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Archivi: Articoli d’archivio

  • Tu viandante

    Tu viandante

    COME UN VENTO DIMENTICO

    Mi rallegra la sosta a quest’ansa quieta di fiume dove la luce s’abbassa e, fra mare e mare, abbraccia l’onda e incalza le piume degli uccelli di passo. C’è un suono – come un vento dimentico tra i sassi scoscesi della costa a voler implorare qualcosa – flebili voci di angeli scesi a cercarci, a sentire il ritmo intimo della vita, a ricordarci la sua ingannevole posa…

    IL VOLO CURVO DELL’AIRONE

    Fuggiasco, in questi luoghi battuti dal vento e dal piovasco, muto férmati dinanzi a questo muro gravato dagli anni e leggi l’arcano – non perdere insicuro ogni speranza, accompagna il volo curvo dell’airone, tra le erbe e il mare calmo, solitario. Vi scoprirai che vano è il vizio del dolore e la guarigione – nel sospiro dei fiori di stagione e nei loro battiti di colore: fiati di parole di un diario – è un canto che s’erge, mai supplizio.

    A CÀ NANI

    A Cà Nani, certi giorni d’estate, nel sole accecante della controra, quando appoggi l’orecchio ad una fessura di muro senti il respiro di cose passate, di vita che piano s’accalora – il nero rondone rade il grano maturo e, nella calura, cavalli senza briglia corrono veloci sugli argini del fiume, il vento si nasconde nei fossi, sorprende gli aironi e scompiglia piume d’argento su un mare di papaveri rossi…

    E io non so da quanto tempo sono qui a tirare sassi su acque increspate d’azzurro, tra gli strilli dei bambini e il vociare roco di uomini ubriachi sotto i rami dei cachi… A Cà Nani, nell’arco della buona stagione, ci sono sempre fianchi e mani di donna che ti sfiorano – i grilli nei campi fermi a una canzone.

    TU, VIANDANTE

    Questa lama di luce dell’estate che fugge – volteggia un rondone in cima all’aria – se fosse solo l’ombra di un’altra – accecante – messaggera di una vita ignota che urge, dei nomi più segreti celati in un sonno remoto…

    Tu, Viandante, che abiti un regno di distanze e movimenti, da queste nostre dimesse stanze – tra un disegno con gli alberi da frutto e le nubi all’orizzonte, tra il vapore della cucina e mani di donna – potrai forse dirci di questo nuovo acceso firmamento o se questo correre del sangue improvviso (l’idra del fanatismo è carne che urla) ci lascerà nella polvere delle strade, come grani di clessidra perduti fuori dal meccanismo – nel vento

    LINGUA-BAMBINA

    Scrivi sull’amore, sull’infinita pazienza della luce.

    Adam Zagajewski

    Se indifeso m’accosto ascoltando il clamore del tuo morbido grembo un alito di vita m’arrossa il volto. Sosto allora nei fuochi del tuo corpo steso, nel tacito urto dei sensi. Nella stanza – bianca la quadratura delle mura – la pazienza infinita della luce, di sghembo scossa, sorprende il giorno nelle sue ali – la danza delle ore sottende giochi di girasoli: sondano l’aria curiosa di petali – cattura l’ombra torva del mondo

    (maceria la bocca che artiglia con afrore di sangue…)

    Dopo la rovina, l’amore è una lingua-bambina senza briglia: anela a una rossa fioritura e sarà nella parola che s’apre come rosa, supplica di fragranza, la nuova premura dei cieli – figlia.

    ANGELI LENTI

    Dove la luce s’abbassa a colorare di giallo la fioritura dell’elicriso facendo sentiero al vento, dove da tempo ormai non passa più nessuno a interrogare le orme lasciate dagli uccelli sulla sabbia, tra i cespi di canne e l’euforbia, giovane e solitario un messaggero – occhi socchiusi, il corpo leggero crespi i capelli, glabro il viso – trattiene un attimo il respiro…

    … Tra due piogge, sul giro del fiume, spunta il sole: sorregge colori d’aurora, sfiora accesi silenzi. Per ragioni che non so a stormi, trasportati dalle nuvole angeli lenti calano gli aironi* e le voci sottili dell’aria si nascondono sotto bianche piume pronte a suonare un canto che fruscia tra buse e lanche…

    … A volte spira un vento di scirocco: allora il tocco dei giorni fluisce per acque tumultuose e torbide – ostili.

    (*Corrado Govoni)

  • L’altalena

    L’altalena

    TRA CIELO E TERRA

    Dondola la barca rapita dalle onde. Il mare s’increspa tende le reti le sciupa le ribalta. Il pescatore mantiene la rotta, ogni ruga al suo posto sul viso sfregiato dal sole sulle mani screpolate dal vento. Tra poco i pesci cadranno in trappola le bocche saranno sfamate.

    E’ una delle tante storie del mondo. Catene di giorni sfiniti di sudore e salsedine con il cuore in gola per l’attesa e il girotondo in festa dei gabbiani ritornando verso il porto.

    Lo spettacolo della vita scorre negli occhi del pescatore tra la paura di un mare pronto a tradire e la certezza lieve di un rosso tramonto. A quelle onde affida il destino tenendo saldo tra le mani il timone dell’esistenza: una preghiera che si perde nell’azzurro confuso dell’incanto fra cielo e terra.

    L’ALTALENA

    Le mani stringevano due strisce di corda ruvida e robusta legate al ramo più basso del grande amico albero. Guardava da lassù il pino centenario con occhi rigonfi di verdeggianti vittorie. L’altalena mi portava festosa a sfiorare il cielo seduta sulla sua culla alata: a ogni spinta l’emozione rigava le guance di innocenti sorrisi. Nessuna nuvola intristiva il cuore nessun vento lambiva l’anima con brividi di pianto. Era l’estate il mondo delle conquiste piccole come un sasso bianco impolverato raccolto sul viale di casa e nascosto in tasca quasi fosse un tesoro. Mai la voglia di cambiare gioco neppure quando il sole stanco del giorno stendeva i suoi raggi sotto lenzuola di nuvole.

    A un’altra età in un altro tempo ritorna la memoria su quel prato di giorni lisci i pensieri appesi alle fronde dell’albero che non c’è più e a quell’altalena che come la vita ora in alto ora in basso diverte e deride tradisce e sorprende non rivelando mai fino all’ultimo slancio il suo segreto che all’improvviso si svela e sussurra: “…è’ ora di scendere”…

    I TUOI PASSI

    Rumore di suole bagnate. I tuoi passi screpolano silenzi dissolvono inquietudini. Mai tanto vicini quanto il destino in un attimo li porta lontano. Vanno e vengono di stanza in stanza lasciando nell’aria l’euforia tremante dell’attesa. E’ il mio sguardo a seguirti poi a occhi chiusi mi guida l’udito che scaramantico alleato della mente ti sente e richiama l’essenza di te. File lunghissime interminabili i tuoi passi mi sfiorano con maree di girotondi senza raggiungermi mai calpestando distratti pozzanghere di lacrime e sgualcendo i miei giorni scricchiolanti nel vento.

    AMORE

    Vince sempre chi tira i dadi truccati chi usa il mazzo dalle carte segnate. La sincerità prende forma in occhi trasparenti ma regala all’avversario lo scacco matto decisivo. Non ci sono regole ma il verdetto finale condanna il cuore a un crudele destino. Chi ama perde sempre e le bugie come mostri dalle sembianze d’argento disseminano la strada del futuro di appuntite incertezze.

    LA PANCHINA

    Le mani fredde dell’attesa cullano il cuore: rallentano i battiti assopiti dal silenzio di istanti interminabili. Aspetto te seduta e inquieta su questa scomoda panchina con un nodo in gola le viscere accartocciate in sogni annodati a fuggevoli destini di incertezze. Cerco il tuo viso fra la gente nel timore che non verrai i tuoi occhi nel vento dell’inquietudine naufraga con le mie speranze di gioia nel mare infinito di imprevisti banali e reali che ci allontanano da noi. Innamorata della vita persa in pensieri irrefrenabili spio le lancette dell’orologio complice ingrato di un tempo evanescente mentre lo sguardo ormai si spegne rapito e disilluso dall’inutile attesa. All’improvviso appari tu regalandomi un abbraccio. Un graffio sul cuore è la tua presenza immagine indelebile di un sogno che rinasce da un bacio presagio di infinito.

    NUTELLA

    Croccanti esplosioni d’amore spalmate di morbida gioia. Coccole dolci d’attesa si uniscono a teneri abbracci. Resta sospeso il cuore tra il gusto cremoso dell’attimo e l’amara fragranza di lancette impazienti che lasciano in bocca il sapore fondente dell’addio…

    IL VETRO ROTTO

    Vuoti taglienti schegge di vita. Abbaglia il mio sguardo un raggio di sole. Ferito da lacrime di un cielo fanciullo riprende la corsa il tam-tam del cuore. Fessura sbordata scarabocchio apparente sulla faccia del mondo disseta di sogni la mia solitudine.

    COSÌ SCORRE IL FIUME

    Siamo vite alla deriva che seguono la corrente del destino fino all’abbraccio eterno con il mare. Un fiume di acque lisce di ombre e trasparenze di speranze e ricordi di torbide bugie e amare verità. Un fiume di pericoli e piene di argini rotti, spezzati dal pianto di case azzittite soffocate dal fango di ipocrisie. Siamo una cosa sola, noi e il fiume, un’unica verità. Vite di attese aggrappate a tronchi galleggianti di idee. Corrosi da fremiti di impazienza sfioriamo gli argini e proseguiamo la corsa cullati dalle correnti dell’oblio. Tratteniamo il respiro cercando in fondo al fiume antichi desideri indizi di battaglie perdute relitti di sogni sfumati. Ma soltanto la luce riflessa nello sguardo di un nuovo giorno richiama in superficie l’euforia vitale di barche e reti per cogliere appieno l’essenza di una nuova conquista.

  • La caramella

    La caramella

    Il via vai del sabato pomeriggio animava l’ingresso del supermercato e l’andirivieni dei clienti con i loro carrelli si intensificava nell’ora di punta del tardo pomeriggio.

    Moneta, sgancio, carrello, ingresso… parevano le uniche realtà possibili in quel luogo preposto al culto del consumismo alimentare. Chiara aveva liberato il suo dalla prigionia delle catene e si avviava con la consueta fretta verso la porta automatica. Sistemata la borsa nell’apposito supporto si era immersa nel “ripasso” delle cose da comprare. Andava sempre senza una lista perchè regolarmente la dimenticava sul ripiano della cucina e perciò era costretta ad una specie di esercizio mnemonico di riepilogo su quanto in casa mancava…

    – Signora! Hai qualcosa per me? –

    Fu una voce dolce, un po’ roca a distoglierla da quella concentrazione forzata.

    Accanto a lei, seminascosta dalla parete della tettoia per i carrelli, vide una donna.

    – Hai qualcosa per me, bella signora? –

    Chiara si fermò davanti a quegli occhi scurissimi, penetranti, animati da una luce strana che le incutevano una sorta di sottile inquietudine.

