I. La partenza
A vent’anni, io ero uno di quei giovani spostati che abbondano anche nelle città di provincia. Interrotto, per la morte di mio padre, il liceo, vivevo in Lendinara, piccola città del Veneto, malcontento, stizzoso, come un uccello in gabbia.
Cresciuto con una certa passione per lo studio e per la letteratura, imparavo da me, a furia di leggere, ciò che mi avrebbero insegnato all’università, se le condizioni della famiglia mi avessero permesso di frequentarla; ma costretto, invece, a subire esami noiosissimi, come quelli di segretario comunale, per concorrere a qualche impiego, finii coll’essere nominato commesso postale del mio distretto nativo.
La mamma, contentona, credeva che a me non mancasse altro ormai che una buona sposa per calmarmi la fantasia e trasformarmi in un pacifico padre di famiglia. Ma io, pur facendo il mio dovere in ufficio, seguitavo ad ammattire sui libri, e, affetto da una specie di grafomania precoce, cominciavo a scrivere come per istinto. Stavo rinchiuso per ore ed ore nella mia camera: i parenti credevano che studiassi la legge comunale o provinciale per apparecchiarmi agli esami di segretario, e invece componevo un romanzo, che fu poi pubblicato dal Bacchiglione di Padova.
Alberto Mario, mio concittadino, vide le prime novelle che scarabocchiavo e, pur consigliandomi a non aver fretta, m’incoraggiò a continuare, facendomi l’improvvisata di stamparne alcune nella Vita Nuova, rivista letteraria di Milano, diretta dall’ottimo Arcangelo Ghisleri. Ed io, naturalmente, tirai innanzi con entusiasmo, rendendomi colpevole perfino della fondazione di un periodico quindicinale, Il grillo del focolare, raccolta di letture familiari, all’uso dei magazines inglesi.
Dopo un anno, però, capii che quella dell’impiegato postale o comunale non è vita propria a svegliare le nostre facoltà e a rinvigorire le forze dell’anima: si cessa d’essere uomini per diventar carrucole. Mi parve che in un piccolo paese, in quell’ambiente, senza aver visto il mondo, giovane, inesperto, isolato, non sarei riuscito che un povero impiegatuccio, condannato a guadagnare quattro o cinque lire al giorno vita naturale durante, come ve n’hanno tanti. E, nei sogni ambiziosi della adolescenza, stimandomi capace di qualche cosa di meglio, un po’ alla volta il malcontento che avevo addosso si trasformò in una voglia matta di fuggire da quel carcere del mio ufficio postale, di muovermi, di viaggiare, di vedere.
Era come una specie di nostalgia dell’ignoto che mi tormentava.
Una notte dell’estate 1879, passeggiando lungo la riva dell’Adige, in preda a uno di quelli scoraggiamenti in cui cadono così facilmente i ragazzi, mi balenò un’idea strana, riflettei un momento solo, e presi senz’altro un’audace risoluzione.
– No, io non continuerò a vegetar qui, – pensai. – Il mondo è grande, c’è l’America e New York è una vasta metropoli. Io andrò là, studierò quei famosi americani, apprenderò l’inglese. Lavorerò da principio con le braccia, ma nel paese dell’attività e della libertà per eccellenza, imparerò a conoscere meglio la vita e gli uomini, e un giorno tornerò in Italia ricco, almeno, d’esperienza. Allora mi sarà più facile dedicarmi completamente al giornalismo.
Il mese prima avevo letto alcuni libri sugli Stati Uniti e m’ero innamorato dell’America del Nord: questa fu l’unica regione per cui scelsi New York invece di Sidney o di Buenos Aires. La determinazione e la scelta furono indiscutibili.
Comunicai il progetto al mio tutore affinché ne informasse la mamma dopo la partenza – altrimenti chissà quanti pianti e che cosa la poveretta avrebbe fatto per trattenermi – e ne parlai, non a tutti i conoscenti, che m’avrebbero dato del pazzo, ma a pochissimi amici. Uno di costoro, vice-cancelliere di pretura in una città vicina, Badia-Polesine, a lire 1,75 al giorno, mi disse: – Io pure verrò in America con voi. – E quattrini? – feci io. – Ho una zia che me li darà. – Ebbene, trovatemi allora, la sera del 4 agosto a Milano: proseguiremo il viaggio insieme. È meglio essere in due: potremo, all’occorrenza, aiutarci a vicenda, da buoni fratelli.
Rinunziai all’impiego, consegnai regolarmente l’ufficio alla regia amministrazione provinciale delle poste, convertii in denaro tutte le mie proprietà mobili, consistenti in una cartella di Stato di mille lire, e la mattina del 4 agosto 1879, montato in un vagone con le mie valige, salutai la punta del campanile nativo. Avevo appena ventun anno.
Per la linea Legnago-Verona, giunto a Milano, trovai alla stazione l’ex vice-cancelliere, il quale mi annunziò in tuono desolato d’aver speso giusto gli ultimi centesimi in un caffè perché la zia non gli aveva voluto dare un soldo. Che fare? Non ci pensai neppure un minuto: – Caro Giuseppe, – gli dissi – voi sapete che possiedo soltanto mille lire. Invece di viaggiare in seconda classe, piglierò due biglietti di terza: andiamo!
I viaggi, la varietà dei paesi avevano sempre esercitato su di me un grande incantesimo. Da ragazzo, fra tutti i romanzi moderni, preferivo quelli di Giulio Verne, e, fra i giornali, Il giro del mondo. Bastavano i modesti paesaggi dei colli Euganei per entusiasmarmi: Venezia poi mi faceva andare in visibilio. Il desiderio di vedere un po’ il mondo era tanto più acuto in me in quanto che, fino allora, non ero stato più in là di Padova, Venezia e Bologna. Nato e cresciuto nella monotona pianura che si stende fra l’Adige e il Po, sentivo un vero bisogno di monti e di mari.
Figurarsi, dunque, quali potenti emozioni cominciai a provare appena partito. Oggi rido pensandoci, ma ricordo che, allora, mi avviavo verso le Alpi e verso l’Oceano con un turbamento tutto singolare. Infatti, quando il treno, uscito dalla stazione di Torino, prese ad attraversare il Piemonte ed io mi trovai finalmente in mezzo alle grandi montagne, sentii battermi il cuore dal piacere.
Era una sera d’una bellezza inverosimile. Il convoglio correva diritto verso il sole che scendeva dietro le giogaie delle Alpi; procedeva fra le due catene di montagne che diventavano sempre più alte.
– Oh! – gridavo come uno spiritato al mio compagno – ma non vedete che giuochi, che effetti di luce e di raggi?!
E lo costringeva a guardar, in su, certe sommità circondate di aureole di nubi d’argento, di fiocchi di vapori trasparenti, che parevano fantastiche; e poi, in giù, le gole oscure, i precipizi, i letti ghiaiosi dei torrenti e i fianchi scoscesi da cui sporgevano grossi massi.
