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Archivi: Articoli d’archivio

  • I Selmi di Polesella

    I Selmi di Polesella

    La famiglia Selmi di Polesella è ricordata dalla bella Villa omonima, oggi adibita a ristorante; una dimora signorile, immersa nell’ampio parco, che si affaccia sulla statale Adriatica 16, a fianco della Fossa di Polesella, nella campagna poco fuori del centro rivierasco del Po.

    Della famiglia restano i nomi scritti nella cappella del cimitero di Polesella, alcuni dei quali sono ben noti ancora oggi: Pietro, Sinforiano e Paolina. Altri sono invece poco conosciuti, ma meritevoli di essere ricordati: Domenico, Paolo, Carlo.

    Pietro Selmi, (1813-1863), ha perpetuato il suo nome con la donazione all’attuale Casa di Riposo Pietro Selmi di vasti terreni e case, distribuiti nei comuni di Polesella, Frassinelle e Guarda Veneta. Pietro era figlio dell’ingegnere Paolo e cugino di Sinforiano.

    Sinforiano Selmi, (1819-1882), era nipote dell’ingegnere Paolo, ed è ancora esaltato come premiato inventore di sistemi di aratura e di aratri negli anni 1855-1882. Inoltre insieme al fratello Luigi (1830-1889) è celebrato come patriota risorgimentale, esule negli anni 1860-1866 e con un ruolo politico notevole in Comune negli anni seguenti. Di questi due protagonisti della bonifica parleremo più diffusamente nella parte conclusiva del presente scritto.

    Paolina Selmi, (1875-1959), figlia di Luigi, l’ultima a portare il nome della famiglia, vissuta fino al 1959, ha lasciato un vivo ricordo, che permane ancora oggi in paese. Sono note le sue doti umane e la capacità di raccogliere in Villa Selmi, intorno a sé, l’ampia parentela in memorabili giorni di festa.

    Una famiglia di bonificatori

    Poco si conosce dell’origine della famiglia e di come si è formata la sua grande ricchezza terriera. Recenti ricerche hanno rivelato complesse vicende degne di una saga famigliare dell’800 e meriti civili finora sconosciuti, ma degni di essere posti in rilievo e tramandati.

    La famiglia era originaria di S. Agostino, in Romagna, da cui era emigrata a Guarda Veneta nei primi anni del ‘700, forse per sfuggire alle alluvioni del Reno, che allora funestavano quelle terre. La fortuna si era andata formando dapprima, fino al 1800, a Guarda Veneta, e poi, durante l’800, a Polesella, basandosi sull’attività di bonificatori dei primi Selmi.

    Proprio la bonifica ha dato infatti ricchezza e notorietà ai Selmi, consentendo loro di imparentarsi con le migliori famiglie della zona e di acquistare vaste proprietà a Guarda Veneta, Bosaro, Polesella, in particolare dall’inizio dell’800 fino al 1882, alla morte di Sinforiano.

    Per tutto l’800 hanno accresciuto il patrimonio, come amministratori e fittavoli dei vasti terreni dei Vendramin Calergi e dei Grimani, nei comuni di Polesella, Bosaro, Guarda Veneta e Canaro, e come intraprendenti e innovativi agricoltori e bonificatori.

    I primi Selmi

    Un Domenico Selmi (morto nel 1802), residente a Guarda Veneta, nella seconda metà del ‘700 acquistò una posizione di grande rilievo sociale ed economico svolgendo le funzioni di Giudice delle acque del Consorzio di bonifica delle Cinque prese unite. Questo consorzio comprendeva il territorio di 12.713 ettari che andava dalla Fossa Polesella al Naviglio Cavanella Po e aggregava le 5 Prese, cioè consorzi di bonifica, che si erano formati a partire dal 1474, con la Presa di Pontecchio, alla quale si sono aggregate nel corso degli anni le prese successive poste più a valle, man mano che si andavano bonificando i terreni: Selva Veneta, Selva Ferrarese ed infine Gavello e Dragonzo¹.

    Domenico si fece onore come Giudice della acque, un ruolo corrispondente a quello di direttore tecnico del Consorzio. Inoltre si distinse come Sorvegliante del sostegno di Polesella e Custode di 1° Ordine dell’argine del Po da Garofolo a sotto Crespino. A lui si deve la istituzione di una scuola che istruiva i giovani nell’arte dell’agrimensore, nella quale ebbe allievo anche il figlio Paolo.

    Fu anche un attivo imprenditore, che ampliò le proprietà di famiglia acquistando vari fondi a Guarda Veneta e poi a Polesella, con la casa lungo la Coronella del Po, dove si trova ora l’Asilo Selmi, ovvero la casa di Riposo, a fianco della villa Morosini.

    A lui si deve l’assunzione in affitto prima e poi nel 1800 l’acquisto del Palazzo Rosso dai Vendramin Calergi. Ma l’anno dopo, nel 1801, una rotta verificatasi proprio di fronte a palazzo Rosso arrecò gravissimi danni alla proprietà e Domenico ne fu tanto addolorato da morirne l’anno successivo.

    Il figlio Paolo, (1772-1863), dopo l’istruzione ricevuta dal padre, si laureò all’università di Padova, ebbe frequentazione e amicizia con il principe degli idraulici Pietro Paleocapa.

    Succedette al padre Domenico negli incarichi di Giudice delle acque del Consorzio delle Cinque prese unite, Sorvegliante del sostegno di Polesella e custode di 1° Ordine dell’argine del Po da Garofolo a sotto Crespino. Con la dominazione austriaca dal 1815 al 1866, assume la denominazione di Ingegnere d’ufficio consorziale.

    Il fratello Don Luigi, nel suo diario di famiglia dal 1843 al 1862 così lo ricorda: “Ebbe commissioni di sommo impegno ed onore, fra cui la formazione del catasto di Cavarzere, da cui riscosse plausi per la somma esattezza espressa. Fu sempre occupatissimo nel disimpegno delle incombenze professionali per cui a null’altro pensava, e delegava ogni affare famigliare alla moglie ed al fratello Carlo, che si occupava delle campagne. Si fece molto stimare per la sua abilità nell’arte sua e nella somma onestà e delicatezza con cui la svolgeva. Fu quindi molto fortunato avendo molte incombenze e compensi assai lucrosi. Accrebbe per queste il proprio patrimonio ed elargì le sue rendite.”

    Paolo Selmi operò con ingegno fino a tarda età, con numerosi progetti e relazioni tecniche, anche sulla introduzione delle macchine a vapore nel suo consorzio e relazionando favorevolmente, nel 1850, sulla conveniente costruzione dell’idrovora di Piantamelon presso Adria per lo scarico in Canalbianco delle acque delle prese di Gavello e Dragonzo, ultimata nel 1853².

    Carlo Selmi, (1787-1859), fratello di Paolo e padre di Sinforiano e Luigi, si distinse nella celebre riunione di Occhiobello del 12 giugno 1852, in rappresentanza del Conte Michele Grimani, presidente del consorzio di Saline-Viezze-Oriola.

    Fu determinante il suo parere favorevole “sulla massima di progetto per Miglioramento di scoli con approvazione del progetto di massima e del progetto di aggregazione dei quattro consorzi del Bacino Inferiore” proposto dall’ing. Romualdo Martelli. La decisione determinò l’avvio della storia della costruzione del Collettore Padano Polesano e della bonifica del territorio tra Canalbianco e Po, di oltre 64.000 ettari.

    L’800 dei Selmi

    Sinforiano Selmi (1819-1882) si distinse – come detto in apertura – quale ingegnoso costruttore di aratri e di sistemi di aratura. Agricoltore innovativo, diede vita ad aziende agricole modello che venivano visitate in continuazione dalle Università Italiane e straniere.

    Fu tra i pionieri che fin dal 1854 adottò l’uso delle idrovore a vapore, grazie alle quali bonificò interamente la tenuta Valli di Raccano di 283 ettari, massima parte del Consorzio di bonifica Garofolo, di 540 ettari.

    In 20 anni, con il lavoro di centinaia di scariolanti, ha sistemato il terreno ondulato formato dalle alluvioni del Po, ha costruito la rete dei canali di scolo, i centri aziendali Palazzi, Casello e Cà Rossa, con fabbricati moderni per abitazioni, animali e derrate agricole, fissando alle stesse aziende decine di lavoratori.

    Conseguì numerosi premi alla famosa Esposizione provinciale di Rovigo nel 1877 e quindi a tante altre mostre italiane.

    Fu sindaco di Polesella e consigliere provinciale. Partecipò ai massimi livelli dei consigli di amministrazione dei consorzi di bonifica di Saline-Viezze-Oriola, del consorzio di Bonifica del Bacino Inferiore, che riuniva i quattro consorzi di Garofolo, Gurzone, Frassinelle e Pincara e Saline-Viezze-Oriola, e del Comitato Esecutivo della Bonifica Padana, che riuniva tutti i nove consorzi padani, dal 1870 al 1882, data della sua improvvisa morte.

    Questo Comitato esecutivo realizzò la “impossibile” impresa di bonificare il territorio padano. Iniziata nel 1852 e terminata nel 1900, fu condotta come una guerra, aspra e irriducibile, contro tutti gli altri consorzi del Polesine, che si opponevano strenuamente allo scarico in Canalbianco delle acque padane, il cui territorio è di circa 40.000 ettari, da Melara a Polesella, tra il Po ed il Canalbianco.

    La sua partecipazione fu efficace e decisiva nelle difficili scelte della organizzazione ed avvio del Comitato, riguardanti l’organico del personale, i progetti, i finanziamenti, tutti a carico dei privati, gli appalti e le numerose e defatiganti cause legali in difesa dell’opera.

