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Archivi: Articoli d’archivio

  • Le “sculture mitiche” di Ghinatti

    Le “sculture mitiche” di Ghinatti

    Marino Ghinatti può essere considerato un “lendinarese di ritorno”: infatti, nato a Lendinara nel 1936 e trasferitosi a Milano nel ‘55, ha trascorso in Lombardia tutta la sua vita lavorativa; oggi risiede a Bergamo, ma a Lendinara ritorna con la costanza di un innamorato. Il lavoro, come stilista per i più grandi marchi nel campo della biancheria intima, gli ha procurato non pochi successi, ma i rapporti con la sua città d’origine, soprattutto con un gruppo storico di amici – ‘piazaroti’ come lui – sono sempre stati coltivati. Così, quando decide di dedicarsi alle sue passioni giovanili – la scultura in ceramica e l’archeologia – gli è naturale pensare a Lendinara per un’esposizione delle sue opere, che per altro sono già state esposte al museo archeologico di Bergamo.

    La passione per l’archeologia gli deriva certamente dai suoi studi classici; quella per la ceramica, probabilmente innata, lo aveva portato nel ‘62 a diplomarsi all’Istituto Cova di Milano. A queste passioni Marino nel corso degli anni ha unito quella per la mitologia, anche in chiave antropologica, che lo porta a ricercare le radici comuni di tutti i miti.

    Dalla fusione di queste passioni prendono vita le sue piccole sorprendenti opere, realizzate con crete bianche o rosse. Nasce così la mostra, colta e accattivante, “Sculture mitiche” che è approdata a Lendinara in collaborazione con la Biblioteca comunale “Gaetano Baccari” nel febbraio 2012.

    Le creazioni di Marino, a metà fra il figurativo e l’astratto, fanno rivivere in pieno il fascino del mito, da cui è colto il visitatore attento, aiutato per di più da precise didascalie che lo guidano nella fruizione delle opere e nei concetti ad esse sottesi.

    Fra le opere che sono state esposte a Lendinara si sono potuti cogliere principalmente tre filoni, diversi fra loro, ma accomunati dal fatto che tentano di spiegare – come tutti i miti – il mistero dell’origine del mondo e della vita. Non va infatti dimenticato che il mito è, nella storia del pensiero umano, il primo indizio che l’uomo sta cercando spiegazioni a quanto vede intorno a sé, mediante l’osservazione e la riflessione: le stesse due attitudini che poi lo porteranno alla filosofia e alla scienza in questo suo tentativo di interpretazione del reale. Non a caso nel mondo greco, prima ancora dei filosofi compaiono i poeti mitografi Omero ed Esiodo.

    Il primo di questi filoni rappresenta il fascino ed il mistero del femminile nelle sue varie sfaccettature: dal semplice fascino estetico al mistero della nascita e della fertilità attraverso statuette plasmate secondo i canoni dell’antica dea madre mediterranea, o una bellissima Venere (appena sbozzata) che nasce dalle acque, o ancora una splendida Pandora identificata con il vaso che la rese famosa e da cui, sempre secondo il mito, fuoriuscirono mali e disgrazie per il genere umano.

    Il secondo tema che ha caratterizzato la mostra è stato quello della metamorfosi, cioè della trasformazione che è di per sé uno dei più culturalmente complessi perché attraversa non solo le letterature antiche a partire da Omero (i compagni di Ulisse trasformati in porci da Circe nell’Odissea), ma anche le letterature europee: basti citare Dante, Ariosto ma persino Pavese e, fuori d’Italia, Kafka. Inoltre la metamorfosi è di sicuro una metafora dell’arte che è trasformazione della materia inerte in un manufatto ricco di significati e di valore estetico: così in mostra era richiamato il mito di Galatea, la statua scolpita da Pigmalione che, per intervento divino, prende vita perché il suo autore se ne è innamorato (e Marino Ghinatti sembra cogliere proprio l’attimo in cui la creta prende vita e si trasforma in donna).

    Ma i miti di metamorfosi nel mondo antico servono a spiegare i misteri: dalla nascita alle trasformazioni della natura con l’alternarsi delle stagioni, al dolore. Fra i più significativi, l’autore ha trattato il mito del polline d’oro o della pioggia generatrice di vita (Danae nel mito greco viene fecondata da Zeus trasformato in pioggia d’oro e genera Perseo), ma analoga simbologia è rappresentata dalla ciprea, la conchiglia che genera la perla. Altro mito di trasformazione è quello di Ciparisso che, affranto per aver ucciso la cerva mansueta, sua compagna di giochi, viene trasformato dal pietoso Apollo nel simbolo del dolore universale, il cipresso, le cui bacche rappresentano le lacrime.

    Infine numerose statuette richiamano il mito d’amore per eccellenza, la fiaba di Eros e Psiche narrata dal latino Apuleio. La fiaba, altamente simbolica, racconta una storia d’amore, fra la bellissima Psiche (Anima) e il dio dell’Amore (Eros) che a lei si unisce in segreto purché la donna non tenti di vederlo, mentre Psiche trasgredendo al divieto scopre l’identità dello sposo. Privata così della presenza di lui, incontra un’infinità di prove e di sofferenze, ma alla fine sarà assurta fra gli dei ottenendo per sempre l’amore di Eros.

    In realtà, la fiaba, che è l’archetipo di tutte le fiabe popolari europee (da Biancaneve a Cenerentola a La bella e la bestia) ci dice ancora una volta come la curiosità, il desiderio di conoscenza, sia sempre – come per Eva, come per Pandora – la sorgente della sofferenza ma anche la possibile via di emancipazione dell’essere umano dalla totale soggezione al mistero. Dato non scontato ma anzi ricco di spunti di riflessione è che per gli antichi – sia nel mondo ebraico (Eva) che nel mondo greco romano (Pandora, Psiche) – sono le donne che, spinte dalla curiosità, mettono in moto il meccanismo del cambiamento e della conoscenza. Con gli antichi, credo, concorda pienamente Marino Ghinatti, che così bene ha espresso questi concetti nelle sue opere.

  • Ettore Weiss de Welden (1849-1922)

    Ettore Weiss de Welden (1849-1922)

    Anche se può apparire strano, è destino che alcune personalità debbano rimanere per molto tempo prive del ricordo comune, che a volte però, fortunatamente, si ridesta diversi anni dopo la loro scomparsa. Ciò vale in particolare per il barone Ettore Weiss de Welden del quale quest’anno ricorre il 90.mo della scomparsa, e per tale motivo questo scritto intende essere il primo contributo alla sua rinnovata conoscenza.

    Bell’uomo, dagli occhi chiari, fu un insigne erudito dell’Ottocento, e pure un filantropo davvero unico quanto poco conosciuto sia a Melara che a Ferrara dove visse ed operò.

    Prima de Welden, poi Weiss

    L’albero genealogico della famiglia affonda nel XII secolo, quando il capostipite Rodolfo Eisenhaupt (Testa di ferro) morì sotto le mura d’Antiochia durante le crociate nel 1122. In ricordo della partecipazione a queste epiche spedizioni la leggenda dei Cavalieri neri vuole che le due teste sanguinanti nello stemma siano quelle di due mori che ebbero i capi mozzati in combattimento da “Testa di ferro”, i quali da terra, gli chiesero il battesimo.

    I discendenti di Testa di ferro divennero De Welden nel 1148 grazie all’investitura del duca di Carinzia, Engelberto di Sponheim, a favore di Rodolfo II°. Ancora nel 1257 Eribaldo (+1289) sposando Edvige di Kiburgo, di un ramo cadetto di casa d’Austria-Laufenburg ebbe interzato nello stemma la mezza aquila¹. Un casato che nel 1614 si divise nei due rami di Carinzia e d’Ungheria e che nei secoli annoverò numerosi titoli e personaggi illustri, fra i quali due vescovi ed un cardinale.

    Il cognome Weiss invece fu aggiunto ai figli di Ariberto (1689-1736) grazie al matrimonio con la benestante Maria Weiss.

    Un ramo dei De Welden si stabilì in Ferrara ad inizio Ottocento: Ettore, figlio unico del barone Luigi II (1823-1881) e di Augusta Jachelli (1821-1893), nacque e visse nella casa di via del Gregorio. A Melara invece dimorò nella seicentesca villa dei Borghi-Jachelli in località Santa Croce. Si sposò con Rosa Bolognesi (1862-1936) dalla quale però non ebbe figli.

    La vita

    Ettore visse in una casa che trasudava tanta storia e dove le attività notarili, militari e d’insegnamento all’Università erano la norma da alcuni secoli.

    La casa di via del Gregorio era, ed è ancora oggi, ridondante di storia (arte, Risorgimento, botanica). Fra decine di migliaia di libri, documenti medievali, quadri ed ogni altro ben di Dio, che farebbe la gioia di qualsiasi amante di antiquariato, Ettore assorbì compostezza e rigore tedesco, ma anche un’innata curiosità italica. Dopo gli studi al liceo “Ariosto” si laureò in legge nel 1871 con una media di 30 e lode in tutte le materie e fu primo professore di Diritto Italiano presso l’Università di Ferrara, dal 1886 al 1903.

    Fu autore di alcuni libri e, grazie alla perfetta padronanza del latino, francese e tedesco, si qualificò come un appassionato viaggiatore. Sovrintendente delle scuole comunali di Ferrara ebbe il titolo di cavaliere nel 1890 dal re Umberto I°.

