Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Le spigolatrici

    Le spigolatrici

    Ogni qual volta mi capita di rimirare quel bucolico quadro di François Millet esposto al museo del Louvre, che ritrae chine ed attente nei campi appena falciati le Spigolatrici, non posso evitare di ricordare alcuni lembi di una filastrocca del tempo che fu:

    I capei de paja de riso
    le cocarde de pele de ajo
    a la festa polenta e formajo
    i altri giorni 'ndaremo a spigar

    Per molti che avranno la bontà di leggere questi versi, essi sembreranno probabilmente ostii, vuoi perché la nostra lingua materna si è imbastardita fagocitando termini italiani e stranieri, vuoi perché viene spesso ostentamente disconosciuta (come fanno i neo ricchi riguardo alle loro origini), vuoi infine perché il senso della composizione è oggi del tutto anacronistico.

    La mietitura del grano ha avuto tempi e metodi immutati per migliaia di anni presso le civiltà di tutto il bacino mediterraneo, e solo con la meccanizzazione timidamente avviata nel ventennio fascista ed esplosa poi prepotentemente nel dopoguerra, furono stravolti i millenari sistemi di lavorazione ed addirittura l'impostazione stessa di vita contadina.

    Ma un tempo, quando i campi di grano diventavano biondi, schiere di mietitori col fazzoletto annodato al collo e cappellaccio “fracà” in testa, invadevano festosamente le messi, ed impugnando la classica falce ricurva iniziavano l'opera, mentre il capofila intonava i canti della “medanda” (mietitura):

    Al tempo del tormento
    finisse el gran tormento
    col pan de la' Providenza
    se chieta la coscienza (la fame!)

    Religiosamente raccolto a manate, il frumento veniva legato in “faje” (covoni) usando i “balzi” (legacci di pianta palustre) accatastate poi ai bordi del campo in singolari pile legate a croce “le crosete”, rimaneva sul terreno soltanto qualche spiga sparsa privata del lungo stelo.

    La consuetudine, con la forza ed il crisma di una legge, esigeva che queste spighe venissero raccolte dalle ragazze di famiglie bisognose per andare ad integrare la loro misera mensa o, nel migliore dei casi, per fornire un aiuto alla dote che esse stesse andavano apparecchiando fin da fanciulle.

    Serene e gaie, coperte di ruvide vesti scendenti pudicamente fino alle caviglie, il canto sulle labbra, avanzavano lente lungo i campi; in una mano il mazzetto di spighe raccolte, in testa un cappello di paglia di riso dalle larghe tese per preservare il biancore del volto, appuntata sul petto una coccarda di pelli d'aglio bianchissima costruita da abili mani, garriva ad ogni alito di vento. Era il blasone del loro stato sociale, e tutta la figura composta e stagliata contro un orizzonte indefinito, testimoniava quella dignità senza titoli che è patrimonio delle genti virtuose.

    Viene spontaneo chiedersi: “Ma se per quelle poverine, cibarsi di polenta e formaggio nei giorni festivi era il massimo, cosa mai mangiavano il resto della settimana?”

    La filastrocca eufemisticamente dice: “Gli altri giorni andremo a spigolare” per non confessare la povertà del desco quotidiano. Quello che meraviglia in verità è la fatalistica accettazione di una condizione ritenuta ineluttabile, il vivere secondo schemi tracciati da secoli, l’impossibilità di cambiare la propria condizione, l’inibizione stessa del desiderio di cambiare, indotto dalle usanze e dall’assenza di contatti con altre realtà sociali.

    “La tera la tira in tera” pare uno scioglilingua, invece si tratta di una lapalissima verità che i vecchi ben conoscono, ed un tempo neppure lontano si insegnava che la terra è la madre di tutti i viventi, da Adamo in avanti, con la logica morale che una madre deve essere rispettata ed amata anche contro ogni evidenza perturbatrice, e mai rinnegata per il solo fatto che il suo seno non dia più nutrimento.

    Che quelle genti fossero poverissime, resta un fatto innegabile, che fossero meno felici d’oggi… beh io non lo credo assolutamente: al riparo dal demone del consumismo, dell’arrivismo ad ogni costo e quindi dell’egoismo più bieco che mostruosamente si genera, avevano modo di esaltare quelle qualità interiori che costituiscono da sempre una ricchezza irrinunciabile per l’uomo; e non v’è dubbio che ne fossero così fornite e traboccanti da ispirare con le loro figure, la mano e la penna di poeti e pittori.

    Oggi un mezzo meccanico che ruggisce nei campi non ispira più nessuno; la potenza senz’anima della macchina calpesta implacabile le zolle fra la desolante solitudine dei raccolti, in mezzo a plaghe sterminate, prive dell’ombra di un albero, o del conforto di una siepe.

    Fuggono i passeri spaventati. Le voci rudi, ma così umane dei mietitori, ed il canto ammaliante delle spigolatrici, se ne sono volati per sempre nel vento, assieme alle coccarde “de pele de ajo”.

  • Il ponte del diavolo

    Il ponte del diavolo

    Il Ponte del Diavolo, che attraversa lo scolo Vallòn-Dòssolo in un tratto della strada Traversagno che congiunge Adria a Bellombra, metteva in comunicazione la Valle del Paradiso, termine medievale che designava terreni alquanto elevati, asciutti o comunque prosciugati, e la Val d’Inferno, formata da paludi ed acquitrini.

    La tradizione popolare, emersa a fatica dalla memoria di un anziano bracciante, spiega l’origine del Ponte del Diavolo con la narrazione che qui riportiamo. Il dialetto è quello di Bellombra, un paese diviso a metà tra i comuni di Adria e Papozze. Nel proporre il testo si fa presente che l’espressione risente della lingua parlata nella campagna adriese e di quella della linea del Po.