    Fu stretto e ascoltato collaboratore del presidente conte Giuseppe Fioravanti e del consulente legale e segretario Amos Bernini, entrambi spesso ospiti in Villa Selmi. Gli anni dal 1870 al 1882 furono quegli dell’avvio concreto della grande impresa che richiese animi coraggiosi, generosi, avveduti e lungimiranti, fermamente convinti della bontà dell’opera e del suo successo, quando intorno fervevano i contrasti e le opposizioni.

    Alla sua morte venne commemorato dal Comitato come uno dei più convinti e costanti sostenitori della bonifica padana ed uno dei più distinti agricoltori della Provincia, la cui perdita fu da tutti sinceramente compianta.

    A Sinforiano succedette negli stessi incarichi il fratello Luigi, (1829-1889), che fu attivo fino al 1889, data della sua morte, che segnò la fine del nome dei Selmi e l’inizio della dissoluzione del patrimonio costruito dalla famiglia in 100 anni di intraprendenza e di fatiche.

    Luigi seguì con solerzia le aziende modello e curò in particolare il parco di Villa Selmi, che rimane sostanzialmente quale egli volle.

    Fu “caldo propugnatore della bonifica padana nel Comitato Esecutivo Padano” negli anni 1887-1889, anni importantissimi per le decisioni necessarie riguardanti la scelta tra l’abbandono e la ripresa dell’opera, dopo l’intermezzo determinato dalla alluvione dell’Adige del 1882, la quale aveva fatto sospendere i lavori e l’organizzazione e fatto lungamente discutere se riprendere o abbandonare del tutto.

    Luigi fu tra i primi e più attivi sostenitori della ripresa e del nuovo avvio, che avvenne con nuovo organico del personale, nuovi progetti, nuovi finanziamenti e nuove cause contro gli oppositori, che non demordevano mai, anche contro il favore del governo nazionale.

    Nasceva il nuovo Consorzio della Bonifica Padana, che portava a termine la costruzione del Collettore Padano Polesano e del Cavo Maestro del Bacino Superore, un’opera lunga oltre 100 km, il più lungo collettore di bonifica in Italia, con un costo complessivo di oltre € 60.000.000 in euro attuali. I lavori durarono dal 1887 al 1900 e impiegarono moltitudini di scariolanti (vedi cartina padana polesana). Una tale impresa sarebbe del tutto impensabile oggi, sia per le dimensioni che per i costi, tanto più in massima parte a carico dei privati.

    Luigi Selmi fu l’ultimo maschio della famiglia, la quale si estinse con la sua morte nel 1889. Ma il nome dei Selmi di Polesella non va dimenticato, perché proprio a questa famiglia deve essere attribuito il riconoscimento del grande merito di avere creduto e sostenuto attivamente la gloriosa impresa della bonifica che ha risanato il territorio di buona parte del Polesine durante circa 150 anni, dal 1750 al 1889.

  • L’Adorazione dei Magi

    L’Adorazione dei Magi

    Mentre sono ancora in corso le iniziative per i 500 anni dalla nascita di Jacopo Dal Ponte, detto Jacopo Bassano (Bassano del Grappa 1510/1512 ca. – 13 febbraio 1592), la pinacoteca del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Chioggia si arricchisce di un interessante quadro di ambito bassanesco¹ che rappresenta l’episodio evangelico dell’Adorazione dei Magi secondo l’iconografia tradizionale, derivata dai vangeli apocrifi² che li indicano in numero di tre: Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i re magi ed ordinare loro di andare ad adorare il bambino appena nato. Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo per guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre. È da sapere che in quel momento il regno persiano dominava sopra tutti i re dell’Oriente per il suo potere e le sue vittorie. I re magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassare che regnava sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi. (Vangelo Armeno dell’Infanzia, cap. V, 10)

    A differenza dei vangeli apocrifi, che parlano di tre “re magi” identificandoli per nome, nel vangelo di Matteo, unico fra i quattro canonici a testimoniare l’avvenimento, non solo non vengono citati i loro nomi, ma nemmeno sono definiti re, né si dice quanti erano.

    Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo». (Mt 2, 1-2)

    Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. (Mt 2, 11)

    Il quadro di Chioggia riprende schemi caratteristici di certa pittura del manierismo veneto e riconducibili all’ambito dei Bassano o dei loro seguaci. Per questo in passato la tela era stata attribuita a Jacopo Dal Ponte, detto anche Jacopo Bassano.

    Essa, infatti, non manca di richiami bassaneschi, in qualche caso molto diretti, come per il popolano all’estrema sinistra del dipinto, assai simile a quello che appare nell’Andata al Calvario di Leandro Bassano³, appartenente a collezione privata, e che a sua volta è mutuato da un olio di Jacopo con analogo soggetto, conservato allo Szépm vé- szeti Múzeum di Budapest; diversi sono tuttavia gli animali raffigurati, diverso è l’inserimento delle figure nel paesaggio, come diverso è il modo di trattare il chiaroscuro e, soprattutto, mancano qui i colori vivaci e brillanti dei lavori usciti dalla bottega dei Bassano.

    Il quadro di Chioggia non sembra dunque assimilabile alla produzione di Jacopo Dal Ponte e seguaci; si possono invece stabilire interessanti e puntuali rapporti con la pittura di Giovanni Battista Volpato (Bassano del Grappa 1633 – 1706) confrontando le fisionomie caratteristiche di alcuni personaggi che ricorrono in opere accertate come autografe del Volpato sulla base della documentazione storica.

    Si prendano ad esempio in esame i lineamenti del volto di Maria, che, pur ispirato a prototipi bassaneschi (vedi la Natività, conservata al Museo Civico di Bassano, che Volpato aveva copiato) assume in Volpato tratti peculiari che contraddistinguono le sue raffigurazioni. Lo evidenzia il raffronto con l’Adorazione dei pastori nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia o, seppure in controparte, con l’Annunciazione nel Duomo di Rossano Veneto, o ancora con i dipinti per la chiesa di san Daniele a Lamon.

    Riferimenti similari possono essere cercati per l’immagine di San Giuseppe, da comparare con l’Adorazione dei pastori nella Concattedrale di San Pietro Apostolo di Feltre e di nuovo con l’Adorazione dei pastori nella chiesa di Santa Maria del Giglio a Venezia. Anche il modo di creare le zone d’ombra degli incarnati depone a favore dell’attribuzione.

    Inequivocabili somiglianze emergono inoltre dal paragone con l’Adorazione dei magi di Lamon.

  • I Monti di Fratta

    I Monti di Fratta

    Nella retata della polizia asburgica contro i carbonari di Fratta, seguita da esemplari condanne (vedi La Carboneria in Polesine di Lino Segantin, in Ventaglio n. 43, pag. 60 e successive), spiccano vari nomi della composita famiglia Monti. Una famiglia – a quanto ci rivela un’accurata ricerca di Mario Carlo Prando studioso di Pincara – giunta a Fratta alcuni secoli prima della nascita del fenomeno carbonaro. Prando, partendo dai documenti rinvenuti nell’archivio parrocchiale di Fratta, ha ricostruito le parentele e dunque i molti agganci che spiegano anche la facilità nel coinvolgimento di varie persone che avevano un legame di fiducia e di sangue.

    La famiglia Monti è di origine sicuramente veneziana e, con ogni probabilità, i Monti si stabiliscono a Fratta Polesine nel Cinquecento, poco dopo il consolidamento del dominio della Serenissima. Sfruttando la comodità negli spostamenti dovuta alla rete di canali, ragioni di “villeggiatura” li inducono a costruire, nella zona di cui erano diventati proprietari terrieri, una villa diventata poi residenza.

    Il primo dato anagrafico esistente (che è stato rintracciato durante il riordino degli archivi della parrocchia di Fratta Polesine), riguarda Mattio (o Mattia) Monti, nato nel 1609 e deceduto sempre a Fratta nel 1669. Mattio si può dunque considerare il capostipite della famiglia, per quanto concerne la presenza accertata in Polesine.

    Dal matrimonio con Caterina, Mattio ha cinque figli, l’ultimo dei quali Sebastiano, nato nel 1652, ha a sua volta il figlio Matteo (probabilmente unico) nel 1675. Matteo è il padre di Sebastiano Monti (nato nel 1705), e di Vincenzo Monti, dal cui matrimonio con Rosa Boni nasce a Fratta Polesine nel 1730 Ipsicratea Monti.

    Sebastiano Monti si sposa con Caterina da cui ha diversi figli (trascurando Maria C. 1731, Giovanni 1735 e Gasparo 1740, presumibilmente deceduti nello stesso anno di nascita):

    1 – Giuseppe Francesco (nato il 10 novembre 1727), coniugato con Lucrezia Maria Gallimberti (otterrà in livello perpetuo villa Grimani Molin).

    2 – Francesco G. (1730-1808), generale del Genio delle Fortificazioni, nobile, coniugato con A. Zili, padre di Antonio (1772-1841).

    3 – Giovanni (1735), padre di Vincenzo (1760-1835).

    4 – Paolo Antonio (il più giovane, nato nel 1746), probabilmente il Gran maestro della vendita Carbonara di Fermo.

    1. – Giuseppe Francesco ha nove figli, di cui quattro superano i primi due anni di età. Tra questi l’unica figlia, Giuseppina Cecilia, nata il 25 ottobre 1763 a Fratta (detta anche Elena o Teresa in alcuni testi d’epoca) sposa il generale francese Giovanni Battista D’Arnaud, diventa amante del duca Francesco di Modena e una delle aie (educatrici) del figlio di Napoleone Bonaparte, il Re di Roma, nei tre anni in cui il bambino vive in Francia, intessendo stretti rapporti con Maria Luisa d’Austria.

