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Archivi: Articoli d’archivio

  • M. Antonietta Avanzo (1889-1977)

    M. Antonietta Avanzo (1889-1977)

    Il brivido delle corse automobilistiche, ma non solo. E’ sicuramente una vita “di quelle che non ti annoi mai” quella vissuta con intensità da Maria Antonietta Avanzo (1889-1977) di cui ci parla Luca Malin nel suo corposo volume “INDOMITA, la straordinaria vita di Maria Antonietta Avanzo”, Progetto Obliviomachìa, 2013.

    Nata a Ca’ Pasta di Villaregia, località orientale del comune di Porto Viro, col cognome Bellan (il padre Giuseppe Bellan era un facoltoso possidente terriero), Maria Antonietta acquisì il cognome – che la contraddistinse nel corso della sua vivace esistenza – sposando, diciannovenne, Eustacchio Avanzo di Porto Tolle, anch’egli rampollo di una ricca famiglia di latifondisti.

    Ma in Polesine MAAvanzo (così si firmava) visse veramente poco, giacché ben presto (dal 1913 al 1920) la troviamo a Venezia, senza marito e con i due figlioletti – Luisa di quattro anni e Renzo di due – frequentatrice dei salotti buoni, in rapporti di stretta amicizia con Gabriele D’Annunzio, prodigo costui di reiterati inviti nei confronti della giovane, documentati da copiose missive. Venezia, città di sogno, preclusa però alle auto. Verso cui invece si sviluppa un interesse insopprimibile da parte della Avanzo, che nel 1920 debutta nel mondo delle corse, prima donna italiana a cimentarsi in un settore considerato di esclusiva pertinenza maschile.

    Ben presto l’ “indomita” (inizialmente accolta con diffidenza e non pochi sfottò) si conquista un posto di rilievo nel campo dell’automobilismo partecipando, come prima donna in assoluto (corritrice l’aveva denominata il D’Annunzio) a gare importanti: la Targa Florio nel 1920, il Gran Premio delle Dame nel 1921, il circuito australiano di Penrith nel 1925, la Mille miglia del 1928, il circuito di Indianapolis nel 1928, ed entrando a far parte di team blasonati: la Squadra dell’Alfaromeo nel 1923 e la Scuderia Ferrari nel 1932 (senza qui citare tutte le innumerevoli altre corse che la videro come protagonista).

    Oltre ad essere apprezzata come pilota, la Avanzo – nel frattempo insignita del titolo di Baronessa da un marahajà dopo un suo soggiorno in India – si caratterizza come personaggio che fa audience, invitata pertanto in varie occasioni mondane, in particolare quelle legate al mondo dell’automobilismo. A lei, fra l’altro, nel 1922 è riservato il posto d’onore, al centro tra tanti manager e supporters dell’automobilismo, immortalati nella foto della “prima badilata” nel Parco di Monza lungo l’individuato tracciato di realizzazione del famoso autodromo.

    Ma nella vita di Maria Antonietta non c’è solo l’automobilismo: c’è anche il giornalismo, il cinema, nonché un’esperienza di conduttrice di una fattoria in Australia dal 1923 al 1925 e poi ancora nel 1927. Paese questo che aveva raggiunto in una sorta di fuga dall’Italia con figli appresso, per evitare il possibile affidamento della prole al marito mentre era in corso la pratica della separazione. Ed anche in Australia la “baronessa” ha modo di farsi notare (eccome!) come testimonia l’ampia rassegna stampa pubblicata nel volume “Indomita”.

    Nel continente agli antipodi dell’Europa non mancò fra le altre cose di intrecciare una storia d’amore col principe italiano Alfonso Del Drago, il quale rimase in Australia anche dopo il definitivo ritorno in patria di Maria Antonietta.

    Quella del giornalismo si caratterizzò come una duplice parentesi: nel 1922 quando venne nominata direttrice sportiva del periodico sportivo “Lidel Sport”, che nell’occasione le dedicò anche una bella copertina; poi nel 1936 quando ebbe la con-direzione di Famiglia fascista. Esperienze queste che in entrambi i casi furono passeggere, e che indirettamente accendono una curiosità nei confronti dei suoi rapporti col Fascismo, movimento nei cui confronti l’indomita non proclamò mai la sua adesione, alternando momenti di consenso ad altri di critica.

    Ma, giornalisticamente parlando, il suo principale successo lo ebbe con la pubblicazione, nel 1928, della sua autobiografia “La mia vita a 100 Km a l’ora” ricca di aneddoti, curiosità e descrizioni di un’esistenza sicuramente fuori dagli schemi, con la grande passione per l’automobilismo. Che continuò ininterrottamente, tanto che, nel 1932, a 43 anni, la Baronessa, ancora molto attiva nel mondo delle corse, entra a far parte della Scuderia Ferrari, partecipando alla VI Mille Miglia e poi alla VII Corsa in Salita delle Torricelle, per raggiungere infine gli USA allo scopo di saggiare il Circuito di Indianapolis.

    L’ultima corsa la disputò, all’età di 51 anni, nel 1940, con il XIII Gran Premio delle Mille Miglia. Ma Maria Antonietta continuò in pratica per tutta la vita a frequentare gli ambienti delle gare automobilistiche, spesso invitata come ospite d’onore.

    Ebbe modo di cimentarsi anche con il cinema: dapprima negli anni ‘30, anche grazie ad una frequentazione sentimentale col direttore dell’Istituto Luce, e poi negli anni ‘40 e ‘50 grazie alle parentele acquisite con i due più famosi giovani registi dell’epoca: Luchino Visconti fratello di Uberta, moglie del figlio Renzo; Roberto Rossellini, figlio della di lei sorella maggiore Elettra che aveva sposato Angiolo Rossellini.

    In ogni caso la sua vita fu caratterizzata dall’indissolubile “connubio” con l’automobile, tanto che la dannunziana corritrice, ormai senior, si rese protagonista di alcune scappatelle di sapore adolescenziale, come quando (negli anni ‘60, più che settantenne) sottrasse al figlio Renzo le chiavi dell’auto per farla elaborare da un meccanico di fiducia e poi scorrazzare per le vie di Roma.

    E a Roma, nel gennaio del 1977, per Maria Antonietta, ottantottenne, giungerà il momento di lasciare questo mondo e le sue strade… sempre percorse a 100 all’ora.

  • Giacomo Sani (1833-1912)

    Giacomo Sani (1833-1912)

    Anno 1912. «Roma 21 marzo – notte – Camera dei Deputati. Il Presidente Marcora apre la seduta alle 14,05: Annuncia la morte del Senatore Deputato di Rovigo Giacomo Sani. Il 20 settembre 1870 era stato lui ad entrare in Vaticano con la divisa nazionale, intimando la resa di Roma in nome del Diritto Italiano…. All’unanimità la Camera vota l’invio di una rappresentanza ai funerali…».

    Giacomo Sani era nato a Massa Superiore il 18 maggio 1833 dal dott. Mariano Sani e da Giuseppina Gnutti. Una figura di primo piano nella storia risorgimentale, da annoverare tra i più fulgidi personaggi del Polesine. Una vita tesa fin dall’età di quindici anni alla realizzazione di un ideale che allora sembrava lontano. Un uomo che non ha mai desistito, percorrendo, con continuità, tutte le tappe che hanno segnato il suo percorso politico, personale e militare legato alla realizzazione dell’Unità d’Italia.

    Il Corriere del Polesine del 21 marzo 1912 così ricostruisce la sua biografia:

    «Giacomo Sani è nato a Massa Superiore il 18 maggio 1833 e fece i primi studi a Rovigo. Non ancora quindicenne allo scoppiare dei moti del 1848, egli volò animoso ad arruolarsi volontario e se, per l’età insufficiente gli vennero allora chiuse le file dell’esercito, non ne dimise un momento solo, il pensiero, ché nell’anno successivo entrò a far parte del battaglione universitario Romano mobilitato col quale, a Bologna, contro gli austriaci, si ebbe il suo battesimo di fuoco.

    Ritornato, dopo quei gloriosi, ma sfortunati tentativi, agli interrotti suoi studi, prima a Padova e quindi a Pavia, conseguì in quest’ultimo ateneo la Laurea Legale e, sino alla primavera del 1859, si consacrò all’avvocatura, senza smettere, però, mai dal partecipare a tutte quelle patriottiche agitazioni, che, auspice, Mazzini, si manifestavano, di tratto in tratto, pel conseguimento dell’indipendenza nazionale.

    Nel 1859 emigrò in Piemonte, dove fu il primo ad arruolarsi nel reggimento di cavalleria “Vittorio Emanuele” allora in formazione, facente parte della brigata posta sotto il comando dell’illustre Massimo D’Azeglio, che a lui fece la più festosa accoglienza.

    Dopo la guerra, riparò a Modena al principio del 1860, nel quale anno passò a Genova dove fu collaboratore dell’On. Bertani, in quel periodo di lotte ardenti e di febbrile attività che aspetta ancora dalla storia uno spassionato e imparziale giudizio.

    Lasciò Genova, per prender parte a quella spedizione ideata dal conte Pianciani, nello intento d’invadere lo Stato Pontificio, che, poi, dal Golfo degli Aranci, passò a Palermo e al Faro e, sotto il comando del generale Turr, divenne la quindicesima Divisione delle forze Garibaldine.

    In quel corpo egli, sino dalla sua partenza da Genova, funzionava come Intendente Generale e dava prove, sin d’allora di quelle rare capacità amministrative che dovevano poi tanto distinguerlo.

    A Napoli per volere espresso del Generale Garibaldi, passò alla segreteria della dittatura, prima col Bertani, poscia col Crispi e, col cessare di quelle, si restituì a Torino, dove, immediatamente venne applicato al Ministero della Guerra, che non tardò a destinarlo alla Intendenza Generale, col grado di Tenente Colonnello.

    In tale qualità, e come capo dei servizi amministrativi, si distinse assai durante la campagna dl 1866, tantoché, oltre alle molte onorificenze, di cui venne meritatamente insignito, s’ebbe gli elogi speciali dello stesso Re Umberto, allora Principe Ereditario, il quale con lettura di suo pugno gli manifestò l’alto suo soddisfacimento “…per aver diretto lodevolmente i servizi amministrativi anche durante il combattimento…”.

    Nel ’70 fu il solo ufficiale che entrò in divisa entro le mura del Vaticano, incaricato dal Generale Cadorna di prendere in consegna dalle milizie del Pontefice la Piazza Militare di Roma.

    Fu eletto deputato per la prima volta per il collegio di Rovigo per la XIII Legislatura e poi rieletto sei volte.

    In Parlamento ebbe un posto sempre notevole e vi portò un contributo di serio lavoro, che lo rese ognor più apprezzato, anche senza smanie oratorie.

    Vivendo a Roma, ove, per esser notati, occorre qualche cosa di più che a Rovigo e nella Provincia, venne sempre annoverato fra i migliori; fece quasi sempre parte di tutte le nobili iniziative di quella grande città e finalmente venne eletto Consigliere di quella Provincia.