Quando venne la notte a coprire quei quadri col suo sipario, non ritirai il capo dallo sportello: i profili montuosi si disegnavano vagamente nel cielo azzurro e qualche lumicino brillava tremolando nelle casette, fra i castagni, lungo le chine. Gustavo quel senso d’inesprimibile benessere che si sente nelle belle mattine in campagna, alzandosi presto, freschi e riposati.
Quella sera divina, quell’atmosfera vivificante, quei paesaggi superbi, mi sembravano l’estremo saluto del paese che abbandonavo. Bardonecchia, l’ultima stazione italiana, giace in una valletta nella quale con gran fracasso precipita un torrente. Giunto a quel confine, mi affacciai allo sportello, guardai la terra italiana e afferrai la mano dell’amico.
– Addio – mormorai sorridendo e volendo dare a credere al compagno che parodiassi una pagina dei Promessi Sposi – addio, o paese bello, addio madre e fratelli miei, compagni affettuosi di scuola e di giuochi, persone tutte che mi voleste bene. Addio, o mia quieta città, dove trascorsi gli anni sereni dell’adolescenza. Addio, casa di campagna, rustica cameretta, dove passai tante notti a imbrattar carta, ora baldo e fidente nell’avvenire e nel mio piccolo ingegno, era accasciato da brutte malinconie. Addio campi verdi del Polesine, viottole solitarie, orizzonte frangiato dalla catena dei colli Euganei, rive del Po e dell’Adige, che bastavate per insegnarmi ad ammirare la natura e dinanzi a cui sentii battermi in petto un cuore di poeta. Albe rosee, notti stellate, addio. Non più illusioni, né sogni, ma lavoro e dura realtà…
Era in fior la mia vita e cure e voglie Di quel tempo felice abbandonai Nelle materne soglie, Ed esulai. (Schiller)
Fingevo di scherzare, snocciolavo con enfasi i patetici aggettivi, e intanto, due lagrimoni mi scendevano lungo le guance.
Siccome per arrivare in America con un fondo di scorta meno esiguo che fosse possibile, avevo deciso, come dissi, di viaggiare col mio compagno in terza classe, a Bardonecchia, dove giungemmo alle dieci di sera, ci toccò aspettare fino alle tre del mattino per montare sull’omnibus che conduce a Modane. Ammirato ancora una volta il paesaggio alpino illuminato dalla luna, ci ricoverammo in un piccolo caffè e attendemmo il treno.
All’alba eravamo in Francia.
La Savoia m’apparve come una Svizzera in miniatura, e – mentre un’aurora ammaliante tremolava fra le alte foreste e illuminava le acque cerulee di alcuni laghetti che da Aix-le-Bains fino a Culoz lambiscono i piedi delle montagne – guardando il fumo della macchina turbare la purezza delle chine dolci e boscose di quei recessi pastorali, pensavo essere stato un giorno di sacrifizio per l’Italia quello in cui la casa regnante dovette cedere alla Francia la terra di cui porta il nome.
Ma il caldo, la durezza dei sedili e la lentezza del treno mi fecero sentire ben presto il sonno e la stanchezza; di quella lunga traversata in omnibus della Francia ricordo solo che usciti dalla Savoia, s’entrò in pianura, poi apparvero nuove catene e si viaggiò ancora in alto, attraversando tunnels numerosi, vallate stupende e i celebri vigneti della Sciampagna e della Borgogna.
Trascorsa una notte molto disagiata nel treno, arrivammo di buon’ora a Parigi. Eravamo affumicati e impolverati in modo compassionevole, ma un bagno nella Senna, fatto in uno stabilimento gellaggiante, ci rianimò, e, con ardore febbrile ci accingemmo a percorrere a volo l’uccello la Babilonia francese che dovevamo lasciare quella sera stessa.
Fu una fantasmagoria: passando davanti alla chiesa della Madaleine intravvidi il grandioso ed aristocratico funerale che si celebrava per l’infelice principe Napoleone, ucciso poche settimane prima dai Zulù. Il gran tempio era tutto pieno di signore in lutto e di gentiluomini in abito nero, parecchi dei quali apparivano profondamente commossi; nella navata di mezzo ardevano immensi incensieri e l’organo accompagnava un coro composto di artisti di prim’ordine. Si diceva che da un pezzo non s’era veduto un funerale così imponente.
In quei giorni non si parlava che della fine impreveduta del figlio di Napoleone III. Nelle vetrine di molti negozi sui Boulevards non si vedevano che ritratti del principe disgraziato, fotografato in cento maniere: vestito da borghese e da militare, solo e insieme con la madre, ucciso, in mezzo all’erba, circondato da Zulù con visi orrendi. Al lutto per la fine miseranda del povero giovane prendevano parte tutti i francesi, senza distinzione di partiti.
Alla sera potemmo vedere per la prima volta le lampade elettriche che illuminavano alcune piazze, e alle dieci e mezzo, storditi e sbalorditi, attendevamo alla stazione di Saint-Lazare il treno per l’Havre.
Capitati, per fortuna, in uno scompartimento vuoto, dormimmo pacificamente tutta la notte; ci eravamo oramai abituati ai sedili di terza classe.
Havre si mostrò alla mattina, da lontano, come una selva d’alberi di navi e di camini di opifici. Appena arrivati, avviandoci a un piccolo albergo, fummo nauseati da quell’odore particolare di certe città di mare, che all’Havre si fa sentire acutissimo. Pare impossibile, che in strade così sudicie, coi marciapiedi fiancheggiati da neri e puzzolenti rigagnoli, siano nati Casimiro Delavigne e Bernardino de Saint-Pierre. Una popolazione affaccendata circola per le vie piene di botteghe che mettono in mostra i prodotti del mondo intero e affolla le rive dei canali che ricordano Venezia.
Da un’agenzia marittima di Parigi avevo comperato il giorno prima, due biglietti per la traversata da Havre a New York, persuaso di partire con un vapore della Compagnia Generale Transatlantica Francese. Ma, all’Havre, m’accorsi subito come le agenzie imbrogliassero gli emigrati. Invece che per i comodi e rapidi piroscafi della Transatlantique, ci avevano dato due biglietti per una linea inglese, che ci obbligavano a fermarci tre giorni all’Havre e poi a recarci a Londra, allo scopo di procurare un guadagno ai due alberghi a cui eravamo indirizzati.
Siccome le proteste riuscivano ormai inutili, facemmo di necessità virtù, visitando la città e il porto animatissimo. La sera dell’undici partimmo a bordo del Wolff e, traversata felicemente la Manica, sbarcammo la mattina seguente a Southampton. Di là, in tre ore, un treno ci condusse a Londra, di dove partimmo.
XVII. Servo il futuro presidente della repubblica
Il mese dopo, come il signor Kauffmann mi aveva prevenuto, il Metropolitan Concert Hall fu chiuso. Durante i calori estivi la società elegante di New-York si sparge tutta nelle villeggiature; i meno ricchi vanno a passar la sera a Coney Island.
Il direttore del Metropolitan Concert Hall mi disse che era rimasto contento di me e che se mi fossi presentato in settembre avrei riavuto il mio posto: ma intanto restai nuovamente a spasso con una ventina di dollari in tasca.
