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Archivi: Articoli d’archivio

  • Lo specchio

    Lo specchio

    Lo chiamavano Jhonny Walker. Non aveva manifestato alcuna difficoltà ad abituarsi a questo soprannome, che anzi gli era risultato immediatamente simpatico. Molto più arduo era stato adattarsi alla condizione di handicappato. Aveva 19 anni e la vita gli rideva piena di promesse quando, a bordo di un'auto con due amici, era rimasto vittima di un incidente mostruoso. Ed in questi casi, si sa, la sorte non è mai egualitaria: uno dei tre era morto sul colpo, l'altro aveva riportato ferite relativamente lievi, cavandosela con un paio di mesi di degenza ospedaliera, e lui era stato segnato per la vita. Le sue gambe, stritolate dalle lamiere contorte, avevano dovuto essere amputate.

    Erano già passati vent'anni da quel terribile giorno. Dapprima la disperazione più nera, la sensazione ad ogni risveglio di emergere da un brutto sogno che poi, orribilmente, si manifesta ineludibile realtà. Successivamente, col progressivo riemergere delle forze fisiche, il ritorno di qualche barlume di speranza, il tentativo di fare qualche progetto di vita, naturalmente in carrozzella: quella ormai sarebbe stata la sua assidua ed inseparabile compagna!

    Il suo ritorno a casa fu salutato da un sorprendente via vai di amici e conoscenti, pronti a fargli coraggio ed assicurargli aiuto; ma poi le visite iniziarono a farsi sempre più rade, lasciando largo spazio alla solitudine. Allora decise di reagire per non farsi invadere dal veleno letale dello sconforto: non sarebbe più rimasto ad elemosinare incontri sempre più frettolosi; sarebbe andato lui dalla gente, con la sua carrozzella che ormai aveva imparato a manovrare con grande abilità.

    E così in poco tempo era divenuto un assiduo frequentatore di ritrovi collettivi: alla mattina appariva spesso presso la stazione ferroviaria dove gli era facile intrecciare conversazioni con tutti; al pomeriggio raggiungeva la palestra, armato di un trillante fischietto, per scandire il tempo degli esercizi fisici. E ai giovani, che non infrequentemente si mostravano poco rispettosi delle sue condizioni di invalido, rispondeva per le rime, con battute salaci o impertinenti.

    Ben presto dunque si era abituato a convivere con la sua sventura e con una società che, anche se a parole gli aveva proclamato il massimo aiuto, in realtà lo tollerava e lo accoglieva solo se le faceva comodo. Una cosa gli appariva sempre più evidente: il suo indice di gradimento di tanto cresceva, quanto più egli si adattava ad un ruolo di macchietta cittadina. E così, un po' alla volta, quasi inconsapevolmente, aveva assunto un atteggiamento spavaldo e pettegolo ad un tempo, che gli permetteva di divenire oggetto di confidenze ma anche divulgatore di notizie piccanti e riservate. E da quando si era presentato con in testa un vistoso cappello da caw-boy, acquistato da un ambulante marocchino, lo avevano battezzato Jhonny Walker, sintetizzato dai più giovani in J.W., naturalmente espresso con la pronuncia inglese.

    Messa completamente da parte la velleità di trovare un lavoro, J.W. riempiva dunque le sue giornate frequentando posti pubblici e ritrovi cittadini: si muoveva disinvolto con la sua carrozzella tra i banchi del mercato o tra i reparti dei grandi magazzini, frequentava ogni tipo di raduno, fosse esso di carattere sindacale o sportivo, ed appariva improvvisamente, annunciato dal cigolio della sua carrozzella, nella sala del teatro o in chiesa. E sempre tendeva le orecchie, pronto a carpire pettegolezzi che poi avrebbero offerto la preziosa materia prima per i suoi racconti maliziosi e pungenti. Cosicché, quando sul far della sera raggiungeva il bar centrale, attorno a lui si formava un immediato capannello di persone che accorrevano curiose di conoscere il resoconto della giornata: una narrazione invariabilmente ricca di insinuazioni mordaci sui personaggi più in vista della città, ma soprattutto sulle donne più appariscenti, della cui vita privata si gloriava di conoscere i risvolti più segreti.

    La fervida fantasia, unita al desiderio di parlare e mantenersi al centro dell’attenzione, erano la miccia a sensazionali rivelazioni. Così, immancabilmente, la discussione si animava, con la richiesta di nuovi dettagli che non cadeva mai nel vuoto.

    E se qualcuno avanzava l’accusa di essere un malevolo impostore, anziché scoraggiarlo, otteneva l’effetto di moltiplicare la sua sfrontata facondia e, conseguentemente, di far accrescere l’interesse degli astanti. Ma se osava contestarlo ripetutamente, doveva alla fine battere in ritirata, sovrastato dalla sua lingua tagliente ed instancabile. Era pur vero infatti che, se da una parte J.W. era ricercato per la sua arte di originale conferenziere da bar, dall’altra non mancava di essere guardato con una certa diffidenza mista a timore per l’abilità che aveva nel rintuzzare le critiche e nel diffondere le notizie meno edificanti. E anche se tutti sapevano che molte delle cose dette erano frutto di una fertile fantasia, altrettanto era noto che in diversi casi le sue insinuazioni avevano poi trovato un successivo riscontro.

    Quella sera Jhonny Walker si faceva pregare più del solito prima di vuotare il sacco. Segno evidente che aveva qualcosa di grosso da rivelare e che desiderava, prima di dare il via alle danze oratorie, suscitare il massimo dell’attenzione. Soltanto quando tutti a turno lo ebbero in vario modo incitato o pregato a rivelare la notizia sensazionale che aveva in serbo, giungendo perfino ad esplicite minacce di precludergli l’accesso al bar, soltanto allora, raccolta la massima attenzione, Jhonny parlò: la Mariella, la bella professoressa di italiano, era una lesbica, e così la Federica “l’architetta”.

    La rivelazione fu seguita da un coro di osservazioni che per lo più manifestavano incredulità e perfino disapprovazione per l’infondatezza dell’ipotesi: si sapeva infatti che entrambe le giovani professioniste, fin dalla prima adolescenza, avevano sempre manifestato interesse ben spiccati per l’altro sesso; e qualcuno ricordò perfino gli apprezzamenti di Gigi. Chi poteva dimenticare i suoi successi con le donne? Ebbene Gigi in persona, da anni ormai trasferitosi a Venezia per lavoro, proprio lì, in quel bar aveva fatto una dettagliata relazione sulle prestazioni sessuali della Mariella definendola, senza perifrasi, “la migliore”. E tutti sapevano che di Gigi ci si poteva fidare.

    “Ho le prove” aveva replicato laconico J.W., tentando di rompere l’accerchiamento per avviarsi verso l’uscita. Non ammetteva infatti di essere contraddetto tanto esplicitamente e pertanto manifestò il proposito di interrompere quel discorso, trattandosi di un pubblico – lo fece capire chiaramente – indegno di essere messo al corrente delle sue lunghe e pazienti indagini.

    Lo accusarono di isteria, di presunzione, di malevolenza nei confronti di amici tanto pazienti e fidati, cercarono di ricattarlo, gli sfilarono perfino il fido cappello da cawboy minacciando di non restituirglielo più, ma se vollero che J.W. riprendesse il discorso, dovettero effettuare una rapida inversione e manifestare un atteggiamento più ossequioso.

    Dopo aver imposto a tutti la rituale promessa di non rivelare a nessuno i risultati delle sue indagini, con una voce grave e soffusa iniziò la sua narrazione.

    Circa due mesi addietro aveva avuto la prima “intuizione” di un comportamento “sospetto” della Mariella. Lui stava girovagando con la sua carrozzella tra i reparti dei grandi Magazzini, quando aveva visto entrare la giovane professoressa. Si era diretta verso l’esposizione degli indumenti intimi, ma aveva dato appena un’occhiata, per imboccare subito l’uscita contrapposta, che dava su una via secondaria.

