnato il terzo premio al racconto L’una e un quarto di Alberto Munerati della classe IV G Istituto Istruzione Superiore “Viola-Marchesini” di Rovigo con la seguente motivazione: “Una vicenda come tante, che paradossalmente si ridefinisce e arricchisce in un linguaggio estremamente crudo, che non teme la volgarità e che, per converso, scandisce un mondo fatto di miseria morale, in cui ogni anelito di autenticità viene frustrato e vanificato. I sentimenti finiscono per scivolare lungo la china del degrado, in cui niente si salva più: ogni forma di pietà viene bandita e il destino è segnato, inesorabilmente”.

    I lavori di tutti i venti finalisti saranno raccolti in una pubblicazione a cura della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che verrà distribuita a ciascuno di loro con l’auspicio che tale azione possa incoraggiarli a proseguire nella loro attività letteraria.

    L’iniziativa attivata dalla Fondazione ha avuto come avvio la pubblicazione del bando del Concorso, rivolto agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado della provincia di Rovigo, che prevedeva la partecipazione attraverso l’invio di un inedito racconto breve a tema libero. Ciò per offrire la possibilità ad ogni ragazzo di dare libera espressione di sé nel contesto scolastico: “intermediari” e garanti i docenti e gli istituti scolastici, gli studenti, infatti, hanno elaborato gli scritti in piena autonomia.

    Il concorso prevedeva l’assegnazione di premi ai migliori scritti mediante buoni per acquisto di libri. Inoltre, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha messo a disposizione degli Istituti scolastici che avessero presentato il maggior numero di elaborati, tre riconoscimenti rispettivamente di euro 2.500, euro 1.500, euro 1.000. La motivazione di questo ulteriore premio è nata dalla volontà di contribuire alle necessità didattiche della scuola che, allo stesso tempo, si impegnava ad incentivare gli alunni in attività extra scolastiche formative e specialmente nella promozione della lettura.

    Alla scadenza del concorso, l’11 aprile 2015, sono pervenuti 123 elaborati dagli Istituti scolastici: Istituto Professionale Colombo di Adria, Liceo Scientifico Balzan di Badia Polesine, Istituto per Geometri Bernini di Rovigo, Istituto di Istruzione Superiore De Amici di Rovigo, Istituto Agrario Munerati di Sant’Apollinare (Rovigo), Istituto Professionale Marco Polo di Rovigo, Istituto di Istruzione Superiore Viola-Marchesini di Rovigo, Liceo Celio Roccati di Rovigo.

    Considerato l’interesse che il Concorso Letterario ha suscitato nel mondo della scuola, si pensa che l’iniziativa sarà riproposta anche nei prossimi anni.

  • Il Premio Lions a Isabella Sandri

    Il Premio Lions a Isabella Sandri

    La consapevolezza delle potenzialità del Polesine (area spesso scarsamente valorizzata) si ottiene anche tramite la conoscenza di importanti personaggi – originari di questo nostro lembo di territorio padano – che esprimono al meglio le loro doti intellettuali e di lavoro anche al di fuori dei confini provinciali.

    Un’opera di valorizzazione, questa, che costituisce uno dei qualificati impegni del Lions Club Rovigo che, a cadenza triennale, attribuisce il premio “Due Torri D’Oro” a “Polesani viventi, di fama internazionale, che si siano distinti in maniera eccellente nelle scienze, nella cultura, nell’arte, nell’economia, nello sport, nonché in qualsiasi altro campo dell’attività umana”.

    Quest’anno (ventesima edizione dell’iniziativa) il premio è stato attribuito a Isabella Sandri, cineasta rodigina che ha alle spalle un nutrito palmares di riconoscimenti attribuito alle sue molteplici realizzazioni filmiche (vedi scheda). Per ritirare l’importante riconoscimento del Lions è convenuta a Rovigo lo scorso 23 maggio, in compagnia del regista Giuseppe Gaudino con il quale ha portato a termine varie opere come co-regista o sceneggiatrice.

