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Archivi: Articoli d’archivio

  • Alla Colombara di S. M. Maddalena

    Alla Colombara di S. M. Maddalena

    La conoscenza con l’arch. Giovanni Trevisan e la moglie Maria Novella era stata casuale, la primavera scorsa, nel contesto delle visite alla mostra dedicata alla Maison Goupil. Nell’occasione i due coniugi mi avevano rivolto l’invito a visitare la loro proposta di ricettività verso il Po, nella campagna di Santa Maria Maddalena: l’Antico Borgo La Colombara.

    La cosa mi aveva incuriosito non poco, e avevo assicurato un mio passaggio all’inizio dell’estate, magari quando si sarebbe potuto fruire anche della grande piscina che nel biglietto da visita faceva bella mostra di sé in primo piano.

    Ma, si sa, i giorni passano veloci. E’ ormai settembre quando decido di mantener fede alla promessa. La giornata è un po’ incerta: nuvole grigie si alternano ad ampie schiarite. Alla fine decido di prendere con me anche il costume da bagno. Poi si vedrà.

    Partendo da Rovigo, anziché raggiungere la località imboccando l’autostrada, scelgo di percorrere la strada interna. Un’opportunità per godere del territorio polesano, in una vasta area dove la campagna la fa ancora da padrona, mentre lo svettare dei campanili costituisce il segnale turistico più immediato ad indicare la via maestra per portarsi all’interno di paesi e borgate. Ecco dunque Fratta, ormai ben nota a livello turistico con l’icona della Badoera che rimanda al grande Palladio e alla storia della Serenissima; poi il Canalbianco, superato il quale mi viene incontro Pincara, che già parla degli Estensi e degli storici interventi di sistemazione del territorio avviati da Guglielmo Pincaro nel XV secolo.

    La campagna è un mare di granoturco, con le piante che hanno raggiunto la loro massima altezza sovrastando il tettuccio dell’auto. Cosicché la serpeggiante strada che porta a Fiesso Umbertiano, sembra quella di un inedito labirinto. Procedo senza fretta lungo la tortuosa via delimitata da due muraglie di vegetazione verde-ocra. Suggestioni polesane di settembre!

    Superato il paese di Fiesso con la sua Villa Morosini Vendramin Calergi, importante realizzazione architettonica che ancora ci rimanda alla storia della Serenissima, percorro via Piacentina che si insinua nella campagna verso Occhiobello, territorio di primario riferimento della fascia rivierasca del Po, conosciuta storicamente come Transpadana Ferrarese. In loco signoreggiò la famiglia Savonarola che ebbe possessioni e una villa (oggi albergo) dove dimorò pure l’intransigente frate, acerrimo fustigatore dei costumi dell’epoca.

    Lasciato sulla destra l’oratorio della località Piacentina, e superato lo scavalco dell’autostrada, il paesaggio agrario è connotato da qualche isolata fattoria. Poi, ecco, al n. 43, il Borgo La Colombara, alle porte di S. Maria Maddalena.

    Mi accoglie un ambiente amabile dove il verde – piante e prato – è stato educato per una gradevole accoglienza turistica. Cespugli di fiori e rampicanti ingentiliscono gli immobili destinati alla ricettività e ai servizi.

    Mi viene incontro lui, l’architetto Giovanni Trevisan (Gianni per gli amici), che mi conduce subito a salutare “la parona”, ovvero la signora Maria Novella, che troviamo affaccendata con oche e galline sul retro di quella che fu la casa padronale, oggi (dopo il recupero) in parte abitata dai due coniugi e in parte adibita a piccola foresteria.

    “Quella grande la vedremo dopo!”, mi dice Gianni, mentre già abbiamo cominciato a darci del tu come vecchi amici.

    Il posto – lo si capisce subito – non richiede formalità. Anzi, quella della Colombara è un’iniziativa turistica – lo sottolinea l’architetto – nata per l’amicizia, per rinsaldare vecchi vincoli e crearne di nuovi: sinceri, lontani dall’inquinamento non soltanto ambientale ma anche da quello più subdolo, del complicato vivere dei nostri giorni, che inficia i rapporti umani.

    Risulta presto evidente l’idea alla base della realizzazione del borgo: alla Colombara si deve venire per chiacchierare, per progettare in compagnia, per fare musica, sport, cultura dalla mattina alla sera; per mangiare bene e senza fretta e poi riposare in tutta tranquillità la notte. L’idea progettuale è insomma quella del “campus”, dove si vive all’aria aperta o nei locali interni; si studia, si fa sport, si dipinge, si allestiscono momenti di teatro.

    E gli spazi alla Colombara non mancano: ci sono tutti, grandi o piccoli a seconda delle necessità, pensati per i vari momenti di un vivere in compagnia, ma anche per il raccoglimento personale.

    Ci accomiatiamo frattanto dalla signora Maria Novella, dopo aver scattato alcune foto alle anatre, al pavone (che nonostante i nostri incoraggiamenti non è in vena di aprire a ventaglio la bella coda iridata) e alla voliera dei colombi, emblema della Colombara. Facciamo il giro del borgo.

    Tutto è iniziato da un sogno – mi confida l’architetto -, quello di riqualificare una corte con edifici ormai cadenti e dare una nuova prospettiva al sito non più in grado di reggersi (data la limitata estensione del terreno agrario di proprietà) su un’agricoltura basata prevalentemente sulla coltivazione del granoturco.

    “Negli anni ‘60, quando ho conosciuto Maria Novella, splendida donna del Po – sottolinea l’architetto – la gestione del fondo, condotta sapientemente da mio suocero, era a frutteto. A primavera era tutto un fiore ed un profumo: uno spettacolo. Io, che venivo da Venezia, amante delle sue architetture strepitose, mi sono innamorato, non solo di quella che poi è divenuta mia moglie, ma anche della campagna polesana. Poi mio suocero è venuto meno, gli indirizzi dell’agricoltura sono cambiati, la campagna si è immiserita. Bisognava pensare a qualcosa di nuovo per valorizzare l’ambiente. E ho cominciato dai cavalli: stalla, maneggio. Tutti a cavallo, io mia moglie e i figli. Uno spettacolo!”

    Inizia così la storia del sogno del Borgo “La Colombara”, che nel tempo ha però dovuto fare i conti con la realtà e il passare degli anni, per cui gli oneri della gestione hanno richiesto degli adattamenti. Pertanto stalla e maneggio, che sorgono sul fronte strada, tuttora visivamente parte del Borgo, sono stati ceduti, mentre il fulcro attualmente è rappresentato dal bel ristorante sorto nel 2004 e gestito dal figlio Valentino, amante di esperienze culinarie francesi che, accanto alla cucina tradizionale polesana, propone apprezzate tipicità d’oltralpe.

    L’intervento architettonicamente più consistente, relativo ai vecchi edifici della corte, è stato però quello di ricavare la foresteria rimaneggiando l’immobile un tempo adibito a stalla: al piano terra i locali per i servizi nonché l’osteria del borgo, che deve ancora essere avviata; al piano superiore le stanze che corrono lungo i due lati di un ampio salone. Sono luminose strutturate su due livelli: soggiorno con possibilità di cucina, e soppalco con letti.

    Sorprendente il grande spazio del salone centrale, ideale per feste e meeting, le pareti contrassegnate da grandi quadri espressionisti realizzati dallo stesso arch. Trevisan. E poi le stanze non certo pensate per un soggiorno mordi e fuggi, ma ideate al fine di assicurare comfort e spazi gradevoli a persone interessate a dimorare per iniziative di studio e relax, sull’idea, – come si diceva – del campus universitario.

    “E’ ora di un tuffo in piscina”, mi avverte il mio accompagnatore, accennando al sole che ormai ha sconfitto la residua nuvolaglia. Ci spostiamo così sul retro del grande edificio dove sorgono gli impianti destinati allo sport: campo di calcetto, tennis e la grande piscina. Al bar troviamo l’attuale gestore, il giovane Dennis Bellonzi, che ci parla della bella esperienza vissuta nell’estate 2013 che sta ormai per chiudersi, mentre Alessandro Fogagnolo, che da cinque anni svolge l’attività di bagnino, non manca di metterci al corrente di qualche aneddoto curioso e sottolineare la validità dell’impianto.