    La sua esperienza gli aveva fatto subito pensare a qualcosa di inusuale e degno di una sua indagine. E così si era messo al lavoro.

    I pedinamenti furono discreti, come sapeva fare lui – disse ottenendo in questo l’incondizionato assenso del suo pubblico – finché scoprì che Mariella utilizzava la via del magazzino di abbigliamento per portarsi nella strada opposta dove, quasi di fronte, aveva il suo studio La Federica. Gli incontri tra le due donne si susseguivano con regolarità, prolungandosi per un paio d’ore.

    “Tutto qui?” osservò incautamente uno del gruppo.

    J.W., lanciata­gli un’occhiata di totale disapprovazione, e assunto poi un atteggiamento di sufficienza nei confronti “dell’uomo di poca fede”, continuò più sicuro la sua relazione.

    Aveva scoperto che gli incontri avevano una cadenza periodica e si svolgevano il mercoledì, spesso prima di cena, ma altre volte anche dopo. E questi ultimi – annunciò osservando significativamente i presenti – erano invariabilmente i più prolungati.

    Ormai aveva gli astanti in pugno e volle sfoggiare il proprio talento in modo da ottenere un palese consenso sulla meticolosità con cui conduceva le sue indagini. Disse dunque che aveva da poco seguito l’avvio dell’ultimo incontro pomeridiano: erano circa le 18 e 20 quando lui aveva fatto una telefonata nello studio della professionista. Aveva risposto la giovane segretaria, informandolo che l’architetto non poteva essere disturbato. Ritelefonasse dunque l’indomani – e J.W. riferiva riproducendo in falsetto la voce della ragazza – giacché lei stava per lasciare lo studio ed azionare la segreteria telefonica.

    Che potevano dunque fare due donne dagli interessi professionali così lontani, quando volutamente si separavano dal resto del mondo? Chi aveva qualche ipotesi diversa da quella da lui formulata si facesse avanti.

    J.W., come al solito, aveva fatto centro nel suo uditorio. Iniziarono i commenti e i parlottii. Uno solo azzardò: “E se le riunioni avessero una finalità di tipo politico?” Ma appena pronunciata la frase, avvertì egli stesso l’inconsistenza della sua supposizione, che fu subito satireggiata da tutti, con l’effetto di rafforzare l’ipotesi di J.W..

    Quest’ultimo, raggiante, gustava il piacere dell’accresciuta considerazione che il gruppo del bar manifestava nei suoi confronti e, per tenere desta l’attenzione, ora gettava acqua sul fuoco, osservando che occorrevano ulteriori indagini raccomandando a tutti di non lasciarsi sfuggire parola alcuna sull’argomento. Le settimane successive avrebbero certamente fatto chiarezza.

    La notizia di J.W. era di quelle ghiotte e si diffuse in un baleno. E non mancò di giungere alle orecchie delle due donne che trovarono la cosa disgustosa ed offensiva, ma non per questo vollero interrompere i loro incontri settimanali. Superato il momento di sbigottimento, pensarono anzi che, da quelle chiacchere malevole, avrebbero potuto ricavare un certo vantaggio nella ormai imminente realizzazione di un loro progetto.

    Il mercoledì successivo, nei pressi dello studio dell’architetto, sostava con fare falsamente disinvolto, una piccola pattuglia scelta degli amici del bar centrale, in attesa della definitiva verifica dell’ipotesi di J.W., che per la verità era ormai dai più accreditata per certa.

    Alle 18 in punto la professoressa Mariella giunse con la sua Panda rossa, accostando presso la porta dell’ufficio. Citofonò alla segretaria, pregandola di venire ad aiutarla, perché doveva scaricare una cosa di un certo ingombro, e fragile per giunta.

    Il gruppetto maschile si avvicinò lentamente all’ingresso, fermandosi ad una distanza sufficiente per vedere che l’oggetto misterioso era uno specchio dalle proporzioni abbastanza grandi, sul tipo di quelli che di solito vanno appesi nell’entrata. Le ipotesi di J.W. trovavano dunque un interessante riscontro: era quello certamente un ritrovato per amplificare la carica erotica di quegli incontri proibiti.

    Dopo quindici giorni, l’architetto Federica Valles annunciava, con appositi inviti e vistosi cartelloni, l’inaugurazione della sua prima mostra di pittura. L’organizzazione e l’apparato critico alle opere portavano la firma della professoressa Mariella Barchi.

    Alla vernice, clima festoso e moltissima gente. La storia di J.W. aveva prodotto un incredibile effetto pubblicitario, rimbalzato anche fuori provincia.

    Tra le tele esposte, la più osservata era proprio l’ultima prodotta, intitolata “Curiosità”. Vi campeggiava un grande specchio su cui si rifletteva una finestra con una tenda leggerissima, dietro cui trasparivano alcuni volti curiosi, nei quali non era difficile riconoscere le sembianze dei più fervidi diffusori della storia boccaccesca.

    E Jhonny Walker? Chi pensava sarebbe mancato all’appuntamento mondano, sbagliava di grosso. Giunse infatti, un po’ in ritardo, in modo da richiamare una certa attenzione sulla sua assenza e vedersi così poi garantito il posto d’onore.

    Entrato con la baldanza che lo contraddistingueva, si profuse in congratulazioni nei confronti delle due donne e poi si portò con la sua carrozzella dirimpetto al quadro più osservato. Sostò a contemplarlo con un sorriso enigmatico.

    “Come mai tu non ci sei?” gli chiese uno degli astanti, alludendo naturalmente al gruppetto raffigurato che appariva velato dalla tenda.

    “Certo che ci sono!” esclamò sicuro J.W.

    “E quale saresti?”

    “Lo specchio!… Io sono come lo specchio”, riprese dopo una pausa calcolata. “Se quello riflette immagini, io rifletto pensieri. Pensieri che la gente magari nega di avere, ma che io vedo in loro. E appena inizio una nuova narrazione, eccoli lì ad ascoltare esattamente quello che vogliono sentirsi raccontare”.

    Ancora una volta Jhonny Walker aveva colto nel segno, e aveva dato una lezione che gli permetteva di uscire a testa alta.

    E così, ricaricato e sicuro, prese la via del bar, mentre sulle sue labbra già fioriva un’altra storia.

  • La lettera

    La lettera

    Ormai se ne era convinto: era tempo di girare pagina. Bisognava farsi forza e prendere atto che un capitolo della propria vita si era concluso.

    Da alcuni giorni Mario rimuginava tra sé e sé questo ritornello, ma gli era difficile accettare la realtà. Dieci anni di impegno, di speranze e di sacrifici vanificati nel giro di un mese.

    In verità Mario non aveva niente da rimproverarsi. La sua non era stata né imprevidenza né imperizia, soltanto che improvvisamente le sue conoscenze, la sua abilità, la sua "professionalità", come spesso si era sentito ripetere in tono di elogio, non servivano più. Una grossa società, appositamente costituita con consistenti dotazioni di capitali, si era immessa sul mercato, praticando prezzi stracciati pur di accaparrarsi la vasta clientela. E anche le aziende, che da anni utilizzavano la consulenza di Mario, ad una ad una, in un brevissimo arco di tempo, lo avevano abbandonato. Alcuni imprenditori avevano avuto la delicatezza di telefonargli e di informarlo della situazione, dicendogli che i prezzi praticati dal nuovo gruppo erano troppo allettanti e, nonostante la consapevolezza che una volta spiazzata la concorrenza le parcelle sarebbero aumentate sensibilmente, si sentivano in un certo modo condizionati a seguire la nuova strada. Era quello infatti un gruppo con consistenti appoggi nel mondo politico e dell'alta finanza, ed una collaborazione con la neocostituita società, oltre che utile, poteva divenire perfino necessaria.