    Se è toccato a Ruggero Zambon (presidente della Giuria del Lions appositamente costituita per il premio) tracciare il profilo biografico della apprezzata cineasta, è stato proprio il regista Gaudino a soffermarsi su aspetti poco noti della vita professionale di Isabella Sandri, la quale, prima presso l’Auditorium del Conservatorio, poi nella Conviviale del Lions non si è sottratta alle domande e alle curiosità dei presenti.

    Un’occasione amabile ed interessante per fare conoscenza con una donna dolce e determinata nel contempo, convinta dell’importanza che può avere il cinema per approfondire storie, situazioni, stati d’animo, facendo emergere la profonda umanità dei personaggi. Siano essi bambini, come ad esempio ne La casa dei limoni, un documentario girato nel 1999 coprodotto dalla RAI, che racconta il sogno impossibile di una bambina palestinese che vorrebbe lasciare il campo profughi di Sabra e Shatila in Libano e tornare al villaggio di suo nonno; o nel documentario Storie d’armi e di piccoli eroi, girato dal 2003 al 2008 in Afghanistan, che racconta la storia di un orfano delle “bombe intelligenti”, il quale riesce a salvarsi grazie alla sua passione per la scrittura e i libri, mettendo la penna contro le bombe, per arginare l'inferno del proprio Paese. O siano adulti che vivono situazioni penose, come documentato nel drammaticissimo film Maquilas, girato in Messico dal 2003 al 2005, ambientato tra le operaie delle fabbriche di Ciudad Juarez, dove centinaia di donne vengono ritrovate uccise e fatte a pezzi. Un’opera questa che, presentata al Festival di Torino, ha vinto il “Premio Speciale della Giuria” e il “Premio Cipputi”, come miglior documentario sul mondo del lavoro. O ancora nel film Per questi stretti morire (Cartografia di una passione), realizzato dal 2007 al 2010, nella Terra del Fuoco basato sull’avventura umana e di documentarista di Alberto Maria De Agostini, un salesiano vissuto in Patagonia dal 1910 al 1935. Personaggio interessato non solo agli aspetti religiosi della sua missione, ma in particolare a documentare ambiente e situazioni di vita dei nativi, rivelandosi abile cartografo, fotografo e cineasta. Un personaggio poco noto che si strugge per la scomparsa degli ultimi indios e per la bellezza del paesaggio. Anche a questo film non sono mancati vari riconoscimenti, quali il Premio “Città di Imola”, per il Miglior Film Italiano presente al Film Festival di Trento 2011 e il Premio Speciale della Giuria al XVIII “Premio Libero Bizzarri”, entrambi del 2011.

    Consegnando alla regista il premio “Due Torri d’Oro”, Enrico Ubertone, presidente del Lions Club rodigino, ha sottolineato la passione di Isabella Sandri per il suo lavoro, l’assoluta mancanza di ostentazione e, al contrario, l’attenzione che rivolge ai più deboli e diseredati per valorizzarne lo spessore umano, evitando sia il facile buonismo che la denuncia sociale aperta che potrebbe provocare ritorsioni. “Con Isabella Sandri – ha concluso – i Lions premiano una concittadina che ha saputo portare un po’ della nostra cultura nel mondo”.

    E, a proposito di questa annotazione del presidente del Lions, domandiamo all’apprezzata regista come si configura oggigiorno il suo rapporto con il Polesine, chiedendole inoltre di informarci brevemente sui prossimi impegni.

    “Il mio rapporto col Polesine: mi vengono in mente solo risposte ‘affettive’, poi penso che no, ho anche un lavoro da finire (iniziato nel 1988, ma che trova origine in filmati dell’archivio di famiglia. Si chiama – provvisoriamente – Via Quarti, perché tutti gli eventi si svolgono in una sottile striscia di terra, tra l’argine e il fiume Po, tra Polesella e Guarda Veneta, dove i nonni materni avevano una casa. Dagli anni 60’ ad oggi tutto è cambiato. Io negli anni sono tornata lì a girare. Alcune persone amate, e cari amici non ci sono più. Restano quei materiali, quelle riprese. Non è più quindi una ‘striscia di terra’ ma è una striscia di tempo, di ricordi. Ed è come se quel lavoro, quelle mie riprese io non le volessi mai terminare, spostandone la fine, in ‘modalità infinito’. Questa mancanza di una fine mi rassicura. Quando non ne avrò più paura, probabilmente lo finirò”.

