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Archivi: Articoli d’archivio

  • Le voci della Canapa

    Le voci della Canapa

    Ora la canapa non si coltiva quasi più e molte delle voci che indicano le varie fasi della sua lavorazione o gli arnesi che si usavano passeranno, se non lo sono già, nel dimenticatoio. Merita quindi il conto che si cerchi si salvarle.

    Merita anche che della canapa si discorra un po’ a lungo, poiché essa ebbe importanza fondamentale e in un certo senso determinante nella nostra economia e nella nostra civiltà.

    Diremo quindi subito che la canapa è pianta dioica, cioè con piante maschili (portatrici di polline) e piante femminili (portatrici di ovuli, prima, e poi definitivamente di semi). Lo diciamo non tanto per amore di precisione botanica, ma per rendere conto di una stranezza: il contadino chiama infatti ‘mas-ci’ (maschi) le piante che scientificamente sono femminili e viceversa: su questa inversione potrebbe dire qualcosa forse uno psicologo.

    La mas-ciara

    Quando le piante di canapa saranno da tagliare, se interessasse produrre la semente, il contadino non taglierà le piante femminili (che lui definisce i ‘mas-ci’) sulle quali al momento in cui le piante si raccolgono per avere il tiglio, la semente non è ancora matura. Così il campo apparirà disseminato qua e là di rade piante, tutte da semente. Questo campo si chiama la ‘mas-ciàra’.

    Quando la semente sarà matura si taglieranno le piante e per scotimento si staccherà il seme che verrà raccolto. Il tiglio ‘de mas-ciara’ tuttavia ha valore molto scarso.

    Quando, invece, senza distinzioni di sesso, si devono tagliare le piante di un campo per avere tiglio, la prima operazione che viene fatta è quella di effettuare la sgrondadura, cioè di tagliare tutt’intorno al campo le piante che, essendo al margine della coltura, sono contorte, cresciute male, spezzate e più corte di quelle interne. Qualcuno chiama questa operazione ‘dare le volte’, ma ciò è più proprio dell’aratura; per trasl. ‘sgrondatura’ si chiama anche la Canapa che se ne ricava, di scarsissimo pregio.

    El tajin, el ligheto e le scoarine

    L’arnese con cui si falcia la canapa si chiama ‘tajìn’ o ‘tajìna’: è una lama di circa mezzo metro, fissata al manico in modo che il piano della lama, quando l’operatore lavora, sia pressoché parallelo al piano del terreno.

    Le piante tagliate vengono disposte in terra in modo caratteristico a formare ‘la dreza’ (la treccia) che permette alla parte fogliosa di restare esposta al sole senza essere coperta da altre piante. Segue la ‘sbatidura’ per far cadere le foglie che intanto si sono seccate, seguita a sua volta dalla ‘mesa in pila’ (disposte a coni in pieno campo).

    Poi si forma, in genere lì sul campo o vicino al macero, la ‘bancà’ (pancata). ‘Fare la bancà’ vuole dire disporre la canapa con la cima a terra ed il piede appoggiato sull’asse di un cavalletto. I fusti si assestano sulla bancà, tutti con l’estremità del piede sullo stesso piano verticale per mezzo della ‘bàtola’.

    E’ ora di tirare la canapa, cioè sfilare ad una ad una, tirandole per il piede, le piante dritte ed uniformi lasciando quelle spezzate e contorte: si fa cioè una selezione dei fusti migliori. Questi si legano in ‘fajoli’ (mazzi o fascetti) con un ligheto, un legaccio di solito costituito da una pianta della stessa canapa. 10-24 ‘fajoli’, a loro volta si legano insieme per formare la ‘tòrsa’. Le ‘torse’ poi si mozzano in cima (operazione detta ‘scoare (scodare) le torse’) e ciò produce le ‘scoarine’ o ‘zime’.

    Quello che resta sulla pancata si chiama ‘patuzo’ (scarto o immondizia) e si lega affastellato in ‘burghe’, così pure le scoarine, destinate a produrre calore durante l’inverno o a scaldare i forni per la panificazione.

    Fondàre el cànio, desfàre le torse, sbàtare i fajoli

    La ‘màsara’ è una specie di zattera costituita da due strati di 10-12 ‘torse’ ciascuno (quelle di uno strato disposte perpendicolarmente a quelle dell’altra). Nel macero si possono mettere molte màsare, secondo la sua capienza e costituiranno nel loro insieme, a macero completo, comunque e sempre, una ‘masarà’ o ‘còta’.

    Le ‘màsare’ generalmente si tengono affondate sott’acqua caricandole di massi (‘i sasi da màsaro’). L’operazione si dice ‘fondare el cànio’ (affondare nell’acqua la canapa). Si lasciano immerse nell’acqua a macerare otto giorni circa.

    La canapa, una volta maturata la macerazione, si ‘desfonda’ (si fa riemergere), levando il peso dei massi, così ‘se desfa le torse’, cioè si sciolgono. A questo punto i fajoli vengono lavati, sbattendoli nell’acqua, fino a che il tiglio fibroso si stacchi dallo stecco (‘el téjo el se destaca dal canarelo’) più o meno bene, a seconda che la macerazione sia stata condotta più o meno favorevolmente.

    Per ‘sbàtare’ (lavare) i ‘fajoli’ l’operaio deve stare immerso nell’acqua ed è un’operazione improba, poiché se ne deve stare così a bagnomaria fino alla cintola anche 6-8 ore difilato al giorno. Man mano che li ripulisce, getta i fajoli così lavati sulla riva dove, generalmente una donna, li carica man mano sul ‘cariolon’ e ‘la li mena zo’, cioè li trasporta su un prato lì appresso dove ognuno di essi viene rizzato a cono perché si secchi. Questa operazione è detta ‘destendare el cànio’ (sciorinare la canapa al sole).

    La scavezadora, el pizagalo e el gramolin

    Una volta seccati, si uniscono 5-6 ‘fajoli’ insieme a formare dei fasci che vengono inpilà. ‘Inpilare i fasi’ significa infatti disporli ritti a cono. Su ogni cono (‘pila’) alcuni ‘fajoli’ vengono distesi attorno alla costruzione così formata, alcuni altri si dispongono sulla ‘pila’ stessa a formare un cappuccio, perché l’acqua della pioggia non vi penetri. Essi costituiscono la ‘camisa’.

    Una volta raccolti in un grande spiazzo o sull’aia stessa della fattoria, la ‘scavezadora’ (maciullatrice) provvederà a frantumare ‘fajolo sora fajolo’ (fascetto dopo fascetto). Nelle corti meno attrezzate o più povere la frantumazione viene fatta manualmente a colpi di bastone da un operatore che colpisce la parte del fajolo che un altro operatore ha fatto scivolare al bordo di un ripiano.

    Così i fusti legnosi (‘canareli’) diventano canapuli (‘stichi’) e verranno ammucchiati in disparte nella scanarelarà con una specie di grande rastrello a rebbi molto lunghi detto pizagalo. Dalla frantumazione il tiglio esce pieno di frammenti di canapuli per cui è necessario ‘scorlàrlo’ (scuoterlo, sbatterlo) prima di passarlo alla gramolatura. L’insieme dei frammenti di legno così ottenuti sono le ‘scorline’.

    Il tiglio così ripulito conserva ancora dentro piccoli frammenti di legno che bisogna levare attraverso la gramolatura. Della gramola si chiama ‘gramolin’ la parte mobile o coltello. La sua sezione è una U rovesciata e, una volta in azione, va a incastrarsi nelle ‘ganase de la gramola’.

    Dalla gramolatura si ottiene ‘téjo’ (tiglio) e ‘stopa’ (stoppa). Il tiglio è la parte più pregiata ed ha fibre lisce, lunghe, parallele e libere da frammenti legnosi. La stoppa è invece aggrovigliata, spesso mescolata a qualche ‘steco’ sempre di ‘scorline’.

    La manèla, la ciopa e la bala

    Dal momento del taglio della pianta sul campo, attraverso la macerazione, la frantumazione e la gramolatura, il ‘fajolo’ conserva sempre la sua individualità. Il tiglio di un ‘fajolo’ costituisce ‘na manèla’: otto o dieci ‘manèle’ fanno un ‘manon’ o ‘ciopa’. ‘Manon’ o ‘ciopa’ sono la stessa cosa, ma il contadino userà sempre la prima parola, mentre ‘ciopa’ è voce del canapino industriale. Sedici o venti ‘ciope’ fanno ‘na bala’ (una balla).

    Le code dei ‘fajoli’ (o meglio, delle ‘ciope’), che nella ‘bala’ si fanno rientrare, costituiscono, ai capi della balla stessa, due superfici turgide, lisce, simmetriche dette le ‘culate della balla.

    Il lavoro del contadino canapino è finito: dalla semina alla raccolta sono passati dagli otto ai dieci mesi. Adesso il destino delle bale si concluderà nell’industria e nei canapifici.

    Una parte della canapa però resterà anche nella casa del contadino produttore, dove verrà filata per confezionare indumenti e biancheria per l’uso quotidiano della famiglia. Ma non c’è proprio da stare allegri, perché chi dormirà su lenzuola filate in casa è come se dormisse su fogli di carta vetrata.

  • Giacciano con Baruchella

    Giacciano con Baruchella

    L’estate 2012, che sta finendo mentre scriviamo queste note, sarà ricordata, tra le altre cose per lo più problematiche, per lo “spread” (parola fino ad un anno fa sconosciuta agli italiani) e per la soppressione di varie Province, tra cui la nostra di Rovigo.

    Non arriveremo dunque a festeggiare il 200° anniversario della Provincia di Rovigo, entità compresa nella Regione Veneto, voluta dall’Austria ed istituita a seguito del Congresso di Vienna (1815), quando nasceva il Regno del Lombardo-Veneto, parte del grande impero degli Asburgo facente capo a Vienna.

    La provincia di Rovigo – pur nella sua chiara fisionomia geografica, delimitata da Po a sud e dall’Adige a nord – nasceva da un’aggregazione di territori storicamente dissociati: il Polesine di Rovigo e le zone del Delta già sotto la Serenissima; la Transpadana gravitante sul Po sotto Ferrara; lembi del territorio mantovano e veronese.

    Ora, dopo meno di 200 anni, le difficoltà economiche dell’Italia portano a cancellare una storia finalmente divenuta condivisa, e in qualche caso motivo di orgoglio per la peculiarità di un territorio unito nella diversità di tradizioni della sua popolazione.

    Che fine farà la provincia di Rovigo? Allo stato attuale (settembre 2012) restano ancora senza risposta le ipotesi di unione con Padova, Venezia o Ferrara. E c’è chi teme addirittura una disaggregazione, con un ritorno al passato con pezzi del Polesine spartiti tra le vicine province.

    Niente festa dunque per il 200° della Provincia di Rovigo.

    Nel 2009 si è invece festeggiato il 150° della nascita del Comune di Giacciano con Baruchella, entità territoriale che si trova presso il confine della provincia di Rovigo con quella di Verona. Si è trattato di una bella serata promossa dalla Biblioteca Civica “U.Grisetti”, alla presenza degli amministratori vecchi e nuovi e con la partecipazione di alcuni scolari, dalla Materna alle Medie. Cioè di quelli che erano stati premiati per le migliori riproduzioni dello stemma comunale (dove campeggiano la Lupa capitolina e il Leone di San Marco), in un concorso proposto loro dalla Biblioteca.

