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Archivi: Articoli d’archivio

  • Una giornata a San Basilio

    Una giornata a San Basilio

    Una chiesetta romanica in groppa all’unico "monte" superstite, una manciata di case, una trattoria, qualche acacia figliata dall’aridità della sabbia. Un silenzio d’altri tempi, ingigantito dalle pastose nebbie invernali ed accentuato dall’estivo frinire delle cicale.

    San Basilio, a ridosso del Po di Goro che fluisce oleoso e pigro tra due verdi nastri di pioppi e salici, si culla in uno dei più suggestivi paesaggi della Bassa polesana, tra piatte campagne immalinconite da qualche vecchia casa abbandonata, in uno scenario che mantiene inalterato l’originario rapporto uomo-natura.

    Tutto qui sembra avere sapore di umanità antica, dal sarcofago romano posto a guardia della chiesa, al pulsare lento della vita, allo stesso toponimo dall’aria vagamente misteriosa che rievoca lontani fasti bizantini. Un’umanità antica nobilitata da tradizioni non da poco, come quella che vuole San Basilio in stretto rapporto culturale ed economico con la Pomposa benedettina del 1100 e 1200. O, ancora, come quella che vuole Dante, reduce da un’ambasceria a Venezia per conto di Guido Novello da Ravenna, febbricitante ed ormai prossimo alla morte, ospite dei monaci di San Basilio una notte dell’aprile 1321.

    E di antichità vera, concreta, sono disseminate le campagne tutt’attorno. Però, muri, muretti, pavimenti, mosaici, tombe, mattoni, lucerne, chiodi, monete, perline, vetri, cocciame d’ogni genere in questo paradiso dal nome orientale non fanno più sensazione, perché da sempre entrati nella realtà quotidiana.

    Le poche ed imprecise fonti dei secoli scorsi ci ragguagliano sul rinvenimento di "urne sepolcrali di smisurata grandezza… vuote ed abbandonate sulla sabbia", di "prodigiose quantità di monete antiche d’argento e d’oro", di lapidi, di mattoni con bollo, di sepolcreti, di pavimenti musivi… Insomma, un eden archeologico andato distrutto o disperso per l’incuria dell’uomo che, in quanto affiorava dal terreno, per lo più vedeva un ostacolo ai lavori agricoli. C’è stato, è vero, chi in passato ha cercato di strappare qualche segreto alla terra fertile, ma è passata più simpaticamente alla storia l’impresa di uno spirito intraprendente che, in regime di autarchia, si creò una fortuna scavando in terreno non suo, e vendendo le condutture in piombo di una villa romana.

    Infatti tutta la zona di San Basilio era occupata da una serie di villae rusticae, quelle grosse fattorie disseminate nei territori rurali, nerbo dell’antica economia agricola d’epoca romana, autosufficienti non solo nella produzione del fabbisogno alimentare, ma anche di quanto altro serviva per le più svariate esigenze della vita quotidiana. Qua e là c’erano i relativi sepolcreti.

    Dal 1977 al 1980 parte di una di queste villae fu scavata con criteri scientifici. Con sorpresa si constatò che essa aveva avuto ben sei secoli di vita, dal I a.C. al V d.C.! Ma ancor più grande fu la sorpresa quando si scopersero tracce di un insediamento preromano di VI-V sec. a.C., con materiale paleoveneto, greco, etrusco! Una scoperta che aveva del clamoroso e che determinò alcune ulteriori campagne di scavo, a partire dal 1983.

    Dunque, nella zona di San Basilio l’uomo è vissuto pressoché ininterrottamente fin dal VI sec. a.C…. L’attenzione della ricerca ufficiale si concentrò su questo angolo di sogno, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio di quelli Ottanta.

    La fotografia aerea confermò quanto ipotizzato già in passato dagli studiosi: San Basilio andava identificata con la mansio Radriani o Hadriani, stazione di sosta e di cambio sulla romana via Popillia che il console P. Popillius Laenas fece costruire da Rimini ad Adria nel 132 a.C. (erano tempi in cui le opere pubbliche rispettavano ritmi di esecuzione ben diversi da quelli attuali). Proprio da qui, in età claudia, si staccò un percorso che serviva a raggiungere Aquileia seguendo verso nord l’originario cordone di dune fossili, ora scomparso.

    Mai, fino a quegli scavi, l’archeologia aveva guardato tanto ad est di Adria. San Basilio era diventato importante.

    Ma come conservare memoria di quanto andava emergendo? Era impossibile mantenere in situ le strutture scavate, perché acqua e fango le avrebbero demolite. Naturalmente furono ricoperte dopo la documentazione di rito. Veniva così a cadere l’attrattiva più valida per un certo tipo di turismo, destinato a vivere la breve stagione dello scavo. Sopravvisse per un po’ il turismo domenicale dei ricercatori in proprio che, armati di sportine di nylon, razzolavano alla ricerca di qualche tesoro.

    Nacque l’idea di istituire un piccolo museo che fu realizzato con tanto amore e tanta buona volontà in locali contigui la chiesetta.

    Ora sembra prendere corpo la costruzione di un moderno complesso polivalente sull’area della vecchia scuola elementare ormai inutile perché la gente, da qui se n’è andata via quasi tutta. Dovrebbe nascere una cosa molto bella, anche se un po’ fuori mano e priva di un’utenza locale consistente. Un po’ campanilistica ed emotiva, per quanto legittima, sembra pure l’aspirazione alla creazione del museo locale proprio quando, per ovvie ragioni di conservazione, si tende a non polverizzare le iniziative museali, ma a valorizzare il museo come entità rappresentativa di un’unità territoriale.

    Ben più giustificato risulta invece l’intervento mirante ad arrestare il degrado della chiesetta, in assoluto la più antica costruzione (sec. X?) del Basso Polesine.

    Resta comunque, San Basilio, una realtà unica.

    È ben vero che la motorizzazione dilagante ha parzialmente tolto alla località quell’aureola di oasi incontaminata di cui solo un decennio fa poteva ancora vantarsi. La trattoria, ora anche pizzeria, provvede a rendere movimentate le serate. La buona cucina, di cui essa va fiera e per la quale è famosa, richiama gente anche da lontano. Ma è altrettanto vero che la presenza umana si mantiene entro i limiti della discrezione e non altera assolutamente l’equilibrio dell’ambiente.

    Meno discreto e rispettoso è stato invece l’intervento dell’uomo quando ha spianato e distrutto le dune che si snodavano, alte anche fino a 10-12 metri, verso Taglio di Po, fitte di vegetazione particolare, cariche di profumi, ricche di ricordi di giochi infantili e di giovanili approcci amorosi. Non s’è salvato nulla.

    Le ruspe, oltre alla sabbia, hanno portato via anche i misteri che essa celava: come le centinaia di scheletri "allineati e coperti", con i loro miseri stracci ancora addosso e le catene ai piedi, che l’escavatore ha tranciato senza pietà nel 1977, durante uno dei numerosi scassi. Forse una fossa comune per le vittime di un’epidemia scatenatasi nei secoli delle grandi pestilenze.

    Per fortuna, però, se sono quasi scomparse le specie vegetali xerofile che ricoprivano le dune, sono rimasti pioppi e salici in quantità: bagnano le proprie fronde nell’acqua del Po di Goro, dove offrono rifugio sicuro ad innumerevoli varietà di uccelli.

    Una gita in barca su questo ramo poco frequentato ed ancora vergine del grande fiume appare a questo punto opportuna per una conoscenza completa della zona sotto il profilo turistico: un’esperienza indimenticabile, anche per la visione ravvicinata degli aironi che sempre più numerosi popolano quel folto verde e movimentano l’ambiente con la loro affascinante presenza.

  • Seguendo la via dell’ambra

    Seguendo la via dell’ambra

    Sulla spiaggia di Rosolina, sui campi da tennis e di golf di Albarella, sulle strade immerse in sterminate plaghe bonificate, in mezzo al dedalo dei canneti, sugli scanni solitari del delta, avevo trovato la natura, la distensione. Esperienze a lungo attese, sognate forse. L'appagamento fisico che scaturisce da un contatto diretto e partecipativo con l'ambiente avevano ricreato anche lo spirito.

    Ma nel bel mezzo della vacanza il mio istinto cittadino riemergeva, prima timidamente, ma via via con sempre maggiore prepotenza.

    Fame di città, di rapporti, di orizzonti corti, di comodità, di luci artificiali, di gusti normali. Forse, ma più probabilmente, era la necessità di un intermezzo. Come quando stai mangiando qualcosa di molto saporito e inframmezzi ogni tanto pane per ripetere l'impatto col gusto. Voglia di città, insomma.

    Il Delta ti dà molte sensazioni, ma non una città. Vagare nei paesi del delta non è come passeggiare in un centro storico. Ed è questo che volevo.

    Adria, la città alle porte del Delta, poteva essere la mèta. Questo nome mitico, evocante civiltà antiche propiziate dal grande fiume, su cui si affacciava fiorente già sette secoli prima di Cristo, suscitava una legittima curiosità.

    Ma per andarci mi scocciava prendere un autobus o l'auto, percorrere strade asfaltate, con segnali e divieti. Avrei voluto assecondare la fantasia, ripercorrere modi antichi di viaggiare, attraversare quei “sette mari” che avevo visto segnati tra la foce dell'Adige e del Po nelle antiche carte, risalire il fiume all'interno fino al porto sicuro di Adria.

    La via dei Greci, degli Etruschi, la via dell'ambra, dove sud e nord si scambiavano simboli di civiltà, miti e tradizioni, artigianato e agricoltura. Adria doveva essere il cuore di questo scambio. Solo così si spiega come questa città, e non altre, potesse contrassegnare tutto un mare importante come l'Adriatico, strategico passaggio-incontro sud-nord ed est-ovest.

    Mi bastò informarmi nei posti giusti per venire a sapere che forse il mio desiderio poteva avverarsi.

    Il mercoledì partiva da Albarella un battello per Adria. Questo fuori programma, a metà settimana, si presentava decisamente invitante, anche per spezzare il ritmo balneare. Fu così che approfittai del servizio.

    Carico di aspettative, mi imbarcai sul battello “Delfino”, ancorato nel porto di Albarella, in mezzo ad una selva di yatch di varie dimensioni.

    Una volta imboccato il Po di Levante, l'attuale via navigabile, già tra i passeggeri si cominciò ad instaurare una specie di cameratismo. Il mio solito rudimentale tedesco e francese mi dava la possibilità anche di scambiare impressioni sul paesaggio. Al di là degli argini, Porto Levante, paese di pescatori, e poi a destra e a manca grandi estensioni vallive. Sembrava davvero, tra voli di aironi, nidi di folaghe, cortine di tamerici, ruderi di vecchi borghi di decumano acqueo attraversante i sette mari di Plinio.

    Senza troppo interferire con la nostra fantasia, una guida ogni tanto interveniva per spiegarci come quello fosse il regno del pesce pregiato: anguille, branzini, orate, cefali. Quei casoni isolati in mezzo alle valli da pesca, con quel caratteristico grande camino bombato, sembravano fatti apposta per evocare scene di vita appartenenti ad un mondo lontano dal quotidiano, sconosciuto e affascinante.

    Montagne bianchissime annunciarono una fabbrica per la lavorazione del sale, e poi ecco apparire la Conca di Volta Grimana. Una bettolina, che trasportava un'enorme quantità di idrocarburi, provenienti dal Po di Venezia, era appena uscita dalla Conca, necessaria a superare il dislivello tra i due rami del Po. Ma poi piegammo verso destra, imboccando il Canalbianco, un canale che oggi ripercorre grosso modo il tracciato di un antico ramo del Po, e che ci avrebbe condotto fino ad Adria.

    I nostri battellieri, i fratelli Vicentini di Corbola, sono due uomini del Po, con un passato di barcari che hanno percorso tutte le vie navigabili che sfociano nel nord Adriatico. Un passato che emerge dai loro volti e dalle loro storie, ricche di aneddoti che sanno di avventura, ma anche di duro lavoro.

    Sbarchiamo all'approdo del Centro Sportivo Vidale di Adria. Riprenderemo il battello per il ritorno nel tardo pomeriggio. La nostra guida ci prospetta un ventaglio di possibilità per la giornata ad Adria: il mercato in piazza, i monumenti e le vie del centro, il Museo Archeologico, le chiese, qualche forma di artigianato. Nel frattempo, io mi ero preoccupato di annotare due o tre ipotesi di ristorantino e – perché no – di bettola tipica dove far sosta durante il giorno di visita ad Adria e fare il pieno di carburante e di folclore locale. Assieme ad una decina di altri passeggeri, con cui avevo fatto amicizia durante il tragitto, siamo riusciti a portarci dietro la guida, un divertente signore di mezza età, di nome Giorgio, molto colto, disponibile e discreto. Sapremo in seguito, che tutte quelle qualità non erano frutto del caso, ma di una professionalità costruita con sapienza sul tronco di una certa predisposizione naturale e culturale. Significativo il nome della cooperativa di cui Giorgio fa parte: Turismo e cultura. Non abbiamo esaurito tutto il ventaglio di proposte: sarebbe stato pazzesco! Abbiamo scelto, cercando distensione, incontro, scoperta.

    La passeggiata nel centro ci ha fatto scoprire le abitudini degli abitanti: la visita alla Cattedrale è stata come un viaggio alle origini del cristianesimo in una delle più antiche diocesi. Il Museo, arioso e ben disposto, ci ha fatto apprezzare le antiche civiltà presenti in città. Siamo stati perfino testimoni dei processi di lavorazione della famosa Ciabatta Polesana, ospiti dei Molini Cavallari, con gustoso assaggio di pane fresco e mortadella.

    Al reimbarco ci accompagnava la sensazione di una giornata piena e diversa, ma anche l'impressione di un discorso che, lungi all'essere concluso, meritava un adeguato completamento. Il cantiere, il grande caseificio, l'artigianato tipico, il maneggio, gli altri monumenti non visti, qualche polveroso fiore dell'antica biblioteca, qualche altro ristorante, una visita alle mostre e gallerie d'arte: tante altre possibilità che un giorno solo ad Adria non poteva darci, ma che una brava guida ci aveva fatto desiderare.

    Un rammarico: l'antichità di Adria espressa solo nel Museo. Se, com'è facilmente immaginabile, il suolo adriese è una miniera di reperti, perché non è possibile visitare l'ombra di uno scavo archeologico?

    La mia voglia di città era comunque stata ben soddisfatta. Mentre il battello seguiva lento il corso della corrente, il tramonto annunciava il ritorno agli spazi pieni di luce del Delta. Anch'io come Fetonte, il figlio del Sole, aspettavo di reimmergermi in questo paesaggio.

