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Archivi: Articoli d’archivio

  • Una serata con i pipistrelli

    Una serata con i pipistrelli

    Tra gli appuntamenti più originali dell’estate 2009, va annoverata senz’altro la “Notte dei pipistrelli” tenutasi a fine giugno a Badia Polesine (Rovigo). Cornice dell’evento culturale è stata Corte Rossi in località Masetti di Crocetta, una azienda agricola i cui edifici, disposti attorno ad un’ampia aia, risalgono all’Ottocento: a nord la casa padronale con facciata rivolta a mezzogiorno, ad est la barchessa ed una suggestiva torre belvedere di stile neogotico, dove ha trovato alloggio una colonia di pipistrelli, a sud altri edifici rurali.

    All’incontro, promosso dal WWF, Legambiente e APIDA (Associazione Protezionistica Italiana degli Animali) dalla rivista Ventaglio Novanta e patrocinato dal Comune e dalla Pro Loco di Badia Polesine con il supporto di alcuni sponsor pubblicitari (Pasticceria L’Abbazia e Falegnameria Nuova Edillegno) hanno assistito un centinaio di persone, alcune provenienti dalla vicina provincia di Verona, e numerosi bambini delle scuole elementari.

    La manifestazione, presentata da Claudio Vallarini del WWF Rovigo, si è articolata sui seguenti appuntamenti: presentazione dell’ultimo numero della rivista Ventaglio Novanta da parte del direttore Lino Segantin; visione di un branco di grossi pipistrelli al momento della loro uscita dalla torre belvedere; relazione di Eddy Boschetti, presidente del WWF Rovigo, sui pipistrelli e sull’attività di salvaguardia e di studio su questi preziosi mammiferi volanti; bat-analcoolic-drink con degustazione di pietanze vegetariane.

    Prima di dare la parola ai relatori veniva offerto all’Assessore Marco Faggion, quale rappresentante dell’Amministrazione comunale, un libro sui Chirotteri italiani pubblicato dal Ministero per l’Ambiente e dal Gruppo Italiano Ricerca Chirotteri, mentre, ai coniugi Paola e Luigi Rossi, proprietari della corte agricola, e tra i promotori dell’iniziativa, veniva offerto un volume sulla storia di Badia Polesine. Agli stessi signori Rossi, inoltre, veniva riconosciuta la sensibilità e il merito di aver contattato il WWF informandolo della colonia di pipistrelli presenti nella loro tenuta, consentendo di studiarla e di farla conoscere.

    A sostegno dell’iniziativa sono giunte anche autorevoli note. Interessante la sottolineatura del presidente del WWF Italia Enzo Venini: ‘I pipistrelli sono fra gli animali simbolo dell’ignoranza popolare che li vede come torvi abitatori della notte. Ogni iniziativa per conoscere meglio le diverse specie e la loro grande utilità rappresenta un’occasione importante per recuperare secoli di diffidenza verso questi discreti, preziosi animali finalmente protetti.’ Altrettanto significative le parole del presidente onorario della stessa organizzazione ambientalista, Fulco Pratesi: ‘I pipistrelli meritano tutto il nostro interesse, sia per la loro grande utilità sia per il pericolo di estinzione che incombe su molti di essi. Ogni atto che possa garantire a questi deliziosi piccoli mammiferi una maggiore tutela deve essere perseguita, nella linea della difesa della biodiversità sancita da una delle due grandi Convenzioni internazionali su ambiente e sviluppo varate a Rio de Janeiro nel 1992 e sottoscritte anche dal nostro Paese’.

    L’ora dei pipistrelli

    Alle 21:20, il direttore di Ventaglio Novanta, dopo aver illustrato ai presenti alcuni significativi temi trattati nell’ultimo numero della rivista, invitava il pubblico ad osservare la torre, dalla quale cominciavano ad uscire i primi pipistrelli.

    Eddy Boschetti, con efficaci parole e l’uso di una radio-sonar in grado di convertire in suono udibile all’orecchio umano gli ultrasuoni emessi dai pipistrelli, illustrava ai presenti lo spettacolo naturale che stava avvenendo.

    Con espressioni di meraviglia, ma anche nel dovuto silenzio per il timore di arrecar loro disturbo, i presenti potevano godere della fuoriuscita di una cinquantina di esemplari (verosimilmente tutte femmine gravide o puerpere) della specie Eptesicus serotinus e di alcuni esemplari più piccoli appartenenti alla specie Pipistrellus khulii. Gli animali del primo gruppo suscitavano particolare emozione poiché uscivano in gruppi di una decina di individui per volta; esemplari dalle grosse dimensioni e dal volo lento e pesante, che si allontanavano subito dal luogo per andare ad alimentarsi altrove.

    La successiva relazione di Boschetti, supportata da diapositive, è stata incentrata su una serie di informazioni, dall’ecologia alla legislazione ai progetti di tutela dei Chirotteri italiani. Dopo aver indicato che la grande categoria dei pipistrelli è la più numerosa nella classe dei mammiferi, con mille specie nelle varie nicchie ambientali (con specie che hanno un’apertura alare tra i cinque centimetri del Pipistrello calabrone e i 180 centimetri della Volpe volante), il relatore ha illustrato alcuni dati della ricerca effettuata, quale progetto pilota, a Badia Polesine.

    I pipistrelli a Badia

    Una specifica ricerca sui pipistrelli in questo territorio, è stata voluta dal WWF Rovigo per celebrare il 30° anniversario della sua fondazione (avvenuta per opera di Francesco Crestani nel 1977) mentre è stata scelta Badia Polesine a causa della ricca presenza, nel suo territorio, di aree umide e boscate, luoghi idonei alla presenza e alimentazione dei pipistrelli.

    Uno degli aspetti più significativi emersi dalla relazione, inoltre, è stata la forte riduzione, a livello europeo, della popolazione di Chirotteri a causa dell’uso massiccio di insetticidi e antiparassitari in agricoltura.

    Un altro elemento negativo per la fauna selvatica italiana e della provincia di Rovigo è il deterioramento del paesaggio agrario e la riduzione degli habitat alimentari di molte specie, che spesso non trovano più luoghi adatti dove alimentarsi e riprodursi (le campagne sono sempre più povere di alberi da frutta non trattati, fossi, specchi lacustri e siepi).

    Nel tentativo di dare un contributo per far fronte a questa pericolosa situazione paesaggistica il Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste dell’Altopolesine (WWF, Legambiente, APIDA, Biancospino, Amici della Montagna) unitamente ad agricoltori locali (Associazione Coltivatori Diretti e Associazione Agricoltori) stanno realizzando, in località Le Giare di Salvaterra, un’area boscata con siepi e piante da frutto a beneficio della fauna selvatica, sia stanziale che migratoria.

    Un altro aspetto interessante affrontato dal presidente Boschetti sono state le Leggi europee che tutelano gli ambienti e la fauna selvatica in relazione al mondo dei pipistrelli, soffermandosi sul Bat – Agreement, istituzione normativa che protegge i siti e le colonie riproduttive di Chirotteri. Per le varie normative di tutela dei chirotteri italiani si suggerisce la lettura il capitolo ‘I pipistrelli e la legge’ nel sito www.centroregionalechirotteri.org e la villa Finzi di Badia Polesine.

    Una seconda fase dell’indagine sui pipistrelli nella provincia di Rovigo, infine, prevede lo studio della chirotterofauna nel Parco Regionale del Po e la collocazione di un certo numero di bat -box in alcune aree campione della provincia di Rovigo.

    Al termine dell’intervento, Boschetti informava delle varie occasioni di protezione dei pipistrelli cui spesso sono chiamati gli operatori di questa associazione, in modo che chi trovasse cuccioli o adulti in stato di difficoltà, informi prontamente la sezione locale del WWF oppure la Vigilanza venatoria dell’Amministrazione provinciale di Rovigo (800 998 636 oppure 348 76 78 624) affinché gli animali recuperati possano essere curati e ritornare in libertà.

    La crociera del pipistrello

    A seguito del grande successo della serata, inaspettato anche da parte degli organizzatori, un Tour Operator locale ha chiesto al gruppo del WWF di Rovigo di organizzare una manifestazione a tema altrettanto interessante, ed è in questo contesto, dunque, che il prossimo anno si terrà la Crociera del Pipistrello, un tour fluviale lungo il Canalbianco che, da Bosaro (via Fratta Polesine e Canda), porterà gli amici dei pipistrelli sino alla Corte Rossi di Masetti, per assistere all’uscita dei delicati e utili mammiferi, dopo aver visitato le pregevoli ville palladiane ubicate lungo il suggestivo corso d’acqua che attraversa il Polesine.

  • Restaurata Casa Matteotti

    Restaurata Casa Matteotti

    Con il recupero di Villa Matteotti si arricchisce a Fratta il patrimonio dei beni culturali e l’offerta della loro fruizione a vantaggio dei sempre più numerosi turisti che approdano nel paese medio-polesano.

    Davvero lusinghiero l’ammontare dei visitatori che nel corso del primo semestre 2009 ha fatto tappa a Fratta: oltre 15.000 gli ingressi accertati a villa Badoer, che ha beneficiato della presenza dell’importante sezione della mostra Dèco (propaggine dell’allestimento del Roverella di Rovigo). Non solo, giacché nelle barchesse della villa palladiana ha trovato idoneo allestimento il sorprendente Museo Archeologico Nazionale (vedi Ventaglio n. 39 p. 8) dedicato ai ritrovamenti preistorici portati alle luce da varie fortunate campagne di scavo in loco.

    Grazie alla opportuna valorizzazione dei peculiari beni culturali presenti sul territorio, Fratta negli ultimi anni si è dunque qualificata come un importante riferimento per la visitazione turistica nell’ambito del Polesine. E tra non molto l’offerta si amplierà con l’apertura della recuperata Casa Matteotti, la villa ottocentesca dove visse il più noto martire del Fascismo.

    La conclusione dei lavori di restauro è stata solennizzata lo scorso 31 maggio da un’intensa giornata di iniziative apertasi con la deposizione di una corona sulla tomba che accoglie le spoglie di Giacomo Matteotti. E’ seguito un incontro ufficiale tenutosi nella chiesetta di S. Francesco, aperto dalle parole dell’assessore provinciale Giancarlo Chinaglia e del sindaco Riccardo Resini. A tratteggiare un commosso ricordo dell’indimenticabile leader socialista barbaramente ucciso 85 anni fa, il 10 giugno 1924, si è poi soffermato il segretario provinciale dei socialisti Giovanni Giribuola, sottolineando l’importanza e quindi anche l’attualità degli ideali di solidarietà e partecipazione perseguiti da Giacomo Matteotti. Poi l’intervento dello studioso Michele Mariotto incentrato sulla storia del quotidiano La Lotta (nel 110° anniversario di fondazione) e sull’apporto fornito da Giacomo Matteotti nella stesura del giornale, importante voce di riferimento per le classi popolari, diffuso ben oltre i confini della provincia di Rovigo.

    Si è quindi proceduto a raggiungere la restaurata Casa Matteotti per procedere all’inaugurazione del bene recuperato, destinato a divenire un importante centro di memoria e documentazione dell’illustre personaggio.

    Il sindaco Resini ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa di recupero, partita dalla donazione del bene all’Accademia dei Concordi e seguita da un duplice finanziamento: un’assegnazione di 590 mila euro all’Accademia da parte del Ministero dei Beni e Attività Culturali, e di 700.00 euro al Comune di Fratta grazie ad una legge speciale. Si è così potuto garantire il recupero e la predisposizione dello storico immobile ad accogliere – si spera ad iniziare dal 2010 – i mobili originali e le raccolte museali, destinando inoltre alcuni spazi all’accoglienza di iniziative culturali.