    Era appassionato ed affascinato da molte cose dello scibile. Nel campo dell’arte fu buon ritrattista degno di lode (belle e carine le caricature dei frati), ma anche buon pittore che si distinse in alcune mostre ferraresi con varie menzioni nel 1877 e 1882. Fra le sue passioni anche musica, teatro ed operette e persino composizione di cruciverba.

    Già nel 1884 figurava come socio del Club Alpino Italiano. Nei suoi numerosi viaggi annotava in piccoli libretti impressioni, scorci d’arte e naturalistici, personalità incontrate, ed ancora umori degli abitanti e dialetti, spesso ritraendo in schizzi quanto degno di nota. Entomologo e naturalista quanto basta per quei tempi, aveva sposato la tesi di Quintino Sella (1827-1884) che distingueva l’amore per le alte vette, tipicamente italiano, dalla passione inglese che teneva conto solamente del primato della scalata.

    Numerosi i suoi viaggi in Istria dovuti anche alla vicinanza ed amicizia col cugino Luigi, ultimo come lui della dinastia De Welden. Dunque una personalità ricchissima di spunti da meritare approfondimenti.

    Col suo grande carisma a Ferrara non v’era manifestazione che non lo volesse fra i suoi membri organizzatori, essendo egli anche consigliere provinciale e comunale. Commissario conservatore dei Monumenti ed oggetti d’arte ed antichità per la provincia di Ferrara dal maggio 1883 e Sindaco del Monte di Pietà nell’aprile 1884.

    A Melara

    A Melara fu consigliere comunale per molti anni dal 1886 al 1919. Soggiornava nella sua casa di Santa Croce ogni anno nel giorno del suo compleanno, il 21 maggio. Il consesso comunale ricorse spesso a lui, alle sue conoscenze e consigli, in vari campi e si può tranquillamente affermare che se il paese di Melara sul finire del Novecento era all’avanguardia in vari settori, parte dei meriti sono da attribuire anche a personalità come la sua.

    Rifulgeva da qualsiasi forma di pubblicità per le numerose opere di sostegno e beneficienza prestate sia a Melara che Ferrara. Non ebbe figli dalla moglie Rosa Bolognesi, ma ugualmente aveva molta compagnia dalle autorità che frequentavano la sua casa e pure da un buon numero di gatti, col suo preferito “Imperatore” sopra tutti.

    Nella suo studio passava il tempo a leggere e scrivere moltissimo, tenendo corrispondenza con molte personalità. Incuteva una certa soggezione ed il suo carisma si manifestava chiaramente in qualsiasi consesso egli prendesse parte.

    Vissuto in pieno Ottocento era amante dei cavalli e dei trasporti in carrozza, dei quali si serviva utilizzando una particolare borsa da viaggio appartenuta agli antenati: una perfezione di “segrete” e scompartimenti che contenevano tutto il necessario da viaggio. Mal digeriva la sbuffante novità delle automobili.

    Il generoso lascito

    Alla sua morte, avvenuta il 21 giugno 1922, lasciò l’ingente patrimonio di quasi 1.200.000 lire del tempo, frutto anche delle precedenti eredità dei Borghi e dei Jachelli, altri filantropi.

    Col testamento lasciò un terzo alla moglie Rosa Bolognesi, un terzo all’ospedale S. Anna ed un altro terzo al Ricovero di Ferrara.

    A Melara la vedova De Welden beneficò i più bisognosi della casa di riposo lasciando ben 5.000 lire in certificati del debito pubblico, che furono accettati nel dicembre 1922 ed i cui frutti annui di 250 lire furono subito distribuiti. Per meglio comprendere il contesto basti pensare che il Comune chiuderà il bilancio 1922 con un debito di 125.000 lire e che la fornitura dei medicinali ai poveri era una voce consistente (10.000 lire). Qualche anno dopo cedette ad un prezzo “popolare” il terreno del primo campo sportivo nel 1928.

    La famiglia Leati in Ferrara, quale erede, a tutt’oggi risiede nel suo palazzo in via del Gregorio e ne conserva l’ingente documentazione. L’associazione culturale Mellaria ricorderà questa figura interessante sotto tanti punti di vista nel corrente anno.

    *** Si ringrazia per le notizie e la documentazione fornita la signora Giuliana Leati di Ferrara, degna depositaria delle storie di casa Weiss De Welden.

  • Antonio Scarpa (1903-2000)

    Antonio Scarpa (1903-2000)

    Guido Crepax, uno dei maggiori fumettisti e illustratori italiani, autore del famoso personaggio Valentina, per vari anni disegnò le copertine della rivista Tempo Medico. Su queste ritraeva grandi medici, ai quali era dedicato un articolo all’interno del periodico. Nel numero di giugno 1968 appare l’immagine di un volto sorridente, mentre in secondo piano si vede una donna cinese che sottopone a una strana terapia riflessogena (una sorta di agopuntura, ma eseguita con bacchette) un anziano dalle evidenti dita artrosiche.

    Quel signore sorridente, che sembra guardare con vivo interesse la seduta di terapia, era un medico polesano, che merita di essere ricordato tra le grandi personalità della nostra terra: Antonio Scarpa.

    L’occasione per ricordarlo ci viene dalla fortuita scoperta, sui banchi di un mercatino dell’usato fatta – niente poco di meno che – a Lisbona da Sergio Zanellato di Loreo, di un volume di fotocopie, ovvero il curriculum vitae dello Scarpa. Molto probabilmente tale curriculum era stato redatto dal medico stesso, in quanto contiene le copie di gran parte dei suoi lavori e dei suoi titoli, a partire dalla pagella delle elementari. Come il fascicolo sia approdato a Lisbona in Portogallo è davvero un mistero!

    Scarpa nacque a Loreo il 25 marzo 1903 da Francesco, segretario comunale, e Ernesta Cervi, insegnante elementare. Si laureò a Padova con 110 e lode, sostenendo una tesi in patologia esotica. Un interesse, questo, per la medicina dei paesi tropicali, che con il tempo si ampliò anche all’etnomedicina.

    Specializzatosi in pediatria, nel 1935 segnalò a un congresso lo strano fenomeno, già peraltro noto agli etnologi, della cosiddetta “lactatio serotina” (che in seguito denominerà lactatio agravidica), cioè della ripresa della capacità di allattare, mediante particolari artifici, da parte di donne già in menopausa di popolazioni tribali africane, per nutrire neonati rimasti orfani.

    Per approfondire i suoi studi sulla medicina tradizionale iniziò una serie di viaggi scientifici che lo portarono, nel corso di un cinquantennio, a visitare i quattro angoli del pianeta: dal periplo dell’Africa all’Amazzonia, dalla Lapponia al Giappone. Per tale motivo Scarpa si definiva “medico periodeuta”, cioè girovago come i medici erranti dell’antica Grecia.

    Racconta così in un’intervista sul settimanale “Gente” nel 1983 la sua prima spedizione: “Partii per il Sahara francese portando in tasca un salvacondotto per la Legione Straniera e, sottobraccio, un gallo. Il salvacondotto mi dava il diritto di chiedere aiuto e ospitalità nei fortini più avanzati. Quanto al volatile, ha vegliato sui miei sonni, facendo giustizia degli scorpioni velenosi che infestavano le capanne in cui ero costretto a pernottare. Era il 1935, e in Africa non si trovavano alberghi per turisti”.

    Nel corso di questi viaggi Antonio Scarpa compie ricerche presso centinaia di popolazioni, raccoglie campioni, filma e fotografa, accumulando così una serie di preziose testimonianze di medicina popolare, che poi confluiranno a formare un museo presso l’Università di Genova: il Museo di Etnomedicina intitolato proprio al medico loredano.

    Nel 1955 il Ministero della Pubblica istruzione istituisce e gli affida la libera docenza in Etnoiatria, che lo scienziato insegnerà presso l’Università Statale di Milano. Diventa inoltre direttore generale dell’Istituto italiano di etnoiatria e della prima pubblicazione internazionale di etnomedicina apparsa al mondo.

    Molteplici sono gli aspetti di medicina tradizionale indagati da Scarpa, e impossibile qui anche solo elencarli. Ricordiamo, solo a titolo d’esempio, la dimostrazione che sugli oltre trecento punti dell’antica agopuntura cinese, un centinaio trovano una equivalenza nelle pratiche empiriche del vecchio continente.

    Scarpa attribuisce questo parallelismo, secondo lui indipendente da contatti culturali, alla legge della “costante intellettuale dell’uomo” (anche se, secondo chi scrive, la conoscenza delle comuni recenti origini dell’uomo, ci deve far pensare piuttosto a radici comuni nei vari campi del sapere).

    Negli anni settanta acquistarono popolarità i guaritori filippini, che dicevano di operare a mani nude, estraendo dal corpo di malcapitati pazienti oggetti o pezzi di organo “malati”. Alla fine dell’intervento sul corpo non restava alcuna cicatrice. Scarpa rivolge la sua curiosità al fenomeno, e nelle Filippine assiste ad “interventi” di questo tipo, li filma, e per primo nel 1972, ne dà una spiegazione razionale. Riesce infatti a sottrarre a fatica alcuni di questi corpi estranei che, una volta esaminati, risultano essere niente altro che visceri di animali domestici. Ma l’intento di Scarpa non è di semplice smascheramento di truffatori. Egli infatti ammette che tali “operazioni” rientrano nella pratica degli “espedienti a cui ricorrono tutti i guaritori per ottenere, nei loro pazienti, reazioni psicosomatiche”.

