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Archivi: Articoli d’archivio

  • Dove nidificano gli uccelli

    Dove nidificano gli uccelli

    Il Delta del Po ospita una grande quantità di uccelli svernati, estivanti e di passo, tanto da farne una delle zone più ricche d'Italia. Trovano qui asilo alcune fra le più popolose colonie nidificanti di fraticelli (Sterna albifrons) e di fratini (Charadrius alexandrinus); inoltre le ultime coppie di beccaccia di mare (Haematopus astralegus) nidificanti in Italia si rinvengono ormai solo in questo territorio¹.

    Purtroppo le aree interessate alla presenza di questi uccelli sono oggetto di balneazione e il disturbo, magari involontario, arrecato dai bagnanti finisce spesso con il pregiudicare la riuscita delle covate.

    Partendo da queste semplici considerazioni due associazioni ambientaliste IBIS e WWF di Rovigo hanno coinvolto quest'anno l'Amministrazione Comunale di Porto Tolle, comune posto nel cuore del Delta e largamente interessato dal fenomeno, in un progetto teso alla salvaguardia di un patrimonio faunistico peculiare di questa zona.

    L'operazione si è articolata (anche sulla scorta di analoghe esperienze realizzate in comuni anche vicini) in diverse fasi: dai necessari incontri preliminari con i pubblici amministratori, per concordare le modalità di intervento, si è poi passati ad una serie di sopralluoghi per l'individuazione delle aree di nidificazione. Ne è scaturita un'ordinanza di divieto di accesso a tali aree da parte del Sindaco (03/05/1990), seguita dalla tabellazione delle aree di sorveglianza e di studio.

    Sono stati dunque localizzati e perimetrati tre siti, rispettivamente nello Scanno² del Palo in località Barricata, nello Scanno del Palo in località Biccasette e a Scanno Boa.

    Un'altra area, posta alla foce del Po di Pila e interessata negli anni antecedenti alla nidificazione di una nutrita colonia di fraticelli, è stata quest'anno completamente ignorata da quest'uccello probabilmente a causa dell'eccessivo disturbo arrecato dalla numerosissima presenza di gabbiani Reali (Larus cachinnans).

    Per motivi diversi, purtroppo, i risultati non sono stati quelli sperati.

    A Barricata la zona occupata in passato è probabilmente compromessa da un manto erbaceo pioniera, che si è insediato muntando in maniera sostanziale la morfologia dell'arenile e rendendolo di fatto poco appetibile per le esigenze dei fraticelli. Qui non è stata avvistata nessuna coppia in fase di nidificazione neppure a stagione inoltrata. Sono state viceversa individuate tre coppie di beccacce di mare, di cui due sicuramente nidificanti. I piccoli di una delle due coppie in questione sono stati catturati, inanellati e rilasciati in sito da personale autorizzato in data 26/05/90. Il nido della seconda coppia, con un solo uovo deposto, è stato tuttavia individuato ma non si è proceduto al successivo inanellamento.

    Nello scanno di Boccasette, agli inizi del mese di giugno, una colonia di fraticelli era nella fase iniziale di corteggiamento e nidificazione. Il giorno 02/06/90 volontari delle associazioni ambientaliste hanno provveduto a tabellare la punta dell'isola sabbiosa dove si concentravano gli animali.

    Purtroppo la scarsità di sorveglianza garantita dalle associazioni, e quella assolutamente inesistente da parte degli organi di polizia, hanno permesso che i bagnanti, insensibili e incuranti dei divieti, piantassero gli ombrelloni proprio nell'area interessata alla nidificazione, ad onta di circa due chilometri di spiaggia completamente libera. Come è facile immaginare la colonia ha "levato le ancore"; sicché la mattina del 08/07/90 non v'era ombra di fraticello in tutto lo scanno, mentre le fresche tracce sulla rena donotavano perlomeno la presenza di qualche fratino fuggito all'arrivo dei chiassosi bipedi in costume. Dopo qualche alterco con i più ottusi fra gli invasori, il solito manipolo di volontari ha provveduto a sgomberare completamente la zona dalla segnaletica apposta qualche tempo prima.

    Sorte migliore non è toccata alla numerosissima colonia di fraticelli (4-500 coppie stimate) localizzata nella punta meridionale di Scanno Boa. Qui per la verità gli animali avevano iniziato una fiduciosa deposizione, e l'opera disturbatrice dell'uomo si faceva sentire molto meno sia per il minor afflusso turistico sia per la maggiore sensibilità dimostrata dai pochi bagnanti presenti.

    In data 28/07/90, ad un sopralluogo per verificare lo stato di nidificazione, si presentava però una situazione alquanto sospetta con molte coppie sui nidi, molte uova deposte ma pochissimi piccoli, tutti di due o tre giorni al massimo. Non si scorgeva inoltre nessuna traccia dei pulli inanellati la settimana antecedente. Il presagio che qualcosa di sinistro incom­besse si è fatto minuto per minuto più consistente fintantoché, l'arcano non è stato svelato: sotto i cespugli di ammofila decine e decine di uova e di pulcini accatastati a mo' di macabre dispense e tutt'intorno, inequivocabili, le traccie dei protagonisti, i ratti. Le razzie dei topi hanno purtroppo compromesso in maniera definitiva anche la nidificazione di questa bellissima colonia di fraticelli.

    A parziale compensazione della insoddisfacente operazione di tutela del Delta è giunta l'dentificazione a la salvaguardia di un'altra colonia individuata molto più a monte, in un isolotto sabbioso del Po prospiciente il comune di Ficarolo, quindi ad un centinaio di chilometri dalla foce.

    Appena individuata l'area di nidificazione le associazioni ambientali hanno avvisato il sindaco del comune interessato che ha provveduto tempestivamente, e con grande sensibilità, ad emanare un'ordinanza di divieto di accesso all'isolotto e a tabellare la zona.

    Nell'Isola in questione, in due fasi successive, il socio IBIS Menotti Passerella, collaboratore dell'INBS³, coadiuvato dal socio WWF Massimo Benà, ha provveduto alla cattura e all'inanellamento di 79 fraticelli, 9 sterne comuni (Sterna hirundo) e 4 corrieri piccoli (Charadrius dubius) il tutto opportunamente registrato e comunicato all'INBS stesso. Alcuni di questi animali sono stati successivamente ricatturati da ricercatori: due nella laguna di Venezia ed uno in provincia di Ravenna.

    A conclusione dell'iniziativa si possono fare alcune considerazioni che meritano comunque di essere approfondite negli anni futuri.

    Innanzi tutto bisogna osservare che, oltre al deprecabile fenomeno della caccia, altre abitudini possono rivelarsi altrettanto deleterie per alcune specie di animali che in qualche modo interferiscono con le attività antropiche. È il caso del turismo balneare, fonte pressoché della totale distruzione degli ambienti naturali costieri italiani.

    Per evitare la distruzione di un patrimonio animale irripetibile, di fronte ad una sensibiltà ancora poco diffusa verso questi problemi, non sembrerebbe esservi altra via che quella di aumentare la sorveglianza e le sanzioni economiche per chi non rispetta le indicazioni di tutela.

    La seconda osservazione è che gli animali, sempre più disturbati dall'uomo nelle aree di specifico interesse per la nidificazione, finiscono per rifugiarsi in zone marginali che sovente si rivelano, per svariate cause, poco adatte allo scopo. Ciò si traduce spesso nella distruzione delle covate. Accertato è ad esempio il caso di nidificazioni all'interno di valli da pesca che, a causa dell'innalzamento artificiale del livello dell'acqua, sono andate completamente perdute.

    A questi problemi si aggiungono poi quelli dovuti alla predazione naturale ad opera di gabbiani, ratti, animali domestici, che, come abbiamo visto, possono compromettere la cova di intere colonie. È evidente la necessità di studiare interventi che tendano a ridurre l'impatto di specie nocive o comunque sovrabbondanti a scapito di altre più minacciate.

    Positivo in ogni caso è il risultato per le associazioni ambientaliste IBIS e WWF, che hanno fatto tesoro dell'esperienza maturata e contano di riproporla l'anno prossimo anche in altri comuni polesani, sperando di riscuotere maggior fortuna.

  • Il Polesine dal Cielo

    Il Polesine dal Cielo

    Una superficie piatta, che progressivamente si avvalla incontrando l’Adriatico. Questa la struttura morfologica del Polesine, i cui punti territoriali più elevati sono gli argini dei fiumi, eretti dall’uomo per imbrigliare i grandi corsi d’acqua che solcano la pianura. Interventi artificiali necessari giacché gli alvei fluviali tendono incessantemente ad innalzarsi, per il costante deposito di detriti, dovuto al lento procedere delle correnti verso la foce.

    In mancanza di alture naturali, è stata affidata ai campanili l’unica possibilità di spaziare sull’ampia superficie piana; e non è un caso che, proprio a Lendinara, cittadina dalle antiche e nobiliari tradizioni, esista una torre campanaria tra le più alte d’Italia, lo svettante campanile di S. Sofia, che con il suo angelo girevole sfiora i cento metri di altezza. Ma le strette e sdrucciolevoli scalette dei campanili, per lo più interdette all’uso, non permettono che a qualche privilegiato l’erta salita e non consentono che una visione definita ed immutabile.

    Bisogna volare sul Polesine per scoprire un mondo insospettato, dove gli scenari campestri prendono vita e movimento per il serpeggiare sinuoso di fiumi e canali, mentre avanzando verso il Delta il gioco della terra e delle acque diviene estatica visione.

    Va ad un manipolo di polesani il merito di aver aperto la strada per osservare il Polesine dal cielo: un volo davvero entusiasmante sulla terra dei grandi fiumi.

    Da quattro anni ha preso vita l’Aero Club Rovigo, che in poco tempo ha realizzato la bella aviosuperficie di S. Apollinare, borgo che sorge a sud-est del capoluogo, lungo le sponde del Canalbianco. Un centinaio di attivi soci, capitanati dal presidente dell’associazione dott. Giulio Cesare Guarniero e dal vice, avv. Italo Boscolo, hanno ottenuto in affitto dall’Amministrazione provinciale un terreno idoneo, su cui sono intervenuti con lavori di spianatura e consolidamento, ottenendo un’aviosuperficie regolamentare, adatta per l’atterraggio di aerei da turismo, elicotteri e U.L.M., ovvero ultra leggeri a motore, tra cui fanno la parte del leone i deltaplani realizzati dalla ditta Aliferrari di Lendinara.

    Tra i solerti animatori incontriamo un’autentica vecchia gloria dei cieli: il sottufficiale Leopoldo Previtali, ex istruttore pilota dell’Accademia di Caserta che con i nuovi amici ha ritrovato, assieme alla comune passione per il volo, la serenità perduta dieci anni fa in seguito alla tragica scomparsa di un figlio ventunenne. Mentre il “padre” dei piloti polesani sale sul seggiolino posteriore del deltaplano dell’avv. Boscolo per librarsi nell’aria, ci rivolgiamo al dott. Luca Granato, istruttore dell’Aereo Club rodigino che con quindici lezioni abilita i neofiti del volo a padroneggiare un aliante.

    “Abbiamo lavorato sodo per creare questa aviosuperficie – ci informa il dott. Granato –. Dopo aver spianato il terreno ci siamo procurati i prefabbricati per gli alloggiamenti a Gemona in Friuli, dove erano stati utilizzati per l’emergenza del terremoto. Abbiamo così dotato anche Rovigo di una struttura che può rappresentare un punto di riferimento importante per le esigenze collettive: per la Protezione Civile, ad esempio, oppure per la Guardia di Finanza, o ancora per una elioambulanza, vista la vicinanza con l’ospedale civile, o per quanti, intendono raggiungere Rovigo a bordo di piccoli aerei di cui molti personaggi del mondo economico sono dotati. Ma non ci sembra – aggiunge il dott. Granato con voce critica – che le autorità tengano nella dovuta considerazione questa aviosuperficie; mentre altre realtà, anche meno importanti di una città di provincia come Rovigo, dimostrano maggior interesse per iniziative similari, sostenendole anche con fondi pubblici”.

    Un discorso questo che va ripreso e che rinviamo ad un prossimo articolo.

    I raggi del sole frattanto si sono abbassati e le correnti ascensionali hanno perduto la loro forza. “Il momento più adatto – avverte il titolare dell’Aliferrari, Gabriele Garbellini – per il battesimo con l’aria… Prima di salire alcune informazioni tecniche: il propulsore è un Rotex austriaco di 500 cc, l’ala è ampia e solida; per governarla una semplice barra, importantissima perché ad essa è affidata la trasmissione dei comandi dell’ala a delta.

    Ecco, il motore aumenta di giri, una breve corsa sul tappeto erboso e poi su, sospesi nell’azzurro a scoprire un mondo che sembra di fiaba, dove rettangoli di verde si affiancano ad altri color ocra, in un dipinto bellissimo solcato dagli azzurri nastri dei fiumi.