    Nell’occasione dell’inaugurazione un commosso pensiero è andato a due compianti personaggi: Pietro Amendola, presidente d’onore del Comitato scientifico che con determinazione ha sostenuto l’iniziativa, e Giancarlo Matteotti che, morendo, ha destinato il bene all’Accademia dei Concordi; presenti alla manifestazione le relative consorti. Un plauso poi all’Associazione Giuseppe Saragat, che ha donato la biblioteca di proprietà di Matteo Matteotti, e in ringraziamento ai parlamentari, in primis Andrea Colasio, che si sono prodigati affinché il progetto di recupero dell’immobile fosse finanziato dallo Stato.

    E’ seguito l’intervento di Luigi Costato, presidente dell’Accademia dei Concordi che ha sottolineato come il prestigio storico dell’Accademia, attiva dal 1580, abbia costituito la molla che ha indotto gli eredi di Giacomo Matteotti a destinare ai Concordi lo storico immobile. Compito dell’Accademia è pertanto seguire l’iter di realizzazione del progetto, che porterà all’allestimento museale e alla fruizione di un bene di rilievo nell’ambito del Polesine.

    Dopo l’intervento di Davide Mantovani, presidente del Comitato scientifico, che ha sottolineato il valore “mentale”, ancor più che fisico della restaurata casa, ha infine preso la parola Angelo Dalpez, sindaco di Pejo, dalla cui vallata a fine ‘800 è partita la famiglia Matteotti per stabilirsi a Fratta Polesine, senza mai interrompere i rapporti con la terra di origine; rapporti attualmente tenuti vivi dai rappresentanti dei due comuni, legati alla memoria di Giacomo Matteotti.

  • A Rovigo? M’intrigo

    A Rovigo? M’intrigo

    Cambiano i tempi ed è ora di rivedere certi stereotipi.

    Tutti abbiamo ben presente il vecchio e abusato detto “A Rovigo non m’intrigo”. Ma non sarebbe invece il caso di intrigarsi a Rovigo? Non è forse vero che il capoluogo del Polesine sta via via divenendo più accattivante – diremo intrigante – assumendo un look più consono ai nostri tempi e proponendo apprezzate iniziative?

    Ebbene anche gli studenti universitari del CUR (Consorzio Università di Rovigo), a partire da quest’anno hanno un’opportunità nuova per intrigarsi a Rovigo, per trascorrere il loro tempo libero svolgendo attività sportive e partecipando ad iniziative culturali in compagnia dei loro coetanei rodigini.

    Per agevolare questo obiettivo è stato messo a punto il progetto intitolato proprio “M’intrigo”, che stimola i giovani a mettersi in gioco in prima persona, farsi coinvolgere, partecipare, essere attivi e stringere un più proficuo legame con la città: in altre parole, intrigarsi!

    “M’intrigo” è un progetto biennale ideato da Tumbo (associazione rodigina fondata un paio di anni fa) con l’obiettivo di lanciare proposte informative, sportive e culturali per i giovani e gli studenti universitari, ed è realizzato e promosso in collaborazione con il CUR, il Comune e la Provincia di Rovigo, grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Obiettivo del progetto, garantire la giusta accoglienza agli studenti universitari che da altre realtà giungono a Rovigo, favorire occasioni di incontro e conoscenza con i giovani rodigini e attivare a tal fine collaborazioni e sinergie tra gli attori locali.

    L’iniziativa si articola in tre sottoprogetti: Il portale www.mintrigo.it, che mette in rete informazioni per tutti gli studenti che vivono o trascorrono il loro tempo a Rovigo. Sul portale, indicazioni e suggerimenti riguardanti molti aspetti della vita universitaria: gli alloggi, i servizi per lo studio e per la persona, le offerte sportive e le opportunità culturali, i locali, i centri di aggregazione e le attività per gli studenti. Il portale è integrato da una guida, on-line e cartacea, alla città.

    Lo sport. Da quest’anno gli studenti di Rovigo hanno la possibilità di arricchire la loro vita universitaria svolgendo attività sportive di vario genere e partecipando all’organizzazione di gare e tornei. Le proposte in ambito sportivo sono di due tipi: gli studenti del CUR possono partecipare a prezzo agevolato ai corsi attivati direttamente da Tumbo (aerobica, calcio a 5 femminile e maschile, funkyGAG, hip-hop, step e volley) oppure accedere ai servizi di altre società sportive che hanno sottoscritto una convenzione con Tumbo a favore degli studenti universitari (centri sportivi, palestre, piscina comunale, ecc.).

    La cultura. Le proposte culturali di M’intrigo hanno avuto inizio con un paio di iniziative aventi come tema il rapporto con la città di Rovigo: Lovemaps, un laboratorio urbano finalizzato a scoprire come gli studenti conoscono e vivono la città (10 maggio 2009) e Lovepostcard, un concorso di cartoline digitali su Rovigo. Sono inoltre in programma: la mostra conclusiva di queste due iniziative, rassegne di cineforum serali e mini-eventi realizzati tra una lezione e l’altra all’interno delle sedi universitarie (incontri con l’autore, presentazioni, concerti, laboratori, ecc.).

    Soddisfazione lo scorso 9 ottobre presso la sede del CUR di via Marconi per la presentazione del progetto M’intrigo, che ha visto gli interventi di Roberto Tovo, presidente del CUR, di Enrica Crivellato dell’associazione Tumbo, coordinatrice del progetto, affiancata da Giorgio Soffiato responsabile web, di Giovanni Cattozzi assessore alle olitiche giovanili del Comune di Rovigo e dell’assessore Leonardo Raito assessore provinciale.

  • L’invito

    L’invito

    Ottaviano osservava l’uomo che gli stava davanti con un misto di simpatia e di curiosità. Il Principe romano era di spirito arguto e un attento osservatore dei particolari e, come in altre rare occasioni, anche quel giorno la presenza del particolare ospite lo divertiva.

    Di quel famoso personaggio lo attraevano quei piccoli gesti ripetuti meccanicamente, il rossore improvviso che, gli affiorava sulle guance, nonostante la carnagione fosse piuttosto scura. Ciò gli accadeva, in particolare, quando avvertiva di essere oggetto di attenzioni. Le sue mani, minute, come spesso hanno gli uomini corpulenti, erano in continuo movimento. L’imbarazzo di quell’ospite era più che comprensibile visto che non era certamente affare di tutti i giorni ricevere una convocazione privata dall’attuale arbitro assoluto dei destini di Roma: Cesare Ottaviano, figlio adottivo del grande Giulio Cesare. La sua clamorosa vittoria sull’esercito di Bruto e di Cassio lo aveva posto, ormai, in una posizione di solido potere e di lì a pochi anni il popolo di Roma gli avrebbe messo sul capo la corona di Imperatore.

    Tuttavia, anche l’uomo al suo cospetto non era certo di basso profilo. Si trattava infatti di un poeta già conclamato universalmente. Il suo instancabile lavoro, il suo rigore letterario e un carattere forte lo avevano portato, passo dopo passo, ai vertici della poesia. In ogni caso Orazio meritava pienamente la fama e il rispetto che Roma concedeva con generosità ai sui cantori più alti.

    In quella particolare occasione Ottaviano aveva convocato il poeta non a palazzo ma nella sua stessa dimora, e ciò per rendere più intimo il colloquio e superare in tal modo ogni formalità. Tutto ciò avrebbe sicuramente favorito l’esito dell’incontro, il quale prevedeva la conclusione di un disegno che Ottaviano coltivava da tempo e che riguardava precisamente Orazio, un progetto che sarebbe tornato utile ad entrambi. Almeno così pensava il futuro Imperatore.

    “Vale Orazio Flacco! Gli dei ti conservino, ti trovo in buona salute e ciò mi rende felice”, disse il Principe tanto per aprire la conversazione. Mentre gli porgeva il saluto lo sguardo passo fugacemente sulla pancia di Orazio che, accortosi di quella occhiata, non riuscì a trattenere l’invasione del rossore sul viso mentre nel contempo tentava di comprimere, in qualche modo la pinguedine. “Ti sapevo malato di questi ultimi tempi”, soggiunse Ottaviano.

    “Sei moltro gentile, Principe, ti ringrazio di cuore!”rispose Orazio con aria un po’ sofferente. “Ma son costretto a considerare le tue parole come un augurio poiché ciò che vedi del mio florido aspetto non è che apparenza purtroppo” continuò con una voce un po’ tremula. “La mia salute è malferma, invecchio rapidamente…, sono molte le parti del mio corpo che mi danno tormento”. E si trattenne con evidente pudore dallo scadere in particolari imbarazzanti. Proseguì invece con un tono di voce sempre più flebile: “Ti annoierei a morte elencandoti tutti i mali che mi affliggono e tutte le difficoltà che incontro a vivere le mie giornate”.

    Entrambi continuavano a girare intorno ai motivi di quella convocazione, anche se Orazio ne aveva un vago sentore e aspettava, con una certa impazienza e una fastidiosa inquietudine, che Ottaviano si decidesse di venire al punto.

    Ottaviano, si era alzato dal suo scranno e, scusandosi con l’ospite, era passato ad un piccolo tavolo dorato e scolpito finemente, ingombro di rotoli e di documenti. Leggeva e firmava alcuni fogli di papiro che, ad uno ad uno, gli porgeva con molta grazia, non priva di solennità, un giovane segretario che indossava una bianca tunica di tessuto finissimo resa ancor più elegante da una bordatura dorata, molto di moda in quel momento, che l’Aristocrazia romana chiamava “alla greca”.

    ‘Che bella creatura! – commentò fra se il poeta – foss’io stato così da giovane’. Si rammaricò e pensò a quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che era entrato in palestra alle terme, o preso parte ad una lezione di portamento da quel buon Democrito, maestro di eleganza. Per non parlare poi del vestire! E qui Orazio provò un vero sconforto; rivolse a se stesso una rapida occhiata e fu invaso da un sentimento di sincera compassione. ‘Guarda questa toga grossolana, cade da ogni parte, questa tunica verdolina stinta e sdrucita per le molte rilavature; andrebbe appena bene sotto la mia vigna. Ma come ho potuto presentarmi ad un invito di Ottaviano così male in arnese?’ Rimuginò fra sè il poeta. Ad alleggerire il pesante fardello dei suoi pensieri gli venne in soccorso il sorriso di Ottaviano che dal suo tavolo gli faceva cenno di pazientare ancora un poco poiché stava per concludere le sue incombenze.

    ‘A ben riflettere – si disse Orazio guardandosi intorno e osservando più attentamente la ricchezza dei marmi e delle pitture che ornavano quella sala – certo che costui è diventato davvero potente. Anche se un po’ mi costa ammetterlo bisogna riconoscere che in fondo è un uomo gradevole, erudito e di spirito magnanimo. E meno male, perché se così non fosse io avrei di sicuro finito i miei giorni nelle miniere apuane, o in una cava, dove si estrae il marmo che riveste le pareti di questa magnifica stanza. Tutto sommato – rifletteva Orazio – la vendetta di Ottaviano dopo la vittoria fu meno dura di quanto non temessero gli sconfitti. Certo erano molti allora i giovani che al pari di me seguirono l’esercito di Bruto e di Cassio e degli altri che pugnalarono Cesare. Ognuno di noi coltivava un sogno, un grande ideale, una speranza, l’illusione di una nuova era. Sono ancor oggi convito che fu Mercurio a salvarmi la pelle a Filippi poiché i miei piedi diventarono cosi rapidi nella fuga che fui imprendibile sia dagli amici che dai nemici’.