    Le concezioni magico-superstiziose, se studiate con approccio scientifico, possono secondo Scarpa rivelare utili conoscenze. Riferisce nel suo testo “Etnomedicina” del 1980: “Perfino la scoperta della penicillina sarebbe certo stata anticipata se si fossero intrapresi studi di etnoiatria sull’uso di un preparato dei Maya dell’America centrale: i medici-stregoni di queste tribù guarivano malattie gravissime con una medicina chiamata cuxum. Questo farmaco veniva confezionato con chicchi verdi di frumento che, dopo essere stati abbrustoliti, venivano lasciati a fermentare. In seguito una muffa rossastra li ricopriva interamente, e da questa muffa, che veniva mescolata ad altre sostanze, si ricavava il portentoso rimedio”.

    L’importanza delle collezioni archiviate da Scarpa e donate all’Università di Genova è esemplificata dal fatto che nella recente importante mostra “Homo sapiens: la grande storia della diversità umana”, tenutasi a Roma presso il Palazzo delle Esposizioni e curata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, alcuni reperti provenivano proprio dal museo di Genova. Tra questi, anche un rospo mummificato!

    L’ultima spedizione di Scarpa è nel nord dell’Africa nel 1992, ma egli continua a pubblicare fino al 1999.

    Un anno dopo, all’età di novantasette anni, il 18 gennaio del 2000, Antonio Scarpa, medico che a partire dalla nativa Loreo aveva girato il mondo studiando e ricercando, si spegne nella sua casa di Rapallo. La sua salma viene trasportata a Loreo e tumulata nel camposanto dove alcuni mesi dopo lo raggiungerà la moglie.

  • Le filastrocche del mondo contadino

    Le filastrocche del mondo contadino

    Immaginiamo una famiglia contadina di cinquanta o sessanta anni fa. I figli sono tanti, la casa è poco più che una capanna. Come possono tenere quieti i ragazzi in modo che gli uomini trovino in casa pace e riposo? Bisogna intrattenerli, questi ragazzi, interessarli, assorbirli. Ci sono le serate riempite dalle lunghe fole; quelle assorbono anche i grandi. Ma nei ritagli, nelle serate vuote, ecco la filastrocca. Essa apparentemente sembra fatta per i bambini, ma, a guardarla bene, rappresenta le confessioni, i sogni, le aspirazioni dell’anima popolare. Della filastrocca si può dire quello che Dante disse dell’idioma popolare (Paradiso: canto di Cacciaguida): ‘… e, consolando, usava l’idioma/ che prima i padri e le madri consola’.

    La filastrocca è fatta di accostamenti improvvisi e motivati: filastroca, filastroca dopo el filo vien la roca. In essa è inutile cercare un significato. I concetti, se di concetti si può parlare, si succedono senza un nesso, come avviene nei sogni. In questo sogno, tuttavia, chi lo sappia interpretare, troverebbe intera l’anima del popolo.

    Chi guardi alle filastrocche che riporteremo troverà locuzioni vecchissime e voci che hanno evidentemente un significato diverso dall’attuale. Questo è segno della loro arcaicità: si sono trasmesse di generazione in generazione con un formulario fisso quasi fossero formule sacramentali. Del resto, dato il carattere spontaneo, istintivo, quasi onirico della filastrocca, c’è da aspettarsi che essa non muti se non muta il substrato di cui essa filastrocca è la manifestazione.

    Delle filastrocche tradizionali, anche per motivo di spazio, noi cercheremo di segnalarne alcune che ricordiamo di aver sentito da bambini e che il caso ci ha permesso di ricucire ancora con l’aiuto di gente più anziana di noi.

    La filastrocca si apre solitamente con una sua premessa che costituisce quasi il tema, non logico, ma ritmico, di tutta la composizione. Quasi sempre si tratta di un seguito di assonanze (din don, campanon) o talora anche un’apostrofe Ménego, Ménego rantegon (catarroso) e si chiude con un’uscita a sorpresa, che è quella che dovrebbe mandare in grigagna il bambino cui è dedicata. Vediamo.

    Ménego, Ménego rantegon mena la cavala in t’el stradon, fala balare, fala saltare, faghe el verso del pegoraro: be – e – e – e!

    Oppure quest’altra:

    Din, don, l’ha sonà la campanela, l’è scapà la polastrela, l’è scapà da luntan l’è andà da l’ortolan, l’ortolan el gera a Roma, l’è scapà da la parona, la parona la gera in giardin la ciamava Gioanin, Gioanin el gera in stala ch’el goarnava la cavala, la cavala e el cavalin Joanin, birichin.

    Pensate come gode, ora, e ride Joanin che si scopre di colpo presente e, per così dire, centro di un’azione che coinvolge tutto il suo piccolo grande mondo!

    Se alcune filastrocche hanno un loro soggetto (narrano una certa azione irreale che si svolge quasi come in sogno, ma che insomma è pur sempre un’azione) ce ne sono altre nelle quali l’azione totalmente manca: non hanno un tema e le parole non hanno altra funzione che ritmica.

    Allora la filastrocca si risolve in un seguito di immagini, scandite da un’immaginaria volta la carta, talora quasi accennate appena. Le immagini, in questo caso, scompaiono in un fantastico mondo che ruota alla rinfusa e che pare non avere altra ragione di essere presente se non quella di esistere.

    Din don, campanon, le campane de Simon che le bate tanto forte che le buta zo le porte e le porte i e de fero, volta la carta ch’a gh’e on capelo, sto capelo tien la piova, volta la carta ch’a gh’e ‘na viola, e sta viola sa da bon, volta la carta ch’a gh’e on limon, sto limon l’è massa fato, volta la carta ch’a gh’e on mato, e sto mato l’è da ligare, volta la carta ch’a gh’e on mare, on mare e ‘na marina, volta la carta ch’a gh’e ‘na galina, sta galina fa cocodè, volta la carta ca gh’e on re, e sto re el liga tuti, volta la carta ch’a gh’e du puti, e sti puti i zoga a bala, volta la carta ch’a gh’e ‘na cavala, sta cavala tra de culo, volta la carta ch’a gh’e on mulo, e sto mulo l’è pien de pan, volta la carta ch’a gh’e du can, e sti can se core drio, volta la carta che l’è finìo!

    La funzione ritmica della parola si nota anche meglio nelle due filastrocche che seguono, nelle quali anche scorgiamo, specialmente nella prima, ben precisi caratteri di arcaicità (parusin, pitaro, fato a usanza, bocolin de vento, ecc.).

    Totò, Totò, varese pitaro del radise, bocolin de spagna, cominziemo sta furlana, furlana e le brochete, la se ponta su le drezze, la va al speceto fin, la se mete el perusin, la va al speceto d’oro, la se mete le perle al colo, la va da pare e mare: me vojo maridare! Fiola mia, chi vòto tòre? Voj tòre on contadin che sapia sonare el violin, che sapia sonare la simia. La simia l’è poreta la gh’ha l’abito da ziveta fato a usanza: tasì, tasì, Speranza, che l’aqua la boje, la galina la ga le duoje, el can de la massara l’è ‘ndà via stanote, i gh’ha da tante bote, i gh’ha fato negro on brazo: sangoe de mi, sangoe de ti, ciapa on cortelo e scànelo lì!

    Tanto questa, quanto quella che segue avevano evidentemente la funzione di far ballare il bambino sulle ginocchia del narratore.

    Totò, Totò l’andava, la Ménega par tera la sòmena la fava, on bocolin de vento che vale zinquezènto, zentozinquanta, che tuto el mondo canta, canta el galo risponde la galina, to mama Franceschina la se fa a la finestra con do corone in testa, passa la fante con do cavale bianche, bianca la sela, la me morosa bela, bianco el selon, el me moroso col balon!

    E qui, una chiusa grottesca, anche se un po’ grossolana, ai fini dell’allegria, non guasta.

    In altri casi, specialmente nelle affabulazioni fiabesche dei filò, le filastrocche si innestano in una narrazione ben precisa e costituiscono un che di mezzo tra la fiaba e lo scioglilingua. In queste, la parte narrata è lasciata all’arbitrio del narratore, fisso, invece, è il testo che costituisce la vera e propria filastrocca, la quale chi sa per quante mai generazioni sarà passata.

    Concludiamo con un’osservazione. Proprio per questo carattere ripetitivo della filastrocca, per la ridondanza e, se si vuole, per la ritualità sempre uguale e sempre la stessa, si è alterata spesso in filistoca caricandosi, oltre che di ironia, perfino di un senso spregiativo della cosa.

    La filistoca è un rito, un processo, un’abitudine, una frase, una raccomandazione, come quelle che fanno le mamme che sembrano inopportune e inutili, (ma mama, sempre co sta filistoca! A son grando ormai). Può essere un’azione o un oggetto che danno noia e fastidio. Può essere appunto la raccomandazione della mamma o della maestra, e perfino la scuola stessa per uno studente svogliato, o l’abituale rituale di andare a prendere il latte alla fattoria.

    Nella parlata le due voci difficilmente si confondono. La filastroca indicherà sempre la poesiola o la formula ritmata di cui abbiamo detto, e la filistoca sempre qualsiasi cosa noiosa e ripetitiva. Solo recentemente le due voci si stavano confondendo, ma la seconda è decaduta e quasi nessuno più ne fa uso. E non è che sia cosa recente.

