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Archivi: Articoli d’archivio

  • I luoghi degli Olivetani

    I luoghi degli Olivetani

    Il CPSSAE (Centro Polesano di Studi Storici Archeologici Etnografici di Rovigo) e la FIAB (Federazione Italiana Amici della Bicicletta, sezione di Rovigo), in collaborazione con la Provincia di Rovigo, il Comune di Rovigo, l’Accademia dei Concordi, hanno elaborato un percorso culturale che lega i possedimenti appartenuti ai monaci olivetani di San Bartolomeo, prima della soppressione del monastero nel 1810, durante la dominazione napoleonica. La definizione logistica del percorso, con dirette verifiche di fattibilità nei luoghi interessati, è stata curata da Antonio Gambato e Mauro Padoan.

    Si tratta di un facile itinerario che, partendo dal centro di Rovigo, si sviluppa prevalentemente lungo strade secondarie nella campagna a sud della città, da percorrere in bicicletta, ma risulta agevole anche a piedi. Un percorso lento ai margini di campi fertili (e tuttora a forte vocazione agricola) che ancora conservano le trame delle divisioni agrarie rinascimentali e dove permangono nella toponomastica antiche località riportate in documenti d’archivio. Si pedala o si cammina nel silenzio di una campagna non ancora invasa dalla pianificazione territoriale di aree commerciali o artigianali, ma ormai a rischio per gli sconvolgimenti previsti dal proseguimento della Transpolesana con il progetto dell’autostrada Nogara-Mare.

    Rovigo è partenza e arrivo dell’itinerario, ma qualsiasi altro luogo di questo chiuso percorso può andar bene per iniziarlo e completarlo. Preferiamo partire da Rovigo per comodità, ma anche perché è a Rovigo che giunsero i primi monaci dell’ Ordine di Monte Oliveto.

    Fu nel 1474 che Papa Sisto IV decretò il passaggio all’ Ordine Olivetano del monastero di San Bartolomeo di Rovigo, precedentemente governato dagli Umiliati, un movimento evangelico, questo, sorto due secoli prima tra i lavoratori della lana. All’arrivo degli Olivetani in città collaborarono, con particolare diplomazia, i fratelli Bartolomeo e Nicolò Roverella, il primo cardinale e arcivescovo di Ravenna, il secondo abate generale della Congregazione Olivetana. Nello stesso anno, per consentire il sostentamento al nuovo centro religioso, vi furono uniti i beni dell’Abbazia di San Pietro in Maone e la Chiesa della Madonna dei Sabbioni.

    Proprio per ricordare chi portò gli Olivetani a Rovigo il nostro itinerario parte da Piazza Vittorio Emanuele II, dove si impone il Palazzo Roverella, uno dei più interessanti edifici civili di Rovigo, attribuito all’architetto ferrarese Biagio Rossetti. Fu fatto costruire dal citato cardinale Bartolomeo, membro della potente e ricca famiglia Roverella che nel secondo Quattrocento fu arbitra della vita civile e religiosa di Rovigo, di Ferrara e dello stato estense. Con l’arrivo delle truppe della Serenissima nel 1482, durante la famosa “Guerra del Sale”, il palazzo venne così descritto dal cronista veneziano Marin Sanudo “…non compido, cossa magnificentissima; et è grande, ben fabricato, et posto sopra l’ Adexe, alto ben composito.” Dopo la conquista della città da parte della Repubblica Veneta, il Palazzo ebbe svariati utilizzi impropri e, da ultimo, nel secolo scorso, fu sede scolastica. A seguito del recente radicale restauro è stato finalmente valorizzato come sede delle Pinacoteche dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile, oltre che ad ospitare mostre di particolare valenza.

    Dalla piazza principale di Rovigo prende dunque il via l’itinerario cicloturistico con prima destinazione la Chiesa della Madonna dei Sabbioni (conosciuta dai più come Chiesa del Cimitero). Un edificio sacro dalle antiche origini, costruito anteriormente al secolo XV, dove era presente un capitello di devozione popolare dedicato a Maria.

    Nel Cinquecento per opera dei monaci olivetani il tempio fu rivitalizzato anche grazie alla costruzione di tre stradoni che si dipartivano dal suo piccolo sagrato. Opere ancora oggi ben riconoscibili: i primi due stradoni, uno verso la chiesa con San Bartolomeo, l’altro verso la strada per Adria, oggi si presentano unificati nel viale Antonio Oroboni; il terzo porta tuttora in centro e corrisponde al viale Santa Maria Chiara Nanetti.

    Nell’Ottocento la chiesa fu incorporata nel cimitero cittadino con la realizzazione dell’attuale facciata di gusto neoclassico, dove a metà Novecento fu collocata la bella figura di angelo in volo, opera dello scultore Virgilio Milani.

    Molto breve si presenta il tragitto per raggiungere il vicino Monastero di San Bartolomeo, interessante complesso architettonico che subì demolizioni e ricostruzioni già dai primi anni della presenza dei monaci olivetani.

    Il primo chiostro fu concepito in pure forme rinascimentali attribuibili a Biagio Rossetti. Alla metà del Cinquecento fu edificata la chiesa, completata dal campanile sul finire dello stesso secolo.

    Risalgono alla seconda metà del secolo successivo la costruzione del secondo chiostro, mentre la chiesa venne successivamente impreziosita con stucchi di gusto barocco.

    Dopo la soppressione napoleonica il monastero fu sede di opere assistenziali, i Luoghi Pii Riuniti e la Casa di Riposo, e dal 1980 del Museo Civico di Rovigo, che, dopo il completo restauro dell’immobile e l’avvio nel 2000 di un nuovo allestimento, prese il nome di Museo dei Grandi Fiumi.

    Nei secoli un cui fu attivo il Monastero, il suo sostentamento derivava prevalentemente dalla rendita dei beni agricoli, per lo più precedentemente appartenuti all’Abbazia benedettina di San Pietro in Maone. Questo centro religioso esisteva già nel secolo XI e dipendeva dall’ esarcato di Ravenna come la vicina Abbazia di Gavello. Possedeva beni nel Ferrarese, nel Padovano e nel Polesine, territorio che, a seguito della Guerra del Sale conclusasi nel 1484, fu spartito tra Estensi e Veneziani.

    I possedimenti degli Olivetani erano nel Polesine di Rovigo, sotto la Serenissima, per buona parte ai limiti meridionali con il confine del Polesine di Ferrara.

    La prosecuzione del nostro itinerario, ci porta ad imboccare la pista ciclabile sulla sponda sinistra dell’Adigetto per inoltrarci in quelli che furono i vasti possedimenti olivetani di Sant’Apollinare, Romagnano, Baltun, Grumolo, Selva Veneziana. Quest’ ultima località, oggi Fenil del Turco, comprendeva i beni Ultra Canalia (l’odierno Canalbianco) di Ca’ Rossa, Ca’ Verde, Ca’ Bianca, Ca’dell’Olmo, Ca’ dell’Arzere. Sono tutti toponimi questi riportati sia nei registri annuali delle entrate ed uscite del Monastero, sia nelle precise mappe catastali dei terreni, conservate presso l’Accademia dei Concordi ed ancor oggi radicati nelle varie località che interessano il percorso in bicicletta.

    Completata la pista ciclabile, dopo un brevissimo tragitto sulla strada arginale, deviamo a destra (via della Conciliazione) per raggiungere la strada provinciale, che imbocchiamo con direzione Ceregnano, per inoltrarci ben presto lungo una sterrata che ci porta nella località di Baltun.

    L’ambiente, come un tempo, è in gran parte agreste. Va detto che nei primi anni di presenza degli Olivetani, particolare cura fu rivolta dai monaci alla sistemazione giuridica ed economica delle campagne, mal ridotte per l’incuria degli amministratori e per la mancanza di opportuni controlli. Si ridefinirono i confini delle proprietà del monastero, riunendo in grosse aziende appezzamenti vicini. Impegno fu rivolto al restauro degli edifici monastici, delle chiese e costruzioni cadenti distribuiti nei vari possedimenti.

    Ogni grossa proprietà faceva capo ad una casa dominicale dove risiedeva il fattore e dove i monaci si recavano in varie occasioni durante l’anno. Annesse alla casa dominicale erano la chiesetta, la stalla con fienile e barchessa.

    Due sono i complessi significativi ancora superstiti nella vasta zona controllata dagli Olivetani: la corte e l’annessa chiesetta di San Pietro in Baltun nel contado di Sant’ Apollinare e quella di San Lorenzo all’Olmo tra Fenil del Turco e Pontecchio.

    Alla fattoria di Baltun, caratterizzata dall’elegante porticato della barchessa, nel 1610 gli Olivetani affiancarono l’oratorio dedicato a San Pietro che, grazie all’accurato restauro e alla volontà dell’ attuale proprietario, Alberto Nicoli, è agibile ed aperto a periodiche funzioni religiose. Nella singolare facciata si stacca dallo spiovente del tetto la struttura che ospita la piccola campana e una cornice in cotto racchiude lo stemma olivetano. Semplice e dignitoso si presenta l’arredo interno: sull’ altare la statua del santo patrono e una interessante acquasantiera con il simbolo monastico.

    Inizia ora il tragitto più lungo del nostro itinerario (di cui la prima parte in sterrato) con direzione Fenil del Turco, che superiamo per poi imboccare il lungo rettilineo della strada arginale dello Scolo Pontecchio.

    Individuate nella campagna le citate boarie (Ca’ Bianca, Ca’ Rossa e Ca’ Verde), si prende una carrareccia sulla destra per raggiungere il secondo sito superstite negli ex poderi degli Olivetani: l’oratorio di San Lorenzo all’Olmo che risale al 1580.

    La sua bella facciata fu rifatta nel 1671 e subì un restauro nel 1888. Purtroppo la chiesa versa nel più completo abbandono con evidenti tracce di degrado. La sua pregevole pala d’altare, La Vergine in gloria con San Lorenzo, San Bellino e Santa Martire, dipinta nel 1702 da Giovanni Battista Cromer, è attualmente custodita presso un privato.

    Le campagne erano date dai monaci in affitto o a mezzadria. La principale produzione agricola era quella dei cereali. Prevaleva il grano, ma dal Seicento per certi periodi ebbe il sopravvento il mais: è documentata per la prima volta la semina di fromentone a Baltun nel 1588. Altri prodotti erano avena, orzo, canapa, fagioli, lino, uva…

    Una parte del raccolto serviva per la sussistenza dei monaci e dei dipendenti del monastero: gastaldi, cocchieri, medico, avvocato, lavandaia, passatore del Canalbianco, organista… Quanto rimaneva veniva venduto tramite commercianti prevalentemente padovani o veneziani.

    Oltre alla coltivazione agricola, notevole fu il ruolo dell’allevamento del bestiame bovino e ovino affidato a boari e pastori.

    Nel Cinquecento molte case nelle campagne erano totalmente o parzialmente in canna e, per quanto in seguito fossero state per buona parte ricostruite in muratura, molte continuarono ad essere di modeste dimensioni: una o due stanze con camino, affiancate dalla teza, adibita a deposito di attrezzi e a pollaio.

    Dall’Olmo inizia la via del ritorno, imboccando una via che si snoda in mezzo ai campi (via Cappello), per completare un percorso circolare che ci riporta nella zona di Sant’ Apollinare, la cui chiesa raggiungiamo dopo aver superato i due vicini ponti che superano il Collettore Padano ed il Canalbianco.

    Il tempio e la parrocchia ci rimandano a Ravenna dove il citato Bartolomeo Roverella (dal cui palazzo ha preso il via il nostro itinerario) rivestì la carica di Arcivescovo. Soltanto nel 1818, con il riordino delle diocesi, la parrocchia di S. Apollinare fu staccata da Ravenna ed unita alla diocesi Adria.

    A Sant’ Apollinare ha dunque termine il nostro itinerario, per cui raggiungiamo la località S. Sisto per ritrovare la ciclabile dell’Adigetto e tornare al punto di partenza in centro a Rovigo.

  • Adone Vendemmiati (1870-1931)

    Adone Vendemmiati (1870-1931)

    “Vero tipo di autodidatta, viaggiò a scopi commerciali l’Europa, l’Africa, l’Asia Occidentale e l’America….”, così Antonio Cappellini introduce la figura di Vendemiati Adone nel volumetto Il Polesine Intellettuale, pubblicato nel 1954 dalla Tipografia Scatolificio Genovese di Genova.

    Adone Vendemiati nacque il primo giugno del 1870 a Lendinara, dove trascorse gli anni giovanili e dove frequentò la Scuola Tecnica dalla quale si licenziò con buoni voti.

    Poco più che ventenne, recatosi in Francia, partecipò ad alcuni corsi liberi dell’Università parigina, mentre alla matura età di 47 anni circa, lo ritroviamo in America del Sud a scrivere articoli sulla rivista Produccion y Consumo, da lui fondata nel 1917 e diretta per diversi anni.

    In quelle pagine racconta le sue vicende avventurose vissute in diverse parti del mondo, tra cui la sua esperienza di operaio ai mercati parigini mentre si dedicava anche agli studi universitari. E proprio nella metropoli transalpina trovò lavoro presso un’ importante azienda che importava ed esportava frutta ed erbaggi, divenendo in breve un grande esperto del settore.

    Racconta il Cappellini: “Al gusto degli studi e della cultura, egli accoppiava una intuizione rapida degli affari, sicché divenne ben presto uno specialista in materia di esportazione di prodotti agricoli”. Tanto che ottenne vari riconoscimenti, tra cui il titolo di “Re della frutta” conquistato in Argentina, dato che suo fu il merito di avviare l’esportazione dei prodotti agricoli argentini verso il mercato del Nord America.