    Ripensare a quell’esperienza gli procurava sempre una sorta di furioso rancore verso se stesso, non perché rinnegasse le ragioni di quella sua partecipazione alla guerra ma forse perché non aveva trovato nelle pieghe del suo carattere quello spirito eroico che egli tanto ammirava nei veri condottieri. Per fortuna, a toglierlo da quel disagio che cominciava a procurargli un ansia crescente, nel momento stesso in cui Ottaviano licenziava con un gesto affettuoso il suo giovane segretario, dal fondo della sala, un angolo avvolto dalla penombra, arrivò inaspettata una voce che Orazio conosceva molto bene.

    “Cesare non ti far incantare da questo poeta imbroglione!” – disse Mecenate venendo verso di loro con passi veloci -. Pur di essere lasciato in pace e tranquillo nel suo eremo campagnolo sarebbe capace di inventare le cose più incredibili. Sono anche certo che aggiungerebbe altrettanti malanni ai cento che già lo affliggono e dei quali, sicuramente, ti ha fatto ampia descrizione.”

    Mecenate parlava un latino perfetto ed oltre ad essere egli stesso un valente scrittore, la qual cosa non gli procurava il minimo orgoglio, possedeva una cospicua ricchezza accompagnata da uno spirito magnanimo, ciò lo rendeva felice quando poteva sostenere gli artisti e gli consentiva amicizie potenti.

    Il rapporto fra Orazio e Mecenate era cresciuto nel tempo e si era consolidato in un legame fatto di lunghe conversazioni, spesso notturne. La diversità dei rispettivi caratteri e delle abitudini (Mecenate elegante e mondano, Orazio più schivo e solitario) garantiva un sodalizio di straordinaria energia intellettuale. Il Principe Ottaviano, dal canto suo, teneva in gran conto le opinioni e i consigli di Mecenate ma ancor più, nella sua visione molto concreta del potere, considerava vantaggiose al suo progetto le importanti relazioni, le amicizie e la condizione economica del patrizio, al punto da tenerlo, negli anni che precedono l’ascesa al soglio dell’Impero, fra i suoi consiglieri più fidati.

    Quella convocazione di Orazio Flacco nella casa di Ottaviano era, in gran parte, un’idea di Mecenate condivisa, tuttavia, dal figliastro di Giulio Cesare. A dire il vero qualche riserva c’era da parte di Ottaviano, egli ricordava perfettamente i trascorsi del poeta e il suo ruolo di tribunus militum nell’esercito dei cesaricidi a Filippi.

    ‘A pensar bene – riflettè il principe – mentre si avvicinava ai suoi ospiti, anche il fatto che un tempo Orazio fosse avversario della mia gente può essere un vantaggio. Notevole l’idea di Mecenate: utilizzare un vecchio nemico per celebrare il nuovo corso’.

    Il gruppetto aveva lasciato la bella sala delle udienze e si era appartato in un piccolo giardino adiacente che sprigionava un intenso profumo di rose, le quali spuntavano da ogni parte in quel luogo incantato. Ma ciò che più aveva attratto l’attenzione e acceso la curiosità di Orazio era una statua di fattura eccezionale appena nascosta dai giovani rami di un salice: una copia in marmo del Diadumeno di Policleto. La statua era in fondo al giardino, bellessima, ma al posto della testa originale lo scultore aveva innestato quella di Ottaviano. Il particolare incuriosì Orazio che già meditava di approfondirne le ragioni, ma ad interrompere la concentrazione del poeta per quel dettaglio giunse la voce di Mecenate che ruppe il silenzio di quel momento.

    “Cesare – disse Mecenate comodamente seduto su uno degli splendidi piccoli scranni di cedro del Libano – questo signore produce nel suo vigneto un vinello sabino che potrebbe onorare lo stesso Giove…”

    Orazio lo fermò prontamente: “Vedi generoso amico, anche per questo vorrei poter passare più tempo con coloro che amo, specialmente in questa stagione con le sue notti dolci e profumate, ma credimi, il lavoro mi rende docile schiavo e passo il mio tempo sulle carte e a volte un solo verso o una parola mi tengono fisso e concentrato anche per ore e in certi momenti…”

    “Sappiamo, sappiamo – intervenne Ottaviano interrompendolo – sappiamo bene con quanta perfezione costruisci i tuoi carmi, quanto sudore su quelle tue carte”. Nel frattempo aveva sfilato dal risvolto della manica alcuni fogli che passava, meccanicamente, con noncuranza, da una mano all’altra: “Ti debbo fare un rimprovero Orazio Flacco.”, disse cambiando improvvisamente espressione e tono di voce.

    Orazio reagì con un sussulto, dal momento che ben conosceva i metodi praticati dai potenti e il loro modo di cominciare con un sorriso per finire con un veleno. Il coraggio non era la sua migliore qualità e istintivamente si mise sulla difensiva, chiedendosi, non senza apprensione, cosa in fondo volessero quei due signori da lui. Ma perché non si veniva subito al dunque?

    “Abbiamo saputo – disse Ottaviano, guardando Orazio negli occhi – che ti accingi a pubblicare un nuovo libro, un’opera di cui si parla già come di un grande evento letterario. Sappiamo, inoltre che molti di questi componimenti sono dedicati ad amici comuni, personaggi in vista che noi ben conosciamo e tutto ciò ti onora e onora questa città. Ma per Ottaviano?… per me scarsa considerazione a quanto pare, come è già accaduto con le tue satire…, come interpretare questa mancanza, come ignorare questa evidente lacuna?”.

    Orazio aveva il cuore in gola, il sangue gli batteva alle tempie come un martello ed esagerando si vedeva già suicida, disteso sul freddo marmo. Come avrebbe voluto che in quella difficile situazione gli fosse accanto l’ombra di Epicuro, il maestro che sempre l’aveva idealmente soccorso nei momenti difficili.

    “La stima che ti porto annulla ogni divergenza – aggiunse Ottaviano, accortosi del disagio provocato dalle sue parole – e ciò sa molto bene Mecenate, nostro comune amico”.

    Mecenate annuì e per Orazio fu come gli avessero tolto un peso dallo stomaco anche se era ben consapevole che la partita non era ancora finita e che la seconda bordata sarebbe stata più dura della prima.

    “Ti prego – proseguì Ottaviano, allo scopo di introdurre l’argomento – leggi un brano di questa tua lirica, una delle tante che hai dedicato a Mecenate.” E nel dire questo, non senza un velo di ironia, Cesare gli passò uno dei fogli che teneva in mano. Attese che Orazio lo ricevesse, posò il dito sul foglio ad indicare un punto preciso e poi si allungò nel suo scranno e si mise comodo. “Leggi qui!” gli disse.

    Il tono dell’invito era perentorio, impensabile ogni tentativo di esimersi dall’ubbidire e Orazio, un po’ controvoglia, cominciò a leggere.

    “ Tuque pedestribus dices historis proelia Caesaris Maecenas…”¹. Letto il verso, Orazio appoggiò il foglio sul tavolo e attese in silenzio che qualcuno parlasse.

    “E’ proprio questo il punto, mio caro poeta, – disse con foga Ottaviano – è proprio questo che devi comprendere. Tu stesso dovrai essere il cantore della nuova Roma, del mondo nuovo che mi accingo a costruire. Tu non Mecenate! Pensa Orazio, mi aiuterai nella corrispondenza, e nelle cose letterarie, potrai scrivere a tuo piacere, tranquillamente; comporrai i tuoi versi con la massima libertà d’espressione e nell’agiatezza. In cambio – proseguì Ottaviano che finalmente stava per arrivare al dunque – ti chiedo solo di scrivere, quando ve ne sia l’occasione, di me e della mia famiglia, decantare i destini della gente Iulia e delle imprese che ho condotto e che condurrò in futuro per consolidare e fare sempre più forte Roma nella sua grandezza.”

    Ottaviano si interruppe e Orazio assunse un espressione seria e pensosa. Sapeva che da quel momento le sue parole avrebbero deciso, in un modo o nell’altro, tutta la sua vita e pensò che era il momento di sfruttare la sua abilità dialettica. Una cosa gli era chiara più del sole: a nessuna condizione avrebbe accettato la proposta di Ottaviano, ma sapeva bene che per cavarsela avrebbe dovuto scendere a qualche compromesso.

    “Principe – disse – tu mi onori e mi lusinghi e non avrei osato pensare che la vita così solitaria e noiosa mi avrebbe riservato un tale privilegio; di certo mio padre ne sarebbe orgogliosissimo. Anzitutto vorrei rassicurarti sulla questione che poco fa ti stava molto a cuore e che riguarda le mie liriche recenti. Ho il piacere di informarti che sto lavorando, in segreto, ad alcune dedicate a te e alla tua famiglia e delle quali lo stesso Mecenate è all’oscuro”. E qui Orazio mentì dal momento che si trattava solo di qualche idea sparsa, di qualche abbozzo. Ma per essere ancor più convincente improvvisò un paio di versi che avrebbero dovuto figurare in una di quelle poesie: “Caesar te minor laetum aecus orbem tu gravi currum quaties olimpum”².

    Ottaviano era letteralmente euforico e stava per esprimere il suo compiacimento, ma Orazio fu abile ad anticiparlo: “Io sarei ben felice di vivere in questa magnifica casa, disse con la sua voce tremula, curare i tuoi interessi, celebrare le tue gesta e frequentare le persone care ad entrambi, ma son costretto a rinunciarvi perché troppa è la stima e il rispetto che ti porto e per nulla al mondo farei un danno alla tua casa e a te medesimo”.

    I due che lo ascoltavano ebbero qualche momento di smarrimento, ma il poeta proseguì pacatamente: “Partiamo dal motivo più semplice ma non per questo meno dannoso ad un impiego come quello che tu mi offri: la memoria, io difetto di memoria Principe, dimentico le cose, gli appuntamenti, le persone. A volte cerco per interi giorni, senza alcun successo gli oggetti o i libri che io stesso ho riposto in luogo sicuro per essere facilmente ritrovati. Secondo impedimento, molto più grave del precedente: da molti anni ho acquisito l’abitudine di dedicare al lavoro gran parte della notte e solo in questo modo le muse notturne mi aiutano a scrivere. Per questo motivo devo dormire durante il giorno, a cominciare dal primo canto del gallo. Ma dove si è mai visto il segretario di un Principe che prende sonno quando tutti gli altri si alzano e a causa di ciò non appronta il lavoro della giornata e non predispone per il suo padrone tutto il necessario ? Terzo grave difetto, forse il più inconciliabile con la carica che mi offri: è la bizzarria e l’incostanza del mio umore. Chi mi conosce si rende conto solo in parte di questa mia tragedia, io attraverso dei lunghi periodi di assoluto mutismo, incapace di pronunciare verbo e in quei momenti vivo un totale isolamento, non comunico con anima viva, non perché io non lo voglia ma perché non posso. Se poi si considera oltre a tutto ciò la malferma salute di cui ti parlavo poc’anzi, Cesare, ti sarà facile valutare le conseguenze e cercare un’altra soluzione che escluda totalmente la mia persona. Credimi, nobile e generoso Ottaviano, assumendomi rischieresti di arrecare un grave danno al tuo prestigio e alla tua casa. No, sinceramente, con grande rammarico debbo rinunciare.”

    Di fronte ad una dichiarazione così definitiva e senza appello sia Ottaviano che Mecenate rimasero con pochi argomenti, anzi non vi era alcun margine per rimette in discussione la faccenda. Non si poteva certo censurare Orazio perché aveva un cattivo carattere o perché aveva così apertamente ammesso la sua inadeguatezza all’incarico, né si poteva biasimare un comportamento tanto leale che nasce dall’ammissione dei propri difetti, ciò sarebbe stato contrario ai suoi stessi principi.

