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Archivi: Articoli d’archivio

  • Alle porte della città

    Alle porte della città

    Da oltre 25 anni la passione ci spinge a percorrere in lungo e in largo la provincia per osservare, fotografare, studiare le varie specie di piante ed animali selvatici che la popolano.

    Nel corso di questo non breve periodo abbiamo visto diverse cose modificarsi: a volte in peggio, ma, fortunatamente, altre volte in meglio. Ed è proprio a quest’ultimo aspetto che intendiamo riferirci, focalizzando l’attenzione su alcuni esempi che hanno registrato un trend positivo. Lo facciamo con la speranza di trasmettere al lettore quell’entusiasmo che coglie l’appassionato ogni qualvolta il caso lo fa imbattere in qualche specie non banale.

    Va innanzitutto detto che non sempre occorre spostarsi di molti chilometri per vedere qualcosa di interessante. Spesso è sufficiente uscire dal centro della città di Rovigo.

    Gli Aironi

    Iniziamo la rassegna con gli Aironi. Verso la metà degli anni ‘80 l’Airone cenerino era dato esclusivamente come svernante. In altri termini in Polesine lo si poteva osservare solo d’inverno ed esclusivamente nell’area deltizia.

    Nel tempo si è verificata un’espansione sia geografica che temporale della specie, cosicché oggi l’Airone cenerino è presente tutto l’anno. Non solo: una colonia di questi volatili nidifica da tempo su un filare di alberi alle porte del capoluogo. A Granzette li troviamo assieme ad Aironi bianchi maggiori (tecnicamente si tratta di una colonia interspecifica).

    L’avvistamento di Cenerini mentre con il loro lento e regolare battito di ali si spostano a poche decine di metri dal suolo oppure mentre sostano lungo le sponde di fossati e canali in cerca di prede è divenuta la prassi. In qualche occasione ci è pure capitato di vederli transitare sopra piazza V. Emanuele in pieno centro città.

    Attorno ai primi anni ottanta la più nota rivista naturalistica italiana pubblicava alcune foto scattate nel Nord Europa nelle quali gli Aironi cenerini sostavano tranquilli in prossimità di pescatori sportivi in attesa del lancio di qualche boccone. Scene un tempo impensabili alle nostre latitudini stanno piano piano diventando consuete anche da noi.

    Altri aironi contribuiscono ad impreziosire il nostro Polesine. Fra questi il Guardabuoi. Si presenta tutto bianco, simile ad una Garzetta, ma un po’ più tozzo e con il becco giallo. Nei documentari naturalistici è spesso ripreso mentre sosta sulla groppa dei bufali nelle savane dell’Africa.

    È ancora viva l’emozione provata quando nel Delta del Po avvistammo per la prima volta un Guardabuoi. Allora – all’inizio degli anni ‘90 – l’osservazione costituiva un’autentica rarità. Nel tempo la specie ha conosciuto una rapida espansione ed è oggi segnalata un po’ ovunque: frequenta regolarmente pure le zone circostanti la città di Rovigo.

    Poco prima del Natale del 2009 un individuo di Guardabuoi ha pascolato per diversi giorni su un prato limitrofo alla scuola media di S. Pio X. La cosa si è ripetuta anche nel 2010 e, qualche giorno dopo, un altro esemplare è stato avvistato mentre zampettava tranquillo nel giardino di una casa in quel di Granzette. Ovviamente nel Delta ci sono i contingenti più numerosi, ma gruppi di diversi individui sono visibili anche in medio ed alto Polesine. Soprattutto lungo l’asta del fiume Adige.

    I Fenicotteri

    Ma il caso più eclatante e famoso riguarda un altro trampoliere: il Fenicottero. Verso la metà degli anni ‘90 per poter osservare la specie occorreva recarsi in Sardegna, presso gli stagni di Cagliari ed Oristano oppure espatriare in Francia in Camargue. Un po’ alla volta si è iniziato ad avvistare qualche individuo anche da noi. Nel ‘95 un esemplare è rimasto alcuni giorni in una zona umida artificiale a Melara.

    Sul finire degli anni ‘90 si registrarono le prime osservazioni nelle valli di Comacchio e, di lì a poco, nel Delta del Po. Valli e lagune del Delta risultarono di gradimento alla specie che qui ha trovato un ambiente ideale per la sosta, il nutrimento e la riproduzione. Come del resto doveva essere, visto che in epoca storica il Fenicottero era ben presente anche in Polesine.

    Oggi dunque, senza recarsi in Camargue o in Sardegna è possibile ammirare tutto l’anno questi stupendi volatili rosa in gruppi che a volte raggiungono le migliaia di individui. Basta recarsi, armati di binocolo o cannocchiale, nelle valli del nostro bel Delta.

    I rapaci

    Anche nel campo dei rapaci si sono visti dei progressi. Fino a non molti anni addietro questi uccelli erano oggetto di attenzioni non proprio amichevoli da parte dei cacciatori. Venivano infatti annoverati fra i cosiddetti “nocivi” in quanto in grado di catturare alcune specie di interesse venatorio. Trovandosi inoltre al vertice della catena alimentare, subivano le letali conseguenze dell’accumulo nel loro grasso corporeo dei pesticidi un tempo usati massicciamente in agricoltura. Morale: ancora negli anni ‘90 l’avvistamento di un rapace era per l’appassionato un evento piuttosto raro.

    Le cose sono andate un po’ alla volta migliorando. Vuoi per un atteggiamento più rispettoso da parte dei seguaci di Diana, bisogna dargliene atto. Vuoi per un diminuito utilizzo di pesticidi in agricoltura. Vuoi, infine, per l’aumentata disponibilità di siti di nidificazione dovuto all’espansione dei corvidi (spesso infatti i rapaci utilizzano nidi dismessi di gazze e cornacchie per riprodursi).

    Oggi pertanto in tutta la provincia, da Melara a Pila, è possibile ammirare il Gheppio mentre batte rapidamente le ali rimanendo fermo sulla verticale ad una decina di metri dal suolo in cerca di prede. Ma capita anche di vedere questo piccolo falco svolazzare tranquillo in città. Ci è più volte capitato di avvistare il Gheppio in corrispondenza dei giardini Due Torri, in Commenda e a S. Pio X. Una coppia ha addirittura nidificato per due anni consecutivi su un cornicione dell’ITIS F. Viola di Rovigo utilizzando un nido dismesso di Tortora dal collare.

    Altro rapace divenuto piuttosto comune, soprattutto d’inverno, è la Poiana. Si tratta di un uccello delle dimensioni grosso modo di una Cornacchia che ricorda una piccola aquila e che se ne sta sovente posato sui fili delle linee elettriche o sui rami di qualche albero. La specie si vede abbastanza comunemente in tutta la provincia, mentre in città gli avvistamenti sono più rari e, di solito, limitati alla periferia.

    Un altro rapace, più elusivo dei precedenti, è lo Sparviere. Questi è, come dicono gli esperti, specie ornitofaga, ovvero che si nutre di consimili ed è pertanto il vero terrore dei piccoli e medi uccelli. Per le sua abilità di caccia era anche utilizzato in falconeria. Capita ormai con una certa frequenza di osservare anche lo Sparviere in città. Recentemente ne abbiamo avvistato uno nei presi del polo scolastico in Commenda.

    La scena è stata la consueta: l’allarme e la disperata fuga dei passeri seguiti dall’agile sfrecciare di una sagoma scura lanciata al loro inseguimento. Nel caso specifico l’attacco è finito con un nulla di fatto e con lo Sparviere che, in ritirata, si è posato su un paletto di una vicina recinzione. Non sempre finisce così. In un’altra occasione in un incolto della prima periferia lo Sparviere, partendo da un filo della luce dove era posato, si è lanciato raso terra piombando all’improvviso, come un falco appunto, su un gruppo di piccioni domestici che pascolava ad una cinquantina di metri di distanza. Per uno di loro non c’è stato nulla da fare.

    Fra i rapaci, un’altra presenza è divenuta da qualche tempo stabile nella nostra provincia: il Pellegrino, il falco per eccellenza. Praticamente assente fino a tutti gli anni ‘90, qualche sporadica osservazione la si è cominciata a fare verso i primi anni del nuovo millennio. Da un paio d’anni una coppia si è stabilita in una torre piezometrica di un comune del Delta del Po dove ha anche nidificato. Qualche altro esemplare lo si osserva sporadicamente qua e là. Recentemente, ad esempio, un Pellegrino ha sorvolato la nostra auto mentre transitavamo sulla Transpol esana all’altezza di Canda. Qualche altro esemplare lo si avvista con un certa regolarità nelle golene del Delta del Po.

    Avvistare questa superba specie di falco, magari mentre è in fase di caccia, è sempre un’emozione per gli appassionati. Chi scrive ha avuto questa fortuna. Nelle campagne di S. Martino di Venezze un giovane Pellegrino si è lanciato su un gruppo di piccioni domestici e, forse per l’inesperienza legata all’età, si è lasciato sfuggire la preda che era riuscito ad artigliare.

    Simile al Pellegrino ma di dimensioni più piccole è il falco Lodolaio, grande cacciatore di rondini, rondoni e balestrucci. Anche questa specie nel corso degli ultimi anni si è insediata stabilmente nel nostro territorio. La si osserva regolarmente in tutto il Polesine, soprattutto nelle vicinanze di pioppeti. Una coppia di questi falchi è stata avvistata anche in periferia di Rovigo all’altezza della “Fattoria” dove sembrerebbe avere addirittura nidificato.

    Per restare ai rapaci, un cenno va dato a quelli notturni. Interessante è la presenza del Gufo comune. In città da diversi anni è presente una colonia che sverna in un parco cittadino. Di recente abbiamo avvistato un’altra piccola colonia in una zona periferica mentre un’altra è stata osservata a Pontecchio Polesine. Nella stagione fredda questi animali sono soliti radunarsi durante il giorno in gruppi anche abbastanza numerosi. Generalmente li si osserva su conifere, specialmente sui pini domestici. Al calare della sera si possono vedere mentre si lanciano in volo per recarsi ai territori di caccia.

    Sotto gli alberi dove sostano si possono rinvenire i boli (pallottole di peli e ossa che, non essendo digeribili, vengono rigurgitati). Dall’esame dei boli si può risalire agli animali catturati (normalmente topolini e passeri).

    Da qualche anno nidifica pure in città: sui platani in viale Regina Magherita e nei giardini pubblici dell’ex ospedale Maddalena. Qui nei mesi di giugno-luglio durante le ore notturne si possono udire i lamenti, non molto gradevoli per la verità, dei piccoli che reclamano il cibo.