    Stabilitosi definitivamente nel nuovo continente, si occupò anche dei commerci con l’Italia, promuovendo l’importazione in Sud America della canapa da destinare all’impiego industriale Argentino e, come ricorda ancora il Cappellini: “A lui si devono le modificazioni introdotte dal Governo ai dazi doganali russi sulle importazioni dei prodotti coloniali francesi e gli studi pratici per la sistemazione del patrimonio pomologico della Francia, nei riguardi dell’Inghilterra.”

    Stimato e conosciuto in tutto il territorio Argentino fu incaricato dal medesimo Governo di portare, in qualità di esperto, consigli in svariate Commissioni, tra cui ricordiamo: l’Esposizione internazionale di Rio de Janeiro del 1924 e quella delle tariffe ferroviarie.

    A Buenos Aires, dove si stabilì, ottenne la carica di “Presidente della Camera di Commercio Italiana” e di “Presidente della Fondazione Generale delle Società Italiane della Repubblica Argentina”. Fece parte del Consiglio di Amministrazione del giornale La Patria degli Italiani, il più importante e venduto (50.000 copie) in lingua italiana, che usciva con il sottotitolo L’Italia al Plata e che lo rese noto al grande pubblico italo-argentino per gli articoli da lui firmati.

    Il Cappellini, che ben lo conosceva in quanto amico intimo, così lo descrive: “Aveva la facilità di parola colla quale esponeva e coloriva il suo pensiero; il racconto nutrito e frizzante, il suo stile giovanile, ma corretto, avevano la virtù di attirare attorno a lui alunni e amici ascoltatori, così come le sue prose firmate erano lette d’un fiato, poiché in esse egli vi profondeva tutta la squisitezza del suo sentire, veritiero ed onesto, come onesto era ogni suo pensiero, ogni suo atto”.

    Ancora, così lo scrittore evidenzia il discorso che il Vendemiati pronunciò in occasione della venuta in Argentina del Principe Umberto di Savoia: “Nè va dimenticato il discorso elevatissimo da lui pronunciato nel giugno 1924, in onore del Principe Umberto, quando S.A.R. nel viaggio in Argentina, accompagnato dal Presidente della Repubblica Marcello de Alvear, volle visitare la sede della Federazione Generale delle Associazioni Italiane, avendo per guida il Vendemiati”.

    Fu proprio in quell’occasione che si stabilì di elevare la sede diplomatica italiana ad Ambasciata.

    Nel gennaio del 1925 Adone Vendemiati rimpatriò per stringere, a Roma, un patto d’unione spirituale tra lui stesso in quanto “Capo della Federazione della Società Italiana della Repubblica Argentina”, che contava oltre quattrocentomila soci, e il “Capo dell’Ordine dei Figli D’Italia di New York”, Giovanni Di Silvestro. Questo patto d’alleanza proponeva l’avvio di una cooperazione facilitando così gli scambi intellettuali e morali fra le due Americhe, promuovendo la cultura italiana e, nel contempo, avrebbe contribuito ad aiutare e proteggere gli immigranti italiani. (Si fa notare che dal 1871 al 1930 gli immigrati italiani rappresentavano il 43,6% della popolazione straniera in Argentina).

    Dalla Gazzetta Ufficiale n. 222 del 24.9.1926 risulta che Vendemiati Adone, con decreto 2 maggio 1925, “è stato nominato commendatore suddito italiano, residente all’estero”.

    In Argentina vi fece ritorno, portando però sempre nel cuore il ricordo della cara terra natia e, nella rivista Produccion y Consumo, nella pagina Rimembranze, scriveva: “I Lendinaresi, come i Veneziani, amano il loro bel campanile. Lontani lo ricordano con senso di orgoglio e indarno sperano trovarne uno di somigliante. L’umile Battistero, che gli sta accanto, sembra affidi a lui tanto più alto, l’amoroso compito di vigilare sui passi de’ suoi figli emigrati. E l’Angelo lucente che lo sovrasta, che pur ci ha visti crescere, giuocare e correre attorno a lui, fa sentire solo a noi, tanto lontani, lo squillo della sua tromba, che ci trasmette, attraverso le onde degli oceani, la canzone del paese: E quella canzone or gaia, or triste, è per noi sempre il canto nostalgico, che invoca il nostro ritorno”.

    L’interesse per gli immigrati italiani, oltre all’impegno profuso per lo sviluppo economico ed intellettuale si manifertò chiaramente anche nell’ambito culturale. Fra gli altri incarichi da segnalare quello di consigliere del Comitato Bonarense della Dante Alighieri, che aveva lo scopo di diffondere e di tutelare la lingua e la cultura italiana nel mondo.

    Da non dimenticare le generose oblazioni, che destinava al Circolo Italiano, alla Pro Schola, al Patronato, agli Asili e alle Associazioni di Mutuo Soccorso, ricevendone stima e riconoscimenti.

    Morì improvvisamente in Buenos Ayres il 23 settembre 1931.

    Altre informazioni:

    Il Vendemiati viaggiò in diverse parti del mondo, toccando il suolo del Sahara, della Nubia, dell’Egitto, della Palestina, dell’Arabia e della Mesopotamia e per la sistemazione coloniale di importanti gruppi di persone stabilite in Palestina ed in Arabia, ottenne un concorso internazionale (notizia tratta da Il Mattino d’Italia- Buenos Aires, 23 settembre 1931).

    Fu amico intimo del poeta Giovanni Salustri detto Trilussa, conobbe Emilio Zola, Lord Kromer, Riccardo Straus, Francesco Cirio, Leoncavallo, Carlo Hagenbeek, l’ammiraglio Bettolo, Venizelos, Luigi Luzzatti, Giovanni Bovio, Amilcare Cipriani e molti altri uomini politici, giornalisti e letterati dell’epoca.

    Ringrazio sentitamente il sig. Gianni Cappellini di Lendinara per la documentazione relativa alle note biografiche di Adone Vendemiati, messami gentilmente a disposizione.

  • L’intrepido Lino Beccati (1913-1999)

    L’intrepido Lino Beccati (1913-1999)

    “Coraggioso e tenace operatore di mezzi d’assalto di superficie, con altri valorosi – già compagni nei rischi e nelle fatiche di un durissimo addestramento – dopo difficile navigazione forzava una ben munita base navale avversaria, superando un triplice ordine di ostruzioni. Nella rada violata, quando già era imminente l’alba, con freddezza pari al coraggio, attendeva, riunito ai compagni, che il Comandante della spedizione procedesse al riconoscimento ravvicinato degli obiettivi e li assegnasse all’audacia dei suoi uomini. Una volta ottenuto il via, si lanciava con saldo animo all’assalto contro grossa petroliera affondandola e coronando così del successo, con l’alto spirito aggressivo, la concezione teoricamente perfetta dell’impresa. Degno in tutto delle più alte tradizioni di eroismo della Marina Italiana”.

    Nato a Porto Tolle il 23 maggio 1913, Lino Beccati fin da giovanissimo aveva manifestato un considerevole interesse per la navigazione, cosicché a 18 anni giunse a proporsi come volontario nella Regia Marina ed assegnato dal dicembre 1931 alla categoria Meccanici.

    Nel 1933 conseguì la promozione a Sottocapo, e venne imbarcato sulla nave idrografica Magnaghi, in missione nell’Oceano Indiano.

    Al rientro dalla lunga crociera, venne destinato alla X Flottiglia MAS di La Spezia e, nel 1936, durante il conflitto italo-etiopico, operò presso il Centro Comunicazioni del Comando M.M. di Asmara.

    Promosso 2° Capo Meccanico nel 1938, venne imbarcato sulla nave da battaglia Giulio Cesare e circa un anno dopo venne imbarcato sull’Aurora, la nave personale del Duce, dove rimase fino al 1940.

    All’inizio del 2° conflitto mondiale passò alla X Flottiglia MAS, dove iniziò il duro addestramento di Operatore dei Mezzi d’assalto di superficie (i famosi barchini M.T.M.).

    In particolare fece parte del manipolo composto da sei “Arditi” che, terminato il duro addestramento in prevalenza notturno, furono imbarcati, assieme ai loro mezzi, su due navi della R. Marina: il Crispi e il Sella destinati a compiere una missione rischiosissima.

    I sei intrepidi furono abbandonati in mare aperto con i loro mezzi d’assalto a 15 miglia dall’isola di Creta, dove portarono a compimento un’audace impresa senza ritorno. Il loro compito era di forzare la Baia di Suda (Creta), già occupata dal novembre 1940, dalle forze inglesi.

    La missione raggiunse l’obiettivo e Lino Beccati, con il suo barchino, affondò la petroliera britannica Pericles.

    Questa coraggiosa impresa fu la risposta immediata che la R. M. Italiana intese dare a quella inglese, dopo aver subito, dalla stessa, un disastroso attacco aereo nel porto di Taranto, dove gran parte della flotta italiana era stata affondata. In quell’occasione solo la nave da battaglia Giulio Cesare era sfuggita al disastro, riuscendo a prendere il mare aperto.

    L’esito positivo della missione italiana, in cui si distinse per l’ardimento il portotollese Lino Beccati, significò per la R. Marina il libero transito nel Mare Mediterraneo Orientale. Quella inglese, invece, colta di sorpresa nella baia di Suda, all’alba del 26 Marzo del 1941, dovette accusare il duro colpo poiché vide affondare la sua prestigiosa corazzata York, la petroliera Pericles, che riforniva la base di carburanti e altre tre navi da carico.

    Per gli “Audaci” nostri uomini, era questa una missione senza ritorno, infatti, le prospettive erano solo due: morte o prigionia. Fortunatamente i sei “Audaci” non perirono in quelle acque. Furono fatti prigionieri dagli inglesi e la loro liberazione avvenne solo dopo la fine del conflitto.

    Riguardo all’incredibile azione italiana, perfino Winston Churchill ebbe parole di ammirazione per il coraggio dimostrato dai sei italiani, che portarono a compimento un’impresa ritenuta impossibile.

    Lino Beccati, rientrato in Italia dalla prigionia, nel 1945, tornò attivo nella marina italiana con varie destinazioni operative. Nel 1961 venne nominato Direttore di Macchina sulla nave cisterna “Po” e poco dopo gli fu assegnato il comando della stessa con base a Messina.

    In seguito ebbe il grado di Capitano di Corvetta.

    Gli ultimi anni di servizio li trascorse a Roma, presso il Ministero della M. M., dove raggiunse il grado di Capitano di Fregata.

    Una vita impegnata, la sua, non solo nell’ambito della Marina Militare, per cui non gli mancarono vari riconoscimenti. Oltre alla Medaglia d’Oro al V. M., gli furono conferite le onorificenze di: Cavaliere, Ufficiale e Commendatore. Personaggio di tutto rispetto, fu ricevuto in Vaticano dal Papa Giovanni Paolo II.

    È morto a Roma il 6 Novembre del 1999 e la comunità di Porto Tolle in più occasioni ha manifestato l’orgoglio di poter annoverare tra i suoi cittadini illustri un personaggio di così riconosciuto valore.

  • Da “Le cante” di Gino Piva

    Da “Le cante” di Gino Piva

    VECIA CITA’

    Vecia çità de la me vecia zente, con l’Adeseto che te taja in parte, vecia çità senza beleze d’arte, ma con do’ fiumi che te passa arente¹, col çiel de nebia su le grame case e i orti intorno semenà de pase:

    o nata sconta come un fior de vale, dentro un intrigo d’aleghe marine, o scampo de remenghi tra le brine piene de zighi corti de cocale; o nata da la rabia millenaria del mar che scampa imbalsamando l’aria²;

    in ogni tempo sempre bona e forte, come la tore negra del Castelo, adesso che la luxe me fa velo lassa che bata ancora alle to porte e a me sorela ghe dismissia i soni³ dentro del çimiter dei nostri noni.

    (…)

    Grisa çità, coverta de fumare, coi copi bassi e i portegheti neri, zuche baruche, pomicoti e peri, e pinze calde chi le vol comprare; grisa çità coi ponti e col Castelo e nebie che se verze e mostra el çielo;

    (…)

    da l’Adese, dal Po, da vale e campi, da fossi, scoli, gorghi e çimiteri, da sieve, da pelagni e da sentieri, quando che l’aria xe impizzà de lampi, ciama tuta, o çità, la nostra zente dispersa par el mondo che non sente:

    i morti, i vivi, i noni e le sorele, tuti i fradei che gà lassà ‘sta tera e dopo più non xe tornà la sera a le so case par contar le stele: ciamali tuti quando ruza el vento e le nuvole scapa de spavento⁴.

    LA BADIA DE LA VANGADIZZA

    (…)

    “Santo padre, son foresto¹ e i me sogni fin a qua, i me insogni senza sesto, Santo Abate i m’à portà.

    Da mil’ani che camino no ricordo niente più e davanti a vu m’inchino par saverghene da vu.

    Se no fala e me carte, par un caso del destin, me ritrovo da ‘ste parte proprio avanti a Fra’ Martin.

    Se la mente me s’indrizza – e mi credo un fià de sì – questa l’è la Vangadizza, Santo Abate. L’è cussì?”

    E in questa, parlando al sant’omo, ghe baso in zenocio le man: me par la so ciesa un gran Domo in tel verto dei fiumi e del pian.

    Ma varda le lodole mate, nel çielo che sagra le fa! Le canta al foresto e all’Abate, dal çielo calando sui pra.

    “L’è la vanga, forestiero, nostro segno in ‘sta Badia – dixe el Padre – e nostro fero, forse el meio che ghe sia.

