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Archivi: Articoli d’archivio

  • Raimondo: evoluzioni materiche

    Raimondo: evoluzioni materiche

    Adesso capisco che nascere figlio di un fabbro e vicino ad una falegnameria deve essere stato il mio destino segnato. La scritta “OFFICINE CREATIVE” così semplice nel logo mi ha aiutato. Un laboratorio d’arte alle porte della città di Este, in via Callido. Ne è nata un’amicizia e una frequentazione non episodica col giovane titolare, Andrea Rimondo.

    E’ così che da dieci anni mi dedico alla conoscenza della pietra. Di Nanto e altre. Non fa differenza. Toccare strumenti di lavoro e sapere come si usano. Se sono datati è ancora meglio. E’ diventata spontanea la collaborazione con Andrea Rimondo. Insieme abbiamo riempito teche e armadietti di scuole. Bassorilievi con fondo in velluto fanno bella mostra di una mano semplice e decisa.

    Forse, conoscendo meglio l’ambiente dove Rimondo lavora, si capisce perché in certe sue opere si cercano segni o solchi che lasciano un buon ricordo. E’ ancora giovane l’opera che si legge guardando gli oggetti sparsi per “l’atelier d’artista”. Un novello Courbet, realista e non solo. La sua evoluzione si sta completando.

    Non si staccano mai gli occhi dai suoi profili di marmo rosa e dalle sagome di marmo scuro, chinate e ferme, sicuramente decise ad essere toccate e sfiorate. A vederlo di persona e a partecipare ad una prima non si riconosce. Rimondo è curioso delle sue opere come se le vedesse per la prima volta. Stupito da tanto interesse. Non si è ancora reso conto d’essere capace di catturare l’attenzione del pubblico. E’ lui stesso un visitatore di se stesso. La ricerca continua di un minimalismo lineare e pulito è come Mondrian o come Brancusi che tanto ha dato alle forme semplici e perfette.

    Rimondo non si sente ancora appagato della sua permanente ricerca. Pare che l’opera successiva debba essere migliore e andare più avanti. Oltre alla pietra tenera che ha imparato a plasmare all’Istituto d’Arte “Corradini” di Este, ci prova anche con il bronzo e con il legno. Non è mai sazio di vedere il residuo del materiale levarsi dalla forma che è già dentro. L’effetto del chiaroscuro fa il resto. L’opera poi viene lasciata ad altri. Letta da altri e consegnata per essere di altri.

    La sua curiosità è nata, a suo dire, osservando il monumento di August Murer a Rovigo, davanti alle torri antiche della città. Non stacca mai gli occhi da quella che potrebbe chiamarsi principio di causa ed effetto. Per destino Rimondo lavora spesso in Polesine: a Lendinara innanzitutto, dove è presente un’opera di un importante maestro del’900 italiano Pericle Fazzini, paese di Giuseppe Marchiori, critico d’arte e autore de “Il fronte nuovo delle arti”. Lavora in case private lasciando la sua impronta d’artista, e consegnando una sua opera alla biblioteca, una pregevole scultura apprezzata da Carlo Tintore collezionista autoctono. Nella città dei Canozi ha inoltre eseguito restauri per i palazzi patrizi delle famiglie Bertoncello e in Vicolo Bronziero.

    Ma anche altre località del Polesine si fregiano di opere dell’artista atestino: per il comune di Bosaro ha firmato un monumento e per l’Accademia dei Concordi della città di Rovigo ha siglato un manufatto importante. Di altrettanto rilievo quello installato nella vicina provincia di Padova, nel Comune di Boara Pisani per l’Avis-Aido: a firma del sottoscritto si è costruito con fervore un prestigioso monumento fatto di pietra gialla, grigia e bianca in un equilibrio bilanciato e armonico.

    Lavorare con Andrea Rimondo è una seria esperienza, fatta di molti silenzi e momenti di riflessione. Risulta normale accettare consigli da un esecutore ma essere prevenuti nelle richieste è sempre curioso. Il merito è anche e comunque della bottega d’appartenenza. Il bacino di Este, sempre sottovalutato non manca di esempi concreti. Mancano invece piste di lancio, sponsorizzazioni, incoraggianti ed encomi gratificanti.

    Ora Rimondo, incoraggiato da un pubblico sempre più esperto e vasto, è in salita. Da una terra con nebbia, sospiri e solitudine le sue opere appaiono già future. Lavorando con il Liceo Ferrari di Este ci si è imbattuti in un’occasione di gemellaggio con la città inglese di Lick. Gli studenti inglesi di una scuola d’arte si sono lanciati spontaneamente nella scultura e nella riscoperta di un materiale nuovo per la loro conoscenza. Si sono portati a casa una ricchezza nuova, testimoniata da articoli apparsi sui giornali locali. Nell’occasione il logo della loro scuola è stato fatto in pietra a sigla di Andrea Rimondo. L’opera appare nell’ingresso di questo autorevole Istituto.

    Le sue evoluzioni materiche ora sono presenti in diverse parti d’Italia, Austria, Svizzera, Francia e Stati Uniti. Non è mai esaurita la sua volontà di andare oltre.

    Passando nel suo Atelier spesso s’incontrano persone che osservano e s’interessano anche oggetti d’uso comune. Lampade, caminetti e consolle sono a disposizione di chi ha voglia di regalare al proprio abitare comune un “gioiello” d’autore. Pochi pezzi che da soli servono per arredare una stanza.

    Alle sue mostre, di recente una a Venezia e Vicenza, porta pochi pezzi. Minimalista anche nel farsi studiare attentamente nelle sue linee spezzate e altresì nelle curve sinuose mescolate insieme con garbo e in silenzio. Da cinque anni collabora con l’Unione Provinciale Artigiani di Padova ed è inserito nel progetto “Manuzio” in collaborazione con il Liceo Scientifico G.B. Ferrari”. Ogni anno il lavoro viene esposto alla fiera campionaria di Padova dove artista ed alunni sono tutti in prima fila.

    In allestimento, a siglare la salita, ci sono state altre due recenti mostre: a Torino e poi a Parigi in Rue de Seine. In questa strada, abitata negli ultimi anni anche da Marcello Mastroianni, si arriva per merito. Espongono artisti di tutto il mondo, osservati in un contesto tutt’altro che anonimo ma esposto e lasciato ai posteri di diritto. Ci si arriva per qualità acquisita. Questa è indubbiamente il vertice che ogni artista tende ad ottenere.

    * Arch. Prof. Antonio Zancanaro, docente di Disegno e Storia dell’arte presso il Liceo Scientifico” G.B. FERRARI” di Este. Padova

  • Umane croci

    Umane croci

    Continua nella sua attività artistica, Maurizio Barozzi, a rappresentare sulla tela o su carta, come anche con la creta, la scena della crocifissione.

    Accanto all’altro tema costante della sua arte, i barboni, gli emarginati della strada, l’artrista di Ceneselli si accosta con una straordinaria sensibilità a questo soggetto iconografico che è l’uomo crocifisso: “l’uomo dei dolori” come lo chiama la bibbia, perchè è un elemento tipico o topico, per dirla con un linguaggio più difficile, dell’esperienza non solo artistica ma anche esistenziale. Possiamo accostare questa ricorrenza del soggetto della crocifissione con l’altro che ho citato, ossia la rappresentazione di quei personaggi che vivono ai margini dei marciapiedi delle città, che sono i barboni. Tra queste due realtà, una dei nostri giorni e l’altra invece che appartiene alla storia dell’umanità e della nostra civiltà e soprattutto alla fede cristiana, c’è a mio parere un aspetto che le accomuna: è l’elemento della emarginazione, del rifiuto di ciò che si contrappone con l’ordine costituito talvolta intriso di ipocrisia e di grettezza. E non a caso in molte opere Barozzi rappresenta insieme il crocifisso e i barboni per indicare una speciale assonanza di vita.

    Va subito detto che le raffigurazioni di Barozzi si inseriscono nel solco dell’arte contemporanea, giacché il tema del crocifisso è trattato con una visione moderna, ossia non legata, secondo la tradizione, alla contemplazione della sacralità del mistero del Figlio di Dio che muore in croce per la salvezza dei peccati di ogni uomo. Non c’è primariamente la preoccupazione di tradurre in pittura il dogma cristiano, quanto piuttosto quella di assumere il Cristo come il rappresentante dell’uomo che è messo alla prova, che è castigato perché vuole vivere la propria libertà secondo una verità non precostituita ma ricercata e condivisa, mai imposta, che lascia agli altri la possibilità di raggiungerla per altre strade nel rispetto della soggettività.

    Se il crocifisso non è visto innanzitutto come persona divina, nello stesso tempo è assunto come un simbolo che ha un valore universale per ogni uomo. E’ il prototipo di una umanità sconfitta che da una parte diventa un segno che provoca e infastidisce il conformismo delle buone maniere di quanti preferiscono l’ottusità delle convenzioni, e dall’altra può risultare vincente per il richiamo ineliminabile che sfiora la coscienza di chi comunque si lascia interpellare, ritagliando un momento di silenzio nel correre fugace del quotidiano.

    Barozzi cerca di provocare l’osservatore dei suoi crocifissi, per farlo partecipe dell’inquietudine dell’uomo rappresentato, perché possa trarre un momento di riflessione. Vuole favorire un incontro tra ciò che è depositato dentro l’occhio che guarda e l’oggetto rappresentato. In questo processo si possono rilevare dei passaggi artistici, dei segni precisi volendo fare una panoramica sommaria delle molte rappresentazioni del crocifisso presenti nell’arte di Barozzi.

