Il ricordo di Domenico Busatto continua ad essere vivo in Bottrighe, paese in cui è cresciuto nella casa del padre, ingegner Lorenzo, ultimo direttore dello zuccherificio.
Domenico, scomparso il 10 Marzo 2009, in seguito ad una devastante infezione al fegato, a soli cinquadue anni, era venuto alla luce a Padova il 24 luglio 1957. Nato prematuro, era non vedente, a causa dell’ossigeno dell’incubatrice che gli aveva procurato una fibroplasia retro lenticolare. In tenera età rimase orfano della madre Iolanda e la sua seconda casa fu quella della famiglia di Leone Marangoni, autista dello stabilimento saccarifero, a lui molto legata, come ad un figlio, condividendo insieme i tanti momenti della vita.
Dopo aver frequentato le scuole elementari e le medie musicali come esterno all’istituto Configliachi di Padova, Domenico si specializzò nello studio di pianoforte, fisarmonica, tromba e canto. Dopo la maturità classica conseguita al liceo “Bocchi” di Adria, affiancato negli studi dal cugino professor Gastone Ferrarese, si iscrisse all’università di Ferrara laurendosi in lettere con il massimo dei voti e lode.
Dopo aver partecipato a corsi professionali all’istituto Cavazza di Bologna, riguardanti informatica con conoscenza specifica della programmazione, nell’ospedale di Adria si occupò di modernizzare le possibilità di comunicazione, intervenendo come operatore, a impiego fisso, ricercando le soluzioni più idonee.
Anche nella sua abitazione, molto del suo tempo libero extra lavoro, lo impiegava per tradurre testi, letture e per approfondire la sua cultura. I suoi studi erano soprattutto indirizzati a perfezionare i metodi di applicazione di tali apparecchiature per quanti costretti ad usarle per le necessità della vita. Seguì, in questo, anche corsi specializzati di aggiornamento a Tirrenia, in Toscana, nell’istituto della Uic di Roma, validamente attrezzato. Domenco si unì in matrimonio con la dottoressa Ester Roquino, di nazionalità filippina.
Socio attivo del Lions Club di Rovigo, come il padre, già presidente del medesimo club, attraverso gli incontri lionistici e la conoscenza dei service annuali nel campo culturale, sociale e umanitario che lo stesso Lions programma e sostiene, Domenico Busatto maturò l’idea di valorizzare anche certe capacità potenziali per i non vedenti. Il suo impegno fu rivolto a studiare nuove opportunità per i diversamente abili “convinto che queste avrebbero giovato alle necessità del non vedente, anche per promuovere le possibilità dello stesso verso altre forme di attività che non fossero i tradizionali lavori dei privi della vista come il centralinista, masso-fisio-terapista o musicista”. Da qui il progetto “Nuove opportunità professionali per i non vedenti”, presentato prima a Rovigo poi alla chiusura distrettuale di Campodarsego nel 2007 e da ultimo al congresso nazionale dei Lions a Fiuggi dove il suo progetto venne accolto con unanime approvazione dai duemilacinquecento delegati presenti.
Ma la figura poliedrica di Domenico Busatto è ricordata a Bottrighe anche per il suo amore verso la musica e lo spettacolo. Spesso presente in varie iniziative, aveva preso parte all’allora complesso musicale “Araba Fenice” e, in qualità di speaker, viene tuttora ricordata la sua presenza prima a radio Delta libera di Bottrighe e successivamente a Gruppo Radio di Donada. Mente invidiabile per la storia della musica, era altresì appassionato di automobili.
A Bottrighe, dove tuttora vive la moglie con il padre di Domenico, l’ing. Lorenzo, lo ricordano tutti con rimpianto.
Lo scorso anno la biblioteca dell’ospedale “Santa Maria Regina degli Angeli” di Adria è stata dedicata a Domenico Busatto, quale riconoscimento al suo impegno in favore della disabilità. Il suo libro “Vuoi una mano per per trovare lavoro?”, stampato successivamente alla sua scomparsa, può essere uno sprone a chi si trova a dover affrontare la vita con qualche difficoltà in più. “Abbiamo voluto dedicare la nostra biblioteca a Busatto – ha detto l’allora direttore generale dell’Ulss 19 Giuseppe Dal Ben – perché riteniamo che il suo impegno ed entusiasmo per la vita possano essere un ottimo esempio per dare ulteriore speranza a chi deve convivere con la propria disabilità”.
La critica lo ha definito in vari modi: poeta, narratore, critico d’arte, saggista, studioso di tradizioni locali e della cultura popolare veneta. Egli preferiva essere considerato solo un uomo curioso di tutto. Diceva: “Della cultura tutto mi ha conquistato. Ciò che più mi ha commosso è stata però la lettura del quaderno di una bambina di Pozzatini, nel Delta, trovato in una casa abbandonata dopo l’alluvione”.
Io aggiungo: Sandro è stato anche grande amico e amante del Delta del Po, ma soprattutto è stato un veneto innamorato della sua terra e, proprio per questo, “testimone” di una storia, di una tradizione. Non a caso egli ha scritto: “del mondo popolare ho fatto l’interesse principale della mia vita”
Nasce a Treviso nel 1932, ma Padova diventa sua città di adozione. È considerato dalla critica uno dei migliori esponenti della poesia del neorealismo specie dialettale. Questa distinzione tra poesia dialettale e poesia in lingua italiana a Zanotto non piaceva. Era solito dire: “Spero di fare poesia e basta, non poesia in dialetto”. Profondo conoscitore del nostro territorio (nel 1971, insieme a Giuseppe Marchiori, ha tra l’altro curato il volume Polesine, con splendide fotografie di Gianni Berengo Gardin), è stato conquistato dal Delta come ambiente d’acqua, e terra di confine. Diceva spesso che a Bonelli, alla foce del Po, finisce l’Europa.
Autore di numerosi volumi e saggi sull’antropologia, storia e paesaggio veneti, ha trattato gli stessi argomenti su alcune riviste e nella terza pagina de “Il Gazzettino”, con il quale collaborava dagli anni Cinquanta, sia come titolare di rubriche sia come letterato che andava alla ricerca di uomini, cose e ambienti della regione.
I “viaggi a piedi” nel Delta
Importanti testimonianze della nostra tradizione sono i “viaggi a piedi”, e qualche tappa l’abbiamo fatta assieme, dopo che, nel 1977, all’inizio dell’estate, aveva deciso l’esplorazione del Delta camminando. Un’idea che poteva sembrare assurda (proprio perché Sandro diceva che il paesaggio del Delta è unicamente in funzione dell’acqua), ma quell’esperienza gli ha permesso di incontrare un paesaggio diverso, che non si aspettava.
Lo affascinava il poter vedere dappertutto l’orizzonte, in questi grandi spazi, poveri di alberi, interrotti solo dagli argini. Mi diceva che solo da noi e in Africa è possibile vedere l’orizzonte.
Era particolarmente attratto dall’area compresa tra il Po della Gnocca e il Po di Goro, dove c’è il faro di Bacucco, che oggi è facilmente raggiungibile e ospita un ristorante, e dove troviamo probabilmente i più vasti canneti d’Italia, percorsi da un labirinto di canali, nei quali vive un numero incredibile di uccelli che, se non disturbati, ti arrivano molto vicino.
Siamo spesso stati ospiti su uno degli ultimi “balansoni” da pesca rimasti sul Po in area veneta, quello dei fratelli Barini, sul Po della Gnocca, in località Gorino Sullam, vicino al ponte di barche che ha sostituito il vecchio traghetto (un tempo i traghetti erano praticamente l’unico collegamento tra le varie isole del Delta). La sera, mentre qualcuno badava ogni tanto alla rete, ci si riuniva attorno al tavolo e i Barini ci raccontavano dei tempi in cui si usavano solo barche a remi e i pescatori abitavano in “casoni” di canna.
Mi ricordo il suo interesse per quei centri, un tempo popolosi, ma ora ridotti a poche case abbandonate, come Gnocca, che ancora negli anni Cinquanta era una delle principali località del Delta con una grande chiesa settecentesca, che non esiste più. Sopravvive soltanto la casa padronale, Ca’ Soranzo, ridotta a un rudere.
Dentro il fiume
Gli piaceva molto navigare per acque interne, perché ci si può ogni tanto fermare ad esplorare le rive. Il tema della navigazione sulla corrente principale e sui bracci secondari del grande fiume è stato ripreso da Zanotto in alcuni articoli, guidandoci alla scoperta del Delta attraverso i rami del Po fino alla foce. Qui esprimeva sempre la sua meraviglia per il fatto di trovare, ogni anno, al di là delle difese a mare, un paesaggio diverso, a causa della continua mobilità geografica che caratterizza il territorio.
Lo incantavano i tramonti, che ricorrono spesso nei suoi scritti.
Una sera, che si era fermato a casa mia durante una delle sue escursioni, mi raccontò (e poi lo ha pure scritto) che aveva ritardato perché si era fermato a guardare il disco del sole che pareva immergersi nel verde dietro il fiume. Citando liberamente Ungaretti disse che si è sentito docile fibra dell’Universo, aggiungendo poi… e anche un poco mona, non soltanto per i suoi sentimenti considerati dai più fuori moda, ma soprattutto perché si era perduto in un posto dove non c’erano case e stava calando la sera.
Le leggende, le collaborazioni, gli scritti
Bello in quegli scritti il recupero di storie, leggende e miti locali, come quella del re Mida nel canneto: è la storia del re a cui vennero le orecchie d’asino, che mascherava con lussuosi berretti. Il sovrano era però oppresso dal fatto di non poter confidare la cosa ad anima viva. Si recò quindi a rivelare il suo segreto ai cefali che vivono nel Po. Essi, muti come tutti i pesci, non avrebbero potuto dirlo a nessuno.
Il re tornò a casa sollevato, non sospettando che sarebbe stato tradito dalle canne che il mattino seguente, col loro frusciare, al vento, annunciarono ai pescatori, ai contadini che El re Mida ga le rece da musso… da musso…da musso…
In modo un po’ ironico e un po’ sconsolato Sandro aggiungeva che ancora oggi certi potenti hanno le orecchie d’asino nascoste da berretti dorati.
Ma la sua grande amicizia per il Delta, si manifestava soprattutto col sostegno e la collaborazione ad iniziative culturali, prima con il circolo La Batana, poi con la biblioteca civica. Con lui altri illustri amici, tra i quali Giuseppe Romanato, Francesco Tullio Roffarè, Giuseppe Marchiori, Giovanni Beggio, Mario Stefani.