    I corvidi

    Il discorso potrebbe estendersi a diverse altre specie, ma lo spazio è tiranno e dunque lo circoscriviamo a pochi altri esempi. Scegliamo allora per primo di ricordare le Taccole. Questo corvide, che ricorda una cornacchia ma è più piccolo e più aggraziato nel volo, ha un che di mitico per gli appassionati di natura in quanto si tratta di una specie particolarmente studiata dal padre dell’etologia, Konrad Lorenz, assieme alle più famose oche. Ebbene le Taccole, che vivono in colonie, si sono da diversi anni stabilite in città.

    Si possono in particolare osservare nelle loro chiassose evoluzioni attorno alla torre Donà, dove nidificano o cacciano i piccoli di piccione domestico. Spesso si vedono, e soprattutto si sentono, attorno al bel campanile di Baldassare Longhena della chiesa della Rotonda. Ma si avvistano anche in tutte le zone periferiche della città.

    Un altro corvide che ha conosciuto una discreta espansione è la Ghiandaia. Si tratta di un volatile dalle belle piume colorate (un po’ più grosso e tozzo di una Gazza) che, come suggerisce il nome, si ciba prevalentemente di ghiande, noci, noccioline. L’uccello frequenta regolarmente i parchi della Commenda, le aree verdi del polo scolastico, il parco Cibotto, le zone alberate di S. Pio X e quelle di S. Bortolomeo.

    I Gruccioni

    Durante il mese di maggio può anche capitare di sentire degli strani versi e, volgendo lo sguardo al cielo, di osservare gruppi di Gruccioni che volteggiano sopra la città. I Gruccioni sono coloratissimi uccelli, della stessa famiglia del Martin pescatore, che arrivano dall’Africa per nidificare da noi.

    I primi avvistamenti della specie risalgono all’inizio degli anni ‘90. In quel tempo i soci del WWF si recavano nel Delta del Po a posizionare dei cartelli per proteggere gli argini dove la specie iniziava a nidificare. Ora il Gruccione si riproduce in varie zone della provincia e si può tranquillamente osservare anche alla periferia di Rovigo. Nel luglio dello scorso anno un esemplare è stato visto ripetutamente in caccia sopra un incolto in zona Pestrina e, da informazioni raccolte, sembrerebbe che una colonia abbia costruito i nidi sulle sponde di un vicino canale di bonifica.

    Curiosità

    Concludiamo questa carrellata con una curiosità ed un’interessante avvistamento pre-natalizio. La curiosità riguarda una colonia di Pappagallini, evidentemente fuggiti dalla cattività, che da qualche anno ha deciso di “metter su casa” in alcuni pini domestici di un giardino privato a Pontecchio Polesine. La specie è estranea alla fauna locale. È comunque interessante la sua capacità di adattamento a climi ed alimentazione così diversi da quelli dei luoghi di origine.

    Più interessante l’avvistamento interessante di un gruppo di una decina di Cicogne bianche che il 18 dicembre 2010 verso le 13, dopo aver sorvolato il quartiere di S. Pio X si è diretto verso Sud all’altezza del ponte dei Forti. Potrebbero far parte del contingente che lo scorso anno ha svernato nel ferrarese. La speranza è che prima o poi anche questa specie possa essere nuovamente annoverata fra la fauna polesana. Naturalmente non sono tutte rose e fiori. Alcune specie, come i “comuni” passeri, sono in difficoltà anche serie. Ma, per non guastare la festa, di questo parleremo in altre occasioni.

  • Il Callido-Malvestio di Ceregnano

    Il Callido-Malvestio di Ceregnano

    Due iniziative hanno festeggiato i cento anni dell’organo a canne della chiesa arcipretale di San Martino Vescovo in Ceregnano, costruito dalla ditta Domenico Malvestio & Figlio di Padova nel 1910: la prima durante l’estate 2010 organizzata dalla Parrocchia; la seconda in occasione della Settimana dei Beni Culturali in Polesine, a cura del FAI (Fondo Ambiente Italiano) e Lion Club.

    Il centenario organo di Ceregnano in realtà ha un ascendente ancora più antico, dato che la ditta padovana incaricata di realizzarlo nel 1910, lo installò riutilizzando gran parte del materiale fonico del precedente strumento: un organo, questo, portato a termine più di un secolo prima da Gaetano Callido, massimo esponente della Scuola Neoclassica Veneta.

    L’antico Callido

    L’antico organo, realizzato da Gaetano Callido nell’anno 1800, opera n. 376 (di cui, dicevamo, rimane molto nell’attuale) era, come si desume dall’esame della cassa e della fonica riutilizzata, ad una sola tastiera ma di notevoli dimensioni, con numerosi elementi tipici delle opere callidiane di più grandi proporzioni: un prospetto dal Do 1 però cromatico (esistente, in Polesine, solo nel grandioso organo callidiano “doppio” della Basilica di S. M. del Rosario a Polesella), testimonianza quindi dell’esistenza di un rarissimo Tamburo¹ a sette o addirittura otto canne (cioè le quattro in facciata più tre o quattro del registro dell’Ottava di Contrabassi), un registro di Violetta di 4 piedi, già indice di uno strumento di grandi dimensioni se solo nei bassi, ma qui presente, cosa assai rara, anche nei soprani² e, infine, ben tre file di Contrabassi anziché le consuete due.

    A questi elementi di grandiosità è da aggiungere anche un Ripieno spinto sino alle Trigesime, più la consueta serie di registri tipica della Scuola Neoclassica Veneta: i caratteristici Flauti a cuspide di varia tessitura (cioè in Ottava, in Duodecima e la caratteristica Cornetta in decimasettima), ovviamente la Voce Umana³, e, sicuramente, viste le dimensioni dello strumento, i Tromboncini alla tastiera ed i Tromboni al pedale, e forse anche il caratteristico e raro registro del Violoncello in legno a tuba corta, ad ancia.

    Non rimangono, purtroppo, documenti d’archivio relativi all’organo Callido (citato, però, nel catalogo autografo delle opere del grande organaro⁴), ma le caratteristiche deducibili dai suoi elementi superstiti ci dimostrano chiaramente che era la più grande opera callidiana ad una tastiera presente in Polesine.

    L’organo Malvestio

    Ma veniamo all’attuale ottimo organo, realizzato nel 1910⁵ da Domenico Malvestio e dal figlio Giuseppe, riutilizzando, con aggiunte, gran parte della fonica del precedente nonché la sua splendida cassa⁶ con colonne e timpano curvilineo.

    Anche relativamente a questo strumento non rimane, praticamente, documentazione d’archivio: si sa soltanto che fu restaurato, presumibilmente dalla stessa ditta Malvestito⁷, nel secondo dopoguerra: in questa occasione fu eliminato il registro della Tromba (posto dietro le canne di facciata) e sostituito con quello della Dulciana attualmente presente, le cui prime quattro canne, per motivi di spazio, furono collocate su un somierino pneumatico aggiunto, del tipo a pistoni e posto sul retro della parete frontale, sulla destra. Il suo pomello, di fattura Malvestio, è, inoltre, di dimensioni leggermente più grandi rispetto a quelli dei registri originali.

    Infine fu sostituito l’originario pedaletto ad incastro per l’azionamento delle griglie della cassa espressiva⁸ con l’attuale staffa a bilico, mediante la quale si possono fermare le gelosie in qualunque posizione, ottenendo, quindi, tutte le gradazioni sonore intermedie.

    Nella costruzione di questo strumento, nel 1910, Domenico e Giuseppe Malvestio realizzarono una felicissima sintesi (cosa non molto frequente, a quel tempo) tra le sonorità callidiane e le nuove e dolci sonorità tardoromantiche: vari registri dell’antico organo Callido furono riutilizzati tali e quali⁹, mentre altri, mediante spostamenti, scorrimenti ed integrazioni di canne, furono “convertiti” in nuovi (i vecchi Flauti in Ottava, in Duodecima e la Cornetta andarono a formare, con alcune aggiunte, i Flauti di 8 e di 4 piedi¹⁰; la Violetta di 4’, trasportata all’ottava inferiore ed accordata battente¹¹, costituisce l’attuale, suggestiva Eolina di 8’, mentre le tre file di Contrabassi, di dodici canne ciascuna, furono riutilizzate nell’attuale Contrabasso di 16’, costituito da 27 note reali); inoltre, alcuni registri furono costruiti ex novo: la Tromba¹², la Viola ed il Basso di 8’. L’intonazione, cioè la regolazione del timbro, ossia del tipo di suono¹³, di conseguenza, fu un intelligente compromesso tra sonorità neoclassiche, dal suono pieno, brillante e a volte quasi flautato, ed estetica tardoromantica, con suoni dolci e spesso mordenti¹⁴; inoltre, l’avere collocato un gruppo di registri dolci in cassa espressiva,

    lasciando invece all’esterno quelli dal suono più potente e chiaro, permette, a volte, di avere quasi l’effetto di uno strumento a due tastiere, pur essendovene soltanto una.

    Si tratta, quindi, di un organo che, oltre che di eccellenti qualità e valore artistico, si presenta anche assai versatile ed interessante dal punto di vista esecutivo, permettendo, grazie alle sue caratteristiche “composite”, di praticarvi un vasto repertorio dall’antichità ai nostri giorni.

    L’auspicio è che il suo centenario, celebrato durante il 2010, sia pure l’inizio di una sempre maggiore valorizzazione, anche concertistica, di questo ottimo strumento.

  • La Chiesa di Grignano Polesine

    La Chiesa di Grignano Polesine

    La prima notizia di Grignano Polesine risale al 938 d.C., quando il marchese Almerico e Franca sua moglie lasciarono alla Chiesa Adriese del B. Pietro, per testamento tutti i beni che tenevano nel territorio di Adria (molto dettagliata è l’enumerazione delle terre) inoltre Santa Maria in Basilica (Massa Superiore), Arquà, Gragnano, Borsea, Crespino, Gavello e la corte Roda.

    Bisogna però arrivare al 1411, sotto Giacomo III degli Obizzi, per avere notizie del primo rettore della Chiesa di Grignano (individuabile nella Chiesetta di S. Rocco, a lato dell’attuale Chiesa Parrocchiale) del quale si conosce il nome: “Henrico monaco Pomposiano”, presentato in curato di essa da Cristoforo Trotti, priore di S. Agnese di Ferrara, vicario generale di Pesaro, arcidiacono di Bologna, amministratore generale di Pomposa.

