Centocinquant’anni fa, i primi mesi del 1859 furono caratterizzati dai fremiti e dalle attese per lo scoppio della seconda guerra d’indipendenza: tutta la popolazione altopolesana aspettava l’evento, convinta che finalmente si sarebbe liberata dallo straniero e dallo sfruttamento dell’arcaico sistema di vivere.
Non mancavano le preoccupazioni per il timore che i Piemontesi facessero la brutta fine della prima guerra d’indipendenza, ma prevaleva la speranza.
La Seconda Guerra di Indipendenza
Speranze e delusioni
In attesa dell’avvio delle operazioni militari i patrioti Melaresi si erano messi in contatto con i patrioti del Basso Veronese di Cerea, Casaleone e Legnago. Le loro riunioni avvenivano di notte nelle Grandi Valli Veronesi in gran segreto. Essendo questa una zona molto vasta non furono mai scoperti dagli Austriaci e non ci fu mai una talpa che li tradì. Studiavano il da farsi per agevolare i Piemontesi quando sarebbero arrivati all’Adige: era la fortezza di Legnago motivo di piani e discussioni.
C’erano dei patrioti legnaghesi che conoscevano tutti i punti strategici della suddetta fortezza e si preparavano anche ad incitare la popolazione per scacciare finalmente il nemico.
Fu durante quelle riunioni che molti giovani decisero di partire volontari ed arruolarsi con i Piemontesi. Tra questi due melaresi: Losi Ercole di anni 18 (canapino, arruolato il 30 Marzo, granatiere) e Soffiatti Italo Antonio (risaiolo, di anni 23, arruolato il 30 Marzo, bersagliere).
Il primo, Ercole Losi, in particolare, partì con tanto entusiasmo, nonostante fosse stato sconsigliato per l’età. L’amor di patria ed il desiderio di impegnarsi in prima persona contro gli Austriaci avevano messo radici sei anni prima, allorché, da chierichetto, aveva accompagnato il parroco di Melara don Pellegrino Soldà ad un incontro con mons. Luigi Martini, il quale aveva assistito i patrioti lombardi (tra cui i due sacerdoti don Enrico Tazzoli, ecclesiastico e professore di filosofia presso il seminario di Mantova e don Bartolomeo Grazioli, parroco di Revere, ed inoltre il famoso Tito Speri animatore delle dieci giornate di Brescia) prima che costoro il 3 marzo 1853 salissero sulle forche allestite sugli spalti di Belfiore.
Ercole Losi non era mai riuscito a dimenticare le accorate parole di mons. Martini sul supplizio dei Martiri di Belfiore, saliti al patibolo gridando “Viva l’Italia” prima di morire. Il giovane melarese pertanto, di nascosto dagli Austriaci, e soprattutto di notte con gli amici, intonava il famoso inno risorgimentale che incominciava con le parole: “Addio mia bella, addio!” e ripeteva il famoso ritornello: “Se non partissi anch’io sarebbe una viltà!”, appreso dai patrioti veronesi nelle riunioni nelle Grandi Valli.
I patrioti altopolesani e mantovani esultarono il 29 aprile 1959, quando iniziò la Seconda Guerra di Indipendenza, che si concluse il 24 giugno a seguito delle due epiche battaglie di Solforino e San Martino. Mio nonno era solito parlare del periodo durante il quale suo padre, mio bisnonno, aveva seguito tutti quegli eventi e si trovava sull’argine del Tartaro a pascolare il gregge proprio quel 24 Giugno in cui si combattè la famosa battaglia finale di S. Martino: sentì le cannonate e lo scoppio del famoso temporale che fu propizio ai Piemontesi.
Quel giorno tutta la frazione di Santo Stefano di Melara si era riversata sull’argine del Tartaro e dell’Emissario: tutti erano euforici, nella certezza che ormai la liberazione del paese dallo straniero fosse imminente. Ma con grande delusione venne la sera senza che si potessero notare segnali in questo senso.