    Quando ancora par ‘sta tera gnanca un muro se levava, – rote d’acqua e sempre guera – Almerigo el fabbricava

    su le mote ‘na cieseta²; altri principi devoti ghe zontava ‘na caseta po’ ‘un convento coi so voti.

    Cussì, insieme a pochi frati, mi, Martin, son qua vegnù e campana bati, bati, la Badia s’è fata su.

    Su ‘ste sponde se bateva Este, Padova, Verona³; ogni casa la voleva che la sua la fosse bona;

    ma ‘sti frati del convento i voleva Casa d’Este, Casa nostra e salvamento sora tute le tempeste.

    Da la tore del Marchese “Este sempre!” se zigava: che guidasse le so imprese la Madona se pregava;

    e se un giorno fin a qua, col comando del più forte, Barbarossa l’è rivà, se ga varto sì le porte:

    ma la vecia Signoria che n’aveva messi al mondo, bona guardia a ‘sta Badia la ga fato fin in fondo,

    fin a quando su la tore le bandiere marchesane l’è tornà con ogni onore saludà da ‘ste campane.

    Po’ contarve più non so domè cruzi e tananai⁴, rote d’Adese e de Po, guere, foghi e grandi guai.

    In ‘sto logo tanto chieto, in ‘ste case del Pizzon, qua, tra el Vedro e l’Adeseto, l’è sucesso un robalton⁵.

    Se ‘ste tombe⁶ le podesse dire sola ‘na parola de ‘ste robe ch’è sucesse, oh! Fradelo, che gran fola!

    Più le tore⁷, più el Castelo, più l’onore del Convento; in te l’aria de ‘sto çielo tuto via l’è ‘ndà col vento.

    Vangadizza roba morta erbe mate su pe ‘l muro: Martin solo su la porta l’è el fantasma che tien duro.

    O fradelo, andè con Dio, dir non posso più de tanto, che me speta Benedio, el me capo, el me gran Santo.”

    El Pare, dixendo cussì, ciapava la strada più scura – e l’era el dormire del dì – sparindo fra fiume e pianura.

    Alora da un fresco rosaro ò voluto spicare ‘na rosa e avanti portarla a l’altaro che per la Madona gloriosa⁸

    i ga fato in tempi cristiani, scoltando in tel scuro se ancora un respiro de tempi lontani ghe fusse in chèl logo e in chèl’ora.

    Scoltando, çercando, el respiro se sente, e tant’ombre se vede, de frati che torna al ritiro: e vegna fin qua chi non crede.

    Coi frati ghè zente de spada. L’altar de candele se impizza, se verze la porta de strada, un nome se fa: Vangadizza.

    Dai campi vien suso la zente, ritorna la tore a Badia, ne l’Adese stele contente se mira: e la luna la spia.

    QUANDO A ROVIGO MEZOGIORNO SONA

    Quando a Rovigo mezogiorno sona¹, fasoi che boie e mescole che mena: soto el parolo – e sbingola cadena – bronze de fasso² e fiame de fassina.

    I xe fasoi de ‘na più bela tega e ‘l xe più ‘legro fogo che ghe sia e Gesù sia lodato e po’ Maria, la xe polenta de la meio laga³.

    Quando a Rovigo mezzogiorno canta, le bine de pan moro de Stanao i lo sa tuti che le riva in cao⁴ e che le pinze le se compra a spenta.

    Quando a Rovigo i sona a la Rotonda, segno che San Bortolo gà finio, Sant’Agostin, pistando, ghe va drio; e ‘na volta i sonava a la Comenda…

    San Roco⁵, el povarin, no’ ghe na voja, scampana inveçe in pressia i Capuçini, ghe manca a San Francesco do cantini, el campanon de piaza l’è ‘na sveia.

    El Domo po’ el se dà de l’importanza, San Domenego el xe ‘na racoleta; a la Madona dei Sabbioni, i speta el mezogiorno i morti e i gà pazienza.

    Quando a Rovigo mezogiorno passa no’ ghe scodela che la resta svoda e de scondon, sul Ponte de la Roda, se pol catare la più mora dressa.

    Ghè per le bionde el Ponte de la Sale ma per quel ponte ghe ne passa poche; in Piaza se fa vedare le cioche⁶ e le più furbe va per le Zemele.

    E se le va sui ponti o su la strada, n’essere de mi gelosa o Ciara Stela, ma inasiame⁷ anca a mi la to scodela e daghe al me sculiero ‘na forbida.

    Destira su la tola la tovaja ordià da ti col càneo⁸ de Belfiore, o Ciara Stela⁹, vissare mie, amore, boca de rosa e vita da paveja!…

    Te impinirò de vin la bocalina, de quelo che ne piase, de golena, te basarò, po’ dopo, a boca piena, sul bianco petesin come la pana.

    Ma questo, Ciara Stela, l’è un bel sogno e ti non te si che la mi Sognada quando d’andare solo per la strada son stufo come un re che n’abbia regno.

    (…)

    Quando a Rovigo mezogiorno sona e ti per caso te si sperso fora, varda de ritornar a la fersora¹⁰ de Ciara Stela e a mescole che mena.

    PONTE DE BARCHE

    (…)

    Tante barche sta sul fiume¹ da ‘na riva a l’altra riva e con ele qualche lume grando come ‘na faliva

    E se vede tante giosse – ele lagrime del mondo? – dentro el Po cascare rosse zò dai lumi fin tel fondo.

    Le cadene scrica, scroca, l’acqua ruza, supia el vento e le barche s’cica, s’cioca dentro l’acqua de spavento.

    Zà se mola le cadene, che tien ferme le batèle, va sott’acqua le golene e nel çiel no’ ghe più stele.

    Passo el ponte, la salvezza tra Botrighe e Contarina: supia el vento, la careza del remengo che camina. (…)”

    CASE DE CANE

    Le case disperse, lontane dal mondo, xe fate de cane¹ e a mi, che le vardo, me pare ‘sto logo de zente gran bona çercà su ‘sta tera fintona par poderse insognare.

    Chi vive qua dentro, casete, sa tute le cose segrete del cuore dell’uomo, o non sa? Non sente chi vive qua dentro malani, speranze, tormento e ‘na qualche pietà?

    Pietà per raquanti ch’andemo a çercar chi sa cosa, e no’ semo un gnente de gnente in ‘sto tondo, pietà per le nostre fortune ch’insieme le cambia a le lune in ‘sto giro del mondo.

    Casete de cane, disperse, la porta che a l’alba se verze, lassè pure verta a chi speta da l’arzare longo del fiume che in tute s’impizza el so lume, come el cuor del poeta.

    Un fumo de cane e de foie, de soto el parolo che boie, ‘na nebia dispersa, leziera, che l’Adese porta a la bassa campane, e po’ n’omo che passa: cussì riva la sera. (…)

    EL BOVARO FASOLO

    Chi xe ‘sto bovaro che i ciama Fasolo¹, chi xelo mai ‘st’omo che tuti conosse, che parla a la gente col cuore d’un fiolo, che dise ai bovari: “colmemo la fosse che l’uno co’ l’altro ne fa star distanti, bovari e vilani, su, femose avanti!”

    Chi xelo ‘sto mago in bareta de lesca, la fuma de tera, le sgalmare pese, che dentro tel cuore de ‘sti omani el pesca e l’anima tuta dentro i oci te lese? Costù che camina per ogni sentiero e ‘n solco che el varda conosse el gomiero?

    Da ‘n’arzare a l’altro, dal Tartaro al mare, su l’Adese e ‘l Po, traverso ‘na vale, per campi e paesi m’ò messo a çercare, versendo le porte di case e de stale, parlando co’ tuti, fin anca coi bo, in çerca del Mago, tra l’Adese e el Po.

    Infin go savesto, de note, in secreto, ‘na storia che, credo, nissuno la sa e mi, che ghe tegno desser discreto, dir gnente no’ posso de chi l’à contà. In riva d’un gorgo, la luna vardava, viçin g’era un piopo e quel altro contava…

    In tempo d’inverno, le foleghe in giro, de soto le cane, tra stala e paiaro – el fredo de fora cavava el respiro – l’è nato Fasolo da sangue bovaro² al tempo dei tempi, de quando i dixeva che i Santi t’i campi passare i vedeva,

    i manzi parare e piantare el guielo – i santi de alora co brave persone! – indove che ‘desso ghe xe ‘n capitelo e fiori de fosse ghe porta le done. Da bon che ‘sti santi, bovari anca lori, i stava in quei tempi in contrasto coi siori.

    (…)

    Fasolo, cressendo, le brute e le bele ‘scoltava contare dai Santi vilani. Cussì tuti i giorni, da l’alba a le stele e i giorni passava muciandose i ani. La povera gente de cruzi moriva… restava Fasolo che tuto el capiva.

    (…)

    Vardando e ‘scoltando, Fasolo, le file dei grami vilani, pensava ai so lagni e drento la tera ficando el badile ciamava, quel Mago, a gran voçe i compagni. “Avanti remenghi, despersi in tel solco, e suso la testa!” zigava el Bifolco³.

    (…)

    Le lodole mate sui campi cantava E dopo svolava fin drento nel sole, ‘na fila de piopi colore cambiava tremando col vento. Con poche parole par tuto ingrumava la gente Fasolo e tuta la gente credeva in lu solo.

    Quel omo bifolco dei tempi lontani marciare el doveva con gamba sicura⁴ restando par sempre bovara figuraa che ciama i compagni da stale e da fosse e suda con lori fin l’ultime giosse.

    In tempo d’inverno, le folaghe in giro, de soto le cane, tra stala e paiaro intanto ch’el fredo cavava el respiro l’è nato Fasolo da sangue bovaro, al tempo dei tempi, de quando i dixeva che i Santi t’i campi passare i vedeva.

    • Le immagini a corredo delle poesie di Gino Piva sono tutte tratte dal volume “Polesine”, Acquarelli di Carlo Campi

    VALE SALSA

    Come un sentiero in mezo al mare morto, ‘na strada bianca. Questa xe la vale. Acqua, silenzio, un svolo de cocale; desora a tuto un çielo ciaro-smorto¹.

    Intorno intorno, fin ca l’ocio ariva a non gh’è gnanca un gnente che se veda e ‘na voçe no gh’è perché se creda d’essare al mondo come roba viva.

    Ma mi pur sento de ‘sta vale morta tuti i sospiri e nel scoltar m’incanto e me par che a farla sia sta gran pianto d’anima in pena che no’ se conforta. (…)”

  • Gino Piva (1873-1946)

    Gino Piva (1873-1946)

    Della triade di poeti, di riconosciuto rilievo, che hanno caratterizzato il Polesine nella prima parte del Novecento – Gino Piva (1873-1946), Livio Rizzi (1905-1960) e Ferdinando Palmieri (1904-1968) – è stato soprattutto il primo a ricercare e a comunicare, con sue composizioni poetiche, il “pathos” della terra polesana.

    Terra dominata dalla malìa di una luna inconfondibile, che signoreggia sulla singolare piccola mesopotamia:

    In tra l’Adese e ‘l Po nostra lanterna, signora d’ogni froldo e maresana, remenga che ne imaga e ne governa…

    Terra antica che – stupita e annichilita prima, e poi gelosa custode di un grande prodigio – ebbe ad assistere al tragico epilogo del volo di Fetonte:

    El più bel salto che s’à visto mai el lo gà fato, in mezo al Po, Fetonte con i cavai del Pare; e grandi guai xe nati, in quelo, a la marina e al monte.

    Venti, burasche, foghi in ti i isoloti boschi che ardeva come che arde i stizi, acque che se missiava e teremoti, fiame nel çielo e mile schiribizi.

    Alora, de Fetonte le sorele in piope per el gran dolor cambiare i le gà viste, e queste le più bele lagrime d’ambra far cascare in mare…

    Terra di gente laboriosa ed instancabile

    … che i fiumi i sera a furia de lavoro dentro el so leto in mezo a la pianura, savendo ben che l’acqua l’è un tesoro che non se lassa andar ma se rancura

    … Veneti semo e fiumaroi par zonta zente de fati, bona tuta quanta e co la Stela Boara sempre pronta tra l’Adese e el Po prima che el galo canta…

    … Vanghe, gomieri, e machine e anemai, sugare, arare, semenar, colmare, stendare dighe e non molarghe mai: eco el portento tra i do fiumi e el mare…

    Gente particolare quella del Polesine, non solo indomita e laboriosa, ma anche consapevole di vivere in un’area caratterizzata da una storia millenaria della quale vanno religiosamente conservate le memorie, come quelle rappresentate dagli antichi reperti greci ed etruschi “… vasi negri a strisse de sanguigno”, e dai rinvenimenti delle tracce dei popoli preistorici vissuti lungo l’antico Po:

    … arme de piera par copar cinghiai, aròle, tochi d’ambra lavorà come tel mondo no’ s’à visto mai…

    Sono versi questi estrapolati dalla prima lunga composizione (divisa il XIV brani poetici) con la quale Gino Piva – dopo un sonetto dedicato alla madre – apre il volume “Cante d’Adese e Po – Poesie del Polesine” pubblicato nel 1931 da “Aquileia”, editrice in Udine. Versi che testimoniano il grande amore del poeta-scrittore verso una terra di cui egli per primo seppe individuare quel substrato identitario che soltanto negli ultimi decenni è stato in più occasioni evidenziato, grazie a non poche iniziative e pubblicazioni, tra cui il lavoro ultraventennale della presente rivista.

    Nel 140° della nascita di Gino Piva, appare dunque doveroso tornare a parlare dell’appassionato cultore della terra polesana¹.

