Una grande emozione è stata vissuta dal numeroso pubblico e soprattutto dai cittadini di Giacciano che sabato 12 novembre 2011 hanno riempito la chiesa per ascoltare la voce dell’organo restaurato, dopo 42 anni di silenzio: la voce del loro “famoso Callido”.
Tra le autorità presenti, il responsabile dei beni culturali e architettonici diocesani mons. Giorgio Seno, l’ex parroco don Stefano Marcomini, il sindaco Natale Pigaiani e il vicario generale mons. Claudio Gatti, già parroco di Giacciano. Prima della benedizione egli ha ricordato “il momento in cui vide le canne dell’organo smontate e accatastate e l’emozione di vedere poi lo strumento restaurato dalle sapienti mani di Daniele Michelotto”, anch’egli presente.
Carlo Barbierato, invece, che ha curato il recupero del prezioso organo ottocentesco, ha dichiarato di aver “dopo 20 anni, coronato il sogno di vedere questo strumento funzionante”. Il maestro ha poi egregiamente dato voce all’organo valorizzandone le caratteristiche tecniche con l’esecuzione di brani musicali tra ‘700 e ‘800, sottolineata da prolungati applausi.
Il restauro è costato circa 93.000 euro, di cui un terzo è stato finanziato con i contributi della Regione Veneto, una parte con il sostegno della Conferenza Episcopale Italiana ed il resto sarà pagato con le offerte dei fedeli.
L’intervento congiunto dei due enti citati è motivato dal fatto che l’organo costituisce con tutta probabilità l’ultima opera di Antonio Callido, figlio del grande Gaetano, e risale al 1829, quando il marchese Carlo Guido Bentivoglio d’Aragona, signore di Giacciano, erede dei fondatori della chiesa, lo commissionò pagandolo 4mila lire venete.
L’organo, molto atteso, arrivò in paese accompagnato dall’artista (cronaca del parroco Don Lacchini). Fu inaugurato in prossimità della festa della Madonna della Mercede, grazie anche alle offerte dei fedeli, ma – dopo oltre un secolo – nel 1969 fu maldestramente smontato, quando il parroco Giovanni Menabò iniziò la ristrutturazione della chiesa. Lavori che fra l’altro videro l’apertura sulla facciata del rosone, che prima era cieco (e sul quale purtroppo non era più leggibile lo stemma bentivogliesco).
Lo strumento è stato restaurato nel corso del 2011 dalla ditta Francesco Michelotto di Albignasego (Pd). La cassa, invece, è stata ricostruita e decorata da una restauratrice di Arquà Polesine partendo dall’unico elemento esistente: la cornice del finestrone del prospetto. Il restauro è stato volto alla conservazione e al recupero dello strumento, che subì varie traversie fino allo smontaggio ad opera d’inesperti, a cui seguì l’inadatto accatastamento in un luogo umido con un conseguente deperimento generale.
Per portare lo storico strumento allo splendore originario è stato necessario procedere anche ad un minuzioso lavoro di ricostruzione a campione per il registro dei tromboncini, perchè l’originale era stato trafugato negli anni ’70.
Il M° Barbierato ci fa sapere che lo strumento – come si ricava in parte anche dall’allegata scheda tecnica – è caratterizzato da raffinate peculiarità costruttive, come la tastiera ornata da rosette cesellate in ottone e i tasti cromatici decorati in osso ed ebano. D’interesse è anche la particolarità fonica dell’Ottavino Bassi a doppia bocca e la meccanica azionante i ventilabri mediante pironi in ottone.
Durante la bella serata inaugurale è stata anche presentata e distribuita una piccola pubblicazione, curata dal Comitato per il restauro, con la prefazione del parroco Don Stefano Maniezzo, contenente la descrizione e la storia di questo non grande ma interessantissimo strumento. Alla fine un brindisi per tutti presso il Circolo Acli.
L’augurio è che l’organo non sia usato solo in rare occasioni, ma che possa tornare spesso a dar lode a Dio.
Il Palazzo delle Poste e Telegrafi di Rovigo è sicuramente da annoverare tra le costruzioni storiche connotanti l’architettura del capoluogo.
Premessa
Le vicende relative alla costruzione dell’importante edificio sono legate a molteplici aspetti di diversa natura ad iniziare dall’epoca in cui fu progettato ed eretto:
– nel 1922 si insedia la prima Amministrazione di Regime, tale cambiamento determina una trasformazione in senso autoritario a tutti i livelli nell’ambito delle amministrazioni locali;
– le opere pubbliche sono considerate come presenza materiale e rappresentativa dello stato e del partito, esse assumono valore di canale di comunicazione e di mediazione tra stato e società;
– il nuovo assetto politico accelera i tempi che separano decisione da esecuzione favorendo l’intensa attività edilizia degli anni ‘20-’30;
– l’esistenza di accordi a scala nazionale tra amministrazione delle poste, delle ferrovie e degli enti locali che favoriscono la definizione delle competenze relative alla progettazione e alla costruzione degli edifici di rilevanza pubblica;
– l’istituzione, a Roma, dell’ “Ufficio V” nel 1924, diretto dall’ ing. Ferruccio Businari, che centralizza la struttura tecnica dove si elaborano i progetti e si attende alla costruzione degli edifici.
Il compito audace e lo spirito nuovo emergono chiaramente dalle parole del Businari: “…occorreva trovare tra i funzionari dell’Amministrazione artisti che potessero rispondere al nuovo e più delicato compito; e trovare anche un’organizzazione di lavoro che permettesse all’artista di conservare l’indipendenza necessaria perché egli potesse assumere la personalità e responsabilità della sua opera, pur temperando tale libertà con la dipendenza gerarchica inevitabile in una pubblica Amministrazione”¹.
Gli architetti-ingegneri Angiolo Mazzoni (1894-1979) e Roberto Narducci (1887-1979) già delegati a compiti di progettazione dalla Società Ferroviaria, sono indicati come responsabili tecnici dell’Ufficio V.
Mentre nota è l’importanza dell’opera di Mazzoni, soprattutto come esperto di edifici ferroviari e di palazzi postali, il lavoro di Narducci risulta trascurato dalla storiografia, sebbene autore di 40 edifici ferroviari e 11 palazzi postali, realizzati tra il 1925 e il 1953².
Tra i diversi aspetti, non da ultimo, appare importante sottolineare il particolare clima culturale nel quale Narducci si forma e lavora: i temi relativi all’architettura, inserendosi da protagonisti nel dibattito socio-culturale degli anni ‘20, assumono il valore di mezzi espressivi dello stato e dal piano più specificatamente culturale, si riversano entusiasticamente nel sociale.
Dal punto di vista dello stile degli edifici, esistono diverse scuole di pensiero più o meno condivise dal Regime: si spazia da un tardo eclettismo-storicistico coniugato secondo una scelta di vari ingredienti, che costituiscono una specie di dizionario di motivi architettonici e di elementi decorativi, ai nuovi impulsi razionalisti di declinazione modernista nord europea (che influenzeranno anche Narducci dopo il 1930) al “classicismo” di matrice piacentiniana, che caratterizza la fase matura del periodo; i valori classici dell’architettura devono esaltare il regime e l’idea imperiale³.
L’ipotesi classica tende ad allontanarsi rispetto alla pura citazione, essa assume un ruolo nodale in una strategia d’avanguardia di ritorno al classico come salvifico atto rigenerativo. Si presuppone la necessità di una selezione dei motivi dentro la trama continua della storia, alla ricerca di un modello architettonico che non richieda imitazione ma comprensione compositiva. In questo modo, tra il presente ed il passato, non c’è contraddizione bensì verifica delle leggi costanti dell’atto costruttivo⁴.
La storia della costruzione
L’indubbia necessità di una sede adeguata ai moderni servizi postali, a scala provinciale e nazionale, induce il Comune di Rovigo a promuovere nel 1920 la formazione di due commissioni speciali, addette all’individuazione del possibile luogo per la costruzione del palazzo: la prima commissione nell’Ottobre del 1920 individua l’area nel centro storico lungo il Naviglio Adigetto (ex Riviera Orfani – angolo ex Vicolo Orfani).
La seconda Commissione, composta da rappresentanti di istituti di Credito e della Camera di Commercio si occupa di stanziare i fondi per l’acquisto del terreno; infatti, sulla base di accordi tra enti locali ed Amministrazione Centrale, il nuovo palazzo doveva essere costruito a spese dello Stato su di un’area ceduta gratuitamente dal Comune⁷. (Solo nel 1934 le procedure di acquisto si concludono, le aree acquisite dal Comune ed occupate dal nuovo palazzo diventano definitivamente parte del Demanio dello Stato “Ramo PP.TT.)⁸.
L’impulso per la realizzazione dell’opera è tale che il ras locale Onorevole Vincenzo Casalini, sottosegretario di stato nel 1928, leader del P.N.F., esercita pressioni sul Ministro delle Comunicazioni, Costanzo Ciano, affinché anche Rovigo avesse al più presto la propria sede postale.
L’impresa di costruzioni rodigina Brancaleon & Chiarato si aggiudica la gara per la demolizione dei manufatti esistenti, sull’area acquistata dal Comune nel 1927, tra 5 ditte come miglior offerente: il contratto è stipulato tra il Comune e l’impresa il 4 marzo del 1927, entro il 20 marzo i lavori di demolizione sono terminati.
Nel luglio 1927 l’inizio dei lavori non è ancora operativo: la consegna del cantiere doveva essere effettuata alla presenza del Capo della Sezione Ufficio Lavori di Ferrara, Ing. Gustavo Galiani. La consegna definitiva avverrà il 30 agosto 1927. Nel frattempo, e fino al 1930, tutti i servizi postelegrafonici di Rovigo continuano ad essere ospitati nei locali della Camera di Commercio in Piazza Garibaldi. L’appalto dei lavori, a cura della Sezione Lavori delle Ferrovie di Ferrara, è affidato, sempre nel 1927, all’ impresa di costruzioni F.lli Antonio e Albano Bergamo di Rovigo. La Direzione dei Lavori è degli ingegneri Gustavo Galiani e Maurizio Navaretti. L’inaugurazione ufficiale alla presenza del Sottosegretario delle Comunicazioni Cao e del sostituto procuratore del Re Vincenzo Casalini è del 28 ottobre 1929⁹.
Un edificio di pregio
Nel 1930 il Palazzo si affacciava sul Naviglio Adigetto con ingresso principale in Riviera Orfani (oggi Corso del Popolo). Dal punto di vista distributivo-funzionale il progetto aderisce agli schemi planimetrici¹⁰ improntati dall’Ufficio V.