    Quando Napoleone viene esiliato all’Elba, il figlio dell’imperatore è trasferito a Vienna. Cecilia ritorna con il marito a Fratta, ma, in contatto con gli ambienti della corte in Toscana, ne preannuncia il ritorno in Francia. Il fatto le procura ampia credibilità e la donna ha sicuramente un ruolo nel tentativo di Gioacchino Murat di entrare nel Lombardo Veneto.

    Dopo la caduta definitiva di Napoleone e il fallimento dell’aspirazione unitaria di Murat (del quale intendeva accreditarsi come quinta colonna in Polesine) rientra nuovamente a Fratta (poco prima del 1817) dove tiene contatti con i carbonari. Aderisce alla società segreta della Spilla nera, d’ispirazione antiborbonica.

    Nella sua villa si svolge l’11 novembre 1818 il brindisi all’indipendenza dell’Italia e alla causa del figlio di Napoleone (il così detto “banchetto carbonaro”). Arrestata il 6 dicembre con il marito, successivamente espulsa dal Lombardo Veneto con un figlio quattordicenne, muore durante il viaggio di ritorno in Francia il 13 luglio 1819.

    Oltre a Pietro A. (1746-1813) e Marco (1766-1816), un altro figlio di Giuseppe Francesco, l’ultimogenito Sebastiano Giuseppe (1777), massone, coniugato prima con Giovanna Gidomei e poi con Michela Lopez Casanova di S.E. Antonio, generale spagnolo, compare nelle indagini e rimane per breve tempo ai “domiciliari”; sicuramente è in libertà nell’aprile 1821, ripara in Spagna almeno fino al 1825 e non entra nel maxiprocesso di Venezia contro la Carboneria.

    2. – Francesco G. è generale del Genio delle Fortificazioni, e negli atti conservati a Fratta viene sottolineato il titolo di “nobile”. Secondo lo storico Alessandro Carlo Bellettato è lui a far ottenere questo riconoscimento alla sua famiglia. E’ il padre di Antonio (1772-1841), coniugato con Maria Roiti, e nonno di Federico (1796-1831), condannato a un mese di arresto a Venezia nell’ambito del processo per carboneria.

    Federico, figlio di Antonio, è uno dei carbonari prelevato dalla Polizia austriaca il 7 gennaio 1819. Era stato per due anni (1816-1818) alunno presso il Giudice di Pace di Fratta Lorenzo Margari. Al momento dell’arresto è, con il padre, amministratore dei beni di Francesca Santi di Fratta¹.

    Su Federico esiste la descrizione tratta dal passaporto, rilasciatogli nell’ottobre 1822, lo stesso anno del ritorno dalla detenzione scontata a Venezia e avvenuto il 27 gennaio: statura ordinaria, fronte regolare, sopracciglia bionde, occhi cerulei, naso regolare, barba bionda e colorito sano. Come il padre Antonio è possidente e amministratore dei beni dei veneziani Lippomano e Bollami. E’ anche parente di Domenico Grindati la cui sorella aveva sposato l’altro carbonaro Vincenzo Zerbini, a sua volta discendente dei Monti.

    Arrestato e coinvolto nel processo, riceve la condanna per “grave trasgressione di polizia contro la sicurezza dello Stato”. La polizia non riesce infatti a trovare le prove materiali del delitto di alto tradimento. Che la Polizia non si fidi di Federico – neppure dopo il mese di carcere, che si era aggiunto alla detenzione nell’isola di San Michele a Murano e anche ai Piombi durante l’istruttoria – è testimoniato da un episodio: Federico aveva “congiunto parentela” (nel senso di amicizia?) con un certo Martarello di Pozzonovo. La sua visita a Fratta aveva destato inquietudine nella Polizia per l’arrivo e l’associazione a persona già inquisita (appunto Federico Monti). Era rischioso insomma entrare in rapporti di confidenza con una persona divenuta sorvegliato politico.

    Federico sposa nel 1829 C.M. Bolzoni, da cui non risulta negli archivi parrocchiali di Fratta abbia avuto figli. Federico muore due anni dopo il matrimonio, a soli 35 anni.

    Fratello minore di Federico è Francesco (1806-1885), coniugato con Elena Campanari (la cui famiglia era proprietaria della villa attuale sede municipale). Vive da adolescente l’inchiesta cui è sottoposto il fratello maggiore e ricopre incarichi amministrativi nel periodo tra il 1843 e il 1845 e poi dal 1847 al 1850 è anche membro della Deputazione Comunale. Da non confondere con l’omonimo di Fratta Polesine, figlio di Giacomo Monti e Antonia Filippi, che nel 1850-51 dà del filo da torcere alla polizia imperiale per il suo attivismo nella propaganda anti Austria in Polesine.

    Francesco ha il figlio Antonio (nato nel 1838) è scrittore comunale dal 1858 al 1862 quando viene sospeso dal governo. Segretario del Comitato di emigrazione per l’arruolamento dei volontari, è tenente medico dei garibaldini nel servizio di sanità agli ordini di Agostino Bertani. Si arruola con Garibaldi per la Terza guerra d’indipendenza partecipando alla battaglia di Bezzecca nel Trentino nel 1866. Si laurea a Napoli in Veterinaria il 16-17 luglio del 1867. A Napoli e in Sicilia è attivo nel favorire gli emigrati romani per la liberazione del Papato e l’Unità d’Italia. Tornato a Fratta, esercita la professione di veterinario per sessant’anni. Muore per una frattura al femore nel 1925. Una delle figlie di Antonio, Maria Angelina (1882-1976), sposa Francesco Silvio Romanato, anch’egli di Fratta, trasferitosi a Rovigo nel 1928.

    3. – Giovanni è padre di Vincenzo (1760-1835), che sposa Maddalena Santi, dalla quale ha tre figli: i due maschi sono condannati per carboneria. Si tratta di:

    a) Giovanni (1785 – 1864) che sarebbe nativo di Villanova del Ghebbo, e questo è logico in quanto alcune delle proprietà dei Monti si estendono all’epoca anche nel comune limitrofo. Coniugato ad Este nel 1817 con Chiara Barotto. Risulta già iscritto alla Carboneria nell’ottobre 1817. Arrestato quando ha 34 anni, inizialmente condannato a morte, pena commutata nel carcere di Lubiana.

    Torna in libertà il 12 novembre 1824, dopo cinque anni di arresto. Statura ordinaria, capelli e sopracciglia grigie, fronte spaziosa, occhi castani e colorito sano, così viene descritto nel passaporto.

    La moglie Chiara muore due anni dopo il ritorno del marito da Lubiana, ma fa in tempo a dargli un secondo figlio, Giobatta. Non risulta che Giovanni si sia successivamente risposato. Muore a Fratta il 3 giugno 1864.

    Il suo primogenito Giulio (1818-1849), diventa marito di Isolina Condet due anni prima di morire, ma da lei ha tre figli: Lauro, Giovanni e Giulia, quest’ultima venuta alla luce dopo la morte del padre.

    b) Giacomo, invece, secondo le note di Prando sarebbe nato a Fratta Polesine nel 1794, in quelle dello studioso frattense Alessandro Carlo Bellettato sarebbe invece venuto al mondo a Villanova del Ghebbo il 27/6/1794. Si ammala di vaiolo nella fanciullezza, ma guarisce. Entra nella Carboneria a seguito del fratello Giovanni che è più anziano di lui di nove anni. Somigliante a Giovanni, ha capelli, barba e sopracciglia castani e il naso piuttosto lungo.

    Come per il cugino Federico Monti non è provata la cospirazione, soltanto la violazione delle disposizioni di Polizia ed è condannato a 6 mesi, scontati a Venezia. Muore a Fratta il 27 febbraio 1863 dopo aver lasciato già dal 1858 una somma annuale perpetua al Pio elemosiniere di Fratta trasformato in Congregazione di carità.

    Questo ramo della famiglia Monti si trasferisce a Padova nel 1909. Figlio di Lauro è Giovanni (16 giugno 1900 – 2 agosto 1931), calciatore e asso dell’aviazione, deceduto in un incidente aereo, e sepolto a Fratta.

    Fanno parte come discendenti della famiglia Monti anche altri tre importanti personaggi coinvolti nella Carboneria:

    Don Marco Fortini

    Figlio di Marianna Monti (1744-1812) che è a sua volta figlia di Giovanni Battista, zio di Giuseppe Francesco padre di Cecilia Monti.

    Marianna è coniugata con Antonio Fortini originario di Gaiba. Marco Fortini nasce a Fratta il 26 aprile 1784, sacerdote, cappellano e maestro comunale, diviene maestro privato del figlio di Cecilia Monti (Kunzer?).

    Condannato per Carboneria, gli viene tolto l’abito talare per apostasia e incarcerato allo Spielberg da cui viene liberato prima del termine della pena. Ritorna in Dalmazia, viene riordinato sacerdote e muore il 28 maggio 1848 a Fratta Polesine.

    Vincenzo Zerbini

    Con ogni probabilità è figlio di Maria Teresa (nei documenti Maria T.), nata nel 1736 e coniugata con Giovanni Zerbini. Maria Teresa Monti è figlia di Vincenzo, a sua volta zio di Giuseppe Francesco.

    Nato nel 1770, Vincenzo Zerbini aveva sposato Paolina Grindati, sorella di Domenico. E’ Gran Maestro della Carboneria nel 1817, condannato poi a 6 mesi di carcere duro, ma non per alto tradimento, vista l’inconsistenza delle prove raccolte a suo carico.

    Domenico Grindati

    E’ un parente di Federico Monti per parte della madre. Figlio di Francesco e Marianna Roiti (o, Raiti secondo Luigi Contegiacomo), sorella della madre di Federico, è a lungo segretario del Consorzio Vespara e Presciane.

