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Archivi: Articoli d’archivio

  • Rugby & Rovigo: matrimonio di passione!

    Rugby & Rovigo: matrimonio di passione!

    A Rovigo il Rugby non è uno sport: è un fenomeno sociale. La Città e la Società Sportiva vivono in simbiosi; un rapporto che dura ormai da 55 anni e che ha visto 15 “Bersaglieri” (così vengono comunemente chiamati i giocatori rodigini) bardati di rossoblù e armati di palla oblunga, combattere e vincere aspre battaglie in tutta Italia.

    Quando nel nostro Paese si parla di Rugby i nomi di Rovigo, in particolare, e del Polesine, in generale, sono sempre motivo di riferimento immediato, ed è probabilmente uno dei pochi momenti in cui i valori e le tradizioni delle nostre genti salgono veramente e completamente alla ribalta nazionale.

    Il rugby è uno sport molto complesso, in cui ogni giocatore deve essere un concentrato di intelligenza, astuzia, forza, velocità, coordinazione, ma anche di grinta, generosità, aggressività, spirito di sacrificio, tenacia; il polesano possiede senz’altro questi requisiti ed è per questo che è diventato grande in questa disciplina.

    Indubbiamente a livello di organizzazione societaria la Rugby-Rovigo ha compiuto passi da gigante, dotandosi di un organigramma dirigenziale e di uno staff tecnico sempre all’altezza della situazione; inoltre l’esigenza di stare sempre al vertice ha richiesto nel corso degli anni una maggiore sicurezza dal punto di vista economico-finanziario, esigendo anche nel rugby la figura dello “sponsor”, ottimamente interpretata dalla CZ CAGNONI.

    Un altro aspetto importante è costituito dal pubblico, sicuramente un “uomo” in più quando il Rovigo scende in campo; sono infatti migliaia le persone che sostengono ogni domenica in maniera clamorosa, appasionata e competente i giocatori rossoblù.

    Ma l’elememnto che fa da “collante”, che unisce la Squadra Campione d’Italia, alle Istituzioni, alla gente, in altre parole ciò che fa di Città e Rugby Rovigo una cosa sola, è la tradizione, è lo spirito di amicizia che lega più persone, anche di provenienza sociale e culturale estremamente eterogenea, e le accomuna nel rinnovato impegno a difendere una maglietta rossoblù, pregna di episodi indimenticabili, vestita da uomini indimenticati, glorioso fardello da portare con orgoglio lungo tutta la Penisola.

  • Gli extracomunitari e il Polesine

    Gli extracomunitari e il Polesine

    “Un piccolo esercito di nuovi polesani dalla pelle scura”. Così sono stati definiti dal “Resto del Carlino” i circa 270 immigrati di colore che al 30 Giugno scorso avevano ottenuto regolare permesso di soggiorno dalla Questura di Rovigo. Ma come viene vissuto nella nostra provincia il problema dell’accoglienza? Quali i problemi più scottanti? Per trovare risposte a questa domanda ho avviato un’inchiesta intervistando qualche parroco dei paesi limitrofi a Rovigo e rivolgendomi ad alcune organizzazioni di volontariato che operano in città.

    Le testimonianze raccolte, dunque, rappresentano solo un parziale campione, comunque significativo, per conoscere il grado di attenzione alla tematica in oggetto, risultato senza dubbio superiore alle aspettative.

    Il parroco di Borsea, don Graziano Secchiero, riferisce di aver ospitato, in periodi diversi, due famiglie di eritrei, fermatisi qui per garantire un’istruzione ai figli, e una coppia di sposi marocchini, i quali hanno ottenuto il permesso di soggiorno avendo trovato lavoro a Granzette; l’ultimo marocchino accolto recentemente si è stabilito a Padova. “Sarebbe auspicabile che ogni parrocchia avesse una abitazione da mettere a disposizione dei Terzomondiali finché trovano lavoro” – sottolinea don Graziano – “tanto il periodo di permanenza è breve, essendo essi di solito di passaggio qui da noi”. Molto attenta e generosa è stata la risposta della gente di Borsea, che ha testimoniato atti di solidarietà e simpatia anche verso la coppia di sposi (lei era incinta), donando in quantità vestiario e arredo per la casa.

    Anche a Costa si è registrata una grande sensibilità verso gli extracomunitari. Il parroco don Vittorio De Stefani, ha evidenziato gli aspetti positivi della realtà locale: innanzi tutto, l’Amministrazione Comunale che ha acconsentito ad una famiglia di colore di stabilirsi in alcune stanze delle vecchie scuole elementari, debitamente rinfrescate e rese decorosamente abitabili. Lo stesso parroco si è dato molto da fare per trovare un’abitazione a chi si è rivolto a lui. Sono vecchi alloggi abbandonati che i marocchini stessi hanno ristrutturato. Infine, da segnalare gli abitanti di Costa per la solidarietà pratica dimostrata.

    Tra gli altri il sig. Luigi Stecca che mi accoglie con calore, insieme alla moglie Annamaria, e parla della contestata ma coraggiosa scelta della loro vita. Racconta di essere stato un pioniere dell’accoglienza fin dal 1979, quando mise a disposizione dei primi marocchini, che giungevano da quelle parti, un’ala della sua grande casa (prima ospitava degli anziani) consentendo loro di usufruire anche dei prodotti dell’ampio orto, di frutta, legna e anche di generi alimentari, quando gestiva il negozio ora chiuso. Essi pagano luce, acqua, telefono, gas. Aveva iniziato con cinque marocchini, ma con il passar del tempo ne son transitati per la sua casa più di un’ottantina. In seguito alla legge Martelli hanno regolarizzato la loro posizione e così si fanno raggiungere da moglie e figli sempre numerosi. La famiglia del sig. Stecca rappresenta un punto di incontro per tanti marocchini residenti nelle varie località del Polesine, in altre Regioni, o anche all’estero, perché hanno bisogno di sentirsi fra amici quando festeggiano le loro ricorrenze religiose o per solidarietà a chi è in difficoltà o per la morte di qualcuno di loro. Sono molto osservanti delle loro tradizioni, specialmente gli anziani, e ogni giorno pregano inginocchiati sulla loro stuoia. Nel giorno del Sacrificio, poi, si riuniscono per uccidere il montone. Mangiano solo carne di pecora e di gallina le cui teste, rivolte ad oriente, vengono recise con un taglio netto di scure, curando di raccogliere il sangue prima che coaguli. È gente che vuol farsi accettare, rispettosa delle norme di civile convivenza; non ruba, non litiga, un po’ disordinata, ma pulita. Per i marocchini – ci dice ancora il sig. Stecca – è un danno la presenza degli zingari, perché la gente non sa distinguere tra razza e razza e si trincera in una diffidenza che procura loro difficoltà di inserimento nel tessuto sociale. Il sig. Stecca si occupa anche delle pratiche in Questura, e se tanto in passato è stato criticato, oggi sono molti quelli che gli donano quanto può essere utile alla sua “grande” famiglia.