    La piscina è invitante. La giornata, inizialmente caratterizzata dal prevalere delle nuvole, ha tenuto lontano i bagnanti, per cui la grande vasca è tutta per noi. Una nuotata ristoratrice prima di riprendere il discorso, che tocca un nervo scoperto: la grande foresteria, bella e funzionale ma vuota. Attualmente mancano gli utenti.

    “Il sogno del borgo dal punto di vista costruttivo è stato in gran parte realizzato – mi dice l’architetto – tralasciando però di individuare, strada facendo, chi avrebbe gestito il grande complesso. Uno dei miei figli, Francesco, ha scelto di fare l’avvocato e vive lontano da qui, l’altro Valentino è interessato ai cavalli e alla cucina con un’attrazione particolare per la Francia dove si reca spesso e non sembra propenso a prendere in mano la situazione. Per me e mia moglie gli anni sono inesorabilmente passati. Io poi sono spesso a Malta, impegnato come architetto nella realizzazione di quello che è il mio ultimo grande progetto: il “Centro D’Arte e Teatro Opera House Valletta”1. Per la Colombara è un momento di stallo, di decisioni rinviate…”

    “Architetto – intervengo – occorre individuare qualcuno, magari un gruppo di giovani, in grado di sintonizzarsi col tuo sogno; giovani decisi a fare promozione a dare vita ad eventi per far conoscere e lanciare la Colombara… Ma – cambio discorso -, tu, i tuoi quadri, dove li realizzi?”

    Ed ecco, mentre passeggiamo, apparire come per incanto un ulteriore immobile del borgo: basso, quasi occultato dalla vegetazione, la Tana dell’artista. All’interno una serie di grandi quadri realizzati, altri in fase di concretizzazione. C’è una grande forza espressiva nei dipinti di Giovanni Trevisan nati al borgo. Tele che spesso ci parlano di altri ambienti (Venezia in primis) e di personaggi della storia o del mito. Nell’animo dell’architetto si agita un mondo contrassegnato da una forte vitalità che prende vita nelle realizzazioni pittoriche con segni incisivi e colori decisi. I colori dell’estate alla Colombara.

    E frattanto, mentre concludiamo la nostra visita, va in scena al Borgo un rosseggiante tramonto dal sapore tipicamente estivo. Inizia nel contempo ad animarsi la zona del ristorante, dove fervono i preparativi per la cena, e già stanno arrivando i primi clienti. Devo declinare l’invito a restare per degustare le delizie della cucina di Valentino, rimandando ad un’altra occasione. Mi accomiato così da Gianni e Maria Novella con un caro saluto e la promessa di tornare al borgo in compagnia di amici.

  • Il Palazzo della Provincia

    Il Palazzo della Provincia

    La decisione governativa relativa alla soppressione delle Province suscita indubbiamente problemi ed incertezze, portando anche a ripensare alle vicende vissute da queste istituzioni connaturate alla storia dell’Italia. La ricerca e l’articolo nascono a seguito degli eventi organizzati in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia a Rovigo (17 marzo 2011), che ha visto Enti e Associazioni collaborare per produrre un programma intenso di appuntamenti. In particolare nella serata di mercoledì 16 marzo 2011 i palazzi sedi del Comune di Rovigo, della Prefettura e della Provincia di Rovigo sono stati aperti ai cittadini.

    Palazzi di rilievo, più o meno noti alla cittadinanza, di cui si intende parlare, soffermandoci in questo numero del Ventaglio a ricostruire la storia dell’immobile della Provincia, o meglio delle varie sedi utilizzate nel corso di oltre 150 anni dall’ente pubblico. Ricordiamo che nella succitata occasione di apertura al pubblico del palazzo della Provincia, alla presenza della Presidente Tiziana Virgili e dell’Assessore alla Cultura Laura Negri, sono state organizzate una mostra di materiale documentario ed una visita guidata alla splendida Sala Consiliare, proprio con l’intento di conoscere e approfondire assieme ai cittadini le vicende storico istituzionali dell’Ente Provincia.

    La prima sede della Provincia

    Nei documenti esposti durante la mostra si è scoperto che la prima sede della Provincia fu presso palazzo Paoli, come si evince dal contratto d’affitto stipulato dall’amministrazione austriaca con Gio. Batta Paoli il 1 giugno 1852, conservato agli atti del notaio Checchini e rinnovato il 28 aprile 1865.

    Dopo un decennio, all’approssimarsi della scadenza del contratto di locazione prevista per settembre 1877, la Deputazione provinciale affrontò la decisione se fosse più opportuno trovare un nuovo stabile o assicurarsi il rinnovo del contratto di affitto. «Lo stato non troppo splendido del palazzo Paoli, la quasi insufficienza dei locali, la vetustà dei fabbricati che lo compongono, consigliarono dapprima ad abbandonarlo, e spinsero a ricercare se non fosse più conveniente, più decoroso e più utile l’usare del palazzo ex Montalti infruttifera proprietà della Provincia».

    Fu così che l’ipotesi dell’utilizzo di un nuovo fabbricato cadde su palazzo Montalti – attuale sede dell’Istituto per Geometri – di proprietà dell’Ente: anche se non si trovava in posizione centrale aveva buone forme architettoniche e si prestava ad ampliamenti. Su proposta della Deputazione, l’ingegnere capo Benedetto Miotto presentò un progetto per gli uffici dell’Ente e della Regia Prefettura, comprensivo anche di sala consiliare ed alloggio del Prefetto.

    Ma nacquero ben presto complicazioni di natura economica: risultando infatti il preventivo troppo alto, lire 242 mila, il progetto fu momentaneamente accantonato per rivalutare l’ipotesi di rinnovo affitto o di acquisto di Palazzo Paoli dagli eredi del fu Gio. Batta Paoli. Tra le trattative – poiché il Comune di Rovigo a sua volta aveva manifestato l’opportunità di trasferire la propria sede a palazzo Angeli – si fece avanti anche l’ipotesi di cedere palazzo Montalti al Comune in cambio della sede municipale: il Comune avrebbe trovato il locale adatto per il ginnasio-liceo-scuole tecniche, mentre la Provincia avrebbe avuto una sede centrale, adatta ad ospitare anche la Prefettura.

    Palazzo Montalti

    Mentre si valutavano le varie ipotesi, si avvicinava frattanto sempre più la data fatidica della conclusione del decennale contratto di affitto. Una decisione sul futuro della sede della Provincia era ormai improcrastinabile. E fu così che, dopo la predisposizione e l’analisi di perizie, progetti e relazioni, il Consiglio provinciale del 22 marzo 1877 approvò la proposta del consigliere Alberto Mario di trasferimento della sede a palazzo Montalti (seppur con un minimo scarto nella votazione, sette voti favorevoli a palazzo Montalti e sei contrari) abbandonando ogni idea di lusso, in quanto le casse dell’ente erano già aggravate dalla quota annua per l’estinzione del prestito di costruzione della ferrovia e dal concorso di spese per l’esecuzione delle opere idrauliche di seconda categoria.

    Nel 1878, dovendo la Provincia provvedere ad individuare l’abitazione del Prefetto, approvò la convenzione con il Comune della durata di 20 anni per l’utilizzo in locazione di palazzo Angeli, all’epoca sede del Regio Ginnasio – Liceo Celio.

    Per la Provincia gli spazi si dimostrarono ben presto insufficienti e pertanto, nel 1889, fu firmato il contratto di affittanza con Giulio, Lina, Clotilde, Angelina, Elvisa fu Moise Ravenna, delle due casette aderenti sul lato di ponente alla attuale sede provinciale, adibite ad Archivio di deposito ed ufficio del R. Provveditore agli studi, poi utilizzato come Uffici di Leva.

