In una splendida giornata di sole, la città di Adria la scorsa estate ha ospitato la settima edizione del “Raduno Regionale del Folklore” dei sodalizi che aderiscono a Venetnia, l’associazione veneta gruppi di tradizione popolare.
L’iniziativa, che ogni anno si tiene in una diversa città veneta, è stata portata per la prima volta in provincia di Rovigo dal gruppo folklortisco di Bottrighe “Bontemponi & Simpatica Compagnia” con la preziosa organizzazione della Pro Loco, con il patrocinio del Comune, della Provincia, della Regione, dell’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po e la collaborazione del gruppo Maggio Carbonaro, delle Vecchie Glorie, del gruppo Alpini, della Protezione Civile, della benemerita Croce Verde e di radio Diva Fm.
La festosa kermesse, accompagnata da una perfetta assistenza di Polizia Locale, Carabinieri e Polizia di Stato, aveva tra le finalità, oltre che di aggregazione sociale, quella di far conoscere Adria ed il territorio del Delta. Obiettivo centrato in pieno entusiasmando tutti gli ospiti particolarmente colpiti dalla bellezza dell’antica città etrusca. Oltre quattrocento persone nel loro tipico costume sono giunte da tutte le sette provincie venete. Hanno partecipato i gruppi folkloristici “Bassanello” di Chies d’Alpago, “Bontemponi & Simpatica Compagnia” di Bottrighe, “El Pajar” di Bovolone, “Fodom” di Livinallongo, “Grutzigar” di Roana, “Holzhockar” di Sappada, “Legar” di Casamazzagno, “Marmoleda” di Rocca Pietore “Mercanti Dogali” di Montebelluna, “Nevegal” di Castion, “Pastoria del Borgo Furo” di Treviso, “Posagnot” di Possagno, “Rikaber” di Recoaro Terme, “Ruzzantini Pavani” di Padova, “Trevigiano” di Treviso, “Palio” di Zero Branco, “Le Fontanelle” di San Bonifacio, “Valbios” di Falcade, “I Campagnoli” di Rosegaferro, “Toca mi” di Mirano, “Vita d’altri tempi” di Correzzola e “Saltamaran” di Marano Vicentino.
La sfilata musicale, partita da via Chieppara, ha attraversato corso Vittorio Emanuele, ammirando l’originale contesto cittadino nonché la coreografia sull’acqua creata ad hoc dal fotoamatore Giuseppe Mattia Mincuzzi. Durante l’attraversamento di ponte Castello i gruppi hanno ricevuto i saluti dei canottieri sul Canalbianco, giungendo quindi nella chiesa della Cattedrale per la “Santa Messa del Folklorista” animata dai gruppi e celebrata, con autentiche parole di apprezzamento, dall’arciprete monsignor Mario Furini.
Al termine, in tutto il centro storico, i vari gruppi si sono esibiti per circa trenta minuti ricevendo i più sinceri apprezzamenti dei cittadini che si sono intrattenuti applaudendo calorosamente. Di seguito il pranzo comunitario che ha visto riunirsi a tavola tutti i gruppi nella tensostruttura allestita nell’area della parrocchia di Carbonara con uno spledido contorno di canti e musiche tra i gruppi insieme.
Nel pomeriggio, infine, l’esibizione finale sul liston di piazza Garibaldi con la consegna da parte di Letizia Guerra, presidente della locale pro loco, di pubblicazioni sulla città, sul Polesine, sul Delta ed il tipico dolce esse adriese, ad ogni singolo gruppo partecipante. Particolarmente colpito dall’accoglienza polesana il presidente regionale di Venetnia, Paolo Vidotto, che si è complimentato con tutti per la bella giornata trascorsa in provincia di Rovigo. Soddisfazione alle stelle per tutti gli organizzatori per un evento che sarà a lungo ricordato.
L’Accademia Veneta dello Spettacolo di Rovigo festeggia dieci anni di vita. Un lungo percorso nel settore della musica lirica, del teatro e del cinema.
Per dare risalto alle eccellenze artistiche polesane e venete, soprattutto giovani, era necessario che ci fosse un’ associazione specifica che si dedicasse a questo.
E’ così che nel 2001 è nata l’Accademia Veneta dello Spettacolo, con il primo concerto lirico, eseguito sabato 22 dicembre dello stesso anno al tempio “La Rotonda” di Rovigo.
L’ultimo, in ordine di tempo, lunedì 15 agosto 2011 a Rosolina.
Dieci anni di grandi soddisfazioni, con oltre 150 eventi realizzati nei vari ambiti, per gli artisti che hanno collaborato e tuttora collaborano con questa vivida realtà rodigina, ma anche per le migliaia di appassionati che, provenienti anche da lontano, hanno dato sempre il loro indispensabile appoggio morale.
I concerti lirici, i gran gala dell’Operetta, le diverse formazioni musicali (canzoni messicane, musiche da film, canzoni napoletane, ecc) costituiscono la spina dorsale delle attività dell’Accademia, ma anche il teatro e il cinema sono stati rappresentati con iniziative di spessore.
Per il teatro, l’ultima messa in scena, in occasione delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, è “Ciceruacchio Imperituro”, regia di Giuliano Scaranello e produzione della stessa Accademia: ha visto rivivere sulla scena gli ultimi momenti di vita dell’eroe risorgimentale Angelo Brunetti detto “Ciceruacchio”, fucilato dagli austriaci a Porto Tolle il 10 agosto 1849.
La lirica in piazza, scommessa vinta fin dalla prima edizione, ha dato vita all’ormai tradizionale concerto lirico “Estate rodigina” che ogni anno, il penultimo sabato di luglio, catalizza in piazza Vittorio Emanuele II migliaia di appassionati del bel canto.
La scelta artistica curata dal direttore Diego Rizzieri si è dimostrata sempre efficace per il giusto abbinamento delle voci ai brani proposti senza dimenticare quanto sia difficile accontentare un pubblico eterogeneo.
“Non abbiamo mai sbagliato un concerto – ha precisato il direttore dell’Accademia Diego Rizzieri. Quando si programma un evento musicale e si ha l’opportunità di prepararlo per tempo, scegliendo musicisti e strumentisti idonei al tipo di concerto che si vuole fare, tutto funziona sempre bene, poche sono le sorprese che potrebbero rovinare la serata”.
Nel 2004 il primo concerto lirico all’estero, nella gemellata città di Viernheim in Germania, dando così il via ad una serie di trasferte sia in varie regioni d’Italia nel 2005 e 2006, che oltreoceano in Uruguay e Australia.
Grazie alla preziosa collaborazione dei “Polesani nel mondo”, i concerti lirici divengono subito oggetto di richiesta da parte dei circoli che vogliono avere nelle loro città artisti professionisti polesani e veneti. Tra queste primeggia Bolzano dove, grazie all’interessamento di Franco Bozeni, l’Accademia è presente ogni anno con concerti lirici, gran gala dell’operetta e musiche da film.
In dieci anni l’Accademia ha dato a molti artisti rodigini, veneti, ed anche stranieri, la possibilità di salire su vari ed importanti palchi, iniziando dal tempio cittadino della “Rotonda” con il tradizionale “Concerto di Natale” sostenuto dall’allora sindaco di Rovigo Paolo Avezzù. Negli anni successivi si sono organizzati appuntamenti musicali e canori in tutte le più importanti chiese cittadine, giungendo al glorioso teatro Sociale grazie alla collaborazione di Umberto Perosa che ha sempre creduto nell’operato dell’Accademia.
L’Accademia Veneta dello Spettacolo sa di aver contribuito alla maturazione di molti giovani musicisti e cantanti: “solo quando si sale sopra un palco si può acquisire quell’esperienza senza la quale a nulla servono ore ed ore di teoria e solfeggio. A nulla servono tanti studi se poi all’ultimo istante l’emozione ti fa dimenticare tutto quello che hai imparato e dovresti sapere fare bene”.
Il compito che in questi 10 anni l’Accademia ha sostenuto, ovvero valorizzare il più possibile le potenzialità artistiche del territorio, è stato adempiuto nel migliore dei modi pur tra moltissime difficoltà burocratiche ed economiche.
Rovigo può offrire molto, moltissimo per divenire, come altre città italiane, punto di ritrovo culturale e musicale.
Non dobbiamo dimenticare che Rovigo è conosciuta nel mondo solo perché possiede un teatro divenuto importante per aver dato i natali artistici ai più grandi artisti del ventesimo secolo: dal violoncellista Arturo Toscanini, al tenore Beniamino Gigli, dal soprano Renata Tebaldi, al mezzosoprano Giulietta Simionato, per non dimenticare il grande soprano Rosetta Pampanini, che ha voluto riposare per sempre nella “propria” Corbola! Non ultimo il grande direttore d’orchestra Tullio Serafin.
Migliaia di australiani, sanno che il famoso teatro Opera House di Sydney è stato inaugurato nel 1974 da un italiano, esattamente da un polesano: il tenore Lamberto Furlan.