    Dopo un lungo, imbarazzante silenzio, il Principe ritrovò la parola: “Comprendo – disse rivolto ad Orazio – che dopo quanto hai detto sarebbe inutile tentare di farti desistere.” E per chiudere la partita aggiunse sbrigativamente, senza tuttavia poter nascondere un po’ di fastidio: “Sarà bene che io vada ad occuparmi di affari molto urgenti che oggi ho purtroppo trascurato”.

    Orazio non aspettava altro, si congedò con molti ringraziamenti e si incamminò velocemente verso l’uscita visibilmente sollevato. Una volta fuori si lasciò prendere dal vociare assordante della città e pensò che forse era stato fortunato.

    Ottaviano e Mecenate rimasero soli nel piccolo giardino. Passo passo, entrambi presi dai loro pensieri, si erano avvicinati alla statua del Diadumeno” Sai – disse il Principe rivolto all’amico, voglio si faccia un’altra opera come questa… ma vestita…, voglio che indossi una splendida armatura.

    Il sole stava tramontando e l’ombra del Diadumeno attraversava quasi tutto il giardino…

  • Una famiglia a cavallo

    Una famiglia a cavallo

    Del Centro Giona di Castelguglielmo avevamo scritto proprio sul primo numero di questa rivista. In quell’occasione avevamo ricordato l’avvio dell’attività, avvenuta qualche anno prima come azienda agrituristica rivolta in particolare all’allevamento e all’addestramento di cavalli. Quindi equitazione, escursioni, gite organizzate, ma anche museo della civiltà contadina nella vecchia casa dell’azienda familiare, incontri con le scolaresche, esibizioni e cortei storici in costume nelle più svariate manifestazioni della zona, nei tornei e nei palii equestri sempre più importanti.

    Da allora l’intraprendenza dell’ideatore e titolare Osvaldo Caniato non ha conosciuto limiti e, in questo suo “gioco”, ha coinvolto anche i figli Alessandro e Pierantonio, appena ragazzi, e poi il terzogenito Gianluca, come pure la moglie Beatrice.

    Nel succedersi delle stagioni i cavalli sono pertanto divenuti sempre più parte integrante della vita di questa famiglia. In più di vent’anni ne sono arrivati a centinaia nell’azienda sita in località Gambaro (nelle campagne tra Castelguglielmo e Pincara), di tutte le razze e con le più svariate caratteristiche a seconda delle loro attitudini per l’utilizzo cui dovevano servire. Gli animali venivano e vengono domati e istruiti in un clima di pieno rispetto: non c’è frusta nelle mani degli istruttori, ma soltanto dolcezza e sereno convincimento nelle loro parole, spesso sussurrate nel proprio dialetto veneto.

    In vent’anni il Centro Giona ne ha fatta di strada! Dalle campagne e dai centri del Polesine le esibizioni dei ragazzi a cavallo si sono progressivamente spostate in zone sempre più lontane fino a raggiungere le più disparate e remote città italiane e successivamente approdando anche in vari centri europei.

    Osvaldo, il padre, è l’instancabile e intraprendente coordinatore nonché lo speaker ufficiale durante le manifestazioni, mentre i due ragazzi, in arte Alex e Pier, ora di 34 e 31 anni, propongono, spesso improvvisando, dei numeri a cavallo di elevata acrobazia con volteggi spericolati, rischiose evoluzioni che mettono in risalto il loro coraggio, la straordinaria agibilità e la perfetta padronanza di questa singolare professione. Cavalcano a pelo e senza testiera; come unico finimento una corda appoggiata sull’incollatura.

    I loro spettacoli, studiati e curati in ogni particolare sia nella preparazione dei cavalli che nei costumi e nelle coreografie, vengono richiesti per partecipare alle più importanti manifestazioni del settore. Quello che un tempo era un hobby, col passare degli anni è divenuto via via una professione cosicché la famiglia Caniato sempre più è in giro per l’Italia e l’Europa. Difficilmente la si può trovare nella propria azienda di Castelguglielmo.

    Il loro motto “Giona show, l’arte di creare emozioni” è più che indovinato perché di emozioni ne suscitano certamente molte nei numerosi e appassionati spettatori.

    Alex è specialista nei numeri con più cavalli. In piedi, in precario equilibrio su due animali appaiati, ultima pariglia di un gruppo di sette o di nove, diretti con maestria in un susseguirsi di coreografiche figure. I cavalli si affidano alla voce dell’istruttore e seguono ubbidienti i suoi comandi, muovendosi completamente in libertà al suo fianco. “E’ necessario trovare il modo giusto per comunicare con loro – dice Alex – sapendo che ogni cavallo è un soggetto a sé. Per addestrarli devi farti riconoscere come capobranco. Quando hanno capito quello che vuoi lo fanno con generosità”.

    Pier è esperto nel volteggio acrobatico, portato al massimo, con straordinaria agilità, che gli permette di eseguire evoluzioni rischiose al galoppo sfrenato, figure spericolate sostenute e rincalzate dagli applausi continui di un pubblico entusiasta. Negli ultimi anni è riuscito a piazzarsi tra i migliori nelle sfide “giocate” con i più quotati volteggiatori acrobatici del mondo, disputate nei vari Galà delle Fierecavalli.

    Al terzogenito Gianluca non piace cavalcare, ma il ragazzo partecipa ugualmente agli spettacoli dei suoi fratelli curando la regia e le colonne sonore.

    Ora anche un altro membro della famiglia Caniato si sta affacciando a questo fantastico mondo equestre. Si tratta di Diego, figlio di Alessandro, che a otto anni ha debuttato in uno spettacolo tenutosi alla Fieracavalli di Verona.

    Pur non provenendo dalle tradizioni del mondo del circo, i Giona sono stati scelti per difendere i colori italiani alla 33^ edizione del Festival internazionale di arte circense a Montecarlo, che ha avuto luogo nel mese di gennaio 2009. Grande è stato il successo da loro ottenuto con una spericolata e avvincente esibizione che ha entusiasmato il folto e qualificato pubblico. Al gruppo italiano della famiglia Caniato è stato assegnato l’ambito premio “Clown d’argento”.

    “Mai il premio era andato al mondo agricolo – ha detto il ministro delle politiche agricolo Luca Zaia. – Sono orgoglioso che dalla terra veneta venga una forte testimonianza delle passione per i cavalli. Questo premio è un grande segnale di speranza per un settore in forte crisi come l’ippica. Il fatto poi che un agricoltore sia in grado di domare un animale senza l’uso di fruste o altri strumenti, insegna il grande rispetto che si deve portare agli animali”.

    Gli impegni per quest’ultimo scorcio del 2009 prevedono l’esibizione dei Giona Show in diversi spettacoli programmati in varie città del meridione d’Italia, mentre nel 2010 si esibiranno in diverse città della Germania con il grande circo tedesco Krone presentando, come usano fare ogni volta, numeri nuovi sempre più impegnativi e sensazionali.

    Per saperne di più si può cliccare sui numerosi siti Internet a loro dedicati.

  • Gli ottant’anni del dott. Boni

    Gli ottant’anni del dott. Boni

    Dallo sport, alle attività ricreative, dall’impegno politico alle iniziative di solidarietà, un’esistenza in mezzo alla gente quella del dottor Antonio Boni, nato a Padova il 13 giugno 1929 ma bottrighese d’adozione, paese dove si è stabilito definitivamente nel 1962. Giovanissimo, ancora studente, inizia la carriera lavorativa presso gli zuccherifici Montesi, prima a Cavarzere, poi a Bottrighe, dove giungeva nei periodi delle campagne saccarifere con l”Aquilotto’, il suo inseparabile motorino.

    Nel 1962, conseguita la laurea in chimica, Antonio Boni si trasferisce nel paese bassopolesano e, dopo una breve parentesi alla direzione della bietoleria di Ariano Polesine, viene assunto definitivamente presso lo zuccherificio di Bottrighe in qualità di capo chimico, diventandone in seguito capo fabbrica, sino alla chiusura dello stabilimento, il 29 ottobre 1991. Ha concluso la sua carriera lavorativa presso lo zuccherificio di Fano.

    Festeggiatissimo da oltre cinquanta amici, tra cui tutti i consiglieri del Gruppo Sportivo che presiede da molti anni, in un ristorante della zona Antonio De Boni ha vissuto una giornata memorabile in occasione del suo ottantesimo compleanno. Una festa contornata, tra una portata e l’altra, da tanti scherzi ma anche da tante attestazioni di stima e riconoscenza per ciò che ha sempre rappresentato e continua a rappresentare ininterrottamente, offrendo il suo prezioso e disinteressato contributo ad ogni iniziativa che si presenta.

    Sposato dal 1965 con l’insegnante Luisa Marchetti, è padre di Stefania, medico genista a Belluno e di Marta, farmacista a Padova. Innata è la sua passione per lo sport che lo ha visto arbitro di calcio e di Hockey su prato, altresì dirigente del Centro Sportivo Italiano, nonché giocatore e commissario della Federazione Italiana Pattinaggio ed Hockey. Il suo impegno sportivo prosegue poi da lunghi anni a Bottrighe quale dirigente dell’associazione calcio locale.

    Ma i suoi interessi sono molteplici, la musica e le attività culturali non vengono da meno. E’ stato presidente del coro femminile “Eco del Fiume”, poi consigliere e successivamente presidente del Gruppo Sportivo, sodalizio molto simile ad una pro loco, che proprio quest’anno festeggia il cinquantesimo di fondazione. Altresì è impegnato nelle attività parrocchiali e nelle iniziative di solidarietà. Per un breve periodo è stato pure assessore allo sport e cultura con la giunta del sindaco Rossi. Appassionato di filatelia, fa inoltre parte dei Collezionisti Adriesi.

    Nel 2007 ha ricevuto la nomina a Cavaliere della Repubblica Italiana per l’impegno sportivo e sociale. “Bottrighe – dice Boni – mi ha dato sì un lavoro ed una casa, ma mi ha anche aperto il suo cuore e donato amicizia e solidarietà. Non è difficile fare bella figura in qualsiasi campo quando si hanno tanti amici che ti vogliono bene e quando, tenendo la mano nella richiesta di aiuto per te o per gli altri, non sei mai abbandonato”.

    – Qual è il segreto di così tante passioni?, gli chiediamo.

    “Anche se potrebbe sembrare un fattore egoistico, per appagare la gioia di condividere momenti insieme agli altri, il segreto è proprio il desiderio di stare con con gli amici e condividere così le tante cose belle della vita”.

    – Quale è stato il momento che giudica più significativo in tanti anni di attività?

    “Ricordo volentieri i tanti momenti e le iniziative svolte, tutti sono particolari per la loro diversità, ma una delle iniziative più recenti e che mi ha dato un immenso piacere, è stato il raduno che ho organizzato mesi fa degli ex dipendenti dello zuccherificio, con grande partecipazione in un momento di grande socialità”

    – Bottrighe ha una ricchezza associativa definita invidiabile dai centri maggiori. Come giudica ciò e cosa auspica per il futuro?

    “Vero, è una grande ricchezza, dove ogni associazione, giustamente, è testimone di una propria orgogliosa identità. Ci sono occasioni nelle quali si collabora insieme tra più associazioni, come la festa annuale di primavera al parco 1 Maggio o la festa dell’Epifania, esempi in cui insieme si può fare di più, momenti che auspico possano intensificarsi anche per il futuro”.

    – Il “suo” Gruppo Sportivo compie 50 anni, cosa avete organizzato per l’evento?

    “Entro l’anno festeggeremo in modo semplice. E’ prevista una santa messa in ricordo dei soci scomparsi ed un momento di festa in sala polivalente insieme alle associazioni del paese e ai cittadini che vorranno intervenire”.