    L’infanzia e la giovinezza

    Gino Piva vide la luce a Milano il 9 aprile del 1873, figlio di Domenico Piva (1826-1907) e di Carolina Cristofori (1845-1881). Il padre ufficiale di stanza a Milano (fu nominato generale negli ultimi anni della sua vita) indomito garibaldino che al conseguimento dell’unità d’Italia era passato a prestare servizio nell’esercito regolare; la madre, di quasi vent’anni più giovane, raffinata intellettuale, amante della letteratura e in particolare della poesia, che fra l’altro coltivò una profonda amicizia con Giosuè Carducci e morì giovanissima stroncata dalla tisi, dopo aver messo al mondo 8 figli, di cui 3 morti nei primi anni di vita.

    Aveva otto anni Gino Piva quando la madre cessò di vivere a Bologna, nella cui Certosa fu sepolta con una dedica scritta dallo stesso Carducci. Da Milano la famiglia era approdata dopo qualche tempo a Rovigo. Città nella quale il padre Domenico era nato ed era vissuto fino al 1848, fuggendo in quell’anno dal carcere – dove era stato rinchiuso dagli Austriaci essendo ritenuto tra i principali responsabili della rivolta studentesca di Padova – per seguire Garibaldi.

    A Rovigo Gino Piva frequentò le scuole elementari ed il liceo, manifestando fin dall’adolescenza quel temperamento ribelle e pronto alla lotta² che doveva portarlo, giovanissimo, a schierarsi con i lavoratori più umili e sfruttati.

    Nel 1893, a vent’anni, si iscrisse al Circolo Socialista dei Lavoratori Italiani di Rovigo e già l’anno dopo, nel corso delle agitazioni dei braccianti polesani del 1894, più volte fu animatore di assembramenti incitando allo sciopero, tanto che la sua azione fu così acclamata in rima:

    Evviva Gino Piva che col so bel parlare tutta la provincia ha fatto ribellare.

    Il 1898 rappresenterà un anno cruciale per Piva che, 25enne, divenuto ormai riferimento importante nell’ambito del partito socialista polesano, dà vita il 1° maggio ad un raduno non autorizzato che gli causerà problemi con la giustizia. Per evitare i quali decide di espatriare in Svizzera e poi in Francia, dopo aver però trovato il tempo per convolare a nozze con una giovane di Falconara, Maria Edvige Caimmi, costretta pertanto a vivere malinconicamente a Rovigo col suocero generale. Ed anche successivamente trascurata dall’inquieto giovane, tanto che ben poche notizie si hanno di lei, se non quelle della sua salute cagionevole e del cercare lavoro prima a Milano poi a Roma, dove probabilmente morì molto giovane.

    Un ventennio frenetico

    Per vent’anni (fino alla conclusione della Prima guerra Mondiale) la vita di Gino Piva sarà caratterizzata da un movimento senza requie, pronto ad intraprendere mille battaglie in campo politico e sociale, mostrando nel contempo un interesse sempre più vivo sul piano del giornalismo.

    Tornato ben presto dall’esilio parigino e pagato il conto con la giustizia italiana con un semestre di detenzione, il giovane Piva, sempre più determinato politicamente, vedrà riconosciuto il suo impegno e la sua esuberanza con incarichi via via più importanti all’interno del partito, affiancando spesso il medico trecentano Nicola Badaloni, del quale condivideva sul piano ideologico le idee riformatrici. Uscito di carcere alla fine del 1899, iniziò a collaborare alacremente al neonato giornale socialista polesano “La Lotta”, venendo nominato, l’anno successivo direttore del periodico.

    Il giornalismo divenne da allora un interesse fondamentale nella vita di Piva, un mezzo questo che gli permetteva di esprimere le sue idee di emancipazione del proletariato, utilizzando anche modalità favolistiche ideando personaggi – come il Bovaro Fasolo – in grado di guidare i proletari verso il miglioramento economico e sociale. Sul piano pratico sarà il principale propugnatore delle “Leghe di Miglioramento” con larga partecipazione di braccianti interessati a rivendicare miglioramenti salariali e in genere condizioni di vita meno vessatorie.

    Dal 1902 la vita di Piva si fa davvero frenetica (per alcuni anni slegata dal Polesine) con incarichi a dirigere giornali politicamente schierati in varie parti d’Italia, dapprima ad Alessandria con “L’Idea Nuova”, poi a Cesena e quindi a Ravenna con “La Parola dei Socialisti”, indi a Trieste con “Il Lavoratore”. Ma quest’ultimo cambio di residenza ebbe origine da un episodio che destò grande scalpore tra le file dei socialisti e non solo: una autentica fuga d’amore del trentenne giornalista con la professoressa cesenate Oda Montanari, la quale lasciò la famiglia per seguire l’esuberante polesano in terra straniera (Trieste era al tempo saldamente in mani austriache).

    Entrambi i conviventi si occupano in questo periodo di giornalismo, spostandosi in Istria dove danno vita al periodico “Il Proletario” poi rinominato “Terra d’Istria”. Successivamente nasce “L’Eco dell’Adriatico” stampato a Pola. Piva, riconosciuto come personaggio di primario riferimento dell’Istria nell’ambito socialista, nel 1905 viene incaricato di rappresentare i socialisti istriani al congresso di Trieste. Il rapporto con le autorità austriache si fa frattanto sempre più burrascoso, dando luogo alla chiusura del giornale “Terra d’Istria” a causa degli ideali filoitaliani espressi, nonché all’espulsione di Piva, come persona non gradita, dai territori austriaci.

    E’ l’occasione per un ritorno a Rovigo, dove Piva si trova coinvolto nell’agone politico in una situazione alquanto scomoda: diviene infatti oggetto di duri attacchi non solo da parte degli avversari politici, ma anche dall’interno del partito sempre più schierato a sinistra. La posizione del Piva – nonostante il movimentismo, l’esuberanza e gli accenti polemici – si caratterizza per un deciso riformismo, escludendo, come Badaloni, la lotta di classe finalizzata alla dittatura del proletariato³.

    Piva sarà inoltre sempre un convinto sostenitore dell’idea di patria, avversata dall’internazionale socialista, ed invece fieramente da lui sostenuta in ossequio agli ideali risorgimentali incarnati nelle figura paterna. E alla morte del padre, nel 1907, in ricordo della sua militanza garibaldina, comporrà il poemetto “La Gloria e il Pianto”, stampato poi nel 1909 in occasione della posa, sotto il porticato della Gran Guardia, del busto dedicato al padre assieme a quello di Domenico Angeli, entrambe figure polesane di primo piano del periodo risorgimentale.

    Piva nel 1909 si sposta a Torino per ricoprire il ruolo di caporedattore de “Il Grido del Popolo”, avendo fra l’altro modo di condurre una dura requisitoria contro gli Agnelli accusati di falso in bilancio e definiti in un articolo “i pirati dell’automobile”. Collabora frattanto con “L’Adriatico”, con “L’Avanti”, ed altri giornali socialisti, mentre nel 1910 si sposta a Bologna per dar vita a “Il Giornale del Mattino”, che poi lascia in dissenso con l’editore per pubblicare “Controcorrente”, mentre nel 1911 lo troviamo a Padova tra i redattori del periodico socialista padovano “L’Eco dei Lavoratori”.

    Non si affievoliscono frattanto gli scontri all’interno del partito, che rendono sempre meno motivata la sua militanza, finché, nel 1913, il quarantenne Piva, in duro dissenso con Matteotti, il quale aveva affossato la sua candidatura nel collegio di Lendinara, giunge a dare le dimissioni dal PSI. Nel contempo inizia anche a raffreddarsi il vincolo d’amore con Oda Montanari.

    E’ questo sicuramente uno dei periodi più critici vissuti da Piva, che tralascia di collaborare con i giornali di partito per avviare rapporti con varie testate – soprattutto “Il Tempo”, L’Adriatico” e “Il Resto del Carlino” – spostando i suoi interessi sul piano culturale o più generalmente sociale e compiendo varie inchieste.

    L’inviato speciale

    Sarà proprio col “Resto del Carlino” che Piva troverà uno sbocco interessante nell’imminenza e durante la Prima Guerra Mondiale: il “remengo” Gino Piva, – così egli stesso si definiva, da uomo inquieto sempre in cerca di motivi di azione in vari territori – all’età di 41 anni, nel 1914, accetta di buon grado l’incarico di “redattore viaggiante”, compiendo inchieste e servizi giornalistici nelle zone al confine con i domini austriaci, relazionando sui sentimenti filoitaliani diffusi tra la popolazione.

    Piva si schiera con i favorevoli all’entrata dell’Italia nel conflitto contro gli Imperi Centrali, vedendo nella guerra contro l’Austria una continuazione delle azioni del Risorgimento, per dare alla patria i confini naturali. E’ l’Europa dei Popoli che combatte contro quella degli Imperialismi e, pertanto, per Piva è una guerra per la civiltà e la democrazia, oltre che per la patria.

    Durante gli anni della Prima Guerra Mondiale egli opera a stretto contatto con i reparti impegnati nelle operazioni belliche. I suoi servizi giornalistici dal fronte (380 articoli) sono molto seguiti e Piva acquista un’ampia notorietà a livello nazionale.

    Ma egli non vive sempre nelle zone del conflitto, tornando ad intervalli a Bologna sede del “Carlino”, dove, mentre si attenua l’interesse per Oda Montanari, si apre nuova intensa passione (di cui permane anche una nutrita documentazione epistolare) con una ragazza bolognese, Lina Masetti, che ad un certo punto, anche per il deciso intervento del genitore, mette Gino Piva di fronte ad un “aut aut”: o il matrimonio o la fine della appassionata relazione.

    Evidentemente Piva non era un personaggio dai legami sentimentali duraturi e pertanto la storia si interrompe, portando l’inquieto giornalista ad intrecciare rapporti occasionali con alcune donne, da una delle quali ebbe anche una figlia, Egle, che in età matura avviò alcuni incontri con l’ormai anziano genitore. Ed anche le due donne della sua vita, Oda e Lina, non mancarono, a più riprese, di farsi vive epistolarmente fino agli anni ‘40, segno di legami mai del tutto recisi.

    Gli interessi culturali

    Alla fine della prima guerra mondiale Piva – nel frattempo premiato nel luglio del 1919 dal generale Diaz con croce al merito di guerra per la sua attività giornalistica dal fronte – appare alquanto demotivato. Caduti gli ideali politici, venute meno le opportunità di praticare un giornalismo di movimento, egli ripiega su un’attività legata ad istanze socio-culturali, collaborando, oltre che con il “Resto del Carlino” (fino al 1929), col “Giornale d’Italia” e “Il Giornale di Roma” e successivamente anche con “La Stampa” di Torino, “Il Giornale di Genova” e “Il Mattino di Napoli”.

    Piva, ormai cinquantenne, subisce con una certa passività gli avvenimenti politici dell’epoca e l’ascesa del Fascismo, ritrovando un momento di entusiasmo nella sua Rovigo alla nascita nel 1927 del circolo culturale “L’Abbazia degli Illusi” che darà vita all’omonimo periodico che si farà apprezzare ben oltre i confini della provincia⁴.

    E’ questo il periodo in cui Piva approfondisce le tematiche culturali relative al Polesine e alla sua storia, che alimenteranno le sue composizioni poetiche stampate nel 1931 nel volume “Cante d’Adese e Po”. Sono anche gli anni in cui riceve riconoscimenti proprio per il suo impegno nell’ambito della cultura, divenendo fra l’altro socio dell’Accademia dei Concordi e ricevendo nel 1930 l’incarico di pronunciare il discorso ufficiale per l’inaugurazione del monumento all’esploratore Giovanni Miani, opera di Virgilio Milani. E in questi anni di impegno culturale Piva pubblica alcuni libri e saggi: “Stazioni di Confine”, “Su per la Carnia”, “Donne, cavalieri e manigoldi”, “Rovigo, tra Madonne, Visioni e Memorie” ed altri, e poi nel 1934 “Bi, Ba, Ri, Bo” poesie anche queste legate all’ambiente polesano.

    Ormai sessantenne, Piva sembra interessato a trovare una soluzione di stabilità, ma permane un’inquietudine di fondo ed anche una stanchezza di cui ci dà notizia Giuseppe Marchiori che lo incontrò, intrattenendo con lui anche un rapporto epistolare⁵.

    Alla Pivana

    Nel 1935, alla ricerca di una improbabile tranquillità, Piva attua una sorta di fuga, con l’acquisto di una casa a Vertego, nella campagna presso Mira. Un’abitazione che egli soprannominerà la Pivana, destinata a divenire testimone di un singolare eremitaggio.

    Qui Piva attese al riordino delle sue carte, continuando a pensare al Polesine – impegnandosi fra l’altro nella stesura di una introvabile “Storia proletaria polesana” – senza però ottenere la tranquillità auspicata. Si trattò di un periodo caratterizzato da malinconie ricorrenti, di cui troviamo traccia in rapporti epistolari, in particolare nel carteggio tenuto dal Piva con Adolfo Tonizzo e Antonio Cappellini⁶.

    Durissimi gli anni della seconda guerra mondiale, vissuti in una situazione di vera indigenza. Poi un bagliore alla fine della guerra, una speranza effimera, accesa da “Il Gazzettino” che lo chiama per un incarico di redazione, destinato a durare solo pochi mesi, mente Piva ha modo di accorgersi che non sono più i suoi tempi.

    Si infittiscono frattanto gli acciacchi che egli cerca di esorcizzare proclamando la sua immutata fede in un futuro socialista⁷, mentre inesorabilmente si avvicina il tempo della fine. Morirà infatti nella sua Pivana, settantatreenne, il 30 agosto 1946.