    Gli immobili di Via Celio

    All’avvio del nuovo secolo tornarono alla ribalta i problemi di poter disporre di immobili adeguati per la Provincia e la Prefettura e pertanto nel 1904 il Consiglio Provinciale approvò la delibera avente ad oggetto «Proposte pel riordino della sede degli Uffici Provinciali e della R. Prefettura e per l’alloggio del R. Prefetto». L’atto aveva carattere d’urgenza per le cattive condizioni in cui si trovavano gli uffici, per le necessità di un loro ampliamento, di una loro migliore distribuzione e per accentrare tutti gli uffici della Provincia e della Prefettura, che avevano tra loro continui e immediati rapporti.

    Prima di giungere all’approvazione del progetto definitivo furono valutate diverse soluzioni e analizzati cinque progetti, ma apparve come quella migliore la scelta di acquisire lo stabile di via Celio di proprietà di Maria Bacchiega, pupilla in tutela della madre Minelli Margherita vedova Bacchiega, e i fabbricati posti nelle adiacenze: Casetta Cervesato del cav. Michelangelo Cervesato e Palazzo Sgarzi del comm. Giuseppe Oliva.

    Palazzo Sgarzi, costituito di tre piani, era composto di locali spaziosi, decorati con stucchi e dipinti e forniti di pavimenti alla veneziana, con serramenti finissimi ed eleganti e si prestava ad essere adibito ad alloggio del R. Prefetto. L’annesso Palazzo Bacchiega, costituito di tre piani, con locali luminosi, soffitti e pareti decorati con buon gusto, appariva utile per alloggiare gli uffici della Prefettura. Una soluzione questa ritenuta ideale, tuttora valida e da allora divenuta sede definitiva della Prefettura ed alloggio del Prefetto.

    Più complesso si presentò l’obiettivo di dare una idonea “casa” alla Provincia. Accanto ai due stabili destinati alla Prefettura e all’alloggio per il Prefetto, procedendo in continuità lungo via Celio, di fronte a palazzo Camerini, nell’area allora occupata dalla Casetta Cervesato e nell’area scoperta annessa alla proprietà Bacchiega, fu individuato lo spazio dove costruire un fabbricato contenente la sala del Consiglio, la sala della Deputazione e gli uffici della Provincia, posti in comunicazione facile ed immediata con la Prefettura.

    Il Palazzo della Provincia

    Bisognava dunque demolire l’esistente per costruire ex novo il Palazzo della Provincia. Nel 1905 l’Ufficio tecnico provinciale propose il progetto definitivo con i relativi disegni e rilievi dell’ing. nob. Enrico Giovanelli, composto di quattro capitolati tecnici speciali (per le opere murarie ed affini; per i serramenti; per la pavimentazione in asfalto artificiale; per l’impianto di riscaldamento a termo-sifone).

    I lavori furono eseguiti rapidamente, visto che nel 1908 il Consiglio Provinciale approvò le spese per l’acquisto dei mobili e per il progetto di decorazione della Sala Consiliare del prof. Raffaele Giovanelli «il quale per le garanzie offerte (…) e per la concezione armoniosa di ogni motivo e del complesso con le linee della sala, è stato giudicato unanimemente il più adatto allo scopo».

    Al palazzo, inaugurato il 15 maggio 1909, non mancarono i consensi: si presentava infatti come un edificio elegante, caratterizzato da uno stile “classico modernizzato” che accoppiava la robustezza costruttiva della parte inferiore alla grazia leggera della parte superiore.

    La facciata venne adornata da bassorilievi rappresentanti allegorie delle industrie polesane, eseguiti dallo scultore padovano Antonio Penello, (al quale fra l’altro si deve l’opera “Scena del mercato” nel timpano dell’ex Foro Boario di Padova).

    La Sala del Consiglio, lo spazio più grande e più rilevante del palazzo, dava un’impressione gradevolissima alla vista per la sua perfetta modulazione di luce e colore e una distribuzione ben calibrata dell’ornamentazione. La decorazione a stucchi nel soffitto veniva messa in risalto dallo sfondo blu, rifacendosi ad uno stilema caratteristico del secolo XIV, che avvolge luminosamente tutto l’ambiente.

    L’apparato decorativo della sala, ideato da Raffaello Giovanelli, fu affidato, per l’esecuzione, alla Ditta Sannavio Bianchi e Bononi.

    La trabeazione fu arricchita da un fregio costituito da un festone con nastri e, nelle restanti parti, rosoni, patere e gradetti; belli e ben modellati i capitelli. Lungo le pareti furono realizzati riquadri in marmo incorniciati in oro.

    Nella parte alta della sala, venne ideato un interessante apparato decorativo costituito dagli stemmi di alcuni Comuni della Provincia di Rovigo a denotare un’attenzione particolare nei confronti del territorio.

    Il prof. Giovanelli, che insegnò nella Scuola Normale Femminile di Rovigo dal 1905 al 1909, si fece conoscere per alcune opere, quali “Ritratto di donna”, “Studio di cipolle” e “Ritratto del dott. Meloni”, che fu esposto nelle “bellissima mostra Carestiolo” in Piazza Vittorio Emanuele II. Il 24 luglio 1911 Giovanelli morì ad Urbino nel pieno di una carriera che appariva quanto mai promettente; “la fine immatura di questo giovane, – si legge in un articolo pubblicato all’epoca da “Il Gazzettino” – tanto valoroso e buono, ha destato il più vivo rimpianto”

    Il palazzo della Provincia da qualche anno ha superato il secolo di vita.

    Ovviamente nel corso dei decenni si sono manifestate delle necessità che hanno richiesto degli adeguamenti. Un intervento di un certo rilievo si ebbe nel 1956 quando fu sistemato l’atrio di ingresso su progetto dell’ing. capo Mario Pellissetti, che rese i locali più luminosi, così come appaiono oggi, con la chiusura di 4 porte e l’apertura di un arco.

    Nel 1963 furono eseguiti lavori di sistemazione e ampliamento del palazzo: rispetto al progetto iniziale l’attività e pertanto la necessità di spazi per gli uffici si era estesa nei locali dell’ex Albergo Campana. Si rendeva perciò ormai necessario ridimensionare e ridistribuire i locali esistenti secondo una più moderna funzionalità.

    Le ultime vicende del Palazzo fanno parte della storia recente, da tutti conosciuta. Un capitolo a parte, che meriterà un ulteriore approfondimento, è la collezione di quadri di opere artistiche, in particolare pittoriche, collocate lungo le pareti degli uffici della Provincia.

  • All’insegna dell’arte

    All’insegna dell’arte

    Si apre all’insegna dell’arte questo numero del Ventaglio. Innanzitutto un ‘assaggio’ de “L’Ossessione Nordica”, l’evento atteso a partire dal 22 febbraio 2014 al Roverella (pag.8), mentre fino a metà gennaio è attiva la mostra “I Mai Visti”, dedicata alla riscoperta dei preziosi quadri custoditi dall’Accademia dei Concordi, alcuni dei quali mai prima esposti.

    A seguire “Rovigo nella Rotonda” (pag.10), ovvero come il capoluogo del Polesine è rappresentato nelle grandi tele seicentesche che impreziosiscono il tempio ottagonale, al quale viene dedicata la copertina di questo numero del Ventaglio. Si passa poi ad indagare su pregiate testimonianze d’arte nell’area del Delta, mediante il percorso “Da Loreo a Rosolina”(pag.14), per tornare ancora a Rovigo ad illustrare l’architettura e la storia del “Palazzo della Provincia” (pag.20), e poi a compiere un itinerario “Sulle orme della Crocerossa” (pag.38). Un percorso questo finalizzato ad individuare gli edifici storici che furono messi a disposizione della CRI nel corso della prima guerra mondiale (a ricordo della quale durante il 2014 non mancheranno iniziative di studio e memoria).

    Restando a Rovigo, nell’ambito dell’architettura, approfittiamo di questo spazio per annunciare un altro importante evento previsto per la primavera 2014: la riapertura del Salone del Grano della Camera di Commercio, dopo i complessi lavori di restauro della volta vetrata. E va detto che un apprezzato saggio del riuscito restauro si è avuto lo scorso 9 novembre, con una temporanea apertura del luminoso salone, in occasione della premiazione della Fedeltà al Lavoro e dei Polesani che hanno onorato la provincia nel mondo.