    Un tempo il territorio comunale – che dal 1859 comprende Baruchella, dove ha sede il Municipio, e le località di Giacciano e Zelo – era tutto paludoso: le prima bonifiche vennero fatte dagli Estensi e dai Benedettini dell’ Abbazia della Vangadizza di Badia Polesine nel XV secolo e poi dalla nobile famiglia bolognese dei Bentivoglio d’Aragona nel XVII secolo (il loro stemma campeggiava anche sulla facciata della chiesa di Giacciano). Ora lo bagnano il fiume Tartaro e i canali Fossa Maestra e Scolo Malopera, che scorrono nell’alveo di due antiche “Rotte” dell’Adige.

    Ma quale fu l’evoluzione storica dei tre paesi prima dell’unificazione?

    Giacciano e Zelo, parte del territorio Estense, all’estinguersi del casato ferrarese, passarono nel ‘600 allo Stato Pontificio. Baruchella invece passò con Badia, e buona parte del Polesine, sotto il dominio della Serenissima (dal 1482, con la famosa guerra del sale tra Venezia e Ferrara) e tale situazione si mantenne fino alla fine della Serenissima.

    Due Stati diversi, dunque, ed il confine tagliava addirittura in due la piazza di Baruchella, passando a lato della chiesa parrocchiale, seguendo probabilmente il percorso di un preesistente corso d’acqua.

    A conclusione delle vicende napoleoniche, che avevano visto nascere nuove istituzioni, tutto il territorio fu inserito nel Regno Lombardo Veneto sotto l’Austria, e, come detto, nacque la Provincia di Rovigo, ma non mancarono dei cambiamenti interni. Per quanto riguarda l’area del nostro comune, sotto la dominazione asburgica, a partire dal 1 gennaio 1817, vennero creati due comuni:

    – staccando da Badia alcune frazioni, si dava vita al “Comune di Baruchella a destra di Castagnaro con Baruchella a sinistra” (come fra l’altro precedentemente lo avevano istituito i francesi);

    – nello stesso anno veniva riconfermato il “Comune di Giacciano con Zelo”.

    Entrambe queste entità venivano inserite nel Distretto di Badia (poi Badia Polesine).

    Ma la situazione doveva ancora mutare: esattamente nel 1859, nell’anno in cui sarebbe scoppiata la” 2^ guerra d’indipendenza”, i tre paesi venivano finalmente fusi insieme a formare un unico comune. In seguito ad una richiesta inoltrata quattro anni prima dai due comuni, il Governo austriaco dava, infatti, il suo assenso alla fusione (“concentrazione”) dei due comuni preesistenti: nasceva così il 1° gennaio 1859, il “Comune di Giacciano con Baruchella”, confermato poi dal Governo italiano dopo l’annessione del Veneto (1866).

  • Tassoni contro Tassoni

    Tassoni contro Tassoni

    “Uhm… Chi è ?” bofonchiò il Sior Nodaro dall’interno della stanza quando sentì bussare.

    “Girolamo Ravasini vuole conferire con Voi “ rispose Amalia aprendo la porta dello studiolo, mentre cercava con lo sguardo la presenza del notaio Stefano Benatelli che, come al solito, era sommerso dalle pile di libri di giurisprudenza accatastati alla rinfusa sul tavolo. E, come se non bastasse, ad aumentarne la confusione c’erano fogli di carta sparpagliati dappertutto, una sorta di manzoniano Azzeccagarbugli.

    Era l’anno 1792 e il caldo di quei primi giorni di agosto – per l’esattezza era il 6 – misto alla polvere rendevano l’aria di quella stanza pesante ed appiccicosa e per di più il “sior nodaro” non ammetteva nessun tipo di ordine e di presenze esterne.

    “Ah, certo, fatelo passare Amalia e non disturbateci” ordinò con tono perentorio. Era giunto Girolamo Ravasini, procuratore del nobile Marchese Lodovico Estense Tassoni della Signoria delle Presciane. Presentava istanza affinché il giusperito difendesse il marchese nella causa che lo vedeva in conflitto col cugino Giuseppe Estense Tassoni di Ferrara.

    Tutto aveva avuto inizio da un dispaccio inviato dall’Eccellentissimo Consiglio dei 40 della Repubblica di Venezia al marchese Lodovico perché provvedesse a rispettare la volontà del suo antenato, conte Ferdinando Estense Tassoni, che imponeva ai suoi discendenti-eredi di provvedere al miglioramento di Beni et mantenimento delle Fabbriche dominicali in Ville Presciane sicché restassero in stato di valido e conveniente sussistenza.

    L’imposizione della Serenissima derivava dunque dal testamento stilato oltre due secoli prima, il 1° febbraio 1563, con cui il predetto conte Ferdinando investiva gli eredi – nel nostro caso il marchese Lodovico e il conte Giuseppe – del diritto successorio del maggiorasco, il diritto cioè del primogenito di ereditare il patrimonio con annessi e connessi e, se vogliamo oneri ed onori, e qui, purtroppo, ci azzeccavano gli oneri.

    Già perché, dalla disposizione testamentaria, tutto era stato lasciato in stato di abbandono: ridotto massime nell’interno in estrema dejezione, anche a causa di straordinari danni e pregiudizi dalle due innondazioni degli anni 1776: 1789 che li hanno allagati.

    Evidente dunque la motivazione che aveva spinto la Serenissima ad intervenire citando in giudizio il marchese Lodovico: la vasta area di Presciane presso San Bellino, di proprietà del Casato Tassoni, andava bonificata.

    Ma come la famiglia Tassoni era giunta in possesso di tale bene fondiario? E, materialmente, a chi toccava provvedere alle opere di bonifica?

    Ecco l’antefatto.

    La famiglia Tassoni, con i suoi tre rami, era originaria di Modena, anche se le sue radici si perdevano addirittura al tempo di Carlo Magno e, a cavallo tra il secolo XIV e XV, vedeva in Pietro Tassoni, ricco cittadino e Console della città e unico superstite scampato all’epidemia di peste, il capostipite di tutte le linee nobili del casato. E’ a questo ramo che apparteneva anche l’illustre letterato Alessandro Tassoni, autore del poema La secchia rapita.

    Antonio Tassoni diede vita al secondo ramo con il nipote Giulio il quale nel 1487 fu adottato da Ercole I e da Alfonso, Duchi d’Este, acquisendo in tal modo il cognome Estense che si aggiungeva a quello del casato.

    Sempre nel 1487 Giulio fu investito delle Contee di Debbia, Levizzano e della Signoria di Castelvecchio, e alcuni dei suoi discendenti, dalla metà del seicento, fissarono la loro dimora abituale in Adria e Bottrighe.

    Il ramo terzogenito trae origine dal conte Camillo nel 1598, ma si estinse con le figlie Claudia e Beatrice.

    Il marchese Lodovico discendeva dal primo ramo e il cugino conte Giuseppe dal secondo, ma tutti e due maggioraschi e, siccome Lodovico abitava in territorio veneziano, alle Presciane per l’appunto, e l’altro a Ferrara, toccava al primo aprire i cordoni della borsa per mettere in sesto i suddetti immobili.

    Tutto chiaro?

    Forse, ma non per il marchese Ludovico a cui era richiesto di scucire ben £ 75.491 e 4 soldi. Il marchese pensa infatti di non dover accettare supinamente la richiesta. E poi, come avrebbe reagito sua moglie Claudia Cattani a questo fulmine che, senza preavviso, squarciava il loro cielo finora senza nubi? Avrebbe acconsentito ad impegnare per le migliorie fondiarie la dote assegnatale dal padre al momento del loro matrimonio?

    Questo cambio di rotta dei denari avrebbe comportato delle rinunce, anche per il loro figlio Nicolò, ma soprattutto per Claudia, avvezza ormai a circondarsi di sete, broccati, velluti, pizzi, piume e pietre preziose così, come suggeriva la moda di fine settecento.

    Tali pensieri, impetuosi come acqua di torrente in piena, il marchese non riusciva più a fermarli, sentiva lo stomaco attorcigliarsi per l’inatteso ingente impegno economico. Pensava vieppiù di ricorrere alla vendita di alcuni possedimenti situati nella villa di Adria e di alcune terre nell’adiacente villa delle Bottrighe, dove aveva ereditato dai Machiavelli importanti proprietà fondiarie, non prima di avvisare ovviamente l’affittuale Tommaso Guerra, se non voleva trovarsi nei guai anche con lui!

    E qui scatta l’indole caparbia del marchese: se si deve pagare – pensa – non sarò il solo, e così decide di chiamare agli obblighi del maggiorasco il cugino, conte Giuseppe.

    Costui, non appena riceve la notizia, scrive immediatamente al Tribunale Civile di Modena, attraverso l’intervento del Vicario Vice Gerente Pretorio di Rovigo Antonio Avieri, dicendo: affinché gli atti di giustizia sortiscano il loro effetto, sono a ricercare la buona grazia di V.S. Illustrissima perché voglia fare intimare ………..il Signor marchese Lodovico Estense Tassoni.

    Il tenore della missiva è chiarissimo: non spettava certo a lui che abitava a Ferrara, territorio dello Stato Pontificio, rimettere a nuovo il Palazzo e sue pertinenze situato in territorio della Serenissima!

    Il grazioso riscontro non tarda a venire, con lettera datata 26 maggio 1792, risposta scritta su carta (riprodotta qui a lato) con tanto di stemma gentilizio della famiglia Estense che accoglie favorevolmente la richiesta del conte Giuseppe e che porta la firma di Filippo Zavarisi Notaro di Modena.

    Seguono intensi scambi epistolari-giuridici tra il rappresentante legale (interveniente) del marchese Lodovico, Girolamo Ravasini, da una parte, e Pietro Mainardi dall’altra, che inoltrano per l’opportuna conoscenza dei fatti al Podestà di Rovigo Cattarino Balbi, rappresentante della Dominante in Terraferma, ed avallati poi dal notaio Stefano Benatelli collegiato della città.

    Inesorabilmente il tempo passa e tra varie citazioni in giudizio per entrambi i contendenti, si giunge al 16 febbraio 1793, quando l’implacabile Eccellentissimo Consiglio dei 40 decide, senza ulteriori ripensamenti ed indugi, di intervenire: i possedimenti delle Presciane dovevano essere urgentemente sistemati.

    La Serenissima Repubblica, considerato il fatto che la proprietà Tassoni era all’interno del Dogado, aveva tutto il vantaggio di far rispettare la volontà del testatore conte Ferdinando Estense Tassoni. E al marchese Ludovico non mancavano certamente i mezzi per provvedere, dato che nelle sue casse confluivano gli annuali introiti provenienti dall’affitto delle terre, dallo jus decimandi, dal diritto di pesca sul Po, dai traghetti che transitavano da una sponda all’altra del fiume, dai mulini ancorati alle piarde con robuste funi.

    Viene “invitato” perciò il Vicario Vice Gerente Pretorio di Rovigo a provvedere urgentemente ad un sopralluogo dei Beni del nobile marchese Lodovico Estense Tassoni alle Presciane, al fine di elaborare una competente relazione dei lavori da eseguire: l’incarico viene affidato al murer Paolo Verde con la scorta di un Ministro della Serenissima per raccogliere lo stato attuale delle medesime.