  • Il “Pacchetto Polesine”

    Il “Pacchetto Polesine”

    Che il Polesine stia uscendo dalle indistinte brume di un territorio senza fisionomia è un dato di fatto.

    La “terra dei grandi fiumi” ha finalmente iniziato a presentarsi con il suo volto più originale e le sue peculiari caratteristiche ambientali. È però evidente che un riconoscimento adeguato dei valori paesaggistici ed artistici richiede una intelligente attività delle istituzioni al fine di sviluppare, di concerto con gli operatori privati del settore, occasioni di promozione turistica.

    Ed un ruolo di rilievo in questo senso è riservato indubbiamente all'Amministrazione Provinciale. Ci incontriamo pertanto col dott. Luigi Zanforlin, assessore provinciale al turismo, al fine di conoscere le strategie della Provincia nei confronti della promozione del territorio polesano.

    L’intervista che segue tocca gli immancabili problemi sul tappeto, alcuni dei quali di non immediata soluzione, ma evidenzia anche motivate speranze di sviluppo.

    Assessore, come viene incentivato il flusso turistico verso il Polesine?

    “C’è da sottolineare innanzitutto il ritardo con cui nella nostra provincia si è cominciato a guardare al turismo come occasione di sviluppo economico. Per troppo tempo si è pensato che la soluzione ai problemi economici ed occupazionali potesse venire soltanto da insediamenti a carattere industriale. È necessario recuperare questi ritardi, e l’Amministrazione Provinciale sta agendo sia a livello di programmazione delle infrastrutture con il Piano Turistico del Delta, sia per incentivare occasioni di sviluppo attraverso finanziamenti mirati, resi possibili dalla legge regionale n. 34 del 1984; sia ancora sul piano della promozione, attraverso la presenza sempre più qualificata a specifiche fiere nazionali ed internazionali, proponendo fra l’altro il “Pacchetto Polesine”. Si tratta di un’offerta a costo prefissato per una presenza turistica di breve durata sul nostro territorio; uno strumento questo importante non solo per gli utenti, ma anche per poter stabilire concreti contatti con gli operatori turistici sia nazionali che esteri”.

    Quali le ricadute di questa iniziativa?

    “È ancora prematuro tentare qualche bilancio: la domanda turistica del ’91 è da poco iniziata. Va comunque sottolineato che il “pacchetto”, oltre ad incentivare le presenze, è servito anche di stimolo agli operatori turistici polesani, che hanno collaborato con impegno al varo dell’iniziativa”.

    C’è chi afferma che al turismo in Polesine credono di più gli stranieri che i residenti, e citano il caso di Albarella fatta decollare da capitali svizzeri o il progetto tedesco di Centro Vacanze che dovrebbe sorgere nel comune di Taglio di Po.

    “La fiducia degli operatori esteri per il nostro territorio è da vedersi in positivo: è evidente che si sta affermando un nuovo modello di vacanza che vede il Delta del Po come importante punto di riferimento”.

    Il Delta, una risorsa da preservare: come si spiegano i progetti di raddoppio della centrale termoelettrica?

    “Volenti o nolenti la centrale termoelettrica è un dato di fatto con cui è necessario fare i conti. L’obiettivo è quello di fare in modo di ottenere dall’ENEL interventi per ridurre le immissioni inquinanti. Proprio recentemente si è registrato un intervento dell’autorità giudiziaria, che ha riscontrato delle irregolarità negli scarichi liquidi. Vi sono però anche i gas immessi nell’atmosfera: se la via per assicurare nuovi investimenti al fine di dimezzare l’inquinamento è quella di concedere all’ENEL un contemporaneo potenziamento degli impianti, non vi devono essere opposizioni preconcette. La tecnologia più avanzata può permettere di coniugare le esigenze dello sviluppo con quelle dell’ambiente”.

    Parlare di tutela ambientale significa per il Delta definire le caratteristiche del Parco. Quale idea persegue il suo assessorato? È meglio secondo lei puntare su un parco nazionale come auspicano le forze ambientaliste o su un parco interregionale da altri ritenuto più in sintonia con le esigenze locali?

    “Anche su questo argomento ritengo vada perseguita una strada di concretezza, senza ancorarsi a dei principi astratti per ragionare nel concreto, con la consapevolezza dei reali problemi, ed evitando di accettare acriticamente, per la nostra terra, un parco disegnato da altri. Il Delta costituisce una grossa occasione di sviluppo turistico che va studiata attentamente”.

    Torniamo allora al concreto e all’immediato: quali sono i progetti che il suo assessorato sta seguendo più da vicino?

    “Tra breve saranno completati cinque nuovi attracchi per imbarcazioni da diporto nella zona del Delta per favorire la visitazione del Polesine da parte di quanti praticano questo tipo di turismo. La Provincia si è impegnata con contributi di 200 milioni per ogni attracco. Poi abbiamo finanziato i lavori di recupero della chiesa di S. Basilio, con la realizzazione di un centro culturale polivalente. Un altro finanziamento è rivolto alla realizzazione del Museo della bonifica di Ca’ Vendramin. Stiamo poi utilizzando un finanziamento CEE di un miliardo per la creazione di itinerari equestri nel Delta. Ci stiamo inoltre impegnando per finanziare strutture ricettive, tra cui due ostelli rivolti prevalentemente al turismo giovanile, con l’obiettivo di costruire i presupposti per fare decollare il turismo nella nostra provincia”.

  • UN PARCO NELLA TERRA DEI GRANDI FIUMI

    UN PARCO NELLA TERRA DEI GRANDI FIUMI

    I depliant pubblicitari del nostro Polesine da sempre censurano l'immagine della centrale termoelettrica di Porto Tolle. È infatti fin troppo evidente che la sua mole ciclopica rappresenta una palese stonatura estetica (senza entrare nel merito dei problemi di inquinamento) nei confronti del circostante fragile paesaggio, fatto della leggerezza della spuma, in cui acque fluviali e marine lambiscono giovani terre, tuttora in fase di costante evoluzione.

    Simbolo di scelte politiche contradditorie e di una atavica sfiducia nei confronti di un possibile ritorno economico dall'investire nell'ambiente, la centrale torna ciclicamente a far parlare di sè e della sua realizzazione proprio alle foci del Po. Un'ambiente questo nei confronti del quale una crescente parte dell'opinione pubblica sottolinea la vocazione naturale, chiedendo la costituzione del “Parco del Delta”.

    Non so se il Polesine abbia per il suo futuro carte migliori da giocare rispetto a quella rappresentata dall'istituzione del Parco: è scontata una immediata accelerazione del settore terziario, l'unico che attualmente dia garanzie di nuovi posti di lavoro, ed è pacifico che alla nostra provincia deriverebbe una nuova e gradevole immagine. Un valido antidoto per cancellare quel “cono d’ombra” di cui da più parti si parla.

    “Turismo e Cultura” è il nome della editrice di “Ventaglio Novanta”, una cooperativa che ha scelto un binomio chiaro come programma della propria azione intesa a valorizzare un settore per troppo tempo nel Polesine considerato marginale. E questa rivista testimonia tale impegno, dando inoltre spazio ad interventi di quanti operano avvertendo i profondi legami con la terra dei grandi fiumi e proponendo armonici progetti di sviluppo.

  • Una poetessa da non dimenticare

    Una poetessa da non dimenticare

    “Vissi solitaria e riservata amante solo della cultura letteraria che un po’ mi conquistai da me sola, senza scuole e senza maestri, appassionandomi alla lettura di scritti seri e celebri facendo l’abitudine di leggere e rileggere meditando e soprattutto gustando i grandi pensieri dei grandi pensatori…”

    Con queste parole Argia Castiglioni Vitalis descrive nel testamento il costituirsi in lei della passione per la poesia e la letteratura.

    Nata a Rovigo il 4 maggio 1855, da famiglia ebraica, fin dalla giovinezza manifesta prepotente la vocazione poetica. A 17 anni compone un carme per l’amica Sofia Consigli Delaito intitolato “Ad una giovane madre”. La ricca produzione occasionale pervenutaci manifesta la sua partecipazione personale ai momenti importanti della vita familiare “Ad Arrigo Cavaglieri per il conseguimento della laurea in legge”, diversi idilli per nozze “Cavaglieri-Terni”, “Formiggini-Cavaglieri” o “Gina” ma anche la condivisione del profondo dolore per la morte del cugino Guido Cavaglieri, docente all’Università di Roma.

    La sua vera ispirazione poetica si coglie nelle raccolte “Non invano” (1896), “Ultime voci” (1914), “Tutta l’anima” (1920) e Patria (1915) che riflettono una sensibilità alimentata dalla conoscenza e dalla lettura dei poeti più rappresentativi del secolo XIX: Pascoli, D’Annunzio, Carducci, ma soprattutto una composta dignità letteraria.

    Spirito colto e versatile è chiamata a presentare in Accademia dei Concordi e poi nell’Istituto Filarmonico di Adria l’opera “Lirica ed Affetti di Francesco Petrarca” (pubblicata nello stesso anno 1904). Accetta nell’anno seguente di commentare la produzione letteraria del Foscolo con particolare riferimento alle Grazie.

    Aggregata nel 1913 all’Accademia dei Concordi svolgerà costantemente una intensa attività di sostegno e animazione a favore dell’Istituto. Pubblicista nel Corriere del Polesine con lo pseudonimo di Vita-Lis commenta avvenimenti che interessano il progresso scientifico come la scoperta fatta da Koch o gli episodi di antisemitismo che verso la fine dell’800 si manifestano a livello europeo, e fa stampare tra i suoi diversi scritti “Il fantasma della Rotonda” e, a puntate, il romanzo “Senza amore”. Sempre nella stessa linea di interesse per le problematiche contemporanee pubblica “Prescelta”, ove dibatte fra l’altro del divorzio.

    L’arte fiorita nel suo spirito di autodidatta diventa in lei strumento di educazione civile. “I carbonari del Polesine e l’insidia di una festa. Scene e base storica” del 1916 si apre con una dedica alla gioventù polesana “perché tenga presente quanto importi amare e conservare una patria acquistata a prezzo di tanti e così grandi e così nobili sacrifici”. Non si arrende nemmeno di fronte alla cecità che la colpisce a 68 anni.

    Nei suoi numerosissimi scritti Argia Castiglioni Vitalis dimostrò sempre amore per Rovigo ove risiedette costantemente fuorché negli anni del soggiorno fiorentino, ove seguì il marito Enrico Levi Valle. Morendo, il 14 luglio 1933, beneficò la Concordiana con la clausola di pubblicare una scelta dei suoi componimenti poetici.

    La commissione preposta ne scelse 42 e li diede alle stampe nel 1934 con il titolo di “Poesie”. Nella prefazione dell’opera si sottolinea la delicata arte poetica della Vitalis: “non voli ardimentosi attraverso un lirismo superiore, ma voci raccolte intorno al cuore, voci di bontà, di umanità e di fervore patriottico espresse con semplice armonia e luci di fantasia piana che spesso raggiungono simpatiche colorazioni e riescono a persuadere e a commuovere”.

    Anche un’iscrizione marmorea collocata nell’atrio dell’Accademia ricorda le opere, l’amore alla cultura e all’arte di questa donna, presto dimenticata, forse complici le leggi razziali.

    Una riproposta di alcune sue composizioni poetiche, pubblicate nelle pagine che seguono, appare dunque quanto mai opportuna per ricordare una voce sensibile, che manifestò attaccamento per la propria terra.

    ULTIMO LAMENTO DI SAFFO

    Ecco la rupe. Un balzo, un grido, e alfine tregua per sempre avranno amore e pianto. Ah! non credea venirne a cotal fine io, signora del canto.

    A me la cetra. Un ultimo concento vo’ trarne pria di scender spenta a Dite: sarà supremo di dolor lamento: oh disamate! udite.

    La bellezza adorai. Dovunque un raggio apparve a me di sua celeste essenza caddi prostrata e con desìo selvaggio ne invocai la potenza.

    Ma fui respinta dalle cose belle io, disadorna d’ogni grazia, e a vile tenuta fu colei ch’alto alle stelle erse l’Eolio stile.

    Dalle coltri infuocate a notte piena balzai, vergine ignara, amor chiamando, sentii per febbre ardente ogni mia vena fremere spasimando.

    Niuno ai gridi rispose e niun comprese il tesor degli affetti alti, divini: oh disamate! come a voi, contese gioje, cure, destini mi fùr, per cui di donna inclito il Fato còmpiesi, e sposa non potei nomàrmi, nè labbro udir di pargolo adorato il più bel nome darmi.

    Nei poetici ludi auree corone vinsi in Olimpia, e per la Jonia sponda l’eco acclamata d’ogni mia canzone far mi dovea gioconda.

    Ma plausi e glorie risuonar fallaci all’infelice, cui dolore e scherno fu d’amore sete, e non s’effuse in baci, né il seno ebbe materno.

    Oh invan bramate intorno a un focolare delle spose dolcezze e delle madri! Oh casti, intimi gaudii, oh voci care di fanciulli leggiadri!

    Ed io, diserta per non giusta legge, da cotai beni, la vita maligna rifiuto, e morte l’error mi corregge di natura matrigna.

    Sciolto, dal suo mal pregiato velo n’andrà lo spirito ai sacri Elisi prati, o puro, come il fior dell’asfodèlo, apparirà ai beati.

    Puro, e recinto di quell’una e sola immortale beltà ch’onta non teme. Oh mar! m’accogli dunque, e mi consola di non bugiarda speme.

    PAESAGGIO RODIGINO

    D’ippocastani giovinetti e pioppi, fino alla chiesa piccoletta e bella, allungasi il viale.

    Canta fra i rami spessi dolce sul far di sera l’assiolo. Espero brilla – sempre prima stella. –

    A destra e a manca in fiore per lunga stesa vanno orti e giardini: vien di menta, di timo e fior di spini di salvie un grato odore.

    S’affacciano alle siepi timidette alcune lucciolette: sembran pupille, con alterna vece, aperte e chiuse a riguardare curiose le mirabili cose.

    E nello stagno verde, che nel canneto s’imbosca e si perde, un branco d’anitrelle stride e diguazza con festa gioconda risalendo la sponda.

    Pace, sorriso, versa su l’umil loco pietoso il cielo e il sol, che manda ultimi raggi, avvolge come in un aureo velo i leggiadri fastigi e la chiesuola a cui di fianco s’erge del campanile piccioletto e snello, la breve aguzza cima.