Tutti i musicisti e gli italiani di Montevideo conoscono il direttore dell’orchestra giovanile del Teatro Solis: un italiano, di Lendinara di nome Paolo Rigolin.
Molti italiani appassionati di musica sanno che la prima opera “Bohéme” tele trasmessa dalla RAI nel 1954, aveva la voce e la figura di un’artista di Grignano Polesine: il soprano Elena Rizzieri.
Tra gli illustri ospiti, insigniti dall’Accademia con una targa per i loro meriti professionali nell’ambito della lirica, oltre ai già citati Furlan e Rigolin, ultimo in ordine di tempo il grande baritono fiorentino Rolando Panerai, che proprio con il soprano Elena Rizzieri debuttò alla RAI nel 1954 con l’opera Bohéme.
Difficile ricordare tutti i nomi degli artisti che in questi dieci anni hanno collaborato: ricorderemo a caso alcuni nomi: i soprani Sonia Visentin, Michela Bregantin, Carla Cenacchi, Sonia Peruzzo, Alessandra Micheletti, Silvia Rampazzo, Mara Paci, Elisa Biondi, i baritoni Andrea Zese, Oscar Garrido, Silvio Zanon, Marco Danieli i tenori Leonardo De Biaggi, Andrea Crescente, Cristiano Olivieri, Stefano Rigon, Mauro Pagano, il mezzosoprano Cristina Melis.
Tra i giovanissimi artisti che l’Accademia ha “lanciato sul palco”: i mezzosoprani Nadia Pirazzini e Francesca Sartorato, il tenore Gianluca Arnò, il baritono Omar Camata, il giovanissimo violinista Sergio Marrini. L’Accademia si è avvalsa della collaborazione di valenti musicisti quali i pianisti Paola Chiarion, Maria Rostellato, Micaela Tiozzo, Paolo Lazzarini, di eccellenti giovani violinisti quali Nicola Breda, Riccardo Paltanin, Constantin Beschieru, ma anche di violinisti di fama internazionale quali Andrea Crosara, Vinicio Capriotti ed Alberto De Meis.
C’è poi il cinema, al quale l’Accademia non poteva non dedicare attenzione soprattutto quando il Polesine, terra di esordi per grandi nomi della celluloide, ha davvero dato molto.
Ecco allora le rassegne realizzate in collaborazione con la Società Dante Alighieri di Rovigo per ricordare che in Polesine e sul delta hanno mosso i passi alcuni “mostri sacri” del cinema nazionale. Luchino Visconti gira “Ossessione” con Clara Calamai e Massimo Girotti nel 1943. Roberto Rossellini ambienta tra i canneti del Po l’ultimo episodio di “Paisà”. Arrivano poi le troupe di “La donna del fiume” di Mario Soldati nel 1954 dove protagonista è una giovanissima Sofia Loren, Florestano Vancini con i suoi documentari e alcune scene de “Il delitto Matteotti” per arrivare agli ultimi film di Carlo Mazzacurati.
L’attenzione per il cinema polesano e veneto sbarca al Festival del cinema di Venezia e poi nasce, nel 2003, la Settimana del cinema veneto a Mar del Plata in Argentina, Sudafrica, Brasile e Canada.
Dieci anni di attività con un nuovo progetto futuro: la realizzazione di una mostra fotografica sui principali set in Polesine in collaborazione con la Cineteca di Milano.
Dieci anni intensi di cui non è facile ricordare tutto. Anche agli artisti e collaboratori non citati va il ringraziamento dell’Accademia.
Ho vissuto, quand’ ero bambino, nella casa che fa da cerniera fra due strade diverse fra loro, come il giorno rispetto alla sera.
Una era la via S. Francesco, una strada per gente distinta, professori, maestre, impiegati e giardini con muro di cinta.
L’altra via era molto più antica, strada Bettola era chiamata e quel nome diceva che un tempo, la miseria l’aveva abitata.
L’altra aveva le case più basse, due, tre stanze e servizi sul prato, la cucina affiancava la stalla, così il caldo non era sprecato.
L’una aveva i balconi fioriti, case grandi e giardini di rose, molte stanze con mobili antichi e pareti con tele preziose.
Le famiglie vivevano accanto e il litigio non era mai spento, urla e grida dal tono sguaiato e baruffe da fare spavento.
Strada Bettola e Via San Francesco e una casa che fa da cerniera, l’ho abitata quand’ero bambino… già vedevo, la vita, com’era.
SAN FRANCESCO
Frugando fra stoffe d’oriente e lane per vincere il gelo, scoprì un tappeto volante, che era chiamato: “Vangelo”.
Francesco salì sul tappeto, vincendo, del cuor, la paura, capì che la rotta era scelta da quella parola sicura.
Nel volo parlava agli uccelli e sempre lodava il Signore, a terra scendeva ogni volta laddove vedeva il dolore.
Planava il tappeto volante, leniva amarezze e tormenti, sfogliava i suoi fogli di cielo, lasciava dei cuori contenti.
Andò per le strade del mondo, andò per portare l’amore, la pioggia lavava la carne, la fede scioglieva un rancore.
Un giorno, un raggio di sole, trafisse le mani ed i piedi: “Laudato sia Tu mio Signore, se questo dolore mi chiedi “.
Francesco concluse il suo volo davanti ai suoi semplici frati: “Salite anche voi sul tappeto, vedrete dei luoghi incantati! “
COS’È LA VERITÀ
Chiese un uomo, un giorno, alla vita: “Tu lo sai che cos’è verità?”
E la vita rispose chiedendo:
“Son più i fiori sui prati a sbocciare o le fronde sui rami a tremare… son più l’ali che sanno volare o i segreti che son da svelare… son più gli astri nel cielo a brillare o i granelli di sabbia del mare? “
L’uomo allora rispose alla vita:
“Io non so quale sia la risposta e non credo esista, davvero, mi vuoi dire che quello che chiedo è, per tutti, il più grande mistero?”
“E’ così – gli rispose la vita – cos’è il vero nessuno lo sa, ma potrai continuare a cercare… E cercare… è già verità.”
AUTUNNO SUL DELTA
Manto di velo grigio sulla campagna bruna, flora che sopravvive, sopra l’inquieta duna.
Nidi deserti e tristi, su rami denudati, nubi giganti e lente, su cieli abbandonati.
Zolle che sono scrigno del seme generoso, foglie ingiallite e morte, che cercano riposo.
Remi di barche in valle, dai tonfi vellutati, reti gettate all’acqua, con gesti ereditati.
Canne pazienti al vento, mare dal volto antico, voli che guida il tempo… ignari del nemico.
FRA NOI ASSIEME
Eco di spari… e di sorda mitraglia, tuoni diversi, nel cielo turbato, non è saetta se il fuoco divampa, né terremoto, se il suolo ha tremato.
Mi sono chiesto se mai ci pensiamo, che tutto il male che porta la guerra, aggrava il peso di tanti dolori che, ogni uomo, ha qui sulla terra.
Siamo creature dai mille talenti, ci son tesori su questo pianeta, ma terremoti, cicloni, tempeste, ci fan vedere che ha l’anima inquieta.
Anche se un giorno ci fosse l’amore e la concordia su tutta la terra, se la violenza sparisse per sempre e non ci fosse più traccia di guerra…
ci resterebbe comunque quel giogo, ch’ è la violenza che ha la natura, quando scatena, con forza inaudita, tutta la rabbia che il tempo matura.
Ne abbiamo tanti di lutti e dolori in questo viaggio ch’è presto finito, farci del male è davvero insensato… ma non l’abbiamo ancora capito!
LA CAREZZA
Non avere paura, bambino, di fermare i tuoi occhi nei miei, voglio solo rubarti il dolore, voglio dirti che solo non sei.
Guai a me se il mio cuore non piange, se non tremo a contarti le ossa, se non pago il tempo che passa, se vivendo ti scavo la fossa.
La tua fame è partita lontano, dalle voglie di anime perse, non in cielo ci son le risposte, ma in tante coscienze perverse.
Voglio starti soltanto vicino, ma non dire una sola parola, perché devo ascoltare in silenzio, la tua vita lasciata da sola.
Come spada, tu alzi la mano, e, sul viso, mi fai una carezza, ora so che il tuo piccolo cuore… ha accolto la mia tenerezza.
UN BAMBINO MAI NATO
Ricordo che fu una scintilla, fu come il bagliore d’un raggio, l’approdo l’avevo raggiunto, finiva il terribile viaggio.
Ricordo che stavo in un mare, che l’acqua era dolce e tranquilla, che sempre crescevo un pochino dal giorno di quella scintilla.
Vedevo spuntare le dita, sentivo pulsare il mio cuore, gli occhi tenevo socchiusi, la pelle era tutta un rossore.
Sentivo che ancora per poco, avrei navigato quel mare, che, fuori, la vita chiamava ed io non volevo tardare.