    Laus Deo 16 Febraro 1793. Presciane In relazione al comando avuto con terminazione dell’Ill.mo Sig. Vic° Vice Ger.Pret.° di Rovigo de di 15 febraro corrente atti Stefano Benatelli…. Mi son conferito io soto scritto proto murer sopra li beni del nob. Sig. marchese Lodovico Estense Tassoni… cosi inizia il dettagliato resoconto lungo sei pagine degli interventi, evidenziandone la relativa spesa.(Vedasi la scheda acclusa).

    C’è poi l’elenco dei materiali impiegati quali: pietre, coppi, mastelli di calsina, canna a mazzi, tavole, chiodi grandi e piccoli, vino per le maestranze, materiali utilizzati per tutte le possessioni del marchese come la Possessione detta San Bellin, quella detta Caspina, Cà Peretto e la Campagnola, per una spesa complessiva di £ 75.491 e 4 soldi.

    A questo punto al marchese Lodovico non resta altra soluzione che arrendersi alla realtà, non prima di aver maledetto a denti stretti il pro-pro zio di essersi appellato, nel lontano 1592, al diritto di maggiorasco, che dopo due secoli ricadeva proprio su di lui.

    Andava frattanto affrontata la questione anche con la moglie Claudia la quale, informata della conferma dell’obbligo e della relazione presentata dal murer, per poco non svenne!

    Le donne tuttavia sanno fare di necessità virtù: Donna Claudia già immaginava il Palazzo dominicale nella sua nuova veste, dove sopra la cornice della porta d’ingresso, avrebbe troneggiato lo stemma gentilizio del suo casato, la grande scalinata centrale rifatta che portava direttamente al belvedere, dove nelle calde sere d’estate si poteva prendere il fresco assieme alle amiche sorseggiando una limonata, oppure durante le gelide sere d’inverno leggere un bel libro davanti alla grande bocca del camino rimesso a nuovo.

    Sicuramente il nobile marito l’avrebbe resa ulteriormente felice permettendole di ricevere di tanto in tanto i parenti di Castelvecchio o i Machiavelli, Signori della Villa di Adria e delle Bottrighe!

    Si stupiva Donna Claudia di questa nuova ritrovata voglia di mondanità e di energia e pensava con malinconia all’ultimo anno trascorso quasi sempre in solitudine; troppo spesso infatti il marchese suo marito partiva per affari e la lasciava sola con Nicolò.

    Ma d’ora in poi, ne era certa, le cose sarebbero decisamente cambiate!

  • Storie di fede, di donne e di armi

    Storie di fede, di donne e di armi

    Cittadina dalle nobili origini, come sempre giustamente la definisce G. A. Cibotto nelle sue escursioni letterarie, Lendinara è a molti nota come la “Città della Madonna”, in considerazione dell’importanza attribuita, nell’ambio della fede, alla “Madonna nera”, i cui prodigi iniziarono a manifestarsi dal 1509.

    Gli edifici sacri

    Per dare degna dimora alla sacra immagine, scolpita su uno scuro legno di olivo, fu eretto un capitello e poi, in virtù del moltiplicarsi degli eventi prodigiosi, nel 1577, fu decretata la costruzione di una vera e propria chiesa, edificata a tempo record, con inaugurazione il 7 settembre 1578.

    La custodia del nuovo edificio religioso fu affidata ai benedettini di Monteoliveto e, quale priore della piccola comunità locale di monaci, fu scelto il lendinarese Teofilo Malmignati. Il nome Teofilo (amante di Dio) imposto fin dalla nascita a colui che poi doveva essere designato priore della comunità monastica lendinarese, indicava chiaramente il ruolo prescelto, fin dal concepimento, per il rampollo della nobile famiglia.

    Una famiglia tra le più importanti nella storia di Lendinara, la quale fra l’altro ebbe in Vincenzo Malmignati uno dei principali fautori della realizzazione del tempio mariano, che egli sostenne con molteplici elargizioni compreso il dono della famosa tela L’Ascensione di Gesù, opera di Paolo Veronese.

    Il rapporto tra vita civile e religiosa legata al Santuario divenne in breve a Lendinara talmente stretto, da portare ad una modifica dello stemma araldico, inizialmente costituito da due torri sopra le quali era assiso il leone di S. Marco. Ebbene, nel 1595, in coincidenza col riconoscimento ufficiale della Madonna quale patrona di Lendinara, fu decretato di posizionare sulla torre sinistra un’immagine della statua della Vergine, limitando a quella destra, una volta ridotto nelle dimensioni, il felino riferimento alla Serenissima. E questo è rimasto nel tempo l’emblema caratterizzante la cittadina, che all’affacciarsi del ‘600, con i suoi 7.500 abitanti, costituiva la seconda entità territoriale del “Polesine di Rovigo”¹.

    I lendinaresi, per restare nell’ambito della fede, oltre al Santuario olivetano, disponevano all’epoca di un numero davvero notevole di chiese, come ci illustra la mappa del Gennari² realizzata a fine del XVII secolo. I sacri edifici erano quasi tutti posizionati a nord dell’Adigetto che allora, come oggi, taglia in due la cittadina; inoltre, aspetto questo molto strano, erano stati per lo più eretti fuori della cerchia difensiva della città, quasi a preordinare un consistente futuro allargamento del centro polesano che vantava origini epiche, fatte risalire all’antica città di Troia³.

    Partendo da est, sulla riva sinistra, proprio dove il fiume descrive un’ansa, sorgeva il Convento dei Padri Cappuccini (n. 10 della carta del Gennari) il cui nome è restato a contrassegnare il ponte che in tale località valica il corso d’acqua; più a nord troviamo tuttora esistente il già citato Santuario della Madonna, identificato nella mappa come Convento dei Padri Olivetani (n. 6), seguito dalla Chiesa di S. Sofia ovvero il Duomo (n. 25), nelle cui vicinanze tuttora sorge la Chiesa di S. Giuseppe, allora sede della confraternita dei Battuti o Flagellanti (nella mappa disegnata ma non contraddistinta da un numero); poi troviamo la chiesa del Cristo della Costata (n. 26), oggi in totale stato di degrado (adibita nella prima metà del secolo scorso ad Istituto Musicale, come avverte l’iscrizione ancora in parte leggibile sotto il frontone); segue la scomparsa grande chiesa di S. Francesco indicata col nome Padri Conventuali (n. 7); poi S. Agata delle Monache Benedettine (n.8), successivamente destinata ai Cappuccini.

    A sud dell’Adigetto la Chiesa dell’Ospedale degli Infermi (n.17), il Convento dei Padri Minori Osservanti (n.20), oggi chiesa di S. Biagio: edificio religioso caratterizzato dal fatto di condividere con la quattrocentesca chiesa di S. Anna (non numerata ma visibile nella carta) l’esclusiva di trovarsi all’interno del perimetro difensivo. Infine, all’estremità occidentale della cittadina (fuori dell’area considerata dalla mappa) esisteva e tuttora esiste la Chiesa di S. Rocco, oggi consacrata ai caduti di tutte le guerre.

    Non poche erano dunque le istituzioni religiose attive a Lendinara nella prima metà del ‘600. Ma, come detto, un ruolo speciale lo ebbe a rivestire il Santuario della Madonna, custode della sacra immagine, nei confronti della quale la devozione si accese più che mai nel biennio 1630-31 allorché buona parte della penisola fu interessata dal morbo della peste. Dalla quale in realtà Lendinara risultò praticamente indenne; effetto che fu universalmente riconosciuto merito della Madonna del Pilastrello, coadiuvata in questo caso – lo nota il compianto Bruno Rigobello nel suo pregevole studio “Lendinara Veneta” – dalla “rigorosa cintura sanitaria direttamente sorvegliata dal Provveditore Ruzzini che la Repubblica aveva delegato a Lendinara per la cura di tutto il Polesine”⁴.

    Tra le varie testimonianze dei miracolosi interventi della B. V. del Santuario, lo stesso Rigobello, nel volume citato, riporta la memoria di Francesco Malmignati, che richiese l’intercessione della Madonna a favore del fratello Giovanni colpito dai sintomi della peste, come segue: “Mi recai al Bagno (ovvero la cappella del Pilastrello ove sgorga l’acqua miracolosa n.d.r.) e, raccolta acqua in un’ampolla, la portai a mio fratello che ne bevve. Subito dopo il carboncello scoppiò, con molto sangue, irrigandolo giù per la coscia, poi in pochi giorni sparì e Giovanni guarì dal male”⁵.

    Pene d’amore e d’armi

    Il ruolo determinante rivestito all’epoca dall’aspetto religioso non dovette essere comunque tale da sopire a Lendinara altri interessi, tra cui – nelle citate memorie di Francesco Malmignati – spicca quello di alcuni personaggi lendinaresi per le avventure amorose. Delle quali fecero particolare notizia alcune, caratterizzatesi per risvolti imprevedibilmente drammatici.

    Il primo caso, che all’inizio del 1630 (proprio l’anno della peste) fece molto scalpore, ebbe come protagonista addirittura un giovane frate del Santuario mariano. Costui, di notte, dopo il ritiro dei confratelli, era solito lasciare di soppiatto il convento olivetano, per portarsi in luoghi allietati da feste. Cosa che fece anche il 3 febbraio per raggiungere, dopo essersi cambiato d’abito, un allegro convito ove si ballava “prendendo spasso con le ragazze”. Il che provocò l’ira di due giovani lendinaresi, i quali attesero il frate all’uscita della festa pugnalandolo in modo tale “che restò come morto. Verso mattino lo trovarono i primi viandanti e lo portarono al convento dove dopo tempo e fatica si riebbe”⁶.

    Non è dato sapere se la giustizia sia intervenuta per punire i due aggressori; le fonti informano invece che il mese successivo, precisamente il 10 marzo 1630, fece il suo ingresso a Lendinara il Podestà Andrea Basadonna, molto più rigido del predecessore, che subito emanò il divieto di portare armi in pubblico senza un espresso mandato della cancelleria, subordinato, fra l’altro, al pagamento di 44 soldi. E, per dar prova della sua ferma volontà, fece imprigionare un servitore del colonnello Cesare Malmignati che aveva trasgredito all’editto.

    Le proteste dell’altezzoso colonnello sfociarono in una sorta di insubordinazione di piazza che costrinse le guardie del Provveditore a ritirarsi precipitosamente nel palazzo Pretorio. Ma il Podestà, deciso a non lasciare impunito l’episodio, denunciò i colpevoli al Consiglio dei Dieci che emise la sentenza di condanna con efficiente rapidità, usando però un occhio di riguardo verso la nobiltà, giacché i colpevoli “furono banditi tutti da Lendinara, fuorché il Malmignati e Gio Antonio Bellucco”.

    E sempre il colonnello Malmignati, personaggio quanto mai sanguigno, si trovò dopo qualche mese coinvolto in un episodio dal sapore boccaccesco, sfociato alla fine in un fatto di sangue.