    Chi diria che s’adima dietro sì vago incanto tacito e solitario il Camposanto?…

    NOTTURNO

    Ne la notte profonda, soave in lontananza, una voce virile modula una romanza.

    Appassionatamente il solingo cantore tutte l’intime esala tristezze del suo cuore.

    A me, sola, vegliante degli astri al mite raggio vien quella voce come un fraterno linguaggio.

    – Chi sei, chi sei che narri alle sopite cose dell’anime i misteri e l’ansie angosciose?…

    Credi tu d’esser solo a soffrire, a pensare, ad implorare indarno quiete, ad anelare vanamente ad un sogno di bellezza, in quest’ombra che di greve letargo tutto il creato ingombra?…

    Io pur veglio, e commossa l’orecchio avido intendo agli accenti che il labbro tuo, sprigiona gemendo.

    Sento che non esprime, nel mélico suo dire, tutto la frase il senso del pensier, del sentire.

    Sento che v’è pur dentro alcunché più tenace, come un desìo d’amore, come un desìo di pace.

    Attraverso lo spazio un filo misterioso, il tuo canto che geme, il cor mio doloroso, il tuo pensier che vaga, il mio che si martira attrae, forse, congiunge ed avvolgendo aggira?…

    Non so. Via per l’immenso etere avvolto d’ombra, mentre un greve letargo tutto il creato ingombra, forse, compiersi un grande incompreso mistero: il connubio de l’alme e quello del pensiero.

    OH LIBRI!

    Pochi ma buoni, e meditando letti, sempre ricorre a voi l’anima mia, oh libri! oh libri! unici amici schietti in cui s’accoglie una virtù che india.

    Stanca colomba che al fidato nido l’ali rivolge per desìo di pace, dopo l’angoscia del dolore e il grido un balsamo a voi chiesi e non fugace.

    Oh quante volte a lusinghieri accenti, a folli brame avria ceduto il core – il cor che pur subì d’ardui cimenti le fiere prove e i fascini e l’ardore – se de’ vostri concetti alti il divino cenno e la norma ed il consiglio saggio inteso non avesse, onde il cammino nobilmente calcar del suo viaggio!

    Oh quante volte a tarda notte, sola, prostrata, vinta, a fioca lampa accanto, interrogando la vostra parola sentii sul ciglio rasciugarmi il pianto!

    Di fuor nequizie e il triste Fato umano, nembi e squallor di vita arida, morta: io sui volumi la trepida mano passai, come carezza che conforta.

    Tra le pagine vostre i miei tesori d’intelletto, d’amor, di sogni alterni volli celar perché ciascun gl’ignori e niun li debba profanar di scherni.

    Chi dirà il ben che opraste? Al concitato pensier la calma, alle dubbiezze il vero, all’occhio della mente il vagheggiato lume ideal nel sacro suo mistero…

    E popolaste d’imagini belle della mia stanza le ignude pareti: scomparver l’ombre, scintillàr le stelle, suonàr d’intorno canti di poëti.

    Lunge così da quanto è basso e vile lo spirto mio, franco e gagliardo, allora transumanato in vision gentile il suo pregio e il valor rinvenne ancora.

  • Marino Marin: un poeta da riscoprire

    Marino Marin: un poeta da riscoprire

    Il primo marzo del 1951 moriva a 91 anni d’età, dopo breve malattia, il poeta adriese Marino Marin. In occasione del quarantesimo della sua morte (1991) saranno programmate alcune iniziative.

    Lodevoli tali propositi, sorprende però che l’opera mariniana sia stata lasciata, subito dopo la morte del poeta, in penombra. Quali le cause di tanto silenzio? Probabilmente hanno concorso diversi motivi, uno dei quali riconducibile allo stesso poeta “colpevole” di aver scritto e difeso fino all’ultimo la metrica tradizionale (con preferenza per il sonetto mentre già agli inizi del ’900 la tecnica della versificazione subiva un profondo rinnovamento con l’adozione della rima e l’abolizione del verso libero.

    Non hanno inoltre giovato i continui encomi di sapore nettamente campanilistico e toni spesso enfatici usati nel trattare l’opera mariniana. È mancata infine una diffusione nazionale delle sue opere e non si è mai provveduto ad una critica seria, obiettiva ed approfondita dell’opera complessiva. Cosicché si è finito per parlare del Marin solo ed esclusivamente come poeta polesano, poeta adriese, interprete della nostra terra, finendo per relegarlo ad un ruolo marginale.

    Un’immagine da riscattare anche perché Marin, nelle sue liriche spazia toccando molteplici aspetti dell’esistenza umana; la sua poesia, nasce infatti da un’ampia e armoniosa visione della vita.

    Ciò non di meno è pur vero che le sue pagine più significative sono proprio quelle che parlano della nostra Terra di cui il Marin sa cogliere l’anima, descrivendo la dignità ed il coraggio della gente, i costumi e le usanze popolari, con annotazioni di carattere sociale e psicologico. Emergono anche sentimenti di pace, il bisogno di solidarietà umana, le intime correlazioni tra l’uomo e la natura, la vita che scorre rapidamente, la caducità delle cose, i turbamenti. Temi ampiamente trattati sono quelli della Terra (la gran Madre Antica), dell’acqua e del sole.

    È un lungo itinerario poetico fitto di momenti intensamenti vissuti che rivelano un’alta sensibilità ed un’anima che sa trasfondere luce e colori ad ogni cosa del creato.

    In attesa che le prossime celebrazioni offrano un’occasione per avviare uno studio monografico sull’autore adriese, proponiamo di seguito alcune sue liriche.

    IL RUSCELLO

    Di vetta a l’alpe, ove pasceva il fiore de le cerulee nevi, un piccol rivo scese agile rodendo il marmo vivo in cerca di più vaste acque canore.

    Violentò le balze, entrò nel cuore del monte, uscì, precipitò giulivo giù giù verso i gai borghi ove l’olivo spande la pace su le industri gore.

    Baciò l’olivo, e via, di china in china, lasciando a dietro le foreste cupe, si riversò ne la vallata alpina:

    si snodò fiume al piano, ebbe dovizia d’acque, ma, tolto a la solinga rupe, perdette la sua garrula letizia.

    Marino Marin

    I LUOGHI SOLITARI

    Vi sono certi luoghi desolati ove la vita è un mistico languore, ove non odi, ne le bianche estati, che il pianto interminabile de l’ore:

    ruine d’abbazie, vecchi sagrati ignoti al dolce sol, chiuse a l’amore, su cui protendon gli alberi abbracciati le rameggianti cime senza fiore.

    E pur qualche pio frate abita ed ama questi deserti luoghi: egli ode, a notte vagar silenziose anime in questi deserti luoghi; e quando il gallo chiama, vede, oh prodigio! scintillare in grotte d’edera non già fiori: occhi celesti.

    Marino Marin

    IL PRIMO PANE

    Bovi, che per le immense asiache lande urgeano i patriarchi di su i lenti carri a l’esilio, austeri in mezzo al grande fluttuare de’ servi e de gli armenti;

    bovi, che il rito de le prische genti, tolto agli orridi spechi e a l’aspre ghiande, volea candidi e adorni, ne’ faventi ambarvali, di tenere ghirlande,

    come echeggiò, solenne anfiteatro, la verde solitudine al muggito vostro propiziante al primo aratro;

    di che pia gioia arrisero a le umane opere i cieli quando fu partito su la rustica mensa il primo pane!

    Marino Marin

    I PETTIROSSI

    O Corcrevà, mentre io l’estro e la mano fatico in tediose opre su i grossi in-foglio (oh meglio, assai meglio se fossi costì, lungi dal mondo irrito e insano)

    dimmi: lungo i prunaj, ch’orlano i fossi tuoi polverosi, o Corcrevà lontano, or che il frumento cede al fausto grano turco non fischian lieti i pettirossi?

    Allettati da i dolci ozî autunnali, a cui tu attenui di folte ombre il giorno, ritornan essi: essi han la gioja e le ali;

    io no. Stanco, accigliato, in disadorno stile stempro io fra l’uggia e i badiali codici il mio corruccio; e non ritorno.

    Marino Marin

    da “Voci lontane”

  • Un pericoloso stato mentale

    Un pericoloso stato mentale

    I passi risuonarono nuovamente, cadenzati e senza entusiasmo, il ritmo rotto di continuo dall'incerto e scoordinato procedere di uno dei membri del piccolo gruppo, per il grigio corridoio. Alzò gli occhi da quello che stava facendo, e gli ci volle solo il tempo strettamente necessario per passare dalla visione ravvicinata del ripiano della vecchia scrivania alla focalizzazione precisa delle tre sagome che incedevano in distanza; un breve attimo per innescare il processo mentale che doveva concludersi con il suo prendere il mazzo delle chiavi ed alzarsi in modo pesante, svogliato, un movimento usuale e senza tempo, noioso ed ineluttabile come lavarsi la faccia o farsi la barba al mattino.

    Il prigioniero stava fra le due guardie in divisa; non lo guardò neppure in viso e lui aprì la porta come aveva fatto innumerevoli altre volte. L'espressione delle guardie era celata dalle visiere dei berretti, l'uomo entrò e lui diede, come di consueto, uno sguardo all'interno: il tavolo, la sedia, il letto, la penombra anonima ed irritante. Chiuse la porta e le due guardie se ne andarono.

    Rimasto solo all'interno della stanza, l'uomo sembrò avere un momento di esitazione; guardò verso la finestra senza vetri e osservò le scarpe senza stringhe; si tirò su i pantaloni privi di cintura ed andò a sdraiarsi sul letto, che consisteva in una panca di legno con un materasso e qualche coperta ruvida.

    All'interno era costantemente accesa una lampada, e fuori della finestra si trovava un muro e forse una specie di tettoia, molto vicini; ed anche là era piazzata una forte lampada, sempre accesa in modo che dall'interno non si riusciva a capire se fosse giorno e notte. Non aveva capito bene in che luogo lo avessero portato: ogni tanto dal di fuori si sentivano dei rumori come di grossi veicoli a motore, passi cadenzati di piccoli gruppi di uomini e, molto più raramente, l'abbaiare smorzato di un cane. Non era riuscito a tenere il conto dei giorni; praticamente non aveva mai visto la luce del sole da quando si trovava là e l'orologio gli era stato confiscato all'inizio insieme a tutti gli altri effetti personali, eccettuati i vestiti che indossava.

    Aveva perso da un pezzo la cognizione del tempo; i pasti gli venivano serviti ad intervalli irregolari, per lavarsi doveva aspettare che venissero a prenderlo, sempre ad intervalli di tempo non fissi e doveva farlo sotto gli occhi indifferenti delle guardie; una volta erano venuti anche a cambiargli le coperte. Gli stessi interrogatori non gli sarebbero serviti a tentare di tener conto del tempo. Venivano a prenderlo dopo quella che a volte gli sembrava un’eternità o dopo nemmeno un’ora che si era addormentato (ma forse era vero l'opposto, non sapeva più), raramente l'ufficiale, che gli faceva le domande da dietro una scrivania al centro della stanza consultando di tanto in tanto i verbali delle sue precedenti dichiarazioni, era lo stesso della volta precedente; anche l'interprete cambiava spesso, a volte si trattava di un civile scuro, vestito di nero che non osava nemmeno sedersi, a volte di un militare, rigido e distaccato, gli si rivolgevano in un italiano cantilenante ma sicuro, partecipi in fondo dello sdegno malcelato dell'ufficiale seduto alla scrivania o col tono rassicurante e velatamente ironico di chi sa di aver a che fare con un pazzo o comunque con un disadattato. Ogni volta le domande erano le stesse, o cambiavano di poco.

    “Dica il suo nome”.

    “Antonio Novelli”.

    “Nato?”

    “Quattordici luglio cinquantatré”.

    “Nazionalità?”. Più di qualche volta, a questa domanda, non riusciva a trattenere un moto di impazienza, che cercava in ogni caso di dominare in quanto si era convinto che un qualunque suo accenno a perdere la calma li divertisse malgrado le espressioni impassibili. “Italiana”.

    Di nuovo l'ufficiale scrutava le sue carte e si rivolgeva con un borbottìo all'interprete: “Dove vive, che lavoro fa, è sposato?”.

    “Faccio il geometra, a Ferrara. No, non sono sposato, convivo”.

    Questa era una parola che sembrava disturbarli. “Però ha dei figli”.

    “Sì, due. Marcello di cinque e Nicola di uno e mezzo”.

    Dopo un momento di silenzio, di nuovo. “Perché è venuto solo?”.

    “Vacanze separate, da noi si usa così”.

    L'interprete aggrottò vagamente le sopracciglia per quello che gli sembrò un accento troppo marcato su quelle due parole “da noi”, ma decise di non farne nulla e proseguì: “Scopo apparente della sua visita?”.

    “Turismo”.

    A questo punto l'ufficiale prese un tono più confidenziale, scherzoso, quasi, guardandolo dritto negli occhi e sporgendosi sulla scrivania mentre parlava. “Vuol dirci qual’è il motivo che l'ha spinto a tradire l'ospitalità della Repubblica Democratica Bulgara e ad intraprendere azioni di sabotaggio durante la sua permanenza qui?”.

    “Non ho tradito nessuna ospitalità e non ho fatto nessun sabotaggio”.

    Alcune foto vennero buttate con noncuranza sul tavolo, dopo essere uscite da una cartella di pelle scura. L'uomo si sporse e le guardò distrattamente. “E queste?” disse l'interprete.

    “Sono solo fotografie”, disse dopo averle osservate.

    “Solo fotografie, solo fotografie”, ripeté macchinalmente l'interprete, mimando persino il motto di stizza dell'ufficiale. “Secondo lei, riprendere treni, fabbriche, aeroporti, ed indicò col dito una delle foto, “persino una caserma con truppe in movimento, sarebbero fra gli scopi di qualsiasi tranquillo turista?”.

    “Da noi nessuno dice niente per quello”.

    Di nuovo quelle parole, di nuovo “da noi”. L'ufficiale disse qualcosa e fece con disprezzo il segno del denaro: si strusciò lento il pollice contro l'indice. “Chi la paga? Chi sono i suoi padroni?”.

    “Nessuno mi paga, non ho padroni e voi lo sapete benissimo”.

    “Che cosa intende con questo? Si riferisce forse alla sua militanza al partito?”.

    “Certo”.

    “Non ci faccia ridere”.

    Gliel'avevano chiesto già altre volte e sempre aveva risposto loro: si era iscritto alla Federazione Giovanile a quattordici anni e a diciotto al partito. Non ricordava nemmeno lui le domeniche che aveva perso a distribuire volantini o a vendere il giornale porta a porta, per non parlare delle riunioni, dei comitati, delle feste.