    Don Bruno Segala, parroco di Badia Polesine, da vari anni sostiene studenti universitari stranieri, ma egli è del parere che poi questi debbano ritornare nel proprio Paese e che gli aiuti vengano diretti a coloro che rimangono nelle regioni d’origine. “Se vengono qui – dichiara – è probabile che ci rimangano, e allora è vanificato il motivo di far tesoro di conoscenze da trasferire alla propria gente d’origine”.

    Anche il “Centro francescano d’ascolto”, uno dei vari organismi di volontariato presenti a Rovigo, oltre alle numerose attività già in corso (presenza al carcere di Rovigo, assistenza a drogati, ai senza fissa dimora e a quanti hanno disagi psicologici e familiari, smistamento di indumenti presso i Cappuccini, animazione allo psichiatrico), si è interessato all’accoglienza dei terzomondiali. Infatti, sta operando per l’apertura di un Dormitorio pubblico, convenzionato con l’USL di Rovigo e sovvenzionato dalla Regione Veneto, allo scopo di consentire, a chiunque arrivi in città e non ha dimora, di fruire di un’assistenza di emergenza. Anche qui a Rovigo, pur nel suo piccolo, vivono “barboni” e vagabondi che dormono alla Stazione ferroviaria. Per gli extracomunitari, quindi, il Dormitorio pubblico sarebbe una soluzione ideale come struttura di prima accoglienza.

    Secondo don Guido Borin, presidente della Caritas di Rovigo, in Polesine ancora non si è fatto molto per i terzomondiali dal momento che il fenomeno non rappresenta un grosso problema, non offrendo la nostra terra vaste possibilità di lavoro. Ci sono poi località come Canaro, Castelnuovo Bariano, Badia Polesine, Sariano, Paolino di Fratta e altre in cui degli extracomunitari sono riusciti a trovare degli appartamenti mettendosi assieme. La loro tendenza, infatti, è di formare delle comunità. Ma i più se ne vanno nelle città economicamente più sviluppate a cercare migliori opportunità di lavoro. Ecco perché la Caritas si è proposta di aiutare economicamente, per le necessità primarie, tutti gli extracomunitari che ad essa si rivolgono e che poi si dirigono verso il Nord.

    Nell’Ufficio Migrantes, don Valentino Tonin, direttore del giornale “Polesani nel mondo”, asserisce che, presso la Fondazione Episcopale Italiana per la mobilità, lo studio del problema accoglienza nel Triveneto è solo a livello iniziale. La necessità di affrontare la nuova realtà senza trovarsi impreparati è stata avvertita; ora “l’Emigrazione”, che è una sezione staccata e comprende stranieri, zingari, terzomondiali, marinai, senza fissa dimora, ecc., cerca di muoversi con delle strategie coordinate adeguate a risolvere la problematica dell’accoglienza.

    Don Valentino sottolinea la necessità di istituire una Commissione che coordini tutti i movimenti di volontariato operanti nel settore dell’accoglienza per dar vita a strutture consorziate promosse dagli Enti locali con la presenza di figure sanitarie e giuridiche. Accogliere significa dare la possibilità di inserimento senza strumentalizzazioni per impedire che molti finiscano nelle trame della droga o della delinquenza organizzata. Inoltre, si dovrebbe mantenere con gli extracomunitari un rapporto di apertura costante e discreto promosso dalla comunità civile, più che religiosa.

    L’Amministrazione Comunale di Rovigo interpellata a questo proposito nella persona del Vice-Sindaco signora Caterina Casonato, Assessore ai Servizi Sociali, si appresta ad esaminare la problematica degli stranieri nel territorio, per valutare l’opportunità di un Dormitorio con non più di 12 posti letto come comunità di prima accoglienza. Esiste una legge regionale che fa riferimento all’attuale realtà emergente; si tratta, ora, di creare un nuovo capitolo nel bilancio. Inoltre, è intenzione dell’Assessore stendere una Convenzione con l’IRAS presso Casa Serena per l’erogazione di buoni mensa due volte al giorno per extracomunitari, distinguendo fra chi avrà diritto al buono e chi, lavorando, potrà pagarsi il pasto.

    Da questa inchiesta, anche se incompleta, emerge la necessità di acquisire una più ampia apertura mentale. Occorre che il concetto psicologico di “differenza” venga assunto come un valore, che va oltre la pura convivenza tollerante, per diventare un’etica culturale nuova: quella della complementarità di civiltà, che è concreta testimonianza di apertura nei confronti di chi sta compiendo il viaggio della speranza.

  • Verdure D.O.C. a Lusia

    Verdure D.O.C. a Lusia

    Da quattro anni è attivo in Polesine il “Comitato Valorizzazione Verdure di Lusia”. L’istituzione, nata inizialmente con l’obiettivo di meglio qualificare la sagra paesana, arricchendola con una manifestazione più in sintonia con l’economia locale, si è progressivamente sviluppata, fino a consolidarsi come uno stabile punto di azione, fornito di un apposito recapito presso il Mercato Ortofrutticolo di Lusia. Dalla prima manifestazione di rilievo, organizzata con lo slogan “Verdure a Tavola”, e proposta in appositi stand gastronomici in cui tutto il menù era a base di verdure (dall’antipasto al dolce) il Comitato ha visto dilatare la sua azione, concretizzatasi in molteplici iniziative promozionali.