    Nel 1818 aveva 45 anni, abitava a Lusia e teneva i collegamenti con i patrioti del ferrarese. Durante la fase d’indagine, fu uno dei più ostinati, negando ogni addebito, fu liberato nel 1822 e morì nel 1849 a Fratta.

  • Duns Scoto in Polesine

    Duns Scoto in Polesine

    Può sembrare strano, eppure uno dei più acuti filosofi-teologi del Medioevo ha sostato nella nostra città di Rovigo.

    Si tratta nientemeno che dell’illustre filosofo-teologo mariano, lo scozzese francescano beato Giovanni Duns Scoto (1265-1308) che, per la profonda capacità penetrativa del suo pensiero, ebbe l’appellativo di Doctor Subtilis¹. La notizia, davvero stupefacente, mi è pervenuta leggendo un articolo sull’Immacolata Concezione, argomento che si intreccia perfettamente con gli interessi spirituali del filosofo e teologo scozzese, il quale difese strenuamente tale concetto mariano nelle puntuali dispute con i teologi suoi contemporanei. Pertanto, quanto esporrò in questa rivista specificatamente culturale, sarà materia religiosa. Del resto, la devozione popolare alla Beata Vergine Maria è antichissima² e fra tutte le feste dedicate a Maria, la solennità dell’Immacolata Concezione, che ricorre l’8 dicembre, è certamente da considerarsi la più importante.

    Non a caso il mondo intero accorre a Lourdes, anche perché proprio in quel luogo la Madonna stessa affermò di essere l’Immacolata Concezione. E la Chiesa, a metà del XIX secolo, ha riconosciuto la Vergine concepita senza peccato, sancendo tale concetto con un dogma³.

    Ritornando alla nostra curiosa notizia, a quanto pare l’illustre studioso francescano Duns Scoto, vissuto nel XIII secolo, è approdato a Rovigo nel corso di uno dei suoi innumerevoli viaggi effettuati in tutta Europa. Non siamo in possesso di fonti sicure circa il periodo della sua venuta in Polesine, ma l’informazione viene riportata in uno dei suoi scritti da San Massimiliano Kolbe, francescano conventuale, morto martire nel lager di Auswitz il 14 agosto 1941. Questi, nel 1925 aveva iniziato a pubblicare un calendario-almanacco⁴, e proprio nel primo numero compare un suo articolo a sostegno di Duns Scoto sul privilegio dell’Immacolata Concezione. E non poteva essere diversamente. E’ noto, infatti, che la diffusione della devozione al culto dell’Immacolata Concezione ha trovato nel martire polacco un intrepido e infaticabile “Cavaliere” innamorato dell’Immacolata.

    E’ proprio in tale articolo che S. Massimiliano Kolbe accenna alla presenza dello studioso francescano a Rovigo⁵. In particolare afferma che Duns Scoto fece costruire una chiesa a Rovigo dedicata alla Madonna e dedicò un altare all’Immacolata Concezione, senza precisarne il luogo. Tuttavia, mi permetto di avanzare una mia ipotesi al riguardo. Poiché è documentata la presenza di un nucleo di frati francescani, voluta da S. Francesco stesso, situati in un piccolo convento presso la Chiesetta del Cristo, e poiché in questa piccola Chiesa due secoli e mezzo dopo i frati istituirono la Confraternita laicale dell’Immacolata Concezione⁶, si può dedurre che Duns Scoto abbia realmente fatto erigere un altare alla Concezione della SS Vergine a Rovigo nella antica chiesetta⁷.

    Credo sia utile riportare qui alcuni stralci del piacevole articolo di S. Massimiliano Kolbe su Duns Scoto e l’appassionata difesa del suo pensiero sull’Immacolata Concezione. Titolo: “A proposito del culto all’Immacolata Concezione”.

    Si era a Parigi nell’anno 1305. Dal convento dei Frati Francescani esce un giovane religioso e in grande raccoglimento si dirige verso la più celebre scuola di quel tempo, l’università della Sorbona. Pensa all’Immacolata e La invoca con sommesse giaculatorie affinché lo aiuti nel difendere il suo privilegio, a Lei tanto caro, di Immacolata Concezione. Proprio in quel giorno, infatti, per ordine del Papa e di fronte ai suoi legati, si deve svolgere una disputa generale tra i fautori di questo privilegio e i suoi avversari. E la disputa è stata provocata proprio da lui….

    Da poco tempo egli si è insediato sulla cattedra universitaria, lasciata libera da Guglielmo Ware, ritiratosi a causa dell’età avanzata. Per ordine del P. Generale ha abbandonato la cattedra universitaria di Oxford, dove aveva parlato pubblicamente e con vero entusiasmo della “Concepita senza peccato”. E gli studenti erano accorsi da ogni parte, fino a raggiungere il numero di 30.000. Ora è giunto a Parigi. Nemmeno qui perde l’occasione di difendere apertamente l’Immacolata Concezione.

    E’ solo dal 18 novembre del 1304 che egli si è insediato a Parigi, dopo aver lasciato Oxford, tuttavia al Papa Clemente V, ad Avignone, giungono già lagnanze nei suoi confronti, per il fatto che egli sostiene pubblicamente il privilegio dell’Immacolata Concezione, quasi che egli insegnasse una dottrina contraria alla fede, per una esagerata devozione verso la santissima Vergine. E proprio oggi egli deve giustificarsi davanti a tutti i professori e perfino alla presenza dei legati del Papa.

    Potrebbe fare diversamente? Lui, francescano, figlio spirituale del santo Patriarca d’Assisi.

    E lui stesso non era stato forse a Rovigo, nell’Italia Settentrionale, a celebrare l’Immacolata Concezione alla presenza di una gran folla di ascoltatori e nella stessa località proprio lui in persona aveva raccolto offerte e costruito una chiesa dedicata alla Madonna, erigendo pure in essa un altare alla Concezione della SS. Vergine? Sì, egli ha il diritto, ha il dovere, come francescano, di lottare in difesa di un privilegio tanto sublime della Genitrice di Dio.

    I professori di Parigi asseriscono che si tratta di una dottrina nuova. E’ vero che la denominazione può sembrare nuova, ma la medesima realtà non era professata, forse, dai fedeli fin dalle origine della Chiesa? Non viene professata, forse, dappertutto, quando si proclama che Ella è piena di grazia, che è purissima, santissima? Ebbene, la macchia del peccato originale è proprio una negazione della pienezza di grazia e di santità. Una dottrina nuova?…

    La verità è che non tutti quei signori conoscono con esattezza gli scritti dei Padri della Chiesa, soprattutto quelli orientali: leggano, quindi, anche quelle pergamene. Essi sostengono che l’affermazione secondo cui la SS. Vergine fu immune dalla macchia del peccato originale, è un oltraggio alla dignità di Cristo Signore, il quale ha redento tutti senza alcuna eccezione ed è morto per tutti. Ma non è proprio per questo, per i meriti della sua futura morte, che Egli non ha permesso neppure che Ella fosse macchiata da qualsiasi colpa? Non è proprio per questo che Egli l’ha redenta nel modo più perfetto?…

    Scoto sollevò lo sguardo; stava appunto passando accanto ad un palazzo: dal vano di una nicchia di esso l’Immacolata, scolpita in un statua di marmo, lo guardava con benevolenza. Il suo cuore palpitò di gioia. Gli vennero alla mente gli anni della sua adolescenza, allorché si era presentato alla porta del convento dei Frati Francescani di Oxford; allorché, dopo essere stato accettato, incontrava grosse difficoltà nello studio per mancanza di capacità e, avendo pregato la vergine Immacolata, sede della sapienza, aveva ricevuto tale grazia in grande abbondanza e aveva promesso all’Immacolata di consacrare alla sua gloria tutto il proprio genio e tutta la propria scienza. Per lei, appunto, stava andando in quel momento a combattere. Si tolse il cappello e pregò interiormente con fervore: “Concedimi di lodarti, vergine santissima. E dammi forza contro i tuoi nemici” E si accorse che L’Immacolata, con un inchino del capo, gli prometteva l’aiuto. Continuò il cammino pieno di riconoscenza, immerso nella propria indegnità, infiammato d’amore verso la sua Immacolata Signora. Nell’ampia aula dell’università i numerosi oppositori avevano occupato i posti su ambedue i lati. Anche il modesto Scoto si recò al proprio posto e attese umilmente che gli venisse accordata la parola. Fecero il loro ingresso pure i tre inviati del Papa e si posero al centro dell’aula nei posti loro assegnati, per ascoltare la disputa e presiederla.

    Si fecero avanti per primi gli avversari. Con molteplici argomentazioni, che i contemporanei enumerarono fino a 200, essi confutarono le affermazioni del povero francescano.

    Finalmente, esaurite le obiezioni, si fece silenzio. Il legato del Papa accordò la parola a Scoto. Questi, con la più grande meraviglia dei numerosi presenti, enumerò tutte le obiezioni nell’ordine in cui erano state presentate, le confutò con molta decisione e continuò giustificando con chiare dimostrazioni, la dottrina dell’Immacolata Concezione della SS. Vergine. Le sue argomentazioni furono tanto convincenti che i professori e i dotti presenti gli attribuirono, secondo l’usanza del tempo, l’appellativo onorifico di “Dottore sottile”, a motivo della sua abilità.

    Da allora i Francescani, sparsi per le varie località d’Europa, con franchezza sempre maggiore proclamarono ovunque ai fedeli l’Immacolata Concezione della Vergine purissima.

    Allorché il giorno 8 novembre 1308 il coraggioso difensore del privilegio dell’Immacolata Concezione lasciava questo esilio terreno, a Colonia, nella cui università aveva insegnato negli ultimi anni, la fede nell’Immacolata Concezione di Maria aveva posto ormai radici così profonde che giustamente il celebre teologo spagnolo Vasquez poteva scrivere nel secolo XVI: “Dai tempi di Scoto la fede nell’Immacolata Concezione è cresciuta tanto non solo tra i teologi scolastici, ma anche in mezzo al popolo, che nessuno ormai è più in grado di farla scomparire”….