Un edificio “moderno e complesso” adeguato alla “moderna e complessa” macchina delle poste e dei telegrafi, come risulta dalla descrizione fatta dalla Voce del Mattino:
“…tutta la parte del pianterreno (a sinistra di chi guarda la facciata) è destinata ai servizi postali, mentre la parte destra (Vicolo Orfani) è destinata ai servizi generali provinciali e ai servizi dei valori. Intermedio fra i due è il salone per il pubblico e la sala del capoufficio. Il salone per il pubblico, […] ha da una parte gli sportelli di Accettazione di Corrispondenza e Pacchi a cui sono adiacenti i locali per il servizio dei pacchi, per le Corrispondenze Raccomandate e Ordinarie e infine la sala dei portalettere e il deposito di biciclette dei fattorini. Un altro lato del salone per il pubblico ha gli sportelli per i Vaglia e i Risparmi adiacenti alla Cassa e alla Sacristia. Accanto al salone per il pubblico vi è il locale del Casellario Americano e a lato dell’ingresso una Sala di Scrittura completa i locali adibiti a comodo del pubblico. Una agevole scala conduce al primo piano dove sono sistemati da una parte i servizi Telegrafici e Telefonici a da un’altra i servizi di Direzione Provinciale. Il Palazzo per ragioni di sicurezza è completamente isolato dal muro di cinta e si è potuto così ottenere il necessario giro affinché i furgoni possano compiere il caricamento nell’interno stesso dell’area dell’edificio…”¹¹.
Il perimetro della fabbrica ha la forma di un grande triangolo con un vertice smussato all’incrocio con Vicolo Orfani (oggi Vicolo Caffaratti). La smussatura costituisce la parte principale. Tre volumi diversamente caratterizzati compongono l’edificio, uno principale centrale con soluzione d’angolo e due corpi laterali, disposti simmetricamente, di altezza inferiore¹². Il volume centrale alto tre piani adotta in pianta geometrie esagonali. Lungo l’asse diagonale sottolineato dalla soluzione angolare, si susseguono in sequenza gli ambienti di rappresentanza: dall’ingresso, saliti pochi gradini, si accede al grande àtrio che disimpegna la zona per il pubblico, lo scalone principale ed il casellario. Il salone esagonale, dai cui angoli si elevano pilastri conclusi da grandi archi decorati, assume proporzioni monumentali.
Lo stile è un esempio di tardo eclettismo di gusto rinascimentale declinato attraverso schemi di matrice boitiana, ma anche muziana in riferimento al rapporto tra le bianche specchiature con citazioni degli ordini classici, l’uso del bugnato ed il paramento in mattoni. Inoltre, è chiaramente leggibile l’ispirazione all’architettura rinascimentale di Palazzo Roncale del Sanmicheli (1555) e di Palazzo dell’Accademia dei Concordi di Sante Baseggio (1814).
Le partiture dei prospetti sono disegnate attraverso una chiara gerarchizzazione delle finestrature. La composizione tripartita orizzontalmente, a doppio ordine, restituisce effetti plastici e chiaroscurali di particolare efficacia. Nella sistemazione degli interni, la ricca decorazione e la modellazione dei vuoti risentono di una certa enfasi barocca, insieme ad una reintrapretazione ed una fusione di elementi manieristi e del tardo-liberty. Il salone è illuminato dall’alto attraverso tre velari di vetro policromi: la luce zenitale conferisce all’interno un carattere sacrale; nella forma dei vuoti e nella sequenza degli spazi è possibile percepire suggestioni piacentiniane¹³.
La soluzione angolare, l’uso della pietra di Nabresina nella parte a bugnato, gli elementi del doppio ordine, le fasce orizzontali dei marcapiani, delle balaustre e del coronamento accentuano il ruolo pubblico. L’uso del mattone a vista è un sicuro omaggio ai paramenti laterali della Fabbrica del Duomo, che fa da sfondo. Il binomio mattone-marmo disegna le superfici in relazione al rapporto tra edificio ed intorno.
L’angolo accoglie l’ingresso inquadrato da due colonne di ordine tuscànico in pietra aurisina concluse da un arco a tutto sesto, sulla cui chiave di volta è rappresentata la testa di Mercurio con il pètaso alato. Lungo l’asse, il medesimo motivo delle colonne con arco ricompare a sottolineare l’ingresso nella grande sala: lo spazio del vestìbolo assume toni ambigui, in equilibrio tra interno ed esterno.
La parte intermedia del primo piano è scandita da lesene laterali e da grandi finestre ad arco balconate; il motivo delle balaustre a colonnine sagomate insieme ai risalti verticali regolano l’intera composizione, misurano le parti. La serliana sopra l’ingresso decorata con stemmi dello Stato, inquadra il balcone d’onore.
Il secondo piano, meno importante, è scandito da finestre rettangolari, da cornici aggettanti e da decorazioni semplificate, nella parte smussata sopra l’ingresso, compare una serliana estremamente stilizzata. A coronamento del volume centrale, l’edificio termina con una cornice dentellata importante sormontata da balaustra a colonnine sagomate. Il retro dell’edificio “moderno” adotta soluzioni sobrie, le superfici dei muri sono prive di reminescenze stilistiche in contrasto con le ricche decorazioni dei fronti rappresentativi. Il basamento è stilato e le murature di mattoni a vista.
Nel 1966 il Palazzo ha subito una pesante ristrutturazione con sopraelevazione, uno dei corpi laterali è stato ampliato e rialzato per la ridistribuzione dei servizi. Le modifiche strutturali riguardarono: la sopraelevazione dell’ultimo piano con l’introduzione di un piano ammezzato per un totale di 5 livelli, compreso l’interrato; il rivestimento dell’originale mattone a vista con listelli di cotto esteso anche sulla muratura dei piani ammezzato e primo; la ricostruzione delle lesene lisce e a bugnato con elementi di pietra artificiale in cemento bianco; il riutilizzo del cancello in ferro originale in parte riadattato; la ricostruzione della cornice di coronamento ex novo in cemento bianco. Il motivo della loggia centrale, per fortuna, non ha subito rimaneggiamenti.
Nel 2008 Poste Italiane S.p.a.¹⁴ ha eseguito un restyling del piano terra.
Gli interni
Il Palazzo è ricco di opere d’arte di vario genere e qualità. Opere di artisti¹⁵ locali insieme ad opere di artisti rinomati cui venne conferito l’incarico attraverso concorso o direttamente dal progettista che – avendone la direzione artistica – poteva decidere liberamente sulla decorazione: lo scultore Prof. Giuseppe Milani di Monselice per le sculture esterne; la ditta Pio Ansaloni & Figli di Modena per gli stucchi interni; la Società Anonima Ceramica Ligure per le pavimentazioni a mosaico in grès e porcellana; i fabbri rodigini Celio Ricchieri e Businaro per il ferro battuto; la Ditta Feltrinelli e Donzelli di Milano per i serramenti interni e le lanterne in bronzo; spicca su tutti il rinomato marchio internazionale della Manifattura Fornaci di San Lorenzo nel Mugello per le vetrate ed i velari artistici.
Tra gli interni più espressivi del palazzo, sicuramente si distingue l’àtrio coperto o vestìbolo del piano terra: a pianta esagonale, è caratterizzato da due portali voltati a tutto sesto su colonne in marmo aurisino di ordine tuscànico ed è articolato da pareti scandite alternativamente da lesene, da paraste, da finestrature, da porte, da nicchie per sculture e da rivestimenti in marmo; nella parte superiore, un fregio con mètope in stucco, raffiguranti alternativamente il volto di Mercurio e i fasci littori (i fasci littori sono stati eliminati nel 1943). Il pavimento in mosaico a piccole tèssere quadrate presenta al centro una decorazione dal tema floreale, ripresa probabilmente dall’Ara Pacis Augustae, mentre lungo il perimetro appare una greca stilizzata nei colori del bianco, nero, giallo ocra e rosso scuro.
Il vestìbolo è direttamente collegato ai livelli superiori dallo straordinario scalone in marmo lucidato di Chiampo, che occupa la sala contigua a tripla altezza, un glissando infinito di gradini in marmo autoportanti a sbalzo, dove ogni singolo elemento è costituito da un unico blocco lapideo.
Dal vestìbolo si accede direttamente nel salone esagonale per il pubblico: anche qui l’architettura d’interni è ritmata da lesene, da paraste e dai pilastri centrali conclusi da volte ad arco, che dividono lo spazio in due aree distinte: una prima – centrale – separata dagli sportelli in marmo scolpito, dalla seconda detta retro-sportelleria destinata agli operatori. L’intero spazio è coperto ed illuminato zenitalmente da velari in vetro policromi; un velario di forma esagonale insiste sopra lo spazio centrale mentre due rettangolari insistono sulle postazioni degli operatori.
I velari sono composti da tèssere o riquadri con raffigurazioni policrome ispirate alle decorazioni antiche a grottesche, i temi tradizionali comprendono puttini e vasi ornamentali circondati da fitti racemi vegetali.
Il velario principale a forma esagonale è attualmente mancante del tondo centrale – che in questa sede abbiamo recuperato in una fotografia d’epoca – eliminato nel ‘43 poiché raffigurava lo stemma dello Stato¹⁶ insieme con lo scudo dei Savoia sostenuto dai fasci littori.
Tutte le vetrate artistiche all’interno del Palazzo sono state commissionate alla Manifattura Chini di Borgo San Lorenzo¹⁷, firmate <<Fornaci S. Lorenzo Mugello Italia Chini e C.>> e accompagnate dal marchio della manifattura, la graticola inscritta nel cerchio¹⁸, simbolo di San Lorenzo martire, patrono del paese di origine della famiglia Chini.
La Manifattura mugelliana, oggetto di innumerevoli studi e pubblicazioni scientifiche in tutto il mondo, non ha evidentemente necessità di presentazioni, tuttavia, è necessario sottolineare che – sebbene vi sia il marchio della nuova manifattura fondata nel 1906 da Galileo Chini (1873-1956) insieme al cugino Chino (1870-1957) – tali vetrate sono da noi attribuite senza dubbio a Tito Chini¹⁹ (1898-1947), figlio di Chino, che dal 1925 ne assume la Direzione Artistica. Ad avvalorarne l’attribuzione, oltre che l’analisi comparativa con altre vetrate artistiche, è nostra recente scoperta – inedita e pubblicata in anteprima – il disegno preparatorio a china ed acquarello su carta per le tèssere dei velari relativi al salone del piano terra di Tito Chini, conservato dal figlio, Pier Lodovico Chini. Da questo disegno è stato ricavato lo spolvero, successivamente dipinto su vetro ed infine cotto in forno e riprodotto innumerovoli volte.
Nel corridoio al primo piano, sono state conservate le due finestre originali: le specchiature sono quelle d’epoca, le raffigurazioni policrome sono ispirate alle decorazioni antiche a grottesche.
Nel secondo piano, da segnalare il salone a pianta esagonale, in origine utilizzato per riunioni e per le conferenze del dopolavoro, dove si possono ammirare il pavimento a mosaico ed alcuni arredi in legno originali.