  • In Golena

    In Golena

    Sull’argine sinistro del fiume Po, tra Villanova Marchesana e l’abitato di Canalnovo (antico villaggio di pescatori ed antica sede di un’Abbazia Benedettina), si trova una zona golenare molto interessante denominata “Piarda”.

    Nello scorso febbraio, la Commissione Provinciale delle Bellezze Naturali ha vincolato tale golena, stimandola zona di particolare importanza ambientale-naturalistica. Tra la folta a spontanea vegetazione si possono infatti notare diversi tipi di alberi tra cui pioppi, salici, robinie, anche di notevoli dimensioni, che si alternano creando un paesaggio interessante anche come zona di rifugio e ripopolamento.

    Tra la vegetazione, muniti di un binocolo, si possono osservare numerosi gruppi di aironi rossi e cinerini (ne ho contati anche 30 esemplari contemporaneamente) beccaccini, garzette, nitticore, cavalieri d’Italia, qualche esemplare di germano e chiurlo, numerosi gabbiani e fagiani. Un conoscente mi ha riferito di aver fotografato perfino un martin pescatore. Inoltre, e soprattutto quest’anno, si è notata la presenza di numerose nutrie, anche di notevoli dimensioni, completamente innocue (tali mammiferi vengono anche allevati per la loro pelliccia) di cui si possono vedere chiaramente le tane scavate lungo le rive.

    Nel paesaggio golenale si configura maestosa la Fornace Toti, che si erge sopra la vegetazione con l’imponenza delle sue 3 canne fumarie, divenute simbolo del paese stesso. Osservandole e parlandone con gli anziani del Paese, ritornano alla mente lontani ricordi di una vita e di un lavoro fatto di sofferenze e sacrifici, ricordi uniti alle imprese dei vari Biondo, Bioco, Curamin, Gigola, Gianoto, Giroleta, Grandora, Lusegon, Sito, Tociò, etc.; soprannomi ancora esistenti, alcuni scomparsi, con cui i lavoratori della fornace si chiamavano tra di loro.

    La fabbrica di laterizi, costruita nei primi anni del ’900, contava fino a 300 operai, dando lavoro anche a persone dei paesi limitrofi. Cessò la sua attività nel 1964 ed attualmente si può considerare come patrimonio di archeologia industriale, essendo in completo stato di abbandono e bisognosa di cure radicali per evitarne la perdita irrimediabile. A tale scopo nel P.R.G. comunale di Villanova Marchesana si dà la facoltà di riutilizzare tale struttura con finalità turistico-ricreative.

    Nell’ambito della valorizzazione della golena si è inserito il Gruppo “Amici del Po” di Villanova Marchesana, un’associazione aperta a tutti, costituitasi nel novembre 1989 senza scopi di lucro: in collaborazione con l’Amministrazione di Villanova Marchesana, si prefigge – come ci informa il Sig. Rizzi Ampelio, Presidente del Gruppo – la valorizzazione turistica ed ambientale della golena. “In tale ottica – afferma il presidente – abbiamo provveduto a costruire una rampa alaggio scafi, già funzionante, adatta anche per grosse imbarcazioni, ed un casone galleggiante ad uso dei soci del gruppo. Tali iniziative sono già state ampiamente apprezzate, in quanto si offrono delle strutture atte a promuovere la conoscenza dell’ambiente in cui si vive. Intendiamo inoltre proporre un parco arboreo didattico, già in parte attuato, con la piantumazione di specie autoctone tipo farnia, carpino, frassino, olmo, ontano. Speriamo inoltre di poter estendere l’utilizzo di tali strutture a comitive di turisti che possono giungere con motonavi o con pullman”.

    Da non sottovalutare inoltre il momento gastronomico proposto dai locali della zona, in cui si possono gustare alcuni salumi tipici, come si suol dire “fatti in casa”, e diverse altre specialità, tutte accompagnate da “un’ombra” veramente genuina.

    Un appuntamento di indubbio interesse quindi per tutti gli amanti della natura e del bird-watching, o per chi intenda dedicare un momento ricreativo, proponendo una visita a questa oasi naturale, tutta da scoprire.

  • Un piacevole itinerario nel cuore del Polesine

    Un piacevole itinerario nel cuore del Polesine

    Il nostro paesaggio rurale può sembrare piatto, inesorabilmente uniforme, forse monotono, ma possiede sicuramente il suo fascino. Ciò è evidente seguendo la strada che da Fratta Polesine porta a Pincara. Nell’aperta campagna si scorge una variegata distesa di colture fino all’orizzonte che si unisce al cielo, in una sfumatura azzurra, lattea o grigiastra a seconda dell’ora e delle stagioni.

    Superato il sottopassaggio della superstrada giriamo a sinistra e raggiungiamo il Passo del Pizzon: un tuffo all’indietro in un ambiente naturale che si spera non venga deturpato dall’uomo, un mulino costruito ai primi del ’900 (ha funzionato fino a vent’anni fa) e ora abbandonato (ma segnalato come manufatto di archeologia industriale del Polesine), la vicina cascatella, qualche casa, la confluenza dello Scortico e Canalbianco. Esisteva qui il “fosso” ma da qualche decennio ha terminato la sua funzione.

    Dopo una breve sosta, proseguiamo verso la località Paolino, dove c’è il ponte. Perché questo nome? Paolo era l’antica moneta toscana con cui si pagava il pedaggio per il servizio di attraversamento del fiume Tartaro (ora Canalbianco), e questo fino alla metà dell’800. Poi è stato costruito il ponte, distrutto due volte durante l’ultima guerra.

    Oltrepassato il ponte, a destra, ecco Pincara. Nel 1473 il Duca Ercole I d’Este donava a Guglielmo Pincaro di Parma, suo consigliere, un tratto di terreno a titolo di feudo che prese il nome di Pincara. Nella direzione del territorio subentrò Andrea Dolfin. Il ricordo di questa famiglia rimane nel nome dato ad un gorgo esistente nelle vicinanze: il gorgo Dolfin. La storia di questo paese è un susseguirsi di alluvioni. Nelle vecchie case si trovano ancora incise sui muri le varie altezze raggiunte dall’acqua (una è visibile nella fattoria Possessioncella). Pincara, bagnata dal Canalbianco, è attraversata anche da diversi scoli. Nella località un tempo esisteva pure un lazzaretto dove ora c’è un liquorificio.

    A tre chilometri dal centro, in località Roncala, c’è casa Roncali comunemente detta la Roncala. Dell’antico complesso è rimasta la torre, la casa contadina con stalla e fienile e l’oratorio dedicato a S. Francesco d’Assisi. L’abitazione risale al ’500 ma il pregio dell’antichità è stato intaccato da troppe trasformazioni. La famiglia Roncali, oriunda bergamasca, si era stabilita a Rovigo ed era una delle più potenti della città. In quel periodo, costruito il palazzo a Rovigo e proprietaria di campagna, disponeva anche di una villa in Pincara acquistata dagli eredi di Pincaro. Qui una volta si coltivava la canapa, il tabacco, si allevavano bachi da seta e si praticava l’agricoltura. Alla fine dell’800 si intrecciava ancora il giunco e il vimini per fare cesti e stuoie.

    E il gorgo Dolfin? Costeggiando lo Scolo Nuovo, scavato alla fine dell’800 dagli scariolanti per prosciugare dalle acque i terreni, ritorniamo sulla strada Pincara-Fiesso e deviamo per Castelguglielmo. La strada è immersa nel verde e le case sono nascoste tra gli alberi e cespugli di fiori. Fra il verde si comincia a vedere un tremolio e un luccichio d’acqua. Siamo al gorgo Dolfin, macero fino alla fine del ’700 e allargato poi dalle alluvioni. È un luogo piacevolissimo. Generalmente c’è poca gente, ed è forte il desiderio di sedersi sulla riva e seguire con lo sguardo l’allontanarsi delle foglie sull’acqua trasportate dalle onde concentriche di un sasso lanciato. Ma l’aroma del caffè arriva dall’altra parte della strada a stuzzicare l’odorato; l’osteria al Gambero invita: un caffè, un cappuccino o una bibita e qualche chiacchiera: si viene a sapere che la strada di fianco porta alla tenuta Giona, il primo centro agrituristico sorto in Polesine, c’è pure la chiavica di Giona, nome dato anche al posto, ci sono dei cavalli… Il Gambero, Giona, il gorgo, i cavalli, gli ingredienti ci sono per inventare favole e storie strane.

    Ripartiamo perché sulla strada per Fiesso merita una visita l’oratorio di San Donato di Pedrurio che si erge su un piccolo dosso nella immensa solitaria campagna. Questa chiesetta di S. Donato (ora di proprietà privata) fu costruita fra il XVI e XVII sec. (ci sono all’interno nell’abside, affreschi secenteschi, deturpati da ritocchi fatti nel 1919 e un’acquasantiera infissa nel muro) dopo la distruzione della Pieve di S. Donato di Pedrurio risalente a prima del mille; conserva della primitiva costruzione il lato nord e il campanile. Forse qui esisteva anche un forte, teatro di guerra fra le fazioni dei Salinguerra (Ghibellini) e dei Marchesalli (Guelfi) di Ferrara.

    Ciò che attira l’attenzione in questa chiesetta è l’iscrizione incisa sul cippo marmoreo, menzionata da molti studiosi ma scoperta solo ai nostri giorni, in quanto questo cippo funerario, capovolto, servì di sostegno alla mensa di marmo dell’altare. Questo cippo romano anteriore al 2° sec. d.C. prova l’esistenza come affermano studiosi del territorio di una stazione romana sulla via Reale che, sulla riva destra del Canalbianco, congiungeva Adria romana con l’alto Polesine: il testo latino dice: D.M. / C. VIBI FIRMI / VALERIA / DUBITATA / FILIO / PIISSIMO / ET SIBI che significa: Agli Dei Mani / Valeria Dubitata, / (moglie) di Caio Vibio Firmo / (dedica questa stele marmorea) / al figlio piissimo e a se stessa. La Gens Valeria e la Gens Vibia erano comuni nel mondo latino; questa iscrizione indica una sepoltura comune alla madre e al figlio, forse il marito era già morto. Osserviamo ancora che fra ET e SIBI è stata scavata una nicchia asportando il SI di SIBI. Probabilmente, dato il nuovo uso del cippo, nelle cavità si volevano riporre le reliquie del Santo.

    Siamo vicini a Fiesso e il centro, con la chiesa parrocchiale di S. Maria, il Palazzo Vendramin-Calergi o Morosini, ora residenza municipale, e Villa Colognesi, merita una visita approfondita. Ne parleremo un’altra volta scoprendo anche altri centri vicini.

    Ora è tempo di sostare. Perché non andare in riva al Poazzo dove in un locale tipico, sotto la pergola o all’interno, si possono gustare antichi sapori polesani?

  • Parco del Delta: è tempo di decisioni

    Parco del Delta: è tempo di decisioni

    “La Mesopotamia d’Italia”. Alla nostra provincia, racchiusa tra i due grandi fiumi, il Po e l’Adige, ben si addice questa definizione. La similitudine con un’altra zona del pianeta porta inoltre questo territorio ad assumere anche il nome di “Olanda italiana”: come nei Paesi Bassi infatti una buona porzione della superficie polesana si trova sotto il livello del mare.

    La storia del Polesine si intreccia pertanto intimamente con l’elemento liquido, visto di volta in volta come amico o nemico. E la tragedia delle alluvioni ha costituito per secoli un triste retaggio, per cui l’uomo si è trovato troppo spesso a lottare contro forze immani e a riprendere da capo il suo paziente lavoro di delimitare e incanalare le acque, alzando argini e scavando scoli. Impegno questo che ai nostri giorni, grazie a tecnologie e mezzi più adeguati e potenti, ha consentito al Polesine di raggiungere una sicurezza idraulica un tempo impensabile, strappando inoltre terre alle paludi, a vantaggio dell’agricoltura e degli insediamenti, e sconfiggendo definitivamente il secolare flagello della malaria.

    Se questi ultimi interventi hanno portato ad un sicuro miglioramento delle condizioni igieniche ed economiche degli abitanti del basso Polesine, è però altrettanto vero che la lotta senza quartiere contro le aree palustri ha cancellato alcuni interessanti biotipi, dalle caratteristiche uniche in Italia.

    Di qui l’originarsi di una protesta contro la progressiva cancellazione delle zone umide e la richiesta dell’istituzione del Parco del Delta avanzata dalle associazioni ambientalistiche fin dagli anni settanta. A questa voce si sono uniti in più occasioni anche i vallicoltori, sottolineando la necessità di preservare le valli deltizie come importante fonte di reddito nel settore della pesca.

    I valori della salvaguardia ambientale hanno fatto dunque progressivamente proseliti anche in Polesine, ma non sono ancora divenuti patrimonio collettivo, se è vero che troppo spesso vengono accantonati in vista di ricorrenti ipotesi di macroindustrializzazione, che si spingono in qualche caso a teorizzare per il basso Polesine perfino insediamenti che ricordano Marghera.