  • La Pieve di Veratica

    La Pieve di Veratica

    “Ogni paese ha una sua pietra, e ogni pietra ha la sua storia”. Ed in effetti anche il piccolo centro di Veratica, località di Salara, dove sorge un tempietto (in attesa di un intervento di restauro) dedicato alla Madonna della Neve, ha qualcosa di importante da dire.

    Il toponimo

    Cominciamo dal toponimo. La sua origine è molto lontana nel tempo. Le testimonianze certe, dovute a numerosi reperti di superficie raccolti in Veratica, particolarmente lungo il corso dell’antichissima fossa Pestrina, confermano le sue origini romane. Sul significato del toponimo Arnaldo Bignardi, emerito cittadino di Salara e studioso della sua storia, aveva avanzato un’ipotesi: “Veratica… è di antichissima origine.” – aveva scritto-.”La ragione del nome sarebbe dovuta ad una statuetta di legno dorato o d’oro, attribuita alla Vergine, quindi auratica”.

    Ipotesi suggestiva ma che non mi sento di avallare, per il divario temporale. Il culto mariano fu introdotto nella liturgia cristiana col Concilio di Efeso del 431 d.C., nel corso del quale fu sancito il dogma di “Maria, madre di Dio”, ma il toponimo è sicuramente preesistente.

    Auratica, si collocava sulla riva sinistra di quell’antichissimo corso d’acqua, noto come “Fossa Pestrina”, del quale, sulla base dei resti esistenti, si può ipotizzare l’origine tra l’attuale Castelnovo Bariano e l’odierna Castelmassa. Di questo parere era il Frizzi, che ne individuava le origini presso la “Villa di Massa Superiore e parallela al Po scorreva giù verso il mare”.

    Non è escluso che il toponimo Auratica, si riferisse ad un’intera zona ai margini di una grande piana dominata dalla palude di acque salmastre, ricche di pesce tra cui le orate (aura in latino, da cui Auratica?). Un ampio specchio di acqua palustre da cui emergevano barene, scanni sabbiosi, polesini coperti di selve e popolati da cinghiali, daini…

    Le strade romane e la diffusione del cristianesimo

    Lasciamo le ipotesi sulla derivazione del toponimo per riprendere il filo della storia, ricordando come Roma, sottomessa l’Italia meridionale (tra il 396 e il 265 a.C.), e concluse le guerre puniche, estese la sua occupazione all’Italia Settentrionale, fino ai piedi delle Alpi, chiamando Gallia Cisalpina questa nuova provincia.

    Possiamo datare al 163 a.C. il passaggio della zona sotto il dominio di Roma. E col dominio romano la rete stradale fu consolidata, ampliata e resa percorribile, soprattutto, dagli eserciti. La zona compresa tra l’Adige e il Po, era intersecata da una razionale rete viaria e molte di queste strade, già preesistenti, seguivano la sponda di corsi d’acqua. Da nord a sud abbiamo testimonianza di una strada importante: quella che collegava la via Emilia, con la via Annia – ossia Modena con Padova – per proseguire fino ad Aquileia, denominata via Emilia-Altinate.

    Senza entrare nel merito della discussa questione del suo tracciato, mi sento di dar credito alla tesi a suo tempo sostenuta dall’ing. Cristino Sartorelli, in “Notizie storiche su Trecenta”, che identifica Aneianum con il nome antico di Trecenta, ipotizzando che la strada Emilia Altinate passasse per Trecenta, e proseguisse verso Sadarianus (Sariano), Auratica (Veratica), Aurhonchus (Runzi), per raggiungere e attraversare il Po presso il Vicus Varianus (l’attuale Vigarano Pieve). E sul percorso di queste strade, dopo l’editto di Costantino, si diffuse il cristianesimo, consolidatosi via via nel corso del Medioevo.

    Nel IX secolo, pur essendo raccomandato dai concili, il rispetto del precetto domenicale, venne definitivamente imposto in forza della legislazione civile carolingia. Intanto disboscamenti e bonifiche ampliarono la superficie coltivabile, da cui derivò un graduale ripopolamento delle campagne, con la necessità pertanto di costruire nuove chiese plebane. E proprio in quest’ambito va vista la costruzione del primo tempio di Veratica.

    I primi oratori

    Tra i primi documenti relativi al X secolo troviamo un atto notarile, col quale Almerico d’Este e Franca sua moglie donano diversi beni alla chiesa di S. Andrea, di ragione dell’Abbazia benedettina di Felonica (Mantova), i cui monaci erigono in Auratica un oratorio, anche questo dedicato a S. Andrea. La presenza di questo oratorio, compare anche nel Registrum bonorum, inventario dei beni situati nel ferrarese di proprietà della chiesa ravennate, databile negli anni 970 – 982.

    In un altro documento del 1017, che ha come oggetto una donazione dei Canossa di una terra in Archoada all’Abbazia di Nonantola, si fa riferimento anche ad una terra, “in Auratica”, con sopra edificata una cappella, quest’ultima dedicata a San Zeno. La conferma si ha anche in un documento del 26 maggio 1175, (atto di “Pietro Notaio”): “In Auratica, pure nella villa di Salara, vi era un’altra chiesa dedicata a San Zenone, avente cura d’anime, e soggetta alla Parrocchia di Ficarolo”: confina a Sud con la fossa Peltina, (Pestrina), scorrente tra il Po e il Tartaro e a nord, con San Giorgio in Lariano (Trecenta).

    Sembra dunque cosa certa che in Auratica, esistessero almeno due edifici sacri, uno di questi, battesimale, sede di pieve rurale, e di una curatia, et sepulturas ibi…, con annesso cimitero.

    Dove erano localizzati e che fine hanno fatto questi due oratori? Possiamo ritenere che la chiesetta oggi esistente e dedicata alla Madonna della Neve, sia sorta sui resti di una delle due chiese anteriori?

    Si possono fare varie ipotesi senza raggiungere certezze.

    L’oratorio dedicato alla Madonna della Neve

    Dobbiamo passare a tempi molto meno lontani, per avere una citazione interessante: in data 20 maggio 1781 si trova menzione del ritiro di una cassetta di offerte ai piedi della Madonna Buriola, che era venerata anche come Madonna della Neve.

    Un’altra importante informazione la troviamo nel secolo successivo: era l’agosto 1845 quando il vescovo di Adria delegava il parroco di Salara, don Luigi Poli, a benedire una nuova statua della Madonna, e autorizzava a dedicare l’oratorio – di recente ricostruito che la ospitava – alla “Madonna della Neve”. L’edificio era stato riedificato sul posto dove sorgeva l’oratorio di San Zenone, come testimonia il ritrovamento di ossa umane nel terreno perimetrale.

    Passarono ancora oltre trenta anni, allorché i proprietari dell’oratorio, Piero e Alessandro Natali, ottennero il permesso dal vescovo di Adria, mons. Giuseppe Apollonio, di demolire il vecchio oratorio e riedificarlo più ampio, con affiancato campanile con la guglia a foggia romanica e due campane. All’interno fu costruito anche un altare in pietra.

    I festeggiamenti liturgici della benedizione e della celebrazione della messa con processione, furono celebrati solo l’11 agosto 1882.

    Possiamo assumere questa data come il nascere della tradizione della sagra della Madonna della Neve di Veratica. Secondo una leggenda popolare si vorrebbe che il giorno in cui cominciarono i lavori di ricostruzione della nuova chiesetta, il 5 agosto, sia avvenuta una nevicata fuori stagione. Ma la leggenda richiama quella più famosa riferita alla chiesa romana sull’Esquilino, meglio nota come chiesa di Santa Maria Liberiana, comunemente conosciuta come “Madonna della Neve”.

  • La chiesa di S. Maurelio in Sariano

    La chiesa di S. Maurelio in Sariano

    Il pregevole restauro dei beni storico-artistici della chiesa di Sariano, (inaugurato lo scorso 11 giugno) ci offre lo spunto per ripercorrere la storia di questa parrocchiale, divenuta di grande interesse dopo che al suo interno sono stati rinvenuti lacerti di affreschi murari, probabilmente i più antichi della diocesi di Adria Rovigo.

    I dipinti vennero casualmente scoperti nel lontano 1952, quando l’allora parroco Don Mario Fogagnolo, assistito dal sacrestano Luciano Trambaioli, nello spostare un vecchio armadio in un piccolo locale attiguo all’abside, provocava il distacco di una scaglia d’intonaco, facendo emergere dal muro sottostante il volto ad affresco di una Madonna. Avvertita subito la Sovrintendenza ai Beni Artistici e Culturali, si provvide a fare ulteriori saggi, in seguito ai quali ci si rese conto che tutte le pareti di quella che si rivelò essere la parte antica della chiesa di san Maurelio, erano interessate da affreschi databili dal 300 al 500 e di ottima scuola, ipotizzandosi nei più antichi l’opera di allievi di Giotto e in altri, quella di artisti di scuola emiliana e lombarda¹.

    La straordinaria scoperta comportò un primo intervento di restauro conservativo, conclusosi nel 1958 per esaurimento dei fondi, senza che l’opera fosse conclusa. Passò mezzo secolo e finalmente, grazie al finanziamento della Fondazione Cariparo e della Regione Veneto, il restauro venne ripreso e ultimato nello scorso mese di marzo.