Ciabatta fragrante, ciabatta unica e originale, ma soprattutto ciabatta naturale. E’ il buon pane di Adria, ormai conosciuto in tutto il mondo, che ha visto la sua primogenitura nel Settembre del 1982 nella città polesana. Un vanto per tutta la comunità, che, in occasione del recente tradizionale “Settembre Adriese”, ha voluto dedicare una serie di iniziative promozionali in coincidenza del trentesimo anniversario. Ma soprattutto sì è voluto rendere omaggio al dottor Arnaldo Cavallari, creatore dell’ormai mitico pane.
Cavallari, personaggio poliedrico che non avrebbe bisogno di presentazione, è uno dei polesani più noti dell’era contemporanea. Conosciutissimo in svariati campi: dall’imprenditoria, quale già titolare dei Mulini Adriesi, all’editoria, in campo sportivo ed enogastronomico; dallo sport, quale famoso pilota automobilistico, vincitore di competizioni internazionali, sino alla creazione dell’Accademia del Pane che oggi lo vede gratuitamente protagonista ogni mercoledì pomeriggio con chi desidera cimentarsi nella panificazione all’interno del suo forno sperimentale di via Cà Cima.
Nel trentennale della nascita della “ciabatta”, facciamo rivivere il ricordo dell’indimenticabile giornata con le parole dello stesso Cavallari.
“Ogni persona – racconta Cavallari – ha un desiderio con delle ambizioni nella vita. Così come furono per me le gare automobilistiche con le varie vittorie, dove il battito delle mani rappresentava una gratificazione, regalandomi enorme entusiasmo, analogamente ebbi l’idea di cimentarmi nella lavorazione del pane. Era il 1979 quando iniziai a fare il mugnaio-panettiere, recandomi spesso in Lombardia per imparare a produrre i vari tipi di pane. Facevo questo per imparare, per poi, una volta acquisita idonea esperienza, insegnare, regalando sempre come oggi, il pane prodotto. Durante una di queste prove, ebbi l’onore di conoscere – invitato da Antonio Marinoni, allora presidente nazionale dei panificatori – il professor Calvel, patron della mitica baguette francese. Fu lui ad indicarmi e suggerirmi che un buon pane, oltre alla naturalità delle farine impiegate, doveva essere lavorato aumentando l’acqua nell’impasto che di conseguenza avrebbe esaltato il gusto del prodotto finito.”
Da quell’incontro, e a seguito di numerose prove, – continua Cavallari – in presenza dell’amico Francesco Favaron, valente fornaio veronese, ne uscì un prodotto che a vista d’occhio sembrava una schiacciata, tanto che Favaron mi disse che sembrava “una savata” (una ciabatta ndr), da qui allora l’idea: si chiamerà “Ciabatta Polesana” era il 21 settembre 1982”.
Da quel momento, registrato il marchio, si avvia un cammino di diffusione della “ciabatta” che diverrà globale, cosicché in tutto il mondo il pane ideato da Cavallari verrà individuato come un prodotto italiano di eccellenza per qualità e genuinità.
La diffusione della ciabatta nel mondo ha visto Arnaldo Cavallari impegnato in prima persona per produrre con le sue mani il pane nato ad Adria in 132 panifici in Italia ed in 56 stati esteri. La diffusione è stata inoltre facilitata dall’intuizione vincente di utilizzare l’attività di pilota di rally come veicolo di marketing per il pane stesso.
E, quando si parla di primati, va ricordato altresì che il pane ciabatta è titolare dal 1988 del Guinnes dei primati del panino più lungo del mondo con 4.381,05 metri, ed anche vincitore della prima olimpiade del pane disputata nel 2007 a Lione in Francia.
Un vanto dunque per il Polesine e in particolare per Adria, per cui l’amministrazione comunale ha deliberato di riconoscere formalmente il legame storico della città con il pane ciabatta ed il suo ideatore Arnaldo Cavallari. Con l’impegno innanzitutto di attivarsi in tutte le sedi istituzionali per diffonderne la primogenitura, e di indire ogni 21 settembre (giorno in cui 30 fa nacque la prima ciabatta) una giornata di festeggiamenti. Ma anche di aggiornare la segnaletica d’ingresso alla città, che già da ora porta l’indicazione di “città che ha dato il nome al mare adriatico e città dove è nato il pane Ciabatta”. Inoltre di ricercare partner privati e pubblici per la costituzione di una fondazione per la tutela e la gestione del materiale sportivo del dottor Cavallari e della tradizione del pane ciabatta per la realizzazione di un futuro museo. Infine la costituzione di un disciplinare che assuma una validità di filiera produttiva, logistica e di promozione commerciale nel quale si “Certifica e garantisce la qualità del prodotto – e qui Cavallari è giustamente severissimo – che il frumento macinato dal mulino sia privo di additivi o migliorativi chimici e senza aggiunte di altri ingredienti, in modo che esista il “buon profumo del pane” che è il più valido indice di assoluta naturalezza del pane ciabatta di Adria.”
Durante i festeggiamenti adriesi, con mostre, degustazioni ed incontri, per dare un auspicato segno di impegno, finalizzato alla diffusione e conoscenza internazionale della città, verranno inoltre chiaramente indicati gli esercizi abilitati alla produzione e alla commercializzazione della ciabatta. E’ allo studio una targa in ceramica, oggetto di artigianato artistico realizzato dalla signora Bianca Cavallari, moglie di Arnaldo, che certifichi in questo modo che in quel luogo viene garantità la qualità del prodotto.
Insomma, un’Adria da gustare, dove la storia, la cultura e le antiche tradizioni rappresentino nell’insieme un patrimonio dell’intero territorio polesano di cui essere giustamente orgogliosi.
Di leggero argento le trame di luce s’infrangono nei rapidi gorgheggi degli uccelli di palude raccolti tra gli argini di Cà Cornera e senza corse ma lente si cullano nei tremolii delle acque e negli orizzonti si perdono come stormi in volo oltre il vento del mare.
Cà Cornera, 18 marzo 2012
E IO NON DIMENTICO
E io non mi dimentico di un solo momento trascorso come altri nel silenzio della luce lungo anse semiaperte di barene che lasciano rifluire a gocce di pace piccole macchie di pigolii e di richiami trascoloranti in suoni d’ocarina d’argilla dipinta e vecchia di millenni.
Cà Cornera, 18 marzo 2012
NELLA CORTE DI CA’ CORNERA
Nella corte di Cà Cornera sei giunta da San Juan de Los Lagos o Vergine Maria benedetta dal Messico al capitello che da secoli ti aspettava ai piedi del Po tra ortensie e alberi di rose e compagnia ti tengono il frullar d’ali di due rondinelle nel piccolo spazio pieno di profumo di gigli. A due passi il tempo si scioglie come sogni e la luce assorbe e si rifrange mentre tu guardi sopra la luna che non smette di muovere le onde del mare con sussulti che si perdono nel silenzio delle golene.
Cà Cornera, 6 giugno 2012 Trattoria da Venerino
MI PORTA IL VENTO
Mi porta il vento ad una sosta breve alla pieve di san Basilio lassù piantata sulle dune fossili in ascolto delle pietre che sussurrano i versi lasciati da Dante che non finiscono di raggiungerci nell’intimo fin dove ci apriamo oltre i secoli stessi di vita della quercia da lì poco lontana che quasi raggiunge con i rami il cielo e il mare con le radici che anche noi portiamo dentro che da queste corti anche se ormai silenziose non dimentichiamo di avere nelle vene.
San Basilio, 15 luglio 2012
M’APPARE VESTITA DI ABBANDONO
M’appare vestita d’abbandono una casa linda che nella solitaria corte risplende di suoni che s’odono dal passato e il cielo ritorna e avanza come polvere, grida e sorrisi svaniscono e rinascono come aria che arriva e dondolano struggimenti al chiaro di lume e nuovi raccolti come opere d’arte stanno per fiorire dove un’osteria non esala ormai più odore di vino e bucata è l’insegna dello spaccio scolorita di un colore che ritrovi ancora in fondo alla memoria.
Ca Cappellino-Mea, 18 marzo 2012
NEL SILENZIO DELLA LUCE
Nel silenzio della luce che cala soffia il vento e fischia tra i rami spogli che accennano a gemme in arrivo davanti ad una muta casa solitaria.
Cà Cappello, 18 marzo 2012
DOVE FINISCE IL FIUME
Dove finisce il fiume e fin dove arriva il mare in questo delta da scoprire fra le nuvole e le onde che corrono lontano come le dune di sabbia che il vento scompiglia? Arsi salmastri spuntano sulla spiaggia relitti di legno ed eringi là assolati e investiti dal vento che fischia da secoli e non si stanca nel ripetersi ciclico dei giorni e delle notti delle aurore e dei crepuscoli di un rosso inquietato dopo un velo di rugiada.
Boccasette, 24 luglio 2011
A GABBRIS FERRARI
Una notte tra naviganti di mari e di fiumi sotto un cielo di velari d’afa mossi da brevi folate di vento e di soffi di nostalgia distribuiti su lontananze di ritmi dell’onda che avanza e si ritira in un gioco che non smette e lascia spazi da riappropiarsi sempre insieme con le stelle che non ci lasciano seppure lassù in alto.
Cà Cornera, 20 luglio 2012 Mostra “Per mari e per fiumi”
Quasi tutto l’inverno del ‘52 si passò a sgranar pannocchie (il grano era soffocato sotto l’onda del Po l’anno prima) e a rincuorar le case con mille scaldini di cenere rovente e di stecchi fumanti per ricacciare il salnitro dai muri e l’odore di ‘freschin’ che rende mollicce perfino le ossa…, ma era ormai giunto anche l’autunno del ‘53.
Il granaio stava bene, la salute era buona e la grandine, che nel corso dell’estate si era fatta annunciare un buon paio di volte, non si era poi presa la briga di accompagnarsi a nessuno dei grossi temporali che pur avevano intimorito l’aria ed il cuore di mio nonno Marco.
Della canapa erano rimasti soli i bianchi cannipoli tritati dalle gramole e pronti per il camino dei più o, per i più fortunati, adatti alla cucina “economica”… Il “raboso” sbuffava nelle vecchie botti scure, la saggina era diventata un campionario di scope, scopette e scopini e il “ninìn” era prossimo a diventar salsicce, salami all’aglio e condimento alle focacce ed al gustoso radicchio amaro.