    La sofferenza delle prime crocifissioni, al limite dell’umano, lascia nelle ultime opere spazio ad una ricerca inesausta di nuove modalità espressive che si soffermano a cogliere particolari del corpo del martoriato per eccellenza. “Il riverso” è uno dei titoli che caratterizzano i primi crocifissi sia nelle opere ad olio, sia a china come anche nelle sculture con la creta. Vogliono esprimere un dolore inaudito, manifestato con una crudezza come poche volte si è visto nella produzione artistica.

    La figura di Cristo assume una postura fino ad arrivare a riversarsi oltre il patibolo del palo orizzontale. L’esperienza del dolore, rappresentata con incisività, con l’urlo del condannato che pare esca dalla scultura o dal quadro, coinvolge profondamente chi si sofferma davanti alle realizzazioni di Barozzi. E accanto al Cristo crocifisso, gli altri crocifissi, i famosi “due ladroni”, quando appaiono sono posti in un gioco di prospettive assai diversificate, non semplicemente ai lati come ci sono state consegnate dalla tradizione, ma in posizioni inusuali come volessero interpretare dialetticamente le situazioni e i punti di vista in cui si colloca la sofferenza nelle varie manifestazioni umane.

    In alcune crocifissioni, sia ad olio, sia nelle sculture, si associa al dramma la madre per condividere con il figlio il supplizio, come volesse assumere su di lei la stessa pena. In alcune opere sia ad olio come a china, in uno spazio indicato da un tratto grafico particolarmente avvolgente, pare che la madre voglia accogliere ancora una volta nel grembo quel figlio che ha generato, in cui il dolore della croce si unisce al dolore del parto.

    C’è un altro elemento caratterizzante i quadri del Barozzi: è il rivolo di sangue, così marcato che può diventare un fatto solo estetico, di pura invenzione. Un rivolo di sangue che scende dal crocifisso, dal costato o dal capo coronato di spine fino a segnare tutto il corpo per l’intera lunghezza fino a raggiungere quell’umanità che talvolta viene rappresentata ai piedi della croce. Questo rivolo di sangue cosi marcato segno di una violenza cruenta, diventa la congiunzione con l’uomo smarrito che forse, senza saperlo, condivide la stessa sorte secondo una misteriosa legge che unisce ogni uomo: quella di una sofferenza ineliminabile che apre una domanda mai satura di risposte appaganti. Il rivolo di sangue è l’elemento di una corporeità che accomuna l’umanità nella sofferenza sgomenta quando non provoca la ricerca di una risposta ad una domanda latente e costante che si fa strada nelle pieghe di un corpo che urge e reclama attenzione per sé e per gli altri.

    Si ravvisa inoltre nelle rappresentazioni del crocifisso uno studio in cui il Cristo quasi scompare dalla scena, lasciando intravedere solo una parte del corpo crocifisso al palo del patibolo. Diventa una parte che sta per l’intero, una parte che è come venisse ingrandita dal microscopio che è lo sguardo dell’uomo contemporaneo, sofferente e tormentato. In questa maniera viene indicata la capacità totalizzante dell’esperienza della croce di rappresentare le vicende umane percorse ognuna per la sua parte dalla stessa esperienza del sacrificio, anche se non sempre consapevolmente concepita e assunta.

    Diventa così il crocifisso del Barozzi l’uomo della più comune ordinarietà. E’ questo un altro aspetto che si può ravvisare nelle sue rappresentazioni. Il crocifisso vestito appeso alla croce con pantaloni e camicia da lavoro. Qui si vede come la dimensione della sofferenza attraversi l’intera vicenda umana nelle sue varie manifestazioni anche in quelle dove meno dovrebbe farsi sentire. La Croce le riunifica tutte in quel vertice che i vangeli descrivono nell’uomo di Nazareth sfigurato dal dolore.

    Nel rappresentare la modernità del Crocifisso, il nostro autore lascia comunque intravedere in qualche sua opera come la sofferenza acuta e disumanizzante, si apra a quella dimensione di speranza che permette sopportabile anche le più atroci, ingiuste e ingiustificate forme di violenza che l’uomo subisce per la cattiveria altrui. Si può inoltre riconoscere nell’esperienza del crocifisso come ci sia un patire ingiusto e un patire comune a tutti.

    Maurizio Barozzi pare insomma voglia dirci come l’esperienza della sofferenza di Cristo sia in qualche modo condivisa da tutti gli uomini e come Cristo la condivida con tutti sapendola vivere non semplicemente come una sconfitta ineluttabile ma come un passaggio verso l’oltre.

    Dimensione questa che, in certi quadri, è indicata con l’elemento della luce proposto attraverso uno sfondo bianco, o attraverso delle pennellate chiare che si dispongono sul morente (o sui morenti accanto al condannato principale) preludendo quella condizione di gloria che è la Risurrezione. Indicando altresì che la sofferenza è un’esperienza capace di germogliare un senso di alterità che solo vivendola unita a Cristo si apre ad un oltre che una ragione feconda lascia intravedere.

    E’ tra questi poli che la ricerca artistica di Barozzi si muove, trovando nella croce il luogo fondamentale della propria espressione esistenziale, una provocazione costante per descrivere una condizione di vita che tocca i sentimenti e i pensieri più profondi della sua sensibilità di uomo e di artista.

  • L’ultimo passatore

    L’ultimo passatore

    Il Po un tempo aveva i suoi miti. C’erano gli argonauti, come nell’Antica Grecia: poco importa che non andassero a cercare il Vello D’Oro ma trasportassero grano e ghiaia. Sul Po una volta vivevano delle specie di leprecani, come in Irlanda, delle creature dispettose e piene di mistero: si trattava dei mugnai, con le loro macine natanti e la mente furba a imbrogliare i contadini. E un tempo, sul Po, come nella Commedia, c’era Caronte, pronto a far salire chiunque sul suo traghetto, e non solo le anime prave: si trattava del passatore che accompagnava la gente da una sponda all’altra del Fiume. Si registrano testimonianze di traghetti sul Po fin da Medioevo, epoca “senza ponti”, un lungo periodo in cui questo servizio era fortemente regolamentato. Ad esempio, a Papozze c’era una stirpe intera di passatori: quella di Pipìo. La stirpe risale così indietro nei secoli che, secondo la poetica leggenda di Giovanna Manzolli, un Pipìo, nell’anno 1584, svegliato in piena notte dal suo giaciglio nella golena, avrebbe trasportato niente meno che San Carlo, per l’occasione sotto le sembianze di una statua. Il traghetto della stirpe di Pipìo andava dalla località Santi a Berra.

    Ma Pipìo non era l’unico. Un traghetto importante era quello che collegava Canalnovo (Villanova Marchesana) con Serravalle. Dal 1970 al 2005 il passo è stato del sig. Brunetto Passarella, nato il 7 marzo 1931 a Canalnovo. Brunetto, singolarmente, non viene da una famiglia di passatori: il padre era un fornaciao e la madre apparteneva a una famiglia di pescatori. Brunetto, dopo aver lavorato in Africa per le ricerche minerarie, ebbe l’occasione di diventare passatore nel suo paese. Allora prese in affitto il traghetto già esistente, per circa sette mesi, finché non acquistò due zatteroni a Mantova e costruì il traghetto “Dino”, con il fratello e l’aiuto di un fabbro, Terenzio detto Taraffa. E fu così che Brunetto Passerella divenne “il passatore”.

    Ma come gli trascorrevano, di fatto, le ore sul Fiume? Tempi duri. Brunetto ricorda l’assenza di feste e vacanze: “niente Natali e niente Pasque”, perché c’era sempre qualcuno a chiamare il passo (“Passooooo!”). Era in servizio dalle sette del mattino circa fino a buio: in estate fino anche alle nove, in inverno fino alle quattro e mezza. E sempre senza radar, Brunetto, anche con quei nebbioni che fanno assomigliare le golene ad Avalon. E non importava che Po facesse la voce grossa, che cercasse di portarlo fino al mare: finché non era sul punto di scoppiare, bisognava andare.

    Ma c’erano anche momenti di relax: una volta trasportati i muratori che dovevano andare al lavoro, gli spigolatori a frotte, e a volte perfino qualche moto d’epoca e qualche ricco sul macchinone che cercava di far l’oco per non pagare il passo (perché un tempo gli animali non pagavano), Brunetto si dava alla manutenzione, ma anche alla pesca e alla caccia. Di pesce ce n’era tanto, ricorda: ciepe, prima di tutto, che si iniziavano a prendere dal 19 marzo, giorno di S. Giuseppe, rinati, barboni, psine, e anche storioni. E poi sparava agli uccelli, e li andava a raccogliere col traghetto. Insomma, di tempo per svolgere altre attività ce n’era, e il traghetto si governava anche in una sola persona.

    Ma Brunetto non sempre era solo, perché la moglie spesso gli faceva compagnia a bordo. Lo andava ad aiutare soprattutto quando c’era il pienone, cioè in occasione delle celebrazioni stagionali. In maggio, ad esempio, si festeggiava la Madonna della Galvana, per cui si trasportavano anche due-trecento persone dalla sponda polesana alla sponda ferrarese. A turno, gruppi parrocchiali di Papozze, Bellombra, Bottrighe e Villanova partivano per gite di mezza giornata, spesso in bicicletta. Brunetto, col suo traghetto quale simbolo di passaggio, era parte di questo rito prevalentemente femminile (si parlava anche di “Madonna del Latte”).

    All’inverso, le genti ferraresi si facevano trasbordare in gran quantità per la fiera di Villanova, a Ferragosto, e per la fiera di Santi, l’8 settembre. A Santi, luogo di confine tra Papozze e Villanova, succedevano cose particolari. Brunetto, infatti, confessa che la fiera dei Santi era anche detta Fiera Spalpassona. Non solo, certi anziani narrano, con circospezione, che proprio a Santi ci fosse in tempi remoti un traghetto adibito a portare le streghe ai sabba: chissà se si trattava di Pipìo o di un vero traghettatore infero. Certo è che alla fiera c’era l’Albero della Cuccagna, un simbolo magico in un paese avvolto nel mistero e sede di un passo pieno di leggende.

