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Archivi: Articoli d’archivio

  • La chiesa di Baruchella

    La chiesa di Baruchella

    Da tempo il Prof. Maurizio Tramarin pensava alla opportunità della ristampa aggiornata della sua giovanile storia della parrocchia di San Pietro Martire, fatta e stampata “di corsa” tra il 1976 e 1977, in occasione della prima visita pastorale del vescovo Sartori.

    Il tutto era partito “da una breve ricerca affidatagli dal parroco Don Nelido Cardinale” per la pratica del restauro della facciata presso la Soprintendenza ai Monumenti. L’occasione propizia dell’ampliamento della iniziale ricerca si è presentata quest’anno, nella ricorrenza del 25° della prematura scomparsa dell’amato parroco; occasione anche per rendere un pubblico omaggio alla sua memoria.

    Il nuovo volume si presenta con il titolo BARUCHELLA E LA SUA CHIESA. CINQUE SECOLI DI VITA PARROCCHIALE.

    L’autore – collaboratore assiduo di questa rivista – ha accettato di buon grado di fornire una sintesi della sua ricerca ai lettori del Ventaglio, ripercorrendo le principali tappe dei reiterati interventi di consolidamento e restauro del tempio, che si sono succeduti nell’arco dei secoli, soffermandosi in particolare su quelli del ‘900 protrattisi fino ai giorni nostri.

    “I documenti, oltre alle immagini, ritrovati nel corso degli anni negli Archivi di Stato di Rovigo, Ferrara, Modena e Venezia – sottolinea Tramarin prima di addentrarsi nell’iter storico – sono stati più numerosi di quanto si potesse sperare; preziose notizie hanno fornito pure l’Archivio della Curia vescovile, quello del Sodalizio Vangadiciense e l’Archivio parrocchiale, che recentemente ho avuto modo di riordinare”.

    Le origini del centro abitato e la prima chiesa

    I primi documenti che parlano con sicurezza di località ora ricadenti nell’ambito della parrocchia di Baruchella – e cioè la “Bastia del Roncon” (piccola fortezza poi scomparsa), la “Valle del Corbolano” (zona Via Scavezza-Faro) e la “Valle di Spizene” – sono documenti dell’Abbazia della Vangadizza della fine del ‘300.

    Tra le famiglie, a cui il vicino e ricco monastero commissionò, nel secolo successivo, le prime bonifiche nella nostra zona, a destra e a sinistra della Rotta del Castagnaro (il corso d’acqua nato da una grossa rotta dell’Adige, probabilmente molto prima di quella “storica” del 1438) ci furono anche i Cisamini della Fratta detti “Baruchello”, nobili ferraresi ma residenti a Legnago.

    Dopo due interventi di bonifica, essi ricevettero un’apposita investitura dall’abate nel 1471, cosicchè diedero – con ogni probabilità – il loro nome al piccolo abitato che andava sorgendo sulla riva destra del Castagnaro. Ciò perché alla fine del secolo vi eressero la prima chiesetta del luogo, dedicata a San Pietro Martire, santo veronese.

    La seconda e la terza chiesa

    Nel 1528, crollata forse per una nuova rotta la primitiva cappella, fu un parroco della stessa famiglia, Don Ippolito Baruchello, che iniziò la costruzione di una chiesa vera e propria, col beneplacito dell’abate di Badia, sotto la cui giurisdizione ecclesiastica stava anche la nuova parrocchia di Baruchella.

    Nei secoli successivi si registrarono la costruzione dell’attuale campanile (1636), nonché ampliamenti e modifiche della chiesa resi possibili soprattutto dalle offerte dei fedeli: non solo baruchellesi ma anche giaccianesi, che la frequentavano perché ancora sprovvisti di una loro chiesa, fino al 1672.

    Intorno alla metà del secolo successivo si arrivò, grazie anche alla generosità della nobile famiglia Bentivoglio (che aveva possedimenti pure a Baruchella, oltre che a Giacciano), all’edificazione del tempio attuale. Si tratta dunque della terza chiesa, che presenta uno stile tardo-barocco, con l’interno “a sala veneziana” caratterizzato da quattro altari laterali.

    La nuova alta facciata – sormontata dalle tre statue di S. Antonio da Padova, S. Pietro Martire e S. Francesco di Paola ed arricchita dalle due nicchie con i santi Pietro e Paolo, fu però terminata ed inaugurata soltanto nel 1795 (nell’iscrizione della facciata, la fatidica data MDCCXCV ).

    La parrocchia era da pochi anni entrata a far parte della Diocesi d’Adria (parroco Don Domenico Zoppellari). Nemmeno in questa occasione, tuttavia, la chiesa parrocchiale, che in passato era stata solo benedetta, fu consacrata. Per ricevere i sacri sigilli riservati alla casa di Dio, si dovette cosi aspettare fino al 1863, con il vescovo conte Camillo Benzon.

    I restauri dell’8-900

    Ma non erano anni molto felici, purtroppo: la data della consacrazione si colloca, infatti, tra quelle di due urgenti e grossi interventi di restauro (fortunatamente anche allora a carico delle istituzioni pubbliche). Il primo effettuato nel 1845, dopo che un fulmine “tremendo e devastatore” colpì la chiesa e soprattutto il campanile, riducendone definitivamente l’altezza, che fu portata a quella che ancor oggi si vede.

    Il secondo, più consistente ma (come vedremo) non definitivo, nel 1864, quando la fabbriceria chiese l’intervento delle autorità per porre rimedio in particolare a delle “crepature” nei muri laterali che si erano aperte già da diversi anni e che inutilmente erano state otturate. Fu interpellato l’ingegner Marignani di Badia, il quale capì che il problema stava nella tendenza del pesante muro della facciata ad abbassarsi in seguito al cedimento delle fondamenta, ciò a causa dell’abbassamento della falda freatica causato anche dal recente scavo della Fossa Maestra. Per arrestare il fenomeno, fu da lui decisa una “arpionatura” dei muri della chiesa, cioè legare la facciata della chiesa al muro del coro mediante quattro tiranti in ferro.

    Dopo gli abbellimenti apportati dal parroco Don Gio. Batta Baldini (in particolare il nuovo pavimento del 1877 e il nuovo organo Farinatti nel 1911), ci furono nel tempo altri nuovi interventi alla chiesa e al campanile: i più significativi quelli compiuti da Don Armando Fermaglio, negli anni ‘50-‘60 del Novecento.

    Gli ultimi restauri

    Si giunge così agli importanti restauri dovuti alla solerte attività di Don Nelido Gardinale. Il primo, iniziato nel 1971, riguardò l’interno per ridare decoro e bellezza alla navata centrale e all’abside. Il secondo – compiuto nel 76-77 col benestare ed il contributo della Soprintendenza ai monumenti e con l’appoggio di un apposito Comitato – relativo alla facciata e al frontone restaurato e abbellito con tre nuove statue dei santi protettori. La chiesa e la facciata rimesse a nuovo furono inaugurate e benedette dal vescovo Mons. Giovanni Sartori domenica 22 maggio 1977.

    Passati pochi anni, purtroppo, tornarono a farsi vivi i vecchi problemi statici con nuove fessure e segni di cedimento nel lato sud della chiesa, ed in particolare intorno all’altare della Madonna. Preoccupato per l’integrità dell’edificio, nel novembre del 1984 Don Nelido sollecitò l’intervento della Soprintendenza, del Genio civile e delle autorità locali per prendere gli urgenti provvedimenti necessari.

    Nel 1986, dopo un difficile iter burocratico, ottenuta l’autorizzazione ad iniziare la seconda parte dei lavori di restauro, sotto la direzione della Soprintendenza di Verona, il parroco riuscì a far aggiungere un contributo straordinario al finanziamento già concesso, da parte del Ministero competente, dopo che il primo scavo delle fondazioni ebbe a rivelare la gravità della situazione e la necessità di ricostruire le sottofondazioni di tutto il perimetro della chiesa.

    Nel 1988, finalmente, la seconda fase dei lavori di restauro si conclude con un collaudo che assicura la piena agibilità dell’edificio sacro, ultima soddisfazione per Don Nelido prima della sua immatura scomparsa l’anno successivo.

    Don Claudio Gatti, si è poi attivato per concludere il tutto, provvedendo alla sistemazione della nuova sacrestia e alla realizzazione della nuova cappellina del Santissimo, inaugurata a ricordo e celebrazione del 200° anniversario.

    Ma il “romanzo” dei restauri non era ancora finito! Circa 20 anni dopo si sono notate ancora le stesse fessure degli anni ‘80 ed allora, grazie all’attivo interessamento di Don Stefano Marcomini presso la Soprintendenza, si è arrivati ad un nuovo – e si spera definitivo- intervento.

    I restauri resi possibili grazie a vari contributi, in particolare della Fondazione CaRiPaRo, sono stati eseguiti nel 2010 sotto la direzione dell’arch. Massimiliano Furini. Su suo interessamento, l’anno successivo è stato possibile far restaurare anche l’affresco del soffitto con “La cacciata degli angeli ribelli e la loro trasformazione in demoni”, di autore ancora ignoto.

  • A Palazzo Roncale

    A Palazzo Roncale

    Una casa onorevole nella città fa onore assai, perché si vede più che non fanno le possessioni.

    La sottolineatura, fatta da Michelangelo Buonarroti a proposito dell’opportunità, da parte di personaggi di primo piano, di costruire edifici di pregio in città, apre il bel volume “Palazzo Roncale a Rovigo”, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo alla conclusione degli importanti lavori di restauro dello storico immobile che si affaccia su Piazza Vittorio Emanuele.

    Citazione quanto mai azzeccata, giacché i Roncale di possessioni agrarie in Polesine ne avevano davvero molte², ma mancava loro, in città, un immobile adeguato alle ricchezze accumulate. Un’abitazione che ostentasse il rango raggiunto dai membri dell’importante famiglia e assicurasse loro l’entrata definitiva nel novero dei maggiorenti rodigini. Dunque un edificio di vero pregio architettonico, che i Roncale vollero innalzare in un punto davvero strategico della città, tra la centralissima via San Rocco (oggi Via Angeli) e la Piazza Maggiore.

    L’imprenditorialità dei Roncale

    Erano passati appena settant’anni da quando in Polesine, nel 1474, giunse dal territorio di Bergamo Giovanni, il capostipite dei Roncale (nome identificativo che deriva da Roncaglia nel bergamasco) accasandosi in quel di Costa ed iniziando a porre le basi della fortuna della famiglia, mettendo a frutto i primi guadagni con l’acquisto di alcuni fondi rurali.