L’indomani alcuni “Santostefanini”, preoccupati per la mancanza di notizie, si avviarono di corsa ad Ostiglia per avere informazioni, ma trovarono tutto tranquillo, senza segni dell’arrivo dei Piemontesi. Per non destare sospetti, si recarono in Chiesa, dove il parroco li avvisò dell’inatteso armistizio di Villafranca, dei tanti morti Francesi e Piemontesi che ci furono il giorno prima nelle due terribili battaglie di S. Martino e Solferino e dell’esito dell’armistizio che prevedeva la liberazione di tutta la Lombardia eccetto la provincia di Mantova.
Non solo il Veneto, ma nemmeno il mantovano veniva infatti ceduto dagli Austriaci: per loro troppo importante era la fortezza di Mantova che insieme alle altre tre del quadrilatero divenne ancora di più un loro grande baluardo di difesa, e naturalmente una spina nel fianco per i nostri patrioti.
A Melara si vissero giornate caratterizzate da un grande senso di delusione, ed il parroco don Pellegrino Soldà, in gran segreto, per non insospettire gli Austriaci che erano divenuti ancora più severi, tramite galoppini aveva fatto sapere, con tristezza, alla popolazione che anche Giuseppe Garibaldi era stato costretto a interrompere la sua marcia.
Dopo questi eventi l’amor di patria si diffuse ancor di più tra le popolazioni altopolesane e mantovane: Garibaldi divenne un mito, tanto che da Massa Superiore, Ostiglia e Revere tre intrepidi giovani della zona si arruolarono con i Garibaldini. Ecco i loro nomi: Castaldelli Guido di Massa Superiore (artigiano sarto), Gnocchi Ermogene di Ostiglia (tenente ufficiale), Tambelli Natale di Revere (agricoltore), tutti e tre l’anno dopo, il 5 maggio 1860, partirono da Quarto con i Mille.
L’attesa del nuovo conflitto
L’arresto di “Pumin”
Per il Mantovano ed il Veneto quelli che seguirono alla Seconda Guerra di Indipendenza furono anni di attesa: sette lunghissimi anni prima di assistere alla ritirata degli Austriaci.
Mentre cresceva l’avversione antiaustriaca si dovette però registrare un raffreddamento dell’interesse patriottico da parte del parroco di Melara don Pellegrino Soldà; aspetto questo che fu notato anche da vari parrocchiani. A quanto pare tale cambiamento fu indotto dalle parole di un frate cappuccino di Brescia, giunto a Melara nel 1864 per le prediche della Quaresima. Costui, che aveva vissuto le fatidiche dieci giornate di resistenza della sua città, e aveva conosciuto anche i martiri Carlo Zima e Tito Speri, espresse il suo disappunto nei confronti del nuovo governo piemontese, convincendo il parroco di Melara a non angustiarsi troppo se i Piemontesi ritardavano ad arrivare perché, dopo un lustro di governo della Lombardia, c’era delusione: non era avvenuto nessun cambiamento a migliorare le condizioni della povera gente.
Don Pellegrino Soldà inoltre aveva modo di notare come troppo spesso le idee patriottiche si unissero a quelle anticlericali, dato che, anche in relazione alla “Questione Romana”, la Chiesa veniva accusata di conservatorismo e di sentimenti anti-italiani. Cominciavano anche a diffondersi le prime idee di ateismo e di rivolta proletaria portate dal Socialismo, sostenute inoltre da un acceso anticlericalismo. Tutto ciò portò il sacerdote melarese a raffreddare il suo iniziale entusiasmo verso il nuovo e ad assumere un atteggiamento diffidente specie nei confronti dei patrioti più spinti che ben presto lo tacciarono d’essere diventato filo-austriaco.
Nel 1864 frattanto i Piemontesi stavano riorganizzando il loro esercito, sperando quanto prima di liberare il Mantovano ed il Veneto. Ciò che li preoccupava particolarmente erano le fortezze del Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago), baluardi Austriaci. Questi ultimi intensificarono ancor più la sorveglianza in paese, consapevoli che le popolazioni Melaresi e Mantovane sarebbero state pronte ad insorgere al primo attacco dei Piemontesi.