Gli aiuti agli alluvionati del Polesine non si erano limitati alle scatolette e alle coperte; in piazza si faceva un gran parlare di “contributi”, ma anche di trattori, di macchine “infernali” capaci di mietere le spighe e legarle in mannelle ordinate, capaci di raccogliere il fieno e pressarlo in balle tutte uguali, capaci persino di distribuire ed interrare ogni tipo di seme senza disturbare le mucche, senza usare le carrucole, senza aver bisogno dei “braccianti”… Così nell’animo di molti si andava insinuando l’idea che tra poco la terra non avrebbe avuto più bisogno dei contadini, né dei “compartecipanti”, né tantomeno dei “salariati”…
Quell’anno il mio fienile, il secondo per grandezza della provincia, era ritornato ad essere il ritrovo di uomini soli come nei momenti di crisi del primo dopoguerra. Con motivazioni diverse ognuno nascondeva come poteva la propria curiosità nell’ascoltare i racconti talvolta strampalati e sempre ingigantiti di chi era andato a cercar fortuna in America ed era ritornato più magro di prima, ma gonfio di ricordi, di conoscenze e di avventura.
Mentre Valentìn riaccendeva per la millesima volta la sua pipa di terracotta alla luce sicura della nuova lampada da ben 20 candele a 125, tutti si sentivano protagonisti nella prima parte del racconto, dove si era detto che in America finisce il mondo e proprio a Valentìn era capitata la confidenza di uno dell’Ospedaletto (Fiesso Umbertiano) che era andato a lavorare in una fattoria vicino a Rio della Plata. “Là – diceva – quelli che diradano le bietole, devono andare chini per non toccare il tetto del mondo con la testa!” e ne era certo.
Un altro gli aveva raccontato che più in su, sempre in Argentina, la gente mangiava i serpenti e c’era perfino un intero paese dove, dal prete al fornaio, erano tutti veneti come a Frassinelle…
Uno di Stienta, poi, lavorando in un campo di tabacco, si era trovato davanti un leone: ma non appena la bestia spalancò la bocca, questi le cacciò un braccio in gola e lo rivoltò con le budella di fuori (Sghèlam Balòc, questo era il suo nome!)… E i “mori” erano gente buona, ma avevano il sudore puzzolente… E le donne poi, erano tutte brutte e grasse…
Si potevano chiedere tutti i particolari, ma ogni fatto restava chiuso nel suo mistero. A nessuno però era lecito parlare di nave, di mal di mare o di febbre…
Quella sera, al filò, lo zio Paolo aveva portato anche me. L’aria pizzicava ed il cielo era stranamente lucido, ma nella stalla si stava veramente bene e, per chi ha radici nella terra, quegli olezzi sono la più cara cornice dei ricordi d’infanzia… il respiro lungo delle mucche, l’ansimare di un vitellino, il tocco secco dello zoccolo della cavalla, il letame nella paglia, i colletti e le polpe delle bietole… le nuvole di fumo del tabacco accartocciato e le voci diverse degli uomini…
Devo essermi addormentato nel tabarro di mio papà, ma quando mi sono sentito in braccio a qualcuno sotto la volta del fienile, ho aperto gli occhi e… che gioia! Il primo nevischio stava ammantando il tetto della barchessa. Aveva già imbiancato il pagliaio, la siepe di more del gelso, la montagnola di mele “durello” coperta di paglia e l’aia e il forno e tutta la campagna…
Un altro inverno stava scendendo piano sui filò della mia stalla, un’altra notte nel cuore di quella gente che oggi si è sparsa nel mondo, illusa dalle mille speranze dell’emigrante. Un altro sogno di chi, bambino fortunato come me, ha visto realizzata in ogni sua aspettativa proprio in quel Polesine, tra realtà e sogno, sudore e raccolti, affetti e amicizie e carte, tante carte… Sotto l’occhio vigile del grande Fiume ed il beneplacito della Provvidenza.
Da anni cercavo uno scrittore che mettesse nero su bianco la mia vita. E il destino, talvolta, si sgrana tra le nostre dita come un imprevedibile rosario, perché proprio mio figlio, giorni fa, mi ha detto: «Non cercare tanto lontano, papà. Proprio in un paese vicino al nostro vive un’anziana scrittrice un po’ balzana, volubile, ma – se le andrai a genio e saprai convincerla – forse ti accontenterà».
L’auto non andava in marcia, stamani, succede sempre così, quando hai fretta, e anche pochi chilometri di distanza ti procurano il batticuore. Mi aveva risposto seccamente al telefono, quella preziosa signora, di andare da lei subito e per pochi minuti perché stava partendo per il mare.
«Con questo freddo?»
«Lo preferisco d’inverno».
Dopo l’ultimo singulto la mia vecchia Lotus si è messa in moto, sgusciando dentro sdrucciolevoli stradine di campagna, ricamate di galaverna. Persino il casale severo della scrittrice, proprio come mi era stato descritto, mandava bagliori di cristallo.
Piccola, minuta, i capelli raccolti in una crocchia incolore, lo sguardo obliquo, mi è venuta incontro, agile, con un impercettibile sorriso.
Ho cominciato a raccontarle di getto, senza preamboli, le tribolazioni del mio vissuto di sessantenne che vorrebbe fermare sulla carta un’esistenza che andrebbe altrimenti perduta.
«Lo fa per vanità?»
«Forse, ma anche per non morire del tutto. Se la mia vita resta chiusa nelle pagine di un libro, parte di me resterà invece aperta ai lettori, soprattutto ai miei figli.»
«Dicono tutti così, ma è la vanità a prevalere… Dunque, lei fa sogni ricorrenti ambientati in Barbagia, la sua terra natale.»
Come un fiume in piena – dopo questa sua lapidaria affermazione – mi sono sgorgate fuori le parole -, quelle che io non avrei mai saputo scrivere.
La terra di Seulo, quella dei miei anni infantili, mi è riapparsa nel suo fascino selvaggio e ho risentito dentro il cuore la voce del mio maestro, nei pochi miei anni di scuola che mi raccontava come fosse stata chiamata Barbaria perché inconquistabile. Ho rivisto, in un fulmineo flash, quelle aree vegliate da montagne severe, porte robuste da cui mai sono uscite le più remote tradizioni che ancora oggi rumoreggiano, colorano ed emozionano.
Mi sono rivisto a sei anni nella chiesa di San Nicola di Ottana, a ricevere la prima comunione, quasi vestito di stracci, con abiti rabberciati da una zia e calzato da scarpe tanto grandi (avrebbero dovuto durarmi nel tempo) che quasi inciampavo nei miei piedi.
Raggiunta la terza elementare, i miei hanno deciso che la mia istruzione fosse completata, addirittura troppa. Un vecchio pecoraio mi ha assunto a guardare il suo gregge, affiancato da un cane ringhioso. Non posso nemmeno contare il numero di bastonate scritte sulla mia schiena, quando un agnellino mi è sfuggito dal petto, dove lo tenevo per coccolarlo, cadendo fra i rovi pungenti di quella mia terra di spine. Ho lavato chicchere e piattini in un bar scalcinato, dove gli avventori sputavano per terra e mi lasciavano l’ultimo goccio di caffè nella tazzina, così gustavo quel po’ di zucchero nel fondo. Ma tutto questo eran rose e viole, se penso che, a nove anni, l’età in cui i bambini dovrebbero studiare e giocare, mi ha quasi adottato uno zio di mio padre che aveva una rudimentale impresa di pompe funebri. Costruiva casse da morto, soprattutto per i bambini. In misteriosa comunicazione con gli infermieri degli ospedali del circondario, riusciva ad arraffare i corpicini di quei poveri malcapitati, quasi prima che avessero reso l’ultimo respiro. E io dovevo aiutare a lavarli, vestirli, assistere ai gemiti delle madri e dei parenti e poi deporli nella cassa, ricoprendoli di gelsomini. L’odore stucchevole di quel fiore mi è rimasto nelle narici come una maledizione, tanto che lo risento persino in sogno.
Quando ritorno nella mia terra natale, provo nausea solo nel rivedere quelle delicate corolle che martirizzano da sempre il mio olfatto. Risento il tonfo delle bianche casse affondare nella terra, rivedo lacrime di perla sgorgare da occhi che troppo avevano pianto. Risento l’asprezza delle voci disperate. Mi angoscia ancor più la rassegnazione di quella povera gente di allora.
«Basta così, lei non ha bisogno della mia penna. Scriva come sa parlare e riporti via con sé quel dolciastro odore che ha invaso la mia casa. Suskind col suo Profumo ha consegnato ai posteri un capolavoro. Lei non saprà fare altrettanto, ma la sua odorosa storia mi ha fatto male al cuore. I vecchi hanno bisogno di gratificazioni, non di rimescolii dentro le angosce. Anzi, visto che ha l’auto parcheggiata fuori, perché non mi conduce al mare? Le garantisco che in questa stagione là non fioriscono gelsomini».
Credevo scherzasse. Faceva sul serio, invece, più rapida nel muoversi che nel dire, tanto dava per scontato che l’avrei accompagnata verso il suo tanto amato mare invernale. Valigetta pronta, scarpe da casa rapidamente sostituite con calzature più robuste, la riottosa nel volermi accontentare, ma fulminea nel prepararsi al viaggio – non sapevo nemmeno verso quale precisa località -, ha indossato un corto giacchetto di un’improbabile pelliccia, suppongo sua coetanea, chinandosi poi ad arrotolare alla caviglia i risvolti dei jeans scoloriti, con la disinvoltura di una ragazza.
Speriamo di persuaderla durante il tragitto in auto, mi sono detto.
Vedovo da anni, i figli fuori casa, non dovevo giustificarmi con nessuno. Potevo andare ovunque, denaro permettendo. Anche per questo motivo avevo cominciato a palpeggiarmi le tasche, prima di salire sulla gelida auto, lucida di ghiaccio. E se avessi scordato nel cassetto lo sguarnito portafoglio o l’altrettanto magra carta di credito, costantemente a dieta?
Quasi mi leggesse nel pensiero, la mia fortuita – non oserei definirla fortunata – compagna di viaggio, mormorò, aspra, quasi senza guardarmi in volto: «Non pensi alle spese. Quello è affar mio».
«Non sono ancora diventato un gigolo, Signora, dissi cercando di apparire spiritoso».
«Non s’illuda. Per me ci vuole ben altro. È solo che mi seccava prendere un mezzo pubblico. E poi, tutto sommato, la sua storia m’interessa. Sono una ladra di racconti…»
«Intende dire che userà per sé la mia storia?»
«Forse che sì, forse che no. Del resto dovrebbe ritenersene onorato».
Ma lo disse col suo impercettibile sorriso obliquo che regalava mistero a quel suo insolito volto triangolare, dove le rughe attorno al mento non davano fastidio, quasi una cipria del tempo l’avesse ingentilito.
La Lotus fece i soliti capricci. Singhiozzò più a lungo del consueto, prima di entrare in marcia con un gemito lungo, anche lui partecipe dei miei umani dolori.
«Che strada prendiamo?»
«Verso Volano, nel Bassoferrarese. Là posseggo da anni un minuscolo monolocale, quasi un ventre materno. Ma non pranzeremo in casa. Ci sarà certamente qualche locale aperto, anche se siamo del tutto fuori stagione.»