    “Il nostro obiettivo – ci dice il presidente Giancarlo Dal Vecchio – è evidentemente quello di far crescere l’interesse dei consumatori per una più ampia e varia alimentazione a base di ortaggi; facendo naturalmente riferimento innanzitutto a quelli prodotti a Lusia e nel suo circondario”. Duplice il percorso seguito dal Comitato: da una parte l’attività promozionale, consistente nel portare l’immagine dei prodotti di Lusia ad imporsi in ambiti progressivamente più ampi; dall’altra quella di sensibilizzare i produttori locali verso l’introduzione di sempre più aggiornati sistemi di coltivazione. Un obiettivo quest’ultimo che viene perseguito al fine di garantire agli ortaggi caratteristiche di genuinità e standard di confezionamento più rispondenti alle esigenze del mercato.

    “Una tale esigenza – ci informa il presidente del Comitato – a Lusia è stata individuata già da qualche tempo dalla Cooperativa Dell’Adige che nelle sue sale di lavorazione provvede al confezionamento della verdura nel modo più rispondente alle necessità dei consumatori, con particolare riguardo allo smercio nei supermercati. A tale Cooperativa – aggiunge Dal Vecchio – va inoltre dato atto di aver tempestivamente intuito l’importanza di attuare un controllo accurato dei prodotti per garantire le migliori caratteristiche igieniche ed alimentari. È altresì necessario che queste idee vengano ulteriormente acquisite e sviluppate, in modo che divengano un patrimonio comune per tutti gli orticoltori di Lusia”.

    È questo infatti il presupposto necessario per il raggiungimento di una qualifica produttiva quale il marchio D.O.C. per le verdure di Lusia, che gode già del primato italiano del principale centro produttivo per varietà orticole commercializzate.

    Ogni anno al mercato ortofrutticolo locale vengono conferiti 700.000 quintali di verdure, mentre altri 200.000 vengono collocati direttamente presso il centro di lavorazione della Cooperativa dell’Adige.

    Per Lusia, che nell’arco dell’anno offre oltre settanta varietà di prodotti, è quindi quanto mai meritato l’appellativo di “Capitale degli ortaggi”. Una definizione prestigiosa ed un primato che va mantenuto e potenziato. Di qui tutta una serie di iniziative che hanno fatto dilatare l’attività del Comitato Valorizzazione Verdure fuori dello stesso territorio nazionale, a Parigi e Berlino ad esempio, mentre d’altra parte si sta intensificando l’organizzazione di corsi, seminari e convegni per affinare le tecniche produttive e cogliere sul nascere le nuove richieste dei consumatori.

    Tutto ciò con l’obiettivo che Lusia si trovi preparata alla fatidica sfida del 1993, quando la CEE si presenterà veramente come un unico mercato e la carta vincente sarà sempre più quella della qualità dei prodotti, dell’organizzazione e delle capacità di presentare a livello internazionale un’immagine consolidata ed affidabile.

  • Decima edizione del Premio Quadrivio

    Decima edizione del Premio Quadrivio

    Il “Premio Quadrivio” ha brillantemente superato il decimo traguardo con l’edizione 1990, svoltasi lo scorso 30 settembre, presso il Teatro Sociale di Rovigo.

    La manifestazione, organizzata con inalterato entusiasmo dalla fondatrice e presidente dell’omonimo Circolo Culturale, Nadia Rossi, coadiuvata dai suoi collaboratori, ha visto in platea del Teatro cittadino un folto pubblico, tra cui numerose autorità cittadine e del mondo della cultura, ospiti illustri come Luciana Savignano e Giulia Lazzarini, nonché il pittore Sirio Bandini e rappresentanti del Sistina di Roma e del Piccolo di Milano.

    Per la città di Rovigo è stato un momento di festa in nome della cultura, della musica, della scienza, dell’economia, dell’arte che ha visto premiati quattordici protagonisti che operano in importanti settori. Personaggi che hanno dedicato la loro vita (e continuano a farlo) a ciò in cui credono, senza inseguire mode effimere o metodi facili per arrivare al successo; ligi al loro dovere morale o alla loro passione nel suo significato più alto.

    Ecco l’elenco dei premiati: il Cavaliere del lavoro Angiolino Grillini, il geriatra di origine polesana Pierugo Carbonin, la regista Marise Flach, la cantante Leyla Gencer, il musicista Mario Brunello, apprezzatissimo esecutore di musica bachiana, la giovane violinista Isabelle Faust, la costumista e scenografa Luisa Spinatelli, il compositore Fiorenzo Carpi, il tenore Giuseppe Giacomini, lo straordinario ballerino Gheorghe Jancu interprete di uno stupendo assolo su musica di Beethoven, l’attrice di teatro Andrea Janasson, lo scenografo Josef Svoboda e per finire, la scrittrice che tutti conosciamo, Natalia Ginzburg e il rugbista sudafricano, che insieme alla sua squadra ha regalato a Rovigo, nella passata stagione l’11° scudetto.

    Una serata riuscita quella del Quadrivio 1990 anche dal punto di vista dello spettacolo, che ha messo in luce due giovani talenti polesani: la poetessa Angioletta Masiero e l’arpista Maria Pia Toso.

    Oltre alla risonanza di nomi importanti insigniti del riconoscimento, al “Premio Quadrivio” deve attribuirsi il coraggio di creare occasioni di crescita per il Polesine. Va pertanto apprezzato e sostenuto il lavoro di chi da anni si adopera per rendere partecipe la città a questa manifestazione che, come sottolinea la presidente del circolo Nadia Rossi, intende rappresentare “un veicolo di cultura tra il Polesine e la Nazione”, e anche i nomi di personaggi premiati nelle precedenti edizioni dell’iniziativa ne ribadiscono l’importanza: il maestro Uto Ughi, il prof. Carlo Rubbia, Renzo Casellato, il prof. Gasperini, rettore della Bocconi di Milano e tanti altri.