    La descrizione dei preziosi “Codici miniati dell’Accademia dei Concordi” (pag.42), ci riporta nel capoluogo, da cui parte anche un percorso cicloturistico ideato dall’Avis intitolato “Il grande cuore di Rovigo” (pag.34), mentre altri itinerari ci conducono lungo il Po: a Crespino, per scoprire “Il Museo delle Acque” (pag.28); a Canaro per raggiungere la casa del Garofalo “Benvenuto Tisi (1481-1559)” (pag.76); ad Occhiobello per approdare “Alla Colombara” (pag.24); a Bergantino per parlare di “Stefano Gobatti (1842-1913) nel centenario della morte (pag.80) ed ancora per visitare “Il distretto della Giostra” (pag.162).

    A Fratta viene proposta la visita a “Le stanze della memoria” di Casa Matteotti (pag.30), e una riflessione su “Fratta e il Rinascimento” (pag. 46), per poi raggiungere il Mulino del Pizzon e assistere alla costruzione di “Un battello per il Po” (pag.172). A Lendinara si visiterà la nuova sede de “L’Istituto Musicale Ponzilacqua” (pag.150), si sosterà presso il teatro Ballarin (pag.56), si assisterà alla lezione de “La storia a passo di Danza” (pag.174) e si approderà a Villa Dolfin per approfondire l’intenso rapporto culturale istauratosi tra “Umberto Saba e Giuseppe Marchiori” (pag. 60).

    Interessanti ovviamente anche le altre pagine dedicate alla storia, alle tradizioni, ai personaggi illustri; oltre ai già citati, da segnalare: “L’intrepido Lino Beccati (1913-1999)” di Porto Tolle (pag.97), “Adone Vendemmiati (1870-1931)” di Lendinara (pag. 100) e in particolare “Gino Piva (1873-1946)” del quale ricorre il 140° della nascita (pag.84).

    Sul filo dell’emozione si presentano poi le pagine dedicate al ricordo: “Luigi Tazzari il veterinario” (pag. 102); “Tullio-Luigi ed Arnaldo Duò” (pag. 104); “Badaloni un santo Laico” (pag. 107); “Gino Longhini” (pag. 110) ed infine “I silenzi del Delta” (pag. 112). Un itinerario questo alla ricerca di ricordi del passato, che ci porta ad una positiva sottolineatura di attualità: l’inserimento della pregiata area deltizia nel programma di tutela e promozione Mab (Man and Biosphere) nell’ambito dell’UNESCO.

    Come in ogni numero della rivista non mancano infine le pagine dedicate ai pittori, ai narratori, ai poeti e ad alcune iniziative musicali del territorio. Insomma un “ventaglio” di proposte che contiamo siano apprezzate dai nostri affezionati lettori, ai quali auguriamo una piacevole lettura e un buon 2014.

  • Luca Callegaro

    Luca Callegaro

    Tra i cavalieri della repubblica, insigniti della onorificenza a Rovigo, in prefettura alla fine del 2013, vi era anche Luca Callegaro, poco più che quarantenne, il più giovane di questa infornata e tra i più giovani cavalieri d’Italia. Anche nel cavalierato è il momento dei quarantenni.

    Tra i vari meriti di Luca vi è anche quello di essere amante della natura: non solo perché la rispetta e ne gode, ma soprattutto perché da anni la “coltiva”.

    Da ragazzo ha iniziato l’attività di orticoltore, per scelta. Nei due ettari di orto, ha intrapreso da subito, alla fine degli anni ottanta, a mettere in atto tutte le tecniche della difesa integrata che per gli altri orticoltori sono diventate obbligatorie da questo anno.

    E sono esattamente vent’anni che pianta ogni anno alberelli ed arbusti per aumentare la biodiversità sia vegetale che animale. Non solo. Callegaro è pronto a sospendere il trattamento antiparassitario se si accorge che nell’orto vi è qualche insetto ormai raro; inoltre lascia incolto qualche pezzetto del suo pur limitato terreno per permettere lo svilupparsi dei piccoli animali; infine è riuscito a creare, in fondo al suo orto, che confina con l’argine dell’Adige, un fondale di piante talmente bello che è stato scelto dal consorzio dell’insalata di Lusia IGP per tutte le foto pubblicitarie.

    Il suo rispetto per la natura lo porta anche a curare tutto l’argine che confina con il suo orto e vi ha perfino collocati dei cestini per immondizia, in modo da invogliare le coppie che utilizzano quel suggestivo tratto di argine a non buttare per terra i resti delle loro consumazioni.

    Proprio l’orto di Luca è stato il primo in Europa ad ottenere nel 2010 la certificazione di Biodiversity Friend. Questa certificazione, rilasciata dal CSQA, attesta che i prodotti orticoli coltivati nell’azienda di Luca Callegaro provengono da agrosistemi con un elevato grado di naturalità. Significa che nella metodologia di coltivazione ha fatto ricorso alle “buone pratiche agronomiche” che garantiscono la conservazione della fertilità dei suoli, la corretta gestione delle risorse idriche, la diffusione di siepi campestri e di specie nettarifere; inoltre che il controllo delle infestanti e dei parassiti è stato fatto attraverso metodi a basso impatto e quindi che questa azienda contribuisce al mantenimento della biodiversità negli agrosistemi, migliorando, nel contempo, la qualità di aria, acqua e suolo.

    Un vero primato. Proprio nell’area più intensamente coltivata del nostro Polesine – non in collina, dunque, e nemmeno in uno degli ormai numerosi parchi agricoli – è stata scoperta l’azienda più amante della biodiversità. A dimostrazione che la biodiversità non significa terreno sottratto alla produzione di cibo, ma che le coltivazioni fatte con rispetto e con capacità determinano l’aumento delle specie vegetali e animali.

    L’anticipatore, Luca ha precorso di alcuni decenni le raccomandazioni recentemente fatte da Papa Francesco in occasione della giornata della custodia del creato 2013: “Coltivare e custodire il creato, un’indicazione di Dio data non solo all’inizio della storia, ma a ciascuno di noi; è parte del suo progetto; vuol dire far crescere il mondo con responsabilità, trasformarlo perché sia un giardino, un luogo abitabile per tutti…”

    La natura non va solo conservata ma “coltivata”. L’esperienza di Luca, ora seguita dall’orto-didattico di Lusia, si pone come esempio a tutta la zona; fa riflettere che produrre nel rispetto dell’ambiente è possibile solo che si usi meno chimica e più testa. Il punto di partenza di quello che potrebbe diventare il Parco degli Orti dell’Adige.

  • Il coro “Vangadizza”

    Il coro “Vangadizza”

    Buon Compleanno Coro Vangadizza! Una compagine affiatata e preparata che da trentacinque anni offre all’ascolto del pubblico un vasto repertorio che attinge alla storia locale, facendosi interprete della tradizione popolare e dei sentimenti dei coristi stessi.

    La storia

    Tutto ebbe inizio nel 1978 quando, per stimolare ed impegnare i concittadini bagnolesi dopo la scuola o dopo il lavoro, il Maestro Ennio Casarotto e il Dottor Michelangelo Caberletti pensarono di interessare e coinvolgere giovani e meno giovani attraverso l’arte del canto.

    Il Coro nacque, come spesso accade nei piccoli comuni, come “gruppo” parrocchiale; era allora parroco Don Giovanni Roncon, grande appassionato di musica; gli ambienti della Casa Canonica divennero (e sono tutt’oggi) la sede delle prove. In quest’ottica l’animazione delle Sacre Liturgie rappresentò, in un certo senso, l’esordio della neonata realtà musicale. Ma furono i coristi stessi ad indicare, subito dopo, la strada che desideravano percorrere: quella della musica non prettamente sacra bensì popolare.

    Ben presto, ad animare il coro, si ritrovarono quarantatré coristi di ogni età i quali, prova dopo prova, saldarono un’autentica amicizia; il 26 Dicembre del 1979, giorno di Santo Stefano, il neo coro (al quale, poi, aderirono cantori provenienti anche dai paesi limitrofi) venne “battezzato” Coro Altopolesano Vangadizza.

