Lo chiamavano Jhonny Walker. Non aveva manifestato alcuna difficoltà ad abituarsi a questo soprannome, che anzi gli era risultato immediatamente simpatico. Molto più arduo era stato adattarsi alla condizione di handicappato. Aveva 19 anni e la vita gli rideva piena di promesse quando, a bordo di un'auto con due amici, era rimasto vittima di un incidente mostruoso. Ed in questi casi, si sa, la sorte non è mai egualitaria: uno dei tre era morto sul colpo, l'altro aveva riportato ferite relativamente lievi, cavandosela con un paio di mesi di degenza ospedaliera, e lui era stato segnato per la vita. Le sue gambe, stritolate dalle lamiere contorte, avevano dovuto essere amputate.
Erano già passati vent'anni da quel terribile giorno. Dapprima la disperazione più nera, la sensazione ad ogni risveglio di emergere da un brutto sogno che poi, orribilmente, si manifesta ineludibile realtà. Successivamente, col progressivo riemergere delle forze fisiche, il ritorno di qualche barlume di speranza, il tentativo di fare qualche progetto di vita, naturalmente in carrozzella: quella ormai sarebbe stata la sua assidua ed inseparabile compagna!
Il suo ritorno a casa fu salutato da un sorprendente via vai di amici e conoscenti, pronti a fargli coraggio ed assicurargli aiuto; ma poi le visite iniziarono a farsi sempre più rade, lasciando largo spazio alla solitudine. Allora decise di reagire per non farsi invadere dal veleno letale dello sconforto: non sarebbe più rimasto ad elemosinare incontri sempre più frettolosi; sarebbe andato lui dalla gente, con la sua carrozzella che ormai aveva imparato a manovrare con grande abilità.
E così in poco tempo era divenuto un assiduo frequentatore di ritrovi collettivi: alla mattina appariva spesso presso la stazione ferroviaria dove gli era facile intrecciare conversazioni con tutti; al pomeriggio raggiungeva la palestra, armato di un trillante fischietto, per scandire il tempo degli esercizi fisici. E ai giovani, che non infrequentemente si mostravano poco rispettosi delle sue condizioni di invalido, rispondeva per le rime, con battute salaci o impertinenti.
Ben presto dunque si era abituato a convivere con la sua sventura e con una società che, anche se a parole gli aveva proclamato il massimo aiuto, in realtà lo tollerava e lo accoglieva solo se le faceva comodo. Una cosa gli appariva sempre più evidente: il suo indice di gradimento di tanto cresceva, quanto più egli si adattava ad un ruolo di macchietta cittadina. E così, un po' alla volta, quasi inconsapevolmente, aveva assunto un atteggiamento spavaldo e pettegolo ad un tempo, che gli permetteva di divenire oggetto di confidenze ma anche divulgatore di notizie piccanti e riservate. E da quando si era presentato con in testa un vistoso cappello da caw-boy, acquistato da un ambulante marocchino, lo avevano battezzato Jhonny Walker, sintetizzato dai più giovani in J.W., naturalmente espresso con la pronuncia inglese.
Messa completamente da parte la velleità di trovare un lavoro, J.W. riempiva dunque le sue giornate frequentando posti pubblici e ritrovi cittadini: si muoveva disinvolto con la sua carrozzella tra i banchi del mercato o tra i reparti dei grandi magazzini, frequentava ogni tipo di raduno, fosse esso di carattere sindacale o sportivo, ed appariva improvvisamente, annunciato dal cigolio della sua carrozzella, nella sala del teatro o in chiesa. E sempre tendeva le orecchie, pronto a carpire pettegolezzi che poi avrebbero offerto la preziosa materia prima per i suoi racconti maliziosi e pungenti. Cosicché, quando sul far della sera raggiungeva il bar centrale, attorno a lui si formava un immediato capannello di persone che accorrevano curiose di conoscere il resoconto della giornata: una narrazione invariabilmente ricca di insinuazioni mordaci sui personaggi più in vista della città, ma soprattutto sulle donne più appariscenti, della cui vita privata si gloriava di conoscere i risvolti più segreti.
La fervida fantasia, unita al desiderio di parlare e mantenersi al centro dell’attenzione, erano la miccia a sensazionali rivelazioni. Così, immancabilmente, la discussione si animava, con la richiesta di nuovi dettagli che non cadeva mai nel vuoto.