    Il “Premio Quadrivio”, tra l’altro presentato a Roma all’inizio di novembre e richiesto in città importanti ha varcato ormai anche i confini nazionali e non a caso quest’ultima edizione è stata denominata “Un premio per l’Europa”. È da rilevare il fatto che esso non guarda tanto alla fama o al successo declamato dei personaggi, quanto piuttosto alla loro professionalità, dando un reale riconoscimento al merito, sfuggendo quindi agli schemi precostituiti e conservando nel contempo calore ed ospitalità. Un premio in definitiva, di cui la città di Rovigo deve, a buon diritto, andare fiera.

  • Gran premio per il coro

    Gran premio per il coro

    Mi accadde più volte negli anni passati, trovandomi altrove, di sentirmi dire: “Rovigo? dove si trova?” “Nel Polesine”. “Ah sì, nel Polesine, dove ci fu quella disastrosa alluvione del Po!”.

    Mi mortificava sapere che la mia terra era conosciuta o ricordata solo per eventi tragici. Ma, fortunatamente, oggi non è più così: si è avuta, una salutare inversione di tendenza, a cominciare da un interesse turistico, verso il Polesine che, con il Delta del Po, è risultato degno di essere ampiamente rivalutato e menzionato tra gli ambienti umidi più caratteristici d’Europa. Non solo. Rovigo è entrato frequentemente nelle case degli italiani anche attraverso le cronache sportive di gazzette e tv, grazie ai numerosi primati dei nostri valorosi rugbysti.

    E poi, al di là del notevole lustro dato alla nostra terra in più settori da Polesani noti e meno noti, ultima, ma solo in ordine di tempo, è giunta la strepitosa ed esaltante vittoria del “Gran Premio Città di Arezzo”, conseguita (prima volta per un complesso italiano, proprio dall’Insieme Vocale del Gruppo Polifonico Città di Rovigo, magistralmente diretto dal M° Giorgio Mazzucato. Un trionfo, questo, che è rimbalzato sulle pagine dei più quotati quotidiani nazionali e che ha fatto nuovamente parlare di sè la nostra terra, consacrando Rovigo come città che ama e coltiva la musica. Quale musica? C’è un prestigioso Conservatorio in città, il “F. Venezze”, che diploma validi strumentisti, che coltivano la loro passione nelle sale dell’interessante palazzo settecentesco stile veneto costruito dal polesano Agostino Ghiretti. E ci sono i componenti del Gruppo Polifonico cantori dilettanti che hanno evidenziato una preparazione tecnica e stilistica superiore ai normali canoni amatoriali, entusiasmando ad Arezzo pubblico e Giuria che, all’unanimità, hanno riconosciuto lo straordinario quintetto rodigino degno di un premio così ambito in Europa e nel mondo.

    Essi, nella categoria “Gruppi vocali”, hanno dato prova di un eccezionale equilibrio di musicalità, intonazione, abilità e chiarezza declamatoria, difficile da raggiungere nell’interpretazione del repertorio rinascimentale “a cappella”. I brani eseguiti erano tutti composti tra il ’400-’500-’600: frottole, villotte (brani di carattere popolare, di intrattenimento) e madrigali (composizioni più complesse), scelti da musiche di Andrea e Giovanni Gabrieli, Marenzio, Vecchi, Banchieri, Azzaiolo, Bennet, Aleotti, Passereau e Monteverdi, di cui il madrigale “Volgea l’anima mia” è stato proposto con perfezione assoluta, tale da meritare il premio speciale “Fosco Corti” per la migliore esecuzione con organico solistico.

    Con questa importante affermazione al 38° Concorso Polifonico Internazionale di Arezzo, il più prestigioso nel mondo, l’Insieme Vocale Polifonico Città di Rovigo, oltre ad un significativo compenso di denaro, ha acquistato il diritto a partecipare, con i vincitori dei cinque Gran Premi internazionali più quotati a livello mondiale, al Gran Premio Europeo di Canto Corale 1991, che si terrà in Francia a Tours. “Questo genere di concorsi – dice il M° Mazzucato, definito un vero e proprio “demonio” di bravura e di competenza – può essere tenuto solo in Europa, perché è l’Europa la culla della musica da camera”.

    I cinque bravissimi giovani che fanno musica fin da bambini, si sono dunque esibiti ad Arezzo in questa ristretta formazione, partecipando per la prima volta ad un concorso e sono stati strepitosi. Un grazie, quindi, ai soprani Antonella Ferroni e Daniela Borgata, al contralto Giuseppina Spremulli, al tenore Roberto Spremulli, al basso Luca Ferracin e al loro direttore Giorgio Mazzucato per aver onorato ancora una volta Rovigo e il Polesine.

  • Il Ventennale dei “Polesani nel mondo”

    Il Ventennale dei “Polesani nel mondo”

    L’Associazione costituisce il costante punto di riferimento per quanti hanno lasciato la nostra provincia

    Non dimenticano la terra dei grandi fiumi i polesani che l’hanno lasciata. Uno stuolo di almeno 300.000 persone, dalla fine dello scorso secolo, si calcola sia emigrata dal Polesine a causa di gravi ristrettezze economiche o per cercare occasioni di lavoro più qualificanti e rispondenti alle loro capacità. Né a costoro dispiace essere chiamati polesani, appellativo di cui anzi vanno giustamente fieri giacché l’origine polesana non ha soltanto una valenza che ricorda situazioni di povertà, ma rappresentata, in Italia e nel mondo, soprattutto una garanzia di laboriosità, di onestà e determinazione a crescere con le proprie forze ed il proprio ingegno.

    E i polesani non scordano le proprie radici e, una volta inseriti nel tessuto economico della nuova terra, tornano a guardare verso quel lembo racchiuso tra l’Adige e il Po. Tutto ciò mi si è rivelato con molta chiarezza partecipando a Badia Polesine, presso il ristorante El Salvador, ad un pranzo con emigranti polesani, tornati in veste di turisti per rinvigorire i vincoli con la terra natia.

