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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il tagliacarte

    Il tagliacarte

    Dovevo proprio alzarmi dal letto. Già due volte avevo cercato di eludere il tempo per godere, ancora per una manciata di minuti, il tepore accogliente delle coperte. Di lì a poco sarebbe giunta la signora Marta, la donna che ogni fine settimana si impossessava della mia casa, spalancando finestre, spostando poltrone ed esponendo i tappeti sul balconcino, per poi passare pavimenti e mobilio con i suoi infernali quanto rumorosi arnesi.

    Chissà perché proprio il sabato, il mio unico e vero giorno di libertà, con moglie e figli a scuola! Invariabilmente me lo chiedevo tutti i fine settimana, lottando col persistente stato di torpore che mi assaliva una volta che tutti avevano abbandonato l’appartamento e la casa sprofondava nel silenzio. E allora iniziava la mia lotta con il tempo, giacché alle nove e trenta, puntualissima, arrivava la signora Marta, solerte ed efficientissima come sempre, inconsapevole turbatrice del mio stato di quiete.

    Le nove e dieci. Avevo già accumulato un quarto d’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Facendo appello alle mie forze mi alzai quasi di scatto (non era proprio più il caso di ripensamenti) e mi portai in bagno. Dopo una bella spruzzata d’acqua sul viso, il piacere di spalmare la crema da barba, col suo candore soffice ed ovattato.

    Il piccolo ed affilato rasoio scorreva liscio, senza intoppi sulla pelle, ed asportando la barba restituiva una rinnovata freschezza al volto. Avevo appena iniziato a radermi sotto il mento, la parte più delicata, quando suonò il campanello. “Ecco la mia nemica del sabato”, pensai raggiungendo l’ingresso dove, senza nemmeno chiedere chi fosse premetti l’apri-porta centrale e, contemporaneamente, girai la maniglia dell’uscio dell’appartamento. Assicurata la via libera a Marta, tornai precipitosamente nel bagno per terminare la toilette mattutina. Poi in tutta fretta indossai gli indumenti del giorno prima e svogliatamente raggiunsi il soggiorno.

    Il mio sguardo incrociò due grandi occhi neri di ragazzina. Occhi che però mi apparvero subito mancare di una componente tipica dell’infanzia: la serenità. Si leggeva preoccupazione nel volto scarno e teso della fanciulla, mentre il suo abbigliamento denunciava una certa trascuratezza.

    «Chi sei?» chiesi osservandola meglio.

    «Vuoi comperare dei fazzoletti? Oppure dei calzini?» fu la sua risposta di presentazione, manifestando una pronuncia inequivocabilmente slava.

    Una zingarella dunque! Una ragazzina avviata all’accattonaggio e ad una vita difficile. Istintivamente mi guardai attorno per vedere se si fosse impossessata di qualche oggetto. Gli zingari, si sa… E intanto le rivolsi alcune domande, più che altro per tenerla lì, al calduccio dell’appartamento, mentre dalle finestre vedevo le ultime foglie dell’autunno, strappate da un vento umido e freddo, turbinare nell’aria.

    Ma per tutta risposta lei mi ripropose l’acquisto della sua misera mercanzia. Non capiva o non voleva rispondere alle mie domande? Era inutile, non l’avrei mai saputo. Estrassi una banconota da cinque mila lire e ritirai alcuni pacchetti di fazzoletti di carta; dopo di che, frettolosamente, la ragazzina uscì dall’appartamento.

    Stavo ancora pensando al suo sguardo così incerto e sfuggente, quando entrò Marta, che mi fece osservare, con chiaro tono di rimprovero, che la porta era socchiusa. Proprio un invito a nozze – così disse – per gli zingari che aveva visto aggirarsi nei paraggi dell’edificio.

    Le chiesi se aveva visto per le scale una zingarella. Mi rispose con sussiego che era salita in ascensore e che tali incontri indesiderati sarebbero stati da escludere se ogni condomino avesse prestato più attenzione a chiudere la porta centrale o ad aprirla soltanto a conoscenti.

    Dopo pranzo mia moglie aveva l’abitudine di rilassarsi, accomodandosi in una poltrona del salotto, per dedicare un quarto d’ora allo spoglio della posta o a sfogliare una rivista.

    Fu per l’appunto mentre si trovava intenta ad osservare la corrispondenza che mi chiese dove avessi messo il tagliacarte.

    Allora capii… Mi apparve l’immagine fotografica di quei grandi occhi smarriti: era stata lei, la ragazzina dei fazzoletti, che si era impossessata del bel tagliacarte con lama in argento ed impugnatura di ebano intagliato, un oggetto ben fatto che faceva bella mostra di sè su un piatto anche questo in argento, evidentemente troppo grande per poter essere occultato tra gli indumenti.

    Sapevo dove erano accampati gli zingari. Sarei andato a vedere…

    A vedere che cosa? Mi chiedevo avviandomi verso la meta. Certamente non avrei reclamato il mio tagliacarte, in tal caso infatti, avrei rischiato solo degli insulti, se non peggio. In realtà volevo rivedere quella piccola dagli occhi smarriti e pieni di malinconia. Perché non aveva risposto alle mie domande? Aveva forse paura di tradirsi? Quale segreto nascondeva la sua espressione confusa? Ero certo che la sua inquietudine non si riferiva al furto del tagliacarte, ma aveva radici più profonde.

    Guardavo da una certa distanza l’accampamento, alcune roulotte erano state poste in modo circolare. Nello spiazzo interno si aggiravano alcune donne. “Quale sarà la madre di occhi-pensosi?” mi chiesi.

    Mi avvicinai un po’: le donne sembravano piuttosto allegre e prive di problemi. Con loro alcuni bambini piccoli, poco vestiti, apparentemente incuranti del freddo. Un solo uomo di età avanzata si aggirava claudicante all’interno dell’accampamento, armeggiando con un filo di ferro.

    E tutti gli altri? Naturalmente al “lavoro” pensai. E mi soffermai a riflettere sulla vita degli zingari, un’esistenza da sempre slegata dagli schemi e dalle regole della società organizzata.

    Essi si definiscono “rom” ovvero uomini liberi, ed il loro modello di vita non contempla nè fissa dimora, né lavoro stabile. Per quanto mi era dato conoscere, non mi risultava infatti che i nomadi fossero interessati a qualche tipo di lavoro produttivo, come lo concepiamo noi.