    Non è certamente questa la vocazione della “terra dei grandi fiumi” per la quale il prossimo decennio rappresenterà certamente la pietra miliare della sua storia futura. Occorrono decisioni coraggiose, non più rinviabili, perché terra ed acque trovino il loro abbraccio più armonico, a reale vantaggio della collettività.

  • Una rivista e una cooperativa
per il Polesine

    Una rivista e una cooperativa per il Polesine

    Pochi gli aggiustamenti rispetto al primo numero di VENTAGLIO 90. Una rivista che, come qualcuno ha osservato, è nata adulta fin dalla prima edizione; ovvero con le idee chiare circa gli ambiti di interesse da privilegiare.

    Due in particolare i poli su cui poggia VENTAGLIO 90: quello della conoscenza dell’ambiente naturale e del patrimonio storico-artistico, e quello letterario con la presentazione di testi di narrativa e poesia di autori della nostra terra. Ma nella nuova rivista non mancano di trovare spazio anche altri settori, quali il teatro, la musica, le arti figurative e le realizzazioni di associazioni o enti che operano a vantaggio della crescita culturale, sociale ed economica del Polesine. Un’azione questa in cui la Cooperativa “Turismo & Cultura”, anche con l’edizione della presente rivista, ritiene di svolgere un ruolo non indifferente. Per il quale in verità non mancano i consensi, tra cui ci piace qui riportare quello schietto e spontaneo formulato dai ragazzi di una scolaresca di Padova che così ci hanno scritto:

    “Siamo gli alunni della classe terza della scuola elementare ‘Gozzi’ di Padova. Noi tutti ringraziamo vivamente la vostra organizzazione per la disponibilità e gentilezza degli animatori turistico-ambientali che abbiamo incontrato sia ad Adria che sul Delta del Po. Insieme abbiamo trascorso giornate bellissime e avuto la possibilità di conoscere luoghi meravigliosi. Grazie ancora. La classe terza con gli insegnanti”.

    Cresceranno i ragazzi di Padova. E se, grazie alla sensibilità dei loro insegnanti, conserveranno un ricordo positivo del Polesine, alla cui visita sono stati guidati dagli animatori della nostra Cooperativa, sarà stato gettato un piccolo seme a favore della nostra terra.

    Un ringraziamento dunque ai ragazzi di Padova e a quanti continuano ad avvicinarsi alla Cooperativa “Turismo & Cultura” che, per essere meglio presente nel tessuto socio-culturale della provincia, ha dato vita al presente periodico semestrale.

    COOP. TURISMO & CULTURA — Il presidente — Dott. Antonio Rossin

    VENTAGLIO 90 — Il direttore — Prof. Lino Segantin

  • Un italiano in America

    Un italiano in America

    I. La partenza

    A vent’anni, io ero uno di quei giovani spostati che abbondano anche nelle città di provincia. Interrotto, per la morte di mio padre, il liceo, vivevo in Lendinara, piccola città del Veneto, malcontento, stizzoso, come un uccello in gabbia.

    Cresciuto con una certa passione per lo studio e per la letteratura, imparavo da me, a furia di leggere, ciò che mi avrebbero insegnato all’università, se le condizioni della famiglia mi avessero permesso di frequentarla; ma costretto, invece, a subire esami noiosissimi, come quelli di segretario comunale, per concorrere a qualche impiego, finii coll’essere nominato commesso postale del mio distretto nativo.

    La mamma, contentona, credeva che a me non mancasse altro ormai che una buona sposa per calmarmi la fantasia e trasformarmi in un pacifico padre di famiglia. Ma io, pur facendo il mio dovere in ufficio, seguitavo ad ammattire sui libri, e, affetto da una specie di grafomania precoce, cominciavo a scrivere come per istinto. Stavo rinchiuso per ore ed ore nella mia camera: i parenti credevano che studiassi la legge comunale o provinciale per apparecchiarmi agli esami di segretario, e invece componevo un romanzo, che fu poi pubblicato dal Bacchiglione di Padova.

    Alberto Mario, mio concittadino, vide le prime novelle che scarabocchiavo e, pur consigliandomi a non aver fretta, m’incoraggiò a continuare, facendomi l’improvvisata di stamparne alcune nella Vita Nuova, rivista letteraria di Milano, diretta dall’ottimo Arcangelo Ghisleri. Ed io, naturalmente, tirai innanzi con entusiasmo, rendendomi colpevole perfino della fondazione di un periodico quindicinale, Il grillo del focolare, raccolta di letture familiari, all’uso dei magazines inglesi.

    Dopo un anno, però, capii che quella dell’impiegato postale o comunale non è vita propria a svegliare le nostre facoltà e a rinvigorire le forze dell’anima: si cessa d’essere uomini per diventar carrucole. Mi parve che in un piccolo paese, in quell’ambiente, senza aver visto il mondo, giovane, inesperto, isolato, non sarei riuscito che un povero impiegatuccio, condannato a guadagnare quattro o cinque lire al giorno vita naturale durante, come ve n’hanno tanti. E, nei sogni ambiziosi della adolescenza, stimandomi capace di qualche cosa di meglio, un po’ alla volta il malcontento che avevo addosso si trasformò in una voglia matta di fuggire da quel carcere del mio ufficio postale, di muovermi, di viaggiare, di vedere.

    Era come una specie di nostalgia dell’ignoto che mi tormentava.

    Una notte dell’estate 1879, passeggiando lungo la riva dell’Adige, in preda a uno di quelli scoraggiamenti in cui cadono così facilmente i ragazzi, mi balenò un’idea strana, riflettei un momento solo, e presi senz’altro un’audace risoluzione.

    – No, io non continuerò a vegetar qui, – pensai. – Il mondo è grande, c’è l’America e New York è una vasta metropoli. Io andrò là, studierò quei famosi americani, apprenderò l’inglese. Lavorerò da principio con le braccia, ma nel paese dell’attività e della libertà per eccellenza, imparerò a conoscere meglio la vita e gli uomini, e un giorno tornerò in Italia ricco, almeno, d’esperienza. Allora mi sarà più facile dedicarmi completamente al giornalismo.

    Il mese prima avevo letto alcuni libri sugli Stati Uniti e m’ero innamorato dell’America del Nord: questa fu l’unica regione per cui scelsi New York invece di Sidney o di Buenos Aires. La determinazione e la scelta furono indiscutibili.

    Comunicai il progetto al mio tutore affinché ne informasse la mamma dopo la partenza – altrimenti chissà quanti pianti e che cosa la poveretta avrebbe fatto per trattenermi – e ne parlai, non a tutti i conoscenti, che m’avrebbero dato del pazzo, ma a pochissimi amici. Uno di costoro, vice-cancelliere di pretura in una città vicina, Badia-Polesine, a lire 1,75 al giorno, mi disse: – Io pure verrò in America con voi. – E quattrini? – feci io. – Ho una zia che me li darà. – Ebbene, trovatemi allora, la sera del 4 agosto a Milano: proseguiremo il viaggio insieme. È meglio essere in due: potremo, all’occorrenza, aiutarci a vicenda, da buoni fratelli.

    Rinunziai all’impiego, consegnai regolarmente l’ufficio alla regia amministrazione provinciale delle poste, convertii in denaro tutte le mie proprietà mobili, consistenti in una cartella di Stato di mille lire, e la mattina del 4 agosto 1879, montato in un vagone con le mie valige, salutai la punta del campanile nativo. Avevo appena ventun anno.

    Per la linea Legnago-Verona, giunto a Milano, trovai alla stazione l’ex vice-cancelliere, il quale mi annunziò in tuono desolato d’aver speso giusto gli ultimi centesimi in un caffè perché la zia non gli aveva voluto dare un soldo. Che fare? Non ci pensai neppure un minuto: – Caro Giuseppe, – gli dissi – voi sapete che possiedo soltanto mille lire. Invece di viaggiare in seconda classe, piglierò due biglietti di terza: andiamo!

    I viaggi, la varietà dei paesi avevano sempre esercitato su di me un grande incantesimo. Da ragazzo, fra tutti i romanzi moderni, preferivo quelli di Giulio Verne, e, fra i giornali, Il giro del mondo. Bastavano i modesti paesaggi dei colli Euganei per entusiasmarmi: Venezia poi mi faceva andare in visibilio. Il desiderio di vedere un po’ il mondo era tanto più acuto in me in quanto che, fino allora, non ero stato più in là di Padova, Venezia e Bologna. Nato e cresciuto nella monotona pianura che si stende fra l’Adige e il Po, sentivo un vero bisogno di monti e di mari.

    Figurarsi, dunque, quali potenti emozioni cominciai a provare appena partito. Oggi rido pensandoci, ma ricordo che, allora, mi avviavo verso le Alpi e verso l’Oceano con un turbamento tutto singolare. Infatti, quando il treno, uscito dalla stazione di Torino, prese ad attraversare il Piemonte ed io mi trovai finalmente in mezzo alle grandi montagne, sentii battermi il cuore dal piacere.

    Era una sera d’una bellezza inverosimile. Il convoglio correva diritto verso il sole che scendeva dietro le giogaie delle Alpi; procedeva fra le due catene di montagne che diventavano sempre più alte.

    – Oh! – gridavo come uno spiritato al mio compagno – ma non vedete che giuochi, che effetti di luce e di raggi?!

    E lo costringeva a guardar, in su, certe sommità circondate di aureole di nubi d’argento, di fiocchi di vapori trasparenti, che parevano fantastiche; e poi, in giù, le gole oscure, i precipizi, i letti ghiaiosi dei torrenti e i fianchi scoscesi da cui sporgevano grossi massi.

    Quando venne la notte a coprire quei quadri col suo sipario, non ritirai il capo dallo sportello: i profili montuosi si disegnavano vagamente nel cielo azzurro e qualche lumicino brillava tremolando nelle casette, fra i castagni, lungo le chine. Gustavo quel senso d’inesprimibile benessere che si sente nelle belle mattine in campagna, alzandosi presto, freschi e riposati.

    Quella sera divina, quell’atmosfera vivificante, quei paesaggi superbi, mi sembravano l’estremo saluto del paese che abbandonavo. Bardonecchia, l’ultima stazione italiana, giace in una valletta nella quale con gran fracasso precipita un torrente. Giunto a quel confine, mi affacciai allo sportello, guardai la terra italiana e afferrai la mano dell’amico.

    – Addio – mormorai sorridendo e volendo dare a credere al compagno che parodiassi una pagina dei Promessi Sposi – addio, o paese bello, addio madre e fratelli miei, compagni affettuosi di scuola e di giuochi, persone tutte che mi voleste bene. Addio, o mia quieta città, dove trascorsi gli anni sereni dell’adolescenza. Addio, casa di campagna, rustica cameretta, dove passai tante notti a imbrattar carta, ora baldo e fidente nell’avvenire e nel mio piccolo ingegno, era accasciato da brutte malinconie. Addio campi verdi del Polesine, viottole solitarie, orizzonte frangiato dalla catena dei colli Euganei, rive del Po e dell’Adige, che bastavate per insegnarmi ad ammirare la natura e dinanzi a cui sentii battermi in petto un cuore di poeta. Albe rosee, notti stellate, addio. Non più illusioni, né sogni, ma lavoro e dura realtà…

    Era in fior la mia vita e cure e voglie Di quel tempo felice abbandonai Nelle materne soglie, Ed esulai. (Schiller)

    Fingevo di scherzare, snocciolavo con enfasi i patetici aggettivi, e intanto, due lagrimoni mi scendevano lungo le guance.

    Siccome per arrivare in America con un fondo di scorta meno esiguo che fosse possibile, avevo deciso, come dissi, di viaggiare col mio compagno in terza classe, a Bardonecchia, dove giungemmo alle dieci di sera, ci toccò aspettare fino alle tre del mattino per montare sull’omnibus che conduce a Modane. Ammirato ancora una volta il paesaggio alpino illuminato dalla luna, ci ricoverammo in un piccolo caffè e attendemmo il treno.

    All’alba eravamo in Francia.

    La Savoia m’apparve come una Svizzera in miniatura, e – mentre un’aurora ammaliante tremolava fra le alte foreste e illuminava le acque cerulee di alcuni laghetti che da Aix-le-Bains fino a Culoz lambiscono i piedi delle montagne – guardando il fumo della macchina turbare la purezza delle chine dolci e boscose di quei recessi pastorali, pensavo essere stato un giorno di sacrifizio per l’Italia quello in cui la casa regnante dovette cedere alla Francia la terra di cui porta il nome.

    Ma il caldo, la durezza dei sedili e la lentezza del treno mi fecero sentire ben presto il sonno e la stanchezza; di quella lunga traversata in omnibus della Francia ricordo solo che usciti dalla Savoia, s’entrò in pianura, poi apparvero nuove catene e si viaggiò ancora in alto, attraversando tunnels numerosi, vallate stupende e i celebri vigneti della Sciampagna e della Borgogna.

    Trascorsa una notte molto disagiata nel treno, arrivammo di buon’ora a Parigi. Eravamo affumicati e impolverati in modo compassionevole, ma un bagno nella Senna, fatto in uno stabilimento gellaggiante, ci rianimò, e, con ardore febbrile ci accingemmo a percorrere a volo l’uccello la Babilonia francese che dovevamo lasciare quella sera stessa.