    Punto di riferimento per tutti costoro, l’Associazione “Polesani nel Mondo”, autentico cordone ombelicale tra l’attuale realtà della nostra provincia e coloro che l’hanno dovuta lasciare senza mai dimenticarla. Un’associazione quella dei “Polesani nel Mondo” nata esattamente vent’anni fa, quando si cominciò a capire che molti di coloro che se ne erano andati ambivano mantenere i contatti con i polesani residenti.

    “Proprio vent’anni fa – ci dice il presidente dell’associazione Renzo Ferlini – allacciammo i primi rapporti con alcuni ex polesani che, nella nuova regione di residenza, avevano espresso il desiderio di dar vita a gruppi di incontro. I primi a muoversi in tal senso furono alcuni emigranti in Piemonte. Fu allora che, seguendo un po’ le tracce dell’associazione “Bellunesi nel Mondo”, ed appoggiandoci inizialmente al centro UCEI (oggi Migrantes) demmo vita ai “Polesani nel Mondo” con il fin da allora attivo don Valentino Tonin e l’avv. Pizzo, che per ben dieci anni ricoprì la carica di presidente.

    Una volta fondata l’Associazione, iniziammo ad indire apposite riunioni, in vari centri del Piemonte, utilizzando anche appositi elenchi forniti dai comuni. Nacque così il primo nucleo piemontese di emigranti della nostra provincia, che prese il nome di “Fameja Polesana del Delta”, seguita successivamente da altri 14 gruppi simili dislocati in vari comuni della regione, dove si calcola si siano stabiliti dai 25 ai 30 mila polesani”.

    Un’operazione simile fu successivamente incentivata dai “Polesani nel mondo” in Lombardia portando alla realizzazione di una decina di gruppi associati, mentre in Alto Adige si costituì autonomamente il “Club rodigino di Bolzano” che ben presto aderì all’associazione polesana. Altri gruppi attivi si trovano a Latina, costituiti da emigrati dalla nostra provincia al tempo della bonifica delle paludi pontine, mentre fuori l’Italia vi sono nuclei associati in Svizzera, Belgio, Venezuela, Uruguay, Australia, ove gli emigrati polesani confluiscono solitamente nelle associazioni che raccolgono tutti i veneti.

    “È un onore per me – afferma il Comm. Ferlini – presiedere questa associazione che intende tener desto il legame tra la nostra provincia e quanti si sono trovati nella necessità o nell’opportunità di lasciarla, diffondendo spesso nel mondo il buon nome del Polesine e raggiungendo non infrequentemente posizioni di prestigio; tra gli altri voglio ricordare due sindaci di Bolzano, il dott. Bolognini e l’ing. Pasquali, e l’attuale sindaco di Latina dott. Redi, originario di Villadose.

    Proprio per riconoscere il significato dell’impegno degli emigrati polesani o dei loro figli, lo scorso anno è stato indetto dalla Camera di Commercio un apposito premio per i polesani che hanno onorato la provincia di Rovigo nel mondo. Sono stati insigniti del riconoscimento il pittore Giuliano Brancaleoni residente a Bolzano (nato a Baruchella), l’industriale Antonio Dall’Aglio residente in Argentina (nato a Badia Polesine), Ilva Dall’Aglio residente in Argentina (nata a Badia Polesine) segretaria generale della Federazione Veneto Argentina, l’impresario Giacomo De Grandi residente a Bolzano (nato a Bottrighe), Gino Dissette residente a Torino (nato a Rosolina), Benito Ferrati, fondatore dell’azienda “Gruppo Halgher”, residente a Milano (nato a Bottrighe), Fabio Ferro residente a Torino (nato a Loreo), mons. Antonio Gregnanin vicario giudiziale aggiunto del Tribunale regionale del Lazio, residente a Roma (nato a Ceregnano), Antonio Leziero, in servizio presso il canale 11 della televisione argentina (nato a Bagnolo Po), Mario Moretto, artigiano di Biella (nato a Porto Tolle), l’ing. Giorgio Pasquali, per 11 anni sindaco di Bolzano (nato a Fiesso U.), Roberto Previato di Biella presidente del dipartimento del Centro di Biella (nato ad Adria), Mario Resestolato, direttore a Milano della Pesclaudio (nato a Scardovari), Alberto Sandali presidente della “Braxon G” di Milano (nato a Porto Tolle), Lorenzo Spoladore, pittore e scultore a Milano (nato ad Adria), il dott. Roberto Tenani, general manager della Fideuram di Milano (nato da genitori di Polesella)”.

    Il 1990, che si sta concludendo, è stato un anno importante per i “Polesani nel Mondo”. L’associazione ha inteso festeggiare il ventennale della propria nascita, con manifestazioni che hanno visto il loro clou nel mese di Aprile, apertosi con una mostra fotografica e documentaria sull’emigrazione e con una rassegna di pittura che ha unito artisti di Adria con colleghi polesani residenti in varia parti del mondo. È seguito un convegno di studio sulla mobilità del lavoro e la tendenza dei giovani ad emigrare dalla provincia. Le celebrazioni della ricorrenza si sono concluse con la posa di una lapide nel cortile del comune di Adria, con alcune manifestazioni sportive, con appuntamenti di carattere religioso e, dulcis in fundo, con un prestigioso concerto sinfonico-corale che ha sancito una sorta di gemellaggio tra il teatro di Adria e quello di Montevideo: la direzione del concerto è stata affidata al M° Paolo Rigolin che esercita la sua professione artistica in Uruguay. È stato inoltre indetto un concorso di poesia e prosa sul tema dell’emigrazione, che ha visto la partecipazione delle scuole medie e superiori della provincia.