    «San Giacomo, ’na volta, l’è passà par Belombra. El ièra ’gnu ’so par Po, l’è smontà a Panarela e po’ l’ha ciapà la strada par gnére a Belombra, par quelo la strada, che ’na volta la ièra ciamà via Capitèlo, adesso la s’ciama via San Giacmo, par ne fare confusion co’ nantra ca gh’è in Adri c’la s’ciama anca quea Capitèlo. San Giacmo el gnaséa da Panarela e, ’na volta ’rivà a Belombra, el ièra straco, elora l’ha visto ’na bèla àlbara granda, élta, el s’ha emsso lì sóta l’ombra par ponsarse. E l’ha dito: – Oh che bèla ombra! – Elora da cla volta l’è ’ndà par Belombra. E po’l’è partì ch’el ghèva da ’ndare in Adri. Ma quàn c’l’è ’rivà in t’un scolo el n’ièra pi bòn da passare. Elora el ièra lì tuto despiassènte, ch’el n’ sèa com’fare. Elora a passa un barcaro co’ la só barca, el vede ’st’òmo serio, el g’domanda còssa ch’el ga; el n’sea mina el barcaro ch e cl’òmo l’è San Giacmo, perché el barcaro el ièra el Diavolo. Elora el gh’fa: – Còssa ghio ca si lì sóra pensiero? – – A gò da ’ndare in Adri e a n’so com’fare – – Mi stanote a fasso un ponte, el g’dise al barcaro, cussì ti domàn a t’pò passare, però a t’ga da darme l’ànema de quelo ca passa par primo – – Va bèn, el g’dise San Giacmo. Alora ala note el barcaro l’ha ciamà tuti i só amighi e in quatro e quatr’oto i fa el ponte. Ala matina presto l’è bèla pronto, el diavolo da ’na parte e San Giacmo da cl’altra. Elora còssa fa? San Giacmo l’ha ciapà un gato ca ièra lì, el l’ha trato là d’là dal ponte, el Diavolo el l’ha brincà e el s’l’ha portà con lu al’Inferno. E cussì San Giacmo l’è passà e l’è ’rivà in Adri».

    (Archivio del Centro Etnografico Adriese – Informatore: Mario Bergamini – anni 85)

    L’aneddoto, che sostituisce San Giacomo, al Signore e a San Pietro, pellegrini sulla terra, rientra nel “tema popolare delle pie leggende d’ogni parte del mondo” dove si “narra il peregrinare di santi e santoni, o magari degli dei stessi, tra i mortali”3. Nei paesi cristiani questo tipo di avventure è generalmente attribuito a Cristo e San Pietro. Nelle raccolte medioevali di leggende dei santi e di “esempi”, queste fiabe si trovano in gran numero ed erano usate dagli stessi predicatori (basti ricordare San Bernardino da Siena o il Beato Bernardino da Feltre), che le “riversavano sulle piazze ricolme di folla”4.

    Il diavolo, che nella versione popolare aveva i comuni requisiti (corna, coda, piedi biforcuti, odore di zolfo, forcone in mano e muso di caprone) era una presenza costante e spettrale: lo si poteva intravedere, nella notte tra il giovedì e il venerdì, nei “Pra’ del Diavolo”, luoghi spersi nella campagna, dove si dava appuntamento con le “strighe” per celebrare il Sabba; lo si poteva scorgere danzare attorno a certi noci dello “Stradòn del Diavolo”; riusciva, di soppiatto, salendo dai piedi di un argine, a sedersi sul parafango della bicicletta di un ritardatario; il peggio toccava alle ragazze: invitate a danzare da uno sconosciuto bellissimo, solo alla fine del ballo si accorgevano delle unghie caprine del giovane che sparivano lasciando odore di zolfo. La sua presenza si registrava ovunque, tanto che “a volte, per sfida, o per impadronirsi di un’anima, costruisce edifici meravigliosi, soprattutto ponti”5.

    Nella nostra versione, il diavolo appare nell’abito classico di traghettatore infernale e chiede un’anima, una vita quindi, in cambio della costruzione del ponte. Si adombra, nella richiesta, il mito di fondazione, legato al sacrificio edilizio. Nella letteratura classica e nella tradizione popolare occidentale ed orientale è attestata l’usanza di compiere sacrifici cruenti in occasione dello scavo delle fondamenta di edifici, di mura, o di ponti, in quanto si credeva che il sacrificio ne avrebbe resa eterna la durata, o comunque di legare la nascita di una città a un padre fondatore di origini divine o successivamente divinizzato.

    Il diavolo perciò tenta di sostituirsi a San Giacomo, il “vero” fondatore, che ha già fatto sorgere la via omonima a Bellombra, ma resta gabbato. Il santo lo vince lanciandogli un gatto, cedendogli, cioè un essere già dannato.

    Il gatto, infatti, è l’animale-aiutante per eccellenza che accompagna il diavolo e le streghe, durante le scorribande notturne, a caccia di sangue di bambini lattanti.

    In un processo del 1500, racconta una strega inquisita: “Quando semo a una casa che ce sia el lume acceso, non possemo andar, perchè quelli de casa ce vengono e ce scoprono. E cussì pigliamo dicta gatta e mettemoli la lingua in bocca con lo nostro sputo e mandamola in quella casa e dicemo: ‘Vidi se quelli dormono e rambersa el lume’6 con la zampa”. Spento il lume la via è libera e la gatta torna dalla strega e le monta sulle spalle.

    Allora il diavolo apre la porta delle case, la strega entra e, trovato il bambino, gli dà una forte stretta ai fianchi e comincia a succhiargli il sangue dal naso, dalle orecchie e dall’ombelico” o dalle dita delle mani e dei piedi7.

  • Il “Palio d’la cariola”

    Il “Palio d’la cariola”

    Da una idea nata un po' per celia ed un po' per burla e maturata fra una bibita ed un gelato nelle afose serate di qualche anno fa, la PRO LOCO DI TAGLIO DI PO ha tratto spunto per dare vita ad una manifestazione folkloristica che annota caratteristiche speficiche tali da differenziarla da manifestazioni realizzate in altre realtà sia vicine che lontane.

    Non vi è dubbio alcuno che l'origine della conformazione geografica del Delta, così come oggi appare ai sempre più numerosi visitatori, sia riconducibile alla grandiosa opera idraulica, ancor più imponente se raffrontata alle tecnologie del tempo, che fu realizzata dalla Repubblica Veneta con fini prevalentemente legati alla navigazione lagunare se non anche di interesse militare di confine.

    La deviazione dell'alveo principale del Po ha creato le premesse perché, attraverso i depositi alluvionali lasciati dallo stesso fiume, si formasse l'ambiente deltizio attuale con il suo mutevole paesaggio in cui i confini fra terra ed acqua assumono sfumature imprevedibili.

    L'opera fu resa possibile dall'attività di migliaia di lavoranti che con i rudimentali mezzi dell'epoca, vanghe e carriole, scavarono un canale artificiale in direzione ovest-est nel quale furono poi fatte confluire le turbinose acque del fiume.

    Con riferimento a questi precisi eventi storici si è deciso di dare vita ad una rievocazione che unisse momenti di pura cultura con momenti di agonismo in grado di caratterizzare le successive edizioni della manifestazione.