    Fu una fantasmagoria: passando davanti alla chiesa della Madaleine intravvidi il grandioso ed aristocratico funerale che si celebrava per l’infelice principe Napoleone, ucciso poche settimane prima dai Zulù. Il gran tempio era tutto pieno di signore in lutto e di gentiluomini in abito nero, parecchi dei quali apparivano profondamente commossi; nella navata di mezzo ardevano immensi incensieri e l’organo accompagnava un coro composto di artisti di prim’ordine. Si diceva che da un pezzo non s’era veduto un funerale così imponente.

    In quei giorni non si parlava che della fine impreveduta del figlio di Napoleone III. Nelle vetrine di molti negozi sui Boulevards non si vedevano che ritratti del principe disgraziato, fotografato in cento maniere: vestito da borghese e da militare, solo e insieme con la madre, ucciso, in mezzo all’erba, circondato da Zulù con visi orrendi. Al lutto per la fine miseranda del povero giovane prendevano parte tutti i francesi, senza distinzione di partiti.

    Alla sera potemmo vedere per la prima volta le lampade elettriche che illuminavano alcune piazze, e alle dieci e mezzo, storditi e sbalorditi, attendevamo alla stazione di Saint-Lazare il treno per l’Havre.

    Capitati, per fortuna, in uno scompartimento vuoto, dormimmo pacificamente tutta la notte; ci eravamo oramai abituati ai sedili di terza classe.

    Havre si mostrò alla mattina, da lontano, come una selva d’alberi di navi e di camini di opifici. Appena arrivati, avviandoci a un piccolo albergo, fummo nauseati da quell’odore particolare di certe città di mare, che all’Havre si fa sentire acutissimo. Pare impossibile, che in strade così sudicie, coi marciapiedi fiancheggiati da neri e puzzolenti rigagnoli, siano nati Casimiro Delavigne e Bernardino de Saint-Pierre. Una popolazione affaccendata circola per le vie piene di botteghe che mettono in mostra i prodotti del mondo intero e affolla le rive dei canali che ricordano Venezia.

    Da un’agenzia marittima di Parigi avevo comperato il giorno prima, due biglietti per la traversata da Havre a New York, persuaso di partire con un vapore della Compagnia Generale Transatlantica Francese. Ma, all’Havre, m’accorsi subito come le agenzie imbrogliassero gli emigrati. Invece che per i comodi e rapidi piroscafi della Transatlantique, ci avevano dato due biglietti per una linea inglese, che ci obbligavano a fermarci tre giorni all’Havre e poi a recarci a Londra, allo scopo di procurare un guadagno ai due alberghi a cui eravamo indirizzati.

    Siccome le proteste riuscivano ormai inutili, facemmo di necessità virtù, visitando la città e il porto animatissimo. La sera dell’undici partimmo a bordo del Wolff e, traversata felicemente la Manica, sbarcammo la mattina seguente a Southampton. Di là, in tre ore, un treno ci condusse a Londra, di dove partimmo.

    XVII. Servo il futuro presidente della repubblica

    Il mese dopo, come il signor Kauffmann mi aveva prevenuto, il Metropolitan Concert Hall fu chiuso. Durante i calori estivi la società elegante di New-York si sparge tutta nelle villeggiature; i meno ricchi vanno a passar la sera a Coney Island.

    Il direttore del Metropolitan Concert Hall mi disse che era rimasto contento di me e che se mi fossi presentato in settembre avrei riavuto il mio posto: ma intanto restai nuovamente a spasso con una ventina di dollari in tasca.

    Rifacendo i soliti giri per allogarmi altrove come ice-cream-man, mi sentii rispondere dappertutto che la stagione era troppo avanzata: gli hôtels tanto di New-York come della vicina Coney Island s’erano provveduti di gelatieri fino dal principio dell’estate.

    I venti dollari scemavano rapidamente: non bisognava perdere tempo.

    Dopo essermi presentato invano in una ventina di alberghi, un giorno cocentissimo di luglio andai a provare anche al Brunswik, uno dei più grandi e aristocratici di New-York, situato in Madison Square.

    – Avete per caso bisogno di un gelatiere? – chiesi al direttore, un alsaziano piccolo e grosso, con una faccia sbarbata, che pareva un canonico. – No – mi rispose – ma credo di abbisognarne fra qualche settimana: intanto vi posso tener qui come omnibus.

    Nei grandi alberghi all’europea di New-York si chiamano omnibus quei garzoni che, per ignoranza della lingua inglese e del mestiere, non sapendo ancora fare i camerieri, vengono adoperati come aiutanti dei camerieri stessi. Essi apparecchiano e sparecchiano le tavole, preparano le provviste di piatti e di posate e vengono adoperati in altri consimili piccoli servizi.

    Alla inaspettata proposta diventai rosso come una ciliegia. Il pensiero di cingere un grembiule bianco per bazzicare coi guatteri e coi lavapiatti, non mi si era mai presentato: in caso estremo avrei preferito andare in campagna a fare il contadino.

    Accortosi di quel mio imbarazzo, il direttore del Brunswik disse: – Eh! capisco, per uno che ha un’arte è duro adattarsi al modesto salario di omnibus; ma vi assicuro che il mese prossimo vi sarà vacante un posto di gelatiere. – Non è tanto per paga – feci io sempre imbarazzato.

    Allora il piccolo alsaziano mi esaminò attentamente e indovinò. – Voi non avete fatto sempre il gelatiere? – No. – In Europa non eravate un operaio? – No. – Ah! – esclamò ridendo – capisco, capisco il sentimento di fierezza che vi fa arrossire, la ripugnanza che provate all’idea di fare il vice-cameriere o anche il cameriere. Ma qui siamo in America, caro mio, e se per il momento non trovate da occuparvi nell’arte che conoscete meglio, vi consiglio di lasciar da parte i pregiudizi europei e di accettare il posto che vi ho offerto. Il Brunswik è un albergo di primissimo ordine; il personale è composto di gente per bene; la lingua ufficiale è il francese. Eh! se sapeste quanti ne ho conosciuti io dei giovinotti di buona famiglia e di bella presenza, francesi, tedeschi, italiani, che, emigrati alla ventura con poche lire in tasca, si ridussero nei primi mesi, per la questione del pane, a fare gli omnibus nei grandi alberghi dove si parla francese. Ex-impiegati, ex-maestri, ex-figliuoli prodighi, ne ho avuti a dozzine al Brunswik: dopo qualche mese di noviziato come omnibus, alcuni si misero a fare i camerieri.

    Vedendo che non avevo le maniere di un contadino e che fisicamente sarei stato un omnibus abbastanza decoratif, il direttore del Brunswik voleva convincermi ad accettare. In me aveva luogo una lotta curiosa: mentre da una parte mi ribellavo istintivamente alla proposta, dall’altra mi domandavo che cosa avrei fatto fra due o tre giorni. Era meglio mettersi a fare l’omnibus o esporsi al pericolo della fame? Se piuttosto di presentarmi a mendicar soccorsi e aiuti al Consolato Italiano o a qualche connazionale, preferivo qualsiasi lavoro manuale e faticoso, perché fare lo schizzinoso?

    – Young man – continuò l’alsaziano che pareva si divertisse in quella discussione – in America i garzoni d’albergo non sono tenuti in così basso conto come in Europa, dove ogni avventore si crede in diritto di dare loro del tu e di rimproverarli arrogantemente per qualsiasi inezie. A New-York i camerieri degli hôtels di lusso sono giovinotti intelligenti, che parlano correntemente tre o quattro lingue. In certi alberghi, come qui al Brunswik e al Delmonico, i garzoni guadagnano dai tre ai quattro dollari al giorno, oltre il vitto: la paga di un commendatore capo divisione in Francia e in Italia. Io, non mi vergogno di dirlo, ho cominciato la mia carriera vent’anni or sono, facendo precisamente l’omnibus.

    Quel chiacchierone finì col persuadermi che le mie titubanze erano ridicole. – E quale sarebbe il mio lavoro? – domandai. – Sarete addetto al servizio delle stanze superiori. Avete un vestito nero? – Sissignore. – Il jacket da cameriere? – No. – Ah! senza jacket non s’entra al Brunswik. Ve ne occorre uno di panno, non d’alpaca. – (Con un sospiro). Me lo procurerò in cambio di una redingote. – Non basta: bisogna che vi tagliate i mustacchi. – Ah! questo poi… – Eh! sicuro, è lo style degli alberghi aristocratici all’europea. – (Con un sorriso forzato). Ebbene, li sacrificherò. – Allora venite domattina alle otto. – Non mi mancava altro che questa! – pensavo. – Rinunziare anche ai mustacchi! Le belle usanze che in America si copiano dall’Europa!

    Mi procurai il jacket di panno e alla mattina seguente, vestito di nero, con le scarpe lucide, pettinato, sbarbato come un seminarista, mi presentai di nuovo al direttore del Brunswik che trovò inappuntabile il mio abbigliamento e mi consegnò ad un maître d’hôtel, alsaziano lui pure. Costui mi registrò in una matricola, mi condusse al dipartimento della biancheria, mi diede una marca di ottone con un numero d’ordine, un grembiule e una cravatta bianca; e mi disse con solennità: – Dites-donc, due volte al giorno verrete in questa stanza, presenterete la vostra marca e muterete cravatta e grembiule. Avete capito? – Oui, monsieur! – L’orario è il seguente: dalle undici antimeridiane alle otto pomeridiane il giorno seguente, e così alternativamente. Avete capito, dites-donc? – Oui, monsieur!

    Come il piccolo direttore aveva detto, fui messo ad aiutare i camerieri addetti al servizio nelle stanze superiori del sontuoso albergo.

    Il Brunswik è regolato all’europea: gli avventori pagano quello che ordinano. Negli hôtels veramente americani, invece, si spende un tanto al giorno, tre, cinque, otto dollari per la stanza e per mangiare a qualunque ora quello che si vuole.

    Al pianterreno del Brunswik oltre il caffè e il bar-room c’è una magnifica sala da pranzo: ma molti viaggiatori amano pranzare nei loro appartamenti, ed era per costoro che io dovevo salire e scendere gli ampi scaloni coperti di tappeti, portando i vassoi coi piatti d’argento fumanti.

    Situato nel centro della città, in bella posizione, davanti ai giardini della Madison Square, vasto, ricco, provveduto di tutte le comodità imaginabili, il Brunswik è frequentato dalla migliore società americana e da viaggiatori illustri. Tutte le sere dozzine e dozzine di carrozze sono ferme sotto le finestre dell’elegante e aristocratico ristorante dai vetri a mosaico, illuminato a luce elettrica; brigate di signori, coppie di sposi, di amanti, fanno dei pranzi di gran lusso e, risalendo poi la Quinta Avenue vanno a godere il fresco al Central Park.

    A mezzanotte, dopo gli spettacoli teatrali, i saloni del Brunswik sono pieni di giovanotti dell’high-life e di signore: lo sciampagna scorre come l’acqua. Di lì a pochi giorni conoscevo di vista gli attori e i politicanti più famosi di New-York, tutti habitués del Brunswik e aiutavo ad apparecchiare una tavola alla quale pranzavano Garfield e Arthur, candidati alla presidenza e alla vice presidenza della repubblica.

    Lavorando coi camerieri e mandando a memoria la lista interminabile delle pietanze, imparavo il mestiere che per i giovani svelti non è poi tanto difficile. Della lingua inglese m’impratichivo ogni giorno più, e dopo quindici o venti giorni venivo incarico di servire da solo qualche colazione o qualche piccolo pranzo negli appartamenti superiori frequentati da milionari australiani, da baronetti inglesi, da titolati spagnoli e francesi, che arrivavano con carri pieni di bauli.

    In quell’epoca Garfield, che doveva essere eletto per finire poi così miseramente vittima del pazzo Guiteau, alloggiava nel palazzo detto Quartiere del partito repubblicano di New-York, in Quinta Avenue, a pochi passi dal Brunswik. Io gli portavo la colazione nel suo appartamento. Prima di colazione il futuro presidente, assai mattiniero, faceva un bagno freddo; mangiava solo in un salotto da studio.

    Uomo alla buona, affabilissimo, di costumi semplici, non prendeva generalmente che un beefsteak e una tazza di caffè e latte. Sebbene candidato alla suprema carica in una repubblica di sessanta milioni d’abitanti, con novanta probabilità su cento di riuscire eletto, in quel suo viaggio a New-York non era accompagnato neppure da un domestico.

    Mi figuravo da principio che la nuova vita dovesse pesarmi orribilmente, ma la fatica mi lasciava ben poco tempo per riflettere sull’umiltà della mia condizione.