    All’associazione “Polesani nel Mondo” compete un importante ruolo sociale e civile, consistente non solo nel promuovere concretamente il mantenimento di solidi legami con la terra d’origine, ma anche e soprattutto nell’attuare i valori universali di pace e collaborazione tra i popoli. Un’attività importante dunque che si attua grazie a contributi di pubbliche istituzioni, quali la Presidenza del Consiglio, a supporto dell’attività editoriale, la Regione Veneto per la promozione di convegni e manifestazioni culturali, la Camera di Commercio, la Provincia e vari Comuni polesani che di volta in volta sostengono le più interessanti iniziative. Le quali vengono coordinate dall’ufficio di segreteria rodigino di via Fraccon, che si avvale fra l’altro dell’azione di due giovani obiettori di coscienza che, in coerenza con i loro ideali pacifisti e di solidarietà universale, hanno trovato nell’associazione polesana una concreta possibilità di azione.

  • Una vita per il teatro

    Una vita per il teatro

    Se qualcuno un giorno vorrà scrivere la storia del teatro della nostra provincia, non potrà non assegnare uno spazio significativo a Carlo Bagno, l’attore lendinarese che ci ha lasciati lo scorso 19 Gennaio, la cui salma è stata tumulata nel capoluogo lombardo, alla presenza di un gruppetto di polesani guidati dal nipote dello scomparso Andrea Bagno; un giovane che, come lo zio, sente il richiamo del teatro, ed è tra gli animatori della filodrammatica locale «Gruppo Proposta Teatrale D».

    Carlo Bagno, nato nel marzo del 1920, aveva sentito fin da ragazzo il fascino per il palcoscenico, calcando, da adolescente, le scene del teatro parrocchiale «Toniolo» di S. Biagio, sotto la guida di Mons. Virgilio Piatto assieme ad altri giovanissimi lendinaresi, tra cui gli allora seminaristi don Onorio Grossi e don Birollo. Di grande importanza fu inoltre l’amicizia con Cesare Magon che, insieme a Nini Mandruzzato, fu in grado di infondere in Carlo Bagno un autentico amore per le scene, che lo indusse ad una scelta di vita definitiva ancora in età giovanile. A diciott’anni infatti, all’insaputa dei genitori lasciava la cittadina natia, in cui gli si prospettava un lavoro da ragioniere, per raggiungere Roma dove vinse una borsa di studio all’Accademia d’arte drammatica diretta da Silvio D’Amico e dove in seguito si diplomò a pieni voti.

    Tra i momenti più importanti della carriera di attore ricordiamo la sua partecipazione all’attività del Piccolo Teatro di Milano diretto da Strehler e Grassi nell’immediato dopoguerra, il suo inserimento nella compagnia di Sergio Tofano, e successivamente nella prestigiosa «Errepi» con Buazzelli, De Lullo, Falck e Valli in cui si cimentò nella caratterizzazione di personaggi di Goldoni, Machiavelli, Ruzante, Shakespeare, Jonson, Brecht e Majakowski.

    Di Bagno il critico Gian Antonio Cibotto ha parlato come dell’ultimo grande interprete ruzantiano, capace di una totale identificazione con i personaggi dell’antica campagna padovana. Da lui diversi estimatori si attendevano forse la costituzione di una compagnia stabile, in grado di riproporre la tradizione teatrale veneta, essendo egli stato considerato uno dei migliori attori goldoniani: rimangono indimenticabili le interpretazioni di Pantalone, nella celebre edizione del “Bugiardo” con Giulio Bosetti, e di Maurizio dei “Rusteghi”. Ma egli fu sempre soprattutto attore, rifuggendo il ruolo di organizzatore ed impresario.

    Se il teatro restò fino all’ultimo la sua vera passione, Carlo Bagno non mancò di approdare al cinema, ove esordì con “Lo svitato” di Dario Fo, interpretando poi parti di rilievo nel “Terrorista” di De Bosio e in “Signori e signore” di Germi e partecipando a vari altri film tra cui «Nel nome del papa re» di Magni, «Un dramma borghese» di Mancini e il «Malato immaginario» con Alberto Sordi per la regia di Tonino Cervi. Tra questi, l’interpretazione più riuscita fu indubbiamente quella del Perpetuo, accanto a Nino Manfredi, nel film «Nel nome del papa re» che gli valse riconoscimenti di grande prestigio quali la targa «Mario Gromo» di St. Vincent, il «Nastro d’Argento» di Firenze e il Premio del Festival cinematografico di Bruxelles.

    Smentendo il detto «nemo propheta in patria» Carlo Bagno ebbe sempre riconoscimenti di stima ed affetto nella sua terra, nonché attestazioni per le sue qualità artistiche, che nel 1980 lo portarono ad essere insignito del «Premio Quadrivio» e nel 1981 a ricevere una targa di riconoscimento da parte del sindaco di Lendinara, consegnatagli a Badia Polesine ove l’attore recitò nella commedia brillante «La fameja del santolo» di Galina. Con Carlo Bagno scompare un professionista preparato, che nel teatro ha saputo lasciare un segno soprattutto nei ruoli del caratterista, e che sempre ha goduto della simpatia della gente per il suo profondo senso di umanità e perfino di modestia, che lo portava con molta consapevolezza a definirsi «un artigiano del teatro».

    A Lendinara lo si ricorda con particolare rimpianto, andando con la memoria alle innumerevoli rappresentazioni che l’hanno visto sulla scena del teatro Ballarin, sia negli anni giovanili sia successivamente con compagnie di chiara fama. Ed ogni volta, il pubblico delle grandi occasioni gli tributò calorosissimi applausi.

  • La “baretina” del Vescovo

    La “baretina” del Vescovo

    Ripetono da anni gli esperti di meteorologia, che la seconda quindicina di gennaio risulta il periodo più freddo dell’anno.

    Non c’era però tutta questa necessità di scomodare pettoruti ed elegantissimi colonnelli dell’aeronautica per scoprire ciò che i nostri nonni mandavano con naturalezza a memoria aiutandosi con la rima.

