A primavera avanzata quando le rondini avevano fabbricato i nidi di fango abbarbicati ai cornicioni con la perizia di un capomastro, e le piante ormai esplose in un trionfo di verzura offrivano riparo agli uccelli, e sopra i fiori campestri dai vivaci colori a guisa di tavolozza pittorica danzavano venuste farfalle d’ogni specie, era giunto il tempo della fienagione. Non trovo termini nella nostra pur ricca e musicale lingua per tradurre tutta l’opera relativa al fieno, da tempo immemorabile si è detto: “La prima segà xe quela de San Marco”.
Attorno il 25 Aprile infatti plotoni d’uomini con la falce in spalla, cappellaccio in testa, “maneghe fate su” calcavano i campi seminati a erba medica, volgarmente detta “erba Spagna” per falciarla, essiccarla e stiparla nei fienili.
Quanta fatica! La falciatura dell’erba era (e se qualcuno vuole ancora cimentarsi è) uno dei più pesanti lavori del contadino. Iniziava l’opera il capo-uomini dal lato sinistro del campo, “na bota al fero da segare (falce) con la “cote” per affilarlo. Poi con decisi mezzi giri, leggermente curvo in avanti faceva avanzare la falce a due-tre centimetri dal suolo con arte consumata. Gli steli d’erba cadevano inesorabilmente con un suono evocante sinistre fantasie: “SSeng… sseng… sseng…” dietro il falciatore si apriva nell’erba alta un solco ampio un paio di metri.
Compiuti una ventina di passi, era il turno del secondo falciatore, e poi via via di tutti gli altri, finché la schiera si esauriva lasciandosi alle spalle mezzo campo falciato. Giunto al fondo del campo il primo contadino, dopo essersi asciugato l’abbondante sudore con l’immancabile fazzoletto annodato al collo, ritornava sui suoi passi e ricominciava, là dove l’ultimo aveva terminato.
Partivano il mattino prima dell’alba per sfruttare il fresco e la rugiada, fungente da naturale lubrificante per la falce. Dopo una breve sosta per rifocillarsi con magro companatico – spesso soltanto polenta e cipolla cotta – piantavano per terra un attrezzo di ferro dalla larga capocchia “la pianta” su cui, dopo averla sfilata dal gambo, battevano come fabbri la falce con un martelletto a due punte per ridarle il filo tagliente.
Si continuava l’opera fino alle 2 del mattino e mi sono sempre chiesto da dove i falciatori attingessero tutte le calorie necessarie per un così gravoso sforzo. Il segreto probabilmente stava nel fatto che ignoravano del tutto il valore delle calorie, almeno come noi le intendiamo. Conoscevano invece fin troppo bene la caloria del sole che “S-cioca sulla testa” dopo mezzodì, la caloria indotta da colmi bicchieri di vino e l’altra caloria, quella sprigionata sotto le lenzuola in compagnia de “la femena”.
Al pomeriggio, dopo la terza ora, ritornavano sui campi e con le forche rigiravano l’erba falciata affinché il sole compisse l’opera di essiccazione. Infine verso sera raccoglievano la “spagna” in grossi mucchi per preservarla dall’azione dannosa della guazza notturna, o peggio dal pericolo di un improvviso temporale. Se il tempo aiutava, in due-tre giorni l’erba, divenuta fieno, era bella e pronta per essere raccolta e trasportata nei capaci fienili, diventando preziosa riserva di cibo per bovini ed equini.
Presenti come vestali del raccolto, le donne intervenivano nella fase finale; munite di rastrelli dal lungo manico davano un tocco di gentilezza. Si ripetava dunque nei campi la scena familiare dove tutti recitavano una ben precisa parte vestendo il lavoro di una agreste sacralità.
Cantavano sovente appropriate tiritere:
La Mariana la va in campagna
la volta la spagna, la mucia el fen,
fin ch’el sole tramonterà…
tramonteraaa…”
Gli uomini con le forche infilzavano “le marele de fen” (piccoli mucchi) preparate dalle donne e caricavano i carri. Sopra il carro un vecchio esperto contadino sistemava a dovere il fieno, onde evitare che con i sobbalzi cadesse per via vanificando il lavoro compiuto.