    Dalla sapiente mescolanza di tali ingredienti nasceva, nel 1904, il PALIO D'LA CARIOLA che da allora di anno in anno sviluppa una tematica ricorrente integrata da variazioni estemporanee.

    Il corteo storico di ambientazione seicentesca viene formato sull'argine del Po, a ribadire lo strettissimo legame esistente fra fiume e popolazione, e di qui si avvia per le strade principali sino a convergere sullo spazio deputato alla disputa del Palio.

    Attorniati dai personaggi che compongono il corteo, sfilano gli atleti, nei loro caratteristici costumi bicolori, l'uno diverso dall'altro, che rappresentano le dieci contrade in cui è stato suddiviso il territorio comunale, spingendo il loro ferro del mestiere: una carriola interamente di legno con la ruota cerchita di ferro su cui è stata caricata una zavorra di mezzo quintale.

    Espletate le “formalità” delle batterie di qualificazione per attribuire i numeri di gara, si dà corso alla benedizione solenne che precede la corsa vera e propria che avviene dopo avere schierato su unico fronte i dieci concorrenti pronti a percorrere, allo scoppio di un mortaretto, i circa 1000 metri del circuito.

    È il momento clou della giornata che dura in tutto una manciata di secondi durante i quali si vivono sensazioni forti destinate a rimanere un vivido ricordo sia dei partecipanti che degli spettatori.

    La tensione che precede la partenza, il rombo delle ruote ferrate che martellano l'asfalto, lo sforzo fisico dei concorrenti, i colpi di scena della classifica, le espressioni di giubilo dei vincitori, valgono interamente i possibili disagi sempre presenti in manifestazioni all'aperto.

    E se tutto questo non bastasse, il pomeriggio è comunque riempito da spettacoli di contorno che servono a catturare l'attenzione di un pubblico necessariamente eterogeneo con età comprese fra i due e i novant'anni.

  • Il Palio di Rovigo

    Il Palio di Rovigo

    Nonostante rappresenti una novità per molti rodigini, il Palio di Rovigo, rievocato da qualche anno, ha una origine molto antica: risale infatti al periodo medievale. Allora era tradizione per molte città padane unire ad una celebrazione religiosa o civile un momento di festa per l'intera città. A Rovigo il palio si svolgeva l'8 settembre giorno dedicato alla natività di Maria.

    Le prime notizie storiche sul Palio di Rovigo portate alla luce da una ricerca del dott. Adriano Mazzetti, direttore dell'Accademia dei Concordi, si hanno dalle note dell'amministratore degli Estensi residente in città (nel non più riconoscibile palazzo marchionale) risalenti al 1381, dove vengono annotate le spese relative all'ospitalità date ai vari partecipanti al palio e al loro seguito.

    Tali partecipanti erano non solo persone della corte Estense o cittadini Ferraresi (a cui probabilmente è dovuta la diffusione del palio a Rovigo) ma anche signori di altre città come Padova e Mantova, in quanto anche esponenti delle grandi signorie padane quali i Carraresi e i Gonzaga avvertivano il richiamo delle manifestazioni rodigine.

    In molte occasioni i cavalieri giungevano con qualche giorno di anticipo per studiare il percorso o per allenare i cavalli i quali erano tenuti ben custoditi e sorvegliati per timore che venissero derubati o avvelenati.

    Alla vigilia del palio i cavalli, precedentemente strigliati e lucidati, venivano fatti sfilare con le insegne del signore che rappresentavano. Dopo tale cerimonia venivano riportati nelle stalle e qui veniva loro somministrata una zuppa speciale a base di vino per stimolare le energie degli animali.

    Il palio consisteva probabilmente in due corse distinte tra cavalli da corsa, chiamati "corsieri", e cavalli con fantino.

    Non ci sono pervenuti documenti che indichino come si svolgesse il palio e neppure per quanto tempo sia continuato.

    È possibile che con il passaggio del Polesine dalla dominazione Estense alla dominazione Veneziana (1483) il palio abbia perso di importanza. Ma la passione per i cavalli continua ugualmente anche senza la presenza di gare ufficiali. Infatti la fiera, che si svolgeva annualmente, costituiva un ottimo mercato che richiamava proprietari e allevatori di città venete ed emiliane, attratti dalla eccellente qualità dei cavalli palesani. Inoltre esisteva a Rovigo l'Accademia detta “dei cavalieri”, fondata nel 1594, che decideva di assumere un “cavallerizzo” cioè un insegnante di equitazione per i componenti stessi dell'Accademia.

    Esistono invece numerosi documenti del XVII secolo (relazioni, manifesti) in cui si parla del palio. Il più interessante risale al 1671 e parla di una gara singolare svolta in occasione del carnevale a cui partecipano quattro nobili abbinati ai continenti allora conosciuti: Europa, Asia, Africa, America.

    Le corse continuano anche nel XVIII secolo. In particolare in un manifesto del 1780 si legge che i cavalli di scuderie rodigine, ferraresi e veronesi sono abbinati alle famiglie storiche locali. Il percorso di tali gare era il seguente: la partenza, cosiddetta “mossa”, avveniva davanti al palazzo del podestà (il rappresentante veneziano mandato a Rovigo), continuava per le attuali vie X luglio e vicolo Viviani, fino allo spazio occupato ora dalla Caserma Silvestri, rientrava per porta S. Francesco, percorrendo l’odierna via Silvestri, ritornando nuovamente presso il palazzo pretorio.

    Molte gare si svolgevano in occasioni particolari: l’arrivo del doge, la nascita di un figlio di qualche cittadino altolocato, un matrimonio tra casate storiche o nel periodo di fiera e di carnevale.

    È quindi evidente che la recente moda dell’equitazione altro non è che il ritorno di una vecchia passione, e per Rovigo la riedizione del Palio va nel senso di rivitalizzate tradizioni del passato mai dimenticate.

  • Il Crispo attende

    Il Crispo attende

    Accanto ad un Polesine da vedere e valorizzare siamo consapevoli che esiste, sia sotto il profilo naturale che artistico-architettonico, anche un Polesine da salvare. In ogni numero di VENTAGLIO 90 dedicheremo pertanto un adeguato spazio per segnalare la necessità di interventi per conservare aspetti ambientali di rilievo.