Rifacendo i soliti giri per allogarmi altrove come ice-cream-man, mi sentii rispondere dappertutto che la stagione era troppo avanzata: gli hôtels tanto di New-York come della vicina Coney Island s’erano provveduti di gelatieri fino dal principio dell’estate.
I venti dollari scemavano rapidamente: non bisognava perdere tempo.
Dopo essermi presentato invano in una ventina di alberghi, un giorno cocentissimo di luglio andai a provare anche al Brunswik, uno dei più grandi e aristocratici di New-York, situato in Madison Square.
– Avete per caso bisogno di un gelatiere? – chiesi al direttore, un alsaziano piccolo e grosso, con una faccia sbarbata, che pareva un canonico. – No – mi rispose – ma credo di abbisognarne fra qualche settimana: intanto vi posso tener qui come omnibus.
Nei grandi alberghi all’europea di New-York si chiamano omnibus quei garzoni che, per ignoranza della lingua inglese e del mestiere, non sapendo ancora fare i camerieri, vengono adoperati come aiutanti dei camerieri stessi. Essi apparecchiano e sparecchiano le tavole, preparano le provviste di piatti e di posate e vengono adoperati in altri consimili piccoli servizi.
Alla inaspettata proposta diventai rosso come una ciliegia. Il pensiero di cingere un grembiule bianco per bazzicare coi guatteri e coi lavapiatti, non mi si era mai presentato: in caso estremo avrei preferito andare in campagna a fare il contadino.
Accortosi di quel mio imbarazzo, il direttore del Brunswik disse: – Eh! capisco, per uno che ha un’arte è duro adattarsi al modesto salario di omnibus; ma vi assicuro che il mese prossimo vi sarà vacante un posto di gelatiere. – Non è tanto per paga – feci io sempre imbarazzato.
Allora il piccolo alsaziano mi esaminò attentamente e indovinò. – Voi non avete fatto sempre il gelatiere? – No. – In Europa non eravate un operaio? – No. – Ah! – esclamò ridendo – capisco, capisco il sentimento di fierezza che vi fa arrossire, la ripugnanza che provate all’idea di fare il vice-cameriere o anche il cameriere. Ma qui siamo in America, caro mio, e se per il momento non trovate da occuparvi nell’arte che conoscete meglio, vi consiglio di lasciar da parte i pregiudizi europei e di accettare il posto che vi ho offerto. Il Brunswik è un albergo di primissimo ordine; il personale è composto di gente per bene; la lingua ufficiale è il francese. Eh! se sapeste quanti ne ho conosciuti io dei giovinotti di buona famiglia e di bella presenza, francesi, tedeschi, italiani, che, emigrati alla ventura con poche lire in tasca, si ridussero nei primi mesi, per la questione del pane, a fare gli omnibus nei grandi alberghi dove si parla francese. Ex-impiegati, ex-maestri, ex-figliuoli prodighi, ne ho avuti a dozzine al Brunswik: dopo qualche mese di noviziato come omnibus, alcuni si misero a fare i camerieri.
Vedendo che non avevo le maniere di un contadino e che fisicamente sarei stato un omnibus abbastanza decoratif, il direttore del Brunswik voleva convincermi ad accettare. In me aveva luogo una lotta curiosa: mentre da una parte mi ribellavo istintivamente alla proposta, dall’altra mi domandavo che cosa avrei fatto fra due o tre giorni. Era meglio mettersi a fare l’omnibus o esporsi al pericolo della fame? Se piuttosto di presentarmi a mendicar soccorsi e aiuti al Consolato Italiano o a qualche connazionale, preferivo qualsiasi lavoro manuale e faticoso, perché fare lo schizzinoso?
– Young man – continuò l’alsaziano che pareva si divertisse in quella discussione – in America i garzoni d’albergo non sono tenuti in così basso conto come in Europa, dove ogni avventore si crede in diritto di dare loro del tu e di rimproverarli arrogantemente per qualsiasi inezie. A New-York i camerieri degli hôtels di lusso sono giovinotti intelligenti, che parlano correntemente tre o quattro lingue. In certi alberghi, come qui al Brunswik e al Delmonico, i garzoni guadagnano dai tre ai quattro dollari al giorno, oltre il vitto: la paga di un commendatore capo divisione in Francia e in Italia. Io, non mi vergogno di dirlo, ho cominciato la mia carriera vent’anni or sono, facendo precisamente l’omnibus.
Quel chiacchierone finì col persuadermi che le mie titubanze erano ridicole. – E quale sarebbe il mio lavoro? – domandai. – Sarete addetto al servizio delle stanze superiori. Avete un vestito nero? – Sissignore. – Il jacket da cameriere? – No. – Ah! senza jacket non s’entra al Brunswik. Ve ne occorre uno di panno, non d’alpaca. – (Con un sospiro). Me lo procurerò in cambio di una redingote. – Non basta: bisogna che vi tagliate i mustacchi. – Ah! questo poi… – Eh! sicuro, è lo style degli alberghi aristocratici all’europea. – (Con un sorriso forzato). Ebbene, li sacrificherò. – Allora venite domattina alle otto. – Non mi mancava altro che questa! – pensavo. – Rinunziare anche ai mustacchi! Le belle usanze che in America si copiano dall’Europa!
Mi procurai il jacket di panno e alla mattina seguente, vestito di nero, con le scarpe lucide, pettinato, sbarbato come un seminarista, mi presentai di nuovo al direttore del Brunswik che trovò inappuntabile il mio abbigliamento e mi consegnò ad un maître d’hôtel, alsaziano lui pure. Costui mi registrò in una matricola, mi condusse al dipartimento della biancheria, mi diede una marca di ottone con un numero d’ordine, un grembiule e una cravatta bianca; e mi disse con solennità: – Dites-donc, due volte al giorno verrete in questa stanza, presenterete la vostra marca e muterete cravatta e grembiule. Avete capito? – Oui, monsieur! – L’orario è il seguente: dalle undici antimeridiane alle otto pomeridiane il giorno seguente, e così alternativamente. Avete capito, dites-donc? – Oui, monsieur!
Come il piccolo direttore aveva detto, fui messo ad aiutare i camerieri addetti al servizio nelle stanze superiori del sontuoso albergo.
Il Brunswik è regolato all’europea: gli avventori pagano quello che ordinano. Negli hôtels veramente americani, invece, si spende un tanto al giorno, tre, cinque, otto dollari per la stanza e per mangiare a qualunque ora quello che si vuole.
Al pianterreno del Brunswik oltre il caffè e il bar-room c’è una magnifica sala da pranzo: ma molti viaggiatori amano pranzare nei loro appartamenti, ed era per costoro che io dovevo salire e scendere gli ampi scaloni coperti di tappeti, portando i vassoi coi piatti d’argento fumanti.
Situato nel centro della città, in bella posizione, davanti ai giardini della Madison Square, vasto, ricco, provveduto di tutte le comodità imaginabili, il Brunswik è frequentato dalla migliore società americana e da viaggiatori illustri. Tutte le sere dozzine e dozzine di carrozze sono ferme sotto le finestre dell’elegante e aristocratico ristorante dai vetri a mosaico, illuminato a luce elettrica; brigate di signori, coppie di sposi, di amanti, fanno dei pranzi di gran lusso e, risalendo poi la Quinta Avenue vanno a godere il fresco al Central Park.