Ma un giorno tremendo fui preso, cacciato dal nido accogliente, qualcuno…qualcosa…non so… strappava quel sogno innocente.
Quel gesto, crudele e spietato, fermava il magnifico viaggio, poi seppi che, fuori, l’amore… aveva smarrito il coraggio.
Ci sono opere che ti catturano a prima vista e dalle quali dispiace allontanarsi. Si resterebbe ore ad ammirarle perché ti emozionano, fanno vibrare le corde dell’anima. A me è accaduto con le sculture in bronzo e i quadri ad olio di Graziano Sante Donà, pittore, scultore e scenografo originario di Rosolina. Sante Donà ha manifestato sin dall’infanzia un’originale natura artistica ed ha potuto seguire gli studi presso l’Istituto d’Arte di Padova, sezione architettura, dove nel 1961 si è diplomato.
Qui ha conosciuto il maestro Amleto Sartori. “Di questo grande artista – ricorda Donà – oltre alla sua profonda sensibilità, ho ben presente il suo modo di muovere le mani sulla creta e di modellare con facilità i volti delle sue maschere. Provavo viva ammirazione per la sua capacità di trasformare qualsiasi materia, fosse legno, pietra o cuoio in qualcosa di palpitante e animato. Da questa sua straordinaria abilità manuale ho ricavato uno stimolo istantaneo per riportare, a mia volta, sulla materia gli stessi movimenti e la stessa irruenza del maestro”.
In seguito – ricorda l’artista – ho approfondito le mie ricerche sul volto e la maschera eseguendo disegni di ritratti e modellando la creta per la realizzazione di maschere. Negli anni Ottanta ho creato maschere per rappresentazioni sceniche e allestimenti d’arredo. Ne ho realizzate anche in occasione di spettacoli teatrali quali “Leda e il cigno” in alcuni teatri toscani.
L’attore Giorgio Albertazzi usò alcune mie maschere per la sua scuola di teatro. Fu un periodo di attività intensa rivolta in vari ambiti e a Rosolina mi fu dato incarico di realizzare il monumento al marinaio. Decisi di rappresentare una figura che condensasse la storia del luogo e delle tribolazioni della gente polesana: i pescatori, i raccoglitori di radicchio e, insieme, il marinaio naufrago.
Il mio marinaio, che fu chiamato “L’uomo del mare”, lo modellai orizzontale come il mare ricoperto da un velo a forma di triangolo grondante d’acqua che s’innalzava verso il cielo. La mia voleva essere provocazione e interrogativo sulla condizione umana.
Qualche anno dopo il sindaco di Rosolina Ermenegildo Ghezzo mi incaricò di riprodurre da una foto la statua dedicata ad un milite della guerra del 15-18 a suo tempo requisita dai tedeschi nell’ultimo conflitto per essere fusa e ricavarne munizioni.
Anche questa fu realizzata in bronzo, ma non volle essere una fedele riproduzione che esaltava alla violenza nell’atto di lanciare una bomba a mano; anche questa volta io volli dare una rappresentazione simbolica trasformando la figura del soldato in un fanciullo, poco più che adolescente, impacciato, con i panni inzuppati dal fango della trincea in un gesto di non violenza. Il giovane tratteneva sul petto la bomba con un atteggiamento pacato.
Oggi l’opera in bronzo, alta due metri e venti, posta su un piedistallo di marmo davanti al municipio di Rosolina si configura quale sentinella di pace.”
A Graziano Sante Donà fu commissionata, in seguito, una Scultura dedicata al Delta del Po da porre dinanzi alla sede ACI di Adria lungo il Canalbianco. L’opera in bronzo raffigura uno stormo di gabbiani in volo, simbolo di armonia e di vita, di leggerezza e d’interazione con il luogo.
Altra opera di Donà è il Monumento a Salvo d’Acquisto, eroico carabiniere che sacrificò la sua vita per salvarne altre. Questa opera, del tutto nuova nella tecnica, è costruita in acciaio assemblando materiale di scarto delle acciaierie. Si è venuta così a rappresentare una grande fiamma d’argento sulla quale sono intagliati i vuoti dei corpi sia di Salvo d’Acquisto che delle persone da lui salvate. L’artista ha voluto valorizzare in tal modo l’interiorità e i valori che durano oltre la morte.
Anni dopo, sullo stesso piedistallo del monumento a Salvo d’Acquisto nella piazza centrale di Porto Viro, fu posta un’altra opera In memoria dei caduti di Nassjrya che Sante Donà ha eseguito in marmo e acciaio. Rappresenta la terra e il male che dilaga in essa, ed esalta il valore del sacrificio di tutti coloro che sono disposti a donare la propria vita in nome di un ideale. “ Questa opera mi è particolarmente cara – afferma l’artista – in quanto fra i caduti di Nassjrya vi fu il figlio di un capitano che ebbi come superiore durante il servizio militare, oggi generale Figucello.”
Da sempre sensibile alle sofferenze umane Graziano Sante Donà ha dedicato molte sue opere, anche pittoriche, ai valori dello spirito e alla non violenza. Tra i suoi quadri troviamo un’Opera dedicata alla strage di Piazza Fontana di grande intensità e drammaticità.
Importante anche una sua mostra personale allestita a Rovigo e riguardante la strage dell’11 settembre a New York che ha destato grande commozione e interesse. Una delle opere esposte si trova attualmente nella sala della giunta presso il municipio di Rovigo.
Parallelamente all’attività prettamente artistica, Donà si occupa con successo di architettura d’interni e design. Anche in quest’ambito emerge la sua creatività, e ampi sono gli apprezzamenti per le sue realizzazioni portate a termine in abitazioni di personaggi celebri e in rinomati ristoranti ed hotel in Italia e all’estero.
Si chiama Danilo Giovanni Malin, ma tutti lo conoscono come Danilo e anche lui vuole essere così identificato. Abita in via Valdentro a Villanova del Ghebbo.
Aveva sette anni quando nel 1938 è stato avviato al lavoro ed ha cominciato a fare scarpe. Sua madre si chiamava Assunta Sicchiero, suo padre Ettore Ermanno Malin, un pioniere nel mondo della calzatura (vedasi scheda n. 1). Danilo aveva 15 fratelli. Ora sono rimasti in cinque. Due uomini e tre donne.
In tutta la sua vita Danilo ha sempre fatto scarpe. A 16 anni però si è innamorato della bicicletta, un bel diversivo all’aria aperta rispetto all’attività di calzolaio in uno spazio chiuso. Danilo si è scoperto velocista ed è riuscito ad entrare nella squadra allievi della Toffoli, ottenendo dei bei piazzamenti. Davanti aveva una carriera promettente, ma questo implicava l’abbandono del suo lavoro con le scarpe. Una scelta impossibile perché Danilo, pur così giovane, era il motore della società di famiglia e fu quindi costretto a lasciare l’agonismo sportivo. Una necessità risultata poi indolore, perché la Toffoli non
aveva legami utili per favorire il suo passaggio di categoria. Sarebbe quindi rimasto ugualmente senza una squadra.
Danilo continua a fare scarpe e a pedalare per conto proprio, ma anche a coltivare gli affetti, cosicché a 27 anni si sposa con Jolanda Ghirardini ed il matrimonio è coronato dalla nascita di ben sei figli: Mauro, Marta, i gemelli Enrico e Sergio, Prassede e Federica.
Nel frattempo Danilo, lasciata la bicicletta, passa al podismo, quello eroico, fatto di marce infinite come la 100 chilometri del Passatore, la 100 chilometri Udine/Trieste/Udine, la 100 chilometri di Montagnana. Sempre con il suo passo calmo ma deciso e il sorriso sulle labbra.
Gli anni passano e Danilo continua a confezionare scarpe. Siamo nel periodo d’oro del boom e dello svilupparsi del “Triangolo della Calzatura” con Lendinara e Fratta legate alla produzione di Villanova del Ghebbo (vedi scheda n. 2). I sistemi di produzione nel frattempo subiscono una evoluzione.
A proposito di quegli anni così li racconta Danilo: “Furono anni quasi caotici. Il bisogno di scarpe proveniente dalle grandi città come Milano e Torino, dove più alta era la concentrazione di operai, portò a rivoluzionari cambiamenti nella produzione. Fu abbandonata quasi del tutto la manualità nella confezione della scarpa e fecero il loro ingresso nella produzione le premonta, le ribattitrici, le incollanti automatiche e via di seguito sino ad arrivare ai giorni nostri dove la pelle non viene più tagliata a mano, ma
con un programma di taglio al computer e la pelle incisa da un raggio laser. Sono macchine talmente perfette che vedono anche i difetti della pelle e li evitano, Mi sembra quasi una cosa impossibile”.