  • La bietola selvatica del Delta del Po

    La bietola selvatica del Delta del Po

    Nulla dà maggiore sensazione di tranquillità e di pace che contemplare, per fare un esempio, un pascolo alpino. Questo appare agli occhi dell’osservatore, ma dal punto di vista botanico la realtà è molto diversa. Le varie specie di erbe che convivono a stretto contatto sono in continua e dura competizione per la sopravvivenza. Ciascuna specie deve adottare forme di difesa e di lotta molto elaborate, che vanno dall’aumento e dall’anticipo dello sviluppo radicale e fogliare, ad una maggiore frequenza dei cicli riproduttivi. L’equilibrio tra le diverse popolazioni vegetali dipende da numerosi altri fattori biotici ed abiotici. Gli effetti del clima sono i più evidenti: in annate siccitose le piante resistenti al secco conquistano maggior spazio vitale rispetto alle più sensibili e viceversa. In situazioni pedoclimatiche meno favorevoli, dove il numero di specie e la concorrenza reciproca diminuiscono, aumentano ovviamente le difficoltà dovute all’ambiente. Per quanto riguarda il Polesine, va detto che le zone litoranee in vicinanza dell’acqua marina sono tra le più difficili. Qui si sviluppano le poche specie vegetali capaci di adattarsi, dopo millenni di selezione naturale, alle avverse condizioni date soprattutto dalla salinità del suolo sabbioso e dalla siccità estiva. Più in generale, si può quindi affermare che la vita, o meglio, la sopravvivenza dei vegetali allo stato selvatico, è sempre durissima in ogni situazione. Le specie non in grado di competere con le altre o di adeguarsi velocemente al variare delle condizioni ambientali sono inesorabilmente condannate a scomparire.

    Le bietole di Porto Levante

    A chi passeggia lungo gli argini attorno a Porto Levante, può capitare di vedere piante erbacee con foglie simili allo spinacio, ma più piccole e verdi anche d’inverno (fig. 1). Le piante, relativamente diffuse nei litorali del Mediterraneo, emettono uno o più scapi con fiori numerosi, piccoli, poco appariscenti, dall’intenso e soave profumo simile a quello della vite. In certe annate, si può osservare qualche individuo anche sulla massicciata che accompagna il corso del Po di Levante fino al centro della laguna (figg. 2 e 3). Crescendo su pochi grammi di residui portati dal mare e completamente circondate dall’acqua salata, le piante dimostrano non comuni doti di sopravvivenza. Nessun altro vegetale superiore è stato visto svilupparsi in queste situazioni veramente estreme.

    La pianta in questione è la bietola marittima [Beta vulgaris L. subsp. maritima (L.) Arcang.], ossia la progenitrice ancestrale delle bietole coltivate (von Lippmann 1927). Questa parentela dovrebbe bastare per includerla nella lista delle specie protette dal Parco Regionale, che tuttavia nemmeno la cita tra le specie presenti. Evidentemente si ignora che proprio la bietola marittima raccolta attorno a Porto Levante è entrata nella storia della bieticoltura mondiale. Un intervento a protezione della specie sarebbe molto opportuno, dato che si stanno riducendo sia il numero dei siti, sia le piante per ogni sito (Bartsch et al. 2003).

    L’opera di Ottavio Munerati

    Si deve a questo punto tornare indietro di oltre un secolo, quando Ottavio Munerati fondò a Rovigo la Regia Stazione Sperimentale di Bieticoltura, con sede in un’ala del vecchio ospedale delle Granzette (Cappellari 2005; Biancardi 2007). Egli fu tra i primi ad intuire che i progenitori selvatici potevano essere sorgenti di qualità utili per le progenie coltivate. Com’è noto, queste ultime sono state sottoposte, dopo la domesticazione, ad un inconscio processo selettivo che tendeva a favorire nella riproduzione le piante che meglio esprimevano le caratteristiche utili al coltivatore (von Lippmann 1927).

    Con la selezione artificiale iniziata circa 10.000 anni fa, la bietola ha preso diversi indirizzi produttivi (da foglia o da costa, da radice, da foraggio, da zucchero), ciascuno dei quali ha richiesto selezioni specifiche che hanno progressivamente differenziato le parti utilizzate (fig. 4). Questi tipi, come tutte le altre specie coltivate, hanno perso una parte dei caratteri necessari per vivere allo stato selvatico. Un esempio è dato dalla capacità di competizione sopra richiamata, che si è ridotta al minimo perché diventata pressoché inutile nelle coltivazioni, protette e difese dalla mano o dalla zappa del contadino.

    Munerati iniziò subito ad occuparsi della bietola marittima alla ricerca di caratteri utili per contrastare la cercospora, una malattia fungina diffusa nelle zone temperate ed umide, in grado di danneggiare l’apparato fogliare e di causare ingenti riduzioni produttive (Munerati et al. 1913). “Le nostre osservazioni – scrisse Munerati (1946) – erano cominciate dunque nel 1909, nell’estate del quale anno, lungo l’argine del Po di Levante, in prossimità della costa dell’Adriatico, a una ventina di chilometri da centri di coltura bieticola, raccogliemmo alcuni chilogrammi di seme ben maturatosi sulle piante”. Fu necessario un lungo lavoro per selezionare e valutare le migliaia di linee ottenute incrociando varietà normali con le bietole spontanee. Ci vollero più di 10 anni per ottenere qualche linea parzialmente resistente alla malattia, ed altrettanto per migliorare il carattere (Munerati 1932).

    Nel 1935, alcune linee furono inviate negli Stati Uniti, dove permisero un sostanziale miglioramento della produzione di zucchero nelle zone colpite dalla cercospora (Coons 1936, 1975). Lo stesso materiale genetico fu distribuito in Europa. Ancora oggi, la resistenza scoperta da Munerati è l’unica disponibile contro la malattia. In altri termini, si conferma quanto egli ebbe a dichiarare: “Non mi soffermo su tale lato della questione perché non si possa neanche lontanamente pensare che si nasconda in me il desiderio di dar peso ad una modesta opera: solo sia consentito di affermare che tutti i tipi oggi dichiarati come più o meno resistenti alla cercospora, e come tali impiegati, sono derivati dal materiale qui scelto” (Munerati 1946; Biancardi 2010).

    L’eredità di Munerati

    Nel 1915, Munerati fotografò e chiamò “rizomania” un’anomala proliferazione dei capillari radicali che formano la cosiddetta “barba”. Non conobbe direttamente la malattia, alla quale alcuni decenni dopo fu dato quel nome e che può ridurre la produzione di zucchero a pochi quintali per ettaro (fig. 5). Essendo causata da un virus, l’unica difesa è possibile con l’impiego di resistenze genetiche. Fortunatamente ne sono stati individuati diversi tipi: il primo è stato isolato in varietà sicuramente derivate da selezioni di Munerati resistenti alla cercospora.

    Nel 1980 è stata trovata una seconda resistenza molto più efficace. La varietà Rizor, selezionata in Italia e usata in tutto il mondo, ha permesso la sopravvivenza della coltura nelle zone interessate dalla malattia. Negli Stati Uniti, qualche anno più tardi, fu isolata un’altra fonte di resistenza molto simile alla precedente. E’ in ogni caso opportuno sottolineare che con l’analisi del DNA, anche l’origine di queste resistenze è stata fatta risalire ai materiali selezionati a Rovigo e quindi derivati dalle bietole marittime di Porto Levante (Biancardi et al. 2012).

    Dalle stesse selezioni sono state isolate ed utilizzate resistenze a diverse altre malattie, come l’arricciamento fogliare (curly top), la peronospora, l’oidio e ad alcuni tipi di nematodi. Anche la monogermia genetica, carattere che ha eliminato la necessità del diradamento manuale, sembra avere avuto la stessa origine. Si può quindi affermare che la coltivazione della bietola sarebbe oggi impossibile in quasi tutti gli areali senza le resistenze e le qualità isolate e trasferite dalla bietola marittima, in buona parte risalenti alle linee di Rovigo (Biancardi et al. 2002).

    Va infine detto che la bietola marittima possiede un sistema riproduttivo che si presta a studi di genetica delle popolazioni vegetali, che forniscono risultati validi anche per altre specie ad impollinazione incrociata (Letschert 1993). Lo stesso avviene per gli studi di biologia molecolare (Villain 2007). La bietola marittima è l’unica antenata di una grande coltura (a differenza del grano, mais, soia, orzo ecc.) che tuttora sopravvive e convive accanto ad essa. Si presta quindi a valutare gli effetti della diffusione di polline da colture OGM a quelle normali (Arnaud 2008). E’ noto che la possibilità che geni modificati si disperdano nell’ambiente rappresenta l’aspetto più importante sia per i favorevoli sia per i contrari all’introduzione di colture GM (Bartsch e Pohl-Orf 1996; Bartsch et al. 1997). Gli studi sopra elencati coinvolgono un numero crescente di ricercatori che pubblicano su titolate riviste internazionali (fig. 6). Nel 2006 (ultima rilevazione), gli articoli sono stati 45 http://www.newcrops.uq.edu.au/listing/species_pages_B/Beta_maritima.htm.

    Nel gennaio del 2012, è stato pubblicato il primo libro completamente dedicato alla bietola marittima (Biancardi et al. 2012) (fig. 7), nel quale si è cercato di riassumere l’enorme massa di notizie riguardanti la specie: dalla storia, alla fisiologia, ai caratteri utili, alle applicazioni future. Il libro contiene, tra l’altro, la descrizione delle esperienze dei ricercatori più impegnati con la pianta. Alcuni capitoli dedicati alla resistenza alle malattie, sono stati trattati dai selezionatori che hanno scoperto il carattere.