  • Toni Bisaglia (1922-1984)

    Toni Bisaglia (1922-1984)

    In memoria di Carlo Pellegrini (1942 – 2009)

    «Coloro che hanno avuto modo di conoscere da vicino Toni Bisaglia sanno del suo attaccamento ai valori della democrazia e del pluralismo, del rispetto che egli aveva anche nei confronti dei suoi avversari più decisi, della sua capacità di andare oltre i preconcetti che possono nascere dagli schieramenti per affrontare, con semplicità e realismo, alla radice, i problemi della società. Antonio Bisaglia aveva profonda conoscenza dei problemi dello sviluppo di una larga democrazia di base, di una democrazia partecipata, in cui ogni componente si sforza di comprendere gli altri, allo scopo di realizzare le condizioni ideali per la prosecuzione di un disegno comune di civiltà e di progresso». Così, il 13 giugno 1985, l’allora Presidente del Senato Francesco Cossiga ricordava Antonio “Toni” Bisaglia, scomparso tragicamente il 24 giugno dell’anno precedente.

    Era un’assolata giornata di inizio estate quando, nelle acque del Mar Ligure tra S. Margherita e Lavagna, il presidente dei senatori democristiani – in vacanza sul panfilo “Rosalù”, di proprietà della moglie Romilda Bollati di Saint Pierre, sposata l’anno precedente – moriva, secondo la versione ufficiale, a causa di “un’onda anomala”. Con lui, che in tutta la sua vita aveva sempre avuto paura dell’acqua, se ne andava uno dei politici più lungimiranti dello scenario nazionale, indicato non a caso dal Times come “uno dei quattro italiani del futuro”.

    Nato il 31 marzo 1929, a poche settimane dalla firma della Conciliazione tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, “Toni” viene alla luce in un Polesine povero ed arretrato, dove la passione politica, su diversi fronti, si era espressa negli anni precedenti la presa del potere del regime fascista, con figure luminose come Matteotti, Piva, Beghi e Gallani sul versante socialista, e Belloni, Merlin, Soffiantini e Bresciani sul versante cattolico popolare. Ultimo dei sette figli di un ferroviere, compiuti i primi studi in Seminario, Bisaglia si iscrive all’Azione Cattolica e quindi, al termine del secondo conflitto mondiale, alla Democrazia Cristiana, fondata nel 1942.

    Delegato provinciale dal 1951 al 1958, nell’anno della tragica alluvione viene eletto consigliere nazionale del movimento giovanile dal congresso nazionale di Ostia, e successivamente confermato in quello di Modena. Laureato in Giurisprudenza a Padova, ottiene un incarico presso la Cassa mutua provinciale di Rovigo per la Coldiretti, nella quale si distingue, facendone di fatto la sua base elettorale.

    Eletto deputato nella IV legislatura (1963 – 1968), viene riconfermato alla Camera fino alla settima legislatura; alle elezioni politiche del 1979 viene quindi eletto, con 77.000 preferenze, senatore nel collegio di Bassano del Grappa, dove è confermato alle successive consultazioni del 1983.

    Accanto all’attività parlamentare, a partire dal 1972, assume incarichi di governo: Ministro dell’Agricoltura nel V° Governo Rumor (marzo – novembre 1974), è a capo del dicastero delle Partecipazioni Statali nei Governi Moro IV° e V°, Andreotti III°, IV° e V° (1974 – 1979), e di Industria, Commercio ed Artigianato nei Governi Cossiga I° e II° e Forlani (1979 – 1980). Il 20 dicembre 1980, per evitare conflitti sulla presunta incompatibilità tra il suo incarico di governo e la sua professione di agente di una compagnia di assicurazioni, presenta le sue dimissioni.

    Sono questi gli anni durante i quali Bisaglia, esponente laico della DC, fedele all’insegnamento ricevuto dalle lotte socio-politiche affrontate nel suo Polesine, coraggioso ed ottimista, si rende protagonista di importanti interventi legislativi, soprattutto nel settore delle fonti energetiche, rivolti essenzialmente alla riduzione dei consumi, allo sviluppo delle fonti rinnovabili ed alla disciplina delle scorte.

    Eletto presidente del gruppo dei senatori DC in seguito alle elezioni del 26 giugno 1983, assumeva l’incarico con queste parole: «La vita democratica procede assai spesso per contrasti. Quello che conta è di riuscire nei momenti decisivi a mettere da parte opinioni più particolari e di trovare punti di contatto e di unità». In uno degli ultimi discorsi in aula, fedele alla sua linea dorotea, nel ribadire l’esigenza del dialogo e del rispetto per gli avversari politici, rivendica a chiare lettere il fatto di tentare di superare l’integralismo, visione del mondo che, vestita di panni religiosi o laicisti, è ormai superata.

    La notizia della sua improvvisa e misteriosa scomparsa, segnata dall’acqua, (al pari di quelle successive del fratello don Mario, trovato senza vita nel lago del Centro Cadore il 17 agosto 1992, e del suo ex segretario particolare Gino Mazzolaio, annegato nell’Adige il 30 aprile 1993) giunge a Rovigo nel pomeriggio del 24 giugno 1984.

    I suoi funerali, celebrati nel Duomo cittadino il 26 giugno 1984, dopo una cerimonia ufficiale a Roma, risultarono imponenti: il dolore per la sua perdita, vissuto con uguale intensità da amici ed avversari, fu il vero segno del vuoto lasciato dalla scomparsa. Non si trattava – sempre seguendo il ricordo di Cossiga – solo di «un volto della Democrazia Cristiana [ma] altresì di un uomo profondamente legato alle sue origini, al Veneto, dal quale ha tratto una fede tenace, in continuo confronto con la durezza di una terra difficile, una precoce esperienza umana e politica, una sincera solidarietà che lo ha accompagnato per tutta la vita. Questo sacrificio continuo, che solo i grandi uomini politici hanno vissuto, Bisaglia lo ha conosciuto bene. Senza l’intensità quotidiana dell’impegno non si cresce in democrazia».

  • I Fioi d’la Vecia

    I Fioi d’la Vecia

    C’era una volta… una stalla, nel Delta del Po, dispersa nel buio, sospesa tra acqua e terra, per una festa a sua volta sospesa tra dimensioni: un mondo fatto di materia, riso e anguille, e un mondo popolato dagli spiriti, dai morti e dai sogni. E in mezzo essi, un viluppo di energie.

    Tra queste, c’era un gruppo di uomini che si ritrovava alle tre della notte dell’Epifania, e che non dormiva per tutto il tempo, fino alle sei, per provare le filastrocche e le maschere d’la Vecia e del Vción. Una volta che il mattino biancastro fosse arrivato, i dodici, tredici uomini avrebbero iniziato la loro questua per le case, regalando paura e al contempo dolci, ricevendone in cambio salami, vino e qualche soldo. Queste offerte rituali, offerte al beneaugurante consesso, sarebbero state ridistribuite nella comunità alla sera, in un momento catartico e ridistributivo come il Brusavecia, in piazza, a Ca’ Mello, dalla Compagnia d’la Vecia. I Fioi d’la Vecia, come li conosciamo oggi, iniziano a girare negli anni ‘60 e ‘70 cantando canzoni per la Befana e l’Anno Nuovo, ma questa attività è tramandata (e, viste le giovani leve entusiaste alle riunioni, verrà trasmessa) da molte generazioni. Infatti, Fabrizio Bellan, l’attuale presidente del gruppo, Tonino

    Caprissio Donà, il padre spirituale, ed Enzo Ciaci Marangon, il direttore d’orchestra, fanno risalire l’origine del repertorio al padre, un val’san che tornava in paese una volta ogni venti giorni e andava a bottega (che, singolarmente, significa che andava all’osteria) a bere e cantare.

    Alcune di queste canzoni da osteria sono pepate al punto giusto da poter essere considerate, dal punto di vista antropologico, talismani di fecondità: La Cameriera, O Mia Teresa, O mia Rosina, L’Oselin de la Comare, la Porçea, nel Bosco dla marina, Un giorno andando in Francia, La bionda de Bonei, Donna Lombarda. In particolare, le ultime due appartengono ad un canzoniere italiano già riconosciuto nel diciannovesimo secolo, giacché compaiono nella raccolta di Costantino Nigra. Donna Lombarda, una storia di tradimenti e avvelenamenti, viene da questi considerata la versione a tinte fosche della vicenda longobarda di Rosmunda e Alboino, mentre la Bionda d’i Bonei (nel Nigra di Canelli) racconta di una giovane che prende la “malattia del far l’amor coi melitar”.

    Nelle osterie del Delta i bambini non sarebbero potuti entrare, mentre i padri cantavano queste canzoni in coro, o anche a catena. A dire il vero, le canzoni, la Compagnia le ha prese anche dalle risaie, e nelle occasioni delle ganzèghe.

    I Fioi d’La Vecia, per anni, sono andati di casa in casa per la Vecia, e, se negli anni hanno saltato qualche casa, sono stati pure rimproverati: il loro passaggio, in effetti, è un portafortuna. Per anni hanno raccolto oboli per le loro visite, anche in denaro, prontamente usati per offrire cene ai giovani o, ancor più nobilmente, per la beneficienza. A dire il vero, la voglia di fare del bene, i Fioi, ce l’hanno sempre avuta: che dire dei momenti di tenerezza nelle case di riposo di Corbola o a Villa Tamerici, dove gli anziani si commuovevano per quelle vecchie cante che li riportavano indietro, indietro, quando la notte era oscura e si aspettava di sentire, nella lontananza, il suono dei campanelli e il calpestare cupo e ritmato della Vecia e del Vción?

    Era nella stalla, menzionata all’inizio, che il Vción e la Vecia arrivavano dal mondo dell’immaginazione e, ospitati da due uomini che indossavano molti stracci, una gobba finta fatta con la paglia, un cappello da donna per lei e un alto cappello guarnito di nastri colorati per lui, andavano per le case, al ritmo delle voci maschili, delle fisarmoniche, del tamburo, e di qualche occasionale piléta e pilón per il riso.

    La Compagnia, con i suoi incontri fissi (ogni settimana dal 2007, annus mirabilis per l’esplosione del fenomeno a Villa Badoer in occasione del Festival delle Tradizioni Popolari), con le sue note, con i brusavècia e il brusavción (il 7 gennaio), è un modo che ha questa nostra terra irrequieta di cercare di appropriarsi di un’identità stabile, di ancorarsi a un ricordo comune, o almeno comunitario, come tanti miti di fondazione.

    Perché il Polesine è una terra dai confini sfilacciati e insicuri. Il Delta, per di più, è una terra che non è quasi terra, una filigrana di strade e valli che si perde, immersa nell’oscillare delle acque, con la presenza intrigante, e al contempo inquietante, di un mare vicino che promette di frastagliarla, di insidiarla e, ogni tanto, di coprirla.

  • I 150 anni della Croce Rossa

    I 150 anni della Croce Rossa

    Ricordo ancora quando, ragazzina di scuola media, i docenti ci accompagnarono in gita scolastica nei luoghi della memoria storica. La scelta non fu indirizzata verso i lager nazisti (meta abituale oggi) ma nei luoghi in cui si svolsero gli eventi tanto cruenti quanto decisivi per la nostra storia patria, che ci portarono alla liberazione dagli Austriaci. Per noi ragazzi fu l’occasione unica per assimilare nel profondo dell’animo il significato autentico del glorioso Risorgimento che tanto costò in sacrificio di valorosi ed eroici combattenti.