    “Per quanto riguarda i prossimi impegni, nell’immediato c’è il film di Giuseppe Gaudino, dal titolo Per Amor Vostro, che è stato selezionato in concorso alla Biennale di quest’anno. Ho scritto con lui la sceneggiatura (e con mia madre, Lina Sarti Sandri), e di questo film sono anche la co-produttrice. Bisognerà seguire il film nelle sue uscite in sala e affiancare Giuseppe nella diffusione delle tematiche che questo film solleva”.

    “C’è poi un mio progetto da realizzare: un film lungometraggio che si chiama Un Confine Incerto, di cui farò la regia e di cui ho scritto anche la storia. Sarà un film piuttosto impegnativo perché sarà ambientato a Roma, in Alto Adige, in Germania e nell’Europa dell’Est. Anche in questo caso il tema è quello di un ritorno e di un interrogarsi sulle proprie radici”.

  • I quadri di Rovigo a Bard

    I quadri di Rovigo a Bard

    C’è stato un importante gemellaggio nei mesi scorsi tra il Polesine e la Valle d’Aosta, un evento eccezionale, che ha portato la città di Rovigo al centro dell’attenzione non soltanto a livello nazionale ma internazionale. Oggetto di tanto interesse è stato un eccezionale prestito di una parte della pregevole raccolta di opere pittoriche della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del Seminario vescovile (custodite presso palazzo Roverella) effettuato a favore di un evento espositivo in Val d’Aosta.

    Nel valdaostano Castello di Bard dal 20 giugno all’8 novembre 2015 è dunque approdata una ricca selezione di 52 capolavori – scelti tra le innumerevoli opere in possesso delle istituzioni rodigine – offrendo una sorprendente panoramica della stagione artistica veneta nell’arco di tempo tra il Quattrocento e il Settecento. Quattro secoli con varie epoche della storia dell’arte (dal Tardogotico, al Rinascimento, al Manierismo, al Barocco e Rococò) che mettono in evidenza la passione per la pittura di alcune nobili famiglie rodigine (Casalini, Silvestri, Gobbetti ed altre) che nell’Ottocento donarono le loro quadrerie all’Accademia dei Concordi e al Seminario vescovile; opere che possono essere considerate il meglio dell’arte veneta di questo periodo.

    Sede di questa prestigiosa mostra è stato dunque il Forte di Bard in Valle d’Aosta, uno dei migliori esempi di fortezza di sbarramento lungo la Via Franchigena, che nel Medioevo univa Canterbury a Roma. Si tratta di un’importante struttura costituita da tre principali corpi di fabbrica (per un totale di 283 locali), posta tra i 400 e i 467 metri di altezza su un colle che domina l’intera vallata; un grande complesso “sottoposto a un intervento di restauro e di riqualificazione finalizzato a renderlo un grande polo culturale e un’ampia, innovativa, accogliente struttura museale”.

    Curatori della eccezionale rassegna rodigina in terra valdostana sono stati Vittorio Sgarbi e Gabriele Accomero. Per l’occasione è stato pubblicato un catalogo completo con la riproduzione fotografica di tutte le opere esposte, ognuna con la presentazione di esperti d’arte quali Alessia Vedova, Antonio Romagnolo, Pier Luigi Fantelli, Cinzia Tedeschi, Marzia Ripa, Mauro Lucco.

    Nei testi introduttivi al catalogo, il presidente dell’Associazione Forte di Bard, Augusto Rollandin, dice, tra l’altro: “Il Veneto, con la splendida città di Rovigo, è terra di grandissima ricchezza umana, storica e culturale, con la quale siamo particolarmente onorati di avviare una collaborazione così prestigiosa, suggellata da un importante catalogo con schede scientifiche e testi di sicuro valore”.

    Il presidente dell’Accademia dei Concordi, Enrico Zerbinati, osserva, tra l’altro, sul catalogo: “Chi curerà la mostra dei dipinti provenienti da Rovigo saprà, attraverso un affascinante e istruttivo percorso espositivo, cogliere lo splendore e la magia di una bellezza assoluta, calata nel contesto delle epoche in cui sono state riprodotte le singole opere, profilando nella giusta luce gli autori che le hanno create”. E continua poi “Sono convinto che i visitatori resteranno ampiamente soddisfatti nel constatare che anche in centri minori si possono trovare capolavori artistici di altissimo livello”.