    Cominciamo con "Il Crispo" di Castelmassa. Si tratta di un complesso, risalente al XVII sec., veramente originale che sorge in località Ca' Matte, da troppo tempo in stato di totale abbandono e preoccupante degrado. La tenuta del Crispo, interamente cinta da mura, è costituita da un edificio principale che rappresenta un bell'esempio di architettura gentilizia di campagna, dagli annessi rustici e da una chiesetta.

    La dimora padronale è costruita con mattoni a vista, con elementi decorativi ricavati dalla lavorazione stessa del mattone. Sulla facciata sono infisse lapidi con stemmi delle famiglie che per prime l'abitarono.

    Importante è il tetto a quattro falde, tipico dell'architettura della bassa mantovana. L'interno presenta due piani con sala centrale e stanze ai lati, collegati da una scala interna ed il sottotetto per le granaglie. In ogni stanza è presente un grande camino. I solai sono in legno, i pavimenti in cotto. Le due barchesse laterali presentano aperture ad arco a sesto ribassato lavorate in cotto con forati, mentre il tetto è a 4 falde.

    La chiesetta è stata costruita nel XVIII sec. ed è dedicata ai SS. Rocco e Sebastiano. Esiste pure un pozzo. Vi sono cinque accessi alla proprietà ed i cancelli presentano giochi di prospettiva. Originali pilastri sono ai lati dei cancelli e segnano anche gli angoli delle mura.

    Il nome "Crispo" deriva dalla famiglia gentilizia che lo abitò nel sec. XVII e precisamente i marchesi Crispi Manfredi dei Conti di Montalto. Data la sua posizione, rispetto all'antico nucleo abitato, si suppone che il "Crispo" sia stato costruito come caposaldo di un sistema fortificato.

    In un antico quadro appeso ad una parete della Cappella, ma ora scomparso, si poteva vedere la cerchia delle mura dell'intera tenuta, cinta da un ampio fossato che antiche cronache riferivano imprendibile.

    Il maggior esponente della famiglia Crispi Manfredi, il marchese Eustachio (ebbe importanti cariche presso la Corte di Ferrara e fu anche poeta), si preoccupò di ingentilire la vetusta dimora: acquistò una cappella votiva, la ricostruì inserendola nella cerchia delle mura della sua proprietà. Questo oratorio privato, dedicato ai Santi Rocco e Sebastiano, venne benedetto nel 1688 e fu decorato di torre, facciata, sacrestia, quadri ed altri ornamenti marmorei (come riferisce l’abate Giuseppe Bellini). Il marchese lo dotò inoltre di settantasette reliquie di Santi e di una particella della Santa Croce.

    La tenuta – come ci documenta il maestro Luigi Parmeggiani che ha condotto un’accurata ricerca storica in proposito – passò successivamente alla famiglia dei Conti Riminaldi. Il 7 ottobre del 1789, da una cronaca del tempo (Mantovani: Territorio Semidese e limitrofi – Cattaneo – Bergamo 1886), si sa che morì nella sua dimora di campagna il cardinale Gio Maria Riminaldi. Gli eredi, conti Saracco, adottarono il doppio cognome assumendo quello di Saracco Riminaldi. A questi succedono i marchesi Renuncini.

    Agli inizi del XX sec. la tenuta figura in proprietà della famiglia Bresciani; passò poi per successione al rag. Poletto, che, dopo l’ultima guerra, l’aveva decorosamente restaurata. I proprietari, che seguirono l’hanno spogliata di tutto l’arredamento (mobili e quadri, compresi quelli della chiesetta) e poi venduta.

    Gli attuali proprietari volevano trasformare la villa padronale e le antiche barchesse rispettivamente in appartamenti e garages. Per fortuna la Soprintendenza di Verona ha bocciato il progetto! Gli alberi del frutteto sono stati divelti, il giardino distrutto, il terreno è stato arato, compresa l’area occupata dalla spaziosa aia.

    Da qualche anno il complesso (catalogato nel volume “Atlante dei beni storici del Polesine”, edito dalla Regione Veneto) è in vendita. Qualche breccia è stata aperta nel muro di cinta ed il “Crispo” è diventato rifugio di drogati e teppisti. Il tetto sta crollando.

    Un gruppo di persone di Castelmassa da anni sta lottando per proporre un progetto di restauro conservativo che preveda il pieno recupero di tutto il complesso architettonico, compresa la chiesetta e la cinta muraria. Ne parlano il Consiglio Comunale, scrivono alla Soprintendenza, interessano enti come Italia Nostra, ma finora si sentono dei Don Chisciotte contro i mulini a vento!

    Continuano comunque a sperare di poter salvare il “Crispo” per un riuso in senso pubblico che preveda le seguenti utilizzazioni:

    – Centro di raccolta di archivi pubblici e privati;

    – Raccolta dell’Archivio di Bonifica (già i Bentivoglio volevano donare il loro archivio);

    – Sezione cartografica etnografica locale della transpadana ferrarese;

    – Spaccato delle produzioni agricole di un tempo (l’Istituto Tecnico Agrario di Trecenta [RO] aveva dato la propria disponibilità) per un riutilizzo del terreno circostante;

    – Sede per enti ed associazioni culturali, per convegni, conferenze o congressi.

  • Il centro Giona di Castelguglielmo

    Il centro Giona di Castelguglielmo

    Tempo di agriturismo: tendono a svilupparsi questi centri, incentivati anche dalle istituzioni provinciale e regionale. Pure a Castelguglielmo, dopo un avvio un po’ alla chetichella avvenuto cinque anni fa, ha preso piede una di queste iniziative equestri, ormai nota soprattutto nel medio ed alto Polesine.

    Si tratta del centro “Giona” dal nome della zona terriera. La sua posizione è veramente ideale, in quanto è ubicato in un’azienda agricola in mezzo alla campagna, lontano da strade, da case, da rumori. Si scosta dalla provinciale Castelguglielmo-Pincara in località “Gambaro”.

    Una tabella segnala il suo accesso e, varcato il cancello, si entra proprio in un altro mondo, si ritorna indietro nel tempo.

    Normalmente c’è Osvaldo ad accogliere i clienti o i visitatori. In sua assenza sanno disimpegnarsi bene anche i due figli Alessandro e Pierangelo che, seppur giovanissimi, hanno imparato il lavoro dal padre con grande entusiasmo ed una vera passione. Non da meno è la moglie Beatrice la quale, seppur impegnata con la scuola (è insegnante), con la casa e, da pochi mesi, con un terzo figlio, sa accogliere gli ospiti con gentilezza, affabilità e padronanza.