Il circolo culturale “La Batana”, del quale Zanotto fu sostenitore e componente, verso la metà degli anni ’70 diede vita al premio letterario Il Gabbiano d’argento, e organizzò in Porto Tolle mostre di altissimo livello, come quella del 1975, intitolata Una Mostra di Amici – curata da Giuseppe Marchiori, uno dei massimi critici del Novecento – nella quale, accanto a pittori locali, erano presenti Giuseppe Migneco, Ernesto Treccani, Emilio Vedova, Tono Zancanaro, Giuseppe Zigania e altri maestri.
La prima edizione del premio di poesia il Gabbiano d’argento fu proprio di quell’anno, e il premio fu assegnato a Paola Manzolli Modonesi, poetessa del delta di altissimo livello; nel 1996, il premio è stato assegnato a Giorgio Bocca.
Tra i suoi romanzi va ricordato in particolare il Delta di Venere, 1975, uscito anche in francese, a Parigi nel 1977. Protagonista della vicenda è l’ultimo navigatore di acque interne, alla ricerca, con antiche carte veneziane, delle vie d’acqua ormai abbandonate. L’ambiente è quello dell’estremo delta de Po, visto come luogo di solitudini. Compagna di viaggio del protagonista, una bambola gonfiabile.
Gran conoscitore del delta del Po e dei fiumi veneti, possessore di un bragosseto chiamato “Galioto”, Sandro era stato affascinato da un vecchio veneziano che si considerava l’ultimo marinaio della veneta marina, il quale gli aveva fatto conoscere la navigazione interna dal Friuli al delta del Po, seguendo la strada d’acqua con carte nautiche settecentesche. Da qui la prima ispirazione per il romanzo, che è altresì pretesto per raccontare il Delta e i paesi rivieraschi, con le loro tradizioni e immagini di vita quotidiana.
Un importante tributo d’amore verso gli ambienti costieri e i loro fiumi, dunque, che ancor oggi ci fa sentire attuale la voce dell’indimenticabile amico del Delta.
Tra i personaggi di rilievo nel panorama culturale polesano va ricordata (e rivalutata) la figura di Amedeo Gherardini, scrittore di commedie e drammi, rappresentati con successo nella prima metà del Novecento in diverse città italiane ed estere.
Il futuro commediografo nacque a Lendinara il 6 dicembre 1871 da Luigi Gherardini e Celestina De Zaccaria. Discendeva dai Gherardini di Rasa, la cui famiglia ottenne già dal 1300 il titolo di Conti da parte della Signoria Estense, lasciato poi decadere nel corso dei secoli. Riferisce infatti Antonio Cappellini: “Rovesci di fortuna contribuirono a far dimenticare le origini nobili del casato, per cui non si pensò di rivendicare, nei modi voluti dalla Consulta Araldica, il titolo nobiliare spettante alla famiglia”.
I genitori, di modeste condizioni economiche, lo fecero studiare nelle scuole pubbliche cittadine, dove Amedeo dette prova di notevole capacità intellettiva. In seguito, grazie alla volontà di alcuni concittadini, potè frequentare le scuole secondarie e l’Università a Padova, ottenendo risultati lusinghieri. Già a diciasette anni, partecipando ad un concorso, si distingueva per un componimento in lingua italiana risultando primo in Italia. Conseguita la laurea in Scienze naturali, insegnò per brevi periodi a Parma e a Brescia. Dal 1904 lo troviamo docente a Firenze nell’Istituto Superiore Magistrale dove, per le sue capacità e per il suo animo semplice e cordiale, godè di profonda stima da parte dell’intera comunità socio-educativa.
Ad insegnare nel medesimo istituto fiorentino si trovava, a quel tempo, l’indomita Jessie White, figura di spicco con il marito Alberto Mario (morto da oltre vent’anni) del Risorgimento italiano. Anziana, ma ancora in servizio come docente e giornalista, la White dopo breve malattia morì il cinque marzo del 1906. In virtù dei suoi riconosciuti meriti patriottici, ebbe a Firenze un funerale imponente. Dopo di che fu proprio il collega Amedeo Gherardini ad accompagnare, il 16 marzo, il feretro dell’illustre garibaldina nel suo ultimo viaggio dal capoluogo toscano a Lendinara.
Valente studioso e docente, Amedeo Gherardini, pur caratterizzato da un carattere riservato, non fu alieno ad interessarsi della vita pubblica. Di questa sua attività conosciamo però ben poco, non fosse per quanto ci tramanda il suo amico Antonio Cappellini che, nelle brevi note biografiche dedicategli, sottolinea l’elezione a consigliere comunale di Firenze, avvenuta nel 1920. Tale incarico fu da lui espletato sino all’avvento del fascismo che decretò la caduta della libera rappresentanza del Comune.
Ancora, dalle notizie pervenuteci dal Cappellini, ne traiamo una sentita descrizione: “Ma il nome di lui doveva risuonare oltre la cerchia di Firenze, quale autore di drammi e commedie. Molto egli scrisse, con fede indefessa, con stile purgato. Le qualità prevalenti di lui: compostezza, probità, integrità di carattere, furono quelle che più gli hanno nuociuto, rispetto ai tempi in cui visse e operò. Perfino i suoi concittadini lo tennero in ‘non cale’, mentre egli serbò vivo e immutato l’affetto alla terra natia”.
A testimonianza dell’impegno di Gherardini restano i suoi testi teatrali, opere che andarono in scena in molte città d’Italia, tra cui si possono annoverare Milano, Genova, Torino, Firenze e Napoli. Testimone dei suoi successi fu Sabatino Lopez, critico e autore di commedie che nel 1932 scrisse: “Il Gherardini è commovente nel suo amore alla scena. L’idea di trarne un vantaggio, io penso che non gli sia mai balenata pel cervello. Scrive per un bisogno dell’anima. Poco tempo fa mi diceva: “Con orgoglio posso dire che non ho guadagnato le spese dei copioni e dei viaggi relativi a cose teatrali. Ma non me ne importa affatto”. Amedeo Gherardini è un puro, e nemmeno qualche successo clamoroso è riuscito a guastarlo e nemmeno a levargli di dosso quel che di candido, di quasi infantile che lo distingue fra gli scrittori di teatro. Questa purità, questa bontà, questo candore si trovano nell’opera sua, perchè egli, magari raffigura i peggiori tipi di sfruttatori, di egoisti, di arrivisti, ma fa sempre trionfare il bene; un bene alto, un bene non fatto di ricchezza, di potenza, di successo, ma di altezza morale, di soddisfazione della coscienza, di raggiungimento di un ideale. Anche il vinto, nel suo dramma, non è mai uno sconfitto e ha qualche cosa di che compiacersi, di che rilevarsi”.
Un altro commento, d’aiuto nella comprensione dell’artista e della sua opera, ci viene da Lorenzo Ruggi che, in merito al dramma Transfuga del 1921, scrive: “Transfuga fu dato per la prima volta da Zacconi parecchi anni or sono e fu, se non erro, concepito e scritto quindici anni fa. Nacque fortunato e conseguì il successo… alla garibaldina, cioè di colpo. Tuttora si rappresenta e fu dato anche all’Estero – a Madrid, a Barcellona, al Messico. Dunque è piaciuto. Questo è l’elogio migliore che può farsi del dramma, non tanto per aver resistito al tempo, quanto pel fatto che, pur essendo stato concepito come lavoro d’attualità (erano i giorni dei famosi scandali di Minerva) ebbe ed ha egualmente in sè stesso quel tanto che basta per interessare e piacere ai pubblici di tutti i tempi e di tutti i paesi (…)”.
Scriveva, infine, il critico teatrale del Corriere della sera a proposito della rappresentazione avvenuta nell’aprile del 1926 all’Olimpia di Milano, della commedia drammatica Una dinastia: “in questo dramma sono due scene (una alla fine del secondo atto, l’altra a quella del terzo) scritte con piglio robusto e con ardire di battuta, animate da un soffio di sincera umanità, svolte con chiara progressione verso il sicuro effetto teatrale. Esse denotano nel Gherardini una perizia della scena salda, forte e sonora”.
Oltre alle citate opere Transfuga e Una dinastia, Amedeo Gherardini scrisse altre commedie: Il Nido e lo sparviero, L’ultimo sogno, L’assente, I Figli, La Villa dei Gigli, Focolare spento, Verso la vetta, La Valle fiorita, Al di sopra di noi (opera premiata al Concorso Nazionale del dopolavoro Anno XII), Raggio di sole, Focolare spento, La volontà della specie, L’ombra di Tristano, Bagliori di crepuscolo, Balilla attraverso i tempi.
Nella collana Il Buon esempio (editore A. Vallardi Milano) ha inoltre pubblicato numerosi raccontini destinati ai fanciulli, raccolti in graziosi volumetti. Da ricordare inoltre un volume, pubblicato a Badia Polesine nel 1912, dove lo scrittore raccontava il pensiero e l’opera dell’insigne medico polesano Nicola Badaloni.
Delle opere di Amedeo Gherardini si interessò anche la radio. In particolare il 27 gennaio del 1938, a la “Prosa Radiofonica EIAR”, venne trasmessa la commedia in 3 atti dell’Assente con Stefania Piumatti, Cele Abba, Adolfo Geri, Esperia Sperani, Regia di Alberto Casella e in seguito altre opere ancora furono trasmesse, interpretate da Ermete Zacconi e da Alfredo De Sanctis.
Amedeo Gherardini visse gli anni più intensi della sua vita a Firenze, dove si spense il 21 gennaio del 1945.
Nella prima metà degli anni ‘50 del secolo scorso, la fantasia imprenditoriale di due personaggi polesani diede vita ad un’iniziativa nel settore energetico nazionale che rappresentò per il Polesine, in lenta ripresa dopo il dramma della grande alluvione, un modello di sviluppo molto apprezzato.
L’uso domestico del gas liquido, estremamente diffuso grazie all’utilizzo dei fornelli per la cottura degli alimenti, favorì l’affermarsi delle maggiori compagnie di distribuzione del combustibile a livello nazionale, Liquigas e Pibigas, in virtù anche della capillare rete di rivenditori presenti nel territorio.
In questo contesto sociale ed economico in notevole crescita, il rag. Bruno Braga di Crespino (contitolare delle Fornaci “Valpadana” di Villanova Marchesana con il cognato comm. Emilio Totti) ed il cav. Furio Cogo, noto possidente di Rovigo, amici da una vita, decisero di costituire una società polesana con marchio locale per l’imbottigliamento e la distribuzione del gas liquido ad uso domestico.
La società assunse il nome di Cobragas dalla fusione delle generalità dei due fondatori e si dotò anche di un proprio logo in grado di caratterizzare il prodotto: un cobra di colore grigio stilizzato in campo giallo-verde adagiato su una bombola marchiata.