    Ma a Brunetto, uomo pratico, non è mai capitato di imbattersi in situazioni ricordate dalle leggende, benché si trovasse nell’epicentro dell’immaginario polesano. Non si è mai imbattuto nella barca dei Morti che andava da Serravalle a Papozze, per esempio: tutt’al più, ha dovuto dare la precedenza ai cinque, sei battelli di pescatori di Canalnuovo, o a qualche rimorchiatore. Eppure stava fuori col buio, anche fino a tardi: anche fino alle cinque, d’estate, come quelle volte che il sindaco di Berra, detto Socrate, faceva approntare sul Dino un tavolo imbandito con salame e vino, illuminato da festoni di luce. Quelle notti si navigava da Polesella a Corbola con l’accompagnamento dell’orchestra. Brunetto non è mai stato nemmeno giocato da Salvanello, il folletto dispettoso che soleva salire sui traghetti senza pagare il passo, sfuggire e poi, camuffato, ripresentarsi e ripassare impunito.

    Eppure sono molte le narrazioni che ricordano come sui traghetti si rischiasse di incontrare ogni genere di essere sovrannaturale, oltre che le streghe ai Santi, i Morti e Salvanello. In prima istanza, perché il traghetto collegava due terre, e, si sa, indugiare presso i confini può comportare l’incontro con le ‘creature delle soglie’. Inoltre, l’acqua, in particolare quella del Po, rappresenta una frontiera particolarmente pericolosa, con la sua doppia connotazione negativa-distruttiva (le tempeste, le piene, le inondazioni) e positiva-fecondante (le attività economiche, la fertilità, la vita stessa). Si pensi al fiume Nilo nell’Antico Egitto, che separa la Sponda dei Vivi da quella dei Morti, o alle Colonne d’Ercole, alla simbolicità presso gli Indù di nuotare nel Gange, e così via.

    È per questi motivi che i traghettatori erano diffidenti verso certi personaggi, ma Brunetto no: Brunetto non rifiutava il passo a nessuno, e non esponeva nemmeno la scritta “chi ne s’imbarca cuchi”, come si faceva sui vecchi barconi per scongiurare il pericolo di rompere il fragile materiale di terracotta di cui le ocarine in questione erano fatte.

    Brunetto non rifiutò il passo nemmeno “a quel matto” che gli profetizzò un futuro in cui non ci sarebbe più stato molto pesce in Po e i rondinoni non sarebbero più passati a filo d’acqua, e poi una luce rossa si sarebbe vista in fondo al Fiume. Ma ora ci pensa: di pesce in effetti ce n’è molto meno oggigiorno, e i rondinoni non sfiorano più l’acqua. Manca solo la luce rossa, ma lui non lo sa per certo perché non va più sul traghetto. Insomma, qualcosa di vero c’era, qualcosa è cambiato: non abbiamo più il pesce, né abbiamo più Caronte. Non abbiamo più i miti…

  • Cantano i prigionieri di Whittenheim

    Cantano i prigionieri di Whittenheim

    Potenza di Internet! Cercando informazioni relative alla storia della cucina, con particolare riguardo a notizie su antiche tradizioni culinarie, sono stato attratto da un articolo dal titolo alquanto strano: “Il miraggio del prigioniero” di G. Pretto “una specie di gastronomia onirica o cucina dell’immaginazione”. Mi sono soffermato a leggere l’articolo – inserito nella rivista dell’“Accademia Italiana della cucina” – corredato da una poesia intitolata “IL QUOTIDIANO MIRAGGIO” seguita da una curiosa precisazione: versi scritti per passare il tempo nelle mattinate trascorse tutto solo nella mia cella. Ecco il testo:

    Davanti a me con gusto preparata e piena di pietanze già pronte vedo una tavola lunga smisurata che si perde fin oltre l’orizzonte. Vengon prima gli antipasti ad aprir la lunga lista su dei piatti tanto vasti quasi quanto un’autopista. Vedo poi la pasta asciutta con ragù bene condita, molti dolci, molta frutta e una torta margherita. C’è il fagiano col caviale, faraona cotta al forno, le braciole di maiale con piselli di contorno. Un pasticcio di lasagne, le crocchette di patate, un gran monte di castagne tanto arroste che lessate. Di Champagne una bottiglia, cotolette di montone, del croccante alla vaniglia, poi anguilla e capitone. Un brodino di gallina, insalata di finocchi, tutta piena una terrina di gustosi e caldi gnocchi.

    L’articolo proseguiva citando l’autore del testo: Stefano Cengarle, un soldato italiano, catturato dai tedeschi nell’ultima guerra mondiale e deportato in Alsazia a Wittenheim. Per me fu un tuffo al cuore. Immediatamente mi è infatti venuto a mente un fascicolo, che conservo con cura, in cui sono raccolte vecchie carte che riguardano mio padre, anch’egli fatto prigioniero e deportato dai tedeschi a Wittenheim. Ricordavo che nel fascicolo erano presenti dei manoscritti di un prigioniero di guerra, il cui nome mi ha subito riportato al sopraccitato soldato, autore degli ironici versi del “Quotidiano miraggio”.

    Nel consultare il carteggio ingiallito dal tempo, con un po’ di commozione ho constatato trattarsi proprio della stessa persona. Un soldato che si dilettava con la poesia, per evadere con la mente dal duro programma di reclusione.

    Ed ecco, tra le carte conservate nel vecchio fascicolo, un altro scritto in rima dello stesso autore datato 20.4.1944 firmato in calce. Riferisce, con una leggera forma umoristica, la storia della loro deportazione. Titolo: CANTANO I PRIGIONIERI DI WITTENHEIM

    Siam partiti un bel dì da Tolone su vagoni per ben scortati tutti assieme si fu deportati nell’Alsazia ridente regione. Ci ha voluto fregare il destino col mandarci fin qui tutti in massa sotto terra ad estrar la potassa o sciupar la salute in molino. Siam duecento prigionieri tutti baldi e tutti fieri, non c’importa se la guerra vinta vien dall’Inghilterra o se invece l’Allemagna sarà quella che guadagna. Quel che conta e quel che vale è, che prima di Natale con la penna sia firmato l’armistizio sospirato. Porco quì, porco là mai non vien la libertà. Ci sarebbe parecchio da dire sui lavori cui posti noi siamo, ma si tace perché ben speriamo che la guerra sia lì per finire. Obbligati siam qui a lavorare in diversi e svariati mestieri poco adatti per noi prigionieri abituati a ben altro da fare. Siam duecento prigionieri… L’impiegato ora fa il minatore, con la pala lavora il barbiere, il meccanico fa l’infermiere, la cariola conduce il dottore. Al piccone è addetto il postino, lo studente maneggia i martelli, il poeta ti spinge i carrelli, alla forgia ci sta il contadino. Siam duecento prigionieri… In prigion si starebbe benino se si fosse un po’ meglio trattati ed invece siam sempre affamati perché il rancio purtroppo, è meschino. Sempre chiusi si deve restare tra cancelli e tra fili spinati, i balconi son tutti sbarrati, neanche l’aria ti fan respirare. Siam duecento prigionieri… Col fischietto ci usan svegliare, con un numero siamo chiamati, han le guardie i fucil caricati e in colonna si deve marciare. All’appello se tardi un pochino sopra un tavol ti fanno montare e in attenti impalato restare con in testa il tuo bel gamellino. Siam duecento… Il silenzio poi deve regnare quando in fila siam tutti inquadrati, se a parlare si viene pescati i capelli ti fanno rasare. Disciplina, obbedienza s’impone se non vuoi il tuo rancio saltare; fuori stanza non puossi fumare altrimenti si fila in prigione. Siam duecento….. Gran riviste qui sogliano fare agli effetti del nostro vestiario e, ogni foglio che perde il lunario, qualche cosa ti viene a mancare. Si continua così a sequestrare a chi giacca, a chi pantaloni; ed a furia di far revisioni quasi nudi ci han fatto restare.- Siam duecento… Ma verrà che vedremo un mattino gli strilloni sventolare per l’aria del giornal l’edizion straordinaria con su scritto il final bollettino. Se la pace annunziar sentiremo per noi tutti sarà gioia grande e, sia pure in camicia o mutande, in Italia quel dì voleremo. Siam duecento prigionieri…

    Poi ecco emergere dal fascicolo un secondo documento anche questo firmato e datato 23.4.1944, intitolato “IL RITRATTO DI BRUNO”. Un testo che mi colpisce in modo particolare, perché si parla di mio padre, allora detenuto trentottenne. Questi i versi:

    Tra i tanti miei compagni ve n’è uno che tutto il giorno ride ed è contento, perciò, malinconia mai non sento quando con lui mi trovo. E’ Scarpi Bruno. E’ lui che il moral di tutti noi sostiene portandoci notizie sempre buone attorno a lui si fan mille persone lorquando dal lavor a casa viene. Degli altri non divide le opinioni e come il Gazzettin gareggia col Corriere, col sarte il calzolaio od il barbiere intavola infinite discussioni. Sembra di presenziare in uno Stadio a una partita di gioco del pallone. Chi avrà mentito e chi avrà ragione? La Radio-scarpa oppure la Scarpi-radio? Trentotto anni appresso si trascina, gli piace ben dormire dopo magiato, la barba si fa sempre appena alzato, è il primo che si sveglia alla mattina. E’ un bevitor di birra eccezionale, le sigarette fuma all’alsazina, pianger ci fa per una settimana se canta una canzon sentimentale. Ogni domenica si cambia di mutande, tutte le notti sogna la famiglia, quando va in branda scricchiola la griglia, porta una scarpa piccola e una grande. Conosce sol la briscola alle carte, se nulla ha da mangiare porta passienza, m’adesso è bene por gli scherzi a parte. Serio ragazzo, scevro di pretese, per sempre gli sarò riconoscente perchè è da lui che, come uno studente, vado a prendere lezioni di francese. Per me, confesso, è una persona cara come ve ne son poche in questa terra e vi assicuro che, nel dopo-guerra, andrò a trovarlo spesso a Lendinara, D’auguri voglio farne centomila che la fortuna abbia a schiudere le porte a lui, alla gentile sua Consorte, e a quella birichina di Danila.