A Villanova del Ghebbo, dopo il periodo d’oro, la produzione calzaturiera ha avuto una progressiva flessione ed ora si vive di incertezze, ma Danilo non si abbatte: “Nel periodo caotico della produzione di massa – precisa – noi abbiamo continuato a fare scarpe di qualità, senza mai debordare dalla nostra linea che esigeva soprattutto le scelta dei pellami migliori e una cura speciale nella rifinitura. Così la crisi per noi si può dire che non è mai arrivata perché anche negli anni ‘90 abbiamo continuato a lavorare per clienti selezionati, come ad esempio la vecchia calzoleria Brugatti di Milano che è sulla piazza da oltre cento anni e che è la bottega di riferimento della Milano che conta. Ora sono ancora in società con quattro dei miei figli che da 12 anni gestiscono una bottega di riparazioni in via Malcontenti a Bologna. Ogni tanto c’è bisogno di qualcosa di speciale e io sono pronto”.
Il mondo va avanti, ci sono cambiamenti anche radicali, ma Danilo non si abbatte, ed impavido continua la sua attività e nel frattempo torna al suo primo amore, la bicicletta, che rispolvera e rimette a nuovo.
Ancora adesso Danilo, all’età di ottant’anni – è nato a Villanova del Ghebbo il 31 ottobre 1931 – non smette di realizzare scarpe. Però se lo fa è solo per gli amici, quelli più simpatici. Poi ogni domenica mattina inforca la sua bici alla volta dei colli Atestini, su verso Monte Nero o Monte Madonna, una salita che farebbe paura anche ad Alberto Contador. Gli secca fermarsi spesso, ma a volte è necessario perché le strade non sono pulite e basta un sassolino tagliente per mettere fuori uso una ruota. In tal caso si ferma, prende il ricambio e dopo 10 minuti è di nuovo in sella.
Bici e scarpe. L’ultima sua creazione di pochi giorni fa: è una scarpa da uomo senza neanche una cucitura. Nemmeno una, solo il bordo. Un’altra riguarda un mocassino per guidare la Ferrari, con il tacco rientrante e la pianta di caucciù per non far scivolare il piede. Quando era all’apice dell’attività, a Villanova del Ghebbo, se c’era uno che poteva chiamarsi maestro, questo era Danilo che le sue scarpe le ha portate in mostra a Bologna e un po’ dappertutto.
Ieri e oggi, sempre sulla breccia. Ma cosa lo spinge ad essere così attivo? Lui sintetizza il suo stile di vita in due parole: “Passione e gioia di vivere. La vita è una sola, inutile fermarsi a guardarla, bisogna viverla senza pensare a quello che è stato o quello che sarà”.
Danilo, sempre in movimento. Cerco di trattenerlo per avere qualche altra notizia sulla sua vita, ma lui è perentorio: “L’intervista è finita – mi dice inforcando la fida bicicletta che è con lui da 55 anni – Basta perdere altro tempo, c’è ancora un’ora di sole e prima di cena si può fare ancora una ventina di chilometri”.
Ricorrono quest’anno cent’anni dalla morte di mons. Giacomo Sichirollo, avvenuta il 18 maggio 1911, alle ore 3,50, nell’ex seminario vescovile di Rovigo (oggi Archivio di Stato) posto nella via che attualmente porta il suo nome. Fu una personalità polesana di grandissimo rilievo dal punto di vista umano, religioso e culturale, e questo centenario può offrire l’occasione per riscoprirla e valorizzarla, come un tesoro da non dimenticare, ma a cui guardare per saper incarnare nei nostri tempi lo spirito autentico che lo animò.
Una guida per i giovani
Mons. Giacomo Sichirollo ha segnato non solo generazioni di preti ma anche di giovani che, pur non seguendo la via della consacrazione religiosa, hanno trovato in questo colto e santo sacerdote, professore del seminario diocesano, una guida sicura e illuminata per imparare il mestiere della vita: una personalità carica di affetto verso chi a lui si rivolgeva. Tra i molti giovani laici che si formarono alla sua scuola, ricordiamo Guido Negri, Italo Rosa, Ettore Paia, Umberto Merlin e Italico Corradino Cappellotto, che in seguito hanno occupato posti dirigenziali nelle istituzioni civili e politiche della società, in un periodo tumultuoso tra la seconda metà dell’800 e i primi decenni del nuovo secolo.
Il rapporto di Sichirollo con i giovani era fondato sulla sua capacità di intuirne le doti e di mettersi d’impegno per svilupparle. “Sichirollo – ha scritto Bernardino Merlo – abitua i suoi giovani all’onestà e alla saggezza intellettuale, alla liberazione da pregiudizi di parte, al realismo che conduce le grandi aspirazioni… nello spirito di un umanesimo integrale”. Egli, tra le sue molteplici attività, nutrì sempre una predilezione particolare per l’impegno nel campo sociale, affrontato con acutezza e precisione, e fu un esponente di punta nella formazione civile e politica di molti laici.
In particolare stabilì un rapporto di fraterna amicizia con il venerabile Giuseppe Toniolo, sociologo di Treviso e professore all’università di Pisa (con cui ebbe uno scambio epistolare su vari aspetti) il quale nel 1906 gli propose di porsi alla testa di un “Ufficio di cultura e di azione sociale” a Firenze. Invito che però Sichirollo non accettò, ritenendo di dover svolgere il suo apostolato nella sua terra polesana.
Mons. Sichirollo è infatti rimasto principalmente attivo a Rovigo in seminario, dove svolse la professione di professore di lettere, filosofia, scienze fisiche e teologia, anche se, in considerazione delle sue indiscusse capacità intellettuali, era stato chiamato a coprire altri incarichi. Ad esempio gli fu offerta la Cattedra Universitaria Dantesca da poco istituita a Roma da Leone XIII (probabilmente tra il 1883 e il 1888) che rifiutò, e successivamente fu chiamato anche a Cattedre universitarie a Torino e Firenze, ma sempre declinò le offerte sia pur prestigiose.
Una vita intensa
Giacomo Sichirollo venne alla luce il 17 aprile 1839 ad Arquà (che diventerà Arquà Polesine nel 1868) da Andrea, muratore, e da Maria Giro. A nove anni frequenta il seminario di Rovigo da esterno. A 16 anni, pensando di essere chiamato alla vita religiosa, entra nel convento francescano di Bassano dove inizia da novizio l’iter di formazione alla vita conventuale, ma per motivi di salute dopo soli sette mesi ritorna a casa e riprende gli studi, completandoli con ottimo profitto, nel seminario diocesano di Rovigo.
Viene ordinato sacerdote il 20 settembre 1862 e, a soli ventidue anni, ancora prima dell’ordinazione, viene incaricato dell’insegnamento in quel seminario dove si era formato e nel quale insegnò ininterrottamente per quasi cinquant’anni, interrompendo questa attività solo nell’ultimo decennio della sua vita, quando dovette fare i conti con una malattia che gli impedì di svolgere completamente il suo magistero.
La sua fu un’esistenza vissuta con intensità. Era preso quotidianamente da molti impegni a cominciare dall’insegnamento, poi il colloquio con gli studenti del seminario, poi incontri con persone che chiedevano consiglio, poi la preparazione di discorsi scritti e di conferenze pubbliche, senza dimenticare gli scritti più impegnativi: oltre 42 titoli tra volumi di filosofia, di letteratura, di storia, di teologia ed elaborati vari di carattere politico-sociale.
I suoi interventi erano sempre acuti e nutriti di uno spirito critico acquisito dai suoi studi di filosofia (passò dall’iniziale amore per la filosofia rosminiana alla neotomistica, anche per il divieto di insegnare la filosofia di Rosmini da parte del vescovo diocesano Camillo Benzon, lo stesso vescovo che lo aveva ordinato sacerdote). Non gli mancava l’ironia, specie quando doveva difendersi dagli attacchi degli avversari; evidente anche un intento apologetico ma con una visione sociale che non fu mai conservatrice. “Sichirollo, scrive Merlo, appartiene alla componente più avanzata del cattolicesimo ottocentesco […]. Egli sposta il cattolicesimo polesano dal devozionismo intimistico a posizioni di larga consapevolezza sociale e politica”.
Le sue capacità intellettuali di studioso e di conferenziere lo avrebbero portato ad emigrare dalla provincia, ma – come detto – non volle mai lasciarla, e sempre vivo rimase il suo rapporto con il paese natìo, nei cui confronti così espresse il suo affetto: “Son cinquant’anni ch’io sto a Rovigo, in mezzo a tante persone care e tanto care occupazioni. Ma pure il mio pensiero spesso viene tra voi, o miei compaesani, e il ricordo di Arquà Polesine, dove nacqui e crebbi fino a nov’anni, mi fa rivivere in quella beata età, che par che nel mio cuore mai non tramonti. Da quell’età presi ad amare con predilezione il campagnuolo e l’artigiano: e così come allora, anche adesso godo di sentirmi scorrere nelle vene il sangue di un operaio. Da ragazzo mio padre avea trattati gli arnesi del muratore: mio nonno era stato, mi dissero quand’era piccino, un bravo capomastro”.