    Il bernoccolo degli affari passò al figlio Marco (1477-1517) che, senza trascurare gli investimenti fondiari, iniziò un lucroso commercio nel settore della lana e della seta, avviando nel contempo i primi acquisti immobiliari a Rovigo con l’apertura di una bottega per il commercio dei tessuti.

    Personaggio stimato per le sue doti imprenditoriali, non ebbe difficoltà a ricevere la cittadinanza rodigina, che gli fu conferita nel 1504, continuando per tutta la vita a registrare una ascesa sul piano socioeconomico.

    Cosicché due dei suoi figli (quattro in tutto: una femmina e tre maschi dei quali uno morto in tenera età), Giovanni (1490-1569) e Antonio (1492-1550) poterono ambire al matrimonio con dame delle famiglie più influenti di Rovigo. Il primo sposò Virginia Calcagnini (in seconde nozze dopo Margherita Sasso), il secondo Margherita Casalini.

    Gli impegni dei Roncale frattanto si erano dilatati, ottenendo la concessione per la riscossione dei tributi, attività questa che Giovanni esercitò anche per il Vescovo di Adria. Il quale ebbe però da eccepire circa l’operato, a quanto pare non del tutto trasparente del Roncale, al punto da comminargli nel 1542 una scomunica. Provvedimento che però non minò minimamente la credibilità di Giovanni Roncale, tanto che, tre anni dopo, nel 1545, fu nominato membro del Consiglio Municipale di Rovigo.

    E fu allora che, impellente, nacque l’idea di edificare un palazzo rappresentativo dello stato sociale raggiunto, nonché in grado di agevolare ulteriori sviluppi.

    I Roncale, passo passo, nell’arco di una trentina d’anni avevano acquistato vari modesti edifici nella zona, tra Via San Rocco (ora Angeli) e la piazza centrale. Era giunto il momento dell’intervento risolutore, con l’innalzamento di un’importante costruzione. Per realizzare la quale si pensò senza esitazione ad un architetto di fama e si procedette alla richiesta della necessaria concessione comunale, che fu deliberata nel 1550. Subito dopo furono avviati i lavori.

    Il Palazzo rinascimentale

    Il prestigioso palazzo, tornato, dopo il recente restauro a manifestare pienamente l’eleganza architettonica che da sempre lo contraddistingue, si qualificò immediatamente come una eminenza architettonica di assoluto rilievo per la città.

    Caratterizzato da un robusto bugnato dorico al pian terreno, con tre maestose arcate chiuse da mascheroni al sommo delle volte, l’aristocratico edificio rinascimentale prende slancio al piano nobile grazie a sei alti finestroni archivoltati. Questi sono caratterizzati alla base da una balaustra mediante la quale poggiano su un aggettante cornicione che li separa dal massiccio bugnato del pian terreno; si presentano inoltre inframmezzati da lesene scanalate, concluse da capitelli ionici che sostengono una cornice, oltre la quale si aprono i finestrini del sottotetto.

    Un’architettura di vero pregio, che gli studiosi hanno più volte attribuito all’architetto veronese Michele Sanmicheli (1484-1559), della cui firma non si è però mai trovato il riscontro definitivo. Anche il recente studio, curato nel bel volume della Fondazione CaRiPaRo da Laura Giacomini, dopo plurimi raffronti con edifici realizzati dal Sanmicheli, sottolinea nella concezione architettonica la tipicità dell’illustre architetto veronese; il quale – questa è la conclusione – nel caso non abbia seguito da vicino i lavori, ha quasi sicuramente fornito il progetto di massima per l’importante costruzione.

    Appena eretto, il pregevole palazzo si qualificò immediatamente come il più adatto in Rovigo per ospitare personalità di rango. Fu così che, nel 1566, nelle ampie stanze trovò accoglienza un gruppetto di ambasciatori veneti, prima tappa di un itinerario che doveva portarli a Roma. Poi, nel 1574 – esattamente 100 anni dopo l’arrivo del primo Roncale in Polesine – fu addirittura la volta di un sovrano: il re di Francia e Polonia, Enrico III, anche costui in transito con un nobile seguito da Venezia verso la città capitolina per l’incontro col papa³.

    Le cronache parlano di grandi festeggiamenti, che ebbero come fulcro la piazza maggiore, e che il sovrano poté seguire con piena soddisfazione dalla stanza laterale destra del palazzo, l’unica che in realtà si apre sull’ampia area urbana.

    Una persistente vox populi

    A proposito di questo limitato affaccio del palazzo sulla piazza principale, una persistente vox populi vorrebbe che fosse stato inibito ai Roncale di far gravitare troppo la loro importante costruzione sulla esclusiva area pubblica. Insomma un “alto là”, seppur parziale, imposto dai maggiorenti più tradizionalisti nei confronti dei Roncale, commercianti forse fin troppo disinvolti e sicuramente da qualcuno etichettati come abili arrampicatori sociali, da limitare nelle pretese.

    La vox per la verità si basa anche su una osservazione reale: mentre sulla sinistra, che confina con via Angeli, il palazzo si chiude al piano nobile con due lesene, sulla destra appare stranamente asimmetrico, presentando una sola lesena. Si ricava insomma l’idea che la costruzione avrebbe dovuto continuare, rimandando la conclusione a tempi più propizi. Posticipazione dovuta a motivi di carattere economico? O imposizione dall’esterno per non far troppo sfigurare con l’imponente costruzione le famiglie tradizionalmente più eminenti di Rovigo?

    I saggi di Marco Bolzonella e Laura Giacomini non raccolgono la inveterata vox populi, che fa riferimento proprio a questa seconda ipotesi. Ma dai dati presentati si può desumere un’altra storia. Eccola.

    Va detto che i due fratelli, i citati Giovanni (1490-1569) e Antonio (1492-1550), un quinquennio prima della realizzazione del palazzo, avevano proceduto alla divisione dei beni e quindi anche delle modeste abitazioni a suo tempo acquisite in centro a Rovigo, su cui sarebbe sorto l’importante edificio. La richiesta del permesso edilizio a costruire venne presentata nel 1550 congiuntamente da entrambi i fratelli.

    Giovanni diede subito il via ai lavori sull’area di sinistra ove si trovavano le abitazioni di sua pertinenza, mentre Antonio, proprietario del basso caseggiato sulla destra, prospettante sulla piazza (ben visibile fra l’altro in un dipinto settecentesco la cui immagine viene qui riprodotta⁴), morì proprio nel 1550, anno dell’avvio dei lavori da parte del fratello.

    Nemmeno il suo erede Giovanni Domenico (1530-1562), all’epoca appena ventenne, si avventurò nell’opera costruttiva. Fra l’altro il giovane iniziò ben presto a manifestare interessi di tutt’altro genere, impegnandosi in particolare sul piano culturale fondando l’Accademia degli Addormentati e affrontando questioni teologiche⁵. Aspetto questo che ben presto lo portò ad avvicinarsi alle tesi luterane e, di conseguenza, a dover lasciare precipitosamente Rovigo per scampare ai rigori dell’Inquisizione. Giovanni Domenico inoltre venne a morire molto giovane, appena trentaduenne nel 1562, con il definitivo tramonto dell’eventuale ipotesi edificatoria.

    Toccò alla giovane moglie, la nobile lendinarese Margherita Malmignati (fra l’altro anche lei sottoposta ai rigori dell’Inquisizione, per cui dovette procedere ad una pubblica abiura) far fronte, dopo la scomparsa del marito, alle complesse problematiche ereditarie.

    Più fortuna ebbe il figlio Antonio (1553-1600) che nel 1559 ereditò il palazzo dal prozio Giovanni ed ebbe la soddisfazione di organizzare nel 1574 la storica accoglienza ad Enrico III re di Francia e Polonia, di cui si è detto. Iniziativa che gli valse l’attribuzione da parte del sovrano francese della nobiliare onorificenza di Cavaliere del Sacro Ordine Militare di San Michele, trasmessa poi alla discendenza maschile.

    Da annoverare il figlio Gaspare che, con il cugino Giuliano, passò negli annali dell’epoca per essere il più ricco di Rovigo. Tra gli altri fratelli di quest’ultimo si mise inoltre in luce Giulio (1584-1622) laureatosi in legge a Padova, poi datosi alla carriera ecclesiastica. La scelta religiosa toccò anche a diverse ragazze delle famiglie Roncale avviate alla vita monacale per lo più presso il rodigino Convento della Santissima Trinità.

    Le alienazioni

    La fortuna del palazzo fu dovuta anche alla clausola del fedecommesso introdotta dal primo testatore, che legò indissolubilmente l’immobile ai discendenti della famiglia, escludendo così possibili alienazioni. Clausola questa rimasta in vigore fino all’abolizione del principio giuridico nel 1806 in epoca napoleonica.

    Fu così che alla morte di Giovanni Domenico (1760-1811) si registrò una divisione del patrimonio tra gli eredi, dando il via ad una progressiva inarrestabile vendita di porzioni residenziali del palazzo, delle botteghe sottostanti e degli annessi. Si giunse in tal modo al 1881 allorché Flaminio, l’ultimo discendente, fece l’ultima alienazione, trasferendosi poi definitivamente a Roma.

    Nel frattempo l’immobile aveva iniziato ad essere utilizzato in modo quanto meno inconsueto, ospitando per un ventennio le scuole elementari e venire poi affittato ad un commerciante di mobili, che alla fine lo acquistò utilizzandolo prevalentemente come magazzino.

    Fortunatamente nel 1919 lo stabile venne acquisito dalla Banca Agricola che provvide ad un restauro restituendo al palazzo il prestigio perduto nel corso dell’ ‘800.

    Passato alla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e quindi alla Fondazione, lo storico immobile ha finalmente ritrovato, grazie ai recenti interventi di restauro, tutto lo splendore originario, tornando a qualificarsi come un’architettura di grande pregio per la città, nonché importante riferimento per accogliere eventi culturali e rassegne d’arte.

    L’anno successivo fu scelto per rappresentare a Venezia la comunità rodigina alla cerimonia della nomina del nuovo doge Francesco Venier. Nell’occasione pronunciò una dotta orazione che gli valse l’attribuzione della prestigiosa onorificenza di cavaliere di San Marco.

    Nel 1559 ottenne la nomina a consigliere municipale, dovendo però ben presto lasciare Rovigo alla volta di Padova e Venezia per sfuggire all’Inquisizione che aveva preso di mira gli accademici rodigini per l’interessamento da costoro dimostrato verso le dottrine luterane ed evangeliche. La morte precoce (probabilmente a causa della tubercolosi) lo colse nel 1562 e nello stesso anno a Rovigo fu sciolta d’imperio l’Accademia da lui fondata.