    Dunque risale a sei secoli fa la istituzione documentata della parrocchia di Grignano Polesine, anche se una controversia anteriore di due secoli ci induce a credere che in effetti l’istituzione fosse ben antecedente. Come riporta infatti Alberino Gabrielli nel suo “Comunità e Chiese”, nel 1217 si accese un’aspra contesa tra l’abate di Pomposa Crescenzio e il vescovo di Adria Rolando Zabarella circa la gestione della chiesa di Grignano. Contesa che fu risolta salomonicamente, con l’intervento del canonico ferrarese Dongiovanni il quale da una parte riconosceva all’abate di Pomposa il diritto di giuspatronato sulla chiesa di S. Maria di Grignano (con tutti i diritti e i doveri inerenti), mentre attribuiva al vescovo di Adria le prerogative nell’ambito spirituale. Una prassi che si mantenne nel tempo, tanto che si ha notizia nel 1340 della nomina da parte dell’abate Andrea di Pomposa di don Ugolino, il quale si presentò con le credenziali dell’abate al vescovo di Adria Benvenuto per esercitare il suo ministero religioso a Grignano.

    E’ comunque comprovata con continuità dal 1411 la presenza della parrocchia, attestata poi da successivi documenti che garantiscono l’esistenza della chiesa nel XIV e nel XV secolo. Un fatto tragico si verificò nel 1507 quando un incendio distrusse il paese di Grignano e la sua chiesa. Questa, ricostruita, fu consacrata dal vescovo Tommaso Stella di Salpi nel 1544. Due anni prima, nel 1542, va segnalata la presenza a Grignano, per predicare la Quaresima, del frate francescano fra’ Felice Peretti, divenuto poi Papa Sisto V (1585-1590) (vedi Ventaglio n. 40, pag. 56).

    Le carte dell’archivio informano inoltre che nel 1576 la chiesa si presentava ad aula unica, dotata di fonte battesimale e Canonica. Nel 1603 è arredata con cinque altari, il battistero nuovo, il coro e l’organo. Nel 1669 gli altari sono aumentati a sette, ma l’edificio si rivela insufficiente ad accogliere milleduecento anime, cosicché nel 1673 si provvede alla costruzione di una chiesa più ampia.

    La chiesa attuale

    L’attuale chiesa parrocchiale viene consacrata dal vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti il 17 ottobre 1773 in onore alla B.V.M. ASSUNTA e a S. BENEDETTO ABATE. L’edificio allora constava della navata centrale e di una laterale. Successivamente, a metà del XIX secolo, a cura del parroco Giovanni Turri si procedette ad una ulteriore ristrutturazione e ad un ampliamento con l’aggiunta della terza navata (1859).

    Gravemente danneggiata da un furioso incendio nel 1916, venne presto riparata e consacrata dal vescovo mons. Anselmo Rizzi nel 1920. Negli anni ‘30 si procedette alla ristrutturazione del presbiterio e del coro. Con l’occasione il pittore russo Giuseppe Chiagigh (impegnato anche presso il Santuario di Lendinara) realizzò gli affreschi.

    Nuovi restauri sono stati attuati tra il 1959 e il 1963; gli ultimi interventi relativi alla facciata, sono del 1981.

    L’esterno

    L’edificio inizialmente fu concepito ad aula unica. La facciata è infatti costituita da un corpo centrale scandito da quattro lesene, due angolari, due collocate ai lati del portale d’ingresso. La trabeazione ornata di triglifi e metope con motivi floreali stilizzati sorregge il timpano triangolare con pinnacoli angolari.

    Tre nicchie si aprono in facciata: la centrale, sovrastante il timpano triangolare che corona la porta d’ingresso, accoglie la statua settecentesca della Vergine Assunta; in quella di destra è collocata la statua di S. Benedetto; in quella sinistra la statua di un Abate benedettino. Si tratta di opere di gusto convenzionale attribuibili ad un anonimo scultore veneto del XVIII secolo.

    In corrispondenza delle due navate minori si profilano le ali laterali della facciata che si raccordano al corpo centrale con leggera voluta. Due porte rettangolari, minori di quella centrale, costituiscono le entrate laterali dell’edificio.

    Sopra l’ingresso laterale destro è collocata una lapide, ricordo dei caduti della guerra del 1915-18 recante l’iscrizione: “VIVRANNO / IN ETERNA BENEDIZIONE / I GLORIOSI FIGLI DI GRIGNANO / CADUTI NELLA GRANDE GUERRA / PER LA DIFESA DI TANTI IDEALI / IL CIRCOLO CATTOLICO DI S. BENEDETTO / IN SEGNO DI GRATITUDINE / IL XIII GIUGNO MCMXX / POSE”.

    L’interno

    La navata maggiore è coperta da un soffitto lineare in muratura, restaurato una prima volta nel 1876 e affrescato probabilmente dal pittore Riccardo Cessi.

    Nel 1901 la chiesa fu interamente pavimentata di marmo bianco, rosso e nero, con un motivo decorativo a rombi lungo la navata maggiore e a croci e a quadri nella zona del presbiterio, in sostituzione dell’antica pavimentazione settecentesca.

    Nel profondo presbiterio absidato si aprono due finestre a vetri policromi. Il coro, rivestito di marmo, come il presbiterio, nel 1934, è illuminato da quattro finestre a lunetta.

    Due piccole porte, collocate nel coro, introducono alle sacrestie; quella di destra immette in un locale, costruito tra il 1968 e il 1973 (al posto della vecchia e pericolante sagrestia) in funzione di cappella invernale.

    L’altare maggiore

    L’altare del XVIII sec. ha forma di tempietto, secondo una tipologia ricorrente a partire dalla fine del XVII secolo. Si presenta policromo: marmo bianco di Carrara, rosso di Verona, rosso arabescato e nero; zoccolo cm 27, basamento cm 25, paliotto cm 110 x 246 x 106; statue cm 165.

    Sul basamento di marmo bianco, con intarsi marmorei rossi arabescati e neri, sono collocati due angeli a grandezza naturale in marmo bianco e un tempietto di forma parallelepipeda, con decorazioni nere e rosse e colonnine di marmo rosso dal capitello corinzio bianco, coronato da un cupolotto sul quale è posta la piccola statua del Redentore.

    Il paliotto in marmo bianco e breccia viola, con teste di cherubino aggettanti su volute angolari di marmo giallo di Torri, reca al centro una preziosa scultura di marmo di Carrara, lavorata a bassorilievo, raffigurante Cristo morto vegliato da un angelo; la composizione è chiusa in un ovale.

    Ai lati due angeli in legno policromo e dorato reggono le lampade votive. In alto, sull’asse dell’altare, è posto un ricco baldacchino di legno e stucco dorato.

    La Sacrestia

    Nella sagrestia, posta a sinistra del presbiterio, si trovano alcune tele interessanti, tra cui S. Benedetto in abiti vescovili di Giovanni Turri (attr.), XIX sec., olio su tela, cm 200 x 120. S. Benedetto, è raffigurato sullo sfondo di un’Abbazia, forse quella di Pomposa con ai piedi un cavedano. In secondo piano, a sinistra, stanno alcuni fedeli ritratti nell’atto di ricevere dai padri benedettini l’investitura della “Comuna”, particolare concessione livellaria di cui godono gli abitanti “originari” di Grignano a partire dal XV sec.

    Di rilievo poi la pala con Cristo crocefisso tra la Madonna, San Giovanni e San Carlo Borromeo, opera di Pietro Muttoni, detto Pietro Vecchia.

    All’esterno della Sacrestia, sopra l’ingresso, S. Pietro e parallelamente sul lato opposto S. Paolo, sculture di Pietro Baratta; XVIII sec. Marmo bianco di Carrara; cm 95 x 41 x 23. Entrambe le opere sono scolpite in un blocco unico di marmo ed animate da un’intensa energia.

    Anche nella cappella che si apre a desta del presbiterio si trovano alcune opere di sicuro interesse, tra cui un’ancona intagliata e dorata del XVI secolo (già altare maggiore della chiesa di San Rocco) e una tela dello stesso periodo di pittore veneto rappresentante una Pietà, con Cristo in grembo alla Madonna e San Lorenzo e San Giovanni Evangelista ai lati.

    Gli altari laterali

    Il Primo altare a destra è dedicato a Sant’Anna. La pala che lo contraddistingue, “Sant’Anna insegna a leggere a Maria bambina”, riporta la data 1870 e la firma del parroco di quel periodo don Giovanni Turri che fu pittore e provvide all’ampliamento e all’arricchimento della chiesa. Al centro della composizione Sant’Anna in vesti semplici, nell’atto di indicare, amorevolmente, alla piccola Maria le pagine della Bibbia.

    Il Secondo altare a destra è “L’ Altare del crocefisso”. Si suddivide in tre parti: nel vano della parte inferiore è disteso il “Cristo morto” avvolto nel sudario; al centro, nella nicchia rettangolare dal fondo marmoreo, è custodito un crocefisso ligneo, opera di artigianato veneto risalente agli inizi del XVIII secolo.

    La parte superiore, sorretta da due colonne di marmo rosso con capitello corinzio, composta da uno trabeazione con cimasa ad arco spezzato e fregio riporta nell’iscrizione il nome del committente e la data di erezione dell’altare:

    IOANNES A CECCIA GASPARI FILIUS CONSTRUENDUMIUSSET MDCLVIII.

    Corona il fregio la statua marmorea di San Sebastiano.

    Il Terzo altare a destra è dedicato a “Sant’Antonio da Padova”. All’altare si accede tramite due scalini di marmo rosso di Verona. E’ costituito da un alto basamento con alzata e nicchia che ospita la statua di fattura moderna di S. Antonio da Padova, mentre tiene in braccio il Bambino Gesù.

    Il Terzo altare a sinistra In tutto simile al corrispondente altare di destra, è dedicato alla “Beata Vergine del Rosario”, in sintonia al rispettivo oratorio situato in località “Corsara” in Grignano, la cui festa, istituita da S. Pio V, ricorre il 7 di ottobre per commemorare la strepitosa vittoria della coalizione cristiana contro i Turchi nella battaglia di Lepanto, 1571. Nella nicchia vi è la statua della Madonna, solennemente benedetta il 14 ottobre 1906, che regge con la mano sinistra il bambino benedicente e tiene il Rosario nella destra.