Giunti alla cascina, il fieno nuovamente infilzato con le forche, era issato con forza sul fienile sopra la stalla al riparo dall’umidità, mentre i ragazzi si divertivano un mondo a fare le capriole sopra i carri e i mucchi sparsi per terra.
Un lavoro duro dunque, cui dava conforto la fragranza del fieno nuovo e l’averla fatta in barba al tempo. Un vecchio adagio ammonisce infatti: “Quando ca piove no se seca fen” e il sottinteso va ben oltre il significato letterale.
I proprietari di piccoli appezzamenti, con un paio di vacche per integrare l’economia familiare, non disponendo di carri, ammonticchiavano il fieno in piccoli cumoli, quindi infilavano sotto questi, due pali appuntiti e paralleli “i angoni” fungenti da supporto e manici per una improvvisata barella, poi uno davanti e l’altro dietro portavano verso casa il loro fieno. Nulla andava perduto; la gran quantità di foglioline disperse sotto il fienile “el ferume” nell’atto di scaricare il fieno, una volta spazzata veniva conservata per l’alimentazione dei conigli in gabbia.
Solo agli asini la “spagna” era interdetta, bestie rozze, resistenti, “e po’, i jera mussi”: per essi bastava l’erba dei fossati o dei cigli delle strade polverose.
Nelle grandi tenute, al tramonto avanzavano verso le “boarie”, lenti convogli di buoi o mucche con carri di fieno; ondeggiavano dolcemente, mentre i “paradori” (conduttori) richiamavano le bestie con voce e modi del tutto simili a quelli usati coi cristiani: “Ocio Balarina… pian Contessa… movate Svizzara… brute zaltrone a ve godi oncuò parché a porté a casa el vostro pan… a la vedaremo bela quando ca sirà ora de arare…”
Poi la modernità e la fine di un’epoca di sudore, ma anche di una civiltà e forse lo spegnimento di una fonte di poetici sogni.
Adesso un uomo solo basta e avanza a compiere tutto il lavoro. Ma se per una volta colto da languori prova a spegnere il ruggito dei motori, non sentirà più l’ansante sbuffo dei buoi, né incrocerà l’espressivo sguardo dei loro enormi occhi. Chi gli rammenterà nella solitudine dei campi, la fatica animalesca, l’affezione, il sentimento, la vita?
Due giorni prima dell’equinozio di Primavera venivano eliminati gli scaldaletti
Nei primi anni cinquanta ancora erano visibili sulle case e sulle chiese gli orribili sfregi lasciati dalla guerra e l'economia familiare procedeva sulla falsariga del periodo precedente il conflitto; così dicasi delle abitudini di vita, scosse alquanto in negativo dal vento gelido del sangue e della morte.
Case sbrecciate, imposte malconce, umidità trasudante dai muri contribuivano ad acutizzare la durezza del freddo invernale; ma l'ingegno nostrano sopperiva alle difficoltà senza l'ausilio dell'energia elettrica, del gasolio, del metano ecc. simboli ed elementi essenziali del successivo boom economico.
Che bello per noi “bocieta” essere accompagnati a letto dalla mamma, già mezzi imbambolati dal sonno, ignorando le seduzioni del tubo catodico in bianco e nero. Il soave finale della “fola” narrata dai nonni ci seguiva nelle orecchie fin sotto le lenzuola, mentre la buora, il vento di Nord-Est, sibilava tra i rami dei biancospini, promettendo neve incipiente.
Si attraversava il “portego” (specie di sala d'ingresso) rabbrividendo: la cucina infatti era l'unica stanza riscaldata della casa; si passava nel corridoio schiaffeggiati dagli spifferi e inseguiti da ombre minacciose create dal ballonzolare del lume a petrolio, per giungere, salite le scale di pietra grezza, nelle stanze da letto… vere ghiacciaie.