    Un territorio vitale

    Va innanzitutto detto che, oltre al valore storico-artistico, questi affreschi attestano anche la vitalità di un territorio a torto considerato povero, inospitale per la continua minaccia di fiumi e affetto da una cronica arretratezza culturale. In realtà, anche nel Polesine l’uomo del Medioevo e del Rinascimento aveva trovato il modo di convivere con gli elementi naturali, abitando sui dossi più rilevati e proteggendo le terre coltivate con quelle arginature che ancora caratterizzano il nostro paesaggio.

    In quanto alle alluvioni, esse non erano mai disastrose perché le piene dei fiumi venivano lasciate sfogare nelle valli, soggette pertanto ad un frequente ricambio delle acque, che le rendeva pescose e salubri. In altre parole, si era creato un equilibrio tra terra, acqua e attività umane, un ecosistema come diremo oggi, che faceva del Polesine un territorio complesso, sicuramente difficile, ma nello stesso tempo piacevole e anche produttore di ricchezza (perciò conteso tra Ferrara e Venezia). In tale contesto, ben comprendiamo che la circolazione di pittori forestieri e l’attività di maestri locali (come il badiese Giacomo Pesson), deve aver interessato anche la nostra provincia già nel Basso Medioevo e gli affreschi di Sariano ne sono una testimonianza.

    La costruzione del 1300

    La prima attestazione della chiesa di San Maurelio in Sariano è contenuta nell’elenco delle decime ecclesiastiche per la regione Emilia dell’anno 1300, nel quale essa appare senza reddito e senza un sacerdote residente². Ma qualche decennio dopo (1341), compare in un atto notarile un certo Don Gualtiero, che si definisce prete della chiesa di San Maurelio di Sariano³, un elemento non trascurabile, ai fini della datazione degli affreschi più antichi conservati nella struttura.

    Nello stesso documento, si tratta di un lascito ereditario alla Casa d’Este, vi è anche la prima descrizione di “unum pallatium muratum… cum foveis circumcirca, ponte levatorio, puteo et cortili in forma castri, quod dicitur il Castello de Sariano…”, una curtis fortificata medievale che, sfidando i secoli, è giunta quasi intatta fino ai nostri giorni. Con quell’atto nasceva formalmente la Castalderia Estense di Sariano, un allodio, cioè un bene privato del duca di Ferrara, condotto mediante un agente di fiducia detto castaldo. La restante parte del territorio di Sariano e gran parte di quello di Trecenta erano da almeno due secoli possedimento del vescovo di Ferrara e questo spiega la dedicazione delle loro chiese a San Maurelio (vescovo e martire) e a San Giorgio, i patroni della città estense.

    Nel 1391 il grande possedimento vescovile di Trecenta veniva ceduto dal vescovo Nicolò dè Roberti con investitura enfiteutica al marchese Alberto d’Este (ne aveva sposato la sorella Giovanna) e con facoltà di subinfeudare. Pochi anni dopo il marchese Nicolò III donava con due diversi instrumenti, datati 1401 (6 gennaio) e 1409 (7 ottobre), beni allodiali e beni di provenienza vescovile, al conte Uguccione Contrari e ai suoi discendenti maschi, come ricompensa delle sue imprese militari, col vincolo di fedeltà alla Casa d’Este⁴. Con queste investiture iure feudi, il casato dei Contrari assumeva anche il patronato sulla chiesa di San Maurelio, cioè l’obbligo di provvedere alle strutture, agli arredi e al mantenimento di un sacerdote residente che poteva scegliere a suo gradimento.

    In quel tempo la chiesa di Sariano era formata da una piccola navata romanica, con tetto a capanna, ingresso a Ponente e altare a Levante, dotata di un minuscolo campanile nell’angolo della parete Nord. Come si evince dai lacerti di affresco rimasti, le pareti interne erano affrescate tutt’intorno da un doppio ordine di dipinti, raffiguranti scene della vita di Cristo, della Vergine e con la presenza di varie figure di santi: una sorta di catechismo illustrato che faceva della chiesetta un vero gioiello dell’arte sacra medievale.

    La chiesa del ‘400

    A partire dal 1410, sotto il patronato dei Contrari, la chiesa di Sariano subisce una prima trasformazione: la navata viene divisa mediante l’inserimento di un arco absidale in due locali, un presbiterio a forma di piccola cappella con volta a crociera contenente l’altare maggiore e un’aula per i fedeli, contenente a sinistra un battistero e a destra una cappellina dedicata alla Madonna.

    Questa soluzione dal punto di vista funzionale separava lo spazio del celebrante da quello dei fedeli; dal punto di vista architettonico, eliminava almeno una delle capriate in legno che sorreggevano il tetto e permetteva il sostegno della volta a crociera, al centro della quale veniva inserito un rosone con lo stemma del casato, a indicare la sua vicinanza all’altare e quindi a Cristo e alla Chiesa.

    In seguito a questo intervento, tutti gli affreschi esistenti venivano coperti da uno strato d’intonaco e sostituiti da una nuova affrescatura. Nel presbiterio, veniva dipinta la parete dietro l’altare maggiore con motivi a stipiti e colonne formanti una specie di vestibolo che conferiva al piccolo locale una sensazione di maggiore ampiezza. La volta del presbiterio veniva invece affrescata con una decorazione a cielo stellato, arricchita da motivi floreali con simbologia religiosa (fiori di melograno), disposti lungo le nervature della crociera.

    Veniva dipinto ad affresco anche l’arco absidale, sul fronte verso l’aula, con scene ispirate al Giudizio Finale e l’inserimento tra le varie figure di santi di un enigmatico guerriero in armatura, forse Uguccione il Grande, dal momento che il messaggio pittorico allude alla difesa della Chiesa e della cristianità (nel 1411 era stato nominato gonfaloniere della Chiesa e capitano generale delle milizie pontificie). La riaffrescatura interessava anche le pareti dell’aula, ma non sappiamo in che misura, in quanto ne rimane solo un breve tratto sul muro a Nord; qui l’ignoto autore ha lasciato tra le figure dipinte anche una data: 1426, con molta probabilità l’anno di esecuzione dei nuovi affreschi. Questa data ci pone l’interrogativo se l’autore possa essere stato quel maestro Iacopo Pesson depinctore da la Badia, che proprio in quel periodo risulta essere al servizio di Nicolò d’Este e di Uguccione Contrari e la cui famiglia aveva proprietà e interessi nel comune di Trecenta.

    Le vicende del secolo XVI e XVII

    Nel verbale della prima visita del vescovo Fontana⁵, avvenuta il giorno 11 settembre 1591, si ha una sommaria descrizione della prima chiesa: essa appare dotata di due porte, due finestre, di una cappella maggiore, “fornicata et antiquis picturis picta” contenente l’altare del Santissimo (altare maius) e di una cappella minore, forse una nicchia inserita nel muro di destra dell’aula, “parva, fornicata et picturis ornata” alla quale è annesso l’altare della Madonna. Il Presule constata inoltre, che i muri “sunt dealbati sed antiqui”, lasciando intendere il sufficiente decoro dell’edificio, nonostante la sua antichità, ma anche che la maggior parte delle pareti interne non risulta più essere affrescata, ma solo tinteggiata di bianco. La tinteggiatura, peraltro, era stata eseguita in adempimento alle prescrizioni della precedente visita pastorale, avvenuta nel 1574 ad opera del delegato vescovile mons. Maremonti: ecclesiam totam dealbari⁶. Una prescrizione così categorica, induce a pensare che già all’epoca le affrescature, forse perchè deteriorate dall’umidità, fossero state ricoperte da uno strato d’intonaco che ne aveva cancellato la memoria. In quanto agli affreschi superstiti, il vescovo Fontana definisce antiqui solo quelli della cappella presbiterale, dove probabilmente egli ha modo di osservare le decorazioni della volta, e il finto vestibolo all’altare, fatti al tempo di Uguccione I Contrari, risultando le restanti pareti dealbate. Sarà grazie a questa candida pellicola di calce e di intonaco che i lacerti di affresco trecenteschi rimasti sulle pareti, saranno protetti dall’azione combinata della luce e dell’umidità, conservandosi fino ai nostri giorni.

    Nel 1575 si estingueva con la morte del conte Ercole senza prole, la linea maschile del casato Contrari e i possedimenti di provenienza vescovile, chiesa compresa, passavano al casato Pepoli, attraverso il matrimonio dell’unica erede Laura Contrari con il conte Sicinio Pepoli, mentre i beni privati di Casa d’Este saranno investiti ai nobili Bentivoglio.

    Il casato Pepoli, originario di Bologna, manterrà il patronato sulla chiesa di Sariano fino al 1838, quando cederà le sue proprietà in Trecenta e Sariano agli Spalletti-Trivelli di Reggio Emilia. Alla generosità dei Pepoli si deve la preziosa pala d’altare, attribuita al pittore centese Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino (1591-1666), raffigurante San Maurelio in atto di proteggere la città di Ferrara e altrettanto preziosa è l’ancona lignea che le fa da cornice, finemente intarsiata e decorata in oro, entrambe restaurate nei mesi scorsi. La loro presenza viene segnalata nei verbali delle visite pastorali a partire dal 1664, anno di fondazione della parrocchia, quando appaiono collocate nella cappella oggi dedicata a Santa Liberata⁷.

    Sul finire del Cinquecento, essendo la primitiva chiesetta, divenuta insufficiente per l’aumento della popolazione, fu necessario costruire una nuova chiesa più ampia, che veniva collegata ad angolo retto alla precedente, con la facciata orientata verso Sud. In tal modo la vecchia aula dei fedeli diveniva l’abside della nuova chiesa, mentre rimaneva praticamente intatta la cappella presbiterale con gli affreschi antichi, divenuta sacrestia e poi stanza di collegamento con la casa canonica.

    Con un successivo intervento, avvenuto tra il 1656 e il 1664, veniva innalzata lateralmente alla chiesa, anche una nuova torre campanaria⁸ dalla caratteristica guglia slanciata, affiancata da quattro pinnacoli, pure restaurata nei mesi scorsi.