    “Ma è possibile che non capiate?” disse non senza notare che l'ufficiale seduto stava dando segni palesi di impazienza. “Io non faccio parte dei vostri nemici, sono da sempre iscritto al vostro stesso partito, sono venuto a visitare il vostro Paese con una comitiva di simpatizzanti e ho fatto delle foto come qualsiasi turista. Questo è tutto, e voi lo sapete benissimo”.

    A quel punto successe una cosa che non era mai avvenuta: l'ufficiale perse la pazienza ed urlò qualcosa sbattendo il pugno sul tavolo.

    “Basta!” ripeté l'interprete, “chi vuol prendere in giro!? Non ci venga a parlare di amici, sappiamo noi bene riconoscere gli amici e i nemici. Devo forse ricordarle che lei ha servito come caporalmaggiore in un reparto di assaltatori di fanteria dell'Italia nord-orientale?”.

    L'uomo tacque, si guardò le mani e scrutò di nuovo in viso sia l'interprete che l'ufficiale, il quale nel frattempo si era calmato. Lo fecero alzare e lo ricondussero via.

    Fu tre volte dopo, o forse quattro, (l'ufficiale doveva essere più anziano e più in alto grado e l'interprete più magro e più rigido nella sua uniforme), che gli porsero quella foto.

    “Lei conosce quest'uomo?”.

    La fotografia raffigurava un tizio alto con un vecchio giubbotto, ripreso nella via popolosa di una città; non era molto nitida, ma si riusciva ugualmente a distinguere che tipo di persona fosse. Biondastro, dai trentacinque ai quaranta, teneva una mano in tasca ed una penzoloni camminando, la corporatura era robusta; il tutto dava come un'aria di disagio, di scarsa affidabilità, non che si potesse definire sinistro, ma la sicurezza che avrebbe ispirato ad una vecchietta nell'aiutarla ad attraversare sarebbe stata almeno pari al senso di disagio che la stessa vecchietta avrebbe provato alla vicinanza di quel vecchio giubbotto, a quello sguardo torvo, al taglio amaro della bocca.

    Restituì la fotografia e si fece indietro sulla sedia, appoggiandosi allo schienale. “No”, mentì, “non l'ho mai visto prima”.

    “Il nome Enrico Sartori le dice qualcosa?”.

    “No”.

    “Prima di venire in Bulgaria è stato qualche giorno a Bologna?”.

    “Sì, ci sono stato”.

    “Per quale motivo?”.

    “Lavoro. Dovevo contattare delle persone”.

    I suoi interlocutori inarcarono le sopracciglia. “Vuol essere più esplicito?”.

    “Non sono molto contento del mio attuale lavoro e sto, stavo cercando qualcosa di meglio”.

    L'ufficiale tolse altri fogli dalla cartella (che sembrava, a ben pensarci, la stessa per tutti) e li scorse.

    “Lei non sembra aver dimostrato mai in passato una, diciamo così, lunga resistenza nel conservare i suoi posti di lavoro. Non è così?”.

    “La situazione da noi non è molto rosea. Anche se un posto ti sembra buono all'inizio, con due figli che crescono è abbastanza difficile tirare avanti; e poi, a trentacinque anni, non te la senti di sopportare le umiliazioni della gavetta come un ragazzo di venti”.

    Forse l'interprete e l'ufficiale pensarono che finché uno non sopporta le umiliazioni della gavetta, non potrà mai andare oltre lo stadio del ragazzo di venti, ma in ogni caso nessuno dei due disse nulla in proposito.

    “Ma la sua… compagna, non lavora anche lei?”.

    “Sì”.

    “Laureata in medicina all'Università di Ferrara nel settantasei, specializzata in anestesia, attualmente impiegata all'Ospedale Maggiore di Ferrara, età quarantuno, nata ad Aosta, eccetera eccetera. Non è così?”.

    “Sì, è così”.

    L'ufficiale congiunse le punte delle dita e se le guardò a lungo. “Così lei è stato a Bologna fra il trenta marzo e il cinque aprile per questioni di lavoro e non ha mai visto in vita sua l'uomo raffigurato in questa foto. Non è così?”.

    “Sì”.

    “Mi consenta, Herr Novelli; non creda di migliorare la sua posizione continuando a prenderci in giro. Se fossi al suo posto non me la sentieri di fare altrettanto”.

    “Non sto prendendo in giro nessuno e non so nemmeno in che posizione mi trovo”.

    “Lei è un nemico del Popolo Bulgaro, un sabotatore ed una spia. Lei si è introdotto nel nostro Paese per compiervi attività contrarie alla sua sicurezza, lei era in contatto con membri del Servizio Segreto italiano, lei ha servito come graduato un esercito imperialista, lei ci sbandiera continuamente davanti la finta militanza nel suo partito per ingannarci e prenderci in giro. Ma oltre a tutto questo”, di nuovo l'ufficiale si guardò le punte delle dita, “lei finge di non essere a conoscenza della gravità della sua situazione, e non fa nulla per migliorarla. Ne terremo debito conto a suo tempo, non dubiti”.

    Un giorno la porta si aprì ed il piantone fece entrare due persone; in una di esse riconobbe uno degli interpreti, un civile, l'altro, un uomo sui cinquanta alto e brizzolato con un impermeabile nero, si qualificò come Giovanni Monteneri, del Consolato Italiano a Sofia. I documenti che gli mostrò sembravano autentici, del resto.

    Aveva chiesto così tante volte di parlare con un rappresentante del suo governo da stancarsene del tutto; ogni volta gli era stato risposto di avere pazienza, rispondere alle domande e stare tranquillo.

    L'interprete doveva assistere al colloquio, nessun altro di loro era presente; furono portate altre due sedie e i tre si sedettero al tavolo. Il membro del Consolato lo mise al corrente dello stato della sua famiglia, del tempo che faceva al di fuori e degli sforzi che stavano facendo per toglierlo da quell'impaccio.

    “Da quanto tempo mi trovo qui?”.

    L'uomo con l'impermeabile nero guardò un attimo l'interprete seduto in mezzo a loro prima di rispondere. “Tredici giorni”.

    Novelli abbassò il capo e sospirò, girando appena la testa di lato, le mani sempre posate sul ripiano del tavolo. “Ma perché mi tengono qui, che cosa ho fatto?”.

    L'altro sembrò avere un accenno come di smarrimento, se non proprio di incredulità, da cui si riscosse subito. “L'accusa ufficiale è di spionaggio”.

    “I giornali che cosa dicono? Quelli italiani, intendo”.

    “Per il momento non si dà molto risalto alla cosa. Abbiamo fatto in modo di non smuovere troppo le acque finché non ne sapremo di più”.

    “Ma è giusto che la gente sappia, per la miseria. Non lo capisce che mi tengono qui da tredici giorni senza un'imputazione, senza dirmi il perché?”.

    “Deve stare calmo, e collaborare. Se veramente lei non ha fatto niente, la cosa si risolverà. Deve aver pazienza fino al processo”.

    Era la prima volta che sentiva pronunciare quella parola, e la consapevolezza di trovarsi nei guai si fece strada con penosa lentezza nella sua mente.

    “Come sarebbe a dire, se veramente non ho fatto niente?” chiese incredulo.

    Monteneri lo guardò in viso; entrambi sembravano essersi dimenticati della presenza del funzionario bulgaro, immobile nella sua angusta giacca e cravatta entrambe nere.

    “Hanno in mano quelle foto…”.

    “Oh, al diavolo le foto!” Che storia cretina avevano quelle foto. Talmente cretina che non se la sentì di dirla al solerte compatriota, nei cui confronti cominciava a nutrire delle riserve, se non proprio una immotivata diffidenza. “Quelle non significano un accidente”.

    “Per lei, forse no. Ma per le loro leggi lei ha commesso un reato molto grave, se ne renda conto”.

    Novelli si trattenne a stento dal prendersi il viso fra le mani; non sapeva più che cosa pensare, se fidarsi o meno, se collaborare o meno. Una cosa era certa: l'avevano fregato.

    I tre uomini si alzarono ed i due vestiti in nero si avvicinarono alla porta. “Abbia fiducia”, disse Monteneri, “vedremo quello che si può fare. Lei deve solo cercare di collaborare e non fare gesti inconsulti”.

    La porta si chiuse pesantemente e Novelli andò a gettarsi sul letto.

    II

    La scena, sfocata ed indistinta, si spostò rapidamente e d'un tratto si fermò, le linee arcuate di tutte le sfumature di grigio si stabilizzarono in uno sfondo di montagna e foreste oltre il filo spinato, al di qua del quale si trovavano edifici ed i baraccamenti, alla volta dei quali si dirigeva il gruppetto di uomini a piedi. L'uomo che stava davanti, magro e di bassa statura, camminava lento con le braccia abbandonate lungo i fianchi, la testa leggermente reclinata, i lembi dell'impermeabile chiaro aperto svolazzanti. Subito dietro di lui, un soldato in tuta mimentica, col capo scoperto e le maniche rimboccate, lo seguiva col fucile automatico a tracolla puntato senza troppa convinzione: teneva una mano sul calcio del fucile ripiegato e con l'altra si allungava di tanto in tanto fin quasi a toccare la spalla del prigioniero. Il terzo uomo, un poliziotto in divisa, teneva a bada un cane da pastore tedesco. Altri poliziotti accorsero, e insieme a dei soldati scesi da un camion scortarono l'uomo fino all'interno di uno degli edifici bassi di mattoni vivi. La scena fu invasa dallo stipite di un finestrino di pullmann e si spostò quindi sulle rifiniture del sedile; poi tutto si fece scuro.

    Lo schermo divenne bianco e le luci si accesero sulla piccola sala di proiezione, ove soltanto tre poltroncine erano occupate.

    “Hanno già divulgato questa roba?” chiese con elaborato distacco l'uomo basso dagli spessi occhiali, alzandosi con malcelata difficoltà.

    “No”, rispose Garrone, alzandosi a sua volta insieme all'altro.

    “Bene”, disse l'uomo con gli occhiali ripiegando il mento sul petto ed incrociando le mani dietro la schiena. “Datela pure in pasto alla televisione. Chi ha effettuato la ripresa?” Sbottò improvvisamente, piantando lo sguardo dei suoi occhietti, piccoli e luccicanti, dritto in faccia al corpulento funzionario, che si era tolta la giacca e se ne stava in maniche di camicia con la sua cartella sotto il braccio.

    “Andreoni”.

    “Pessima”, rifletté reclinando di nuovo il mento, “veramente pessima. Temo che il grado di addestramento dei nostri uomini stia diventando scandalosamente insufficiente”. Tacque, sempre con le mani incrociate dietro la schiena, ergendo la propria figura minuscola nella quale spiccava la testa troppo grossa al centro della saletta di proiezione con gli altri due che gli stavano accanto in attesa.

    “Bah!” sbottò all'improvviso, dopo quella che volle sembrare una pausa di riflessione. “Si ricordi in ogni caso di approfondire questo punto, Garrone. Voi ritenete dunque che l'uomo sia adatto alla situazione?”.

    “Sì”, rispose Garrone.

    “Bene. Lui sa, o perlomeno immagina qualcosa dell'intera faccenda?”.

    “Pensiamo di no; almeno fino a questo momento. Poi, lei sa, se gli hanno già fatto vedere quelle foto, non può non trarre delle conclusioni…”.

    “Anche quelle opera di Andreoni?”.

    “Anche quelle opera di Andreoni. Si è fatto prestare la sua macchina fotografica con una scusa, di avere finito i suoi rullini, credo, e poi è riuscito a fare quelle riprese senza farsene accorgere”.

    L'uomo con gli occhiali si massaggiò il mento proteso all'infuori. La sua mano vagò a lungo sulle sue guance paffute, finché non si tolse gli occhiali e si strinse con due dita la sommità del naso. “A quanto pare la faccenda sta andando come previsto, non è anche la sua opinione?”.

    “Sì”.

    I suoi occhi, non più ingranditi dalle lenti, scintillarono cupi finché l'uomo non rimise gli occhiali e la sua fisionomia ridivenne consueta per gli altri due. “Lei si è occupato di prendere contatto con lui”, osservò, rivolgendosi al terzo individuo.

    “Sì, signore”.

    “Bologna?”.

    “Bologna”.

    L'uomo con gli occhiali piegò il capo sul petto, tenendo le braccia rigide lungo i fianchi. Alla fine emise un lungo sospiro. “Città stupenda. Lei crede di essere stato individuato?”.

    “Bé, mi meraviglierei del contrario”.

    “Già. Bologna, quale posto migliore?” Nessuno degli altri due rispose alla sua domanda retorica e l'uomo iniziò a dirigersi verso la porta di uscita. Un uomo curvo, di altezza media, dallo sguardo triste, si era materializzato silenziosamente al centro del rettangolo scuro. “Arrivo subito, Aldo”, gli disse l'uomo con gli occhiali.

    La riunione era sciolta; gli altri due lo seguirono a distanza finché non fu sulla soglia.

    “Ah, Garrone. Ho esaminato attentamente la documentazione che lei mi ha fornito su Fiumicino e tutto il resto”. Si fermò e di nuovo crollò il capo sul petto, le mani incrociate dietro la schiena. “Insufficiente, vaga, non mi ha detto niente che già non sapessi. Lei deve essere più esplicito, evidenziare e provare quei legami che nel suo rapporto arriva solo a supporre; lei capisce che non possiamo fondare l'intera operazione su delle supposizioni, delle… congetture”. Il suo sguardo cadde sull'uomo che l'aspettava immobile sulla porta. “Mi aspetto da lei nuovo materiale, considerazioni, ragionamenti circostanziati. Bene. Signori, vi ringrazio. Arrivederci”.

    “Arrivederci”.

    Rimasero soli nella saletta di proiezione per qualche silenzioso istante.

    “Possibile che non abbia avuto niente da dire sulla cattura di Kamenev?” chiese Sartori.

    “Non preoccuparti; quando lo farà, sarà per prendersene il merito”.

    Altra pausa di silenzio. “Allora è vero quello che dicono di lui”, disse Sartori.

    Garrone lo guardò. “Andiamocene di qui”.

    I due uomini uscirono e l'inserviente spense le luci; la saletta grigia e polverosa rimase vuota, nel buio e nel silenzio.