    Miccia della tenzone, che qualcuno ha voluto denominare “La guerra dei colonnelli”, una donna, tal Domenica sposata con un certo Angelo Padovan. Costei prestava servizio presso l’abitazione del colonnello Francesco Conti, a cui era solita non lesinare le sue grazie, disponibilità che ben presto estese anche al pari grado militare Cesare Malmignati⁸, dando vita tra il volgo a non poche allusioni. Le quali raggiunsero anche le orecchie del marito, che alla fine risultò in verità l’unica vittima della “guerra dei colonnelli”. Infatti costui, deciso a lavare col sangue l’onta della cornificazione, rese pubbliche le sue intenzioni omicide, ma fu prevenuto dal colonnello Malmignati che assoldò due sicari, pronti a mettere fine con un’archibugiata alla vita del povero Padovan.

    E la giustizia? Intervenne anche in questo caso rapida, utilizzando ancora una volta pesi diversificati in base ai personaggi: “Il Podestà Basadonna, istruito subito il processo, e trovato colpevole il colonnello, lo condannò ad una grossa somma di denaro, mentre i due sicari furono costretti al bando”⁹.

    Un’altra piacente giovane donna di Lendinara fu causa nello stesso anno di un’accesa disputa sfociata in un altro fatto di sangue. Costei, disponibile a mercanteggiare la propria avvenenza, era solita ricevere uomini presso la propria abitazione. Trovandosi alla sua porta alcuni giovani lendinaresi in concomitanza con altrettanti rodigini, si accese una disputa per ragioni di precedenza: “volarono archibugiate e restò morto Lodovico Molin di onorata famiglia rodigina”.

    Anche in questo caso non mancò l’intervento della giustizia: “Furono banditi Orazio Cattaneo e Federigo Elmo, altri pagarono multe”¹⁰.

    Un altro grave fatto, che si trovò a fronteggiare l’anno successivo il podestà Basadonna, fu una disputa di tutt’altra natura sorta tra due compagnie armate forestiere acquartierate a Lendinara, denominate rispettivamente Corazze Italiane e Cappelletti Albanesi. Dopo l’uccisione di un cappelletto albanese, la situazione stava per degenerare e sconvolgere la vita cittadina, quando intervenne il Podestà che, con l’autorevolezza di cui in più occasioni aveva saputo dar prova, riuscì a sedare gli animi convincendo le Corazze Italiane a lasciare Lendinara.

    Restarono dunque gli albanesi, nelle cui fila militava un turco sul quale si appuntò l’interesse generale per avere costui manifestato l’intenzione di convertirsi alla fede cristiana. Tra il gaudio dei lendinaresi si preparò una grande festa, nel corso della quale “fu solennissimamente battezzato nel duomo di Santa Sofia il 24 giugno, col nome di Pietro-Antonio”. Ma le cose non andarono come sperato: “Si seppe dopo che questo turco aveva ridotto il Sacramento in mercanzia, facendosi battezzare in molti luoghi dove capitava per lucrare le elemosine”¹¹.

    Un felice epilogo

    Un interesse di tutt’altra natura aveva dimostrato tre anni prima un ebreo residente a Lendinara, giunto anch’egli alla fine ad abbracciare la religione cattolica. Costui, un umile cardatore di lana, “recatosi a ballare durante il carnevale, fu colpito d’ammirazione per la bella Antonia Moschin e gli uscì il detto: – se quella mi sposasse, mi farei cristiano. L’arciprete, cui questa frase fu riportata, prevedendo un gran vantaggio per la chiesa, avvicinò il giovane e i famigliari della ragazza e combinò le nozze”. L’ebreo fu battezzato nella chiesa di S. Biagio, santo di cui assunse il nome, portando il quale convolò a nozze con la bella lendinarese, potendo contare su una considerevole dote in denaro, per l’occasione messa a disposizione da alcuni maggiorenti della città e rimpinguata dal concorso del popolo che non volle restare escluso da tanta festa.

    Una storia questa che termina con un ulteriore happy-end, col quale si intende anche concludere questo excursus nella Lendinara del ‘600: il giovane cardatore “datosi al commercio della lana, seta e lino, divenne ricchissimo mercante di Lendinara e visse felice con la moglie e numerosa prole”¹².

  • Il Fondo Madonnina

    Il Fondo Madonnina

    A volte riaffiorano in un racconto dal sapore nostalgico o scorrono in un vecchio film in bianco e nero: aspetti di vita agreste che descrivono di che pasta era fatta la nostra gente. Gente contadina, abituata a lavorare tra i campi e a far fatica.

    Ricordi di tempi passati. La fragranza del pane caldo fatto in casa e cotto a legna, avvolto in un canovaccio. I colori e gli odori della campagna. Gli animali nella fattoria. Il tepore del focolare domestico. I succulenti piatti che sposavano, mitigandole, le rigide temperature invernali.

    Un passato prezioso, che non è andato del tutto perduto perché è gelosamente conservato in alcuni angoli suggestivi del Polesine. E’ il caso dell’Agriturismo “Fondo Madonnina” di Gaiba, dove ancora oggi si possono riassaporare i gusti genuini e conoscere le mai dimenticate usanze e tradizioni. Tutto ciò in virtù di una caparbia volontà di preservare il passato, in un’ottica di farlo rivivere ed apprezzare ai giorni nostri.

    L’antico Fondo Madonnina, di proprietà della Curia, venne acquistato oltre quarat’anni fa, nel 1968, dalla famiglia Rasi. Esso conserva il suo nome originario, dal capitello che attualmente si trova sull’altro lato della strada, in prossimità della zona Vegri.

    L’imprenditrice agricola gaibese Stefania Rasi – a cui va il merito della rivitalizzazione dell’azienda agricola – nel 2005 ha dato vita, proprio su questa terra, alla sua fattoria didattica, e nel 2010 alla struttura agrituristica. Un vero e proprio mondo da scoprire.

    Situato sulla strada Eridania e collegato al percorso turistico “Strada dei vini e dei sapori” e agli itinerari naturalistici del fiume Po, il fabbricato rurale è immerso in un ampio giardino tappezzato di piante da frutto, cespugli, ortaggi, e “abitato” da animali di bassa corte ed avicoli. La fattoria didattica è aperta alle visite dei consumatori e delle scuole, affinché chiunque possa conoscere le attività agricole del passato, la cultura e la storia del territorio polesano, avvicinarsi ad un’asina, ad un cavallo, una capretta o un coniglio, e visitare il parco su un colorato trenino. Attraverso i vari laboratori e le attività ludiche, i bambini potranno impastare il pane, fare la polenta, scoprire i prodotti creati dalle api o lavorare l’argilla riproducendo vecchi utensili. Potranno quindi, innamorarsi della loro terra. Ma nel 2010 ha preso il via, all’interno dell’agriturismo, anche un progetto innovativo, che ha beneficiato del contributo del piano di sviluppo rurale della Regione, del patrocinio della Provincia e del Comune di Gaiba: il Parco Tematico “Il Polesine in miniatura”.

    Si tratta di una riproduzione del Polesine (in scala uno a mille) in cui vengono ricreate le caratteristiche geomorfologiche ed orografiche del territorio, in particolare riproducendo il corso dei due più grandi fiumi d’Italia, l’Adige e il Po, oltre al Canal Bianco.

    Con i suoi 2700 metri quadrati, il Polesine in miniatura è caratterizzato da corsi d’acqua reali su diversi livelli, attorno ai quali i visitatori possono passeggiare, ammirando anche i cinquanta comuni della Provincia, che prossimamente verranno arricchiti dai principali monumenti di interesse storico-artistico.

    Nato dall’idea della proprietaria Stefania di valorizzare la storia del territorio polesano, il parco tematico rappresenta una scommessa vincente e costituisce il primo museo a cielo aperto. Proprio qui, in occasione del sessantesimo anniversario dell’alluvione del Po, è stato girato il documentario in onda su Rai Storia, il 14 novembre 2011: “Polesine 1951-2011”.

    Il paese di Gaiba e le altre località poste sulla sponda sinistra del fiume, appartenevano storicamente alla cosiddetta Transpadana Ferrarese, risentendo profondamente della cultura e delle tradizioni del Ducato Estense, che hanno influenzato notevolmente sia il patrimonio verbale che gastronomico del territorio altopolesano. L’agriturismo “Fondo Madonnina” offre dunque il meglio della tradizione culinaria rodigina e ferrarese.

    Tutti i piatti – ci informa la signora Stefania – sono preparati a mano, rispettando il principio del “Menù a Chilometri Zero”, con prodotti prevalentemente aziendali o comunque veneti.

    Si può scegliere tra un’ampia varietà di portate. I cappelletti in brodo, le lasagne al forno, le pappardelle con le verdure o all’anitra, i ravioli e i cappellacci con la zucca. Ma anche i salumi di produzione propria, il cotechino, gli arrosti, i formaggi e le marmellate fatte in casa. Oltre ai vini veneti e ai liquori tipicamente polesani, alla Madonnina si possono gustare squisiti dessert come i biscotti della casa, la torta della nonna o quella glassata al limone, e la ciambella contadina.

    “In cucina amo creare – ammette con entusiasmo Stefania -. La guarnizione delle portate rappresenta la mia personalità. Alla fantasia e alla passione, unisco, però, il rispetto delle usanze religiose e stagionali. Preparo il pane fatto in casa come un tempo, ma soprattutto le focacce, variandone gli ingredienti. In inverno le farcisco con i ciccioli e la cipolla, in primavera con le erbe dell’orto. Servo rigorosamente pasta all’uovo o in alternativa il risotto, che è una tipicità polesana. Il cotechino in crosta di pane, cucinato esclusivamente in inverno con salami di produzione nostrana, rappresenta la ricetta più famosa del mio agriturismo ed ha ricevuto un plauso importante. Anche i dolci sono spesso legati ad una particolare festività. Ed ecco che preparerò la miazza a gennaio, in onore di Sant’Antonio, per carnevale i crostoli o le frittelle, mentre per festeggiare una cerimonia quale la cresima, offrirò agli ospiti le ciambelle, che una volta venivano donate al cresimato”.

    Ma la festa per eccellenza della tradizione non può che essere il Natale.

    – Cosa ricorda Stefania Rasi del Natale?

    “Le festività natalizie significavano soprattutto ritrovarsi in famiglia perché il lavoro dei campi era fermo. Vi era più tempo libero e la possibilità di conservare il cibo. Intere famiglie contadine, dai nonni ai nipoti, si riunivano attorno al tavolo della cucina per preparare piatti succulenti e tipici. Era anche un momento e un motivo di chiacchiera. Suocere e nuore lavoravano insieme, fianco a fianco. A casa mia eravamo in sette. Ricordo che si preparavano i cappelletti con il brodo buono di gallina. Da qui probabilmente il detto ‘Galina vecia fa bon brod’. Immancabile era poi il cotechino ed infine il tronco di Natale, un dolce fatto con il pan di spagna, crema al burro e ricoperto di cioccolato fondente. Durante la preparazione dei cappelletti noi bambini rubavamo sempre un po’ di ripieno, che invece di essere distribuito sulla sfoglia, tirata a mano col mattarello, finiva nella nostra bocca. Il giorno di Natale ci recavamo alla Santa Messa, nel pieno rispetto delle tradizioni cristiane e poi ci radunavamo numerosi al pranzo di festa. L’usanza più ludica era invece legata alla fine delle festività, all’Epifania”.

    – Ci racconti.