    Fin dalle prime Legislature l’On. Sani fu membro della Commissione del Bilancio, relatore del Bilancio della Guerra dei LL. PP. Stette al Ministero della Guerra come Direttore Generale dei Servizi Amministrativi dal 1876 al 1889.

    Fu Sottosegretario di Stato ai Lavori Pubblici nel Ministero Giolitti nel 1892 – 1894 e per vario tempo, essendo morto il Genala, restò solo a capo dell’importante dicastero.

    Esercitò anche le funzioni di Prefetto in Firenze nel 1897 – 1898.

    Fu per dodici anni Presidente del Consiglio delle strade ferrate. Venne nominato Senatore il 21 novembre 1901 (per la Cat. 3) ed anche in Senato per molti anni ebbe una parte attiva ed importante, come membro di tutte le più importanti commissioni.

    Pubblicò degli studi notevoli sui servizi amministrativi e logistici dell’Esercito e sulla campagna dell’Agro romano. Ricordiamo la sua conferenza tenuta molti anni fa a Rovigo dal titolo:”Tutti socialisti”. Per la nostra città si è prestato spesso. Nel periodo della inondazione del 1882 si è prestato moltissimo.

    Scriveva con garbo e fu collaboratore di giornali e in tale sue qualità per vario tempo appartenne al consiglio di redazione della “Riforma”, il giornale di Francesco Crispi.

    Sarebbe difficile ricordare tutte le cariche coperte dal generale Giacomo Sani che per la versatilità dell’ingegno, riusciva bene in uffici di indole disparatissima.

    Era soprattutto un gran galantuomo, un uomo rigido ed intemerato. Il Generale Sani era Cavalier della Gran Croce, decorato del Gran Cordone della corona d’Italia e Grande Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro.

    Venne per la prima volta decorato della Croce di ufficiale dei SS. Maurizio e Lazzaro per la parte avuta nel combattimento di Villafranca il 24 giugno 1866.

    Aveva due medaglie di bronzo al valor Militare, la prima per i buoni servizi resi durante la campagna dell’Italia meridionale, la seconda per essersi distinto durante la campagna del 1870.

    Rimasto vedovo si era ricostituito una famiglia.

    Lascia la vedova Rosa Centanni ed un figlio … Era legato di parentela con le famiglie Sani di Melara e Ferrara …».

    Il giorno successivo, 22 marzo 1912, La Gazzetta di Venezia, nel riportare un articolo del giornale La Nazione di Firenze che ne esaltava le doti e il percorso militare e politico, terminava con questo ritratto:

    «…era d’aspetto signorile, bonario, il tratto cortese, modello di gentiluomo e galantuomo…».

    Grande importanza nella vita di Giacomo Sani ebbe la madre Luisa Guitti che sin dalla prima giovinezza coltivò idee liberali tanto da distinguersi tra le più grandi cospiratrici per l’indipendenza e l’unità del Paese.

    Nel 1848 causa le sconfitte, in tutto il Lombardo – Veneto iniziò un periodo di processi politici, di prigionie e fucilazioni.

    Luisa Sani si trasferì a Padova: a Massa la polizia aveva cominciato a sospettare di lei dopo la fuga e l’arruolamento di Giacomo. Luisa eseguì i mandati più pericolosi e compromettenti recandosi a Trieste, Vienna, Joseftadt (località vicina a Vienna) per consegnare agli esuli e ai prigionieri messaggi e denaro: pericolose missioni in cui si poteva rischiare la vita in ogni momento. Per evitare al secondo figlio, Pietro, già laureato in farmacia, la leva militare austriaca, gli favorì la fuga vendendo ed impegnando oggetti di valore. In Piemonte anche il giovane Pietro si arruolò, come il fratello, nell’esercito ormai “italiano.

    Alla sua morte, avvenuta il 18 maggio 1882, i figli trovarono una lettera datata 10 dicembre 1866 del Commissario del Re Vittorio Emanuele, in cui le venivano riconosciuti “… i servigi in favore dell’Unità…”.

    Giacomo Sani nonostante avesse speso tutto se stesso per un ideale, combattuto su ogni fronte, accumulato onorificenze, e fosse divenuto Deputato e Senatore, negli ultimi anni della sua vita si era ridotto in povertà. I suoi funerali furono fatti a spese dello Stato. Eccone il resoconto dal Corriere del Polesine del 25 marzo 1912:

    «Imponenti sono riusciti i funerali del concittadino Senatore Generale Giacomo Sani. Vi intervennero parecchie migliaia di persone. Massa vi partecipò tutta … Alle 9,42, proveniente da Roma, arrivò alla stazione di Sermide, incontrata dalle autorità massesi e sermidesi, la salma che proseguì subito per Massa. Sulla sponda del Po si formò un lungo interminabile corteo … insegnanti alunni delle Sc. Elementari, della R. Scuola d’Arte … la Banda cittadina … il sindaco Antonio Bresciani di Massa e poi rappresentanze della autorità Civili e Militari della Provincia e il popolo tutto …».

    Nel 1925 l’Amministrazione Comunale gli dedicò una lapide commemorativa che fu posta sulla facciata del Palazzo comunale.

    Nel centenario della nascita, nel 1933, fu commemorato in tutta Italia. Castelmassa lo ricordò in modo solenne. Fu edita una cartolina con la sua immagine di generale dipinta a mano, poi stampata in migliaia di copie.

    Negli anni ‘60 gli fu intitolata la nuova sede della Scuola Media. Nei primi anni ‘70 nel cimitero comunale gli fu eretto un piccolo monumento in marmo: un basamento a piramide tronca sormontato da un obelisco sulla cui punta poggia una stella.

    Un uomo coraggioso con forti motivazioni, un personaggio che, ai nostri giorni in cui la coscienza nazionale e civile appare appannata, resta una luminosa testimonianza per fare non solo memoria del passato, ma per riprendere il coraggio di recuperare ideali.

  • Baldassare Bonifacio (1585-1659)

    Baldassare Bonifacio (1585-1659)

    Un “polesano nel mondo” all’inizio del XVII secolo? E’ proprio così.

    Si tratta di Baldassare Bonifacio (1585-1659), figlio dell’insigne giurista rodigino Bonifacio Bonifacio (1545-1598), costui professore di diritto civile all’università di Padova, “esponente di una famiglia rodigina ‘di consiglio’, tra le più illustri, nonché autorevole giureconsulto al servizio della Serenissima”.

    Proprio per questa prestigiosa pubblica attività paterna, esercitata in varie città della Repubblica Veneta, a Baldassare capitò di venire alla luce a Crema, città nella quale il padre era stato nominato assessore pro tempore.

    Uno squarcio sulla vita e le opere di Baldassare Bonifacio si è aperto grazie ad un’importante opera di Enrico Zerbinati, presidente dell’Accademia dei Concordi, apprezzato studioso e ricercatore, che ha dato alle stampe il corposo volume: “Baldassare Bonifacio, PEREGRINAZIONE, a cura di Enrico Zerbinati”, edito dalla stessa Accademia dei Concordi.

    Baldassare Bonifacio, come risulta evidente dal titolo del suo scritto autobiografico¹ – pubblicato in forma antologica a conclusione di un puntiglioso lavoro esegetico e di approfondimento da parte del curatore coadiuvato da vari studiosi, in particolare dalle dottoresse Michela Marangoni e Maria Grazia Migliorini – ebbe una vita molto movimentata, caratterizzata da una continua “peregrinazione” in luoghi anche lontani dal Polesine; terra nei confronti della quale egli sempre manifestò una profonda nostalgia, definendo Rovigo “carissima patria” nonché “città favorita da Dio”.

    Conseguita a Padova, nel 1604, all’età di 19 anni la laurea in studi giuridici, dopo un periodo di relax presso parenti in quel di Fiesso – paese da Baldassare definito “grande e ricco villaggio del Polesino di Rovigo” – inizia dunque il “peregrinare” del giovane rodigino. Nel 1605, il ventenne Baldassare si porta in Austria a Graz, come segretario di Nunziatura, della quale era titolare mons. Girolamo conte di Porcìa, al tempo vescovo della diocesi di Adria, con il quale due anni dopo raggiungerà Roma, per ritornare a Rovigo alla fine del 1607.

    Il 1608 si caratterizza per Baldassare come un anno di continui spostamenti all’interno dello Stato Veneto, approdando a Padova, Treviso, Feltre, Belluno, Vicenza, Brescia, Bergamo ed in altre città, per lo più al seguito dello zio Giovanni Bonifacio, anch’egli assessore della Repubblica, che, con paterna sollecitudine, cerca di introdurre il nipote nell’ambito dell’apparato amministrativo, pensando anche di accasarlo quanto prima.

    Senonché nell’anno successivo si registra una imprevista svolta da parte di Baldassare che, lasciando interdetto lo zio, decide di abbracciare la carriera religiosa, venendo poi ordinato sacerdote a Treviso nel 1612. Nell’ambiente ecclesiastico trova apprezzamenti e appoggi idonei per far carriera con remunerativi appannaggi; aspetto questo sempre tenuto in grande considerazione dal Bonifacio, come evidenziano chiaramente puntuali annotazioni nella sua “Peregrinazione”².

    E’ così che nel 1615, all’età di 30 anni, è insignito dell’arcipretura nel duomo di Rovigo (nomina passatagli dallo zio, mons. Girolamo ritiratosi in pensione). Nel ‘19 ottiene la cattedra in “Umanità” presso l’Archiginnasio di Padova. L’anno successivo viene designato dalla Serenissima rettore della neocostituita Accademia dei Nobili alla Giudecca, tenendo nell’occasione l’orazione inaugurale.

    Nel 1623 lo troviamo nuovamente a Roma, al seguito dell’ambasciatore veneziano Pietro Contarini. Torna l’anno successivo³ con la nomina di arcidiacono con destinazione Treviso, città in cui nel 1630 – all’età di 45 anni – sarà nominato arciprete della centralissima pieve di San Vito.

    Ma l’anno dopo troviamo mons. Baldassare Bonifacio a Rovigo, qui approdato per trovare un più sicuro riparo all’infuriare della peste (detta dai posteri “manzoniana” dopo la pubblicazione de “I promessi sposi”) in un ambiente considerato meno esposto al contagio. Scampato il pericolo, eccolo ancora a Treviso, per traslocare nel 1637 a Padova con l’incarico di rettore della nuova Accademia dei Nobili Veneti.

    Nel 1640, all’età di 55 anni, è nominato abate di Santa Maria d’Oliveto in Puglia a San Severo, collezionando nel frattempo altre investiture finché, nel 1653, alla veneranda età di 68 anni, viene chiamato a Roma (terzo viaggio nella capitale) per la nomina a Vescovo di Capodistria, città che raggiungerà l’anno successivo, lasciando Treviso col rimpianto nel cuore.

    Nella sede vescovile le “peregrinazioni” del prelato rodigino si svolgono all’interno della diocesi, soprattutto per visite pastorali, raggiungendo, nonostante la salute malferma, anche località isolate, percorrendo strade impervie con mezzi disagevoli.