    XXI. Come diventai redattore di un giornale

    Nel 1880 si pubblicava a New-York un solo giornale settimanale in lingua italiana, intitolato l’Eco d’Italia, quando un italiano ardito e intraprendente, il signor Carlo Barsotti, decise di fondarne uno quotidiano. Nella sola New-York vivono circa venticinque mila italiani; molte altre migliaia di nostri connazionali si trovano sparsi negli Stati Uniti e l’immigrazione prendeva allora insolite proporzioni.

    Il Barsotti, toscano, è un interessante tipo di self made man. Emigrato in America poco dopo il settanta, senz’altre fortune che quelle della gioventù e della salute, dovette da principio adattarsi a fare il capo-squadra in alcuni lavori ferroviari che impiegavano molti operai italiani. Impratichitosi della lingua inglese, esercitò altre industrie finché ne trovò una che fu l’origine della sua fortuna.

    Un italiano, di cui non ricordo il nome, s’era accorto che a New-York mancavano degli alberghi puliti e a buon mercato, dove si potesse passar la notte per pochi soldi, e ne aprì tre o quattro, divisi in centinaia di camerette, grandi come le celle dei frati, che si affittavano per venticinque soldi alla notte. Questi lodging houses fecero furore. Barsotti, che era diventato segretario e socio dell’italiano che li aveva ideati, essendo questi partito da New-York, ne rimase unico proprietario, li aumentò e ingrandì e si assicurò con essi una lauta rendita, che cresceva giorno per giorno.

    Tutto intento all’amministrazione dei suoi alberghi, egli non si era mai occupato di giornali, quando l’uxoricida italiano Pietro Baldo venne dai tribunali di New-York condannato a morte. Per tentare di fargli commutare la pena, si costituì nella nostra colonia un comitato. Le comunicazioni del signor Barsotti, non so più per quale ragione o per quale equivoco, non ebbero da parte del signor Secchi da Casali, direttore dell’Eco d’Italia, l’accoglienza che meritavano.

    Allora il signor Barsotti, irritato e sorpreso che l’unico giornale italiano esistente a New-York non s’interessasse alla sorte di un connazionale condannato a morte, disse al direttore del settimanale Eco d’Italia: – Gli italiani della costa atlantica hanno bisogno di un altro giornale. Lo farò io e sarà quotidiano.

    E mantenne la parola, dedicandosi alla nuova impresa con l’ardore, con l’audacia e con la perseveranza di un vero yankee. Il nuovo giornale fu chiamato il Progresso italo-americano e cominciò a pubblicarsi in un formato piccolissimo. Ma il proprietario si trovò in un bell’impiccio. A New-York non solo non c’erano giornalisti italiani di professione, ma riusciva difficilissimo scoprire anche semplicemente qualche italiano che sapesse scrivere abbastanza correttamente la propria lingua.

    La redazione del nuovo giornale fu affidata da principio a uno che si rivelò subito per un pazzo da ospedale; dopo pochi giorni passò nelle mani di un certo Mauri, che sapeva scrivere bensì (collaborava anche nel Sun), ma aveva troppe esigenze; e rimase quindi in balìa di due o tre giovanotti di fresco arrivati, pieni di buona volontà, ma privi assolutamente della pratica necessaria.

    Il mio principale ebbe occasione in quell’epoca di conoscere il signor Barsotti, e sentendo che stava sempre in traccia di un giornalista italiano, gli disse che aveva un impiegato, il quale aveva già fatto le sue prime prove in Italia e che sarebbe stato capace probabilmente di redigere il giornale per benino, con garbo. Il signor Barsotti lo pregò senz’altro di offrirmi il posto per fare un esperimento.

    Quando, quel giorno stesso, il principale mi annunziò che aveva da propormi un impiego più adatto ai miei gusti e alle mie inclinazioni, credetti che scherzasse. E appena mi spiegò di che cosa si trattava: – Ma io non mi sono mai occupato di politica… – esclamai. – Tanto meglio; così non ha pregiudizi. Qui non si tratta che di riferire sommariamente quello che succede di più importante in America e in Europa, ma specialmente in Italia. Il giornale è piccolo: due pagine intere sono dedicate agli annunzi. Ne restano altre due. La seconda si riempie di cronaca italiana e di fatti vari tagliati dai giornali d’Italia. Nella prima si traducono dall’inglese gli ultimi dispacci transatlantici, si fa un articoletto di fondo e si riassumono le notizie americane.

    – E par niente a lei? – Un giovine attivo e intelligente, che non abbia altro da fare, può cavarsela. Pensi poi quanto vantaggio ella può ricavare dall’essere obbligato a leggere regolarmente i giornali americani, a tradurre ogni giorno una quantità di notizie dall’inglese. – Basta, mi ci proverò. Quanto si guadagnerebbe? – Da principio quindici dollari alla settimana. Di più in seguito, quando il giornale si diffonderà. Oggi è sabato, domani la presenterò al proprietario e lunedì mattina ella assumerà la redazione.

    La faccenda mi spaventava e mi lusingava nello stesso tempo. Giovane e robusto, non avevo paura del lavoro, certamente; ma mi domandavo come mai potevo diventare un giornalista di punto in bianco, mentre in Italia non m’ero occupato, a tempo avanzato, che di letteratura. E non si trattava già di scrivere per un giornale, ma di mettere insieme addirittura tutto un giornale.

    – Queste son cose che si vedono soltanto nel Nuovo Mondo, – pensavo. – Oggi si fabbricano gli occhiali, domani si cinge il grembiule del gelatiere o dell’omnibus, e dopodomani si compila da capo a fondo un giornale. E perché no? Nello stesso modo che ho imparato a fare il pasticciere, in breve tempo posso diventare un discreto redattore per un giornale d’annunzi… in America! Scriverò, tradurrò dalla mattina alla sera, e qualche cosa ne uscirà!

    Gli uffizi del nuovo giornale italiano erano situati in Ann Street, all’ultimo piano di una vecchia casa dietro il palazzo del New-York Herald. Consistevano in uno stanzone scuro, a tramontana; mobili: tre sedie in pessimo stato, due tavolini, una stufa nel mezzo e un letto-sofà, senza lenzuola, in un angolo.

    Uno dei tavolini era destinato alla redazione e l’altro all’amministrazione. Sul primo giacevano due volumetti di poesie amorose, composte e stampate dall’energùmeno che era stato il primo redattore del Progresso italo-americano, un vocabolario italiano-inglese, una boccettina d’inchiostro che faceva le funzioni di calamaio, due penne e un po’ di carta di paglia per scrivere.

    Pareva proprio una soffitta classica abitata da studenti in bolletta: non mancava neppure il tradizionale lembo di cielo visibile attraverso i buchi dei vetri rotti.

    Ma che importa l’umile origine? Per un giornale destinato a ingrandire e a diffondersi, è anzi una gloria. L’Herald vide anch’esso la luce in una soffitta della medesima Ann Street; Bennett padre lo scriveva sedendo sopra un barile vuoto di farina.

    Quel sabato in cui ero in trattative per andar a scrivere il nuovo periodico, nell’ufficio del medesimo avvenivano certe scene veramente curiose e bizzarre.

    È una fredda mattina dei primi di dicembre. Alle otto in punto, sotto una coperta di lana scura e spelata, si muove nel letto-sofà una massa che presenta contorni umani, che si agita e si stira, finché esce finalmente un uomo alto e magro, giovine ancora, ma coi capelli già quasi completamente bianchi. È il signor Pavia, il distributore, lo speditore, l’amministratore, il segretario, il factotum del Progresso.

    In mutande e maniche di camicia, egli mastica alcune giaculatorie in dialetto bolognese contro il freddo, poi fa uno sforzo, salta giù dal sofà, s’accosta al tavolino più vicino, arrotola una sigaretta, l’accende, e riempie quindi la stufa di legna e di carbone, su cui versa del petrolio per avviar meglio il fuoco. Ragione questa per la quale la sera la lampada non viene mai piena. Infila quindi risolutamente i pantaloni, accomoda la coperta sul letto, e finché si scalda l’acqua risolve di scopare un po’ il pavimento, cosa insolita e straordinaria. Lavatosi poi il viso – abitudine anche queste non sempre quotidiana, perché spesso mancava l’acqua – rimette un po’ di carbone nella stufa e scende in una bottega sottostante a confortarsi lo stomaco con un caffè e latte.

    Lungo le scale oscure risonava il cic-ciac delle sue ciabatte, con le quali si recava ogni giorno alla posta in Wall-Street a prendere il listino della Borsa, ciabatte che non si levava mai col pretesto che gli stivali avevano troppi buchi. E ciò era falso, perché il poveretto non possedeva più stivali da un pezzo.

    Nel viso ordinariamente calmo e sereno del signor Pavia si leggeva quella mattina una certa inquietudine: qualche cosa di grave doveva esser succeduto nell’ufficio del Progresso italo-americano.

    Nei due mesi dacché era stato fondato, o meglio improvvisato, quel giornale aveva avuto molte peripezie; il personale di redazione s’era cambiato quattro o cinque volte, e il giorno prima i due giovani rimasti ultimamente a scrivere, erano spariti in seguito a un diverbio.

    Il signor Pavia era un tipo degno d’osservazione. La sua precoce canizie, l’insieme del vestito, delle maniere, il modo specialmente di camminare e di gestire facevano indovinare in lui uno spostato, che da pochissimo tempo aveva fatto un capitombolo da una migliore posizione sociale. Egli era infatti un ex-ufficiale di cavalleria: piovuto un mese prima nel Nuovo Mondo in seguito a una disgrazia che l’aveva ridotto al verde, si ripeteva fortunato di esserci alloggiato in quel camerotto, investito di tutte le cariche enumerate.

    Delle vecchie abitudini conservava quella di fumar sigarette e una vena di umorismo che manifestava davanti alle scene inverosimili, delle quali era spettatore e attore nel tempo stesso.

    Sorbito il caffè, rientrò nello stanzone e rotolò una seconda sigaretta. Il degno amministratore si domandava: – Ora voglio vedere come farà il signor Barsotti a continuare oggi la pubblicazione di un foglio italiano in America senza un italiano che lo scriva, senza un giornale d’Italia da copiare, senza un cane che sappia tradurre una riga dai fogli americani.

    L’orologio della Tribune segnava le nove; vista l’inutilità di studiare il problema, Pavia sedette al tavolino e, in attesa del proprietario, aprì a caso il volumetto di poesie, che col vocabolario costituiva tutta la biblioteca del nuovo giornale. Egli sapeva che quelle erotiche composizioni erano state stampate dal primo redattore mezzo matto, ma non le aveva mai sfogliate. Aperto il volumetto, s’accorse subito che conteneva squarci d’una fattura assolutamente peregrina e che egli non poteva darsi a lettura più adatta a distrarlo dalla sua grave preoccupazione. S’era già abbandonato al piacere della declamazione e assaporava un’ode che cominciava così:

    Poni la mano… e i palpiti / Osserva del mio cuore. / Poni la mano… e il tremito / Non l’oscillar dell’ore! / Tu sentirai funereo / È da sbranare il sen. / Oh! come sbalza e premesi / Si schiude e si scompiglia; / Vedi dell’angue il correre / Vedi se s’arronciglia! / Per te sì al cuore è il battito / E il riconosci almen?

    Il signor Pavia si divertiva come non gli era occorso da un pezzo, quando entrò il proprietario che lo fece ripiombare nella dura realtà. – Halloo, Pavia! – Buon giorno, signor Barsotti, e… e così? – E così? Vi sentireste in grado di farlo voi il giornale, finché non ho trovato qualcheduno? – (Balzando dalla sedia). Io? – Voi, sì, siamo in America, per bacco! – (Tenendosi i fianchi). Ma ella vuol ridere! – No, no: se vi ci mettete con buona volontà… – Ma… ecco: se avessimo qui qualche giornale italiano, tagliando giù, ella mi capisce; disgraziatamente i pochi arrivati con l’ultima posta furono già completamente saccheggiati. Di quelli americani è inutile parlare, non ci capisco un acc… e per conseguenza…

    Ma all’improvviso il signor Pavia si batté una mano sulla fronte, e, colpito da una luminosa idea, esclamò: – Ora che ci penso, per oggi ho il modo di fare il giornale. – Davvero? Bravo! Non perdete tempo: io vado ad avvisare i tipografi che appena sono pronti, vengano da voi per l’originale.

    E se ne andò tutto contento. Allora il signor Pavia chiuse la porta e con l’aria d’un uomo alleggerito da un peso enorme, si avvicinò al suo baule. Un lampo di luce gli aveva rischiarato in buon punto la mente: si era ricordato che in quel baule teneva cinque o sei camicie avvolte in alcuni giornali italiani.

    Aprì immediatamente la cassa e trovò quattro numeri del Monitore di Bologna dell’estate precedente insieme con due copie della Gazzetta d’Italia della stessa epoca.

    – E poi si ha il coraggio di dubitare della divina Provvidenza! – mormorò l’eccellente signor Pavia.

    Così dicendo pensava che il primo elemento da pescar fuori in quei fogli era qualche cosa che somigliasse a un articolo di fondo. Cominciò a guardare i titoli delle prime colonne. Canalizzazione delle acque potabili. No. I debiti del nostro municipio. Peggio. I partiti. Oh!