    Osvaldo Caniato, 37 anni, è l’artefice di questo centro. È partito da solo, con pochi cavalli, sfidando i problemi, i prevedibili sacrifici, le ingenti spese. Per quanto riguarda i cavalli, s’era appassionato dapprima alla razza aveglinese, ottenendone la prerogativa per il Veneto. Questi animali sono docili, piccoli e quindi adatti anche ad una clientela poco esperta e addirittura per i principianti.

    Osvaldo, però, sta ora indirizzandosi verso la razza “bubyonny”, un cavallo alto, resistente che “dà più emozioni”. È stato il primo importatore nel Veneto di questi stalloni, che giungono dalla Russia, anch’essi per effetto della “Perestroika”. Il loro nome – spiega Osvaldo – deriva da quello di un maresciallo russo, che rubò cavalli agli inglesi e agli arabi, durante la guerra, e li incrociò con quelli del Don, ottenendo questo ottimo risultato.

    Nel centro “Giona” vi sono ora ventitrè cavalli, tra cui un purosangue francese, un inglese, un arabo e trottatori francesi ed americani. Vi sono inoltre quattro soggetti da trotto che Osvaldo abbina con calesse o carrozza quale alternativa alle normali passeggiate.

    Oltre alle lezioni di equitazione, nel centro è possibile fare gite organizzate, escursioni guidate, anche per una intera giornata con pranzo in trattorie tipiche della zona e con una spesa alquanto contenuta.

    Gli argini e le golene dei fiumi e dei numerosi canali, i campi ed i boschetti danno la possibilità di muoversi in mezzo alla natura, nel silenzio della campagna e consentono di attraversare paesaggi ancora incontaminati e sconosciuti, un po’ selvaggi ma seducenti: fossati con bianche ninfee, costeggiati da arbusti colorati di robinie, gelsi o aceri, che sembravano scomparsi, cespugli variopinti di fiori campestri che spuntano tra i rami di rovi carichi di more, angoli suggestivi creati dalla folta vegetazione, nata spontanea lungo le sponde dei canali. E non mancano gli uccelli e persino i fagiani che escono dai campi, disturbati dal passaggio dell’insolita comitiva.

    Nel centro vi è la vecchia abitazione dei nonni, che è stata sistemata e arredata, creando gli ambienti tipici delle vecchie case di campagna, e attorno ad essa sono stati sistemati quegli attrezzati e oggetti che servivano per il lavoro nei campi.

    Oltre ai cavalli e all’ambiente, l’attrazione principale per i visitatori, soprattutto giovani, e per le numerose scolaresche, che giungono da ogni parte del Polesine, è il Museo della civiltà contadina, che Osvaldo ha allestito in una grande baita di legno, partendo da una donazione fattagli da Carlo Prando, di Pincara, appassionato raccoglitore di questi oggetti. In questa costruzione sono raccolti tutti quegli arnesi, utensili, di un mondo passato, ormai sconosciuto: attrezzi della cucina, della casa, del lavoro nei campi; i giocattoli dei bambini, i vecchi banchi di scuola con calamai, cartelle e penne di un tempo, le carrozze, i calessi e le cose più disparate, ormai sostituite dalle attrezzature moderne più sofisticate.

    Dove viene segnalato qualche vecchio oggetto, dove viene offerto qualche attrezzo, che non trova più spazio nelle abitazioni o nelle fattorie di oggi, Osvaldo corre a recuperarlo. Ogni cosa è utilizzata, qualunque arnese ritrova qui la sua importanza, inserito nel suo ambiente adatto. Le visite al museo sono assolutamente gratuite. Per le scolaresche è preferibile un appuntamento.

    Tutto questo è diventato il solo mondo per Osvaldo, il motivo della sua vita, e lo capisci facilmente quando ti parla, quando descrive il suo lavoro, le sue cose, i suoi cavalli.

  • Acquisti in azienda agricola

    Acquisti in azienda agricola

    Per informazioni rivolgersi a Coop. “Turismo e Cultura”, viale Marconi, 5, Rovigo, tel. 0425/34289-31109.

    • Frutta esotica

    Frassinelle Polesine – Rughi Celestino, via Garibaldi, 33, Chiesa, tel. 0425/933049 (pepino, kiwi, passiflora, kiwano, anche fragole, funghi, polli ruspanti)

    Giacciano con Baruchella – Marchiori Massimo Renato, via Madonnina (kiwi)

    San Bellino – Magagnini Denis, via Ca’ Moro, 6, tel. 0425/707261 (tabacco, anche vivaio e bonsai)

    • Frutta nostrana (mele, pere, pesche, fragole)

    Rovigo – COP Lendinara, piazzetta Annonaria, via X Luglio (anche ortaggi)

    Badia Polesine – Altobello Ruggero, via Malopera Nord, 3309/B, tel. 0425/52285

    Badia Polesine – Coap, spaccio via Legnago (anche pomodori)

    Badia Polesine – Valentini Carlo, via Argine Destro, 354, Salvaterra, tel. 0425/51924

    Giacciano con Baruchella – Borin Raffaele, via Matteotti, 34, tel. 0425/50392 (anche kiwi)

    Giacciano con Baruchella – Coop. Frutticoltori del Tartaro, via Madonnina, 27, tel. 0425/50017 (anche kiwi)

    Polesella – Canaro Teresio, via Statale, 16, tel. 0425/94287

    Salara – Panziera Piergiovanni, via Trieste, 9, tel. 0425/705287 (anche ortaggi)

    S. Martino di Venezze – Raffaele Virgilio Frutteti, via Marconi, 30, tel. 0425/99038

    Stienta – COP, via Eridania, 3500, tel. 0425/753232 (anche produzione trattata con lotta guidata)

    • Formaggi del pastore

    Rovigo – Prando Bruno, via Municipio, 10, Concadirame, tel. 0425/930115

    Ariano Pol. – Parenti Armando, loc. Monti di Rivà

    Loreo – Giannini Anselmo, via Pilastro, 22, tel. 0426/669719

    Taglio di Po – Giannini Astolfo, via Piave, 27, tel. 0426/661209

    Taglio di Po – Santi Francesco, Oca Marina

    • Funghi

    Costa di Rovigo – Pellizzari Antonio, via Favorita, 3, tel. 0425/97280 (anche ortaggi e pesche)

    Lendinara – Magon Antonio, via Lunga, tel. 0425/62264

    Lendinara – Orlando Francesco e Guido, via Crosara, 1, Saguedo, tel. 0425/62954

    Loreo – Amidei Domenico, via Retinella, 113, tel. 0426/669291

    • Meloni

    Ariano Polesine – Pedon Benito, via Bologna, 10, Grillara, tel. 0426/78018 (anche pomodori)