    E, infatti, le opere esposte possono essere considerate punti di riferimento per la storia dell’arte del nostro Paese e capisaldi della pittura internazionale.

    Bellini, Tiepolo e Tiziano sono i pittori più rappresentativi della mostra, ma emergono pure Ippolito Scarsella, Palma il Vecchio, Palma il Giovane, Giambattista Piazzetta, Giuseppe Zais, Luca Giordano, Rosalba Carriera, Alessandro Longhi. Giuseppe Nogari, Giambattista Pittoni, Pietro Vecchia, Bernardo Strozzi, Pietro Bellotti.

    Ritratti e paesaggi, scene tratte o ispirate al Vecchio e Nuovo Testamento, alla mitologia classica, alla vita quotidiana, motivi immaginari e bucolici, sono i soggetti più frequenti.

    Ed è proprio la provenienza di queste opere che ha reso eccezionale e prestigiosa questa mostra, cioè il fatto che i quadri esposti sono pervenuti da una collezione d’arte di un museo poco conosciuto al di fuori del Veneto e da una città non propriamente turistica. Ecco, quindi, quanta importanza rappresenti per Rovigo questa proposta del Forte di Bard. Infatti, oltre a mostrare a un grande pubblico questi prestigiosi capolavori polesani, certamente si è avuta l’opportunità per stimolare in futuro visite sul piano culturale e turistico non soltanto per Rovigo ma per tutto il Polesine.

    “Il prestito di queste opere – ha detto Virgilio Santato a nome dell’Accademia dei Concordi – è stata una straordinaria opportunità perché questi capolavori sono stati inseriti in un contesto turistico internazionale. La mostra al Forte di Bard, organizzata molto bene, ha avuto un flusso turistico notevole con decine di migliaia di visitatori ed una platea nazionale e internazionale. La rassegna – ha continuato Santato – ha avuto un contesto architettonico che si è prestato in modo egregio per i suoi spazi espositivi ed anche perché era inserita in altre mostre di grande importanza storica e paesaggistica. Siamo grati alla Valle d’Aosta per questa eccezionale opportunità ed anche ai curatori e agli organizzatori che hanno fatto in modo che la mostra apparisse in tutta la sua importanza”.

    “C’è da considerare poi il fatto – ha osservato ancora Santato – che alcuni dipinti sono stati restaurati per questa occasione per cui tornano a Rovigo in condizioni migliori. Bisogna dire inoltre che questa esposizione è stata fatta senza alcun costo per l’Accademia dei Concordi, perché tutte le spese sono state finanziate dalla Valle d’Aosta. La nostra città ha avuto l’opportunità di essere fortemente valorizzata richiamando l’attenzione su di sé portando a conoscenza di un vasto pubblico le sue opere e il suo territorio”.

  • Mattoncini colorati

    Mattoncini colorati

    La luce del giorno aveva scovato un pertugio impervio ed era filtrata dalle losanghe di una persiana chiusa a tre quarti, illuminando gli occhi sbarrati di notte, facendomi tornare, piano, alla realtà.

    Con movimenti da bradipo avevo stirato lentamente un braccio, poi l’altro, rannicchiandomi ancora fra le lenzuola stropicciate di sonno, e nella coscienza vergine del primo mattino, avevo cercato quell’attimo di raccoglimento che non avevo potuto trovare. Lo sguardo mi era scivolato furtivo oltre il mio angolo di letto, e un grido silenzioso di stupore mi si era frantumato in gola, facendomi sussultare brevemente.

    Una frazione millesimale di secondo. Il tempo che la mia mente aveva impiegato a prendere possesso di quella situazione inconsueta, che spezzava una linea continua tracciata nel corso di cinque anni.

    Mentalmente provavo a scomporre i cinque anni.

    “Sessantamesiduecentosessantasettimanemilleottocentoventiseigiorni”. Un’eternità, spesa a inseguire brevi ciuffi di niente, che si spargevano per le mie giornate come gli acheni leggeri del tarassaco si involano nel vento a primavera. Soffioni impalpabili che velavano ogni contatto con la realtà.