    “Gli zingari e la società dell’informatica” pensai immaginando un titolo giornalistico. Quanto lontano il mondo attuale dal loro! Come gettare un ponte tra le esigenze della odierna società e le loro tradizioni secolari?

    Una volta le cose erano diverse. Ai tempi della civiltà contadina – riflettevo – c’era un sufficiente dialogo e un vicendevole scambio di esperienze con gli zingari. Essi allevavano e vendevano cavalli, erano ottimi ramaioli, erano in grado insomma di esercitare attività socialmente utili e pertanto, sia pure se guardati anche allora con diffidenza, a volte erano persino ricercati per ciò che sapevano fare. Ma quel ponte, era ormai crollato e le due realtà mi apparivano incomunicabili. Pensavo all’avversione della gente nei confronti degli zingari e come anch’essi d’altra parte disprezzassero la società costituita, opponendosi decisamente a forme di integrazione. Ma nel contempo – consideravo – non avevano potuto fuggire completamente alcuni modelli consumistici: il mito dell’auto di grossa cilindrata, ad esempio, utilizzata come necessario traino della roulotte, ma anche come simbolo di una certa gerarchia sociale.

    Finita l’era dei cavalli era logico che anche gli zingari si adeguassero. Ma proprio l’abbandono del cavallo – lo avvertivo chiaramente – aveva determinato per loro una scelta pericolosa e spesso asociale. I puledri vengono infatti messi al mondo gratuitamente dalle loro madri, possono nutrirsi senza spese con l’erba che cresce spontaneamente lungo le rive dei fiumi, ed infine la loro vendita può divenire fonte di guadagno. Con le auto invece è tutto un passivo: devono essere acquistate e mantenute, e pertanto occorrono continuamente soldi. E se non si è inseriti in un ciclo produttivo, l’unica alternativa è il furto. Né è pensabile che un ragazzino, allevato libero e diffidente nei confronti della società, organizzata in schemi che ai suoi occhi devono apparire soffocanti, possa cambiare da adulto il carattere acquisito.

    Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a vedere alcuna possibilità di ricostruire quel ponte che, anche se fragile, per secoli aveva retto, mettendo in comunicazione i due mondi, il cui destino appariva ora inconciliabile.

    E occhi-pensosi? Quale sarebbe stato il suo avvenire? Non riuscivo a trovare una accettabile via di uscita al problema. L’unica soluzione – mi chiesi – è dunque quella seguita dalla maggior parte delle amministrazioni comunali? Una finta soluzione che consiste nel sopportare per alcuni giorni la presenza ingombrante di queste comunità, in attesa che, spostandosi, portino altrove la difficile problematica della loro esistenza?

    Ed anche dal mio quartiere gli zingari se ne andarono, allontanando dalla mia mente la questione irrisolta e l’immagine malinconica di occhi-pensosi.

    Fu dopo un mese, nel corso di un servizio giornalistico su un gruppo di nomadi, trasmesso dalla televisione, che appresi dell’arresto di alcuni zingari, resisi colpevoli di una vera e propria tratta di bambini dalla vicina Jugoslavia. I ragazzini – informava lo speaker televisivo – che erano stati costretti con percosse e minacce a compiere quotidianamente una serie di furti, ora, grazie ad un accordo tra il governo italiano e quello jugoslavo, sarebbero stati rimpatriati per essere riportati, per quanto possibile, alle loro famiglie di origine.

    Improvvisamente sul teleschermo apparve lei, occhi-pensosi, con quello sguardo assorto ed inquietante. Nel suo volto, evidenziato dal primo piano televisivo, si leggeva un atto di accusa e di disprezzo per il mondo degli adulti, i quali – adesso lo sapevo – avevano interrotto tanto traumaticamente la sua spensierata vita di bambina. E lei aveva assunto una maschera, fatta di diffidenza, di rancore e di condanna. Chissà se il suo animo fanciullesco poteva essere recuperato! Chissà se avrebbe ancora riabbracciato la mamma!

    L’indomani raggiunsi la località ove erano stati arrestati i nomadi. Tra la refurtiva recuperata, incredibilmente, rinvenni il mio tagliacarte. Poi chiesi di vedere lei, occhi-pensosi, e mi fu concesso.

    Ci guardammo a lungo. Le sussurrai parole amiche. Poi, prima di andarmene, assieme ad un pacchetto di dolcetti le allungai il tagliacarte, con l’augurio che fosse il suo portafortuna. Lo ritirò sgranando i grandi occhi neri, specchianti l’enigma della sua anima. E mentre mi congedavo, finalmente, agitando verso di me il tagliacarte, si aprì in un indimenticabile sorriso.

  • I racconti del direttore

    I racconti del direttore

    Ancora tre racconti del direttore, tre storie molto diverse per ambientazione ed ispirazione. Ma come sono nate? Lo chiediamo direttamente al prof. Lino Segantin, direttore di questa rivista:

    – Quali sono stati gli spunti che la hanno portata a ideare i tre pezzi di narrativa per la seconda edizione di Ventaglio 90?

    “Il primo racconto ‘Il tagliacarte’, è il più vicino ad un’esperienza realmente vissuta. Una decina di anni fa sono stato vittima di un furto, effettuato all’interno della mia abitazione da degli zingari. Superato lo shock, che deriva dal vedersi violata la propria intimità e inoltre anche dalla consistenza del furto, ho iniziato a riflettere sulla vita di questi nomadi, sui valori che guidano la loro esistenza e sulla possibile conciliazione dei loro modelli di vita con quelli che regolano una società organizzata. Una parte del racconto è appunto dedicata a questo tipo di meditazioni che, fra l’altro, ho visto espresse in modo abbastanza simile in un recente articolo del prof. Gianni Sparapan, il quale per le sue ricerche sul mondo dei ‘rom’, è da considerarsi un esperto sulla vita degli zingari.

    Anche il secondo racconto, ‘A cavallo’, nasce da un’esperienza reale: l’osservazione del paesaggio dell’Altipiano di Asiago, in una splendida giornata invernale, in uno scenario incredibilmente privo di neve.

    Lo spunto per il terzo racconto mi è stato dato qualche anno fa dalla ricostruzione del ponte di Lusia. È questa una narrazione un po’ naif, che si colora dell’atmosfera della fiaba”.