    Il nome nacque dalla necessità di trovare un emblema che accumunasse tutti i componenti provenienti da Ficarolo, Trecenta, Sariano, Pissatola, Canda, Bagnolo e Runzi; e quale migliore nome se non quello del più insigne monumento altopolesano, ovvero l’Abbazia della Vangadizza? Ecco dunque individuato il nome, a cui si è associata l’immagine della storica abbazia che campeggia nello stemma adottato dal coro.

    La compagine canora (a voci miste) è specializzata nei generi popolari, nei canti di montagna e degli alpini; lo stesso direttore, il Maestro Ennio Casorotto, afferma: “Il coro Vangadizza canta la gente (gli alpini, il lavoro dei campi, delle fabbriche), la guerra (non per esaltarla, ma per condannarla), l’emigrazione, i rapporti umani, la fede, l’amore per la montagna, per il mare, per le nostre pianure…”

    Negli anni molte persone si sono succedute, molti cantori (potremmo dire fondatori) sono ancora presenti e attivi, molti altri si sono aggiunti raccogliendo ideale testimone da chi non ha più potuto proseguire o da chi, per dirla con gli Alpini, “è andato avanti”. Inoltre, circa sette anni fa, alcuni cantori di Papozze (che appartenevano al gruppo musicale “El filò”) sono entrati a far parte del coro Vangadizza permettendo così di arricchire sia le presenze sia il repertorio.

    Del “Vangadizza” fanno parte ormai tanti amici (anche di Rovigo e di altri comuni polesani) al punto che il coro stesso ha assunto, per adesioni e presenze, una veste ben più che sovracomunale.

    Si sono avvicendati nel tempo diversi Presidenti (per citare alcuni nomi: Massimo Cremonesi, Gabriele Martini fino all’attuale presidente Nazzareno Ganzerla) ma sempre uno è rimasto il direttore alla guida della compagine: il Maestro Ennio Casarotto.

    Il coro come veicolo di socializzazione e di cultura

    I componenti del coro, in questi trentacinque anni di attività, hanno manifestato partecipazione e spirito di socializzazione, incontrandosi per le prove undici mesi l’anno, creando un sodalizio dove ognuno prende ciò che serve e dà quello che può, allo scopo di offrire e condividere, ad uno stesso tempo, la musica e il canto.

    Le prove costituiscono sempre un momento di studio e di preparazione: l’intonazione, la respirazione, l’impostazione, la fusione delle varie voci, l’espressione, il colore ed il calore del canto per essere un tutt’uno con il proprio pubblico.

    Quali sono le motivazioni che spingono queste persone a riunirsi, a cantare? “Si canta per distendersi e per divertirsi – spiega il maestro Casarotto – si canta per imparare a socializzare e per donare qualcosa agli altri”.

    Il Trentacinquesimo anno

    Spegnere trentacinque candeline è sicuramente, per una realtà musicale, motivo di grande soddisfazione. La celebrazione dell’anniversario – come afferma l’attuale presidente Nazzareno Ganzerla – non deve rappresentare un momento di autocelebrazione, ma deve diventare occasione di riflessione e costituire un punto di ripartenza: guardando alla storia passata è possibile trarre nuovo slancio per affrontare il futuro. Trentacinque anni di storia devono servire per migliorare, per crescere, per imparare anche dagli errori del passato o dai momenti difficili che una realtà amatoriale, in trentacinque anni di vita, si trova giocoforza ad attraversare. È la passione che permette di superare ogni ostacolo.

    La felice ricorrenza del trentacinquesimo anniversario di fondazione è celebrata con un concerto d’intesa e in collaborazione con il Coro “Voci del Delta” a Taglio di Po; anche questa realtà corale festeggia, infatti, il trentacinquesimo anno di vita. Come non bastasse, questo “doppio compleanno” cade nell’anno in cui anche l’ASAC (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali) festeggia la medesima ricorrenza (risalendo sempre al 1979 la sua fondazione).

    Il Coro Vangadizza, il 10 settembre 2011, ha inciso il suo primo disco; un CD intitolato: Il Coro Vangadizza canta la vita, la gente, l’amore. Non solo un titolo ma il filo rosso che, da trentacinque anni, lega e trasforma un gruppo di cantori in un Coro.

  • Quelli dell’Altrove

    Quelli dell’Altrove

    All’interno del Museo Storico della Giostra e dello Spettacolo Popolare di Bergantino, negli ultimi due anni si sono distinte le attività del locale gruppo di animatori culturali Ctg, che ha contribuito alla crescita del numero di visitatori, vivacizzando con entusiasmo e passione le varie iniziative proposte dal museo stesso.

    Gli Animatori che compongono il gruppo, offrono al visitatore un punto di riferimento attraverso un dialogo aperto, che non fornisce solamente contenuti, ma provoca emozioni, facendo emergere tutta l’umanità di un mondo “altro” dal presente, dall’attuale.

    Sin dalla nascita del gruppo “Quelli che l’altrove”, si è cercato di assegnare ai diversi componenti un ruolo ben preciso, basandosi sulle caratteristiche e capacità personali, in base al target dei visitatori, che va dai bambini della scuola dell’infanzia fino a gruppi di adulti e stranieri che ogni anno giungono al museo.

    Le attività

    All’interno del gruppo operano ragazze preparate in lingue straniere (principalmente inglese e tedesco) che svolgono una funzione molto importante, infatti il Museo ha in questi anni instaurato una stretta collaborazione con l’Agenzia “Girolibero” di Vicenza, un tour operator italiano che organizza viaggi a “Turismo lento”.

    Arrivano turisti da tutto il mondo (Stati Uniti, Canada, Australia, Messico, Norvegia, Svezia, Germania, Francia, Svizzera, Inghilterra, Spagna, Iran, Sudafrica) con percorsi su barca e bicicletta, seguendo un itinerario che va da Mantova a Venezia e fanno tappa al Museo di Bergantino. Qui ad accoglierli sono gli animatori di “Quelli che l’Altrove”, che propongono un percorso appositamente ideato per il target in questione, mostrando i contenuti e le emozioni che il Museo offre. I turisti stranieri proseguono poi il loro tour, accompagnati dalle animatrici, facendo visita al Caseificio “La Ballottara” di Bergantino, produttore di Grana Padano.

    Altre operatrici si alternano nel servizio di accoglienza e visitazione rivolto alle numerose scuole che prenotano da gennaio a giugno (principalmente si tratta di Primarie e Secondarie). Anche in questo caso vengono studiati e proposti percorsi sempre nuovi e diversi, che si snodano tra le nove sale che costituiscono il Museo Storico della Giostra.

    Non mancano le prenotazioni di gruppi culturali o associativi che visitano il museo nei fine settimana, provenienti dal Veneto, dall’Emilia e dalla Lombardia.

    Questa grande varietà di visitatori del Museo Storico della Giostra richiede una costante e continua preparazione del gruppo “Quelli che l’Altrove”, per offrire sempre un nuovo ed interessante “altrove”. La professionalità e collaborazione del direttore del museo, il prof. Tommaso Zaghini, offre un buon punto di riferimento per tutti gli animatori, ed è per questo che si vuole creare una serie di incontri formativi di approfondimento degli argomenti presenti nei numerosi strumenti multimediali, che il museo mette a disposizione dell’operatore e del visitatore (touchscreen e schermi giganti per proiezione di immagini, presentazioni power point e video).

    Il gruppo svolge, inoltre, un’ampia attività di volontariato, garantendo l’apertura straordinaria del Museo in determinati periodi dell’anno (Giornate Europee del Patrimonio; Fiere ad Aprile e a Settembre; Sabati e Domeniche); partecipando ad iniziative culturali come la Fiera della Piccola e Media Editoria, dal titolo “Fiumi di Libri” realizzata a Rovigo; svolgendo servizio di sorveglianza in occasione di mostre, come per quella allestita dalla famiglia circense dei Cavedo, durata circa un mese, presso l’Auditorium del Comune di Bergantino.

  • La “Cavalleria Rusticana” a Badia

    La “Cavalleria Rusticana” a Badia

    Rimarrà certamente per molto tempo nel ricordo di tanti badiesi, la data del 2 marzo 2014, poiché quella domenica è stata presentata al Teatro comunale Eugenio Balzan, dopo 109 anni dall’ultima opera programmata (in quel caso la Tosca di Giacomo Puccini) la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. I biglietti per assistere all’opera (tratta da una novella di Giovanni Verga) e per goderla dai suggestivi palchetti o nella platea del piccolo teatro (250 posti) erano terminati già pochi giorni dopo la prevendita.