    Il rifacimento settecentesco

    All’inizio del Settecento, durante la rettoria del Rev. Bellino Cavazzini, un prete originario di Fiesso, la chiesa subiva un’importante ristrutturazione (aggiunta delle cappelle laterali, rialzo delle pareti, rinnovo della facciata), assumendo l’attuale aspetto di gusto neoclassico.

    Dal I agosto 1819 la chiesa di Sariano, ormai inserita per volontà austriaca (trattato di Vienna del 1815), nella nuova provincia di Rovigo e nel Regno Lombardo-Veneto, veniva separata dalla diocesi di Ferrara e aggregata, assieme alle altre parrocchie della ex Transpadana Ferrarese, alla diocesi di Adria-Rovigo.

    In conclusione, la chiesa di Sariano conserva testimonianze d’arte tardo-gotica e rinascimentale uniche nella nostra provincia e merita sicuramente una visita, giungendovi magari in bicicletta da Trecenta, dopo aver percorso l’Argine della Sposa, ed ammirato gli stupendi gorghi che lo fiancheggiano. Storia, arte e paesaggio per un turismo intelligente a pochi chilometri da casa nostra⁹.

  • Sirio Lupo Celeste

    Sirio Lupo Celeste

    Tra le zone ambientali di pregio del comune di Fratta, particolarmente amena si presenta quella caratterizzata dalla parte conclusiva del corso d’acqua denominato Scortico, là dove lo stesso sfocia nel Canalbianco con un salto d’acqua.

    Ci siamo già occupati di quest’area per parlare del Mulino che un tempo utilizzava la forza motrice dell’acqua creatasi dal dislivello per far funzionare la macina del “mulino terragno”. Una struttura questa – che sorge sulla riva destra dello Scortico – recentemente rivitalizzata da un complesso intervento di ripristino, che ha salvato i macchinari originali (ideando un percorso museale) e dato vita ad un’attività di accoglienza e ristorazione (vedi Ventaglio n.38 pag.148).

    Sulla riva sinistra dello stesso corso d’acqua troviamo un’altra iniziativa di valorizzazione del territorio che merita una visita. Dal ponte sul fiume si nota subito il bel complesso rurale che sorge nella vasta campagna che si estende sotto l’argine.

    L’accoglienza è cordiale. Ci riceve Fabiola Zanella, ben disponibile ad accompagnarci nella visita all’azienda, che da poco più di un anno è stata inclusa nel novero delle “fattorie sociali”. Il che significa che, oltre all’attività agricola, qui si sviluppano iniziative correlate, in un’ottica di ampliamento delle funzioni sociali, ambientali, didattico-formative, turistiche e ricreative.

    Apprendiamo che l’idea di dar vita ad una Fattoria Sociale, è nata dopo che la responsabile dell’azienda, aveva realizzato Progetti di Attività e Terapie Assistite con gli animali rivolte a persone in difficoltà. Successivamente alla laurea in Scienze Agrarie, Fabiola Zanella si è infatti specializzata in “comportamento animale e nelle attività e terapie assistite dagli animali”.

    Di qui anche la scelta di contrassegnare con un nome innovativo l’azienda: “Sirio, Lupo Celeste”, come la stella più luminosa della costellazione del cane, il primo animale ad essere addomesticato 150 secoli fa.

    “E’ importante sottolineare – precisa Fabiola – che non bastano gli animali e un’impresa agricola per poter operare, ma è necessaria una specifica e profonda formazione dell’operatore e degli animali coinvolti”. Prima della realizzazione della Fattoria Sociale, la Zanella, in coppia con i suoi cani e in una equipe multi professionale realizzava progetti di “Pet Therapy” in strutture poco o per nulla legate all’ambiente rurale, con ritmi ed orari spesso inflessibili, non sempre adatti agli utenti. In questo clima aumentava lo stress anche per i cani.

    Di qui l’idea di ristrutturare alcuni fabbricati rurali dell’Azienda Agricola Zanella, realizzando ambienti al coperto dedicati alle attività di Pet Therapy, creando inoltre all’esterno dei percorsi ad ostacoli per le attività con i cani. Non solo: il passo successivo è stato quello di costruire delle capannine per altri animali domestici come l’asino e le caprette; poi sono stati realizzati dei percorsi per le passeggiate in compagnia dei cani e dell’asino.

    Due anni di grande impegno, in cui Fabiola ha realizzato il suo sogno. Oggi nella fattoria sotto lo Scortico ci sono le caprette, l’asinella Ida, i conigli nani e le galline. I cani vivono in casa in compagnia della famiglia.

    E’ evidente che le condizioni ambientali e i ritmi di vita più sereni e meno frenetici fanno di questo contesto rurale un luogo in cui l’individuo prova una sensazione di benessere. Un luogo ameno, ed anche per questo particolarmente adatto ad iniziative di recupero di soggetti svantaggiati.

    “Quando l’azienda agricola non ha come unico obiettivo la produzione di beni agricoli – sottolinea Fabiola – ma offre opportunità di integrazione sociale attraverso le produzioni, la relazione con gli animali presenti e il contesto rurale, si parla di agricoltura sociale”.

    Un’ottica nuova con cui guardare la campagna dunque, e un valore aggiunto conferito all’azienda, che è stata attrezzata per dare servizi fino a qualche anno fa impensabili, rivolti in particolare al recupero di soggetti svantaggiati.

    “Non si tratta dell’esperienza passiva della bellezza dei paesaggi agricoli, come avviene nel turismo rurale – precisa Fabiola – ma di un uso delle risorse vegetali e animali sia in processi di coltivazione veri e propri, come nell’ortoterapia, sia in attività di relazione, come nella Pet Therapy, che offrono a individui affetti da disagi psicofisici l’opportunità di rafforzare i propri percorsi riabilitativi-terapeutici specifici. Il contesto rurale offre ambienti tranquilli e rilassanti non medicalizzati, che sono ritenuti più efficaci perché vissuti piacevolmente sia dai pazienti che dagli operatori. Il contesto rurale inoltre offre anche un’adeguata sistemazione agli animali coinvolti nelle attività e terapie assistite”.

  • Il Divisionismo a Palazzo Roverella

    Il Divisionismo a Palazzo Roverella

    Dal 25 febbraio al 24 giugno 2012 Palazzo Roverella riaccenderà le sue luci ospitando una nuova grande mostra dedicata al Divisionismo, momento culturale che si annuncia come uno tra i più importanti eventi espositivi del prossimo anno.

    Promossa da Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, Comune di Rovigo, e Accademia dei Concordi, la nuova esposizione indaga una delle più entusiasmanti stagioni dell’arte italiana degli ultimi secoli illuminando, con un taglio nuovo e un’accurata scelta di opere, il periodo compreso tra il 1890 e l’indomani della Grande Guerra.

    L’indagine proposta a Palazzo Roverella e curata nuovamente da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli rileggerà la storia di questo singolare momento dell’arte in cui diversi artisti italiani, con assoluta originalità, si confrontarono con l’uso "diviso" dei colori complementari e interpretarono magistralmente – come afferma il sottotitolo della mostra – la luce del moderno, negli stessi anni in cui in Francia Signac e Seraut “punteggiavano” il Neo Impressionismo.

    Quanto alla genesi dell’evento bisogna ricordare che dalla XXVI Biennale Veneziana del 1952, alla Mostra sul Divisionismo Italiano del 1970, alla Permanente di Milano, l’esigenza di approfondire ruoli e contributi di personalità artistiche italiane nell’elaborazione teorica e stilistica del Divisionismo, in relazione al Neoimpressionismo francese ha fatto scaturire diversi progetti espositivi; ma finora l’attenzione riservata agli anni fondativi del divisionismo, e ai cosiddetti maestri storici, rimaneva da allargare verso i protagonisti degli anni Venti del Novecento che non potevano ritenersi dei semplici epigoni, ma dovevano essere rapportati ad un dibattito più ampio e eterogeneo, come suggerito nella mostra Divisionismo Italiano organizzata a Trento nel 1990.

    In questo senso procede la mostra proposta da Matteoni e Cagianelli che si propone di allargare la prospettiva critica ad artisti finora solo episodicamente collegati al Divisionismo, riflettendo più attentamente sul ruolo di personalità quali Vittore Grubicy de Dragon o Plinio Nomellini, nell’intento di ritessere significativi contributi e reimpostare flussi di un linguaggio policentrico, ampliando e valorizzando le geografie di un movimento che incrocia differenti tradizioni regionali e impone istanze di trasformazioni stilistiche.

    Le riflessioni si spingono fino all’inizio delle avanguardie, concentrando l’attenzione non solo sui protagonisti indiscussi e consacrati, ma ampliando lo spettro d’indagine verso coloro che in Toscana, Liguria, Veneto ed Emilia, costituirono tasselli autonomi di sperimentazione luminosa, evidenziando le diverse dimensioni territoriali del Divisionismo, che sono forse la maggiore ricchezza del movimento.

    Un’ulteriore tappa dell’indagine sulla questione divisionista verte sulla Secessione Romana, da considerare soprattutto per quanto concerne il fenomeno di un linguaggio che diviene strumento di trascrizione di nuovi miti mondani e di inedite mode esotiche.

    I temi del Novecento, che vanno dalle scoperte scientifiche agli incombenti conflitti sociali, dal variato rapporto con la realtà agreste all’evoluzione della città moderna, sono affrontati dagli artisti con una tecnica spesso audace e coraggiosa fatta di sperimentazioni che, prima delle avanguardie, costituiscono una grande cesura rispetto agli stili del passato.