    In quell’articolo si parlava della necessità di mantenere nettamente al Parlamento la divisione dei partiti. – Questa è sempre roba fresca! – pensò il signor Pavia, tagliando l’articolo.

    Afferrò quindi la Gazzetta d’Italia, scrisse sopra una striscia di carta Rivista estera, e vi appiccicò sotto una serie di informazioni stantie sulla politica di Bismark verso il clero e sulla eterna questione irlandese.

    In quel momento capita il proto. – Originale? – Plenty! (molto) – risponde Pavia con calma dignitosa e gli consegna tanto da riempire tutta la prima pagina.

    Quindi si dà una fregatina di mani e comincia a mettere insieme un po’ di cronaca italiana. Nulla di più facile: cambiando le date trovò una quantità di furti, di suicidi, di grassazioni, superiore al bisogno.

    Non c’era una riga di cronaca locale, non un telegramma; ma il signor Pavia, sapendo che in quei giorni non era successo niente di straordinariamente grave, si confortò. – Se riempio il giornale di cronaca italiana, so di far piacere alla maggioranza dei lettori; se qualcheduno cerca notizie di New-York e degli Stati Uniti, non trovandone s’imaginerà che non c’è nulla di nuovo.

    Giunge il proprietario. – Ebbene, Pavia? – (Facendo una sigaretta). Che cosa desidera signor Barsotti? – Il giornale?… – Eh!… fatto da un’ora. – Ah! siete un gran brav’uomo!

    Alle quattro di quel giorno le prove erano già corrette e alle cinque il giornale andava in macchina.

    Alla sera il degno signor Pavia cenò frugalmente sì, secondo il solito, ma con l’ineffabile soddisfazione di un uomo che s’era reso benemerito alle popolazioni italiane degli Stati Uniti.

    XXIII. Garibaldi a New-York

    Ma più della storia del telefono, per quanto fosse questa interessantissima, io ero avido di farmi raccontare dai coniugi Meucci tutti i più minuti particolari del soggiorno di Giuseppe Garibaldi a New-York e a Staten Island.

    Prima di emigrare negli Stati Uniti, nelle varie biografie del nostro eroe, pubblicate in Italia e all’estero, avevo trovato molte notizie intorno ai suoi viaggi nell’America del Sud, ma non m’era riuscito mai di leggere qualche informazione intorno al suo soggiorno in quella del Nord: l’unico particolare che si conoscesse era che aveva lavorato in una fabbrica di candele. Tanto più vivo era quindi il mio desiderio perché sapevo che avrei raccolto degli aneddoti assolutamente inediti.

    I coniugi Meucci conservavano intatta nel loro châlet a Clifton (Staten Island) la cameretta abitata dal generale. È una stanzetta di circa venti piedi quadrati, illuminata da due piccole finestre a nord e a sud. Contiene un letto di ferro, un porta catino pure di ferro, tre seggiole, un tavolino, e una piccola toeletta di legno con sopra un giuoco di dama e uno stipo ornato di semplici e leggiadri lavori di paglia a colori svariati, sul quale sta un teschio di cera. Due piccoli specchi pendono dalle nude pareti: davanti ad essi Garibaldi tormentava qualche volta con le forbici la sua barba bionda.

    Non vi sono altri mobili. Ma c’è distesa sul letto una camicia: la camicia rossa che il Generale indossò alla difesa della Repubblica Romana e che lasciò in memoria alla signora Meucci. È di percallo rosso, con collare e manichini verdi filettati di bianco – cosicché forma i tre colori – con bottoncini di vetro bianco. Ad Antonio Meucci Garibaldi regalò un pugnale con manico d’argento massiccio, cesellato e ossidato, su cui è rappresentato Mazzeppa inseguito da una muta di cani; una medaglia di bronzo, recante la sua effigie, coniata in suo onore dal municipio di Roma; un cammeo col suo ritratto, opera dell’incisore Casali nel 1852; un ritratto di grandezza naturale fatto dal pittore Gerosa nel 1851; un bastone d’osso di balena con pomo di piombo, compagno indivisibile del Generale quando usciva; un bello stützen; alcuni attrezzi per la pesca; un meridiano e un paio di pistole magnifiche che il Meucci donò alla Guardia Colombo di New-York.

    Ed ecco i particolari precisi sulla vita condotta dal Generale a New-York, quali li raccolsi dalla bocca del Meucci e della sua signora.

    Giuseppe Garibaldi giungeva a New-York nell’aprile 1851 proveniente da Tangeri, dove erasi recato dopo essere uscito dall’Italia, in seguito al suo rilascio dalle prigioni di Genova per deliberazione del Parlamento Sabaudo. A New-York prese alloggio al Pavillon Hôtel, dove albergava pure Kossuth; ma dopo pochi giorni accettò l’ospitalità del signor Pastacaldi, col quale abitò sino a giugno.

    Intanto aveva stretta amicizia col tenore Salvi, da poco arrivato dall’isola di Cuba, e coi coniugi Meucci provenienti dall’Avana e ricoverati nella casa di M. Rallo: con essi discusse il progetto di rifugiarsi alla campagna. Garibaldi amava la solitudine e più di tutto la quiete, e il suo desiderio fu ben presto appagato, imperocché Salvi e Meucci, oltre che dipendere dal suo volere, erano del medesimo pensiero. Garibaldi s’attendeva sempre un mutamento della situazione d’Italia, e voleva vivere oscuro, dimenticato e raccolto, per esser pronto a rispondere immantinenti a qualunque chiamata.

    Furono visitate parecchie località e abitazioni in Harlem, allora sobborgo staccato di New-York, nella Long Island e Hoboken; ma o le case erano troppo ricche, o non erano sufficientemente isolate. Infine stabilirono di cercare nella Staten Island, sapendo che già vi dimorava il direttore d’orchestra e impresario Max Meretzek, dal quale avrebbero potuto ottenere indicazioni in proposito.

    Quando il Maretzcek conobbe lo scopo della visita improvvisò con la famiglia una splendida accoglienza, e offrì il proprio villino mobigliato. Garibaldi n’era entusiasmato; lontano dai rumori e dall’insaziabile curiosità della metropoli, a due passi dalla baia e ai confini di selve estese, egli già pensava alla tranquillità che vi avrebbe goduta, alternata con la pesca e con la caccia. La volontà del generale era quella di Meucci, e in due parole le condizioni d’affitto furono decise: la casa sarebbe stata libera il domani. Naturalmente Maretzcek aveva preparato un pranzo sontuoso e Garibaldi fu festeggiatissimo tutto quel giorno.

    Ritornati a New-York la sera, comunicarono il risultato della loro gita alla signora Meucci e al tenore Salvi, che applaudirono.

    Allora Garibaldi si recò il giorno seguente di buon mattino a Staten Island, dicendo che avrebbe preparato il pranzo, che poi fu il più frugale del mondo, consistendo semplicemente di pane, formaggio e mele.

    Una delle prime cure dei nuovi isolani fu di esplorare il territorio e di comprare un bellissimo battello a vela latina, che fu dipinto a tre colori, e a cui s’impose il nome di Ugo Bassi. Quest’imbarcazione dovea servire alla pesca e alla caccia delle anitre, e Garibaldi non vi lasciò entrare alcuno, finché non la sperimentò in tutti i modi e non fu di sua piena soddisfazione.

    In mare egli si trovava nel suo elemento e ben presto disse a Meucci: – Ora, capitan Buontempo, al nostro traffico di pescatori. Andiamo, ché la barca ci attende e il tempo è propizio; osservate bene il mio lavoro, e poi negate ch’io sia un bravo armatore.

    Il battello, realmente perfetto in ogni sua parte, e diretto da un pilota come Garibaldi, formava l’ammirazione di tutti, ma il suo uso costava però una fatica non lieve, poiché a ogni escursione bisognava trarlo a terra, caricarlo sopra un carro e condurlo a casa per metterlo al sicuro dai ladri. Fortunatamente c’erano dei visitatori, i quali aiutavano spesso a portarlo in ispalla, non passando giorno senza che molte persone cercassero del nostro eroe.

    La vita scorreva felicissima nella microscopica colonia garibaldina, divenuta subito il punto di riunione degli esuli italiani e dei rifugiati politici d’ogni nazionalità; essa s’ingrandì quando arrivarono il maggiore Bovi di Bologna, al quale una palla di cannone aveva portato via una mano, e due prodi della Legione Italiana di Montevideo, Righini e Oregoni, i quali aveva pure combattuto sotto gli ordini del generale in Italia. L’ultimo, specialmente caro a Garibaldi, possedeva un’inesauribile riserva di aneddoti e di arguzie con cui dilettava ogni brigata. I tre furono arruolati nell’equipaggio dell’Ugo Bassi, e certamente non vi fu mai famiglia di pescatore più allegra e simpatica. Avvenne poi che fu loro concesso di ricoverare lo scafo nello scalo del Vanderbildt, e così si risparmiava loro anche la fatica del doppio trasporto a terra.

    Alle partite pescherecce si alternavano quelle di caccia, seguendo sempre le disposizioni e l’itinerario dato dal generale. Meucci era incaricato delle provvigioni, eccetto i sigari, che Garibaldi fabbricava da sè con singolare abilità e prestezza nei momenti d’ozio, e dei quali, come sempre, egli privava se stesso per provvedere i suoi ospiti. Il luogo del rancio nel tempo di caccia era abitualmente in vicinanza delle paludi nella parte meridionale dell’isola.

    Malgrado tutti gli sforzi per condurre una vita attiva, succedeva a Garibaldi e ai suoi amici di rimanere spesso inoperosi, per cui venne al generale l’idea di trar partito dalle cognizioni salsamentarie di Bovi per farne speculazione. Fu provveduto il necessario, si impiantò una fabbrica di salami in una cantina e si diede mano senza indugio alla fabbricazione, a cui partecipava pure Garibaldi, staccando la carne dalle ossa. Un giorno il coltello scivolò e gli tagliò di colpo un pezzo di dito, che, caduto fra i ritagli di carne, non fu più rinvenuto. – Non importa – disse ridendo – non cercate, che renderà il salame repubblicano. – La speculazione non ebbe il successo desiderato e fu abbandonata per ritornare alla pesca e alla caccia.

    Garibaldi era infaticabile, se non trovava da occuparsi altrimenti, studiava coi suoi strumenti matematici o faceva osservazioni astronomiche e calcoli, oppure si esercitava nella lingua inglese. Dormiva poche ore la notte e naturalmente in questa sua vita operosa gli rincresceva di vedere neghittosi gli amici. Pensando che bisognava rimediarvi, un giorno prese a parte il Meucci, e così gli parlò: – Ditemi, capitano Buontempo, voi che avete diverse cognizioni, non potreste tentare qualche industria e dar lavoro a questa gente, guadagnando anche voi? Mi fa pena vederli inoperosi e a voi spetta di correggere questo stato di cose.

    Al Meucci venne allora l’idea della fabbrica di candele steariche, a cui Garibaldi, col suo naturale entusiasmo, applaudì, dicendo: – Bravo, il progetto è magnifico; impiegheremo tanti poveri esuli e non possiamo fallire, perché la luce è necessaria ovunque e le candele non si possono mangiare come il salame. Io vi sarò compagno e siccome deve giungere il mio amico Carpaneto, gran negoziante nell’America del Sud, interesseremo anche lui. Non tardate a principiare.

    Fu deciso d’incominciare su piccola scala nel villino stesso, e si attendeva il ritorno dell’amico Salvi, che Meucci aveva fatto socio, allo scopo di stabilire l’industria in grande. Il generale Avezzana, che era nel commercio a New-York, fu incaricato di fare i necessari acquisti, ed essendosi stabilite due caldaie nella cantina ove prima si fabbricavano i salami, si diè mano al lavoro. Con l’esempio di Garibaldi ognuno lavorava volonteroso, e la fabbrica andava a gonfie vele. Intanto arrivò il tenore Salvi, il quale s’associò al Meucci, e fu comprata la casa con diversi lotti di terreno, ove si costruì subito un locale apposito per la manifattura delle candele nel luogo stesso dove era, nel 1881, la Birreria Clifton.

    Il lavoro del generale Garibaldi, mentre trovavasi a Staten Island, era naturalmente volontario; egli collaborava nella fabbrica per passatempo e per dare il buon esempio ai numerosi immigranti, i quali accorrevano a lui, e non già per bisogno o per guadagno, come certi biografi hanno erroneamente scritto. Generalmente lavorava tornando dalla pesca o dalla caccia, e, mettendosi al lavoro, chiedeva senza complimenti l’aiuto dei visitatori d’ambo i sessi. Alle signore faceva preparare lo stoppino e i pacchi, lasciando agli uomini i lavori meno gentili.

