Nel 1600 la Repubblica di Venezia iniziò lo scavo di un canale lungo 7 km per deviare le acque del Po delle Fornaci e condurle a sfociare nella sacca di Goro. L’obiettivo dell’operazione era proteggere la laguna dal pericolo che i sedimenti del Po di Tramontana potessero, col tempo, depositarsi all’ingresso della bocca di porto ed ostacolare il libero transito delle navi.
Quattro anni dopo – il 16 settembre 1604 – il provveditore Zuan Giacomo Zane annunciava al Senato: “Oggi, col favore del Signor Dio, si è data l’acqua al Novo Taglio…”.
L’impresa era riuscita. Questo intervento idraulico, passato alla storia col nome di taglio di Porto Viro, ha dato origine alla forma del delta del Po che oggi conosciamo.
Ben presto intraprendenti famiglie veneziane, incentivate da una politica fiscale favorevole, iniziarono ad acquistare i terreni che mano a mano affioravano dalle acque ed investirono considerevoli risorse per promuoverne lo sviluppo, legando i loro nomi al territorio del delta.
Nel 1743, a distanza di 140 anni dal taglio, l’ingegnere ferrarese Ippolito Sivieri riassumeva le modificazioni ambientali intervenute con queste parole:
“Le acque del Po delle Fornaci si incamminarono per il Taglio di Porto Viro. In breve, interrarono la sacca di Goro e formarono vari rami, i quali sfociano nel mare attraverso nuove bocche chiamate … Tolle, Camello, Scovetta, Gnocca e Oca. Il Lido del Mare, a causa delle abbondanti deposizioni del Po, è cresciuto di molte miglia. I Veneziani si sono impadroniti della maggior parte di quelle bocche, oltrepassando la vera Linea di confine con lo stato pontificio. Hanno così occupato pressoché 100 miglia quadrate (circa 18.000 ettari) del Dominio della Santa Sede. I Veneziani hanno occupato quegli ampi fondi non con aggressioni occasionali e passeggere, ma con usurpazioni meditate e permanenti, facendo bonificazioni, scavando fossi e scoli, costruendo chiaviche, fabbricando case e osterie, Chiese, palazzi padronali e innumerevoli edifici rustici. Così hanno fatto in questi ultimi due secoli le nobili famiglie dei Contarini, Capello, Giustiniani, Venier, Farsetti, Garzoni, Corner, Soranzi, Tiepolo”.
Una relazione questa che manifesta chiaramente l’avversità della parte ferrarese nei confronti dell’iniziativa veneziana. La Santa Sede – sotto cui dalla fine del XVI secolo ricadeva il territorio estense – non aveva mai cessato di rivendicare le terre di nuova formazione come appartenenti di diritto alla Legazione di Ferrara, o di considerarle quanto meno oggetto di contenzioso fra i due Stati.
La mancanza di una stabile linea di confine favoriva inoltre l’insorgere di contrasti tra i sudditi pontifici di Ariano e quelli veneti di Taglio di Po. Col passare degli anni i contrasti e le ritorsioni si aggravarono. Si toccò il culmine con Antonio Miserocchi, soldato pontificio di stanza ad Ariano, assassinato nel bosco di San Basilio (1737) e con l’uccisione del colono veneto Giuseppe Veronese (1740) ad opera dei guarda confini pontifici.
Le trattative più volte intraprese tra le diplomazie per fissare confini stabili erano sempre fallite, non solo perché si trattava, appunto, di un problema di notevole importanza, concernendo i confini di Stato, ma anche perché l’oggetto del contendere si intrecciava con le antiche e non mai placate mire veneziane sul porto fluviale pontificio di Goro, importante via d’accesso e di comunicazione con i mercati della valle padana.
E’ noto che la Serenissima da sempre considerava l’Adriatico e i porti che vi si affacciavano come area di sua esclusiva influenza, giustificandosi col fatto che da secoli si era assunta il gravoso compito di proteggere le rotte del traffico commerciale e le popolazioni rivierasche dalle incursioni e dagli assalti di ladroni e pirati. Inoltre i movimenti dei coloni, dei pescatori e dei cannaroli veneti (tagliolesi) si indirizzavano spesso lungo le naturali direttrici costituite dalle vie Romea, Oriolo, San Basilio, con i loro boschi, i loro gorghi pescosi, le valli.
Sul versante opposto gli Arianesi reagivano agli sconfinamenti veneti, incendiando i casoni di canna costruiti arbitrariamente, sequestrando le barche e le persone e distruggendo gli attrezzi da pesca.
Le tensioni tra veneziani e pontifici si manifestavano soprattutto nella parte meridionale dell’isola di Ariano, dove il territorio si estendeva continuamente a causa delle abbondanti deposizioni di sedimenti alluvionali. L’ambiente era caratterizzato dal Po di Goro, dal canale e dalla valle dell’Oca, dai rami veneti di Donzella, Gnocca, Scovetta.