Ad attenderci, silenzioso ed invitante un singolare cavalletto sotto le coperte “la munega” contenente al suo interno un braciere di metallo col manico “la togara” colmo “de bronze coerte de zenare” (braci sotto cenere).
Nella fantasia infantile ci appariva come un enorme micione, coricatosi per tempo per prepararci il posto caldo, e questo invitante scaldaletto ci accompagnava dalle nebbie novembrine fino alle brinate di marzo, quando il sole regala ogni giorno un raggio in più alla natura.
Non eravamo a conoscenza di S. Giuseppe quale patrono la festa del papà, perché il consumismo era ancora al di là da venire; quel consumismo che non si fa scrupolo di scomodare i santi per mettere in moto la macchina di uno spreco spesso fine a se stesso, cosicché oggi rimane il rito del regalo (obbligatorio) e non se ne conosce più il motivo (storico e morale).
Noi bambini a San Giuseppe mica gli volevamo tanto bene e vi spiego il perché: “San Giuseppe el xe scapà traverso campi con tute le muneghe” così mi affrontò la mamma il mattino del 19 marzo di parecchi anni fa.
Rimasi di stucco: nella mia mente si stampò l'immagine di San Giuseppe – con tanto di bastone ricurvo e vesti lunghe come lo si conosceva dai santini distribuiti dal parroco – che correva a perdifiato sui campi ancora incolti tirandosi dietro le suore dell'asilo “le muneghe” monache per l'appunto.
Pure la nonna, cui ricorsi per una conferma, mi ripeté la medesima versione. Allora quasi balbettando argomentai: “Allora non si andrà più all'asilo vero?”. Ah… che sollievo! L'asilo, che pur avevo frequentato pochissimo, mi aveva lasciato un pessimo ricordo: quel cancello di entrata chiudeva fuori i miei sogni e gli svaghi preferiti; i giochi dell'asilo non bastavano a colmare il mio bisogno di libertà.
“No – disse la mamma – non le muneghe quele con le cotole longhe ca te insegna le orazion, …che le altre muneghe… quele ca se mete soto al leto per scaldarse”.
Dalla padella nella brace. Ma guarda un po' mi dicevo cosa va a combinare San Giuseppe! Arriva di soppiatto la notte della sua festa e si porta via tutte le “muneghe” (scaldaletti) con tanto de “fogare pienede bronze” (braciere) gli serviranno forse per scaldare gli angioletti del Paradiso?”.
Dunque la sera del 19 marzo, anticipando di due giorni l'equinozio di primavera, si andava a letto freschi, tirando una briciola su il nasino e fregando i piedini nelle lenzuola ruvide di canapa. Dopo una preghiera un po' più corta ed un segno di croce a mo' di scacciamosche si partiva per il mondo dei sogni, chiedendosi se anche S. Giuseppe quando faceva il falegname a Nazaret, avesse giocato lo stesso scherzetto al Bambino Gesù.
Andavano a scuola in pochi, una volta, e l'unico insegnamento era quello religioso, se di insegnamento si può parlare, perché era spesso una ripetizione mnemonica di preghiere rese incomprensibili quando si storpiava il latino.
Ma per insegnare a comportarsi da buoni cristiani, a pregare per salvare l'anima, erano più convincenti filastrocche che, con semplicità di espressione e immediatezza di immagini, come in una sequenza cinematografica, incutevano timore e paura di un inferno promesso.
Nella trascrizione, qui riportata dell'esposizione che ne faceva mia nonna si può seguire un'“anemela” che dopo la morte inizia il lungo viaggio nell'aldilà. Incontra un “vecieto”: c'è quasi un tono affettuoso perché lei è piccola, e lui può sostituire la figura del nonno, ma attraverso il dialogo conosce la sua sorte: condannata all'inferno. I demoni, la fornace, il pozzo profondo erano una volta collegati al mondo infernale. Quando arriva trova anche i suoi genitori ai quali rimprovera il mancato insegnamento delle preghiere perché chi non prega si danna.