    III

    A volte, negli intervalli, gli capitava di pensare. Non che fossero cose importanti, e nemmeno che gli si presentassero davanti con una qualsiasi successione logica; se le andava a cercare, semplicemente, incollando l'uno accanto all'altro pezzi senza connessione, episodi vuoti e sconnessi della sua vita, paesaggi di mare, le montagne del Friuli, la Ferrara dei suoi anni migliori con le sue serate d'estate, le sue nebbie d'inverno… Piazza di Spagna a Roma, dove sua madre lo era andato a recuperare quella volta che era scappato di casa, riuscendo non si sa come a seguire le sue tracce fin là. Ma non erano i posti che lo spaventavano, erano le facce, specialmente quando cominciarono a presentarglisi senza che lui le andasse a chiamare.

    L'unica cosa che non cambiava erano gli interrogatori, anche se sembrava che qualche funzionario civile in più stesse prendendo il posto dei militari. Ormai riusciva quasi a focalizzarne le facce, a catalogare le fisionomie, non fosse stato per quella confusione, quel nervosismo latente che aveva cominciato ad imbrogliargli i movimenti.

    Monteneri aveva continuato a farsi vivo ed a cercare di tranquillizzarlo, tenendolo aggiornato per quanto gli era consentito sull'andamento dell'istruttoria e sugli sforzi che si stavano compiendo in suo favore da parte delle autorità italiane. Ai colloqui assisteva sempre un interprete civile, e spesso si trattava del tizio magro e scuro della prima volta. Col tempo arrivarono a scambiarsi qualche parola e ad instaurare una sorta di rude confidenza, basata più che altro sulla reciproca curiosità.

    Lo stato di confusione in cui si trovava lo portava a non dare molto peso alle chiacchiere di quel bulgaro piccolo e scuro intrappolato in quell'insulsa giacchettina nera, anche se sentiva in qualche modo che doveva esserci sotto una specie di trappola. L'unica cosa, non gli aveva mai offerto delle sigarette, anzi sembrava egli stesso immune da ogni forma di vizio.

    “Perché si ostina con la sua montatura?” gli chiese una volta, “ritiene davvero che ne valga la pena?”.

    “Ma che cavolo sta dicendo?”.

    “Non si rende conto che lei è stato usato? Che si sono serviti di lei sacrificandola per una missione perfettamente futile, di scarsissima utilità persino per i suoi mandanti?”.

    “Quale missione, quali mandanti? Non capisco”. E veramente non capiva, non riusciva nemmeno a mettere perfettamente a fuoco la figura nera di quel piccolo burocrate prezzolato; se solo avesse potuto starsene un poco da solo al buio, se solo quella luce…

    “Quale vantaggio crede che avrebbero ricavato i suoi mandanti da quelle stupide foto, crede che già non siano informati riguardo alle nostre ferrovie, la nostra economia, gli spostamenti di truppe? Ma non li legge i giornali; i satelliti, i radar e tutto il resto? Lei si è fatto stupidamente irretire per un poco di denaro, per aggiungere qualche particolare ad un quadro che già sanno… Non faranno nulla per tirarla fuori di qui, mi creda”.

    “Mi lasci in pace, se ne vada”.

    “Lei non risolve nulla cercando di sfuggire la realtà, mi creda. Lei sta difendendo un sistema di vita negativo, la storia vi ha già condannati”.

    “Ma che cosa ne sa lei del nostro sistema di vita?”.

    “Molto di più di quanto lei non creda. Sono stato membro di molte missioni commerciali in Europa Occidentale ed un paio di volte ho accompagnato la squadra nazionale di atletica leggera. Sono stato a diretto contatto con la vostra cultura; non riesce ad esprimere altro che malessere e decadenza. Prenda ad esempio il vostro Bukowski”.

    “Bukowski è americano”.

    “Non creda di sviarmi con simili futili distinzioni. Siete tutti impregnati fino al midollo del modo di vita americano. Nemmeno i vostri partiti di destra riescono più ad esprimere se non una parvenza di un sentimento nazionale”.

    Evidentemente, l'uomo aveva bisogno di sfoggiare una profonda conoscenza del sistema occidentale e Novelli decise di lasciarlo fare.

    “D'accordo, Herr Novelli, adesso devo andare. Ho trovato il modo di farle avere un po' di wodka con il prossimo rancio, le va bene?” aggiunse ammiccando, prima di raggiungere la porta e far segno al secondino al di fuori.

    Novelli farfugliò un ringraziamento e l'interprete se ne andò; la porta si chiuse e lui rimase al centro della stanza seduto al tavolo. Sentì il saluto al di fuori ed i passi allontanarsi per il corridoio; crollò il capo e rimase a guardarsi le mani.

    La prima a concretizzare la sua inquietudine, in quell'atmosfera asfittica, fu l'immagine di suo padre. Seduto sulla sua poltroncina di vimini fra la cucina economica e la macchina per cucire, su cui aveva posto un bicchiere di vino ed uno stuzzicadenti. Dapprima cercò di evitare il suo sguardo guardandosi continuamente intorno imbarazzato e schiarendosi di tanto in tanto la gola mentre beveva qualche sorso di vino.

    “Che cosa vuoi?” esordì finalmente Novelli, sapendo che altrimenti quell'assurda situazione si sarebbe trascinata per non sapeva quanto.

    “Non voglio niente, solo vedere come stai”. Prese un tovagliolino di carta e si pulì la bocca. “Come ti trattano?”.

    “Come si tratta di solito una spia e un traditore”.

    Il padre aprì lo sportello della cucina economica ed ispezionò l'interno: un vivido rossore gli si riflesse sul viso finché non lo richiuse. “Sai, da noi continua a piovere e a far freddo. Se continua così non so come faremo, nell'orto. Mi sembra che le mie actinidie non si trovino in un buono stato vegetativo, hanno messo solo poche foglie gialle, quelle più vecchie comiciano già a seccarsi. Se la stagione non si mette per il suo verso… Ma d'altra parte la stagione sta cambiando, una volta…”.

    “Risparmiami le tue chiacchiere su come stavano le cose una volta, per favore”.

    Il padre sospirò tra sé, si alzò ed andò ciabattando a versarsi un altro bicchiere di vino dal bottiglione. “Capisco come devi sentirti”, disse pulendosi di nuovo con il tovagliolino di carta, “è normale nelle tue condizioni. Ma come hanno fatto a farti fare cose del genere? Se solo tu avessi avuto più carattere ed avessi accettato quel lavoro giù al paese…”.

    “Per seguire il tuo esempio? Per diventare come te?”.

    “Abbiamo sempre seguito una vita dignitosa, e per quel che ti riguarda, non ti è mai mancato niente”.

    “Oh, Dio! Non ricominciare con quella storia! Non è il momento. L'ho già sentita tante di quelle volte che mi esce dagli occhi”.

    “Va bene, va bene, non scaldarti. Lo so che l'hai con me, anche se non ho mai capito il motivo per questo tuo risentimento”. La sua voce si era fatta più cavernosa, di circostanza; bevve un altro sorso di vino, si schiarì la gola e si pulì con il tovagliolino. “Del resto anche tua madre…”.

    “Non parlarmi di mia madre!” urlò Novelli, “anzi, già che ci sei, perché non te ne vai e mi lasci tranquillo? Vattene via e portati il tuo tovagliolo di carta, le tue ciabatte e tutto il resto!”.

    Quando si tolse il viso dalle mani, suo padre non c'era più, e nemmeno la stufa, la poltroncina estiva e la macchina da cucire; la cella gli sembrò di nuovo finalmente deserta.

    “C'è qualcosa che non va, Antonio? Non devi metterti a gridare; quelli ti sentono e capiscono che non ce la fai più. Così fai il loro gioco, non lo capisci? Come al solito Stefano, il suo vecchio amico Stefano, seduto in modo scomposto e con disinvoltura al rozzo tavolo, sempre trasandato nel vestire, sempre pronto con i suoi consigli. Non perdeva mai la testa, lui.

    “Ciao, Stefano”.

    “Come te la passi?”.

    “Così, come vedi”.

    L'amico rimase qualche minuto in silenzio. “E che ci vuoi fare? Tu devi solo restare calmo, lasciare che le cose si aggiustino. L'importante è che tu non faccia il loro gioco, loro vogliono vederti a pezzi, ed è una soddisfazione che non gli devi dare. Non devi dargliela vinta, Antonio, capisci?”.

    “Sì, sì, va bene. Hai ragione”. Come sempre. E quando mai Stefano non aveva avuto ragione? Sempre freddo, sempre attivo, pronto a reagire. Con una bella famiglia, una bella casa, un buon lavoro, una Mercedes 250. Sempre lottare, mai perdersi di coraggio, la calma e la forza; questo, semplicemente era il suo amico Stefano. Riusciva mai a ricordarsi di quante volte gli aveva dato una mano, di quante volte l'aveva tirato fuori dai pasticci? Quale ricordo migliore di quelle partite a calcetto o a ping-pong in quei pomeriggi piovosi di sabati assurdi e lontani, dopo che se ne erano andati insieme a scovare di nuovo i loro vecchi baretti persi fra i prati incustoditi ed i condomini della Ferrara di periferia?

    Qualcosa di triste, di pesante si impadronì di lui. Con un nodo alla gola chiese all'amico di lasciarlo solo e quello lo accontentò.

    Non che si fosse aspettato una visita proprio della Paola, ma ormai che quello strano giro aveva preso corpo nella sua mente, non se ne meravigliò più di tanto.

    “Ciao, Paola”.

    “Ciao, Antonio”.

    Sempre carina, sempre compita ed elegante come un tempo, come quando passeggiavano insieme a Parco Massari, gentile, premurosa, modesta. Se ne stava in piedi con le mani in grembo, al centro della cella.

    “Perché mi ha lasciata, Antonio?”.

    “Non lo so. Io… non lo so. Lasciami solo, Paola, ti prego. Lasciami solo, non lo vedi dove mi trovo, come sono ridotto? Lasciami stare”. Si girò dall'altra parte, vergognandosi. “Per favore vai via, Paola”.

    Ormai lo sapeva, era questione di istanti, non mancava più molto. Non che gli riuscisse di comprendere la semplice genialità di tutta la situazione, il meccanismo che lo avrebbe portato all'ineluttabile risultato finale, la chiarezza della luce di quella lampada, la sua solitudine, i tempi spezzati, l'assenza di ritmo e di abitudine, ma ciò non era necessario. L'importante era che il meccanismo funzionasse, che si arrivasse dove si doveva arrivare. Si aspettava il colpo di grazia, ma non sapeva da chi sarebbe arrivato. Capì finalmente quelle facce, l'interpete, il secondino, le guardie, gli ufficiali, Monteneri; capì tutto, tranne una cosa.

    Non si sarebbe aspettato mai quell'ultima visita, e quando venne, si rese conto che nessuno sforzo era stato fatto da parte delle autorità bulgare per andare a scovare fra tutte, proprio quella vecchia storia. Allora gli fu tutto chiaro, la genialità dell'insieme, il senso dell'attesa, la profonda conoscenza che avevano dimostrato di lui lasciando che fosse egli stesso a scegliere il modo della sua sconfitta.

    Quando venne la Silvia, non riconobbe in lei nessun cambiamento. Alta, bionda, i capelli raccolti dietro la nuca, i bei lineamenti precisi, il mento ben disegnato, si guardava attorno imbarazzata spostando di tanto in tanto i suoi occhi azzurri da un particolare all'altro della cella quasi di scatto, senza interesse. I fianchi larghi ed il seno troppo pieno, sempre in pantaloni, sempre indecisa, sempre a mascherare la sua timidezza e la sua incertezza dietro un atteggiamento spavaldo, dietro un fatto puramente fisico. Antonio la guardò e lei accennò ad un sorriso, era sempre la Silvia. Le braccia che spuntavano dalle maniche rimboccate della camicia erano bianche e pulite; doveva aver trovato senz'altro qualche zona meno visibile per far posto all'ago della siringa. Antonio rimase in silenzio ad aspettare.

    “Perché non mi hai mai voluta, Antonio?”.

    Tutto si fece sfocato, tutto iniziò a girare intorno, si buttò sul letto e scoppiò a piangere senza ritegno, inerme di fronte alla sua sconfitta. Avrebbe confessato, tutto.

    IV

    “Sei riuscito a capire che cosa vogliono da noi?” chiese Andreoni masticando il suo panino.

    “Nomi, luoghi e date. Nient'altro”. Sartori non sembrava dell'umore più adatto per fare conversazione, quel giorno.

    “E glieli daremo?”.

    “Abbiamo mai deluso i nostri amici del Mossad? Diventano nervosi se le loro squadre della morte rimangono per troppo tempo senza lavoro. Del resto è nel nostro stesso interesse, dopo Fiumicino…”.

    Andreoni rivide mentalmente le macerie dopo l'attentato, le ambulanze con i feriti, i soldati che rimuovevano le salme e tutto il resto. “Già. E da dove la peschiamo sta roba? Dal cilindro del prestigiatore?”.

    “Non ci sei molto lontano, insisti”.

    Un sorriso furbo apparve sotto i baffi di Andreoni. “Quello che mi sorprende è come abbiamo fatto a prendere un pezzo grosso come Kamenev”.

    “Organizzazione, duro lavoro, pazienza. E forse qualche piccolo suggerimento da parte dei servizi tedeschi”.

    “Capisco”. Finì il panino e gettò la salvietta nel cestino della carta straccia. “Ora, io la vedo così. Noi abbiamo qualcosa cui loro tengono parecchio, Kamenev, per l'appunto; sempre noi, abbiamo bisogno di fornire istruzioni operative al Mossad per le loro azioni di ritorsione verso i terroristi che hanno fatto l'attentato…”.

    “Un momento. Nessuno ci garantisce che si tratti proprio di quei terroristi”.

    “Giusto, mi correggo. L'importante è farne fuori il maggior numero possibile, in modo che aumentino le probabilità che in mezzo a loro ne capitino di quelli coinvolti con l'attentato. In ogni caso, questi sono dettagli operativi che a noi non interessano…”. Prese un altro panino dal sacchetto e ne ispezionò il contenuto; prosciutto e formaggio. Non male, bevve un sorso di birra dalla lattina e proseguì. “Come abbiamo saputo noi che i bulgari hanno in mano quella informazione sui nascondigli e tutto il resto?”.

    “Kamenev. Il suo grado lo mette in condizione di poter trattare al riguardo. Poi è venuta la conferma da parte dei suoi nel corso del nostro ultimo incontro informale”.

    “D'accordo. Allora l'unico problema rimane quello di combinare l'affare senza che l'Agenzia ne sappia niente. Abbastanza geniale la soluzione che hanno trovato, devo dire. Di chi è stata l'idea, Garrone?”.