A mezzanotte, dopo gli spettacoli teatrali, i saloni del Brunswik sono pieni di giovanotti dell’high-life e di signore: lo sciampagna scorre come l’acqua. Di lì a pochi giorni conoscevo di vista gli attori e i politicanti più famosi di New-York, tutti habitués del Brunswik e aiutavo ad apparecchiare una tavola alla quale pranzavano Garfield e Arthur, candidati alla presidenza e alla vice presidenza della repubblica.
Lavorando coi camerieri e mandando a memoria la lista interminabile delle pietanze, imparavo il mestiere che per i giovani svelti non è poi tanto difficile. Della lingua inglese m’impratichivo ogni giorno più, e dopo quindici o venti giorni venivo incarico di servire da solo qualche colazione o qualche piccolo pranzo negli appartamenti superiori frequentati da milionari australiani, da baronetti inglesi, da titolati spagnoli e francesi, che arrivavano con carri pieni di bauli.
In quell’epoca Garfield, che doveva essere eletto per finire poi così miseramente vittima del pazzo Guiteau, alloggiava nel palazzo detto Quartiere del partito repubblicano di New-York, in Quinta Avenue, a pochi passi dal Brunswik. Io gli portavo la colazione nel suo appartamento. Prima di colazione il futuro presidente, assai mattiniero, faceva un bagno freddo; mangiava solo in un salotto da studio.
Uomo alla buona, affabilissimo, di costumi semplici, non prendeva generalmente che un beefsteak e una tazza di caffè e latte. Sebbene candidato alla suprema carica in una repubblica di sessanta milioni d’abitanti, con novanta probabilità su cento di riuscire eletto, in quel suo viaggio a New-York non era accompagnato neppure da un domestico.
Mi figuravo da principio che la nuova vita dovesse pesarmi orribilmente, ma la fatica mi lasciava ben poco tempo per riflettere sull’umiltà della mia condizione.
XXI. Come diventai redattore di un giornale
Nel 1880 si pubblicava a New-York un solo giornale settimanale in lingua italiana, intitolato l’Eco d’Italia, quando un italiano ardito e intraprendente, il signor Carlo Barsotti, decise di fondarne uno quotidiano. Nella sola New-York vivono circa venticinque mila italiani; molte altre migliaia di nostri connazionali si trovano sparsi negli Stati Uniti e l’immigrazione prendeva allora insolite proporzioni.
Il Barsotti, toscano, è un interessante tipo di self made man. Emigrato in America poco dopo il settanta, senz’altre fortune che quelle della gioventù e della salute, dovette da principio adattarsi a fare il capo-squadra in alcuni lavori ferroviari che impiegavano molti operai italiani. Impratichitosi della lingua inglese, esercitò altre industrie finché ne trovò una che fu l’origine della sua fortuna.
Un italiano, di cui non ricordo il nome, s’era accorto che a New-York mancavano degli alberghi puliti e a buon mercato, dove si potesse passar la notte per pochi soldi, e ne aprì tre o quattro, divisi in centinaia di camerette, grandi come le celle dei frati, che si affittavano per venticinque soldi alla notte. Questi lodging houses fecero furore. Barsotti, che era diventato segretario e socio dell’italiano che li aveva ideati, essendo questi partito da New-York, ne rimase unico proprietario, li aumentò e ingrandì e si assicurò con essi una lauta rendita, che cresceva giorno per giorno.
Tutto intento all’amministrazione dei suoi alberghi, egli non si era mai occupato di giornali, quando l’uxoricida italiano Pietro Baldo venne dai tribunali di New-York condannato a morte. Per tentare di fargli commutare la pena, si costituì nella nostra colonia un comitato. Le comunicazioni del signor Barsotti, non so più per quale ragione o per quale equivoco, non ebbero da parte del signor Secchi da Casali, direttore dell’Eco d’Italia, l’accoglienza che meritavano.
Allora il signor Barsotti, irritato e sorpreso che l’unico giornale italiano esistente a New-York non s’interessasse alla sorte di un connazionale condannato a morte, disse al direttore del settimanale Eco d’Italia: – Gli italiani della costa atlantica hanno bisogno di un altro giornale. Lo farò io e sarà quotidiano.
E mantenne la parola, dedicandosi alla nuova impresa con l’ardore, con l’audacia e con la perseveranza di un vero yankee. Il nuovo giornale fu chiamato il Progresso italo-americano e cominciò a pubblicarsi in un formato piccolissimo. Ma il proprietario si trovò in un bell’impiccio. A New-York non solo non c’erano giornalisti italiani di professione, ma riusciva difficilissimo scoprire anche semplicemente qualche italiano che sapesse scrivere abbastanza correttamente la propria lingua.
La redazione del nuovo giornale fu affidata da principio a uno che si rivelò subito per un pazzo da ospedale; dopo pochi giorni passò nelle mani di un certo Mauri, che sapeva scrivere bensì (collaborava anche nel Sun), ma aveva troppe esigenze; e rimase quindi in balìa di due o tre giovanotti di fresco arrivati, pieni di buona volontà, ma privi assolutamente della pratica necessaria.
Il mio principale ebbe occasione in quell’epoca di conoscere il signor Barsotti, e sentendo che stava sempre in traccia di un giornalista italiano, gli disse che aveva un impiegato, il quale aveva già fatto le sue prime prove in Italia e che sarebbe stato capace probabilmente di redigere il giornale per benino, con garbo. Il signor Barsotti lo pregò senz’altro di offrirmi il posto per fare un esperimento.
Quando, quel giorno stesso, il principale mi annunziò che aveva da propormi un impiego più adatto ai miei gusti e alle mie inclinazioni, credetti che scherzasse. E appena mi spiegò di che cosa si trattava: – Ma io non mi sono mai occupato di politica… – esclamai. – Tanto meglio; così non ha pregiudizi. Qui non si tratta che di riferire sommariamente quello che succede di più importante in America e in Europa, ma specialmente in Italia. Il giornale è piccolo: due pagine intere sono dedicate agli annunzi. Ne restano altre due. La seconda si riempie di cronaca italiana e di fatti vari tagliati dai giornali d’Italia. Nella prima si traducono dall’inglese gli ultimi dispacci transatlantici, si fa un articoletto di fondo e si riassumono le notizie americane.
– E par niente a lei? – Un giovine attivo e intelligente, che non abbia altro da fare, può cavarsela. Pensi poi quanto vantaggio ella può ricavare dall’essere obbligato a leggere regolarmente i giornali americani, a tradurre ogni giorno una quantità di notizie dall’inglese. – Basta, mi ci proverò. Quanto si guadagnerebbe? – Da principio quindici dollari alla settimana. Di più in seguito, quando il giornale si diffonderà. Oggi è sabato, domani la presenterò al proprietario e lunedì mattina ella assumerà la redazione.