La bela Sensemina
La bela Sensemina s'à partio de zobia de matina e la ga dito: “Stè' ben amizi, stè' ben parenti stèvane contenti ca vago via”. Co la xe sta a meza via la ga incontrà un vecieto che ga domandà: “Sito ti che l'anemela che no sa nè el Patanostro nè l'Ave Maria”? “Si ben ca so' ben quela”. “Va un toco in là, te trovarè le porte de l'inferno spalancà”.
Alora l'anemela, pianzendo e lagremando, la xe 'nda a le porte de l'inferno: la ga trovà do demoni che la ga branca par i brazi e par i gajoni i la ga butà in te 'na fornasa e l'è deventà rossa come 'na brasa e l'à butà in te un pozo de piombo e la ga messo sete ani a 'ndare a fondo co la xe sta là, la ga trovà so mama e so papà e la ga dito: “Sa messi insegnà el Patanostro e l'Ave Maria so queste pene mi no ghe saria”.
Se frughiamo nelle immagini del passato sicuramente ritroviamo la scena di chi recitava cantilene tenendo il bambino sulle ginocchia, facendolo sobbalzare per farlo giocare e ridere. E il bambino si divertiva veramente come fosse a cavalcioni di un somarello (“musseta”).
Ne presento due versioni una corta e una più lunga, sempre come le recitava la nonna!
Tutù – tutù musseta
Tutù, tutù musseta la vecia l'è poareta la zoga la borseta la ga el busto verdesin maza, maza el me putin.
Tutù – tutù musseta
Tutù, tutù musseta, la vecia vien da messa co' le tetine piene da dare a le so putine le putine no ghin vole so papà ghe le fa tore ciama ciama l'Andriana che la sona la campana la campana sona forte la buta zo le porte le porte ze de fero volta la carta ghe xe un capelo el capelo tien la piova volta la carta ghe xe 'na rosa e sta rosa la sa da bon volta la carta ghe xe un limon el limon xe massa fato volta la carta e ghe xe un mato e 'sto mato a la marina volta la carta ghe xe 'na galina la galina fa cocodè volta la carta ghe xe un re e sto re comanda tuti volta la carta ghe xe do puti sti do puti zoga la bala volta la carta ghè 'na cavala trà de culo volta la carta ghe xe un mulo e sto mulo xe pien de pan volta la carta e ghè du can sti du can se core drio volta la carta che xe finio.
Un'altra filastrocca è quella della Maria Orbolina. Era chiamata così colei che giocava col bambino ancora malfermo sulle gambe e lo invitava a rincorrerla, fingendo di scappare.
La Maria Orbolina
L'è 'nda in piaza a comprare la salata e la salatina “Maria Orbolina, cossa gheto perso stamattina”? “'Na gucia pontà corime drio fin ca te m'è ciapà”.
Ai giovani queste filastrocche forse non diranno nulla, ma se provano a leggerle ai nonni regaleranno loro un pezzo di un tempo che mai più potrà ritornare.
Leggendo la simpatica e briosa composizione poetica di Paolo Banzi sul “piraro” (o “peraro” come si preferisce dire nella parte occidentale della nostra provincia), mi è balzato vivo nella mente un ricordo della mia infanzia legato ad una pianta dalle caratteristiche similari a quella che ha ispirato l'autore della poesia.
A Villafora, frazione di Badia Polesine, dove ho trascorso i primissimi anni della mia vita, si ergeva maestoso un enorme “peraro” nell'orto attiguo alla mia abitazione, il cui proprietario, Mariano, ben ricordo per i suoi folti baffi giallognoli, gli occhi azzurri e i giochi di parole che sapeva inventare.
Era questo pero una pianta veramente alta, i cui rami salivano verticali verso il cielo; mai trattata con antiparassitari, dava una abbondante quantità di frutti gustosi. Ben lo sapevano i ragazzi del luogo che, quando riuscivano ad eludere la stretta sorveglianza del proprietario, salivano sul grande albero per una scorpacciata di frutta. E so di qualcuno che, temendo l'ira del padrone-guardiano, se ne stette un intero pomeriggio appollaiato sui rami più alti, ben nascosto dalle fronde, con la soddisfazione comunque di poter alleggerire la pianta di qualche chilogrammo di pere.