    All’entrata, in platea e nei palchetti, si respirava l’aria della “prima’’ seppur l’inaugurazione ufficiale del teatro restaurato fosse già avvenuta il 17 maggio 2011 con un concerto del violoncellista Mario Brunello e dell’Orchestra d’archi italiana. In quell’occasione il sindaco Gastone Fantato volle tagliare il nastro con tutti i sindaci suoi predecessori, che si erano spesi per il recupero dello storico artistico teatro badiese.

    In occasione della prima del 2011 il teatro riaprì dunque i battenti quasi 200 anni dopo la sua nascita avvenuta nel 1813 e dopo una pausa – tra il disinteresse e i lavori necessari per il restauro – di oltre quarant’anni, rinascendo anche grazie all’impegno di uno sparuto gruppo di concittadini che, attorno al 2000, si riuniva periodicamente per chiederne il termine dei lavori e per organizzare, forse anche un po’ provocatoriamente, una piccola rassegna teatrale sulla pubblica piazza. Poco tempo dopo che quelle richieste erano state accolte i lavori di recupero videro finalmente una ripresa grazie a fondi regionali e comunali.

    Si è giunti così al 2014 con la programmazione della Cavalleria rusticana, un’iniziativa fortemente voluta dal gruppo “I due Foscari’’, un sodalizio 3 3 di appassionati di musica lirica che opera in città dal 2001 e che ad oggi ha organizzato oltre 60 concerti, gite ai luoghi della musica e premi alla carriera; un lodevole sodalizio che, per il meritevole contributo culturale che offre a questa città, meriterebbe – a nostro parere – un maggior supporto da parte delle istituzioni locali e regionali.

    Nell’occasione della messa in scena dell’opera di Mascagni il sostegno è giunto dall’assessorato alla Cultura del Comune di Badia Polesine con la partecipazione dell’Ente Rovigo Festival, presente con uno scenografo, un elettricista e due “mascherine’’ a servizio del pubblico.

    Lo spettacolo vedeva l’orchestra, diretta dal maestro Maurizio Fipponi, ospitata per la prima volta nella fossa orchestrale e un palcoscenico con le nuove macchinerie sceniche, egregiamente allestito col sipario adattato alle decorazioni in oro e alle pitture dell’ultima stagione neoclassica dipinti sul soffitto e nei palchetti.

    Dopo l’impeccabile illustrazione del contesto narrativo e musicale della presentatrice Cristina Chinaglia – anch’essa giovane musa del teatro italiano avendo recentemente esordito a Roma con il regista Giorgio Albertazzi – Idana Casarotto, Assessore alla Cultura, informava il pubblico dell’imminente arrivo ed esposizione, proprio in questo teatro a lui dedicato, di 49 dipinti della Quadreria Balzan di proprietà della Fondazione internazionale E. Balzan di Zurigo – che saranno esposti fino al 2018 nel “Ridotto’’ del teatro e, successivamente, nel Museo Civico “A.E. Baruffaldi’’ che già ospita una piccola pinacoteca con l’imponente e mistico dipinto “Ultima cena’’ di Girolamo Bonsignori.

    La Quadreria Balzan di Badia Polesine, da decenni custodita in Svizzera a Bellinzona, è dunque destinata a divenire una delle più prestigiose collezioni d’arte ottocentesca del Veneto.

    Mentre il vecchio orologio in sala segnava le 16, il direttore d’orchestra entrava attesissimo in platea, accolto da uno scroscio di applausi: come primo brano, l’inno nazionale, ascoltato in piedi dagli spettatori.

    Entrava quindi in scena il soprano Tiziana Faccio che intonava, con delicata enfasi, alcuni brani di Verdi e di Puccini. Quindi il sipario si apriva sull’ampio palcoscenico, nel quale campeggiavano la chiesa e l’osteria di un villaggio siciliano (realizzate dalla scenografa Maria del Fante). Questo lo scenario della novella d’amore e sangue, intensamente narrata dal Verga ed egregiamente cantata dal coro di circa 30 elementi dell’Orchestra dell’Accademia del Concerto di Vicenza (direttore artistico Giuseppe Scandola e maestro del coro Fabrizio Durlo) e dai solisti Andrea Cioetto (tenore, nella parte di Turiddu), Ornella Silvestri (mezzosoprano, Santuzza), Paola Rossi (mezzosoprano, Lucia), Oscar Garrido (baritono, Alfio), Monica Bovo (soprano, Lola). Dopo il sottofondo alquanto inquietante del coro, ecco aprirsi la parte più significativa della novella.

    L’opera, di cui sono note strofe quali “Oh che bel mestiere, fare il carrettiere!” e “Viva il vino spumeggiante nel bicchiere scintillante, come il riso dell’amante mite infonde il giubilo!”, narra la vicenda, che si svolge nel giorno di Pasqua, del giovane Turiddu “che prima di andar soldato aveva a Lola eterna fè giurato”, il quale, al ritorno dalle armi, trova la sua fidanzata andata sposa a messer Alfio, il carrettiere. Dopo essersi sentimentalmente unito a Santuzza, quest’ultima, scoperta la segreta frequentazione tra i due innamorati ed ormai accecata di gelosia, avverte il marito tradito, che dopo aver intonato “Vendetta avrò, pria che tramonti il dì” uccide il rivale in un duello nell’orto dietro la chiesa. Si ode allora il grido di una popolana che annuncia il tragico esito della tresca, non prima però, aver assistito allo straziante addio di Turiddu alla madre.

    Grande emozione ha suscitato quest’opera negli spettatori, che hanno manifestato il loro apprezzamento a tutta la compagnia, ma, in particolare, e com’era comprensibile, agli artisti della scena.

    A conclusione di questa breve cronaca, ci sembra opportuno lasciare la parola proprio al personaggio che ha cantato sul palcoscenico ed ha raccolto gli applausi più calorosi (senza nulla togliere agli altri artisti, che hanno dato tutti quanti il meglio di sè), la mezzosoprano Ornella Silvestri, cantante formatasi al Conservatorio musicale di Rovigo: “E’ stato un piacere ed un onore cantare per voi in quello splendido gioiello. La passione e l’impegno che animano il vostro operato merita un elogio: salvare un teatro, mantenere la memoria, sostenere l’arte, ricercare la Bellezza è una benedizione per tutti. Per tutto questo sentitamente ringrazio! Da parte mia, quel pomeriggio, ho cercato di “incarnare” e dare “sangue” a questo complesso personaggio che è Santuzza lasciandomi trasportare dall’energia della musica. Sono stata trascinata da un vortice di forti emozioni.’’.

  • Il teatro del Lemming

    Il teatro del Lemming

    Sono mesi ricchi di soddisfazioni per il teatro del Lemming di Rovigo, guidato da Massimo Munaro. A quasi un anno dalla messa in scena dello spettacolo “Amleto” nell’ambito del “Sarajevo Winter Festival 2013”, è arrivato infatti un importante riconoscimento: il “Silver Snowflake”, premio come migliore spettacolo teatrale.

    In scena: Fiorella Tommasini, Chiara Elisa Rossini, Diana Ferrantini, Mario Previato, Alessio Papa, Giovanni Refosco, Boris Ventura, Katia Raguso. Musica e regia: Massimo Munaro. Elementi scenici: Luigi Troncon.

    La giuria dell’importante Festival Internazionale, alla sua 30esima edizione, ha aperto all’insegna del motto “Peace Art Festival of Freedom” (PAFF), l’8 febbraio 2014. La tappa bosniaca di Amleto, arrivata dopo il grande successo allo “Szekspirowski Festiwal” di Danzica, è stata accolta dal pubblico entusiasta del National Theater di Sarajevo che ha apprezzato la bellezza e la complessità del lavoro di Massimo Munaro e che, uscendo da teatro, non ha potuto esimersi da una profonda riflessione, conseguenza diretta, almeno per il Lemming, di una dialettica serrata e aspra tra chi fa teatro e chi lo guarda.