L’uomo di azione
Nella sua biografia accanto all’attività di docente, di conferenziere e di scrittore bisogna segnalare la sua presenza attiva non solo come pensatore ma anche come uomo di azione, nonostante il suo carattere mite e semplice come si può riscontrare dal passaggio sopra riportato.
Un interesse per il concreto e le esigenze sociali che lo portò ad impegnarsi a favore di iniziative in grado di migliorare le condizioni economiche dei meno abbienti. Fu così che ricoprì un ruolo di primo piano nella diffusione delle Casse Rurali, con l’obiettivo di crearne una presso ogni parrocchia della diocesi. E non si sottrasse nemmeno ad un impegno attivo sul piano politico cosicché in varie legislature sedette sui banchi del consiglio provinciale. Fortunato Giavarini, che di lui scrisse una biografia, dice che: “non esitò ad accettare la candidatura nelle elezioni provinciali riuscendo sempre eletto a maggioranza dei voti”.
A questo proposito vediamo dunque rapidamente alcuni dei principali atti del suo impegno di educatore e di promotore sociale, ripercorrendo la scansione cronologica stesa da Isabella Ledda.
Nel 1869 fonda con i suoi alunni il Circolo Giovanile S. Francesco, manifestando la propria fedeltà al papà e nel 1895 partecipa ai festeggiamenti per il XXV del Circolo e come assistente ecclesiastico tiene un discorso.
Nel 1884 sotto la sua guida a Padova una trentina di giovani costituiscono un’Associazione Cattolica universitaria, prepara lo statuto approvato dal vescovo di Padova mons. Callegari. Sempre nello stesso anno con un gruppo di sacerdoti di Rovigo si impegna a diffondere l’opera della Santa Lega, approvata dal vescovo di Adria mons. Polin, che vuole allontanare i buoni cristiani dalla lettura di libri e giornali diseducativi.
Nel 1889 con Toniolo e con Callegari a Padova partecipa ad una riunione per la costituzione dell’Associazione Cattolica per gli studi sociali in Italia. Aderisce pure all’Unione Cattolica per gli studi sociali, istituita a Padova per iniziativa del Toniolo.
Nel 1893 per favorire la preparazione dei sacerdoti in campo sociale, istituisce, nel seminario di Rovigo, la Cattedra di Economia sociale e di Agricoltura.
Nel 1895 contribuisce alla fondazione della Federazione delle Casse Rurali con sede a Lendinara. Nel 1896 viene trasferita a Rovigo, mentre mons. Sichirollo viene nominato Presidente onorario.
Nel 1898 aderisce alla Società degli studi Scientifici, di cui fanno parte Toniolo, Maffi, Poletto e Ratti. Grazie al prestigio suo e di Bonincontro, il Comitato diocesano e le Casse Rurali polesane non vengono soppresse, come nel resto del Veneto.
Nel 1900 partecipa al Congresso cattolico di Roma, in cui incontra Toniolo. Entra per la prima volta nel Consiglio Provinciale.
Il 1901 rappresenta per Sichirollo un anno critico perché si ammala gravemente. Ha 62 anni e non riuscirà più a riprendersi completamente, ma non si rinuncerà a vari impegni, tanto che entrerà a far parte del consiglio di amministrazione della Banca Cattolica del Polesine nata proprio in quell’anno. Nello stesso anno fonda “La Settimana”, giunta oggi a 110 anni di attività.
Nel 1902 crea a Rovigo il Circolo Democratico Cristiano di Studi Sociali per la formazione dei dirigenti laici. Di nuovo eletto nel Consiglio provinciale. Nel 1903 diventa assistente ecclesiastico della Federazione Democratica Cristiana appena sorta.
Nel 1904 è ancora Consigliere provinciale. Al primo convegno dei Democratici Cristiani interviene sul significato di Democrazia Cristiana, polemizzando contro i murriani. Partecipa al primo Convegno del Movimento Cattolico Veneto a Rovigo. Il Circolo San Francesco promuove una lega contro la pornografia.
Nel 1907 è nuovamente eletto Consigliere provinciale in una lista clerico-moderata.
Nel luglio 1910, non è più eletto, venendo meno l’accordo fra cattolici e moderati, per l’anticlericalismo dei liberali. Si era presentato in una lista solo di cattolici, di cui facevano parte anche Cappellotto, Franco, Mazzocco, Merlin, Ricci.
Si accentuano frattanto le problematiche di salute che lo porteranno ad un rapido declino e alla morte avvenuta il 18 maggio 1911, all’età di 72 anni.
Al suo capezzale tra gli altri accorse un gigante della carità, il suo amico sacerdote comasco don Luigi Guanella, che aveva fondato importanti opere di carità nella diocesi di Adria, il quale fu presente anche ai funerali nel duomo cittadino e conoscendo “le sue virtù singolari ne auspicava la beatificazione”.
Nel giorno delle esequie a Rovigo – come riporta in una recente pubblicazione don Bruno Cappato, – vista la statura dell’uomo (erano altri tempi) le vie lungo le quali passò il feretro, furono segnate da veli neri di cordoglio; le scuole rimasero chiuse e così pure gli esercizi commerciali e gli uffici pubblici.
La salma tumulata nel cimitero di Rovigo dopo due anni nel 1913 venne trasportata nel cimitero di Arquà Polesine dove rimase per 44 anni. E qui, per dare degna sepoltura all’illustre personaggio, fu fatta costruire una cappella che si volle fosse affrescata dal grande pittore arquatese Giuseppe Goltara. Un’opera questa che viene definita “la testimonianza formalmente più alta e ideologicamente più compiuta dell’arte goltariana”.
Nel 1957 con grandissimo concorso di popolo, per la fama di santità che godeva, la salma fu trasportata dal cimitero del paese alla chiesa arcipretale di Sant’Andrea di Arquà dove attualmente riposa.
Una fama di santità
Sichirollo, non va ricordato soltanto per la sua fama di uomo colto di altissimo spessore e per le sue iniziative nel sociale, ma anche per la sua fama di santità. In lui si univano infatti due aspetti assai importanti: la sapienza intellettuale e quella spirituale. Leggo che Mons. Pavani e Mons. Marega ricordano che il Sichirollo chiudeva i colloqui più confidenti con il sospiro, pronunciato nel dialetto che gli era abituale: “Fate santo, viscere”. Oppure, in un’altra testimonianza, il chierico Filippo Pozzato, che diventerà Arciprete della cattedrale, disse un giorno: “Quando si esce dalla stanza di Mons. Rettore, si dice: sarò più furbo; quando si esce da quella di Mons. Sichirollo, si dice: sarò più buono”.
La fama di santità di cui Sichirollo godette in vita (che fu riconosciuta da personalità non solo locali ma anche di livello nazionale) fu lo scopo, per cui mons. Pavani scrisse il libro di ricordi già citato. Il monito “fatevi santi”, mons. Sichirollo, con quella amabilità che gli era riconosciuta, lo ripeteva con insistenza a chi lo avvicinava; indice di una santità vissuta in prima persona che molti desideravano venisse riconosciuta come esempio da proporre al clero e ai fedeli dell’intera diocesi, ma non solo.
Le procedure per questo riconoscimento non sono mai state avviate nonostante le insistenze di qualcuno in particolare. Non vorrei che fosse persa ormai per sempre la possibilità di un riconoscimento ufficiale da parte della chiesa di aver avuto il dono di un santo prete nella nostra diocesi.
E, accanto a questo auspicio, ne rilancio un altro, già espresso da don Bruno Cappato: quello di un pronto restauro del bel monumento dedicato a Sichirollo, posto sulla facciata dell’ex-seminario, dove egli visse per moltissimi anni. L’opera è del melarese Policronio Carletti. I marmi della nicchia e dei contorni del busto in bronzo necessiterebbero di una adeguata pulizia, prolungando così nel tempo il valore e il ricordo che questa figura di Santo sacerdote rappresenta, che non può essere dimenticata, quanto piuttosto trasmessa ai posteri.
Concludiamo la pista di ricerca sui personaggi fiessesi illustri distintisi presso la capitale del Ducato Estense tra XV e XVI secolo, iniziata col numero 41 del «Ventaglio», proponendo l’ultima interessante biografia, quella del miniatore Sigismondo da Fiesso.
Don Sigismondo da Fiesso e le miniature del Museo del Duomo di Ferrara
La figura di Don Sigismondo da Fiesso (1502-1565), del tutto dimenticata, riemerse attorno al 1970 grazie alle scoperte del ricercatore locale Dino Scaranari (1925-1980), anche se un suo studio approfondito risale solamente al 1985, quando, in occasione dei quarant’anni della fondazione della Scuola Media del paese, intitolata a Guido Gozzano, l’allora preside dell’istituto, prof. Giuseppe Zanni Ulisse, unitamente al parroco mons. Giacomo Prandini, mise in luce l’opera di questo artista, al quale in seguito il Consiglio Comunale di Fiesso intitolò pure una strada di recente realizzazione, con uno studio e una mostra al riguardo.