    E lui, Mario, ad ascoltare incredulo, quasi inebetito, queste confessioni telefoniche. E addirittura balbettare che tutto sommato era una scelta condivisibile, che lui stesso con tutta probabilità si sarebbe comportato nello stesso modo. E poi ringraziare per la telefonata e formulare i migliori auguri.

    Poi, inaspettatamente, quasi al colmo della disperazione, un invito da parte del nuovo gruppo ad un colloquio. L'indecisione se presentarsi o meno, e successivamente l'imbarazzante attesa, assieme ad alcuni sbarbatelli, freschi di laurea e di shampoo, prodighi nelle citazioni ed impeccabili nei loro indumenti firmati. E successivamente i complimenti dell'esaminatore che con difficoltà aveva dissimulato la propria sprovvedutezza nei confronti di un aspirante tanto preparato. Infine, dopo pochi giorni, l'incredibile, l'offerta di entrare nella "nuova grande famiglia" con il ruolo di impiegato subalterno.

    "Meglio così!" aveva borbottato tra sé e sé, declinando l'assurda proposta. D'altra parte sperare di poter far parte del direttivo era impossibile: ed in fondo nemmeno lo avrebbe desiderato: sarebbe stato – ne era certo – soltanto una continua occasione di scontri con i "notabili" di nomina politica.

    Se da una parte avvertiva chiaramente che l'infimo incarico propostogli aveva il sapore di una beffa, dall'altra cercava di coglierne la positività in quanto lo costringeva a una decisione non più rinviabile.

    Chiudere: questa l'amara realtà senza alternative.

    "Chiudere!" ripeteva Mario tra sé, mentre un senso di angoscia gli attanagliava la gola, gli opprimeva lo stomaco e gli saturava del tutto la mente. "Chiudere, chiudere, chiudere!" Un ritornello ormai sempre più meccanico ed ossessivo, pronunciato inavvertitamente anche a voce alta, mentre le gambe lo portavano verso il parco pubblico dove, quando aveva la forza di guardarsi attorno, tutti gli sembravano maledettamente felici e soddisfatti della vita. "Chiudere!" E l'eco si insinuava perfino nei sogni agitati che popolavano il sonno artificiale indotto da psicofarmaci.

    Poi, lentamente, il recupero della lucidità. E allora Mario decise di chiudere davvero. Munito di un cacciavite smontò la targa dorata che, col suo nome ben stampigliato, faceva bella mostra di sè alla destra della massiccia porta del palazzo che alloggiava i più importanti uffici cittadini. Poi introdusse nell'ascensore alcuni scatoloni che avrebbe riempito di carte ormai inutili, per lo più da cestinare, e spinse automaticamente il pulsante del terzo piano.

    Osservò con stupore quanto dolcemente la chiave si infilava nella serratura dell'ufficio, mentre – adesso lo ricordava benissimo – le prime volte che l'aveva usata aveva stentato ad introdursi e a far presa negli ingranaggi. Evidentemente l'uso prolungato l'aveva limata, adattandola perfettamente alla serratura. Ed ora – si trovò assurdamente a pensare – proprio ora che era diventata così scorrevole e perfetta, era da buttare.

    Reprimendo l'emozione varcò la soglia, osservò le stanze innaturalmente silenziose ed iniziò l'ingrato spoglio degli incartamenti. Avrebbe salvato soltanto la documentazione più importante e riservata: tutto il resto al macero.

    Nonostante tutto l'attività ben presto lo coinvolse ed affiorarono la meticolosità e la rigorosità tipiche del suo modo di lavorare. Sacrificò perfino il pranzo, temendo di interrompere il buon ritmo di azione e desiderando portare a compimento l'opera prima di sera.

    Ormai stava completando il lavoro: aveva già iniziato l'esame dei plichi posti negli scaffali più bassi, i più vecchi che probabilmente sarebbero stati tutti cestinati. Aveva da poco affrontato l'ultima scaffalatura quando, con sorpresa, si trovò fra le mani un sacchettino contenente delle fotografie.

    Chissà come erano finite lì tra le tante carte di lavoro! Incuriosito Mario si portò alla scrivania. Poteva pur concedersi un momento di relax per visionare quelle foto certamente vecchie di anni! Ed apparve lei, sorridente e dolcissima. Tanti primi piani di Giovanna, contornata dal verde intenso di una pineta montana o dall'azzurro smagliante di quel lago alpino.

    Un'incantevole giornata di un'estate lontana! Un turbinio di ricordi affollò la mente di Mario. Gli pareva di poter gustare ancora la sensazione di leggerezza e la voglia di movimento stimolata dall'aria frizzantina. Ricordava la gioia nello scoprire l'incanto del panorama, ma soprattutto il piacere intenso di stare con lei. Rivisse per un momento il piacere di quell'intesa così immediata e trasparente, ed il sapore profondo dei loro abbracci.

    E perché dopo solo qualche mese il loro amore si era così logorato? "Sì, proprio logorato" mormorò Mario soppesando il senso della parola. Tra di loro infatti non vi erano stati né grossi litigi né strappi clamorosi. Ma un giorno lei se ne era andata, ed era sembrato quasi naturale, come prendere atto che l'estate è ormai finita e bisogna indossare altri indumenti. Aveva raggiunto un'amica a Milano.

    Dapprima un lungo silenzio che nessuno dei due aveva cercato di rompere, poi una telefonata di lei che annunciava di aver trovato un lavoro.

    Si erano rivisti quando era venuta a ritirare le sue cose: avevano parlato a lungo, senza animosità né acredine, per concludere che era meglio così, che il sogno si era ormai dileguato ed il tempo avrebbe deciso il futuro delle loro esistenze.

    Un addio scialbo, senza nemmeno un bacio o una carezza. Poi ogni tanto qualche notizia, per lo più indiretta. Sapeva che aveva fatto carriera, che si era sistemata bene e che viveva da sola.

    "E se le cose fossero andate diversamente? – si chiese – Se ognuno dei due fosse stato meno preso dalle proprie occupazioni, dal desiderio di affermarsi e dai mille lacciuoli quotidiani?"

    La voglia di rivederla entrò prepotente nella mente di Mario, condizionando i suoi pensieri per i giorni seguenti e mettendo in ombra il senso di cocente delusione del naufragio della sua attività.

    "Chiodo scaccia chiodo" osservò con razionalità utilitaristica. E questo secondo si era ben radicato, tanto che ormai intendeva assolutamente reincontrarla. Alla fine trovò una specie di compromesso con se stesso: sapeva dove Giovanna svolgeva la sua attività; lui sarebbe andato a Milano e avrebbe finto di passare casualmente nei paraggi del suo ufficio proprio nel momento in cui lei sarebbe uscita dal lavoro.

    E così partì, immaginando mille volte la scena dell'incontro.

    Era giunto il momento. Si sentiva emozionato mentre da una certa distanza teneva d'occhio l'uscita ove tra poco Giovanna sarebbe apparsa.

    Eccola! Stava dirigendosi verso di lui, accompagnata da due colleghe con cui conversava interessata. Era ancora molto bella; e se qualcosa aveva perduto in splendore, molto aveva acquistato in personalità. Mario ne osservava estatico l'incedere sicuro ed elegante, i gesti disinvolti ed aggraziati e quel parlare e sorridere insieme.

    Giovanna quasi lo sfiorò, ma non successe nulla. Lei, tutta presa dal discorso, rivolta verso le amiche, neppure lo vide. Lui restò ammutolito, incapace di agire.

    E riprese la via del ritorno, distrutto e frastornato.

    Un uomo inutile, ecco cosa era divenuto, senza motivazioni, senza speranze. Desiderava sparire… Sì, morire. Chiudere con la vita che gli appariva insopportabile e senza senso.