    “La sera del 5 gennaio si attendeva con trepidazione la befana. Solitamente un familiare si travestiva impersonando la vecchia e portando i doni o il carbone vero a noi bambini. Ricordo che all’arrivo della befana mi nascondevo dietro una lunga tenda per la paura, ma ero felice per l’attesa. Il giorno seguente ci si recava al cinema del paese mentre le prime cineprese trasmettevano un cartone in bianco e nero. Il Comune offriva ai più piccoli una calza piena di dolciumi. Una consuetudine che, ancora oggi, si conserva qui a Gaiba. In ricordo di quei tempi.

    Ci vuole indicare il menù della grande festa?

    “Il 25 dicembre cucino per gli ospiti del mio agriturismo i cappelletti e il cotechino, attenendomi alla ricetta originale”.

    – E’ una ricetta segreta?

    “Assolutamente no. Eccola. Cappelletti in brodo. Ingredienti per il ripieno: Carne di manzo, Gallina, Carne di maiale, Salame di carne buona, Goletta/pancetta di maiale, Sale e pepe q.b., Grana padano, Noce moscata, uovo e poco pan grattato. Preparazione: Si fa un bollito delle carni. Si aggiunge il Grana Padano o il Parmigiano Reggiano grattugiato, la noce moscata, l’uovo e poco pan grattato. Sale e pepe quanto basta. Si prepara poi la sfoglia, fatta esclusivamente a mano e tirata col mattarello. Se ne ritagliano dei quadretti che verranno farciti col ripieno. I cappelletti vanno cotti nel brodo di gallina o di cappone”.

    Allora Buon Natale!

    Natale è famiglia, calore, gioia. Sta nelle luci che brillano e nel rosso del fuoco. E’ sedersi ad una tavola imbandita con i propri affetti. E’ seguire le tradizioni di una vita e di più generazioni. E all’agriturismo “Fondo Madonnina” il giorno della festa è come sentirsi a casa.

  • S. Maria Ausiliatrice di Porto Viro

    S. Maria Ausiliatrice di Porto Viro

    Particolarmente vivo è sempre stato il culto della Madonna. Numerose le chiese e gli oratori che in Italia e nel mondo le sono dedicati: alcune portano la firma di importanti architetti, altre si presentano molto semplici, espressione di una schietta religiosità popolare.

    Tra le costruzioni votive presenti in Polesine, merita sicuramente attenzione la Cappella di Santa Maria Ausiliatrice nel Borgo S. Giusto di Porto Viro, opera realizzata nel 1954 dall’ingegnere ed architetto Gian Battista Scarpari.

    Per un adeguato inquadramento storico, va detto che sino alla seconda guerra mondiale l’economia delle Comunità Polesane si è basata soprattutto sull’agricoltura. Dal punto di vista della produzione edilizia non emerge sufficiente determinazione nella committenza, tale da consentire un’apertura verso le novità del “modernismo architettonico”; ancora negli anni ‘50 i riferimenti formali appartenevano al linguaggio neoclassico misto ad assonanze eclettiche fine ottocento.

    Eccezioni erano costituite da alcuni interventi della committenza pubblica nei quali è evidente, in maniera più o meno palese, l’arrivo, anche in Polesine, della cultura architettonica moderna.

    Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60 si sviluppa anche un’originale architettura religiosa con la realizzazione di edifici e di complessi chiesastici firmati da professionisti legati agli studi accademici delle facoltà di architettura degli anni ‘20-’30; essi coniugheranno il linguaggio della tradizione con le nuove istanze del modernismo attraverso un trattamento sapiente e non ridondante dei volumi e degli spazi interni, con una certa purezza di linee e un uso raffinato dei materiali; architetture ben legate all’ambiente e di sicura efficacia comunicativa.

    Un esempio significativo di questa nuova progettualità è la Cappella votiva di Santa Maria Ausiliatrice nel villaggio San Giusto (1952-54) a Porto Viro.

    Il borgo San Giusto è una donazione della città di Trieste, compiuta a seguito dell’alluvione del 1951. Un comitato di soccorso agli alluvionati del Polesine, costituitosi a Trieste sotto la presidenza del Sindaco Gianni Bartoli, raccolse una somma considerevole da destinare alla costruzione di case a favore dei Comuni di Contarina e Donada duramente colpiti dall’alluvione¹. L’area scelta, ai lati di viale Regina Elena (ora viale Mazzini) rappresentava anche il confine tra i territori dei due comuni.

    Nel 1952 il Genio Civile e l’IACP (oggi ATER) di Rovigo² affidano il progetto e la direzione dei lavori a Gian Battista Scarpari e all’ingegnere Oscar Marin di Adria. Il villaggio incluse complessivamente 50 alloggi distribuiti in 12 edifici, una scuola professionale³ e una Cappella celebrativa per le funzioni religiose. Interessante caratteristica del luogo è la rarefazione dell’edificato all’interno di una matrice urbana giunta miracolosamente intatta⁴.

    In questo contesto, particolare importanza assume la fabbrica della Cappella. Attualmente essa rappresenta un’eredità storica indifesa e non valorizzata (diversi tentativi, per la riqualificazione, si sono succeduti nel corso degli ultimi anni, diversi anche in termini di obiettivi: un concorso di idee nel 2004 e un progetto dello studio Gregotti di Milano nel 2010)⁵.

    Le scelte urbanistiche e architettoniche, relative alla fabbrica, appartengono al periodo maturo di Scarpari: negli anni ‘50 predilige un linguaggio compositivo sobrio con il quale dosa proporzioni equilibrate e, dove è possibile, (monumenti celebrativi e edifici religiosi) opera tentativi di sublimazione delle forme.

    La cappella è di forma rettangolare dalle dimensioni di 8.00 m. X 4.64 m. Il parallelepipedo è intersecato su ogni lato da plastiche e snelle strutture di cemento armato delle quali la volta parabolica più grande sottolinea l’ingresso e in sommità contiene la cella campanaria.

    Il risultato è un’efficace composizione di volumi e di elementi dinamici assemblati in modo tale che ogni parte conservi una chiara autonomia formale e materica: al volume dell’aula, finito ad intonaco, si “sommano” gli archi di cemento armato del portale, gli archi delle aperture laterali vetrate e l’arco dell’abside; semplici azioni geometriche sui solidi che ricordano gli sviluppi di certe operazioni matematiche, denominate booleane, realizzate oggi al computer (nella somma dei solidi si annullano le porzioni d’intersezione e si ottengono le aperture e le nicchie); inoltre l’andamento verticale crescente che caratterizza le strutture voltate (entasi) restituisce alla composizione un’inedita eleganza (effetti simili sono spesso riscontrabili negli oggetti di design).

    Pure partendo da impostazioni compositive classiche, Scarpari non rinuncia a sovrapporre componenti e soluzioni filtrati e manipolati attraverso una personale esperienza (negli anni ‘50 si diffondono, anche in Polesine, stampe, fotografie e riviste di architettura che pubblicano i lavori degli architetti modernisti importanti per esempio Le Corbusier, il giovanissimo Niemeyer e altri).

    Una base di cinque gradini media il rapporto con il suolo; l’impianto è a croce con il transetto accennato dalla presenza delle aperture laterali ad arco e dalla luce trasversale che vi penetra; l’abside è orientata ad est ed accoglie, verso l’interno, la nicchia dell’altare; all’esterno l’arco delimita un basso-rilievo marmoreo ispirato a motivi religiosi.

    La scala del basamento è rivestita con lastre di marmo chiaro; lastre di marmo Calacata rivestono il pavimento; l’acquasantiera è di marmo giallo Siena lucido; l’altare è rivestito di marmo Calacata lucido. Il soffitto realizzato a “crocera ribassata” modella il vuoto verso l’alto come una cupola dalla quale pende un elegante lampadario in metallo. Le decorazioni a bassorilievo in marmo bianco di Carrara con rappresentazione della fede, sono attribuite a maestranze locali⁶.

    La Cappella, dal forte carattere rappresentativo, trova equilibrio nello spazio vuoto esterno, laterale e antistante; il vuoto che circonda l’edificio rende decisa la presenza metaforica dei volumi e degli spazi da essi modellati.

    In conclusione, a prescindere dagli esiti relativi alle attuali (sofferenti) politiche d’intervento, è consolante verificare che le ricerche, da noi condotte (anche grazie a Ventaglio novanta) permettono di recuperare un altro episodio notevole della cultura locale del 1900. Inoltre la soddisfazione aumenta grazie alla presenza di una scheda descrittiva dell’edificio all’interno della recentissima pubblicazione dedicata alla catalogazione dell’architettura moderna veneta promossa dalla Regione, Novecento Architetture e città del Veneto (2012); la pubblicazione è stata presentata all’interno della XIII Biennale Architettura di Venezia che si è aperta alla fine di agosto 2012.

  • Villa Valcorba Duse Masin

    Villa Valcorba Duse Masin

    Quello che proponiamo è un itinerario a nord dell’Adige, partendo da Stanghella.

    Al centro del paese, lasciata la statale 16, si imbocca la provinciale 45 fino a Stroppare. Dopo poche centinaia di metri si giunge a Villa Valcorba Duse Masin. Tragitto facile, inserito nella morbida fertilità della pianura che in questa zona è una piccola Mesopotamia, incastonata tra due preziosi corsi d’acqua: il Gorzone e la Sabadina.

    Qui la terra è d’una tonalità intensa, sfumata, nel periodo dell’aratura, dalla delicatezza del nocciola alla decisione del marrone scuro e caldo: humus generato dalla successione delle Ere che hanno tracciato impronte indelebili, trasmesse ad un presente che ne rivaluta la preziosità attraverso un adeguato e razionale investimento delle risorse, dono di una natura generosa.

    Villa Duse Masin appare, come per incanto, alla destra di chi giunge dal grazioso paesino di Stroppare: a farle da sfondo l’argine del Gorzone che le scorre alle spalle. La facciata è rivolta a sud, quasi a catturare a piene mani la luminosa presenza del sole dall’alba al tramonto.

    L’aspetto curato e lineare è funzionale alla sua destinazione di dimora di campagna ora inserita nel novero delle Ville Venete, rifugio estivo per i proprietari: i conti Duse Masin che realizzarono la costruzione nel XIX secolo.

    La struttura evidenzia un impianto planimetrico rettangolare che si sviluppa in senso longitudinale ed è costituito da un corpo abitativo centrale affiancato dalle adiacenze in un’armonica continuità. Tutto il complesso è realizzato secondo il binomio: funzionalità-eleganza, elementi che attuano e confermano l’identità di un’abitazione che doveva rispondere al requisito, molto concreto, dell’utilità di una casa di campagna e nel contempo essere luogo d’ accoglienza raffinata.

    Solido, massiccio è il corpo centrale che si sviluppa su tre piani e risponde ai tradizionali canoni dell’antica casa dominicale. La sua imponenza è alleggerita da diverse finestre che sottolineano i piani e sono ravvici nate, divenendo trifore nell’asse centrale abbellita da un timpano triangolare che ne esalta l’altezza. Le aperture dell’ultimo piano sono invece oculi ellittici che ingentiliscono l’insieme geometrico e rigoroso della facciata che si muta in una fantastica nave arenata nel verde dei campi.

    Il fianco destro è un luminoso prolungamento abitativo, mentre il sinistro dà corpo all’ariosa barchessa a quattro archi pavimentata in trachite, solida testimonianza d’un trascorso che univa le campagne alle cave rocciose dei colli Euganei. E’ questo il luogo della custodia dei mezzi agricoli e della raccolta dei prodotti che la tenuta produceva e costituisce forse l’anima di questo mondo il cui passato aleggia negli episodi che il giovane conte Jacopo mi narra.