M’imbarazzava l’idea di questo tête à tête con una sconosciuta. Condividere un pasto non è solo posizionare all’unisono posate all’interno della bocca, piene di cibo che magari non ti piace. Sono astemio e, una volta, in Scozia, ho fatto morire quasi un intero giardino, irrorandolo del wisky che non riuscivo ad ingurgitare. Però, la speranza di indurre l’imprevedibile signora ad interessarsi veramente alla mia biografia, mi ammorbidiva e piegava fino al punto di mostrarmi arrendevole ed accettare l’invito.
«Questi sono stati i luoghi delle mie beate vacanze infantili – mi raccontava a tavola, con voce addolcita, le guance ravvivate da un calice di vino di cui m’infastidiva persino l’odore (ormai sapete quanto sia schizzinoso il mio olfatto) -. Allora – continuò animatamente – il fiume era solcato da vele di molti colori. C’erano i burchi dei comacchiesi che vivevano la loro pigra vita corale di gente d’acqua, all’aperto, senza ritegno. Avevano, sulle loro barche, il cane, il gatto, il lavoro a maglia, la suocera, lo zio e sempre risonanti zoccoli di legno ai piedi. Parlavano una lingua strascicata e comprensibile, forse, solo a loro, tanto ostica era ai nostri orecchi. Le donne erano pienotte, languide nell’occhio e candide nella pelle. Il fiume aveva un fascino quasi magico su di me e questo senso dell’acqua mi è rimasto nelle vene come una voce cantante; raramente mi abbandona e mi fa pensare ai perlati grigiori del Tamigi, alla canzone senza fine delle vene sotterranee di Granada, allo sciabordio del mare aperto, al satanico suono della tortuosa cascata del Varone, come se tutte le acque avessero un’origine unica, per poi differenziarsi secondo cause contingenti…»
Che lagna! – pensavo fra me e me, sempre più desideroso di interromperla, per riprendere il filo della mia disgraziata infanzia sarda, dei colpi mancini che mi aveva inferto la vita.
«Beata lei, Signora, che ha avuto un’esistenza così piena di dolcezza, mentre io facevo il pecoraio, il necroforo di bambini, quasi il mendicante…»
«Stia zitto, non interrompa il flusso dei miei lirici ricordi. Dal fiume ebbero origine le mie prime vacanze al mare. Dopo due ore o più di lentissima navigazione, accompagnati in cielo dalla bianca ala di famelici gabbiani, sul barcone dal rumore assordante del motore e dal cicaleccio delle varie nonne e mamme onuste di prole e di sporte, credo che avremmo mangiato anche un piatto del Burundi. A proposito, anzi a sproposito, lei non sta mangiando e bevendo quasi niente. L’annoio, forse?»
«No, no. È solo che speravo di interessarla alla mia vita. Agli altri casi dolorosi che mi sono capitati: moglie morta giovanissima, dopo atroci sofferenze, una giovane cognata, finita sotto un camion, una figlia caduta nel tunnel della droga….»
«Quisquilie, ma cosa vuole che sia! Banalità della vita di tutti i giorni, prive di poesia. La gente non ne può più di questi fatti noiosi. Ormai nulla fa più notizia. Non vede com’è diventato il mondo? Si è fatto tardi, riprendiamo la strada di casa, non prima di aver fatto una corsetta digestiva verso il litorale».
Rapida, pagò il conto e si diresse verso un mare incolore come le sue vecchie chiome, mentre un fiacco sole tentava di aprirsi un varco in un cielo di latte.
Oddio – ho pensato – mi ha attaccato la malattia e mi son messo a parlare quasi come lei, mentre meditavo e poi ponevo in atto lo sleale proposito di salire sulla Lotus che partì ubbidiente e complice nell’abbandonare quell’egocentrica scrittrice dentro l’estasi dei suoi ricordi.
Non ho rimorsi, perché se possiede in quel luogo un delizioso monolocale, quasi un ventre materno, passerà lì la notte. Troverà bene il modo di scaldarsi. Avrà pure una stufetta. Abituata al mare d’inverno, sarà attrezzata. Nella valigia avrà pur messo pullover e scarpette di lana. Che me ne importa?
E, invece me ne importa. Ho già percorso dieci chilometri, ma adesso faccio retromarcia. Sissignori, me ne torno indietro.
Se n’è andato, insalutato ospite. Mi ha mollata come una vecchia ciabatta. Ma non so dargli del tutto torto. Oddio, era noioso e sorbiva la zuppa di pesce come un burino, però dal suo racconto, mettendoci molto di mio, avrei potuto trarre qualcosa di interessante.…
Ecco, ho ripercorso i dieci inutili chilometri e non so bene dove diavolo si trovi quel tanto amato monostanza o come meglio si chiami (e un congiuntivo, adesso mi è venuto spontaneo, chissà come sarebbe soddisfatta se mi sentisse madame).
Cosa farei se tornasse indietro? Gli darei alloggio? Nella poltrona letto dell’angolo? (Che sia un uomo pericoloso?) Però non mi piacerebbe rivedere come impugna il cucchiaio…
L’unica casa con i battenti delle finestre aperti non può essere che la sua. Chi vuoi che sia un’altra matta che se ne viene d’inverno in una zona così desolata?
E’ lui, è lui. Riconoscerei il rantolo della sua Lotus tra mille.…
Mi scusi, signora, ma mi sentivo così umiliato dal suo disprezzo, che sono scappato come un vero vigliacco. La prego di perdonarmi.
Maddai, si era allontanato? Sono così distratta da non essermene accorta.
Tra i personaggi polesani che meritano di essere ricordati, un posto non secondario merita la figura di Olindo Meneghin, uno dei più illustri pasticceri non solo del Veneto, ma anche d’Italia, che è venuto a mancare un anno fa nella sua abitazione badiese di via Colombano, il 6 dicembre del 2011.
Appena si diffuse la notizia della sua morte, il cordoglio è stato subito altissimo per un personaggio che ha visto la sua fama superare i confini locali, regionali e nazionali per approdare addirittura in Giappone e a Taiwan.
Durante la cerimonia funebre officiata nella gremita arcipretale di Badia Polesine, l’arciprete Torfino Pasqualin lo ha definito “una persona entusiasta della vita, del suo passato e del suo presente: era sempre pieno di gioia di vivere”. Subito dopo i suoi quattro nipoti, prima che il feretro uscisse dalla chiesa, visibilmente commossi, hanno letto alcune brevi riflessioni concluse con un’affermazione che confermò la forza e l’intensità del rapporto che si era creato col nonno: “Siamo orgogliosi di te”.
Olindo Meneghin il primo maggio del 2004 era stato insignito dell’onorificenza di “Benemerito del Lavoro” dal sindaco e dalla Pro Loco.
In quella occasione venne letta la sua biografia che scrissi dopo averlo sentito più volte, e che approvò nella versione che integralmente riproponiamo. Note biografiche che portano a ricordo una persona e un professionista davvero unico che ha dato lustro non solo a Badia Polesine.
Dopo quella bella cerimonia Olindo Meneghin ha continuato la sua vita operosa e apprezzata fino all’ultimo, frequentando assiduamente la sua pasticceria di via S. Giovanni. Si è spento improvvisamente nella sua abitazione all’età di 89 anni.
Badia continuerà sicuramente a ricordarlo, e sarebbe opportuno lo facesse in modo duraturo dedicandogli magari una via o quanto meno una targa alla memoria.
Olindo Meneghin era nato a Candiana in provincia di Padova il 16 agosto 1921; il padre Narciso Meneghin, classe 1897 combattente della prima Guerra Mondiale e, proprio per questo, successivamente nominato Cavaliere di Vittorio Veneto, lavorava allo zuccherificio di Pontelongo; la madre Romilda Patella, anche lei di Candiana e della stessa classe del marito, faceva la casalinga e quando gli impegni familiari glielo concedevano, riusciva a fare la sarta nonostante i sei figli la occupassero moltissimo.
Olindo, il primogenito di Narciso e Romilda, a soli 14 anni imbocca la via che doveva caratterizzare la sua vita: va a Pontelongo a lavorare in una pasticceria e impara a fare il pasticcere, il mestiere che svolgerà con passione divenendo un personaggio di vera eccellenza nel settore.
A 18 anni lascia la pasticceria di Pontelongo per Padova dove trova occupazione in pasticcerie celebri: prima da Colussi e poi da Baessato.
La seconda guerra mondiale non lo risparmia. Il 9 dicembre 1940 viene arruolato a Genova nella Scuola Allievi Sottoufficiali e, dopo un anno, viene inviato a combattere sul fronte russo nel Commissariato Militare dove, per meriti di guerra, viene promosso sergente maggiore, grado con il quale si congeda nel 1944.
Alla fine del conflitto, Olindo Meneghin raggiunge per la prima volta Milano per prestare la sua attività presso la Motta che lascia dopo qualche anno per tornare a Padova, così nel 1951 lo troviamo già primo pasticcere del Caffè Pedrocchi del quale cura la riapertura dopo la pausa bellica e la ricostruzione.
Da Padova ritorna a Milano a lavorare ancora nella massima azienda dolciaria del tempo: la Motta, dove cura la produzione di panettoni, pandoro e lievitati. “Angelo Motta – mi ha confidato a suo tempo lo stesso Meneghin – era un grande imprenditore, e lavorare da lui mi ha dato grandi soddisfazioni; per la mia parlata veneta mi chiamava confidenzialmente el venezian”.
La fama di Meneghin arriva frattanto anche a Badia Polesine, cosicché Dino Golfetti lo chiama per rilanciare il vecchio biscottificio di via Vittorio Veneto, con l’obiettivo di introdurre la produzione di panettoni, pandori, colombe e lievitati: è il 1956.
Intanto il già stimato pasticcere aveva messo su famiglia: nel 1950 aveva sposato a Schio la scledense Gina Revelin, classe 1929, con la quale aveva preso residenza a Padova. Nel 1951 nasce a Correzzola (PD) il primogenito Paolo che a Badia, oltre che coadiuvarlo, otterrà indubbi consensi politici visto che per un decennio ricoprirà la carica di assessore e poi quella di sindaco dal 1985 al 1995. Nel 1954 a Padova nasce la secondogenita Luciana. Dal matrimonio del figlio Paolo con Teresa Furin nasceranno Riccardo e Anna e da quello di Luciana con Ezio De Carlo Andrea e Lucia, nipoti beneamati.
Ma torniamo all’arrivo di Olindo Meneghin a Badia dalla Motta di Milano. Egli porta con sé il primo grande compagno della sua vita: il lievito prodotto nel 1944. Quando arriva alla Golfetti nel 1956 ne mette a punto un altro che è ancora utilizzato all’ex Golfetti ora Idb e continua ad essere impiegato nelle due pasticcerie “San Remo” di Badia Polesine e Lendinara. “Vuole più bene al suo lievito – ci ha detto un giorno la signora Gina – che a sua moglie”.