    Parcheggiò l'auto e spinse di malavoglia il battente metallico dell'ampia porta che immetteva nell'atrio del palazzo dove abitava. Macchinalmente si diresse verso la cassetta della posta, ritirò il contenuto, e si avviò verso l'ascensore, senza nemmeno degnare di uno sguardo la corrispondenza.

    Entrò nell’appartamento lasciandosi cadere pesantemente sull’ampia poltrona e lanciando la posta verso il tavolo. Restò a guardare l’effetto del suo lancio: una parte della corrispondenza e degli stampati pubblicitari aveva raggiunto il bersaglio, altri erano caduti a terra. Una lettera era rimasta incredibilmente in bilico e Mario aspettava di vederla cadere. Restò ad osservare attonito quella busta beige che sembrava sfidare la legge di gravità. Come poteva reggersi se sporgeva dal tavolo per la maggior parte? Si contorse inutilmente sulla poltrona, allungando il collo per scoprire il mistero: doveva pur esserci un sostegno. Alla fine si alzò per verificare. Ma prima ancora di vedere la rigida busta pubblicitaria che sporgendo parzialmente dal tavolo offriva il suo appoggio alla lettera, lesse l’intestazione: Giovanna Manueli.

    Come per l’improvviso azionarsi di uno stantuffo interno, avvertì una immediata accelerazione del ritmo cardiaco. Rapidamente aprì la busta e lesse d’un fiato: Caro Mario, immagino lo stupore che proverai nel ricevere questo mio scritto, e spero proprio che non lo cestinerai senza averlo prima letto. Ti sto per fare una proposta di lavoro. Assieme ad alcune colleghe ho deciso di lasciare l’attuale attività, giacché intendiamo impegnarci in un nuovo campo, molto affine al tuo. Ho parlato alle mie amiche della tua provata competenza nel settore, e abbiamo concluso che una tua compartecipazione all’impresa sarebbe quanto mai gradita. Spero che la cosa ti possa interessare e che tu sia in grado quanto meno di ritagliare il tempo necessario per una consulenza continuativa. In attesa di poterti vedere per illustrarti più dettagliatamente il progetto, ti saluto cordialmente. Giovanna. P.S. Ho voglia di vederti. Veramente. Gio.

    Fu come spalancare una finestra di una stanza fumosa in una limpida giornata invernale. Mario sentì i polmoni riempirsi di ossigeno, una voglia di correre e di salire erbosi pendii montani. Ripensò alle foto di Giovanna ritrovate nello studio. Mentalmente le inquadrò ad una ad una. Aveva voglia di lei, di riprendere insieme il cammino da quella luminosa ed intensa giornata vissuta in montagna. Decise di telefonarle subito.

    Uno, due squilli, poi la sua voce ed una nuova dolcissima emozione. E parlare come se il tempo non fosse passato, ed esprimere senza falsi convenevoli la voglia di rivedersi al più presto.

    "Sì, domani, prometto" disse Mario. E calde lacrime inondarono i suoi occhi.

  • I racconti del Direttore

    I racconti del Direttore

    Nato l’8 Gennaio 1947, Lino Segantin, direttore di questo periodico, ha esordito nel mondo della carta stampata negli anni settanta, collaborando con Il Resto del Carlino, 7 Giorni Veneto e Il Corriere Veneto.

    Iscritto all’Ordine dei Giornalisti dal 1979, nell’84 ha ideato La Risposta, che ha diretto fino al cambio di proprietà avvenuto durante il 1988. Dall’89 ha ripreso la collaborazione con Il Resto del Carlino e con altre testate.

    Laureatosi nel 1969 in Pedagogia, con una tesi sulle comunicazioni di massa, interesse che poi ha trovato riscontro nella successiva attività giornalistica, abita a Lendinara dove insegna presso la locale scuola media. È sposato ed ha una figlia di diciannove anni.

    Nella presente sezione di narrativa presenta tre racconti: La lettera, Lo specchio, Gli occhiali.

    Ci incontriamo con l’autore per una breve intervista.

    – Come è nata la sua motivazione per la narrativa?

    “L’idea mi è venuta quasi improvvisa, dovuta al desiderio di scrivere qualcosa di autenticamente personale, che andasse oltre i fatti e le problematiche di stretta attualità. Nell’attività giornalistica accade spesso che un pezzo, scritto qualche mese prima, appaia successivamente superato e pressoché privo di significato. Ideare racconti è un’operazione più creativa, più complessa e di gran lunga più durevole”.

    – Lei presenta racconti con titoli molto concreti, anche se in realtà, specie nei primi due prevale lo studio del carattere. C’è un motivo?

    “Gli oggetti, che danno il titolo ai racconti, hanno in tutti e tre i casi una funzione importante nell’intreccio. Il secondo, “Lo Specchio”, va letto in chiave simbolica, giacché io ritengo che ogni persona nei rapporti con gli altri rispecchi, fatalmente, il proprio animo: chi è disponibile e privo di malizia cercherà le stesse qualità negli interlocutori, e viceversa”.

    – Quanta autobiografia vi è nei suoi racconti?

    “Premesso che nelle produzioni che nascono dall’inventiva dell’autore ogni riferimento a persone e fatti è da ritenersi puramente casuale, è però evidente che lo stimolo può essere dato da esperienze in qualche modo vissute. Quanti mi conoscono coglieranno ad esempio nello stato d’animo del protagonista de ‘La lettera’ un certo riferimento un analogo sentimento che ho provato in un particolare momento della mia vita. Anche il terzo racconto, ‘Gli occhiali’, trae spunto da una vicenda reale. La parte conclusiva è però frutto di fantasia, comunque riflette una realtà problematica, in cui ci possiamo trovare coinvolti nostro malgrado”.

  • Le amiche

    Le amiche

    Erano già ferme ad attendermi al casello dell'autostrada Est. Riconobbi subito Gloria, avvolta nel golf di lana d'Irlanda che le avevo portato da un viaggio invernale. Una strana illusione ottica creava un'aureola chiara attorno al suo volto, quasi dal di dentro emanasse lei stessa una luce. Luisa era alta, come mi era stata descritta, un po' rigida, lo sguardo inespressivo di chi non sa bene fino a che punto guardare.

    Una strana coppia – la mia amante e l'amica – un singolare incontro a tre. Avrei dovuto superare un insolito esame: volevo far colpo su Luisa, per piacere sempre di più a Gloria; un gioco sottile, piacevolmente perverso, fatto di elucubrazioni amorose, sommerse dentro la psiche. Mi ero premurato di fare le cose per benino: la Volvo pulita a fondo all'interno era lustra come un salotto. Avevo acquistato, un po' riottoso, due rose rosse da offrire alle mie ospiti. Per Gloria avevo sempre colto fiori di bosco: fasci di ginestre o ireos, legati in rustici mazzetti, che le piacevano tanto e la mandavano in "visibilio", come amava dire, ridendo con la testa riversa sulla mia spalla. Si stabilì subito un clima di confidenza, un triangolo di cospiratrice amicizia, rinsaldato dalla pace del ristorante, perso fra il verde ormai bruno della collina, pronta ad indossare gli abiti dell'autunno.

    Le avevo di fronte, a tavola, femminilissime, sempre più sciolte. Le scrutai bene. Gli occhi dolci di Luisa, senza lampi di malizia, facevano da controcanto – con note di sordina – ai lampi bruni dello sguardo di Gloria, reso obliquo da un tenue strabismo. Stuzzicai la mia donna con galanterie rivolte all'amica. Mi piaceva l'atmosfera ambigua, il sapore un po' torbido di trasgressioni soltanto pensate. Mi sarebbe piaciuto chinarmi a toccare le ginocchia delle due donne così dissimili e così unite, slacciare le loro camicette – incespicando nell'impedimento di asole e bottoni – confrontare il fiore rosa spento del capezzolo della bionda con il velluto scuro dell'areola della bruna. Mi accontentai di pensarle queste azioni, in una luce d'acquario, resa verde dai riflessi del fogliame fuori dai vetri. Pensai al segreto delle loro cosce così chiuse e composte sulla seggiola, caldi misteri di carne. Masticavamo all'unisono, "rullandoci" i bocconi dai piatti, la gola stuzzicata dal gelo dello champagne, legati da un'amicizia strana, un po' ubriacante.