I patrioti melaresi, nonostante i pericoli ai quali andavano incontro, segretamente si tenevano in contatto con i patrioti veronesi sempre nelle Grandi Valli che, per la loro estensione, finora avevano garantito protezione. Dal canto loro i patrioti veronesi desideravano far pervenire oltre il Po dei documenti che evidenziavano i punti deboli della fortezza di Legnago. D’accordo con i melaresi convennero che, per sicurezza e per non destare sospetti nel nemico, l’unico mezzo sicuro era attraversare il Po di notte a Melara (essendo la sponda sinistra melarese poco sorvegliata dagli Austriaci) e recarsi poi a Borgofranco, un paesino fuori dai punti strategici.
Per questo transito notturno i melaresi contattarono un certo Marangoni detto “Pumin”, che lavorava quotidianamente sul Po nel portare cereali ai mulini, nel pescare, ecc., in più era insospettabile dagli Austriaci, poiché era sempre stato indifferente alla politica e non si era mai messo in vista. Costui accettò, seppur a malincuore, conscio delle conseguenze alle quali sarebbe andato incontro se fosse stato scoperto: non sarebbe stata solo la sua fine, ma anche la rovina della sua famiglia.
Nella notte stabilita, dopo l’incontro nelle Grandi Valli, verso le ventitré, i patrioti melaresi e veronesi partirono silenziosi verso il Po, dove erano attesi da “Pumin” con la sua barca. S’imbarcarono fra l’isola Malagutti e la corte Fraschina e scesero con la corrente fino alla sponda destra in un punto stabilito.
Tutto andò secondo i piani prestabiliti. Una volta arrivati a Borgofranco, nonostante il buio, con la parola d’ordine non fu difficile riconoscersi, per cui, orgogliosi ed euforici per averla fatta franca, brindarono e si riunirono in un casolare fra i campi. Al lume di candela i veronesi cominciarono a spiegare con schizzi tutto il piano per espugnare la fortezza, ma s’accorsero che era un lavoro lungo e difficile, da fare con calma, per cui era necessario continuare anche il giorno dopo.
“Pumin” pertanto fu costretto a tornare a Melara da solo, con l’accordo che sarebbe andato a riprendere i patrioti la notte successiva verso mezzanotte. Ma una bruttissima sorpresa aspettava “Pumin” sulla sponda melarese: appena la barca toccò la riva, improvvisamente sbucarono nel buio della notte una decina di sbirri che al grido “Dove sono i tuoi amici cospiratori veronesi?..”, l’arrestarono, lo percossero e provvisoriamente lo rinchiusero in una stanza senza letto né giaciglio.
Il giorno dopo, nonostante fosse stato messo sotto torchio da un interrogatorio lungo e snervante, “Pumin” fu forte e coraggioso: dalla sua bocca non uscì una parola che potesse compromettere i patrioti concittadini e i legnaghesi. Gli Austriaci, visto tutto inutile, lo condussero nelle disumane prigioni di Este, destando tanta impressione in paese poiché il suo destino sembrava segnato.
Fu allora che entrò in scena il parroco Don Pellegrino Soldà che si adoperò in tutti i modi per salvare la vita al “Pumin”. Tramite i suoi superiori ed alcune conoscenze alto locate anche fra gli Austriaci, riuscì a rimandare la fucilazione di qualche tempo, finché non vi fu un allentamento della pressione da parte degli Austriaci i quali, un mese prima dello scoppio della terza guerra d’indipendenza, liberarono “Pumin”.
Purtroppo le cose ben fatte e le opere buone non sempre sono ricompensate in questo mondo, anzi per il povero parroco furono motivo di altri grattacapi e dispiaceri. Dopo tutto il suo impegno ed il suo interessamento per ottenere la grazia del “Pumin”, gli anticlericali e gli atei socialisti l’accusarono ancora di più: l’essere riuscito a tanto, secondo loro significava essere filo-austriaco.