    Il libro è dedicato a Munerati, il quale, a oltre 60 anni dalla morte ed a oltre 100 dai suoi primi esperimenti con la Beta maritima, è ancora continuamente citato negli articoli scientifici sull’argomento. In ambiti di ricerca in rapida evoluzione, questo è un caso raro non solo per le scienze agrarie. Anche se il nome di Munerati è pressoché sconosciuto in patria, come di norma succede, e l’istituto da lui fondato versa in gravi difficoltà, è probabile che nessun polesano possa oggi vantare un’uguale fama internazionale. Tutto questo iniziò dalle bietole marittime raccolte sull’argine destro del Po di Levante a poche centinaia di metri dalla foce.

  • La secolare tradizione della Comuna

    La secolare tradizione della Comuna

    Nella calda giornata di mercoledì 21 Marzo 2012 a Grignano Polesine si è rinnovata la secolare tradizione dell’estrazione de “la Comuna” in occasione dei festeggiamenti in onore di San Benedetto. L’orgoglio del paese sta nell’onorare e perpetuare ogni cinque anni, ininterrottamente da secoli, il rituale dell’estrazione a sorte delle terre sotto il monumento del Pavajon. L’assegnazione spetta solo agli uomini sopra i 16 anni di età che abbiano “Loco et Foco” in Grignano, ossia che vi abitino e vi abbiano la famiglia, e che siano discendenti diretti degli antichi originari, cioè di coloro che iniziarono la tradizione, dopo aver bonificato la terra comune, sotto il patrocinio dei monaci benedettini nell’Alto Medioevo.

    Il 21 marzo è quindi da sempre per Grignano un giorno speciale; e quest’anno, con l’inizio di un nuovo quinquennio, la ricorrenza è stata celebrata con numerosi appuntamenti e festeggiamenti. Sabato 18 marzo alle ore 17:00 si sono spalancate le porte della Comunella, sede storica degli Antichi Beni Originari, per inaugurare la mostra “Storia e prospettive future della Comuna di Grignano” che ha illustrato la secolare storia de “la Comuna” attraverso testimonianze documentali e progetti. Organizzata in due sale espositive, la mostra dapprima offriva al pubblico le riproduzioni dei principali documenti, provenienti dell’archivio storico degli A.B.O., relativi ai contratti di livello tra l’Abbazia di Pomposa e gli “Uomini di Grignano”, mentre nella seconda sala erano riprodotti i primi Statuti del 1516 e del 1642, alcune antiche “divisioni” dei terreni, le attività intraprese in questo quinquennio per il continuo miglioramento, sottolineando gli onerosi lavori di manutenzione dei fossati e, infine, gli studi di fattibilità eseguiti dagli studenti dell’Istituto Tecnico Agrario di Monselice e dalla Dott.ssa Elisa Garavello che propongono possibili progetti di sviluppo futuro, caratterizzati dalla creazione di fasce tampone boscate lungo i canali e dalla realizzazione di un ecomuseo.

    Al termine dell’inaugurazione della mostra, accompagnata dalla spiegazione del presidente degli A.B.O ing. Stefano Previatello, nell’adiacente chiesetta di San Rocco si è tenuto il convegno dal titolo “La proprietà collettiva: origine, tradizione e nuove esigenze”.

    Il convegno ha visto come relatore dapprima il prof. dott. Luigi Costato, che, con la sua consueta brillantezza, ha discusso sull’origine del concetto di proprietà collettiva rapportandola in particolare alla tradizione della “Comuna di Grignano” e sottolineando la caparbietà e la forza degli abitanti originari di Grignano nella difesa della loro ricchezza sia da attacchi esterni che interni e nell’impegno costante per il mantenimento e il continuo miglioramento della propria terra nei secoli. Il secondo intervento del convegno è stato quello del dott. Michele Filippini, presidente della Consulta Nazionale delle Proprietà Collettive e Presidente della Partecipanza Agraria di Villa Fontana di Medicina (BO), il quale ha esordito informando i presenti circa gli attuali sviluppi in sede parlamentare sul riconoscimento delle peculiari proprietà collettive presenti sul suolo italiano, per poi discutere della Partecipanza agraria di Villa Fontana, la proprietà collettiva che tra tutte presenta le maggiori analogie con la Comuna di Grignano.

    Il giorno successivo, il paese si è svegliato in piena atmosfera medievale grazie alla presenza sotto il Pavajon dei figuranti dell’Ecomuseo della Civiltà Palustre di Villanova di Bagnacavallo (RA) che, vestiti in abiti tradizionali, per tutto il giorno hanno ridato vita agli antichi mestieri e alle attività tipiche del mondo contadino medievale: dall’intreccio dei vimini, alla tornitura di ciotole in legno, alla lavorazione della terracotta, intrattenendo la folla con le loro dimostrazioni. Nella mattinata nel Prà delle Rotole e sotto il Pavajon il circolo San Benedetto dell’Associazione NOI di Grignano ha realizzato la rievocazione storica della prima investitura livellaria che ha originato la Comuna. Ha concluso i festeggiamenti della giornata il ritmato e colorato spettacolo degli sbandieratori di Arquà Polesine davanti a numerosissimi ed entusiasti spettatori.

    La celebrazione del 21 marzo ha preso avvio con la Messa in onore di San Benedetto Abate, tenuta, come da tradizione, presso l’altare laterale della chiesa parrocchiale dedicato al Santo. Dalla Chiesa il corteo di fedeli, guidato dal parroco Don Alessandro Mistrello, e dal Consiglio di Amministrazione degli A.B.O., è giunto davanti al Pavajon per la benedizione del monumento e per l’innalzamento della bandiera italiana, il tutto accompagnato dallo spettacolo canoro offerto dai bambini delle scuole elementari di Grignano.

    Nel primo pomeriggio si è quindi ripetuta la secolare tradizione dell’estrazione delle comune. Il consiglio degli A.B.O. al completo, guidato dal Presidente Stefano Previatello e alla presenza del sindaco di Rovigo Bruno Piva e del presidente della Provincia Tiziana Virgili, ha fatto il suo ingresso nel Pavajon, accompagnato dagli sbandieratori di Arquà Polesine.

    Davanti ai 327 compartecipi della Comuna e ad una grande folla, sono stati quindi estratti dall’antica urna i tradizionali bossoli per l’assegnazione a sorteggio delle porzioni di terra fra le urla di gioia e le imprecazioni di sconforto di chi gioisce o si lamenta per la posizione dell’appezzamento, più o meno fertile, che ha ricevuto in sorte per il prossimo quinquennio. Le reazioni sono autentiche e sono le stesse da sempre, anch’esse parte della tradizione e dell’atmosfera, che si ripeterà identica con protagonisti nuovi, eppure sempre uguali, nel 2017. (Il Massaro degli Antichi Beni Originari)

  • Le seggioline della memoria

    Le seggioline della memoria

    Dal quartiere San Bortolo ai giardini del Castello di Rovigo: una passeggiata per ricordare.

    Percorriamo il tragitto, nato in seguito al progetto “Gli alberi del ricordo”, ideato nel 2009 dal Kiwanis di Rovigo. Obiettivo: legare alcune importanti piante della nostra città alla memoria di una delle più tragiche pagine della storia del ‘900, contrassegnata dalla barbarie delle persecuzioni razziali antiebraiche. Ogni anno è riconosciuta ormai ovunque da parte delle Istituzioni, e non solo, la necessità di fermarsi, per un giorno, a riflettere sugli errori-orrori di un passato recente di cui, allontanandosi nel tempo, se ne potrebbe offuscare la verità storica.

    Le iniziative per tale “Giornata della Memoria”, che ricorre il 27 gennaio, si moltiplicano negli ambienti istituzionali, ma anche e soprattutto nella Scuola dove transitano le giovani generazioni, alle quali si affida il testimone del bene futuro. Nell’ambito delle varie commemorazioni messe in atto anche dalle autorità civili del Comune di Rovigo per la Giornata della memoria, è dunque interessante riaffermare il valore di una iniziativa particolarmente degna di rilievo per la singolare sensibilità verso i bambini, piccole vittime trucidate nei campi di sterminio nazisti. Una iniziativa che mi è sembrato appropriato denominare “Le seggioline della memoria” perchè proprio nella Giornata della memoria del gennaio 2011, con la partecipazione di autorità civili, bambini e ragazzi, tre seggioline sono state collocate ai piedi di altrettanti alberi monumentali della città di Rovigo. Questi erano stati individuati dall’Assessorato all’Urbanistica del Comune di Rovigo, in linea con le norme dettate dal Piano di Assetto del Territorio adottato nel 2009.

    Ripercorriamo dunque il tragitto, in compagnia dell’arch. Fiorenza Ronsisvalle del settore Urbanistica del Comune di Rovigo, che è anche membro del Kiwanis, e quindi particolarmente sensibile a tale iniziativa.

    Ci ricorda innanzitutto che le tre seggioline sono state realizzate dai tecnici del laboratorio teatrale del Teatro Sociale di Rovigo con assi di legno scuro riciclato e trattato con materiale resistente all’intemperie. Essendo dedicate ai bambini, sottende una delicata e accorta sensibilità l’idea di aver decorato le targhe con disegni colorati, alleggerendone un po’ la cupa memoria. Su due targhe sono compresi i nomi di bambini deportati ad Awchwitz; sulla terza sono stati incisi i nomi di 20 bambini della Scuola di Amburgo. I nomi riportati sulle targhe sono stati estrapolati dagli elenchi conservati nell’Archivio storico della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano. Anche il luogo dove sono state collocate le seggioline è molto significativo.