    “Hei!” – il ragazzo si era svegliato dolcemente e, guidato da un istinto primordiale, mi aveva portato a sé, serrandomi fra le gambe affusolate, e mi aveva stretto così forte che il cuore si era prodotto in uno sguizzo aritmico.

    “Tutto bene?” – aveva chiesto con la bocca impastata di sonno e, senza attendere risposta, aveva ripreso a dormire il riposo sereno del guerriero.

    Un fremito mi aveva colto improvviso, e confusamente avevo annaspato fra le pieghe delle lenzuola per cercare di stanare con gli occhi un varco verso l’uscio della stanza, che non mi riuscì di scovare. Affondata nel suo corpo, trattenuta dalle sue braccia, il mio orizzonte terminava dove finivano le increspature di quella canotta rigata che aveva l’odore buono della sicurezza.

    “Cosa accadrebbe se Giacomo ci vedesse?” Inorridii al solo pensiero che mio figlio, un uovo adolescente, verde e immaturo, avesse potuto scorgere da un pertugio fra porta e stipite, sua madre a letto con uno sconosciuto, nel talamo sacro un tempo riservato a suo padre. Mio marito. Scomparso quando lui era un pulcino tenero e goffo, lasciandogli nella mente immagini rarefatte che gli avevano permesso di elevarlo al ruolo di mito. Un Dio dell’Olimpo. Suo padre, che ci aveva lasciato sperduti dentro al mondo, entrambi con una perdita che a nessuno dei due era riuscito di colmare, e che avevamo cercato di elaborare alla meglio, sbarrati dentro a due solitudini diverse, e distinte. Giacomo che si atteggiava a uomo usando il suo rasoio e ascoltando i suoi Cd dei Pink Floyd, mentre io mi ero lasciata solo il vezzo di respirare, perché così – mi avevano insegnato – si rimane in vita: impilando un respiro dopo l’altro, sequenze ritmiche di fiati.

    Camminavo, mi muovevo, mi spostavo nel mondo.

    Come un automa programmato, mi ero trasfigurata in un elenco di compiti da svolgere. Una sorta di lista per la spesa allargata. Il lavoro. I jeans improbabili di Giacomo da stirare. La visita a mia madre al sabato mattina. I sorrisi aperti per mio padre, per cui parole e ricordi erano diventati ostici puzzle senza ordine o filo logico, come un vecchio gioco del quindici impazzito, con le caselle in caos sparso.

    “Meno male!” – avevo sospirato nel pensiero quando gli spostamenti del giorno prima erano affiorati, vividi, alla coscienza. Avevo affidato mio figlio alla nonna, in modo inaspettato, perché il sabato era serata di pizza e cinema. Una tradizione iniziata quando suo padre era ancora con noi, e mai abbandonata prima di allora.

    “Su, forza!” – Giacomo aveva provato a opporsi quando gli avevo infilato pigiama e spazzolino nella borsa da palestra. Aveva annaspato dentro al suo repertorio classico di frasi svogliate, e si era prodotto in un “Ma mamma…” che aveva lasciato monco. Per lui, io, ero sua madre, non una donna. Un compendio di professioni: un’autista, una stiratrice, una lavapiatti. La chioccia a cui chiudere lo schermo del computer quando, paonazzo in volto, lo scorgevo a chattare con qualche coetanea acerba. “Giacomo che fai?” – lo riprendevo sorridendo. “Niente ma’” – gracidava annoiato – “cose che non puoi capire.”

    Forse Giacomo aveva ragione e il suo istinto gli suggeriva che io ero una donna vecchia a quarant’anni. Ingessata dentro a completi color cremisi, o cammello, che mi conferivano un’aria austera.

    Portavo i capelli lunghi, quasi a voler trattenere un vezzo di gioventù, ma costretti in modo statico da una coda e fermagli d’osso. Un’Alba Chiara alla Vasco Rossi: “ti vesti svogliatamente, non metti mai niente che possa attirare attenzione…”

    Come avrei potuto spiegare a mio figlio che nel mio letto quella sera avevo portato un uomo quasi sconosciuto, che mi aveva regalato l’ebbrezza di un sogno provvisorio?