    Era nel frattempo giunto a New-York il signor Carpaneto, il quale aveva scritto a Garibaldi d’attendere una sua lettera, che l’avrebbe chiamato a Lima per prendere il comando d’un bastimento che doveva condurre con un carico nella China. Essendosi perciò sparsa la voce che il generale sarebbe partito presto, il numero dei visitatori triplicò. Abitualmente si recavano a vederlo il generale Avezzana, Filopanti, Minelli, Foresti, Pastacaldi, il colonnello inglese Forbes, il quale si fermò presso di lui qualche tempo, lavorando anch’esso alle candele, John Anderson e molti altri stranieri e italiani. La domenica i visitatori arrivavano a Staten Island in carovana; gli uni giocavano alle bocce, mentre gli altri si raccoglievano a conversare o udire dalla bocca stessa di Garibaldi la narrazione delle gloriose gesta dei suoi compagni e commilitoni. Egli non permetteva che si parlasse di lui, e quando qualcuno semplicemente vi alludeva, mutava discorso.

    Un giorno, nel 1852, Garibaldi partì improvvisamente senza vedere alcuno; ma dopo due settimane faceva ritorno alla Staten Island. Era stato all’Avana per informarsi de visu del movimento rivoluzionario, capitanato da Lopez, col quale era in relazione; ma ne fu così poco entusiasmato, che ritornò con lo stesso piroscafo Georgia. Quella città gli aveva fatto una cattiva impressione e fu perciò assai contento di ritornare fra gli amici, alla modesta casa i Clifton, e ai suoi studi. Riprese le sue partite di pesca e di caccia, continuando a cooperare nella fabbrica di candele, ove la sua presenza e la sua parola erano di incoraggiamento ai lavoranti.

    Suo compagno regolare alla caccia e alla pesca era il signor Speck, cognato del tenore Salvi e caporale sotto Garibaldi stesso nella campagna di Roma. Uomo generoso, di principii sodi, senza alcuna ambizione, lo Speck seguiva Garibaldi dappertutto; fu con lui a Caprera e nel 1859 diventò capitano nei cacciatori delle Alpi.

    Un giorno Garibaldi e Speck si recarono a caccia nei soliti boschi, dopo poche ore tornarono senza aver sparato il fucile. – Ma non fummo completamente sfortunati, cara signora Ester, – disse Garibaldi alla moglie di Meucci deponendole in grembo una candida bestiola. – Ecco un lepretto che, intirizzato dal freddo, si è lasciato prendere a mano. La giovane lepre era una gattina, l’Eva della razza felina in casa Meucci.

    Andato un dì a caccia fuori stagione senza saperlo, il generale fu messo in contravvenzione. A casa, la sera, qualcheduno si lagnò in sua presenza delle leggi americane; ma egli osservò che gli americani fanno le leggi che convengono a loro senza pensare ai forestieri; che l’Italia, diventata nazione, farebbe lo stesso, e che ognuno è tenuto a rispettare le leggi del paese in cui si trova.

    Quando si stabilì a Staten Island, Garibaldi possedeva un solo vestito con due camicie bianche, una indosso e l’altra in bucato. Alla caccia e alla pesca vestiva a mo’ di blouse la camicia rossa famosa che portava durante la campagna di Roma. Più volte si tentò di fornirlo di biancheria, ma egli regalava tutto agli italiani che gli si presentavano chiedendo qualche soccorso. Di denari, non se ne parla. Sparivano come per incantesimo appena gli erano entrati in tasca.

    Prima di partire il suo amico Carpaneto gli lasciò più di settecento dollari. Che cosa fa Garibaldi? Manda subito a chiamare, senza perdere un minuto, gli esuli più bisognosi, depone sulla tavola la somma, ne fa tanti mucchi quanti erano i presenti, eccettuando se stesso, e fraternamente li distribuisce. E appunto allora non possedeva che due camicie! – Vedete – diceva agli amici – l’uomo nasce senza camicia: io che ne possiedo due, posso ben regalarne una!

    Verso la fine del 1852 il Carpaneto manteneva la sua promessa e lo chiamava al comando della nave mercantile americana Commonwealth, della quale, per ragione di nazionalità, fu nominato capitano titolare di bandiera Giacomo Brizzolara soprannominato Bagnasco, il modesto trattore di via Spruce, presso il quale si riunivano uomini già noti come il Dana, ora direttore del Sun, i poeti Bayard Taylor e Savage, Hudson, redattore capo dell’Herald, e molti altri americani e stranieri i quali amavano la lingua italiana e i maccheroni al sugo. Ogni volta che da Staten Island si recava a New-York, Garibaldi non mancava di visitare il suo amico Bagnasco.

    Sul Commonwealth s’imbarcò con Garibaldi il giovane Morosini che oggi è segretario di Jay Gould e un pezzo grosso nel mondo finanziario di New-York. Il viaggio fu felicissimo fino a Canton, al ritorno il prode navigatore incontrò una terribile tempesta in cui poté a stento contenere i marinai che volevano ammutinarsi per la mancanza di viveri.

    Giunto a New-York, visitò gli amici e i luoghi che gli erano tanto cari, e dopo breve sosta salpò per Londra e per l’Italia. Con lo stesso bastimento tornò più tardi a New-York, dove divisava recarsi di nuovo al Perù, ma gli sconvolgimenti europei del 1854 lo indussero a cedere il comando e a tenersi pronto per accorrere in patria.

    L’ultimo giorno che il generale passò nell’America del Nord se ne stette coi coniugi Meucci nel loro villino di Clifton a Staten Island in compagnia di Avezzana, Foresti e Forbes. Al momento di partire era molto commosso.

    – Addio, capitan Buontempo – disse – ricordatevi del vostro pilota e foreman della fabbrica di candele, che non vi dimenticherà mai più. Udrete parlare di me, venite a vedermi ove sarò, che avrete un’accoglienza da principale.

    A Staten Island Garibaldi è ricordato da tutti. A New-York ho trovato i coniugi Piatti che avevano conosciuto personalmente Garibaldi nel 1851-53. La signora Piatti, sorella dello scultore milanese Antonio Tardarini, mi diceva un giorno: – Quando noi lo abbiamo conosciuto, non aveva un pelo bianco nella sua barba biondo-rossiccia; ma nel suo viso c’era una tale espressione che incuteva rispetto anche ai più rozzi, anche a quelli che non sapevano chi fosse. Avezzana e molti altri rivolgendogli la parola lo chiamavano Padre. Mi ricordo che un giorno un irlandese andato a trovarlo lo salutò in maniera volgarmente familiare, come se fosse stato un suo camerata, gridandogli forte: Hello Garibaldi! Garibaldi, levandosi il cappello, gli rispose col suo dolce sorriso, pronunziando adagio e distintamente le parole perché l’inglese non gli era ancora familiare: Good evening. How do you do? How is your family? (Buona sera. Come state? Come va la vostra famiglia?). L’irlandese cambiò subito maniera.

    – Una ricca signora americana, venuta a sapere che il generale non possedeva che due sole camicie, gliene mandò un giorno a regalare una dozzina. Garibaldi non le accettò e le restituì con un biglietto in cui diceva: «Vi ringrazio con tutto il cuore, cara signora, ma io vi prego di donare questa biancheria ad altri esuli italiani più poveri di me. A New-York ve n’ha tanti».

  • America, America

    America, America

    Oggi l’Italia sembra rappresentare una “terra promessa” per molti immigrati dal terzo mondo. Ben diverse le cose un secolo fa. L’emigrazione all’estero fu una delle piaghe più brucianti della Nuova Italia. Spinte dalla necessità, migliaia di persone dalle varie regioni italiane tentarono il gran passo (come lo chiama Berto Barbarani in una dolente poesia, dal titolo I va in Merica). Negli anni a cavallo della fine del secolo il flusso degli espatri toccò i livelli più alti. L’acme fu raggiunto nel 1913 con 870.000 espatriati registrati, cui era da aggiungere una cifra imprecisata di emigrati clandestini.

    Il Polesine contribuì in modo consistente a queste forzato esodo. Nel giro di pochi decenni, soprattutto tra il 1887 e il 1897, 60.000 polesani – un terzo dell’intera provincia – si allontanarono dall’Italia per avventurarsi per lo più in America, alla ricerca di un lavoro che desse condizioni di vita accettabili.

    Spesso la disperata voglia di riscatto, che spingeva ad abbandonare in massa la matrigna terra natia, non approdava ad altro che al fallimento, o ad una nuova più pesante schiavitù, nel chiuso di una fazenda brasiliana o di qualche insano suburbio.

    Adolfo Rossi di Lendinara ebbe il merito indiscutibile di sollevare il problema dell’emigrazione transoceanica a livello di pubblica opinione italiana, sollecitando fermamente una tutela dei nostri connazionali da parte delle autorità governative. La risposta, fermamente invocata, cominciò a concretizzarsi con l’emanazione del decreto Prinetti-Bodrio del 26 marzo 1902, con il quale si sospendeva la licenza speciale a compagnie di navigazione per il trasporto gratuito di emigranti italiani in Brasile presso fazenderos senza scrupoli.

    Chi era Aldolfo Rossi?

    Nato a Lendinara, il paese di Alberto Mario, il 30 settembre 1857, Rossi era emigrato poco più che ventenne negli Stati Uniti. Insieme al bisogno economico (era un modestissimo impiegato postale), lo animavano la curiosità, la voglia di conoscere, lo spirito di avventura.

    Si distinse quasi subito per doti di carattere letterario e giornalistico. Dopo aver tentato i mestieri più vari per sbarcare il lunario, a New York fondò e diresse il quotidiano “Il Progresso Italo-Americano”. Questo fu l’inizio di una carriera giornalistica luminosa, che lo portò alcuni anni dopo ad essere in Italia apprezzato inviato speciale di testate come “Il Messaggero”, “La Tribuna”, “Il Corriere della Sera”, “L’Adriatico” di Venezia.

    Quando nel 1901 fu costituito in Italia il Commissariato per l’emigrazione, per tentare di censire, controllare ed aiutare gli espatriati, a lui fu affidata una missione nello stato brasiliano di S. Paolo per verificare le condizioni di vita all’interno delle fazendas. La sua inchiesta, pubblicata sul Bollettino dell’emigrazione del 1902, fu quanto mai veritiera e inquietante.

    Il quadro tristissimo dell’emigrazione italiana, che Rossi divulgò, spinse ad adottare come prima misura di tutela appunto il decreto Prinetti.

    Subito dopo Rossi entrò nei quadri del Commissariato e seguì da vicino, costantemente, i problemi degli italiani all’estero. Fu nominato Ispettore viaggiante dell’emigrazione, e per questo suo incarico intraprese viaggi nel Nord America, nel Brasile, nell’Argentina, e nel Sud Africa. Nel 1912 divenne console generale d’Italia a Rosario di S. Fé, poi ad Asuncion nel Paraguay (1914) e a Buenos Aires, dove morì il 28 luglio 1921.

    Adolfo Rossi indusse una intensa pubblicistica, che alternò alle numerose collaborazioni giornalistiche, saggi e memoriali di buona risonanza. Ricordiamo tra questi ultimi, Nel paese dei dollari (1893), Da Napoli ad Amburgo (1893), L’agitazione in Sicilia (1894); Alla guerra greco-turca (1897), Il garofano rosso, Inglesi e boeri attraverso l’Africa australe e il Transvaal (1900).

    Tra i suoi reportage spicca Un italiano in America, di cui pubblichiamo di seguito il I, il XVII, il XXI e il XXIII capitolo, edito per la prima volta a Milano coi tipi di Treves nel 1892. Il libro è dedicato ai suoi primi tre anni in America e riscosse un lusinghiero successo presso i lettori italiani di fine Ottocento. È la testimonianza – letterariamente viva e gradevole ancor oggi – di un giovane emigrato italiano che si inserisce nella complessa e palpitante realtà degli States: realtà particolarmente dura e aspra per gli emigrati, ma anche ricca di grandi possibilità e di vasti orizzonti per le persone tenaci e di talento.

  • Gli Extracomunitari e il Polesine

    Gli Extracomunitari e il Polesine

    Anche a Rovigo, con sempre maggior frequenza, possiamo vedere persone di colore che, da sole o in gruppo, si organizzano per vendere la loro mercanzia. La gente passa frettolosa davanti a quella merce stesa un po’ alla rinfusa sui marciapiedi, gettando uno sguardo indifferente su tanti oggetti di poco valore, ma nel contempo assai preziosi per quei “marocchini” che ne devono trarre sostentamento per sé e per i familiari lontani.

    Appoggiati agli stipiti delle porte di palazzo Roncale o ai portici che fanno angolo da quella parte alla piazza-salotto stile veneziano, Vittorio Emanuele, si muovono pigramente. Lo sguardo sembra assente: chissà quali pensieri si celano dietro quegli occhi cerchiati di bianco, che non ci fanno più paura.

    In un pomeriggio primaverile mi avvicino a loro, saluto disinvolta e cordiale: mi rispondono con un “ciao” accompagnato da un sorriso quasi confidenziale. Mi presento e chiedo se accettano un’intervista per una nuova rivista culturale, magari anche una fotografia.