  • Insieme ai “Pepenadores”

    Insieme ai “Pepenadores”

    “Scavando tra i rifiuti si può trovare di tutto. A volte sei fortunato e ti ritrovi tra le mani un portafoglio con dentro cinquemila pesos, ma quando non è la tua giornata, puoi addirittura imbatterti in parti di corpi umani o un neonato senza vita, come è successo a noi”. Parole pronunciate da Norma e Pablo, incontrati in una grande discarica messicana. Loro hanno ventisette anni, sono genitori di tre figli e fanno parte della comunità dei Pepenadores, i riciclatori informali della discarica di Oaxaca, in Messico.

    Il libro “Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti” (Gieffe Edizioni, 2014), scritto dai giornalisti rodigini Milena Furini e Andrea Nalio, è dedicato a loro, che in una serie di interviste raccontano le loro battaglie quotidiane per sbarcare il lunario. Svolgono un lavoro non riconosciuto, ideato per sopravvivere, ma che nello stesso tempo si rivela prezioso per l’ambiente, perché tutto ciò che loro estraggono dalla discarica (materiali ferrosi, cartoni, vetro, plastica ed altro) viene recuperato come materia riutilizzabile, riducendo così l’impatto della discarica stessa sul territorio e favorendo il riciclo ed il conseguente risparmio di materia prima.

    Insieme a loro c’è Don Guille, il “collezionista di plastica”; ci sono Blanca, Marcela e Rosa, le prime tre donne a ricoprire il ruolo di presidente nell’organizzazione collettiva che regola l’attività nella discarica; e, tra gli altri, c’è Don Adrés che, con i suoi 89, o forse 91 anni, è il più anziano del gruppo.

    È un cammino di uscita dalla povertà, il loro, attraverso una graduale presa di coscienza dei propri diritti, negati ormai da tre generazioni, da quando i loro antenati si sono stabiliti per la prima volta nella grande discarica e lì hanno trovato riparo e si sono inventati un lavoro, per non morir di fame. Ad accompagnarli è “SiKanda”, una piccola organizzazione non governativa fondata da due cooperanti, Aurelia Annino e José Carlos Léon Vargas nel 2009, la prima ad aver varcato la soglia di quella discarica.

    Il racconto delle loro difficoltà iniziali, delle incertezze, dei primi traguardi raggiunti, si intreccia nel reportage con le parole dei riciclatori in un unico percorso di emancipazione sociale che deve necessariamente passare attraverso il riconoscimento del lavoro e della dignità che da esso deriva. “La solidarietà non basta più”, afferma don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione Libera e di Gruppo Abele, nella prefazione del libro, puntando dritto al cuore dell’opera, ovvero alla distinzione tra diritto e favore, tra giustizia e beneficienza.

    Oaxaca è il secondo Stato più povero del Messico e con il più alto numero di gruppi indigeni. L’alto tasso di disuguaglianza socioeconomica fa sì che molti gruppi sociali rimangano isolati e vivano in condizioni di povertà ed emarginazione.

    I Pepenadores sono uno dei gruppi più emarginati. Tra cani randagi, siringhe infette, malattie e mancanza di acqua corrente, bambini e bambine vivono la loro vita circondati da spazzatura.

    Oltre quaranta famiglie, circa 160 persone, ogni giorno si addentrano nella montagna di rifiuti per dieci ore al giorno per cercare cartone, ferro vecchio, plastica e vetro, raccoglierli separatamente e poterli così rivendere. Esposti a incidenti, ferite, punture d’insetti, liquidi tossici, batteri e polveri, i riciclatori riescono a racimolare in media l’equivalente di un euro e mezzo al giorno, sufficiente per la sopravvivenza.

    Da oltre tre generazioni, queste persone svolgono manualmente una sorta di raccolta differenziata, l’unica forma di riciclaggio attiva nel Paese. Pur essendo il loro lavoro informale e non riconosciuto, in tutti questi anni hanno permesso allo Stato di Oaxaca di risparmiare molte risorse destinate allo smaltimento dei rifiuti, uno dei primi problemi da risolvere nell’agenda del governo federale Messicano.

    “Pepenadores. Insieme ai cacciatori di rifiuti”, realizzato grazie al sostegno di SiKanda, alla collaborazione dell’associazione culturale Renzo Barbujani Onlus e al contributo economico di Cassa Padana, Rovigo Banca, Bancadria e Officina f.lli Campion, oltre a quello di molti amici, è un reportage sulla dignità del lavoro, tema che dovrebbe far riflettere a tutte le latitudini, considerata la situazione dell’Occidente contemporaneo. Gli scatti all’interno del testo sono della reporter britannica Hannah Maule-Ffinch. Il ricavato delle vendite del volume sarà completamente destinato ai progetti in favore della comunità dei Pepenadores.

  • La felicità a Ceregnano

    La felicità a Ceregnano

    Che nell’animo di ogni uomo sia insita l’aspirazione alla felicità è un dato di fatto; che questo desiderio trovi poi piena attuazione è invece molto meno facile. Ma, anche se non si raggiunge completamente, la felicità può essere individuata come una sorta di “stella polare” dell’agire umano, puntando su obiettivi legati al benessere collettivo e alla condivisione di momenti socialmente appaganti.

    E’ quanto si sta attuando il quel di Ceregnano, dove – sottolineando il valore della felicità come inalienabile diritto umano – è stato creato l’“Assessorato alla Felicità” e sono state recentemente varate due interessanti iniziative – la prima di carattere turistico, la seconda di tipo fotografico – accomunate dallo slogan: “Ceregnano, momenti di felicità tra storia e natura”.

    La data di presentazione del progetto, non a caso è stata fatta coincidere con la Festa degli Innamorati: 14 febbraio, San Valentino. «Anche fare gli amministratori richiede una buona dose di amore – ha puntualizzato il sindaco Ivan Dall’Ara –. Ed è con amore che ci siamo avventurati nel progetto “Ceregnano: momenti di felicità tra storia e natura”, che è stato finanziato dal Gal della Regione Veneto con il contributo del nostro Comune». Il Sindaco ha anche fatto riferimento ai finanziamenti europei che non sono una chimera, tant’è – ha sottolineato – che «abbiamo in mente altri progetti da presentare in Regione per ottenere finanziamenti europei». E a questo proposito ha ricordato l’importante finanziamento di 200mila euro per il Museo della Boje, movimento bracciantile nato proprio a Pezzoli nel 1884. Ed ha concluso affermando come l’obiettivo sia quello di «riscoprire il nostro territorio e cercare di promuoverlo, oltre a quello di renderlo più bello e più visibile».

    «Uno studio recente condotto da Salvatore Bimonte dell’Università di Siena, ha rivelato che trascorrere del tempo nella natura migliora l’umore e rende più felici – ha evidenziato da parte sua l’Assessore alla Felicità, Elena Dall’Oco -. Su un campione di 1.010 casi, rappresentativi della popolazione italiana, una ricerca ha rivelato che il 97,3% degli intervistati è d’accordo sull’affermazione “la bellezza del paesaggio genera felicità”. A Ceregnano – ha ricordato l’Assessore – le nostre valenze sono il Canal Bianco, il paesaggio agricolo, la coltura dell’aglio, le aree verdi attrezzate, le Antiche Osterie con i cibi tipicamente ceregnanesi fatti in casa secondo le ricette di un tempo, le piazze, la gente; per l’Amministrazione è quindi doveroso cercare di fare in modo che una cultura antica non si disperda».

    Per la migliore fruizione dei percorsi è stato anche varato un nuovo portale: il portale della felicità www.quiceregnano.eu.

    All’evento hanno partecipato anche Luigi Contegiacomo, direttore Archivio di Stato, intervenuto su “Itinerari storici e architettonici” ed il giornalista Sergio Garbato con una relazione su “Il Canal Bianco: itinerario amoroso”. Ha poi portato il suo poetico contributo il regista Giancarlo Marinelli, che fra l’altro ha diretto “La luce corre sul Canal Bianco”, mentre la Marmaja band ha presentato ufficialmente la Canzone della Felicità, dedicata all’evento.

    E’ seguita, la settimana successiva, la premiazione del concorso fotografico, con tema “Ceregnano paese della felicità” e l’apertura della relativa mostra.

    Prima classificata è risultata Donata Previato con la foto “Ballando sul Mondo”; seconda Marzia Benatelli con “Rospi felici”; terzo classificato Bellino Bertaglia con “Camminata Ceregnano”. Targhe di riconoscimento sono state inoltre attribuite a Livio Boscolo “Davanti a San Martino”; Gheorghe Andrada “Vecchi mestieri”; e al Fotoclub di Adria per il maggior numero di partecipanti.

  • La bancarella dei carillon

    La bancarella dei carillon

    Un sole stanco ed assonnato si preparava a scendere lungo il fianco della vecchia torre campanaria della piazza, trascinando nel suo lento movimento l’immensa coltre dalle irreplicabili sfumature. La giornata, lungi dal considerarsi conclusa, in quel pomeriggio di fine autunno continuava ad animarsi di gente giunta nella cittadina ad ammirarne le caratteristiche, attratta dalla ricorrenza del Santo Patrono.

    Lorenza lasciò il braccio di Luisa, sua madre, per recuperare le chiavi dell’auto dall’interno della tracolla, con un gesto leggermente stizzito per il fallimento di quell’ennesimo tentativo. Da tempo, infatti, proponeva occasioni di svago ritenute compatibili con gli ormai sepolti interessi della donna: visite a parenti, vivi o defunti, piccoli spostamenti in luoghi conosciuti in precedenza, i cui possibili ed eventuali cambiamenti avrebbero rappresentato l’elemento di novità nel mondo cristallizzato del ricordo, divenuto da qualche anno la sola dimensione di un’esistenza da spettatrice.

    Da quando suo padre Giovanni se n’era andato per sempre, vittima di un’orribile fatalità terminata in un precipizio, al rientro dal turno serale di lavoro, la madre non si era più ripresa dal dolore. Mutilata dell’affetto più grande, non aveva tratto giovamento dalle attenzioni della figlia e nulla sembrava allentare la morsa di quel tedio senza fine.

    Lorenza sentiva però il dovere di procurare alla madre situazioni che potessero scuoterla, facendola finalmente uscire dal grave stato di apatia. Questa volta aveva individuato un’iniziativa a cui era direttamente interessata e che nel contempo sperava producesse qualche risultato utile per Luisa.