Qui c’era il porto ferrarese di Goro, dove le imbarcazioni pagavano la tassa di ancoraggio e i gendarmi pontifici esercitavano i controlli di sanità sulle merci e sulle persone in transito. Da qui i burchi, trainati dai cavalli, risalivano il fiume e passavano accanto ai vasti possedimenti dei marchesi ferraresi Trotti e del nobile veneziano Vendramin.
E infine era ben visibile la Torre di Goro, un manufatto difensivo incardinato nella cinta muraria del palazzo della Mesola, alla quale Venezia aveva contrapposto – all’altezza della località ora chiamata Torre di Rivà – un proprio insediamento armato.
Venezia non perdeva occasione per installare nell’isola interfluviale presidi militari in luoghi di interesse strategico (vicino all’imboccatura del porto di Goro, a un tiro di schioppo dal fortino pontificio), ma anche in luoghi compresi nella giurisdizione ecclesiastica, (beni del marchese Trotti, lungo la sponda sinistra del Po di Goro da Rivà al mare). Essa si giustificava con l’obbligo di proteggere i suoi sudditi e con il dovere di esercitare le superiori funzioni di sanità pubblica per prevenire possibili epidemie.
Insomma una situazione tesa che permaneva tale nello scorrere dei decenni, contrapponendo la Repubblica Veneta allo Stato Pontificio.
Ma un clima più disteso si cominciò a respirare verso la metà del Settecento, in seguito alla pace di Aquisgrana (1748) e la fine della guerra di successione austriaca: in Europa e anche in Italia iniziava un periodo di stabilità che spingeva i governi ad affrontare, con l’arma della trattativa diplomatica, alcuni problemi interni, tra i quali rientrava la regolazione dei rispettivi territori contesi.
Scrive Mauro Pitteri: “Si stava per giungere a una nuova stagione dei confini. Il primo trattato stipulato dalla Repubblica di Venezia durante questa nuova stagione europea degli accordi fra stati limitrofi, diretta a prevenire i conflitti, fu siglato nel 1749 con la Santa Sede e riguardava l’isola di Ariano…”
Il 15 aprile 1749, dopo lunghi e complessi negoziati condotti a Venezia nel convento di San Francesco della Vigna, il nunzio Martino Innico Caracciolo e il procuratore Alessandro Zen, in qualità di plenipotenziari l’uno del pontefice riformatore Benedetto XIV Lambertini, l’altro del doge Pietro Grimani, sottoscrissero un trattato di aggiustamento della secolare vertenza.
La linea di confine, che divideva in due l’isola di Ariano, misurava complessivamente circa 24 chilometri. Il primo tratto cominciava dal cantone della Brusantina di Corbola, attraversava in direzione ponente-levante l’isola fino all’estremità dell’antica sacca di Goro, che gli ingegneri del tempo individuarono coincidente con l’inizio dello stradone che conduceva al palazzo veneto di Ca’ Corner, poco a est della frazione di Piano. Da qui proseguiva verso sud, lungo il tracciato cinquecentesco della linea litoranea, fino all’altezza dell’attuale Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, da dove, mantenendo una distanza costante dal Po di Goro di 150 pertiche padovane (320 metri), giungeva alla spiaggia del mare.
Con questo Trattato, lo Stato della Chiesa conseguiva un rilevante obiettivo economico – la piena disponibilità del porto di Goro – controbilanciato dal riconoscimento dell’appartenenza a Venezia di gran parte dei terreni alluvionali di recente formazione.
Per la futura attribuzione delle terre che il fiume andava formando, le parti elaborarono un’originale soluzione: una linea di confine ambulante che si sarebbe dovuta costruire mano a mano che il terreno emergeva, mantenendo invariata la distanza di 320 metri dal Po di Goro.
Per rendere incontrovertibile la linea di demarcazione fra i due stati, furono eretti 50 grandiosi pilastri di pietra, costruiti di comune accordo e a spese comuni. Costruzioni che a nord portavano il simbolo della Serenissima e a sud quello dello stato Pontificio, conferendo un aspetto suggestivo al paesaggio dell’isola.
In località Torre di Rivà si può ammirare l’ultimo pilastro rimasto, restaurato nel 1989 dalla Pro Loco e dall’Amministrazione comunale di Ariano. A Corbola, l’attuale via Pilastri coincide con un tratto della vecchia linea di confine che – perduto nel 1797 lo status di linea divisoria fra Stati sovrani a seguito della caduta della Repubblica col Trattato di Campoformido – mantiene quella più dimessa ma storicamente non meno importante di confine amministrativo.