    Della visita all’Ossario dei caduti delle feroci battaglie di Solferino e San Martino, teatro della seconda guerra d’indipendenza ho ancora viva l’impressione provocatami dalle migliaia di teschi di soldati italiani e francesi che tappezzavano le pareti dell’Ossario. Un ricordo indelebile dunque. Viceversa non rammento che ci avessero parlato della nascita della Croce Rossa Internazionale, la cui idea prese corpo proprio a seguito di quei crudelissimi eventi bellici; a significare che se da un lato furono positivi per le sorti della nostra Nazione, dall’altro non eclissarono i sentimenti di pietà e di solidarietà che sono radicati nel cuore dell’uomo e più forti di ogni divisione, di paura e di odio.

    Quest’anno ricorrono i 150 anni della nascita di quel Movimento altamente umanitario che è appunto la Croce Rossa Internazionale (a cui ben presto si è affiancò la Mezzaluna Rossa) per cui nel mese di giugno scorso sono state organizzate celebrazioni e grandi manifestazioni a Solferino, teatro dell’immane carneficina, e a Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova. Proprio nel Duomo di questa città le popolazioni della zona, e in particolare le contadine, organizzate dal parroco di Castiglione don Lorenzo Barziza, trasportarono dai luoghi dei combattimenti i feriti di entrambi gli schieramenti indistintamente franco-piemontesi e austriaci. Molte le persone impegnate in quest’opera umanitaria: “Esse salivano sui carri, preparavano bende, lavavano piaghe, rinnovavano bendaggi, dissetavano o nutrivano quelli che non avevano più la forza di sollevare la testa e le braccia”. Sono le parole di Henry Dunant scritte in un libretto stampato nel 1862 intitolato Un souvenir de Solférino.

    E’ noto che Henry Dunant fu l’ispiratore di quella che in seguito divenne una delle iniziative più lungimiranti e disinteressate della storia moderna, e spesso l’unico canale di collegamento fra le parti in guerra in tutto il mondo, la Croce Rossa Internazionale.

    Ma forse non tutti sanno come accadde che questo imprenditore svizzero si fosse trovato coinvolto nella feroce battaglia, che lasciò sul terreno quasi 40mila tra morti e feriti.

    Dunant a Solferino

    La sera di quel tragico 24 giugno – racconta lo storico Luigi Firpo¹ – giunse a Castiglione delle Siviere (d’onde due ore prima dell’alba era partito il 2° Corpo di Mac Mahon per gettarsi nella fornace del combattimento) una carrozza privata, che trasportava un curioso personaggio: un finanziere svizzero trentenne, impeccabilmente vestito di bianco per difendersi dalla calura. Per tutto il giorno l’intrepido viaggiatore aveva sentito il cannone rombare in lontananza, ma aveva continuato a spingersi ad oriente, come se nulla fosse, attraverso caotiche retrovie di un’armata in movimento, diretto con bella ostinazione alla sua meta, che era il quartier generale di Napoleone III. All’Imperatore dei Francesi, guerra o non guerra, Henry Dunant era venuto a parlar d’affari.

    Era nato da un’agiata famiglia borghese, l’8 maggio del 1828, nel cuore della vecchia Ginevra, nella casa che il nonno, direttore del vicino ospedale, aveva dato in dote a sua madre. Austera era stata la sua educazione protestante, in un clima di risveglio evangelico e di commossa filantropia.

    Temperamento raccolto e fantastico, crebbe in collegio e, sotto l’influsso di una madre molto pia, “sin dall’infanzia prese sempre il più vivo interesse per gli infelici, i diseredati, gli umili, gli oppressi, i bisognosi”.

    A diciott’anni si iscrisse alla benefica “Società delle elemosine” e prese l’abitudine di visitare gli ammalati e i derelitti nelle loro soffitte per portare loro qualche soccorso. A vent’anni passava i pomeriggi delle domeniche in carcere per leggere ai detenuti buoni libri di viaggi, la storia di scienze elementari, e il giovedì riuniva in casa alcuni giovani amici per studiare insieme la Bibbia, collaborando con loro a costituire poi a Parigi, nel 1853, l’”Alleanza universale delle Unioni cristiane dei giovani” (la tuttora diffusissima YMCA).

    In quell’anno stesso si impiegò presso un agente di cambio e fu spedito in Algeria per conto della Compagnia ginevrina delle colonie di Sétif: l’Africa mediterranea lo appassionò per le grandi opportunità di sviluppo economico che offriva, ma soprattutto per gli aspetti inconsueti della civiltà islamica, cui Dunant si accostò con genuino sforzo di comprensione e naturale simpatia. Visitò anche la Tunisia, e l’abolizione della schiavitù decretata dal Bey tunisino, gli suggerì un appassionato appello contro tratta negli Stati Uniti d’America, in nome dei più sacri diritti umani.

    Al tempo stesso l’intraprendente giovane non trascurò gli affari: chiese larghe concessioni di terre nel distretto di Costantina, vagheggiò di rendere feconde quelle plaghe, modernizzando l’agricoltura e costruendo canali e mulini. Costituirà con denaro suo e di altri finanziatori, la Società anonima dei mulini di Mons-Djemila in Algeria. Ma la burocrazia francese non riconosceva le concessioni delle terre da fertilizzare e questo fu il motivo per cui quel giorno Dunant inseguiva l’Imperatore dei Francesi…

    In quella terribile giornata Dunant non visitò il campo di battaglia², ma lesse negli occhi e nelle frasi sconnesse dei reduci lo spettacolo di desolazione di quell’alba del 25 giugno: cadaveri sparsi ovunque, feriti dissanguati e gementi di cui nessuno si prendeva cura e che talora venivano finiti ferocemente da sciacalli umani che li spogliavano d’ogni misero oggetto. Trapassati dalle pallottole, mutilati da lame e schegge, molti erano stati poi schiacciati dalle ruote dei pezzi o dei carriaggi. Solo la solidarietà di commilitoni, la pietà dei civili, consentiva il trasporto di quelli che ancora respiravano, sui muli i carretti, verso i vicini villaggi.

    Dunant visse quell’alba di orrore e ne serbò un ricordo indelebile. Novemila feriti transitano per Castiglione: francesi e tedeschi alla rinfusa, arabi e slavi; nelle cunette della via principale scorre il sangue. Cinquecento ne vede ammucchiati nella Chiesa Maggiore per consumarvi un’agonia senza speranza, con le piaghe coperte di mosche e di vermi, tra il fetore delle deiezioni e delle purulenze.

    Dunant non resta insensibile e “si prodiga allora con tutte le sue forze ad assistere e confortare quei miseri, incoraggia la popolazione a dar soccorso, anima donne e tenere giovinette a dissetare, a umettare le piaghe, a dir parole di conforto; manda la sua carrozza a Brescia e ne riporta bende e ingenue medicine, limoni, tabacco, barlume di speranze”.

    A Napoleone III non parlò, restò con i suoi morenti, scrisse per loro le ultime lettere ai parenti lontani, ne raccolse le parole estreme di rassegnazione o di accusa. Quella visione straziante si impresse nell’animo con una crudezza indimenticabile e tutta la sua vita ne sortì mutata nel profondo.

    Per due anni Dunant cercò di riprendere il lavoro, gli affari, le schermaglie snervanti con la burocrazia coloniale, ma la sua mente era altrove. Il Vangelo e Rousseau sono i testi cui si ispira la sua filantropia ardente di carità. Impiegò più di un anno a comporre “Un ricordo di Solforino”, un libretto pubblicato nel 1862 in cui denuncia la disumana tragedia dei feriti. Inviato a sovrani, a statisti, a personaggi eminenti di tutta Europa, con l’intento di smuovere le coscienze, il volumetto fu accolto con un fremito di commozione.

    La denuncia e l’appello di Dunant non erano stati gli unici. Fin dal 1848 un medico di Capua, che prestava servizio nell’esercito borbonico, Ferdinando Palasciano, aveva rivendicato la neutralità dei feriti proclamando che essi, “a qualunque esercito appartengano, sono sacri e non possono venir considerati come nemici”. L’asserto gli costò una minaccia di fucilazione e un anno di carcere, ma nel 1861, in clima di libertà ribadì che le nazioni avrebbero dovuto riconoscere la neutralità dei feriti e dei malati gravi e accrescere molto sensibilmente in tempo di guerra il personale sanitario. Nel frattempo era divenuta quasi leggendaria la figura della “fanciulla con la lampada”, l’infermiera volontaria inglese Florence Nightingale (1820-1910), che nel 1854, durante la guerra di Crimea, s’era prodigata nell’assistere e consolare i feriti nell’ospedale di Scutari, suscitando con il suo esempio decine e decine di seguaci.

    La nascita della Croce Rossa

    I tempi sono ormai maturi per la nascita della Croce Rossa: il 26 ottobre 1863 la Conferenza a Ginevra, scelta per la neutralità svizzera, viene inaugurata alla presenza di sedici Paesi d’Europa; l’Italia è presente con un console in veste di uditore; l’Inghilterra aveva opposto un brusco rifiuto. A conclusione di quattro giornate di discussione, fu adottata una risoluzione in dieci punti: essa prevedeva la costituzione in ogni Paese aderente di un Comitato nazionale di soccorso con il compito, in tempo di pace, di predisporre attrezzature e materiali e di istruire un corpo di “samaritani volontari”, cioè di infermieri volontari. Era anche prevista la neutralizzazione delle ambulanze, degli ospedali e del personale sanitario, che sarebbe rimasto agli ordini delle autorità militari. Segno distintivo uniforme sarebbe stato la croce rossa in campo bianco, cioè il vessillo svizzero a colori invertiti (ma anche l’antico vessillo candido di tregua del simbolo cristiano).

    All’unanimità Dunant ebbe il riconoscimento di “avere bene meritato dall’umanità” e il documento fu definito “un atto irreversibile” nella storia del progresso civile: era nata la Croce Rossa Internazionale.

    La legalizzazione sul piano internazionale della Convenzione avvenne a Ginevra il 22 agosto 1864 con la firma basilare di 25 Paesi, seguita negli anni da una serie di adesioni e ratifiche in tutto il mondo. Nel 1876 la Turchia istituì la parallela struttura della Mezzaluna Rossa. A Ginevra tuttavia è sempre rimasto il Comitato internazionale della Croce Rossa, erede ideale della Commissione dei Cinque, ossia dei primi quattro cittadini di Ginevra (il generale Dufour, i dottori Appia e Malinoir e il giurista Moynier), i quali, insieme a Dunant, nel 1863 avevano deciso di dar vita a quello che più tardi diventò appunto il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Esso è un organo privato e neutrale sul piano politico, ideologico e religioso, composto da 25 membri, tutti cittadini svizzeri, che veglia sulla fedeltà ai princìpi e funge da supremo e imparziale mediatore.

    Dunant dimenticato e riscoperto

    Dunant visse abbastanza per assistere agli immensi sviluppi della sua idea, ma a prezzo di sofferenze morali e materiali indicibili. Tutto preso dalla fervida propaganda, dai viaggi i carteggi, i colloqui a far superare incomprensioni e ostacoli, finì con il trascurare i suoi affari fino ad avviarsi al dissento finanziario. Il Credito Ginevrino, di cui era amministratore, venne dichiarato fallito e Dunant, costretto alle dimissioni, finì in una rovina totale. Da Parigi, in cui si trovava in qualità di relatore alla prima Conferenza Internazionale della Croce Rossa “per i soccorsi ai feriti di guerra”, non rientrò più a Ginevra.

    Disconosciuto, umiliato, ridotto in miseria, quello che era stato il vero promotore della Croce Rossa visse a Parigi oscuramente. Ma la passione umanitaria prevalse quando a Parigi scoppiò la guerra civile nel 1872 e fra gli incendi e i massacri della Comune, egli affrontò mille rischi pur di salvare vite umane.