All'ombra del grande e solitario albero da frutta si trovava un pozzo, alle cui acque freschissime era piacevole attingere per dissetarsi. Aspetti del paesaggio completamente cancellati, di cui si conserva la memoria solo in vecchie e sempre più preziose fotografie.
Ora non ci sono più alberi da frutta di quella fatta: l'agricoltura si è industrializzata ed ha imposto nuove regole alla natura. Nei frutteti si allineano, con geometrie perfette, piante poco elevate, con rami indotti a crescere a raggera per agevolare la raccolta della frutta che precedentemente è stata oggetto di vari trattamenti con sostanze chimiche. Non ci sono più nemmeno i pozzi con la carrucola cigolante e vana è l'attesa del sordo tonfo del grande secchio nel sottostante bacino.
Anche il vecchio proprietario del "peraro" di Villafora se ne è andato da tempo e non c'è più traccia né della grande pianta, né del pozzo dalle limpide acque; la sua abitazione, da tempo chiusa e disabitata, lentamente va in rovina.
Un mondo che non c'è più, che va preservato almeno nei ricordi, e che ancora sa suscitare pagine di poesia.
A gh'ièra na volta li ala Basadòna un casìn dove ca ghe staséa un gòbo, i ghe diséa casin parchè la ièra 'na casina bassa, li tacà al masaro.
'Sto gòbo el ièra un tipo fato par cunto suo, el no' parlava mai co' gnissùn, el s' tirava li sula porta quando che nantre a 'ndasivino a batre la cànoa, el ne vardava sòt fòia co' i òci incrosà e nantre a ghivino anca paura parchè a s' sentéa dire dle robe mina tanto bèle, ma che ala nòte in t'la casina a s' sentéa sonare, ch'el parlava con dle bestie, parchè el ghéa sempre di gati li par ca' e po' el ghéa 'na cavrina c'la ièra come un cagnulin ca 'ndaséa sempre in giro con lu.
E po', acsica a cùntava i nostri vèci, i diséa anca… che li… insuma cle dòne desgrassià te 'ndaséa in du e te gnaséa a ca' da tòre sole.
Ben insuma chel gòbo li, i s'éa messo a dire che sa gh'ièra uno co' la gòba, el 'ndaséa 'na nòte a durmire a casa sua e lu el ghe taiava la gòba e la matina el gnaséa a casa bèlo drito. Ma gnissùn a ghéa coràio de 'ndare parchè 'na volta a n'in gh'ièra un mùcio de gòbi.
Ben, 'na volta uno ch'el ghéa 'na bruta gòba el s'è stufà del vérg'la, el fa: – Vòto che a n' gàbia da vèsre bòn de 'ndarlo a catara e stare con lu? Male ca vaga a me tegnarò la me gòba –! El ièra un fià maturlàan…
Elora 'na sira el parte el se presenta sula porta del casin del diavolo e vien fòra 'sto gobo: – Sa vóto? –
– A so' 'gnù parchè i m'ha dito che vu a sì bòn de taiare le gòbe –.
– Va ben, el dise, però ti bisogna ca te staghi chi con mi par stanote e ca t' faghi tut' quel ca t' digo, sinò guai! –.
– Va ben, ti dime che mi te 'drà ca so' a posto –.
C'era una volta alla Basadonna un casin nel quale abitava un gobbo. Lo chiamavano casin perché era una casetta bassa vicina al macero.
Il gobbo era un tipo fatto a modo suo, non parlava con nessuno, si affacciava sulla porta quando noi andavano a battere la canapa, ci guardava di sottecchi incrociando gli occhi e noi avevamo paura perché sul suo conto s'udivano delle cose poco simpatiche. Che alla notte nel casin si sentiva suonare, che parlava con gli animali e specialmente con dei gatti che stavano per casa e una capra che lo seguiva come un cagnolino.
E poi, raccontavano i vecchi, che donne disoneste andavano di nascosto da lui per abortire.