    E a Capodistria, nel 1659 all’età di 74 anni, si concluderà la vita del prelato rodigino che percorse molte strade del mondo, lasciandoci una testimonianza dei suoi viaggi nel manoscritto “Peregrinazione”, approdato alle stampe dopo quasi cinque secoli, grazie all’iniziativa del prof. Zerbinati e dei suoi collaboratori.

  • Un altro e più terribile 14 Agosto

    Un altro e più terribile 14 Agosto

    Come noto, lo scorso 14 agosto 2013 alle 7 del mattino una tromba d’aria ha colpito tutta la provincia, dall’Alto al Basso Polesine. Grandine fitta a San Bellino, dove la furia del vento ha devastato il cimitero; allagamenti a Badia Polesine, Canda, Trecenta e Giacciano. In particolare a Giacciano con Baruchella una casa è stata come bombardata da grandine e vento che ha anche divelto quasi tutte le tegole di una casa vicina. Una finestra è letteralmente scoppiata e una donna è stata ferita. Alberi abbattuti ovunque, anche lungo la Transpolesana; altri allagamenti a Fratta Polesine hanno richiesto l’intervento per tutta la giornata della Protezione civile e dei Vigili del fuoco.

    Per una singolare coincidenza, dai documenti emersi nel recente riordino da me compiuto nell’archivio parrocchiale di Baruchella – in particolare nella corrispondenza ottocentesca della Fabbriceria parrocchiale – ho scoperto che un evento simile, ma con ben più gravi conseguenze, accadde il 14 agosto 1860.

    Ne dà notizia un semplice documento a stampa, dal titolo “Succinta relazione sull’uragano. Nella provincia del Polesine”, Rovigo 23 agosto 1860. Si tratta di una “circolare” inviata, credo dalla Deputazione provinciale a tutti i vari enti, tra cui appunto anche le parrocchie.

    Si viene così a sapere che l’uragano si scatenò “nel giorno 14. corrente mese alle 4 pomeridiane e cagionò in questa Provincia danni incalcolabili per una zona estesa a 60 miglia. Ebbe origine a Calto, comune del distretto di Massa, con una fitta grandine, o rapidamente si estese ai vicini territorio di Salara e Frassinelle, ove la gragnuola fu trovata a pezzi del peso di tre e più libbre. Attraversava poscia il fiume Po al di sotto di Polesella versandosi sul paese di Concanille Ferrarese, e colà atterrava la Chiesa e diciassette case, dirigendosi poi in linea retta a levante penetrando nel territorio di Ariano, dove l’aspetto lugubre della natura faceva presagire disastri ancora più fieri. Venti impetuosissimi soffiavano da tutte e parti, ed avvolgevano piante, fienili, case, e perfino macigni i più ingenti; – nel breve intervallo di cinque a sette minuti secondi cadevano 173 case, sotto le cui rovine rimanevano sepolti individui in gran numero, de quali 18 si estrassero cadaveri, e 76 con ferite più o meno gravi. Seicento trenta persone si ridussero così senza tetto e spoglie di tutto.”

    La circolare prosegue informando su altri avvenimenti particolari, come ad es. che le masserizie delle case abbattute nel Polesine furono trasportate sulla sponda opposta del Po e viceversa per il ferrarese; che un burchio (di tale Giuseppe Munari di Chioggia) carico di grosse pietre nel Po di Tolle venne alzato fuori dall’acqua e poi sommerso. Dà poi, rilievo ai molti atti di beneficienza compiuti dai “buoni abitanti di Ariano” ma in particolare “quello della nobile famiglia dei Marchesi Bagno di Ferrara, colpita pure di gravissime perdite, per aver accolto (e poi assistito i feriti) nella propria villeggiatura di Rivà tutte le persone del borgo rimaste senza tetto”.

    Il complesso dei danni si stimava a circa 500.000 fiorini, una grossa somma di cui un tasso di cambio è difficile da dare, anche per la contemporanea circolazione delle lira austriaca¹. La circolare concludeva informando che le “Autorità, che non mancarono di provvedere subito ai più urgenti bisogni”, e che già si erano attivate per “una colletta in queste Provincie” (ev. le province venete) avevano fiducia in generosi incassi, specialmente se “venisse aperta una questua per tutto l’Impero”.

    Viene spontaneo fare anche il confronto con un altro già ampiamente noto disastro atmosferico di fine ‘800: il cosiddetto “ciclone di Polesella”, che colpì il centro il 19 luglio 1892 alle ore 11. Fece danni gravissimi al paese, anche se la sua portata fu molto più circoscritta: un’improvvisa tromba d’aria distrusse infatti buona parte dell’abitato causando morti e feriti. Il ciclone in particolare distrusse il palazzo Grimani, allora sede del municipio (del quale restano oggi soltanto le due colonne dell’angolo destro della facciata), venti case, tra cui la bella palazzina del cav. Selmi e la chiesa degli Agostiniani, già chiusa al culto e da tempo trasformata in teatro, di cui permane oggi la zona dell’abside recuperata ed adibita a sala conferenze.

  • San Rocco a Rovigo

    San Rocco a Rovigo

    Un tempo, a Rovigo, quasi dirimpetto al Castello – oltre l’Adigetto, che scorreva placido solcato periodicamente da varie imbarcazioni – si apriva il quartiere San Rocco. Derivava il nome da una bellissima piccola Chiesa dedicata al santo di origine francese, situata nei pressi di palazzo Angeli. Anche la strada su cui sorgeva la facciata principale del tempio prendeva il nome di via San Rocco, ora via Angeli. Una strada che, come si evince dalla mappa dell’Estimo del 1775, conduceva a porta S. Giovanni, anche questa scomparsa, abbattuta ben prima ancora della chiesa.

    Come testimoniano alcune foto d’epoca, tra frondosi tigli che fiancheggiavano l’Adigetto, svettava alto e aguzzo il bel campanile della Chiesa-oratorio. Ma la cultura moderna, che agli inizi del Novecento stava avanzando in tutta Europa tendendo al rinnovo dell’asseto urbanistico delle città, influenzò anche Rovigo. E l’amministrazione della nostra città, in era fascista, si accinse a intervenire nel tessuto urbano, modificandone in modo sensibile la struttura.

    Si avviò, innanzitutto, nel 1937 la deviazione dell’Adigetto verso la periferia, per creare il corso del Popolo (al tempo denominato corso del Littorio), con espropri forzati per nuove costruzioni di utilità pubblica. E fu così che l’anno successivo, 1938, la piccola Chiesa di San Rocco dovette lasciare lo spazio all’edificazione dell’imponente Palazzo INA.

    Una testimonianza di fede

    Tale Chiesetta è stata testimonianza di una lunga storia di fede e arte, manifestata da un’intensa devozione popolare al Santo, amato e invocato nelle gravi malattie ed epidemie che sempre si susseguirono nei secoli passati. Riguardo a ciò il dott. Luigi Contegiacomo afferma che essa “rappresentò un retaggio della tradizione medievale che affidava a conventi e chiese – con i loro piccoli “ospitali” – la protezione di pellegrini e viandanti”, unitamente ad altre strutture, che ancora esistono in città, sebbene spesso modificate, nelle piante, “nella consistenza e nell’uso”, quali l’antica Commenda di S. Giovanni gerosolimitano, risalente al 1100 e fondata dai cavalieri di Malta, il medievale oratorio con ospedale di “S. Giovannino” (S. Giovanni decollato), e il frequentatissimo santuario di San Lorenzo in Tassina¹.

    Già nel 1530 a Rovigo esisteva una Confraternita di S. Rocco, che nel 1607 fu aggregata all’Arciconfraternita di San Rocco di Roma. La Confraternita si proponeva l’assistenza ai malati e la sepoltura dei morti, particolarmente se poveri o abbandonati. Soppressa la Confraternita nel 1807, la Chiesa divenne proprietà demaniale. La parte immobile fu consegnata per la conservazione al conte Domenico Angeli, a Giacomo Giro e al parroco dei Santi Francesco e Giustina con l’accordo di tenerla aperta a carico dei fedeli. L’anno successivo i tre depositari consegnarono la Chiesa e suppellettili alla fabbriceria di san Francesco cui aspettava l’amministrazione².

    Nel 1855, dopo il flagello del colera, la Chiesa aveva avuto un restauro radicale ad opera di Michele Zammattino che vi affrescò sulla facciata una matrona cinta di rose che rappresentava Rovigo, coperta con un manto di S. Rocco³. Così il Biscaccia nella sua cronaca spiega dettagliatamente con quanta fede la popolazione si rivolse al Santo per chiedere protezione contro il terribile morbo che in quell’anno colpì anche la città di Rovigo: “Ebbino in quest’anno il flagello del cholera ed in questo anno fu suscitata la devozione al santo ond’era affollata la Chiesa di timorosi supplicanti, carico l’altare di cere, abbondanti le elemosine (…). In questa ricorrenza furono tali le offerte, che diedero la forza doi fare un ristauro radicale alla chiesetta. Furono promotori di questa impresa il nobile Iacopo Foresti, Giuseppe Lavezzo ed Antonio Zamatteo. Formatosi così il comitato religioso, percorse la città e trovò tanto dinaro che nei lavori eseguiti furono pagate £. 6000 (…)”⁴.

    Aspetti artistici

    L’oratorio di San Rocco, a navata unica, comprendeva cinque altari.

    Sull’altare maggiore in marmo di Carrara era posta la bella statua policroma lignea di S. Rocco, opera di Giovanni Caracchio (inizi del XVII sec.), e ai lati due statuette in pietra raffiguranti S. Sebastiano, anch’egli taumaturgo (e invocato protettore contro la peste), e il vescovo S. Bellino con Tre angioletti di Giuseppe Bossi di Este.

    La statua di San Rocco successivamente è stata collocata su un altare del Santuario della Madonna Pellegrina nella parrocchia della Commenda, dove sono conservati a tutt’oggi anche le due statuette.

    Gli altri altari erano pertinenza di altre Confraternite:

    L’altare della Confraternita di S. Francesco di Paola era di buona architettura, di marmo di Rovigno e rosso di Verona.

    La Confraternita di San Carlo disponeva di un altare di legno dedicato al Santo.

    La Confraternita della Beata Vergine di Loreto teneva un altare pure di legno, descritto dal Bartoli, opera di Antonio Tassina, dipinto in marmo finto da Luigi Marangoni. Nel 1793 il famoso pittore Giovan Battista Canal aveva eseguito per questo altare una tela rappresentante la Madonna con il Bambino sopra la Santa Casa trasportata dagli Angeli a Loreto.