    Si cominciava a dicembre quando, svegliandosi di buon mattino si scoprivano i prati e tutto il paesaggio ricoperti di una fiabesca lanugine bianca:

    “Da Santa Luzia, el fredo crúzia”

    Verbo bellissimo ormai morto e sepolto quel “cruziare”, sta per crociare, crocefiggere, inchiodare, martoriare; esattamente l’azione svolta dal gelo. Avanti pure:

    Da Nadale on fredo mortale. Da la Vecia on fredo ca se crepa. Da S. Antonio (abate) on fredo del demonio.

    La dura esperienza di quelle sagge generazioni aveva fatto in modo di far coincidere il freddo più acuto e micidiale con l’opera del demonio, ponendogli fantasiosamente accanto nella rima, un coriaceo antagonista celeste, S. Antonio Abate (che cade guardacaso) il 17 Gennaio.

    Per dare coraggio a se stessi e a chi non aveva mezzi per combattere il gran freddo, si sentenziava che tutte le cose eccessive e spropositate erano di breve durata, ed è così passata alla tradizione orale una massima che suggella Solonicamente il frutto di tante tribolate esistenze:

    “S. Lorenzo de la gran caldura (10 agosto) S. Vincenzo de la gran fredura (22 gennaio) uno e l’altro… poco i dura”.

    Puntualmente all’arrivo della stagione fredda i mezzi di informazione raccomandano la massima prudenza, l’uso di catene per chi viaggia in auto su strade gelate ecc., ma tutto questo non basta, alto è ancora il tributo di sangue versato ai piedi del monumento del progresso.

    Tornando ad un passato neppure tanto remoto, si erra quando si crede che il freddo portasse solo sofferenze, disagi e fame; intanto sparivano milioni di insetti nocivi portatori di malattie infettive, si provvedeva inoltre a far provvista di ghiaccio e neve compressi e stipati nel più profondo e buio delle “giazare” (ghiacciaie) per utilizzarlo a scopi terapeutici fino all’estate, e poi tutta la gaiezza della gioventù dove la mettiamo? Valeva e vale un tesoro inestimabile in famiglia e nella società, ciò che solo i ragazzi sanno offrire.

    Muniti di comode e calde “sgalmare” (rozzi scarponi con spessa suola di legno) marciavano per il fango e la neve dopo averle impermeabilizzate con grasso sciolto di maiale, sovente provvedevano a chiodarne le suole per scivolare sul giaccio, trascorrendo in tal guisa varie settimane “bianche” senza spendere un soldo per salire alle località di montagna.

    Giochi a non finire sulla neve, “sbalocarse” (battaglie a palle di neve) perfino “le marene” granatine ottenute con neve fresca vino e zucchero a buon mercato, pestate nei bicchieri col manico.

    I più grandi, senza conoscere Cupido e le sue frecce fatali, lanciavano palle di neve alle ragazze mentre uscivano di chiesa dopo la messa, e i pudici gridolini di queste ultime, uh… oh… non erano affatto di disapprovazione, ma solo il completamento di un rituale vecchio come il cucco; sotto gli occhi beffardi dei vecchi, si rinnovavano nostalgiche scene di corteggiamento.

    A tal proposito mi sovviene di un fatto tragicomico accaduto in un paesotto altopolesano durante una visita pastorale del Vescovo in pieno inverno. Come fu come non fu, dopo la solenne messa cantata, le ragazze tardavano ad uscire di chiesa, in quanto trattenute dal vescovo, il quale le indottrinava sui valori della famiglia, della castità, della modestia così via.

    Aveva abbondantemente nevicato la sera avanti; i giovanotti cominciavano a spazientirsi, quando finalmente le ragazze fecero la loro comparsa sul sagrato tutte assieme. Una gragnugola di palle farinose si abbattè sulla folta pattuglia femminile. Le giovani si ritrassero un pochino per evitare quell’estemporaneo tiro d’artiglieria, ma proprio in quel mentre uscì, ignaro e solenne, il vescovo accompagnato dai chierichetti per passare in canonica.

    Una palla di neve malandrina lo centrò in pieno, facendo volare lo zucchetto scarlatto sulla coltre immacolata.

    Scese un silenzio di tomba; il parroco, costernato, rosso di sdegno e di vergogna, si precipitò a raccogliere l’augusto copricapo balbettando umili scuse: “Ecelenza… ecelenza… i soliti braghieri (villanzoni)”.

    Ma il vescovo stupì tutti prendendola bonariamente, poi abbozzato un sorriso intorno per sciogliere la tensione disse: “Piutosto de tempesta… mejo la neve… eh la gioventù… noaltri, caro reverendo, oramai no se sbalochemo più”.

  • Ladri de Ponari

    Ladri de Ponari

    La storia del gallo diventà capon

    Passato il turbine della guerra, mentre altre parti d’Italia si stavano faticosamente risollevando alla luce di nuove speranze, il nostro Polesine fu ancora una volta l’oggetto della sciagura; in una notte di mezzo novembre il Po gonfio come mai, ruppe gli argini e fu la tragedia dell’alluvione. Ancora emergenza, ancora stato di calamità col marchio della miseria e del sottosviluppo cucito addosso. Poi l’esodo. Ogni domenica mattina, quando ci ritrovavamo sul sagrato della chiesa, unico punto di riferimento per i paesi di campagna, era un continuo rosario composto di nomi: le famiglie di tanti paesani e conoscenti che emigravano. Quanta gente se ne partì: le forze migliori e fresche della nostra terra se ne andarono; pochissimi lo fecero senza rimpianto, eppure al paese lasciavano come unica eredità la miseria.

    Una certa domenica però vi fu un gran fermento, segno di eccitanti novità: “Galo sentio sior Menego, i xe andà a ponari in tre corte zobia de note, i ga netà tuto quanto…” Ladri di polli dunque, che nottetempo si intrufolavano nei cortili delle case di campagna per fare razzia di bipedi e conigli, belli e pronti ingrassati in gabbia.

    Come facessero non l’ho mai saputo, se solo si tenta di acciuffare una gallina, essa pianta tanto strepito da svegliare un orso in letargo; evidentemente possedevano un tocco fatato, e sapevano scegliere il tempo e le notti senza luna.