Avevano messo in giro anche la voce che poteva tagliare la gobba agli storpi che avessero avuto il coraggio di dormire in casa sua per una notte. Ma nessuno osava anche se un tempo i gobbi erano tanti.
Un bel giorno un gobbo si stancò di essere tale: – Vuoi che io non sia capace di andare al casin e stare con lui?! Male che vada mi terrò la mia gobba –. Era anche un po' maturlàn…
Giunta la sera, partì e si presentò al casin del diavolo: – Che vuoi? –.
– Sono venuto perché mi è stato riferito che voi tagliate le gobbe –.
– Sì che posso. Bisogna che tu ti fermi questa notte eseguendo tutto quello che ti dirò altrimenti saranno guai –.
– Va bene. Comanda e io farò –.
Elora l'è 'nda in casa e el gòbo el ghe dise: – Mitite a durmire li sòt ala mésa del pan, ti dormi tuta stanote, no' sta' mai movarte e dir gninte com' ca ne te g' sii, sinò a n' te riesci a portare fòra la pèle –. – Sì, sì –.
Elora el s' mete sòt ala mésa del pan, el s'indorménsa anca. Un sèrto punto el se svéia parchè el sente un bacàn…, tuto un ridrem, un sbatre e 'na musica ca sonava la furlana.
Elora el s' tira su, el s' mete a vardare e el vede ca gh'è la tòla parecià e dle dòne ca bala assieme al gòbo.
In te queto 'na dòna l'ha visto e la g' fa: – Vieni a balare anca ti! –. Lu l'è gnù fòra e l'ha scumissià, ma el pirlava tanto ben ch'el paréva un pisin.
Quando ch'è sta' squasi matina i ha fni, lore iè 'nda via e el gòbo el ga taià la gòba. E lu l'è gnù casa tuto drito e contento.
'Na sira li al'ostaria el cata un so amigo gòbo ch'el faséa un mùcio d' maravièe elora el g' dise parcòssa e parcòme: – A g' vago anca mi, el dise el so amigo. –
Elora el va, el s' presenta sula porta, el gòbo el lo ciama in casa, el g' dise le stesse robe. Lu el s' tira sòt ala mésa e el dorme.
'Na sèrta ora el sente tuto 'sto bacàn, el s' tira su e 'na dòna la el vede: – Vien fòra da lì, vieni a balare anca ti! –. Lu el va fòra e el s' mete a balare, ma el n'ièra bòn da gninte. Elora i l'ha ciapà, i g' n'ha dà un bel menacò e l'è 'gnù a casa ancora più storto de prima.
– Va bene. Comanda e io farò –. Entrarono e il padrone di casa gli disse: – Mettiti a dormire sotto la madia. Dormi pure tutta la notte, non muoverti, non dire nulla come se tu non ci fossi altrimenti non porterai fuori la pelle –.
Si coricò sotto la madia e si addormentò. Ad un certo punto della notte fu svegliato da un gran baccano: tutto uno sghignazzare, tutto un batter di tacchi al suono della furlana.
Aprì gli occhi. Vide la tavola apparecchiata e delle donne che ballavano col gobbo. Proprio in quel mentre una di esse lo vide e gli intimò: – Vieni a ballare anche tu! –.
Senza farsi pregare entrò nel cerchio pirlandosi così bene da sembrare un pisin.
Sul far dell'alba la festa finì: le donne se ne andarono, il gobbo gli tagliò la gobba ed egli se ne tornò a casa bello dritto.
Una sera all'osteria trovò un suo amico, pure lui gobbo, che faceva un sacco di meraviglie. Alla fine, dopo i parcòssa e i parcòme: – Ci vado anch'io! –.
Si presentò al casin e gli venne detto di ripetere tutte le azioni come l'amico. Ma quando fu chiamato a ballare purtroppo non seppe farlo perché non era capace. Allora l'hanno preso, gliene hanno dato un bel menacò e rimandato a casa più storto di prima.