    Un quinto altare era dedicato a San Matteo. Nel 1783 venne restaurata la facciata con disegno ed esecuzione ad opera di Andrea Biscuola, capo Mastro Muratori, che ornò anche la Chiesa e vi fece un buon soffitto, in mezzo al quale Giovan Battista Canal dipinse uno splendido affresco rappresentante S.Rocco portato in Paradiso dagli Angeli⁵. La figura di san Rocco si stagliava contro il fondale di un cielo dorato e figure angeliche, come quella che reggeva il bastone del pellegrino. All’estremità inferiore dell’affresco si notava la figura di scorcio di un cane, animale tradizionalmente legato alla iconografia del Santo⁶.

    Un altro affresco del Canal, situato sul soffittino dell’Altare maggiore dell’oratorio, raffigurava lo Spirito Santo attorniato da Teste di cherubini, opera oggi purtroppo perduta.

    Della Facciata possediamo solamente uno schizzo del 1922, dal quale emerge un prospetto molto sobrio, stilisticamente simile alla facciata della Chiesa di S. Francesco, costituito da quattro colonne con capitelli corinzi che sostengono un timpano.

    La chiesa della Commenda

    Quando nel 1937 l’amministrazione comunale dell’epoca progettò la demolizione della Chiesetta di San Rocco per far posto al Palazzo INA, inizialmente aveva previsto una fedele ricostruzione della Chiesa da realizzarsi in via Cantonazzo, entro un terreno donato alla Curia nell’area relativa alla parrocchia dei santi Francesco e Giustina. Ma nei primi mesi del 1939 il progetto fu abbandonato in favore dell’edificazione di una Chiesa più grande maggiormente rispondente alle esigenze della Comunità, quella che è conosciuta come la chiesa della Commenda.

    L’inizio della guerra fermò però i lavori di costruzione che si conclusero definitivamente nel 1950, quando venne istituita la parrocchia della Commenda. La nuova Chiesa non fu però dedicata a San Rocco, secondo la originaria intenzione, ma si scelse di dedicarla al Cuore Immacolato di Maria e a Sant’Ilario.

    Nella prospettiva della demolizione della Chiesetta di san Rocco, la Soprintendenza all’Arte Medievale e Moderna di Venezia aveva provveduto alla catalogazione di tutti i beni interni e proceduto allo stacco dell’affresco di G. B. Canal raffigurante San Rocco in Gloria. E mentre l’Autorità religiosa si era riservata la proprietà di tutti i beni mobili contenuti nella Chiesetta, la Soprintendenza aveva dato l’autorizzazione alla demolizione a patto che altari, affreschi, elementi architettonici in pietra venissero degnamente collocati nella nuova Chiesa della Commenda; ma – come detto – ciò non avvenne, eccetto per le tre statue di cui si è accennato: San Rocco, San Sebastiano e San Bellino.

    L’affresco di San Rocco in gloria

    L’affresco, opera di G.B. Canal, sezionato in varie parti, fu custodito per oltre settant’anni in una cassa collocata nei depositi del vescovado di Rovigo, “fortunatamente ben conservati”, ha affermato mons. Giorgio Seno, Direttore dell’Ufficio Diocesano beni Culturali.

    Nel 2009 iniziarono le operazioni di restauro sotto la direzione del prof. Fabio Bevilacqua del centro Restauri Conservativi di Bologna. Nell’agosto del 2010, a cura della ditta “Costruzioni Orizzonte”, l’affresco è stato ricostruito e collocato, con straordinaria perizia e acuto ingegno, sul soffitto del Salone delle udienze in Vescovado. Ora è tornato a risplendere nella bellezza di un Santo portato in Paradiso dagli Angeli in tutta la sua gloria e magnificenza⁷.

    La grande attenzione rivolta a questo bellissimo affresco è stata motivata dal desiderio di riportare alla visibilità un pezzo della storia dell’arte fatta da artisti che hanno dato lustro all’arte sacra nel nostro Polesine. A tal proposito il Soprintendente per i Beni storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Verona, Rovigo e Vicenza, Fabio Magani, nell’Introduzione al pregevole volume San Rocco in Gloria, già citato, pubblicato in occasione del restauro, corredato da magnifiche foto a colori in cui vengono ripercorse le varie fasi riguardanti il restauro dell’opera, ha affermato che il pittore ebbe come punto di riferimento Giambattista Tiepolo.

    Probabilmente il Canal aveva tratto esempi da una pala con i Santi Sebastiano e Rocco della parrocchiale di Noventa Vicentina o da varianti della rappresentazione del Santo che il Tiepolo realizzò in telette devozionali forse per la Confraternita di San Rocco a Venezia. Da ricordare, inoltre, che il tema legato all’apoteosi di S. Rocco il Canal l’aveva avuto a Venezia nel modello cinquecentesco del Tintoretto.

    La figura del santo, la cui devozione era diffusissima in Italia e in Europa, era ben connaturata come “apostolo” tra i derelitti con i segni caratterizzanti: il cane, la conchiglia, la piaga, simbolo di fedeltà, perseveranza e carità cristiana⁸.

  • L’Oasi di Panarella

    L’Oasi di Panarella

    Il fiume Po, dopo aver attraversato la pianura Padana e percorso circa seicento chilometri, giunto a Papozze, si biforca: dal ramo principale, denominato Po di Venezia, si stacca infatti il Po di Goro, il ramo più meridionale che, oltre a delineare l’isola di Ariano, segna il confine geografico con la regione Emilia Romagna.

    Ha così inizio il famoso delta, attualmente tutelato dal Parco Regionale e identificato come Sito di Interesse Comunitario (SIC) nonché Zona a Protezione Speciale (ZPS). Qui le aree golenali sono caratterizzate da una ricca presenza arborea (per lo più boschi igrofili di salici e pioppi) a differenza del corso superiore, piuttosto spoglio e fortemente antropizzato.

    Ed è proprio a Panarella (frazione di Papozze), là dove il fiume compie una grande “S”, che si apre un’ampia golena. Un’area di pregio da quasi vent’anni tutelata dal WWF: fu infatti nel 1995 che la Sezione WWF di Rovigo, in convenzione con il Comune di Papozze, istituì una delle prime aree protette del Delta, al fine di preservare questo importante esempio di ecosistema anfibio, sottraendolo all’avanzare della pioppicoltura intensiva. Un’iniziativa che ha preceduto di due anni l’istituzione del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, del quale l’area golenale si è ben presto qualificata come uno dei più noti punti di interesse.

    L’Oasi WWF di Panarella, con i suoi venticinque ettari, copre circa il 50% della superficie totale della golena, costituendo un sito di notevole pregio ambientale in virtù dei numerosi habitat presenti al suo interno, tra i quali ricordiamo: il bosco igrofilo, il bosco planiziale, il prato umido e il prato arido. Habitat questi sempre più minacciati, sia a causa delle continue evoluzioni naturali a cui sono soggetti, che dall’impatto antropico.

    Negli ultimi due anni l’Oasi si ritrova al centro di una serie di attività condotte dai volontari WWF per una gestione mirata alla sua valorizzazione. Tutto ciò ha portato alla nascita di un recente progetto avviato dal WWF nazionale denominato “Giovani protagonisti”. Un progetto sviluppatosi a partire dal 2012, con una serie di incontri, guidati da docenti su diversi temi e aspetti (naturalistici, storici, culturali).

    Attraverso visite guidate sul campo, sono emersi numerosi spunti tecnici e creativi, che hanno permesso di stilare linee guida fondamentali per un concreto piano di gestione. Tutto ciò ha determinato la nascita di un nuovo Comitato locale denominato “Terra e Libertà”, formato da attivisti di varie età ed estrazioni sociali, accomunati dall’amore per il proprio territorio. Ne è scaturito un programma di importanti attività per la manutenzione, promozione e vigilanza dell’oasi.

    Una flora diversificata

    Dal punto di vista naturalistico l’oasi di Panarella rappresenta un ambiente diversificato, in cui si riscontrano tutte le varie fasi evolutive della zona umida: dallo stagno, al prato umido, dal bosco igrofilo al bosco planiziale maturo.

    Diversi sono gli stagni presenti nell’oasi, alimentati sia dalla falda sottostante che dalle periodiche piene del Po. In essi è possibile riscontrare una comunità vegetale (fitocenosi) costituita da specie adattate a vivere in ambienti umidi e saturi d’acqua; tra queste la Cannuccia palustre, varie specie di Carice, la Salcerella e l’Iris d’acqua o Giaggiolo; la vegetazione ripariale è costituita da arbusti come la Sanguinella e il Sambuco.

    Il bosco igrofilo, formato da Salice bianco e Pioppo bianco, è la componente dominante, mentre il bosco maturo – presenza alquanto rara nelle aree golenali padane – è costituito in prevalenza da: Olmo, Farnia, Frassino maggiore e Acero campestre.

    Diversa è la situazione riscontrabile nei prati aridi e nelle radure che intervallano le diverse macchie boscate. Qui troviamo: il Ranuncolo bulboso, varie specie di cardi selvatici, la Linaria, la Carota selvatica, intervallati da arbusti di Rosa canina, Biancospino e Prugnolo, tipica vegetazione eliofila, adattata a vivere in ambienti soleggiati.

    Tra le specie alloctone particolarmente invasive si ricorda: l’Amorpha fructicosa o falso Indaco presente in tutta l’area e la Sicyos angulatus, in gergo “Zucca Matta”, pianta rampicante lianosa appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, in grado di ricoprire completamente e soffocare tutta la vegetazione presente.

    La ricca fauna

    Per quanto riguarda la fauna, passeggiando tra i sentieri dell’oasi è molto frequente imbattersi nel Silvago orientale, detto Mini-lepre, mammifero alloctono di piccole dimensioni, importato dal Nord America a scopi venatori e molto confidente con i visitatori. Altri mammiferi presenti sono il Riccio, la Volpe e diverse specie di pipistrelli che nelle ore notturne si rimpinzano letteralmente dei numerosi insetti, facendo incetta di zanzare.

    Dai monitoraggi effettuati dai volontari del WWF sono risultate abbondanti tre specie: il Pipistrello albolimbato, il Pipistrello di Savi e il Serotino comune. I vecchi alberi cavi e la necromassa che caratterizzano il bosco igrofilo e il bosco planiziale rappresentano un ottimo rifugio e sito d’alimentazione, oltre che di riproduzione, per molte specie di uccelli. Tra questi ricordiamo il Picchio rosso maggiore e il Picchio verde, uccelli insettivori particolarmente intelligenti, capaci di scavare con il potente becco cavità nel legno, utilizzate poi come nido o per la ricerca di larve di cui vanno ghiotti.

    Nel periodo autunnale e invernale, il bosco si popola di decine di specie migratrici e facilmente osservabili, tra queste: il Pettirosso, il Fringuello, la Cinciarella e il Codibugnolo. Nei mesi primaverili ed estivi tra la folta chioma degli alberi è possibile udire il canto flautato tipico del Rigogolo (Oriolus oriolus), uccello elusivo ma molto appariscente che, con l’inconfondibile livrea gialla e nera del maschio, costituisce la specie simbolo dell’Oasi.