    Il Secondo altare a sinistra, “L’Altare di San Bellino”, testimonia l’antica devozione del paese di Grignano verso il culto del Santo che qui è effigiato in una statua in legno dorato: indossa i paramenti sacri con mitria e pastorale. Ai suoi piedi un cane mansueto lo osserva. L’altare marmoreo presenta il bel cornicione sorretto da due colonne corinzie più alte rispetto a quelle interne ioniche che sorreggono l’arco della nicchia nella quale si erge la figura del Santo. Sopra l’arco spezzato della volta dell’altare, si erge la figura di un putto con la croce che poggia su piattaforma marmorea nella quale si legge la seguente iscrizione: PIIS ELLEMOS/COM.TIS GRIGNANI CONSTRU/JOANNE NOVI I.V.D AC RECTORE ANNO MDCCII.

    Nel Primo altare a sinistra, una tela rappresenta “San Benedetto e Santi”. Il Santo è raffigurato come un monaco vestito di bianco, mentre indica due pesci cavedani ai suoi piedi. Un riferimento questo al canone annuo, pagato solitamente in natura dagli abitanti di Grignano, ai monaci benedettini di Pomposa in cambio del godimento perpetuo di un terreno <<ad migliorandum>> di proprietà dell’Abbazia. In secondo piano sono raffigurati altri santi che sembrano sorreggere la figura di San Benedetto: S. Biagio, in abiti vescovili, il cui culto era diffuso nel territorio in epoca medievale; S. Lucia che offre al cielo su un piatto i suoi occhi e Sant’Agata che a torso nudo giace sulla destra con un panno stretto al seno. Nello spazio superiore è raffigurato un angelo fra le nubi. Il dipinto meriterebbe un dignitoso restauro.

    Il Battistero

    La chiesa accoglie la vasca battesimale del XVI sec. in un vano ottagonale aperto nel 1909 a destra dell’ingresso laterale destro. Il Fonte battesimale (1563; marmo rosso di Verona; cm 105 x 105 x 105), ha forma ottagonale e reca lungo il fianco l’iscrizione con la data. LAVACRUM REGENERATIONIS EXPENSIS COMUNIBUS VIL. GRAG. MDLXIII.

    Tre lati del poligono sono inoltre decorati da tre stemmi gentilizi raffiguranti un’incudine e un martello il primo, un albero beccato da un uccello il secondo; un acquaiuolo che fa uscire l’acqua da un vaso, capovolgendolo con l’imboccatura verso terra, il terzo.

    Il fonte è una preziosa testimonianza degli arredi cinquecenteschi dell’antica chiesa di Grignano, citato nella visita pastorale del vescovo Canano, del 1576, successivamente fu posto nel battistero nuovo eretto nel 1603 e in seguito collocato a destra dell’ingresso laterale di destra, nel moderno vano ottagonale restaurato nel 1959 dopo il crollo del tetto.

  • Nel cimitero di Rovigo

    Nel cimitero di Rovigo

    L’articolo “Sulle tracce di Galileo Chini” di Chiara Tosini (Ventaglio n. 42, pp. 28, 29) suggeriva di raggiungere il camposanto rodigino per ammirare i decori realizzati dal valente artista fiorentino per il tempietto funerario dei Conti Camerini. In effetti sono molteplici gli aspetti artistici riscontrabili nel cimitero del capoluogo polesano che sorge in via Oroboni.

    Va innanzitutto ricordato che lo spostamento dei cimiteri fuori dei centri urbani fu incentivato dalle leggi napoleoniche, e proprio all’inizio dell’Ottocento anche a Rovigo fu pertanto avviata la progettazione del nuovo camposanto. Un secolo, l’Ottocento, che si caratterizza per un generale miglioramento urbanistico e architettonico della città: la risistemazione della zona est con il nuovo Cimitero Monumentale è parte di tali interventi di riqualificazione.

    La costruzione del Cimitero Comunale di Rovigo ha inizio nel 1819. L’area interessata è in una zona periferica della città, ad est, fuori Porta San Francesco, detta “de’ Sabbioni”, alla confluenza di tre stradoni alberati rettilinei: la “Strada della Madonna dei Sabbioni” verso Adria, la “Strada di San Bartolomeo” e la “Strada di Mezzo” (oggi Via B.M. Chiara).

    Oltre al carattere extraurbano prevalentemente agricolo, la particolarità del luogo era data da alcune privilegiate possibilità di visione e di lettura della città: di qui, le torri del Castello, i campanili delle chiese e i monumenti emergevano, contribuendo a formare il profilo, il volto di Rovigo da est e determinando un rapporto, una corrispondenza fisica-visiva di grande suggestione. La via centrale, in particolare, costituisce l’ideale collegamento tra due monumenti religiosi: il “Duomo intra moenia” e la “Madonna di Fuori”¹. Già nel 1282 esisteva un “Priorato” della Chiesa del Cimitero e nel 1474, in seguito ad una “breve” di Sisto V, le proprietà religiose circostanti furono concesse ai monaci Olivetani.

    Proprio in questa parte della città è possibile riconoscere una realizzazione, in ambito periferico, analoga ai piani di sistemazione urbanistica concepiti e attuati a Roma alla fine del XVI secolo da Sisto V².

    Dal 1807 è attiva a Rovigo la “commissione all’Ornato” che, in linea con i nuovi programmi di sviluppo, intende valorizzare l’immagine della città³: della commissione fa parte anche Sante Baseggio il Giovane (1749-1822), ingegnere civile e agrimensore, incaricato di riorganizzare la zona est e di delineare il sito per il cimitero. L’organismo dal carattere architettonico-monumentale è concepito dall’ingegnere G.B. Turri come un sistema di elementi porticati e di campi liberi: vi prevale un ordinamento geometrico e simmetrico in pianta, attento al supporto distributivo delle antiche strutture della chiesa esistente⁴.

    All’interno dell’ampio spazio, nei primi decenni del XX secolo, verranno erette tre cappelle gentilizie di notevole interesse, che tuttora si distinguono per valore architettonico-artistico.

    La più antica, collocata al centro del Campo Primo ed orientata come la Chiesa, è quella dei Conti Camerini, edificata nel 1904 su progetto dell’ingegnere ferrarese L. Barbantini (1847-1907). La struttura a pianta poligonale è rivestita in marmo di Carrara con intarsi in gres e maiolica policroma: in ogni lato, una lunetta sorretta da pilastri addossati al muro. L’ingresso principale ad ovest è sottolineato da un pronao con colonne corinzie, cui si accede salendo otto gradini; un secondo ingresso ad est, a quota di campagna, opposto al primo, conduce nella cripta di questa piccola chiesa, scendendo altrettanti gradini. La copertura è costituita da un tamburo a base ottagonale che sorregge una cupola nervata di diametro circa tre metri.

    La Cappella Caniato, progettata dal padovano Angelo Brunetta⁵, è del 1915. La struttura architettonica è più complessa della precedente: gli elementi dell’edicola Camerini sembrano giustapposti e perciò facilmente distinguibili (base, capitelli, timpani, tamburo, cupola) mentre la Caniato sembra un unico “monòlite” di marmo, dalle pareti sagomate a scalare, sormontato da una particolare cupola a doppio tamburo con aperture circolari in rame ribassata.

    Lo spazio interno, a pianta quadrata, è delimitato dalle tombe, nel basamento è collocata la cripta. Anche questo edificio risente delle tendenze culturali di quegli anni, tuttavia con maggiore attenzione al clima mitteleuropeo: il gusto sfocia in una caratterizzazione liberty per il gioco dei volumi e taglio secessionista ottenuto tramite i bassorilievi e le sculture dell’artista rodigino Virgilio Milani⁶. Il progettista e lo scultore hanno lavorato bene assieme, tanto che l’architettura è tutt’uno con la scultura assumendo, qui, il valore di unità plastica a scala maggiore⁷ (i volumi delle tombe che emergono dal corpo principale, le paraste che si elevano al di sopra del timpano, l’uso di un unico materiale, il marmo di Carrara, l’intera superficie lavorata a scalpello con diverse tecniche).

    La Cappella Barella costruita nel 1932 su progetto di Giovanni Muzio e programma decorativo dell’artista milanese Enzo Morelli, è uno dei tanti esempi minori dell’atteggiamento e dell’attenzione del maestro nei riguardi della storia e delle tradizioni, con le quali la sua architettura si misura continuamente: una ricerca di senso attraverso forma e fisicità dei materiali.

    In questa “rotonda” affiora un preciso rapporto con l’architettura antica, in particolare quella funeraria celebrativa romana tardo-antica e paleocristiana. Il “martyrium”, riferimento diretto, che sorgeva in luogo santificato, assicurò dal V secolo d.c. a queste particolari architetture una lunga sopravvivenza⁸.

    La struttura è in mattoni con superficie ritmata da sottili paraste e slanciati archi a tutto sesto coronati da un plastico e ritmico cornicione – scandito da figure geometriche in rilievo – su cui si imposta la cupola conica con copertura in tegole disposte entro settori radiali. In sommità, una composizione di puri solidi geometrici (le colonnine cilindriche in cemento, il cono della cupola e la sfera in rame) configurano un’austera lanterna a base ottagonale. Il portale di ingresso, inquadrato da una larga cornice sormontata da un timpano in cemento (a quel tempo bianco), occupa due settori della superficie circolare suddivisa dalle paraste: esso è degno dell’attenzione plastica e figurativa della tradizione costruttiva romanica basilicale.

    La geometria statica dell’interno si oppone alla dinamica forma circolare dell’esterno generando un prisma retto a base quadrata smussato negli angoli da quattro pilastri, che sostengono la cupola. Questi si elevano verso il soffitto voltato “rivelando lo sforzo dell’uomo che tende ad innalzarsi a Dio… È il ripetersi del miracolo dell’Ascensione”⁹. All’interno, l’ara in granito è sormontata da una grande e spoglia croce staccata dal muro di fondo, su cui è dipinta l’opera del Morelli¹⁰.

    “La costellazione di croci nere che ne deriva, armonico ritmo dello stesso motivo tragico, porta la scena tanto ripetuta nella pittura paleocristiana, ad una nuova e forte forma rappresentativa … L’intero spazio interno, cupo e raccolto sotto la casta struttura, vibra di misticismo”¹¹.

    Morelli in seguito è attivo a Milano dove, insieme ad altri noti artisti milanesi, decora il Palazzo per l’Esposizione Triennale per le Arti Decorative che, negli anni trenta, Muzio stava progettando⁶.