    Non era da me. Testa sulle spalle. Massimo dei voti, laurea cum laude. Alla morte di mio marito, cinque anni prima, mi ero forgiata come fossi stata acciaio duttile da temperare, ricordando una vecchia frase di mio nonno. “I dolori rinforzano.” La ripeteva come un mantra. E siccome – al contrario – il dolore mi aveva divelto, smembrato, sradicato, abbattuto, mi ero imposta rigidi schemi mentali per non soccombere al caos della perdita. Dogmi e aforismi con valore prossimo all’assoluto.

    Non era da me, dunque, abbandonarmi. Ma era successo. Un momento di banalità.

    “Ciao!” Semplice come l’acqua. Una delle prime parole che impariamo a dire, agganciandola a quel gesto di apertura della mano che ci insegnano da bambini. Un’àncora solida fra i gorghi dell’oceano della vita. Lui me l’aveva lanciata accompagnandola con un sorriso da bambino, e io ancora non sapevo quanto quel “ciao” aveva avuto un’attrazione magnetica su di me, polarizzandomi, come quella limatura di ferro attratta da una calamita, studiata fra i banchi del liceo.

    Il bar era di fronte a casa e il caffè serale era l’unica concessione dopo il rituale del lavaggio dei magri piatti che servivano a due anime perse per cenare. Un caffè di sfuggita al banco, e due chiacchiere con la barista. Cinque anni e sempre la stessa dinamica. “Cosa ti preparo?” “Un deca macchiato!”

    Ora mi coglievo stupita al pensiero che in tutto quel tempo non mi era mai affiorata l’idea che avrei potuto cambiare registro. Ordinare un gelato. Provare il gusto salato di patatine e Aperol-spritz. Quasi come se controllando un caffè, avessi potuto avere fra le mani il telecomando dei bottoni di tutta la vita.

    “Vai o ti siedi?” Non avevo compreso esattamente la domanda di quell’uomo che avevo visto in chissà quante occasioni, seduto al tavolino del locale, senza per questo essermi mai fermata a guardarlo.

    Al quesito avevo risposto incollandomi in faccia un’espressione interrogativa, ma poi avevo inviato un sms al cellulare di mio figlio: “Farò tardi”. Una frase sghemba, che inconsciamente mi aveva fatto accettare l’invito di…di…

    “Federico. E tu sei Marta, quella che prende il caffè e scappa, perché ha paura della vita!” In quella frase avevo intuito che conosceva tutto quanto ci fosse da sapere della me degli ultimi cinque anni. Non c’era altro da intuire. Iniziavo e finivo in quelle scarne parole.

    Era partito tutto così, per caso. Somigliava all’inizio di una pellicola in bianco e nero anni quaranta. Un uomo in grigio, una donna spigolosa col tailleur, uno spunto per un incontro.

    La sera avevo preso a sedermi vicino a lui, tranquilla del fatto che accanto a noi sedevano i suoi amici. Questo mi confermava che non stavo cadendo, e scadendo, fra le maglie di una soap al gusto caramello e melassa.

    Poi una sera accadde quella cosa. Irrisoria e piccola. Un gelato fra le sue mani. Le sue labbra, dolci e agre, di cocco e lime. E quel gesto breve, all’improvviso. Aveva affondato il cucchiaio nel gelato e me lo aveva portato alla bocca trattenendomi con lo sguardo, e io istintivamente avevo accettato l’apertura, lasciandomi nutrire come un bambino piccolo si lascia nutrire dal seno di sua madre. Buio in sala: i suoi amici erano scomparsi ai miei occhi, ed ora un lampo si era acceso soltanto su noi due. La notte che ne era seguita era trascorsa agitata, e il sonno strano, orale, e umido di umori.

    Due mesi passati a scambiarci messaggi cifrati, e poi questo incontro fugace. Ed ora, sveglia nel mio letto, guardavo quest’uomo provvisorio immaginando che a breve avrebbe raccolto i pantaloni stropicciati dal tappeto di lana cotta, se li sarebbe infilati meccanicamente, e mi avrebbe lasciato nella mia solitudine interstellare.