    Un altro ospite comune in estate è il Gruccione (Merops apiaster), uccello migratore africano dal piumaggio variopinto con tonalità gialle, rosse, blu e verdi. Quest’ultimo è solito nidificare in cavità scavate negli argini sabbiosi e si alimenta soprattutto di Imenotteri come Vespe e Calabroni.

    Nell’area fluviale è possibile osservare diverse specie di Ardeidi quali l’Airone cenerino, la Garzetta e la Nitticora, oltre ai numerosi Cormorani, uccelli ittiofaghi, soliti a colonizzare nei mesi invernali le sponde del fiume Po e le aree umide interne. Abbondante è anche la presenza degli Anatidi come il Germano reale e l’Alzavola, rintracciabili a centinaia nelle acque tranquille ricche di papiri all’interno della ex ansa del Po, vasta zona umida a ridosso dell’oasi stessa venutasi a creare in conseguenza di recenti lavori di rettificazione del fiume.

    Costante è anche la presenza della Sterna zampenere e dei limicoli, tra questi: il Cavaliere d’Italia, il Piro piro culbianco e persino la Beccaccia di mare (più frequentemente in prossimità del mare) osservabili nei mesi estivi mentre catturano invertebrati nelle acque limose del fiume Po e degli stagni interni. I cieli diurni sono dominati dai rapaci come l’imponente Poiana, il Gheppio e il fulmineo Sparviero, mentre percorrendo la strada arginale nelle ore crepuscolari è possibile osservare e spesso udire la Civetta e il Gufo comune, rapaci notturni caratterizzati da un alimentazione varia, in cui rientrano: uccelli, rettili, invertebrati e micromammiferi, compresi i pipistrelli.

    Le zone umide interne e il ricco sottobosco della golena di Panarella ospitano molte specie di anfibi, tra queste la comune Rana verde, rintracciabile principalmente negli stagni e nelle pozze d’acqua. Altre specie di anfibi trascorrono in ambiente acquatico solo la prima fase larvale, passando la fase adulta nel sottobosco e tornandovi solo nel periodo riproduttivo. Tra queste ricordiamo: la Raganella, il Rospo comune, la Rana agile e il Tritone punteggiato. L’unica specie alloctona riscontrata è la Rana toro, grosso anfibio originario del Nord America e importato in Italia nel secolo scorso a scopi alimentari. Recentemente, a seguito dei monitoraggi condotti, sono state individuate due specie molto rare e minacciate, il Tritone crestato (Triturus carnifex) e l’endemica Rana di Lataste (Rana latastei), oltre ad una popolazione di Testuggine palustre europea (Emys orbicularis), rettile altrettanto minacciato e strettamente legato agli ambienti acquatici a lento corso o stagnanti.

    Negli specchi d’acqua ritroviamo invece un’ittiofauna costituita pressoché da specie alloctone, tra queste: il Pescegatto, la Blicca, la Carpa e il Carassio, pesci in grado di tollerare anche basse concentrazioni di ossigeno disciolte nell’acqua.

    La Repubblica di Bosgattia

    Il prof. Antonio Dimer Manzolli, Presidente dell’Accademia del Tartufo del Delta del Po, già presidente dell’Ente Parco dal 2002 al 2005, nonché grande cultore del delta polesano, descrive così quest’area:

    “La golena di Panarella, così come la vediamo oggi, è il frutto del lavoro combinato dell’uomo e della natura. Un tempo era diversa, negli anni ottanta l’allora Genio Civile realizzò in questi luoghi quello che viene chiamato il raddrizzamento dell’ansa di Corbola, intervenendo proprio nella golena di Panarella per motivi di sicurezza idraulica, creando un nuovo canale che praticamente, tra le altre cose, metteva in maggior sicurezza la città di Adria e le aree limitrofe. Venne anche demolito il vecchio ponte tra Bottrighe e Corbola¹ che ora si trova sul nuovo tratto dell’attuale strada regionale 495. Completati i massicci interventi dell’uomo la natura ha fatto il resto, creando questo luogo particolarmente suggestivo, ricco di avifauna e di vegetazione autoctona.

    Un tempo parte della golena era anche abitata e coltivata come avviene ancora oggi in molte parti lungo il Po. Qui tra il 1946 e il 1955 il prof. Luigi Salvini, slavista di fama internazionale, diede vita alla Repubblica di Bosgattia, un luogo del sentimento dove da giugno a settembre si viveva a contatto con la natura, mangiando quello che la terra e il fiume offrivano. La repubblica aveva propria moneta (Il Cievaloro) e francobolli².

    Nel 1960 in questi luoghi il regista Luigi Comencini girò alcune scene del famoso film “Tutti a Casa” con Alberto Sordi. Una curiosità: la golena di Panarella è attraversata dal 45° parallelo Nord, significa che si trova esattamente a 5000 Km dal Polo Nord e 5000 Km dell’Equatore. A tale proposito l’Accademia del tartufo del Delta del Po che ha sede a Papozze (Ristorante Le Magnolie) ha ideato un apposito attestato da consegnare gratuitamente ai visitatori dell’oasi interessati”.

    Una coscienza ritrovata

    Eddi Boschetti, presidente del WWF Provinciale di Rovigo, traccia questo ritratto dell’area: “L’Oasi Golena di Panarella, è un sito emblematico, su cui è scritto a caratteri indelebili il lungo e controverso rapporto tra i Polesani e il loro più importante Fiume.

    Frutto dell’azione incrociata di imponenti opere di ingegneria idraulica e della generosa facoltà riparatrice dell’ecosistema fluviale, questo territorio ha attraversato stagioni in netto contrasto fra loro: da una “stagione eroica” durante la quale al Grande Fiume si doveva rispetto e reverenza perché da Lui dipendevano la prosperità e la miseria, la vita e la morte, all’ottusa stagione dell’oblio, quando la golena venne declassata a discarica, sede di ogni tipo di abusivismo e luogo di ritrovo per balordi. Per fortuna il peggio sembra essere passato e in questi ultimi tempi la sensazione è di entrare nella stagione della “coscienza ritrovata”.

    Sebbene le ferite più recenti e profonde non siano ancora del tutto guarite, la gente del Po ha ristabilito un contatto più sano con la sua terra, vivendola a piedi, in bicicletta, a cavallo, o in barca, organizzandovi giornate ecologiche, feste paesane, mercatini di prodotti della terra e quant’altro possa celebrare questo ritrovato incontro fra il fiume e suoi abitanti.

    Già nel 1995 risultava evidente che non ci si trovava di fronte alla classica area incontaminata da destinare a tutela integrale, pertanto con coerenza il WWF ha scelto fin da subito di non limitarne drasticamente l’accesso all’uomo, sperimentando e incoraggiando, assieme ad associazioni, enti e singoli cittadini che a vario titolo frequentano l’area, nuove forme di gestione, più aderenti alla natura stessa di un territorio che è in continua evoluzione.

    Non si può fare a meno di tentare un approccio neanche quando il Po mostra i muscoli e per qualche giorno sembra inghiottirsi boschi e canneti, per poi restituirceli, un po’ “spettinati”, ma più vivi di prima. Alcuni angoli volutamente lasciati allo stato selvaggio, dove sono insediate le specie più rare, restano comunque inviolabili, assicurando la conservazione della sorprendente comunità di specie animali e vegetali che popolano uno dei tratti più interessanti dell’intero corso del Po.

  • I fantasmi dell’Abbazia

    I fantasmi dell’Abbazia

    Metti una notte a caccia di fantasmi nell’antica Abbazia della Vangadizza. Loro, i “cacciatori”, sono i Ghost Hunter Padova. Del team fanno parte Andrea Pugliese, Erica Turetta, Alessio Pezzin e Orazio Daniele il sensitivo.

    Proprio quest’ultimo afferma che già in una precedente visita notturna nell’ex monastero aveva rilevato la presenza di entità misteriose. E lo riconferma in tutta tranquillità durante l’ultima visita a cui chi scrive è stato personalmente presente: “Ho già percorso la volta scorsa l’intero perimetro del chiostro a braccetto di un vecchio frate, di statura bassa, ingobbito dagli anni e completamente cieco, – afferma Daniele – che aveva bisogno proprio per questo di essere accompagnato. Oltre a ciò ho avvertito forte la presenza di un antico cavaliere con una lunga tunica bianca, che mi ha colpito al costato. Oltre questo ho avvertito la presenza di un bambino che entrava qui a giocare da abitazioni vicine e che i monaci mandavano via”.

    Il sensitivo spiega che il team padovano è dotato di moderni strumenti di rilevazione ottici e acustici, computer e macchine fotografiche all’infrarosso per fotografie fatte nell’oscurità. “I miei colleghi eseguono le ricerche strumentali, io avverto e vedo le presenze”. E prosegue: “Ora sento che dalla parte superiore qualcuno ci osserva dal primo momento che siamo entrati qui”.

    Durante il pomeriggio i Ghost Hunter Padova hanno posizionato i loro strumenti e sigillato gli ingressi del complesso abbaziale per tornare sul posto a notte inoltrata e continuare gli esperimenti.

    A notte inoltrata si inizia il percorso dal magazzino-cambusa a destra dall’ingesso di via Cigno, proprio dove, nella visita precedente un componente del gruppo si era sentito male. Subito accade che una lampada si accende da sola e poi si spegne.

    Alle domande che rivolgo al team, succede anche di sentire uno scalpiccio di passi al piano superiore dell’ambiente. Capita anche di sentire per pochi attimi, ma in diversi momenti, un forte profumo di fiori prima e di incenso poi.

    Tutto ciò mentre il sensitivo rileva numerose presenze e afferma di aver distinto nettamente nell’oscurità il contorno di un volto.

    La rilevazione si sposta poi nell’ex refettorio, ora sala convegni: un apparecchio registra una sorta di lamento lontano. Successivamente – ed è stato l’effetto più coinvolgente – da parte degli operatori è stata avviata una registrazione musicale di canti gregoriani. Ben presto è sembrato che altre voci accompagnassero i canti, ma poi si è distinto nettamente il rumore di un chiavistello e di una porta che si apriva, proprio dove in quel momento non c’era nessuno del gruppo. Oltre a ciò, picchi inspiegabili di campi elettromagnetici e repentini sbalzi di temperatura.

    Prima di ripartire i cacciatori di fantasmi hanno confermato di aver ottenuto risultati significativi e particolarmente interessanti. Successivamente il materiale audio e video ricavato dalle rilevazioni effettuate dai Ghost Hunter Padova nell’antico monastero hanno confermato, quanto già emerso. E il medianista Orazio Daniele ha ribadito che il sito visitato si è rivelato di notevole interesse per le ricerche che il gruppo porta avanti con passione e professionalità.

  • La Dama di Chiunsano

    La Dama di Chiunsano

    Le spoglie di una dama sconosciuta, vissuta 1500 anni fa, vengono rinvenute il 2 settembre 1991, a Chiunsano, nel territorio rivierasco del Po tra Gaiba e Ficarolo, nell’ultimo giorno della quarta campagna archeologica condotta da Hermann Büsing dell’Università della Ruhr a Bochum.