    1. Il punto di partenza dell’itinerario è il giardino della Scuola Elementare “Papa Giovanni XXIII” nel Quartiere di S. Bortolo, presso un gruppo di quattro pioppi cipressini. Qui vengono ricordati i tre fratelli Anticoli: Fiorella nata a Roma il 19.07.1941, Attilio nato a Roma l’ 11.11.1937 e Anna nata a Roma il 02.07.1939, figli di Leone, deportati ad Awchwitz. La seggiolina attualmente non è esposta perché, secondo quanto ha affermato la Dirigente dott.ssa Pasqualini, essa può costituire un pericolo per i bambini che corrono e, giocando, vi possono inciampare. Quindi è tenuta all’interno della Scuola e viene fatta girare ogni anno per le classi nel Giorno della Memoria. Mentre lasciamo questa prima “tappa del ricordo”, Fiorenza Ronsisvalle ci informa che la cerimonia commemorativa del 2011, alla quale erano presenti bambini e ragazzi di quell’Istituto Comprensivo, fu particolarmente sentita anche per la lettura di alcune poesie legate al triste evento storico, tra cui “Le scarpette rosse”, simbolo di un’infanzia crudelmente stroncata.

    2. Procediamo alla volta del giardino del Conservatorio Musicale Venezze sul Corso del Popolo, per identificare il secondo “albero del ricordo” e fermarci ai piedi di una grande magnolia, dove la “seggiolina della memoria” è ben visibile. Sulla targa si ricordano i nomi dei due fratelli D’Angeli: Carlo nato a Milano il 02.12.1938 e Massimo nato a Montecatini l’11.06.1942, figli di Mario, anch’essi deportati ad Awchwitz.

    3. Dopo una sosta di meditazione l’itinerario prosegue alla volta della rinnovata area verde del Castello medioevale di Rovigo, presso il tiglio antistante la torre medioevale Donà, che si affaccia su Piazza Matteotti. Purtroppo la seggiolina non è più presente, sulla targa commemorativa sono incisi i nomi di 20 bambini, tutti ebrei, 10 maschi e 10 femmine, in età fra i 4 e i 12 anni, tra i quali c’è anche un bambino italiano, Sergio de Simone. Scuote la profondità dell’anima raccontare la raccapricciante tragedia di questi bambini. Essi erano stati scelti come cavie umane per crudeli esperimenti sulla TBC effettuati dal dott. Heissmeyer. Poi, quando la guerra stava per finire e il campo di Awchwitz liberato, i 20 bambini furono fatti salire su un camion e diretti verso una scuola abbandonata. Qui un medico fece ai bambini un’iniezione di morfina e poi li impiccò con dei ganci appesi al muro. La triste storia e i nomi di questi 20 bambini fu trasmessa alla Croce Rossa e la memoria è giunta fino a noi. Questa targa dei bambini della “Bullenhuser Damm” di Amburgo vuole rappresentare significativamente e compiutamente la tragedia vissuta da tutte le giovani vittime della Shoà.

    La sparizione della “seggiolina” presso il tiglio del Castello ci induce a riflettere sul fatto che ancora non è stato recepito da tutti il rispetto per la memoria dolorosa di un tragico passato, ma il gesto insensato ferisce ancor più, al pensiero che è la memoria di bimbi innocenti ad essere negata, come se fossero scomparsi per la seconda volta. Sappiamo, infatti, che una persona vive finché di essa si mantiene il ricordo; per questo si cerca di mantenerne viva la memoria.

    Negli ultimi 10 anni, purtroppo, si sono registrati segnali estremamente allarmanti sulla diffusione del pregiudizio antisemita in Italia e pare che non basti nemmeno l’insegnamento scolastico a formare coscienze al rispetto dei Diritti Umani. Ma ciò non deve scoraggiare, anzi, è necessario insistere e perseverare sulla strada della formazione e della consapevolezza dell’appartenenza alla dignità umana.

    L’associazione Kiwanis è intenzionata a sensibilizzare questa Amministrazione Comunale a riprendere il progetto “Gli alberi del ricordo” per portarlo nelle scuole, in modo che ci sia una maggiore risonanza delle seggioline della memoria, al fine che la nobile iniziativa non si riduca ad una episodica manifestazione avvenuta nel passato.

    Particolare interesse verso quanto realizzato a Rovigo è stato recentemente dimostrato dal rabbino della Comunità Ebraica di Padova, Aron Locci, che intende portare l’iniziativa della seggiolina della memoria anche a Gerusalemme.

  • L’Oasi Cave Danà

    L’Oasi Cave Danà

    Può un’area, sottratta anni fa all’agricoltura e trasformata in sterile cava per estrarne materia prima per laterizi, divenire nel tempo un patrimonio ambientale?

    L’esperienza, positiva, ci viene dalle Cave Danà nel comune di Ceneselli, un sito divenuto una vera e propria oasi ambientale apprezzata da quanti amano la natura: una zona umida di pregio, la cui storia ebbe inizio una quarantina d’anni fa, quando fu terminato lo scavo di argilla per una fornace di laterizi. La sottrazione del materiale produsse degli avvallamenti nel terreno, che successivamente, venuta meno l’attività estrattiva, a poco a poco si sono riempiti di acque di falda, proveniente probabilmente dal vicino Tartaro.

    Si sono così originati dei laghetti, e la natura a poco a poco ha preso il sopravvento. L’area comprendente gli attuali specchi d’acqua, denominati appunto Cave Danà, è di proprietà della Crivellari e Zerbini s.p.a.; l’oasi ricopre una superficie di 83.000 metri quadri ed è ricadente nella punta a nord del territorio comunale di Ceneselli, a poche centinaia di metri dall’argine destro del Tartaro.

    L’area naturalistica è attualmente gestita dall’associazione dilettantistico-sportiva di pesca Consorzio Carpisti Polesani di Ceneselli: gli specchi d’acqua, perfettamente rinaturalizzati, si presentano adatti sia per lo svolgimento di svariate discipline della pesca sportiva, sia per l’osservazione degli uccelli selvatici (birdwatching).

    Va innanzitutto detto che la denominazione del sito si ricollega alla campagna circostante e al palazzo Danà, elegante costruzione settecentesca voluta dai Bentivoglio, edificata vicino al fiume Tartaro successivamente la grande bonifica. Il nome si ricollega ad un termine dialettale “na’ danà”, ovvero una faticaccia, a sottolineare le antiche condizioni impervie del luogo.

    Un luogo dunque, al tempo della bonifica Bentivoglio, nel ‘600, recuperato per l’agricoltura, e nel secolo scorso utilizzato per alimentare l’industria di laterizi con lo scavo di argilla, poi abbandonato – in quanto improduttivo sia per l’agricoltura che per gli scopi industriali – e oggi fortunatamente rinaturalizzato grazie alla lenta evoluzione della natura e al recente intervento di amanti dell’ambiente e delle particolarità del territorio polesano.

    Il bacino è strutturato in tre grandi corpi idrici dalla forma regolare, separati e delimitati da stretti arginelli, ricoperti di vegetazione e parzialmente percorribili. La profondità media dell’acqua si aggira sui 120/150 cm, la vegetazione palustre è caratterizzata principalmente dalla Cannuccia palustre (Phragmites australis) e dalla Mazzasorda o Tifa (Typhala tifolia). Le essenze vegetali sono per la quasi totalità autoctone, difatti ritroviamo abbondante: l’Olmo (Ulmus minor), il Salice bianco (Salix alba), la Farnia (Quercus robur), l’Acero campestre (Acer campestris), in minore quantità ma comunque presente: il Prugnolo (Prunus spinosa), il Ciliegio selvatico (Prunus avium), la Frangola (Rhamnus frangula) e il Salice cinereo (Salix cinerea).

    Si tratta dunque di una zona umida di grande pregio naturalistico, che fa della biodiversità il suo punto di forza.

    L’avifauna si caratterizza per un gran numero di specie legate all’acqua, rintracciabili principalmente nei periodi del “passo” e in quello riproduttivo. Differenti specie di anatidi tra cui: il Germano reale (Anas platyrhynchos), l’Alzavola (Anas crecca), la Marzaiola (Anas querquedula) e il Mestolone (Anas clypeata). Tra gli ardeidi l’Airone cenerino (Ardea cinerea) l’Airone rosso (Ardea purpurea), quest’ultimo nidificante facendo diventare il sito unico luogo di nidificazione documentato in altopolesine, il Tarabusino (Ixobrychus minutus), la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides), la Garzetta (Egretta garzetta), l’Airone bianco maggiore (Casmerodius albus), la Nitticora (Nycticorax nycticorax) e il raro Tarabuso (Botaurus stellaris) come svernante. Tra i rallidi: la Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), la Folaga (Fulica atra) e la Schiribilla (Porzana parva). Tra i passeriformi di palude: la Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), il Cannareccione (Acrocephalus arundinaceus), l’Usignolo di fiume (Cettia cetti), il Migliarino di palude (Emberiza schoeniclus).

    Buona è la presenza di rapaci come il Gufo comune (Asio otus), la Poiana (Buteo buteo), lo Sparviere (Accipiter nisus), tra gli avvistamenti documentati più importanti vi è da ricordare il Falco di palude (Circus aeruginosus) e il Falco pescatore (Pandion haliaetus). Altri uccelli importanti rintracciabili nell’oasi sono: il Martin pescatore (Alcedo atthis), il Tuffetto (Tachybaptus ruficollis), il Picchio verde (Picus viridis), il Picchio rosso maggiore (Dendrocopos major), il Colombaccio (Columba palumbus), l’Upupa (Upupa epops), il Rigogolo (Oriolus oriolus).

    Gli anfibi sono molto rappresentati dalla Rana toro (Lithobates catesbeianus), specie alloctona ben acclimatata nell’area, presente in minore quantità la Rana verde (Pelophylax esculentus) e la Raganella (Hyla arborea).