    Ciò che resta di lui sono ovviamente i suoi scritti, ma oggigiorno l’interesse del lettore si rivolge soprattutto verso le sue composizioni poetiche che risultano tuttora molto vitali, spesso caratterizzate da una singolare vis epica. Nel 140° della nascita del grande autore proponiamo dunque alcuni sui brani poetici nelle pagine a seguire di questo numero del Ventaglio.

  • Davanti al Presepe

    Davanti al Presepe

    Quella del presepe è sicuramente la tradizione più sentita dell’anno. Si festeggia la nascita di Gesù, Dio che si è fatto uomo e che ancora ci parla. A Natale davanti ai presepi si risveglia la nostra nostalgia e si rinnova la speranza del miracolo. Si ridestano sinceri sentimenti: stupore, fede e amore.

    Ed è proprio per questi sentimenti che un gruppo di “amici polesani” guidati dal maestro Gianfranco Bianchini di Frassinelle Polesine, già da qualche anno si ritrova nell’imminenza del Natale per preparare una mostra di presepi.

    Con il loro linguaggio di cuore e di mani, usando materiali poveri e di recupero riescono a rappresentare scene e ambienti presepiali che spaziano dalla natività ai momenti di vita del popolo, sia nei luoghi tradizionali della Palestina che in quelli del Polesine.

    Il gruppo da sei anni, organizza una mostra molto apprezzata e visitata, che è stata inserita anche nella “strada dei presepi”.

    Il presepe rappresenta una perfetta sintesi di arte, messaggio religioso e tradizione popolare, una pagina di Vangelo scritta dal popolo. E ancora oggi – in un mondo in cui, a tutti i livelli, sempre più sembrano farla da padrone divisioni, contrapposizioni, rancori, indifferenza – va sottolineato come la rievocazione della nascita di Gesù riesca tuttora ad unire, a toccare i cuori di tutti, in ogni continente ed a tutte le latitudini. Il presepio, infatti, è la scuola dove si possono imparare i grandi insegnamenti del Natale: il gusto delle cose semplici e pulite, il silenzio, la pace e l’amore.

    Il fondatore dell’Associazione Italiana Amici del Presepio, Angelo Stefanucci, già nel 1944, scriveva: “Il Presepio è il simbolo vivente della fraternità cristiana di tutte le genti. Attorno alla piccola culla di Betlemme tutte le classi sociali si ritrovano, si amano, si prostrano in adorazione”. Il gruppo di Frassinelle, che aderisce all’Associazione Italiana Amici del Presepio, anche quest’anno è dunque attivo per predisporre la “VI Mostra di Arte Presepiale”, che si aprirà presso la scuola elementare di Frassinelle Polesine il giorno 8 dicembre 2013 e sarà visitabile fino il 31 gennaio 2014.

    Sono stati coinvolti Istituti, Case di Riposo, Associazioni, Circoli ACLI della nostra Provincia a realizzare presepi, un’esperienza davvero speciale.

    “Il nostro auspicio – sottolineano Marco Ambrosio, Gianfranco e Anna Maria Bianchini, curatori della Mostra d’Arte Presepiale di Frassinelle – è che, attraverso la visione delle opere esposte, si irradi una Luce speciale: di fede, di amore, di fraternità. Farci toccare e portare il messaggio di Cristo a tutti coloro che visitano i presepi è l’impegno e la gioia di ogni presepista. Il presepe ci fa vedere il segreto della vera gioia e la tradizione può raffigurare e interiorizzare la fede. Ci dà la possibilità di essere cristiani interamente e di continuare a promuovere non solo le tradizioni ma anche aiutare le Comunità a festeggiare la tenerezza del Natale”.

    Nella Mostra di Frassinelle sono esposti:

    • Presepi Meccanici,

    • Presepi per Evangelizzare,

    • Diorami,

    • Presepi nell’arte,

    • Presepi nel mondo.

  • Umberto Saba e Giuseppe Marchiori

    Umberto Saba e Giuseppe Marchiori

    Chi ha spesso occasione di frequentare il centro storico di Lendinara, avrà almeno una volta incrociato, a pochi passi da Piazza Risorgimento, una via intitolata ad Umberto Saba. Il fatto in sé potrebbe non sembrare motivo di interesse: in realtà non si tratta di una dedica casuale, ma di una scelta motivata da una particolare vicenda, che lega il poeta triestino a quel luogo.

    Per capirne le ragioni dobbiamo ricordare che fino ai primi anni Sessanta del secolo scorso questa via era inclusa nel giardino storico di Ca’ Dolfin, ed il viale di carpini centenari che la caratterizzava ne faceva uno degli angoli più suggestivi del parco. Un’immagine che ci riconduce ad un’epoca in cui questi luoghi erano vissuti da Giuseppe Marchiori, protagonista di levatura internazionale della critica d’arte del Novecento.

    In virtù di una fitta rete di relazioni che egli seppe costruire attorno a sé, la sua residenza lendinarese si caratterizzò come un vero e proprio cenacolo letterario ed artistico, cosicché vi si trattennero, anche per lunghi soggiorni, figure di primo piano di quel mondo: meritano di essere ricordate le ripetute frequentazioni di Osvaldo Licini, Renato Birolli, Giuseppe Santomaso, Hans Hartung, Carlo Levi e, non ultimo, Umberto Saba.

    Il ruolo di Lendinara, come crocevia intellettuale di quell’epoca, trova conferma nelle parole di un testimone d’eccezione, lo scrittore polesano Giovanni Antonio Cibotto che così ricorda la sua esperienza di ospite di casa Marchiori, nel corso degli anni Quaranta:

    “…L’andare e venire di personaggi del mondo culturale nella sua alta magione ha registrato allora un festoso crescendo, nel quale interpretava la parte del fool di shakespeariana memoria, il pittore Giuseppe Santomaso… Fra il salone dove scoppiavano in genere discussioni talora roventi, ed il parco nel quale amava invece inoltrarsi il poeta Umberto Saba, che prediligeva particolarmente il viale dei carpini, ma anche il caffè di piazza, le due chiese di San Biagio e di Santa Sofia e il Santuario del Pilastrello, a Lendinara ho fatto amicizia, non importa se relativa, con decine di protagonisti del mondo artistico, fra tutti Renato Birolli…”.

    Un fervore che proseguì anche nel decennio successivo, così sottolineato dallo stesso autore:

    “…Ripresero gli incontri a Lendinara, aperti ritualmente dall’aperitivo al Caffè Grande, poi al rintocco dell’una sul campanile, gli ospiti illustri si avviavano con il loro anfitrione a Ca’ Dolfin e il dialogo riprendeva nel meriggio, fra le sale del grande edificio avvolto nel silenzio ed il parco rallegrato dal canto degli uccelli che faceva venire alla mente il paradiso perduto di un classico dimenticato…”¹.

    E’ questa una testimonianza che ci torna particolarmente utile, perché costituisce un’autorevole conferma delle ricorrenti presenze di Umberto Saba e della sua predilezione per quell’angolo del giardino di allora, che oggi porta il suo nome. I ripetuti arrivi del poeta triestino a Lendinara si spiegano con la profonda amicizia che lo legò al critico d’arte. Il legame tra Saba e Marchiori iniziò nel 1936 a seguito di una particolare circostanza ricordata da quest’ultimo in una delle sue ultime interviste:

    “…Conobbi Umberto Saba a Trieste dove ero in servizio militare come richiamato…”. E l’importanza di questo incontro viene subito dopo sottolineata: “…Con Saba ho avuto una vera amicizia, come documentano le numerose lettere che lui mi scrisse e che forse verranno pubblicate nell’epistolario curato dalla figlia. Ma oltre alle lettere ho anche altri documenti: possiedo per esempio il manoscritto di Parole…”.²

    A conferma di queste ultime parole, nell’Archivio Giuseppe Marchiori – oggi conservato presso la Biblioteca Comunale di Lendinara – è presente un nucleo di 120 lettere inviate da Saba, in un arco temporale che dal 1936 arriva fino al 1957, anno della morte del poeta. La loro lettura permette di ripercorrere gli sviluppi del duraturo sodalizio, ma anche di gettare nuova luce su alcuni snodi cruciali della vicenda umana e poetica di Umberto Saba.

    Nell’economia di questo studio, rinviando ad altra occasione un esame sistematico del corpus, vengono selezionati e presentati alcuni passaggi particolarmente significativi del carteggio, sicuramente prezioso anche perché costituito da scritti quasi totalmente inediti. Ad oggi infatti la pubblicazione dell’epistolario completo di Umberto Saba, nonostante l’impegno profuso dalla figlia Linuccia negli anni passati, non può dirsi concretizzato, essendone stati dati alle stampe solo frammenti o nuclei legati a singoli corrispondenti.

    La nostra breve panoramica, che seguirà un percorso cronologico, può prendere avvio da una delle prime missive giunte a Marchiori, datata 8 Luglio 1936, di cui riportiamo il seguente passo:

    “…Sono assai lieto, caro amico, se le conversazioni con me hanno potuto servirti di avviamento alla comprensione di qualche nuova verità. Ben inteso non si tratta che di un inizio, di uno spunto; tutto quello che riguarda le profondità ignorate dell’anima richiede, per essere portato alla luce della coscienza, un lavoro lungo, penoso e che difficilmente si può fare da soli. A me, per capire qualcosa, sono occorsi due anni e mezzo, e purtroppo non mi sono bastati […] La partenza di Weiss è stata per me un grave male; infatti mi sono rimasti, se pur attenuati, alcuni sintomi. Ti ho detto questo perché in nessun modo voglio né posso propormi a modello di persona guarita. Sono migliorato, ma non guarito. Se ti ho detto che, o prima o dopo, la tua amicizia per me mostrerà il suo rovescio, è in piena conoscenza di causa. Sarebbe impossibile che fosse altrimenti, a meno che i discorsi che abbiamo avuto insieme non abbiano toccato che l’epidermide della tua anima. Perché in tutti gli uomini, e specialmente nelle persone nervose, esiste l’ambivalenza affettiva. Non dimenticare che tu mi hai, in qualche modo, subìto; e che quindi è impossibile che, o prima o poi, non subentri la reazione. E’ bene che tu lo sappia; come sai che l’affetto che mi dimostri è (anche) un affetto di transizione; in origine era rivolto ad altra persona (al padre primitivo)…”.

    Evidentemente sono parole che testimoniano come l’amicizia con Marchiori, pur muovendo i primi passi, già consenta a Saba di schiudere la propria intima dimensione, riscoperta, negli anni tra il 1929 e il 1931, grazie alla terapia del dottor Edoardo Weiss, allievo di Sigmund Freud e fra i primi divulgatori della psicanalisi in Italia; un incontro dal profondo peso esistenziale che avrà riflessi anche sull’essenzialità e limpidezza del suo linguaggio poetico negli anni successivi.

    Proseguiamo con una lettera di poche settimane successive (18 settembre 1936):

    “Caro Marchiori. Ti ringrazio per l’articolo e per la lettera. Ho letto il tuo dialogo con molta attenzione, chiamando in aiuto, per meglio capirlo, l’affetto che ho per te (anche se non ti scrivo o se ti scrivo poco). Tuttavia, non sono riuscito a veder chiaro nel tuo pensiero, o meglio nel tuo stato d’animo. Quello che mi sfugge è lo scopo della polemica; forse anche perché la figura del supposto contradditore non è nettamente delineata. Quello che mi pare di aver capito è che cerchi di liberarti di alcuni attaccamenti all’arte ed a discussioni sull’arte, il distacco ti riesce penoso e difficile. In cambio ho letto osservazioni preziose, che mi hanno rallegrato. E su tutto l’articolo è diffuso come un alone di nobiltà che ti raccomanda all’amicizia di qualche lettore. Solo (non arrabbiarti) è la polemica che mi sembra vana; per me tanto le cose che vuoi distruggere come quelle che vuoi conservare sono ugualmente morte. Mi perdoni, è vero, la mia franchezza? Essa è dovuta non solo all’amicizia, ma anche alla stima fondamentale che ho di te, alle possibilità (rare) di chiarificazione ed alla rettitudine che sono alla base della tua natura. Forse, è tutto il problema dell’arte che devi (e tenti) di risolvere ad una luce nuova. Perché, per esempio, sei diventato un critico di arti figurative? Queste ti interessano ancora come ti interessavano una volta? Sono domande, in apparenza semplici, ma che richiedono, per maturare ad una risposta soddisfacente, un lungo lungo lavoro, non piacevole, e difficile ad essere compiuto da soli. Forse mi sono spiegato male. Come hai intuito, attraverso un periodo assai assai brutto; mi occorre ogni giorno per vivere una dose di coraggio superiore alla mia salute psichica. E non ho nessuno al quale parlare di me; c’è sì mia figlia, che è ancora a Trieste, ma a lei non posso e non voglio dire tutto…”.

    Interessante notare come nell’arco di un breve periodo dall’inizio della loro corrispondenza, il confronto tra i due non riguardi solo la sfera affettiva, ma implichi anche un dibattito di carattere professionale e di reciproca stima.

    Saba, in questo caso, commenta un articolo che Marchiori gli aveva spedito e che era uscito proprio in quei giorni (il 10 settembre) sulle pagine del Corriere Padano di Ferrara con il titolo Dialoghi perduti. L’articolo, strutturato in forma di dialogo dai toni surreali, costituiva uno dei primi interventi in cui il critico avviava apertamente quella polemica, destinata a durare negli anni successivi, contro la chiusura della cultura ufficiale nei confronti delle espressioni artistiche d’avanguardia; proprio l’anno precedente era infatti avvenuta la scoperta, per lui dirompente, del nascente astrattismo italiano.