La faccenda mi spaventava e mi lusingava nello stesso tempo. Giovane e robusto, non avevo paura del lavoro, certamente; ma mi domandavo come mai potevo diventare un giornalista di punto in bianco, mentre in Italia non m’ero occupato, a tempo avanzato, che di letteratura. E non si trattava già di scrivere per un giornale, ma di mettere insieme addirittura tutto un giornale.
– Queste son cose che si vedono soltanto nel Nuovo Mondo, – pensavo. – Oggi si fabbricano gli occhiali, domani si cinge il grembiule del gelatiere o dell’omnibus, e dopodomani si compila da capo a fondo un giornale. E perché no? Nello stesso modo che ho imparato a fare il pasticciere, in breve tempo posso diventare un discreto redattore per un giornale d’annunzi… in America! Scriverò, tradurrò dalla mattina alla sera, e qualche cosa ne uscirà!
Gli uffizi del nuovo giornale italiano erano situati in Ann Street, all’ultimo piano di una vecchia casa dietro il palazzo del New-York Herald. Consistevano in uno stanzone scuro, a tramontana; mobili: tre sedie in pessimo stato, due tavolini, una stufa nel mezzo e un letto-sofà, senza lenzuola, in un angolo.
Uno dei tavolini era destinato alla redazione e l’altro all’amministrazione. Sul primo giacevano due volumetti di poesie amorose, composte e stampate dall’energùmeno che era stato il primo redattore del Progresso italo-americano, un vocabolario italiano-inglese, una boccettina d’inchiostro che faceva le funzioni di calamaio, due penne e un po’ di carta di paglia per scrivere.
Pareva proprio una soffitta classica abitata da studenti in bolletta: non mancava neppure il tradizionale lembo di cielo visibile attraverso i buchi dei vetri rotti.
Ma che importa l’umile origine? Per un giornale destinato a ingrandire e a diffondersi, è anzi una gloria. L’Herald vide anch’esso la luce in una soffitta della medesima Ann Street; Bennett padre lo scriveva sedendo sopra un barile vuoto di farina.
Quel sabato in cui ero in trattative per andar a scrivere il nuovo periodico, nell’ufficio del medesimo avvenivano certe scene veramente curiose e bizzarre.
È una fredda mattina dei primi di dicembre. Alle otto in punto, sotto una coperta di lana scura e spelata, si muove nel letto-sofà una massa che presenta contorni umani, che si agita e si stira, finché esce finalmente un uomo alto e magro, giovine ancora, ma coi capelli già quasi completamente bianchi. È il signor Pavia, il distributore, lo speditore, l’amministratore, il segretario, il factotum del Progresso.
In mutande e maniche di camicia, egli mastica alcune giaculatorie in dialetto bolognese contro il freddo, poi fa uno sforzo, salta giù dal sofà, s’accosta al tavolino più vicino, arrotola una sigaretta, l’accende, e riempie quindi la stufa di legna e di carbone, su cui versa del petrolio per avviar meglio il fuoco. Ragione questa per la quale la sera la lampada non viene mai piena. Infila quindi risolutamente i pantaloni, accomoda la coperta sul letto, e finché si scalda l’acqua risolve di scopare un po’ il pavimento, cosa insolita e straordinaria. Lavatosi poi il viso – abitudine anche queste non sempre quotidiana, perché spesso mancava l’acqua – rimette un po’ di carbone nella stufa e scende in una bottega sottostante a confortarsi lo stomaco con un caffè e latte.
Lungo le scale oscure risonava il cic-ciac delle sue ciabatte, con le quali si recava ogni giorno alla posta in Wall-Street a prendere il listino della Borsa, ciabatte che non si levava mai col pretesto che gli stivali avevano troppi buchi. E ciò era falso, perché il poveretto non possedeva più stivali da un pezzo.
Nel viso ordinariamente calmo e sereno del signor Pavia si leggeva quella mattina una certa inquietudine: qualche cosa di grave doveva esser succeduto nell’ufficio del Progresso italo-americano.
Nei due mesi dacché era stato fondato, o meglio improvvisato, quel giornale aveva avuto molte peripezie; il personale di redazione s’era cambiato quattro o cinque volte, e il giorno prima i due giovani rimasti ultimamente a scrivere, erano spariti in seguito a un diverbio.
Il signor Pavia era un tipo degno d’osservazione. La sua precoce canizie, l’insieme del vestito, delle maniere, il modo specialmente di camminare e di gestire facevano indovinare in lui uno spostato, che da pochissimo tempo aveva fatto un capitombolo da una migliore posizione sociale. Egli era infatti un ex-ufficiale di cavalleria: piovuto un mese prima nel Nuovo Mondo in seguito a una disgrazia che l’aveva ridotto al verde, si ripeteva fortunato di esserci alloggiato in quel camerotto, investito di tutte le cariche enumerate.
Delle vecchie abitudini conservava quella di fumar sigarette e una vena di umorismo che manifestava davanti alle scene inverosimili, delle quali era spettatore e attore nel tempo stesso.
Sorbito il caffè, rientrò nello stanzone e rotolò una seconda sigaretta. Il degno amministratore si domandava: – Ora voglio vedere come farà il signor Barsotti a continuare oggi la pubblicazione di un foglio italiano in America senza un italiano che lo scriva, senza un giornale d’Italia da copiare, senza un cane che sappia tradurre una riga dai fogli americani.
L’orologio della Tribune segnava le nove; vista l’inutilità di studiare il problema, Pavia sedette al tavolino e, in attesa del proprietario, aprì a caso il volumetto di poesie, che col vocabolario costituiva tutta la biblioteca del nuovo giornale. Egli sapeva che quelle erotiche composizioni erano state stampate dal primo redattore mezzo matto, ma non le aveva mai sfogliate. Aperto il volumetto, s’accorse subito che conteneva squarci d’una fattura assolutamente peregrina e che egli non poteva darsi a lettura più adatta a distrarlo dalla sua grave preoccupazione. S’era già abbandonato al piacere della declamazione e assaporava un’ode che cominciava così:
Poni la mano… e i palpiti / Osserva del mio cuore. / Poni la mano… e il tremito / Non l’oscillar dell’ore! / Tu sentirai funereo / È da sbranare il sen. / Oh! come sbalza e premesi / Si schiude e si scompiglia; / Vedi dell’angue il correre / Vedi se s’arronciglia! / Per te sì al cuore è il battito / E il riconosci almen?
Il signor Pavia si divertiva come non gli era occorso da un pezzo, quando entrò il proprietario che lo fece ripiombare nella dura realtà. – Halloo, Pavia! – Buon giorno, signor Barsotti, e… e così? – E così? Vi sentireste in grado di farlo voi il giornale, finché non ho trovato qualcheduno? – (Balzando dalla sedia). Io? – Voi, sì, siamo in America, per bacco! – (Tenendosi i fianchi). Ma ella vuol ridere! – No, no: se vi ci mettete con buona volontà… – Ma… ecco: se avessimo qui qualche giornale italiano, tagliando giù, ella mi capisce; disgraziatamente i pochi arrivati con l’ultima posta furono già completamente saccheggiati. Di quelli americani è inutile parlare, non ci capisco un acc… e per conseguenza…
Ma all’improvviso il signor Pavia si batté una mano sulla fronte, e, colpito da una luminosa idea, esclamò: – Ora che ci penso, per oggi ho il modo di fare il giornale. – Davvero? Bravo! Non perdete tempo: io vado ad avvisare i tipografi che appena sono pronti, vengano da voi per l’originale.