    – Nei suoi racconti c’è sempre l’happy and. Segno di un animo romantico?

    “Credo che ciò dipenda da un sostanziale ottimismo che guida la mia esistenza, per cui sentirei di far violenza al mio carattere nel dare un finale tragico ad una mia invenzione. So bene che la realtà della vita è spesso tutt’altro che rosea”.

    – Il primo numero di Ventaglio ’90 ha trovato, anche per le pagine letterarie, un buon interesse nelle scuole. Come pensate di coinvolgere in modo più approfondito gli istituti scolastici della provincia?

    “Ne approfitto della sua domanda per proporre ai giovani delle scuole superiori che sono interessati alla narrativa o alla poesia, di inviarci delle loro composizioni. Penso proprio che nel prossimo numero dedicheremo uno spazio ai giovani scrittori polesani”.

    – Perché non indire un concorso?

    “È un’idea da tenere in considerazione”.

  • Nella poesia la condizione dell’uomo

    Nella poesia la condizione dell’uomo

    Incontro con Paolo Grossi

    Nato a Lendinara 33 anni fa, ove risiede e lavora, Paolo Grossi è insegnante presso l’Istituto Tecnico-Commerciale e da alcuni anni scrive poesie. Ci incontriamo con l’autore per una breve intervista.

    Quando è iniziato il tuo interesse per la poesia?

    “Più o meno, cinque anni fa. Non è stata una passione “precoce”, anzi. Il motivo? È semplice: prima di allora non avevo mai pensato che la realtà potesse essere vissuta come “canto”. Un verso lirico, come ad esempio “Colloquia col tuo riso la mia sera”, che mi nacque in quegli anni, può apparire banale a chi non ha mai vissuto tale semplice verità nel suo intimo”.

    Dunque la poesia è per te soprattutto poesia lirica?

    “Oggi non lo credo più. O almeno, non soltanto lirica. La poesia ha, come ogni arte, il compito di presentare la condizione dell’uomo contemporaneo e di suggerire per lui uno spiraglio (un “varco”, direbbe Montale)… In questo senso, si potrebbe parlare di poesia “epica”, oggettiva. Quale spiraglio, mi chiederai. Se scavi un po’ in molte mie poesie, noterai che si tratta di uno spiraglio religioso. Anche le poesie d’amore comunicano a volte quel pizzico di incertezza che ti fa chiedere: si tratta dell’amore tra uomo e donna oppure tra Dio e l’essere umano? La risposta forse più esatta è: sia l’uno che l’altro”.

    Quali sono allora i tuoi punti di riferimento?

    “Naturalmente Mario Luzi. E Montale. E quel poeta che ha influenzato l’uno e l’altro: Thomas S. Eliot!”.

    Ti inviterei ora a riflettere sui giovani, possibili fruitori (e creatori) del messaggio poetico. In che misura, secondo te, essi sono disponibili ad aprirsi a tale messaggio?”

    “Alcune difficoltà possono costituire per loro un ostacolo: la poesia è un testo scritto e non un’immagine, ha le sue regole anche se è aperta a innovazioni, e infine richiede uno sforzo, di interpretazione. Tuttavia, superato ciò, un giovane ha dalla sua una buona freccia: in antitesi alla cultura dell’“assenza”, del “nulla” e della mancanza che troppo spesso caratterizza la nostra epoca, il giovane comprenderà che un sostegno lo può trovare solo altrove, nella riflessione, nella ricerca di un significato, di uno scopo, nella poesia appunto…”

    IL VIAGGIO ANNUNCIATO

    Nessuno busserà alle tue porte intatte che conducono alle estati venienti dal Bosforo e dalla Scizia, dove la trama ardente delle messi si fonde con il cielo aperto e chiaro; crepe di fossi schiudono germogli d’acque e rocce in meditazione li contemplano.

    Labirintiche, spoglie coste e prode sono sosta alle vele che attraversano il vento. La mia angoscia è una perenne inquietudine prolungano il tempo del soggiorno; per mesi m’alimento del mio nulla. Se qualcuno mai venne e proseguì – o viene, o mai verrà per indicare… ma qui non ricordano accadesse. Da un riparo misuro le ondate; la partenza è rimandata sine die.

    LUCORI

    Mi scuote come vento negli anfratti il declino del giorno sulla casa. Il vetro che s’affaccia alla tua, stesa fra i canneti, è coperto di barattoli pieni e vuoti.

    Va e vieni di zanzare che non lume né fiammifero richiama; soffitto basso di stanza soffocata. Spume senza luce s’accostano alle chiatte.

    Sopra un tavolo buio il piatto spande la bianchezza di tre piccole zolle d’uno zucchero fine. Lì s’accende, lucerna vivida – prodigio folle.

    INSEGUIMENTO

    La notte che già viene come un sogno e m’accompagna lungo le rotaie vuote dei tram, è più sola del passo che risuona nell’aria; mentre osservo la strada non incontro che i binari – più lontano, la nebbia nel suo muro.

    E tu dov’eri, quando ti chiamavo con le mie ripetute interurbane… Eppure, nonostante l’impazienza, e il trillo dei tranvai morto da ore, e i segni che non vengono sorpresi quando sono richiesti, non intesi mai se ero inseguitore o inseguito.

    A UN’AMICA DI TERRA D’EUROPA

    “E riusciremo mai a benedire coloro che partono e benedire coloro che rimangono…”, mi sussurravi al telefono senza indugi, come se partenza e stasi non fossero per te che gli attributi d’una sola, dolorosa sostanza.

    Sono lontane le tue prime guerre di visti e passaporti.

    Ed ora viene un lungo e grande sogno – da cui ti sveglieresti con angoscia se non fosse una storia, la tua (la nostra forse di domani) che si fa strada tra i sorrisi e i gridi:

    abbracciavi migliaia di persone di là da un muro che ascoltava inerte le parole infinite e le domande; tu non riconoscevi i tuoi o i loro e sconosciuti ad altri sconosciuti, come comete a stelle, offrivano una nuova passeggiata di cielo

    IL COMPLEANNO

    Se mai daremo a questa notte il modo e il tempo di finire, svenderemo ad altri gli occhi pesanti di buio: per noi non valgono i mattini dolci di cupole, villaggi, contadini.