  • Palazzo Cattaneo

    Palazzo Cattaneo

    Lungo una delle più antiche vie lendinaresi, la cosiddetta “contrada nuova” aperta agli inizi del Cinquecento, odierna via Garibaldi, sorge un’architettura densa di storia, a partire già dal nome che ancora oggi la identifica, palazzo Cattaneo.

    L’edificio è infatti l’attuale residenza di uno degli ultimi rami della plurisecolare famiglia, a cui da sempre la tradizione storiografica attribuisce la fondazione stessa di Lendinara.

    Già nel X secolo, infatti, la cittadina altopolesana risulta essere posta sotto la signoria di una famiglia di origine veronese, indicata all’epoca come “da Lendinara”. Due secoli dopo i loro discendenti cominciarono ad essere identificati, per la consolidata funzione di comando che ricoprivano, con il nome di “capitanei”, da cui in seguito Cattanei. La stagione del loro potere esclusivo sulla scena lendinarese si chiude con la fine del Duecento, stretti fra la pressione espansionistica del Comune di Padova per un verso, e l’inarrestabile ascesa degli Estensi dall’altro. Ma la famiglia continuò a mantenere un ruolo di una certa importanza nella vita della cittadina.

    Il palazzo, che dunque ancora oggi è proprietà dei Cattaneo, ha probabilmente le sue origini nel XVI secolo e si presenta esternamente con una sobria facciata, frutto di interventi soprattutto settecenteschi, vivacizzata, al piano terreno, da un imponente portale modanato e connotato dallo stemma gentilizio in chiave di volta. Ad esso corrisponde, nella fascia superiore, una robusta balaustra, dietro alla quale si aprono tre portali architravati. Il prospetto complessivo ha un maggiore sviluppo sul versante sinistro, poiché esso include un’apertura ad arco che immette alle adiacenze retrostanti e agli ambienti interni un tempo di pertinenza della servitù.

    Da qualche tempo, grazie alla disponibilità del dott. Alessandro Cattaneo, è possibile in primavera ed autunno accedere nello storico palazzo per qualche visita guidata, coordinata da Cedi-Turismo & Cultura. Ed è proprio nel corso di una di queste particolari aperture che abbiamo modo di conoscere gli interni.

    Al piano terra

    Varcata la soglia di entrata ci appare l’interno strutturato su due piani disposti seguendo lo schema della pianta tipicamente veneziana, caratterizzata da un salone centrale passante e da stanze laterali disposte ai lati.

    Sul lato breve del salone (opposto all’ingresso principale) si apre la porta d’accesso al giardino, una vasta estensione a prato confinante a nord con le pertinenze dell’ottocentesco giardino romantico di Palazzo Dolfin-Marchiori. L’insieme delle due aree verdi è la testimonianza superstite delle antiche zone destinate a brolo, un tempo dipendenti dai numerosi palazzi nobiliari affacciati, come Palazzo Cattaneo, lungo via Garibaldi.

    Il soffitto della sala centrale si caratterizza per la particolare struttura compositiva di travi portanti e assi del tavolato cosiddetta “alla sansovina”. L’insieme è tuttora impreziosito da un’omogenea decorazione pittorica a girali.

    La sala sud-occidentale conserva invece una decorazione ad affresco in stile neoclassico con il ricorrente motivo di serti fioriti terminanti in coppie di equini affrontati. Quest’ultimo intervento pittorico è probabilmente da ricondurre all’artista bolognese Carlo Baldi, che ad inizio Novecento intervenne massicciamente negli interni del palazzo come più avanti si avrà modo di evidenziare¹. Allo stesso autore sono attribuibili i medaglioni ricchi di frutta e cacciagione presenti, sempre al piano terra, nella volta della sala da pranzo.

    Il piano nobile

    La salita al piano nobile avviene attraverso un vano scala ricavato sul lato est del salone centrale.

    L’ambiente presenta una struttura a due rampe in marmo tenero e, lungo le pareti, è arricchito da una decorazione pittorica di inizio Novecento in stile chiaramente neorococò, con inflessioni tendenti al Liberty. Al centro della volta si apre un ovale, all’interno del quale volteggia una coppia di putti con ghirlande fiorite. Un’iscrizione, ancora oggi leggibile, rivela il nome del committente e del pittore: “Cattaneo Lodovico/ questa sua casa avita/ all’antico decoro ritornò/ Baldi Carlo bolognese/ dipinse/ MCMVII”.

    Sulla parete occidentale del vano scala, immediatamente al di sotto dell’iscrizione cui si è appena accennato, è collocata una tela, copia della pala del “Martirio di Sant’Agata”, il cui originale, realizzato da Giambattista Tiepolo fra la fine del quinto e l’inizio del sesto decennio del XVIII secolo, era stato originariamente commissionato per l’altare maggiore della lendinarese chiesa di Sant’Agata, poi, a seguito della soppressione del complesso monastico benedettino da cui la chiesa dipendeva, l’opera è infine confluita nelle raccolte della Gemaldegalerie di Berlino.

    Le pareti del salone centrale del piano nobile ospitano, all’interno di una intelaiatura di cornici pittoriche di gusto Rococò, i singolari affreschi settecenteschi del pittore udinese Giacomo Boschetti, come attestato da un cartiglio posto in prossimità dell’angolo sud-occidentale: “Jacobus Boschetti/ utinensis pictor/ 1715 in.tor & pin.xit”.

    Il ciclo ad affresco raffigura scene di vita quotidiana settecentesca. Il contesto ambientale è identificabile con la campagna lendinarese dell’epoca, in alcuni tratti sembrano infatti delinearsi in lontananza i profili dei vicini Colli Euganei.

    In questa cornice si inseriscono gruppi di giovani contadini e di signori rappresentati in diversi momenti di una rilassata e gaudente quotidianità: le attività del lavoro rurale, ma al contempo momenti di passeggio, di intrattenimento musicale e di piacevoli conversazioni. L’atmosfera generale si carica di serenità e gioia di vita che lega indistintamente nobili e contadini. Unica stonatura, in questo amabile concerto campestre, è la presenza, al centro della parete occidentale, di una vecchia emaciata in abito scuro, accompagnata da un bambino, intenta a mendicare con un piattino in mano. Per il resto le diverse quadrature rappresentano soggetti in linea con l’ambientazione tipicamente bucolica: pastori, contadini in riposo, viandanti, portatrici d’acqua, filatrici, dame in passeggiata o intente a dilettarsi con chitarra e liuto, e infine gruppi, di varia estrazione, impegnati a desinare.

    La data riportata nel cartiglio, 1715, carica gli affreschi di notevole valenza anticipatrice rispetto ad una sensibilità riscontrabile nel settecento più inoltrato, soprattutto per il superamento dei ridondanti scenari architettonici fino ad allora in voga e delle classiche tematiche mitologiche di celebrazione del prestigio delle famiglie committenti, a favore invece di paesaggi ariosi e di una ruralità idealizzata².

    Gli affreschi del salone centrale furono oggetto, quasi due secoli dopo, di un intervento di restauro operato anch’esso da Carlo Baldi, come provato da un ulteriore cartiglio posto all’angolo nord-occidentale delle pareti: “Carolus Baldi/ bononiensis pictor/ restituit/ 1907”.

    Nel medesimo piano nobile resta da segnalare la sala nord-orientale dotata di un soffitto dipinto a cassettoni recanti gli stemmi di nobili famiglie veneziane.

    Altro ambiente affrescato è la sala sud-occidentale la cui volta risulta delineata da una cornice di gusto moresco a forma di stella ottangolare e arricchita dal consueto repertorio di ghirlande, girali e altri elementi vegetali. In quasi tutte le stanze si conserva una pavimentazione a terrazzo veneziano con la particolare eccezione della stanza con gli stemmi nobiliari il cui pavimento è composto da formelle in cotto.

    La suggestiva atmosfera che il palazzo conserva, frutto di una delle più illuminate committenze della Lendinara settecentesca, è ancor oggi godibile poiché la visita agli interni è inserita, come detto, nel programma degli itinerari guidati primaverili e autunnali che da alcuni anni vengono proposti a quanti vogliano approfondire questa ed altre interessanti pagine di storia locale.

  • Dal Po al Canalbianco

    Dal Po al Canalbianco

    In tutti i luoghi, conosciuti o sconosciuti, piccoli o grandi, esiste sempre una storia che si identifica con la vita e la cultura di una comunità. Storia che spesso si nasconde ai nostri occhi, da cui però, con un po’ di attenzione, possiamo far emergere testimonianze sconosciute degne di interesse.

    Con questo spirito di osservazione e curiosità ha preso il via una “camminata primaverile” di 7 Km., – ideata da chi scrive e promossa dal Ctg – che ha visto una trentina di persone sperimentare un inconsueto itinerario dal Po al Canalbianco.

    Come in altre occasioni il punto di partenza è fissato presso a VILLANOVA MARCHESANA, presso l’Area Attrezzata “Amici del Po”. La giornata, seguita a oltre una settimana di cattivo tempo, si presenta serena e fa ben sperare per i partecipanti all’escursione pedestre accolti nell’area attrezzata in una insolita veste acquatica: le copiose piogge in tutta la Pianura Padana hanno infatti ingrossato il fiume che, dilatando il suo letto, ha invaso una significativa porzione dell’area verde golenale, rendendo pertanto inagibili parte delle attrezzature. Un look insolito per la maggior parte dei partecipanti all’escursione, ai cui occhi il Po in questa occasione si presenta davvero possente, con una superficie ampia, fatta di acque che scorrono veloci e limacciose. Un’immagine che incentiva subito i primi scatti fotografici.

    Va dunque fatta una premessa alla nostra escursione, circa la natura del grande fiume. E nella golena di Villanova vengono indicati i limiti raggiunti dalle acque in precedenti piene ben più consistenti, motivo di qualche apprensione per i paesi rivieraschi. Ma è anche l’occasione per sottolineare la consistenza delle arginature più volte rinforzate dopo la tragica alluvione del 1951.

    L’itinerario prende dunque il via raggiungendo la strada arginale, per la prima tappa presso la Chiesa Parrocchiale di Villanova Marchesana, edificio storico di chiara impronta ferrarese, completamente ricostruito nel corso del ‘700, con benedizione impartita nel 1788 dal Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti.

    Usciamo frattanto dall’abitato del paese per imboccare una stradicciola lungo la quale ci troviamo in breve avvolti da un suggestivo paesaggio agreste. Ad una attenta osservazione, risulta che la strada, rilevata sulla campagna, utilizza quello che fu l’antico argine di un paleoalveo: dunque una “memoria della terra” di uno scomparso corso d’acqua attivo in tempi lontani, testimonianza del processo evolutivo di un territorio che nei secoli è stato più volte plasmato da eventi alluvionali.