    Nel 1887, a piedi, malato, senza bagaglio, rientra in Svizzera e si rifugia a Heiden, un cantone sopra il lago di Costanza e poi, nel 1892 viene accolto nell’ospedale distrettuale, e in una stanzetta disadorna trascorrerà gli ultimi diciotto anni della sua vita. Pieno di amarezze e pur ricco di mai spenti entusiasmi, scrive le sue memorie e le sue drammatiche anticipazioni sulle future catastrofi dell’Europa bellicosa e divisa, hanno la lucidità agghiacciante di una profezia che si è purtroppo avverata.

    Dunant era ormai morto al mondo e aveva chiesto di essere “sotterrato come un cane”, quando un giovane giornalista, George Baumberger, lo scopre nel 1895 in quel misero ricovero e racconta il suo segreto patire. Un’ondata d’emozione corre in tutta Europa.

    Il papa gli scrive di suo pugno, la Germania indice pubbliche sottoscrizione, la zarina madre gli assegna una pensione, tutti gli offrono cariche, riconoscimenti e omaggi.

    Nel dicembre 1901 gli viene conferito all’unanimità il premio Nobel per la pace, per la prima volta assegnato, da quando l’industriale svedese Alfred Bernhard Nobel l’aveva disposto “alle persone che hanno apportato il contributo più grande o migliore per sviluppare la fratellanza tra i popoli”. Per benemerenze acquisite nel corso delle due guerre mondiali, lo stesso premio venne poi assegnato al Comitato della Croce Rossa nel 1917 e nel 1944.

    Un’organizzazione capillare

    I principi ispiratori, ribaditi da ultimo nella XX Conferenza Internazionale della Croce Rossa, tenuta a Vienna nel 1965, sono ancora quelli che Dunant aveva fissato, cioè l’umanità del soccorso disinteressato a chiunque – ferito, malato, naufrago, prigioniero-; l’imparzialità, che non ammette discriminazioni di nazione, stirpe, ceto, fede o partito; la neutralità in qualsiasi genere di conflitto, sia esso politico o religioso, razziale o ideologico.

    A sua volta la Croce Rossa si caratterizza per l’indipendenza, che le consente di collaborare con tutti i governi; per la benevolenza e il disinteresse, che la rendono volontaria e aliena da ogni fine di lucro, per l’unità, che ammette una sola organizzazione in ciascun territorio statale; infine per l’universalità, riconosce alle singole società nazionali identici diritti e il comune dovere dell’aiuto fraterno. La sua meta finale è la pace, secondo il motto che suona: “Per humanitatem ad pacem”.

    Oggi l’organizzazione ha come riferimento normativo le quattro Convenzioni di Ginevra del 1949 e due protocolli aggiuntivi del 1977, che proteggono tutte le vittime della guerra. Questi trattati formano quello che è chiamato il Diritto Internazionale Umanitario che include principalmente: i feriti e i malati, i naufragi, i prigionieri di guerra e la popolazione civile.

    Giorno e notte, in ogni parte del mondo un esercito pacifico di 250 milioni di uomini e donne volontari bene addestrati è pronto a fornire i suoi servizi, quando zone intere sono devastate da terremoti, inondazioni o cicloni. A queste aree arriva il soccorso delle Società Nazionali di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, coordinate dalla Lega³.

  • Melara e le Guerre di Indipendenza

    Melara e le Guerre di Indipendenza

    Centocinquant’anni fa, i primi mesi del 1859 furono caratterizzati dai fremiti e dalle attese per lo scoppio della seconda guerra d’indipendenza: tutta la popolazione altopolesana aspettava l’evento, convinta che finalmente si sarebbe liberata dallo straniero e dallo sfruttamento dell’arcaico sistema di vivere.

    Non mancavano le preoccupazioni per il timore che i Piemontesi facessero la brutta fine della prima guerra d’indipendenza, ma prevaleva la speranza.

    La Seconda Guerra di Indipendenza

    Speranze e delusioni

    In attesa dell’avvio delle operazioni militari i patrioti Melaresi si erano messi in contatto con i patrioti del Basso Veronese di Cerea, Casaleone e Legnago. Le loro riunioni avvenivano di notte nelle Grandi Valli Veronesi in gran segreto. Essendo questa una zona molto vasta non furono mai scoperti dagli Austriaci e non ci fu mai una talpa che li tradì. Studiavano il da farsi per agevolare i Piemontesi quando sarebbero arrivati all’Adige: era la fortezza di Legnago motivo di piani e discussioni.

    C’erano dei patrioti legnaghesi che conoscevano tutti i punti strategici della suddetta fortezza e si preparavano anche ad incitare la popolazione per scacciare finalmente il nemico.

    Fu durante quelle riunioni che molti giovani decisero di partire volontari ed arruolarsi con i Piemontesi. Tra questi due melaresi: Losi Ercole di anni 18 (canapino, arruolato il 30 Marzo, granatiere) e Soffiatti Italo Antonio (risaiolo, di anni 23, arruolato il 30 Marzo, bersagliere).

    Il primo, Ercole Losi, in particolare, partì con tanto entusiasmo, nonostante fosse stato sconsigliato per l’età. L’amor di patria ed il desiderio di impegnarsi in prima persona contro gli Austriaci avevano messo radici sei anni prima, allorché, da chierichetto, aveva accompagnato il parroco di Melara don Pellegrino Soldà ad un incontro con mons. Luigi Martini, il quale aveva assistito i patrioti lombardi (tra cui i due sacerdoti don Enrico Tazzoli, ecclesiastico e professore di filosofia presso il seminario di Mantova e don Bartolomeo Grazioli, parroco di Revere, ed inoltre il famoso Tito Speri animatore delle dieci giornate di Brescia) prima che costoro il 3 marzo 1853 salissero sulle forche allestite sugli spalti di Belfiore.

    Ercole Losi non era mai riuscito a dimenticare le accorate parole di mons. Martini sul supplizio dei Martiri di Belfiore, saliti al patibolo gridando “Viva l’Italia” prima di morire. Il giovane melarese pertanto, di nascosto dagli Austriaci, e soprattutto di notte con gli amici, intonava il famoso inno risorgimentale che incominciava con le parole: “Addio mia bella, addio!” e ripeteva il famoso ritornello: “Se non partissi anch’io sarebbe una viltà!”, appreso dai patrioti veronesi nelle riunioni nelle Grandi Valli.

    I patrioti altopolesani e mantovani esultarono il 29 aprile 1959, quando iniziò la Seconda Guerra di Indipendenza, che si concluse il 24 giugno a seguito delle due epiche battaglie di Solforino e San Martino. Mio nonno era solito parlare del periodo durante il quale suo padre, mio bisnonno, aveva seguito tutti quegli eventi e si trovava sull’argine del Tartaro a pascolare il gregge proprio quel 24 Giugno in cui si combattè la famosa battaglia finale di S. Martino: sentì le cannonate e lo scoppio del famoso temporale che fu propizio ai Piemontesi.

    Quel giorno tutta la frazione di Santo Stefano di Melara si era riversata sull’argine del Tartaro e dell’Emissario: tutti erano euforici, nella certezza che ormai la liberazione del paese dallo straniero fosse imminente. Ma con grande delusione venne la sera senza che si potessero notare segnali in questo senso.

    L’indomani alcuni “Santostefanini”, preoccupati per la mancanza di notizie, si avviarono di corsa ad Ostiglia per avere informazioni, ma trovarono tutto tranquillo, senza segni dell’arrivo dei Piemontesi. Per non destare sospetti, si recarono in Chiesa, dove il parroco li avvisò dell’inatteso armistizio di Villafranca, dei tanti morti Francesi e Piemontesi che ci furono il giorno prima nelle due terribili battaglie di S. Martino e Solferino e dell’esito dell’armistizio che prevedeva la liberazione di tutta la Lombardia eccetto la provincia di Mantova.

    Non solo il Veneto, ma nemmeno il mantovano veniva infatti ceduto dagli Austriaci: per loro troppo importante era la fortezza di Mantova che insieme alle altre tre del quadrilatero divenne ancora di più un loro grande baluardo di difesa, e naturalmente una spina nel fianco per i nostri patrioti.

    A Melara si vissero giornate caratterizzate da un grande senso di delusione, ed il parroco don Pellegrino Soldà, in gran segreto, per non insospettire gli Austriaci che erano divenuti ancora più severi, tramite galoppini aveva fatto sapere, con tristezza, alla popolazione che anche Giuseppe Garibaldi era stato costretto a interrompere la sua marcia.

    Dopo questi eventi l’amor di patria si diffuse ancor di più tra le popolazioni altopolesane e mantovane: Garibaldi divenne un mito, tanto che da Massa Superiore, Ostiglia e Revere tre intrepidi giovani della zona si arruolarono con i Garibaldini. Ecco i loro nomi: Castaldelli Guido di Massa Superiore (artigiano sarto), Gnocchi Ermogene di Ostiglia (tenente ufficiale), Tambelli Natale di Revere (agricoltore), tutti e tre l’anno dopo, il 5 maggio 1860, partirono da Quarto con i Mille.

    L’attesa del nuovo conflitto

    L’arresto di “Pumin”

    Per il Mantovano ed il Veneto quelli che seguirono alla Seconda Guerra di Indipendenza furono anni di attesa: sette lunghissimi anni prima di assistere alla ritirata degli Austriaci.

    Mentre cresceva l’avversione antiaustriaca si dovette però registrare un raffreddamento dell’interesse patriottico da parte del parroco di Melara don Pellegrino Soldà; aspetto questo che fu notato anche da vari parrocchiani. A quanto pare tale cambiamento fu indotto dalle parole di un frate cappuccino di Brescia, giunto a Melara nel 1864 per le prediche della Quaresima. Costui, che aveva vissuto le fatidiche dieci giornate di resistenza della sua città, e aveva conosciuto anche i martiri Carlo Zima e Tito Speri, espresse il suo disappunto nei confronti del nuovo governo piemontese, convincendo il parroco di Melara a non angustiarsi troppo se i Piemontesi ritardavano ad arrivare perché, dopo un lustro di governo della Lombardia, c’era delusione: non era avvenuto nessun cambiamento a migliorare le condizioni della povera gente.

    Don Pellegrino Soldà inoltre aveva modo di notare come troppo spesso le idee patriottiche si unissero a quelle anticlericali, dato che, anche in relazione alla “Questione Romana”, la Chiesa veniva accusata di conservatorismo e di sentimenti anti-italiani. Cominciavano anche a diffondersi le prime idee di ateismo e di rivolta proletaria portate dal Socialismo, sostenute inoltre da un acceso anticlericalismo. Tutto ciò portò il sacerdote melarese a raffreddare il suo iniziale entusiasmo verso il nuovo e ad assumere un atteggiamento diffidente specie nei confronti dei patrioti più spinti che ben presto lo tacciarono d’essere diventato filo-austriaco.

    Nel 1864 frattanto i Piemontesi stavano riorganizzando il loro esercito, sperando quanto prima di liberare il Mantovano ed il Veneto. Ciò che li preoccupava particolarmente erano le fortezze del Quadrilatero (Mantova, Verona, Peschiera e Legnago), baluardi Austriaci. Questi ultimi intensificarono ancor più la sorveglianza in paese, consapevoli che le popolazioni Melaresi e Mantovane sarebbero state pronte ad insorgere al primo attacco dei Piemontesi.