    Per l’occasione di festa, le consuete manifestazioni cittadine si erano arricchite di un mercato delle pulci che proponeva le merci più disparate, provenienti da ogni dove e Lorenza, alla ricerca di un particolare calice, aveva pregato la madre di accompagnarla. Anche stavolta non era riuscita a sostituire quel pezzo mancante alla sua collezione, tuttavia al mercatino aveva scovato i resti di un prezioso lampadario veneziano e già immaginava come le sue mani l’avrebbero trasformato in un oggetto unico e strepitoso. Manifestò solo a se stessa la soddisfazione per l’acquisto, temendo di infastidire mamma perché si permetteva, ogni tanto, di essere felice con poco.

    Prima di imbucare una delle viuzze che conducevano all’esterno del grande piazzale, notò lo sguardo della madre, apparentemente attratto dalla bionda signora della bancarella dei carillon, che discuteva con il socio intento a caricare la molla di quei deliziosi strumenti e a mostrane le differenze a seconda del meccanismo e dell’epoca.

    Lorenza, incuriosita e speranzosa nel notare il possibile riaccendersi di qualche coinvolgimento da parte della madre, le chiese se volesse avvicinarsi alla bancarella per scegliere una melodia da portare a casa, ma scoprì presto che il suo interesse andava nella direzione della venditrice nella quale credette di aver riconosciuto una vecchia compaesana. Volesse il cielo che non si trattasse di una somiglianza e che la coincidenza potesse rappresentare il primo approccio di un ritorno alla vita sociale! andava pensando impaziente Lorenza.

    A lei il padre era mancato, eccome, e dalla straziante notte di cinque anni prima, non era passato un solo giorno durante il quale non gli avesse dedicato un pensiero, un piccolo progetto o un sogno. Però sentiva che la vita le stava reclamando attenzioni e il suo eventuale disamore non ne avrebbe colmato l’assenza, né avrebbe portato benefici a chi ancora le voleva bene.

    Incoraggiò pertanto la madre a verificare l’identità della signora del banco e, facendo da tramite, si scusò per la richiesta non attinente agli oggetti in mostra. Le espressioni di stupore, contenute senza sforzo alcuno, della vedova, incontrarono quelle incredule della venditrice. Superati i convenevoli e i sommari aggiornamenti del caso, quest’ultima spiegò di come, negli ultimi tempi, si dedicasse con passione all’attività di robivecchi e svuota cantine traendone un guadagno che non sempre superava anche di poco le spese, ma che le procurava contatti e soddisfazioni.

    Con sincero orgoglio mostrò altro materiale posto in minore evidenza su di un tavolino a lato del lungo banco. C’erano vecchie foto, immagini religiose e cartoline di ogni tipo. Le più belle rappresentavano le città d’Italia nei primi scatti in bianco e nero, poi c’erano quelle con vari soggetti, militari, d’amore e turistici, alcune di vecchia data, altre piuttosto recenti e sicuramente di minore interesse. Per la maggior parte si trattava di cartoline viaggiate, che dietro l’immagine recavano un messaggio, un saluto, un’emozione o un caro pensiero per qualcuno.

    Luisa, con un tuffo al cuore, riconobbe in una di esse l’albergo presso il quale avevano alloggiato lei e Giovanni, lo scomparso consorte. In una delle miniature c’era uno scorcio suggestivo del paesaggio dolomitico e in un’altra era raffigurato l’interno di una stanza nella quale troneggiava un letto capitonnè. Sul retro, una sbiadita calligrafia indicava la destinataria, una “Dolcissima Signora Fernanda”, residente in una località nella quale si trovava la vecchia sede di lavoro del marito. Sopra l’affettuosa dedica, la data indicava il mese di settembre del 1950. Anche la loro breve vacanza, organizzata per festeggiare il decimo anniversario di matrimonio, era trascorsa nei giorni di settembre di quell’anno. Quante coincidenze in un solo giorno!

    Luisa stringeva la cartolina contro il petto, in un gesto spontaneo e quasi commosso; sembrava che il potente anestetico che l’aveva intorpidita così a lungo avesse cominciato ad attenuare i suoi effetti. Immersa in una nube di dolorosa nostalgia, era certa di non aver sprecato il tempo del suo amore, quello unico e totale che lei aveva conosciuto.

    Trattenne la cartolina dandole un’ultima occhiata, prima che venisse riposta dentro al sacchetto assieme al minuscolo carillon con ballerina danzante, scelto in precedenza.

    Fu allora, solo allora, che notò la firma del mittente, perfettamente leggibile nonostante l’inchiostro scolorito, scritta a grandi lettere perpendicolarmente al testo. La donna vacillò e il suo volto assunse un’ espressione angosciata nel leggere un nome che lei sola poteva conoscere. Un nomignolo affettuoso con il quale la suocera aveva soprannominato il figlioletto e che era stato motivo di ilarità tanto era stravagante, coniato in relazione ad una sua curiosa abitudine.

    Si aggrappò alla figlia, premendo con l’altra mano lo stomaco che sembrava staccarsi lentamente dalla sua sede. L’improvviso malore preoccupò non poco Lorenza e la ritrovata vecchia conoscenza; fu invitata a sedersi e ad accettare l’eventualità di chiamare soccorsi.

    Dopo alcuni interminabili secondi, Luisa assicurò che si era trattato di un malessere passeggero, e con un goffo sorriso, confessò alla figlia che a pranzo aveva abusato di cibi a lei tassativamente proibiti. Sorrise ancora, mostrandosi un po’ sollevata; abbracciò la bionda signora del banco e si avviò con Lorenza verso l’auto.

    Dopo il consueto saluto serale e la conferma che tutto era passato, ognuna faceva ritorno alla propria abitazione. La madre salì in fretta i pochi gradini e si lasciò andare in quel letto, che all’improvviso non le sembrava più così immenso e vuoto, vestita com’era, con l’odore di mandorle e frittelle e col profumo di infanzie dimenticate.

    L’alba del giorno dopo fece da sfondo al ricomposto puzzle delle casualità, un quadro piuttosto eloquente, almeno così sembrava agli occhi di Luisa, ma le certezze sarebbero state tali solamente dopo una puntuale indagine.

    Quanto tempo era passato? Molto, troppo in verità, e tentando di ripercorrerlo a ritroso, altro ancora ne avrebbe sottratto a se stessa. Si chiese inoltre a cosa sarebbe servito, e optò per la scelta di non voler conoscere la verità, qualunque essa fosse.

    Provando una improvvisa sensazione di libertà dal dolore della perdita, ne avvertì immediatamente altre, differenti; colse emozioni dalle quali non si era lasciata attraversare e istanti per i quali aveva dimenticato di gioire. Caricò la molla del carillon e la piccola ballerina rosa iniziò una danza timida e garbata sulle note di un dolce ed elegante motivo, eterea e leggera come il cielo d’aprile.

  • Silvia Bergoglio e il colore

    Silvia Bergoglio e il colore

    Arrivo al circolo culturale presso il quale siamo iscritte entrambe (Athesis Art di Cavarzere, ndr) la sento emozionata, è la sua prima intervista.

    Ci ricaviamo un angolo in cui parlare appoggiando su di un tavolo le opere che ha portato con sè. Mi metto comoda, devo prendere appunti … sono ancora una giornalista all’antica, a un registratore preferisco carta e penna, le impressioni si fissano meglio se impresse con una biro. Esauriti i convenevoli entro nel ruolo e mi concentro, lei invece è estremamente a suo agio e desiderosa di raccontarmi la sua storia, dribla le domande come un abile calciatore e parte nel racconto appassionato che l’ha spinta verso il mondo dell’arte.

    Silvia Bergoglio – un figlio piccolo, un marito, un lavoro come responsabile dei progetti del Consvipo – nasce 41 anni fa a Torino: è una bella donna dai capelli biondi e occhi azzurri, portamento fiero e una femminilità controllata, sicura di sè si lascia raccontare. Mi parla della sua prima esperienza artistica diversi anni fa: un corso di ceramica che le conferisce la disciplina tipica delle piccole superfici, qui impara a definire una forma e a darle dignità artistica, a risolvere accuratamente i contorni degli oggetti espressi scegliendo di identificarsi con la natura dove trova, nella semplicità di un fiore o di un paesaggio, la bellezza universale. L’espressione gentile della ceramica ed il rigore che questa impone risultano congeniali alla predisposizione dell’artista e la seconda formazione risulta ancora più significativa nella pittura su vetro, un severo supporto pittorico che impone altrettante regole di esecuzione.

    La volontaria adesione alla pittura arriva solo più tardi e la tela, si sa, non tradisce le aspettative, ma richiede attenzione, pazienza, sincerità espressiva e interiore e spesso crea i presupposti per una autentica metamorfosi. Sono gli anni delle prove e delle discussioni artistiche, e non a caso viene sensibilizzata a letture impegnative. Si imbatte quindi nel testo ‘Lo spirituale nell’arte’ di Vasilij Kandinskij un articolato saggio del grande pittore russo difficile da digerire quanto estremamente appassionato nelle intenzioni e nella ricchissima eredità che ci tramanda. Una lettura illuminante per Silvia Bergoglio, un faro importante nel mare della conoscenza che la porta lontano da rappresentazioni oggettive, pulite ed esteticamente verosimili alla realtà, verso orizzonti fatti solo di toni differenti, o dove le tinte definiscono le forme. Kandinskij sostiene che il colore ha due effetti sullo spettatore: uno fisico determinato dall’elaborazione della retina ed uno spirituale in cui il colore suggerisce una vibrazione interiore più o meno intensa e, se associato con altri sensi, produce un sapore, un odore e un suono

    E’ la svolta, Silvia continuerà a dipingere la figura, ma la vedrà con occhi diversi nella convinzione che la pittura astratta conferisce fascino e dinamismo a una realtà trasfigurata nella nostra mente e nella nostra anima.

    Silvia è un fiume in piena, mi racconta la sua storia guardando in alto, oltre il mio sguardo, con una sicurezza che non dimentica la sua formazione e il lavoro ‘tecnico’ che svolge: se da una parte è portata alla precisione rappresentativa e alla fedeltà pittorica, dall’altra sente il desiderio di rompere con questa inclinazione.

    Inizia un difficile percorso di prova e consapevolezza tecnica che non le appartiene e la fa soffrire, sento nelle sue parole quanto sia sudata questa metamorfosi… preparare la base per un dipinto vuol dire dargli vita; in tutti gli strati che compongono lo sfondo di un’opera vi sono molti passaggi tra stesure e volontà di rimuovere il colore per dare più o meno spessore e intensità, poi la forma che va scomposta, il colore che va graffiato ed in fine la spatola, maestra della pittura libera, strumento in grado di conferire precisione e rottura allo stesso tempo.