    – No, adesso non ho moneta… dopo, dopo! –

    Così dicendo continuò il suo passo scomparendo oltre la porta scorrevole.

    I colori, le forme, i profumi che popolavano gli scaffali in un tripudio festoso, quasi esagerato, la circondarono senza però catturare la sua attenzione come di solito accadeva. Quegli occhi così pungenti ed indagatori avevano scombinato il suo consueto percorso tra le corsie.

    E mentre sceglieva le mele, forse per quella loro lucentezza striata di rosso e giallo, ebbe la sensazione breve ed intensa di un vissuto tanto lontano da confondersi col sogno o l’immaterialità della fantasia…

    Andava a scuola a piedi, insieme ad altri bambini. Erano passati forse quarant’anni? Dalle case disseminate in campagna al centro del paese erano due chilometri da ripetere tutte le mattine, in ogni stagione, con ogni tempo.

    Dove la strada sterrata segnava la fine dei campi coltivati, arginati da interminabili filari di pioppi e salici, per confluire nella strada asfaltata, si allargava un ampio spiazzo erboso. Era un luogo di sosta. Si fermavano piccole comitive in gita domenicale che si avventuravano lungo le strade dei Colli Euganei.

    Era lì che ogni tanto si accampavano gli zingari. Arrivavano quasi sempre in primavera e fermavano i loro carrozzoni proprio nella piazzetta erbosa.

    Allora le mamme si preoccupavano e ripetevano: – State vicini, bambini, non date retta agli zingari Sapete che potrebbero portarvi via, eh? –

    Francesco e Raffaele ridevano come matti mentre le bambine diventavano serie e si caricavano di emozioni improbabili e di fantasie che diventavano sguardi d’intesa e sottile paura incontrollata… Camminavano allora uniti, vicini come avevano raccomandato le mamme. Arrivati nei pressi di carrozzoni si facevano silenziosi, accelerando il passo per attraversare quel posto il più presto possibile.

    Già da alcuni giorni gli zingari stazionavano nello spiazzo.

    Una mattina si accorsero che uno dei carrozzoni, quello più bello, decorato con strisce multicolori, aveva la porta e le finestre spalancate. Il piccolo gruppo di bambini, dopo una rapida occhiata alla “novità” accelerò il passo e, quasi correndo, si dileguò sulla strada per la scuola. Chiara invece rimase incantata da quella strana casa con le ruote.

    – Ciao! Come ti chiami? –

    Seduta sui gradini di una scaletta di legno sistemata sulla porta, era una bambina che pareva avere la sua età. Era scalza e teneva tra le braccia una piccola bambola senza un occhio. Vedendo Chiara si alzò e le venne incontro sorridendo. Il viso era bello, incorniciato da un’aureola di capelli scuri, ricci, arruffati.

    Le due bambine si trovarono una di fronte all’altra.

    – Chiara, non dar retta agli zingari, se ti prendono, ti portano via! –

    Il cuore cominciò a batterle tanto forte da impedirle di parlare.

    Avrebbe chiamato aiuto ma la bambina non sembrava cattiva.

    Aveva occhi scuri, grandi e parlanti.

    Sorrideva e continuava a ripetere: – Come ti chiami? –

    – Io… io mi chiamo Chiara -.

    Senza avvedersene si trovò all’interno del carrozzone colorato. Era una piccola stanza dove il mondo pareva essersi magicamente miniaturizzato. Anche la mamma, vestita con un abito dalla gonna ampia e lunga sembrava una bambina. Stessi occhi, stesso sorriso della figlia.

    Chiara non parlò nemmeno per dire grazie quando da una scatola di latta le fu offerta una caramella stretta in una carta rosso brillante.

    Chiara era già fuori quando la bambina le gridò: – Ciao! Torna. Io mi chiamo Anita! –

    Corse verso la scuola senza voltarsi. Nascose nel fondo della cartella la caramella avvolta nella carta rossa. Sarebbe stato un segreto da tenere custodito. Nessuno doveva sapere.

    Al ritorno i carrozzoni erano spariti e lo spiazzo erboso era vuoto.

    Gli scaffali del supermercato si offrivano a Chiara nella loro variegata opulenza. Cioccolatini, pasta, caffé, biscotti, caramelle, marmellate, formaggi… Riempì il carrello quasi alla rinfusa, pagò avviandosi all’uscita.

    La zingara era ancora lì. La guardava con quel suo sguardo penetrante ed intenso.

    – Ha qualcosa per me, signora? –

    Chiara frugò nella borsa ed estrasse il portamonete. Prese una manciata di spiccioli e li posò sulla mano aperta della donna.

    – Grazie, Dio la benedica! –

    – Grazie! – mormorò.

    – Signora, scusi posso darle qualcosa anch’io? –

    La zingara le prese la mano e con gentilezza gliela fece aprire.

    – Leggo qui che io e lei ci siamo già incontrate… Sì, questa linea me lo scrive… –

    Così dicendo le mise sul palmo aperto qualcosa che le fece coprire con le dita e strinse con fermezza.

    Chiara incontrò nuovamente quello sguardo deciso e penetrante che s’era fatto ora sereno e ridente.

    Chiara riaprì la mano. Chiusa nella sua luccicante carta rossa era una caramella che pareva una farfalla arrivata lì quasi per caso…

  • Il manovale di Cristo

    Il manovale di Cristo

    Da vari anni le Fraternità dell’Ordine Francescano Secolare del Veneto si incontrano nel mese di maggio a Chiampo (VI) per la Giornata Mariana. Chiampo è una bella cittadina immersa nel verde delle “Piccole Dolomiti”, come sono denominati i monti Lessini. Qui, nel 1867, alcuni frati francescani, cacciati da Vicenza nell’ultima soppressione italiana degli Istituti Religiosi, trovarono un “piccolo rifugio” presso l’antica Pieve.

    Dal primo insediamento di poche stanzette, la comunità dei frati francescani si è a poco a poco accresciuta fino a dar vita al grande complesso Santuaristico attuale, divenuto meta di pellegrini da tutta Italia e dall’Estero. Un luogo ideale per riposare lo spirito, affidandosi all’Immacolata Concezione, rappresentata da una statua della Vergine Maria, riproduzione fedele dell’originale situata a Lourdes. La statua dell’Immacolata è collocata nella grande magnifica Grotta, opera del beato Claudio Granzotto, frate francescano, eccelso artista morto prematuramente nel 1947.

    In questo luogo sacro, oltre alle sculture del beato Claudio, troviamo opere di altri artisti che hanno lasciato testimonianza di ingegno creativo e fede in Dio. Tra gli altri il grande mosaicista, famoso nel mondo, padre Marko Rupnik, che con i suoi collaboratori del “centro Aletti” di Roma, a Chiampo ha realizzato un magnifico grande mosaico nel presbiterio della nuova Chiesa e, vicino alla chiesa, immersa nel verde del bosco e coperta da una struttura in plexiglass, è collocata una grande scultura lignea rappresentante Cristo crocifisso. Una vera sorpresa questa che mi ha incentivato ad indagare sulla personalità dell’autore, scoprendo, compiaciuta, le sue radici polesane.

    L’intensa vita di Amedeo Balzan

    Autore del Grande Cristo di Chiampo è Amedeo Balzan di Crespino (RO), un artista della nostra terra. Decido pertanto di andarlo a trovare nel paese in riva al Po. Nella sua abitazione mi accoglie, sorridente e cortese, la moglie Ines, che mi presenta il marito Amedeo.

    E’ un signore molto anziano, alto, esile, un po’ ricurvo dagli anni. Subito mi affascina il suo sguardo così dolce e serafico, segno di una grande serenità interiore. Scopro un artista che ha trascorso la vita a modellare argilla per lavoro e poi a dedicare per passione mente, cuore e tanta forza alla scultura sacra.

    Lo guardo con ammirazione, mentre la moglie mi parla, giustamente orgogliosa, del suo compagno di una lunga vita, innamorato della famiglia quanto del lavoro.

    Amedeo Balzan, della veneranda età di 92 anni, è nato il 15 maggio 1922 a Crespino in località S. Cassiano.

    Si è laureato in Economia e Commercio presso l’Università di Bologna e, accanto all’attività lavorativa, ha sempre trovato il modo, fin da giovane, di coltivare la passione per la scultura.

    L’esperienza maturata nell’attività professionale alle fornaci di Villanova Marchesana, quale responsabile del personale, a Imola e a Borgo Tossignano in Emilia Romagna e la scoperta dei segreti dell’argilla, di cui in seguito ha fatto tesoro, ha portato Amedeo Balzan alla creazione delle sue numerosissime opere in terracotta, nelle quali ha trasfuso l’intima fede densa di messaggi biblici.

    Nel 1963, su suggerimento del fratello sindaco, Amedeo pensò di costruire una sua fornace a Crespino, disegnata da lui, lavorando con l’ausilio di soli tre operai. “Che cosa fai con quella cazzuola e il secchio da muratore?” gli chiedeva la moglie. “Faccio la fornace per costruire mattoni”, rispondeva semplicemente. L’argilla era buona, come del resto in molti territori del Polesine. La moglie Ines racconta che le case costruite a Rosolina e al Lido degli Estensi sono state fabbricate con i mattoni della fornace di Amedeo.

    Inizialmente è stata dura, ma piano piano la fornace fu automatizzata con forni Hoffman a fuoco aspirato e carrelli che infornavano e portavano fuori il prodotto finito. Era un gioiello di fornace: 25-30 dipendenti, mille e 400 quintali di produzione giornaliera, mercato in espansione (nonostante la concorrenza) con una clientela che si estendeva da Trieste a tutta l’Emilia, fino al Sud d’Italia.

    L’attività della fornace andava a gonfie vele, una produzione di materiale laterizio per l’edilizia di ottima qualità: mattoni, bimattoni, blocchi, tramezze, ecc. Ma, purtroppo, arriva il momento della crisi. Nel 1984 il mercato era saturo, quindi la fornace viene chiusa. Da 2500 fornaci presenti in Italia se ne contarono 165 negli anni Settanta-Ottanta raggruppate in grandi complessi industriali.

    Ma Amedeo Balzan, dal coriaceo temperamento, non era uomo da arrendersi. Forte della sua esperienza dell’argilla – la sua materia prima che non aveva segreti per lui – sentiva in sé una straordinaria energia che lo spingeva a mete elevate: dedicare il suo ingegno, la sua creatività, la sua forza a modellare immagini sacre. Opere che poi cedeva gratuitamente (perché, diceva, “Cristo non si fa pagare”) a luoghi sacri, a familiari, amici, conoscenti.

    Le grandi opere

    Dal 1981 Amedeo Balzan ha modellato grandi sculture in cotto d’argilla e scolpito con sorprendente maestria il legno, fortissima innata passione.