    Le loro mani così diverse, per forma di unghie e di dita, furono rapide nello spalmare il rossetto sulle labbra, ormai pallide, alla fine del pranzo. Era come dire: "È finita. 'missa est' il momento magico è arrivato ad un irreversibile stop".

    Avrei voluto trattenerle, prolungare quel misterioso piacere, fatto di vellicanti equivoci. Le vidi ripartire esitanti, mi parve che anche il motore della loro auto avrebbe preferito restare. Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Tornai pigramente al lavoro, soffocando gli sbadigli di una digestione affrettata e di uno stacco troppo brusco da momenti piacevoli. Immerso nel progetto da consegnare all'architetto, non pensai più alle "mie ragazze", come le avevo scherzosamente chiamate, nel corso dell'incontro.

    L'indomani lessi sul giornale dell'incidente: un camion uscito dalla corsia dell'autostrada aveva rubato per sempre la loro ingordigia di vivere.

    Pensai: Gloria non sarà mai morta del tutto. La porto dentro come un coltello che penetra una ferita e la fa sanguinare sempre più, come il profumo intenso delle ginestre che coglievamo assieme lungo il pendio della collina bruciata dal sole, come lo strazio dei suoi capricciosi abbandoni, dei suoi dubbi amorosi, tenere ossessioni. Non voglio cedere ai rimorsi delle cose che non ho voluto dirle, del suo telefono muto, per i silenzi del mio.

    A Luisa penso come a un'appendice di lei, ad un mite ornamento di vita recisa. Chiudo gli occhi e sento le mani lievi della mia donna, la sua piccola risata di perla, la sua corsa affannata per raggiungermi presto. Vedo brillare nell'ombra la macchia color porpora delle rose donate all'appuntamento: si mutano in due fiori di sangue, conficcati nel petto delle due amiche.

    Non voglio svegliarmi dall'incubo, meglio questa macabra fantasia, piuttosto che la realtà della loro morte, meglio la sofferenza di sogno, piuttosto che accompagnarle per l'ultimo viaggio. Non voglio vedere, non voglio sapere, mi piace imbrogliare me stesso, tuffarmi dentro un mare consolatore di fantasie, dove posso ancora passeggiare con Gloria in boschi di luce, stringerla nelle calli di una Venezia onirica, dai canali disseccati, baciarla contro il muro di una chiesa della memoria. Penso: se la separo da Luisa, torna viva, se rompo il gemellaggio delle loro esistenze, riprende vita e spero, spero, spero con l'ostinazione di chi si aggrappa all'ombra triste di un'allucinazione.

    2° finale possibile

    Furono inghiottite da una macchina chiara, squadrata nella forma. Pensai che era in fondo solo un arrivederci. Luisa avrebbe ripreso la sua vita di donna gentile e Gloria, la mia Gloria, avrebbe continuato a regalarmi tutti gli spazi di esistenza che le era possibile serbare per me. Avremmo continuato all'infinito i nostri incontri furtivi ed eccitanti, momenti di un unisono d'amore che credevo esistesse solo nei romanzi. Piccola rompiscatole deliziosa, subito domani mi avrebbe chiamato al telefono: già sentivo nell'orecchio la carezza della sua voce.

  • L’indemoniata

    L’indemoniata

    Olga si chinò per liberare la caviglia da un viluppo di erbe che le si arrotolavano, mollicce, lungo la pelle della gamba. Camminava un po’ a balzelli. Era una ragazzina magra, dalla pelle chiara, arrossata dal sole, i capelli biondissimi e diritti, lo sguardo azzurro, un po’ sfuggente, le mani ruvide per la consuetudine di contatto con la terra. Procedette, attraverso la golena, fin dove gli spazi si facevano acquitrino brulicante di una vita subdola, evidente solo per chi la sapeva veramente “vedere”.

    Era stato lì, in quel luogo, forse poco oltre, che, a quattro anni, aveva visto riflettersi in una pozza chiara un’immagine confusa, quasi un volto gassoso, dai lineamenti mobili: occhi senza pupille, bocca senza labbra. Temette e sperò di rivedere lo strano volto e rammentò che le era capitato di nuovo, qualche mese dopo, di notarlo specchiarsi nel secchio del latte, mentre il padre mungeva, in regolari spruzzi, la mucca, più volte madre, della stalla.

    Quell’immagine inquietante aveva, con ostinazione, provato a riprodurla, nel suo quaderno di scuola, o per terra, nel cortile, con un piccolo stecco aguzzo, ma la mano le diveniva greve, disubbidiente, come se appartenesse ad un altro corpo. Non l’aveva mai confidato a nessuno, come non aveva mai detto che – quando entrava in chiesa con i fratelli – provava un senso di malore, un freddo che diveniva nausea vaga, un senso di non appartenenza alla vita reale, quasi che i suoi passi fossero librati a mezz’aria, senza il solido sostegno della terra. Nessuno, attorno a lei, dava segno di avvedersene.

    “Olga è strana – dicevano – preferisce giocare con le ranocchie e le lucertole, piuttosto che con la bambola, non si affeziona veramente a nessuno; è sempre offuscata, svagata, non è una ragazzina come tutte le altre”. Il rendimento scolastico era meno che mediocre. Niente l’appassionava veramente, non aveva odio né amori. Galleggiava in un mare piatto, senza le onde della vita.

    Arrivata dove la golena si faceva quasi fiume, alzò le gonne per non imbrattarle, osservando il fango viscoso che le disegnava volubili fiori scuri sulle gambe. Anche in quel disegno mutevole rivede il “volto”, lo “sentì” addirittura prima di vederlo e provò un brivido squassante, accompagnato da un rantolo che stravolse la sua voce. Due cornacchie nel cielo risposero a quel disumano richiamo, in perfetta sintonia e volarono rapide, lasciandola sempre più sola. Vide una serpe divorare, lenta, una lucertola e non provò né curiosità, né orrore: pensò che anche lei era risucchiata da un destino più grande che non sapeva dominare. I giorni scorrevano lenti, con pochi diversivi. Scuola, casa, faccende, un po’ di cucito e tanta voglia di girovagare in compagnia dei suoi fantasmi.

    Raggiunse il diciassettesimo anno di età. Si fece una bionda dai bei lineamenti, proporzionata nella figura, l’aria sognante, distaccata. Carlo, figlio di contadini immigrati lì da poco, in quel paesino rannicchiato lungo le sponde del fiume, le fece una corte silenziosa che non l’impegnava a scrutarsi dentro, a leggere quello che la strana ragazza non aveva scritto in cuore. Tutte si sposavano e anche lei – giovanissima – seguì quel destino.

    L’ardore maldestro del giovane sposo, le mani brune che cercavano le sue carni di latte, non le diedero alcuna emozione. Nemmeno la gravidanza la rese partecipe del suo compito di donna, donna spenta, senza essersi mai accesa. Una notte, nella penombra della stanza, le parve che al viso di Carlo si sovrapponesse quasi una maschera, il “volto” che lei ben conosceva fin dall’infanzia, reso più attraente ai suoi occhi. Nel suo petto arido si accese una fiamma, sentì un calore che le attenzioni dello sposo non avevano saputo darle e, nello stesso tempo un dolore, un sentimento quasi umano, mai provato prima, che nemmeno l’evento della bambina nata-morta, aveva saputo provocarle. Fu scossa da un tremito e le uscì un gemito spezzato, quasi un segno di angosciata gioia, dalla bocca che si era fatta tremante.