    Il racconto appassionato dell’artista ha soppraffatto ogni mia aspettativa ed ha riempito il mio taccuino di pensieri. La prima intervista finisce in un corridoio del circolo senza molto margine per le mie domande.

    Il secondo invito avviene nella sua casa di San Pietro di Cavarzere alla cui estremità sventola una gialla bandiera della Serenissima Repubblica di Venezia con tanto di Leone, un modo affettuoso per ricordare un’appartenenza. Mi attende un tè con biscotti e una coppa di crema al limone che mi riporta la memoria agli anni ‘80 quando nonna si prendeva cura di me con le stesse attenzioni.

    Capisco molte cose da questa accoglienza. Tutta la famiglia è coinvolta in questo tour domestico nella spiegazione delle opere esposte alle pareti di ogni stanza e corridoio. Nulla è lasciato al caso, a partire dai primi disegni molto simili a incisioni, le prime ceramiche dipinte, gli acquerelli delicati dei primi anni, le barche, le lagune e l’immancabile Venezia.

    Poi le betulle, i nostri canneti, le campagne polesane, gli argini, i fiori e gli specchi d’acqua… e intanto lo stile va mutando. Arriva la produzione astratta, la vedo da vicino, ne respiro la difficoltà produttiva, sento la sua ‘sofferenza’ nell’esecuzione e capisco come dentro a ogni rottura ad ogni screpolatura del colore, voluta o no, ci sia lei e la sua passione che va oltre l’esercizio, e che ricorda la stessa voglia e difficoltà che la storia ci riporta negli artisti delle prime avanguardie.

    Le ultime opere parlano ancora di spiagge, valli e casoni … il Delta! chi vive questi luoghi porta con sè tutto quanto.

    Mi congedo dopo molti ringraziamenti e un po’ di tempo passato col piccolo Paolo. Me ne vado con molti appunti ed altrettante foto; mi sento ricca ed appagata per questo bel pomeriggio allungato che non avrei mai voluto terminare.

    Il Polesine di Silvia Bergoglio sta nelle piccole cose: nel bisbiglio del vento in un canneto, nel canto di uccelli che anima un paesaggio e nelle sue splendide marine in cui alba, giorno e tramonto si consumano in un abbraccio silenzioso.

    La gestazione delle sue opere è un cammino sofferto, un viaggio tutto al femminile che rappresenta la metafora della donna contemporanea in cui si deve trovare spazio per tutto. Le sue composizioni rappresentano ‘Incroci di vite’ come indica il titolo della sua opera più appassionata.

  • Cesare Pellegrinelli (1885-1968) SECONDA PARTE

    Cesare Pellegrinelli (1885-1968) SECONDA PARTE

    Cesare Pellegrinelli aveva avuto i natali in una famiglia alquanto modesta di Fiesso Umbertiano. Entrato nel corpo della polizia nel 1910, dopo aver frequentato appositi corsi preparatori, ben presto era divenuto il principale punto di riferimento della Questura di Padova, grazie ad una serie di azioni concluse con successo, tanto da meritarsi il soprannome di “maresciallo di ferro”. (vedi I parte in Ventaglio90 n. 50 pag. 106 e successive).

    La lotta al banditismo padovano e vicentino

    Messo a riposo, Pellegrinelli venne richiamato una prima volta alla Squadra Mobile di Padova nel 1938, per dedicarsi alla lotta al banditismo organizzato, particolarmente radicato tra la provincia euganea ed il Vicentino.

    Molto attive nell’area del Monselicense, queste bande, diffuse a partire dalla fine dell’Ottocento, incominciarono ad unire a furti dal sapore primitivo, campestre, come le classiche incursioni nei pollai, rapine nelle banche della zona, ma con scarsa propensione al delitto; in tali gruppi, molto spesso, infatti, le rivendicazioni sociali per lo stato di miseria si univano alle ruberie, suscitando anche la simpatia e la creazione di reti di protezione presso la popolazione. Riprova è, che ancora nel 1937, all’apice del consenso del regime fascista, reduce dalla conquista dell’Etiopia, scioperi ed agitazioni caratterizzavano la Bassa Padovana.

    Già alcuni anni prima, nel 1933, nel corso di un regolamento di conti tra esponenti di bande locali avvenuto a Marendole di Monselice, aveva cominciato ad emergere la figura del giovane e pericoloso Severino Urati. Costui, unitamente ad un certo Gambato, fuggì a Brescia, dove, colpito dalla forza pubblica durante una rapina, riuscì a far perdere le proprie tracce. Inseguito a Treviso durante la rapina ad un negozio di pellami, venne quindi arrestato a Cremona nel marzo 1935 e condannato a nove anni di carcere.

    La rocambolesca evasione di Urati dà inizio alle vicende della più importante e temibile tra le bande malavitose della zona, quella comandata da Giuseppe Bedin, attiva tra il 1934 e il 1938.

    Il Bedin, monselicense di 38 anni, era affiancato, oltre che dal pregiudicato Urati, da Ottorino Cartini, originario di Ponte di Brenta, e da Clemente Lampioni di Legnaro, residente a Granze di Vescovana, ed aveva basisti sparsi tra Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia, tanto da diventare la vera e propria “primula rossa” della malavita locale.

    All’immagine ufficiale – quella dei faldoni della Polizia padovana, la stessa dove lavorava il maresciallo Pellegrinelli, nei quali si poteva leggere la lunga sequenza di furti, tentati omicidi, evasioni del Bedin – corrispondeva, a contraltare, quella popolare di una sorta di “Robin Hood della Bassa”, divenuto brigante per le disuguaglianze sociali, tanto da essere pronto a regalare parte dei proventi delle rapine ad amici e parenti in difficoltà.

    La difficoltà delle Forze dell’Ordine nel debellare, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, le attività del Bedin e dei suoi furono alla base della scelta di richiamare il Pellegrinelli in servizio, assieme ad un numero eccezionale di carabinieri e polizia provenienti da varie parti d’Italia. I risultati si videro ben presto, tanto che quattrocento fiancheggiatori del Bedin vennero arrestati, e l’onore della Polizia, messo in crisi dalla vicenda, venne ristabilito, anche grazie all’interessamento personale di Mussolini.

    L’epilogo della storia della banda si ha nella primavera del 1938, quando, in tre conflitti a fuoco, i capi furono freddati: per primo, in uno scontro con agenti e sottoufficiali della Questura di Padova, nei pressi di una casupola a Ponte di Brenta, rimase sul terreno il Cartini; uguale sorte, a Bozzolo di Mantova, ebbe l’Urati; il Bedin, scoperto e rintracciato dal Pellegrinelli a Bassano, venne inseguito fino a Casoni di Mussolente, dove rimase ucciso all’interno della casa colonica in cui si era introdotto. La sua cintola, ambito trofeo, verrà esibita per il resto della vita dal perspicace poliziotto di origine fiessese¹.

    L’attività contro la malavita organizzata continuò, da parte del maresciallo Pellegrinelli, anche durante il conflitto mondiale, momento nel quale, a causa del razionamento alimentare, le bande fecero un salto qualitativo, dedicandosi alla ricettazione e alla tristemente nota “borsa nera”. Nel periodo della RSI, in particolare, Pellegrinelli fu impegnato nel Vicentino, per sgominare le attività della banda Righetto, formata da malviventi fascisti dediti alle requisizioni di denaro, oggetti d’oro e preziosi. Il 31 agosto 1944, nel corso di un’operazione dovuta all’abilità della polizia, come annunciava “Il Popolo Vicentino”, presente il maresciallo Pellegrinelli, che si finse complice della banda per sgominarne l’attività, nove componenti il gruppo, a torto considerato formato da partigiani, vennero arrestati².

    La fine della carriera, il legame col Polesine, gli ultimi anni

    Nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, al termine degli eventi bellici Pellegrinelli venne di nuovo chiamato in servizio dai vertici della Questura, pur essendo già andato in pensione dopo trenta anni di onorata carriera. La Polizia aveva deciso che c’era ancora bisogno di lui nell’irrequieto dopoguerra, tanto che il maresciallo rimarrà al lavoro, gratuitamente, per ben sedici anni.

    E il suo fu un ritorno veramente impegnativo: nella memoria popolare dei padovani è rimasto, infatti, fino a non molto tempo fa, il conflitto a fuoco del 14 febbraio 1946. Il maresciallo Pellegrinelli, assieme al brigadiere Targa e alle guardie Fidelfi, Busetto e Noventa, poi divenuto maresciallo della Squadra Mobile, fatta irruzione in una trattoria di via Breda, nei pressi di Piazza della Frutta, ingaggiò quel giorno una sparatoria contro l’ergastolano Plinio Bazzolo, detto “Batocio”, evaso durante un bombardamento aereo da un carcere del sud Italia dove era stato rinchiuso per l’omicidio di un metronotte, rimanendo ferito da un colpo di calcio di pistola alla testa³.

    Sempre attento alle sue origini polesane e ai legami con gli amici e i familiari di Fiesso, che andava a visitare, dicono i giornali del tempo, “vestito alla buona, con una caratteristica giacca di velluto alla cacciatore” il maresciallo Pellegrinelli fu presente particolarmente in occasione della rotta del 1951, con iniziative di sostegno ai propri conterranei.

    Dopo centinaia di operazioni, decine di scontri armati ed innumerevoli indagini di polizia, Cesare Pellegrinelli si ritirò quindi definitivamente a vita privata nella casa annessa al piccolo podere che aveva acquistato a Voltabarozzo, popolare quartiere a sud – est della città, dove viveva con la famiglia, tra cui i sei nipoti avuti dalla figlia Bruna.

    Pellegrinelli qui dedicò il resto della vita alle sue molteplici passioni, tra cui la composizione di poesie, spesso dedicate alle miserie degli ultimi e dei diseredati che aveva incontrato lungo tutta la sua esistenza, trascritte su agendine, quaderni e libriccini con grafia minuta ma chiarissima⁵, le passeggiate, il giardinaggio, la campagna e la pesca lungo l’argine del Bacchiglione⁶.

    Sicuramente una passione sovrastava nel maresciallo tutte le altre, ossia l’amore per la scienza, in particolare Marconi, e la letteratura, nello specifico Dante, Giusti, Tolstoj e Manzoni. Di quest’ultimo, oltre alla vita e alle opere, conosceva praticamente a memoria tutto il testo dei “Promessi Sposi”, che spesso citava, a mo’ di aforisma, anche sulle scene del suo difficile lavoro⁷. Una passione che il Pellegrinelli cercò di mettere a frutto partecipando a “La fiera dei sogni”, quiz condotto da Mike Bongiorno e trasmesso sul Secondo Programma Rai tra il 1963 ed il 1966: voleva vincere per donare dei soldi ai poveri (quegli stessi poveri spesso caduti nel mondo della criminalità per le loro avverse condizioni di vita) ma non vi riuscì, pur avendo un momento di popolarità anche televisiva.