Meneghin è un grande esperto di lieviti tanto che in Italia è considerato uno dei più profondi conoscitori di questo importante elemento vitale. “Spesso faccio analizzare il Ph del mio lievito – ci ha confidato in un’intervista Meneghin – e prima di conoscere l’esito ne anticipo la gradazione che sempre corrisponde o è sbagliata di pochi decimi da quella di laboratorio. Posso dire che solo un buon lievito permette di evitare nei prodotti lievitati l’uso dei conservanti. Quando vado in Giappone porto con me i miei lieviti in contenitori termici che poi faccio mettere nei frigoriferi di bordo. Le prime volte dovevo spiegare, divertito, che non si trattava di bombe: ora mi conoscono bene e non ci sono più problemi”.
Ben presto alla Golfetti di Badia Olindo Meneghin diventa Direttore tecnico e responsabile di produzione e così pochi mesi dopo trasferisce in Polesine anche la sua famiglia: è il 1956 e va ad abitare in Palazzo Bari in Piazza Madonna della salute dove rimane sino al 1969 quando sposta la famiglia nella nuova casa di via Colombano.
Lavora ininterrottamente alla Golfetti sino al 1978, ma nel 1972 muore Dino Golfetti e nello stesso anno Menighin apre in via S. Giovanni la Pasticceria S. Remo. Le sue indubbie qualità professionali vengono premiate in diversi concorsi nazionali e internazionali e, quando smette di parteciparvi come concorrente, diventa membro di giurie anche fuori dei confini nazionali. Partecipa tutti gli anni alle fiere di settore di Rimini e Torino dove è ormai considerato una celebrità.
Nel 1984 arriva la svolta internazionale quando il colosso dolciario giapponese Donq lo contatta alla Fiera di Rimini su indicazione di diverse industrie dolciarie.
La Donq, che ora ha 6 stabilimenti di produzione e oltre 200 punti di vendita in tutto il Giappone e a Taiwan, cerca un esperto in prodotti lievitati come panettoni, pandoro, colombe, focacce e altra pasticceria, e lo trova in Meneghin. Una delegazione nipponica giunge a Badia Polesine alla S. Remo per rendersi conto del valore del pasticcere e i componenti ne restano colpiti, tanto da invitarlo in Giappone a insegnare loro come si producono i dolci tipici italiani lievitati.
Dal 1984, ogni anno, anche due volte, Meneghin si reca nel Paese del Sol Levante a tenere corsi di aggiornamento, a seguire le produzioni della Donq, ottenendo un successo sempre crescente, a partire dal quel 1985 quando per la prima volta la multinazionale delle distribuzione Mitsukoshi lo invita a tenere prove dimostrative a Tokio presso il proprio mega centro commerciale di Tamagawa e poi in altri grandi magazzini.
In Giappone ormai il pasticcere badiese è familiarmente chiamato “Olindo san”. Il successo giapponese arriva anche in Italia, e “Olindo san” viene invitato a partecipare a trasmissioni radiofoniche e televisive molto note come “Radio anch’io” e “Chiamate Roma 3131” di Gianni Bisiach, oppure “Piacere Raiuno” con Elisabetta Gardini; giornali e riviste parlano di lui a più riprese.
Nel settembre del 2000 la Donq apre a Hiokoama, alla presenza di Olindo e della moglie Gina, la Casa del Panettone e del Pandoro denominata “House Sanremo”. I responsabili della Donq consegnano due diplomi a Olindo Meneghin: uno nel 1985 e l’altro nell’ottobre del 2003.
Nel primo scrivono: “Lei Maestro Olindo Meneghin, dal 14 aprile fino al 2 maggio 1985 per circa 20 giorni, ha dato insegnamento tecnico da grande maestro dell’arte dolciaria italiana alla Donq Spa. Qui, la Donq Spa ringrazia e rispetta per la sua alta tecnica e insegnamento e ha il piacere di tenere buona amicizia e cordialità anche nel futuro. Il presidente Yukio Fujii”.
Nel secondo attestato, anno 2003, l’amministratore delegato della Donq, Keisuke Sakai scrive: “Illustrissimo Commendatore signor Olindo Meneghin, Ella, per ben venti anni, si è prodigato nell’insegnamento dell’arte pasticceria italiana presso la nostra società Donq. Per merito dei Suoi insegnamenti, impartiti con tanta accuratezza e passione, abbiamo appreso a fare diversi dolci tipici italiani quali panettone, pandoro, ecc. Pertanto desideriamo esprimerLe con questo attestato di riconoscenza, i sensi della nostra profonda gratitudine”.
Nel frattempo giungono le onorificenze italiane: nel 1978 viene insignito del titolo di “Cavaliere della Repubblica”; il 2 giugno 1999 Olindo Meneghin con decreto del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e dell’allora capo del Governo Massimo D’Alema riceve l’onorificenza “Ordine al merito della Repubblica Italiana” e il 29 dicembre 2001 dal presidente Ciampi e dal capo del Governo Silvio Berlusconi viene insignito del titolo di “Commendatore”. Infine dalla municipalità badiese viene riconosciuto “Benemerito del Lavoro 2004”.
Le pagine di questa importante rivista “Ventaglio Novanta”, giunta al 46° numero, hanno ospitato le biografie di numerosi personaggi illustri che, a vario titolo, hanno avuto legami con la nostra Terra polesana onorandola e facendo emergere il carattere forte, determinato e generoso della gente del Polesine. A buon diritto, quindi, è doveroso presentare la figura di una giovane donna che nella sua pur breve vita ha onorato e continua a onorare il Polesine.
Parlo di santa Maria Chiara Nanetti, canonizzata a Roma il 1° ottobre 2000 dal beato Giovanni Paolo II insieme a un numeroso gruppo di 120 cristiani martiri in Cina.
Forse non molti sanno che santa Maria Chiara è la prima e unica santa di origine polesana. La Diocesi di Adria-Rovigo, infatti, ha due santi protettori: San Bellino e sant’Apollinare, ma nessuno dei due è nato in Polesine.
Questo bellissimo esempio di giovane di animo ardente e spirito coraggioso – al punto da affrontare il martirio con la prontezza gioiosa di chi lo aspettava da tempo – merita non solo di essere conosciuta, ma venerata, amata e posta a modello per la nostra gioventù, sempre più disorientata e sfiduciata in questa società quanto mai complessa.
Clelia Nanetti, divenuta poi, Madre Maria Chiara, nasce in riva al Po a S. Maria Maddalena (Rovigo) il 9 gennaio 1872 da modesti possidenti terrieri nel Palazzo Pepoli detto il “Palazzone”, in seguito distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale. Dopo la sua nascita, la famiglia si stabilisce a Medelana nel ferrarese, quindi effettua un altro trasferimento definitivo a Francolino sempre nella provincia di Ferrara.
Terza di cinque fratelli (di cui il maggiore diviene frate Barnaba dell’Ordine dei Frati Minori e sarà missionario anche lui in Cina, dove subirà molti patimenti) Clelia fin da bambina manifesta disgusto per la vanità e le cose del mondo, e verso i dodici anni sente l’attrazione per la vita consacrata. E’ lo stesso fratello frate che la consiglia a farsi suora.
I biografi la descrivono di carattere “ribelle e altero, alta di statura, occhi grigi e vivaci e volto ovale, capelli lunghi fino oltre le spalle e portamento disinvolto e fiero. Sempre allegra, era ricolma di molte belle doti, fra cui la lealtà, rettitudine di mente e serenità di giudizio.
Era bella. Si racconta che una sera di carnevale dovette acconsentire al desiderio dei genitori di partecipare a una festa da ballo. Era guardata e invidiata. Ma a un certo punto Clelia si rincantucciò in angolo e pianse”1.
Clelia sente in sé una chiamata divina e, con l’aiuto del fratello Barnaba e del Ministro generale dei Frati Minori, a 20 anni parte per Roma ed entra tra le suore Francescane Missionarie di Maria, un giovane Istituto fondato dalla beata francese Madre Maria della Passione e ispirato alla spiritualità di San Francesco d’Assisi.
Nel 1892 veste l’abito religioso prendendo il nome di Maria Chiara, la figlia spirituale di San Francesco. Da Roma si trasferisce per il noviziato in Francia a Chà-telets, dove c’era una vasta attività agricola e di allevamento di animali. Qui Maria Chiara è contenta di vivere perché le ricorda la terra natale2.
Durante il noviziato vengono assegnati a Maria Chiara lavori duri quali raccogliere le patate, battere il grano sulle aie, accudire le mucche, raccogliere il fieno, tagliare la legna, tenere il giardino in ordine, oltre, naturalmente, dedicarsi allo studio delle lingue, frequentare la scuola di soccorso sanitario e le lezioni di economia domestica. Soprattutto, tanta preghiera.
Devotissima alla Madonna, sceglie per sé i lavori più umili e più duri compiendoli con il sorriso sulle labbra ed esercitandosi a correggere alcuni moti della sua indole vivace3. Il clima della Bretagna però non le giova: ha un inizio di malattia cardiaca, per cui dopo anni viene trasferita a Vanves, presso Parigi, dove guarisce perfettamente. Va anche in Belgio, ad Anversa, dove effettua per alcuni mesi corsi di taglio e cucito.
A Vanves ha l’incarico anche di guardarobiera, che svolge con la delicatezza necessaria vista la grande povertà in cui vivevano le suore che, come lei, possedevano un solo abito religioso. Bisognerebbe avere spazio sufficiente per riportare le sue lettere ai familiari (che una volta partita dalla sua casa di Francolino, non vide più) ai superiori e quello che hanno scritto di lei le sue consorelle, per capire a fondo la bellezza dell’anima consacrata di Maria Chiara.
Lo stesso giorno in cui emette i voti perpetui (novembre 1898) la Madre Fondatrice le comunica la sua partenza per la missione in Cina, con altre sei suore.
Maria Chiara nel 1899 si imbarca assieme alle consorelle, a dieci frati missionari e a mons. Fogolla per la Cina, dove giunge dopo tre mesi di viaggio alla meta finale: Tai-yuen-fu. Ad attenderla al suo arrivo per un saluto purtroppo breve, trova il fratello Barnaba che poi non vedrà più.
Alla “casa San Pasquale”, titolo della Missione, Maria Chiara trascorre un anno e due mesi, dedita al bucato dei padri, alla chiesa, alla cucina e alle piccole orfanelle cinesi. Poi la bufera della persecuzione dei fanatici “boxers” si scatena inesorabile e cruenta sulla Missione.