    Carlo la guardò con meraviglia, ma non uscì dal suo timido riserbo. Le carezzò piano la nuca con la punta delle dita, con riconoscenza per la reazione viva di lei, un tempo sempre passiva, assente, senza sentimenti. Anche a cena, la sera, Olga rivide sul viso del marito sovrapporsi il “volto”, la maschera che l’accompagnava riflessa nelle cose e nella natura, fin dall’infanzia.

    Ormai attendeva queste visioni ed era contenta, se di certezza si poteva parlare, di esserne oggetto. Capì di essere nuovamente incinta e non accolse con l’abulia passata la notizia. Vide riflessa anche nell’acqua del bagno l’immagine surreale, mentre vi si immergeva. L’apparizione era un po’ dilatata e sfatta dall’oscillare delle bollicine di sapone. Rivide il “volto” in una crepa del muro, assottigliato dalla fessura longitudinale. Questa ossessione incalzante le diede una specie di ansia, di piacevole affanno nel respiro: non districava più il piacere dal dolore.

    Smise di frequentare la chiesa – luogo dove non le era mai piaciuto recarsi – con la scusa che, l’odore dei fiori e dell’incenso – le davano una sensazione di mancamento, un inizio di deliquio. Sbrigava le faccende di casa con più interesse di un tempo e cucinava piatti nuovi, risvegliata alla vita, almeno un poco, come se una forza vivificante fosse entrata in lei. Questo era accaduto da quando il “volto” le era apparso in Carlo. Le pareva di avere uno scopo in più; o meglio di aver trovato finalmente il motivo per tirare avanti.

    Vennero le doglie del parto. Una vicina si prese cura di lei. Tutto si svolse regolare. Nacque un maschietto molto simile alla mamma.

    La sua infermiera d’occasione si complimentò per il piccolo dai tratti delicati. Olga si rallegrò con se stessa: in suo figlio vedeva impresso indelebile, in un baluginio delle pupille, il “volto” ammiccante in una duplice promessa di complicità. Ormai non aveva più bisogno di attenderlo o cercarlo riflesso nell’acqua o nelle crepe dei muri o sul viso di Carlo; era la sua carne, era nato da lei, era la continuazione del suo incubo vitale.

  • L’anima del gatto

    L’anima del gatto

    Nerone era un gatto con l’anima. Così almeno credeva il vecchio ingegnere, suo proprietario a mezzadria con la libertà, mai del tutto soggiogata, dello sfuggente felino. Che avesse l’anima, per il suo padrone, era una certezza: vedeva nel gatto un suo vagheggiato “alter ego”, una proiezione di se stesso, di quello che avrebbe voluto essere e non sarebbe stato mai. L’uomo di scienza era avanti negli anni e obeso, legato a una vita sedentaria, quasi da invalido.

    Nerone correva nei vicoli di una Badia storica, ridotti a rigagnoli nei giorni di pioggia e ad orizzontali raggi di luce, quando batteva il sole. Quel gatto, ginnasta spericolato, saltava giù dal poggiolo, evitando i vasi fioriti, flessuoso e serico nel mantello color della notte, un piccolo Zorro dei mici, un Mandrake di stirpe gattesca. Quando rientrava col dorso spellato o il muso ferito, emanando un fortore afrodisiaco (per le sue prede da conquistare) l’ingegnere ne invidiava le mischie amorose, l’ardente accoglienza nel grembo di micie falsamente restie. “Dove sei stato, Nerone?” Nel miagolio di risposta distratta c’era tutta la soddisfazione di maschio saziato.

    Il vecchio signore era felice per un “transfert” uomo-gatto che lo appagava, lo riallacciava alla vita, anche se suscitava le gelosie della matura consorte che si sentiva esclusa da questo triangolo insolito. Le prodezze di Nerone – denuncia di una gagliarda giovinezza – riportavano l’uomo alla sua vita attiva di un tempo ormai trascorso.

    Rivedeva la casa piena di luce, nell’isola dove era vissuto nei primi anni di matrimonio, e il giardino odoroso di mirto ove rincorreva la sposa fresca, vestita di chiaro, piena di promesse. Respirava l’aria di allora, gli riappariva la nuvola bianca delle tende in soggiorno dietro cui si nascondeva la figlia piccola. Sentiva il fruscio del mare, musica monotona e amica che aveva ritmato i suoi giorni operosi e le sue notti intense di uomo vivo che non sapeva solo leggere e dormire. Erano stati anni veri, non fantasmi di un vissuto senza slanci, di un’esistenza fiacca, senza impulsi forti. Nerone, a modo suo, continuava il suo esistere di allora, certo con i limiti di un animale, senza vincoli di monogamia, senza preoccupazioni economiche o di carriera, competitivo solo con gli altri maschi, per la supremazia sulle gattine da conquistare.

    L’ingegnere, perso in queste sue fantasie, risentiva tutta l’importanza di un passato che gli ritornava addosso, solo in alcuni punti sbiadito, un tessuto a disegni dai seducenti colori, con qualche ombra che riprendeva luce pian piano.

    * * *

    Un brutto giorno, Nerone, tornò più presto che mai. Le battaglie con i rivali lo avevano del tutto schiacciato. Gli occhi erano appannati, non mandavano più i folgoranti lampi verde-giallo e soprattutto il sinistro era irrimediabilmente ulcerato. Sembrava umiliato, il grande guerriero d’amore, percosso non solo nel corpo, ma anche nell’anima. Perché quel grosso gatto nero, l’anima l’aveva veramente: ormai il suo padrone non aveva più dubbi.

    Iniziarono i giorni di agonia, di rifiuto persino del latte. Solo un po’ d’acqua ingoiava a fatica, in un rantolo roco, inerte, abbandonato ad un destino senza scampo. Ed anche il padrone non riusciva più a mangiare, lui così ghiotto e “gourmet” in passato, ora odiava gli invitanti manicaretti della moglie. Sperava che questa sua solidarietà nella rinuncia aiutasse l’ultimo barlume di vita del micio a prevalere sulla fine.

    Venne il veterinario armato di siringa omicida: restava solo l’eutanasia, come ultima spiaggia verso l’assenza di dolore. Sdraiato dentro la sua cassetta sembrava più giovane, tornato cucciolo, quando giocava con i gomitoli di lana o rincorreva un piccolo insetto, ignaro dei pericoli delle tenzoni d’amore. Non era più lo spavaldo latin-lover delle micie badiesi, non assomigliava più a se stesso.

    L’ingegnere – che nei fatti della vita cercava sempre un risvolto letterario – pensò al “Ritratto di Dorian Gray”, gli parve che la sua anima si fosse insinuata sotto la pelliccia del micio, fatta opaca per la sofferenza. Sentì il freddo della solitudine calargli addosso. Gli parve che la morte di Nerone gli avrebbe rubato l’ultimo strascico di vita che la sua lenta esistenza gli riservava. Chi si sarebbe slanciato sugli alberi, guadagnando i rami più alti, nel piccolo giardino? Chi avrebbe sfidato i mici guappi del quartiere e sedotto le gattine più vezzose dei dintorni? Solo traslocando nello spirito del gatto nero e prendendone a prestito la “verve” continuava ad avere un motivo di vita. Senza questi stimoli l’orizzonte si appiattiva in una prospettiva di avvilente noia.

    Nerone si portava via tutta la baldanza che gli aveva prestato, tutti i ricordi che gli aveva fatto rifiorire dentro. La sua anima gattesca usciva fuori e si librava verso boschi della memoria, giardini dai fiori perenni, dove l’ingegnere non aveva spazi, non gli era permesso di entrare. Per lui le gioie ritrovate erano ora solo rimpianti, pensieri cupi di un vecchio.

