Marino Ghinatti può essere considerato un “lendinarese di ritorno”: infatti, nato a Lendinara nel 1936 e trasferitosi a Milano nel ‘55, ha trascorso in Lombardia tutta la sua vita lavorativa; oggi risiede a Bergamo, ma a Lendinara ritorna con la costanza di un innamorato. Il lavoro, come stilista per i più grandi marchi nel campo della biancheria intima, gli ha procurato non pochi successi, ma i rapporti con la sua città d’origine, soprattutto con un gruppo storico di amici – ‘piazaroti’ come lui – sono sempre stati coltivati. Così, quando decide di dedicarsi alle sue passioni giovanili – la scultura in ceramica e l’archeologia – gli è naturale pensare a Lendinara per un’esposizione delle sue opere, che per altro sono già state esposte al museo archeologico di Bergamo.
La passione per l’archeologia gli deriva certamente dai suoi studi classici; quella per la ceramica, probabilmente innata, lo aveva portato nel ‘62 a diplomarsi all’Istituto Cova di Milano. A queste passioni Marino nel corso degli anni ha unito quella per la mitologia, anche in chiave antropologica, che lo porta a ricercare le radici comuni di tutti i miti.
Dalla fusione di queste passioni prendono vita le sue piccole sorprendenti opere, realizzate con crete bianche o rosse. Nasce così la mostra, colta e accattivante, “Sculture mitiche” che è approdata a Lendinara in collaborazione con la Biblioteca comunale “Gaetano Baccari” nel febbraio 2012.
Le creazioni di Marino, a metà fra il figurativo e l’astratto, fanno rivivere in pieno il fascino del mito, da cui è colto il visitatore attento, aiutato per di più da precise didascalie che lo guidano nella fruizione delle opere e nei concetti ad esse sottesi.
Fra le opere che sono state esposte a Lendinara si sono potuti cogliere principalmente tre filoni, diversi fra loro, ma accomunati dal fatto che tentano di spiegare – come tutti i miti – il mistero dell’origine del mondo e della vita. Non va infatti dimenticato che il mito è, nella storia del pensiero umano, il primo indizio che l’uomo sta cercando spiegazioni a quanto vede intorno a sé, mediante l’osservazione e la riflessione: le stesse due attitudini che poi lo porteranno alla filosofia e alla scienza in questo suo tentativo di interpretazione del reale. Non a caso nel mondo greco, prima ancora dei filosofi compaiono i poeti mitografi Omero ed Esiodo.
Il primo di questi filoni rappresenta il fascino ed il mistero del femminile nelle sue varie sfaccettature: dal semplice fascino estetico al mistero della nascita e della fertilità attraverso statuette plasmate secondo i canoni dell’antica dea madre mediterranea, o una bellissima Venere (appena sbozzata) che nasce dalle acque, o ancora una splendida Pandora identificata con il vaso che la rese famosa e da cui, sempre secondo il mito, fuoriuscirono mali e disgrazie per il genere umano.
Il secondo tema che ha caratterizzato la mostra è stato quello della metamorfosi, cioè della trasformazione che è di per sé uno dei più culturalmente complessi perché attraversa non solo le letterature antiche a partire da Omero (i compagni di Ulisse trasformati in porci da Circe nell’Odissea), ma anche le letterature europee: basti citare Dante, Ariosto ma persino Pavese e, fuori d’Italia, Kafka. Inoltre la metamorfosi è di sicuro una metafora dell’arte che è trasformazione della materia inerte in un manufatto ricco di significati e di valore estetico: così in mostra era richiamato il mito di Galatea, la statua scolpita da Pigmalione che, per intervento divino, prende vita perché il suo autore se ne è innamorato (e Marino Ghinatti sembra cogliere proprio l’attimo in cui la creta prende vita e si trasforma in donna).
Ma i miti di metamorfosi nel mondo antico servono a spiegare i misteri: dalla nascita alle trasformazioni della natura con l’alternarsi delle stagioni, al dolore. Fra i più significativi, l’autore ha trattato il mito del polline d’oro o della pioggia generatrice di vita (Danae nel mito greco viene fecondata da Zeus trasformato in pioggia d’oro e genera Perseo), ma analoga simbologia è rappresentata dalla ciprea, la conchiglia che genera la perla. Altro mito di trasformazione è quello di Ciparisso che, affranto per aver ucciso la cerva mansueta, sua compagna di giochi, viene trasformato dal pietoso Apollo nel simbolo del dolore universale, il cipresso, le cui bacche rappresentano le lacrime.
Infine numerose statuette richiamano il mito d’amore per eccellenza, la fiaba di Eros e Psiche narrata dal latino Apuleio. La fiaba, altamente simbolica, racconta una storia d’amore, fra la bellissima Psiche (Anima) e il dio dell’Amore (Eros) che a lei si unisce in segreto purché la donna non tenti di vederlo, mentre Psiche trasgredendo al divieto scopre l’identità dello sposo. Privata così della presenza di lui, incontra un’infinità di prove e di sofferenze, ma alla fine sarà assurta fra gli dei ottenendo per sempre l’amore di Eros.
In realtà, la fiaba, che è l’archetipo di tutte le fiabe popolari europee (da Biancaneve a Cenerentola a La bella e la bestia) ci dice ancora una volta come la curiosità, il desiderio di conoscenza, sia sempre – come per Eva, come per Pandora – la sorgente della sofferenza ma anche la possibile via di emancipazione dell’essere umano dalla totale soggezione al mistero. Dato non scontato ma anzi ricco di spunti di riflessione è che per gli antichi – sia nel mondo ebraico (Eva) che nel mondo greco romano (Pandora, Psiche) – sono le donne che, spinte dalla curiosità, mettono in moto il meccanismo del cambiamento e della conoscenza. Con gli antichi, credo, concorda pienamente Marino Ghinatti, che così bene ha espresso questi concetti nelle sue opere.