E se ne andò tutto contento. Allora il signor Pavia chiuse la porta e con l’aria d’un uomo alleggerito da un peso enorme, si avvicinò al suo baule. Un lampo di luce gli aveva rischiarato in buon punto la mente: si era ricordato che in quel baule teneva cinque o sei camicie avvolte in alcuni giornali italiani.
Aprì immediatamente la cassa e trovò quattro numeri del Monitore di Bologna dell’estate precedente insieme con due copie della Gazzetta d’Italia della stessa epoca.
– E poi si ha il coraggio di dubitare della divina Provvidenza! – mormorò l’eccellente signor Pavia.
Così dicendo pensava che il primo elemento da pescar fuori in quei fogli era qualche cosa che somigliasse a un articolo di fondo. Cominciò a guardare i titoli delle prime colonne. Canalizzazione delle acque potabili. No. I debiti del nostro municipio. Peggio. I partiti. Oh!
In quell’articolo si parlava della necessità di mantenere nettamente al Parlamento la divisione dei partiti. – Questa è sempre roba fresca! – pensò il signor Pavia, tagliando l’articolo.
Afferrò quindi la Gazzetta d’Italia, scrisse sopra una striscia di carta Rivista estera, e vi appiccicò sotto una serie di informazioni stantie sulla politica di Bismark verso il clero e sulla eterna questione irlandese.
In quel momento capita il proto. – Originale? – Plenty! (molto) – risponde Pavia con calma dignitosa e gli consegna tanto da riempire tutta la prima pagina.
Quindi si dà una fregatina di mani e comincia a mettere insieme un po’ di cronaca italiana. Nulla di più facile: cambiando le date trovò una quantità di furti, di suicidi, di grassazioni, superiore al bisogno.
Non c’era una riga di cronaca locale, non un telegramma; ma il signor Pavia, sapendo che in quei giorni non era successo niente di straordinariamente grave, si confortò. – Se riempio il giornale di cronaca italiana, so di far piacere alla maggioranza dei lettori; se qualcheduno cerca notizie di New-York e degli Stati Uniti, non trovandone s’imaginerà che non c’è nulla di nuovo.
Giunge il proprietario. – Ebbene, Pavia? – (Facendo una sigaretta). Che cosa desidera signor Barsotti? – Il giornale?… – Eh!… fatto da un’ora. – Ah! siete un gran brav’uomo!
Alle quattro di quel giorno le prove erano già corrette e alle cinque il giornale andava in macchina.
Alla sera il degno signor Pavia cenò frugalmente sì, secondo il solito, ma con l’ineffabile soddisfazione di un uomo che s’era reso benemerito alle popolazioni italiane degli Stati Uniti.
XXIII. Garibaldi a New-York
Ma più della storia del telefono, per quanto fosse questa interessantissima, io ero avido di farmi raccontare dai coniugi Meucci tutti i più minuti particolari del soggiorno di Giuseppe Garibaldi a New-York e a Staten Island.
Prima di emigrare negli Stati Uniti, nelle varie biografie del nostro eroe, pubblicate in Italia e all’estero, avevo trovato molte notizie intorno ai suoi viaggi nell’America del Sud, ma non m’era riuscito mai di leggere qualche informazione intorno al suo soggiorno in quella del Nord: l’unico particolare che si conoscesse era che aveva lavorato in una fabbrica di candele. Tanto più vivo era quindi il mio desiderio perché sapevo che avrei raccolto degli aneddoti assolutamente inediti.
I coniugi Meucci conservavano intatta nel loro châlet a Clifton (Staten Island) la cameretta abitata dal generale. È una stanzetta di circa venti piedi quadrati, illuminata da due piccole finestre a nord e a sud. Contiene un letto di ferro, un porta catino pure di ferro, tre seggiole, un tavolino, e una piccola toeletta di legno con sopra un giuoco di dama e uno stipo ornato di semplici e leggiadri lavori di paglia a colori svariati, sul quale sta un teschio di cera. Due piccoli specchi pendono dalle nude pareti: davanti ad essi Garibaldi tormentava qualche volta con le forbici la sua barba bionda.
Non vi sono altri mobili. Ma c’è distesa sul letto una camicia: la camicia rossa che il Generale indossò alla difesa della Repubblica Romana e che lasciò in memoria alla signora Meucci. È di percallo rosso, con collare e manichini verdi filettati di bianco – cosicché forma i tre colori – con bottoncini di vetro bianco. Ad Antonio Meucci Garibaldi regalò un pugnale con manico d’argento massiccio, cesellato e ossidato, su cui è rappresentato Mazzeppa inseguito da una muta di cani; una medaglia di bronzo, recante la sua effigie, coniata in suo onore dal municipio di Roma; un cammeo col suo ritratto, opera dell’incisore Casali nel 1852; un ritratto di grandezza naturale fatto dal pittore Gerosa nel 1851; un bastone d’osso di balena con pomo di piombo, compagno indivisibile del Generale quando usciva; un bello stützen; alcuni attrezzi per la pesca; un meridiano e un paio di pistole magnifiche che il Meucci donò alla Guardia Colombo di New-York.
Ed ecco i particolari precisi sulla vita condotta dal Generale a New-York, quali li raccolsi dalla bocca del Meucci e della sua signora.
Giuseppe Garibaldi giungeva a New-York nell’aprile 1851 proveniente da Tangeri, dove erasi recato dopo essere uscito dall’Italia, in seguito al suo rilascio dalle prigioni di Genova per deliberazione del Parlamento Sabaudo. A New-York prese alloggio al Pavillon Hôtel, dove albergava pure Kossuth; ma dopo pochi giorni accettò l’ospitalità del signor Pastacaldi, col quale abitò sino a giugno.
Intanto aveva stretta amicizia col tenore Salvi, da poco arrivato dall’isola di Cuba, e coi coniugi Meucci provenienti dall’Avana e ricoverati nella casa di M. Rallo: con essi discusse il progetto di rifugiarsi alla campagna. Garibaldi amava la solitudine e più di tutto la quiete, e il suo desiderio fu ben presto appagato, imperocché Salvi e Meucci, oltre che dipendere dal suo volere, erano del medesimo pensiero. Garibaldi s’attendeva sempre un mutamento della situazione d’Italia, e voleva vivere oscuro, dimenticato e raccolto, per esser pronto a rispondere immantinenti a qualunque chiamata.
Furono visitate parecchie località e abitazioni in Harlem, allora sobborgo staccato di New-York, nella Long Island e Hoboken; ma o le case erano troppo ricche, o non erano sufficientemente isolate. Infine stabilirono di cercare nella Staten Island, sapendo che già vi dimorava il direttore d’orchestra e impresario Max Meretzek, dal quale avrebbero potuto ottenere indicazioni in proposito.