    Ho visto il ghetto tra le case grigie, manicomio o mercato dell’oriente. L’aria fresca è qui una merce preziosa, e il proprietario di un albero esige una tassa per sedervisi accanto.

    E ancora oggi continuo a pensare: ci sarà ancora un nuovo compleanno, e scarpe nuove, e una nuova camicia?

    C’è soltanto una rosa striminzita tra i casermoni della piazza anonima; mi ferisco le dita per raccoglierla.

    TUTTO ANDRÀ BENE

    Questa nebbia la conosco da troppi mesi. Il tuo volto lo vedrò in ritardo, se mai il fumo che respira sarà cacciato via dal vento che attendiamo.

    Ora non ho che da imparare il passo tuo, la misura delle mani e qualche parola in codice – fanale, ala…

    La cattedrale brucia desolata: l’iconostasi disfatta s’abbuia, si staccano gli affreschi dalle volte – nuovamente si compie l’Ascensione.

    E partiamo anche noi. Non torneremo: oppure torneremo, ma diversi.

    Eppure, mentre indugio lungo questa riva straniera, sento che una luce pur debole potrà passare il buio in volo e che supereremo gli anni estranei. Ce la faremo in un modo o nell’altro, nella nostra cucina ci riuniremo ancora attorno al tavolo. Un giorno tutto andrà bene, andrà bene.

    IL PORTO INVISIBILE

    Si spengono i motori, c’è silenzio sopra il mare adagiato. La notizia d’una notte imprevista, d’una festa supplementare si diffonde, e piace. Si preparano orchestre, tavolini, preziosi vini d’annata. Qualcuno mi dà del matto se mi scorge a prora, l’occhio a cercare all’orizzonte luci improbabili; ad altri volgerà domani la sua voce questo faro muto.

    Di là dall’ombra, io non so se sei venuta a sera all’idroscalo, o una nuova ventura ti trattiene chissà dove, più lontano di ieri.

    NELLA SERA

    Rimani qui e sorridi ancora un poco, tu che non odi al fondo del tuo vivere l’ombra che ci trasforma in cattedrali buie.

    Rimani e dimmi se mi conosci, per una via segreta, quel riverbero e il fuoco tenue che una goccia effonde nella sera di pioggia e di gerani.

    A MIO PADRE

    Qualche tua semplice parola, padre, mi apriva il mondo – ed ecco, lo amavo; da quel tempo mi segna, mi imprime il suo sigillo.

    Chiamarti vecchio era come chiudere gli occhi su un paese sconfinato dove le età non si distinguono o, forse, non esistono.

    FESTA UMBRA

    Ora si culla lieve il verso, fiotto di deformate sillabe da quando eri sparita nella babilonia d’umbre calli accecate da una festa di gerani.

    Poi tra la folla impazzita scendemmo, ciascuno in solitudine, nel fondo del paese. Dove sei, mi chiedevo cercando tra gli sguardi un altro sguardo perso. Ciascuno, forse, allora intese quanto infondata sia l’idea che in uno o in due la passeggiata è sempre questa e non muta.

    CERCANDOTI

    “Tutto bene?”, mi chiedono al tavolo vicino, mentre osservo con la calma di un vecchio il mio bicchiere. La domanda ricompone i pensieri, fa fluire un po’ di vita ai muscoli degli occhi, del sorriso. Tutto bene, vorrei udire da me stesso allontanandomi da questa sala, dal solo ricordo di te.

    Mi cercasti o ti cercai… non si seppe allora, né da allora mai s’udirono risposte.

    Ed è così che mi sfuggono i giorni, così un’attesa segue ad altre attese e richiama un bicchiere nuove angosce – qualcuno fra di voi mi riconosce?

  • I mosaici di Cappellato

    I mosaici di Cappellato

    Ricordo ancora distintamente la forte impressione provata da ragazzo quando, nella prima fuggevole visita a Venezia mi affacciai su piazza San Marco e la basilica mi apparve come una incantevole visione, illuminata dai raggi dorati di un sole già al tramonto.

    Il gioco di luci e colori dei mosaici che ricoprono la facciata del monumentale complesso religioso, ineguagliabile scenografia alla stupenda piazza, mi fecero vivere i magici momenti delle fiabe più belle.

    Da allora ho sempre conservato una particolare ammirazione per l’arte musiva. E sempre mi sono soffermato con interesse a considerare l’originalità di queste composizioni, ogni qual volta mi è capitato di trovarmi di fronte ad opere realizzate con questa tecnica. Spesso ho considerato la valentìa degli appassionati artisti che hanno dedicato molta parte della loro esistenza a creazioni tanto originali. Opere realizzate in secoli in cui ancora non era stata inventata la massima economicistica “il tempo è denaro”, lontani quanto mai dalla spasmodica ricerca di novità spesso effimere che troppo frequentemente caratterizzano i nostri giorni.

    È stata pertanto una sorpresa, naturalmente graditissima, l’apprendere che anche in Polesine esiste un artista che, alle soglie del 2000, ancora segue gli antichi itinerari dei maestri bizantini.

    Si tratta di Virgilio Cappellato di Bosaro, che dedica a questa originale disciplina la maggior parte del suo tempo libero. Formatosi frequentando la scuola per mosaicisti di Venezia, appena diplomato ebbe modo di utilizzare immediatamente le sue conoscenze provvedendo, sotto la guida del prof. Angelo Orsoni al restauro del pavimento della Ca’ D’oro. Ma ben presto il richiamo della terra natia ebbe la meglio ed indusse Cappellato al suo ritorno in Polesine, con la conseguenza però di dover trovare un’altra attività per vivere e riservare all’arte amata soltanto il tempo del dopolavoro.

    Nelle sue realizzazioni egli segue gli antichi canoni, ovvero quelli che assicurano il massimo splendore ai mosaici, rifuggendo dalle metodologie più semplici, per inserire direttamente le piccole tessere su una base di intonaco fresco. Ciò gli permette di utilizzare frammenti non appiattiti che, conservando una certa asperità esterna ed inclinazioni variabili di fronte alle sorgenti luminose, fanno risaltare al massimo gli effetti cromatici e di luce.