    Il maresciallo capo Cesare Pellegrinelli morì presso l’Ospedale Civile di Padova, dove era ricoverato da qualche tempo, all’età di 83 anni, la notte del 29 gennaio 1968.

    Ai funerali, celebrati nella chiesa di Voltabarozzo, parteciparono i fratelli fiessesi all’epoca ancora viventi (Antonio, nato nel 1887, Abramo, nato nel 1890, ed Emma, nata nel 1897) ed il compaesano don Camillo Colognesi, ordinato sacerdote il 6 aprile 1930, quindi parroco di Presciane, Gognano e Selva di Crespino⁸.

    La comunità di Voltabarozzo, località adottiva di Pellegrinelli, ha, in questi ultimi anni, grazie soprattutto all’interessamento del nipote Leopoldo Noventa, riscoperto la figura del gentile maresciallo di origine fiessese, dedicandogli delle iniziative a tema, oltre alla pubblicazione di un volume, presentato nel 2012⁹. Una figura che ho inteso valorizzare in queste poche pagine, che ci ricorda l’“altro” Polesine, distintosi nel resto d’Italia e del Mondo per capacità, merito ed umiltà, valori essenziali della nostra Terra tra i Due Fiumi.

  • Quando incontrai Italo Balbo

    Quando incontrai Italo Balbo

    La testimonianza che segue è trascritta dalla viva voce di Giocondo Andreotti, di Rovigo, artigiano e poi contadino, colono in Libia (Tripolitania) dal 1938 al 1942. Giocondo Andreotti il 26 novembre 2014 ha compiuto un secolo di vita. E suoi ricordi sono ancora lucidi.

    Era previsto, non so, l’arrivo di un grande personaggio dall’Italia. Non sapevamo chi potesse essere né potevamo immaginarlo. Tutti i coloni della Tripolitania e della Cirenaica erano stati mobilitati per la grande festa che doveva accoglierlo. Anche noi fummo concentrati nella grande piana attorno a Tripoli per preparare la grande parata del suo arrivo.

    I tre giorni che seguirono furono febbrili. Le autorità del posto, i comandanti militari, i civili più coinvolti non erano mai contenti del risultato dei movimenti dei gruppi, delle parate e delle fanfare per il grande avvenimento. Si era formato un bailamme di febbrile attesa. Tutti correvano e comandavano. Le marce e le fanfare, gli accenti delle truppe mercenarie locali a piedi o cammellate riempivano la grande spianata ai bordi del deserto.

    Noi zappaterra, pur facendo ciò che ci veniva ordinato, non eravamo di molta voglia. Avevamo la mente là nel nostro villaggio di Tarhuna, nell’entroterra della Tripolitania, ai margini del deserto del Gebel Nefusa, nel deserto del Sahara, dove avevamo lasciato le donne ed i bambini e gli animali, e dove c’era tanto da fare.

    Il villaggio di Tarhuna

    Tarhuna era una comunità formata dalle nostre famiglie, circa sessanta-settanta persone in tutto, a cui il Governo aveva assegnato un territorio da rendere fertile. La terra bisognava che producesse per noi e per il governo che ci chiedeva di consegnare delle quote consistenti di produzione all’ammasso comune.

    La nostra vita non era facile. Il terreno verso nord, verso la costa, era passabile e fertile, ma quello verso sud, verso il deserto, diventava sempre più stepposo ed arido, difficile da governare con le due vaccherelle e l’asino che il governo aveva assegnato ad ogni famiglia.

    L’acqua, l’acqua era il nostro dramma. Nei primi tempi del nostro insediamento era il governo che ci mandava ogni due giorni la cisterna per l’uso domestico e per gli animali. Poi fu aperto un pozzo che ci rese più autonomi, ma l’acqua era sempre precaria, e per le piante bisognava andare a prelevarla con le botti.

    Il suolo era generoso. Nel giro di poco tempo ci aveva premiato con delle piantagioni floride e rigogliose, nonostante la poca acqua a disposizione, e non ci mancava di vivere bene, almeno nei periodi della raccolta. Però talvolta dal deserto si alzava il ghibli che in un attimo poteva bruciare e distruggere il lavoro di un’annata. Allora era la disperazione.

    Quando il deserto non ci regalava il ghibli, soffiava dalla collina a tutte le ore un venticello maligno che alzava ‘vissineli’ di polvere, che riempivano la bocca e le orecchie di sabbia, oltre che i nostri cibi, se non si tenevano chiuse le imposte quando si intravvedeva. Il che non era sempre possibile: questi piccoli vortici a forma di trombe d’aria che correvano imprevedibili ovunque, anche dentro le nostre case, nascevano e sparivano in un attimo, per riapparire poi inaspettatamente un po’ più in là.

    L’arrivo di Italo Balbo, governatore della Tripolitania

    La partecipazione agli avvenimenti, diciamo così mondani, di festa e di accoglienza per i vari potenti che venivano in Africa era un obbligo per noi ‘rumatera’ (zappaterra, contadini) assegnatari del governo. Partecipare alla parata e alla premilitare, come essere iscritti al partito fascista, doveva essere oltre tutto sentito come un onore, onde non passare per pericolosi sovvertitori dell’ordine pubblico e sfruttatori della magnanimità del regime fascista che ci aveva favoriti.

    Quella mattina tirammo l’ora del rancio senza che fosse accaduto nulla di insolito. Noi di Turhuna ci raccogliemmo un po’ discosti dal marmittone del rancio, dove c’era un mucchio di detriti. Ci accomodammo un po’ qua un po’ là dove meglio si poteva. Io consumavo il rancio da solo e in silenzio.

    Ovunque ci fu uno zittio improvviso e insieme mormorii curiosi. Arrivò una macchina militare da cui scesero alcuni personaggi in alta uniforme. Io guardavo, come tutti, senza particolare curiosità.

    Ci vedemmo apparire davanti dapprima un generale tedesco. Per l’elegantissima uniforme e l’atteggiamento arrogante mi sembrava un gigante. Credo di non sapere ricordare il suo nome. Ricordo solo che si muoveva e si guardava attorno con una spocchia sprezzante e guardava noi zappaterra come se vedesse qualcosa di ributtante.

    Poi vedemmo lui, Italo Balbo. Proprio lui, il governatore della Tripolitania, la più alta autorità, dopo il re. Anche lui in sahariana e berretto coloniale, la barba nera ben curata che gli copriva il mento ed i baffi, pure neri. Non l’avevamo mai visto prima. Sapevamo però che era un ardito aviatore ed un uomo avventuroso. Così da vicino, però, nessuno di noi l’aveva visto mai.

    Maria, Mariasantissima, adesso era lì davanti a noi che lo potevamo quasi toccare. Oh, madonna… e guarda verso di noi.

    Non sapevamo che fare. Tonio pensò bene che era meglio alzarsi e salutare. Così lo segui Nani Barion, con fare incerto; anch’io mi alzai, tenendo in mano il gavettone del rancio, e poi tutti gli altri che stavano con noi.

    Si fece dare anche lui un gavettone di rancio e si avvicinò a noi. Si sedette vicino a me a consumare il rancio come fosse uno di noi. Mi guardò mentre si sedeva e ci invitava a sedere, e ci guardò. E ci invitò a continuare a mangiare.

    Il rancio e le confidenze

    “Buono questo rancio?”, mi fece.

    Lo guardai intimorito: non sapevo che dire, che fare. Cercai di cavarmela come potevo e feci “uhm, uhm”, come se avessi avuto la bocca piena.

    “Questa non è una risposta, camerata!”. Esclamò. Poi, con voce meno autoritaria, “Vi piace o no questa zuppa?”

    “Sì, eccellenza. Mi piace di sicuro”, feci, senza eccessivo entusiasmo, mentre mi mettevo sull’attenti, e poi, credendo di dire qualcosa di più persuasivo, aggiunsi. “In altri momenti ho mangiato anche di peggio”.

    Non mi resi conto che avevo fatto una gaffe per compiacerlo. Non ebbe reazioni, infatti, ma mentre mi ordinava il riposo, raschiava con il cucchiaio nella gavetta e mi osservava, e come me, ad uno ad uno, tutti gli altri. Noi eravamo gente comune, dei contadini, che non sapevano tenere alta una conversazione con un personaggio simile. Invece lui ci assillava con domande ed osservazioni, a cui rispondevamo con disagio a monosillabi. Io ero in particolare imbarazzo, anche perché, essendomi vicino, ero diventato il suo interlocutore principale.

    All’improvviso mi fece:

    “Da dove provenite, camerata?”

    “Da Rovigo, eccellenza, risposi, da Pezzoli nel comune di Ceregnano.

    “Ah, da Rovigo. E sapete voi da dove provengo io?”

    “No, eccellenza, noi non sappiamo niente”.

    “Vengo da Quartesana, in provincia di Ferrara. Quando ero più giovane, tante volte attraversavo il Po al traghetto di Berra e venivo a Gavello a ballare. Bei tempi, belle feste e belle contadinotte!”

    Continuò a raspare nella gavetta, ingollando cucchiaiate del rancio. Si rivolse a tutti:

    “Bene, bene. E adesso servite tutti la patria, qui in Libia, da soldati”.

    “No, eccellenza. Con tutto il rispetto, noi siamo coloni militarizzati”.

    “Coloni, dite?”

    “Sì, signore.”

    “E dove avete il vostro villaggio?”

    “Veniamo da Tarhuna dalla provincia di Misurata”.

    “Anche come coloni servite la patria, no?”

    Stetti un po’ in silenzio.

    “In patria ero falegname – dissi – mia moglie e mio padre contadini a cottimo e a giornata e spesso malandati di salute. Ai miei figli non era permesso andare a scuola regolarmente perché dovevano portare a casa qualcosa anche loro e non avevano le scarpe, come gli altri bambini. A dire la verità per noi la patria era matrigna. Così come tanti altri disperati del Polesine siamo partiti a ‘catar fortuna’, come qualche decennio prima avevano fatto i nostri nonni che erano andati nel sud America. La patria, eccellenza, non è stata mai tanto ‘molesina’, con noi ‘rumatera’. Come si dice dalle nostre parti: La patria l’è là ando’ ca se magna”.

    Alla battuta, Balbo sorrise.