Alle porte di Rovigo, in fregio alla Strada Statale per Adria, venne realizzata la Sede sociale, in un’ampia area ove fu impiantata la Centrale per l’imbottigliamento del prodotto, attrezzata con un grande serbatoio cilindrico pensile per lo stoccaggio del gas proveniente da Marghera e dotata di un consistente parco bombole.
Ben presto il gas “polesano” si affermò in città e in buona parte del medio polesine, gratificando i fondatori dell’iniziativa che, con una certa fantasia innovativa, ritennero si fossero create le condizioni per commercializzare il combustibile gassoso anche per autotrazione.
Erano infatti gli anni in cui venivano installati sulle autovetture a benzina i primi rudimentali impianti a Gpl che consentivano, oltre ad un notevole risparmio economico, anche maggiore autonomia chilometrica all’automezzo alimentato alternativamente da entrambi i carburanti.
Dopo un’adeguata campagna pubblicitaria, la Cobragas realizzò a questo proposito un impianto estremamente semplice nei pressi della Centrale: un condotto per l’erogazione del prodotto e una bilancia per la pesatura del gas.
Il “pieno” di carburante veniva quindi effettuato da un addetto che provvedeva a scollegare dall’impianto dell’autovettura la bombola esaurita, la pesava per calcolare la tara prima del riempimento, e operava quindi una nuova pesatura per poter esigere, al momento del rimontaggio, il pagamento del combustibile fornito. Semplici operazioni al giorno d’oggi impensabili alla luce delle rigorose norme di sicurezza.
La campagna promozionale della Cobragas, oltre ai metodi tradizionali, si avvaleva anche di una moderna forma di pubblicità itinerante: un minuscolo automezzo realizzato dall’adattamento a furgone della famosa “setta”, microvettura prodotta negli anni ‘50 dalla casa automobilistica Iso ed attrezzato con il plastico dello spaccato di un’abitazione alimentata ovviamente con mini bombole Cobragas.
L’iniziativa ebbe molto successo soprattutto in occasione di ricorrenze locali, di manifestazioni pubbliche o di gare sportive.
Ma il colpo d’ala per quei tempi, da parte dei responsabili della società al fine di promuovere ulteriormente il marchio Cobragas, si manifestò nel sostegno economico – una vera e propria sponsorizzazione – alla squadra di calcio del Crespino militante nell’allora campionato di Promozione, rapportabile all’attuale Serie D secondo il raffronto operato da Sergio Sottovia, noto giornalista specializzato.
La ghiotta opportunità si presentò allora quando il Crespino, classificatosi secondo nel campionato di Prima Divisione dell’anno ‘54/’55, venne promosso alla serie superiore e si trovò quindi ad affrontare compagini molto agguerrite. Grazie anche al supporto economico della Cobragas, la squadra neopromossa fu in grado di partecipare ai campionati degli anni 1955/56 e 1956/57 classificandosi rispettivamente a metà classifica e (ahinoi!)… all’ultimo posto.
Al di là dei risultati sul piano agonistico, la circostanza di una formazione sportiva sostenuta da un’attività commerciale introdusse anche un’assoluta novità: la squadra di calcio di Crespino fu infatti tra le prime, se non la prima in Italia, a fregiarsi sulle maglie del marchio dello sponsor in competizioni ufficiali.
A seguito del risultato negativo conseguito nell’ultimo campionato di Promozione, l’attività sportiva della squadra crespinese subì una pausa di alcuni anni. Ma ciò fu anche conseguenza del mancato rinnovo del sostegno economico da parte della Cobragas, dovuto però non tanto ai risultati negativi della squadra, quanto piuttosto al repentino scioglimento della società: un episodio questo imprevisto e per certi versi traumatico.
Avvenne che il colosso nazionale della Liquigas – operante dall’immediato dopoguerra nel settore – al fine di eliminare la concorrenza locale, che evidentemente cominciava a dar fastidio, avanzò una proposta di acquisto della società polesana, praticando un’offerta molto vantaggiosa e pertanto irrinunciabile.
La Cobragas ammainò pertanto la sua bandiera col cobra, concludendo in breve un’attività che aveva manifestato aspetti innovativi, rappresentando un esempio di fantasiosa capacità imprenditoriale nel Polesine post alluvione ed un primo pioneristico approccio tra il mondo dello sport e le attività economiche operanti nel territorio.
In chi al tempo militò nella squadra di calcio del Crespino a marchio Cobragas, resta il ricordo di questo periodo, caratterizzato da non poche speranze e dal sapore della gioventù, come testimoniano alcune foto conservate con nostalgia, una delle quali qui riproduciamo.
Dal secondo dopoguerra, fino al finire degli anni ’60 del secolo scorso, gruppetti di donne e uomini di Scardovari più o meno giovani, sposati e non, per sbarcare il lunario, o per far quadrare meglio il modesto bilancio famigliare, per ben due volte all’anno si recavano nelle immense risaie del vercellese e del novarese per prestare la loro opera nelle colture del riso: dalla metà di maggio alla prima decade di luglio, per ciò che riguardava la monda; dalla prima decade di ottobre alla metà di novembre per il taglio, la raccolta, la trebbiatura e l’immagazzinaggio di questo prodotto. Tali gruppi, venivano chiamati generalmente mondariso.
Negli anni ’40 e ’50 i gruppi, erano composti quasi esclusivamente da donne che lavoravano sodo, per otto o dieci ore al giorno per circa una cinquantina di giorni, costantemente immerse nell’acqua delle risaie che arrivava ben sopra alle ginocchia. A fine stagione, il compenso era parte in denaro e parte in prodotto, solitamente un sacco di riso del peso di 20-30 kg.
Il film, neorealistico, di De Santis del 1949, Riso amaro, interpretato da Silvana Mangano e Vittorio Gassman, rispecchia fedelmente il genere di vita che le mondariso conducevano nelle risaie e nelle cascine, dove erano alloggiate per tutta la durata della stagione della monda.
Nel 1948, questo tipo di lavoro fu regolamentato con l’applicazione di contratti di lavoro con paga concordata tra i proprietari e i sindacati di categoria, come si può leggere nell’allegato documento fornito gentilmente dal gruppo folcloristico “Le mondine di Scardovari”. Il documento riporta minuziosamente diritti e doveri dei proprietari delle aziende risicole nei confronti delle mondine e viceversa.
Dall’assenza di altri documenti antecedenti questo, è facile intuire che fino al 1948 il lavoro delle mondine non era regolato da alcun tipo di contratto.
Valevano le volontà dei padroni che sovente variavano da cascina a cascina.
Dal documento si nota che, dal ’48 al ’53, le condizioni non sono cambiate di molto, tranne piccoli ritocchi di paga. Va anche notato che la richiesta per il trasporto delle mondine, dalle cascine alle risaie, era stata rifiutata dai proprietari, pur avendola sottoscritta nella normativa contrattuale. Eppure, queste lavoratrici non chiedevano mica trasporti in 1a classe, ma uno spartano scarrozzamento su carri agricoli trainati da un trattore.
Dal documento si nota anche che, nel ’48, viene regolamentato, oltre al lavoro di monda, anche quello del taglio e della raccolta del prodotto, che veniva remunerato parte in denaro, con paga differenziata tra uomo e donna, e parte in riso o risone, anch’essa differenziata.
I gruppi di Scardovari alla monda
Nonostante le dure condizioni di lavoro, i problemi economici del delta inducevano ad aderire alle richieste provenienti dal Piemonte, cosicché vari gruppi di mondine di Scardovari, ogni anno si disponevano a partire alla volta di altrettante cascine vercellesi e novaresi. Gruppi compositi, formati non esclusivamente da donne ma anche da alcuni uomini, nonché da un discreto numero di adolescenti al seguito delle loro mamme, che a maggio e a ottobre partivano per le risaie.
Fin dagli anni ’50, i datori di lavoro mettevano a disposizione una corriera per il viaggio di andata, con partenza da piazza Dante di Scardovari verso le risaie del Piemonte e viceversa. I gruppi salivano in corriera con le loro sacchette contenenti, oltre ad un tozzo di pane, due lenzuola, una federa e una coperta che sarebbero servite, una volta arrivati a destinazione, ad allestire i pagliericci delle brande ben allineate nei magazzini vuoti delle cascine che fungevano da dormitori.
Le donne di Scardovari, salite in corriera cantavano per tutto il viaggio e tutte avevano nel loro cuore un sogno: le mamme poter comprare un nuovo letto per i loro figlioli; le ragazze poter acquistare un paio di scarpe nuove per le feste. I mariti, rimasti a casa, oltre alla normale attività di pescatore, dovevano fare anche da mamma alla figliolanza.
Quando la stagione della monda terminava, la stessa corriera faceva ritorno e scalo nella stessa piazza. In attesa c’era quasi tutto il paese, ed era un grande evento quando le mondine scendevano i tre gradini della corriera, con i loro fagotti in spalla, cantando, ormai senza voce, quelle stesse canzoni che oggi ripetono nel gruppo folcloristico a cui da alcuni anni hanno dato vita.
Il gruppo folcloristico “Le Mondine di Scardovari”
Tuttora, il gruppo folcloristico canoro, si esibisce in pubblico in tutto il territorio polesano con grande maestria. Il vasto repertorio è composto da quelle canzoni che, molti anni prima, le mondine improvvisavano adattandole sulle arie di altre canzoni in voga all’epoca.
Le strofe, che a quei tempi esse cantavano immerse nell’acqua delle risaie, oggi vengono rievocate con la nostalgia del tempo della gioventù e la orgogliosa consapevolezza di aver vissuto un’esperienza di lavoro che a buon diritto può essere definita storica.
Si cantava un po’ in lingua e un po’ in dialetto stretto; canti che non servivano solamente per alleviare il duro lavoro della giornata, ma anche per comunicare agli altri gruppi di mondine, che si incrociavano durante la monda, fatti, pettegolezzi e vicende che accadevano sia nei campi che nelle cascine, durante l’obbligata permanenza.
Oggi il gruppo delle Mondine di Scardovari si esibisce, a titolo gratuito, in varie occasioni, invitate spesso anche nelle case di riposo del Polesine dove per qualche ora portano agli anziani ospitati il sorriso della gioventù.
L’allegra compagnia è composta, oltre che dalle mondine protagoniste, ormai molto anziane (e che possiamo definire appartenenti alla vecchia guardia) anche da alcune donne e uomini, meno anziani, che a quel tempo erano solo adolescenti e che raggiungevano le cascine piemontesi al seguito delle loro mamme, partecipando poi anche loro, qualche anno dopo, alla monda.