    Lo scheletro, deposto su quella che al tempo era la massicciata romana, risale all’epoca delle invasioni barbariche. E’ databile intorno al 500 d. C. ed è stato rinvenuto intatto, affiancato da un ricco corredo funerario – costituito da elementi d’argento – che oggi è esposto nella sezione medioevale del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo.

    Dai successivi studi si scoprirà l’origine ostrogota del ritrovamento.

    Ma chi era quella dama sepolta con ornamenti tanto particolari e preziosi? Dove stava andando? Da chi stava scappando?

    Partendo dalla scoperta archeologica, e dagli approfondimenti storici dell’epoca antica, Sondra Coizzi, insegnante originaria di Gaiba che negli anni delle campagne di ricerca, gettava il proprio sguardo curioso sugli scavi, tesse le trame del suo romanzo, “La dama di Chiunsano”, Alberto Brigo Editore. Chiama la protagonista Amalia, e colma le lacune storiche ed archeologiche con la fantasia.

    “Il periodo storico in cui visse Amalia, è affascinante, caratterizzato da mutamenti veloci, talvolta poco chiari, liquidati in poche pagine nei libri di storia e poco approfonditi – spiega l’autrice -. E’ il periodo in cui i Franchi di Clodoveo occupavano Gallia e Germania, terra dove, al sud, erano presenti gli Alemanni”.

    E’ proprio da questo dato oggettivo che Coizzi parte per scrivere la storia della Dama, che “nel proprio corredo funebre portava due gioielli Alemanni: un’armilla al braccio e un ago crinale nei capelli. Gli Alemanni per indole erano poco disposti a sottomettersi a Clodoveo; così chiedono aiuto a Teodorico, l’allora Re d’Italia il cui amore segreto e travagliato era proprio Amalia”.

    La Dama, che porta gioielli Alemanni nella propria tomba, “proveniva dalla Germania, stava per raggiungere, a Ravenna, il suo amante, Clodoveo, ma qualcosa, durante il percorso l’ha fermata, o qualcuno l’ha tradita”.

    La Dama dimostra di essere stata un personaggio di valore, di prestigio che durante la propria esistenza era temuta, stimata, venerata. E’ stata infatti rinvenuta adagiata nella tomba con grazia e rispetto, mantenendo così la propria dignità, senza essere separata dai propri gioielli.

    “La dama di Chiunsano” è un romanzo in cui si intrecciano le vicende storiche dell’epoca, l’amore (immaginato) e gli interessi economici e politici del tempo, in un continuo conflitto tra ragioni di cuore e ragion di stato. Ma il romanzo non parla soltanto di una storia d’amore, odio e violenza. Ci sono riferimenti ai villaggi di origine romana di Ficarolo e Gaiba e alla nascita di Rovigo, “fondata da un ostrogoto in periodo altomedioevale, che attribuisce alla città il proprio nome” precisa Coizzi.

    Alla fine del volume è riportato un apparato enciclopedico che indica i nomi usati per indicare sovrani e territori, usati nella narrazione con il nome che portavano al tempo dello svolgimento dei fatti, non quello attuale, che spesso non è lo stesso.

    “La dama di Chiunsano è un’eroina moderna, di certo non una donna romantica – conclude l’autrice -. Un personaggio femminile di certo non succube in nome dell’amore, ma capace di scelte drastiche, razionali, di uccidere pur di non essere uccisa. Dalle sventure impara a uscirne vittoriosa, a vedere nella cattiva sorte sempre il bicchiere mezzo pieno”.

  • Il CPSSAE compie 50 anni

    Il CPSSAE compie 50 anni

    E’ una storia lunga 50 anni quella del CPSSAE, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici attivato ufficialmente il 17 dicembre 1964 a Rovigo: 50 anni di entusiasmante impegno, dedicati a scoprire, divulgare e valorizzare l’identità dell’antico Polesine. Ne ripercorriamo le principali tappe approfittando dalla cortese ospitalità del Ventaglio.

    I primi passi nelle campagne arate

    Alla metà degli anni Sessanta del secolo scorso alcuni appassionati di storia locale, aggregati dallo spirito e dalla volontà di Gian Battista Siviero e Gian Franco Bellintani, sentirono l’esigenza di dar vita ad un’associazione culturale con lo scopo di riunire le loro attività dilettantistiche per portare contributi ad indagini archeologiche nella Provincia di Rovigo.

    Da questa volontà nacque a Rovigo nel dicembre 1964 il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici (CPSSAE). L’associazione subito si attivò in fruttuose, concrete azioni di intervento sul campo, che di riflesso rispecchiavano il particolare interesse per lo studio della ceramica medievale e rinascimentale coltivato da Siviero, divenuto in breve tempo uno dei primi specialisti in area padana di queste classi di materiali, al tempo trascurati e sottovalutati in ambito archeologico.

    Fu grazie al pronto intervento di alcuni aderenti al CPSSAE che si giunse al recupero di un consistente nucleo di ceramiche cinque-seicentesche a Frassinelle durante i lavori di rettifica dell’alveo del Canalbianco. I ritrovamenti quasi rappresentavano il conseguente sviluppo dell’impegno profuso per la prima mostra a livello nazionale organizzata a Rovigo dal neonato Centro su questa tipologia di materiali, riguardante, appunto, La ceramica graffita veneta del XIV-XV-XVI sec., allestita presso l’Accademia dei Concordi nell’ottobre 1965.

    Lo stimolo ad indagare per far nuova luce sul passato polesano caratterizzò subito lo spirito del CPSSAE. Bisognava, in sostanza, con impegno e convinzione giungere a delineare un più verosimile quadro archeologico del territorio rispetto a quello definito dal mondo accademico “molto scarso” e “scientificamente irrilevante”. Si intravedeva, pertanto, la necessità di proporre per l’antichità polesana credibili modelli insediativi sulla base di dati derivati dalla ricerca sul campo, puntando in primo luogo sul diretto contatto con la realtà territoriale e su mirate modalità d’indagine.

    Questi obiettivi non tardarono a mostrare i primi risultati. Nella primavera del 1966 nacque all’interno del CPSSAE il primo gruppo di ricognizione, coordinato da Rodolfo Peretto e composto dai figli (chi scrive e Carlo), da Renzo Padoan e Renato Siviero con presenze occasionali di qualche altro giovane studente. Il gruppo fu operativo, anche con ridotti e fruttuosi saggi di scavo, in località di Fenil del Turco, San Cassiano, Pontecchio Polesine, Costa di Rovigo, Villanova del Ghebbo, Frassinelle, Polesella. Il materiale che si andava raccogliendo veniva custodito in alcuni locali di Vicolo Castello nell’attesa di dare vita ad un museo, intenzione ed esigenza più volte ribadite dal CPSSAE. Fu certamente la scoperta del villaggio protostorico di Frattesina, presso Fratta Polesine, ad aprire nuove visioni sulla storia più antica del Polesine, coronando oltre le previsioni le aspettative della potenzialità archeologica dell’entroterra di Adria.

    La scoperta di Frattesina

    Nella primavera del 1967 la segnalazione del particolare interesse per lo studio della ceramica medievale e rinascimentale coltivato da Siviero, divenuto in breve tempo uno dei primi specialisti in area padana di queste classi di materiali, al tempo trascurati e sottovalutati in ambito archeologico.

    Nella primavera del 1967 la segnalazione da parte di Stefano Casari di affioramenti di frammenti ceramici e di manufatti in corno di cervo nel podere agricolo del padre, denominato Campagna 1 di Frattesina, portava il CPSSAE ad individuare quello che ben presto si rivelò essere un sito archeologico di particolare rilievo internazionale, inquadrabile tra l’età del Bronzo finale e la prima età del Ferro (XII-IX sec. a.C.). La scoperta fu concomitante con altri interessanti rinvenimenti di frammenti ceramici, inquadrabili nello stesso ambito culturale di Frattesina, a Mariconda di Melara; la particolare coincidenza stimolò ulteriormente il CPSSAE, che nel luglio dello stesso anno eseguì un saggio di scavo in quest’ultima località, provando la presenza di strutture abitative dell’età del Bronzo lungo la riva dell’attuale corso padano.

    Con l’autorizzazione della competente Soprintendenza e con l’appoggio e la collaborazione di docenti e studiosi dell’Università di Ferrara e del Museo di Storia Naturale di Verona, tempestive furono le pionieristiche ricognizioni di superficie nella campagna di Frattesina. Si giunse ben presto al recupero di interessantissimo materiale riportato in luce dalle arature, evidenziando in maniera indiscutibile la particolare importanza dell’antico villaggio, confermata anche dai primi saggi di scavo condotti l’anno successivo.

    Nel luglio 1968 il ristretto gruppo di giovani studenti del gruppo di ricognizione esplorò il sottosuolo evidenziando la consistente sequenza stratigrafica del villaggio protostorico e l’abbondanza di testimonianze tali da accertare una particolare estensione dell’abitato e fiorenti attività artigianali.

    Con questa scoperta il CPSSAE dimostrò credibilità ai suoi programmi e rappresentò nello stesso tempo un riferimento per qualificati studiosi che collaborarono nell’organizzazione di convegni riguardanti in particolare i nuovi orizzonti che la realtà archeologica di Frattesina apriva sulle conoscenze sull’età del Bronzo finale in Italia e sul ruolo del delta padano nei traffici commerciali tra l’Europa centro-settentrionale e l’area greca. A confermare questo sorprendente quadro archeologico, nel 1969 l’individuazione in una serie di affioramenti presso Villamarzana, inquadrabili tra la fine del Bronzo finale e l’inizio dell’età del Ferro, evidenziava un organizzato sviluppo, attraverso la continuità temporale e areale verso est, dello stesso complesso insediativo di Frattesina, nella fase in cui si registravano per l’area padana mutamenti idrografici e il formarsi delle prime realtà urbane.

    Il museo e il decollo di Padusa

    Erano ormai maturati i tempi: bisognava dar vita al museo per conservare e per divulgare quanto si andava raccogliendo. Oltre alla sistemazione del Lapidarium nei sotterranei del Castello, nel 1971 veniva allestito il Museo Archeologico, quale sede staccata dell’Accademia dei Concordi nei locali ex Val di Susa di Viale Regina Margherita, messi a disposizione dalla Camera di Commercio di Rovigo.

    Negli anni che seguirono l’abitato di Frattesina, con le sue due necropoli, e quello di Villamarzana furono oggetto di organizzate campagne di scavo, alle quali il CPSSAE prestò sempre la sua collaborazione e di periodiche ricognizioni sul campo, curate in particolare dal locale Gruppo Culturale Manegium. Quanto raccolto in anni di ricerche e studi è oggi ben evidenziato in una sezione espositiva del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e nello specifico Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine.