    “La mia famiglia è di Bosaro”, intervenne allora Fortunato, e indicando via via ognuno di noi, “… la sua è di Adria e la sua di Arquà Polesine e la sua di Fasana, un villaggio vicino ad Adria. La mia famiglia e quella di Giocondo – disse guardandomi – sono di Pezzoli del comune di Ceregnano, a mezza strada tra Rovigo ed Adria”.

    Adesso che il ghiaccio era rotto, avevo voglia di dire, di parlare. Non avevo nessuna voglia di fermarmi.

    “Le nostre famiglie, ripresi, stanno tutte qui in Libia nello stesso villaggio e semo in squasi sessanta persone, salo? Qui ci hanno assegnato una casa e della terra da coltivare. Almeno qui si lavora e si riesce a sfamare i nostri figli. Ma la befana continua ancora a fare fatica a trovare le nostre case: qualche frutto, quattro caramelle, due biscotti, una bambolina di stracci con gli occhi di bottone, fatta da mia moglie, per le femminucce, e un cavalluccio di legno, intagliato da me di nascosto, per i maschietti; per i più grandicelli, nulla; quelli guardano, comprendono e tacciono. Per venire qua eravamo miserabili, qua siamo rimasti poveri. E la patria l’è senpre quela.”

    Adesso il Governatore della Tripolitania ci stava ascoltando con attenzione. Uno di noi, credo Folli di Bosaro (o era Barion di Arquà? Non ricordo) intervenne:

    “Ci hanno data tanta terra, tutta quella che vogliamo. Non è terra come la nostra, quella; è terra di sabbia, collinosa, rocciosa, ai margini del deserto che ci mangia spesso il risultato del nostro lavoro. Per quanto si faccia, si ricava sempre poco. I raccolti di grano, di vino, di olive, di frutta sono generosi. Ma bisogna lavorare e lavorare e lavorare ancora. La nostra vita non ci permette tregua”.

    “Abbiamo scarsità di acqua, intervenne un altro di noi, e ce ne vorrebbe tanta. Quella che abbiamo bisogna portarla nei campi con le botti”

    “Vi farò sapere”

    Adesso il disagio si era sciolto e si parlava più liberamente; parlavamo con confidenza, con il cuore tra le mai e sulle labbra, come si fa con gli amici.

    “Eccellenza, gli dissi, sono tre giorni che siamo qua per la parata. Sono tre giorni che abbiamo abbandonato la casa e la campagna. La campagna ha bisogno di noi a Tarhuna. Eccellenza, perché ci fate perdere tanto tempo con le parate e le premilitari, e ci portate via dai nostri campi? Perché non ci lasciate a casa nostra?, che la nostra battaglia è là che va combattuta. Perché non ci fa rimandare a casa nostra in fretta?”.

    Balbo si alzò in silenzio. Anche noi ci alzammo.

    “Ricordatevi, disse, che la patria si serve obbedendo”, e fece un passo verso di noi in tempo per sentire che qualcuno diceva : “… tanto i potenti cadono sempre in piedi. I poveri invece finiscono sempre per petarci il culo!”

    Mi indicò col dito: “Datemi il vostro nome, disse, come vi chiamate, voi?”.

    “Il mio nome è Andreotti Giocondo”.

    “Bene, vi farò sapere”.

    Poi se ne andò con il generalone tedesco, senza dire altra parola, lasciandoci interdetti.

    Non so cosa volesse dire: voleva interessarsi della nostra proposta per mandarci presto a casa o voleva denunciarci come disfattisti e comunisti? Non lo sapremo mai. Due giorni dopo si diffuse la notizia che Balbo era morto nei cieli di Tobruc, abbattuto per errore dalla nostra contraerea.

  • Boara e la seconda guerra mondiale

    Boara e la seconda guerra mondiale

    Il dramma della seconda guerra mondiale ha toccato pesantemente anche Boara Pisani: prima perché ha visto partire i suoi giovani per il fronte e poi – in quanto collocata nei pressi di due ponti sull’Adige – perché è stata interessata da bombardamenti degli Alleati, effettuati per ostacolare i rifornimenti all’esercito tedesco che, nonostante fosse in ritirata, continuava ad occupare il territorio con determinazione e arroganza.

    Dal settembre del 1944 inizia un’escalation delle operazioni belliche concentrate sul bombardamento del ponte ferroviario "Granzette – Boara Pisani" e stradale "Boara Polesine – Boara Pisani". Le bombe “non intelligenti”, oltre a colpire le strutture di comunicazione, danneggiarono pesantemente anche la chiesa e gli edifici della parrocchia relativamente vicini al ponte stradale.

    Per la cronaca dettagliata del periodo bellico e per i testi completi dell’episodio che andrò a ricordare, rimando alle pagine 182 – 216 del volume di “Boara Pisani tra storia, cronaca cultura e fede…” reperibile presso l’Athesis Museo Veneto Fotografia di Boara Pisani.

    Relativamente a quei giorni, in questo intervento vengono riportare le annotazioni di don Sebastiano Perin, parroco dell’epoca, che dopo il 20 aprile 1944 – a causa del bombardamento che colpì la Casa della Dottrina Cristiana e scoperchiò totalmente la chiesa parrocchiale – fu costretto ad abbandonare l’alloggio del clero e rifugiarsi presso i fratelli Migliorini. Uno di questi, Mosé, a distanza di trent’anni dai fatti, confermerà per iscritto le note del Perin e le testimonianze orali di alcuni protagonisti dell’episodio, nel corso del quale il sacerdote di Boara fu protagonista di un atto che non può che definirsi “eroico”.

    La cronistoria di don Sebastiano Perin

    Il 24-25-26 e 27 aprile sono contrassegnati da frequentissimi colpi di cannone e di laceranti esplosioni di granate. Classica la giornata del 27 aprile, ultima di dominio tedesco. Celebrai presso la famiglia dei fratelli Migliorini, poiché era assai pericoloso avventurarsi per le strade e più ancora recarsi alla chiesa.

    Ma l’uragano di ferro e di fuoco non era ancora terminato per Boara. Giorni più tragici e crudeli ci erano riservati. L’artiglieria alleata così precisa e imparziale entrerà in scena e ci farà impallidire e tremare di spavento. La S.S. tedesca era infatti installata nel campanile prendendo alloggio nella Casa della Dottrina Cristiana, in canonica ecc. con l’evidente volontà di resistere al nemico che ormai travolgente e trionfalmente avanzava.

    Stranezze della cocciuta mentalità tedesca! Non mi sentivo tranquillo, un malessere mi pungeva, temevo qualche sinistro per la mia chiesa. Verso le ore otto non potei resistere e tentai di andarvi. Volevo accertarmi degli eventuali danni notturni giacché i bombardamenti e i mitragliamenti si susseguirono ininterrottamente.

    Il passo era incerto e il cuore pulsava forte, forte.

    Sono ai “Forti” località che dista circa 500 metri dalla chiesa: una granata mi scoppia a breve distanza ed una scheggia mi sfiora con il suo sibilo tagliente.

    Mi riparo nell’unica casetta della località, quando nuove e fortissime detonazioni mi feriscono l’orecchio; alzo l’occhio e lo dirigo verso la chiesa e vedo il campanile tutto avvolto in una nube nerastra di fumo denso… diverse granate avevano colpito il campanile all’altezza della cella campanaria; anche la facciata della chiesa fu colpita schiantandone il massiccio finestrone in ferro riducendolo in un cumulo di ferri contorti, che a loro volta furono proiettati con violenza nell’interno della chiesa stessa ove, assieme alle tante schegge, devastarono l’organo… sforacchiarono le pareti in mille punti e frantumarono una statua decorativa dell’altare di S. Giuseppe, non ebbi il coraggio di proseguire.

    Aspettai che l’artiglieria sostasse per ritornare al mio rifugio. Non lo potei raggiungere poiché tre donne di corsa, ansimanti ed in preda ad un delirio di paura, e spavento insieme, mi invitarono a recarmi subito alla Selvadega ove durante la notte e nelle prime ore del mattino erano stati rastrellati tutti gli uomini della contrada e rinchiusi nella rustica chiesetta.

    I tedeschi avendo subito nel luogo qualche rappresaglia e sospettando un’imboscata da parte dei partigiani giudicarono bene reprimere adottando le solite misure draconiane unite alla minaccia di Tutti uccidere e Tutto bruciare qualora sul luogo si fosse verificato il minimo incidente.

    Non fiatai, non opposi nessuna difficoltà e, pur consapevole del grandissimo rischio a cui mi esponevo, quasi di corsa, sotto il tiro delle artiglierie in poco più di venti minuti raggiunsi la disgraziata contrada.

    La scena era paurosa e raccapricciante. La truppa tedesca gremiva tutti i sentieri e le case; le granate scoppiavano frequenti e vicinissime.

    Aerei sopra il capo; guai se dall’alto fosse stato individuato tanto movimento! Una strage, una ecatombe sarebbe stata inevitabile.

    Avevo tanta paura, eppure mi sentivo in petto tanto ardimento da essere disposto ad affrontare anche la morte pur di portar soccorso e liberare quegli unici figli che attendevano da me, e solo da me, tanta grazia.

    Eludendo la sentinella che faceva servizio alla porta, furtivamente entrai in chiesa; presi contatto con i prigionieri, in fretta chiesi sommaria relazione dell’incidente e poi, fiero e forte, eccomi al cospetto del comandante.

    Sembrava una belva avvelenata.

    Sostenni venti minuti di animatissimo e concitato interrogatorio durante il quale fui qualificato come un loro nemico peggiore degli inglesi stessi e, solo dopo essermi offerto come ostaggio e di aver dato le più ampie garanzie che sul luogo non si sarebbe più verificato il minimo incidente, mi disse: “Ora andate, parlate al vostro popolo, vi autorizzo di metterlo in libertà considerandovi l’unico responsabile di quanto potrà accadere contro di noi”.

    Lascio immaginare con quale intima soddisfazione e gioia corsi alla chiesetta ed annunciai l’ottenuta liberazione. Ricordo la contrastante scena!

    Quei giovani, quegli uomini, quei vecchi in altre circostanze così pieni di brio e di vita ora, sotto l’incubo della morte, eran angosciati, illividiti, senza parola… al primo contatto con loro mi sentii venir meno.

    Mi parve di essere divenuto pallido, pallido come loro e che il sangue mi fosse scappato d’improvviso dal capo e poi con voce fioca e commossa dissi: “Siete liberi, ed ora fuggite nei vostri rifugi, non fatevi più vedere se prima non sarà passato il pericolo”.