Oggi, pensare a un ragazzino, ancora in età scolastica, che segue la mamma mentre si allontana dalla famiglia per lavoro per lungo tempo, può sembrare un grosso problema, ma allora non lo era, almeno per quelle mamme che lavoravano presso alcune cascine piemontesi ben organizzate. Ne cito alcune: Veneria, in comune di Lignana di Vercelli, Colombara e Murone di Livorno Ferraris, e Rubbio, sempre a Vercelli e altre ancora come Camerona, in provincia di Novara. Queste aziende risicole disponevano di dormitori, generalmente separati tra gli uomini e le donne coi bambini; vi era anche la cucina, solitamente collocata nello stesso dormitorio delle donne, dove una di esse, nominata dalle altre, aveva il compito di preparare i pranzi e le cene per tutti; il documento contempla anche questa mansione.
In alcune cascine, come la Veneria, che era dotata di oratorio, il padrone faceva in modo che il parroco di Lignana celebrasse la S. Messa ogni domenica.
Vi era anche a disposizione un’aula scolastica, gestita dalle suore dello stesso paese con a disposizione insegnanti, per impartire lezioni alla figliolanza di quelle mondine e far sì che i giovani non perdessero l’anno scolastico.
Le cascine piemontesi
Sull’onda del ricordo, l’estate scorsa, il gruppo folcloristico Le Mondine di Scardovari, con il patrocinio della Pro Loco di Porto Tolle, ha organizzato una bella e riuscita gita in alcune cascine piemontesi, dove, in un tempo ormai lontano, erano state ospiti per la monda.
La prima ad essere visitata è stata la Cascina di Veneria che si trova a Lignana di Vercelli, risalente al XVII secolo. Un tempo apparteneva alla grangia dell’abbazia cistercense di Lucedio, poi passò all’ordine monastico degli Umiliati di Vercelli.
Nel 1935 la cascina fu acquistata dalla famiglia Agnelli, che la sottopose ad una ristrutturazione imponente: i vecchi magazzini, che ospitavano i dormitori, furono abbattuti lasciando il posto ai nuovi capannoni per le esigenze agricole di quel periodo.
Negli anni ‘60 fu acquistata dal gruppo assicurativo SAI, ed il primo direttore delle allora “Azienda Sai” è stato Giampiero Boniperti, il famoso attaccante della Juventus, di cui lo stesso Agnelli era il presidente. La tenuta Veneria è stata il luogo dove, nel 1949, furono girate le scene del film, già citato, Riso Amaro.
Nel 2010, l’azienda venne acquistata dalla famiglia Bertoldo di Novara, e tuttora ne è proprietario il Sig. Ermenegildo.
Negli anni ‘60, le mondine di Scardovari si ritrovarono dirette, nei lavori agricoli, dallo stesso Boniperti che, negli anni a seguire, con la sua popolarità, galvanizzò parecchi giovani e meno giovani del paese deltizio, facendo registrare un significativo aumento della presenza maschile in cascina, in particolare nel periodo del taglio e della raccolta del riso, quando era più adatto un personale giovane e forte. Da ricordare che, durante l’alluvione del 1966 che sconvolse il delta, anche Boniperti ha voluto dare il suo contributo di solidarietà al paese di Scardovari, disponendo l’assunzione e l’alloggiamento di alcuni uomini in questa cascina, come operai per eseguire lavori di muratura e manovalanza nella fase di ristrutturazione della stessa cascina.
Nella stessa giornata la comitiva ha proseguito la gita recandosi a Livorno Vercellese, ora Livorno Ferraris, per visitare la Cascina Turrone-Colombara dove il gruppo si è rifocillato con un abbondante pranzo negli stessi ambienti che un tempo avevano occupato.
Questa cascina ha origini molto antiche. Già verso la fine del 1400 si coltivava il riso, poi, nel 1571, la chiesa della cascina diventò parrocchia. In seguito, la cascina passò in diverse mani dei rami Savoia, fino al 1868, anno in cui fu ceduta alla famiglia Magnani di Biella, che la tenne fino al 1934.
In quell’anno l’azienda fu acquistata dal S. Cesare Rondolino e oggi la detiene il figlio, l’architetto Piero, padre del riso gemmato, che ha eseguito significativi lavori di ristrutturazione salvaguardando sapientemente le vecchie strutture, senza stravolgerle.
Il merito va anche al Sig. Mario Donato, presidente della Pro Loco locale, che, nel sovrintendere i lavori di ristrutturazione, ebbe l’idea di istituire il Museo delle mondariso. Egli, infatti, ha recuperato, presso le altre cascine, che hanno subito radicali ristrutturazioni (come la Veneria) tutte le suppellettili: le brande, i pagliericci dei dormitori, le riviste dell’epoca, le attrezzature agricole, i banchi di scuola e tante altre cose utilizzate nella quotidianità di quei tempi, esponendole sapientemente in questa cascina.
Dopo pranzo, la comitiva ha fatto visita a un’altra struttura dei dintorni, denominata Cascina Murone, anch’essa molto antica: dai ritrovamenti archeologici rinvenuti attorno alla stessa, sembra che sia stata una mansiones della romana via dei Viburni; si suppone anche che, nel XII secolo, abbiano qui sostato i Templari di ritorno dalla crociata.
Nel XIX secolo, essa fu ceduta a Ernesto Montù, padre di Carlo, generale di artiglieria e medaglia d’argento al valor militare durante la prima guerra mondiale, il quale fu allievo di Galileo Ferraris, oltre che fondatore del C.O.N.I.. Ernesto, padre, era anche il nonno di quell’Ernesto, che fu grande ingegnere radiotecnico degli anni ’30 del secolo scorso e inventore del radar, nominato da G. Marconi suo collaboratore per suoi esperimenti radar.
Anche qui le mondine di Scardovari avevano prestato la loro opera. La signora, Maro, che a quel tempo era anch’essa mondina – in seguito al matrimonio divenuta proprietaria della cascina – è vivente anche se molto anziana.
Data la sua veneranda età, difficilmente, la signora scende dalla sua stanza: si limita ad osservare i numerosi visitatori, provenienti da ogni parte d’Italia, dalla finestra che dà sul cortile. Ma il giorno della gita ella, udendo l’animazione dei visitatori nel cortile ed individuando nell’allegro vociare la parola “Scardovari”, che a lei risuonava famigliare, volle scendere nel cortile. Subito si mescolò agli animati visitatori e, dopo essersi assicurata della loro provenienza, chiese notizie di varie persone, snocciolando nomi, cognomi e addirittura soprannomi di gente di Scardovari, manifestando una sorprendente lucidità di memoria e chiedendo di salutare alcuni assenti. È chiaro che se la veneranda signora ricorda tutto ciò, dopo oltre sessant’anni, vuol dire che le mondine di Scardovari erano tenute in buona considerazione dai proprietari delle cascine.
La comitiva non ha potuto far visita alla Cascina di Rubbio, dove pure un tempo sono state ospitate le mondine del delta. Questa cascina, non rientrante nell’itinerario previsto, si trova a Olcenengo di Vercelli, e si sa solo che negli anni ’60 ne era proprietario era il Sig. Coppa Eusebio e che essa è divenuta famosa, per il riso Arborio e Carnaroli.
La Signora Pierina, ultraottantenne e veterana della monda, la ricorda con molta nostalgia, riferendo che: “Per ben 5 anni consecutivi, dal 1958 al 1963, ho prestato la mia manodopera in quelle risaie. Durante quella permanenza, di sola monda e non di raccolta del riso – precisa Pierina- non ho mai avuto rimpianti della vita che si svolgeva in quella cascina; una sola cosa sopportavo malamente, ed era la totale mancanza dei servizi igienici, che proprio non esistevano. Solo la roggia esisteva, cioè il fossato di acqua corrente che lambiva la cascina e che alimentava le risaie. Era l’unico servizio per l’igiene personale, per il resto nessun problema: buona la paga, buoni i padroni e anche la convivenza con le altre colleghe e non per niente – continua Pierina – ci son tornata per ben 5 anni”.
I coniugi, Franco e Gabriella, invece, ricordano il periodo trascorso in questa cascina con un po’ d’angoscia per un motivo strettamente personale. Nel 1962 erano fidanzati quando si recarono alla monda e per la raccolta del riso e l’anno successivo si sposarono lasciando, fino al ‘65, la loro creatura in tenerissima età, alle cure dei nonni paterni, per poter pagare i debiti contratti nel metter su famiglia.
La Cascina di Camerona di Cerano in provincia di Novara era un’altra frequentata dalla signora Pierina, che vi tornò per tre anni consecutivi, dal 1963 al ’65. “Qui – dice Pierina – eravamo un po’ più fortunate, infatti i servizi igienici erano presenti, ma soltanto perché nella cascina, non c’erano alloggi vivibili e perciò era a nostra disposizione uno stanzone di una palazzina all’interno del cortile del castello di Sali Vercellese, a pochi chilometri dalle risaie, e tutte le mattine, venivano a prelevarci per portarci nei campi di riso con carri agricoli, trainati dai trattori, dai salariati dell’azienda”.
La norma del contratto di lavoro del 1948 prevedeva anche il trasporto delle mondine, dai luoghi dove erano alloggiate alle risaie, ma non fu mai rispettata dai padroni anche se l’avevano firmata e sottoscritta. Solamente nel 1962 fu applicata.
FONTI:
Varie interviste alle mondine e alcune pagine web.
La pioggia incessante di quei giorni di fine novembre rendeva scivoloso lo stretto e sterrato viale di campagna che portava alla dimora posta nella possessione “La Reccanata” nei pressi di Borsea dei nobili Valier. Il fango rallentava molto la corsa dei due cavalli, che a fatica trainavano la carrozza al cui interno era seduta, alquanto scomodamente, Donna Laura Valiera Loredana di ritorno da Adria da dove era partita da circa tre ore.
Il disagio del viaggio, tuttavia, non l’aveva avvertito molto poiché la sua mente era stata occupata da vorticosi pensieri, discorsi, immagini degli avvenimenti successi negli ultimi tre anni, procurandole tangibili sensazioni di fastidio mescolati a stizza e malcontento. Il tempo umido ed uggioso di quell’inoltrato autunno 1669 ci metteva inoltre del suo e non contribuiva certo a lenire anche la sua solitudine e malinconia.
Di una cosa aveva la certezza: era rimasta sola. Sola dopo la morte del marito Giovanni Francesco Loredano al quale non era riuscita a dare un figlio; sola dopo la morte dell’amato fratello Zaccaria Valier avvenuta soltanto da un anno.
Donna Laura ricordava, non senza tristezza, che il suo matrimonio non poteva definirsi d’amore perché, quando nel 1638 aveva sposato Giovanni Francesco, lui aveva fatto di tutto per evitarlo. Non aveva nulla nei suoi confronti, le aveva confidato un giorno il marito, anzi a lui piaceva il suo fiero aspetto in contrasto con il mansueto carattere di nobile fanciulla. Ma “noblesse obblige” e lui aveva ubbidito esclusivamente a questa regola, in quanto ultimo discendente del suo ramo (anche se non era quello più importante) quello della famiglia patrizia veneziana Loredan.