    I patrioti melaresi, nonostante i pericoli ai quali andavano incontro, segretamente si tenevano in contatto con i patrioti veronesi sempre nelle Grandi Valli che, per la loro estensione, finora avevano garantito protezione. Dal canto loro i patrioti veronesi desideravano far pervenire oltre il Po dei documenti che evidenziavano i punti deboli della fortezza di Legnago. D’accordo con i melaresi convennero che, per sicurezza e per non destare sospetti nel nemico, l’unico mezzo sicuro era attraversare il Po di notte a Melara (essendo la sponda sinistra melarese poco sorvegliata dagli Austriaci) e recarsi poi a Borgofranco, un paesino fuori dai punti strategici.

    Per questo transito notturno i melaresi contattarono un certo Marangoni detto “Pumin”, che lavorava quotidianamente sul Po nel portare cereali ai mulini, nel pescare, ecc., in più era insospettabile dagli Austriaci, poiché era sempre stato indifferente alla politica e non si era mai messo in vista. Costui accettò, seppur a malincuore, conscio delle conseguenze alle quali sarebbe andato incontro se fosse stato scoperto: non sarebbe stata solo la sua fine, ma anche la rovina della sua famiglia.

    Nella notte stabilita, dopo l’incontro nelle Grandi Valli, verso le ventitré, i patrioti melaresi e veronesi partirono silenziosi verso il Po, dove erano attesi da “Pumin” con la sua barca. S’imbarcarono fra l’isola Malagutti e la corte Fraschina e scesero con la corrente fino alla sponda destra in un punto stabilito.

    Tutto andò secondo i piani prestabiliti. Una volta arrivati a Borgofranco, nonostante il buio, con la parola d’ordine non fu difficile riconoscersi, per cui, orgogliosi ed euforici per averla fatta franca, brindarono e si riunirono in un casolare fra i campi. Al lume di candela i veronesi cominciarono a spiegare con schizzi tutto il piano per espugnare la fortezza, ma s’accorsero che era un lavoro lungo e difficile, da fare con calma, per cui era necessario continuare anche il giorno dopo.

    “Pumin” pertanto fu costretto a tornare a Melara da solo, con l’accordo che sarebbe andato a riprendere i patrioti la notte successiva verso mezzanotte. Ma una bruttissima sorpresa aspettava “Pumin” sulla sponda melarese: appena la barca toccò la riva, improvvisamente sbucarono nel buio della notte una decina di sbirri che al grido “Dove sono i tuoi amici cospiratori veronesi?..”, l’arrestarono, lo percossero e provvisoriamente lo rinchiusero in una stanza senza letto né giaciglio.

    Il giorno dopo, nonostante fosse stato messo sotto torchio da un interrogatorio lungo e snervante, “Pumin” fu forte e coraggioso: dalla sua bocca non uscì una parola che potesse compromettere i patrioti concittadini e i legnaghesi. Gli Austriaci, visto tutto inutile, lo condussero nelle disumane prigioni di Este, destando tanta impressione in paese poiché il suo destino sembrava segnato.

    Fu allora che entrò in scena il parroco Don Pellegrino Soldà che si adoperò in tutti i modi per salvare la vita al “Pumin”. Tramite i suoi superiori ed alcune conoscenze alto locate anche fra gli Austriaci, riuscì a rimandare la fucilazione di qualche tempo, finché non vi fu un allentamento della pressione da parte degli Austriaci i quali, un mese prima dello scoppio della terza guerra d’indipendenza, liberarono “Pumin”.

    Purtroppo le cose ben fatte e le opere buone non sempre sono ricompensate in questo mondo, anzi per il povero parroco furono motivo di altri grattacapi e dispiaceri. Dopo tutto il suo impegno ed il suo interessamento per ottenere la grazia del “Pumin”, gli anticlericali e gli atei socialisti l’accusarono ancora di più: l’essere riuscito a tanto, secondo loro significava essere filo-austriaco.

    La Terza Guerra di Indipendenza

    Melara liberata il 3 luglio 1866

    Le attese dei patrioti trovarono finalmente adempimento nel Giugno del 1866 con lo scoppio della Terza Guerra d’Indipendenza. L’avvio delle operazioni si manifestò però sfavorevole per l’esercito italiano che, sotto la guida del generale La Marmora, venne sconfitto a Custoza (23 Giugno).

    L’incarico fu allora assegnato al generale Cialdini col compito di occupare la destra Po mantovana. Brillantemente espugnò la fortezza di Castelbelforte e, dirigendosi con le sue truppe verso S. Benedetto Po, nel giro di pochi giorni occupò Revere, procedendo poi a realizzare un ponte di chiatte sulle acque del Po, tra Revere e la golena S. Sebastiano Polesine presso Ostiglia, perché lì il fiume era più stretto, e poter così entrare nel Veneto.

    I patrioti Melaresi ed Ostigliesi nel contempo avevano incitato tutta la popolazione non solo del paese, ma anche dei paesi limitrofi, perché si riversasse sull’argine del Po per intimorire gli Austriaci. Avevano intuito giusto; infatti gli Austriaci, di fronte ad una gran folla così determinata, capirono che era inutile sparare e fare resistenza e si ritirarono nelle Grandi Valli Veronesi diretti verso Legnago per difendere la fatidica fortezza.

    Fu così che il mattino del 3 luglio 1866 una compagnia di bersaglieri passava sul ponte fra un tripudio di popolo e, seguendo l’argine sinistro del Po, si dirigeva verso Melara dove veniva accolta festosamente da tanta folla e dal suono delle campane. Anche il parroco Don Pellegrino Soldà diede il benvenuto ai Piemontesi e fu tra le autorità quando esposero il tricolore dalla terrazza del Municipio.

    Dopo il discorso del Sindaco, tutta la popolazione in delirio intonò la nota canzone risorgimentale: “La bandiera dei tre colori è sempre stata la più bella, noi vogliamo sempre quella, noi vogliamo la libertà”. Poi nel pomeriggio tutta la cittadinanza, in segno di ringraziamento, fu invitata in Chiesa ove si cantò il “Te Deum”.

    Il paese di Melara ebbe l’onore di essere il primo della provincia e del Veneto ad essere liberato e, in ricordo di questo grande evento, sullo storico arco Chigi della Via Targa fu posta una lapide con le seguenti parole:

    3 LUGLIO 1866 CESSATA LA DOMINAZIONE AUSTRIACA LE TRUPPE ITALIANE QUI PRESERO STANZA E FUMMO LIBERI

    L’otto luglio altre truppe, sempre al comando del generale Cialdini, passarono il Po a Carbonara, Sermide e Felonica indi, unitesi con alcune provenienti da Ostiglia, attraversando Ficarolo si diressero verso Rovigo, dove entrarono il 10 Luglio per Porta Po. Anche Rovigo ha poi immortalato questa data in un grande riquadro della torre civica presso il municipio. Vi si legge:

    X LUGLIO MDCCCLXVI GIORNO FAUSTO DELLA LIBERAZIONE DI ROVIGO DA STRANIERO DOMINIO

    XXX LUGLIO MDCCCLXVI VITTORIO EMANUELE II RE D’ITALIA ACCLAMATO LIBERATORE ENTRAVA NELLA FESTANTE CITTA’

    Si concludeva così la Terza Guerra di Indipendenza il cui risultato positivo – va ricordato – si ebbe soprattutto in virtù dell’alleanza con la Prussia, il cui esercito tenne impegnati gli Austriaci a settentrione, infliggendo loro una gravissima sconfitta a Sadowa, proprio il 3 luglio, nel giorno in cui le truppe italiane entravano a Melara.

    L’Italia unita allargava pertanto i suoi confini fino a tutto il Veneto, ma restavano escluse la Venezia Giulia e il Trentino. Regione quest’ultima in cui le milizie garibaldine furono costrette ad interrompere la loro vittoriosa marcia su Trento a causa dell’armistizio frattanto intervenuto ed il conseguente ordine di deporre le armi, a cui Garibaldi rispose col famoso “Obbedisco”.

    Il Veneto e l’Italia unita

    Nel 1867, un anno dopo la liberazione, il parroco di Melara don Pellegrino Soldà partecipò a Revere, con molti parrocchiani, al ritorno delle spoglie del suo confratello ed amico degli anni del seminario don Bartolomeo Grazioli, levate da Belfiore.

    Furono portate con un lussuoso carro funebre su ordine del primo deputato della circoscrizione, Alessandro Travaini. Il dott. Serafino Tamassia nella sera del 16 Giugno 1867 tenne l’orazione funebre ufficiale pubblicata con il titolo “Le ossa dell’arciprete Grazioli alle sponde di Revere”. Durante il passaggio per Ostiglia il dotto e generosissimo ostigliese Antonio Zanchi Bertelli pronunciò a sua volta una commovente allocuzione “Le ossa dell’arciprete Grazioli di passaggio per Ostiglia”. Durante il passaggio del feretro nei vari paesi ci fu tutto un tripudio di folla con fiori, bandiere tricolori, discorsi commemorativi e suono di bande.

    Le ossa furono murate nella sacrestia della parrocchia di Revere. Don P. Soldà dal pulpito di Melara additò don B. Grazioli come martire della libertà, smentendo i detrattori che l’accusavano di essere filo-austriaco.

    Ma gli eventi del Risorgimento dovevano riservare altre amarezze a don P. Soldà: dopo l’avvento di Roma capitale d’Italia, le autorità civili melaresi di tendenza laico liberale vollero immortalare il fatidico giorno dell’entrata dei bersaglieri per la breccia di Porta Pia, cambiando il nome della piazza che era dedicata a S. Materno V., patrono della parrocchia, chiamandola Piazza XX Settembre. Analogamente a Rovigo fu nominato XX Settembre lo slargo prospiciente la chiesa della Rotonda, conosciuto precedentemente dai rodigini come “Stradon de la Madona”.

    Negli anni successivi alla raggiunta unità d’Italia, si acuì il solco tra laici e cattolici, e ciò apparve particolarmente evidente a Melara, alla morte del parroco don Soldà, alle cui esequie non parteciparono le autorità comunali e civili. L’unico conforto per il sacerdote fu la sua grande fede in Dio, convinto di vivere nell’aldilà quella vera pace e gioia che sempre aveva predicato e cercato di inculcare ai suoi parrocchiani e che lui non aveva mai conosciuto a Melara.

    La realtà della Nuova Italia si palesava frattanto tutt’altro che rosea, con i mille problemi che angustiavano giovane Stato, il bilancio da far quadrare e la scelta dell’”economia fino all’osso” che si accompagnava all’imposizione di nuove tasse – odiatissima fra tutte quella sul macinato – che delusero profondamente le classi meno abbienti. Persino “Pumin” e tanti che avevano rischiato la vita per scacciare gli Austriaci, amaramente manifestavano il loro scontento. E durante una dimostrazione di proletari a Massa Superiore (oggi Castelmassa), mentre gli stessi chiedevano pane e lavoro e venivano brutalmente caricati dalle forze dell’ordine, fra le urla dei dimostranti si levava il grido di: “Viva Radetzky!”.

    Anche personalità che avevano contribuito in prima persona a dar vita alla Nuova Italia non mancarono di esprimere a chiara voce il proprio dissenso nei confronti delle istituzioni. Tra tutte ricordiamo la limpida voce di Jessie White, donna intrepida che – restata vedova del patriota Alberto Mario di Lendinara con il quale aveva condiviso la passione politica e la militanza nell’esercito di Garibaldi – non cessò con i suoi lucidi articoli di puntare il dito contro soprusi, corruzione e trascuratezze, facendosi custode dei sacri ideali patrii del Risorgimento italiano. Quelli che avevano coinvolto tanti giovani, pronti a sacrificare la propria vita, tra cui Goffredo Mameli autore delle parole di quello che sarebbe poi divenuto l’Inno nazionale: Fratelli d’Italia…

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