Per conoscere meglio questa interessante figura è necessario spostarsi al Museo dell’Opera del Duomo di Ferrara, ospitato fino a pochi anni fa in un locale attiguo all’edificio sacro e trasferito in seguito nel chiostro dell’ex chiesa di S. Romano.
Al suo interno si possono oggi ammirare ben ventidue libri corali, graduali e antifonari di notevoli dimensioni, miniati per il Duomo cittadino da diversi artisti in un periodo di tempo compreso tra il 1473 e il 1534, anno della morte di Alfonso I d’Este (1476-1534), come risulta anche dai mandati di pagamenti ai loro autori. Tra questi, i frati francescani Fra’ Evangelista da Reggio e Fra’ Evangelista Tedesco, Giovanni Vendramini da Padova, Cesare Dalle V[i]eze, Don Paolo Conchella, Don Francesco Bisucci, Martino di Giorgio da Modena e Jacopo Filippo Argenta (1438-1501), personaggi questi che dunque operarono nello stesso periodo storico in cui visse Don Sigismondo da Fiesso.
L’arte della miniatura, molto importante tra XIV e XV secolo, si avviava in epoca rinascimentale al suo declino, anche se nel caso dei Corali di Don Sigismondo il risultato è ancora notevole.
Il Corale numero 20
Il Don Sigismondo da Fiesso, sacerdote «Capelano», avviato all’arte della miniatura attorno al 1515, è autore del Corale numero 20, scritto nel 1532 da «Don Ambrogio da Cremona Capelano» (come da atto notarile di Nicolò Lavezzoli del 23 febbraio 1532). L’artista che realizzò il libro, «miniato ed ornato di rabeschi l’anno 1534 (…) per cento lire», viene ripetutamente nominato nel Libro XX della Fabricha del Duomo ferrarese (foglio 144; 45).
Il libro è l’Uffizio del comune de’ confessori Pontefici e non Pontefici, Vergini e non Vergini e de’ Morti. Come ricchezza di particolari, vivacità di colori e finezza di lavoro, si presenta senza dubbio fra i più interessanti della collezione: da notare la ricchezza degli elementi decorativi quali mascheroni, grottesche e tralci, che denotano un tipico gusto rinascimentale. Osservandoli oggi, nonostante i secoli trascorsi e le loro ormai ingiallite pagine, appaiono ancora vivi di un’intensità particolare, testimoni di un antico e prezioso passato da valorizzare e conoscere sempre meglio.
Cacciati dall’insurrezione popolare del 1848, gli Austriaci fecero ben presto ritorno da vincitori in Polesine e, nella piazza principale di Rovigo, eressero il palazzo detto della Gran Guardia, col suo loggiato rialzato. Ideato proprio affinché i gendarmi biancovestiti, a guardia dello spazio pubblico, fossero ben visibili: a testimoniare che in Polesine comandava l’Austria.
Ma dopo la Spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno d’Italia, la situazione per gli austriaci si fece più problematica. Il Corpo di Guardia non era più sufficiente ad incutere timore; e soprattutto si doveva pensare ad un baluardo contro una possibile invasione del neo-costutuito esercito italiano. Fu così che, in tutta fretta, nell’imminenza della terza guerra di indipendenza, Vienna decise di erigere quattro forti attorno alla città: a Borsea, verso Roverdicrè, a Boara e a Sarzano.
Costruzioni massicce, a forma di tronco di cono, con cannoni su due piani, rivolti non solo verso l’esterno per opporsi ad un eventuale attacco, ma anche verso la città, da “punire” in caso di ribellione.
La storia dei quattro forti austriaci di Rovigo è stata portata alla luce da una mostra presso la Pescheria Nuova realizzata dagli studenti dell’Istituto per Geometri, coordinati dalla prof. Silvia Zennaro.
Si è così aperta una finestra su una pagina del Risorgimento poco conosciuta, anche perché i quattro massicci forti – fra l’altro costruiti con risorse economiche attinte in Polesine – furono minati e distrutti dagli Austriaci prima di lasciare la provincia di Rovigo. E ben presto non mancò chi ne approfittò delle macerie per ricavarne materiale da costruzione, cancellando la memoria storica dei forti austriaci.
La mostra si è articolata in varie sezioni, a cominciare da quella dedicata a “I Protagonisti” con riproduzioni fotografiche dei massimi rappresentanti degli stati belligeranti, ovvero l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe e il re d’Italia Vittorio Emanuele II, nonché del colonnello Daniel von Salis Soglio, il comandante della guarnigione austriaca di Rovigo. Non è mancata l’immagine dell’imperatrice Sissi, il cui nome, fra l’altro, fu legato al ponte sull’Adige eretto al tempo della dominazione austriaca, anche questo distrutto durante la ritirata delle truppe asburgiche.
I forti rodigini sono stati identificati nelle riproduzioni delle mappe catastali dell’epoca e nei progetti utilizzati per la loro edificazione, nonché nei disegni che ne testimoniano la distruzione operata dagli stessi Austriaci al momento di abbandonare il Polesine. In mostra anche immagini di militarizzazione della città, con i severi proclami di coprifuoco rivolti alla cittadinanza e – dulcis in fondo – disegni dell’epoca del popolo festante per la ritirata delle truppe austriache.
Alla fine del XVIII secolo Napoleone Bonaparte, con il suo esercito, occupò l’Italia e mise in atto, fin da subito, una delle sue più importanti e innovative strategie militari, la quale giocò un ruolo fondamentale nel mantenimento del suo dominio nelle terre conquistate.
Napoleone e Il telegrafo ottico
Questa nuova strategia si basava sull’utilizzo del telegrafo ottico: un nuovo e veloce sistema di comunicazione che andava a sostituire quello tradizionale, ormai vecchio e lento, dove i messaggi venivano portati a destinazione da corrieri a cavallo o da carrozze postali. Questi percorrevano al massimo 30-40 km in 4-5 ore, dopodiché i cavalli, esausti, dovevano essere sostituiti. In un giorno si potevano percorrere 60/70 km, ma solamente in condizioni ottimali e senza contrattempi. A volte i messaggi non venivano nemmeno recapitati, perché il sistema era esposto al rischio di cattura del messaggero.
Napoleone, conoscendo bene questi rischi, mise in atto il frutto della nuova invenzione: il telegrafo ottico.
Tele-grafo, significa scrivo a distanza: si trattava cioè di inviare messaggi da torrette poste a distanza di alcuni chilometri, sormontate da un meccanismo con braccia snodate, il cui movimento serviva a comporre messaggi che venivano visti dagli addetti della torretta successiva con l’ausilio di un cannocchiale (ecco perché ottico) ed interpretati, e quindi trasmessi alla torretta seguente e così via fino a destinazione.
L’adozione di questo innovativo sistema velocizzò di parecchio le comunicazioni e allo scopo si mise anche a punto un sistema di messaggistica criptata che utilizzava dei codici segreti. Tutto questo fece sì che i messaggi potessero arrivare a destinazione, non solo in breve tempo, ma soprattutto in modo molto più sicuro del vecchio sistema perché, anche se intercettati dal nemico, frammentati com’erano, non potevano essere decifrati.
La diffusione del telegrafo
Il telegrafo ottico nasce in Francia nel 1793, ed era chiamato telegrafo a linee Chappé, dal nome del suo inventore.
Napoleone, con grande intuito e spirito innovativo, come già detto, seppe approfittare di questa invenzione e ben presto fece installare, in tutta la Francia, linee telegrafiche per ben 4.800 km, collegando tra loro le principali città del paese. Tutte queste linee facevano capo alla capitale Parigi, sede del Direttorio.
Come in Francia, anche l’Italia e il resto d’Europa, per volere del generale, furono collegate a Parigi con questo sistema di linee telegrafiche. Erano di due tipi ma simili tra loro: il sistema francese, detto sistema Chappé, e l’altro, italiano, era detto Gonella.
In Italia, vi era una prima linea, di tipo Chappè: principiava a Venezia, e passando per Mantova e Milano, raggiungeva Torino; una seconda, sempre dello stesso tipo, iniziava a Torino e, passando per Susa, si allacciava alla linea francese Marsiglia-Lione-Parigi. Poi vi era anche una terza linea, che iniziava anch’essa a Torino, poi, passando per Genova, raggiungeva Piacenza, proseguiva per Pavia per terminare a Milano. Questa linea era del secondo tipo, così detto Gonella, dal nome del suo inventore, un italiano che nel 1805 mise a punto il sistema del telegrafo: era derivato dal primo, ma molto più efficiente perché più esteso in termini redazionali.
Una quarta linea collegava Ancona a Venezia, lungo il litorale adriatico e un tratto di questa attraversava il Delta del Po. Era del tipo Gonella: fu installata nel 1806 e in seguito mi soffermerò a descriverla più dettagliatamente.