    Porto Tolle – Baroni Luciano, via Mentone, 7, Tolle, tel. 0426/84110

    Taglio di Po – Crepaldi Franco, Gorino Sullam (anche pomodori, fiori, ortaggi)

    Taglio di Po – Finotello Mario, via Ente, 4, Oca Marina, tel. 0426/86133

    Taglio di Po – Pozzato Eder, via Ente, 91, Oca Marina, tel. 0426/86154

    Villanova del Ghebbo – Sacchetto Luciano, via Nuova, Bornio, tel. 0425/69170

    • Miele

    Rovigo – Bianchi Giovanni, via Sacro Cuore, 12, tel. 0425/28467

    Rovigo – Zampollo Luciano, via Bissara, Concadirame

    Rovigo – Rossi Giorgio, via Porta Adige 57 (anche pappa reale)

    Adria – Bertuzzi Amelio, via Bindola, 9, tel. 0426/23414

    Bergantino – Zanella Renzo, via Api, 50, tel. 0425/87284

    • Ortaggi

    Ceneselli – Trombini Angiolino, via Trecenta, 11, tel. 0425/88437

    Costa di Rovigo – Boaretto Giacomo, via Scardona, 40, tel. 0425/973550

    Frassinelle Polesine – Calzavarini Almerino, via Garibaldi, 27, tel. 0425/933048

    Guarda Veneta – Azienda Biologica “Rena del Pastore”, via Rena, 13, tel. 0425/34289 (anche farina)

    Guarda Veneta – Boreggio Marino, via Puccini, 121 (anche fiori)

    Loreo – Bassani Remo, via I Maggio, 63, tel. 0426/669149

    Lusia – Aglio Gianfranco, via Gorzon, 18, tel. 0425/67501

    Rosolina – Boscolo Severino, via Ca’ Diedo, 9, Volto di Rosolina, tel. 0426/667169

    Rosolina – Tiozzo Fiorello, via A. Moro, 2, tel. 0426/664462

    • Piantine da orto e fiori

    Rovigo – Zanotto Attilio, via Giotto, 45, Grignano Polesine, tel. 0425/494139

    Arquà Polesine – Fornasaro Francesco, via Arginone

    Fratta Polesine – Rossetto Fratelli, via B. Buozzi, 21, tel. 0425/68047

    Lusia – Davi Pietro, via Gurzon, 11, tel. 0425/701146

    Lusia – Salvan Enrico, via S. Francesco, 4, tel. 0425/607131

    Trecenta – Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura, via Mazzini, 5, tel. 0425/701146

    Villamarzana – Tomasin Roberto, via Roma, 41, tel. 0425/938069

    Villanova Marchesana – Pizzo Floris, via Ponte 53, tel. 0425/770618 (solo rose, 20 qualità)

    • Polli ruspanti

    Ariano Polesine – Smanio Attilio, via Tomba, 9, tel. 0426/78039

    Guarda Veneta – Ballani Enzo, via Matteotti, 90, tel. 0425/98066 (anche funghi)

    Polesella – Tommasatti Arnaldo, S.S. 16, 88, Garofolo, tel. 0425/94416 (anche fagiani)

    Villanova Marchesana – Guariento Carlo, via Capo di Sopra, 9, Canalnovo, tel. 0425/770847 (anche frutta e funghi)

    • Salame di casa

    Donada – Milani Silvano, via Mea, 14, tel. 0426/631858

    Villamarzana – Piola Speridione, via Gramsci, 1/A, tel. 0425/938056 (anche suini)

    • Selvaggina

    Rovigo – Brusoli Mariella, Boara Polesine (germani reali)

    Badia Polesine – Romagnolo Giannino, via Calà Forca, 744, tel. 0425/560275 (lepri)

    Corbola – Casalicchio Malvino (lepri)

    Costa di Rovigo – Cappellato Lino, via Garibaldi, 4, tel. 0425/97217 (fagiani)

    Giacciano con Baruchella – Miotto Ido, via O. Scavazza, 64, tel. 0425/52232 (fagiani)

    Polesella – Ghirelli Virgilio, via Trieste, 14 (quaglie – anche ortaggi e frutti esotici)

    Rosolina – Crivellari Angelo, via Bassafonda, 146, tel. 0426/667440 (fagiani)

    Taglio di Po – Zanellati Ercole

    Trecenta – Morello Armando, via Bassa, 20, tel. 0425/701281 (minilepri)

    Villadose – Biscato Ivan, via De Gasperi, 49, tel. 0425/90205 (fagiani)

    • Suinetti

    Ariano Polesine – Berti Giancarlo e Antonio, via Romea, 395, Rivà, tel. 0426/78130

    Ariano Polesine – Pavanini Antonio, via ex Romea, 146, Rivà, tel. 0426/79035

    Rosolina – Ferro Natale, via Moceniga, 20, tel. 0426/664584

    Stienta – Zanella Bruno, via Zampine, 6, tel. 0425/753185

    Villadose – Mazzetto Carlo, via S. Zennaro, tel. 0425/90190

    N.B.: Le aziende sono state segnalate da:

    – IRIPA Quadrifoglio, via A. Mario, 19, Rovigo (Coltivatori diretti), tel. 0425/28517

    – Associazione Agricoltori, piazza Duomo, 2, Rovigo

    – Confcoltivatori, corso del Popolo, 367, Rovigo, tel. 0425/21442

    Salara – Negrini, via Alighieri, 8, tel. 0425/705195

    • Sottaceti, sottolio, antipasti, conserve

    Badia Polesine – Novella, via Masetti 4, Crocetta

    S. Martino di Venezze – Antipasti Corona, via Saline 45 (conserve), tel. 0425/935495

    • Torta sbrisolona

    Castelmassa – Rebecchi Giuliano, piazza Libertà

    • Vino

    Ariano Polesine – Giaretta Giacomo, via Brenta 5, tel. 0426/71118

    Canaro – Consorzio Viticoltori Polesani, via Roma 123, tel. 0425/940007

    Giacciano con Baruchella – Cantina Sociale Altopolesana, via G. Fiocco 5, tel. 0425/50035

  • Campagna è bello

    Campagna è bello

    La scampagnata è da sempre la forma più usuale di turismo. Non meravigli perciò la proposta di itinerari in campagna.