    Saba, nella medesima lettera, non manca di corredare le proprie osservazioni con un dolente riferimento alla sua situazione psicologica, una finestra aperta sull’evolversi del proprio disagio esistenziale che diventerà un leitmotiv anche delle corrispondenze successive. Ne abbiamo conferma nelle parole che seguiranno di lì a poche settimane (10 dicembre 1936), in cui la crisi assume dimensioni universali:

    “…La sola cosa che posso dirti per la tua pace è che tutto il mondo soffre della tua pena. La nevrosi è diventata il nemico maggiore dell’umanità; sta facendo le sue ultime e più feroci prove. Il tempo naturale e felice del quale desideri impossibili ritorni è naturalmente la prima infanzia ma la salute non sta in quel ritorno, ma nel superamento della seconda infanzia, nella quale siamo ancora immersi, e dalle quale stiamo per uscire. La crisi è estremamente difficile e dolorosa; tutti i bambini ne soffrono intorno al quinto anno d’età. Ti giuro che l’umanità ha oggi esattamente cinque anni. Che il destino l’aiuti…”.

    La corrispondenza proseguirà fitta negli anni a seguire e sarà intervallata da ripetute visite di Saba presso le residenze di Marchiori a Venezia e Lendinara.

    Il decennio si chiude però con la sciagurata stagione delle leggi razziali introdotte in Italia negli ultimi mesi del 1938, il conseguente clima politico e sociale inciderà pesantemente sulla vita del poeta, che per parte di madre era di origine ebraica. Ed il carteggio ci offre un’eloquente testimonianza, nella lettera del 25 gennaio 1939, delle traversie da lui vissute a seguito dei provvedimenti del regime:

    “… adesso devo ricercare e produrre i certificati di nascita dei nonni paterni; affare questo assai grave, perché non so né dove né quando sono nati. Mia nonna, che sia chiamava Arrivabene, credo di aver sentito dire che è nata a Venezia. Ma che malinconia per me, che sono già un vecchio, tirar fuori queste cose che toccano quasi al Settecento”.

    La possibilità di reperire le prove delle sue origini italiane per via paterna non gli offre tuttavia sufficiente sicurezza tant’è che prospetta l’ipotesi di doversi sottoporre al rito battesimale:

    “Fra qualche tempo avrò bisogno di un santolo. Ho pregato Carletto, ma egli si è difeso con le mani e con i piedi. Diventare, in qualche modo, il padre della persona della quale si è sentito, in qualche modo, il figlio, lo farebbe – dice – morire di malinconia. Proverò con Berto.”

    Il tono si fa più leggero quando riferisce l’inaspettata scoperta che gli hanno riservato le ricerche tra i documenti degli avi:

    “Fra tante noie e tristezze è nato, proprio da queste, un episodio che mi ha stupito e rallegrato e che voglio, per questo motivo, raccontare a tua moglie e a te. Dopo aver scartabellato i vecchi documenti relativi alla mia nascita ho visto la Lina contare sulle dita, pronunciando a bassa voce, dei nomi di mesi. Dopo un poco, ha esclamato trionfalmente: tua madre era incinta di te un mese prima di sposarsi. Come le sia venuto in mente di fare il calcolo, Dio solo e le donne possono saperlo; mia figlia ed io siamo restati così meravigliati come davanti a certi usi e costumi degli animali. A me, se mai, la cosa ha fatto piacere, perché vorrebbe dire che, contrariamente a quanto credevo, almeno in un certo momento, c’è stato, tra quei due poveri esseri, un po’ di amore. (Poi mi sono ricordato che, mia madre mi diceva sempre che, prima di morire, voleva farmi una confessione; probabilmente la tormentava questo fatto semplice e cosi umano…). Oggi mia moglie è andata a portare dei fiori sulla sua tomba. Un abbraccio, caro Marchiori, dal tuo Saba.”

    Gli anni immediatamente successivi vedranno l’Italia inghiottita nel vortice della Seconda Guerra Mondiale, questo comporterà, per Marchiori, il richiamo alle armi e il trasferimento come ufficiale in Libia. Per Saba ed i suoi familiari, crescenti difficoltà nel condurre una vita stabile a Trieste ed il successivo trasferimento a Firenze nell’incubo ricorrente della deportazione.

    L’angoscia del presente porta il poeta a ricordare nostalgicamente le occasioni d’incontro del passato, come documentato da una lettera del novembre 1940:

    “Caro Giuseppe, ho avuta oggi la tua lettera, per la quale molto ti ringrazio. E anch’io poco veramente di nuovo ho da dirti; ma non voglio tu mi confonda con gli amici che si sono chiusi nel loro guscio. Penso che essi abbiano meno motivi di me di farlo, ma il mio cuore è fedele all’amicizia, e così subito ti rispondo. Sono passato una volta da Venezia; voglio dire che il treno che mi portava è passato per quella città. Ma non sono disceso, perché troppa tristezza mi avrebbe fatto rivedere la tua casa senza di te[…]. Ma oltre, al resto, ero stanco, sfiduciato, di umore insofferente. Scusami, dunque se non mi sono fermato a salutare i tuoi, lo farò la prossima volta che passerò da quelle parti. Ma la tua casa e te e i tuoi me li sono sognati una di queste notti. Anzi ricordo che tu mi mostravi nel cielo uno strano segno, una specie di angelo composto di stelle, piuttosto largo di spalle (anche tu sei largo di spalle) e mi dicevi a quel proposito parole che non mi riesce ora ricordare. E mi pare che, se potessi ancora un’altra volta cenare da voi in quella bella casa sarebbe quasi la felicità. Ma forse adesso Ferraù non mi sarebbe più grato per i dolci, anche per lui si avvicina l’età nella quale, ai dolci dell’infanzia, preferirà gli amari aperitivi, o cose simili. E allora sarà più difficile farlo felice.”

    Nella stessa lettera abbiamo la conferma che, al di là delle difficoltà contingenti, Saba coltiva progetti editoriali in diverse direzioni: in questi anni prende corpo la volontà di pubblicare l’intera sua produzione in quello che diverrà il Canzoniere (dato alle stampe nel 1945 dall’editore Einaudi), e contestualmente riceve proposte di pubblicazione delle sue ultime opere:

    “Di me poco posso dirti. Ernesto Treccani vorrebbe sempre stampare Ultime Cose che adesso sono addirittura 42 poesie, ma io non penso di darmi in pasto alle belve prima della fine della guerra. Se poi uscissero postume…eh quanto sarei contento! Perché troppe veramente sono le difficoltà che incontro a vivacchiare. Perfino le due buone Line contribuiscono, per quanto sanno e possono, a rendermi le cose più difficili.”.

    Alla stessa missiva, proseguendo in una consuetudine già maturata nella corrispondenza con Marchiori, allega una propria poesia dedicandola all’amico:

    “Ti mando, mio povero Marchiori, l’ultima poesia che ho scritta. Non per la vanità che tu sappia che scrivo ancora qualche poesia, ma per la speranza (forse vana) che essa possa distrarti da un quarto d’ora di noia. A rivederti presto e un abbraccio dal tuo Umberto

    FEDRA Soffia una bora omicida. La neve cadrà domani, imbiancherà le strade che salivano amiche alla tua casa in cima al colle, lontana. Tra i verdi pini l’immensa vallata ripete in foglie innumerevoli il colore che amavi sempre ai tuoi capelli.

    Fedra eri; ancor sei. Più preziosa adesso che si accende alla stufa il primo fuoco in rare case, la stagione è un poco nostra, nostro il paesaggio; il pensiero irraggia un ultimo vero, s’illude che il peggio, forse, è passato.”³

    L’impegno nel riordino dei propri scritti poetici continuerà per diversi anni, ne abbiamo la prova nella lettera del 30 gennaio 1943 che costituisce anche una sorta di benvenuto per l’amico rientrato in quegli stessi giorni in Italia dopo tre anni di quasi ininterrotta lontananza:

    “… Marchiori mio, sono molto lieto di saperti in Italia, volevo scrivere a tua moglie per avere tue notizie, ma avevo il presentimento di riceverle assai presto da te. Non credo, purtroppo che potrò venire a trovarti, l’idea di un viaggio in ferrovia, anche relativamente breve, mi spaventa. L’idea che tu parta senza che t’abbia riveduto mi angoscia. Ascolta, mio buon amico, adesso riposati e non pensare a nulla, a nulla almeno di triste. Godi quanto più sai e puoi dell’attimo fuggente. Non c’è altro, o se c’è è tra le ginocchia di Giove. Ti scrivo un poco turbato e vorrai perdonarmi. Ti prego di rispondermi subito anche in solo due righe in una qualunque cartolina. Questo mese ho compiuto un lavoro difficile e faticoso: ho messo in ordine tutta la mia opera poetica (quaranta e più anni). Adesso non mi manca che la prefazione, ma dove trovare la pace e l’ambiente ideale per scriverla? Oh, se tu mi invitassi nella tua casa di Lendinara… dico così per dire, quasi per una civetteria, tanto non ci potrei venire…”.

    Pur non costituendo l’ultima lettera del carteggio, che più sporadicamente proseguirà fino al 1957, questa missiva può simbolicamente costituire un approdo del nostro itinerario attraverso le parole di Umberto Saba, perché in essa è racchiusa la profondità del legame instaurato con il critico lendinarese e lo struggente ricordo delle sue visite a Ca’ Dolfin e delle conversazioni all’ombra del viale di carpini che tanto amava.

  • Organari in Toscana ed Umbria

    Organari in Toscana ed Umbria

    Più di qualche volta sulle pagine di Ventaglio Novanta sono apparse notizie relative agli organi del Polesine. Invio da Firenze una ricerca relativa agli organari veneti chiamati ad operare in terra toscana ed umbra nel corso dei secoli. Di alcuni mancano le generalità e pertanto sono stati inclusi nella lista “Anonimi”. Per gli altri si è proceduto in ordine alfabetico. E tra questi vi è anche Giacomo Ludovico Gennari, originario di Rovigo, che a fine ‘700 operò a Gubbio e a Città di Castello.

    Anonimi

    Nel 1531 l’organo della chiesa di S. Pietro a Perugia venne accomodato da un maestro Veneziano non precisato nei documenti. -Archivio del convento di S. Pietro, Perugia, volume n.120, giornale di cassa (1527-1532), c.136-

    Nel 1538 un organaro veneziano anonimo riparò l’organo della SS. Annunziata di Pistoia.-Archivio di Stato, Pistoia, convento della SS. Annunziata, memorie F 469 (1494-1545), c.55-

    Nel 1696 un organaro veneto rinnovò l’organo del duomo di Massa, che peraltro non riuscì molto bene, potrebbe trattarsi del Frizzi oppure di Vittorio Zannoni.

    Nel 1700 un anonimo organaro veneziano riparò l’organo di S. Pietro a Gubbio. -Archivio di Stato, Gubbio, convento S. Pietro, filza 35, esito (1687-1746), c.147-

    Callido Gaetano

    Nel 1783 aveva progettato un organo per la chiesa dei minori osservanti di San Giovanni Battista di Città di Castello, come dalla relazione del 27 agosto di tale anno: “Quanto all’organo per li reverendi padri di San Giovanni, volendo un organo con registri sete di ripieno, Voce Umana, Flauto in duodecima, Corneta, il quale organo sarà di piedi oto armonici, ma la prima canna in mostra sarà il secondo Cesolfaut e li otto bassi del principale sarà di abbeto con tutto il resto per un tale strumento fato all’uso della mia fabrica senza niuno risparmio; il suo prezzo sono di scudi romani centootanta dico scudi 180. Volendo poi li Tromboncini nel sudetto scudi 210 e più desiderando anco li controbassi scudi 250; e volendo di più prezzo sarà più grande, con le condizzione di mandarlo a prendere in Pesaro”.

    Nella stessa relazione, scritta da Pesaro, aveva progettato un nuovo organo per la cattedrale di Città di Castello: “L’organo dunque che bene merita in quela catredale deve essere di piedi dodeci armonici, come bene rileverà dala cartina dela mostra che le spedisco nel suo disegno (…)

    Li registri saranno:

    Principale bassi canne n.54

    Principale soprani canne n.54

    Otava canne n.54

    Quinta decima canne n.54

    Decima nona canne n.54

    Vigesima seconda canne n.54

    Vigesima sesta canne n.54

    Vigesima nona canne n.54

    Trigesima terza canne n.54

    Trigesima sesta canne n.54

    Voce umana canne n.27

    Flauto in otava canne n.43

    Flauto in duodecima canne n.54

    Corneta canne n.27

    Tromboncini bassi canne n.54

    Tromboncini soprani cane n.54

    Tromboncini reali canne n.12

    Controbassi canne n.20

    Otava di controbasssi canne n.20

    totale canne n.657

    Questo è l’organo che le propongo, sodo, di buona armonia e di forza e moderno, ancora che quando non fosse tale, sarà sempre per mio conto, non volendo pregiudicare doppo due cento organi da me fatti il mio poco di buon nome (…). Il ristretto prezzo di un tale organo sono di scudi romani setecentocinquanta, dico scudi 750 (…) con l’obbligo di mandare a prendere la roba dell’organo in Pesaro e portarlo al suo destino e per giorni quindici alloggio e cibarie per me e compagno nel tempo di meter su l’organo (…)”.

    La cosa non ebbe seguito. Nel 1791 i canonici della cattedrale stipularono infatti un contratto di costruzione del nuovo organo con l’organaro Giacomo Lodovico Gennari di Rovigo.