    Dalla poesia si capisce che il poeta detenuto Stefano Cengarle nel periodo della prigionia aveva avuto molte confidenze da mio padre anche relativamente alla famiglia: viene infatti citata mia madre “gentile Consorte” e mia sorella “quella birichina di Danila”. Io all’epoca non ero ancora nato e non sono in grado di confermare se il poeta-soldato abbia mantenuto la promessa di raggiungere spesso Lendinara, perché mio padre è morto nel 1956 quando avevo solo sette anni, troppo pochi perché il mio interesse si rivolgesse al mondo degli adulti.

    Di mio padre conservo una foto che allego, precisando che egli, deportato il 9 settembre 1943, rimase prigioniero per due interi anni sino al 9 settembre 1945, prima in Alsazia e successivamente a Stutcart in Germania.

    Nel fascicolo relativo all’epoca della prigionia c’è un altro documento di un certo interesse: una cartolina postale inviata da mio padre a mia madre per rassicurarla della sua buona salute (ma successivamente si ammalò in modo molto serio). Dalla data di questo documento, 14.4.1944, deduco che i due amici compagni di sventura continuarono la loro prigionia anche in Germania, da dove la cartolina fu spedita in Italia. Vorrei far notare che nell’indirizzo, sotto provincia di Rovigo non viene messo il nome Italia, ma Deutschbesetzt, cioè occupazionetedesca.

  • Elvezio Brancaleoni, “El Camborio”

    Elvezio Brancaleoni, “El Camborio”

    Ad un anno dalla scomparsa, avvenuta il 16 aprile 2009, resta vivo a Baruchella il ricordo di Elvezio Brancaleoni, detto “El Camborio”, distintosi in modo talmente regale nell’ambito del ballo, da essere anche definito “il re del Flamenco”. Particolarmente significative sono state le iniziative dedicate a perpetuarne la memoria svoltesi lo scorso anno.

    Primo appuntamento sabato 26 settembre 2009, presso la Camera di Commercio di Rovigo, dove ha avuto luogo la cerimonia della consegna del premio dedicato alla fedeltà al lavoro e ai polesani che “hanno onorato la provincia di Rovigo in Italia e nel mondo”, secondo l’apposito bando. Tra i premiati anche il nostro ballerino, per cui il suo è diventato un premio speciale alla memoria “che intende essere un doveroso tributo all’arte e alla personalità di un appassionato professionista della danza e della coreografia che ha saputo, con un percorso inedito e sorprendente, partire dall’esperienza della danza classica …per costruirsi una nuova vita artistica in Spagna…”. Il riconoscimento (medaglia ed attestato) è stato consegnato dal presidente della Camera di Commercio Loredano Zampini e ritirato dalla moglie Lucia.

    Il giorno successivo, a Baruchella, ha avuto poi coronamento il desiderio finale di Elvezio Brancaleoni, cioè che le sue ceneri fossero portate a Baruchella, suo paese natale; e la moglie Lucia ha inteso rispettare le sue indicazioni. Come già concordato dal sindaco con i due fratelli Giuliano e Leonardo, residenti a Bolzano, domenica 27 settembre, si è svolta presso il municipio la cerimonia che ha preceduto la tumulazione.

    Durante la messa, a cui hanno partecipato assieme ai familiari le autorità civili, il parroco don Stefano Marcomini lo ha ricordato ed ha messo in evidenza come “possa essere da esempio per i giovani, avendo saputo impegnarsi per realizzare i suoi desideri, mettendo a frutto i propri talenti”. Le ceneri del Camborio sono poi state portate al cimitero locale e collocate dalla moglie nella tomba del nonno Francesco.

    Alla tumulazione è seguita l’inaugurazione del piazzale antistante il municipio di Baruchella, adibito a parcheggio, che è stato intitolato al grande ballerino di flamenco. Nell’occasione il sindaco Natale Pigaiani, parlando del sentimento che legava Brancaleoni alla sua terra natale, e ricordando l’incontro serale avvenuto l’anno precedente ai piedi dell’Arena, ha dichiarato che “rimarrà nella memoria l’immagine del Camborio all’Arena di Verona, mentre riceveva gli applausi di migliaia di persone che urlavano il suo nome, portando con sé la sacca di tela, appena ricevuta dai compaesani, contenente le pubblicazioni sul Polesine”.

    L’avvocato pugliese Giacomo Florio, un amico e promotore del Camborio, presente alla cerimonia, ne ha delineato con passione la figura, caratterizzata “dall’istinto naturale per il flamenco gitano, temperato però dalla cultura e compostezza della danza classica, avendo studiato alla Scala di Milano, e dall’amore per la moglie”. Ha anche sottolineato come Elvezio sia sempre andato fiero della sua italianità anche quando gli spagnoli avrebbero fatto di tutto perché si riconoscesse in quella nazionalità.

    Prima dello scoprimento della targa, l’ex-sindaco Natale Ferrari ha ricordato il suo primo incontro col Camborio, anche questo a Verona, ed ha letto la poesia del Prof. Ario Stevanin qui riportata nel riquadro, suscitando momenti di commozione in tutti i numerosi presenti. Ha avuto poi luogo, tra gli applausi, lo scoprimento e la successiva benedizione della targa stradale che perpetuerà il ricordo di questo nostro artista, prematuramente scomparso.

    La vita e l’arte

    Ma chi era “El Camborio”? Elvezio (Alvezio all’anagrafe) Brancaleoni, in arte “El Camborio”, nasce a Baruchella il 3 marzo del 1939, figlio di Virginia Cavallaro e Guerrino Brancaleoni di professione calzolaio. Pochi anni dopo, il padre, che sa fare scarpe di elevato livello artigianale, allo scoppio della seconda guerra mondiale, a causa della crisi che investe il Polesine, decide di trasferirsi con la famiglia a Bolzano, come hanno già fatto molti altri compaesani.

    Il Signor Brancaleoni suona quattro strumenti a fiato nella banda del paese ed è un vero intenditore di lirica. A volte porta il figlio Elvezio ad assistere agli spettacoli in Arena trasmettendogli la passione per la musica. Elvezio ha una bella voce e a Bolzano comincia a cantare come solista nelle messe della domenica. Gli piace molto il pianoforte, ma le lezioni sono un lusso per ricchi; gli studi non sono il suo forte e così il padre comincia ad insegnargli il mestiere di calzolaio.

    La passione per la danza prende Elvezio quando incontra Lalla Giovanardi che ha una modesta compagnia di riviste al Teatro Minerva di Bolzano. Qui conosce Ferruccio Soleri, che in seguito diventerà uno dei più grandi attori del Piccolo Teatro di Strehler e che è il primo a consigliargli di prendere lezioni di ballo.

    Nonostante il parere contrario della famiglia, Elvezio entra con grandi sacrifici nella scuola del Teatro della Scala e fa un apprendistato di sei anni per arrivare ad essere ballerino di fila. Contemporaneamente ha l’opportunità di conoscere i grandi dell’opera e della danza, come Maria Callas e Leonidas Messine; ed è proprio grazie a quest’ultimo che si avvicina al flamenco.

    Conseguente è la decisione di passare un periodo di vacanze in Spagna ed è a Madrid che incomincia a imparare la grande tradizione del flamenco e del ballo spagnolo dal maestro Antonio Masin. Elvezio aveva già visto a Milano celebri compagnie come quella di Pilar Lopez, rimanendone affascinato.

    Il balletto classico non lo entusiasma più, pertanto, dopo un breve soggiorno in patria, decide di ripartire per la Spagna immergendosi in quell’ambiente affascinante ed entrando proprio a far parte della compagnia di Pilar Lopez con un contratto di 6 mesi. E’ lei, insieme al maestro Masin, che sceglie il nome d’arte “José El Camborio” riprendendolo da due poesie di Garcia Lorca (è un termine difficilmente traducibile che indica un “uomo non nato dai gitani, ma che merita di essere tale per le sue capacità artistiche”).

    Col nome di El Camborio si esibisce anche a “El Corral de la Moreira”, il tempio del flamenco nella capitale spagnola, ottenendo prestigio e regolarità nel lavoro. Questa esperienza gli consente di capire i veri motivi che lo legano profondamente al flamenco: la libertà e l’improvvisazione, elementi che non caratterizzano certo il balletto classico.

    Ma l’incontro decisivo di Elvezio è quello con Lucia Real, grande ballerina spagnola, che diventerà la sua sposa; ed è con lei e con le compagnie di ballo che creeranno insieme che Elvezio porta in tutto il mondo la sua arte, divenendo una vera stella del flamenco.

    Torna nel suo Veneto da protagonista, lavorando a Verona per l’Arena e il Teatro Filarmonico a partire dagli anni ‘60 – con una puntata anche al Teatro Sociale di Rovigo -, e poi in successive stagioni liriche per diversi allestimenti della “Carmen” e di altre opere, in particolare con il famoso regista italiano Francesco Zeffirelli nel ‘95 e ‘96. Sono anche delle occasioni preziose per brevi visite al suo paese. Sono anni intensi si impegno, di applausi e anche di riconoscimenti importanti, tra cui due giunti dall’allora presidente Sandro Pertini che prima lo nominò “Cavaliere della Repubblica” e poi “Grande ufficiale”.