    La campagna è verde. la campagna distende, la campagna è vicina e si può raggiungere con mezzi diversi (auto, moto, bicicletta, piedi).

    La campagna è la meta delle prime giornate di primavera, richiamati dalle viole lungo i fossi; e nell'estate. per trovare un po' di frescura nel periodo di massima esplosione del verde e degli innumerevoli e bellissimi fiori spontanei.

    Alla fine dell'estate e in autunno è il tempo dei frutti. Dal kiwi, divenuto il più rappresentativo del Polesine. ai frutti tradizionali come la mela, la pera. la pesca, l'uva,

    In inverno, quando la brina impreziosisce il paesaggio e la nebbia lo carica di intensità, la campagna è ancora meta per la ricerca del vino genuino, del buon salame "di casa", di quelle faraone e anatrine abituate a ruspare attorno all'aia.

    Una campagna solcata da fiumi e canali, con argini e golene, lunghi viottoli e cavedagne, è anche il posto ideale per recarsi a pescare o per un'escursione a cavallo. Non a caso il Polesine è meta da tempo di pescatori provenienti da tutto il Veneto, l'Emilia e la Lombardia, mentre in questi ultimi tempi stanno sorgendo centri ippici sparsi un po' dovunque.

    Può capitare tuttavia che si vada in campagna, ma non si riesca a spogliarsi dell'abito cittadino, a partecipare all'ambiente e quindi a goderla in pieno. La partecipazione come diceva Goethe, presuppone la simpatia per le cose. Nel nostro contesto simpatia per le cose significa imparare a vedere. La campagna ti dà di più se riesci ad approfondire i significati, sapendoli vedere dalle case, dagli alberi, dalle coltivazioni, dalla gente.

    Gli itinerari per “corti e case rurali” individuano un filo conduttore, tra i più significativi, per penetrare il mondo della campagna, per non fermarsi a dire “che bello!”. Nel contempo capire il presente e il passato della casa rurale è un modo di dare rilievo alla storia vera del Polesine, che non è stata fatta solo dai dominatori e dai grandi signori, ma dalle masse dei suoi contadini. La casa rurale è il simbolo di una presenza costante sulla terra, non per villeggiatura, per caccia, per controllo, ma per la vita. Dietro il modo di abitare c’è appunto la vita, il lavoro, spesso la miseria, più di rado la ricchezza.

    Dice il poeta Rainer Maria Rilke: “Mostrargli invece cose semplici, cresciute di generazione in generazione, fino a diventare nostre esistenze vicine all’occhio e alla mano”.

    Questo tipo di turismo e di itinerario è forse il più proficuo ed avvincente.

    In Polesine è ora di agriturismo per valorizzare il patrimonio paesaggistico, architettonico rurale, consentendo contemporaneamente un’integrazione della mentalità del mondo dell’impresa.

  • L’Antiquarium di Fratta

    L’Antiquarium di Fratta

    Tra gli aspetti turistici di Fratta Polesine, accanto alla celeberrima villa Badoer e al cosidetto "itinerario della carboneria" si sta delineando un nuovo importante polo di attrazione culturale nella struttura museale denominata Antiquarium. Si tratta di una raccolta di materiale archeologico sistemata all’interno dell’ex oratorio di villa Labia (l’ottocentesca dimora nobiliare nota nell’ambito polesano soprattutto per il prestigioso parco che la cinge).

    L’Antiquarium frattense presenta una collezione di reperti concessa in deposito all’amministrazione cittadina dalla Soprintendenza regionale per i beni archeologici e museali. Si tratta di oggetti venuti alla luce nella zona, per lo più recuperati dall’associazione culturale denominata "Manegium", che ha svolto una produttiva azione sensibilizzatrice nei confronti di privati cittadini in possesso di materiali archeologici affiorati dalle campagne del circondario. L’inaugurazione dell’Antiquarium risale a tre anni fa, con una cerimonia che ha visto la presenza degli archeologi Lucia Senesi, Maurizia De Min, Luciano Salzani, nonché della stessa soprintendente prof. Bianca Maria Scarfè, che già da allora ha voluto ribadire l’interesse della Soprintendenza veneta a favore di un museo di rilevanza nazionale a Fratta Polesine.

    Per la costituzione di una siffatta struttura, l’amministrazione comunale si sta attivamente interessando presso gli organismi competenti. Fratta Polesine costituisce infatti un importantissimo punto di riferimento per gli scavi archeologici veneti, attivati in particolare nella zona denominata Frattesina.

    La scoperta del ricco giacimento archeologico di Fratta risale a poco più di vent’anni fa quando, durante i lavori per il livellamento di una campagna, vennero alla luce i primi ritrovamenti che richiamarono l’attenzione di appassionati e successivamente l’intervento sistematico della soprintendenza veneta con organiche campagne di scavo.

    Il villaggio di Frattesina sorgeva sulla destra di un ramo del Po, interratosi in epoche successive, che è stato chiamato Po di Adria. Esso risale a dieci secoli prima di Cristo, ed è ascrivibile all’età del bronzo.

    L’originalità di questo insediamento consiste soprattutto nella notevole quantità di oggetti ritrovati; da ciò si deduce che, accanto all’attività primaria caratterizzata da un’agricoltura primitiva e dall’allevamento, fosse attivo nella zona un interessante centro per produzioni di tipo artigianale.

    I manufatti più comuni erano di pasta vitrea, la cui materia prima era offerta dalla sabbia del fiume. Altre produzioni tipiche erano ricavate dalla lavorazione di corna di cervo e di ossa di animali. Ma a Frattesina sono stati ritrovati anche oggetti confezionati con avorio di elefante ed ambra del Baltico.

    Da ciò si desume che era attiva una rete di collegamenti molto ampia che, grazie al tratto fluviale di congiunzione con l’Adriatico, permetteva di venire in contatto con civiltà molto diverse: da una parte con i traffici provenienti dal bacino meridionale del Mediterraneo e dall’altra con quelli settentrionali e continentali che si spingevano fino al mar Baltico.

    La consistente attività artigianale e commerciale di questa comunità, attiva tremila anni fa su un ramo del Po, appare del tutto originale e non rapportabile con altri insediamenti coevi del veneto. Di qui l’importanza della zona archeologica di Fratta che, accanto agli scavi di Frattesina, presenta un altro sito che sembra promettere ulteriori sviluppi in materia: quest’ultimo è ubicato in zona Narde, a nord rispetto a Frattesina e quindi sulla sponda sinistra del sopraccitato paleoalveo del Po di Adria. Un fatto questo che testimonia la frequenza di comunicazioni tra i due centri rivieraschi che, proprio dal fiume Po, ricavarono i motivi di uno sviluppo originale, oggi di notevole interesse archeologico.