    Nel 1802 venne ancora chiamato dai canonici di Città di Castello per visitare l’organo.

    Cfr. AA.VV., Studi e documentazioni organi ed organari in Umbria dal 1400 ai nostri giorni, Italgraf, Perugia 1999, pp. 227, 229, 256-258.

    Colonna Vincenzo

    Organaro veneto. Nel 1590 costruì un organo in S.Pier Maggiore a Lucca. Cfr.Umberto PINESCHI, Dieci anni di attività organistica a Corsanico, in “Informazione Organistica” III (1991) n.2, pp.20-24. Tra il 1602 ed il 1605 costruì un grande organo per la chiesa di S.Francesco a Lucca, poi trasferito nella parrocchiale di Corsanico. Cfr. Renzo GIORGETTI, Arte organaria nella Toscana dei Minori, in “Studi Francescani”, 84 (1987) nn.3-4, p. 287.

    Aveva costruito un organo per il cardinale Giovanni Carlo dei Medici, che nel 1663 venne donato alla chiesa della SS. Annunziata di Firenze. Cfr. Renzo GIORGETTI, Sette secoli d’arte organaria all’Annunziata, in “La SS. Annunziata studi e documenti sulla chiesa e il convento”, Firenze 1978, pagine 204-206.

    Farinati Domenico

    Organaro di Verona. Un suo organo datato 1910 si trova nella chiesa di S.Maria a Montefloscoli (Firenze). Si trovava nel Collegio Capranica di Roma e fu acquistato da monsignor Domenico Bartolucci per la chiesa di Montefloscoli.

    Federighi Felice

    Forse era parente di Federici Vittore di Cividal di Belusi attivo ad Orvieto nel 1602.

    Nel 1636 aggiustò l’organo maggiore della cattedrale di Arezzo, come dal seguente documento: “Felice Federighi venetiano, maestro d’organi deve havere a dì 22 di novembre 1636 lire centododici sono per sua mercede d’haver accordato tutti dui li organi del sopradetto Duomo et haver fatto diversi resarcimenti all’organo grande cioè alli mantici, canali, bancone e tasti, ma in particolare d’haver fatto e ridotto la tastatura di detto organo più dolce e più facile a sonarsi, essendo prima dura e difficile, il tutto d’acordo et quali danari sono a conto delli scudi cinquanta da spendersi in detto organo et altro per licentia ottenuta da Signori Nove sotto li 15 novembre 1636”.

    Cfr.Pier Paolo DONATI-Renzo GIORGETTI, L’organo della cattedrale di Arezzo Luca da Cortona 1534-36, Calosci, Cortona 1990, p.90.

    Frizzi Giovanni Antonio

    Prete veneto.

    Nel 1697 riparò l’organo della chiesa di Colle di Buggiano (PT). L’anno seguente riparò l’organo della chiesa di Buggiano Castello (PT). Cfr.Renzo GIORGETTI, Organi e organari del Seicento nel territorio pistoiese, in “Informazione Organistica”, III (1991) n.2, p.16.

    Nel 1699 riparò l’organo della Badia di Passignano dei monaci Vallombrosani.Cfr. Renzo GIORGETTI, Antichi organi del Chianti, Grafiche Nencini, Poggibonsi 1994, p.25.

    Gennari Giacomo Lodovico

    Organaro di Rovigo, nel 1790 egli venne chiamato dai canonici del duomo di Gubbio per visitare l’organo grande e quello piccolo. Egli propose di aggiungere alcune canne dei bassi.

    I canonici invece ordinarono soltanto di riparare alla meglio i due strumenti e ripulirli, senza alcuna aggiunta.

    In data 14 agosto 1791 i canonici della cattedrale di Città di Castello stipularono un contratto di costruzione del nuovo organo: “Colla presente benchè privata scrittura da valere etc. si dichiara come il signor Giacomo Lodovico Gennari da Rovigo stato di Venezia organaro qui presente, promette e si obbliga di rifare per la chiesa cattedrale di questa Città di Castello un organo secondo il piano che si annette alla presente apoca (…) per prezzo totale di detta opera così convenuto di scudi centonovanta di moneta romana.

    Piano dell’organo da farsi in Duomo di Città di Castello questo dì 14 agosto 1791. Essendosi da me sottoscritto esaminato alla presenza del signor maestro di cappella di questa città e dell’organista signor don Giacomo Testi l’organo fatto dai signori Fedeli per vedere di poterlo collocare nel cassone stabilito per il nuovo organo grande ed avendo veduto non essere questo a proposito per la sua piccolezza, doppo molte considerazioni non si trovò altro ripiego che unire i materiali dell’organo vecchio al sopradetto e formare un organo adattato al vaso di chiesa il quale debba essere perfetto secondo l’arte e debba avere la sua durata come tutti gli altri nuovi che sogliono comporsi da professori. Per far ciò conviene formare tutte le canne mancanti con le lastre dell’organo vecchio e in mancanza ancora di dette lastre si dovrà con quel piombo e stagno dell’organo vecchio tirare altre lastre dal sottoscritto per poter formare il compimento di dette canne. Si dovrà fare un bancone nuovo, due mantici oltre li due altri che vi sono, canali, due tasti in più alla tastiera, cioè C diesis e D acuto, un altro bancone senza registri per i contrabassi. La qualità e quantità de registri sono i seguenti: Per il ripieno:

    Principale bassi e soprani con la canna del primo C in facciata registri n.2 canne 47

    Secondo principale registri n.1 canne 47

    Ottave registri n.2 canne 94

    Quinte decime registri n.2 canne 94

    Vigesime seconde registri n.2 canne 94

    Vigesime seste registri n.2 canne 94

    Trigesima terza registri n.1 canne 47

    Trigesima sesta registri n.1 canne 47

    Per i concerti:

    Voce umana registri n.1 canne 26

    Flauto traverso naturale registri n.1 canne 78

    Flauti in duodecima registri n.1 canne 47

    Cornetta registri n.1 canne n.26

    Violoncello basso registri n.1 canne 21

    Violoncello soprano registri n.1 canne 26

    Tromboncini bassi e soprani registri n.2 canne 47

    Contrabassi registri n.2 canne 20

    Trombe marine registri n.1 canne 20

    Registri 28 canne 1065

    Il tamburo si metterà nell’ultimo pedale. Vi saranno due tiratutti uno per il ripieno semplice quale potrà servire per la musica con istromenti, l’altro per tutto l’organo intiero. Per mercede dell’operazione e costruzione intiera di quest’organo il sottoscritto si restringe alla somma di scudi 190.

    Fattura del organo della Cattedrale:

    Principali bassi, Principali soprani, Principale secondo, Ottava, Di ottava, Quinta decima, Di quinta decima, Decima nona, Di decima nona, Vigesima seconda, Di Vigesima seconda, Vigesima sesta, Di Vigesima sesta, Vigesima nona, Di Vigesima nona, Trigesima terza, Trigesima sesta, Voce Umana, Flauto traversiere di due canne per tasto, Flauto in ottava, Flauto in duodecima, Cornetta, Tromboncini bassi, Tromboncini soprani, Violoncello e Fifara, Trombe marine due canne per pedale, Contrabassi, Ottava di contrabassi a due canne

    Il 20 marzo 1793 stipulò un altro contratto con i canonici della cattedrale di Città di Castello per la costruzione di un secondo organo, più piccolo, da collocarsi nella cappella del SS. Sacramento: “Con la presente benchè privata scrittura, da valere e tenere quanto pubblico e giurato istrumento, si dichiara qualmente volendosi fare costruire un organo per collocarlo nella capella del SS.Sagramento di n.cinque registri di ripieno e la mostra compresi otto bassi di legno ed un flauto con servirsi per detto organo della cassa, bancone, condotti e catenaciera che i medesimi signori hanno di altro organo vecchio (…) avendo intrapreso discorso di tal opera con il signore Giacomo Gennari di Orrigo professore d’organi, che attualmente trovasi in questa città per aver fatto l’organo maggiore per la cattedrale sudetta, di dare al medesimo per tutte e singole fattighe che dovrà fare per costruire e rendere perfettamente stabile l’organo sudetto, la somma totale di scudi settanta (…) e all’incontro il signor Giacomo Gennari si obbliga di costruire, con i stagni, piombi e legni che le verranno consegnati dalli signori canonici, un organo buono di perfetto metallo a voce spiritoso e adattato al sito ove deve collocarsi (…).

    L’organo sudetto dovrà essere di cinque registri, cioè:

    Principale bassi e soprani di canne 45

    Ottava con quattro bassetti di legno per risparmio di piombo e per essere più armonici di canne 45

    Quinta decima secondo l’arte di piombo con lega canne 45

    Decima nona di canne come sopra 45

    Vigesima seconda di canne come sopra 45

    Flauto in ottava a fuso con li otto bassi stropi 45

    La facciata dovrà essere di stagno alla moderna della misura come era prima.

    Cfr.AA.VV., Studi e documentazioni organi ed organari in Umbria dal 1400 ai nostri giorni, Italgraf, Perugia 1999, pagine 227, 259-261, 295.

    Giovanni vinigiano

    Nel 1529 aveva riparato l’organo del duomo di Grosseto.

    Cfr. Renzo GIORGETTI, Per una storia dell’organo in Provincia di Grosseto, in “Bollettino della Società Storica Maremmana, p.104.

    Guarda Giacinto

    Organaro veneto ma residente a Siena.

    Nel 1822 fu chiamato ad aggiungere un registro all’organo della chiesa della Misericordia a Portoferraio: “Al signor Giacinto Guarda professore d’organi per saldo del registro Cornetto fatto all’organo della nostra Confraternita come da sua ricevuta lire 25.6.8”. -Archivio della Confraternita di Misericordia, Portoferraio, cartella n.19, amministrazione (1802-1822) –

    Dal 1823 al 1834 curò la manutenzione dei due organi della collegiata di S.Lorenzo a Montevarchi, cioè quello grande e quello portatile.

    Nel 1825 riparò l’organo del duomo di Cortona: “Al signor Giacinto Guarda organaio per avere riattato l’organo di Duomo. Nota e ricevuta de 22 maggio 1827 n.75 lire 40.”

    Nel 1845 riparò un organetto portatile per la scuola di musica della cattedrale di Siena: “Pagherà al signor Giacinto Guarda fabbricante d’organi lire 60 per aver restaurato l’organino portatile che serve per la scuola della musica come dal conto annesso. Smontato il medesimo, attondate le canne e accomodate tutte le canne delle quale aggiuntate una quarantina circa in due luoghi, messi i cannelli acciocchè imbocchino nel bancone a quelle di legno e di più stuccate e inverniciate. Accomodati i mantici e accresciuto ai medesimi 10 libbre di piombo tra tutti e due. Finalmente ripulito intonato e accordato a regola d’arte.”.

    Nel 1846 riparò l’organo della chiesa dell’Osservanza a Siena.

    Le notizie sono tratte dai seguenti libri di Renzo Giorgetti:

    Arte organaria nella Toscana dei Minori, in “Studi Francescani”, anno 84 (1987) nn.3-4, pagina 292.

    Gli organi della Collegiata di San Lorenzo a Montevarchi, in “Notiziario Turistico AR”, anno XVIII (1993), nn.203-204, pagina 20.

    Nuovi documenti sulla costruzione e la manutenzione degli organi a Cortona dal 1544 al 1848, in “Informazione Organistica”, anno XVIII (2006) n.3, pagina 275.

    Nuovi documenti sull’arte degli organi a Siena e a Chianciano dal 1414 al 1845, in “Informazione Organistica”, anno XXII (2010) n.3, pagina 245.

    Maccaroni Pietro

    Organaro veneziano che nel 1625 riparò l’organo della chiesa superiore della Basilica di Assisi, lavorando insieme ad un socio. -Archivio del convento di S.Francesco, Assisi, volume n. 41, spese (1624-1631), c.41-

    Nacchini Pietro

    L’unica notizia riguarda un restauro compiuto nel 1759 all’organo del duomo di Gubbio. -Archivio Vescovile, Gubbio, archivio del capitolo: capitoli (1743-1762), c. 147; bollettario (1757-1785), c.15-.

    Zannoni Vittorio

    Nel 1694 restaurò l’organo della chiesa di Foiano, sostituendo i mantici. -Archivio Storico Comunale, Foiano, Opera della Collegiata: saldi n.950 (1603-1739)-

    Nel 1695 riparò l’organo di S.Giuliano a Castiglion Fiorentino. -Archivio Storico Comunale, Castiglion F.no, Opera di S.Giuliano, saldi (1652-1747); deliberazioni (1601-1717)-

    Nel 1696 riparò l’organo della collegiata di S.Giovanni Battista a Chianciano: “dato al signor Vittorio Zannoni organista scudi otto di pauli per haver accomodato due registri del nostro organo et altro come per sua ricevuta in filo n.1 lire 53.6.8”. Cfr.Renzo GIORGETTI, Nuovi documenti sull’arte degli organi a Siena e a Chianciano dal 1414 al 1845, in “Informazione Organistica”, anno XXII (2010) n.3, p. 248.

  • Sulle orme della Croce Rossa

    Sulle orme della Croce Rossa

    Riproponiamo per i nostri lettori una singolare passeggiata lungo alcune vie del centro storico di Rovigo con l’obiettivo di seguire le orme della storia della Croce Rossa Italiana nel capoluogo del Polesine. Iniziativa che ha visto il FAI agire in accordo con il Comitato della Croce Rossa di Rovigo, con una doppia finalità: ricostruire il passato della benemerita associazione e conoscere i non pochi edifici (alcuni di pregio architettonico) messi a disposizione della CRI in momenti particolarmente critici della storia d’Italia.