    Gli ultimi anni

    Alla fine della stagione del 1996, è sfortunatamente è colpito da una trombosi che lo costringe a rinunciare per sempre al ballo. Grazie alla moglie e a Zeffirelli, tuttavia, riesce a proseguire la sua attività quasi più di prima, nonostante El Camborio ammetta con coraggio che il ballo gli manca terribilmente.

    Per festeggiare i suoi 50 anni di carriera, la Fondazione Arena organizza nell’agosto 2006 una serata speciale al Teatro Romano, dove si esibiscono splendimene i ballerini della sua ultima compagnia (La “Corrala de la Danza”) ed in particolare la moglie Lucia. Uno spettacolo eccezionale concluso con tutto il pubblico in piedi ad applaudire.

    Tutto ciò fino alla stagione lirica 2008, durante la quale i suoi compaesani possono incontrarlo per l’ultima volta. El Camborio, infatti, si spegne a Madrid il 16 aprile 2009, a soli 70 anni, per l’aggravarsi della malattia e per i postumi di un intervento chirurgico.

    La malattia ha rapito, così, la stella del flamenco al teatro, privando l’artista della soddisfazione di ricevere personalmente il premio destinatogli dal suo Polesine: quello della Camera di Commercio di Rovigo, dedicato ai polesani che si sono distinti nel mondo; riconoscimento che, come detto, ha ritirato commossa la moglie, inseparabile compagna sulla scena e nella vita.

  • Francesco da Fiesso (1430-1502)

    Francesco da Fiesso (1430-1502)

    “Grosso comune di anime 3555, aria buona, terreno leggero, qualche strato vallivo; fiorenti l’agricoltura, l’arte de’ canapini; si desidera il miglioramento di strade interne”: così, nel 1861, pubblicando il suo «Polesine di Rovigo», Francesco Antonio Bocchi descriveva il territorio di Fiesso, accentuando le speciali caratteristiche del suolo del comune altopolesano.

    Fin dal XV secolo il centro, come ricorda anche lo storico ferrarese Pardi, godeva per questi motivi di particolari simpatie da parte dei Duchi d’Este, e numerose erano le proprietà emiliane al di qua dello scolo Poazzo, confine di Stato con la Serenissima Repubblica di Venezia dal 1484, anno conclusivo della Guerra di Ferrara.

    Fiesso infatti, a differenza dei paesi limitrofi, non aveva terreni soggetti ad impaludamenti, in quanto era attraversato dai canali Poazzo, Tessarolo, Filistina Inferiore, Barzaga e Meggiorino (Magarino), che rendevano le campagne fertili e sempre ben prosciugate. Le condizioni del suolo portarono quindi vari notabili dell’Oltrepò ad avere possedimenti (ville e campagne) a Fiesso: oltre al duca Borso d’Este e al pittore Cosmè Tura, si possono citare gli storici Caleffini e Pellegrino Prisciani¹, l’architetto Benvenuti, i Conti Tassoni e i poeti Ercole e Vespasiano Strozzi.

    Questo rapporto non si ferma alla sola presenza di proprietà fondiarie nella zona da parte di nobili emiliani, ma è fatto di continui scambi anche di natura culturale. Un caso sicuramente interessante è la presenza di numerosi personaggi attivi tra XV e XVI secolo, fino alla Devoluzione del 1598, al servizio o di Casa d’Este o della Curia Vescovile, indicati con la dicitura «da Fiesso/ Fiessi», o, alla latina «Flexi», onomastico che indica la provenienza territoriale, in linea col fenomeno quattro – cinquecentesco della comparsa dei cognomi. Si tratta di componenti di una stessa famiglia, che, pur continuando a possedere beni immobili in zona, si era stanziata nel capoluogo emiliano, distinguendosi nei settori più disparati.

    Tra gli altri personaggi ricordiamo: il militare Rinaldo da Fiesso, nominato nel 1480 Capitano d’Ariano, Gabriele da Fiesso, teologo della Curia ferrarese, e il Canonico Francesco da Fiesso, del quale parliamo qui di seguito.

    Francesco da Fiesso

    Nato nel 1430, sacerdote, fu uno dei più apprezzati personaggi dell’ambiente umanistico ferrarese alla metà del XV secolo: personalità colta e raffinata, titolare di una cattedra all’Università di Ferrara, divenne celebre per la sua invidiabile biblioteca personale, nella quale erano presenti rarità tipografiche quali «L’Aspromonte» di Andrea de Barberino, molti classici latini, il «Decameron» e la «Fiammetta» del Boccaccio, oltre ad altri 89 volumi che cedette alle Librerie Ferraresi, come registrato dal notaio Pietro Orsini. Devotissimo a Casa d’Este, svolse anche la mansione di addetto al controllo dei prezzi («notaio preposto all’abbondanze delle grasce e alla biava, che ebbe l’ufficio gratis», come precisa l’atto di morte del gennaio 1502).

    Fu autore di alcune interessanti opere, sparse in varie raccolte, tra cui si ricordano il “Liber de visitatione” (1460 circa), e il “Diario ferrarese dal 1409 sino al 1502”.

    La prima, opera latina in 59 fogli, riccamente miniata, divisa in trenta capitoli, è dedicata a descrivere modalità e scopi della visita pastorale (i titoli dei paragrafi sono «Che cos’è una visita», «Che persone dovrebbero essere visitate», «Qual è la prerogativa dei visitatori», «La frequenza delle visite», «Questioni da formulare ai laici e ai chierici», seguiti da alcuni capitoli sugli Articoli di Fede e sui Sacramenti e da una sezione finale di sei capitoli che tratta la natura e le funzioni del «massarius»).

    Dedicata al vescovo di Reggio Emilia, Battista Marco Pallavicino (Ad reverendum in Christo Patrem et Dominum Baptistam Marchionem Palavicinum episcopum reginensium et principem ac sanctissimi Domini nostri papae refedarium Francisci Fiessi de visitatione liber incipit) che ringraziò Francesco della dedica con lettera datata 12 ottobre 1460, nella quale il sacerdote è definito «archipresbitero plebis de Bondeno».

    Una copia di quest’opera, forse l’unica attualmente esistente, fu acquistata dal celebre storico e produttore vinicolo francese conte Raoul Chandon de Briailles (1850-1908), fondatore dell’omonima marca di champagne. Parte della sua immensa biblioteca – archivio (20.000 pezzi), dopo la sua scomparsa fu donata alla mediateca di Épernay, parte ai suoi eredi.

    Il «Liber» di Francesco da Fiesso, acquistato dalla Casa d’aste «Les enluminures», è stato esposto in una mostra – mercato di manoscritti svoltasi al Louvre di Parigi nell’ottobre – novembre 2005.

    La seconda opera è una cronaca degli eventi del Ducato Ferrarese nel secolo XV, pubblicata dal Pardi e dal Muratori, con la dizione «di autori incerti» (1738).

    Pur affrontando la cronistoria di un secolo, le notizie più estese si concentrano negli ultimi 35 anni (1467-1502), periodo in cui gli avvenimenti furono vissuti direttamente dal cronista. Scritta in un linguaggio che oscilla tra il ferrarese ed il veneto (un’ulteriore conferma dell’origine locale dell’autore), intercalato da frasi latine in uso fra i notai, la cronaca menziona anche il primo carnevale fiessese, svoltosi nel 1481 (data che fu all’origine della ripresa nel 1981 a 400 anni dalla prima edizione, della manifestazione, ancor oggi tra le più celebri della zona)².

  • La scuola a Rovigo

    La scuola a Rovigo

    Il problema dell’istruzione a Rovigo è stato presente fin dal XIII secolo, ma non sempre le risposte delle amministrazioni che si sono succedute sono state all’altezza delle richieste (vedasi “La Scuola a Rovigo” in Ventaglio n. 38, p. 78, di cui questo intervento è la continuazione.)

    Caduta la Repubblica Veneta, con l’arrivo dei Francesi, il problema riemerge. L’amministrazione comprende che per sistemare la situazione economica e sociale della neonata “Repubblica Italiana”, nel 1802, deve cominciare con l’istruzione.

    La commissione che si occupa della Pubblica Istruzione, presieduta dal consultore di stato Paradisi, prima di iniziare un’opera di sistemazione, promuove un’inchiesta sullo stato della scuola facendo arrivare a tutte le province sedici quesiti che ritroviamo formulati, più o meno nello stesso modo, diverse volte negli anni che vanno dal 1802 al 1821-22, quando sono istituite a Rovigo le prime scuole elementari maggiori e minori. Si vuole conoscere il numero delle scuole, cosa viene insegnato e con quale metodo, i libri usati, i maestri, il loro stipendio e con quali fondi sono pagati, il numero degli alunni che frequentano e, a volte, quelli che potrebbero frequentare, i locali delle scuole dove si insegna, i premi, il numero dei collegi e dei convitti maschili e femminili, il numero dei convittori, che cosa si insegna e con quale metodo e a quale autorità è affidata l’amministrazione e la direzione delle scuole.

    Anche le risposte sono quasi sempre le stesse nel tempo. La situazione a Rovigo viene così delineata: ci sono quattro scuole, di cui tre del genere “infimo”, una pubblica dove si insegna leggere, scrivere, i principi di aritmetica e le massime cristiane, due private delle quali quasi nulla si conosce e la quarta il Seminario frequentato, in parte da quei giovani che desiderano darsi alla vita sacerdotale e in parte da coloro che desiderano proseguire negli studi. I maestri sono dei sacerdoti e lo stipendio che ricevono, dal Comune o dal Seminario va dalle 66 lire venete annue del maestro di canto in Seminario, alle 372 lire del maestro comunale e di quello di retorica. Gli scolari sono inizialmente pochi, poi aumentano col passare degli anni, solo il Seminario ne conta 70.