    “Nell’Amleto del Teatro del Lemming, il pubblico è indotto a rivivere sulla propria pelle i conflitti, la lacerazione d’animo e la follia del principe di Danimarca. Lo spazio teatrale – spiega Munaro – diventa uno spazio metamorfico, che occupa simultaneamente il palco e la platea, in cui il pubblico/Amleto è indotto continuamente a perdersi e a ritrovarsi, come se progressivamente profondasse in sogni diversi e contigui, abitati dai personaggi della tragedia di Shakespeare”.

    La storia del gruppo teatrale

    Il Teatro del Lemming nasce a Rovigo nel 1987 dall’incontro fra il regista e compositore Massimo Munaro e lo scenografo e regista Martino Ferrari. Nello stesso anno allestisce lo spettacolo “Frammenti” e in quello successivo “Sogno dentro Sogno”, vincitore per le migliori musiche di scena del Premio Totola a Verona (la giuria era presieduta dal regista Gianfranco De Bosio).

    Tutti gli spettacoli coniugano, all’interno di originali strutture narrative, gli aspetti puramente evocativi consoni al linguaggio teatrale. La parola perde la propria centralità, non c’è un testo che preceda la messa in scena: il dato visivo, la presenza fondante della musica, l’uso dei corpi nello spazio scenico quasi a disegnare misteriosi geroglifici, tutto concorre a costituire un lavoro in cui i segni hanno già valore di significato.

    Nel 1989 il gruppo realizza l’opera video “Il Paesaggio Mancante”, che concorre al Festival internazionale di Video Teatro TTVV di Riccione.

    Nel 1990 presenta “La Città Chiusa”, ispirato all’opera di Albert Camus, che vince a Verona il Premio Totola per la migliore regia teatrale (la giuria era presieduta da Giuseppe Liotta docente di Storia del Teatro all’Università di Bologna).

    Dopo una lunga attività laboratoriale realizza, tra il 1992 e il 1993, lo Studio d’Ambiente “Una sola Moltitudine” e “Galileo”, uno spettacolo, questo, rimasto incompiuto, per un dramma che colpisce la compagine teatrale: la prematura morte del co-fondatore del gruppo Martino Ferrari, mentre sorvola in aereo, come giovane ricercatore dell’Università di Ferrara, un sito archeologico a Isernia.

    Un tragico evento, dunque, da cui nasce un nuovo impegno: il Festival Opera Prima, dedicato allo scomparso Martino Ferrari, che dal giugno 1994 il Teatro del Lemming promuove a Rovigo.

    Il Festival si preoccupa per primo di segnalare con forza la nuova ondata generazionale che si è andata a formare in questi anni in seno al teatro italiano. Nell’ambito del Festival il Teatro del Lemming presenta “Cinque Sassi”, dalla raccolta di poesie di Marco Munaro. Lo spettacolo è segnalato, come migliore spettacolo dell’anno, dal critico Franco Quadri al Premio Ubu 1994.

    Nel 1995 il gruppo mette in scena “Faust”, spettacolo itinerante proposto fra gli spazi urbani di una città. Nella stagione successiva viene realizzata una versione teatrale dello spettacolo proposta in numerose città italiane. Del 1996 è “Il Galileo delle Api” proposto al Festival di Volterra, concorre al Premio Italia promosso al Festival TTVV di Riccione.

    Nel novembre dello stesso anno riceve, nell’ambito dei Premi Ubu ‘96, per l’attività del Festival Opera Prima, il Premio Giuseppe Bartolucci, dedicato alla memoria del noto critico.

    Del 1997 è Edipo – Una Tragedia dei Sensi (che riceve sette segnalazioni al Premio Ubu 97) a cui segue Dioniso – Tragedia del Teatro (1998), Amore e Psiche – una favola per due spettatori (1999) e Odisseo – Viaggio nel teatro (2000) e come post-fazione a questo progetto A Colono – rito augurale per spettatore solo (2001) e L’Odissea dei bambini – Viaggio nel teatro per venti bambini di tutte le età (2003).

    Parte proprio da questi lavori una nuova fase per il Teatro del Lemming, che ha dato luogo ad una Tetralogia sul Mito e lo spettatore: il gruppo si proietta verso una ricerca inedita ed entusiasmante caratterizzata dal coinvolgimento diretto, sensoriale e drammaturgico del pubblico. Le rappresentazioni sono ospitate dai più importanti Festival (Santarcangelo, Volterra, Polverigi, Drodesera, ecc.) e Teatri italiani (Teatro Valle e Quirino di Roma, Teatro dell’Arte di Milano, Gobetti di Torino, per citarne alcuni) ed europei (nel 2000 il Lemming è chiamato a rappresentare il teatro italiano alle giornate italo-francesi svoltesi a Marsiglia e promosse dall’Eti e dall’Onda).

    Nel 2001 esce sul gruppo, a cura di Franco Vazzoler, professore di letteratura teatrale italiana all’Università di Genova, e Marco Berisso, una monografia dal titolo “Teatro del Lemming” edita dalla Casa editrice Zona di Genova.

    Dal 2002 gestisce a Rovigo un proprio spazio teatrale denominato Spazio Lemming, fino al 2008, anno in cui prende in gestione dal Comune di Rovigo il teatro Studio.

    In questi anni realizza anche una originale attività pedagogica sull’attore, estesa – attraverso la pratica dei laboratori – a tutto il territorio nazionale.

    Nel gennaio 2003 scompare improvvisamente, dopo una breve e violenta malattia, Roberto Domeneghetti fra i protagonisti principali dell’attività del Lemming. A lui è dedicata l’ultima produzione del gruppo, dopo una gestazione durata quattro anni, Nekyia viaggio per mare di notte – Inferno Pugatorio Paradiso, radicale reinvenzione della tre cantiche dantesche.

    Parallelamente il gruppo realizza anche un nuovo dittico “Il rovescio e il diritto: a porte chiuse/il sangue degli altri” personale riscrittura del pensiero esistenzialista francese.

    Il passo successivo è rappresentato da Antigone, un lavoro che non presenta limitazioni di spettatori ma che non rinuncia alla pratica di un coinvolgimento attivo degli spettatori stessi, che debutta alla Biennale Teatro di Venezia nel marzo 2009.

  • Fiume gigante

    Fiume gigante

    IN NOTTI D’ESTIVA FESTA

    In notti d’estiva festa odorose di resinose essenze spremute dall’arsura da pigne schioccanti ancora nell’oscura ora

    in notti d’estiva festa mormora il vento fra le fronde antiche fole da sempre erranti per cieli e terra.

    Umane voci lì presenti, e remote come rimestate insieme alla luce memorante della luna al suono flautato dell’onda

    voci lievi blande in segrete stanze ardite audaci in giardini terrazze vocianti musicanti dalla piazza si raccontano la vita.

    E sentire nel proprio silenzio ampia l’eco di storie da sempre reiterate in notti d’estiva festa

    e vivere rivivere vite altre presenti, e remote e smarrirsi ritrovarsi lieti nella stessa umana essenza

    al vento caldo che tutto esalta e muove con armonia il mistero Notturno a più strumenti umani.

    LA GENTE DEL FIUME

    La gente del fiume sospesa al moto dell’acqua ha sempre parola di onda pacata e sapienza da un arcano profondo che svela echi di sorgenti native suono d’acuta piena e silenzio in attesa all’amo paziente.

    Radici di fiume cela nel sangue ma tiene la terra stretta alle mani con giostra di canti corona di danze rosari di storie lente a svanire fra fuochi di festa nel profumo, a sera, giovane d’erba.

    Memorie raccolte in stanze del cuore insieme a reti d’affetti filate tramate saldate dal fuoco dal sole dall’aria mai logorate dall’acqua del tempo rinate in vivo sentire teneri pioppi al risveglio d’aprile.

    La gente del fiume a te che ritorni è gioia-stupore, dono di brezza sull’argine nuova e fronda sincera a saziare insieme l’arsura di ore invano rincorse: fanciulle – d’oro i capelli – presto nel mito sfumate.