    Opere pregevoli in terracotta sono situate nella Chiesa di Palù nel Comune di Conselve (PD) dove, si possono ammirare la scultura di un Cristo Crocefisso di circa 2 metri, 14 Formelle della Via Crucis, e un’Ultima Cena di cinque metri e mezzo. Completa l’immenso mistero della passione e morte di Cristo la Resurrezione, una scultura alta circa tre metri.

    Negli anni ‘90 si è dedicato alla scultura del “Cristo in terracotta” di 4,60 metri, attualmente collocato all’esterno del Santuario del “Cristo della strada” (VR).

    Alla base di un’altra grande opera vi è una storia sorprendente: Amedeo aveva acquistato da un commerciante di legname di Este, il sig. Spigolon, un vecchio tronco d’olmo di 273 anni abbattuto da un fulmine nel Parco Centanini di Stanghella. Misurava 6 metri e 33 centimetri, numeri biblici per l’artista: sei sono le coppie degli Apostoli mandati in missione da Gesù per predicare prima di salire al Cielo, e trentatrè sono gli anni del Signore e anche le ore di Gesù nel Santo Sepolcro, dal venerdì alla domenica di Resurrezione.

    E poi c’è un aspetto curioso che per l’artista non aveva niente di casuale, anzi, letto da lui, come un messaggio divino: nell’incidere lo scalpello all’altezza del cuore del Cristo, Amedeo sentì un suono ferroso che gli impediva di affondare lo strumento nel legno. Con la sgobbia cercò di scavare più in profondità e… quale meraviglia quando estrasse una piccola scheggia di una bomba conficcata proprio in quel punto del tronco! Era stata sganciata dal famoso “Pippo” su Stanghella durante la Seconda Guerra Mondiale e si era conficcata dove ora si presentava il cuore di Cristo. Semplice coincidenza? Per un credente come il nostro artista non bastava. E il pensiero corre al dolore straziante e alle immani sofferenze recate all’uomo in ogni guerra.

    Questo enorme Crocefisso è stato donato all’abate del Santuario della Madonna della Corona (VR), il quale lo ha destinato al nuovo Santuario situato in località Brentino, adiacente all’Autostrada del Brennero, in uscita ad Affi.

    Il Santuario è dedicato alle vittime di incidenti stradali e il Crocefisso è chiamato giustamente il “Cristo della Strada”.

    Il grande crocefisso di Chiampo

    E veniamo all’ultima gigantesca opera creata dall’ammirevole scultore crespinese: il “Grande Crocefisso”, di Chiampo: una scultura in legno imponente immersa nel verde dei Lessini.

    Per realizzare questo Cristo, alto 12,66 metri, sono stati utilizzati 9 tronchi di olmo del peso di 117 quintali e tre piante di frassino, necessarie per ricavare la croce lunga 23 metri. Anche questi tronchi sono provenienti dalla Villa Centanini di Stanghella e pure qui i numeri sono simbolici: 12 gli Apostoli e 66 i discepoli di Cristo; 2 olmi per le braccia, 2 olmi per le gambe e 5 olmi per il torace. Per unirli, riferisce la signora Ines, Amedeo ha consumato cinque trapani e con un tondino di ferro teneva unite le parti. Da solo nel suo laboratorio, all’età di 84 anni, 8 anni di lavoro, si serviva di un argano per sollevare le pesanti membra del Cristo.

    Terminata anche questa ciclopica impresa del Grande Cristo, espressione della grandezza di Dio, che fa cose grandi nella vita di chi si affida a Lui, con un bilico di 14 metri Amedeo Balzan ha fatto trasportare la gigantesca opera nel luogo per lui più appropriato, ossia al Santuario della Madonna di Lourdes a Chiampo. La posizione coricata della scultura è messaggio di vicinanza: Dio è grande, ci ama, ci è vicino e si fa nostro compagno di viaggio.

    Un artista prolifico e instancabile Amedeo Balzan che ha lasciato una significativa opera anche ai suoi concittadini: una splendida scultura in legno di Cristo Risorto inizialmente posta nella Chiesa di Crespino, che ora, inspiegabilmente, è stata collocata fuori della Chiesa e un po’ dimenticata.

    Ma, il “manovale di Dio”, come Balzan stesso si definisce, non si perde d’animo e il suo pensiero va alle tante sculture lignee realizzate: il tronco di legno, per chi crede, è segno emblematico del mistero di Dio Salvatore, nato, morto e risorto per redimere l’umanità.

  • Il monumento di San Genesio

    Il monumento di San Genesio

    Il 7 giugno 2014 il Gruppo Alpini di Rovigo della Sezione ANA di Padova, ha ricordato, con una solenne cerimonia svoltasi a San Genesio di Stienta, il venticinquesimo anniversario della posa del monumento dedicato ai caduti di tutte le guerre mai sepolti.

    L’allocuzione è stata tenuta dal dott. Carlo Piombo che nel 1989 era Sindaco di Rovigo e che facilitò l’iniziativa fortemente voluta dal Capogruppo Tullo Fabbron, reduce dalla campagna di Russia. Il quale si era già distinto per aver promosso la realizzazione di un piccolo campanile in ferro per sostenere una campana a pochi metri dalla celebre colonna marmorea incardinata sulla cima dell’Ortigara, a ricordo dei caduti polesani nella terribile cruenta prima guerra mondiale.

    La manifestazione dello scorso giugno è stata seguita con commozione da oltre quattrocento alpini, dai loro famigliari e dalle autorità provinciali, anche perché erano presenti i genitori degli alpini Massimo Ranzani e Mauro Gigli caduti in Afganistan, a ciscuno dei quali è stato dedicato un piccolo sacello.

    Il Santuario della Madonna di San Genesio costituisce dunque un importante punto di riferimento e di memoria per gli Alpini polesani, che già da qualche tempo prima del 1989 avevano prescelto questo antico tempio per ritrovarsi a pregare insieme almeno una volta l’anno. Una scelta quanto mai opportuna anche perché in tal modo la fatiscente chiesa benedettina veniva sottratta al degrado, a cui sembrava destinata, per renderla agibile e visitabile grazie a semplici ma efficaci lavori di manutenzione.

    E proprio a fianco della Chiesa dedicata a Maria, ubicata in aperta campagna, nel cuore di un territorio redento dal dominio delle acque, grazie al lavoro e alla preghiera dei seguaci di San Benedetto, gli Alpini hanno voluto collocare un monumento, simbolo del sacrificio dei fratelli caduti e mai sepolti.

    E’ un’opera semplice, così come deve essere per rappresentare al meglio il sentimento di chi l’ha pensata, ma viva come lo spirito di chi è caduto per la Patria: un piccolo grande sacrario, testimonianza del ricordo di chi non può dimenticare un figlio, un fratello, uno sposo, un parente, mai più tornati; una testimonianza del dolore di quanti non possono pregare su una tomba all’ombra di una croce; un luogo dove poter portare un fiore e ricordare in silenzio un tempo di dolore e di dura prova per tante famiglie.

    Un monumento voluto proprio da chi, tornato dalla guerra, dopo aver gustato la gioia dello scampato pericolo, ha cominciato a ricercare i compagni d’arme non più rivisti, amici con i quali aveva passato tanto tempo nel pericolo, nella privazione, nella nostalgia della casa e della famiglia, cercando un luogo che potesse simboleggiare l’immensità della steppa, del deserto, del mare, dove essi caddero.

    Fu scelto San Genesio perché la Chiesa, retaggio di un passato d’amore a Dio dell’uomo che riscattò la terra dalla palude, conserva ancora una bella immagine della Madonna, mamma di tutti e protettrice di chi soffre e spera, e perché luogo lontano dal frastuono del mondo, per non turbare mai la pace di chi non ha avuto sepoltura.

    Il monumento, progettato dalla rodigina Leda Bonaguro, è costituito da un monoblocco in trachite con la forma di un parallelepipedo rettangolo irregolare che, ancorato a terra con la faccia più piccola, si innalza verso il cielo come a ricordare l’estremo gesto dei caduti teso verso l’infinito.

    Certamente gli stessi promotori dell’iniziativa non avrebbero mai pensato che il monumento, inaugurato ufficialmente il 31 marzo 1990, potesse attirare l’attenzione dei Sindaci dei Comuni del Polesine che, nei successivi vent’anni, hanno voluto posarvi accanto altrettante croci a ricordo dei loro concittadini caduti e mai sepolti, ma che oggi finalmente riposano in pace nella loro terra natia.

  • Un “nordista” lendinarese

    Un “nordista” lendinarese

    Che Lendinara nel corso del Risorgimento sia stata terra di patrioti è noto. E’ assolutamente una sorpresa apprendere che, nel 1861, dalla cittadina di Alberto Mario sia partito, alla volta dell’America Settentrionale, un volontario garibaldino per combattere contro l’esercito sudista. Ecco la sua storia.

    Il 9 dicembre 1834 nella chiesa di S. Biagio a Lendinara fu battezzato un bambino. Il piccolo, cui furono imposti i nomi di Andrea Antonio Fortunato, era il figlio primogenito del commerciante di origine padovana Giacomo Fontana e della lendinarese (di Barb­uglio) Maria Cristina Manfrin ed era nato due giorni prima nella casa di famiglia, posta in contrada Ospitale al numero 287. Il nome Andrea, non molto comune all’epoca, era probabilmente un omaggio al fratello di Giacomo, don Andrea, per 21 anni parroco di S. Sofia, morto tre anni prima.

    Per padrino di battesimo il bimbo ebbe il notaio del paese, il nobile Stefano Leopardi: ciò dimostra che la famiglia in cui crebbero Andrea e sua sorella Giuseppina Livia, che sarebbe nata nel 1836, era ben inserita in quella buona società lendinarese di “possidenti” tanto nobili che borghesi, tenuti d’occhio con discrezione dalla polizia lombardo-veneta per il loro atteggiamento velatamente anti-austriaco.

    Alla fine del 1859, dopo la conclusione della seconda guerra di Indipendenza, troviamo Andrea – fuoriuscito dal Veneto sotto il dominio austriaco – allievo ufficiale alla Scuola Militare dell’Italia Centrale, appena costituita a Modena dal generale Manfredo Fanti. In una lettera¹ del 28 dicembre, indirizzata al lendinarese Pietro Miotto, il cadetto Fontana, oltre a descrivere con entusiasmo la sua durissima vita in Accademia, racconta all’amico di essere un reduce dell’assedio di Venezia del ‘49.

    Nella stessa missiva parla poi di una breve licenza trascorsa a Lugano a casa di Alberto Mario (che di Miotto è cugino) durante la quale ha conosciuto il teorico del federalismo Carlo Cattaneo, i patrioti Rosolino Pilo e Francesco Montanari e altre persone “che non è lecito nominare”. Andrea, esule e renitente alla leva austriaca, è, infatti, consapevole che la sua corrispondenza sarà oggetto di attenzione da parte della sempre vigile polizia asburgica. La lettera si conclude con una serie di saluti ad amici comuni di Lendinara (tutti, agli occhi degli Austriaci, dei “sovversivi”) e ad una ragazza di Badia, citata solo per cognome, Baviera.