La Terza Guerra di Indipendenza
Melara liberata il 3 luglio 1866
Le attese dei patrioti trovarono finalmente adempimento nel Giugno del 1866 con lo scoppio della Terza Guerra d’Indipendenza. L’avvio delle operazioni si manifestò però sfavorevole per l’esercito italiano che, sotto la guida del generale La Marmora, venne sconfitto a Custoza (23 Giugno).
L’incarico fu allora assegnato al generale Cialdini col compito di occupare la destra Po mantovana. Brillantemente espugnò la fortezza di Castelbelforte e, dirigendosi con le sue truppe verso S. Benedetto Po, nel giro di pochi giorni occupò Revere, procedendo poi a realizzare un ponte di chiatte sulle acque del Po, tra Revere e la golena S. Sebastiano Polesine presso Ostiglia, perché lì il fiume era più stretto, e poter così entrare nel Veneto.
I patrioti Melaresi ed Ostigliesi nel contempo avevano incitato tutta la popolazione non solo del paese, ma anche dei paesi limitrofi, perché si riversasse sull’argine del Po per intimorire gli Austriaci. Avevano intuito giusto; infatti gli Austriaci, di fronte ad una gran folla così determinata, capirono che era inutile sparare e fare resistenza e si ritirarono nelle Grandi Valli Veronesi diretti verso Legnago per difendere la fatidica fortezza.
Fu così che il mattino del 3 luglio 1866 una compagnia di bersaglieri passava sul ponte fra un tripudio di popolo e, seguendo l’argine sinistro del Po, si dirigeva verso Melara dove veniva accolta festosamente da tanta folla e dal suono delle campane. Anche il parroco Don Pellegrino Soldà diede il benvenuto ai Piemontesi e fu tra le autorità quando esposero il tricolore dalla terrazza del Municipio.
Dopo il discorso del Sindaco, tutta la popolazione in delirio intonò la nota canzone risorgimentale: “La bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliamo la libertà”. Poi nel pomeriggio tutta la cittadinanza, in segno di ringraziamento, fu invitata in Chiesa ove si cantò il “Te Deum”.
Il paese di Melara ebbe l’onore di essere il primo della provincia e del Veneto ad essere liberato e, in ricordo di questo grande evento, sullo storico arco Chigi della Via Targa fu posta una lapide con le seguenti parole:
3 LUGLIO 1866 CESSATA LA DOMINAZIONE AUSTRIACA LE TRUPPE ITALIANE QUI PRESERO STANZA E FUMMO LIBERI
L’otto luglio altre truppe, sempre al comando del generale Cialdini, passarono il Po a Carbonara, Sermide e Felonica indi, unitesi con alcune provenienti da Ostiglia, attraversando Ficarolo si diressero verso Rovigo, dove entrarono il 10 Luglio per Porta Po. Anche Rovigo ha poi immortalato questa data in un grande riquadro della torre civica presso il municipio. Vi si legge:
X LUGLIO MDCCCLXVI GIORNO FAUSTO DELLA LIBERAZIONE DI ROVIGO DA STRANIERO DOMINIO
XXX LUGLIO MDCCCLXVI VITTORIO EMANUELE II RE D’ITALIA ACCLAMATO LIBERATORE ENTRAVA NELLA FESTANTE CITTA’
Si concludeva così la Terza Guerra di Indipendenza il cui risultato positivo – va ricordato – si ebbe soprattutto in virtù dell’alleanza con la Prussia, il cui esercito tenne impegnati gli Austriaci a settentrione, infliggendo loro una gravissima sconfitta a Sadowa, proprio il 3 luglio, nel giorno in cui le truppe italiane entravano a Melara.
L’Italia unita allargava pertanto i suoi confini fino a tutto il Veneto, ma restavano escluse la Venezia Giulia e il Trentino. Regione quest’ultima in cui le milizie garibaldine furono costrette ad interrompere la loro vittoriosa marcia su Trento a causa dell’armistizio frattanto intervenuto ed il conseguente ordine di deporre le armi, a cui Garibaldi rispose col famoso “Obbedisco”.