    “Rossi”.

    “Ah sì, dimenticavo Rossi”. Rimasero qualche minuto in silenzio continuando il loro pranzo improvvisato prima di tornare al lavoro. “Senti una cosa, Enrico”, riprese Andreoni, “quel povero diavolo, quel Novelli, credi che se la caverà?”.

    “E chi può dirlo? Vallo a chiedere a Rossi”.

    Con il passare dei giorni i giornalisti italiani cominciarono a dare maggiore importanza alla faccenda del connazionale detenuto in Bulgaria sotto l'accusa di spionaggio. Le foto scattate durante la fase pubblica del processo mostravano un uomo magro dall'aria stanca seduto fra due guardie, i servizi parlavano di una lunga militanza nel Partito Comunista Italiano, di una convivenza, di due figli. L'assurdità delle accuse appariva a tutti palese, mentre la lunga durata della detenzione – ormai prossima ai tre mesi – unita ad una conoscenza frammentaria delle condizioni in cui avrebbe potuto essere tenuto e ad accurate analisi effettuate da esperti di turno, portarono a presupporre nel soggetto la presenza di uno stato mentale alterato.

    Le autorità bulgare non sembrarono però prestare molta attenzione al fermento in atto nei mass media occidentali e dopo un'accurata istruttoria seguita da un processo popolare, la giuria di cui soltanto uno dei membri era un militare e solo due iscritti al partito, condannò l'imputato al massimo della pena prevista dalle leggi di quel Paese per il reato di spionaggio, attentato alla sicurezza dello stato e attività contrarie alla Repubblica Democratica Bulgara: trentacinque anni di lavori forzati.

    “Assurdo”, disse Bernardo Rossi a Graziano Garrone, capo di una delle sezioni staccate da lui personalmente convocato nel suo studiolo particolare, “una sentenza assolutamente spropositata alla gravità del reato. La dimostrazione più chiara della brutalità di quel regime. E non può nemmeno invocare la legislazione sui pentiti”.

    Se quella volle essere una battuta, come tale Garrone non la prese, e rimase a sedere immobile aspettando che il superiore rompesse nuovamente il silenzio polveroso ed imbarazzante che regnava nella stanza. “In che luogo è stato detenuto?”.

    “Una piccola base militare sui monti Balcani, poche decine di chilometri a sud est di Gabrovo”.

    Rossi annuì pensoso stringendo le labbra e guardandosi le punte delle dita. Il bagliore immacolato di un largo fazzoletto che si era materializzato fra le sue mani precedette il rombo apocalittico del suo soffiarsi il naso; si risistemò gli occhiali dalle spesse lenti e si trattenne con evidente fastidio dall'esaminare il risultato del suo sforzo immane.

    “Lei pensa che l'abbiano trattato tanto male?”.

    “No, non troppo, tutto sommato”.

    “Bene”. Il fazzoletto era di nuovo scomparso fra le misteriose pieghe del suo costoso abito ed il sussiegoso funzionario rivolse i piccoli occhi porcini verso Garrone. “Ho avuto di recente un breve colloquio a livello informale con il dottor Franzini. Lui si è soffermato anche se non ha molta fiducia nel meccanismo. Lui, vede, l'ha definita… tortuosa. Lei mi capisce, tortuosa. Ora io le chiedo, a parte lo stato attuale delle cose, che non lascia prevedere sviluppi di sorta, lei mi può assicurare con certezza che quel Novelli se la caverà?”.

    “Abbiamo la parola di Kamenev, e lo stesso Leontiev…”.

    “Lasci stare Leontiev. Gli ultimi rapporti parlano di un pericoloso stato mentale: non vorrei che la patata diventasse più bollente di quello che ci si aspettava, lei mi capisce”.

    “Le condizioni di Novelli sono state oggetto di un attento esame preliminare e lei ha firmato personalm…”.

    “Lasci stare, lasci stare la prego i dettagli; lei non mi ha capito, lei sta involontariamente sviando”. Lasciò che i suoi occhietti fiammeggianti indagassero attraverso le lenti il viso di Garrone di fronte a lui, poi si ricompose e la sua grande personalità apparve più spiccata che mai in quello sforzo. “In fondo, forse, sono io che non mi sono saputo ben spiegare. Io non l'ho convocata qui per argomentare sui dettagli, questo nostro incontro voleva avere un'aria più, diciamo così, informale, lei mi capisce?”. Attraverso i vetri ed i pesanti tendaggi dell'alta e stretta finestra filtrava smorzato, da qualche parte là fuori, il rumore del traffico. “Il dottor Franzini considera di primaria importanza l'obiettivo di fornire quelle informazioni agli Israeliani, anche a costo di lasciarsi scappare un pesce come Kamenev; tutto questo è assodato, anche il tipo di copertura escogitato e tutto il resto. L'anello debole della catena rimane Novelli. Garrone, io non l'ho convocata, ripeto, per ripassare su cose già assodate; è solo per fare due chiacchiere fra collaboratori. Io le volevo semplicemente riportare alcune impressioni del dottor Franzini. In fondo il suo apporto ed il suo coinvolgimento in questa operazione sono notevoli… ed encomiabili! Ciò non toglie però, non lo può negare, che se certi risvolti dovessero svilupparsi in forma indesiderata con conseguenze negative per quel nostro anello debole, lei non potrà sottrarsi alla sua parte di responsabilità”.

    Lasciò paternamente che l'effetto di quelle parole cercasse vanamente di alterare l'espressione impassibile del subalterno e gli diede congedo.

    “Arrivederci, colonnello Garrone”.

    “Buongiorno”.

    I fari al limone di un'autovettura militare che sfrecciava sull'asfalto umido frugarono la nebbia, mettendo a fuoco, per alcuni secondi, la sagoma dell'aereo sullo sfondo; gli avevano spiegato quello che doveva fare fin nei minimi dettagli, ed un sollecito ed infreddolito Giovanni Monteneri gli aveva rinnovato i propri insonnoliti auguri. La cosa fondamentale era rimanere calmo. Chiusero la porta e si incamminarono verso la sagoma indistinta dell'aereo: Antonio Novelli davanti fra due funzionari in borghese, altri tre uomini camminavano silenziosi dietro a loro; fra di essi c'era anche il magro interprete civile che gli era diventato ormai familiare.

    I passi risuonavano sull'asfalto mentre le luci dei baraccamenti si allontanavano, le alte montagne che cingevano il piccolo aeroporto militare si ergevano tutte intorno, invisibili nella nebbia con le loro falde coperte di neve e di abeti. L'aria era gelida e profumata; alcuni soldati con i fucili automatici che pendevano dalla spalla destra smisero di pestare i piedi e di soffiarsi nelle mani e li guardarono passare mormorando qualche commento. Da una delle torri, un potente riflettore fu acceso ed un crudo fascio di luce circolare fu diretto verso il fitto degli alberi, oltre il filo spinato, per spegnersi subito dopo. Sulla sommità della passerella, l'uomo si fermò e si volse a guardare le luci lontane e poi il campo tutto intorno, poi si strinse con un brivido nel pesante impermeabile militare ed entrò, seguito dagli altri. Il portello si chiuse con un tonfo, lasciandosi al di fuori il freddo e la nebbia della notte.

    Non ebbe una cognizione precisa della durata del viaggio; si liberò nell'impermeabile e si mise comodo sul sedile, gli offrirono del caffè da un thermos e poi lo lasciarono in pace. Si addormentò e si risvegliò più di una volta, senza sogni e senza fatica; i funzionari scambiavano qualche chiacchiera fra di loro in bulgaro, mentre i tre del gruppetto seduto in disparte, di cui faceva parte anche l'interprete magro, non aprirono apparentemente bocca per l'intera durata del viaggio.

    Era quasi l'alba quando atterrarono su di una minuscola isoletta sperduta nel Mediterraneo; non seppe mai quale.

    Il gruppo di uomini scesi dall'altro aereo era simile al loro; si erano raggruppati all'altro capo della pista ed erano rimasti in attesa, fermi. Nessun altro sembrava essere presente in quel silenzio rotto solo dallo schiantarsi lontano delle onde sugli scogli, mentre un'alba livida tingeva di riflessi spettrali il brullo paesaggio intorno a quella larga strada asfaltata, che segnali mobili luminosi avevano trasformato in un aeroporto di fortuna.

    Si era rimesso l'impermeabile e portava in una mano la borsa che gli avevano restituito con tutti i suoi effetti personali. I due funzionari in borghese gli stavano ancora ai lati; anche se forse, ora, con una leggera punta di imbarazzo.

    Quando nell'altro gruppo qualcosa sembrò muoversi impercettibile, come un vago senso di disagio, un'onda indefinita e profonda, anche in lui si trasmise quel tacito messaggio, quell'inquietudine strana ed irresistibile. Una figura si era staccata dal gruppo all'altro capo della pista, i due funzionari ai suoi lati erano spariti e prima che Antonio Novelli ne fosse consapevole, aveva mosso alcuni timidi, riluttanti passi: lo scambio era in corso.

    “Herr Novelli”.

    Si girò a guardare e fu come se avessero svegliato un sonnanbulo. Quell'interruzione, quell'intoppo, sembrò trasmettersi con istantanea rapidità alla parte opposta. “Mi dica”.

    “Ha dimenticato questa”.

    L'interprete, magro e compassato, si era staccato dal gruppo degli altri bulgari: Novelli guardava attonito, senza capire, il suo braccio teso, la sua mano che teneva qualcosa in quell'alba irreale, con i segnali intermittenti della pista, con le erbacce scosse dal vento sulla sabbia, con quel mare inquieto, minaccioso.

    Allungò a sua volta la mano, prese la tessera del suo partito e se la mise nella tasca interna dell'impermeabile. Si voltò e riprese a camminare.

    “Buona fortuna, Herr Novelli”.

    “Grazie”.

    Ancora non si era perso nella sua mente l'eco di quelle ultime parole, ancora quell'espressione vacua non era sparita dal suo volto, ancora la borsa gli penzolava dalla mano ed ondeggiava contro la sua gamba che già, senza vedere e senza capire, aveva incrociato senza vederlo l'uomo che veniva dalla direzione opposta e camminava più diritto, più sicuro di lui, alto, scuro, col cappello calato sugli occhi, il cupo luccichio degli occhiali, lo scalpiccio delle scarpe sull'asfalto, lo svolazzare delle falde dell'impermeabile.

    Non si girò a guardare, continuò a camminare verso quell'altro aereo, quelle altre persone, l'uomo grasso coi baffi al centro, i carabinieri in borghese, un altro interprete magro, forse anche lui patito di Bukowski e di atletica leggera, ed infine lui.

    Non aveva bisogno di vedere quegli occhi nascosti sotto la falda del cappello, non aveva bisogno di vedere quelle mani sprofondate nelle tasche; non sembrava a suo agio in quel posto più di quanto non si fosse sentito a suo agio a Bologna. Più di quanto non si sarebbe sentito a suo agio in nessun posto al mondo.

    Mosse qualche passo avanti e la linea dura della sua bocca si schiuse, il tono della sua voce si mescolò allo sciabordio delle onde ed al sibilo del vento.

    “Come stai, Antonio?”.

    “Così, come mi vedi. Dovevano mandare proprio te?”.

    “Volevano qualcuno che conoscessi”.

    Novelli guardò a terra e poi guardò le facce inespressive degli altri. Si decisero ad entrare. Il portello si chiuse ed il sibilo dei reattori, che presero vita come d'incanto, fu più forte del vento, del mare, cancellando la magia oscura di quello scenario, il significato di quella situazione assurda ed irreale.

    “Dove siamo diretti?” chiese a Sartori.

    “L'aeroporto San Marco di Venezia”.

    “Niente giornalisti?”.

    “Niente giornalisti. Là ci aspetta un'auto che ci porterà in un albergo fuori Padova dove passeremo la notte. Domani ti faremo qualche domanda e poi ti porteremo a casa”.

    “Come stanno la Donata e i bambini?”.

    “Bene, non ti preoccupare. Fra qualche ora le potrai telefonare”.

    Novelli chiuse gli occhi e sembrò pensare. La sua espressione non cambiò, il taglio della bocca non fu increspato da nessun debole sorriso, ma i suoi lineamenti erano in qualche modo più distesi, ora, sereni. Qualcosa era successo, la risoluzione era presa; la Donata, i bambini. Novelli si addormentò. Un po' di tempo, l'arco di un paio di giorni, forse, e poi avrebbe mosso di nuovo i suoi incerti, traballanti passi, affrontandola alla sua maniera, ma affrontandola di nuovo, la vita.

  • I gialli di Marco Sproccati

    I gialli di Marco Sproccati

    Non ha un volto per i lettori di Ventaglio 90 Marco Sproccati, autore del lungo racconto giallo che qui pubblichiamo. Egli si è pure sottratto alla consueta intervista di presentazione preferendo, forse la sintonia con l’aria di mistero che circonda i protagonisti dei suoi racconti, rimanere nell’ombra.

    Delle sue note biografiche siamo in grado pertanto di pubblicare esclusivamente il nome, aggiungendo soltanto che è un polesano tornato alla terra d’origine per motivi di lavoro (succede dunque anche questo nella nostra provincia) dopo esperienze lavorative in altre regioni.

    Marco Sproccati si addentra con i suoi racconti nel mondo dei servizi segreti, riproponendo situazioni ed atmosfere di quel lungo ed estenuante braccio di ferro che per anni ha contrapposto in Europa i paesi dell’Est a quelli dell’Ovest. Nel racconto che pubblichiamo, “Un pericoloso stato mentale”, l’inconsapevole protagonista di giochi di spie è un ferrarese, mentre la vicenda si conclude in un albergo di Padova. La nostra provincia è dunque soltanto sfiorata da questo giallo, i cui protagonisti e le cui situazioni sono naturalmente di pura invenzione.

  • Il ponte

    Il ponte

    Ad uno ad uno aveva perduto tutti gli amici dell'infanzia. Lui, Tonio (Antonio naturalmente all'anagrafe, ma questo proprio non lo sapeva) si era rifiutato di crescere e così, un po' alla volta, era rimasto solo. Ma la transizione alla nuova condizione di vita era stata abbastanza lenta e non aveva costituito nessun dramma; altrettanto si era adattato a farsi chiamare Tonino, nome che meglio si confaceva alla sua statura limitata. E così, mentre i fratelli e le sorelle crescevano, si sposavano e uno dopo l'altro abbandonavano la famiglia, Tonino sembrava destinato a rimanere un eterno fanciullo. I genitori, inizialmente preoccupati del ritardo della crescita del ragazzo, si erano progressivamente adeguati e, proprio dall'esistenza di quel loro figliolo dall'età indefinibile, ricavavano un motivo di vita nella grande casa che sorgeva sulla polverosa strada verso i campi.