E se qualcuno avanzava l’accusa di essere un malevolo impostore, anziché scoraggiarlo, otteneva l’effetto di moltiplicare la sua sfrontata facondia e, conseguentemente, di far accrescere l’interesse degli astanti. Ma se osava contestarlo ripetutamente, doveva alla fine battere in ritirata, sovrastato dalla sua lingua tagliente ed instancabile. Era pur vero infatti che, se da una parte J.W. era ricercato per la sua arte di originale conferenziere da bar, dall’altra non mancava di essere guardato con una certa diffidenza mista a timore per l’abilità che aveva nel rintuzzare le critiche e nel diffondere le notizie meno edificanti. E anche se tutti sapevano che molte delle cose dette erano frutto di una fertile fantasia, altrettanto era noto che in diversi casi le sue insinuazioni avevano poi trovato un successivo riscontro.
Quella sera Jhonny Walker si faceva pregare più del solito prima di vuotare il sacco. Segno evidente che aveva qualcosa di grosso da rivelare e che desiderava, prima di dare il via alle danze oratorie, suscitare il massimo dell’attenzione. Soltanto quando tutti a turno lo ebbero in vario modo incitato o pregato a rivelare la notizia sensazionale che aveva in serbo, giungendo perfino ad esplicite minacce di precludergli l’accesso al bar, soltanto allora, raccolta la massima attenzione, Jhonny parlò: la Mariella, la bella professoressa di italiano, era una lesbica, e così la Federica “l’architetta”.
La rivelazione fu seguita da un coro di osservazioni che per lo più manifestavano incredulità e perfino disapprovazione per l’infondatezza dell’ipotesi: si sapeva infatti che entrambe le giovani professioniste, fin dalla prima adolescenza, avevano sempre manifestato interesse ben spiccati per l’altro sesso; e qualcuno ricordò perfino gli apprezzamenti di Gigi. Chi poteva dimenticare i suoi successi con le donne? Ebbene Gigi in persona, da anni ormai trasferitosi a Venezia per lavoro, proprio lì, in quel bar aveva fatto una dettagliata relazione sulle prestazioni sessuali della Mariella definendola, senza perifrasi, “la migliore”. E tutti sapevano che di Gigi ci si poteva fidare.
“Ho le prove” aveva replicato laconico J.W., tentando di rompere l’accerchiamento per avviarsi verso l’uscita. Non ammetteva infatti di essere contraddetto tanto esplicitamente e pertanto manifestò il proposito di interrompere quel discorso, trattandosi di un pubblico – lo fece capire chiaramente – indegno di essere messo al corrente delle sue lunghe e pazienti indagini.
Lo accusarono di isteria, di presunzione, di malevolenza nei confronti di amici tanto pazienti e fidati, cercarono di ricattarlo, gli sfilarono perfino il fido cappello da cawboy minacciando di non restituirglielo più, ma se vollero che J.W. riprendesse il discorso, dovettero effettuare una rapida inversione e manifestare un atteggiamento più ossequioso.
Dopo aver imposto a tutti la rituale promessa di non rivelare a nessuno i risultati delle sue indagini, con una voce grave e soffusa iniziò la sua narrazione.
Circa due mesi addietro aveva avuto la prima “intuizione” di un comportamento “sospetto” della Mariella. Lui stava girovagando con la sua carrozzella tra i reparti dei grandi Magazzini, quando aveva visto entrare la giovane professoressa. Si era diretta verso l’esposizione degli indumenti intimi, ma aveva dato appena un’occhiata, per imboccare subito l’uscita contrapposta, che dava su una via secondaria.
La sua esperienza gli aveva fatto subito pensare a qualcosa di inusuale e degno di una sua indagine. E così si era messo al lavoro.
I pedinamenti furono discreti, come sapeva fare lui – disse ottenendo in questo l’incondizionato assenso del suo pubblico – finché scoprì che Mariella utilizzava la via del magazzino di abbigliamento per portarsi nella strada opposta dove, quasi di fronte, aveva il suo studio La Federica. Gli incontri tra le due donne si susseguivano con regolarità, prolungandosi per un paio d’ore.
“Tutto qui?” osservò incautamente uno del gruppo.
J.W., lanciatagli un’occhiata di totale disapprovazione, e assunto poi un atteggiamento di sufficienza nei confronti “dell’uomo di poca fede”, continuò più sicuro la sua relazione.
Aveva scoperto che gli incontri avevano una cadenza periodica e si svolgevano il mercoledì, spesso prima di cena, ma altre volte anche dopo. E questi ultimi – annunciò osservando significativamente i presenti – erano invariabilmente i più prolungati.
Ormai aveva gli astanti in pugno e volle sfoggiare il proprio talento in modo da ottenere un palese consenso sulla meticolosità con cui conduceva le sue indagini. Disse dunque che aveva da poco seguito l’avvio dell’ultimo incontro pomeridiano: erano circa le 18 e 20 quando lui aveva fatto una telefonata nello studio della professionista. Aveva risposto la giovane segretaria, informandolo che l’architetto non poteva essere disturbato. Ritelefonasse dunque l’indomani – e J.W. riferiva riproducendo in falsetto la voce della ragazza – giacché lei stava per lasciare lo studio ed azionare la segreteria telefonica.