Quando il Maretzcek conobbe lo scopo della visita improvvisò con la famiglia una splendida accoglienza, e offrì il proprio villino mobigliato. Garibaldi n’era entusiasmato; lontano dai rumori e dall’insaziabile curiosità della metropoli, a due passi dalla baia e ai confini di selve estese, egli già pensava alla tranquillità che vi avrebbe goduta, alternata con la pesca e con la caccia. La volontà del generale era quella di Meucci, e in due parole le condizioni d’affitto furono decise: la casa sarebbe stata libera il domani. Naturalmente Maretzcek aveva preparato un pranzo sontuoso e Garibaldi fu festeggiatissimo tutto quel giorno.
Ritornati a New-York la sera, comunicarono il risultato della loro gita alla signora Meucci e al tenore Salvi, che applaudirono.
Allora Garibaldi si recò il giorno seguente di buon mattino a Staten Island, dicendo che avrebbe preparato il pranzo, che poi fu il più frugale del mondo, consistendo semplicemente di pane, formaggio e mele.
Una delle prime cure dei nuovi isolani fu di esplorare il territorio e di comprare un bellissimo battello a vela latina, che fu dipinto a tre colori, e a cui s’impose il nome di Ugo Bassi. Quest’imbarcazione dovea servire alla pesca e alla caccia delle anitre, e Garibaldi non vi lasciò entrare alcuno, finché non la sperimentò in tutti i modi e non fu di sua piena soddisfazione.
In mare egli si trovava nel suo elemento e ben presto disse a Meucci: – Ora, capitan Buontempo, al nostro traffico di pescatori. Andiamo, ché la barca ci attende e il tempo è propizio; osservate bene il mio lavoro, e poi negate ch’io sia un bravo armatore.
Il battello, realmente perfetto in ogni sua parte, e diretto da un pilota come Garibaldi, formava l’ammirazione di tutti, ma il suo uso costava però una fatica non lieve, poiché a ogni escursione bisognava trarlo a terra, caricarlo sopra un carro e condurlo a casa per metterlo al sicuro dai ladri. Fortunatamente c’erano dei visitatori, i quali aiutavano spesso a portarlo in ispalla, non passando giorno senza che molte persone cercassero del nostro eroe.
La vita scorreva felicissima nella microscopica colonia garibaldina, divenuta subito il punto di riunione degli esuli italiani e dei rifugiati politici d’ogni nazionalità; essa s’ingrandì quando arrivarono il maggiore Bovi di Bologna, al quale una palla di cannone aveva portato via una mano, e due prodi della Legione Italiana di Montevideo, Righini e Oregoni, i quali aveva pure combattuto sotto gli ordini del generale in Italia. L’ultimo, specialmente caro a Garibaldi, possedeva un’inesauribile riserva di aneddoti e di arguzie con cui dilettava ogni brigata. I tre furono arruolati nell’equipaggio dell’Ugo Bassi, e certamente non vi fu mai famiglia di pescatore più allegra e simpatica. Avvenne poi che fu loro concesso di ricoverare lo scafo nello scalo del Vanderbildt, e così si risparmiava loro anche la fatica del doppio trasporto a terra.
Alle partite pescherecce si alternavano quelle di caccia, seguendo sempre le disposizioni e l’itinerario dato dal generale. Meucci era incaricato delle provvigioni, eccetto i sigari, che Garibaldi fabbricava da sè con singolare abilità e prestezza nei momenti d’ozio, e dei quali, come sempre, egli privava se stesso per provvedere i suoi ospiti. Il luogo del rancio nel tempo di caccia era abitualmente in vicinanza delle paludi nella parte meridionale dell’isola.
Malgrado tutti gli sforzi per condurre una vita attiva, succedeva a Garibaldi e ai suoi amici di rimanere spesso inoperosi, per cui venne al generale l’idea di trar partito dalle cognizioni salsamentarie di Bovi per farne speculazione. Fu provveduto il necessario, si impiantò una fabbrica di salami in una cantina e si diede mano senza indugio alla fabbricazione, a cui partecipava pure Garibaldi, staccando la carne dalle ossa. Un giorno il coltello scivolò e gli tagliò di colpo un pezzo di dito, che, caduto fra i ritagli di carne, non fu più rinvenuto. – Non importa – disse ridendo – non cercate, che renderà il salame repubblicano. – La speculazione non ebbe il successo desiderato e fu abbandonata per ritornare alla pesca e alla caccia.
Garibaldi era infaticabile, se non trovava da occuparsi altrimenti, studiava coi suoi strumenti matematici o faceva osservazioni astronomiche e calcoli, oppure si esercitava nella lingua inglese. Dormiva poche ore la notte e naturalmente in questa sua vita operosa gli rincresceva di vedere neghittosi gli amici. Pensando che bisognava rimediarvi, un giorno prese a parte il Meucci, e così gli parlò: – Ditemi, capitano Buontempo, voi che avete diverse cognizioni, non potreste tentare qualche industria e dar lavoro a questa gente, guadagnando anche voi? Mi fa pena vederli inoperosi e a voi spetta di correggere questo stato di cose.
Al Meucci venne allora l’idea della fabbrica di candele steariche, a cui Garibaldi, col suo naturale entusiasmo, applaudì, dicendo: – Bravo, il progetto è magnifico; impiegheremo tanti poveri esuli e non possiamo fallire, perché la luce è necessaria ovunque e le candele non si possono mangiare come il salame. Io vi sarò compagno e siccome deve giungere il mio amico Carpaneto, gran negoziante nell’America del Sud, interesseremo anche lui. Non tardate a principiare.
Fu deciso d’incominciare su piccola scala nel villino stesso, e si attendeva il ritorno dell’amico Salvi, che Meucci aveva fatto socio, allo scopo di stabilire l’industria in grande. Il generale Avezzana, che era nel commercio a New-York, fu incaricato di fare i necessari acquisti, ed essendosi stabilite due caldaie nella cantina ove prima si fabbricavano i salami, si diè mano al lavoro. Con l’esempio di Garibaldi ognuno lavorava volonteroso, e la fabbrica andava a gonfie vele. Intanto arrivò il tenore Salvi, il quale s’associò al Meucci, e fu comprata la casa con diversi lotti di terreno, ove si costruì subito un locale apposito per la manifattura delle candele nel luogo stesso dove era, nel 1881, la Birreria Clifton.
Il lavoro del generale Garibaldi, mentre trovavasi a Staten Island, era naturalmente volontario; egli collaborava nella fabbrica per passatempo e per dare il buon esempio ai numerosi immigranti, i quali accorrevano a lui, e non già per bisogno o per guadagno, come certi biografi hanno erroneamente scritto. Generalmente lavorava tornando dalla pesca o dalla caccia, e, mettendosi al lavoro, chiedeva senza complimenti l’aiuto dei visitatori d’ambo i sessi. Alle signore faceva preparare lo stoppino e i pacchi, lasciando agli uomini i lavori meno gentili.