Il vescovo mons Gregorio Grassi con il coadiutore mons. Fogolla esorta le suore a indossare abiti cinesi per tentare di salvarsi, ma Maria Chiara, con voce forte grida: “Fuggire? Oh no, siamo venute per dare la vita per Gesù, se occorre”. E quando il 9 luglio 1900, per ordine del crudele viceré Yushocu, viene condotta con le altre suore, con inganno, nel cortile del tribunale di Tai.yuen-fu dai “boxers” dove erano radunati altri missionari e fedeli cinesi, Maria Chiara, intuendo la fine, è la prima a dare la vita con la decapitazione, fedele al suo motto” Sempre avanti, avanti sempre”. In quella carneficina trovano la morte una folta schiera di martiri: tre vescovi, quattro sacerdoti, catechisti, sette suore, un fratello religioso, undici laici del terzo Ordine di San Francesco, tutti vittime dell’odio anticristiano.
Le teste, troncate dai corpi, furono issate su picche ed esposte a Nord della città. I cadaveri vennero gettati alla rinfusa in una fossa comune. In seguito, nel luogo del martirio di Santa Maria Chiara Nanetti a Tai-yuen-fu fu eretto un monumento in memoria dei testimoni della fede, ma venne demolito durante la persecuzione comunista di Mao Zedong che diede vita alla Repubblica Polare Cinese.
Nella nostra Diocesi di Adria-Rovigo, chi ha fatto conoscere santa Maria Chiara Nanetti è stata la Famiglia Missionaria della Redenzione, un’istituzione di suore consacrate, nata dalla passione per la missione di un sacerdote rodigino, Don Achille Corsato, che non poté mai realizzare il suo sogno missionario per motivi di salute.
Le Missionarie della Redenzione hanno sede a Rovigo e hanno assunto a propria protezione Santa Maria Chiara Nanetti, di cui era stato già molto devoto Don Achille. Ora queste Missionarie hanno fatto conoscere questa nostra giovane Santa polesana ovunque esse operano, per cui è venerata nella missione di Caititè in Brasile e in Burundi dove, alla periferia della città di Gitega, nel quartiere di Yoba, è sorta dieci anni fa una parrocchia affidata alle Missionarie della Redenzione e dedicata a santa Maria Chiara Nanetti.
Recentemente è stato prodotto un documento-film su santa Maria Chiara Nanetti, a cura dell’equipe del Tpo di Occhiobello, sotto la regia di Ferdinando de Laurentis. Per il filmato, girato nelle varie località dove la Santa Maria Chiara visse, è stato scelto come titolo il motto della Santa “Avanti sempre, sempre avanti”.
Anche il Comune di Rovigo ha voluto onorare la giovane Santa Martire dedicandole una via nei pressi del Cimitero cittadino. Grazie all’attività delle Missionarie della Redenzione, sempre più diffusa e intensa, sta entrando nel cuore di tanti credenti della Diocesi di Adria-Rovigo, e il nostro Vescovo mons. Lucio Soravito de Franceschi ha proposto questa generosa figlia della nostra Terra polesana quale compatrona della Diocesi.
NOTE
1. Cfr Giuseppe Buono in Achille Corsato il missionario che non partì mai, Ed. EMI, 2006, p. 176.
2. Chatelets era un’antica residenza dei vescovi di Saint-Brieuc, confiscata dalla rivoluzione francese, abbandonata, acquistata dalla Madre Fondatrice e rimessa a nuovo fra immani fatiche per essere sede di preghiera e di formazione in un paesaggio che invita alla contemplazione e alla pace.
C’è una Polesella dimenticata. Quella lontana dal chiasso delle cronache, o della consueta storia delle tradizioni che, fortunatamente, qualcuno ancora fa riaffiorare fra i ricordi. Una storia che andrebbe valorizzata e che, grazie alle ricerche d’archivio di rari appassionati, merita di essere rispolverata.
Stanno ancora cercando il posto che meritano, tra le innumerevoli celebrazioni, titolazioni di vie, giornate “del ricordo”, le figure di Gaetano Foschini e Nicolò Celega, i due organisti ottocenteschi, che Carlo Barbierato (vedi sheda), organista della chiesa di Polesella, direttore artistico del Concorso Organistico Nazionale di Anguillara Veneta e docente al Conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso, fa rivivere grazie alle proprie ricerche.
F. G. Foschini (1836-1908)
Francesco Gaetano (o Gaetano Ferdinando) Foschini nacque a Polesella il 25 Agosto 1836. Figlio dell’organista Antonio Foschini (ottimo esecutore ma anche compositore) della Basilica di S.M. del Rosario e di Elisabetta Greppi, ancora bambino si trasferì a Cologna Veneta, dove il padre aveva assunto l’incarico di organista titolare del Duomo. Attività nella quale il giovane Gaetano, per la prematura morte del genitore, dovette succedergli a soli quattordici anni. Successivamente, nel 1855, appena diciannovenne, Gaetano Foschini si trasferì a Milano, dove si dedicò prevalentemente alla direzione d’orchestra, che esercitò con successo in vari paesi europei.
Ma Foschini non fu solo abile esecutore, giacchè si dilettò anche nella composizione. “Risale al 1864 la sua unica opera lirica, “Giorgio il bandito”, che ebbe la prima al Teatro Italiano di Istambul – ci informa Barbierato -. Rientrato in Italia da Instambul, Gaetano Foschini fu nominato direttore dell’Istituto Musicale di Asti, nonché, nella stessa città, della banda civica e, dal 1875 al 1889, direttore artistico della stagione lirica del Teatro Alfieri. Nel 1889 – prosegue Barbierato – lasciò Asti per trasferirsi a Torino, dove divenne docente di Armonia Complementare presso il Liceo Musicale, poi divenuto Conservatorio”. Francesco Gaetano Foschini fu il “fondatore remoto” del Conservatorio torinese, essendosi adoperato per l’apertura di una scuola gratuita di musica che nel 1866 diventerà, per volontà del Comune di Torino, il Liceo Musicale: lo stesso Foschini infatti, in occasione della partecipazione all’Esposizione Internazionale di Musica di Vienna, pubblicò un volume di cenni storico-statistici relativi all’Istituzione. “Il musicista fu anche tra i fondatori della Società Ceciliana Subalpina, che propose poi a papa Leone XIII la nomina di Don Lorenzo Perosi alla direzione della Cappella Sistina – aggiunge Barbierato – e morì a Torino il 12 Marzo 1908”.
Compositore dalla solidissima base tecnica e dalla grande eleganza melodica ed armonica, fu autore di numerosissime composizioni, sia sacre che profane (strumentali e vocali) Tra le prime è importante ricordare i “Quattro Offertori dell’Avvento per sole voci”, che vinsero, nel 1899, il prestigioso concorso bandito dalla Tribune de Saint-Gervais, dando a Foschini grande notorietà anche in Francia. Nell’ambito delle profane (numerose opere per pianoforte solo o con altri strumenti o per orchestra), oltre ad alcune importanti opere teoriche, tra le quali il noto “Trattato ragionato teorico-pratico dell’armonia ad uso degli istituti e conservatori di musica”, pubblicato nel 1896. Rimangono inoltre vari suoi inediti, custoditi principalmente nelle biblioteche dei Conservatori di Milano e di Torino.
Nicolò Celega (1846-1906)
Di non meno importanza è Nicolò Celega, la cui data di nascita resta incerta. “Venne alla luce a Polesella 17 Aprile 1846 o, secondo lo Schmidl, il 15 Aprile 1844 da Angelo, organista della Basilica di S.M. del Rosario (poi divenuto, dopo il 1851, titolare presso l’allora Collegiata di Arquà Polesine) e da Maria Perazzoli – riferisce Barbierato -. Al momento non si sono ancora rintracciate notizie intorno alla sua formazione musicale: con ogni probabilità fu allievo del padre, stimato organista, ma poi alcuni ipotizzano che abbia proseguito gli studi a Milano (dove, però, non risulta essere mai stato iscritto al Conservatorio) sotto la guida del musicista e critico musicale Alberto Mazzucato.
Nel capoluogo lombardo svolse la sua prestigiosa attività di pianista, compositore, insegnante anche di canto e collaboratore della Casa Editrice Ricordi”. Importanti artisti inserivano frequentemente, nei programmi dei loro concerti, le sue apprezzate composizioni, sia pianistiche che vocali, che ebbero grande successo anche nei teatri di Milano, Bologna, Parigi ed altre città italiane ed estere, ove furono anche eseguiti alcuni suoi lavori per orchestra.
“Dal punto di vista pianistico, Celega seppe coniugare felicemente la lezione tecnica di Franz Liszt con la cantabilità italiana, particolarmente caratterizzata, nel suo caso, da melodie di grande bellezza ed immediatezza. Molto piacevoli e virtuosistiche – sottolinea Barbierato – anche le sue fantasie su temi d’opera e le sue riduzioni per pianoforte
Rimangono di lui numerose composizioni (in buona parte pubblicate, ma difficilmente reperibili) pianistiche, per canto e pianoforte, orchestrali, sinfoniche, cameristiche, vocali sacre, organistiche e con harmonium. Tra le opere per pianoforte più note ci sono ad esempio, “Valses des sirènes”, Matinée aux Alpes op. 273, Heures de rêve et de joie op. 275, tutte scaricabili gratuitamente da Internet (l’edizione cartacea non è più reperibile da parecchi decenni) come pure le belle e virtuosistiche riduzioni per pianoforte delle opere liriche “Maria Tudor” di Carlos Gomes e “Spartaco” di Pietro Platania.
Celega morì a Milano il 17 luglio 1906. Il suo archivio rimase alla Casa Editrice Ricordi. Nel cimitero di Arquà Polesine c’è tuttora la tomba dei genitori Angelo (che era stato organista a Polesella) e Maria.
Bellezza, intelligenza, cultura, un animo gentile e generoso. Una vita breve contraddistinta da chiara fama e ammirazione, ma anche da una grande delusione d’amore, e una morte prematura quant’altre mai, a 21 anni non ancora compiuti.
E’ Issicratea Monti, rodigina, poetessa, oratrice, studiosa, nata nel 1564 a Rovigo in una nobile famiglia che lei stessa dice proveniente da Vicenza, ma di probabili origini veneziane, che con Gaspare Monti all’inizio del XV secolo giunge in Polesine, dividendosi nei rami di Ariano, Rovigo, Fratta e della Romagna. I due principali sono proprio quelli di Rovigo e Fratta. Dalla stessa famiglia escono Lorenzo Monti, generale del Genio sotto l’imperatrice Maria Teresa, morto nell’assedio di Belgrado, e Gaspare Monti, colonnello della Repubblica Veneta.
Il padre è Giovanni Monti, uomo dotto, grammatico e cultore di poesia (per verità negli Atti dell’accademia Olimpica di Vicenza si legge che Issicratea è “figlia di Giammatteo, un mediocre grammatico del secolo XVI”); la madre è una Richiero, della famiglia di Ludovico Ricchieri, detto Celio Rodigino, umanista illustre che si è spento nel 1525, 40 anni prima della nascita di Issicratea.