    “Fioi de bone done, ma savìo cossa ca ghe xe tocà a Anzolin Scaranari? Tutti a questo punto rizzarono le orecchie, perché il sapere dei fatti altrui nei piccoli paesi ha sempre riscosso il massimo dell’interesse: “No i se ga miga contentà de guarnare el ponaro, i ga avù el muso de farse vivi tre note dopo…!” La gente rimase a bocca aperta, era troppo grossa non si era mai sentita una storia tanto ardita.

    Ma come si chiedeva… tre notti dopo i ladri sono tornati? Possibile che nessuno li abbia sentiti? E il cane cosa ci stava a fare, dormiva come un ghiro? Tutte domande legittime che attendono ancora risposta a quaranta anni dal fattaccio.

    “Questa la xe proprio da metare in soaza… tre matine dopo, la Taresa Piedulzi, so mojere de Anzolin, alzandose bonora come el solito, la ga vossù fare on giro intorno al ponaro, cussì par abitudine,… La se jera insognà che le so galine le jera tornà indrio,… e intanto el magon la rosegava dentro.

    Come la ga spalancà la portesela, za meza verta, la se ga trovà davanti la sorpresa; piantà in mezo al ponaro, tuto imbambio, che jera on bel capon con on cartelo tacà al colo”.

    A siffatte parole il crocchio degli uditori, con gli occhi sbarrati ebbe un sussulto, se il narratore non avesse svelato il contenuto del cartello lo avrebbero sgozzato seduta stante.

    Ghe jera scrito:

    “Sior paron patron, son ndà via galo e vegnù casa capon; son sta via tre note e tre matine par farghe el funarale a le so galine”.

    Parte della gente rideva, sorniona, parte si dava meraviglia assai, parte inveiva contro la Giustizia che lasciava impuniti simili ribaldi.

    Certo, il danno per la famiglia di Anzolin Scaranari fu grande, ma ancor più atroce la beffa subita: un unico pollo rimandato indietro, un gallo mutilato della cresta, bargigli e… attributi maschili, un vero cappone, monumento dell’impotenza e della vergogna.

    Ladri sì, malandrini fin che volete, ma che razza di fantasia ragazzi! Le condizioni di povertà in cui versava la società del dopoguerra non impedivano, come si può argomentare, a chi possedeva “arte” di metterla in pratica, condendola di vene umoristiche, tanto da essere in qualche modo tollerato dai più. Un furto di galline non ha storia, nessuno se ne rammenterebbe dopo qualche tempo, se il suo autore, oltre che ladro, non fosse anche un po’ “poeta”.

  • Quei de Berguerina

    Quei de Berguerina

    Voleva essere la “1ª Festa riservata a quei de Barguagina” ed infatti lo spirito è stato questo. Lo scorso 10 Agosto, dei circa 200 presenti, una buona parte erano attuali od ex abitanti di Berguerina; tutti erano comunque legati alla storia di questa caratteristica borgata.

    “Festa dell’Emigrante… e del Restante…” si affrettava a dire la maggior parte dei presenti. Un momento di incontro, di confronto, di dibattito e di ricordo tra chi ha abbandonato questa terra negli anni ’50 ed anche in anni più recenti (perché la campagna non offriva sicuri e decorosi guadagni, alla ricerca di un posto di lavoro in qualche grande città del Nord) e chi, affezionato alla propria terra d’origine, ha lavorato la terra fino alla vecchiaia solo per ‘sbarcare il lunario’.

    Il Comitato Promotore della Festa, che deve identificarsi con tutta la comunità di Berguerina per la volontà unanime e l’impegno di tutta questa borgata nell’aver progettato, realizzato e finanziato autonomamente la festa dell’emigrante, ha voluto far rivivere gli aspetti suggestivi della vita di paese.

    Berguerina vestita a festa, con bancarelle dei dolciumi per grandi e piccini, con le luci e gli addobbi tipici delle sagre paesane; Berguerina con i manifesti che puntualizzavano che l’incontro era strettamente riservato. E ciò non per escludere gli altri trecentani, ma per puntualizzare che il fenomeno dell’emigrazione ha toccato particolarmente questa borgata, che emigranti e restanti ora vogliono valorizzare nella sua completezza.

    La banda musicale ha creato ulteriore euforia e divertimento e numerosi flash di fotografi improvvisati indicavano la volontà di molti di ricordare l’avvenimento.

    Non sono mancati gli appuntamenti ‘ufficiali’ della Festa: la Santa Messa celebrata dal parroco di Trecenta, Mons. V. Zanca, nel ‘cesolin’ di Berguerina, dedicato alla Beata Vergine di Loreto, e non sono mancati momenti di emozione al suono delle campane. Una discreta somma è stata raccolta per la ristrutturazione del piccolo edificio per il culto, presso il quale sono nate le storie più belle d’amore e d’amicizia per la gente di Berguerina. Anche il Sindaco, il perito Bimbatti ha tenuto un breve discorso. Nessuno, per rispetto del clima festoso, gli ha ricordato il poco interesse dell’Amministrazione Comunale per Berguerina nel tentativo di rompere il quale era stata indetta una raccolta di firme nel 1986 (e già quattro anni sono passati!) allo scopo di ottenere una decente illuminazione pubblica.

    Si è passati quindi al momento ‘conviviale’ dell’incontro con lo stand gastronomico, dove i partecipanti hanno gustato pasta asciutta, minestra e ‘fasoi’, porchetta, mortadella, ‘fasoi fissi’ ed altri piatti tipici locali. Il tutto è stato annaffiato con un buon bicchiere di vino di Berguerina.

    Tra un bicchiere e l’altro emigranti e restanti, vecchi e giovani hanno ricordato momenti di vita, di tristezza, di rabbia e di speranza, ed hanno auspicato che in questa caratteristica borgata vi siano più spazi e più servizi collettivi.

    Una bella festa, originale e naturale, che, a giudizio dei partecipanti, diventerà sicuramente un appuntamento fisso da non perdere.

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