    Non esistono scuole per ragazze, fatta eccezione per i convitti tenuti dalle monache o quello delle Zitelle gestito con quanto danno i benefattori. Le scuole del Comune sono amministrate e dirette dalla Commissione per la Pubblica Istruzione, quelle del Seminario dal Rettore e dall’economo alle dipendenze del Vescovo.

    Oltre al progetto, la commissione invia anche le considerazioni e le proposte per l’istituzione di una scuola elementare e di un ginnasio che sono indispensabili e convenienti per la città. Sono osservazioni giustificate dalla situazione economica che non è delle più rosee e dalla constatazione della necessità di una scuola pubblica per tutti i ragazzi che la vogliano frequentare. Una scuola elementare comunale è già presente in città, più due private, ma il numero della popolazione è tale da richiedere l’istituzione di altre.

    Vengono così stabiliti alcuni punti importanti ai quali attenersi per la realizzazione di una scuola elementare e di un ginnasio. Ma il problema dell’edificio da adibirsi ad uso scuole sembra di difficile soluzione viste le scarse risorse del Comune e provvisoriamente si pensa di utilizzare i locali del convento di S.Francesco¹, nella strada detta della Concezione. Per il mantenimento del ginnasio occorrerebbero 1320 scudi romani annui, afferma nel 1802 il cittadino Barducchi incaricato di controllare le risorse comunali, ma viste le entrate e le uscite, risulta che non vi sono rendite sufficienti, soprattutto dopo che il governo ha avocato a sé ogni diritto sul sale e altre gabelle. La commissione propone di usare la vistosa rendita che serviva per l’Università di Ferrara che, “per legge, sarà soppressa”. Tale rendita manteneva professori, pagava le spese correnti della biblioteca e del corredo scientifico mentre ora dovrebbe sostenere un solo liceo con otto professori. La commissione conclude affermando che spera che il Consiglio Dipartimentale accolga la proposta. Speranza vana dato che non se ne fa nulla, anche perché non riescono ad avere né i fondi, né i locali del convento di San Francesco usati per il casermaggio delle truppe napoleoniche di passaggio nella città.

    Passi importanti verso un ordinamento delle scuole sono possibili quando vengono pubblicate le “Istruzioni per le scuole elementari del 1812” che cercano di definire in ogni aspetto il problema “istruzione”, regolamentando sia la posizione, i doveri, i diritti dei maestri che la condizione degli scolari. Un’impostazione più incisiva si ha, comunque, quando l’Austria consolida il suo potere nel Lombardo-Veneto, con la promulgazione del “Regolamento Organico” del 22 novembre 1818.

    In virtù di questo indirizzo governativo Rovigo avrà finalmente nel 1822 la prima scuola elementare minore maschile e nel 1823 l’elementare maggiore e poi nel ‘25 una scuola maggiore femminile, tutte sostenute a spese dello Stato. In un arco di tempo sufficientemente breve si sono fatti progressi notevoli, basti pensare che ancora nel 1806 Don Lazzarini era l’unico maestro comunale ed esercitava nella sua casa, mentre ora ci sono scuole pubbliche nelle quali si insegna dai primi elementi del leggere, dello scrivere fino ai principi di architettura, di geometria, di meccanica, di storia naturale, di fisica. Nel 1824 si aggiunge anche il corso di Metodica per gli aspiranti maestri, tenuto per tre mesi all’anno a partire da maggio e per tre ore ogni settimana. La frequenza al corso e il superamento degli esami finali a Venezia, Padova, Belluno, Verona, Treviso, Vicenza e Rovigo permetteva ai frequentanti di insegnare nelle Scuole Elementari Inferiori².

    Il primo edificio adibito a scuola lo troviamo in piazza Duomo dopo il 1820. Fino a questo periodo, maestri continuano ad insegnare nelle loro case, il comune provvede a pagare l’affitto per la stanza usata come scuola. Poco sappiamo dei luoghi dove i maestri abitano ed esercitano. Nel 1816 sappiamo che il maestro abita in Borgo San Giovanni e che vi esercita la sua professione, mentre nell’avviso di inizio delle scuole per il tre novembre 1817, vengono informati gli interessati, che il maestro don Giovanni Rosetti insegnerà nel locale attiguo alla residenza del Commissario di Polizia.

    Non si trovano scuole pubbliche femminili; a meno che non vengono considerate scuole i convitti delle terziarie francescane e domenicane, ma non certamente pubbliche perché le famiglie pagavano per il mantenimento delle figlie o il convitto delle Zitelle che viveva con gli oboli di benefattori.

    Come detto Rovigo poté avere le sue scuole solo nel 1822-23, quelle maschili maggiori, in piazza Duomo al civico n.772³, le minori in piazzetta All’Ara⁴ e finalmente nel ‘23 anche le femminili in strada S. Francesco al civico n. 401, ma solo verso gli anni ‘50 le ragazze ebbero un edificio scolastico, che fu appositamente sistemato, dignitoso e capiente, nella zona del Ponte del Sale.

    Da questo momento in poi la situazione edilizia va via via migliorando: le scuole hanno sedi prestigiose almeno all’apparenza, come una parte del palazzo Roncale e alcune stanze nell’edificio dove ha tuttora sede il Comune, ma che sono poco adeguate per l’uso cui sono destinate. Le richieste di sistemazione di finestre, vetri, tende, scale, latrine sono continue e si ripetono negli anni; probabilmente gli adeguamenti erano fatti in economia e non potevano durare nel tempo.

    Le scuole non sono nemmeno riscaldate anche se il Regolamento del 1818 lo prevede. Il Regio delegato interpellato a proposito risponde che, ad eccezione della scuola maggiore di Belluno, la “superiorità governativa” stabilisce che sia esclusa ogni spesa a questo titolo e, per puntualizzare quanto afferma, scrive che nemmeno nel passato regime i Seminari e i Collegi, frequentati da “più agiata gioventù”, facevano uso di “stuffe”(sic.); ora che a scuola va la “gioventù campestre” è preferibile non riscaldarle perché ciò potrebbe rendere “molle” il loro fisico e far sentire un “bisogno fino ad allora sconosciuto”⁵.

    Negli anni ‘40 le scuole elementari maggiori maschili e femminili sono ospitate nel palazzo Camerini; questo fino verso il termine degli anni ‘60 quando il proprietario del palazzo decide di abbattere parte della casa.

    Gli edifici adibiti a scuole hanno continuamente bisogno di lavori per essere resi agibili e i progetti di rifacimento sono interessanti e ben presentati come quello redatto dall’ingegnere civile Giuseppe Giannini per l’ampliamento del fabbricato ad uso di scuole elementari Femminili del Ponte del Sale (settembre 1858). Ma anche in questo caso il bel progetto rimase lettera morta, infatti l’anno dopo, un ispettore scolastico parla non di ampliamenti, ma di riadattamenti che comportano una spesa molto ridotta. (continua).

  • Uno strano prete a Trecenta

    Uno strano prete a Trecenta

    La conoscenza della storia locale, già di per sé piacevole e interessante, può divenire anche fonte didattica, quando si possono trovare curiose analogie fra le situazioni del passato e quelle dei giorni nostri. Per esempio, la scarsità di popolazione e di sacerdoti, aveva già in altri tempi determinato l’unione di più parrocchie, sotto la cura di un unico prete, un pò come sta avvenendo in questi anni nelle piccole comunità rurali. Sei secoli addietro, un’analoga situazione, sia pure dovuta a cause diverse (pestilenze ed inondazioni), aveva ridotto i parrocchiani della chiesa di Santa Maria di Bagnolo e quella dei Santi Giuliano e Gottardo, a poche famiglie, (circa otto, per lo più dedite alla pesca). Motivo per cui l’allora vescovo di Ferrara, Pietro Boiardi, aveva decretato l’unione delle due chiese bagnolesi alla pievana di Trecenta, al cui parroco era quindi affidata la cura d’anime di entrambe le comunità. Ma, nonostante la riorganizzazione ecclesiastica, non è che la situazione pastorale fosse proprio ineccepibile, così almeno appare dal verbale della visita del vescovo Francesco Dal Legname, succeduto nella guida della diocesi di Ferrara al Beato Giovanni Tavelli, a sua volta successore del Boiardi.

    Il presule si era presentato col suo seguito presso la parrocchiale di San Giorgio di Trecenta, la domenica mattina del 4 maggio 1449 e, dopo aver celebrato la Messa, fatto il consueto sermone al popolo e amministrata la Cresima ai bambini, avviò l’esame della situazione religiosa nella parrocchia.

    Era in quel tempo arciprete di Trecenta Don Francesco Marescalchi, fresco di ordini sacri, ricevuti a Roma poco più di un anno prima (23 dicembre 1447) e subito promosso rettore di questa importante chiesa, in quanto personaggio di spicco della cultura umanistica ferrarese e italiana di quel periodo. Data la simultanea attività di docente presso lo Studio Universitario di Ferrara, è lecito immaginare che la sua presenza in parrocchia fosse alquanto saltuaria e la cura d’anime di fatto delegata ad un cappellano. Ma non era facile trovare fra il clero ferrarese un sostituto fidato e di provata esperienza, disposto a risiedere in una casa canonica de cannis, lontana dalla città, fra paludi e fiumi minacciosi (anche il tetto della chiesa di Bagnolo era coperto di canna).