    E’lui infatti a presentarmi il complesso rievocandone la funzione di dimora estiva di campagna della famiglia e rifugio benefico nei momenti difficili come la guerra.

    E’ legato a questo periodo un singolare fatto accaduto nel corso del 2° conflitto mondiale ed attualmente ricordato dalla presenza di un Capitello situato all’angolo del giardino che si affaccia sulla strada. Nel racconto di Jacopo Duse Masin è rievocata la figura della bisnonna Isotta che fece erigere il simulacro dedicato a Sant’Antonio di Padova, quale ringraziamento per la salvezza del marito e del figlio miracolosamente scampati all’esplosione di una bomba sul punto preciso nel quale si trovavano qualche attimo prima di attraversare la strada scampando a morte sicura.

    Oltre al Capitello, eretto per grazia ricevuta, la contessa Isotta, donna bellissima e raffinata, decise che Sant’Antonio rappresentasse il patrono della famiglia ed a tutti i figli maschi venisse imposto il nome di Antonio. Devozione profonda per il Santo di Padova città nella quale la famiglia ha dimora in Prato della Valle e da dove l’antenato Alvise partiva con il “militarin” biroccino a due ruote, per raggiungere la tenuta Valcorba dove si dedicava alla sua irrinunciabile passione per la caccia.

    La Villa si mutava allora in “quartier generale” per spettacolari battute alla lepre. Accanto ai nobili Duse Masin si schieravano i Nani Mocenigo, i Carrari, i Centanini e le nebbie morbide ed affascinanti della pianura diventavano scenario di avvincenti avventure venatorie.

    I cani Lampo e Littorina erano i campioni e onoravano i loro nomi con inossidabile fedeltà unita all’astuzia ed alla straordinaria velocità.

    A squadre di otto o dodici cacciatori si percorreva la campagna sonnolenta, densa di profumi di terra e muschio. Era il capobattuta a dare il via all’inseguimento della lepre: appena ne appariva una si liberava il cane più vicino e, secondo una precisa regola, le lepri che eludevano il frenetico inseguimento dei cani divenivano intoccabili. Comportamenti ereditati, innervati nell’intricato patrimonio comportamentale di uomini e animali che si ripetevano con solenne ritualità.

    Quei cani erano i successori di levrieri fatti giungere dall’Irlanda dal nobile Alvise dove avevano “respirato” gli input per essere cacciatori doc.

    Le stanze ampie e luminose della Villa testimoniano questo passato di caccia con suppellettili e serie di piatti dipinti con soggetti raffiguranti animali selvatici.

    Il salone centrale al piano terra, la sala da pranzo ed i salottini laterali rimandano invece ad incontri conviviali dove la cacciagione si trasformava in succulente pietanze, irrorate da vino generoso ed animate dalle conversazioni dei commensali, protagonisti delle indimenticabili battute che in ogni stagione erano dalle 10 alle 15.

    Ora, parte della tenuta Duse Masin è zona di ripopolamento per le ancor numerose lepri che trovano abbondante erba medica ed il cui numero viene controllato con due momenti di cattura all’anno. Gli animali in sovrannumero vengono dirottati in zone da ripopolare.

    E mentre converso col conte Jacopo all’ombra degli alberi del giardino antistante la Villa, appare una piccola lepre che attraversa il vialetto d’ingresso e scompare tra i cespugli. Forse sta cercando qualche frutto nascosto in mezzo alle erbe del brolo, custode di un frutteto antico e pregiato. Sul retro della Villa ci sono infatti alberi da frutto centenari: peri, meli, peschi che regalano un prodotto esclusivo poiché generati da innesti che il bisnonno Alvise aveva realizzato con l’amorosa cura che alla campagna veniva offerta nei tempi in cui il legame con la terra seguiva il corso della natura ed il ritmo delle stagioni.

    Anche all’interno della Villa si ritrova questo amore: nella scelta degli arredi di raffinata fattura, tipica dell’800 e del primo ‘900, nei lampadari veneziani che rievocano la piacevole convivialità e nei quadri del salone centrale, dipinti da un’amica di famiglia sfollata in questa casa durante la guerra e donati dalla stessa in segno di gratitudine, che riportano a scene di vita bucolica.

    Sono quindi il piacere di vivere, l’affetto per la casa e per la famiglia, il profondo legame con il territorio che hanno animato i nobili Duse Masin nel susseguirsi delle generazioni e, giungendo ai giorni nostri, hanno indotto gli attuali esponenti a realizzare progetti di valorizzazione della loro dimora e dei terreni annessi. E’ stato effettuato, infatti, un pregevole restauro superconservativo che ha recuperato e riportato al primitivo aspetto ogni angolo dell’edificio: un intervento delicato, costoso ma di eccellente esito.

    “La casa è viva se viene abitata e quindi… vissuta!”. E’ questo il motto che anima l’intento della famiglia Duse Masin nella valorizzazione della tenuta Valcorba. La Villa viene infatti affittata per cerimonie, convegni, incontri culturali realizzati anche con il patrocinio del Comune di Bagnoli per eventi che coinvolgono la collettività. Ne è esempio la ormai tradizionale “festa della patata merica”, frutto prezioso di queste terre. Va al conte Paolo, padre del giovane Jacopo, un riconoscimento fondamentale per l’attribuzione del prestigioso marchio Igp alla patata americana prodotta in questa zona.

    Accanto alla patata si schierano altri preziosi prodotti di altissima qualità quali: vino, olio, salumi, formaggi che il grande pubblico potrà assaggiare nella festa di ottobre. E’ questa un’opportunità imperdibile per conoscere un angolo davvero gradevolissimo, un ritorno alla poesia del passato, occasione per sognare sulla grande aia della Villa, dove un tempo carri colmi di prodotti della terra portavano i loro tesori al riparo sotto le barchesse, prima di essere stivati nel tepore benefico del granaio.

    Oggi, in perfetta sintonia con le più moderne tecniche di comunicazione, Villa Valcorba Duse Masin è inserita nel sito internet che ne delinea le caratteristiche, le modalità di accoglienza e ricezione per quanti volessero goderne la perfetta organizzazione.

    Sicuramente la nobile antenata Isotta, donna bella e colta, approverebbe tanta determinazione nella custodia di questa casa, scrigno di passate memorie e di progetti futuri.

  • Palazzo Angeli

    Palazzo Angeli

    C’è attesa per la conclusione dei lavori di ripristino di Palazzo Angeli, nobiliare edificio da alcuni anni interessato da consistenti interventi, finalizzati al recupero del bene architettonico, con l’obiettivo di farne il riferimento di rappresentanza universitaria del Polesine.

    Oltre agli uffici, nello storico immobile saranno ricavate varie aule, di cui due della capienza di cento studenti. Il palazzo potrà così adempiere ad una auspicata funzione culturale e di prestigio, quale si prospetta l’università nel centro storico di Rovigo. Iniziativa indubbiamente da condividere per una città che intende valorizzare il proprio passato, recuperandolo per il presente ed il futuro.

    Il Conte Domenico Angeli

    Palazzo Angeli resta in particolare legato alla memoria del Conte Domenico Angeli (1797-1876) il quale, morendo senza eredi, destinò il bene alla città che egli tanto amò, assumendo più volte nel corso della sua vita incarichi amministrativi e provvedendo con continuità ad opere di beneficenza verso i ceti meno abbienti¹. Tanto prediletto dalla cittadinanza che lo volle primo sindaco di Rovigo liberata dagli austriaci nel 1866, a seguito della Terza Guerra di Indipendenza.

    Per la verità in questa occasione qualcuno ebbe da ridìre, a causa di un presunto atteggiamento filoaustriaco tenuto dal conte Angeli in almeno due occasioni: dapprima, nel 1849, mediando il ritorno degli Austriaci dopo la sconfitta delle truppe piemontesi nella Prima Guerra di Indipendenza e poi nel 1856 ospitando nel suo palazzo l’imperatore Francesco Giuseppe giunto a Rovigo nel corso di una visita alle principali città del Lombardo-Veneto².

    La supposta accondiscendenza verso gli austriaci non ebbe comunque un grande peso, dato che il conte Angeli (amatissimo dal popolo per i suoi prodigali interventi) trovò ampli consensi nella nomina a primo sindaco di Rovigo liberata³. E non a caso l’anno successivo, nel febbraio del 1867, le scale del palazzo furono trionfalmente salite dall’indiscusso eroe del Risorgimento, Garibaldi in persona, che dalla balconata del piano nobile diresse ai rodigini un infuocato discorso antiasburgico, come ricorda una lapide posizionata sul lato destro della facciata.

    Un’altra iscrizione, posta sul lato sinistro, reca invece memoria di una situazione tutt’altro che gioiosa: il dramma dell’alluvione che colpì il Polesine nel 1882, con l’arrivo a Palazzo Angeli del re d’Italia Umberto I, il quale promise rapidi interventi a favore delle sofferenti popolazioni.

    Ma in questa occasione il nostro Conte non era più tra i vivi. Il suo ricordo restò comunque sempre forte; eternato anche in quello che può essere considerato il Pantheon rodigino, ovvero il porticato del Palazzo della Gran Guardia, dove varie lapidi sono murate a memoria dei patrioti polesani. Tra queste spiccano due busti dedicati a due personalità emblematiche dell’epoca risorgimentale: il conte Domenico Angeli (appunto) e il generale Domenico Piva, che combatté più volte con Garibaldi e Bixio, mettendosi in luce specie nella Spedizione dei Mille.

    Aspetti storici ed artistici

    Ma la memoria del Conte Domenico Angeli è legata soprattutto al palazzo dove egli dimorò e che destinò al Comune di Rovigo⁴. Edificio voluto dal padre, Giovanni, che nel 1780 commissionò l’opera a Francesco Schiavi, architetto veronese non immemore della lezione di Michele Sanmicheli, suo concittadino e predecessore, al quale, a quanto pare, va attribuita la realizzazione del vicino Palazzo Roncale portato a termine due secoli prima.

    Nel suo progetto Francesco Schiavi⁵ raggiunse sicuramente l’obiettivo di configurare l’edificio come uno dei palazzi più rappresentativi di Rovigo, anche se la sua facciata principale, aprendosi sulla stretta via Angeli, risulta visivamente alquanto penalizzata.

    La parte più eminente della nobiliare costruzione è sicuramente quella centrale: la massiccia porta d’ingresso è inserita in un portale a tutto sesto, contornato da un ampio bugnato, sopra il quale si sviluppa una bella balaustra. Su questa si apre la triplice balconata del piano nobile, sormontata a sua volta da un grande timpano che accoglie sculture di armi e lo stemma della blasonata famiglia Angeli, che vantava ascendenze da rintracciare addirittura nella nobiltà romana di Costantinopoli.

    Le due ali simmetriche si presentano percorse da tre file sovrapposte di finestre (cinque per lato). Quelle al piano nobile (quest’ultimo sottolineato da un doppio marcapiano) si presentano particolarmente sviluppate in altezza e sormontate, in modo alternato, da frontoncini triangolari ed arcuati.