    Tonino infatti aveva bisogno che qualcuno si occupasse di lui, dei suoi indumenti e dei suoi pasti. Per il resto non dava problemi. A dispetto della sua figura tutt'altro che appariscente, aveva un fisico che sembrava inattaccabile dalle malattie. Poco vestito, anche nei giorni più freddi, faceva quotidianamente chilometri e chilometri, aggirandosi solitario per le campagne senza una meta precisa, per fermarsi, di quando in quando, attratto da indefinibili richiami della natura.

    Ogni tanto i contadini, scorgendolo, lo chiamavano, facendogli cenno di avvicinarsi. Lui a volte acconsentiva e si soffermava in loro compagnia, magari per uno spuntino, ma altre volte se ne fuggiva lontano, aumentando di tanto l'andatura, quanto più insistenti e gridati erano gli inviti a restare. A queste stranezze nessuno faceva caso, giacché ben si sapeva che Tonino non andava preso con i parametri della norma.

    E d'altra parte lui aveva dei buoni motivi per diffidare nel prossimo: quante volte infatti era stato oggetto di scherzi di cattivo gusto! Come quel giorno che gli avevano offerto una birra, e per vincere la sua diffidenza avevano stappato varie bottigliette iniziando a bere con voluttà, lasciando lì bene in vista la sua già aperta. E avevano detto che se non si fosse sbrigato non gli sarebbe rimasto nemmeno quella. Allora Tonino aveva ceduto e, lesto lesto, aveva portato la bottiglietta alle labbra, ma subito aveva sentito la ripugnanza di un liquido disgustoso e l'insopportabile fragore di quelle risate di dileggio. Ed era fuggito lontano, covando una sorda avversione contro tutti.

    Si era calmato soltanto dopo qualche ora, quando il sole era già tramontato ed il concerto di raganelle si era impossessato della campagna. Allora aveva goduto di un senso di sconfinata libertà: si era sentito il solo padrone di quel mondo fatto di piccole tremule stelle, del fruscio lieve delle fronde dei pioppi e di quel gracidare intenso proveniente dai fossati.

    Poche erano le persone di cui si fidava: il vecchio campanaro, che gli concedeva il privilegio di suonare la campana mattutina, ed il pastore, un uomo solitario che, come lui, sembrava evitare il prossimo, ma che gli aveva sempre permesso di accarezzare le sue pecore, richiamando imperiosamente il cane, meno propenso a lasciarlo avvicinare.

    Gianni, il pastore, alcune volte gli aveva raccontato dei suoi interminabili viaggi con il gregge lungo il fiume, fino ai luoghi in cui il corso d'acqua si restringe, là su in montagna, dove l'aria odora della resina dei boschi ed il cielo, dopo l'acquazzone, si tinge di un azzurro incredibilmente intenso. E Tonino, un giorno di primavera, aveva seguito il pastore per alcuni chilometri oltre il ponte sul fiume, fino a quando Gianni lo aveva mandato a casa, che era già troppo tardi, annunciandogli il suo ritorno in autunno.

    Quell'estate Tonino si recò frequentemente nei pressi del ponte. Gli piaceva in particolare scendere la scarpata e rifugiarsi sotto le grandi arcate. Guardava immobile l'ininterrotto flusso dell'acqua, godendo della frescura che saliva dal fiume. Osservava attonito l'incedere inarrestabile di quella massa liquida, soggiogato dal fascino della corrente senza fine, sempre uguale e contemporaneamente sempre rinnovata, ricca del mistero dell'infinito.

    Il ponte era diventato il suo tetto, la sicurezza di un rifugio sicuro, il piacere dell'ombra compatta che si disegnava sulle rive erbose e su quella superficie in movimento. Di lì gustava l'ebbrezza dei voli radenti delle rondini ed il brivido del guizzo improvviso di un pesce sotto riva.

    Ma un giorno si trovò il percorso sbarrato: tutta la zona era transennata, ed una mastodontica gru era al lavoro. Che facevano? Stavano smontando il suo ponte e distruggendo il suo rifugio?

    Restò contrariato ma, avvezzo com'era ai dispetti della gente, senza nemmeno un attimo di sosta, riprese la via del ritorno. La madre, sorpresa per il rientro anticipato, scorgendolo rabbuiato e depresso, indagò sul motivo del suo disappunto. Cercò di consolarlo, assicurandolo che il vecchio ponte, che da mesi era stato interdetto al traffico veicolare, sarebbe stato sostituito da uno nuovo, più largo e robusto.

    Tonino decise di portare pazienza e divenne un assiduo osservatore dei lavori, che procedettero spediti e senza intoppi, così che, dopo circa tre mesi, l'opera fu portata a termine. Seguì una splendida festa, organizzata dalle due comunità rivierasche, nella quale Tonino si trovò inconsapevolmente coinvolto.

    Arturo, il vecchio campanaro, il giorno prima gli aveva fatto mille raccomandazioni perché la mattina seguente si presentasse a suonare le campane ben vestito: subito dopo infatti si sarebbero recati a trovare la regina.

    “La regina?” era stata l'incredula replica di Tonino. Ma alla risposta affermativa di Arturo non aveva obiettato. Di lui si fidava ciecamente.

    L'indomani, dopo la messa, Tonino ed Arturo si incamminarono lungo l'argine del fiume, percorrendo la via tanto familiare. Man mano che si avvicinavano al ponte, avvertivano sempre più distintamente le piacevoli note di una allegra marcetta. La musica festosa, suonata dalla banda cittadina, si elevava al di sopra di un ininterrotto cicaleccio. Centinaia di persone in festa gremivano il ponte e le vicinanze più prossime, mentre varie bancarelle con dolciumi si assiepavano alle due imboccature della nuova struttura. Ad intervalli regolari, grappoli di palloncini rossi venivano liberati verso il cielo, tra gli applausi degli adulti e le grida dei più piccini.

    Al centro della nuova struttura era stato eretto un vistoso palco rialzato, verso cui i due si diressero. Sotto un baldacchino, pomposamente decorato, su una poltroncina ben intarsiata, sedeva ostentando un portamento nobiliare, una ragazza ricoperta da un mantello damascato. Era quella la reginetta del ponte. Tonino non ebbe alcun dubbio.

    La cerimonia dell'inaugurazione dell'importante opera di collegamento era già iniziata, ed alcuni altoparlanti diffondevano la voce dei sindaci dei due paesi riveraschi che inneggiavano ai fraterni rapporti tra le due comunità. Intervenne anche il vescovo, che lodò il frutto del benefico operato umano e lo benedisse, mentre il coretto parrocchiale intonava le lodi al Signore.

    Poi la festa assunse un tono squisitamente popolare, ed i rappresentanti delle varie contrade si alternarono nell'offrire alla reginetta i loro doni augurali.

    Anche Tonino, premurosamente avviato da Arturo, salì sul palco consegnando alla sua regina una targa ricordo fatta incidere dagli abitanti del suo rione. Momento indimenticabile! Come il successivo bacio della reginetta, immortalato da alcune fotografie di cui Tonino divenne gelosissimo custode.

    Ma lui non aveva dimenticato Gianni, e continuò a raggiungere con assiduità la meta delle sue passeggiate, anche se i giorni si facevano via via più umidi e non infrequentemente piovosi.

    Finché un pomeriggio una stupefacente visione: aveva appena imboccato il ponte quando gli apparve un enorme gregge che, per un'incredibile magia, sembrava fluttuare libero, incedendo su una scia d'aria. Decine e decine di pecore in marcia avevano completamente occupato la corsia recentemente costruita, occultando il sottostante nastro d'asfalto. Procedevano dunque verso di lui, apparentemente prive di sostegno, quasi su un fantastico ponte celeste. In mezzo all'enorme gregge color avorio, si delineava la nera barba di Gianni, il quale, appena scorse Tonino, cominciò ad agitare il suo inseparabile bastone in segno di saluto.

    Solo quando i primi capi ebbero imboccato la strada arginale, alle spalle degli ultimi armenti cominciò a delinearsi nuovamente la solida pavimentazione. Ma Tonino era ancora rapito dalla suggestione magica di quella visione a cui si aggiunse, altrettanto memorabile, il dono di Gianni: un mazzetto di stelle alpine, colte là – disse – dove le vette toccano il firmamento stellato.

    E Tonino avvertì il brivido dell'immensità.

    Seguì un giuramento: anche lui un giorno avrebbe superato quel ponte al seguito di Gianni e del suo gregge. Anche lui avrebbe imboccato la strada che porta alle azzurre cime, su cui si adagiano le candide stelle del cielo.

  • A cavallo

    A cavallo

    Ancora un saluto ed un augurio di buon capodanno. Un rapido esame mentale per considerare se per caso avesse dimenticato qualcuno, poi Marco uscì dall'ufficio ed imboccò le scale, pensando come avrebbe riempito il week-end ritenuto il più atteso dell'anno. Negli ultimi giorni i riferimenti al grande appuntamento erano stati frequenti nell'ufficio, e in varie occasioni gli era capitato di cogliere le colleghe intente in fitti scambi di confidenze sui particolari dell'abbigliamento per l'attesissimo veglione. Qualche volta avevano cercato di coinvolgerlo nelle loro conversazioni chiedendogli i suoi progetti sulla grande notte, ma Marco era sempre riuscito a dribblare il discorso assumendo, a seconda dei casi, un'aria misteriosa o di sufficienza. Sapeva infatti benissimo che per lui non vi sarebbe stato alcun veglione: l'89 aveva segnato il naufragio della sua storia d'amore, incidendo pesantemente nel suo animo, tanto che ogni occasione festosa e allegra gli appariva priva di senso e decisamente stonata.

    Via dalla pazza folla, dunque! Se ne sarebbe stato da solo, con qualche disco di musica classica, evitando ogni riferimento ai motivi della festa collettiva, e si sarebbe coricato prima possibile.

    Ma sarebbe riuscito a prendere sonno? Il problema in effetti esisteva, inutile nasconderselo: la nostalgia lo avrebbe preso forse in modo struggente. Per l'immediato, per il pomeriggio del 30 dicembre, aveva però un appuntamento ben più piacevole: dopo un rapido spuntino, una corsa in auto fin sull'altopiano, a Cesuna, dove avrebbe fatto una bella galoppata in sella ad Indio.

    Quella del cavallo inizialmente non era nata come una vera e propria passione; per lui aveva rappresentato più che altro uno svago a cui dedicare le ore del suo tempo libero, una concreta possibilità di superare quello stato di accidia in cui era precipitato dopo che Carla aveva deciso di rompere quel loro lungo, eccessivamente lungo, fidanzamento. Ma ben presto aveva assaporato il gusto dell'equitazione: una bella sgroppata tra i boschi a briglie sciolte era il balsamo adatto per lenire le sue ferite, comunicandogli l'ebbrezza di una sconosciuta libertà. In breve era divenuto padrone della tecnica equestre, tanto che i gestori del maneggio di Col del Vento, facendo uno strappo alla regola, in considerazione della sua attitudine, si erano fidati presto a concedergli un cavallo per escursioni solitarie. E con Indio l'intesa era stata perfetta. Una piccola pressione con i tacchi, ed il cavallo partiva con un trotto fluido e ritmato che lui sapeva assecondare, mettendosi in perfetta sintonia con quei movimenti. Ed ogni volta si rinnovava il piacere di quella simbiosi in cui uomo ed animale divenivano un essere unico, alla scoperta di nuovi sentieri e di panorami sconosciuti.

    Superare al galoppo ripide salite, spingersi nella macchia più fitta per scovare piccoli branchi di caprioli, scendere lentamente scarpate scoscese… emozioni che si rinnovavano piacevolissime ad ogni appuntamento con la montagna.

    “Un fine d’anno senza neve questo che sta per chiudere il 1989” pensava Marco, mentre lasciava la città alle sue spalle ed imboccava la Valdastico; ma a lui non importava molto, e già pregustava la sua uscita con Indio.

    L’auto superò agile i dieci tornanti ed affrontò la stretta gola che immette sull’altipiano, a metà della quale si verifica quella specie di miracolo climatico che Marco ben conosceva: improvvisamente spariva ogni residuo dei filacci nebbiosi risalenti dalla pianura ed il cielo, nelle giornate serene, appariva di un azzurro intenso. Anche quel giorno il sole si presentò d’un tratto più luminoso, mentre la vegetazione, nel breve spazio di qualche centinaio di metri, assumeva il classico aspetto della flora alpina. Marco non ricordava altri posti dove il passaggio di ambiente fosse così improvviso e netto, tanto che l’impatto col mondo montano appariva sempre particolarmente gradito ed esaltante.

    Dopo un paio di chilometri imboccò la via per Cesuna, con destinazione Col del Vento, sede dell’azienda agrituristica omonima. Sulla sinistra della strada, costeggiata da pini ed abeti, di quando in quando qualche squarcio lasciava vedere la suggestiva scenografia dell’altipiano. Il sole d’ambra del primo pomeriggio invernale inondava di una luce dorata la grande conca, delimitata a nord dalle cime più elevate. Il panorama, anche se conosciuto, si manifestava così splendido nella limpida giornata di dicembre, che Marco fermò l’auto prima di raggiungere il centro abitato, attratto da quel fulgore esplosivo. Un diffuso colore di miele rivestiva il paesaggio montano incredibilmente privo di neve. I caldi raggi di un sole dorato facevano risaltare il mantello fulvo dei prati che tappezzavano rotondità e avvallamenti del suolo, interrotti da scure macchie di pini o da gruppi di faggi senza chioma. E tutt’intorno le dorsali più elevate, fitte di conifere verdeggianti, a circoscrivere il grande pianoro dell’altipiano.

    Meccanicamente Marco cercò i noti punti di riferimento: il campanile di Canove, che in quel punto appariva quasi allineato con quello di Camporovere là più in fondo, e le abitazioni di quest’ultima località, schierate lungo una linea retta come vigili sentinelle. Lo sguardo scese a cercare inutilmente il ponte di Roana non visibile da quella posizione, poi intercettò gli svettanti campanili dei paesi oltre la frattura della Val d’Assa e si posò sui bianchi padiglioni del centro elioterapico di Mezzaselva, incastonato nel verde mare di pini ed abeti; sostò ancora su una grande fattoria gialla a forma semicircolare, alle cui spalle, al di là della vallata, notò un’analoga ampia struttura progettata con canoni più moderni, ma proprio per questo meno inserita nel contesto ambientale. Poi si volse sulla destra a cercare il grande arco di Asiago, monumentale sepolcro collettivo per migliaia di caduti della grande guerra. (Poteva quel paesaggio così dolce e pacifico essere stato teatro di tanta desolata distruzione?) Infine tornò ad inquadrare le immediate vicinanze, sostando sulla fattoria di Col del vento. Era là, inondata di luce, in una posizione un po’ meno elevata rispetto al suo punto di osservazione, adagiata su un poggio al centro della vallata sempre accarezzata dal vento, come significava il suo nome.