    Quello seduto, che mangia granoturco abbrustolito, si alza e risponde che non vogliono la foto, ma accettano di rispondere alle mie domande. È evidente che sono un po’ esitanti. Di che hanno paura? Sono forse clandestini?

    Ritorno da loro il giorno stabilito, ma “il capo”, che la volta precedente non c’era, mi nega l’intervista e rimprovera “in africano” i suoi amici per l’iniziativa presa. Si chiudono dietro la scusa di un italiano poco sciolto e mi precludono ogni possibilità di dialogo.

    Tutto ciò mi incuriosisce e suscita in me il desiderio di saperne di più. Chi sono questi terzomondiali? Come vivono? Quali sono i loro problemi? Come sono accolti nel Polesine? Mi reco in Questura dove so che, all’ufficio stranieri, vanno a regolarizzare la loro posizione quei clandestini che erano in Italia l’anno scorso, come obbliga il decreto legge in vigore dal primo giorno dell’anno.

    Davanti all’ufficio alcuni “marocchini” aspettano a turno. Sono stati condotti lì da una persona, forse un prete, che dà consigli su come comportarsi nell’ufficio.

    Chiedo se qualcuno accetta di dialogare con me, ma ancora una volta, dietro l’alibi di una scarsa conoscenza dell’italiano, mi lasciano cadere ogni speranza di indagine sul loro mondo. Parlano francese e anche un’altra lingua, forse uno dei tanti dialetti africani. Si limitano a dirmi che son venuti qui per lavoro, che hanno tanto bisogno di una casa e che vogliono regolarizzare la loro posizione. Tengono il capo chino sulle ginocchia; mi sembrano sconfortati dalle molte incertezze sul loro futuro.

    La Dott.ssa Silvia Fenu, Dirigente ufficio stranieri, mi riceve cortesemente nel pomeriggio. Mi parla della legge Martelli, uscita sulla G.U. il 21 Marzo scorso, in cui il decreto del 30 Dicembre ’89 riporta modifiche alla legge n° 39 del 28 Febbraio ’89. “È una legge frettolosa”, dice, “e a volte queste leggi non sono buone, perché hanno solo lo scopo di tamponare”. Con ciò intende dire che i mali vanno risolti a monte. “Il testo è incompleto, poco chiaro; entro il 30 Giugno ’90 si devono regolarizzare le posizioni di soggiorno. Dal Ministero degli Esteri non è stato ripristinato l’obbligo del visto agli stranieri provenienti dagli Stati ad alto rischio quali Tunisia, Algeria, Marocco, per i quali vige l’abolizione del visto solo per motivi turistici”. La Dottoressa, poi, elenca le varie modifiche apportate alla legislazione sugli stranieri a partire dal 1931, quando vecchie normative rispondevano alle esigenze della società fascista. Altri piccoli interventi inerenti la materia sono stati introdotti tra il ’60-’70, ossia negli anni bui del terrorismo; nel 1986 nuovi provvedimenti mirano a mettere in regola stranieri e datori di lavoro.

    Chi rientra ora nella sanatoria? “Coloro che dimostrano di essere stati presenti in Italia alla data del 31 Dicembre ’89 e anche coloro che possono dimostrare di essere stati in Italia per un lungo periodo nello scorso anno. La maggioranza ci riesce; alcuni falsificano i timbri; i nuovi arrivati hanno otto giorni di tempo per dimostrare che possiedono un mezzo di sussistenza o il domicilio presso una persona che si cura di loro. Solo così viene concesso il permesso di soggiorno, che è di tre mesi per chi viene per turismo e di ben due anni per gli extracomunitari che usufruiscono della sanatoria per lavoro”.

    Stando così le cose, è facile notare un’incongruenza nella legge. Infatti, mi chiedo dove alloggino nel frattempo questi immigrati in cerca di un destino migliore. Forse negli alberghi? Dove sono le strutture di accoglienza che lo Stato, tramite gli Enti Locali, ha approntato? Nessuno, finora, si è posto il problema in termini concreti, nemmeno il Comune di Rovigo, come apprendo presso l’Assessorato ai Servizi sociali. E per chi non è in regola è prevista l’espulsione. La Dott.ssa Fenu precisa infatti che la nuova legge dell’ingresso in Italia abroga l’art. 142 del TULPS che penalizzava chi non si presentava entro tre giorni all’Autorità di PS; abroga anche l’art. 152 e quindi non esiste più il foglio di via per gli stranieri; al suo posto c’è un nuovo tipo di espulsione, che avviene con decreto prefettizio il quale, mediante intimazione del Questore, decreta l’espulsione dello straniero dal territorio nazionale. Esiste anche la possibilità di ricorso in termini dimezzati. Ogni provvedimento, inoltre, deve essere comunicato mediante una lingua a lui conosciuta: inglese, spagnolo, francese o la sua lingua se c’è un interprete.

    Qual è l’afflusso giornaliero di extracomunitari? “È modesto – precisa la dottoressa –. La media quotidiana qui a Rovigo è di circa 15 stranieri al giorno”.

    Quale livello culturale presentano? “Quasi tutti la terza media e sono operai”.

    Al Questore, dott. Gaetano Gigi, che entra per un momento nell’ufficio, chiedo se nella nostra provincia si sono registrati episodi di intolleranza: risponde che nel Polesine la situazione è tranquilla, che il problema della regolarizzazione si svolge con ordine e comprensione.

    Ringrazio, saluto cordialmente la Dott.ssa Silvia Fenu e vado a trovare Don Vanni Cezza, Direttore di Porta Verta, il centro di accoglienza, le cui porte sono aperte per tutte le persone che presentino problematiche sociali.

    Egli è nel suo ufficio situato in una piccola casa appena fuori città, nella quale alloggia una famiglia di stranieri.

    Don Vanni è addentro nei problemi di chi vive ai margini della società. “Mi sembra di rivivere una situazione della mia infanzia” dice Don Vanni, la cui famiglia si era trasferita a Milano, dov’egli è nato. “Gli extracomunitari sono attirati dall’Europa, dalla ricchezza, dal benessere. Cercano lavoro, ma ancor prima della difficoltà della lingua c’è la mentalità che è diversa”. “Per loro indubbiamente è uno sforzo notevole l’inserimento nella nostra società, però prima di giungere in Italia sanno cosa li aspetta”. Con sua esperienza Don Vanni ha notato che sembrano sprovveduti a prima vista, invece sanno quello che vogliono raggiungere e cercano di ottenerlo.

    “Sono persone che vanno aiutate con realismo, coerenza, senso di responsabilità e niente pietismi”, puntualizza don Vanni, “La loro religione musulmana può costituire un problema. Ad esempio, per loro questo è il mese del Ramadam e a volte si mostrano esigenti nell’alimentazione alternativa. Ci sono persone però che si adattano, e sanno inserirsi adeguatamente nel nostro ambiente; altre che sono passive e vivono alla giornata, come accade anche tra i nostri connazionali emigrati all’estero: la maggior parte di essi si è integrata bene nel nuovo Paese, mentre altri cercano di vivere di espedienti”.

    Secondo Don Vanni la gente del Polesine può facilitare l’accoglienza per il senso della famiglia ancora presente, per la mentalità non ostile, però egli denuncia la inesistenza dei servizi sociali. “L’Ente locale, la Comunità non esprime attenzione al problema; gli immigrati qui non si fermano, sono solo di passaggio e manca, dunque, una casa di accoglienza con funzione di smistamento. C’è necessità di alloggi per queste persone: sia in città che in campagna ce ne sono di case che si preferisce lasciare chiuse”. (Non si deve demandare tutto ai religiosi, come mi ha invitato a sottolineare il vice padre superiore dei Cappuccini; chi può, deve agire come cristiano e come uomo).

    “Purtroppo, osserva ancora e con rammarico Don Vanni, anche la Comunità cristiana non è da meno nell’indifferenza”.

    Ecco allora l’importanza dell’educazione alla mondialità; ed è proprio la scuola la sede più idonea a formare nelle giovani generazioni una mentalità aperta ad una convivenza plurirazziale in nome del rispetto dei diritti dell’uomo e dei popoli.

    Don Vanni lancia uno slogan: “Una famiglia per un immigrato” e certamente sono tante le famiglie che possono ospitare un fratello di colore.

    La società cambia. Non si possono chiudere gli occhi di fronte ad una realtà nuova che si sta manifestando sempre più concretamente anche se non ce ne accorgiamo direttamente. Il cambiamento è silenzioso, ma continuo.

  • A guardia del Delta

    A guardia del Delta

    L'occasione di parlare delle attività "nuove" del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige di Ariano Polesine, presidente Giuseppe Badile e direttore ingegner Lino Tosini, nasce da un recente incontro presso la sala municipale di Rosolina, quello del 27 aprile scorso. Sono state appunto presentate alla Stampa in quella sede le recenti iniziative che, se da una parte sono sulla linea della tradizione seguita dall'ente, con la razionale utilizzazione delle risorse idriche e la sistemazione idraulica, dall'altro allargano invece il campo d'azione quando interessano la difesa del suolo, o decisamente innovano con gli interventi di vivificazione delle lagune deltizie, del ripristino ambientale di alcuni biotopi e della realizzazione di un museo della bonifica.

    Queste importanti opere, che prenderanno avvio tra breve, presentano tutto il loro spessore e la loro valenza: il territorio viene considerato nella sua globalità; non è soltanto un giacimento di risorse da utilizzare, ma una realtà dinamica da comprendere in una visione armonica nelle sue molteplici problematiche.

    Ecco perché il solo razionale impiego e movimento delle acque in funzione prevalentemente agricola, oggi non può essere l'esclusivo compito di un Consorzio di Bonifica.

    L'attenzione verso il territorio si rivolge, facendo ricorso alle specifiche discipline, ai diversi aspetti dell'area di competenza.

    E ciò vale ancor più quando si tratta di una superficie come quella terminale del maggior fiume italiano, oggetto da anni di grande attenzione sia da parte delle istituzioni che da parte di categorie e gruppi economici locali, nazionali ed europei, secondo le affermazioni dello stesso presidente del Consorzio Badile. (E non solo economici. si vorrebbe qui aggiungere!)

    Questa elevata concentrazione di progetti non trova riscontro in nessun altro periodo del passato dell'attività del Consorzio.

    Trattando soltanto degli interventi di nuova tipologia, si sottolineano quelli di vivificazione e risanamento idrogeologico delle principali lagune deltizie: dalla laguna di Galeri in comune di Rosolina alla laguna di Barbamarco e alla Sacca di Scardovari nel comune di Porto Tolle.

    In tali lagune, come in altri ambiti similiari, si è assistito in questi ultimi anni ad un progressivo appiattimento dei fondali con conseguente diminuzione del ricambio d’acqua ed innesco di preoccupanti processi di eutrofizzazione.

    L’importo finanziabile per le opere previste, affidate dalla Regione del Veneto al Consorzio di Bonifica Delta Po Adige, ammonta ad oltre 41,6 miliardi di lire.

    Sono state con ciò riconosciute le capacità progettuali, attuative e gestionali di questo Ente, tenuto conto delle specifiche conoscenze del territorio sul quale costantemente è chiamato ad operare.

    Si è già detto, in altre occasioni, della realizzazione di un Museo regionale della bonifica, attraverso il recupero e la valorizzazione dell’ex Idrovora di Ca’ Vendramin nell’omonima località nel comune di Taglio di Po. Ora il relativo progetto, finanziato dalla Regione Veneto per un primo stralcio di 2,2 miliardi, è in fase di appalto. Interessante è la previsione al suo interno di un Centro culturale per studi e ricerche tecniche e scientifiche riguardanti la bonifica, il territorio e l’ambiente.

    Oltre a tutto questo, l’elenco delle “novità” prosegue con il progetto per la ricostituzione e la valorizzazione dell’ambiente naturale dell’Oasi di Ca’ Mello nel comune di Porto Tolle, con la previsione di un primo impiego di spesa da parte della Regione di 1 miliardo. Ca’ Mello, si ricorda, è un relitto di circa 40 ettari di superficie, rimasto a seguito della bonifica delle Valli della Donzella, per le quali è stato altresì predisposto un piano generale di sistemazione ambientale.

    Altra iniziativa degna di attenzione è un Centro di Emergenza a servizio di tutti i comuni veneti (ne è previsto un altro analogo nel comprensorio del Consorzio Dese Sile di Mestre), già in funzione presso il Centro Operativo del Consorzio a Taglio di Po.

    Un grande impegno attende dunque il Consorzio nei prossimi anni, pur non mettendo in conto gli altri programmi, di cui non si è qui fatto cenno, in quanto sono nella linea classica della tradizionale attività dell’Ente.

    Il compiacimento espresso pubblicamente dall’Assessore regionale all’agricoltura Giulio Veronese, corona il buon lavoro svolto dal Consorzio, premiato per questo salto di qualità nelle iniziative intraprese che fanno del Basso Polesine un’area laboratorio, un cantiere aperto dove si stanno maturando vantaggi indiscussi per l’ambiente, per il turismo, la pesca, l’agricoltura; vantaggi per l’economia e per l’intera popolazione.

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