    Piuttosto spoglio invece appare oggi il salone d’ingresso, dove l’attenzione del visitatore⁶ viene attratta da alcune lapidi che ricordano il soggiorno a palazzo Angeli di alcuni personaggi di rango: Carlo IV re di Spagna che vi soggiornò con la moglie Maria Luisa di Borbone-Parma nel settembre del 1815; Francesco I d’Austria con la consorte Carolina nel marzo del 1819; la zarina Alessandra Fjodorovna con la figlia Olga nel maggio del 1846; Francesco Giuseppe d’Austria (senza la moglie Sissi) nel dicembre del 1856.

    Di sicuro interesse artistico si presentano invece le stanze che si aprono ai lati del salone, decorate con affreschi eseguiti – lo comprova la testimonianza d’epoca di Francesco Bartoli – da Giovanni Battista Canal⁷. In particolare quelli delle stanze a destra sono ispirati a scene della Gerusalemme Liberata e ad altri episodi mitologici, mentre disegni ornamentali di tipo geometrico caratterizzano la stanza a sinistra, lavori di Paolo Guidolin e Luigi Marangoni.

    Alla base dello scalone che porta al piano nobile è posizionata una statua dedicata alla Concordia (virtù a cui sempre si ispirò il Conte) opera realizzata nel 1785 da Gaetano Muttoni⁸, autore anche dei Putti, geni delle arti, sculture di ridotte dimensioni, posizionate sulla balaustra della gradinata⁹. Le pareti del vano scala sono in marmorino bianco con decorazioni in stucco che fanno riferimento a scene di gesta eroiche eseguite da Basilio Serena.

    Di ricercata eleganza si presenta il salone del piano nobile, a doppia altezza con una balaustra – delimitata nella parte superiore da finti pilastrini – dove potevano trovare sistemazione i musici durante le feste da ballo. Gli affreschi, curati sempre da G. B. Canal, qui coadiuvato da Antonio Mauri, quadraturista esperto nell’arte della scenografia, sono ispirati ad episodi mitologici. In particolare da ammirare sul soffitto Apollo sul carro attorniato dalle Muse; alle pareti Orfeo ed Euridice a destra, e Issione e Giunone a sinistra.

    Grandi affreschi monocromi questi, affiancati da raffigurazioni statuarie femminili che alludono allegoricamente alle virtù e agli impegni culturali che rendono più armonica la vita: la Pittura, la Scultura, l’Astronomia e la Poesia.

    Molto particolare si presenta la “Stanza blu” che si apriva sull’Adigetto, attuale Corso del Popolo con vista alla recentemente rivivificata area del Castello. Dal blu intenso delle pareti emergono in bianco eleganti raffigurazioni mitologiche (grottesche bianche, stile Wedgwood) che fanno riferimento al tema Amore e Psiche. Era questa la stanza destinata al riposo del Conte: a meglio propiziarlo l’affresco allegorico del soffitto in cui Il tempo incorona il Sonno alla presenza di Amore e Pace. Autore delle pitture di questa, che è stata anche soprannominata “la camera nuziale dei conti Angeli”, è indicato Vincenzo Gazzotto¹⁰, a cui si devono, a quanto pare, anche le decorazioni delle stanze successive, che si aprono su via Angeli. Di particolare effetto quella detta la “Stanza d’oro”, caratterizzata da filettature in foglia d’oro su una base in rilievo di gesso e grottesche policrome su sfondo in marmorino bianco.

    L’ultima stanza oggetto della visita a Palazzo Angeli è detta “La Stanza Rosa”, recuperata dai restauratori con un marmorino similare all’originale. Anche qui l’azione di risanamento è stata svolta agendo con la stessa attenzione certosina dedicata al recupero conservativo di tutte le varie opere, salvaguardando e valorizzando le caratteristiche costruttive che fanno di Palazzo Angeli uno dei beni di pregio del capoluogo del Polesine.

    Poco prima di morire il Conte destinò il proprio palazzo al Comune di Rovigo, che lo utilizzò in modo non sempre appropriato. L’ultima designazione, prima della sua chiusura nel 1982 per le necessità di un completo recupero, era stata destinata alla Questura. Il prossimo utilizzo del nobiliare edificio da parte dell’Università valorizza al meglio la memoria del Conte benefattore di Rovigo.

    Nel corso di più di un secolo, da quando il Palazzo è divenuto proprietà del Comune, la destinazione dell’edificio è più volte cambiata. Vi trovò subito sistemazione provvisoria il liceo ginnasio femminile, poi nel 1879 fu affittato per vent’anni alla Provincia di Rovigo. Nel 1886 fu assegnato alle Ferrovie Meridionali Rete Adriatica, nel 1907 divenne sede del Consorzio di Bonifica Polesana e S. Giustina. In epoca fascista, nel 1926, metà dell’edificio fu destinato alla Milizia Volontaria sicurezza nazionale, l’altra metà al Consorzio di Scolo Campagna Vecchia Inferiore. Successivamente fino al 1982 (anno della sua chiusura) divenne sede della Questura.

    un terzo, alla realizzazione della Piazza Annonaria, ricavata dal chiostro dell’ex convento dei Domenicani, congregazione definitivamente soppressa in seguito alle requisizioni napoleoniche.

  • Polesella e Sanvincenti

    Polesella e Sanvincenti

    Polesella e Svetvin enat (Sanvincenti in italiano) in linea d’aria distano 190 km, che diventano circa 350 percorrendo le strade di collegamento. Il paese di Sanvincenti è posto nell’Istria meridionale ad una ventina di km da Pola.

    La dominazione della Serenissima è il trait d’union che accomuna le due realtà; nel tempo si è sviluppata una storia parallela. L’arte e l’architettura sono in particolare legate alle vicissitudini di due famiglie patrizie veneziane: i Grimani e i Morosini, pur nelle sue diverse ramificazioni.

    Questo dunque lo spunto che ha dato il via all’iniziativa di gemellaggio tra Polesella e Svetvin enat (Sanvincenti). Gemellaggio sostenuto da un finanziamento della Regione Veneto e sottoscritto il 16 dicembre 2006, quando è stato sancito ufficialmente lo scambio culturale fra le due località.

    La cerimonia inaugurale si è svolta con manifestazioni di vario genere, visita ai luoghi significativi di Polesella quali le chiese, le ville, il centro e la piazza del paese, un concerto del coro Monte Pasubio in sala municipale ed uno d’organo nella chiesa parrocchiale (l’organo è un Callido del 1797) alla presenza delle massime autorità e rappresentanti delle istituzioni dei due paesi gemellati.

    A Polesella

    Tracciamo dunque sinteticamente la storia delle due nobili famiglie veneziane legate alle due località.

    A Polesella troviamo i Morosini della Sbarra del ramo di Santo Stefano, uno dei più antichi della Serenissima. Il personaggio più autorevole del casato è stato senza dubbio Francesco Morosini (1619-1694), il quale sarà eletto Doge di Venezia mentre è ancora impegnato militarmente nell’Egeo. Capitano da Mar, il suo nome è legato alla riconquista di parte del Peloponneso, dell’isola di Santa Maura e parte dei possedimenti veneziani nello Jonio. Questo lo porterà a meritarsi l’appellativo di “Peloponnesiaco”.

    A questo periodo risalgono i principali lavori svolti a Polesella per VILLA MOROSINI: ampliamento e riadattamento della villa precedente sotto la guida dell’architetto Antonio Gaspari.

    I Grimani di Polesella appartengono al ramo di Santa Maria Formosa, ricco casato veneziano. Sono presenti in loco sicuramente dal ‘600 “Heredi del Ch.(Chiarissimo) Vettor Grimani”.

    Il PALAZZO GRIMANI era una struttura imponente (purtroppo dopo il tragico fortunale del 1892 in larga parte distrutta) della quale non esiste una paternità certa, ma attribuibile all’ambiente dello Scamozzi (famoso architetto vicentino). Di mole notevole, il Palazzo era costituito da un corpo centrale che si sviluppava su tre piani: al piano terra il paramento murario era lavorato a bugnato, mentre la parte superiore era conclusa centralmente da un enorme timpano di forma semicircolare. Due ali laterali simmetriche con coppia di lesene di ordine dorico su basamento bugnato concludevano l’edificio.

    I Grimani erano grandi possidenti terrieri a Polesella. Nel settecento donarono il terreno per la costruzione della Chiesa di San Pietro (attuale municipio) e per la realizzazione della Basilica dedicata alla B.V. del Rosario.

    A Sanvincenti

    A Sanvicenti si trova innanzitutto un’ABBAZIA DI SAN VINCENZO legata ai benedettini, risalente al IX – X sec. (oggi cappella funeraria del Cimitero locale) da cui il toponimo Sanvincenti.

    Nel 1331 il paese passa sotto il dominio della Serenissima. Il feudo risulta essere della famiglia Morosini e dei duchi d’Austria, almeno sino al 1523, data che segna la cessione definitiva della quota di questi ultimi alla famiglia veneziana.

    Siamo di fronte alla famiglia patrizia dei Morosini “Della Sbarra” del ramo di San Giovanni in Laterano. Nel 1532 Pietro ed Andrea Morosini promuovono la ristrutturazione del Castello che diventerà residenza di Andrea, a cui seguirà la costruzione della nuova parrocchiale: la CHIESA DELL’ANNUNCIAZIONE DI MARIA.

    Andrea Morosini ebbe due figlie femmine Elisabetta e Angela ed un figlio maschio Pietro che perirà prematuramente. Le due sorelle sposarono nello stesso giorno i due fratelli Marino ed Almorò Grimani del ramo di San Luca. Il Castello prende pertanto la denominazione di CASTELLO GRIMANI.

    Nell’anno 1586 il Castello subisce un incendio e viene distrutto, potrebbe essere stata questa l’occasione da parte di Marino Grimani, all’epoca proprietario, a far fare un progetto per la sua ricostruzione all’architetto vicentino Vincenzo Scamozzi.

    Iniziative per il gemellaggio

    Nel 2006, in occasione del primo incontro per il gemellaggio, è stato predisposto un primo opuscolo bilingue italiano-croato avente finalità divulgative dal titolo “Polesella Svetvin enat – Morosini et Grimani”, curato dagli studiosi Rossella Ruzza (per la parte grafica) e Stefano Turolla (per le indagini e ricerche storiche).

    Corredato da foto, immagini storiche ed iconografie, sviluppa brevemente la storia dei due paesi, delle due famiglie Grimani – Morosini, le loro origini ed il loro sviluppo, le vicende legate alle loro ville e castelli in loco, i loro Palazzi a Venezia.

    Nel 2007, il comune di Polesella, in vista del “Anno Europeo delle Pari Opportunità per tutti”, in collaborazione con il Consorzio per lo Sviluppo del Polesine, ha promosso una seconda azione a valenza culturale e sociale che ha coinvolto i due paesi gemellati.

    Al 2008 risale l’ultimo progetto significativo per il recupero dell’identità veneta in Istria, si tratta di uno studio specifico sui Grimani, importanti patrizi veneziani insediatisi a Polesella e a Sanvincenti.

    La ricerca si è concretizzata prevalentemente presso l’Archivio di Stato di Venezia, in parte presso l’Archivio di Rovigo ed in parte presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo. Nella scheda riportiamo i dati più significativi emersi.