Il Veneto e l’Italia unita
Nel 1867, un anno dopo la liberazione, il parroco di Melara don Pellegrino Soldà partecipò a Revere, con molti parrocchiani, al ritorno delle spoglie del suo confratello ed amico degli anni del seminario don Bartolomeo Grazioli, levate da Belfiore.
Furono portate con un lussuoso carro funebre su ordine del primo deputato della circoscrizione, Alessandro Travaini. Il dott. Serafino Tamassia nella sera del 16 Giugno 1867 tenne l’orazione funebre ufficiale pubblicata con il titolo “Le ossa dell’arciprete Grazioli alle sponde di Revere”. Durante il passaggio per Ostiglia il dotto e generosissimo ostigliese Antonio Zanchi Bertelli pronunciò a sua volta una commovente allocuzione “Le ossa dell’arciprete Grazioli di passaggio per Ostiglia”. Durante il passaggio del feretro nei vari paesi ci fu tutto un tripudio di folla con fiori, bandiere tricolori, discorsi commemorativi e suono di bande.
Le ossa furono murate nella sacrestia della parrocchia di Revere. Don P. Soldà dal pulpito di Melara additò don B. Grazioli come martire della libertà, smentendo i detrattori che l’accusavano di essere filo-austriaco.
Ma gli eventi del Risorgimento dovevano riservare altre amarezze a don P. Soldà: dopo l’avvento di Roma capitale d’Italia, le autorità civili melaresi di tendenza laico liberale vollero immortalare il fatidico giorno dell’entrata dei bersaglieri per la breccia di Porta Pia, cambiando il nome della piazza che era dedicata a S. Materno V., patrono della parrocchia, chiamandola Piazza XX Settembre. Analogamente a Rovigo fu nominato XX Settembre lo slargo prospiciente la chiesa della Rotonda, conosciuto precedentemente dai rodigini come “Stradon de la Madona”.
Negli anni successivi alla raggiunta unità d’Italia, si acuì il solco tra laici e cattolici, e ciò apparve particolarmente evidente a Melara, alla morte del parroco don Soldà, alle cui esequie non parteciparono le autorità comunali e civili. L’unico conforto per il sacerdote fu la sua grande fede in Dio, convinto di vivere nell’aldilà quella vera pace e gioia che sempre aveva predicato e cercato di inculcare ai suoi parrocchiani e che lui non aveva mai conosciuto a Melara.
La realtà della Nuova Italia si palesava frattanto tutt’altro che rosea, con i mille problemi che angustiavano giovane Stato, il bilancio da far quadrare e la scelta dell’”economia fino all’osso” che si accompagnava all’imposizione di nuove tasse – odiatissima fra tutte quella sul macinato – che delusero profondamente le classi meno abbienti. Persino “Pumin” e tanti che avevano rischiato la vita per scacciare gli Austriaci, amaramente manifestavano il loro scontento. E durante una dimostrazione di proletari a Massa Superiore (oggi Castelmassa), mentre gli stessi chiedevano pane e lavoro e venivano brutalmente caricati dalle forze dell’ordine, fra le urla dei dimostranti si levava il grido di: “Viva Radetzky!”.
Anche personalità che avevano contribuito in prima persona a dar vita alla Nuova Italia non mancarono di esprimere a chiara voce il proprio dissenso nei confronti delle istituzioni. Tra tutte ricordiamo la limpida voce di Jessie White, donna intrepida che – restata vedova del patriota Alberto Mario di Lendinara con il quale aveva condiviso la passione politica e la militanza nell’esercito di Garibaldi – non cessò con i suoi lucidi articoli di puntare il dito contro soprusi, corruzione e trascuratezze, facendosi custode dei sacri ideali patrii del Risorgimento italiano. Quelli che avevano coinvolto tanti giovani, pronti a sacrificare la propria vita, tra cui Goffredo Mameli autore delle parole di quello che sarebbe poi divenuto l’Inno nazionale: Fratelli d’Italia…