    “Che dormita. Mi sento un leone!” La luce del primo mattino gli aveva forato le palpebre ferendogli le pupille, ed ora Federico allargava le braccia lunghe, che usava ogni tanto per accarezzarmi e darmi buffetti teneri sui capelli arruffati. Indietreggiavo, e mi rannicchiavo in posizione fetale. D’istinto, così come quel giorno avevo accettato del cibo dalle sue mani, ora mi stavo ritraendo per offrirgli la via di fuga, senza rifilargli le recriminazioni per una notte brava e fugace.

    “Non fare la bambina!” – mi aveva preso il mento fra le mani, costringendomi a guardarlo in quegli occhi in cui mi parve di scovare un oblio dolce e pungente – “Sai a cosa sto pensando?”

    Ero rimasta in silenzio, ansante, appesa a quel verbo al gerundio che suonava in divenire.

    “Penso che sia ora che butti quei terribili completi alla Vasco Rossi e andiamo insieme a prendere qualcosa di nuovo, qualcosa di colorato, di femminile, diamine! E poi sai a cosa penso?”

    Ero rimasta di nuovo come una vignetta di quelle che spuntavano dai libriccini dei cruciverba: senza parole.

    “Penso che potremmo comperare un Lego.”

    Lo avevo scrutato con l’aria intontita di chi ha appena preso un palo della luce durante una camminata all’aperto, con la mente dispersa per l’aere. “Lego?” – avevo balbettato, ripensando ai mattoncini di Giacomo bambino.

    “Un Lego sì. Mattoncini colorati. Così iniziamo a costruire, pezzo dopo pezzo, uno stralcio di futuro. Una casa, una macchina, o – perché no? – un aereo, un’astronave!”

    Federico quella domenica era rimasto. Abbastanza da vedermi rincasare con Giacomo.

    “Chi è ma’?” – aveva intonato mio figlio con la voce da corvo gracchiante dei suoi dodici anni.

    “Un amico.” – avevo risposto impenetrabile, tornata nei panni di una madre, mentre lui gli mostrava entusiasta la sua finta barba rasata. Ma la mente aveva preso un volo pindarico, e mi rimandava a loop, l’immagine di lui che scandiva quel verbo declinato al plurale: iniziamo a costruire.

    Guardavo mio figlio intento a sviscerare un’istanza di padre, dentro i muscoli adulti di Federico che giocavano a “braccio di ferro”, e intanto sognavo file di mattoncini colorati, incastrati l’uno sull’altro, a formare un universo. Una proiezione ortogonale, poliedrica e cangiante, che faceva esplodere fasci di oggetti colorati, come in un novello big bang rigeneratore.

  • Il pittore dei sogni

    Il pittore dei sogni

    Non c’è un’unica via per cercare la pace interiore, ma una delle più sicure è indubbiamente quella di seguire il percorso dell’arte. Non tanto quella dell’arte fruita (che comunque può dare dei buoni esiti, a meno che non si persegua una sorta di ossessiva identificazione con il soggetto rappresentato, che può portare alla destabilizzante sindrome di Stendhal) ma soprattutto quella dell’arte praticata: quella che assicura appagamento nel momento creativo; quella che dona al pittore l’intensa soddisfazione del vivere una situazione irripetibile: la percezione interiore che la rappresentazione che si sta formando sulla tela è intimamente legata al proprio mondo. In questo caso all’autore non importano più di tanto gli esiti del quadro; non ha rilievo se, alla conclusione del procedimento creativo, si ottenga o no un consenso collettivo. Importa soprattutto il proprio sentire nel momento del fare arte.

    Non sorprende allora che vi siano autori (qui stiamo parlando delle arti figurative, ma il discorso vale ovviamente anche nel campo della letteratura) nei quali manca completamente lo stimolo a rendere pubbliche le proprie opere. Pittori che realizzano con passione i propri quadri e di ciò si sentono appagati; tutt’al più li mostrano ad una ristretta cerchia di amici, ma si sottraggono con decisione all’opportunità di allestire qualche mostra o, tanto più, all’ipotesi di partecipare a dei concorsi.