Questo innovativo sistema di comunicazione era, come già detto, molto più veloce di quello tradizionale ma aveva i suoi punti deboli: ad esempio il buio notturno e la nebbia, rendevano impossibili tali comunicazioni. Questi ostacoli, comunque, venivano superati con l’ausilio di altri mezzi: staffette, corrieri, barcaioli, ecc.
Mentre Napoleone fruiva per le sue comunicazioni di questo moderno sistema, le altre potenze europee, coalizzate e schierate contro di lui, utilizzavano il vecchio sistema, quello che si usava fin dall’antichità. Anche quando l’imperatore era impegnato sui campi di battaglia, con questo sistema poteva tenersi in stretto contatto con il Direttorio ed essere costantemente informato dei molti fatti che accadevano nel resto dell’Europa. La rapidità delle informazioni gli permetteva inoltre di cogliere di sorpresa le truppe nemiche che si vedevano costrette a ingaggiare battaglia impreparate.
La linea Ancona-Venezia
La mia ricerca si è svolta prendendo in esame la linea del sistema telegrafico ottico del tipo Gonella che collegava Ancona a Venezia, costruita tra il 1805 e il 1807; più avanti dirò il perché di questa certezza.
I presidi telegrafici avevano inoltre il compito di tenere monitorato, costantemente, anche il mare. Per questa linea vennero utilizzati, dove era possibile, edifici in muratura già esistenti e adattati allo scopo.
Laddove questo non era possibile, vennero costruite delle semplici torri di legno, alte una decina di metri, come nel caso del Delta del Po. La distanza tra le singole postazioni, variava dai 3 agli 8 km, e la distanza era in funzione dell’importanza strategica del sito. La linea raggiungeva Venezia, per poi allacciarsi a quella di Milano-Torino.
Ebbene, nel tratto di linea che va dalla foce del Po di Primaro, a nord di Ravenna, al Po di Maistra, a nord del Delta, erano state fatte costruite delle torri telegrafiche ottiche, riportate nella carta topografica del 1814, che era stata commissionata dallo stesso Napoleone e conosciuta con il nome di: “Carta del Dipartimento del basso Po” della Repubblica Cispadana.
Data l’affidabilità e la precisione e di questa carta, che fino ad allora non aveva avuto precedenti, tali torri, non potevano sfuggire a un occhio attento. Per ragioni di spazio, non è possibile riprodurla.
In una carta dei nostri giorni ho evidenziato i siti delle varie torri. Non è un caso che in alcuni di questi siti, sopravviva ancora oggi il toponimo telegrafo, una ulteriore testimonianza dell’esistenza, di queste postazioni.
La torre n. 1 era posizionata alla foce del Po di Primaro, oggi foce di Reno. Nella carta originale, che si trova a Vienna (ne ho consultata attentamente una copia) si legge chiaramente: Fortino e Telegrafo di Primaro. Questo era un complesso composto da torre e fortino con artiglieria e posto a protezione della foce del fiume.
La n. 2, situata in località Bellocchio, si trovava 4.850 metri più a nord. Anche questa era posta sull’imboccatura di un canale che tagliava trasversalmente la spiaggia e uno degli accessi alle valli di Comacchio con le sue saline. Veniva identificata come: Torre e Telegrafo di Bellocchio. Questa postazione era stata collocata sul tetto della abbandonata caserma della Guardia di Finanza, visibile ancora oggi dalla statale Romea.
La n. 3 era posizionata a nord di San Giuseppe di Comacchio, a metà strada tra Porto Garibaldi e Volano. Nella mappa antica si legge la scritta Telegrafo nuovo del Bianco n. 3. Poiché dal n. 2 al n. 3 intercorre una distanza di 15.812 metri, questo intervallo a me sembra un po’ eccessivo per il reciproco avvistamento. Sembrerebbe così, a prima vista, che nella carta sia stata omessa una postazione, che doveva trovarsi a Porto Garibaldi, al tempo chiamato Porto Magnavacca che era un sito importante e mi sembra strano che proprio lì non vi sia stato un presidio militare, dato che detto canale costituiva un altro accesso alle già citate valli e saline. Probabilmente nella carta è stata omessa la dicitura, perché alcuni indizi ne fanno pensare l’esistenza: sulla carta si nota infatti un rilevato di sabbia (con una scritta indecifrabile) proprio all’imboccatura del canale di porto: sembrerebbe un fortino ed in tal caso le torri telegrafiche sarebbero state dieci.
Comunque sia, la successiva postazione, la n. 4, la troviamo alla foce del Po di Volano: anche questa era sul tetto della caserma della Guardia di Finanza, ancora oggi presidiata e chiamata caserma la torre. Anche qui è riportata la dicitura Telegr.fo di Volano e dista 6.175 metri, da quella di del Bianco.
La successiva, la n. 5, era posizionata sulla riva sinistra del Po di Goro: esattamente a Gorino Veneto. Anche qui si legge la scritta Telegrafo e dista 8.125 metri dalla precedente. È interessante notare che da questa torre prosegue una stradina che va in direzione sud, e conduce al Fortino di Goro, dove stanziava una ridotta militare austriaca con artiglieria. Questo complesso, torre-fortino, era di una certa importanza strategica, perché era a protezione della foce del sopraccitato ramo di Po, al tempo molto navigabile.
A est-nord-est di Gorino c’era la torre successiva, la n. 6, sita sulla riva sinistra del ramo di Po, detto di Gnocca, che scorre parallelamente a quello di Goro ed era un ramo molto attivo. Questa torre distava dalla precedente 2.762 metri ed era sita a sud dell’attuale paesino di Santa Giulia che all’epoca, altro non era che piccolo villaggio di casoni di canna palustre, occupato da pescatori stagionali.
Anche questo ramo era navigabile e molto trafficato da piccoli trasportatori di merci e da contrabbandieri di sale che solevano sfuggire i dazi imposti dagli austriaci. Il sito dove c’era la torre, oggi è ridotto a zona agricola ma il toponimo Telegrafo è sopravissuto, anche se, fino ad ora non si comprendeva bene il perché di tale toponimo.
A 6.125 metri, in direzione nord-est, sempre a portata ottica, si nota un’altra identica torre, la n. 7, sulla riva sinistra del ramo di Po, denominato Camello. Anche questo ramo all’epoca era abbastanza attivo e navigabile, trafficato da piccole e medie imbarcazioni. Oggi il ramo è ridotto a canale di scolo, che officia la campagna circostante, sfociando, tramite un’idrovora, nella sacca di Scardovari, in prossimità della località Marina 70. Anche qui si legge: Telegrafo del Camello.
Questa postazione mi ha permesso di stabilire con tutta certezza la data in cui il telegrafo ottico era in funzione, perché fu ripescato il corpo senza vita del suo guardiano, annegato nel fiume nei pressi della torre. Questo fatto è risalente al Novembre 1807: in nota riporto l’inconfutabile documento che lo attesta.
La torre n. 8 era eretta 6.337 metri più a nord, sull’incile della biforcazione del Po, detto Canarìn, con quello di Pila, che era in fase di accrescimento: al tempo era molto più piccolo del Canarìn, che era un ramo navigabile. Oggi, quest’ultimo, è completamente interrato e ridotto a coltivazione agricola nell’isola di Polesine Camerini. Il sito, non esiste più e non è sopravissuto nemmeno il toponimo, perché lo smisurato accrescimento del ramo Pila pochi anni dopo lo aveva completamente inghiottito nel suo alveo.
Qui, oltre al telegrafo, vi era anche un presidio di Sanità Marittima, un punto di dogana, che dopo la sua distruzione fu ricostruito a Tolle. Va detto che tutti questi presidi di Sanità Marittima più tardi divennero sede stabile della Guardia di Finanza.
Sulla carta si legge a stento: Telegrafo di Occaro. Un’ulteriore conferma dell’esistenza di questa postazione la si trova in una carta del Catasto Austriaco di Rovigo, redatta nel 1838 (ringrazio il Dott. Contegiacomo che mi ha concesso di copiarla e riprodurla).
Più a nord, distante dalla precedente 4.550 metri, si trovava la torre n. 9, davanti alla bocca di porto del ramo di Po, denominato Maistra. Questo tratto di ramo di Po oggi non esiste più, perché anch’esso completamente interrato. Causa del suo interramento la grande alluvione del 21 Ottobre del 1839 che stravolse completamente questo territorio, che fece mutare persino il nome del luogo che da Maistra, divenne Maistrazza e più tardi ancora diverrà Boccasette (settima bocca del Po). Sulla riva sinistra del fiume perduto, a circa un chilometro a sud-est dell’attuale paese Boccasette, c’era un villaggio di casoni di canna palustre, dove dimorava un gruppo di pescatori stagionali.
Qui, oltre alla torre telegrafica, era stato costruito anche un forte, con relativa batteria di cannoni, poi presidiato permanentemente dalle truppe di artiglieria austriaca. Ancora oggi sopravvive il toponimo Batteria.