    Nella tarda primavera del 1860, dopo l’annessione dell’Italia Centrale al Regno Sardo, Andrea uscì dalla Scuola Militare con i galloni di sottotenente, pronto a partire per il Sud per unirsi alle camicie rosse di Garibaldi. Alla battaglia decisiva, quella del Volturno (1 ottobre 1860) Fontana prese parte con il grado di capitano nel 1° reggimento della divisione Bixio, reparto comandato, e forse non è un caso, da un altro polesano, il tenente colonnello Domenico Piva.

    Dopo l’incontro di Teano e il conseguente scioglimento del Corpo Volontari Italiani, la maggior parte degli ufficiali garibaldini passò nell’esercito sabaudo: tra essi vi erano anche i superiori diretti del capitano Fontana, cioè Bixio e Piva. Andrea, invece, prese una strada diversa, che lo porterà, letteralmente, dall’altra parte del mondo.

    Nel 1861 gli Stati Uniti stavano vivendo il periodo più difficile della loro giovane esistenza: 11 stati del Sud, agricoli e favorevoli alla schiavitù, si erano staccati dal governo centrale, di cui non condividevano le scelte economico-sociali. Il neo-eletto presidente Abraham Lincoln tentò in tutti i modi di riallacciare i rapporti con gli stati secessionisti, ma quando, il 14 aprile 1861, forte Sumter, (un’installazione militare federale posta su un’isola davanti a Charleston nello stato ribelle della South Carolina) fu presa a cannonate dai “sudisti”, la situazione precipitò. Iniziava così la guerra di Secessione, il conflitto che con i suoi seicentomila morti risulterà essere il più sanguinoso del XIX secolo.

    Tanto negli Stati del Nord quanto in quelli del Sud, a fianco delle esigue forze militari regolari, vennero formate in un tempo brevissimo numerose unità di volontari. Nel multietnico stato di New York, il più popoloso tra i 25 rimasti fedeli all’Unione, due esuli mazziniani, il genovese Alessandro Repetti e il lombardo Luigi Tinelli, progettarono di costituire un reggimento formato solo di emigrati italiani intitolato all’Italiano più amato dagli Americani, Garibaldi.

    L’idea di un reparto di immigrati, una sorta di “legione straniera”, piacque alle autorità militari newyorkesi, che sopperirono all’insufficiente numero di volontari italiani costituitisi in compagnia, unendo altre otto compagnie: tre ungheresi, tre tedesche, una francese, una ispano-portoghese e una svizzera. Fu così che, agli inizi di maggio del 1861 presero vita le “Garibaldi Guards”.

    L’unità, il cui nome ufficiale era “39th New York Volunteers Infantry Regiment”, fu posta agli ordini di un ufficiale esule della Rivoluzione ungherese del 1848, il colonnello Frederick D’Utassy. Repetti, pur non avendo alcuna esperienza militare, divenne vicecomandante, col grado di tenente colonnello.

    La divisa di tutto il reggimento rimase quella ideata dal patriota genovese per i suoi volontari italiani: un acceso rosso garibaldino sia per i distintivi della giubba che per la banda dei pantaloni; in testa, al posto del classico berrettino a visiera, un “moretto” da bersagliere con le immancabili penne di gallo cedrone.

    Il 29 maggio 1861 le “Garibaldi Guards”, sfilarono in parata per le vie di New York e, alla presenza del presidente Lincoln in persona, il reggimento ricevette la bandiera di guerra. Anch’essa era un evidente omaggio al nostro Risorgimento: si trattava di un Tricolore con il motto mazziniano (in italiano!) “Dio e Popolo”, ovvero la bandiera della Repubblica Romana del ‘49.

    Tra i soldati passati in rassegna quel giorno dal presidente degli Stati Uniti, c’era anche il nostro Andrea Fontana: l’ex cadetto di Modena, l’ex ufficiale del Volturno era ora tenente della “A company”, la compagnia italiana del reggimento comandata dal capitano Cesare Osnaghi.

    Il 39° New York da subito si rivelò però un reggimento “difficile”: i soldati avevano delle difficoltà a capirsi tra loro e molti ufficiali furono indotti alle dimissioni per contrasti col colonnello D’Utassy. Per questi motivi i “Garibaldini” presero parte solo ad uno scontro importante, quello sul fiume Bull Run il 21 luglio 1861, restando perlopiù impiegati nella sorveglianza di località strategiche. Ma nel settembre del 1862 il reggimento fu sorpreso dal nemico nel campo trincerato di Harper’s Ferry in Virginia, e catturato quasi per intero. E’ curioso notare che tra i reparti sudisti che più si distinsero in questa circostanza ci fosse il 10° reggimento della Louisiana nelle cui file militavano molti ex soldati borbonici: negli Stati Uniti essi si presero così la rivincita sull’odiato avversario del Volturno.

    La prigionia, per le “Garibaldi Guards”, tra cui il nostro Andrea, durò poco: dopo alcune settimane, in seguito ad uno scambio di prigionieri, furono tutti rilasciati ma dovettero impegnarsi a non combattere più per almeno tre mesi. L’accordo fu rispettato e, nel periodo in cui il reggimento era a riposo forzato, il tenente Fontana abbandonò l’esercito. Essendo cittadino italiano e quindi non soggetto ad obblighi di leva, poteva dimettersi infatti quando voleva. Non sappiamo quali siano state le sue motivazioni: forse era malato, o semplicemente amareggiato oppure, come era successo ad altri prima di lui, alcuni contrasti col suo comandante l’avevano spinto a questa decisione.

    Di lì a poco la commissione d’inchiesta che era stata costituita per indagare sulle responsabilità del disastro di Harper’s Ferry concluse non solo che le colpe più gravi erano da addebitare proprio al ruvido D’Utassy ma scoprì anche che egli non era affatto un nobile esule per motivi patriottici ma – incredibile! – un acrobata di circo scappato dai creditori, arruolatosi con un nome falso. Ovviamente l’impostore fu posto in congedo immediato, ma quando in seguito si accerterà che il colonnello, approfittando della sua posizione, si era anche appropriato di forniture militari per rivenderle, per lui si apriranno le porte del penitenziario di Sing Sing.

    Intanto, sotto un nuovo comandante, i “Garibaldini” erano diventati uno dei migliori reggimenti dell’esercito unionista, distinguendosi anche nella decisiva battaglia di Gettysburg, dove un monumento ne ricorda ancora oggi i caduti.

    A guerra finita Andrea trovò frattanto impiego come commesso in un’importante ditta di ombrelli di New York, la Gans Brothers Umbrella Ltd, mentre sua sorella Giuseppina, che evidentemente l’aveva seguito nella sua avventura oltreoceano (diventando, per l’anagrafe americana, Josephine), sposò un compagno d’armi del fratello, Ignazio Allegretti.

    Con costui, l’ex tenente delle “Garibaldi Guards”, trasferitosi a Chicago, aprì una impresa dolciaria, la “Allegretti Chocolate Cream”, ancora oggi esistente.

    Andrea Fontana morì d’infarto il 31 dicembre 1910, all’età di 76 anni, nella sede della Gans Brothers dove si era recato per fare gli auguri per l’anno nuovo ai suoi ex colleghi. Della sua morte diede notizia, in un breve articolo del 2 gennaio 1911, anche il prestigioso New York Times.

    Una vita degna di un romanzo quella di Andrea Fontana, personaggio completamente dimenticato, di cui a Lendinara restano poche ma significative tracce: nell’archivio parrocchiale di S. Biagio c’è il suo atto di nascita, mentre quello di morte, trasmesso dal consolato italiano di New York è trascritto nei registri anagrafici comunali, a riprova che, nonostante tutti gli anni trascorsi in America, Andrea Fontana aveva voluto conservare la cittadinanza italiana.

    Anche la sua casa natale esiste ancora: si trova sempre nella vecchia Contrada Ospitale che ormai da quasi un secolo si chiama via Monte Grappa².

  • San Gottardo, patrono di Bagnolo

    San Gottardo, patrono di Bagnolo

    Da tempo immemorabile nella comunità di Bagnolo Po è viva la devozione a San Gottardo di Hildesheim, vescovo e confessore, eletto a patrono della parrocchia (assieme a S. Sebastiano). Una devozione piuttosto singolare fra le comunità della nostra pianura, che si manifesta con particolare intensità nella giornata del 5 maggio, festa liturgica di San Gottardo, elevata a sagra di Bagnolo. Ed è in questa giornata che, al termine della solenne messa vespertina, la venerata statua lignea del Santo, seguendo un rito antico di secoli, viene portata in processione per le strade del paese, preceduta e seguita da molto popolo in preghiera.

    Al suo passaggio, vengono esposti alle finestre drappi rossi bordati di colore oro, che esprimono deferenza verso il Santo, mentre davanti a molte case si costruiscono altarini con immagini sacre, adorni di fiori e ceri. La funzione si conclude con il tradizionale bacio della reliquia, al quale, fino a non molti anni fa, seguiva la benedizione delle ampolle con l’olio prodigioso di San Gottardo. Vi si ricorreva per risolvere varie affezioni corporali, pare con ottimi risultati.

    E poiché la salute del corpo doveva andare di pari passo con quella dell’anima, papa Pio IX aveva concesso, il 23 maggio 1852, l’indulgenza plenaria ai fedeli che avessero partecipato, coi requisiti canonici, alla solenne funzione in onore di San Gottardo nella chiesa di Bagnolo, divenuta nella circostanza una frequentatissima “messa di guarigione”, in quei tempi unica fonte di speranza per tanti sofferenti.

    Va però detto che tale concessione, di durata decennale, non è più stata rinnovata dagli ultimi parroci, cioè da quando antibiotici ed antiinfiammatori hanno invaso con successo il tradizionale campo d’azione del Taumaturgo, senza esigere la conversione dello spirito.

    Un tempo, in onore del Santo protettore, era anche tradizione imporre ai figli primogeniti il nome Gottardo, oggi decisamente non più di moda, ma rimasto come nome di seconda scelta negli atti di battesimo, sui quali anche mio figlio è registrato come Vincenzo – Gottardo.

    Il grande ausiliatore

    All’ausilio di San Gottardo si ricorreva tanto per sanare le infermità del corpo, la gotta e le infiammazioni osteoarticolari in particolare, quanto per invocare la protezione dalle avversità atmosferiche (nel caso di temporali minacciosi si suonava la campana di San Gottardo). Un Santo benevolo, dunque, anche con gli agricoltori, al punto che la comunità di Trecenta – dopo il disastroso temporale che nel luglio del 1729 ne devastò i campi e rovinò le case, risparmiando invece il contiguo territorio di Bagnolo – decise di dotarsi di un altare dedicato a San Gottardo (all’interno dell’oratorio Pepoli), onde evitare altri guai col meteo.

    Ma il grande ausiliatore non disdegnava intervenire ovunque fosse richiesto il suo aiuto – dalle malattie infantili alle doglie del parto, dalla pellagra all’idropisia – insomma, un esponente di quel patrocinio totale come lo divenne Sant’Antonio da Padova per altre comunità.