    Fedele custode delle tecniche tradizionali, Cappellato scopre anche il piacere di realizzare opere con materiali di risulta: scaglie di marmo, recuperate tra le macerie di una casa in demolizione, o lucenti sassolini raccolti presso un ruscello, possono costituire la materia prima delle sue creazioni. Le mani di Cappellato, seguendo i dettami del cuore, fanno rivivere immagini suggestive, spesso ispirate all’iconografia classica. E l’opera riluce tanto più preziosa ed espressiva, quanto più piccoli e numerosi risultano i frammenti accostati. Un lavoro minuzioso dunque, che richiede perizia tecnica e senso del colore, e che trova nell’artista di Bosaro un cultore attento ed innamorato.

  • L’antiaccademico Baratella

    L’antiaccademico Baratella

    L'ho incontrato sulla Riva degli Schiavoni. Guardava rapito la laguna. Al posto dei saluti, additandomi l'isola di San Giorgio, continuò, ad alta voce, le sue riflessioni: “Guidi ha sfuocato il paesaggio ed ha colto solo l’essenziale descritto dalla luce”. Con acute osservazioni decodificò alcuni aspetti della personalità artistica di Virgilio Guidi.

    Nella cornice di un mare smeraldino, sotto un cielo perlaceo, con la Salute sullo sfondo, ho avuto l’opportunità di conversare con il pittore Mosè Baratella.

    Era giunto a Venezia per ammirare il Tiziano e la Biennale; tappe d’obbligo, disse, per l’aggiornamento, per una lettura del passato, per arricchire lo spirito e per correggere il tiro. “I grandi, anche dal passato, insegnano sempre; mi sono formato ammirando i maestri. Ai miei tempi, la cultura era legata al benessere economico dei pochi e, conseguentemente, restava monopolio di una cerchia élitaria. L’Accademia restò solo un sogno; forse, se l’avessi frequentata non sarei ora pittore, ma un insegnante in pensione…”

    Parecchi anni fa, quando vestivano alla marinara, indubbiamente erano in pochi i fortunati che potevano completare un curriculum di studi. Le restrinzione dei tempi hanno giovato alla formazione artistica di Mosè Baratella, alimentando la passione, che lo segnò da bambino.

    Era il pupillo del maestro Sebastiano Toscano, soprattutto quando disegnava la campagna ed i volti dei compagni.

    Adolescente, si spingeva in bicicletta fino ad Arquà Polesine per assorbire le tecniche coloristiche del Goltara; accettò in dono dagli eredi la cassetta in legno contenente alcuni “Ferrario” ad olio: “le ocre, i bruni, il blue di prussia, erano i colori prediletti dall’arquatese”.

    Mi confessò che l'albero solitario, semispoglio, ingiallito, davanti alla fattoria, il pulcino morto alla Luigi Nono, la natura morta con l'uva ed il ritratto della nonna, temi cari dell'adolescenza, sono oggi reperti archeologici, se misurati con la forza espressiva di alcune opere di maestri contemporanei presenti alla Biennale.

    Secondo l'artista, la maestria esecutiva deve essere “ancilla” nelle raffigurazioni di indagini introspettive e di fenomeni sociali; “purtroppo, anche se non ho fatto neppure un giorno in camicia nera, né un sabato fascista, renitente alla leva e partigiano, ho vissuto la prima parte della mia vita nel clima tipico della “giovinezza-giovinezza” e l’arte di regime amava il mero estetismo, piuttosto della libera circolazione delle idee”. E così Baratella, ribelle a qualsiasi imposizione, si dimostrò tale anche in arte.

    Nel suo studio rodigino, alle pareti, emergono le correnti di un secolo; ha provato molte tecniche e numerosi stili con l’intento di rubare la linfa dei Maestri per raggiungere la sua arte. L’approdo è stato in un’arte singolare, antiaccademica, nella quale la luce definisce i corpi. Al di là della ricerca tecnica, le opere di Mosè Baratella si misurano con il tempo per l’attualità delle tematiche.

    Trentenne conobbe Gino Pinelli e, similmente al grande trevigiano, in quegli anni di ricostruzione post-bellica, non rimase influenzato dai movimenti innovativi. In quegli anni sposò ed abbandonò il futurismo, il cubismo e la metafisica per far sua un’arte personale, che univa, in simbiosi, l’espressionismo e l’impressionismo. Il risultato fu una produzione pacata, tutelata dalla libertà interiore ed esterna. Sono testimonianza di quel momento i ritratti di famiglia, i volti dei contadini, le figure delle massaie, i paesaggi polesani, il Canale, la rotta del Po. Tutti dipinti puliti, con i cieli tersi ed infiniti verdi.

    Seguirono i tempi della congiuntura, delle crisi, della contestazione sessantottina, della paura,… l’idillio arcadico venne sottomesso da cambiamenti d’umore in sintonia ai mutamenti sociali.

    Tele vibranti additano le piazze in fermento, la rivoluzione del sesso, preti che diventano savonaroliani crociati contro il malcostume, i giovani contestatori, la droga, l’aborto…

    Non è un’arte programma, né un simbolismo per delineare una cronaca, né una produzione partorita nella “casa del sordo” per fissare i fantasmi e le streghe; è il flash che coglie le paure del momento. Nelle “ultime notizie” è ritratto l’uomo qualunque mentre vede, tra i fatti di cronaca, la propria immagine di ricercato, colpevole di qualcosa. Nella tela “ragazza sul fiume” non è sdraiata sull’erba la prosperosa giovane di Manet, intenta a consumare la colazione, ma una fanciulla disinibita… “Una madre” butta via il nascituro; “l’avvocato”, sotto toga azzanna l’osso come un animale famelico… e gli occhi fissano lo spettatore. Sono proprio quegli occhi pungenti ed inquisitori che, dai numerosissimi autoritratti, scrutano l’animo umano, per trasmettere intime sensazioni. Denotano anche l’insofferenza, proprio com’è Baratella nella vita quotidiana.

    Apparentemente tranquillo, malcela l’irruente necessità di produrre. Avrebbe preferito vivere come un eremita pur di dedicarsi completamente alla pittura. La famiglia è stata per lui un fattore limitante; è stato comunque un padre esemplare e marito modello. Ha però trovato il tempo di creare molto e di accrescere il bagaglio delle esperienze pure attraverso la scultura e l’uso di diversi materiali cromatici.

    Quando Angelo Prudenziato sperimentava “le cortecce”, Baratella sovrapponeva colori di natura diversa; i due confessavano reciprocamente le esperienze lungo il Corso.