    Per quanto riguarda i rettili, oltre alla Natrice dal collare o biscia d’acqua (Natrix natrix), all’interno è presente la rara Testuggine palustre (Emys orbicularis).

    Poche specie, ma di pregio, anche tra i mammiferi, molto probabilmente rappresentati dall’Arvicola, il Mustiolo (Suncus etruscus) recentemente trovato a Trecenta, la Donnola (Mustela nivalis), il Pipistrello Albolimbato (Pipistrelluskhuli), il Serotino comune (Eptesicus serotinus), il Pipistrello di Savi (Hypsugo savi) e, probabilmente, anche il Topolino delle risaie (Micromys minutus), micromammifero che costruisce un nido a palla tra le canne.

    L’attività sportiva svolta dall’associazione prevede l’impiego di diverse tecniche di pesca, basate totalmente sul “catch and release”, ovvero il rilascio del pescato. Si pratica con successo la pesca alla Carpa (carpfishing), tecnica di fondale con esche a base di sfarinati. Il luogo, per le sue caratteristiche, si rende ideale per la pesca a spinning ai predatori quali: il Black-Bass o Persico trota e il Luccio, con l’ausilio di esche artificiali siliconiche e imitazioni di piccoli pesci.

    Tra le specie ittiche più diffuse ritroviamo in prevalenza ciprinidi, tra questi: la Carpa comune e la varietà a specchi (Cyprinus carpio), l’Amur o Carpa erbivora (Ctenopharyngodon idellus), la Tinca (Tinca tinca), la Scardola (Scardinius erythrophthalmus), il Carassio (Carassius auratus). Tra i predatori il Persico trota (Micropterus salmoides), il Persico sole (Lepomis gibbosus), il Luccio (Esox lucius) e il Lucioperca (Stizostedion lucioperca). Ancora presente nei fondali melmosi, seppur in minor quantità rispetto il passato, il Pesce gatto (Ictalurus melas).

    La collaborazione tra il Consorzio Carpisti Polesani e il WWF di Rovigo permette una gestione mirata alla salvaguardia del fragile ecosistema, delle cave Danà, già vincolate ai sensi del Dlgs 42/2004 “Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, poiché le stesse sono inserite in un importante progetto di recupero e riforestazione di alcune zone umide dell’altopolesine, tra le quali anche l’oasi WWF Valle della Buora in Salvaterra.

    Lo scopo primario è quello di contrastare la desertificazione del paesaggio agrario con la piantumazione di essenze vegetali autoctone (Carpino bianco, Frassino maggiore, Ontano nero, Roverella, Rosa canina, Salice cinereo), nonché la posa di cassette nido per uccelli (Cinciallegre, Passeri, Upupe, Gufi) sempre più minacciati dall’antropizzazione. Notevole importanza riveste il rilascio di animali selvatici provenienti dal CRAS (Centro Recupero Animali Selvatici) di Polesella, già sperimentate nel corso del 2011 durante l’apertura della stagione sociale, momento di aggregazione dalla grande funzione educativa, soprattutto per i più piccoli.

    Il presidente del Consorzio Carpisti Polesani Nicola Masieri con soddisfazione tratteggia così il ruolo svolto dagli associati: “L’associazione, che rappresento da sempre, evidenzia un profondo rispetto per il proprio territorio e per l’ambiente. L’oasi Danà è una rara realtà da preservare, per questo è di rigore un esercizio sostenibile e a basso impatto della pesca sportiva, nel rispetto di tutti gli abitanti che all’interno vi trovano riparo. Il supporto dell’Amministrazione comunale di Ceneselli e del sindaco Marco Trombini, assieme alla consulenza e collaborazione della sezione del WWF di Rovigo, getta solide basi e valide garanzie su una futura e sana gestione del sito”.

    Il vice-presidente del WWF Rovigo Claudio Vallarini da parte sua osserva che: ‘’Quest’area verde, oltre che gradevolissima dal punto di vista paesaggistico e naturalistico grazie alla ricca presenza di piante e siepi – che offrono possibilità di riparo e di alimentazione per animali selvatici – ci offre l’occasione di effettuare uno studio sull’occupazione delle cassette nido artificiali per gli uccelli, molti dei quali soffrono dell’assenza di piante con fori, spesso tagliate poichè ritenute inutili ed invece importanti per la nidificazione’’.

  • San Francesco di Salara

    San Francesco di Salara

    Immerso nei colori e nelle atmosfere della campagna polesana, tra gli aromi della vegetazione e la suggestione del silenzio, nel territorio di Salara è tornato all’antico splendore l’Oratorio dedicato a San Francesco d’Assisi.

    Situato lungo via Sabbioni Sud e inserito nella corte padronale detta “Avanzo”, l’edificio, caratterizzato da linee armoniche e proporzioni equilibrate, si erge tra un maestoso muro di cinta ed un’antica casa sacerdotale, accanto ad un campanile a vela. Il sacro edificio è stato costruito e finemente decorato nel 1660 per iniziativa del canonico della cattedrale di Ferrara Giacomo Maria Avanzi, proprietario di enormi possedimenti in questa località. Nell’archivio parrocchiale di Salara è ancora conservato il testamento del 15/05/1697, che attesta la munificenza del predetto canonico nell’allestimento dell’oratorio.

    All’interno spicca l’altare di legno scolpito e dipinto, caratterizzato da quattro colonne scanalate, che sorreggono le statue di due angioletti, posti ai lati di un quadretto della vergine. La pala d’altare rappresenta San Francesco inginocchiato dinanzi alla croce in atto di osservare un teschio, opera legata alle necessità di devozione popolare. Alle pareti sono posti altri due dipinti, che ritraggono S. Antonio da Padova e San Rocco, opere di fattura semplice e rispondenti anche in questo caso alle necessità della devozione popolare.

    Di particolare pregio risulta invece il paliotto in scagliola a monocromo bianco su fondo nero del XVII secolo che orna l’altare. Si tratta di una tecnica molto diffusa nel nord Italia, legata in particolare alla figura di Giovanni Gavignani, che realizzò capolavori di una leggerezza paragonabile ai merletti e che con buona probabilità può essere identificato come l’autore di quest’opera.

    L’attribuzione è stata suggerita dal raffronto con un esempio presente in provincia di Modena, che ha caratteristiche affini sia nella tecnica che nei soggetti.

    Nel pavimento ci sono due iscrizioni sepolcrali, a ricordo della presenza dei corpi dei Giacomo Maria Avanzi, canonico di Ferrara e di Francesco Antonio Sarti Avanzi¹.

    La prima notizia ufficiale dell’oratorio risale alla visita pastorale del pomeriggio del 12 giugno 1674 del cardinale Carlo Cerri, Arcivescovo di Ferrara, che accerta un legato per la celebrazione quotidiana di una Messa². Dal 1714 il canonico Avanzi diede origine ad un omaggio annuale per Pasqua di sei candele alla chiesa di San Valentino di Salara, come riconoscimento della dipendenza da essa. Nel 1718 l’oratorio è menzionato nella visita pastorale del card. Rufo, arcivescovo di Ferrara, e nelle successive visite del 1778, 1784 e 1790.

    Nel 1844, per l’incuria dei nuovi proprietari, non meglio definiti, la chiesetta si riduce in uno stato pietoso, tanto che, durante una visita pastorale, il vescovo di Adria Bernardo Squarcina fa sospendere le funzioni fino al raggiungimento di uno stato più dignitoso.

    Pochi anni dopo l’oratorio viene acquistato dai fratelli Pietro, Gaetano, Carlo e Giuseppe Finardi che, nel 1866, provvedono al restauro e alla sistemazione dell’edificio che torna ad ospitare le cerimonie di culto.

    Dal 1887, su autorizzazione del Vescovo di Adria Mons. Antonio Polin, sono presenti anche le stazioni della via Crucis³.

    Dopo oltre un secolo dall’ultimo intervento di ripristino e conservazione, di recente le famiglie Finardi e Braccioli, attualmente proprietarie del sacello, hanno avvertito l’esigenza di migliorarne l’aspetto, deteriorato dal tempo e dall’umidità. Nel rispetto della morfologia e dello stile dell’intera struttura, si è provveduto a ristrutturare la cinta muraria e i pilastri per poi consolidare la piccola torre campanaria.

    Nella sacrestia è stato necessario il rifacimento del pavimento, riutilizzando i mattoni originari. Sono stati poi restaurati alcuni arredi interni e le porte d’ingresso, oltre al piccolo harmonium posto in sacrestia, cui tuttavia non è stata restituita la primitiva funzionalità.

    Dopo la tinteggiatura dei muri e la cura anche per quanto la circonda, lo scorso 4 ottobre la chiesetta ha potuto ospitare la tradizionale celebrazione in onore di San Francesco nella sua nuova veste, tra il compiacimento dei presenti in un’occasione di festa e convivialità.

    L’oratorio, pur essendo privato, è da sempre meta di devozione e di visite: i proprietari infatti lo aprono tutti i giorni a chiunque lo voglia ammirare o desideri pregare.

  • La Madonna del Lume

    La Madonna del Lume

    Della pregevole tela, nota come “La Madonna del Lume”, presente a Melara nella chiesa di San Materno, si è parlato nel n. 11 di questa rivista (Corrado Ferri, Una tappa a Melara, vol. 11, pag. 54) e più recentemente nel n. 40 (Raffaele Ridolfi, I “Misteri” di G. A. Ghedini, vol. 40, pag. 61). Un articolo quest’ultimo in cui all’importante dipinto si è fatto un riferimento marginale, per evidenziare uno spostamento di altari ritenuto poco opportuno, ma probabilmente dettato dal desiderio di avvicinare all’altare principale la importante pala.