    Nel 2009 si è sviluppato il terzo appuntamento, con un workschop su “Ambiente ed Educazione”, con l’obiettivo di avviare un percorso di riflessione, sia sul piano culturale che progettuale, a partire da quanto di buono è stato costruito in questi anni, con i diversi soggetti, istituzionali e non, che operano nei nostri territori.

    Nell’ottobre del 2011 si è svolta l’ultima iniziativa, con una visita di ben ottanta cittadini di Polesella a Sanvincenti. Promotrici le associazioni del paese quali: Il Sostegno, Avis-Aido, la Comunità Genitori, Università Popolare ed il Circolo Noi di Raccano, in collaborazione con l’amministrazione comunale.

    Obiettivo del viaggio: consegnare alla cittadina gemella una pubblicazione dal Titolo “Grimani: Polesella_Svetvin enat”.

    L’opuscolo è stato realizzato con finanziamenti regionali finalizzati all’identità veneta in Istria e Dalmazia.

    L’amministrazione comunale si è avvalsa della consulenza storico-architettonica del dott. Stefano Turolla coadiuvato dai collaboratori dott.ssa Roberta Pellegriti e dott.ssa Rossella Ruzza.

    A Sanvincenti il Sindaco e suoi stretti collaboratori ci hanno calorosamente accolto. Si è passati successivamente alla visita del centro storico del paese iniziando dalla chiesa di San Vincenzo che dà pure il nome alla località, un tempo la principale, oggi svolge il ruolo secondario di cappella funeraria trovandosi al centro del cimitero. Affreschi del XIII sec. di influsso bizantino opera del maestro Trevisanus Ognobenus, con scene di vita dei santi soprattutto importanti quelle di San Vincenzo.

    Tra le varie curiosità, la tomba degli ultimi Grimani di cui si è ipotizzato un prossimo restauro architettonico.

    Si è quindi passati alla chiesa parrocchiale dedicata all’Annunciazione di Maria e sosta nella Piazza denominata popolarmente “Placa”, dominata dal Castello al cui interno ci si è soffermati a considerare i suoi aspetti funzionali, difensivo prima, residenziale poi che ha visto l’alternarsi dei nobili veneziani Morosini e Grimani.

    Nella sala pubblica comunale dopo i saluti dei sindaci Dalibor Macan e Ornella Astolfi è intervenuto il vice sindaco Daniele Milan che si è soffermato sugli aspetti più rilevanti della pubblicazione.

    Dopo un veloce pranzo a base di piatti tipici locali, la comitiva si è spostata ad una ventina di chilometri per visitare Pola, prima di rientrare in Italia.

  • Il “tesoretto d’ambra”

    Il “tesoretto d’ambra”

    Sappiamo che il Polesine è un territorio che, a ragione, si può definire un museo a cielo aperto. In questa terra molto particolare, infatti, attraversata da molteplici corsi d’acqua che da millenni hanno condizionato l’alternarsi di insediamenti abitativi, l’uomo ha lasciato impronte del suo vissuto fin dai tempi della preistoria.

    Appassionati ed esperti archeologi dagli anni ‘60 ad oggi hanno portato in superficie tesori sorprendenti per la storia del nostro territorio, nascosti nelle viscere delle campagne alluvionali tra sabbie e strati di limo torbosi.

    In particolare lungo il paleoalveo della Filistina, detto anche Po di Adria – un antichissimo corso d’acqua che percorreva quasi tutta la lunghezza del Polesine fino a Loreo – sono stati individuati siti di particolare importanza a Melara, Castelnovo Bariano (Canar, Marola, Canova), Frattesina, Gognano, Frassinelle, Villamarzana, Arquà Polesine, Grignano, Borsea, S. Apollinare, San Martino di Venezze.

    Si tratta di località dove anticamente vivevano comunità attive in un arco di tempo riferibile all’età del bronzo finale e agli inizi di quella del ferro compreso tra il XII° e il IX° secolo a. Cr.

    Il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e il Museo Archeologico Nazionale di Adria, ma anche i più piccoli Musei di Ficarolo, Castelnovo Bariano, Fratta Polesine e Villadose, conservano preziose testimonianze di insediamenti protostorici, ed anche delle epoche successive caratterizzate dalla presenza di Greci, Etruschi, Romani, Goti ed Ostrogoti, vissuti o transitati nel nostro territorio.

    Il sito di Campestrin

    L’ultimo sensazionale ritrovamento in ordine di tempo risale ad una campagna di scavi avviata quattro anni fa. Nel 2009, a Grignano Polesine in località Campestrin, a pochi giorni dalla pensione del prof. Raffaele Peretto, che per anni ha diretto il Museo dei Grandi Fiumi, un gruppo di studiosi rinvenne vari frammenti di cocci del cui esame fu incaricata inizialmente Cecilia Colonna, specialista nello studio di reperti preistorici, (purtroppo prematuramente scomparsa).

    L’archeologo Luciano Salzani, grande esperto dell’età del Bronzo del Veneto e direttore della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, ha riconosciuto riferibile al Bronzo medio finale l’interessante materiale trovato in questo sito.

    Gli scavi nel sito di Campestrin nell’insieme si sono articolati in quattro campagne finanziate dalla regione Veneto e condotte dalla SAP (Società Archeologica Padana), con l’aiuto di una équipe di prestigiosi archeologi: Brian Howes, Luciano Salzani, che ha coordinato le ricerche, Michele De Michelis, archeologo della stessa SAP. Costoro hanno lavorato con il personale del Museo dei Grandi Fiumi: la dott.ssa Chiara Vallini, curatrice del Museo e responsabile scientifico, e la dott.ssa Nicoletta Cittadin, dirigente della sezione culturale del Museo; con alcuni collaboratori di enti e del Comune di Rovigo. Nell’occasione Mauro Cesaretto, restauratore di reperti archeologici e dal 1985 direttore del laboratorio di restauro presso il Museo dei Grandi Fiumi, organizzò un gruppo di lavoro composto da studenti dell’università di Padova, Venezia e Ferrara e del Liceo artistico di Rovigo.

    Dapprima i vari sondaggi restituirono materiali di un luogo confuso. In un primo momento si pensò al ritrovamento di una necropoli per la presenza di due tipi di sepoltura, ma nel secondo e terzo anno gli studiosi intuirono di trovarsi dinanzi ad una sensazionale scoperta archeologica, di portata internazionale.

    Il tesoretto d’ambra

    Fu allora, infatti, che emerse un inedito abitato artigianale protostorico, caratterizzato dalla presenza di una grande quantità di polvere e frammentazioni d’ambra: quasi sei chilogrammi di schegge di ambra leggera (ritenute scarti di lavorazione) frammiste a piccoli frammenti di ceramica decorata, di osso e di palchi di cervo e di manufatti nelle diverse fasi di lavorazione.

    Le ricerche si intensificarono: fu operato un grande scasso e furono rinvenute cinque piattaforme di lavorazione ben delineate e separate da canalette per lo scolo dell’acqua. Nello svuotamento delle canalette, sul fondo, comparve agli occhi degli entusiasti studiosi un vero e proprio “tesoretto d’ambra”: ambra grezza con foro piccolissimo, molte perle d’ambra semilavorate o finite, una vera e propria catena lavorativa per la produzione di astragali, di forme particolari di tipo Tirinto.

    Compresa la straordinarietà di questo eccezionale e travagliato sito di Campestrin¹, si decise di ampliare l’area d’indagine aprendo una trincea di circa 26 metri, in corrispondenza di un antico scavo, forse di epoca romana, cosicché furono rintracciate altre probabili piattaforme di lavorazione.

    Nel quarto e ultimo anno di scasso (2011), un’indagine stratigrafica della zona ha portato ad individuare il fondo di due capanne. E’ stato un luglio-agosto massacrante per quegli studenti universitari impegnati a setacciare sacchi di terra, ma la fatica è stata compensata dal recupero di una grande quantità di materiale assai interessante.

    Questo di Campestrin è stato definito “il più importante sito della lavorazione dell’ambra del Mediterraneo” – ci dice con soddisfazione Mauro Cesaretto esperto di archeologia sperimentale -. L’affascinante rinvenimento della “catena di lavorazione dell’ambra” nel sito di Campestrin è stato così straordinario da trovare recentemente risonanza a Roma, a seguito di una mostra tenuta lo scorso dicembre nella Capitale presso il Museo Etrusco di Villa Giulia. All’iniziativa ha portato il suo contributo il restauratore Mauro Cesaretto, che ha studiato il metodo di lavorazione dell’ambra degli antichi artigiani, coadiuvato in questo da amici ugualmente appassionati: Francesco Pavan, orafo di Mestre, Sara Garbellini, archeologa specializzata in manufatti in ambra etruschi.

    L’interesse e la curiosità di Cesaretto sono stati rivolti proprio ad ipotizzare quali strumenti di lavoro gli antichi artigiani avessero costruito, quali fossero le tecnologie utilizzate per la lavorazione dell’ambra e come fossero stati prodotti i frammenti d’ambra scoperti. Osservando i ritrovamenti dei frammenti in bronzo, e dopo tanta ambra impiegata, fornita dall’orafo Pavan, le varie intuizioni, finalmente hanno trovato riscontro, riattualizzando il metodo di lavorazione utilizzato dagli artigiani della Campestrin preistorica.

    A villa Giulia di Roma

    Tanti sforzi hanno avuto un significativo coronamento con l’invito giunto agli operatori del museo rodigino di partecipare a Roma al convegno dal titolo “Luce dalle terre dell’ambra: dalle rive del Baltico al Mediterraneo”, organizzato nel dicembre 2012 a Villa Giulia.

    Davvero singolare, fra l’altro, l’iter di questo invito. Incredibile a dirsi, la segnalazione della specificità polesana, partì addirittura dalla Repubblica baltica dell’Estonia. Fu infatti l’addetta culturale Ulle Toode dell’Ambasciata estone (a conoscenza che a Rovigo si faceva archeologia sperimentale relativa alla lavorazione della preziosa resina fossile) ad indicare la particolarità alla direttrice del Museo di Villa Giulia, dott.ssa Alfonsina Russo, soprintendente del Museo romano. Fu così che la direttrice Alfonsina Russo, insieme alle addette culturali delle ambasciate degli Stati Baltici (Lituania, Estonia e Lettonia), in occasione dell’importate manifestazione internazionale di Roma invitò Mauro Cesaretto e i suoi collaboratori a partecipare con azioni didattiche e di archeologia sperimentale da tenersi nel prestigioso Museo di Villa Giulia.

    Qui, per due giornate, il restauratore Cesaretto ha incontrato alunni delle scuole di Roma, interessandoli con la propria maestria e professionalità all’arte del restauro archeologico e a scoprire i segreti degli antichi artigiani nella fabbricazione di oggetti vari.

    Il successo dell’équipe rodigina è stato tale che la direttrice del Museo Etrusco ha chiesto di instaurare con il nostro Museo dei Grandi Fiumi una stretta collaborazione scientifica e didattica, proponendo ulteriori progetti con i Musei della Basilicata e dei tre Paesi del Nord d’Europa.

    Considerando il lavoro paziente, appassionato e sempre emozionante e la professionalità degli archeologi che per anni hanno contribuito a dare lustro al nostro Polesine, è auspicabile che non si lasci cadere da parte degli amministratori del Comune di Rovigo l’impegno preso di reperire risorse per la continuazione dello scavo nel sito di Campestrin, che ci potrebbe riservare nuove interessanti sorprese.

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