Erano stati per lei anni difficili, di emarginazione, di arrendevolezza poiché Gianfrancesco, familiarmente chiamato così, era occupatissimo a radunare attorno a sé letterati, politici, uomini di mondo che apprezzavano non solo lo studio ma anche i vizi e piaceri festaioli della società veneziana della prima metà del seicento.
Ciò nonostante Laura stimava in lui il letterato, era affascinata dalla sua feracità di scrittore e lo ammirava anche come uomo dedito agli impegni pubblici, ma questo non bastava a definire felice la sua unione. D’altronde “maritar o monacar”: questo era il destino ineluttabile della donna, forse con qualche lieve alternativa. E a questo proposito donna Laura Valiera, grazie al suo censo e posizione sociale, si era dedicata alla beneficienza, collaborando ora con il Pio Luoco delle Citelle di Rovigo, ora con quello della Giudecca a Venezia.
“Signora, siamo arrivati! Le do una mano a scendere dal predellino”. La voce del suo scudiero e maniscalco, Belin Mazzetto, la riportò alla realtà: era arrivata a casa, finalmente!
Il viaggio era stato poco confortevole, scomodo ma non aveva potuto sottrarsi a quell’itinerario verso Valiera o Valliera, come soleva scrivere suo cugino Ottavio Valier che aggiungeva sempre una elle negli atti che sottoscriveva: di tanto in tanto, infatti, andava a controllare di persona la situazione della tenuta Valiera, ereditata un paio di anni prima della morte del fratello Zaccaria, soprattutto lo stato dei terreni ad essa connessi, assieme, ahimé, a molti problemi legati ad essa.
Donna Laura si intratteneva volentieri con le persone che si occupavano della gestione di quel grande podere. E la sua dolcezza lasciava spazio, al momento opportuno, a quel severo cipiglio che ben si addice alla gens patrizia per imprimere la propria autorità. Tutto doveva essere tenuto sotto il suo stretto e vigile controllo: così si informava dal massaro se ci fossero malcontenti, se il decano radunava la vicinia per affrontare i problemi delle famiglie del posto, se il saltaro controllava se i confini venivano rispettati dai vicini e soprattutto se il deflusso ed uso delle acque fosse ben regolato.
Non voleva di certo incappare ancora una volta nelle intricate e pericolose maglie della giustizia veneziana! Solo a pensarci si sentiva venir meno perché questo era successo appena qualche mese prima…
Il fatto
Tutto aveva avuto inizio l’estate di quell’anno quando dalla Cancelleria di Adria, nella persona del causidico Reverendo Don Giovanni Campanella, le era stato recapitato un dispaccio per comparire davanti al Tribunale di Rovigo per rispondere a precise accuse circa la tenuta della “Reccanata”, la sua attuale dimora ma precedentemente di proprietà del defunto fratello.
Che cosa era successo?
Il Nobil Homo Zaccaria Valier, al tempo in cui era proprietario della possessione La Recanata, ad onor del vero, non la curava molto, anzi, questa si trovava “in malissimo stato”; non era vignata né piantata, come era solito invece fare il suo predecessore Ottavian Valiero, al quale subentrò “l’anno della guerra della Serenissima Repubblica contro i Barberini”, come testimonia Andrea Panin della villa del Bosaro.
Quando – chiarisce il Panin nella sua deposizione – quella possessione capitò in mano al Signor Zaccaria “vi era due strene di salesi, vignate che tiravano dal condotto della Brespara sino al condotto del Retrato di Borsea, nelle quali due strene feci quell’anno due meze di vino”.
Il nobile Zaccaria, al contrario, aveva dato ordine ai suoi agenti e castaldi di tagliare in gran quantità gli alberi “vivi e in parte morti” come affermato da un altro testimone Andrea Ruspan, “per farne quaranta o quarantacinque zoccari” (ceppaie).
Donna Laura, invitata dal Vicario Vice Gerente Pretorio di Rovigo Zuanne Gobbi, doveva dimostrare che, dal momento in cui il fratello Zaccaria aveva rinunciato ed era subentrata lei, la Recanata aveva cambiato interamente aspetto grazie ai suoi solleciti interventi di risanamento del territorio.
D’altronde non poteva permettere che il nome del suo casato potesse essere estromesso dal novero delle famiglie patrizie veneziane!
I Valier ne facevano parte già dal lontanissimo 1297, l’anno della Serrata, ed attualmente il Doge era Silvestro Valier. E per Donna Laura far parte dell’albero genealogico della famiglia era motivo di vanto, pur riconoscendo che sia il fratello che lei discendevano dal ramo secondogenito dello stipite di San Silvestro (v. Schroeder). Ricordava benissimo ciò che i suoi genitori raccontavano a proposito dell’insediamento a Venezia dei Valier già nell’anno 1039, provenienti da Gambarare dove lavoravano la terra ed avevano “assai valli” e perciò in seguito detti Valery (wikipedia).
Tornando al problema contingente, Donna Laura era determinata a trovare risposte precise e documentate da esibire davanti al Tribunale di Rovigo e per suo tramite al Magistrato sopra i Beni Inculti e soprattutto al Provveditore sopra alla legna e boschi da cui era partita la querela.
La Serenissima Repubblica aveva leggi ferree nella gestione del territorio: la sorveglianza dei boschi era affidata già nel 1468 a due Provveditori che divennero tre dal 1677 poiché alle loro competenze fu aggiunta quella della legna: a loro infatti spettava concedere licenze per i tagli dei boschi sia pubblici che privati, tenere conto della loro estensione e intestazione, regolare il taglio annuale della legna, vegliare sulla distribuzione e vendita della stessa; così stabilivano gli Organi amministrativi e giudiziari della Serenissima Repubblica. (A. Da Mosto)
Regole e norme che non furono mai osservate dal caro estinto fratello.
Per questo motivo Donna Laura, assistita dal causidico di Adria il Reverendo Don Giovanni Campanella, portò davanti al Vicario Pretorio di Rovigo, al quale spettava la giurisdizione civile con il compito di giudicare le cause in assenza del Podestà, diversi testimoni che, interrogati, deposero tutti a suo favore.
Gli interrogatori (capitoli) dei sei testi si erano svolti il 14 giugno 1669, appena cinque mesi prima, anche se il suo calvario giudiziario era iniziato nel 1665, al tempo cioè della “donazione” da parte del Nobile Zaccaria a suo favore.
Nadalin Lavezzo interrogato e “amonito della forza del giuramento et delle pene” afferma che “fui chiamato da suoi Agenti (del nobile Zaccaria) et tagliassimo quantità di salisi vivi” e diede “parte del legno a Chizzola Mastellaro da San Sisto per far cerchi da mastello… et quelli albori che non furono buoni per il Massaro fece fare delle zocche”.
Determinante fu anche la risposta di Andrea Panin, di anni settanta, il quale conosceva molto bene la tenuta della Reccanata e ricorda la negligenza e noncuranza (ora diremo menefreghismo) del quondam N.H. Zaccaria nei confronti del citato territorio e di come, invece, “è in assai miglior conditione la quale in quel tempo (del sig. Zaccaria) pareva un bosco, et doppo che è possessa dalla N.D. Laura sua sorella e ridotta in tutto che si può dire che sia un giardino perché – rincalza un altro teste Bartolomio Panin, – “ogni anno ha piantato trecento piante di salesi, nogare, oppiy et altre piante et anco delle vigne”.
Testimonianze decisive dunque, tutte a favore di Donna Laura.
“Finalmente l’incubo era finito, il Vicario Pretorio l’aveva scagionata appieno circa le accuse di non osservare le regole in materia di boschi e legna”, così rifletteva donna Laura davanti alle alte fiamme del suo camino, ringraziando quel fuoco che riscaldava e avvolgeva con il suo calore non solo la piccola stanza dove si trovava, ma pure il suo cuore, ora più sereno.
Era orgogliosa di sé, nessuno della sua famiglia nemmeno quelli appartenenti al rango più elevato, avrebbero potuto biasimarla, deplorare il suo comportamento, perché le testimonianze sarebbero rimaste ad perpetuam rei memoriam e lei, nonostante fosse una donna sola, ha saputo e sa gestire il suo patrimonio con onestà, rettitudine e fedeltà, seguendo quanto emanato dall’Eccellentissimo Senato.
E così, avvolta nel suo caldo scialle dono di suo fratello – che riposi in pace – adagiata, anzi quasi abbandonata sulla sua poltrona preferita a conclusione di una giornata così intensa ma appagante, Donna Laura pondera che non c’è niente di meglio di un calice del buon vino della sua caneva di Valiera, che il fidato e premuroso Belin già le aveva versato.
Nella chiesa dei frati Cappuccini, a Rovigo, c’è un quadro prezioso, che ritrae la città nel suo volto caratteristico di fine Cinquecento.
E’ un dipinto poco conosciuto, “scoperto” dallo studioso e ricercatore Giovanni Paolo Giuriati, il quale ci racconta la storia del suo sorprendente incontro con quest’opera d’arte, avvenuta quasi per caso e iniziata da lontano.
“Dopo il recente crollo di una parte di palazzo Rosetta – così inizia il suo racconto – sono andato sul posto, in Piazzale D’Annunzio, soffermandomi presso la facciata principale con gli storici affreschi sotto il cornicione del tetto, dipinti ancora visibili, ma ahimè sempre più degradati. Ho avuto anche l’occasione di entrare nell’antico fabbricato piuttosto ammalorato. Nell’androne, fino al punto dal quale si dipartono le due scale che salgono ai piani superiori, ho notato il disordine totale e manipolazioni evidenti sulla muratura, ma ho percepito anche una immensa sensazione di bellezza e armonia”.
La storia inizia proprio dall’affresco della facciata di Palazzo Rosetta-Ferrari, facendo riferimento alla descrizione che ne fa, a fine Settecento, Francesco Bartoli nel suo libro ‘Le pitture sculture e architetture della città di Rovigo’. Trattando di questo palazzo – sottolinea il geom. Giuriati – il Bartoli parla di un “fregio esteriore dipinto a fresco sulla facciata di essa”, ma non accenna a una veduta di Rovigo. Nell’affresco la città – osserva ancora il nostro ricercatore – è quindi rappresentata soltanto in modo ideale e immaginario.
Ma in città c’è un altro importante dipinto poco noto – aggiunge Giuriati – che rappresenta una vera veduta storica di Rovigo: è l’immagine che fa da sfondo al quadro che rappresenta San Bellino e due regolatori, opera di Gerolamo Bassano, posto in un locale dietro l’altare, ovvero nel coro della chiesa di San Lorenzo da Brindisi dei frati Cappuccini.