    In quest’ultimo periodo, su voluminose tele, è ritornato all’arte leggibile, bella, senza tempo, contraria alle avanguardie. Alcuni sono soggetti religiosi e, tra Cristi e Maddalene, quasi a mo’ di firma, esegue l’autoritratto. È forse segno di socratica modestia…

    Consapevole del proprio talento, ama vivere nell’ombra ed è schivo dei cenacoli locali; eppure ha riscosso validi riconoscimenti e le sue opere torreggiano in collezioni pubbliche e private.

  • Ugo Boccato pittore della luce

    Ugo Boccato pittore della luce

    Cent'anni fa, e precisamente l'8 dicembre 1890, nasceva ad Adria Ugo Boccato, un pittore che è stato un sicuro termine di riferimento per le vicende artistiche polesane del nostro secolo: e non solo per la sua longevità fisica ed artistica (è morto a 91 anni suonati, il 22 marzo 1982, e si era diplomato con tanto di primo premio alla Scuola d'Arti e Mestieri di Adria nel 1909), ma anche e soprattutto perché la sua attività di pittore era la risposta ad una vocazione autentica.

    Non è il caso di ricostruire qui la biografia dell'artista, anche se sarebbe ora di integrare e correggere le scarne e spesso imprecise notizie che Boccato diede di sé in occasione di mostre personali. Basti ricordare che, sebbene abbia avuto qualche insegnamento specifico (prima da un giovane pittore adriese, Antonio Cesellato, che aveva studiato all'Accademia di Belle Arti di Venezia, poi, come s'è accennato, nella Scuola d'Arti e Mestieri della sua città), Boccato fu un autodidatta; e che il periodo fu turbato dalla partecipazione a ben due guerre, quella di Libia e la prima mondiale.

    Fu una lunga parentesi di sradicamento che, se non impedì del tutto a Boccato di dipingere, lo tenne fuori dai fenomeni che allora maturavano nella cultura italiana (prima di tutti il Futurismo, avviato da artisti nati almeno dieci anni prima di lui) e quando poté riprendere la vita normale, era ormai l'epoca del cosiddetto “richiamo all'ordine”, quando, cioè, anche i più audaci protagonisti delle avanguardie d'anteguerra ritornavano alla pittura “figurativa”. Se poi si tien conto che per temperamento Boccato era poco incline alle speculazioni intellettuali, e preferiva l'emozione del rapporto diretto con le cose, si capisce perché il pittore non si sia mai scostato dal legame con il “vero” (qualche episodico esperimento di pittura “astratta” non ebbe séguito apprezzabile), al punto che i quadri eseguiti senza modello (non molti, invero) mostrano immediatamente delle debolezze di struttura.

    Boccato, dunque, fu un pittore sostanzialmente istintivo, che ben presto trovò nella sua Adria e nel Basso Polesine la dimensione psicologica adatta, senza per questo chiudersi nella mentalità provinciale: ché, anzi, esposti in mostre regionali e nazionali i suoi quadri ispirati al paesaggio polesano seppero spesso parlare un linguaggio nient'affatto dialettale ma, invece, sostenuto e chiaro, sebbene non d'avanguardia. Comunque la partecipazione a mostre di livello indiscusso come quello dell'Opera Bevilacqua-La Masa di Venezia, della Triveneta di Padova, della Permanente di Milano, per arrivare alla Quadriennale di Roma (1939) e alla Biennale di Venezia (1948), dice quanto basta per dare un'idea del livello raggiunto dalla pittura dell'artista adriese.

    Per essersi dedicato, a partire dagli anni '50, in modo prevalente a rappresentare il paesaggio bassopolesano, Boccato fu definito “il pittore del Delta”: ma si tratta di un'etichetta angusta anche se non gratùita: in realtà egli fu un valente pittore anche di figura, e di nature morte, nonché di fiori, sebbene a questo soggetto si sia dedicato pochissimo.

    Ma non si può giudicare un artista solo dai soggetti delle sue opere: quello che ne decide il valore è il modo in cui essi vengono realizzati.

    Nella lunga carriera dell'artista si debbono registrare – com'è naturale – diverse fasi. Quella iniziale (di cui, per altro, rimangono poche testimonianze) sembra caratterizzarsi per una pittura corposa e persino massiccia e impetuosa; dopo la prima guerra mondiale, anche per influsso del “richiamo all'ordine”, quella pittura si placa fino a controllare con molto rigore i mezzi espressivi; tuttavia sebbene a questa fase risalgano opere fra le più notevoli, è solo più tardi che la pittura di Boccato matura il suo tono autentico: quando, all'inizio del quarto decennio, la pennellata comincia a sciogliersi in una stesura vibrante e luminosa.

    Successivamente tale leggerezza cede il passo al ricupero di quella corposità che emergeva agli inizi, ma ora disciplinata da una più accorata esperienza che impedisce alla forza e alla vivacità di scivolare nell'anarchia. Poi la pittura di Boccato comincia a registrare il declino delle forze fisiche, ma alla fine risulta come profondamente spiritualizzata in toni trasparenti di una gamma acidula di colori che tuttavia sono pieni di luce.

    Era questa, del resto, la sua vera mèta: scoprire che il fascino della materia-natura che ci circonda consiste nel rivelarci quella realtà impalpabile ma determinante che è la luce. E questo spiega il suo concentrarsi sul paesaggio ricco d'acque del Basso Polesine.

    Circa settant'anni di attività, dunque; e, comprensibilmente con alti e bassi, come si verifica, sia pure in vario modo, per tutti gli artisti. Ma il bilancio complessivo ci permette di individuare in Boccato una delle figure più significative della pittura polesana.

  • Premio Renoir al prof. Pier Giorgio Zambonin

    Premio Renoir al prof. Pier Giorgio Zambonin

    Le Regioni Puglia e Basilicata, con la partecipazione delle Università di Bari, Lecce e Potenza, hanno istituito un importante riconoscimento “Il Premio Renoir” da assegnare annualmente a due personalità del mondo della cultura e delle scienze che – provenienti da altre regioni – abbiano contribuito con la loro opera a sviluppare e dare lustro a quest’area del Mezzogiorno d’Italia.