    Per gli aderenti alla camminata rodigina l’appuntamento è stato fissato presso la sede della CRI, in via Portello, nella sala riunioni dello stabile eretto nel 1958, dove i partecipanti sono stati accolti dai responsabili della CRI, in particolare da Carla Fiocco e Mauro Grandi, che hanno spiegato il valore dell’iniziativa. Una passeggiata organizzata col concorso del FAI, presente la capodelegazione Chiara Tosini, la quale lungo il percorso ha fornito interessanti ragguagli storici sugli edifici di riferimento. Prima di avviare la camminata, Mauro Grandi ha ricordato la nascita della Croce Rossa ad opera di Henry Dunant il quale – casualmente presente in Lombardia nel 1859 – ebbe ad assistere con sgomento alla carneficina della seconda guerra di Indipendenza. Ed in particolare alla battaglia di Solferino che lasciò sul terreno un numero impressionante di feriti, nei confronti dei quali si attivò soltanto la misericordia delle donne del posto. Da quel momento Dunant (fra l’altro autore del libro “Un ricordo di Solferino” in cui descrisse l’immane tragedia) si attivò per dare origine ad un’organizzazione umanitaria in grado di offrire soccorso ai feriti in caso di conflitti.

    Nel 1864 nacque pertanto il “Comitato Internazionale della Croce Rossa” (emblema questo scelto in onore alla bandiera della Svizzera e pertanto aconfessionale). L’anno successivo l’istituzione ebbe l’adesione di 12 Nazioni, che firmarono la Convenzione di Ginevra, ovvero la garanzia di neutralità e protezione di ambulanze, ospedali e personale medico operante, con le insegne della Croce Rossa, in soccorso ai feriti nel corso di operazioni militari.

    A Rovigo l’attività della CRI è comprovata dal marzo 1886. Ma fu nell’imminenza dello scoppio della Prima Guerra Mondiale che si intensificarono le attività della CRI rodigina, con il reperimento di stabili idonei per la cura dei feriti.

    Il primo edificio cittadino utilizzato dalla CRI fu il Collegio Angelo Custode verso cui prende il via la passeggiata di conoscenza, coprendo il tratto più lungo del percorso. Lo stabile, messo a disposizione della CRI dal Vescovo Anselmo Rizzi, disponeva di 300 posti letto.

    Il Collegio sorse nel 1880, ad opera di don Ernesto Vallini come ricreatorio per i giovani, per diventare poi una scuola “capace di reggere il passo con le nuove esperienze della didattica e del mercato del lavoro”. In seguito anche don Virgilio Mattioli dedicò le sue energie all’espansione del collegio. L’immobile appare ai partecipanti alla camminata lindo dopo i recenti lavori di restauro. Nella facciata campeggia un azzurro Angelo Custode, emblema del collegio.

    Scattata una foto, ci si avvia alla volta della seconda tappa rappresentata dal vicino Istituto Magistrale, allora denominato “Regia Scuola Normale Femminile Cristina Roccati”, edificio che, durante la prima guerra mondiale, fu affidato alla CRI ed adibito ad ospedale militare.

    L’Istituto fu fondato nel 1889 e dedicato alla letterata e poetessa Cristina Roccati, la quale, nel 1754, divenne principe dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    L’edificio è costituito da una parte centrale e da due ali laterali uguali aggettanti, caratterizzate dalla presenze della decorazione a bugnato per conferire maestosità al palazzo.

    L’itinerario prosegue alla volta dell’attuale Archivio di Stato, in via Sichirollo, edificio allora sede del “Seminario Vescovile”, anche questo messo a disposizione della Croce Rossa dal Vescovo Anselmo Rizzi nel corso della Grande Guerra, mentre i seminaristi vennero spostati nella casa di villeggiatura di Galzignano sui Colli Euganei.

    Il palazzo, edificato nel 1794 nell’area dell’ex convento eremitano di Sant’Agostino, divenne sede del seminario che precedentemente era collocato in un edificio posto tra vicolo Santa Barbara e via Mure Seminario Vecchio. Nel 1861 vi insegnò mons. Giacomo Sichirollo, guida spirituale, studioso di letteratura, epigrafia, storia e filosofia. E non a caso, in una nicchia ricavata sulla facciata, è stato collocato un busto in bronzo con le sembianze dell’illustre monsignore al cui ricordo è stata intitolata la via. Nel 1963-’66 il seminario venne trasferito nell’attuale “Cittadella Sanitaria”, nel 1976-’77 fu collocato presso la sede del Collegio Angelo Custode, nel 2001-2005 presso la Curia Vescovile e dal 2006 venne ricollocato nuovamente al Collegio Angelo Custode nel frattempo ristrutturato.

    La tappa successiva è presso Palazzo Venezze, edificio che fu in buona parte affidato alla CRI nel corso della Seconda Guerra Mondiale, con l’attivazione di un Centro di Accoglienza per gli ex internati di Germania. Ma fu poi durante la grande alluvione del 1951 che tutti i locali del palazzo vennero messi a disposizione della CRI, che attivò un centro di ospitalità, soccorso, e ufficio informazioni a favore degli sfollati.

    Il palazzo, edificato nel 1715 dall’architetto Agostino Ghirotti di Costa su commissione del conte Stefano Venezze, è costituito da una facciata neoclassica, che domina via Cavour, sulla quale si affacciano due portali, una balaustra in marmo, un cornicione dentellato. La parte più valorizzata è attualmente quella che si apre sul Corso del Popolo, un tempo considerata la posteriore, che dava sull’Adigetto. Il palazzo è attualmente sede del Conservatorio di musica di Rovigo.

    La camminata procede alla volta del Collegio del Sacro Cuore, nella via omonima, tornando ai tragici tempi della prima guerra mondiale, allorché l’edificio fu adibito a Ospedale militare. Ospitò per lo più contagiati dall’influenza “Spagnola” che nel mondo fece circa 20 milioni di vittime (più della stessa grande guerra).

    Il Collegio fu fondato per volontà di don Eugenio Soldà, nativo di Roverdicrè, nel 1887. Soldà affidò la gestione del collegio femminile alle suore della Carità con atto notarile, nel quale venivano precisati gli scopi a cui l’istituzione avrebbe dovuto ispirarsi.

    L’itinerario si conclude tornando al punto di partenza, ovvero presso la Sede CRI del Comitato Provinciale di Rovigo, dove negli ultimi anni si è registrata un’attività particolarmente frenetica soprattutto nell’organizzazione dei soccorsi alle popolazioni che hanno subito le ingiurie dei terremoti.

  • Il grande cuore di Rovigo

    Il grande cuore di Rovigo

    I dieci punti del grande cuore rodigino sono esplorabili mediante un itinerario in bicicletta che, partendo dalla centralissima piazza Vittorio Emanulele, vi fa ritorno dopo un percorso che tocca dieci significative località del comune. Un circuito di cinquanta chilometri a forma di cuore, oggetto di una riuscita manifestazione cicloturistica volta a promuovere la cultura della donazione del sangue e nel contempo a valorizzare peculiarità non sempre note del territorio comunale.

    La genesi del progetto

    Da qualche anno, tra maggio e giugno, tre diverse associazioni di volontariato, Avis e Aido comunali di Rovigo (con la collaborazione delle “consorelle” presenti nelle frazioni) e gli “Amici della bicicletta” (Fiab), organizzano un’iniziativa che intende diffondere tra i cittadini del capoluogo polesano un messaggio univoco: un corretto stile di vita è il presupposto per gesti di responsabilità e senso civico, come la donazione di sangue e di organi.

    Sull’input della prima riuscita esperienza avviata nel 2011, alcuni volontari delle varie associazioni hanno individuato un percorso che, partendo da Rovigo, torna in città dopo aver attraversato tutte le sue frazioni: un itinerario cicloturistico alla portata di tutti – lungo circa 50 km, da percorrere nell’arco dell’intera giornata – che curiosamente disegna un grande cuore. E la generosità dei polesani, e in particolare dei rodigini, è testimoniata anche dalla rete di collaborazioni, che ben presto si sviluppa attorno a questa manifestazione che negli anni ha visto il coinvolgimento di altre realtà associative, come la Uisp, il Wwf e la polisportiva di Grignano.

    Va da sé che l’itinerario – che qui sintetizziamo per gli amici del Ventaglio – può essere percorso anche al di fuori della giornata Avis, un modo in ogni caso per ricordare il valore di praticare un corretto stile di vita e nel contempo un invito a farsi promotori della donazione.

    L’itinerario

    Partenza dalla piazza Vittorio Emanuele II, presso la colonna che regge il secolare monumento del leone della Serenissima. Si raggiunge la pista ciclabile che costeggia la ferrovia per salire sull’argine dell’Adige nei pressi di Boara Polesine.

    Attraversata la prima frazione cittadina, l’itinerario prosegue in direzione di Mardimago: mentre la strada che fende la campagna procede rettilinea, all’orizzonte si staglia la sagoma dolce dei colli Euganei.

    Giunti alle estreme propaggini del territorio comunale, si pedala in direzione di Sarzano e poi di Buso, dove si attraversa l’antico e stretto ponte sull’Adigetto; quindi si costeggia il corso d’acqua proseguendo verso Sant’Apollinare.

    Lasciando la strada arginale si scende nella campagna che circonda la frazione: l’attraversamento di un passaggio a livello e poi quello di un altro ponticello introducono al centro del paese, con la piazza su cui si affacciano la chiesa parrocchiale e l’antica sede comunale.

    Da qui l’itinerario continua verso il Canalbianco, si attraversa il ponte Canozio e si svolta in direzione del “passo” di Pontecchio. Riattraversato il Canalbianco, si giunge nella frazione di Borsea e, procedendo lungo via Savonarola, si giunge alla Spianata.

    La strada procede tortuosa attraverso i campi fino a Grignano: da piazza Umberto I, divisa tra il Pavajon e il monumento ai caduti progettato da Virgilio Milani, si passa in piazza San Benedetto su cui si affacciano la chiesa parrocchiale e l’oratorio di San Rocco.

    Uscendo dal paese, si passa il ponte dell’asino e si percorre via Buso vecchio. Tra campi e canali si giunge lentamente alla borgata di Roverdicrè caratterizzata dall’antica chiesa col campanile a forma di torre. Al centro del paese si riattraversa l’Adigetto, svoltando poi in direzione di Costa di Rovigo.

    Dopo il sottopasso dell’autostrada, si gira verso Concadirame: è consigliabile imboccare la strada bianca che si trova sulla sinistra prima di raggiungere la strada provinciale per Lendinara, per un attraversamento più sicuro e in condizioni di visibilità migliori. Dopo questo passaggio, si staglia già sulla destra lo slanciato campanile nel centro del paese, che può essere facilmente raggiunto percorrendo strade poco trafficate. Imboccando la via del donatore, si raggiunge la piazzetta dove è posto il monumento dell’Avis e dell’Aido.

    Per ritornare a Rovigo, è possibile procedere lungo la strada per Cantonazzo e quindi seguire le indicazioni per Granzette, oppure si può salire sull’argine dell’Adige e percorrere la strada bianca arginale che permette di giungere direttamente a Granzette. Da qui si prende la pista ciclabile che segue la linea ferroviaria e si torna in città, chiudendo il “grande cuore” che abbraccia Rovigo e le sue frazioni.

    Alcune tappe significative

    Nel corso delle tre edizioni della biciclettata sono state previste alcune soste che hanno permesso di conoscere e visitare luoghi significativi del nostro territorio: chi percorresse questo itinerario può ripetere queste tappe anche privatamente.

    A SANT’APOLLINARE, prima di attraversare il ponte Canozio, la strada arginale sulla destra permette di raggiungere l’idrovora “Ponti alti”, di competenza del Consorzio di bonifica Adige-Po. L’impianto, costruito nel 1942, è dotato oggi di sei pompe, alcune ad asse verticale, altre ad asse orizzontale e altre ancora sommerse, che servono un territorio di circa 7 mila ettari. L’acqua viene prelevata dal canale Ramostorto di Borsea e riversata nel Canalbianco. Attraverso le idrovore passano 15600 litri d’acqua al secondo: l’impianto ha una potenza di 827 kilowatt ed è dotato di un gruppo elettrogeno e di una riserva termica per garantire la funzionalità delle pompe.

    A GRIGNANO, quasi al centro di piazza Umberto I è situato il “Pavajon”, un padiglione storico che ogni quattro anni il 21 aprile ospita la cerimonia dell’estrazione della “comuna”: a questa antichissima tradizione, pressoché unica nel suo genere, che coinvolge le famiglie originarie del paese. Il gruppo è stato accolto dal maestro Carlo Alberto Rossi, fine cultore della storia locale, che alla storia della Comuna di Grignano ha dedicato diversi contributi su questa rivista, ai quali rimandiamo i lettori.

    A CONCADIRAME merita una visita il monumento eretto dalle locali associazioni Avis e Aido. Più oltre, lungo l’argine dell’Adige, tra Concadirame e Ca’ Zen, si trova un’oasi naturalistica di particolare interesse, curata dai volontari del Wwf: il nome “Boj dea Feriana” evoca immediatamente il ribollire dell’acqua, probabilmente una sorta di fontanazzo.

    Il piccolo bacino è stato arginato: le linee rette e gli spigoli che lo delimitano sono la testimonianza evidente dell’intervento dell’uomo che ha inteso evitare il diffondersi dell’acqua nella campagna circostante. La località, adottata dal WWF, sembra avere un’origine antica (il toponimo risalirebbe infatti all’epoca romana), è caratterizzata da una fitta (e varia) vegetazione, all’interno della quale si snodano alcuni sentieri.

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