La scelta del nome (lo portava la moglie di Mitridate re del Ponto, sconfitto da Pompeo nel I secolo a.C., donna simbolo di coraggio e di fedeltà) testimonia che l’ambiente in cui la bambina cresce è culturalmente molto elevato. L’amabile piccola si dimostra subito di “pronto e vivace ingegno”, tanto che le si procura un insegnante d’eccezione, Antonio Riccoboni, anch’egli rodigino (1541-1599), professore celebratissimo a Padova.
Rovigo, nella seconda metà del Cinquecento, è luogo in cui alberga un gran fermento culturale: si segnalano addirittura quattro Accademie. I Concordi, così detta perché proclamava l’unione spirituale dei suoi componenti, giunta fino ai giorni nostri; gli Addormentati, chiusa perché in odore di eresia, cui apparteneva Luigi Groto, il Cieco d’Adria, drammaturgo e poeta (1541-1585) che si dice con la sua tragedia “Adriana” ispiratore di William Shakespeare, quest’ultimo coetaneo della nostra Issicratea; quella dei Cavalieri che si dilettavano anche alle lettere, e infine gli Uniti, che si trovavano a San Bartolomeo per discutere principalmente di temi religiosi.
Per una bambina votata allo studio, non c’è fatica imparare ad usare bene la lingua italiana, il Latino, e poi il Greco e la Filosofia. Riccoboni diventa professore di Umane Lettere all’ateneo di Padova e Issicratea sembra, per qualche tempo, dover perdere il suo mentore. Ma il padre la porta a Padova e con la famiglia vi si trasferisce in zona San Prosdocimo.
Issicratea ha solo otto anni. Non teme la fatica e l’impegno dello studio. Chissà se ha cinto o no l’alloro universitario, ma, per le donne del tempo, un curriculum d’istruzione come il suo è al di fuori dell’ordinario e comunque di assoluta eccellenza. Secondo Vincenzo De Vit, segretario dell’Accademia dei Concordi a metà Ottocento, cui si devono tante note sulla poetessa rodigina, esiste un solo documento in cui si nomina Issicratea “dottoressa”.
Laurea o no, l’adolescente acquisisce grande rinomanza specie nella lingua italiana. Scrive poesie, orazioni che vengono sottoposte al giudizio degli esperti. E’ un lungo carteggio tra intellettuali dell’epoca e Issicratea vi prende parte con il piglio di chi è ben più aduso anche a ragione dell’età. Il Cieco Groto la definisce “la più dotta e gentil donzella d’Italia”, e poi “intelletto maturo nella verdezza degli anni”. Non è il solo. Le giungono elogi dal medico Giovan Battista Scardona e da Giovanni Oliva, personalità assai note in città. E in tempi più moderni (1810) Louis Mayeul Chaudon scrive di lei “dotata di talento ed eloquenza”.
Le amicizie di Issicratea s’intrecciano intense con la poetessa Modesta Pozzo, veneziana, Maddalena Campeggia o Campiglia di Vicenza, monaca, con Cinzia Garzadora, vicentina, che forse era la ben nota “Dorotea, cortigiana degli inganni”, e poi con il pittore Giovanni Maganza. Costui, anche poeta, dedica un sonetto a Giovanni Monti quale padre di Issicratea. Tanto per dare un’idea del livello, è un gruppo letterario vicino a Torquato Tasso.
A Fratta, intanto, si sviluppa quel cenacolo stimolante che ha come centro la villa di Giovanni Maria Bonardo, poeta e agronomo, e la figura di Lucrezia Gonzaga (morta quando Issicratea ha 12 anni) nell’Accademia dei Pastori fratteggiani. Ci sono poi Laura Pellegrini, veronese, maritata a un Mazzarelli di Rovigo, di fama poetica nazionale, e Cherubina Mainente di Rovigo. Un cognome che tornerà in maniera sventurata segnando la vita di Issicratea.
L’ammirazione per lei è sconfinata: il Cieco Groto, quando Issicratea è dodicenne, la definisce “la decima Musa”. La corrispondenza è fittissima, le poesie e i sonetti di Issicratea fanno il giro dei salotti letterari, finiscono nei libri di altri autori, mentre la giovanetta si diletta nelle letture degli oratori antichi e nella loro imitazione in arringhe pubbliche.
E’ il 1577, la rodigina tredicenne invia una brevissima orazione al doge di Venezia Sabastiano Venier. Non la recita personalmente, al contrario di quanto avviene l’anno dopo in una seconda orazione in cui tesse le lodi del doge e gli raccomanda la sua Rovigo. Sebastiano Venier muore pochi mesi dopo ed è sostituito da Nicolò Da Ponte alla guida della Serenissima Repubblica. Issicratea si presenta di fronte a lui, attorniato dal Senato veneto, per recitargli l’orazione commissionatale dalla città di Rovigo allo scopo di festeggiarne l’elezione, e, magari, ottenerne l’adeguata attenzione.
Bellezza singolare del volto, venustà di forme, soavità della voce, numerosa modulazione. Il discorso d’Issicratea piace tanto che, terminato di ascoltarla, il doge chiama a sé la ragazza quindicenne, le prende la mano e la interroga sulla teoria dell’arte oratoria. Vuole convincersi delle capacità della rodigina. Lei risponde con prontezza e in maniera dotta. Il doge è talmente ammirato che la bacia sulla fronte e, dopo le lodi, le invierà dei doni.
Pare che addirittura il Cieco Luigi Groto di Adria, che pure è accademico d’Eolia con la stessa Issicratea, sia un po’ geloso o invidioso del successo della sua pupilla. Non ne parla. Lui stesso aveva scritto delle orazioni al Senato veneto per il Veniero nell’agosto 1577 e per Nicolò Da Ponte nel dicembre 1578, ma non avrebbe ottenuto lo stesso successo di Issicratea.
Nonostante ciò, c’è chi, all’epoca, trancia di netto l’emancipazione culturale femminile. Giuseppe Passi ammonisce: “Le donne stiano zitte, specialmente in presenza degli uomini”. In realtà, a giudizio della studiosa americana Virgine Cox nel 2004 (“Women’s writing in Italy 1400-1650” della John Hopkins University di Baltimora), “la propensione della Terraferma veneta come ambiente per le scrittrici è frutto della difficoltà del potere dominante regionale, Venezia, nella produzione di proprie scrittrici donne – fuori dai ranghi delle cortigiane e delle irregolari come Gaspara Stampa e Veronica Franco – data dalle sue tradizioni sociali distintive che tengono le donne patrizie ristrette in una propria sfera domestica separata. E’ degno di nota in questo ambito il fatto che Issicratea Monti, ancora nella sua giovinezza, fosse invitata a pronunciare una orazione al doge Sebastiano Venier nel 1578, ruolo che richiama l’adolescente prodigio Cassandra Fedele come oratrice veneziana nel 1480. Il gesto effettivamente cooptò la precoce Issicratea Monti come un esempio di eccellenza femminile veneziana seguendo una dinamica già applicata con Irenedi Spilimbergo e Lucia Albani”.
Issicratea diventa Accademica dei Concordi, di cui è istitutore Gaspare Campo. Ci sono i Riccoboni e i Nicolio, Minadois, Avanzi, Torelli, Montecchi, Giovanni Bonifacio, Burgundio, Aurelio Silvestri, il gotha della cultura rodigina. Issicratea è “il bello e il fiore di quella società”.
Rovigo ha il privilegio, grazie a Issicratea, di rendere omaggio addirittura all’imperatrice Maria d’Austria (1528-1603) nel 1581. E’ la figlia di Carlo V (quello sui cui domini non tramontava mai il sole), vedova di Massimiliano II d’Asburgo, sorella di Filippo II di Spagna e madre di Rodolfo II Sacro Romano imperatore. Maria deve andare in Portogallo e sceglie nel lungo viaggio di attraversare la Serenissima repubblica. Esponenti del Senato veneto accolgono l’illustre ospite in Carnia e, quando costei sosta a Padova, è Issicratea Monti a recitarle un’orazione pubblica.
Sebbene a noi quei testi aulici sembrino l’inutile apoteosi dei superlativi e alla fine si riducano a noiosissime elencazioni di possedimenti e imprese, o a florilegio di virtù citate solo per acquisire la compiacenza dei potenti desiderosi di adulazione, Issicratea conquista la consacrazione ai più alti livelli dell’oratoria. Tutto questo fervore di studi e di contatti con i “grandi dell’epoca”, le aumenta in modo esponenziale la fama, l’ammirazione e la considerazione.
Come tutte le giovinette, anche Issicratea pensa di poter dedicare il suo cuore a un giovane. Nel febbraio 1582, a 18 anni compiuti, pare giunto il momento del coronamento del suo affetto. Si fidanza con Giulio Mainente, rodigino, coltivatore appassionato della poesia. Sembra tutto perfetto, giungono già le congratulazioni per le prossime nozze, ma, prima della fine di quell’anno, Giulio si dilegua. Rinuncia a al matrimonio più attratto dall’oro che “dei pregi di una saggia e valorosa donzella”: il “contratto matrimoniale è sciolto in mancanza di dote conveniente”.
Il colpo per Issicratea è fatale. Tanto osannata e ammirata, altrettanto offesa e avvilita per una questione di denaro cui, forse, non sono estranei i genitori di Giulio. Nello stesso periodo le si ammala la madre, che peraltro si riprende lentamente (febbraio 1583). Issicratea pare tranquilla e ancora dedita alla poesia o all’oratoria, tanto che, racconta Giovanni Filippo Tommasini, vescovo di Cittanova d’Istria, scrive al papa Gregorio XIII (quello che modifica il calendario), a Rodolfo II, imperatore, Enrico III, re di Francia, in transito per il Veneto, Filippo II di Spagna nel ricordo della vittoria di Lepanto, e poi al Collegio dei cardinali, ai Cavalieri di Santo Spirito, rigorosamente in latino.
I testi, via via che trascorre il tempo, si presentano sempre più cupi e moraleggianti. Il dolore e la depressione rodono lentamente la giovane che si aggrappa alla religione; tesse, nelle citate orazioni, le lodi della povertà e del disprezzo della mondana vanità, così riferisce il solito vescovo Tommasini.
Issicratea torna a Rovigo per morirvi nel ventunesimo anno di età. E’ il 1584. Le sue spoglie mortali sono sepolte vicino agli avi nella chiesa di San Francesco a Rovigo.
L’Accademia la ricorda, restano i testi di alcune orazioni nelle maggiori biblioteche europee, un paio di ritratti, diverse poesie su libri di altri autori, le lettere scambiate soprattutto con il Cieco Groto di Adria, il compianto dei contemporanei (Baldassarre Bonifacio le dedica una mesta composizione in latino, giocando sui termini “mons”, monte, e “mens”, mente) e una via intitolata nel quartiere della Commenda. Poco per una donna molto emancipata del suo tempo e nel contempo vittima di una mentalità che solo da pochi anni, e forse non sempre, appare superata.