    In un opuscoletto, pubblicato qualche anno fa, furono raccolte le memorie degli ultimi miracolati per intercessione di San Gottardo e, se qualche dubbio può sorgere sull’autenticità delle guarigioni, non ve n’è alcuno circa una devozione sincera e convinta che coinvolgeva tutta la popolazione di Bagnolo e, in buona misura, anche quella dei paesi vicini.

    Ma come può essersi radicata in quest’angolo del Polesine la devozione a un Santo appartenente alla storia e alla cultura religiosa della Germania?

    San Gottardo (960-1038) La diffusione del culto

    Ricordo brevemente che San Gottardo, letteralmente il “forte di Dio”, nacque l’anno 960 a Reichersdorf (diocesi di Passau), località al confine tra Baviera, Austria e Boemia, dove il padre Ratmundo deteneva alcune terre come vassallo del Capitolo della chiesa di San Maurizio di Niederaltaich. Dai maestri di questa collegiata il giovane Gottardo ricevette una buona istruzione umanistica e teologica, intervallata da lunghi viaggi di studio in Austria e in Italia.

    Quando il Capitolo di Niederaltaich venne trasformato in abbazia benedettina, Gottardo si fece novizio al suo interno, diventando monaco e sacerdote nel 993, quindi, tre anni dopo (996) fu nominato abate dello stesso cenobio, che sottopose ad una profonda azione innovatrice, adottando le regole della riforma cluniacense. Fu poi nominato abate nei monasteri di Tegernsee (nel 1001) e di Hersfeld (nel 1005), dove pure introdusse l’osservanza di Cluny.

    Caratteristica della sua azione fu l’aver elevato lo studio e la cultura a pari dignità con le tradizionali attività di lavoro e preghiera, riassunte dalla nuova locuzione latina: “ora, lege et labora”. Conquistatosi in tal modo l’amore del popolo, l’obbedienza dei monaci e il rispetto dei potenti feudatari locali, ottenne nel 1022, su proposta dell’imperatore Enrico II, la nomina ad abate e vescovo-conte del monastero di Hildesheim, antico principato vescovile della Bassa Sassonia (vicino ad Hannover), che governò con saggezza fino alla morte, colà avvenuta il 5 maggio 1038. Per la sua condotta esemplare e per le guarigioni miracolose ottenute per sua intercessione, fu proclamato Santo da papa Innocenzo II al Sinodo di Reims del 29 ottobre 1131.

    Il suo culto si diffuse rapidamente nel cuore dell’Europa sia attraverso le vie commerciali, che per impulso dei monaci benedettini. In Italia troviamo dedicati a San Gottardo un valico alpino (oggi territorio svizzero), varie chiese e cappelle lungo le strade del fondovalle e nei terminali mercantili dei prodotti tedeschi, tra i quali Milano, Genova, Brescia e Ferrara (qui demolita agli inizi del ‘400). Altre chiese dedicate al Santo (poche per la verità in Italia), sono legate alla dipendenza da abbazie cluniacensi, la più prossima delle quali era la grande abbazia di fondazione canossiana di San Benedetto Polirone (Mn). Ma, a quanto risulta, il territorio di Bagnolo non appartenne mai alle potenti abbazie padane, se non per alcune parcelle di proprietà della Vangadizza (monastero, peraltro, di osservanza camaldolese).

    Bagnolo ebbe, invece, un ruolo come luogo di passaggio dei traffici mercantili e dei pellegrini provenienti dalla Germania attraverso la valle dell’Adige e diretti a Ferrara, noto emporio di merci nordiche e tappa d’obbligo per chi era incamminato verso i santuari della cristianità. Lo proverebbe l’esistenza nel sito – tuttora denominato San Giuliano – di una chiesa dotata di ospizio per viandanti, dedicata a San Giuliano Ospitaliere, ben attestata all’inizio del Trecento, poi scomparsa in seguito agli sconvolgimenti idrografici dei primi decenni del Quattrocento (il disalveamento dell’Adige attraverso la rotta di Castagnaro).

    Proprio nella scomparsa chiesa di San Giuliano era stata ricavata una cappella dedicata a San Gottardo, che doveva servire per le pratiche religiose dei mercanti o pellegrini tedeschi in sosta, la cui devozione, secondo la teoria storica che definiremo “classica”, si sarebbe col tempo allargata e diffusa fra la popolazione residente¹.

    Le testimonianze storiche e la datazione della statua del Santo di Bagnolo

    Le prime attestazioni della devozione a San Gottardo di Bagnolo si hanno a partire dal 1449, quando, in almeno quattro testamenti di cittadini ferraresi, viene disposto a carico degli eredi l’onere di visitare il santuario di San Gottardo in Bagnolo, in suffragio dell’anima del testatore. Dagli stessi si apprende che qui si custodiva la “venerata figura” del Santo: non sappiamo se un dipinto o una statua in legno. Di questo antico simulacro si sono perse le tracce, da quando venne sostituito da una nuova e più espressiva statua in legno, la stessa che ancor oggi viene portata a spalla dai giovani del paese nella ricorrenza del 5 maggio.

    Sulla datazione e sulla provenienza di quest’ultima effigie si sono fatte molte ipotesi, nessuna risolutiva. Il compianto antropologo prof. Don Cleto Corrain la ritenne di fattura austro-bavarese e ne ipotizzò il suo trasporto fino a Bagnolo al seguito dell’armata imperiale che all’inizio del Settecento occupò a lungo il Ferrarese, nel corso della guerra per la successione al trono di Spagna.

    Recentemente, nel sistemare le carte del mio studio, ho ritrovato la copia di una stampa votiva di San Gottardo in uso nel Seisettecento, pervenutaci grazie alla collezione di documenti antichi della scrittrice bagnolese Adalgisa Calzavarini.

    Si tratta di una composizione a scopo devozionale, nella quale San Gottardo, raffigurato in abiti vescovili, accoglie compassionevole le suppliche di un gruppo di fedeli, cui segue una breve didascalia in latino. La rassomiglianza con la statua lignea del santo custodita nella chiesa di Bagnolo è notevole: identici i paramenti sacri, simile la postura in movimento, intensa l’espressione del volto, coronato da una bionda barba incolta. Non vi è dubbio che la stampa, ottenuta con la tecnica della xilografia a chiaroscuri, sia una riproduzione della statua di Bagnolo, come del resto ci conferma la sottostante didascalia:

    DIVO GOTTARDO HILDESIENSI EPISCOPO ET CONFESSORI, VILLE BAGNOLI, IN FERRARENSI DIOCESI, ANTIQUO VENERATO MIRABILIQUE COMPATRONO, EFFIGIEM DEVOTIS OPTATAM, INCOLARUM LOCI ELEEMOSINE CONSTRUXERE ANNO SALUTIS 1554.

    Che, tradotta in lingua corrente, significa:

    A San Gottardo di Hildesheim, vescovo e confessore, antico compatrono venerato e prodigioso della villa di Bagnolo, nella diocesi di Ferrara, la statua dai devoti desiderata, si costruì con le offerte degli abitanti locali, l’anno di grazia 1554.

    In base a ciò, si può affermare che la statua lignea del San Gottardo di Bagnolo risale al 1554 e fu voluta e pagata con le offerte degli abitanti per sostenere una devozione che già a quel tempo era radicata e antica.

    Anche l’aspetto della statua depone per quel periodo: l’abbondante ed elaborato panneggio e l’atteggiamento espressivo dell’insieme, classificano l’opera come di stile manierista, una tendenza artistica sviluppatasi nel corso del ‘500, anticipatrice dello stile barocco, che tanto piacque ai padri del Concilio Tridentino perché sapeva rappresentare nell’arte sacra l’ideale di un cattolicesimo trionfante sul male e sulle eresie.

    Rimane tutt’ora un mistero la sua provenienza: secondo la tradizione la statua sarebbe giunta a Bagnolo da un paese lontano, scivolando su un’agile barchetta sulle acque dei fiumi. La cosa stupisce non poco, poiché vi erano botteghe di abili scultori/intarsiatori del legno sia in ambito ferrarese che veneziano, basti ricordare che la vicina Lendinara era famosa fin dai tempi del duca Borso d’Este (metà del ‘400), per i suoi rinomati maestri ebanisti (in particolare, la famiglia dei Canozi). Ma, il ricorso a scultori lontani potrebbe essersi reso necessario proprio per la mancanza di un’iconografia locale di San Gottardo, pressoché sconosciuto in questa zona.

    L’attendibilità della tradizione trova sostegno nella somiglianza stilistica del San Gottardo di Bagnolo (già rilevata dal prof. Corrain), con la produzione sacra degli intagliatori tirolesi, che ancora si può ammirare nelle chiese del Tirolo o della Baviera, per cui, anche l’ipotesi di una possibile scolpitura in luoghi dove la figura di San Gottardo era famigliare, rimane aperta.

    In conclusione, la scoperta della datazione della statua, pur essendo un contributo interessante, non risolve le tante ipotesi che ancora attendono una verifica storica. Certa è solo la devozione a San Gottardo, antica, salda e riconoscente per i molti doni ricevuti, ma l’alone di mistero che circonda le sue origini, contribuisce a rendere la ricorrenza del 5 maggio a Bagnolo ancor più affascinante e caratteristica.

  • I funerali di Giacomo Matteotti

    I funerali di Giacomo Matteotti

    Sollecitato dalle notizie apparse sul n.49 di “Ventaglio 90”, in occasione del novantesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti, ho voluto rileggere le pagine scritte da Pio Mazzucchi sulla sua “Cronaca di Castelguglielmo 1866-1932” per quanto fa riferimento al Martire polesano.

    La “Cronaca” del Mazzucchi è un voluminoso diario composto dallo studioso di Castelguglielmo in oltre sessant’anni di vita a cavallo tra Otto e Novecento¹. Il corposo scritto è stato pubblicato nel 1995 col titolo succitato dalla Minelliana di Rovigo: si tratta di un libro di quasi novecento pagine che costituisce una fonte di informazione molto dettagliata non solo relativamente a Castelguglielmo, ma a tutto il Polesine, delineando un interessante quadro degli avvenimenti sia locali che nazionali.

    Va però detto che l’autore non è portato all’obiettività del racconto: non si impegna assolutamente a far emergere i diversi punti di vista, ma – trattandosi di un diario – è sempre interessato a proporre il proprio pensiero (spesso fortemente di parte) e i propri sentimenti. Insomma l’estensore dell’ampia Cronaca si configura come un personaggio originale e curioso che, pur vivendo appartato e lontano dall’agone politico, è però decisamente schierato in senso conservatore.

    Le sue annotazioni sulle vicende che videro Matteotti socialista, protagonista di primo piano in Polesine, sono pertanto per lo più molto critiche e tutt’altro che benevole².

    Ma – ecco la novità – nelle pagine dedicate alla morte, ai funerali di Giacomo Matteotti e al processo che ne seguì, lo scrittore di Castelguglielmo assume un atteggiamento molto diverso. Lo sentiamo al di sopra delle parti, sinceramente rattristato dalla tragica morte del parlamentare polesano.