Il quadro è interessante non solo in sé, ma anche per la realistica rappresentazione della città di Rovigo che appare sullo sfondo. E va detto che anche questo dipinto – una tela, 110 centimetri per 83 – attirò a suo tempo l’attenzione dell’emerito culture d’arte quale fu Francesco Bartoli, il quale vide il quadro in tutt’altro contesto, ovvero nella sala del Vescovado di Adria.
Il Bartoli scrisse che Rovigo, in tale opera, era ‘diligentemente espressa’ e, ai nostri tempi, il critico Vittorio Sgarbi la ha collocata intorno al 1595, definendola ‘Memorabile per alcuni riferimenti topografici quale l’Adigetto che scorre nel centro di Rovigo (in seguito deviato) le torri del castello. Altre torri sembrano di fantasia, ma è ben riconoscibile al di qua delle mura la chiesa di san Bartolomeo con il campanile terminato nel 1592, utile riferimento per la datazione del dipinto”.
Giuriati spiega il contenuto del quadro: “E’ una veduta a volo d’uccello, che mette in primo piano la cinta muraria, a sud della città, lungo la quale si riconoscono per la loro collocazione la chiesa di san Bartolomeo (al di qua delle mura), insieme alla chiesa di sant’Agostino, ex seminario vescovile e, nell’ordine, il Ponte della Roda (a tre fornaci, poi ricostruito e attualmente interrato), torre Pighin, Porta Sant’Agostino e Porta Arquà.
Sul lato sinistro del quadro sono visibili le torri Donà e Grimani del castello. Il corso dell’Adigetto evidenzia un altro ponte, che richiama quello del Sale (anche questo demolito e ricostruito), verso la grande Porta San Giovanni.
Sul lato destro del quadro si vedono altri campanili che possono richiamare le chiese di San Domenico, Santa Giustina e San Francesco. La proiezione sul piano orizzontale del dipinto così come descritto richiama molto chiaramente la pianta poligonale della città”.
Giuriati evidenzia inoltre che “Vittorio Sgarbi scrive sulla necessità di un restauro del quadro, che permetterebbe una migliore lettura del panorama, indubbiamente rodigino”.
Per il momento, il dipinto si trova comunque nella chiesa dei frati Cappuccini, in buone condizioni, tanto da lasciarsi ammirare.
C’è la bellezza del dipinto a disposizione di chi ha voglia di cercare il senso delle immagini, ricollegandole al passato, a come era un tempo la città. Un viaggio alla ricerca della verità che parte dalla passione per l’arte e il passato e conduce alla scoperta dei tesori ancora custoditi a Rovigo.
Parlare di “castello de la Frata” potrebbe sembrare riduttivo dal momento che, nella sua millenaria esistenza, il paese sullo Scortico ha avuto più di una fortificazione con tale nome, distrutta e riedificata, di pari passo con la rovina o la fortuna dei casati in lotta per il dominio sul territorio. In realtà, se colleghiamo le fonti storiche ad uno studio sulla topografia del sito, si arriva a concludere che i vari castelli de la Frata, pur con funzioni e forme diverse, rappresentano un qualcosa di unitario, che si è evoluto nel corso dei secoli, adattandosi di volta in volta alle esigenze del periodo storico, tanto da divenire elemento connaturato nella vita e nella memoria della comunità frattense.
Il territorio
Alle origini di ogni castello vi sono precise esigenze di presidio e difesa di un luogo strategico che, nel caso di Fratta, era rappresentato dall’incrocio dello Scortico con la via pubblica detta dei Polesini¹.
All’altezza di Fratta, infatti, lo Scortico interseca il dosso della Pestrina (antico percorso del Po, già nel Medioevo interrito e privo di acqua fluente), sulla cui fascia rilevata corre però un tracciato stradale di un certo interesse, in quanto collega fra loro i vari insediamenti rurali: polesini, che vanno sorgendo lungo questa dorsale emergente dalla palude. È questa la via pubblica dei Polesini, un lungo tracciato tra Arquà e Castelguglielmo, noto anche come “strada di San Giorgio”, per la presenza nel tratto tra Gognano e Fratta di un oratorio con tale dedicazione.
Nodo vitale della strada diventa il ponte per l’attraversamento dello Scortico, passaggio obbligato di persone e merci, luogo ottimale per l’esazione di dazi e pedaggi ma anche di commerci².
La giurisdizione su questo territorio era detenuta dal comune di Ferrara che rivendicava proprio sul tracciato della Pestrina il confine settentrionale del districtus cittadino. Un confine che andava difeso contro le mire espansionistiche dei municipi di Verona ed Este, già presenti attorno al Mille con fortificazioni a Sud dell’Adigetto, la più vicina delle quali era rappresentata dal castello del Gaybo, nei pressi di Ramedello, di proprietà dei veronesi conti di San Bonifacio.
Per contromisura, il comune di Ferrara fu costretto a fortificare i punti nevralgici del confine: Arquà, Fratta, Castelguglielmo, Trecenta. L’opera di “incastellamento” viene attribuita agli Adelardi-Marchesella, casato capitaneale dominante in Ferrara, in modo particolare a Guglielmo I (1070-1144), esponente di spicco ancora evocato nel toponimo Castelguglielmo.
Il Castello degli Adelardi
Con ogni probabilità, nell’area compresa fra la riva sinistra dello Scortico e la via Androna (toponimo antico col significato di fossato), vi era un preesistente recinto fortificato da un vallo e/o da una palizzata, un cosiddetto “castellaro”, all’interno del quale si era già organizzato un primo insediamento abitativo.
Gli Adelardi intervengono su questa struttura, fortificandola ulteriormente con l’inserimento di una torre grande a difesa del ponte sullo Scortico e di una torre piccola a protezione del lato Nord dell’abitato. Possiamo pertanto ipotizzare come possibile configurazione del primitivo castrum quella raffigurata nel disegno 1.
Dopo circa un secolo il castello si trova coinvolto nell’aspra lotta fra Estensi e Salinguerra per il dominio su Ferrara, nel corso della quale sarebbe avvenuta nel 1222, ad opera di Azzo VII d’Este, la distruzione del castello e l’eccidio degli abitanti di Fratta, schierati a sostegno del rivale.
Pur se tragico, l’evento non sembra aver causato danni irreparabili alle strutture, perché a distanza di un secolo il castello de la Frata torna di nuovo protagonista nel corso della guerra per la successione nella dinastia estense. Infatti, nel 1308 qui si svolgono due accaniti combattimenti tra le milizie di Fresco, erede designato di Casa d’Este, contro quelle degli zii Francesco e Aldobrandino, pretendenti sostenuti militarmente dal Comune di Padova, che mira a subentrare a Ferrara nella giurisdizione del Polesine.
Alla guerra fratricida segue un lungo periodo di pace e di relativa prosperità, durante il quale il castello si arricchisce di nuovi elementi, come la costruzione di una casa a ridosso della torre grande con funzione di curia marchionale e di un pavaglione all’angolo tra la strada e lo Scortico, una specie di spazio pubblico coperto, che denota la vocazione commerciale di questa parte del paese.
Il castello diventa così il riflesso della nuova politica degli Estensi, volta ad una coesistenza pacifica coi vicini e, specialmente, alla bonifica e coltivazione del territorio, che viene ripartito in numerose possessioni. Grazie all’arrivo di nuove famiglie, il centro urbano si allarga oltre il vallo difensivo rappresentato dalla via Androna, sul cui limite sorge una nuova linea abitativa, alla stregua di certi borghi attorno al castello.
Quando nel 1482 le armate Veneziane invadono il Polesine, Fratta non è coinvolta in alcuno scontro armato, a parte l’incendio dei molini sullo Scortico, e ciò rappresenta una conferma indiretta che il castello non rivestiva più funzioni militari. Infatti, dalla documentazione d’inizio ‘500 sappiamo che la torre grande e le annesse strutture erano state da tempo trasformate in abitazioni civili e cedute in possesso a famiglie legate da vincoli di vassallaggio con gli Estensi, come i Confalonieri e i Mainenti.
Proprio questi ultimi, all’inizio del 500 cedono la proprietà della casa-torre sullo Scortico (ivi compreso un limitrofo corpo di terra di circa ottanta campi), al capitano di ventura al soldo di Venezia Giampaolo Manfroni seniore.
Tutto sembra portare verso il declino lento e inesorabile dell’antica struttura, ma l’ultimo discendente dei Manfroni, un ragazzo di appena 17 anni, di nome Giampaolo (come il nonno), forse per emulare le imprese guerresche degli avi, decide di costruire un nuovo castello in adiacenza ai resti di quello antico.
Il castello dei Manfroni
Dunque, nel 1540 Giampaolo Manfroni juniore, fa costruire a fundamentis una fortezza di fronte e un po’ arretrata rispetto alla vecchia torre, secondo una disposizione che doveva rispondere alle nuove esigenze di tiro con le armi da fuoco.
La massiccia costruzione è a pianta quadrangolare ed è fiancheggiata da due torri angolari sul lato di Levante, una fortezza di cui Fratta non aveva bisogno e che preoccupa non poco il Consiglio dei Dieci che nel 1543 ordina al rettore veneziano di Rovigo Giacomo Antonio Orio di recarsi sul posto e farne accurato rapporto, grazie al quale ne è pervenuta la descrizione: “…ditto palazzo… esser fatto in quadro non molto alto et con una scala in mezzo nel intrar de scalini sedece, con dui torresini, uno per banda, con un’altra torre de driedo assai alta con alquanti pezzi de fuogo drento…et denanti essa torre fra ditta torre et palazzo certo loco discoperto più presto da combater che altramente con diverse bombardiere. Qual palazzo è tutto in volto excepto la salla et circondato de muri in scarpa de grossezza de piedi tre in circa de soto con molte bombardiere et merloni circumcirca et etiam circondato de una fossa de larghezza de circa piedi vinti, la quale però non è ancora perfetta ma se li lavora…et li vanno dui ponti levadori uno dalla parte della scala dove se intra nel palazzo, l’altro nella torre da driedo verso il paviglione della villa”. (disegno 2)
La descrizione ci evidenzia come non si trattasse affatto di una residenza signorile, ma di una vera e propria fortezza, costruita per alloggiare il capitano di ventura, i suoi armigeri e le loro nuove armi. Tuttavia, il Manfrone vi risiederà ben poco, essendo venuto a mancare a soli 29 anni (nel 1552), dopo sei anni di prigionia nel castello di Ferrara.