    Una situazione disagiata, dunque, che spiega il motivo per cui la gran parte dei cappellani era di origine forestiera, reclutati per lo più fra gli squattrinati studenti di teologia, che da varie parti d’Italia affluivano presso l’Università Estense. Costoro, motivati dalla necessità di uno stipendio per mantenersi agli studi, più che dall’amore verso il prossimo, finivano per accettare la supplenza nella cura d’anime anche nei luoghi più difficili. Fu così che la parrocchia di San Giorgio di Trecenta e quella unita di Santa Maria di Bagnolo (della chiesa dei Santi Giuliano e Gottardo nel 1449 non v’è più menzione), finirono per essere affidate dal Marescalchi alla cura di un prete “mercenario” di origine abruzzese, Don Nicola da Torino d’Abruzzo.

    L’attività pastorale di questo cappellano si rivelò però disastrosa e il vescovo Dal Legname, buon indagatore, se ne accorse già all’inizio della visita: su 432 anime, ben quaranta rifiutavano di fare la comunione, vi erano in paese “multi blesfematores” e don Nicola tollerava senza tanto impensierirsi che certo Manfredus tenesse moglie e concubina, sia pure sotto tetti diversi.

    Altre lamentele arrivarono al vescovo dai parrocchiani di Bagnolo, presenti alla visita con una delegazione. In particolare riferirono che il cappellano, adducendo la scusa che nessuno gli portava la pietra sacra dell’altare, non si recava mai alla loro chiesa per celebrare la Messa, abbandonando di fatto la parrocchia sorella a se stessa.

    Verificate tutte queste inadempienze, il Vescovo decise perciò di indagare a fondo sul comportamento del cappellano, procedendo all’interrogatorio di alcuni testimoni.

    Il primo a rispondere fu Giovanni Rognoni, parrocchiano di Trecenta, che però non si sbottonò più di tanto, aggiungendo solamente che il cappellano era “tardus ad infirmos” e che ogni tanto si faceva una bevutina all’osteria “et vadit ad bibendum ad tabernam aliquando”.

    Ugualmente, le informazioni non erano rassicuranti e per il Vescovo si rendeva necessario l’esame di un secondo testimone. Interrogato certo Domenico Marchesi, questi non solo confermava, ma rincarava le accuse: a suo giudizio don Nicola era rozzo, pigro nel confessare e nel visitare gli infermi e, in quanto al vizio del bere, “vadit ad tabernam ad bibendum et aliquando ebriatur et est superbus homo”. Si delineava dunque l’immagine di un prete che, oltre a trascurare le mansioni religiose, era assiduo frequentatore delle osterie, ogni tanto si ubriacava e, come se non bastasse, era altezzoso verso il prossimo. Sicuramente, una brutta faccenda.

    Ma il giudizio di una o due persone a volte può essere influenzato dalle dicerie o da contrasti personali, perciò il Vescovo chiese di interrogare un terzo testimone. E venne il turno del sarto Antonio Chirighino, il quale: “dixit quod capellanus est multum piger circa infirmos et est rudis et vadit ad tabernam et ebriatur quasi omni obdomeda”. Dunque, era tutto vero: il cappellano era pigro nelle opere di carità, ma anche rozzo nei modi e nel parlare e si faceva una sbronza quasi ogni settimana, come certe mode dei nostri tempi.

    Il povero vescovo ne aveva sentite tante durante la visita pastorale: preti dalla cultura vacillante o semianalfabeti, preti concubini con tanto di compagna e figli a carico. Preti usurpatori dei beni parrocchiali erano all’ordine del giorno in quei tempi, ma l’evidenza di un prete rozzo, superbo e ubriacone gli era del tutto nuova. Ed anche violento, come appare dalla deposizione dell’ultimo testimone, Antonio Carrari, detto “Capuzo”, sentito per scrupolo estremo: “dixit quod capellanus est furiosus et superbus et piger circa infirmos et vadit ad tabernam et aliquando ebriatur”.

    Ce n’era abbastanza per un’ammonizione ufficiale: da quel momento in poi e per nessun motivo Don Nicola “vadat ad tabernam” e dovrà essere “humanus et solicitus circa infirmos”, in quanto all’officiatura nella chiesa di Bagnolo, “monuit… ut aliquando celebret in dicta ecclesia”, lo ammonì di celebrarvi almeno una messa ognitanto, altrimenti il Vescovo “contra eum procedet iuris remediis”, procederà contro di lui con le punizioni di legge.

    Tutto sommato, a Don Nicola poteva anche andare peggio; a suo favore aveva giocato la paterna comprensione per una condizione di vita in un ambiente difficile, ma il vescovo gli faceva chiaramente capire che non avrebbe tollerato oltre una tale condotta disdicevole. A buon intenditor… e le prigioni della curia vescovile non avevano certo una buona fama.

    Ma come spesso succede ai personaggi troppo aderenti al Vangelo, a finire in prigione sarà invece lo scomodo vescovo riformatore Francesco Dal Legname. Egli infatti non si limitò a riprendere i suoi sottoposti, ma indirizzò le sue critiche anche verso il comportamento corrotto di Casa d’Este. Per aver osato tanto finirà per essere ingiustamente rinchiuso dal duca Borso, nei terribili sotterranei del castello di Ferrara, finché nel 1458 sarà sollevato dall’incarico e trasferito alla più tranquilla diocesi di Feltre e Belluno (dove però non potrà risiedere per l’opposizione del Senato Veneto, preoccupato anche questo dall’intransigenza morale del neo eletto).

    Peggior sorte toccherà sul finire del secolo (1498), ad un altro ferrarese in controtendenza, che rispondeva al nome di Frà Girolamo Savonarola.

    Insegnamento della storia: accogliamo con riconoscenza l’opera di apostolato dei nostri parroci, anche quando può sembrarci non del tutto perfetta, a causa di impegni pastorali in più comunità. Di fronte ad analoghe situazioni del passato, noi possiamo ancora dirci fortunati.

  • Il viaggio di Pio VI

    Il viaggio di Pio VI

    “Il Pellegrino Apostolico” è il titolo di un poemetto scritto, secondo lo stile ufficiale del Vaticano, dal poeta ravennate Vincenzo Monti (1754-1828) in relazione allo infruttuoso viaggio di Pio VI recatosi nel 1782 a Vienna con l’intento di ridimensionare le eccessive pretese riformatrici dell’imperatore illuminista Giuseppe II riguardo la Chiesa d’Austria. Con uno stile più semplice, il suo contemporaneo rodigino Gioacchino Masatto (1756-1830), canonico del duomo di Rovigo, membro dell’Accademia dei Concordi, ha descritto minutamente nel suo “Diario Polesano”, sconosciuto ai più, lo stesso viaggio del pontefice attraverso il Polesine.

    Per rendere più scorrevole la lettura occorre aggiornare l’espressione scritta dall’Autore, che ci informa delle tappe del viaggio del pontefice, in parte effettuato sulle acque del Po.

    “Giunto la sera del 9 marzo [1782] da Bologna a Ferrara, il Regnante Sommo Pontefice Pio VI partì la mattina seguente alle ore 13 da Ferrara, e arrivato al Ponte del Lago Oscuro si imbarcò per il Po, e verso le 16 passò per Polesella, dove affacciatosi ad una finestra del Bucintoro, benedì una grande folla che si era inginocchiata sulla riva.

    Passando per Corbola, paese della diocesi di Adria, Mons. Arnaldo Speroni nostro Vescovo ebbe accesso al Bucintoro e, volendo baciare il piede di S. Santità, questi gli offrì invece la mano. La sera dello stesso giorno arrivò a Chioggia, dove si incontrò con i Procuratori Contarini e Manin incaricati a riceverlo e ospitarlo a spese pubbliche; lo stesso trattamento gli fu riservato a Mestre, Sacile e Udine. Quindi proseguì per Gorizia, ecc. verso Vienna per incontrarsi con l’imperatore Giuseppe II per trattare con lui di alcune innovazioni e di abusi inoltrati dallo stesso Cesare in materia di Religione e di Disciplina Ecclesiastica”.

    Queste dunque le informazioni forniteci dal Masatto per il viaggio di andata. Due mesi dopo il ritorno, con un percorso diverso e brevi soste in Polesine a Rovigo, Arquà e Canaro.

    “In seguito, il 20 maggio di ritorno da Vienna per Monaco, Insprk, Trento, Verona, Vicenza, Padova, Conselve, accompagnato nel nostro Stato dalla suddetta Deputazione, verso le ore 18.00 passò l’Adige ad Anguillara in una barca fatta allestire con molto decoro da S.E. Mocenigo, potestà di Padova, nella quale sostò finché passarono parte delle carrozze del suo seguito attraverso il passo di Anguillara e poi di Boara, quindi per Mardimago e Sarzano arrivò a Rovigo verso le 19.00. Il Duomo era stato allestito con grande apparato in modo da esporre all’adorazione il S.S. Sacramento a spese di Mons. Vescovo, di S.E. Moro Podestà della Città e del Capitolo; ma sia per poca, per non dire nessuna collaborazione fra i nostri [amministratori] con gli Ecc.mi Procuratori responsabili dell’organizzazione del viaggio, sia per la premura che il S. Padre aveva dimostrato di recarsi puntuale a Ferrara, Sua Santità si fermò solamente in carrozza sulla pubblica piazza “cogli specchi aperti” finché gli furono cambiati i cavalli mentre riceveva gli ossequi da Mons. Vescovo, da S.E. il Podestà, dai Sig.ri Regolatori, che furono anche ammessi al bacio della mano insieme a qualche altro nobile cittadino. Partendo diede continuamente la benedizione al popolo concorso in gran numero dai luoghi vicini, e per Grignano ed Arquà arrivò al passo dei Rosatti, dove entrato nella Camera fatta allestire sul passo stesso da S.E. Moro, prese un caffé ed un po’ d’acqua al limone, essendo stato fatto preparare da S.E. stesso un abbondante rinfresco anche per il seguito del Papa. Lì ammise al bacio della mano diversi signori, fra i quali tutta la famiglia Rosatti. Scambiò un breve colloquio col nostro Mons. Vescovo e, prima di passare il Canalbianco, postosi fuori dalla porta della Camera alzate le mani al cielo e invocato il Signore impartì la triplice benedizione al popolo verso la riva sinistra del fiume, passato dall’altra parte fece lo stesso.