  • Gli Etruschi a Rovigo

    Gli Etruschi a Rovigo

    Nel 1985, durante i lavori di scavo delle scoline della superstrada transpolesana, sono stati recuperati dei materiali archeologici in una località tra i comuni di Rovigo ed Arquà Polesine denominata Balone. Da allora grazie alla collaborazione tra soprintendenza Archeologica del Veneto e Museo Civico di Rovigo, sono state eseguite nel 1987 e 1988 campagne di scavo sistematiche che hanno permesso di portare alla luce quattro tombe etrusche, ricostruite al museo civico della civiltà in Polesine.

    Si tratta di tombe datate al V sec. a.C. vale a dire a 2500 anni fa, quando il paesaggio era diverso e, proprio nei pressi di Balone, passava un antico ramo del Po, la cosiddetta Filistina (già citata dal Plinio il Vecchio nel I sec. d.C.), che andava a sfociare nell’Adriatico passando per Adria, la cui importanza come città e porto etrusco era nota già da tempo.

    Con la scoperta di questa piccola necropoli viene rivalutato anche l’entroterra, accreditando sempre più gli studi del Dott. Peretto e dei suoi collaboratori, che da tempo sostengono che Adria non poteva essere città a sè stante, ma doveva fungere necessariamente da centro di “raccolta” e punto di riferimento di tutte le popolazioni insediate nel territorio. Tra queste, nel V sec. a.C., rientrano anche gli Etruschi che si erano spinti verso il nord-est d’Italia in cerca di nuovi sbocchi commerciali attratti dall’elemento fiume, il Po, che permetteva di arrivare all’Adriatico e quindi di operare su mercati più ampi.

    Già dall’inizio del ’700 nel Retratto di Borsea, che allora era confinante con il Retratto di Grignano e che comprendeva Balone, erano pervenuti a Girolamo Silvestri due corredi funerari di distinta area culturale e cronologica, essendo l’una paleoveneta e l’altra etrusco-padana.

    Ma i siti di interesse archeologico in territorio polesano sono molto più numerosi di quanto si pensi.

    Trascurando la notevole antropizzazione registrata nell’età romana, risultano particolarmente significativi i siti dell’età del Bronzo di Canàr, Marola, Mariconda di Melara, Villamarzana e Frattesina e quelli relativi alla contemporanea presenza di genti etrusche e paleovenete come documentano la realtà archeologica di S. Basilio, di Adria, dell’antica fascia deltizia litoranea e di Gavello.

    Insieme a questa grande quantità di rinvenimenti sono state eseguite indagini aerofotogrammetriche che hanno permesso di evidenziare particolari elementi geomorfologici e antiche divisioni agrarie, riconfermando un ambiente fertile e favorevole all’insediamento umano, contraddicendo così il significato etimologico di “Polesine”, termine coniato nel Medioevo, che sta ad indicare “terra emersa dalle acque”.

    Le tombe trovate a Balone sono tutte a forma quadrangolare: in alcuni casi si sono trovate tracce di casse lignee, in altre ne è stata supposta la presenza per lo spostamento delle ossa, dovuto probabilmente all’assestamento del terreno quando esisteva ancora il vuoto creato dalla bara. Si tratta di tre inumati di sesso maschile e uno di sesso femminile. Il defunto è sempre steso supino con le braccia parallele al corpo e con il corredo funebre principalmente sul lato destro.

    Per quanto riguarda il corredo delle tombe maschili è costante la presenza di tre piattini e di oggetti usati durante il banchetto funebre; mentre la tomba della donna, probabilmente giovane e gracile, è caratterizzata da una fusarola e da una cannocchia come attributi femmini riferiti anche al ruolo sociale.

    Nella tomba della giovane non ci sono le suppellettili della mensa, perché le donne non partecipavano al simposio, cioè a quella parte finale della cerimonia funebre, in cui si consumava il vino, seguendo un rito molto particolare e comunque mai in solitudine. Il vino, conservato nell’anfora, veniva mescolato con acqua e aromi in capienti vasi (crateri), filtrato con il colino e versato con dei mestoli (simpula) dalla caratteristica desinenza a testa d’anatra, nelle coppe (Kylytes) per il consumo individuale.

    In due tombe (la n. 2 e la n. 4) sono presenti ornamenti personali: perle d’ambra, poste sul petto o vicino all’orecchio, e una fibula che probabilmente tratteneva le vesti e l’aes rude, ovvero “l’obolo di caronte”, che l’inumato tiene nella mano destra.

    Quest’ultimo elemento, insieme con la celebrazione del simposio, è frutto di rapporti culturali, oltre che commerciali, con le popolazioni greche, di cui gli Etruschi erano ottimi clienti, soprattutto per quanto riguarda le ceramiche. Alcuni corredi funebri delle tombe di Balone comprendono infatti bellissimi esemplari di ceramica attica, datati metà del V sec. a.C. La città era all’apice della sua potenza tanto da esportare, insieme alle materie prime come olio e vino (da scambiare con grano, sale e altri prodotti), anche opere raffinate come le ceramiche, in tutto il vasto impero marinaro che aveva costruito lungo le coste del Mediterraneo e risalendo anche quelle dell’Adriatico.

    Naturalmente è rappresentata anche la ceramica di produzione locale, definita etrusco-padana poiché proviene da centri di produzione diffusi in tutta l’Italia settentrionale. Questo tipo di ceramica è stato trovato anche nell’area dell’abitato, per ora oggetto solo di saggi di scavo. Tali saggi hanno reso possibile la supposizione di un’area adibita alla lavorazione del vetro, poiché sono state scoperte delle fosse usate come depositi di materiali di scarico di numerose scorie vetrose, oltre che frammenti ceramici e resti faunistici.

    Il ritrovamento dei materiali di Balone permette dunque di inquadrare quest’area centropolesana nel periodo di penetrazione etrusca che non riguarda solo Adria o altri centri minori litoranei, ma anche l’entroterra, probabilmente sulla direttrice dei centri etrusco-padani del Mantovano.

    Questi scheletri, consegnati allora dalla pietà dei vivi a quella degli dei, sono invece oggi affidati agli studiosi, agli appassionati e a chiunque pensi che la terra polesana sia una terra fertile in ogni senso.

Pubblicità