Il palazzo rimane così in proprietà della vedova, la colta Lucrezia Gonzaga (e della figlia Isabella, unica erede), che trasformerà l’arcigna struttura in una corte rinascimentale frequentata dai migliori eruditi del momento, tra i quali il letterato ed agronomo frattense Giovanni Maria Bonardo. Costui, una volta ricolmato il fossato perimetrale, si prenderà cura in particolare del brolo e dell’orto, arricchendoli con piante di ogni tipo, un vero e proprio hortus clausus in chiave rinascimentale che diventa oggetto di meraviglia e lode da parte degli umanisti ivi giunti in visita.
D’altronde, il ‘500 segna l’inizio di un approccio nuovo alla campagna da parte della classe nobiliare, che non disdegna più abitarvi per lunghi periodi e perciò vi edifica residenze che, alla pari dei palazzi di città, denotano gusto estetico, confort e funzionalità. Per la fortezza del Manfroni si preannuncia una nuova trasformazione e l’occasione propizia sarà data dal matrimonio di Isabella col bolognese conte Fabio Pepoli, esponente di uno dei casati più importanti d’Italia.
Il Castello dei Pepoli
A partire dal 1560, sotto l’amministrazione Pepoli, la fortezza di Fratta viene ulteriormente ingentilita con l’aggiunta di altre due torriccelle sul lato opposto. Si realizza in tal modo una struttura a corpo centrale con quattro torri angolari, che assomiglia in modo straordinario alla delizia estense del Verginese (Portomaggiore di Fe), palazzina turrita che venne edificata negli anni 30 del ‘500 dal duca Alfonso I quale residenza di campagna dell’ultima amante, Laura Dianti.
Nel corso del XVI secolo Fratta è ormai stabilmente parte del dominio della Serenissima: sulle due rive dello Scortico si vengono così a fronteggiare gli edifici di due scuole architettoniche profondamente diverse: quella veneta rappresentata dalla Badoera, connotata dal neoclassicismo elegante ed innovativo del Palladio e quella ferrarese, ancora legata agli schemi del castello medioevale, reinterpretato in chiave rinascimentale come castello domestico, secondo gli indirizzi del Rossetti e del Da Carpi.
Con questa trasformazione, avviene anche l’abbattimento della vecchia torre che permette di ottenere un ampio cortile davanti al castello, oltre ad una piacevole veduta prospettica dall’argine dello Scortico. Il turrito edificio era completato da case per la servitù, scuderie, un ricco orto e un grande brolo, il tutto contenuto da una robusta cinta muraria (disegno 3). Al suo interno vi era una ragguardevole dotazione di mobili, che rendeva confortevoli i frequenti soggiorni del signore e delle allegre brigate di passaggio.
Con delibera del Consiglio dei Pregadi (Senato Veneto) del 1583, viene istituito il mercato della Fratta, e merci e mercanti si danno appuntamento il giovedì di ogni settimana lungo lo Scortico, nello slargo ottenuto dall’abbattimento della vecchia torre.
Lo spazio risulta però angusto e allora Casa Pepoli fin dall’inizio del ‘600 apre ai commerci il cortile del castello, fornendo ai mercanti anche i banchi per l’esposizione delle merci, riscuotendone un dazio, detto di stazio e posteggio.
Nasce in tal modo un’integrazione fra castello e comunità di Fratta che i Pepoli sfruttano a loro vantaggio, costruendo all’interno del cortile una serie di 28 botteghe per mercanti e artigiani, dalle quali ricavare locazioni più sostanziose del saltuario dazio di stazio e posteggio.
Il cortile del castello diventa così nel corso del ‘700 il cuore pulsante dell’economia frattense, oltre ad essere il primo esempio in Polesine di una struttura mercantile organizzata in modo razionale (disegno 4). E quando sul finire del ‘700, con l’arrivo delle armate francesi, verrà istituita la municipalità cittadina, il castello sarà messo a disposizione per essere fino al 1815 prima sede della comune di Fratta.
Nei primi decenni dell’800 Casa Pepoli è attraversata da una profonda crisi finanziaria, che comporta dapprima la vendita delle possessioni agricole detenute in Fratta e Costa, quindi, nel 1815 anche la vendita del castello, delle botteghe e del brolo, ceduti in parte alla famiglia Santi e in parte a certo Lorenzo Bolzoni, ultimo fattore di Casa Pepoli in Fratta.
Sarà proprio costui, un decennio dopo, ad abbattere lo storico castello per ricavarne un utile dalla vendita dell’abbondante materiale laterizio. Delle antiche strutture non rimase più nulla, se non l’ala di edifici ancora adibiti a botteghe e banca, che fanno lato alla piazza già detta del Castello Pepoli, oggi, piazza G. Matteotti.
Fu una perdita dolorosa e sconsiderata, ma la memoria della turrita mole dei Pepoli vive ancora nel gonfalone di Fratta, che l’ha voluta adottare come simbolo identitario per la propria comunità³.
I matrimoni che coinvolgono importanti casati – si sa – non sono mai esenti da motivazioni di natura economica e/o politica. Ciò è tanto più vero quanto più si sale nella graduatoria sociale, e specialmente in passato, ai livelli più elevati, tali tipi di unioni obbedivano in particolare alla ragion di stato.
Nel numero precedente del Ventaglio (Adria e gli Estensi, pag. 62 e successive) abbiamo evidenziato le motivazioni che stavano alla base dell’accordo matrimoniale stipulato tra il papa Alessandro VI Borgia e Ercole I d’Este per i rispettivi figli: Lucrezia ed Alfonso. Accordo che fu perfezionato grazie all’attivo interessamento di due Vescovi della cattedra adriese legati alla corte estense, ovvero Niccolò Maria d’Este e Bertrando Costabili.
Le trattative furono lunghe e delicate (anche per un sopravvenuto ripensamento da parte di Ercole I, i cui motivi sono stati esposti nel citato n. 46 di questa rivista) ma, alla fine, si conclusero con piena soddisfazione di entrambe le parti.
Come si è già sottolineato, uno dei punti fermi dell’accordo (di grande interesse in particolare per il duca estense) ruotava attorno all’incondizionato appoggio del Pontefice nella contesa sul Polesine, in corso tra Ferrara e Venezia. Le altre questioni riguardavano le proprietà e la dote della sposa.
La delegazione estense a Roma
Finalmente, l’8 Dicembre 1501, cadute le ultime resistenze, il duca Ercole diede il via libera alla delegazione incaricata di recarsi a Roma per incontrare Lucrezia e poi scortarla nel viaggio verso Ferrara per la celebrazione delle nozze con Alfonso. Il gruppo dei delegati fu scelto direttamente da Ercole I, il quale decise inoltre che Alfonso sarebbe rimasto a Ferrara, in attesa della futura consorte.
La delegazione era guidata dal Cardinale Ippolito, terzogenito del duca e fratello dello sposo, affiancato dai due fratelli minori don Ferrante e don Sigismondo, dal cugino Ercole e dai due Presuli di Casa d’Este: Meliaduse, Vescovo di Comacchio e Niccolò Maria, Vescovo di Adria. Chiudeva la piccola schiera degli ecclesiastici il nuovo ambasciatore ferrarese a Roma mons. Bertrando Costabili, che a sua volta sarebbe salito nel 1508 alla Cattedra Adriese, riconoscimento offertogli per il prezioso lavoro diplomatico svolto presso il Vaticano.
Per completare il quadro che ci interessa particolarmente da vicino (ovvero l’influenza degli Estensi nel governo della Diocesi di Adria), non possiamo ignorare la presenza tra i delegati dei conti Gerardo e Guido Rangoni. Anche la nobile Famiglia Rangoni infatti fu gratificata dalla Casa d’Este con la nomina di un suo autorevole esponente al Vescovado del Polesine. Si tratta di mons. Ercole Rangoni, che dopo aver retto la Diocesi di Adria (1519-1524), ricevette le insegne cardinalizie da Papa Clemente VII de’ Medici¹.
Tra i componenti della delegazione nuziale entrarono i migliori esponenti della nobiltà ferrarese chiamati a fare da scorta d’onore accanto ai giovani addetti ai servizi logistici. Complessivamente, la comitiva scelta dal Duca raggiunse il ragguardevole numero di cinquecento persone.
L’avanguardia del gruppo, con gli “spenditori” ed i “siniscalchi” incaricati di provvedere all’alloggio ed al cibo per tutti, partì da Ferrara l’8 dicembre 1501. A quei tempi era in uso presso le Signorie regnanti offrire piena ospitalità ai rappresentanti di altre Signorie, in transito nel territorio di competenza. Questo naturalmente quando i rapporti diplomatici erano quanto meno discreti.
Il giorno seguente, 9 Dicembre, il duca Ercole in persona e il figlio Alfonso guidarono il resto della comitiva inviata a prelevare la futura duchessa, fino al limite della cinta muraria di Ferrara. Da lì la delegazione imboccò la strada per Bologna dove il 10 Dicembre fu accolta con grandi onori dalla nobile famiglia Bentivoglio, signora della città.
Giunti a Firenze il 15, gli uomini del duca arrivarono a Siena la sera del 17. Finalmente, dopo gravi disagi dovuti a giorni e giorni di pioggia, alle otto del mattino del 23 Dicembre, antivigilia del Natale, i cavalieri estensi raggiunsero Roma.
La lunga carovana sostò a Ponte Milvio per circa due ore, in attesa di essere ricevuta dai cerimonieri pontifici. La sosta provvidenziale fornì ai delegati l’opportunità di riassettarsi prima di disporsi in parata come imponeva il rigido cerimoniale di corte.
L’attività della delegazione durante il soggiorno romano fu assai impegnativa. Innanzitutto doveva dissipare ogni possibile dubbio sullo stile di vita degli Estensi, sulla loro effettiva potenza economica e militare, sui loro rapporti con gli altri Stati. I “chiarimenti” ufficialmente richiesti per ragioni di Stato celavano tuttavia anche le legittime preoccupazioni di un padre, Alessandro VI, deciso ad assicurare a Lucrezia un lungo periodo di tranquillità e di pace dopo le brutte esperienze dei due matrimoni precedenti.
Durante il soggiorno romano i dubbi e le perplessità del Pontefice e della sua corte vennero affrontati in sede diplomatica nel corso di una specie di “question time” permanente tra l’ambasciatore mons. Bertrando Costabili ed i collaboratori del Papa.
Lucrezia Borgia alla corte di Ferrara
Dissipati tutti i dubbi e composte le residue vertenze ancora in atto tra il Vaticano e la Signoria ferrarese, col beneplacito del pontefice Lucrezia iniziò il lungo viaggio verso Ferrara, scortata dagli Estensi ed anche da un seguito proprio di dame e cavalieri messi a sua disposizione per rendere meno traumatico il suo distacco dai fasti romani.
Il poderoso corteo giunse nei pressi di Ferrara (nella località di Bentivoglio) la mattina del primo Febbraio 1502. Lucrezia fu fatta salire in una barca messa a sua disposizione dalla futura cognata, la duchessa Isabella di Mantova. Lì fu raggiunta da Alfonso.