    Quest’anno uno dei premiati è stato il polesano Pier Giorgio Zambonin, docente di chimica analitica presso l’ateneo barese. Le motivazioni della scelta riguardano, oltre l’attività di ricerca del docente, il suo impegno per lo sviluppo ed il consolidamento del corso di laurea in chimica dell’Università in cui opera, i numerosi interventi a sostegno di iniziative regionali nel settore del controllo e della salvaguardia dell’ambiente e del territorio, l’affiancamento di operatori di giustizia in ricerche ed analisi chimiche connesse con importanti casi giudiziari, il suo impegno nel settore della chimica clinica.

    La cerimonia di premiazione ha avuto luogo presso le Terme di S. Cesaria, nel Salento, alla presenza di autorità politiche ed accademiche regionali e nazionali ed è stata occasione di incontri e dibattiti in vari settori della ricerca scientifica ed artistica.

    Pier Giorgio Zambonin, nato a Castelguglielmo nel 1935, si è laureato in chimica presso l’Università di Padova nel 1959. Docente presso l’Università di Bari dal 1963, anno di nascita dell’Istituto di chimica analitica, è professore ordinario della stessa materia dal 1974. Ha svolto gli incarichi di direttore del Seminario di studi chimici e dell’Istituto di chimica analitica della Facoltà di scienze.

    Presidente per due trienni della Sezione Puglia della Società chimica italiana, è attualmente presidente nazionale della Divisione di chimica analitica e rappresentante italiano per la chimica analitica in seno alla Federazione Europea delle Società chimiche.

    Usufruendo di vari congedi di studio, il professor Zambonin ha trascorso diversi anni presso prestigiose università straniere (Pennsilvania State, Oxford, Norvegien Politechnic, New Castle, etc.) dove ha allacciato rapporti scientifici con qualificati gruppi di ricerca, generalmente sfociati in collaborazioni con largo scambio di ricercatori e sostenute da finanziamenti nazionali ed internazionali.

    In quasi un trentennio di lavoro ha contribuito a creare in Puglia un’apprezzata “Scuola di chimica analitica” che ha promosso la formazione di numerosi laureati e ricercatori inseriti in diversi settori di attività, non escluso quello accademico. In quest’ultimo campo la scuola barese ha, tra l’altro, “fornito” docenti a prestigiose, antiche università del Nord Italia, oltre a università di nuova istituzione come quella della Basilicata.

    Il professor Zambonin è autore di circa 150 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali in settori quali: nuove fonti di energia, nuovi materiali, biosensori, metodi per analisi di tracce in campo ambientale e biomedico.

    Ha avuto recentemente un significativo riconoscimento da parte dell’Associazione italiana ricerche sul cancro (AIRC), che ha stanziato (cosa abbastanza unica per un non-medico) la somma di 300 milioni per sostenere alcune ricerche del professor Zambonin nel campo d’avanguardia dei “marchers” tumorali, in particolare la loro caratterizzazione e determinazione chimico-analitica.

    Pier Giorgio Zambonin conta ancora molti amici a Castelguglielmo, suo paese di origine e di residenza della sua famiglia, ed in altri centri polesani, specialmente a Lendinara, ove ha vissuto negli anni in cui ha frequentato la scuola media ed il liceo scientifico.

    A Castelguglielmo trascorre parte del suo tempo libero (per la verità molto poco) dedicandosi al tennis ed alla pesca, sport che ha sempre praticato con grande passione. In gioventù è stato anche portiere della locale squadra di calcio “Audace”.

  • L’Hotel Villa Regina Margherita

    L’Hotel Villa Regina Margherita

    Se è evidente che la città ha bisogno di espandersi in nuove zone per attuare le proprie possibilità di sviluppo, è altrettanto vero che è sempre più sentita l’esigenza di riscoprire spazi originali, legati alle radici storiche cittadine, caduti in disuso magari a causa del degrado e del logoramento delle strutture. In questi casi un sapiente intervento di recupero può permettere un reintegro di ambienti, interessanti per l’immagine della città, promuovendo occasioni di vita di relazione, ed in definitiva rivitalizzando lo stesso tessuto sociale collettivo.

    Proprio in quest’ottica quattro anni fa ha preso l’avvio un’accurata azione di ripristino dell’ex albergo Bologna, nella centrale via Regina Margherita. Si è trattato di un’opera attenta sia agli aspetti formali ed estetici, sia alle esigenze di razionalizzazione degli spazi e dei servizi.

    È nato così il nuovo “Hotel Villa Regina Margherita”, che prende il nome dall’omonima via su cui sorge, realizzato con la specifica finalità di creare, nel centro di Rovigo, una splendida struttura in grado non solo di offrire un qualificato servizio, ma più propriamente di esaltare lo stesso senso di ospitalità e di accoglienza del capoluogo polesano.

    Il “Regina Margherita” è stato dunque progettato guardando innanzitutto al recupero di un bene che, per la sua stessa funzione, coinvolge direttamente tutta la collettività, e ponendo nel contempo attenzione ad offrire quel confort e quei servizi che rendono il soggiorno gradevole e rilassante. Con le sue 22 stanze, dotate di ogni servizio, ed arredate seguendo un’idea unitaria di raffinatezza e buon gusto, l’hotel Villa Regina Margherita dispone dei requisiti ottimali affinché l’ospite possa trovarsi completamente a suo agio a gradire la parentesi rodigina.

    Fiore all’occhiello della rinnovata struttura è il “Ristorante Villa Regina Margherita” che assicura il piacere di assaporare, in un ambiente esclusivo ed accogliente, piatti desunti dalla cultura veneta delle cucina, ed arricchiti da un magico tocco di creatività. Tutto ciò al fine di offrire la possibilità di riscoprire ed apprezzare l’autentico piacere di stare a tavola.

    Al piano inferiore si aprono sale esclusive per incontri e congressi. Si tratta di ambienti estremamente eleganti e funzionali, particolarmente idonei per meeting, congressi e riunioni di vario genere. Tutte le sale sono dotate di attrezzature e tecnologia di avanguardia, al fine di assicurare la migliore comunicazione tra i partecipanti e la perfetta riuscita degli incontri.

    Un hotel a quattro stelle, realizzato dunque con l’obiettivo di offrire a Rovigo e alla sua provincia un importante punto di riferimento per le migliori occasioni dello stare insieme.