    Anche la divulgazione dei risultati derivati dalle ricerche e dagli studi fu tempestiva e periodica attraverso Padusa, la rivista che il CPSSAE volle fin dalla sua nascita e che l’anno prossimo vedrà uscire il cinquantesimo numero. Dal primo opuscolo uscito nel 1965 (“un semplice quaderno di annotazioni scritto prevalentemente da soci, semplici amatori, per i soci” scriveva Siviero) la rivista andò ben oltre le modeste intenzioni del suo primo direttore. Fu certamente la pubblicazione dei contributi di qualificati studiosi e ricercatori intervenuti ai convegni organizzati a Rovigo a far decollare la rivista, che dal 1990, con la direzione di Paolo Bellintani, oltre ad assumere una sua particolare identità nella veste grafica, è giunta a qualificarsi tra le più rinomate a livello nazionale. Essa è oggetto di scambio con circa 200 riviste italiane ed europee di carattere archeologico ed il fondo librario accumulatosi negli anni è in dotazione all’Accademia dei Concordi.

    Sul finire del 1978, sia per le continue richieste del CPSSAE, in difficoltà nella gestione del suo Museo Archeologico i cui locali dovevano essere demoliti, sia per impedire la dispersione di numeroso materiale oggetto di una temporanea mostra etnografica allestita in occasione dell’Ottobre Rodigino, il Comune di Rovigo istituì il Museo Civico delle Civiltà in Polesine, designando quale sede il complesso monastico di San Bartolomeo. Sarà dopo il radicale restauro dell’edificio che nel 2001 prenderà vita il Museo dei Grandi Fiumi.

    Le sezioni, le istituzioni e il ritorno sul campo

    Se l’eredità museale entrava sotto l’egida del Comune di Rovigo, non cessarono per il CPSSAE le collaborazioni con le competenti Soprintendenze e le ricerche sul campo attraverso l’attività di sezioni staccate sorte a Castelnovo Bariano, ad Adria, a Rovigo, a Ficarolo.

    Per il territorio di Castelnovo Bariano particolare rilievo assunsero le indagini e gli scavi condotti nell’abitato palafitticolo di Canàr e l’eccezionale ritrovamento a Torretta di numerose, preziose ceramiche rinascimentali, tali da dar vita al locale Museo Archeologico. Da ricordare anche l’attiva collaborazione della sezione “Eridano” di Ficarolo nelle campagne di scavo condotte tra il 1990 e il 2000 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Bochum nella villa rustica di epoca romana in località Chiunsano.

    Non furono trascurati, inoltre, grazie ai contributi economici del Comune e della Provincia di Rovigo, della Regione Veneto, delle Fondazioni Cariparo e Banca del Monte di Rovigo, l’organizzazione di periodiche mostre itineranti, di convegni, di corsi di formazione e di attività didattiche.

    Si vogliono in particolare ricordare le mostre e i convegni, con relativi cataloghi, su Francesco Xanto Avelli (1980, pubblicazione del catalogo 1988) e sui ritrovamenti di Torretta (1986).

    Fu indetta anche la borsa di studio Gherardo Ghirardini, giunta quest’anno alla V edizione, per ricerche in ambito archeologico condotte da giovani ricercatori. Tutto questo mentre il Museo rodigino contribuiva sensibilmente ad ampliare le conoscenze sugli interventi territoriali operati dai Romani, sulla presenza etrusco-padana dell’entroterra di Adria, sul villaggio arginato di Larda di Gavello e la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto e Istituti Universitari si impegnavano in campagne di scavo in varie località del territorio. Va ricordato, inoltre, l’attivo Gruppo Archeologico di Villadose (GAV) annualmente impegnato nelle fruttuose ricognizioni di superficie in estese aree mediopolesane.

    Negli ultimi anni una particolare collaborazione con la Provincia di Rovigo ha permesso la realizzazione del progetto rivolto alla pubblicazione del volume Trasparenze di Paesaggi. Atlante aerofotografico del Polesine, che, come la relativa mostra, è stato curato da chi scrive e Sandra Bedetti: una rassegna di suggestive visioni dall’alto che mostrano nei sorprendenti segni del suolo agricolo memorie di paesaggi sepolti controllati e sfruttati dall’uomo, una evidente cornice ambientale ai significativi riscontri emersi dalle ricerche condotte a terra e nel sottosuolo. Quest’anno, inoltre, a cura del CPSSAE è stata allestita nei mesi di giugno e luglio presso Villa Badoer di Fratta Polesine la mostra fotografica di Francesco Sprocatti Feste e tradizioni popolari in Polesine, accompagnata dalla guida Tempo di festa di Chiara Crepaldi.

    Con i primi timidi passi tra le zolle della campagna mediopolesana cinquanta anni fa il CPSSAE iniziava un cammino che con sempre maggiore credibilità ha particolarmente contribuito a portare all’attendibile definizione di un antico Polesine dove l’uomo ha saputo inserirsi tra delicati equilibri di terre e di acque, giungendo a gestire risorse e potenzialità del grande apparato deltizio, coinvolto nei traffici commerciali protostorici e negli organizzati interventi territoriali di epoca romana. Il cammino deve continuare cercando nuova forza soprattutto nei giovani; questo è lo spirito che caratterizza alcuni progetti in fase di attuazione e definizione da parte del Centro, rivolti ad incrementare le ricerche, sviluppando maggiori collaborazioni tra le istituzioni culturali e gli organismi pubblici e privati in modo da garantire continuità alle iniziative con finalità rivolte, oltre che allo studio, alla valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale.

    E, tra gli ultimi impegni, ecco il ritorno a Frattesina, nell’ambito di un progetto della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto. Tra i mesi di agosto e ottobre dell’anno in corso il CPSSAE, avvalendosi della collaborazione anche del GAV, ha svolto rilievi e carotaggi lungo sezioni di fossati in corrispondenza dell’abitato protostorico, mentre dettagliate ricognizioni di superficie saranno condotte durante i prossimi periodi autunnale ed invernale. L’approfondimento della sequenza insediativa, in relazione agli elementi geomorfologi e paleoambientali, e il riesame dei reperti raccolti in quasi mezzo secolo di ricerche porteranno qualificati studiosi alla pubblicazione di un articolato volume sul complesso archeologico di Frattesina, considerato “uno dei maggiori crocevia della protostoria europea”.

  • I trent’anni di Turismo&Cultura

    I trent’anni di Turismo&Cultura

    Era la sera del 6 luglio 1984. Nello studio del notaio di Ariano, si trovavano attorno al tavolo un medico di Oca Marina, un imprenditore di Rovigo, un geometra di Guarda Veneta, la farmacista di Oca, e poi, sempre del Delta, un agricoltore, due impiegati agricoli, un coltivatore diretto, due operai, un bracciante e un pescatore.

    Trent’anni fa nasceva così la coop. Turismo & Cultura.

    La tentazione oggi sarebbe innanzitutto quella di assecondare i ricordi, descrivere le facce, i caratteri, i sogni di quella gente così diversa e così incredibilmente insieme. Capire i motivi, il sostrato esperienziale che precedeva la decisione di essere lì, in quel posto, in quel momento, a compiere quell’atto, così incredibilmente strano per dove, cosa, come e chi lo faceva.

    Questo lo farò probabilmente in un’altra occasione, ma non ora. In queste pagine del Ventaglio trovo che sia più giusto che i 30 anni di una cooperativa, così vitale e innovativa come Turismo & Cultura, siano ricordati per le idee, i progetti, le azioni. A beneficio di chi non sa, o non sa bene; ma anche di chi non vuol riconoscere, di chi facilmente dimentica, e anche di chi magari si attribuisce indebite primogeniture, dopo aver pescato a piene mani dall’esperienza di Turismo & Cultura, spesso senza citare la fonte.

    Ma ecco, irrompe alla mia mente un altro flashback, di qualche giorno fa. C’è un’animazione confusionale in sede al CeDi. Sono i giovani della cooperativa e stanno festeggiando il 110 e lode della laurea del loro collega Nicola. C’è anche Alice, ancora in maternità, col suo piccolo Giovanni in braccio, un po’ stralunato dalla soverchia attenzione.

    I figli e i figli dei figli si mischiano a figure storiche della cooperativa e l’atmosfera intergenerazionale scorre naturale, fluida, stimolante. Mi colpisce l’accavallarsi, partecipato nella stessa misura, di battute e pasticcini con discorsi di lavoro.

    Mi vengono in mente i fondatori e guardo a questi giovani: sono molto diversi, per studi e specializzazioni, e perché vivono una società diversa. Ma, come i fondatori, riescono a parlare di lavoro come di una cosa divertente.

    Non mi servono altre conferme. Turismo & Cultura vive:

    L’origine

    L’origine è da collegarsi all’azione del CTG-Centro Turistico Giovanile, l’associazione di ispirazione cristiana che si propone di sviluppare il protagonismo dei giovani e forme di aggregazione sociale nel turismo e nel tempo libero.

    Dopo anni di impegno volontario emerse la necessità – se si voleva sviluppare l’esperienza e garantire continuità e professionalità ai servizi svolti nel campo della fruizione dei beni culturali e ambientali – di assumere la veste di impresa. Viste le finalità di fondo e la condivisione dell’obiettivo da parte di un gruppo, l’impresa non poteva che avere le caratteristiche di mutualità, assenza di fini di lucro, completa apertura alla società. E’ quindi stata scelta la forma cooperativa.

    Sono promotori della cooperativa tre Gruppi CTG: Rovigoti di Rovigo (presidente Giuseppe Marangoni), Folclore Delta di Taglio di Po (presidente Antonio Rossin), Po Life di Guarda Veneta (presidente Matteo Pasello). Per 20 anni Rossin e Marangoni svolgono rispettivamente i ruoli di presidente e di direttore.

    Le attività iniziali

    Quando il Ctg cominciò ad interessarsi ed applicarsi sulla conoscenza e valorizzazione del territorio, in Polesine – e specie nel Delta del Po- non c’era nessun tipo di servizio turistico, tanto meno turistico-culturale: né guide, né depliant, né itinerari, due soli musei ad Adria e Rovigo, strutture ricettive principalmente solo a Rovigo e Rosolina. Nel Delta si vendevano le cartoline delle Dolomiti o di Venezia. Qualche pioniere isolato nel settore della ristorazione e dei battelli.

    In questo quadro, l’azione di Turismo & Cultura, si estrinseca attraverso tre filoni:

    A) IDEAZIONE ITINERARI, con individuazione dei beni culturali e ambientali più rilevanti, formulando connessioni in vari tipi di programma turistico e didattico a seconda del tipo di utenza (scuole, gruppi, ecc.).

    B) DIDATTICA applicata ai musei e all’ambiente, con formazione e aggiornamento continuo (corsi periodici e riunioni di confronto settimanali) di animatori culturali e studio delle metodologie didattiche in relazione ai percorsi e all’utenza.