  • Il “Casone”

    Il “Casone”

    Fuori tira un vento tremendo, entra sibilando per tutte le fessure. Fa un freddo cane. Francesca si rannicchia rabbrividendo sotto le coperte, ci sembra quasi di sentir sussultare la casa sotto i colpi della bufera.

    “Il casone – mi chiedo – ce la farà a resistere, o questa volta andrà sotto?”

    Il casone è ormeggiato alla riva del Po di là dall’argine sotto casa, proprio esposto alla bora. Che idea matta era stata la mia, prendermi la briga di costruire un casone di canna come quelli di una volta, però su un barcone di cemento ricuperato dal vecchio ponte di Polesella. Sempre per quella maledetta mania di voler creare uno spazio di incontro sociale, per fare cultura. Ma che bel risultato.

    Tutto era partito da un gruppo di amici del posto, si voleva fare qualcosa insieme. Avevamo convenuto che io, il dottore, avevo le idee e forse i mezzi per organizzare le cose, mi han messo davanti a dirigere i lavori. Ci siamo improvvisati muratori, carpentieri, elettricisti, marinai. È stato bello all’inizio: prima la piattaforma di cemento sul barcone, sessanta metri, come un appartamento di città: poi il traliccio di pali di castagno ed i fasci di canna, quella salina che cresce vicino al mare ed è più resistente.

    La canna l’han messa su tre pensionati di San Rocco, loro nei casoni ci sono nati e ne ricordano l’arte antica: ma quante discussioni, interrotte solo da qualche bicchiere di quello buono e da una fetta di salame! I salami migliori, dicevano, sono quelli che d’estate fanno il bigato dentro la muffa. E il caminetto, lo volevano mettere a piombo ma come si andava su con il peso dei mattoni il barcone cambiava continuamente di assetto e alla fine la cappa è venuta un po’ storta: però erano anni che da queste parti non si vedeva un caminetto tirare così bene.

    Due mesi ci son voluti a ultimare la costruzione, i vecchi del posto venivano ad ammirare l’opera d’arte e annuivano. Proprio un capolavoro di casone, dicevano. E quante macchine ferme sull’argine, di gente a fare fotografie: e si può visitare? Ma si capisce che si può, l’abbiamo fatto apposta.

    Il giorno dell’inaugurazione è stata una festa davvero grande. C’era A., che era di casa, e poi tutti gli amici, quelli più vicini che avevan dato mano alla costruzione e anche quelli che venivano più da lontano: entravano tutti bussando con i piedi perché le mani erano occupate a reggere sporte e bottiglie. Davvero un avvenimento: mancava solo l’autorità a tagliare il nastro, e il prete a benedire. Però il Sindaco è venuto dopo a farci visita molte volte, e quando abbiamo portato il casone giù alla spiaggia vi è stata celebrata dentro anche la Messa.

    Che avventura quella volta, la navigazione sino alla foce del Po! Appena 3 o 4 miglia, marine s’intende, c’è voluta mezza giornata buona. Il nostro casone galleggiante era dotato anche di un timone, opera di V.; ma aveva il fondo piatto e cosi non c’era verso di tenerlo in rotta. Andava zigzagando come una donna da marciapiede e ad ogni piroetta era tutto un correre dell’equipaggio da una finestra all’altra con pali e puntelli per scostarlo dalla riva: e dàgli al timoniere, quella volta era E.: però lui, poverino, non ne aveva colpa, anche se la sua parte di vino se l’era certamente bevuta tutta.

    Alla spiaggia avevamo fatto le cose in grande. B. aveva organizzato un campeggio su una lingua di sabbia tra mare e laguna, e il casone doveva servire da rifugio e da ristoro. Un campeggio favoloso, con gruppo elettrogeno e tutto il resto, servizi, acqua calda e fredda: in cucina c’era L. con moglie e figli a far da cuoco, e R., un frate francescano, lui era caporegista e animatore. Si mangiava ogni volta in quaranta o cinquanta, tutti comodamente seduti.

    Il campeggio finì prima del previsto a causa di un uragano, di quelli che da queste parti ne succedono spesso, come stanotte. Le onde, spinte dal vento, arrivavano dal mare in laguna sormontando la lingua di sabbia con tutte le tende, e noialtri sotto il casone a tremare dal freddo, qualche ragazzina anche dalla paura. Il nostro rifugio però non ha fatto neanche una piega; è entrata sì qualche goccia d’acqua dal tetto ma proprio due goccie che si potevano contare, e solo perché le canne non si erano ancora assestate bene.

    È stato davvero un collaudo con i fiocchi.

    Poi il ritorno, un po’ triste come tutti i ritorni. Il casone è tornato a specchiarsi nell’acqua pigra e un po’ sporca dell’insenatura dove ha trovato il suo ormeggio. Noi amici eravamo fieri per la nostra avventura, e quasi ogni sera ci si ritrovava a bordo a mangiare, bere e far filò.

    Il più delle volte i nostri erano discorsi difficili, sempre per la mia vecchia mania di volere un punto di incontro sociale, di cercare di far cultura.

    Difficile, fare cultura: era già difficile intenderci tra noi su come bisognasse fare. Nei nostri conversari erano emerse almeno tre correnti di idee su cosa si dovesse intendere per cultura, e alla fine non c’è stato verso che si riuscisse a metterci d’accordo.

    Da una parte c’era la diffidenza degli indigeni, erano la maggioranza, per fare cultura intendevano ascoltare una fonte che fosse tanto autorevole da non doverla mettere neppure in discussione: e si capiva benissimo dai loro discorsi che di tali referenti ciascuno doveva esserne fornito a sufficienza così da non desiderarne di più.

    Da un’altra parte, io ero fra questi, ferveva il desiderio di incontrare una varietà di esperti dei diversi argomenti, così da riuscire a scuotere i nostri cervelli dalla pigrizia e allenarli invece al confronto critico e alla scelta.

    Era venuto una volta il professor C., aveva portato un vino dei colli proprio buono e si era offerto di invitare per noi una serie di luminari di alto livello, ne conosceva parecchi tutti professori universitari ed era sicuro che nessuno avrebbe perso l’occasione di una serata nella magica atmosfera del casone, a mangiare le cose buone di una volta e a far discorsi. Avremmo potuto organizzare quella che gli spagnoli chiamano tertulia, una compagnia di amici che si ritrovano una o due sere al mese all’osteria invitando ogni volta un ospite nuovo a parlare di cose diverse.

    Ma ci pensate ragazzi, una tertulia in un casone nel Delta del Po! Sarebbe stato fantastico, avevamo anche individuato il nostro maestro di cerimonia, che dirigesse le cene e tenesse il registro degli appuntamenti: si era fatto avanti C.P., davvero un simpaticone.

    Queste due diverse maniere di intendere la cultura forse si potevano mettere d’accordo, magari con un po’ di fatica le prime volte, ma poi la bontà dell’iniziativa avrebbe certamente ottenuto successo. Questa almeno era l’opinione di S., e anche quella di D.: dicevano che la diffidenza dei primi sarebbe servita a rendere più animate le discussioni, che già ci immaginavamo effervescenti.

    Ahinoi, avevamo fatto i conti senza l’oste.

    Alla fine ha vinto una terza opinione su come fare cultura. In mezzo a noi c’era infatti chi di opinioni intendeva ascoltare solo la propria, e tra costoro J. era davvero imbattibile. Appena riusciva a prendere la parola, era un artista nel farlo, si esibiva in interminabili racconti di se stessa, sempre le solite cose. Anche lei aveva il diritto di parlare, e su questo suo slogan dava battaglia, non c’era verso di farla star zitta. Così ogni sera nel casone s’accendeva una baruffa, e la discussione scadeva giorno dopo giorno di livello. È stata la fine.