    Raggiungiamo frattanto un bel ponte in mattoni sullo Scolo Crespino per portarci a Corte Bragato, esempio di una corte rurale tuttora attiva, sebbene non tutti i fabbricati risultino oggi utilizzati. Ed anche le imposte della casa padronale, malinconicamente chiuse, ci indicano i cambiamenti socio-economici avvenuti dal tempo in cui l’agricoltura richiedeva la presenza di molte persone. La corte per molti anni ha risuonato dei richiami di quanti la abitavano, mentre ora è dominata da un silenzio alquanto innaturale.

    L’attenzione del gruppo viene frattanto attratta da un grazioso Oratorio dedicato alla Madre Addolorata, che sorge sul lato orientale della corte. Tutt’intorno distese di campi coltivati, che manifestano l’esito positivo dell’antico confronto tra l’uomo e la natura paludosa del suolo. Terreni strappati alle acque da vari interventi di bonifica, che ci riportano ad antichi proprietari Estensi e Veneziani: Fieschi, Giglioli, Galasso, Gradenigo, Foscari, Badoer. Famiglie nobiliari queste, delle quali sopravvive in zona ancora qualche toponimo, come testimonia la nostra prossima tappa rappresentata da Corte Galassa.

    Prima di raggiungere questa corte, sostiamo presso quella che fu una delle abitazioni dei braccianti a servizio dell’azienda agricola: una casetta da troppo tempo disabitata ed oggi aggredita dal verde. Un’abitazione certamente modesta ma dignitosa, come tante altre che caratterizzavano l’ambiente rurale. Casette oggi praticamente scomparse dal territorio agreste, cosicché quella presso cui facciamo sosta si presenta come una sorta di cimelio di un passato che sembra lontanissimo nel tempo.

    A Corte Galassa ci attende la Signora Giovanna, che ci accoglie con grande cortesia e disponibilità. Ricorderemo a lungo gli squisiti dolci preparati con la frutta prodotta nella sua azienda agricola: uno spuntino davvero speciale, aperto da un profumato salame in grado di risvegliare l’appetito dei presenti. Si profila frattanto anche un momento ludico rappresentato da un calessino trainato da un asinello, per un giretto nell’ampia corte.

    Dopo la piacevole sosta, il cammino prosegue lungo infiniti filari di frutteti per imboccare la via verso la nostra meta: MAGNOLINA, frazione di Gavello, borgata adagiata tra il Collettore Padano ed il Canalbianco che oggi conta qualche centianaia di abitanti, contro i 1.300, registrati nella visita pastorale del Vescovo Guido M. Mazzocco nel 1938. Uno spopolamento che ha colpito particolarmente queste zone rurali del Polesine dopo l’alluvione del 1951 e l’introduzione nelle campagne di macchine agricole.

    In tempi precedenti la forza bracciantile costituiva un punto di forza fondamentale in questa zona, che nel periodo del Risorgimento si qualificò come un importante centro del movimento democratico-radicale e poi socialista. E come tale si mise in particolare evidenza nei moti della “Boje” del 1884, opponendosi con decisione al padronato agrario, con scontri che videro l’intervento delle forze dell’ordine, seguiti da processi e dalla condanna a diversi mesi di carcere comminata ad alcuni scioperanti.

    A ricordo delle idealità qui vissute nell’Ottocento, proprio nella piazzetta di Magnolina è stato innalzato un monumento a Garibaldi. Un busto dedicato all’eroe del Risorgimento che poggia su una colonna con un’epigrafe in cui si legge: A ETERNARE LA MEMORIA DI GARIBALDI, CAVALIERE DEL GENERE UMANO, I LAVORATORI DI MAGNOLINA E GAVELLO – P. 1907.

    Il busto all’eroe dei due mondi, realizzato dallo scultore adriese Arturo Ronconi, fu offerto alla comunità di Magnolina da Giovanni Turatti, ivi residente, e costituisce a tutt’oggi una significativa memoria da valorizzare nel 150° dell’Unità d’Italia.

    Nella stessa piazzetta osserviamo l’Oratorio dedicato alla Madonna della Salute, tempietto citato nel Libro del Clero nel 1790, del quale però non si conosce la storia pregressa né la successiva fino alla ricostruzione avvenuta a metà del secolo scorso. L’attuale struttura non presenta aspetti artistici di rilievo e reca sul lato sinistro un piccolo campanile in mattoni.

    Nella stessa piazzetta, proprio di fronte al monumento a Garibaldi, aveva sede la Cooperativa Socialista, costruita con i contributi offerti dagli abitanti. Il fabbricato, divenuto poi sede della Casa del Fascio nel 1936, ha subito alcune trasformazioni a partire dal dopoguerra, per assumere infine un ruolo completamente nuovo rappresentato dalla frequentata Trattoria “Da Margherita”. E qui ha luogo la tappa finale della nostra escursione, attorno ad una tavola imbandita, per coronare con un apprezzate proposte della cucina della tradizione la nostra piacevole camminata.

  • I segreti di Boscovecchio

    I segreti di Boscovecchio

    Il titolo sembra riprendere quello di un racconto di Dino Buzzati, oppure, per venire più vicino a noi nel tempo, quello di un libro di un altro autore veneto, Giancarlo Ferron, lo scrittore-guardia-caccia che è un vero “cult” tra gli appassionati di natura. O ancora, più semplicemente, sembra il titolo di una favola.

    Ma non c’è nulla di fantasioso: il Bosco Vecchio in Polesine esiste veramente, e chiunque può andarlo a visitare per cercare di scoprirne i segreti. Se si percorre la provinciale che dal centro di Badia Polesine va verso Villafora, giunti in località Colombano, sulla sinistra, si incrocia via Abbazia, la strada che conduce al Boscovecchio (o Bosco Vecchio).

    Fino al 2009 a chi la imboccava sembrava di tornare indietro nel tempo, immergendosi nella campagna polesana delle epoche passate. Oggi la campagna è sostanzialmente sempre quella, ma sullo sfondo compare un nuovo, imponente elemento artificiale: il ponte dell’autostrada Valdastico sud (che collega il Polesine a Vicenza), i cui enormi piloni bianchi, alti 120 metri, si vedono da molto lontano. Una presenza alquanto impattante, dunque, ma dobbiamo ammettere, di fronte a tanti obbrobri architettonici presenti in giro per l’Italia, che almeno qui si è cercato di creare qualcosa che non fosse solo una colata di cemento, ed è singolare che molti ciclisti vi si rechino ad osservarlo (il solo ponte meriterebbe un articolo sul Ventaglio). In qualsiasi caso, il ponte è ormai una realtà ambientale importante, di cui dobbiamo tenere conto. Fatte queste considerazioni continuiamo il nostro percorso.

    Cava Pretato

    All’ingresso dell’area, ubicata in via Restara, troviamo innanzitutto la Cava Pretato, estesa per circa 6000 mq. Fino a poco più di dieci anni fa l’area umida era ben più vasta: a monte infatti si trovava un’altra cava, detta appunto Cava Grande, poi prosciugata. Nell’areale di Cava Pretato, contornato da cannuccia e tifa (la pianta tipica delle zone umide, chiamata anche “sigari”), trovano riparo il Martin Pescatore, l’Upupa, il Germano reale, e numerosi anfibi e rettili.

    Le due cave, come alcune altre che descriveremo, probabilmente risalgono al 1882, quando si procedette allo scavo al fine di utilizzare la loro terra per ricostruire o rinforzare gli argini dell’Adige dopo la grande alluvione di quell’anno¹.

    Questa zona presenta inoltre antiche tracce di paleoalvei: via Restara un tempo (e il suo tragitto sinuoso ce lo conferma) accompagnava un antico canale, chiamato in un documento del 1286 “Canale Serato”, che rappresentava un’antica diversione dell’Adige e che si immetteva poi nel “Canale di Villafora”, che sarebbe poi divenuto il Ceresolo. Basta osservare le foto aeree, o anche semplicemente connettersi a Google Earth, per scoprire nei campi le tracce di antichi rami fluviali ora scomparsi².

    Ci dirigiamo frattanto verso il fiume, che ora fortunatamente scorre tranquillo sullo sfondo³. Proprio in corrispondenza del Bosco Vecchio l’Adige forma un’ampia golena, che appartiene alla Provincia di Padova a causa degli antichi confini, ma di fatto è in territorio badiese. La golena è estesa circa 34 ettari, ed è dichiarata anch’essa Oasi di protezione faunistica, in quanto costituisce un relitto di bosco ripariale. Si tratta di una zona di riproduzione di fauna oggetto di prelievo venatorio (Lepre, Germano reale, Tortora). E’ inoltre una zona di sosta di avifauna acquatica (Nitticora, Airone cenerino, Germano reale) e di nidificazione di avifauna del bosco idrofilo (Rigogolo, Capinera, Usignolo di fiume, Cinciallegra, Strillozzo); è adatta alla sosta e allo svernamento di rapaci (Sparviero, Poiana, Gufo comune).

    Casa Bovo

    Dirigendosi verso l’Adige ecco che, superato un ponticello su un fossato, si nota a destra un’altra zona assai interessante dal punto di vista naturalistico. Si tratta di un raro esempio di ambiente umido alimentato da falda sopravvissuto lungo l’Adige, denominato “Casa Bovo” (o oasi Luigi Borghesan). Il sito è caratterizzato da un bosco umido, solcato da piccoli canali interni alimentati dalla falda. Il sito, benché di modeste dimensioni, ha notevole importanza floristica. Si può osservare il più vasto bosco di Ontano comune della Provincia di Rovigo, con ristretto cariceto al quale sono associati Salice comune, Olmo comune, Sanguinella e Sambuco. Dal punto di vista faunistico, tra gli anfibi si segnalano Tritone punteggiato, Rana verde e Rana agile.

    Di recente, inoltre, una “spedizione naturalistica notturna” degli attivisti WWF ha permesso di registrare l’inconfondibile richiamo, simile a un miagolio, della Rana di Lataste (Rana latastei), specie inserita nella lista rossa degli animali in pericolo. E’ presente infatti solo nella Pianura Padana, con circa 250 siti di riproduzione. Tra i rettili più significativi presenti nel biotopo ricordiamo la Testuggine palustre, la Natrice dal collare e il Biacco.