  • Un corso universitario in Polesine

    Un corso universitario in Polesine

    È stata inaugurata venerdì 20 luglio 1990, presso il polo tecnologico della Bassano Grimeca Spa di Ceregnano la “Scuola Diretta di Informatica” dell’Università di Padova, facoltà di Ingegneria. Tale scuola, istituita con decreto del Presidente della Repubblica, nasce grazie ad una convenzione tra l’Ateneo di Padova, il Consorzio Universitario a distanza (CUD), la Bassano Grimeca Spa e la Camera di Commercio di Rovigo, attraverso l’azienda Polesine Innovazione.

    Si tratta di un’iniziativa di consistente rilievo sul piano culturale, che tra tre anni “produrrà” i primi polesani esperti in informatica, cioè tecnici muniti di una specializzazione a livello universitario, che saranno a disposizione delle imprese polesane che puntano sull’innovazione tecnologica in azienda.

    La cerimonia inaugurale, durante la quale è stata apposta la firma all’atto costitutivo, si è svolta pubblicamente nell’aula magna del nuovo complesso universitario ed ha visto la presenza del prefetto Raffaele Guerriero, dei parlamentari polesani, di diversi sindaci, tra cui quello di Rovigo, Carlo Brazzorotto, di esponenti del mondo economico, culturale, politico, sindacale.

    Nutriti gli interventi della serata. Ha aperto i lavori, con un breve indirizzo di saluto ai presenti, il sindaco di Ceregnano Renzo Spadon. L’Assessore alla Cultura dell’Amministrazione Provinciale, Antonella Bertoli, ha portato inoltre il saluto dell’Ente, ed ha manifestato il proprio compiacimento per l’iniziativa.

    A sua volta il Presidente della Bassano Grimeca, Cav. Angiolino Grillini, ha sottolineato come iniziative di questo genere abbiano un ruolo determinante per la crescita imprenditoriale e culturale del territorio polesano.

    Anche il Presidente della Camera di Commercio, Comm. Archimede Zambon, ha evidenziato l’importanza per il Polesine di questo avvenimento che consente, per la prima volta, la presenza dell’Università nella nostra terra. La scuola, ha precisato il Comm. Zambon nel suo intervento, ha lo scopo di formare personale specializzato nel settore dell’elaborazione automatica. Sono ammessi i diplomati degli istituti di istruzione secondaria superiore, secondo, le disposizioni vigenti per l’ammissione ai corsi di laurea in ingegneria.

    Successivamente il Direttore del Consorzio Universitario a distanza (CUD) Dr. Francesco Lata, ha spiegato che l’iniziativa si inquadra nel nuovo modello di didattica universitaria che consente di superare molte barriere. Al consorzio, nato nel 1984, aderiscono sedici soci, tra Università e grandi industrie italiane. Nel Veneto i primi due centri sono sorti a Rovigo e a Treviso.

    Il prof. Mario Bonsembiante, magnifico rettore dell’Ateneo di Padova, si è soffermato sulla valenza di un diploma universitario in informatica, augurandosi che “questo embrione possa diventare una pianta di grosse dimensioni”.

    L’Assessore Regionale all’Agricoltura Geom. Giulio Veronese ha fatto presente di aver proposto che il programma della prossima Giunta Regionale riservi un “privilegio” al Polesine, e si è augurato che questa iniziativa sia la prima tappa per l’avvio di altre attività analoghe.

    Ha chiuso i lavori il Presidente della Giunta Regionale del Veneto Dr. Gianfranco Cremonese: ha detto che Università, impresa ed ente locale quando impegnati in progetti ad alto investimento “rendono possibili accelerazioni che producono poi positivi effetti a cascata”.

  • Un Polesano in Giappone

    Un Polesano in Giappone

    Ha iniziato a 13 anni – l’età in cui gli altri ragazzini giocano al pallone, organizzano scampagnate in bicicletta – Olindo Meneghin a conoscere i misteri della pasta sfoglia e dei babà al rum, la magia delle crépes e dei marrons glacés. Pasticcere per vocazione, ha raggiunto ormai le più alte vette e la sua qualità artigiana non ha più confini in senso reale e metaforico, visto che il paese del Sol Levante è per lui ad un tiro di schippo, da quando corre là almeno due volte l’anno per insegnare ai giapponesi i segreti del pandoro e del panettone.

    Tra i nipponici e il Maestro Pasticcere si è creato uno stretto legame anche umano. I dirigenti della Donq, la fabbrica giapponese che gli ha dato importanti incarichi, sono venuti anche al matrimonio dei suoi figli, e c’è un continuo scambio di ospitalità tra di loro.

    Anche se Meneghin vola nei cieli di Madame Batterfly, non trascura le tradizioni polesane, anzi le perfeziona e le approfondisce, dando prova di grande amore alla sua terra. Ha recentemente rielaborato la “miazza” una ricetta depositata all’accademia dei Concordi dal pasticcere Giacomo Basso nel 1821. Mele, fichi farina gialla melassa, con l’intervento del nostro pasticcere badiese, hanno preso le giuste proporzioni e sono diventate una ricetta ben precisa, degna di essere distribuita a tutte le pasticcerie polesane.

    Questo fantasioso pasticcere da alcuni è considerato un record-man dei concorsi: ha, fra l’altro, vinto l’“oscar della pasticceria” a Roma per la genuinità dei prodotti presentati. Il sig. Olindo, nato nel 1921 in provincia di Padova, ha collezionato esperienze dolciarie di ogni tipo, lavorando per locali arcinoti come Baessato e per il mitico Pedrocchi in veste di capopasticcere. Ha avuto una proficua prestazione alla Motta di Milano e nelle Principali pasticcerie torinesi.

    Da qualche tempo si è dedicato a delle vere e proprie “sculture” in zucchero, candidi capolavori di perizia e pazienza per mezzo delle quali riproduce monumenti ed edifici della nostra terra.

    Sta preparando su questa linea una grande sorpresa: sarà esponente della giuria dei prodotti dolciari che verranno esposti alla Camera di Commercio a Rovigo, per l’azienda di Promozione Turistica e, proprio in quell’occasione, esporrà una sua scultura riproducente il Salone del Grano. Sono occorsi 20 chilogrammi di zucchero e due mesi di lavoro per questa virtuosistica opera del fantasioso pasticcere.

    Stakanovista delle “dolcezze”, Meneghin detiene a buon diritto, il primato in campo della pasticceria ed esperimenta sempre nuove vie, nuove esperienze, pur nel rispetto della tradizione e del passato.

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