    Una premessa questa necessaria per comprendere lo stato d’animo di Marco Valdura, che solo dopo anni di insistenze degli amici, ha ceduto mettendo in mostra i suoi originali lavori a Rovigo presso lo spazio espositivo del Circolo Arti Decorative di Piazzetta Annonaria. Quadri sorprendenti per i soggetti e i colori quelli di Valdura, che presentano una realtà che non c’è: un mondo fatto di fantasia ed echi magici in scenari per lo più aperti (siano essi caratterizzati da distese d’acque o paesaggi innevati) con primi piani solitamente dominati da soggetti statici (alberi o strane lune) su cui si esercitano minuscole creature silvane che rimandano al mondo degli elfi.

    Esseri benevoli questi che – invisibili ai più – popolano il mondo della natura. E beneficiano del miracolo del succedersi di giorni senza ansie, soffermandosi sul ramo di una nodosa quercia priva di chioma per godere della suggestiva luce del crepuscolo, o impegnandosi in semplici attività connesse al mondo naturale, o ancora facendosi cullare dalla luna provvidenzialmente scesa sulla terra.

    Già la luna. E’ una luna terrestre e magica quella che più volte troviamo nei quadri di Marco Valdura; un astro che non sta in cielo a compiere il suo incessante ed affannoso movimento attorno al nostro pianeta, ma che viene a riposarsi sulla terra, scegliendo la sua forma più accattivante: quella di un grande spicchio dorato, a volte assiso tra i rami di una pianta, altre volte cullato dalle onde del mare. Una luna che, in un paesaggio privo di turbamenti, trova profonda pace tanto da permettersi un sonnellino, propensa nel contempo ad offrire ospitalità e protezione, nella sua accogliente curvatura, a due elfi che si abbracciano con lo sguardo fisso all’orizzonte.

    Immagini surreali, realizzate sulla tela dal “pittore dei sogni”, come è stato definito Valdura, il quale in un altro quadro presenta una scena in cui sono le strane creature silvane a soccorrere la luna: una luna con qualche acciacco, spiaggiata su una ampia distesa marina. Cosicché, mentre due elfi, abbracciati su una pianta emergente dalle acque guardano verso l’orizzonte, un altro è intento ad ancorare con funi la luna al grande albero, perché non vada alla deriva, assicurandole un sonno ristoratore.

    Se è evidente che nei quadri di Valdura i riferimenti al mondo oggettivo sono molto blandi, è però altrettanto vero che è presente la stagionalità. Ecco dunque la luna che nelle giornate invernali non esita ad apparire ammantata di neve o ad indossare perfino i panni di un silente babbo natale, per soffermarsi ad osservare stupita un elfo che, vestito come uno dei re magi, è in cammino verso la capanna del Salvatore.

    E’ insomma un mondo magico quello che ci presenta Marco Valdura nelle sue opere. Una fuga da una realtà che si palesa troppo spesso estenuante e caotica. Un approdo a visioni di pace, fatte di paesaggi silenti in cui, senza frenesia alcuna, si muovono piccole creature fantastiche che rimandano alle favole della fanciullezza, al mondo incorrotto dei sogni che vivono di una loro vita propria, in una dimensione senza età.

    E non sorprende, pertanto, in questo mondo fatato, trovare anche Pinocchio, accolto da una luna sorniona, questa volta raffigurata in cielo, in una notte estiva, fra una miriade di stelle. Sorpreso di questa avventura celeste il burattino di Collodi; e sorpresi anche i due elfi che si reggono su una nube forata dall’inusitato naso di Pinocchio.

    Tutto questo ed altro ancora nei quadri di Marco Valdura, personaggio schivo, che ama vivere appartato nella borgata di Granzette ad un centinaio di metri dal fiume Adige, sotto il quale si aprono ampi rettangoli verdi sapientemente coltivati. Un mondo, il suo, fatto di cose semplici, in cui si può cogliere ancora la suggestione della natura e si possono scoprire nuovi incanti nel succedersi delle stagioni col loro variegato mutare dei colori.

    Un mondo in cui, chi sa ascoltare le voci più intime e i sussurri del vento, può forse percepire i lievi mormorii di magiche creature, quelle che popolano il mondo delle favole col nome di elfi.

Pubblicità