Questa strana conclusione del viaggio attraverso i canali, fu decisa dal duca Ercole, al quale premeva far sapere a tutti che Ferrara, oltre ad essere città d’arte e di cultura era anche una città d’acque.
Nonostante i molti dubbi e timori nutriti in segreto da Lucrezia, la sua accoglienza in città fu trionfale, ed ancor più trionfali furono le nozze celebrate alla presenza di nobili, ambasciatori e regnanti giunti da ogni parte per suggellare rapporti di alleanza e convenienza con la Signorìa degli Este ma, soprattutto, per rendersi graditi al Pontefice. Anche il territorio adriese contribuì al banchetto nuziale, non in modo del tutto spontaneo, ma con la requisizione di tutto il pescato dei fiumi e delle valli che fu conferito alla corte estense².
Il patto matrimoniale si profilò dunque positivo per gli Estensi che però, nonostante il sostegno papale, non riuscirono nell’intento di tornare ad esercitare la loro supremazia sul Polesine, tenuto sempre più saldamente nelle mani dei Veneziani³.
Va inoltre detto che – ironia della sorte – nei primi anni del suo soggiorno ferrarese, Lucrezia coltivò qualcosa di più che una semplice amicizia, proprio con un nobile veneziano. E’ una pagina chiaccherata di vita privata, concernente il rapporto instauratosi tra Lucrezia e il letterato veneziano Pietro Bembo (1470-1547). Si tratta di un amore, scandito prevalentemente per via epistolare, che gli storici moderni sono per lo più propensi a definire platonico. Protagonisti: il giovane e promettente scrittore – considerato, dopo la morte del Poliziano, principe degli umanisti italiani – e l’affascinante duchessa, definita da alcuni storici “la più discussa, ingombrante ed enigmatica donna del Rinascimento”⁴.
La nobildonna spagnola, educata alla corte pontificia, aveva certamente trovato nel fine intellettuale veneziano, autore de “Gli Asolani” (tre libri di ragionamenti e versi d’amore dedicati proprio a Lucrezia Borgia), quel sostegno culturale che il rude guerriero estense esperto di fortificazioni, bombarde e cannoni, non era in grado di darle. Probabilmente, noto alla Corte ferrarese, il rapporto fu tollerato dal pragmatico Alfonso, conscio dei propri limiti e rispettoso delle esigenze intellettuali della moglie.
Diradati gli incontri con la duchessa e rientrato a Venezia, il Bembo sostò qualche tempo alla Corte di Urbino prima di passare a Roma dove divenne influentissimo segretario di Leone X, che lo fece Cardinale quando ormai Lucrezia era scomparsa.
La figura del Bembo ci riporta anche ad Adria, per ricordare come il passaggio definitivo di Adria dal dominio estense a quello veneziano sia avvenuto proprio in virtù di un’azione militare guidata nel dicembre del 1511 da Pietro Bembo, che al tempo ricopriva la carica di Procuratore Veneto presso la vicina Cavarzere⁵. In questa occasione l’ultimo rappresentante del Duca di Ferrara, il Visconte Superbo degli Assassini, dovette lasciare precipitosamente la città che da allora seguì le sorti della Serenissima.
La morte prematura di Lucrezia
Lucrezia, che prima del matrimonio con Alfonso d’Este aveva già dato un figlio (Rodrigo) al duca di Bisceglie⁶, abbandonate in gran parte le forti passioni dei suoi anni giovanili, divenne madre premurosa presso la famiglia ducale di Ferrara, specie dopo che nell’aprile del 1508, all’età di 28 anni, diede alla luce il futuro Ercole II, seguito l’anno successivo da un altro maschio, Ippolito II, destinato ad assumere la porpora cardinalizia.
Lucrezia, divenuta nel frattempo molto religiosa (indossò il cilicio e si fece terziaria francescana) continuò a dare alla luce altri figli⁷, e fu proprio l’ennesima gravidanza a portarla alla morte. Morì il 24 Giugno 1519, pochi giorni dopo il parto di una bambina, a soli trentanove anni.
Era alla sua ottava gravidanza ed aveva adempiuto al suo dovere di sposa nel garantire agli Estensi la continuazione della loro prestigiosa dinastìa.
La terra tra l’Adige e il Po, dal mare fino ai confini con le province di Verona e Mantova, è impreziosita da tanti gioielli e tesori.
Ma, accanto a edifici storici e opere artistiche di pregio, il Polesine è disseminato anche di monumenti, statue e cippi che a volte possono risultare difficili da decifrare. Vi sono raffigurate rose (una spezzata), mani protese, gocce di sangue, ma dietro a questa iconografia non c’è nulla di macabro! Anzi, stanno a testimoniare l’impegno solidale delle comunità locali, e intendono trasmettere ai giovani e ai posteri un messaggio di vita e di speranza: il gesto generoso di tanti donatori di sangue e di organi, riuniti nelle rispettive associazioni Avis (Associazione volontari italiani del sangue) e Aido (Associazione italiana donatori di organi, tessuti e cellule).
L’itinerario
Per vedere tutte queste tracce è possibile seguire un itinerario che propongo in due parti. La seconda sarà presentata in uno dei prossimi numeri del Ventaglio.
Il primo tracciato, qui proposto, lungo 110 chilometri, ha come punto di partenza la città di Rovigo e si spinge verso l’Alto Polesine (ma il viaggio può essere intrapreso da qualsiasi altra località interessata dall’itinerario). Probabilmente, il modo più adatto per compierlo in tutta la sua lunghezza, volendo comunque apprezzare le bellezze del territorio attraversato, è quello di salire in sella a una Vespa. Per gli amanti delle due ruote a pedali, invece, è possibile scegliere un percorso più limitato, in funzione del proprio allenamento o spezzarlo in più tappe.
Partendo dunque da Rovigo, la prima tappa ci porta alle porte del capoluogo, nella frazione di Concadirame. Il viaggio prosegue risalendo il corso dell’Adige fino a Lendinara.
Dopo la doverosa sosta a Badia Polesine, si abbandonano le rive dell’Adige per raggiungere l’altro grande fiume che delimita la provincia: il Po. Dopo aver oltrepassato il corso intermedio del Canal Bianco, si approda a Bagnolo di Po e da qui ci si dirige verso Castelmassa, il punto più occidentale di questo itinerario.
Seguendo la corrente del “Grande Fiume” si arriva rapidamente a Santa Maria Maddalena, per poi risalire verso l’interno raggiungendo prima Canaro e poi Frassinelle Polesine. Da qui si può far ritorno a Rovigo oppure, come si vedrà in un’altra occasione, proseguire verso est, verso il Delta del Po.
I monumenti e i simboli
Ogni monumento ha la sua storia: alla loro realizzazione hanno contribuito architetti, artisti, e non ultimi tanti volontari delle associazioni Avis e Aido, nella fase dell’ideazione dell’opera, della ricerca del materiale, della lavorazione e della realizzazione.
A volte il soggetto rappresentato è carico di tensione, come nel caso del monumento realizzato dall’Avis comunale di Lendinara: inserita nello spazio verde di via Umberto Saba, dietro la chiesa di Sant’Anna, la statua rappresenta una persona nello strenuo sforzo di tenere in vita un’altra persona. Tensione e amore. L’abbraccio dolce e materno del monumento, che Avis e Aido di Santa Maria Maddalena hanno realizzato insieme all’Associazione nazionale degli Alpini, e che è stato collocato nel cortile della sede locale delle tre associazioni, in via Trieste, invita proprio ad “Amare per Donare”.
L’idea del dono ritorna nella scultura bronzea di Canaro, realizzata dall’Avis e dall’Aido locali e posizionata al centro del paese, in piazza Dante Alighieri: il soggetto è stato ripreso da un manifesto dell’Aido e lo sfiorarsi delle mani ricorda il gesto simile fra Dio e Adamo, raffigurato sulla volta della Cappella Sistina.
A volte la stele di pietra riporta in modo più esplicito e diretto una dedica ai donatori di sangue, come nel caso del monumento che si trova a Castelmassa in piazza Repubblica.
Spesso ricorrono, però, anche immagini simboliche: due mani protese verso l’alto ad accogliere il generoso dono del sangue, oppure due rose, di cui una spezzata, a significare che da ogni vita spezzata può rinascere una vita nuova attraverso la donazione e il trapianto di organi. La prima immagine è chiaramente riprodotta nel monumento di Frassinelle Polesine, situato in piazza del Popolo. In questo caso, d’altra parte, come in molte realtà del territorio polesano le due associazioni sono legate da una stretta collaborazione, fondata non solo sulla condivisione degli stessi valori ma anche sulla considerazione che ogni trapianto di organo richiede anche trasfusione di sangue.
Un concetto questo testimoniato anche dal mosaico dedicato “Ai donatori Avis-Aido”, che si trova a Badia Polesine in via Francesco Petrarca, all’incrocio con via Dante Alighieri e via Niccolò Machiavelli. Così pure dicasi per il monumento di Concadirame, sito nello spazio verde di via dei Donatori.
In modo analogo, la bella lastra di bronzo applicata sul monumento di Bagnolo di Po, situato in piazzetta della Madonna, ha unito in un’unica immagine i due motivi iconografici, quello delle mani protese e quello delle due rose.
La storia
Questi monumenti di solito sono stati realizzati in occasione di alcune iniziative o ricorrenze particolari.
A Bagnolo di Po è stato inaugurato lo stesso anno della costituzione ufficiale dell’Avis locale (1997). L’Avis comunale di Santa Maria Maddalena nel 1986 ha festeggiato con il suo monumento i primi cinque anni dalla sua nascita.
Più spesso la realizzazione di questo oggetto simbolico è coincisa con il ventennale dell’associazione: così è avvenuto, ad esempio, a Castelmassa nel 1991, a Canaro nel 1997 e a Frassinelle nel 1998. Risalgono ad anni più recenti i monumenti di Concadirame e di Lendinara che hanno celebrato un traguardo più avanzato per la vita dell’associazione: venticinque anni per la frazione di Rovigo e ben quaranta per il centro altopolesano.
Il radicamento delle due Associazioni Avis e Aido nel territorio polesano è testimoniato anche un episodio singolare: il monumento di Badia Polesine è stato realizzato nel 1988 e solo l’anno successivo l’Avis locale ha ricevuto in dono dal cav. uff. Osvaldo Villa un busto in bronzo, raffigurante il dott. Vittorio Formentano (1895-1977), fondatore dell’Avis nazionale: sul piedistallo è riprodotta la frase “Dio ha donato a noi il sangue gratuitamente e noi lo doniamo gratuitamente”.