    Gli amici più diffidenti se ne sono andati dicendo che loro lo avevano detto, lo sapevano già da prima che le cose sarebbero finite così. C.P., il nostro aspirante cerimoniere, aveva fatto capire da un pezzo che a lui interessavano sì i discorsi, ma solo quelli delle donne altrui.

    Altro che tertulia, altro che educare la nostra coscienza individuale e farla diventare sociale! Era diventata una questione di lana caprina, non si riusciva più a capire se per cambiare la mentalità della gente bisognasse fare cultura, o se per fare cultura bisognasse prima cambiare la mentalità della gente.

    E poi forse la mia era solo presunzione di voler fare cose più grandi di me, e sbagliavo a preoccuparmi troppo per gli altri: alla fin fine il problema era più loro che mio.

    Così, tristemente, il casone poco per volta si è fatto deserto. Adesso è lì, abbandonato a torcersi sotto i colpi di maglio della bora.

    Brrr, che freddo. Chissà se ce la farà a resistere, questa notte. Chissà se domattina c’è ancora.

    * Ogni riferimento a persone o cose è da ritenersi casuale.

  • Un zòco bagnà bastava

    Un zòco bagnà bastava

    Te fumi 'ancora
    vecio camin
    in mezo a la campagna.
    Te vedo da distante
    s'ciafà davanti al muro
    de la cavarzerana
    de la me vecia casa
    sgretolà dal tempo,
    squassà da venti
    da piova e da tempesta.
    Co tirava la tramontana
    un zòco bagnà bastava
    pà scaldarme
    le manine giazà.
    Me par de sentire ancora
    odore de fumo sofegà,
    de paja, de foje brusà.
    Picenina, in camiseta,
    descalza
    in mezo a la zènare
    col fogo stuà
    spetavo la befana.
    So 'na calzeta
    zercavo el sachetin
    de roba poareta:
    un pomo tre castagne
    un coletin
    che me mama
    co le son man
    me gheva ricamà.

    …
    So' tornà:
    te vedo da distante
    sparire tra la fumana,
    vegnerme incontro
    vecio camin
    de la cavarzerana.
    Te fumi 'ncora!
    t'ò portà
    tuto quel ca m'è restà:
    un anelo de la to cadena
    ancora infumegà,
    un cuore ca pianze,
    de foje morte na sbrazà.

  • Oltre il fosso, il Casone

    Oltre il fosso, il Casone

    Vorrei fermare nel tempo le ultime testimonianze di una realtà che sta scomparendo; conoscere la storia, l'iconografia artistica, l'evoluzione dal 500 ai giorni nostri.

    Il mio impegno consiste proprio nella rivalutazione della dimensione estetica di queste originali abitazioni soffuse di chiara poesia, in armonia con la natura e i suoi stessi colori.

    Il perché di questo mio desiderio e interessamento è presto detto. È un fatto che è nato spontaneamente nel mio animo come una margherita in un prato, come un papavero in un campo di grano.

    La vita del casone io l'ho vissuta intensamente. Sono i ricordi della mia infanzia, le prime note di poesia e di mistero che sono scese nel mio animo. Il casone era là, poco lontano dalla mia casa. Bastava passare il fosso, e in estate era possibile, per raggiungere il casone: là c'erano le grida gioiose di tanti bambini, i miei amici. La porta era sempre spalancata. Il pavimento in terra battuta molle tenero e fresco sotto i miei piedini scalzi.

    Ricordo il sapore di un mondo antico, un odore di fumo, di polenta abbrustolita e l'acre profumo del vino.

    "El fogo… le bronze de casteloni, la torta margarita so 'na teciona de rame col fogo soto e sora…"

    Non sempre, ma qualche volta potevo entrare furtivamente nella camera da letto.

    Dai cassetti dell'armadio nero un odore strano si spandeva intorno, un odore misto di stantio di mele cotogne e, in bella mostra, i "payoni de scartozzi" l'erba menta che invadeva l'aria di profumi e l'"osmarin posà al riparo del camin de la cavarzerana"!

    E di notte quanto mistero, quanta poesia!

    Si vedeva la luna calare "da drio el cason" verde, livido, tremante di paura, e il lume a petrolio si accendeva su la finestrella.

    Era una luce che durava poco ed era subito notte, notte profonda; e come dice il poeta: tacevano le piante, gli animali, le cose.

    È un silenzio che oggi noi non conosciamo più.

    Il ritmo frenetico della nostra vita ha distrutto tutta la poesia del silenzio impedendo al pensiero di vivere la sua vita, la sua stessa intimità.

    Qualcosa di misterioso, di umano, di sacro si è spento per sempre nella grande fiammata del casone.

  • La “burasca de S. Giuseppe”

    La “burasca de S. Giuseppe”

    "Se no la vien prima el la fa dopo. S. Giuseppe porta sempre la so burasca".

    Non c'è Polesano né Veneto che non si sia imbattuto in questo antico detto popolare; noi lo accogliamo così, con largo margine di tolleranza per dire che anche quest'anno puntuale come una cambiale in scadenza, è arrivata la burrasca di S. Giuseppe.

    "E che razza de burrasca!… Cossa jerela, on tornado, on ciclon, on inferno?" La sera di martedì 27 marzo 1990 (otto giorni di ritardo sulla tabella…) si è abbattuto in Polesine un vero uragano: venti fortissimi da "Buora" (Nord-Est) aumentavano la corsa come una macchina impazzita: nuvole nere come la "pegola" (pece) sorpassate da altre più veloci a bassa quota "i fumaroi" bianchicci e rabbiosi come bestemmie del demonio.

    Buio pesto, gli alberi gementi, inginocchiati fino a terra, tettoie divelte coperture di nylon strappate con furia dalle raffiche, ballavano impazzite nell'aria come sudari di malefici fantasmi. L'ululato della bufera copriva ogni rumore, nella mente il recente tragico ricordo di catastrofi simili in Bretagna, Inghilterra, Olanda.

    Non abbiamo ricordo di uragani nei nostri paesi, bensì di temporali d'inaudita violenza, accompagnati da trombe d'aria e d'acqua; i quali, per quanto disastrosi, hanno la fortuita caratteristica di durare poco.

    La sera del 27 non si trattava di temporali, ma di una via di mezzo tra questi e l'uragano. Ma adesso che tutto è passato, con qualche spavento e parecchi danni materiali, possiamo stare tranquilli che S. Giuseppe si è per così dire "sfogato" tenendo per altro fede (c'era da dubitarne?) alla sua proverbiale fama.

    Resta a tarlarci la coscienza il fatto che questi eventi, rari ma violentissimi, siano collegati all'attività disennata dell'uomo, prova ne sia il lungo periodo di siccità invernale che ha provocato danni ingenti al Sud della Penisola, e non solo al Sud. L'uomo con le sue attività industriali e la sua cultura del progresso ad ogni costo, il responsabile?

    Chissà… Soltanto ieri erano oro colato detti del genere: "17 marzo San Patrizio de la bela stajion semo al scomizio". Oppure: "19 marzo S. Giuseppe co la so burascheta". E ancora: "28 marzo S. Sisto Papa le rondane le passa l'acoa" (le rondini attraversano il Mediterraneo).

    I Santi, punti di riferimento per una società agreste dalla quale dipendeva il resto dell'economia, stomacati della nostra supponenza e soprattutto dello sfascio prodotto a danno dell'ambiente, ci hanno lasciati? O è l'uomo moderno che non ha orecchi per simili sciocchezze?

    Però, in barba al progresso, alla faccia della scienza, ad onta di tante certissime previsioni, in molti luoghi la gente è accorsa in processione, con tanto di cero votivo in mano, per chiedere ai Santi e al Padreterno il dono della pioggia, la fine della siccità … ma senza burrasche … "Par carità la vita!".

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