    Uno sguardo all’orologio: era ora di andare. Marco risalì in auto e subito raggiunse Cesuna addobbata di festoni natalizi. Appena superato il centro udì le note di “Venite adoremus” che gli venivano incontro: la banda locale era schierata presso il capitello che sorge all’imboccatura della strada che porta all’agriturismo. Proseguì a passo d’uomo, lasciandosi alle spalle il gruppo musicale e continuando a canticchiare il motivo della natività.

    Fu ancora una percezione uditiva a richiamare la sua attenzione; ma questa volta molto meno piacevole: un abbaiare forsennato di cani da slitta lo accolse al suo arrivo. Gli animali manifestavano rumorosamente il loro dissenso nei confronti della totale mancanza di neve, e i loro guaiti erano così intensi da palesare un autentico stato di sofferenza.

    La cosa non risultò gradita a Marco, ma ancora meno piacevole gli apparve la vista del suo Indio cavalcato da una amazzone che si esibiva, all’interno del maneggio, in impeccabili salti agli ostacoli. Marco espresse il suo disappunto al titolare dell’azienda, con il quale dovette però convenire che, proprio le ottime qualità di Indio, rendevano questo cavallo il più adatto per esercizi di precisione. E fu rassicurato sulle positive caratteristiche di Eva, una cavalla argentina dal portamento elegante, che gli era stata destinata.

    Prima di avviarsi per la passeggiata, Marco volse uno sguardo risentito alla cavallerizza che, ignara del suo disappunto, era tesa con Indio nel salto di un ostacolo. Marco imboccò la strada per la pineta, spingendo Eva al trotto. Sentì che la cavalla rispondeva docile ai suoi comandi e, lungo la stradina dell’ex ferrovia, le fece aumentare l’andatura per una festosa galoppata. L’aria fresca riempiva i polmoni di cavalla e cavaliere che, inebriati di libertà, per oltre un’ora percorsero le silenti vie del bosco, sbucando nelle radure ove gli ultimi barbagli di un sole ormai declinante disegnava ombre lunghissime.

    Al ritorno gli fu chiesto come si fosse trovato con Eva. “Tutto Okay” rispose, rivolgendo uno sguardo enigmatico alla ragazza che, conclusa la sua performance equestre, accarezzava affettuosamente Indio sul muso setoloso. Fu lo stalliere a rivolgere la parola a quest’ultima informandola che il signore si era lamentato di non aver trovato il suo cavallo.

    “Come? Il mio Indio?” esclamò la giovane con tono di finta incredulità.

    “No, il mio Indio” intervenne Marco, calcando la voce sull’aggettivo possessivo.

    “Non lo cederei per nessuno al mondo” riprese la ragazza, continuando lo scherzoso dialogo.

    “Io in realtà ne sono stato derubato” osservò Marco fingendosi offeso. Ma la ladra — continuò con tono più conciliante — per fortuna era all’altezza della situazione”.

    Si guardarono e scoppiarono a ridere.

    “Posso offrire una cioccolata calda o un ponce alla mia concorrente?” disse Marco premendosi i padiglioni auricolari freddi come il gelo.

    “Va bene per la prima… purché con panna. A me piacciono le cose migliori” soggiunse con un sorriso allusivo la giovane, e con fare spigliato gli tese la mano declinando il suo nome: Anna.

    Il dialogo al bar dell’agriturismo fu brioso e, naturalmente, incentrato sull’hobby che li accomunava. Poi Marco offrì ad Anna un passaggio in auto fino al paese. Si accomiatarono dandosi appuntamento all’indomani: “Stesso posto, stessi cavalli!” osservò la ragazza, sgranando significativamente gli occhi.

    Marco riprese la via del ritorno, di buon umore per il piacevole incontro. Pensò che da tempo non si sentiva così a suo agio con una ragazza. Dopo il triste epilogo del suo fidanzamento, aveva spesso evitato di stabilire rapporti con persone dell’altro sesso e aveva iniziato una vita molto più riservata, dedicandosi alla lettura di qualche libro ed imponendosi l’ascolto di brani di musica classica, che ora cominciava veramente ad apprezzare.

    Ma del resto, che poteva fare? Ormai quasi tutti gli amici si erano accasati. Qualche volta aveva accettato l’invito a passare alcune ore insieme, ma, cambiata la situazione di vita, erano venuti meno anche i motivi di intesa. E ricordò il ridicolo party a casa di Bruno, con incredibili discorsi sulle malattie dell’infanzia e i problemi dell’asilo nido. E non ci fu più modo di dirottare la conversazione verso altri temi, tanto era l’interesse che l’argomento aveva suscitato. “Beato te!” gli aveva detto l’amico, notando il suo disagio — “Divertiti fin che sei giovane. Non ridurti come noi, schiavo di mogli e figli!”. Ma in fondo non vi era un vero disappunto nella voce di Bruno, e Marco, salutando tutti, si era sentito più solo che mai.

    “Niente amici, niente donne, niente complicazioni”, mormorò Marco tra sé ritornando al presente. “E con Anna?” si chiese mentre azionava la freccia direzionale per uscire dall’autostrada. Beh, con lei era diverso, si trattava di una ragazzina. Con lei — ne era certo — non sarebbero mai potuti sorgere problemi di tipo sentimentale. Quanti anni li separavano? “Quattordici” disse mentalmente sottraendo dai suoi trentadue i diciotto supposti di Anna. E rivide quegli occhi brillanti di un azzurro marino, inconsueti per l’accostamento con i capelli nerissimi, che incorniciavano il perfetto ovale del volto; rivide quello sguardo così intenso e spontaneo mentre rivendicava l’esclusiva sul cavallo conteso. E quel suo finto atteggiarsi a risentita, col viso inclinato sulla spalla destra. Una ragazza simpatica, questo era indubitabile: l’indomani l’avrebbe rivista volentieri.

    Il giorno dopo si svegliò di buonora, prima del solito. “Proprio in un giorno di vacanza!” osservò con disappunto. Ma poi rettificò il suo pensiero: “Meglio così, stasera non avrò difficoltà ad addormentarmi presto”. Si sarebbe rincantucciato nel suo letto, mentre il resto del mondo sarebbe scivolato nel vortice della grande festa di fine anno. Ma, bando alle malinconie! Dopo una rapida colazione, Marco si dispose volonteroso a sbrigare il suo appartamento da scapolo, mentre l’“Eroica” di Beethoven diffondeva nell’aria i suoi “a fondo” musicali. Lavorò meticolosamente alcune ore: era tempo di mettere un po’ di ordine e, in fin dei conti, l’ultimo giorno dell’anno appariva particolarmente indicato per fare pulizie e liberarsi dalle inutili cianfrusaglie accumulate nel corso dei vari mesi. Alle undici Marco ammirò soddisfatto il positivo risultato del suo lavoro e spostò lo scatolone delle cose da buttare, sistemandolo provvisoriamente in ingresso. Pensò che non aveva assolutamente voglia di mettersi in cucina, col rischio, oltretutto, di rompere quell’ordine così perfetto. Avrebbe potuto pranzare presso l’agriturismo dell’altipiano. Detto fatto: una rapida toilette e, infilatasi la giacca a vento, si portò verso l’ascensore, destreggiandosi con lo scatolone delle immondizie.

    Poco dopo mezzogiorno fermò l’auto al posteggio del Col del Vento. A passi lenti, godendo il tepore di un sole incredibilmente caldo, raggiunse la fattoria. Sostò una decina di minuti sul terrazzo in legno, costruito a strapiombo sulla valletta a guisa di solarium, poi entrò nella sala adibita a ristorante, dove lo accolse l’intenso aroma del minestrone. Pranzò con appetito, scambiando alcune battute scherzose con Itala, la titolare dell’agriturismo. La giovane signora, a conoscenza del suo attaccamento ad Indio lo punzecchiava, colpendolo proprio nel suo punto debole. Nel pomeriggio — diceva ironicamente — gli avrebbero sì affidato il cavallo preferito, ma affinché lo sellasse per quella brunetta tutto pepe.

    Marco prese la palla al balzo per chiedere qualche informazione sulla ragazza. Venne a sapere che aveva vent’anni, che abitava a Mestre e che era iscritta al secondo anno di economia e commercio a Venezia. Una ragazza senza grilli per la testa, la definì Itala, appassionata di equitazione e, a quanto le era dato di intuire, con le idee molto chiare sulla vita e sugli uomini.

    “Sugli uomini?” le fece eco Marco, manifestando nella domanda una certa inquietudine.

    “Proprio così — riprese Itala — l’ho notata liquidare un ragazzo che evidentemente l’aveva importunata. Un tipino deciso, che sa farsi rispettare!”.

    Poi il discorso prese tutt’altra direzione, anche perché Marco, sentite le osservazioni sul carattere risoluto della ragazza, decise che avrebbe lasciato perdere quella conoscenza occasionale, avvertendo riemergere in sè un acuto senso di diffidenza nei confronti del sesso opposto.

    Ma, proprio mentre si trovava immerso in queste meditazioni rinunciatarie, arrivò lei, Anna che, fresca e di buon umore, gli rivolse un allegro saluto a cui Marco non potè rispondere con altrettanta cordialità. Il discorso tornò naturalmente sui cavalli, il loro trade-union, fin tanto che Marco, rompendo la sua naturale riservatezza, non le rivolse una domanda a bruciapelo: “Ma tu non ci pensi ai ragazzi?”.

    L’esitazione di Anna fu brevissima: “Loro hanno in mente solo il sesso”, disse senza falsi pudori. “Io su questo argomento ho le mie idee”. E poi aggiunse con determinazione: “In ogni caso non lo considero un opzional, ma un elemento insostituibile di un rapporto veramente importante. E tu che ne pensi?” gli chiese con tutta tranquillità.

    Marco si sentì spiazzato.

    “Il sesso?” disse quasi ponendosi da capo la domanda. Non poteva non darle ragione: “Certo, è una componente essenziale di un rapporto maturo, che richiede consapevolezza ed onestà da parte di entrambi i partner. Ma forse — aggiunse dopo un attimo di esitazione, spinto da un impulso ad uniformarsi ad un criterio di massima sincerità — forse l’uomo non sempre ha questo tipo di delicatezze”. E poi incuriosito: “Tu pensi che i maschi adulti siano più rispettosi di certi valori etici rispetto ai tuoi coetanei?”.

    “No — rispose con immediatezza la ragazza — però, almeno inizialmente, c’è un vantaggio”.

    “Sarebbe?” domandò Marco con curiosità.

    “Sono meno rozzi. È possibilissimo che il sesso sia l’obiettivo del loro corteggiamento, ma la cosa raramente si presenta tanto esplicita e vorrei dire spudorata come per molti ragazzi che si buttano senza ritegno, quasi fosse una cosa del tipo usa e getta”.

    “Ma in questo caso si potrebbe anche affermare che i maschi adulti sono solo più ipocriti!” disse Marco sorprendendosi ad esplicitare una riflessione dal sapore tipicamente femminista.

    “In effetti può essere benissimo così — osservò Anna — ma intanto c’è tempo di fare conoscenza e di troncare il rapporto prima che questo assuma una piega non gradita”.

    Marco era stupito dagli strani ruoli che avevano assunto nel colloquio, in cui le parti sembravano essere state scambiate all’insaputa degli stessi protagonisti. Ma ancora più stupefatto era della lucidità manifestata da quella ragazza: senza esitazione, Anna seguiva la sua logica che testimoniava l’esistenza di una personalità sicura e ben determinata.

    “La sai lunga tu — disse —. Ma chi te le ha insegnate tutte queste cose?”.

    “Mi piace osservare — rispose con consapevolezza —. Come adesso noto che alla tua camicia manca un bottone” aggiunse con tono allegro.

    Era vero, Marco lo sapeva. E, mentre meccanicamente infilava l’indice nell’asola vuota, si guardarono scoppiando in una risata complice. Quindi si avviarono verso la stalla ove i rispettivi cavalli li attendevano. Scambiatisi un vicendevole augurio di buona cavalcata, ognuno imboccò la propria strada.

    Marco si fece coinvolgere meno del solito dal piacere della corsa montana. Il pensiero andava ad Anna. Quella brunetta, dagli occhi incredibilmente azzurri aveva fatto centro nel suo animo. Impossibile non ammetterlo: lo aveva conquistato. “O forse stregato?” disse a voce alta rivolgendosi alla propria cavalcatura.

    Al ritorno ripresero il loro dialogo allegro e privo di sottintesi.

    “Ti accompagno a casa” disse Marco avviandosi verso l’auto.

    “Sì, ma a piedi” intervenne la ragazza trattenendolo ed indicandogli il sentiero che portava al paese.

    Lungo la viuzza solitaria i due parlarono della propria vita, mettendo al corrente l’un l’altra dei momenti più significativi. Poi Anna, interrompendo improvvisamente il discorso: “Ma stasera tu, che fai? Con chi passerai l’ultimo dell’anno?”.

    “Credo proprio con Bach” disse Marco cercando di darsi un tono.

    “È un appuntamento che non si può rimandare?” insistè lei.

    “Perché, hai un’alternativa sufficientemente valida?” chiese.

    “In paese c’è una festa aperta a tutti, presso il teatro. Potresti venire anche tu”.

    “Mi sentirei un pesce fuor d’acqua!” osservò Marco.

    “Ah già, il cowboy solitario!” fece lei provocandolo. “Ma non preoccuparti, questa volta saremo assieme a cavallo” riprese lei giocando con le parole, mentre lui la guardava interrogativo. “Già, a cavallo tra l’89 e il ’90, senza sella e stivali naturalmente… Va’ a cambiarti, ti aspetto”.

    Mentre faceva la doccia, Marco si ripeteva: “Attento alle ragazzine, sono pericolose”. Ma due perle color cobalto si erano fissate nella sua mente. E toglierle sarebbe stata un’impresa molto ardua. Che oltretutto proprio non desiderava… Anzi…

    “Quella ragazza mi ha proprio conquistato” disse soddisfatto. “O stregato?”.

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