    SOGNO DI FOCE

    Macchia ampia verde silente pineta di storia stretta in intrico d’arbusti aperta in respiri d’acqua.

    Acqua di fiume densa lenta nel sogno della foce con azzurri spruzzi più chiari più arditi

    quasi soffiare salmastro di cavalli selvaggi in galoppo dal prato di sale su su nell’alveo d’Adige.

    Macchia alfine rada rara e intenso stupore un quadrato verdastro orlato crespato da candida schiuma

    incanto marino improvviso all’occhio dilatato fino al cielo promessa d’illimitati spazi e presagi d’Eterno.

    Bellezza che incatena in colori segreti suoni di fiume terra mare insieme in intimo colloquio infinito.

    Misura dell’umano nostro limite.

    VERSO ALBARELLA

    Sera madreperla-ametista. Vi scorre l’anima fra acqua e cielo là ove il Delta ramifica a levante

    e il mare, all’opposto sguardo umano rientra-docile laguna fra casoni e coltivi.

    Isola rosata splende nel verde salmastro solitaria casa di Dio.

    Dolce visione racchiusa in segreti madreperla-ametista diluita lenta in acquerello puro come al primo tramonto del mondo.

    Confusa l’anima fra acqua e cielo quasi alata creatura l’umano limite travalica invoca l’origine sua prima.

    Lontana Albarella nell’arboreo riserbo vicina vegetale vanità.

    FIUME GIGANTE

    Mistero mi è questo fiume potenza d’acqua inquieta irruente in forza di piena. Attesa paura morte.

    Ma per te, agli occhi del cuore è carezza di onde leggere sui piedi fanciulli in estiva calura:

    gioco beato rischio proibito ignara la madre.

    Tempo bambino, assorto in magie di golena a spiare le gesta e l’impeto titano del fiume gigante.

    Storia di argini turgidi d’erba pur spazzati dal vento bruciati dal sole, in faticosa salita.

    Oh, fresca ombra a lungo invocata di pioppeti nascosti in discesa, nell’ansa per acerbo ciclista.

    E’ fiume-chiatta di ricordi infanzia che galleggia in verdi distese d’acqua di campi

    è brivido carpito sul filo dell’onda che torna fra dolce profumo memoria di nebbia.

    ROSA-PINEA

    Rosa-pinea nella conchiglia-memoria del cuore è fiore che vive che muore.

    Rosa che profuma col tuo scarlatto amore l’estiva resinosa notte

    che vibra nell’albale attesa del primo boccio dischiuso in stupore alla sua presenza infante.

    E’ rosa che langue nel presagio di petali esangui in giorni per Loro ormai consumati e stanchi.

    Rosa di aghi e pigne – vita morte insieme – raccolta nella conchiglia del cuore memoria che permane, non muore.

    E’ L’ORA

    E’ l’ora di fuoco che sale dal mare vestita di luna intrisa di sale

    l’ora concerta di onde colori emersi dal fondo dal roseo big bang del mondo nel blu notte del giorno.

    Giorno spruzzo d’acqua marina sferzata dal vento antico di voci di echi d’eterno.

    E’ l’ora che alfine il pensiero si piega a baciare sua terra divino destino.

  • L’eclettico Romeo Bazzan

    L’eclettico Romeo Bazzan

    Romeo Bazzan, residente a Vescovana, sin da piccolo fantasticava di disegnare. Si immaginava artista: inventava arabeschi e figure imitando i ragazzi più grandi, quelli che avevano l’abilità di comporre disegni e pitture esteticamente apprezzabili.

    Alle scuole medie segue con interesse le lezioni di educazione artistica; inizia a disegnare e dipingere così bene che una insegnante pensò che non fosse lui l’artefice delle opere che portava in visione.

    L’unica materia che lo interessava era il disegno. Ricorda che, al tempo in cui frequentava le magistrali a Rovigo, nei giorni della grande Fiera d’ottobre, sostava sotto i portici per ammirare i tanti grandi quadri esposti: paesaggi dai lucidi e brillanti colori a olio, cromatismi fiabeschi di marine, boschi, monti, nature morte, ritratti. Il ragazzo si “immergeva” nei quadri, si incantava a guardare, osservare le opere con il pericolo di perdere la corriera per tornare al suo paese.

    Successivamente a Venezia, si iscrisse all’Istituto per le attività marinare, Giorgio Cini, all’isola si S. Giorgio. Era un collegio dalla dura disciplina militare, così distante dalla sua sensibilità… Non fece mai il marinaio, ma ebbe l’opportunità di conoscere l’incantevole paesaggio veneziano che in seguito rappresenterà in un coinvolgente e poetico trasporto. Fu affascinato soprattutto dalla bellezza di Piazza San Marco, ma lo ammaliavano anche le navi, i vaporetti, le gondole, le luci che si riflettevano sull’acqua nelle ore serali e notturne, e sognava di disegnarle, di dipingerle. In lui prendeva sempre più piede la voglia innata del raffigurare; ma l’accesso alla pittura non era semplice e si configurava quasi come inseguire la fata morgana: un sogno che continuava a dileguarsi.

    Nella numerosa famiglia Bazzan, però, serpeggiava la predisposizione all’arte. Osservando un fratello più grande che si dilettava a scolpire e pitturare il legno, ebbe l’occasione di usare i colori ad olio. Aveva 22 anni quando si fece un autoritratto, disegno che il fratello gemello ridicolizzò e gettò nel cestino. Quel gesto fu galeotto, perché per scusarsi dello sgarbo, il gemello, gli regalò colori a olio, due pennelli, una piccola tela e un manualetto sulla pittura, un piccolo grande tesoro!

    Il suo sogno si avviava così verso uno sbocco, iniziando a raffigurare la vita quotidiana che gli ruotava attorno. A 28 anni, per cercare di migliorare la tecnica e per confrontarsi con altri artisti si iscrisse al corso di liceo artistico “Accademia” a Padova, tenuto dal pittore Claudio Borsato e dal prof. Missaglia. Studiò per corrispondenza, inoltre al sabato pomeriggio e in qualche serata fra settimana si recava a Padova per assistere a lezioni di anatomia e disegnare le modelle (nudo dal vero). Il corso procedeva con buoni risultati, ma gli impegni lavorativi, il felice incontro con l’amore, la donna della sua vita e poi la famiglia, ancora una volta, lo allontanano dalla sua voglia d’arte. Quando gli impegni si fanno meno pressanti, ecco che, finalmente, trova spazio il suo inseguito desiderio di dedicarsi con continuità alla pittura: ritratti, paesaggi, composizioni floreali riempiono le sue tele. Finalmente la sua aspirazione si realizza, può giocare con disegni e colori, fare propria la realtà che lo circonda. La interpreta, la trasforma con la delicatezza, il desiderio di libertà, il mite sentire che sa imprimere sulle tele per donarci paesaggi campestri, marine, idee d’infinito. Teneri, toccanti sono i velati ricordi familiari, volti puliti, delicati di mamma e papà, i figli, la nonna. Etereo e intenso appare il ritratto di una giovane modella dalla leggiadria di una farfalla.

    Candidi messaggi e autenticità interiore per immagini ariose e illuminate dal sole, sentieri, viali dalla prospettiva profonda che paiono perdersi nell’orizzonte. Vibrazioni cromatiche, a trattenere la luce, e solenni appaiono le case rurali, i contadini nel duro, sacro lavoro dei campi.

    Eclettico nei cromatismi e nei soggetti, Romeo Bazzan passa dal ritratto al paesaggio, senza trascurare nature morte e figure. Dal suo animo una sensazione di serenità che coinvolge l’osservatore. Una creatività gentile di fiori di campo e girasoli così colorati, vari, leggiadri di petali e corolle per far gioire gli sguardi.

    Affabile e paziente, riesce a trasmettere la passione del dipingere, del raffigurare, del ritrarre anche ai ragazzi che sa trasformare in felici, piccoli artisti.

    Piace la sua pulizia, il nitore della sua pittura, e molto apprezzate sono state le varie mostre personali e collettive allestite a Stanghella, Stroppare, Vescovana, Pozzonovo, Solesino, Lusia e poi a Monselice, Campolongo, Lendinara, Agna.

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