    La fitta vegetazione boschiva situata in un contesto agrario non particolarmente ricco di alberi, favorisce la presenza di uccelli quali la Cinciallegra, la Cinciarella, il Verzellino, il Verdone, il Cardellino, la Ghiandaia e il Picchio rosso maggiore. Interessante, nel periodo del passo la presenza del Lucherino. Tra i Rapaci che visitano il sito si segnalano lo Sparviere, la Poiana, il Barbagianni, l’Allocco e il Gufo comune.

    Con la motivazione di essere un “caratteristico connubio tra acqua e vegetazione arborea ed arbustiva, habitat ideale per la flora e la fauna”, Casa Bovo è stata inserita nell’elenco delle bellezze naturali della Provincia di Rovigo e vi è stato posto il vincolo paesaggistico. Inoltre è stata censita tra le aree naturali “minori” della regione Veneto, elenco redatto dall’ARPAV in collaborazione con il WWF.

    Proseguendo, si percorre una suggestiva strada bianca, bordata da piante e siepi, adatta a passeggiate a piedi o in bicicletta.

    Ranch 555

    Andiamo avanti, ed ecco un’altra sorpresa: per chi vuole godere a fondo delle bellezze del Boscovecchio, cosa c’è di meglio di un agriturismo? Il Ranch 555 è il punto giusto. Il nome americanizzante deriva dal fatto che il proprietario, Adriano Pedretti, è un esperto addestratore di cavalli che ha fatto esperienza nell’Oregon (il 555 corrisponde al numero civico di via Boscovecchio).

    L’offerta agrituristica prevede un maneggio-ricovero per cavalli, e qui si possono prendere lezioni di base e avanzate di equitazione, nonché programmare passeggiate a cavallo all’interno dell’azienda (estesa per 7,5 ettari) e nei dintorni. Si può inoltre usufruire del bed & breackfast (tre camere, una delle quali per portatori di handicap) in una tipica casa polesana restaurata con cura e gusto del particolare. Per chi vuole rilassarsi, una vecchia ampia cava è stata convertita in pescasportiva immersa nel verde.

    Come se non bastasse, sempre all’interno dell’azienda troviamo un’altra cava, denominata Cava Pedretti, completamente rinaturalizzata, tanto che WWF e Legambiente ne hanno fatto richiesta di inclusione negli elenchi delle aree ritenute di interesse paesaggistico e ambientale (al pari di Cave Pretato). Una ricca bordatura di Tifa e Cannuccia offre protezione alle Gallinelle d’acqua, mentre nello stagno sostano in numero consistente anatidi e ardeidi, quali il Tarabusino, per la gioia degli appassionati di birdwatching. Proprio qui lo scorso 24 luglio, approfittando di una splendida serata nella quale la luce tersa del cielo valorizzava la scenografia del luogo, si è tenuta la liberazione di vari esemplari di fauna selvatica recuperati dai volontari del WWF, della LIPU e dalle Guardie Provinciali⁴.

    La Strada del Morto

    La tappa successiva è presso la Strada del Morto. Il nome non ci tragga in inganno. Innanzitutto il luogo è veramente suggestivo, grazie ad un filare che si erge maestoso, poi va detto che il toponimo deriva probabilmente dal fatto che la strada seguiva un antico paleoalveo: un ramo non più attivo e pertanto “morto”. Il suo primo tratto sinuoso è infatti esattamente parallelo a via Restara, che, come abbiamo visto prima, rappresenta appunto un antico corso fluviale (e si ricorda che abbiamo già trovato in zona l’idronimo Canal Morto).

    L’ambiente comunque è tutt’altro che spaventoso: si tratta di un’antica strada pubblica che risulta offrire particolare interesse ambientale poiché ai suoi lati, per un’estensione di ottocento metri circa, è presente una doppia o singola piantata di alberi d’alto e medio fusto (circa 150 esemplari di Salice bianco, Quercia, Olmo, Platano, Robinia, Pioppo nero, Acero campestre) e siepe (Biancospino, Sambuco, Sanguinella, Rovo e altro).

    Risulta uno degli ultimi filari alberati dell’intero comprensorio di Badia Polesine, e rappresenta la testimonianza di un’epoca del passato, che si è preservata, forse a causa della proprietà pubblica, evitandone il taglio. La zona merita di essere protetta⁵; a ulteriore riprova, il fatto che si tratta di una ricca fonte di biodiversità. Qui tempo fa è stato segnalato il Tasso. In zona inoltre sono stati segnalati come nidificanti l’Albanella minore e il Codibugnolo, ambedue pressoché assenti dal resto dell’Alto e Medio Polesine, e relativamente comune è il Picchio verde.

    La sorpresa che si trova nella parte terminale del sentiero è stata anticipata nel n. 42 del Ventaglio (pagg. 31 e 32) a cui si rimanda.

    Sono tanti i motivi dunque per cui la strada meriterebbe una maggiore valorizzazione e una prospezione archeologica per chiarire la sua origine e la sua età, prima che il tempo non ne faccia scomparire le ultime tracce.

    E, per quanto ci riguarda, non potremo dimenticare l’emozione provata la scorsa primavera a Boscovecchio in occasione dell’iniziativa di liberazione degli animali. Quando ormai la giornata volgeva al termine, proprio lungo la Strada del Morto, fummo piacevolmente sorpresi nell’udire il tipico Chiù dell’Assiolo (Otus scops), un piccolo gufo migratore, specie ormai in forte diminuzione in tutto il suo areale a causa dell’alterazione del paesaggio agrario e boschivo, qui invece preservato. Un altro segreto svelato da questa località.

    E il Boscovecchio è pronto a palesare altri segreti a chi lo visita con umiltà e pazienza. Perché il Boscovecchio non è una favola, è realtà.

    (Si ringraziano Paolo Aguzzoni, Mara Barison e Guido Chieregato per le utili informazioni e la collaborazione fornita).

  • La Villa dei Vescovi

    La Villa dei Vescovi

    Anche la delegazione FAI (Fondo Ambiente Italiano) di Rovigo ha partecipato con entusiasmo all’apertura del primo prestigioso bene FAI nel Veneto. Si tratta della bellissima Villa dei Vescovi, un vero gioiello architettonico, che sorge sui colli Euganei, su un’altura a Luvigliano di Torreglia, al centro di una vasta conca. Una costruzione di grande importanza storica ed artistica, ideata in epoca rinascimentale come dimora di villeggiatura per il vescovo di Padova Francesco Pisani e realizzata tra il 1535 e il 1542 dall’architetto Giovanni Maria Falconetto, con il qualificante intervento di Giulio Romano.

    Il restauro della villa ha impegnato il FAI per circa sei anni e, nello scorso mese di giugno, a conclusione dei consistenti lavori di recupero, alla vigilia dell’apertura al pubblico della Villa, si è proceduto all’inaugurazione dell’esclusivo Bene FAI Veneto, con una cerimonia di grande effetto.

    Presente quasi al completo la delegazione FAI di Rovigo, con la capodelegazione Chiara Tosini, alla quale chiediamo di parlarci dell’importante evento.

    – Dunque si è trattato di un momento emozionante e di grande gioia. È così?

    “Certamente. Il 21 giugno è stata una giornata memorabile perché Villa dei Vescovi ha riaperto al pubblico ed è stato un regalo voluto e offerto. Un regalo per i soci del FAI, per la Comunità di Luvigliano di Torreglia e per tutti coloro che amano la cultura e il turismo, con la riscoperta del senso profondo della storia e della tradizione locale”.

    – Come ha contribuito il FAI polesano al progetto?

    “Sei anni sono stati necessari per portare a compimento il restauro della villa, sei anni che hanno visto l’impegno delle delegazioni provinciali FAI. La Delegazione di Rovigo, attraverso le proprie attività (Giornata FAI di Primavera, FAI Golf Cup, ecc.), si è prodigata per raccogliere somme significative per il ripristino del palazzo e del giardino, intervento che ha riservato molte sorprese, ad esempio la scoperta di una necropoli alto-medievale che ha comportato un rallentamento dei lavori e la necessità di studi e ricerche più approfonditi”.

    – Lei recentemente ha accompagnato il Vicepresidente nazionale del FAI, Marco Magnifico, in visita a Villa Nani Mocenigo di Canda, per sollecitare un intervento della Fondazione a favore della costruzione nobiliare. C’è qualche speranza che la villa possa diventare bene FAI?

    “Purtroppo ritengo sia difficile che il FAI ‘adotti’ la Villa Nani Mocenigo, specialmente in un momento così delicato e difficoltoso per il reperimento di somme da destinare ad attività culturali e al ripristino dei beni artistici ed architettonici. Il dott. Magnifico ha dimostrato, comunque, un forte interesse nei confronti del bene, certamente uno degli esempi architettonici più interessanti della nostra provincia e, proprio per questo, si è dichiarato disponibile a contribuire alla redazione di un progetto gestionale dell’edificio”.

    – L’impegno del FAI diviene particolarmente visibile nella Giornata di Primavera. Per quanto riguarda il Polesine, quella del 2011 ha avuto come teatro Lendinara. Con quali risultati?

    “660 sono stati i beni straordinariamente aperti a fine marzo in 260 località italiane, tra queste anche Lendinara con la visita alla Chiesa di San Giuseppe, alla quale si è aggiunto l’interessante ‘itinerario risorgimentale’ che ha riscosso notevole successo, soprattutto tra i visitatori provenienti da fuori provincia. A tal proposito, approfitto di questa occasione per ringraziare non solo la Parrocchia di Santa Sofia, il Sindaco Alessandro Ferlin, lo studioso Pier Luigi Bagatin e i volontari della Protezione Civile, ma anche tutto il Direttivo del FAI di Rovigo che si è prodigato ad accogliere e accompagnare i 560 visitatori che hanno deciso di aderire alla nostra proposta di visitazione. Nel corso dell’iniziativa sono state effettuate 30 nuove iscrizioni e una raccolta di 480 euro in contributi da destinare alla salvaguardia dei beni gestiti e protetti dal FAI e aperti al pubblico”.

    – Quali iniziative ha in cantiere il FAI polesano e quale sarà in particolare l’obiettivo della Giornata di Primavera 2012?

    “Per quanto riguarda la prossima Giornata FAI di Primavera posso solo preannunciare che visiteremo alcuni luoghi interessanti di Rovigo, ma non voglio anticipare nulla! Organizzeremo, inoltre, visite guidate alla prossima mostra sul Divisionismo a Palazzo Roverella e programmeremo la visita ad alcuni beni del FAI dell’alta Italia. Non mancheranno attività di promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici del Polesine”.