    La Madonna del Lume è infatti un’opera di consistente valore, oltre che sul piano religioso anche su quello storico ed artistico, attribuita addirittura al pennello di uno dei più grandi maestri del Rinascimento, ovvero il Botticelli.

    Nuove interessanti informazioni sul pregevole dipinto ci giungono ora da una ampia scheda “Il tesoro della Chiesa di Melara, La Madonna del Lume”, pubblicata in appendice ad un recente volume di Ildo Testoni intitolato “Un Santo tra noi, la figura di mons. Luigi Cuccolo (1879-1943) tra storia e fede”, Edizioni Parva.

    L’importanza religiosa del dipinto è testimoniata anche dall’intervento fatto a suo tempo dal papa Pio VI che, nel 1780, dispose l’indulgenza plenaria per quanti sostassero presso la Madonna del Lume, come si legge in latino nella lapide marmorea, di cui si propone il testo tradotto:

    PAPA PIO VI PONTEFICE AI SINGOLI FEDELI DI CRISTO CHE VERAMENTE PENTITI CONFESSATI E RISTORATI DALLA SANTISSIMA COMUNIONE VISIATANO QUESTO ALTARE E QUI PREGANO SECONDO LA SUA ATTENZIONE CONCESSE L’INDULGENZA PLENARIA DURATURA IN PERPETUO APPLICABILE ANCHE IN SUFFRAGIO ALLE ANIME IN CRISTO RIPOSANTI ANNO 1780

    Ma quando e come è giunto a Melara il pregevole dipinto?

    Tra storia e leggenda

    In proposito c’è una narrazione tramandata oralmente nei filò, raccolta da Savino Chiavegatti dalla bocca di una vecchia signora melarese.

    Si racconta di poveri frati provenienti dal Messico che, privi di chiesa, avevano come alloggio una imbarcazione che per anni solcò le acque del Po, divenendo un riferimento per molti fedeli. Quando i confratelli invecchiarono decisero di donare il prezioso quadro – per decenni custodito nella loro dimora fluviale – alla chiesa di un paese nei pressi del grande fiume. Ma la Madonna del Lume la sera tornò nell’imbarcazione dimostrando di non gradire la collocazione. Dopo qualche tempo i frati riprovarono nella chiesa di un altro paese rivierasco, ma il risultato non cambiò. E così più volte, finché la Madonna del Lume mostrò di gradire la collocazione nella nuova chiesa di Melara. E fu festa grande.

    Una fonte che sa di leggenda, dunque; ma sull’arrivo della tela a Melara c’è una inconfutabile documentazione storica testimoniata da una seconda lapide infissa nella chiesa melarese:

    NELL’ANNO 1795 IL POPOLO DELLA COMUNITA’ LIETAMENTE PROVVIDE DI UN ELEGANTE ALTARE MARMOREO LA SACRA IMMAGINE DELLA MADRE SANTISSIMA DELL’ETERNO LUME DATA IN DONO A MELARA SIN DALL’ANNO 1780 DA BLAS ARRIGA SACERDOTE MESSICANO

    Si faccia attenzione alle date: 1795 costruzione dell’altare; 1780 arrivo della tela a Melara, (stessa data questa della promulgazione dell’indulgenza plenaria da parte di Pio VI). Poi si osservi il nome del donatore: Blas Arriga, sacerdote messicano. (E qui la storia si salda con la leggenda dei frati messicani).

    Una figura quella di Blas Arriga storicamente documentata. Allontanato dal Messico con altri confratelli gesuiti, dopo il provvedimento del re di Spagna Carlo III, che nel 1767 decretava l’espulsione degli aderenti alla Compagnia di Gesù da tutti i territori della corona (quindi anche dal Messico) Blas Arriga fu deportato in Italia. Confinato nel territorio della Legazione di Ferrara (che come è noto comprendeva la transpadana ferrarese) il religioso potè agevolmente raggiungere Melara, dove evidentemente trovò un’accoglienza molto calorosa, tanto che egli volle destinare alla chiesa melarese il prezioso dipinto portato dal Messico a mo’ di sacra reliquia.

    Nessun dubbio dunque che la tela della Madonna del Lume sia giunta a Melara dall’America Latina, dove il culto de La Virgen de la luz si era molto radicato, proprio in virtù della diffusione fattane dai Gesuiti. In Messico, Argentina, ma anche negli Stati Uniti, alla Madonna del lume sono state dedicate molte chiese, vari dipinti e riproduzioni, molte della quali si ispirerebbero proprio alla grande tela che da oltre 230 anni dimora nella chiesa di Melara.

    Aspetti artistici e di devozione

    Certamente di fattura anteriore alla sua collocazione nella chiesa altopolesana, l’opera appare di sicura scuola italiana, realizzata da un pittore di grande talento, tanto che, come detto, non è fuori luogo pensare alla mano del Botticelli e/o dei suoi allievi, come ha sostenuto in una dotta quanto appassionata relazione lo studioso melarese Savino Chiavegatti.

    Una tela particolarmente preziosa, dunque. Un’opera che ha molto viaggiato e che nei travagli dei non agevoli spostamenti si è miracolosamente mantenuta integra, scampando anche al distruttivo incendio che nel 1851 ha semidistrutto la chiesa di Melara. E non poche volte la sacra immagine nel corso dei decenni della sua permanenza melarese ha lasciato – seppur per poche ore – l’altare dedicatole, per raggiungere in processione l’argine del Po in piena, al fine di ottenete protezione per il paese da temute alluvioni.

    Il prezioso dipinto di Melara si caratterizza come una composizione molto armonica: la parte centrale è dedicata a Lei, la Madonna col Bambino, rappresentata in un’immagine casta e materna, biancovestita, col capo e le spalle ricoperte da un manto turchino, i fianchi stretti da una preziosa cintura.

    La maestà della Madre di Dio è simboleggiata da una regale corona che due angioletti sostengono sopra il suo capo, in un fulgore di luce, a cui si ispira il titolo dato alla tela: la Madonna del Lume appunto. Altri angioletti aleggiano su candide nubi ai piedi e ai lati della Vergine. Al vertice, sopra la corona, in un cerchio ellittico splendono dodici stelle, a rappresentare le Luci dei Beati Apostoli.

    Ai lati della Vergine con Bambino due figure molto dissimili: sul lato sinistro del quadro un giovane ignudo sorretto con la mano destra dalla Madre di Dio; sul lato opposto un angelo portacuori. Sono questi i coprotagonisti della scena, che in modo simbolico la connotano.

    Il giovane ignudo, che sta per cadere nelle fauci di un essere mostruoso (già in procinto di addentarlo ad un piede per trascinarlo negli inferi) è salvato dalla mano soccorritrice della Vergine, che gli offre un sicuro approdo alla salvezza.

    L’angelo è rappresentato genuflesso, mentre alza un cestello pieno di cuori verso il Bambinello. Il quale è in procinto, con la mano sinistra, di posare un nuovo cuore nel canestro, mentre nella destra già ne stringe un altro: forse quest’ultimo è il cuore del giovane appena salvato, che successivamente sarà anche questo deposto nel cestello.

    Nello scritto da cui abbiamo desunto queste informazioni ci si chiede se il “cestello”, possa alludere all’antica Chiesa dei Monaci di Cestello a Firenze, dove il quadro avrebbe forse trovato la sua prima collocazione. Nelle pagine successive viene però fatta balenare un’altra ipotesi a firma di Ambra Balsamo, ricercatrice palermitana interessata a percorrere le orme del sacro.

    La studiosa ci porta a conoscenza del ritrovamento a Palermo di un’operetta in due tomi “La devozione di Maria Madre SS. Del Lume”, scritta nei primi decenni del Settecento dal padre gesuita Giovanni Antonio Genovesi, ma messa all’indice e fatta sparire dalla circolazione e fortuitamente poco tempo fa rinvenuta.

    Lo scritto settecentesco parla di un fatto miracoloso verificatosi a Palermo nel 1722 con l’apparizione della Vergine che chiese ad un pittore di rappresentarla nel quadro poi detto della Madonna del Lume, la cui descrizione corrisponde esattamente alla tela di Melara. Ma a Palermo si originò una iniziativa volta a cancellare la memoria del dipinto: il libro fu tolto dalla circolazione e il quadro della Madonna del Lume sparì improvvisamente. Continuarono però a circolare varie copie, più o meno identiche, mentre si seppe che l’originale era stato imbarcato dal fratello di padre Antonio Genovesi, anch’egli gesuita, per un viaggio oltre Oceano alla volta del Messico.

    Per la ricercatrice palermitana il cerchio si chiude: la tela di Melara, proveniente dal Messico è proprio quella a suo tempo realizzata a Palermo, nella quale “la Madonna volle personalmente e chiaramente rendere noto il suo importante ruolo di Mediatrice e Corredentrice del Mondo”.

    Firenze o Palermo la prima patria della “Madonna del Lume”?

    E’ probabile che non si raggiungerà mai una certezza definitiva, e forse non è male che attorno al quadro di Melara continui a permanere un alone di mistero. Ciò che è bene sottolineare è invece la presenza da oltre 230 anni a Melara dell’importante dipinto, che forse andrebbe meglio valorizzato, inserendolo tra le eccellenze storico-artistiche del nostro territorio.

    Ne è convinto in primis Aldo Testoni, autore del citato volume in cui è tratteggiata la storia della preziosa tela.

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