Era nel frattempo giunto a New-York il signor Carpaneto, il quale aveva scritto a Garibaldi d’attendere una sua lettera, che l’avrebbe chiamato a Lima per prendere il comando d’un bastimento che doveva condurre con un carico nella China. Essendosi perciò sparsa la voce che il generale sarebbe partito presto, il numero dei visitatori triplicò. Abitualmente si recavano a vederlo il generale Avezzana, Filopanti, Minelli, Foresti, Pastacaldi, il colonnello inglese Forbes, il quale si fermò presso di lui qualche tempo, lavorando anch’esso alle candele, John Anderson e molti altri stranieri e italiani. La domenica i visitatori arrivavano a Staten Island in carovana; gli uni giocavano alle bocce, mentre gli altri si raccoglievano a conversare o udire dalla bocca stessa di Garibaldi la narrazione delle gloriose gesta dei suoi compagni e commilitoni. Egli non permetteva che si parlasse di lui, e quando qualcuno semplicemente vi alludeva, mutava discorso.
Un giorno, nel 1852, Garibaldi partì improvvisamente senza vedere alcuno; ma dopo due settimane faceva ritorno alla Staten Island. Era stato all’Avana per informarsi de visu del movimento rivoluzionario, capitanato da Lopez, col quale era in relazione; ma ne fu così poco entusiasmato, che ritornò con lo stesso piroscafo Georgia. Quella città gli aveva fatto una cattiva impressione e fu perciò assai contento di ritornare fra gli amici, alla modesta casa i Clifton, e ai suoi studi. Riprese le sue partite di pesca e di caccia, continuando a cooperare nella fabbrica di candele, ove la sua presenza e la sua parola erano di incoraggiamento ai lavoranti.
Suo compagno regolare alla caccia e alla pesca era il signor Speck, cognato del tenore Salvi e caporale sotto Garibaldi stesso nella campagna di Roma. Uomo generoso, di principii sodi, senza alcuna ambizione, lo Speck seguiva Garibaldi dappertutto; fu con lui a Caprera e nel 1859 diventò capitano nei cacciatori delle Alpi.
Un giorno Garibaldi e Speck si recarono a caccia nei soliti boschi, dopo poche ore tornarono senza aver sparato il fucile. – Ma non fummo completamente sfortunati, cara signora Ester, – disse Garibaldi alla moglie di Meucci deponendole in grembo una candida bestiola. – Ecco un lepretto che, intirizzato dal freddo, si è lasciato prendere a mano. La giovane lepre era una gattina, l’Eva della razza felina in casa Meucci.
Andato un dì a caccia fuori stagione senza saperlo, il generale fu messo in contravvenzione. A casa, la sera, qualcheduno si lagnò in sua presenza delle leggi americane; ma egli osservò che gli americani fanno le leggi che convengono a loro senza pensare ai forestieri; che l’Italia, diventata nazione, farebbe lo stesso, e che ognuno è tenuto a rispettare le leggi del paese in cui si trova.
Quando si stabilì a Staten Island, Garibaldi possedeva un solo vestito con due camicie bianche, una indosso e l’altra in bucato. Alla caccia e alla pesca vestiva a mo’ di blouse la camicia rossa famosa che portava durante la campagna di Roma. Più volte si tentò di fornirlo di biancheria, ma egli regalava tutto agli italiani che gli si presentavano chiedendo qualche soccorso. Di denari, non se ne parla. Sparivano come per incantesimo appena gli erano entrati in tasca.
Prima di partire il suo amico Carpaneto gli lasciò più di settecento dollari. Che cosa fa Garibaldi? Manda subito a chiamare, senza perdere un minuto, gli esuli più bisognosi, depone sulla tavola la somma, ne fa tanti mucchi quanti erano i presenti, eccettuando se stesso, e fraternamente li distribuisce. E appunto allora non possedeva che due camicie! – Vedete – diceva agli amici – l’uomo nasce senza camicia: io che ne possiedo due, posso ben regalarne una!
Verso la fine del 1852 il Carpaneto manteneva la sua promessa e lo chiamava al comando della nave mercantile americana Commonwealth, della quale, per ragione di nazionalità, fu nominato capitano titolare di bandiera Giacomo Brizzolara soprannominato Bagnasco, il modesto trattore di via Spruce, presso il quale si riunivano uomini già noti come il Dana, ora direttore del Sun, i poeti Bayard Taylor e Savage, Hudson, redattore capo dell’Herald, e molti altri americani e stranieri i quali amavano la lingua italiana e i maccheroni al sugo. Ogni volta che da Staten Island si recava a New-York, Garibaldi non mancava di visitare il suo amico Bagnasco.
Sul Commonwealth s’imbarcò con Garibaldi il giovane Morosini che oggi è segretario di Jay Gould e un pezzo grosso nel mondo finanziario di New-York. Il viaggio fu felicissimo fino a Canton, al ritorno il prode navigatore incontrò una terribile tempesta in cui poté a stento contenere i marinai che volevano ammutinarsi per la mancanza di viveri.
Giunto a New-York, visitò gli amici e i luoghi che gli erano tanto cari, e dopo breve sosta salpò per Londra e per l’Italia. Con lo stesso bastimento tornò più tardi a New-York, dove divisava recarsi di nuovo al Perù, ma gli sconvolgimenti europei del 1854 lo indussero a cedere il comando e a tenersi pronto per accorrere in patria.
L’ultimo giorno che il generale passò nell’America del Nord se ne stette coi coniugi Meucci nel loro villino di Clifton a Staten Island in compagnia di Avezzana, Foresti e Forbes. Al momento di partire era molto commosso.
– Addio, capitan Buontempo – disse – ricordatevi del vostro pilota e foreman della fabbrica di candele, che non vi dimenticherà mai più. Udrete parlare di me, venite a vedermi ove sarò, che avrete un’accoglienza da principale.
A Staten Island Garibaldi è ricordato da tutti. A New-York ho trovato i coniugi Piatti che avevano conosciuto personalmente Garibaldi nel 1851-53. La signora Piatti, sorella dello scultore milanese Antonio Tardarini, mi diceva un giorno: – Quando noi lo abbiamo conosciuto, non aveva un pelo bianco nella sua barba biondo-rossiccia; ma nel suo viso c’era una tale espressione che incuteva rispetto anche ai più rozzi, anche a quelli che non sapevano chi fosse. Avezzana e molti altri rivolgendogli la parola lo chiamavano Padre. Mi ricordo che un giorno un irlandese andato a trovarlo lo salutò in maniera volgarmente familiare, come se fosse stato un suo camerata, gridandogli forte: Hello Garibaldi! Garibaldi, levandosi il cappello, gli rispose col suo dolce sorriso, pronunziando adagio e distintamente le parole perché l’inglese non gli era ancora familiare: Good evening. How do you do? How is your family? (Buona sera. Come state? Come va la vostra famiglia?). L’irlandese cambiò subito maniera.
– Una ricca signora americana, venuta a sapere che il generale non possedeva che due sole camicie, gliene mandò un giorno a regalare una dozzina. Garibaldi non le accettò e le restituì con un biglietto in cui diceva: «Vi ringrazio con tutto il cuore, cara signora, ma io vi prego di donare questa biancheria ad altri esuli italiani più poveri di me. A New-York ve n’ha tanti».