    Vediamo.

    In data 10 luglio del 1924 il Mazzucchi scrive:

    “Ricorre, oggi, il trigesimo della scomparsa dell’on. Giacomo Matteotti, socialista unitario, rapito a Roma il giorno 10 giugno verso sera, da ignoti mandatari, nel Lungotevere Arnaldo da Brescia e cacciato in un’automobile, che prese a tutta corsa la strada fuori di Roma, internandosi nella zona del lago di Vico. Gli vennero rapiti, dicesi, documenti accusatori che egli intendeva far valere alla Camera, a danno del Governo e degli avversari politici, e pare sia stato assassinato a colpi di pugnale ed occultata la salma.

    Si eseguirono arresti di persone altolocate, che si reputano complici e mandanti; ma finora nulla si conosce di preciso sull’assassinio. Questo atto di barbarie venne esecrato da tutto il paese e anche fuori dall’Italia. L’assassinio dev’essere opera dei fascisti. Il Matteotti fu un perturbatore della pubblica quiete; nel Polesine continuava l’opera disgregatrice già iniziata dal Badaloni, rinfocolando le agitazioni agrarie e l’odio di classe ….” (qui si dilunga nei suoi soliti commenti accusatori).

    In data 16 agosto 1924 scrive:

    “I giornali recano la notizia che il cadavere dell’on. Matteotti fu rinvenuto circa 23 chilometri da Roma, in una piccola macchia presso la Flaminia, fra Riano e Scrofano, precisamente nel sito denominato Quartello.

    Il cadavere, o per meglio dire, lo scheletro barbaramente straziato, coperto da 10 a 20 centim. di terriccio dissotterrato in presenza delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza, venne chiuso in una cassa di abete e trasportato al cimitero di Riano. La cameriera del disgraziato, condotta sul luogo, poté identificare il suo padrone da un dente d’oro, ch’egli teneva nella mascella superiore, e da un altro legato in oro.

    La signora Velia Matteotti, vedova della vittima, accorsa poco dopo in automobile, da Roma, e in preda a vivissima commozione, volle entrare nel camposanto, per gettarsi ginocchioni a lato della bara. Risollevata e confortata da parenti, fece poi ritorno a Roma”.

    In data 21 agosto 1924 scrive:

    “Questa mattina si sono celebrati solennemente, a Fratta, i funerali alla salma dell’on. Matteotti. Non solo dai paesi contermini, ma dalle province vicine, è accorso il popolo, e da città lontane amici del defunto e rappresentanze di Associazioni più o meno sovversive, recando corone di fiori. Si calcolano a non meno di diecimila gl’intervenuti, fra i quali duemila fascisti, non però in camicia nera, perché questo sarebbe stato contro le disposizioni del Governo, che vuole rispettata la volontà della vedova.

    Dalla camera ardente dell’abitazione del defunto, il feretro, dopo la rituale benedizione del sacerdote, viene portato a mano, fra immensa folla stipata nel giardino e sulla via. A fatica si compone il corteo, a capo del quale è la corona del partito unitario socialista, poi quella della Camera dei deputati, quella del Comune di Fratta e via via; una quantità innumerevole di associazioni, di rappresentanze di Comuni, di amici e di ammiratori.

    Dietro le corone, i soldati del battaglione 3° Genio, poi il feretro, e dietro a questo, dando prova d’una forza straordinaria d’animo, cammina la vedova, accompagnata dai parenti e da signore e signori, deputati e amici della stessa fede, qualche popolare e qualche repubblicano. Ai lati del feretro camminano i due valletti della Camera, con lo stemma d’Italia nei ceri accesi, ed i carabinieri in doppia fila. Fiori sono sparsi in quantità sulla via, e fiori nel passaggio fino alla chiesa vengono gettati sulla bara.

    La vedova, sfinita dal dolore, prende posto, con le sorelle, in un banco di fianco al catafalco. Il sacerdote celebra la messa. Nel trasporto della bara dalla chiesa al camposanto, riordinato alla meno peggio il corteo, il popolo, per non rimanere addietro, irrompe nei campi a lato della strada. Quando la bara, sempre seguita dalla vedova, sta per entrare nel sacro recinto, il battaglione schierato sulla strada provinciale, presenta le armi. Il cancello viene sbarrato dalla forza pubblica, ma i popolani, circa un migliaio, vi penetrano egualmente, scavalcando le mura, prima che i carabinieri possano accorrere a trattenerli.

    Deposta provvisoriamente la bara in una cappella, si odono elevarsi tra la folla invettive contro il Governo e lunghi mormorii, a stento repressi dai congiunti del defunto e dalla stessa povera vedova, che, sulla porta, rivolta verso il pubblico, con isguardo fisso, vitreo, per l’atroce dolore, leva ripetutamente le braccia con un gesto che invoca la calma.

    Un fremito di commozione scorre nei presenti, molti si asciugano le lacrime. Qualche nuovo grido sovversivo si fa sentire qua e là, fra i socialisti: “Vendetta! .. Viva Matteotti!… Viva il Martire! – Viva la libertà!”. Un cognato della vedova leva la voce e gesticola, per persuadere i presenti a non fare manifestazioni chiassose.

    Il recinto si vuota a poco a poco e la signora sale in automobile, per fare ritorno all’abitazione. Molti popolani domandano di baciarle la mano. “Andate a casa” ella dice con espressione di amore: “Siate buoni ed amatevi come insegnò Gesù Cristo”. La folla é commossa. Prima di uscire dalla cappella, la povera donna aveva scritto questa epigrafe, certo dettata dagli amici politici del defunto. “Sia la tua estrema dimora il mio cuore – Tua eterna camera ardente la vita dei tuoi figli – Premio del tuo martirio la fiaccola aulente di tutto il popolo che esalta il sacrificio tuo – e dell’Italia onesta e redenta dalla schiavitù”.

    In data 16 marzo 1926, quasi due anni dopo, il Mazzucchi riprende l’argomento e scrive:

    “Alla Corte d’Assise di Chieti (Abruzzo Citeriore) in questi giorni si svolse quella strana commedia giudiziaria, che si suol indicare col titolo di Processo Matteotti. Condotto sulle rotaie già delineate colà dove si puote ciò che si vuole, si chiuse, come da ognuno era preveduto. Inutile seguirlo qui ne’ suoi particolari. In sette giornate, fu condotto alla fine, cioè si è spinta a grande velocità la macchina, senza farla deviare d’un millimetro.

    I magistrati obbedirono fedelmente agli ordini ricevuti. Il Pubblico Ministero chiese l’assoluzione di Giuseppe Viola di Augusto Malacria e, ritenuta la responsabilità di Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo, responsabili del delitto di omicidio preterintenzionale, col beneficio della concausa, in applicazione degli articoli di legge venne inflitta ai detti individui la pena della reclusione per anni 12. Tale pena per la complicità corrispettiva “dovrà essere ridotta ad anni 7; inoltre, per le circostanze attenuanti, dovrà ancora essere ridotta ad anni 5, mesi 11 e giorni 20, oltre alle conseguenze di legge e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici”. Il Pubblico Ministero chiede inoltre che “in applicazione al decreto di amnistia del 31 luglio 1925 ritenuto il movente politico, siano dichiarati condonati quattro anni della pena complessiva”.

    La sentenza del presidente fu conforme alle richieste del Procuratore Generale. Però Malachia e Viola, furono ancora trattenuti per bancarotta. Ecco il gioco di quel prestigiatore che vi sciorina davanti agli occhi un largo fazzoletto, poi lo riunisce e con tutte e due le mani, lo stringe, lo stringe …, imponendogli di diventare piccolo, piccolo, piccolo…; finalmente, lo investe con un lungo soffio, lo fa sparire, e vi mostra le palme vuote.

    Così si chiuse un processo per un clamoroso delitto, che suscitò tanto chiasso in Italia e fuori: processo mostruoso, che si potrebbe definire una sfacciata violazione della legge, una solenne buffonata…”

  • I reperti parlanti

    I reperti parlanti

    Duemila anni fa moriva Ottaviano Augusto, l’imperatore romano, che per tanti aspetti fu un vero innovatore non solo sul piano politico e militare, ma anche nell’ambito della cultura e dell’arte.

    Presso il museo della Centuriazione di Villadose esiste, in particolare, un bel “denario”, circolante al tempo del grande imperatore, che sul recto presenta l’effigie di Augusto e sul verso l’immagine di una giovenca. E’ un denario d’argento coniato nella zecca di Samo, piccola isola del mar Egeo.

    Probabilmente apparteneva a un legionario che nel 21 a.C. partecipò sotto la guida di Tiberio (figliastro di Augusto e futuro imperatore) a una campagna militare contro i Parti, conclusa con la conquista dell’Armenia. Terminato il servizio nell’esercito, il militare, da veterano, ottenne un appezzamento di terreno coltivabile all’interno della Centuriazione di Villadose.

    Dal II sec. a.C. al IV d.C. migliaia di coloni vissero infatti nel territorio della Centuriazione che si estendeva da Rovigo ad Adria fino alla laguna veneta. Grazie a varie campagne di ricerca attivate a partire dai primi anni ‘80 dal GAV (Gruppo Archeologico Villadose), sono stati raccolti centinaia di reperti. I più significativi – circa 400 – caratterizzano il bel Museo della Centuriazione inaugurato il 26 agosto del 1990, che ogni anno viene visitato, fra studenti e appassionati di archeologia, da almeno un migliaio di persone.

    Il denario di Augusto fu dunque ritrovato a Villadose dopo venti secoli e ci teniamo a ricordarlo proprio quest’anno in cui ricorrono i 2000 anni dalla morte di Augusto. Lo facciamo proponendo ai lettori del Ventaglio il percorso virtuale del Museo della Centuriazione sviluppato in 15 tappe, di cui l’ultima è proprio quella che ci porta ad ammirare il denario di Augusto.

    Il progetto è nato da una idea di Enrico Maragno con la collaborazione del fotografo Giovanni Zardinoni ed è stato autorizzato dalla Soprintendenza Archeologica del Veneto. Il sito per una visita al museo virtuale è quello del Gruppo Archeologico di Villadose: www.centuriazione.it

    Abbiamo intitolato l’itinerario, sviluppato in 15 tappe, “I reperti parlanti”. Sono infatti i reperti stessi a raccontare brevemente la loro storia, da quando sono stati realizzati fino al momento del loro ritrovamento e al posizionamento nelle apposite vetrine.

    Iniziamo dal “contenitore” del museo, ovvero la bella villa Patella, sede del Municipio di Villadose, che accoglie anche il Museo della Centuriazione.

    Villa Patella di Villadose

    Sono l’antica dimora della famiglia Patella. Famiglia di commercianti e di notai, grazie agli Estensi, diventati conti. Vedete lo stemma sulla facciata.

    Il famoso architetto Aleotti mi progettò alla fine del ‘500, e agli inizi del ‘600 ero finita. Intorno a me magazzini e barchesse dove si trovavano i prodotti delle nostre campagne e davanti, sull’Adigetto, le barche si fermavano a caricare.