    C) PROMOZIONE con: 1. depliant con programmi di visita, in collaborazione con EPT e Pro Loco del Delta; 2. opuscoli su beni culturali (ville, centri storici, paesi, musei, ecc.); 3. apertura per la prima volta di ville, casoni, corti e case rurali. 4. Edizione di “Polesine Delta del Po-Guida alla Terra dei grandi fiumi” di Giuseppe Marangoni, la prima guida della provincia di Rovigo, con 20.000 copie vendute in tutta Italia. 5. Edizione di “Ventaglio Novanta”, rivista semestrale di 180 pagine, curata da Lino Segantin, la quale, con i suoi 50 numeri, risulta il testo più consultato sul Polesine.

    6. Azioni promozionali a largo raggio nelle scuole di tutta Italia, anche in iniziative congiunte di Rovigo con Ravenna, Mantova, Padova, Chioggia e Venezia.

    Gli Ostelli

    Dopo i campeggi nel Delta del Po (Scano Boa, Bastimento, Gnocchetta), fin dalla metà degli anni ‘80 si individuò l’esigenza di strutture ricettive fisse a sostegno di un turismo naturalistico e culturale. Un primo risultato fu la concessione gratuita da parte dell’Istituto Autonomo Case Popolari di un terreno a Pila-Villaggio Pescatori per costruirvi un ostello. Poi si individuò la ex Caserma della Guardia di Finanza di Boccasette, con formale domanda di concessione all’Ufficio del Registro di Rovigo, progetto abbandonato in seguito per l’iter troppo lungo.

    Andò meglio con l’ex asilo abbandonato da anni di Gorino Sullam, per cui invece ci fu una piena concordanza di intenti con l’allora sindaco di Taglio di Po, Ildo Ponzetto. Il Rifugio Parco Delta del Po (50 posti letto in stanze con bagno, cucina, bici, barca, canoa, animatori) fu l’emblema delle potenzialità del turismo nel Parco del Delta, per i servizi e lo stile.

    Alla base dell’operazione c’erano scelte culturali ed ecologiche ben precise: il recupero e riuso di edifici abbandonati portandoli a nuova vita; un’ospitalità sobria ed essenziale e nel contempo raffinata; una full immersion nel territorio, con valorizzazione profonda delle risorse culturali ed umane locali; collegamento a livello nazionale e internazionale con le tendenze turistiche sensibili a questi valori. Si pensi, a titolo di esempio, che il ristorante del Rifugio fu l’unico in provincia di Rovigo e tra soli 8 in tutto il Veneto ad essere inserito nella “Guida Mangiarbene 2002” pubblicata dall’Associazione Vegetariana Italiana (A.V.I.) a seguito di una ricerca in Italia durata 3 anni e sponsorizzata dalla Barilla.

    L’Ostello Amolara di Adria fu la seconda grande realizzazione. Il bellissimo palazzo neoclassico ottocentesco dell’ex idrovora Campagna Vecchia era destinato al disuso e al degrado. Le idee progettuali di Giuseppe Marangoni, direttore di Turismo & Cultura, furono ben accolte e acquisite dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco, direttore Carlo Piombo. Amolara fu recuperata e trasformata in museo, ostello, centro convegni, ristorante, bar, moderno Ufficio del Consorzio di Bonifica.

    Storia analoga quella dell’ottocentesco Mulino al Pizzon di Fratta Polesine, abbandonato da decenni, recuperato da Turismo & Cultura e trasformato in Ecomuseo-Locanda, con annesso Squero per la costruzione e riparazione di barche da fiume e corsi di voga alla veneta.

    Turismo&Cultura ha poi anche avviato gli Ostelli di Monselice e di Mesola-Santa Giustina-Torre Abate, che i rispettivi Comuni non erano stati in grado, nonostante vari tentativi, di far entrare in funzione.

    I Musei e le Mostre

    Turismo&Cultura si è mossa in sei direzioni:

    1. promuovere i musei esistenti, inserendoli in appositi itinerari che collegassero il museo al contesto (città, territorio, ambiente);

    2. ideare iniziative per avvicinare residenti e forestieri al museo come luogo del sapere ma anche del piacere di conoscere;

    3. elaborare metodologie di fruizione diversificate per varie tipologie di utenza (bambini, scuole, adulti, anziani, disabili, turisti organizzati) con personale appositamente formato.

    4. promuovere l’apertura di nuovi musei e, in alcuni casi, idearne e realizzarne l’allestimento. Idea di Turismo & Cultura è stato Il Simposio Internazionale “Verso il Museo dei Grandi Fiumi” (Tra l’altro anche l’espressione “Grandi Fiumi” era stata già coniata da Giuseppe Marangoni come sottotitolo alla sua Guida “Polesine Delta del Po). Analogamente, il Museo della Corte a Cà Cappello di Porto Viro, con allestimento diretto delle due sezioni – naturalistica ed etnografica- riusando due ex case bracciantili. Così pure il Septem Mària Museum ad Amolara di Adria, con allestimento nella sala macchine dell’ex idrovora di un percorso didattico sulla storia della civiltà delle acque nel Basso Polesine dalla preistoria all’attualità.

    A Turismo & Cultura va ascritta l’azione di recupero e restauro della Grande Mostra Matteotti, realizzata dagli Archivi Centrali dello Stato in occasione del 50° della morte. Dopo l’allestimento presso il Liceo Celio di Rovigo (frequentato da Matteotti) e successivamente al Monastero Olivetano di San Bartolomeo, la Mostra è ora conservata presso il Manegium di Fratta Polesine.

    Anche l’idea della Casa-Museo Matteotti è stata per la prima volta proposta da Turismo & Cultura, dopo aver organizzato insieme ad altre associazioni, un convegno apposito presso il Museo dei Grandi Fiumi in data 4 marzo 2000. Attualmente Turismo & Cultura gestisce la Casa in convenzione col Comune di Fratta Polesine.

    5. provvedere alla gestione diretta, con aperture, biglietteria, guardiania, visite, didattica, eventi.

    Turismo & Cultura ha gestito i quattro Musei della Provincia di Padova e, in provincia di Rovigo, opera con servizi diversificati in 12 musei.

    6. Oltre che sugli allestimenti permanenti, Turismo & Cultura svolge servizi per importanti Mostre temporanee in vari Musei e nella Pinacoteca dei Concordi, tra cui si segnalano per importanza nazionale le Mostre della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo a Palazzo Roverella.

    Archivistica

    In accordo con l’Archivio di Stato di Rovigo, Turismo & Cultura organizzò un corso di archivistica moderna, con 12 partecipanti, tutti poi avviati al lavoro specifico.

    Musica e Teatro

    Per sviluppare questi due ambiti di attività, Turismo&Cultura diede vita all’Accademia Musica&Teatro e al LEM-Laboratorio Esperienze Musicali. L’una con intento di insegnare musica e strumento e di produrre spettacoli. L’altro per avviare spazi per i giovani che vogliono trovarsi a praticare la musica, specie in gruppo.

    Per molti anni fu organizzato un Festival provinciale del teatro per le scuole, in cui l’attività del teatro a scuola serviva a sviluppare l’espressività e sfociava nell’esibizione finale con la messa in scena di apposite pièces.

    Nel 2002 la Regione Veneto, nell’ambito delle Celebrazioni Ruzantiane, selezionò il progetto di Turismo & Cultura tra quelli presentati da moltissimi enti e compagnie teatrali. Il progetto prevedeva: l’allestimento del Dialogo facetissimo di Ruzante, il Convegno “Verso la Santa Agricoltura”, il Progetto Scuola con laboratori e percorsi museali.

    Un’altra produzione che girò i teatri d’Italia fu Siddharta da Herman Hesse. A latere, anche l’editoria teatrale: “Teatro e dintorni” volume curato da Sergio Garbato con testi delle commedie inedite di Miro Penzo; “Torototela” di Giuliano Scaranello; “Atto unico su Matteotti” di Gianni Sarapan.

    Da oltre 15 anni è attivo in vari centri un altro progetto originale: la Bottega della Musica e del Teatro, ideata da Laura Marangoni con specifica attenzione al mondo degli adolescenti e allo sviluppo sia delle attitudini artistiche sia delle potenzialità espressive e sociali.

    Il CEDI

    Il CeDi-Centro per la Didattica dei Beni Culturali e Ambientali è senz’altro il progetto culturale più importante elaborato da Turismo & Cultura. Nasce nel 1994, dopo ampia sperimentazione, e si propone come strumento di collegamento di Enti e Associazioni per valorizzare al massimo il patrimonio storico-artistico-ambientale e le risorse umane, attivando sinergie tra economia e cultura, scuola e impresa, lavoro e volontariato, pubblico e privato, istituzioni e cittadini.

    La forza del CeDi è l’adesione dei vari soggetti e una struttura organizzativa agile, gestita dalla cooperativa. Il CeDi favorisce la gestione di beni Culturali, la partecipazione a progetti comuni a più Enti, la formazione continua di professionalità adeguate, la ricerca e messa in circolo delle risorse vecchie e nuove.

    Il Doposcuola e le Animazioni estive

    Sempre più sensibile alle istanze culturali e sociali provenienti da una società in profondo cambiamento, Turismo&Cultura ha incentivato negli ultimi anni il suo impegno per l’educazione dei giovani nel tempo libero, andando ad integrare le funzioni dell’insegnante e del genitore. Nascono così progetti come “Non solo compiti”, “Le animazioni di eccellenza”, “Latin Lovers”, “In vacanza nella nostra città” e altri, tutti protesi a valorizzare il tempo libero dei ragazzi come tempo della conoscenza e della formazione libera ma profondamente agganciata ad obiettivi culturali.

    La Formazione

    E’ un settore trasversale, presente in tutti i rami di attività: Formazione teorica sempre anche legata al fare, alla prova, alla sperimentazione, al mettersi in gioco vero. Innumerevoli i Corsi, in tandem con le principali agenzie accreditate.

    Le Feste a tema

    Memorabili le feste e rievocazioni storiche alcune delle quali ideate e realizzate in collaborazione con l’Associazione Minelliana: “A tavola con la tradizione”, “A tavola con le regioni”, “Serate d’inverno”, “A cena con Catullo”, “A cena con Platone”, “A cena con Ovidio”, “Convivium”, “Festa greca”, “Festa etrusca”, “Festa veneziana”, “La festa barocca”, “Il Mercato della centuriazione romana”, “Menù carbonaro”. Tutti i menù sono frutto di studi ed eccezionali professionalità guidate. Animazioni, costumi, programmi, invenzioni artistiche, sempre tutto agganciato alla storia e al territorio.

    I Premi

    – Premio “Sviluppo Economico del Veneto-Sez. Turismo” Unione Regionale Camere di Commercio.

    – Premio Europeo per l’Ambiente “Henry Ford Conservation Award

    E per finire

    E’ bello riprendere la copertina di un catalogo dei servizi della cooperativa di qualche anno fa, in cui, sotto l’immagine di un’esile e precaria barchetta di carta che navigava i nostri fiumi, c’era questa frase:

    ….Innumerevoli volti e storie di persone impegnate fanno la storia della cooperativa “Turismo e Cultura”. Una storia che va. Una bottega del fare, con idee e progetti in continua evoluzione. Mille modi per valorizzare le persone e il patrimonio storico-artistico-ambientale.

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