    Nel frattempo passarono tutte le carrozze del suo seguito. Proseguì il viaggio verso Canaro confine dello Stato Veneto: dove giunto, scese dalla carrozza e, ringraziati gli Ecc.mi Deputati continuò fino al Ponte del Lago Oscuro, lì attraversò il Po sopra un ponte di barche fatto costruire appositamente dal cardinale Caraffa legato di Ferrara dove arrivò verso sera.”

    In memoria di tale passaggio furono fatte incidere nel marmo alcune iscrizioni, delle quali si riporta quella ritenuta più significativa che era stata posta sul muro esterno del lato sinistro del Palazzo Vescovile:

    “PIO VI PONTEFICI MAXIMO / ALIOR. PIOR. SUMM. PONTIFICUM AEMULO / A QUO ET VIENNAM CAESAREM ADEUNTE IN IPSO PADI ALVEO / AD S.MARIAE CORBULAR. ET A CAESARE ROMAM REDUCE / RHODIGII PRIMUM IN FORO PUB. IN TRANSITU DEINDE TARTARI / FLUM. AD AED ROSATOR. UTROBIQ. INTA DIOC. FINES / PRAECLARA HUMANIT. ET CLEMENTIAE PIGNORA ACCEPIT / ARNALDUS SPERONIUS DE ALVAROTIS ADRIEN EPISC / PRAEL. DOMEST. AC PONTIFICIO SOLIO ASSISTENS IN / PERENNEN BENEFICII MEMORIAM DEVOT. NOM. / MAIESTATIQ. EIUS HOC MON. DEDIC. / ANNO REP. SALM. MDCCLXXXII”.

    Traduzione:

    “A Pio VI pontefice massimo, emulo degli altri pii sommi pontefici. Sia quando (il Papa) si recò a Vienna dall’Imperatore passando sullo stesso alveo del Po presso S.Maria di Corbola, sia mentre tornava a Roma di ritorno dall’Imperatore, dapprima sulla pubblica piazza di Rovigo, in seguito nell’attraversamento del fiume Tartaro presso l’abitazione dei Rosatti, in entrambi i luoghi entro i confini della diocesi, Arnaldo Speroni de Alvarotti, vescovo di Adria, prelato locale e assistente al soglio pontificio, ricevette i più nobili pegni di umanità e clemenza dal Papa. Dedica questo monumento, in perenne memoria del beneficio, al nome e alla maestà di lui nell’anno 1782.”

  • Palazzo Patella-Montalti

    Palazzo Patella-Montalti

    Un duplice auspicio è stato espresso dalla prof. Silvia Zennaro a conclusione del suo intervento di presentazione del volume “Palazzo Montalti, storia, documenti e cartografia”: che lo storico edificio venga riconosciuto in futuro col nome che gli spetta, ovvero “Palazzo Patella-Montalti”, e che presso la facciata che dà sul Corso del Popolo, venga installata una targa che in sintesi ne ricordi la storia.

    Una storia, quella del nobile fabbricato – attualmente destinato ad ospitare l’Istituto per Geometri ‘Amos Bernini’ – che affonda le sue radici nei primi anni del ‘700, con una presenza indicata già nella secentesca mappa di P. Mortier.

    Fu innalzato dai Patella sulla riva destra dell’Adigetto, corso d’acqua che, proprio davanti al palazzo, veniva superato da un ponte, denominato “ponte dei Cappuccini”, per la presenza, poco oltre, del monastero francescano con la chiesetta dedicata a S. Michele arcangelo.

    La pubblicazione è stata ideata e realizzata dai docenti Silvia Zennaro e Giovanni De Poli, coinvolgendo nella ricerca delle fonti alcune classi dell’Istituto. Il volume, edito grazie al sostegno di Rovigo Banca e della ditta Guerrato, presenta molti documenti, alcuni dei quali del tutto inediti, ed un interessante apparato fotografico, ricostruendo la storia dell’edificio e dei Patella.

    Nell’albero genealogico di questa famiglia si trovano mercanti e notai, finché nel 1470 i Patella ottennero la dignità nobiliare, attribuita loro da Borso d’Este che li insignì del titolo di Conti, investendoli del feudo di Villadose.

    Una famiglia dalla provenienza tuttora non definita, forse giunti a Rovigo e a Villadose da Venezia o da Chioggia. Il cognome fa pensare ad un’origine greca, con riferimento alla ‘patella’, mollusco che vive attaccato agli scogli. O forse la derivazione è da ‘pàtera’, tazza o piatto, di cui ‘patella’ sarebbe un diminutivo veneziano.

    Quello che è certo è che i Patella a Rovigo risiedevano già nei primi decenni del XV secolo, dato che nel 1450 è documentata la presenza attiva di Giacomo Patella notaio. Nel secolo successivo, nel 1576, troviamo poi Giovannni Battista Patella presidente dell’Accademia dei Concordi e due secoli dopo nel 1786 un altro G. B. Patella è elencato tra i “Principi” e successivamente tra i presidenti dell’Accademia.

    Sicuramente in questo periodo i Patella risiedevano dunque nel loro bel palazzo, dotato a mezzogiorno di un ampio giardino e di un frutteto. Frattanto nel 1800 Giovan Battista Patella veniva nominato Regolatore della Città e poi podestà nel 1808, morendo nel 1812. Il palazzo passava pertanto in eredità all’unica figlia Costanza.

    Costanza Patella, trasferitasi a Padova in seguito al matrimonio col conte Leopoldo Ferri, di cui ben presto rimase vedova, nel 1828 decide di alienare lo storico bene di famiglia. E’ così che il palazzo passa ai Montalti, acquistato da Moisè e Arnoldo Montalti per 33.000 lire austriache, divenendo poi pieno possesso di Arnoldo nel 1846.

    Unico ricordo di quest’ultima proprietà il gioco di una M intrecciata ad una A nella lunetta in ferro battuto sulla volta del portone che dà sul cortile interno. Sulla sommità della volta, in chiave d’arco, fa invece bella mostra di sé lo stemma marmoreo dei Pattella: uno scudo a rombi, sovrastato da una corona e fiancheggiato da foglie di palma.

    Ma il palazzo non resta a lungo di proprietà dei Montalti (anche se con tale denominazione è tuttora noto) perché nel 1852, sotto il governo austriaco, viene ceduto all’Amministrazione Provinciale che lo adibisce a sede della Prefettura e della Gendarmeria. E, a ricordo di questo periodo, ancor oggi è visibile sul timpano la scritta I. R. Gendarmeria (I. R. sta per Imperial Regia).

    Inizia così lo snaturamento del nobiliare edificio, divenuto negli anni sede di svariate istituzioni, tra le quali per un certo periodo anche del seminario vescovile, e di diverse scuole, finché fu scelto per alloggiare l’Istituto Tecnico fondato nel 1904 dal prof. Ferruccio Viola ed intitolato a Edmondo De Amicis. L’Istituto Tecnico successivamente si divise in tre rami: Commerciale, Industriale e per Geometri. Tre Istituti, dunque, per ognuno dei quali fu negli anni individuata un’apposita collocazione.

    Fu così che Palazzo Patella-Montalti alla fine fu scelto come sede dell’Istituto Tecnico per Geometri, che nel 1970 ha stabilito di intitolarsi alla memoria di Amos Bernini, garibaldino, avvocato, sindaco di Rovigo e soprattutto attivissimo nel settore della bonifica padana.

    Se la facciata principale si è conservata abbastanza integra, il resto del palazzo e delle adiacenze è stato, negli anni, interessato da molteplici interventi di adattamento alle varie necessità, senza tener conto delle caratteristiche storiche ed artistiche del bene.

    I lavori più invasivi e snaturanti degli ambienti interni di Palazzo Patella furono purtroppo realizzati nel dopoguerra, con la completa distruzione del grande Salone somigliante alla Sala del Consiglio del Palazzo della Provincia. Il bell’ambiente affrescato e decorato con stucchi settecenteschi, al tempo della presidenza Viola, era stato valorizzato e ribattezzato “Aula delle Rimembranze”, una sorta di sacrario dell’istituto per ospitare le manifestazioni più solenni e commemorare gli studenti e gli insegnanti caduti per la patria. Una sala prestigiosa, scrigno di memorie e sacrario di valori, in cui vennero posizionate alcune statue di personaggi polesani degni di essere ricordati e additati ad esempio.

    Una ricerca del materiale in essa contenuto ha portato recentemente a rintracciare negli scantinati tre statue, in condizioni di degrado piuttosto serie, per cui è stata avviata un’iniziativa di restauro. Ne hanno beneficiato il busto di Guglielmo Marconi, opera di Augusto Sanavio, la statua di Umberto Maddalena, opera di Guido Cremisini e la Madonna della Pace, opera di Virgilio Milani, autore anche del busto di Giovanni Miani, presente nell’istituto.

    Non sarà più ricostruita l’Aula delle Rimembranze, ma le statue recuperate sono tornate a tener viva la memoria di un periodo storico che troppo frettolosamente si era cercato di cancellare, nel quale vanno rintracciate le radici dell’Istituto Tecnico 5ª, nato dall’intuizione del prof. Viola.

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