    Dal 1920 sono sede del Municipio e dal 26 agosto 1990 accolgo anche il Museo della Centuriazione.

    1. La meridiana ad emiciclo

    Sono la meridiana ad emiciclo usata in una domus della centuriazione. Vitruvio mi ha descritto nei suoi trattati. Io scandivo il tempo in 12 ore ineguali, di durata diversa dall’alba a mezzogiorno, al tramonto ed anche a seconda delle stagioni. Ma per il mio padrone andava bene così. Un artigiano mi ha scolpito su un blocco di pietra Aurisina proveniente da Trieste.

    Il geometra Belloni del Gruppo Archeologico di Villadose mi trovò sul suo terreno di Mardimago, nel 1990 e da allora sono qui nel Museo della Centuriazione. Sono l’unico orologio solare di epoca romana esposto nei musei della nostra regione.

    VETRINA DELLE DIMORE DI LUSSO

    2. Il marmo fior di pesco

    Sono un frammento di Marmor Chalcidicum, quello che resta del pavimento del Triclinium della villa costruita a Villadose nel I secolo a.C. Sono stato scavato in una cava dell’Eretria in Grecia e, via nave, portato ad Hatria e poi lavorato in lastre e portato nell’agro centuriato.

    A quanti banchetti ho assistito! Ma poi sono stato coperto dall’acqua e dal fango per più di 18 secoli, fino a quando una lama di aratro mi ha strappato dal pavimento della villa.

    Un socio del Gruppo archeologico mi ha raccolto nel 1989 e da allora sono qui nella vetrina dedicata alle dimore di lusso.

    VETRINA DELLA SEPOLTURA

    3. La sepoltura a cassetta

    Sono la povera sepoltura di Rufo, morto a 42 anni in seguito a una ferita infetta. I parenti misericordiosi mi hanno acceso la pira e raccolto le ceneri in questa vecchia pentola di casa. Per fortuna non hanno dimenticato l’asse per pagare l’obolo a Caronte e la lucerna per farmi luce, il piattino e i balsamari.

    Mi hanno posto in una cassetta fatta di tegoloni e sepolto sotto un metro di terra, nel sepolcreto vicino al decumano.

    Iames Serain mi ha portato in superficie, mentre arava, alla Cagna col suo trattore e mi ha raccolto. Da allora vedo un po’ di luce in questa vetrina

    VETRINA DEI PESI DA BILANCIA

    4. Peso da bilancia per stadera con satiro

    Sono un peso da stadera da una libbra (327 grammi). Venivo utilizzato quando Cilone, il mio padrone, doveva vendere qualche prodotto del suo terreno e allora con la sua stadera pesava o un pollo, o qualche libbra di fave, o dei fichi secchi.

    Ma siccome voleva stupire i suoi acquirenti ha voluto un peso unico e speciale come me: rappresento la testa di Minerva da un lato e una testa di satiro dall’altra con un cappello fallico. Un artigiano mi ha realizzato con una colata di piombo in uno stampo.

    Enrico Maragno mi ha trovato a Fenil del Turco nella tenuta Biolcata nel 1995.

    VETRINA SU GIOCHI E UTENSILI

    5. Peso da groma

    Sono uno dei 4 pesi di bronzo di una groma appartenuta ad un agrimensore che ha lavorato per la progettazione e la realizzazione della centuriazione nel I secolo a.C.

    Traguardando i fili appesi al quadrante superiore della groma, egli faceva porre i picchetti che permettevano di tracciare i cardini e i decumani. Ho visto migliaia di operai lavorare per scavare i fossati e tracciare le strade. Poi sono arrivati i coloni a coltivare gli appezzamenti e la groma non è stata più usata.

    Mi hanno ritrovato a Cambio dopo più di 2000 anni.

    VETRINA ORNAMENTI E CURA DEL CORPO

    6. Anello con gemma incisa

    Sono l’anello della matrona della villa romana di Cà Motte. La gemma di pasta vitrea è stata realizzata da un artigiano di Aquileia che voleva imitare col vetro una preziosa agata zonata.

    L’incisione rappresenta una Venere, bella come la mia matrona. Ha avuto una vita felice nella villa, servita da schiave e rispettata dal suo dominus. Alla sua morte, dopo l’incinerazione, mi hanno posto nell’urna assieme alle sue ceneri.

    Un membro del GAV mi ha raccolto nel terreno a Cà Motte dopo che l’aratro, con la sua lama, aveva distrutto la tomba.

    VETRINA DEI LATERIZI

    7. Mattone con iscrizione

    Sono un mattone pedale (di 29,6 cm) prodotto in una fornace della centuriazione. Il padrone mi ha impastato e poi mi ha dato la forma con lo stampo e messo a seccare all’aria quando è arrivato Cilone che voleva ampliare la sua domus. Voleva 914 mattoni come me e 310 tegoloni per il tetto.

    Il padrone ha scritto l’ordine con una punta sulla mia faccia, prima di mettermi a cuocere nel forno. E’ venuta una casa solida e bella, che è durata quasi tre secoli prima che le acque coprissero buona parte della centuriazione.

    Ghirardello del GAV mi ha raccolto sul fondo di un solco nel 1994 vicino al Decumano Massimo e da allora sono in questo museo, nella vetrina dei laterizi.

    VETRINA ABBIGLIAMENTO E TESSITURA

    8. Peso da telaio

    Sono un peso del telaio di Hilara Vettia, una liberta dedita alla tessitura della lana. Le pecore al pascolo nei prati della centuriazione sono generose di lana. L’uso del telaio verticale per produrre tessuti pesanti per l’inverno, si tramanda di generazione in generazione, ma sono sempre le donne ad usarlo.

    Il fornaciaio che mi ha costruito ha voluto abbellirmi con questo decoro a rombi e dopo la morte della mia padrona sono stato scelto per essere posto nella sua tomba, a memoria di tutte le coperte di lana che ho visto fare.

    Portato in superficie dall’aratro, sono stato raccolto ancora intero a Penisola da un socio del GAV.

    VETRINA DEI CONTENITORI DA VETRO

    9. Fondo di bottiglia con bollo di Cnaeus Cassianus

    Sono quello che resta del fondo di una bella bottiglia. Cnaeus Cassianus mi ha fatto ad Adria nella sua vetreria e per vari anni ero nel triclinius di una villa nella centuriazione. Mi usavano per aggiungere acqua al vino, fino a quando Lucilla, la liberta che serviva il vino durante le ricche cene nella villa, mi ha urtato, rovesciata e rotta.

    Buttata nella discarica della villa, ho rivisto la luce dopo 2000 anni, quando un contadino col suo aratro mi ha riportato in superficie. Un ricercatore del GAV mi ha raccolto nel 1990 e da allora sono in questa vetrina.

    VETRINA DELLE ANFORE E LUCERNE

    10. Collo d’anfora con bollo di Publio Sutori

    Publio Sutori mi plasmò nella sua fornace in Istria, prima il collo, poi la pancia e i manici e alla fine col punzone mi impresse il suo marchio. Fui venduta a un vignaiolo che dopo la vendemmia e la pigiatura, mi riempì di buon vino istriano.

    Caricata su una nave fui scaricata al porto di Adria dove mi acquistò un colono della centuriazione. Mi portò a casa con un carro tirato da due cavalli lungo il II decumano. Dopo un mese ero già vuota e fui spezzata e gettata in un fossato.

    Dopo 2000 anni nel 1988 sono stata raccolta a Cambio e posta in questa vetrina.

    VETRINA DEI PALEOVENETI

    11. Bronzetto di cavaliere paleoveneto

    Aulus Vettius Venetus, colono della centuriazione e allevatore di alcuni cavalli mi acquistò da un artigiano che mi aveva forgiato con una fusione di bronzo in uno stampo di argilla. Gli sono servito durante il rito della semina, quando, per propiziare un buon raccolto, mi ha legato con altri bronzetti ai rami di una albero e dopo le offerte delle focacce rituali agli uccelli, mi ha interrato, spezzandomi le gambe, in modo che nessuno, oltre alla divinità cui ero stato offerto, mi potesse usare.

    Enrico Maragno mi trovò nel 1992 nel sito della Barchessa vicino al decumano massimo e da allora mi riposo in questa vetrina.

    12. Dracma venetica

    Sono una dracma d’argento coniata nel II secolo prima di Cristo dal popolo veneto. Da un lato è rappresentata una testa di divinità, forse Reitia, la Minerva dei Veneti, e sul retro un leone rampante che è diventato il logo del Gruppo Archeologico di Villadose.

    Aulus Venetus mi portò con sé, proveniente da Este, quando seppe che i Romani avevano realizzato una grande centuriazione e che avrebbero assegnato appezzamenti di terreno anche ai Veneti. Ebbe la sua proprietà in località Casonetto, vicino al decumano massimo, dove si costruì una bella dimora e proprio lì fui perduta.

    Rimasi nel terreno umido per più di 2000 anni fino a quando un socio del GAV mi raccolse per portarmi al Museo della Centuriazione.

    VETRINA DEI BRONZI ROMANI

    13. Busto di Minerva

    Rappresento Minerva, figlia di Giove, la più saggia delle divinità romane, protettrice degli artigiani, ma anche dea della guerra per cui porto l’elmo, anche se una lama di erpice me lo ha spezzato. Ero la divinità romana più invocata nella villa romana della Bordeghina. Un artista mi ha cesellato nel bronzo e la matrona della villa mi acquistò per mettermi nel suo tablinum.

    La mia festa è subito dopo le idi di marzo. Il larario dove mi trovavo fu razziato nel corso di una invasione barbarica, quando la villa fu abbandonata dai miei padroni in fuga e io caddi nel terreno.

    Solo un’aratura molto profonda mi riportò alla luce nel 2000 e da allora sono qui nella vetrina dei bronzi romani…

    VETRINA SUI CONTENITORI DA MENSA

    14 Manico di coppa con bollo

    Sono il manico di una coppa di rame che la mia padrona, matrona della villa di Chiaroni nella centuriazione, usava per misurare le quantità di acqua o di vino da versare. Cnaeus Trebellius Crescens mi forgiò nella sua officina vicino a Roma e dopo avermi cesellato con un decoro a teste di cigno, mi ha impresso il suo marchio.

    La mia matrona mi acquistò all’emporio del porto di Adria e per lunghi anni sono stato usato in cucina e durante i simposi che si tenevano nella villa. Per il lungo uso mi staccai dalla coppa e andai a finire nel butto della villa.

    Fui ritrovato da Mario Grappeggia nel 1990 e da allora sono nel museo, nella vetrina dei contenitori da mensa.

    VETRINA DELLE MONETE

    15. Denario di Augusto della zecca di Samo (21-20 a.C.)

    Sono un denario d’argento coniato 21 anni prima della nascita di Cristo, nella zecca dell’isola di Samo, vicino alla costa turca.