Che potevano dunque fare due donne dagli interessi professionali così lontani, quando volutamente si separavano dal resto del mondo? Chi aveva qualche ipotesi diversa da quella da lui formulata si facesse avanti.
J.W., come al solito, aveva fatto centro nel suo uditorio. Iniziarono i commenti e i parlottii. Uno solo azzardò: “E se le riunioni avessero una finalità di tipo politico?” Ma appena pronunciata la frase, avvertì egli stesso l’inconsistenza della sua supposizione, che fu subito satireggiata da tutti, con l’effetto di rafforzare l’ipotesi di J.W..
Quest’ultimo, raggiante, gustava il piacere dell’accresciuta considerazione che il gruppo del bar manifestava nei suoi confronti e, per tenere desta l’attenzione, ora gettava acqua sul fuoco, osservando che occorrevano ulteriori indagini raccomandando a tutti di non lasciarsi sfuggire parola alcuna sull’argomento. Le settimane successive avrebbero certamente fatto chiarezza.
La notizia di J.W. era di quelle ghiotte e si diffuse in un baleno. E non mancò di giungere alle orecchie delle due donne che trovarono la cosa disgustosa ed offensiva, ma non per questo vollero interrompere i loro incontri settimanali. Superato il momento di sbigottimento, pensarono anzi che, da quelle chiacchere malevole, avrebbero potuto ricavare un certo vantaggio nella ormai imminente realizzazione di un loro progetto.
Il mercoledì successivo, nei pressi dello studio dell’architetto, sostava con fare falsamente disinvolto, una piccola pattuglia scelta degli amici del bar centrale, in attesa della definitiva verifica dell’ipotesi di J.W., che per la verità era ormai dai più accreditata per certa.
Alle 18 in punto la professoressa Mariella giunse con la sua Panda rossa, accostando presso la porta dell’ufficio. Citofonò alla segretaria, pregandola di venire ad aiutarla, perché doveva scaricare una cosa di un certo ingombro, e fragile per giunta.
Il gruppetto maschile si avvicinò lentamente all’ingresso, fermandosi ad una distanza sufficiente per vedere che l’oggetto misterioso era uno specchio dalle proporzioni abbastanza grandi, sul tipo di quelli che di solito vanno appesi nell’entrata. Le ipotesi di J.W. trovavano dunque un interessante riscontro: era quello certamente un ritrovato per amplificare la carica erotica di quegli incontri proibiti.
Dopo quindici giorni, l’architetto Federica Valles annunciava, con appositi inviti e vistosi cartelloni, l’inaugurazione della sua prima mostra di pittura. L’organizzazione e l’apparato critico alle opere portavano la firma della professoressa Mariella Barchi.
Alla vernice, clima festoso e moltissima gente. La storia di J.W. aveva prodotto un incredibile effetto pubblicitario, rimbalzato anche fuori provincia.
Tra le tele esposte, la più osservata era proprio l’ultima prodotta, intitolata “Curiosità”. Vi campeggiava un grande specchio su cui si rifletteva una finestra con una tenda leggerissima, dietro cui trasparivano alcuni volti curiosi, nei quali non era difficile riconoscere le sembianze dei più fervidi diffusori della storia boccaccesca.
E Jhonny Walker? Chi pensava sarebbe mancato all’appuntamento mondano, sbagliava di grosso. Giunse infatti, un po’ in ritardo, in modo da richiamare una certa attenzione sulla sua assenza e vedersi così poi garantito il posto d’onore.
Entrato con la baldanza che lo contraddistingueva, si profuse in congratulazioni nei confronti delle due donne e poi si portò con la sua carrozzella dirimpetto al quadro più osservato. Sostò a contemplarlo con un sorriso enigmatico.
“Come mai tu non ci sei?” gli chiese uno degli astanti, alludendo naturalmente al gruppetto raffigurato che appariva velato dalla tenda.
“Certo che ci sono!” esclamò sicuro J.W.
“E quale saresti?”
“Lo specchio!… Io sono come lo specchio”, riprese dopo una pausa calcolata. “Se quello riflette immagini, io rifletto pensieri. Pensieri che la gente magari nega di avere, ma che io vedo in loro. E appena inizio una nuova narrazione, eccoli lì ad ascoltare esattamente quello che vogliono sentirsi raccontare”.
Ancora una volta Jhonny Walker aveva colto nel segno, e aveva dato una lezione che gli permetteva di uscire a testa alta.
E così, ricaricato e sicuro, prese la via del bar, mentre sulle sue labbra già fioriva un’altra storia.