  • Le grandi opere in Polesine

    Le grandi opere in Polesine

    Oggi il Polesine è in standby. Non si scorgono spinte di rilevo in quest’epoca di crisi economica. Si cerca di sopravvivere, restando a galla nel mare del progresso, nell’incertezza su quale scialuppa di fortuna salire.

    Ma, un tempo, non era così. Ponti, idrovore, “mostri” meccanici, locomotive, stazioni e opere idrauliche…. All’indomani dell’Unità d’Italia il Polesine pullulava di progetti e di talenti.

    Una chiara testimonianza dell’attivismo polesano, a partire da metà dell’Ottocento, ci è venuta da uno dei tanti eventi per celebrare i 150 anni della Repubblica, in Pescheria Nuova: la mostra “Le grandi opere in Polesine, dall’Unità d’Italia… a oggi”. L’evento organizzato da Provincia, Comune e Prefettura di Rovigo, Regione Veneto, Ministero per i beni e le attività culturali – Archivio di Stato di Rovigo, Arci e il sostegno della Fondazione Cariparo, testimonia un secolo e mezzo di grandi opere idrauliche, edili, infrastrutturali in una quarantina di pannelli suddivisi per temi.

    “Il Polesine si è evoluto negli ultimi 150 anni e lo testimoniano le ricerche svolte dall’Archivio di Stato in fondi diversi – ha spiegato Laura Negri, assessore provinciale alla cultura -. La nostra terra ha sofferto, ma l’acqua è stata materia prima per scoprire talenti non solo in materia di bonifica”.

    I ponti che segnano, da sempre, il bisogno di collegamento fra diverse terre e culture, da quelli in chiatte fino al più moderno in costruzione sopra il fiume Adige, che collega con una moderna autostrada il Polesine con Vicenza; le strade, fin dal 1912 erano pensate da percorrere con tramvie, poi si progettarono le linee ferroviarie. Una terra, la nostra, di grandi inventori e pochissimi brevetti, di cui oggi riemerge traccia grazie ai documenti svelati dalle ricerche dell’Archivio di Stato e che costituiranno una mostra itinerante per riscoprire appieno l’identità del Polesine, le nostre radici.

    La mostra testimonia dunque “l’immagine di un Polesine non fiacco ma capace di grandi opere con molte capacità intellettuali” ha sottolineato Bruno Piva, primo cittadino di Rovigo, capaci di arrivare alle esposizioni universali di Vienna e Parigi. Il Prefetto Romilda Tafuri, ha aggiunto: “l’insegnamento della storia serve per costruire l’oggi e il domani, nell’unità sopra le parti per il bene comune”. Il direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo Luigi Contegiacomo e il critico Sergio Garbato hanno commentato alcune delle immagini storiche più significative in mostra, a cui si sono aggiunte le fotografie più attuali di Roberto Bottari. Si ricordano il manicomio, oggi definito più delicatamente Opp (Ospedale Psichiatrico Provinciale), il palazzo della Provincia e il Tribunale, le macchine idrovore e altri macchinari complessi, frutto del genio di Nannini, Selmi, Zangirolami, per citarne alcuni; i lavori del Collettore Padano e l’acquedotto di Rovigo in cui si intravedono piccoli uomini al lavoro, come formiche, tanto era imponente l’opera.

    A supporto delle immagini, i grafici e i dati tecnici del tempo, dove si scoprono, ad esempio, lo sviluppo delle strade in Polesine, a fine Ottocento, divise per comune; le stazioni (con le romantiche locomotive) tra cui quelle di Rovigo e Fratta ancora in costruzione e i loro tragitti. Progetti non sempre realizzati, spesso accantonati per mancanza di finanziamenti (idee ambiziose come quella di una tramvia, mai realizzata, che collegasse tutti i paesi del Polesine). Altri progetti invece sono stati portati a termine come quello all’avanguardia del manicomio di Rovigo, terminato negli anni 1906 – 1907, poi sequestrato nel corso della prima guerra mondiale per necessità belliche, e adibito a ospedale psichiatrico solo più tardi nel 1929. Idee di progresso che spesso si realizzavano in tempi strettissimi. Non solo immagini, dunque, ma un patrimonio di scritti, carte, mappe, progetti scartati, che raccontano il “lato b” di ogni suggestiva fotografia.

  • La “Chiara Stella” di Lendinara

    La “Chiara Stella” di Lendinara

    Non può non farci pensare al Natale l’Associazione di volontariato di Lendinara denominata “Chiara Stella”. Da quattordici anni è una realtà apprezzata, che opera nel territorio lendinarese, con lo scopo di raccogliere i fondi per attività benefiche.

    Per saperne di più ci incontriamo con la signora Clara Trombin, presidente dell’associazione. Partiamo dall’origine:

    – Come ha avuto avvio la vostra associazione?

    “L’obbiettivo iniziale consisteva nel ripristinare l’antica usanza di portare alle famiglie della città l’augurio di Sante Feste durante il periodo natalizio. Fu così che un gruppo di genitori di bambini che frequentavano l’Asilo Don Minzoni di Lendinara, decideva di unirsi e collaborare in tale senso. Ben presto nacque la consapevolezza dell’esistenza di un desiderio di solidarietà da parte dei lendinaresi, che non mancavano di fare offerte ad ogni uscita serale del gruppo. Occorreva dunque impegnare al meglio queste somme”.

    – Decisione difficile?

    “No. La decisione fu quasi immediata, accogliendo la proposta di alcuni genitori di devolvere l’intera somma alle adozioni a distanza, nel numero di sei bambini indiani. Poi nel 2007 siamo venuti a conoscenza che in Uganda presso Kangole in Karamoja prestava il suo nobile lavoro presso la scuola della missione Suor Lorenzina, al secolo Lorenzina Magon di Lendinara. Conosciuta la triste storia di quelle popolazioni e visto che le nostre entrate col tempo superavano le quote stabilite per l’adozione a distanza in India, abbiamo deciso di assegnare il surpluss alla missione ugandese, che è diventato così il nostro secondo obbiettivo”.

    – L’associazione nel frattempo si è consolidata.

    “Non eravamo ancora un gruppo legalmente costituito e sentivamo la necessità di farlo per renderci credibili alla gente. Pertanto procedemmo a dar vita al gruppo legale denominato “Chiara Stella”, attivo tutto l’anno. Nell’arco dell’anno le nostre associate sono impegnate in varie attività:

    – creazione di manufatti (bambole di pezza, decorazioni con decupage su terraglie, ricami ecc), da esporre nella nostra bancherella durante il Mercante in Fiera del Settembre Lendinarese o altra manifestazione cittadina.

    – confezione di abiti di inizio novecento da indossare durante le rievocazioni storiche e alla partecipazione alle iniziative “zoghi de ‘na volta” con allestimento di relative coreografie.

    – collaborazione con il Cedi durante la ricorrenza di Halloween, animando la “piazza dei sapori”, costruendo e distribuendo ai bambini mascherine e trucchi. Il tutto avviene tra la gioia dei più piccoli e uno sfrenato divertimento delle nostre associate, che per l’occasione sono vestite simpaticamente da “streghe”.

    – partecipazione alle sfilate dei carri allegorici cittadini ideando varie scenografie, e per la festa dell’Epifania animiamo la piazza vestite da Befane”.

    – E poi c’è la “chiara stella” prima del Natale.

    “Questo resta l’appuntamento fondamentale, legato alla nascita dell’associazione. Come avviene ormai da quattordici anni, nelle serate pre-natalizie, percorriamo le vie della città e luoghi limitrofi, indossando abiti di un tempo, cantando e suonando la “chiara stella”. Rimanendo in tema natalizio, l’Amministrazione Comunale di Lendinara lo scorso anno ci ha dato l’incarico di organizzare il Presepio Vivente che nella sua buona riuscita ha visto la partecipazione di un centinaio di figuranti appartenenti anche ad altre realtà delle nostra città”.

    – Quanti sono gli iscritti e quanto tempo dedicate all’Associazione ?

    “Attualmente gli iscritti sono 60 di cui dieci uomini. Ognuno di noi dedica all’Associazione molto tempo libero, non solo per scopi benefici, ma anche per garantire la buona riuscita di manifestazion sportive, e ludiche, organizzate da altri gruppi lendinaresi. L’art. 2 del nostro regolamento recita: L’Associazione ha lo scopo di promuovere solidarietà per sostenere delle adozioni a distanza, aiuti alle missioni e aiuti sociali attraverso attività ricreative, culturali in ogni loro forma e con ogni mezzo legalmente consentito”.

    – In tutti questi anni quale è stato l’evento che più l’ha emozionata?

    “Aver conosciuto di persona Suor Lorenzina è stata la cosa che più mi ha dato gioia. Da Lei ho avuto le notizie più realistiche e drammatiche sullo stato di degrado che il territorio africano e precisamente ugandese, presenta allo stato attuale. Le condizioni delle donne di quella Nazione sono intollerabili per un vivere civile, dato che la parità di diritti e doveri è assente. Presso la scuola dove opera Suor Lorenzina (missione di kangole), vengono ospitate ed istruite quelle donne che vivono in condizioni di grave arretratezza, non trovando spazio nella scuola pubblica”.

    – E’ mai intervenuto qualche ripensamento?

    “Non sarà mai! Il lavoro svolto in questo periodo di tempo mi ha reso più forte nello spirito e più consapevole dell’importanza della mia missione. E’ poi sempre una gioia riscontrare che ad ogni nostra iniziativa, i Lendinaresi partecipano acquistando dalla nostra bancherella, sia i manufatti da noi costruiti, che gli oggetti fatti presso la sede di kangole. Considerata poi la crisi economica in atto nel nostro paese, è da evidenziare con vera soddisfazione la cifra di 577 euro incassata con la nostra partecipazione al “Mercante in Fiera” durante il Settembre Lendinarese”.

    La ringrazio per avermi dedicato il suo prezioso tempo e, pensando a quanta gente in modo completamente anonimo si presta ad aiutare il prossimo, rivolgo a Lei e a tutti i suoi iscritti un vivo ringraziamento per quanto fate, unitamente all’augurio che la vostra presenza nel territorio venga sempre sostenuta dai cittadini, sia che siano essi privati o pubblici amministratori.

    Per comunicazioni: Chiara Stella, presso Clara Tomanin, Via Arzarello 39 Lendinara. Telefono n. 3208880023.

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