    Rappresento l’immagine del grande Augusto e sul retro una giovenca. Facevo parte della paga di un legionario che nel 21 a.C. partecipò sotto il comando di Tiberio, figliastro di Augusto a una campagna in oriente contro il potente popolo dei Parti e che si concluse con la conquista dell’Armenia.

    Dopo 25 anni di servizio militare il mio padrone si ritirò e gli fu assegnato un appezzamento di terreno nella centuriazione di Villadose. Fu qui che mi perse in località Taglietto dove venni raccolto da un ricercatore del GAV.

  • Il “Percorso Milani”

    Il “Percorso Milani”

    Rovigo, piccola città di provincia, ha dato i natali a Virgilio Milani, il più importante scultore polesano del ‘900, annoverato fra i maggiori del panorama nazionale del secolo scorso. La sua attività ha spaziato dai primi ‘800 fino alla fine degli anni Settanta; ma ciò che è ancor più straordinario è che Milani si presenta come un caso atipico, unicum nel suo genere, di un artista che ha amato molto la sua terra, al punto da scegliere di legare l’intera sua produzione ad essa, consapevole del prezzo che ne avrebbe pagato in termini di successo e memoria.

    Di carattere schivo, nonostante i numerosi incarichi ed appalti vinti – tra i protagonisti della ricostruzione di una nuova Rovigo risorta dalle ceneri postbelliche – Milani aveva scelto di vivere a margine della vita cittadina andandosene in punta di piedi nel 1977, ultraottantenne e dimenticato da quasi tutti, dopo un’esistenza lunga e prolifica iniziata nel 1888.

    Il tempo ha poi fatto il suo corso depositando quella naturale patina di oblio, fino a quando la Fondazione della Banca del Monte di Rovigo non ha deciso di recuperarne il ricordo diffondendolo fra i suoi ignari concittadini, prima con una mostra dedicata presso il Museo dei Grandi Fiumi, quindi con il restauro di uno dei suoi capolavori, nonché simbolo del Polesine: la fontana della Riconoscenza davanti alla stazione ferroviaria e, da ultimo, il recente “Percorso Milani”, inaugurato nel novembre 2013.

    Un itinerario, quest’ultimo, che si snoda attraverso venti siti, caratterizzati da sue rappresentative opere pubbliche, con un duplice intento: rendere i rodigini più consapevoli ed orgogliosi del loro valente conterraneo (affinché essi stessi ne diventino ambasciatori ovunque), e offrire nello stesso tempo una proposta interessante ed alternativa di visita alla nostra città.

    Il “Percorso Milani” in effetti si configura non solo come una mappa alla scoperta di un artista e dei suoi tesori, ma anche come un itinerario artistico e culturale, capace di valorizzare dal punto di vista turistico la città.

    Esso consiste in 20 tappe, facilmente raggiungibili passeggiando lungo le vie del centro storico, e quindi visitabili senza vincoli di accesso o di orario; è contraddistinto per ogni opera da una targhetta in plexiglass trasparente recante in rosso scarlatto il monogramma dell’artista ed i suoi strumenti: martello e mazzetta.

    1. L’itinerario prende il via dalla Fontana della Riconoscenza, capolavoro di Milani, eretta davanti alla stazione dei treni, crocevia di arrivi e partenze, quasi ad accogliere idealmente, con vocazione turistica, i visitatori. La fontana – progettata insieme all’architetto Antonio Canato e all’ingegnere Tullio Silvestri, come tributo di riconoscenza per gli aiuti internazionali giunti in seguito al dramma dell’alluvione del 1951 -, pur ricordando uno dei più tragici eventi del Polesine, rappresenta una grande lezione di speranza nella solidarietà mondiale. Nel contempo si pone come una cartolina della città capoluogo, presentando nelle otto formelle del basamento i luoghi e gli elementi simbolo del Polesine.

    2. Il secondo sito è costituto dalle teste dei quattro evangelisti, poggianti sui rispettivi vangeli, che decorano la facciata neo romanica della vicina chiesa della Commenda con un sobrio intervento figurativo in una mirabile sintesi narrativa e simbolica.

    3. La tappa successiva è presso la casa-studio dell’artista, tra via Magro e viale Trieste, con decorazioni sulla facciata che rappresentano alcuni putti alle prese con palle colorate, tra l’ispirazione liberty e l’influenza di Donatello, dinamiche figure, che sembrano voler uscire dall’ambito loro assegnato, con l’invenzione originale del decoro ad angolo su due lati.

    4. 5. Il successivo imponente prospetto spoglio e poco armonico del Palazzo IACP (Istituto Autonomo Case Popolari) è stato arricchito dall’artista con tre “quadri” asimmetrici a bassorilievo, rappresentanti la microstoria del trasloco di una famiglia affidataria, insieme al mosaico relativo alla progettazione e costruzione dell’edificio ideato con gli artisti rodigini Edordo Chendi e Vittorio Milan.

    6. Il sesto sito lo individuiamo in via Angeli sulla facciata del Palazzo dell’Erario. Qui una semplice figura stilizzata di leone, ispirata alla Chimera d’Arezzo (sigillo del monopolio di Stato), riesce a nobilitare un edificio spoglio ed anonimo, nello stile funzionalista-razionalista.

    7. Proseguendo lungo la prestigiosa via, incontriamo la settima tappa sulla facciata del Palazzo INA. Ammirevole il grande rilievo legato al tema della famiglia, vista come cellula sociale, fondata sul lavoro ed il risparmio. Uno splendido capolavoro di armonia e decoro ispirato alla lezione classica dei grandi modelli quattrocenteschi, quali Piero della Francesca e Jacopo della Quercia. Un motivo classico tuttavia rivisitato secondo le linee più moderne di Arturo Martini e Mario Sironi.

    8. Sotto il portico del Municipio è posizionata una lapide celebrativa del patriota irredentista Nazario Sauro, con la riproduzione del suo volto bronzeo, che si staglia dalla base in pietra d’Istria, arricchita da due oggetti simbolici: l’àncora – richiamo dell’attività di ammiraglio – e una corda a ricordo della tragica fine del personaggio.

    9. Nella casa in Piazzale D’Annunzio, è visibile ancora un decoro di facciata, per la verità meno riuscito di altri, poiché in esso l’autore ha ceduto all’intento meramente esornativo.

    10. Sulla facciata del Teatro Sociale, in piazza Garibaldi, individuiamo altorilievi (simili a quelli coevi dei quattro evangelisti), posti a connotare l’edificio con strumenti e maschere, che rievocano la storia della musica e del teatro e la loro evoluzione.

    11. Nell’ambito della statuaria va annoverata la scultura dedicata all’irredentista Cesare Battisti (nella via omonima) rievocato in un ritratto emotivamente espressivo, reinterpretato in chiave drammatica e romantica con il cappio al collo e i capelli a nuvola, simbolicamente posto a lato della roccaforte austriaca.

    12. In via Badaloni, l’anonima e spoglia facciata del Liceo Celio spicca sulla piazza antistante il Duomo grazie al grande mosaico bifacciale echeggiante figure del mondo antico greco-romano, in riferimento agli studi classici che qui trovano il loro tempio.

    13. Verso il quartiere di San Bortolo, presso il Palazzo Casalini (nella via omonima) si incontra ancora un omaggio ad un illustre figlio di Rovigo: la lapide al politico Alessandro Casalini, senatore del Regno e lungimirante imprenditore.

    14. Si procede raggiungendo via Miani, fino ad una statua dalla mole imponente, che evoca il Mosè michelangiolesco: il monumento dedicato all’esploratore rodigino Giovanni Miani, scolpito con tratti veristi, evidenti soprattutto nelle caratteristiche vesti e nelle singolari grandi mani, che valsero all’opera l’epiteto popolare di “manazze”.

    15. Alle sue spalle ecco il fregio della Casa del Mutilato, opera di un artista non fossilizzato e aperto alle avanguardie, in cui le figure sofferte delle vittime di guerra sono delineate con una plastica sommaria e volumi più geometrici, spezzati, alla Sironi.

    16. A due passi è l’ex sinagoga, che Milani trasformò in un grande studio, a partire dagli anni ‘50, per la grande vetrata che gli garantiva la luminosità necessaria alla sua arte. L’avrebbe poi rivenduta, alla fine degli anni ‘60, quando subentrò in lui una crisi umana ed artistica.

    17. Vale la pena fare una deviazione per spostarsi al collegio dell’Angelo Custode, dove spicca l’effigie di un angelo che, con sua ala protettiva, allude alla funzione educativa dell’istituto. Esso appare perfettamente armonizzato con la struttura architettonica dei due pilastri ai lati del portale, di cui costituisce un ideale stipite.

    18. Proseguendo per il quartiere di San Bortolo, nel cortile della scuola media Casalini, è visibile la Torre in acciaio inox, suggestivamente intitolata “Libro-parete”. Essa è testimonianza della svolta astrattista degli ultimi anni a seguito di un periodo difficile della sua vita, dovuto alla perdita dell’amata moglie, all’avanzare della vecchiaia ed al sodalizio con il giovane artista Paolo Gioli.

    19. Da qui, prendendo per viale Oroboni in direzione cimitero, si giunge alla chiesa di S. Maria dei Sabbioni, sulla cui facciata è collocato il bassorilievo di un angelo in volo con le ali aperte ad accogliere gli ospiti del cimitero. Tale figura prelude alla visione dell’arte funeraria dell’artista rodigino, espressa nella ideazione di cappelle e tombe raccolte nel sito n. 20.

    20. Quest’ultimo sito è in effetti costituito da più opere, che coprono un arco di produzione dai primi ‘900 alla fine degli anni ‘60, tra la sfera pubblica e il privato. La più complessa architettonicamente è la Tomba Caniato, di cui Milani ha realizzato i due angeli oranti, il bassorilievo frontale raffigurante Cristo tra gli angeli ed un cornicione con teste di cherubini.

    Motivo ricorrente della sua produzione cimiteriale è la figura femminile classica, stilizzata e ieratica, che ritroviamo, da sola, nelle Tombe Oliva e Bacchiega, o come pietà con Cristo morto nella Tomba Giandoso. Non mancano figure maschili, come quella di un giovane nudo che abbraccia un soldato fante della Tomba Schiesari o la singolare erma del legionario spagnolo Federico Tolomei, caratterizzata da volumi quattrocenteschi in una cornice novecentista.

    Infine il suo capolavoro dell’arte funebre: la Tomba Milani, pensata per se stesso e la moglie Antonietta Bellinello: su un nero basamento poggiano due figure giovanili di un uomo e una donna, con le mani ed i volti tesi al cielo, novelli Adamo ed Eva.

    In realtà, le creazioni del generoso artista sono molte di più (inizialmente ne erano state identificate dalla responsabile della realizzazione del percorso, Rossella Ruzza, ben 44, selezionate poi in base all’ubicazione ed all’accessibilità), senza trascurare le numerose disseminate per il territorio polesano, che rendono Rovigo un singolare esempio di una CITTA’ D’ARTE, in quanto MUSEO a cielo aperto dell’operato di Virgilio Milani.

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