Questa è l’ultima postazione da me indagata; ma è fuori dubbio che altre simili continuassero la linea telegrafica fino a Venezia (che, a sua volta, si allacciava con la consimile e già citata linea Chappé). Sebbene io abbia indagato a lungo, non sono riuscito a rintracciare nessun’altra carta topografica che riporti altre torri, anche se alcuni anziani di Boccasette parlano, per sentito dire dai loro padri, dell’esistenza di un fortino nello Scanno Cavallari, di Porto Levante. Chissà, se in futuro potrò individuarne alcune tracce!
Adolfo Rossi (1857-1921), lendinarese – come dice lui stesso – a tutti gli effetti, è prodigo di omaggi alla sua città¹. Oltre al ritratto che qui pubblichiamo e alla sua alta uniforme di diplomatico (la stessa indossata nel ritratto), Rossi invia a Lendinara anche preziosi documenti di cui giunge più o meno casualmente in possesso.
Di uno in particolare ci interessa qui riferire.
Si tratta di una lettera – per altro già nota² – che un altro illustre lendinarese, della generazione precedente, Alberto Mario (1825-1883), aveva inviato nel 1856 a Luigia Balzan, giovane signora infiammata di ideali risorgimentali che visse la sua gioventù tra Masi (PD) e Badia Polesine.
Eccone il testo:
Egregia Signora,
So che Ella, o gentile, con fraterna sollecitudine adoperò per farmi trasmettere il ritratto di mio Padre ed una ciocca di capelli di mia madre. Mi è caro di esprimergliene la più schietta gratitudine e sarebbemi carissimo che quest’atto benefico dal suo canto e questo sentimento dal mio fossero occasione ad una duratura comunione d’affetti, che io, benché ancor giovane, ho educati alla scuola del dolore e che Ella per fermo nobiliterebbe.
So che Ella è cultrice delle lettere e idolatrice del mondo ideale: due condizioni indispensabili acciò che la donna si sollevi a maggior grado che non le sia consentito dalla società logora ed alla vigilia del dissolvimento, e divenga utile alla Patria. Servire la patria è il supremo obligo (sic) dell’uomo e della donna, e la patria si serve con amore operoso; ma non si serve efficacemente se quell’amore non è anzitutto intelligente. Molto da voi o Donne la patria aspetta, esclamava il più grande poeta de nostro secolo. E diceva bene. In vero, parmi che per una provvidenziale combinazione di idee e di fatti la Donna degna di questo nome santissimo, a dì nostri, né voglia né possa spendere il tesoro de’ proprj affetti che nel cuore del patriota, e l’uomo ugualmente da parte sua verso la Donna.
Ella vede dunque, o gentile, quanto io abbia a guadagnare se il mio voto trova un’eco nel suo cuore.
Noi non c’incontrammo mai quaggiù né forse c’incontreremo, poiché egli è probabile che io muoia in terra straniera e illacrimata: ma se avrò trovata in Lei una sorella mi ripeterò ogni giorno con religiosa consolazione: la mia vita non fu solcata sempre dal dolore,
Alberto Mario
La Pieve d’Oneglia³ 29 Agosto 1856, Stati Sardi
Alberto Mario nel 1856 ha già qualche anno d’esilio alle spalle: in pratica dall’8 febbraio 1848, data della famosa rivolta degli studenti padovani contro i gendarmi austriaci, nella quale si distinse per ardimento. Seguì l’espatrio dal Veneto e la sua partecipazione alla prima guerra di indipendenza: una personale storia di ristrettezze economiche oltre che di rapporti pressoché interrotti con la famiglia, similmente alla maggioranza degli esuli.
A tutto questo Alberto Mario accenna velatamente parlando del dolore che lo accompagna, mentre il tema centrale della lettera è senza dubbio il patriottismo: “Servire la patria è il supremo obbligo dell’uomo e della donna” arriva ad affermare, e ancora: “e la patria si serve con amore operoso; ma non la si serve efficacemente se quell’amore non è anzitutto intelligente”.
Certamente, a distanza di oltre 150 anni – sulla base della storia personale dell’uomo, che subì quasi vent’anni di esilio, fu più volte incarcerato e combatté in quasi tutte le guerre del Risorgimento – possiamo constatare quanto Alberto Mario credesse realmente in quanto affermava, e quanto anche Luigia Balzan fosse in grado di comprendere e condividere.
Ma chi era Luigia Balzan e perché Alberto Mario sente la necessità di scriverle?
Luigia nasce a Masi (provincia di Padova) nel 1818 da Luigi Balzan e da Maria Parsati. Sarà ricordata soprattutto per essere stata zia paterna di due badiesi (figli del fratello Lorenzo) destinati a divenire famosi: Luigi, esploratore, e Eugenio, amministratore del Corriere della sera.
Verso la metà del secolo Luigia con la famiglia da Masi si trasferisce a Badia Polesine; da qui poi, nel 1874 a Verona dove muore nel 1882⁴. La sua famiglia è di orientamento antiaustriaco (il padre ospita nella propria dimora Aleardo Aleardi e lei stessa sarà a lungo corrispondente del poeta veronese⁵). Luigia manifesta i suoi sentimenti patriottici passando di nascosto il Po⁶, allora confine del Lombardo-Veneto, per portare documenti o altro, a chi se ne sta oltre il fiume, cioé in esilio, come si evince dalla lettera di Alberto Mario. Lettera che prende avvio da un ringraziamento alla Balzan la quale, per testimoniare la sua ammirazione e vicinanza all’esule lendinarese, gli aveva fatto recapitare un ritratto del padre e una ciocca di capelli della madre.
L’attività patriottica della Balzan si concretizzò dunque in una specie di ruolo di collegamento con gli oppositori, ruolo – ritengo – non secondario e che dovette comportare rischi personali. Ma di tale ruolo e di tali rischi, che dovettero essere per lo più femminili, la Storia non si occupa o si occupa assai poco.
Lasciando però da parte l’affascinante Luigia, o Luisa come lei si firma nel citato carteggio con l’Aleardi, il documento di cui ci occupiamo è interessante anche per un altro motivo, e cioè per il fatto che è dotato di una sorta di lettera di accompagnamento.
Si tratta della lettera con cui Adolfo Rossi – allora dimorante in Argentina, come Console Italiano a Rosario di Santa Fé – accompagna il suo dono a Lendinara. Trascriviamo per intero anche questo documento:
Rosario (Argentina), 3 III 1914
Ill.mo Sig. Sindaco di Lendinara
A proposito del discorso di De Sanctis⁷ che ebbi l’onore di inviarle, ho trovato fra le mie carte l’unita lettera patriottica che Alberto Mario scriveva nel 1856 alla Signora Luigia Balzan e che anni addietro mi fu regalata dal sig. Eugenio Francesco Balzan, oggi amministratore del Corriere della sera. Se qualche lendinarese ha fatto collezione di carte o documenti riguardanti Alberto Mario, prego la S. V. Ill. di volergli consegnare anche l’unita. Ringraziandola con distinta considerazione, dev.mo Adolfo Rossi
Del rapporto di Adolfo Rossi con “Alberto Mario, mio concittadino” – che a detta dello stesso Rossi fu colui che lo incoraggiò sulla via della scrittura e che gli fece pubblicare le prime novelle – si sa già molto. Come pure si sa che l’assunzione di Eugenio Balzan al Corriere della sera fu dovuta principalmente ad Adolfo Rossi, allora caporedattore del Corriere stesso.
È bello per altro notare come si intreccino vite e date di questi Polesani illustri: Adolfo Rossi, della prima generazione post-risorgimentale che ha in Alberto Mario il suo “maestro”, e che a sua volta offre “l’opportunità della vita” a Eugenio Balzan (1874-1953), giovane emigrato della generazione seguente.
Un’ultima notazione, forse non fondamentale per la Storia, ma sicuramente significativa dell’intreccio di cui stiamo parlando: il riferimento è a una lettera spedita ad Eugenio Balzan da Adolfo Rossi, il quale rievoca il loro primo incontro, allorché il giovanissimo Eugenio bussò alla sua porta a Milano, lettera (pubblicata nel libro di Renata Broggini, Eugenio Balzan, Una vita per il Corriere, un progetto per l’umanità⁹) datata: Rosario (Argentina) 2 marzo 1914.
Ebbene questa missiva è anteriore di un solo giorno rispetto alla lettera di accompagnamento di cui sopra: Rosario (Argentina) 3 III 1914. Si tratta con ogni probabilità, in questo caso, di un intreccio di memorie, sentimenti, nostalgia per cui “l’esule” Rossi sente la necessità di rinsaldare il rapporto con la patria lontana, la sua città, per mezzo di un dono prezioso, proprio quel dono che il Balzan gli aveva fatto per propiziare la sua assunzione al Corriere¹⁰.