    Mi eclissai immediatamente, anche per evitare inutili dimostrazioni di riconoscenza pericolose in quel momento. Nel pomeriggio verso le ore diciotto volli ritentare di raggiungere la chiesa parrocchiale; questa volta ci riuscii.

    Il cannone e gli aerei avevano diminuito d’intensità.

    Accompagnato dal carissimo Mosè Migliorini, con il cuore sospeso e il respiro affannoso entrai in chiesa, osservai, rimasi contento… temevo una qualche profanazione… invece nulla.

    Alcuni soldati avevano tentato di sfondare con un paracarro la porta maggiore della chiesa… non vi riuscirono e desistettero. Deo gratias!.

    In fretta raccogliemmo quanto meritava ancora di essere messo in salvo e poi tranquilli ritornammo.

    Alle ore 21 la SS. riceveva l’ordine di ritirarsi, alle ore 22 il paese era libero, completamente evacuato dai tedeschi. Il cannone continua tuttavia, e vomiterà granate e proiettili fino alle ore 2.30 del 28 aprile, poi… nulla più. Due ore di silenzio poi rumore di possenti motori raggiungono il nostro orecchio.

    Erano i giganteschi carri armati degli alleati che, avendo già oltrepassato l’Adige, facevano assaggi nell’entroterra per individuare nuclei di resistenza. Non c’era nessuno, neppure quelli che poche ore dopo e nei giorni successivi si daranno l’aria di aver liberato il paese dai tedeschi.

    Alle ore quattro ero sull’Adige e potei incolume assistere al passaggio delle prime avanguardie che in fila indiana, timide e circospette avanzavano e si dirigevano verso la strada nazionale Adriatica n° 16. Feci suonare l’unica campana rimasta incolume e in breve tempo il popolo di Boara sarà sul fiume a rendere omaggio ai liberatori.

    Giungeranno, ma troppo tardi ormai, anche i sedicenti partigiani, armati di arrugginiti fucili da caccia e con la coccarda tricolore che fregia il loro petto, si fanno strada tra la folla quasi volessero dire: “Ricordatevi che ci siamo anche noi”. La storica giornata fu caratterizzata da un crescendo delirante di gioia sentita e vissuta, alimentata dalla visione meravigliosa di uno sbarco che avea del prodigioso.

    Il giorno 29 aprile pieno di luce e di sole, di pace e di allegria, domenica, vedrà il popolo di Boara gremire la chiesa per ringraziare il Signore del privilegio concessogli, di aver cioè salva la vita pur fra tanti bombardamenti, fra tante macerie, fra tante distruzioni. Intanto nuovi ponti, con celerità incredibile, sono approntati e ricongiungono le due sponde del fiume ed una marea travolgente di carri armati, di automezzi di ogni tipo e di ogni grandezza trasportano le truppe con il materiale bellico e veloci si dirigono verso Monselice, verso Padova.

    Il movimento è febbrile, concitato, assordante, così per tutto il mese di maggio, poi diminuisce ed alla fine di giugno siamo quasi alla normalità, mentre una nuova anormalità entra in scena e aumenta lo scatenarsi delle passioni umane che minaccia di toglierci la tanto agognata pace.

  • Il Palazzo del Monte dei Pegni

    Il Palazzo del Monte dei Pegni

    L’undici settembre 2014 è stata inaugurata a Badia Polesine, presso il Teatro Sociale, intitolato a Eugenio Balzan, l’importante mostra formata dalla singolare raccolta di quadri appartenuta al famoso personaggio badiese, che fu redattore ed amministratore del Corriere della Sera tra le due guerre, e si stabilì in Svizzera dagli anni ‘30 alla morte avvenuta nel 1953.

    La collezione, esposta nel Ridotto del Teatro, annovera 49 quadri di alcuni degli autori più importanti del panorama pittorico italiano di fine Ottocento ed inizio Novecento, ed è attualmente di proprietà della Fondazione Internazionale Balzan con sede a Zurigo.

    Badia Polesine, città nella quale Eugenio Balzan ha visto la luce e nella quale ha voluto essere sepolto, ha accolto con grande soddisfazione la pregevole collezione d’arte (vedasi “La collezione Eugenio Balzan” in Ventaglio n.50, pag. 36 e successive). Una pregevole raccolta che fu custodita al sicuro in Svizzera durante la guerra, giunta poi in Italia per una esposizione a Venezia e successivamente conservata, fino al 2014, presso la sede di Milano della Fondazione Internazionale Balzan Premio. ¹

    Le opere, attualmente in mostra nel Ridotto del Teatro, sono in attesa dei finanziamenti necessari per una più idonea e definitiva esposizione nella rinnovata sede di Palazzo Monte dei Pegni, ora Museo Baruffaldi, in Piazza Vittorio Emanuele II, edificio per il quale è previsto un importante intervento di risistemazione.

    L’edificio e la memoria

    Palazzo Monte dei Pegni, costruito tra il 1620 ed il 1630 di fronte alla sede comunale, rappresenta la memoria storica di Badia Polesine. Prima sede dell’archivio comunale, poi sede del Collegio dei Notari ed in seguito fino agli anni ‘30 occupato dal Monte dei Pegni.

    La costruzione è una presenza significativa, nel cuore del Centro Storico, un edificio massiccio, che si sviluppa su tre piani fuori terra, connotato da cinque ampie arcate che caratterizzano un pregevole spazio porticato su piazza insieme ad una galleria centrale passante.

    Le arcate del piano terra, in continuità con i percorsi pubblici, riprendono le caratteristiche dei portici che conducono lungo Via Sant’Alberto e Via degli Estensi, fino a Palazzo degli Estensi e lungo Via San Giovanni, fino ai palazzi Rosini e Bassi.

    Sulla facciata principale nove ampie finestre sono disposte su due piani.

    I paramenti esterni hanno subito drastiche manomissioni: un’antica decorazione parietale a riquadri forniva profondità e movimento agli elementi della facciata come risulta da un disegno pubblicato nel 1893.

    Nel 1970 il Comune ha promosso una complessa opera di restauro: dal 1977 l’edificio ospita il Museo Civico A. E. Baruffaldi, centro di cultura e di memorie storiche legato alla Città e al Polesine.²

    A conferma della vocazione espositiva, fin dagli anni ‘70 una delle sale del secondo piano denominata “del Bonsignori” contiene la grande tela dell’Ultima Cena attribuita a Girolamo Bonsignori (XVI sec.).

    La Collezione Balzan approderà nel Museo rinnovato

    Esperire la Collezione è un viaggio alla scoperta del grande personaggio badiese che ad essa ha dato vita.

    Eugenio Balzan (Badia Polesine 1874 – Lugano 1953), mecenate e collezionista, privilegiò artisti ed opere che si collocano, soprattutto in Italia, tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

    Balzan, in equilibrio anche con una certa sensibilità patriottica, forma una raccolta di quadri di notevole interesse: il corpus dei dipinti esprime e comunica lo stretto rapporto con il mondo della cultura al quale il collezionista si sentiva legato, le intense relazioni con letterati ed artisti a Milano, gli intrecci culturali tra Canton Ticino e Lombardia.

    I diversi temi (composizioni di figura, paesaggi, vedute di città, rappresentazioni di animali e uomini al lavoro) sono un riflesso del suo mondo concreto e laborioso e al tempo stesso sono un preciso riferimento dell’ambito storico ed artistico entro il quale lo spirito collezionistico si muove. Eugenio continuerà ad implementare la raccolta anche dopo il trasferimento in Svizzera, nel 1933.

    Il progetto museografico sottolinea la bellezza delle singole opere ma soprattutto intende valorizzare l’intero ambito della raccolta³ giunto integro fino ad oggi grazie alla determinazione del collezionista, nonché della figlia Lina e della Fondazione Internazionale Balzan.

    Il percorso espositivo è studiato per accompagnare il visitatore lungo l’itinerario di formazione temporale della raccolta: dalle prime opere acquistate ed esposte nelle sale del primo piano, che formano il nucleo originario dal 1917 alla fine degli anni ‘20, alle opere acquisite negli anni ‘30 fino al 1944 collocate nelle sale del secondo piano.

    Attraevano maggiormente Balzan i temi del tardo Romanticismo italiano insieme agli esponenti del naturismo pittorico del secondo ‘800, i soggetti della pittura di genere e del paesaggio, secondo i criteri collezionistici tradizionali in voga nell’alta borghesia del periodo.

    Considerando gran parte dei soggetti rappresentati, è evidente che la sensibilità del collezionista è orientata verso le scuole regionali di fine ‘800 (emerge spesso il confronto tra scuola napoletana e scuola lombarda-veneta). Il legame affettivo con il Veneto non risulta mai interrotto: la presenza di opere di soggetto e di scuola veneta permea tutta la collezione.

    Esporre l’intero corpus della Raccolta in questa sede non è solo una questione di radici culturali ma soprattutto significa implementare il valore della stessa restituendone unitarietà.⁴

    NOTE

    1. 1. Nel 2007 una mostra al Centro culturale svizzero di Milano sottolineò l’importanza della raccolta in Italia e non solo.

    2. Il Museo Civico A. E. Baruffaldi sarà trasferito in una nuova, idonea, sede presso l’Abbazia della Vangadizza.

    3. Dal punto di vista museografico questo studio, in generale, riflette sull’importanza dei “casi minori” del patrimonio museale italiano o meglio meno indagati delineando i contorni poco noti di una realtà articolata.

    4. Comune di Badia Polesine, Assessorato alla Cultura, Palazzo Monte dei Pegni, studio di fattibilità per il riuso e la sistemazione interna della nuova sede della Collezione d’Arte Eugenio Balzan, 2010. Progetto architettonico e museografico: arch. Davide Zagato, arch. Giovanna Bordin.

    BIBLIOGRAFIA

    – Giovanna Ginex, Storia di una collezione d’arte tra Ottocento e Novecento. La Raccolta Eugenio Balzan, Corner Banca, Fontana Print, Pregassona-Lugano, 2006;

    – Neil Kotler, Philip Kotler, Marketing dei Musei. Obiettivi, traguardi, risorse, edizioni Comunità, Torino, 1999;

    – Renata Broggini, Eugenio Balzan 1874-1953. Una vita per il “Corriere”, un progetto per l’umanità, RCS Libri S.p.A., Milano, 2001;

    – Documento video sulla vita di Eugenio Balzan con intervista a Renata Broggini: http://www.youtube.com/watch?v=1SxollE9XaU

    – Renata Broggini, Il concittadino ritrovato in Beni Culturali e Ambientali in Polesine n. 7, dicembre 2003, pagg.77-79 in http://www.comune.badiapolesine.ro.it/In-

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