    I puntini e le barrette colorate dei francesi nel Divisionismo italiano diventano filamenti frastagliati che spesso si sovrappongono anziché accostarsi. La grande differenza, però, è lo spirito, poiché la nuova tecnica suggerisce una pittura di luce, colore e soprattutto di emozioni. E vengono così magistralmente riprodotti i sentimenti e le passioni che accomunavano i protagonisti di quella stagione artistica – in cui si possono aggiungere gli straordinari Balla, Boccioni, Severini e Carrà – che sarebbe andata a sfociare nel rivoluzionario “nuovo” del Futurismo.

  • L’identità del Polesine

    L’identità del Polesine

    Ha tenuto banco nei mesi scorsi l’ipotesi dell’abolizione della Provincia di Rovigo, accendendo anche un dibattito sulla futura aggregazione del nostro territorio: con Padova o con Ferrara? Problematica poi accantonata dal successivo annuncio della futura soppressione di tutte le amministrazioni provinciali. Sarà davvero così?

    In realtà, al di là degli annunci definitivi, non mancano i dubbi che si giunga a cancellare con un colpo di spugna una storia ultrasecolare, e nel dibattito che si è originato in Polesine si sono registrate prese di posizione a favore del mantenimento della Provincia non solo da parte di amministratori, politici e personalità della cultura, ma anche di persone comuni che nell’istituzione provinciale individuano un ruolo di salvaguardia dell’identità territoriale.

    Un territorio chiamato Polesine, che forse tardivamente si è imparato a conoscere e conseguentemente ad apprezzare per le sue peculiarità paesaggistiche, i suoi non trascurabili beni culturali e la varietà della sua storia e delle sue tradizioni. Sembra finalmente caduta l’immagine – resistita per vari decenni – del Polesine visto come un’area marginale, terra delle nebbie e dell’alluvione. Grazie anche a non poche iniziative di valorizzazione (di cui questa rivista si è fatta spesso portavoce e promotrice) il nostro territorio si presenta ora con un appeal più interessante: terra dei fiumi, dei borghi e di esclusività artistiche e culturali; area non più negletta, ma agevolata dalla presenza di sistemi stradali, ferroviari e idroviari, che ne favoriscono la visibilità e la fruibilità nel contesto nazionale.

    Ed è proprio facendo leva sugli aspetti identitari del Polesine e sulle sue peculiarità da valorizzare, che, semestre dopo semestre, da 22 anni diamo vita a questa rivista chiamata Ventaglio, divenuta via via un riferimento sempre più apprezzato ed atteso.

    Questo numero si apre all’insegna dell’annunciato evento d’arte che caratterizzerà il primo semestre 2012, ovvero la mostra sul Divisionismo che, a partire dal 25 febbraio fino al 24 giugno, animerà le sale di Palazzo Roverella a Rovigo. Vengono poi proposti vari itinerari ed opportunità di visite, partendo dall’area più occidentale, grazie al riallestimento del Museo della Giostra di Bergantino, per giungere fino all’estremo oriente nelle lagune del delta. Si passa poi agli approfondimenti storici del nostro territorio, con articoli riguardanti aspetti per lo più poco noti ma non privi di richiamo. Interessante anche la sezione dedicata ai personaggi illustri, che nel tempo hanno fatto ben figurare il Polesine grazie al loro impegno e alla loro operosità. Personaggi che, decenni dopo la loro scomparsa, in qualche occasione tornano a far sentire alta la loro voce. E’ il caso di Giuseppe Marchiori, il critico d’arte lendinarese che nel 2011 è stato “protagonista” di ben due mostre d’arte organizzate rispettivamente a Ravenna e Fermo.

    Seguono le pagine dedicate agli “Incontri”, all’Arte, alla Poesia e alla Narrativa, per giungere alla sezione conclusiva della rivista riservata ad importanti iniziative sul piano sociale e culturale, tra cui la mostra, chiusasi a fine ottobre all’Accademia dei Concordi dedicata a Giovanni e Vittorio Biasin, ed il restauro della Fontana della Riconoscenza davanti alla stazione ferroviaria: segno rappresentativo questo di un Polesine da non dimenticare, ferito dall’alluvione nel 1951, ma soprattutto emblema dell’attenzione del mondo verso la nostra terra e simbolo di “risurrezione” dopo la tragedia delle acque. E quindi sprone a coltivare l’identità polesana nel modo più consono e convinto.

  • Le creazioni di Remo Chiarion

    Le creazioni di Remo Chiarion

    Un magazzino-laboratorio dove creare sculture in lamiera. Attrezzi semplici, da carpentiere, maneggiati con l’abilità di mani esperte e segnate di vita, dopo anni di lavoro. Gli occhi del visitatore scorrono velocemente le sculture di Remo Chiarion, incapaci di soffermarsi e scegliere, fra tutte, la più particolare o significativa. Piccoli e grandi gioielli sgorgati da fantasia e ingegno.

    Chiarion, nato nel 1929, ex titolare del ristorante ‘La Campana’ di Rovigo, è tradito dalla carta d’identità; diversamente, a guardarne il volto sereno e la gioia con cui descrive le proprie sculture, nessuno affermerebbe che ha superato gli 80 anni. I suoi tre figli sono titolari del bar Coghetto di Rovigo; lui si divide tra l’aiuto al locale e il suo hobby che lo conduce quasi quotidianamente al laboratorio, immerso nella campagna tra Polesella e Arquà Polesine, luogo di pace, silenzio, quasi incontaminato, dove le idee possono trovare tutto il tempo per divenire reali.

    “Ho iniziato a fare il fabbro a 11 anni, appena terminata la quinta elementare – racconta l’artista -. A vent’anni ho deciso di aprire un piccolo laboratorio scegliendo un’attività indipendente. Il lavoro, inizialmente molto redditizio, si è poi affievolito dopo l’alluvione. Così, approfittando dell’idea lanciatami da alcuni parenti scesi in Polesine da Torino, ho pensato bene di raggiungere la capitale piemontese e di far fortuna altrove”.

    Il viaggio di Chiarion inizia da qui. Lo porterà a un continuo spostamento tra Veneto e Piemonte, alla ricerca di sempre nuove sfide e conquiste. “A Torino ho lavorato in Fiat – prosegue l’artista -, alla catena di montaggio. Ma non era un mestiere che faceva per me. Troppo monotono, ripetitivo. Così, dopo appena un anno, mi sono licenziato”.

    La vita di Chiarion è davvero tutta un’avventura. Spirito ribelle, raccoglie i pochi attrezzi rimastigli in mano e, dopo l’esperienza alla Fiat, limitativa per la propria creatività, apre in Piemonte un’officina. Confeziona ringhiere e complementi per le case, su ordinazione. Fino alla crisi del settore edile che lo spinge a emigrare nuovamente, tornando in Polesine.

    “Al mio ritorno, acquisto una casa a Villamarzana – prosegue Chiarion – al confine con Fratta. Resto tre anni, poi faccio nuovamente le valigie ancora alla volta di Torino, per altri quattro anni”. Un continuo, incessante viavai che però alimenta la sua sete di creatività. Fino alla storia più recente, che lo vede acquistare 11 ettari di terra, tra Polesella e Arquà Polesine, poi rivenduti tranne la sede attuale del proprio laboratorio.

    Remo Chiarion, lo raggiunge in macchina, si chiude la porta alle spalle e, lì, immerso nel silenzio della campagna, inizia a creare. “Mi è sempre piaciuta la terra, ma non sono mai riuscito ad appassionarmi nel lavorarla. Così – si confida riannodando i fili col passato – nel 1976, ho deciso che forse era meglio cambiare del tutto attività; e ho aperto il ristorante ‘La Campana’, gestito per vent’anni”.

    Nel suo incessante peregrinare, andare e venire, lasciare, cambiare, scegliere, fare e disfare, intrecciando diverse esperienze e competenze nella fitta trama di idee e realizzazioni, l’ha sempre seguito costantemente e pazientemente la moglie. Remo lo conferma con un sorriso sincero, ricordandola ancora con molto affetto e definendola con sottile ironia “una santa donna”, capace di assecondare le sue improvvise e sempre nuove esigenze. Ma, si sa, gli artisti persone semplici, immediate e ovvie proprio non sono.

    La casa di Remo Chiarion, nel quartiere Tassina, a Rovigo, parla della sua abilità. Conserva in entrata una struttura in ferro che sorregge, tra riccioli e ghirigori ben organizzati, una campana, il batocchio e una catena che fa muovere e suonare. “Tengo ancora lo stemma del ristorante – aggiunge -, per me è un ricordo importante”.

    Lungo la scala di marmo chiaro che porta al piano superiore della villetta, troneggia un maestoso gallo, ben proporzionato e dotato di un’espressione fiera e di molte penne a formare, come un cespo confuso, una grande coda. Ci sono anche galletti più piccoli, cavalli, e una grande faina, liscia e ben levigata.

    Remo Chiarion lavora indistintamente dando vita a realizzazioni di grandi o piccole dimensioni. Per lui non è un problema conferire le esatte proporzioni alle figure da creare: idee che, una volta impresse nella mente, pian piano si compongono a colpi di attrezzi.

    Tra le sue opere più riuscite c’è una Pietà, a grandezza naturale, un Sant’Antonio, un ciclista, sempre a grandezza naturale, senza dimenticare le sculture che l’artista ha donato a terzi. In particolare, un portacero pasquale situato nella chiesa di Arquà Polesine, decorazioni dell’altare della Curia, la croce della chiesa della Commenda.

    Ma lo spettacolo più autentico, quello che descrive appieno l’anima, la passione, l’abilità di Chiarion, inizia quando si spalancano le porte del suo laboratorio. Un luogo in cui, a parlare, sono i pezzi di lamiera che, da semplici ritagli, si trasformano in schegge di talento e danno vita alle storie del mondo.

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