(Archivio del Centro Etnografico Adriese. Fonte: Frazzon Jolanda – Bellombra)
IL GOBBO DEL CASINO DI BELLOMBRA
La narrazione, raccolta dal Centro Etnografico Adriese, è ambientata presso il casino di caccia della corte Basadonna di Bellombra, tenuta della nobile “et eccellentissima” famiglia veneziana, con cittadinanza adriese nel 1538 e opulenta di vaste proprietà nel 1559¹.
Ad Adria i Basadonna lasciarono sicuramente il segno della loro “grazia” tanto che nel 1631 il canonico Alfonso Bocca definisce Francesco Basadonna “vero Padre di questa Patria, Protettore affezionatissimo di questa povera Città, et finalmente difensore di questi Adriensi”², per aver intercesso onde impedire l’alloggiamento di truppe e quindi il doverle provvedere di vitto a spese naturalmente della comunità.
Nella possessione, raggiungibile per via acquatica, la nobiltà veniva in villa per cacce e feste e ciò giustifica l’esistenza di numerosi appezzamenti, “fuochi” alberati, detti ancor oggi “casìn”, i casini di caccia che stavano presso peschiere e boschetti per uccellare con il ròcolo.
“Il ròcolo, spiega un informatore, si stagliava nitidamente nella campagna perché attorno ad esso non doveva esservi altra vegetazione sulla quale gli uccelli potessero calarsi.
Consisteva in una doppia fila di alberi, disposti a ferro di cavallo, alti circa quattro-cinque metri con fronde fitte: olmi, frassini, roveri, robinie e oppii. Tra i due filari si poneva una rete come quella da passeri tenuta ben tesa per mezzo di piombi. Al centro si facevano crescere fitti cespugli tra i quali si collocavano gabbie con uccelli da richiamo. All’estremità del ferro di cavallo si elevava una torre di legno alta circa sei metri ricoperta di rovi o edera che la mimetizzavano.
Alla sommità della costruzione c’era una finestrella da cui si lanciava un bastone fatto a rampino con vimini intrecciati ad una estremità. Il bastone, scagliato con forza, roteando simulava il sibilo e le movenze di un rapace per cui gli uccelli che si erano posati all’interno del ròcolo fuggivano cacciandosi nella rete. Spesso vicino al ròcolo vi era anche il laghetto”³.
Attualmente, si desume, della peschiera è rimasto un macero per canapa e il bosco s’intuisce soltanto nella presenza spettrale del gobbo che al solo apparire evoca timori non tanto reconditi di ombre antropofaghe pronte a ghermire l’incauto viandante che s’avvicini alla capanna guidato dal pallido chiarore del lume.
Nella memoria popolare, la presenza dei “casìn” è sopravvissuta ammantata di leggende e misteri oscuri; si dice genericamente di convegni ove si erano consumate azioni illecite, ove si erano perpetrate violenze ai danni di ragazze inermi e di bambini innocenti per i quali esisteva l’obbligo di girare al largo perché lì le porte della notte, “tempus terribile”, rimanevano sempre spalancate e d’improvviso potevano sprigionarsi anche gli ululati di un licantropo.
“Dicevano che era ‘n’invisiòn ma poi si scoprì che il lupo mannaro era proprio ‘n’anema che faceva del male. Mio marito aveva comperato due campi alle Vallette, presso il casin, dove si faceva vedere e sentire la bestia…, quest’uomo che aggrediva le donne… Io non sono superstiziosa ma ho avuto modo di pensare che fosse veramente un essere reale, altroché invisiòn! Guai infatti passare per di là quando c’era la luna o sull’ora di mezzogiorno⁴. Non c’era da arrischiarsi… Faceva dei versi che pareva una belva descadenà”⁵.
E se nulla può la bestia, ecco presentarsi il diavolo sotto le spoglie di un gobbo, figura ambigua nella sua ambivalenza carica di investimenti negativi e positivi.
Da un lato le persone che nascevano con anomalie fisiche erano il segno dell’infausto favore divino, “maledetto com’è un gòbo”, “ié segnà da Dio”; dall’altro era cosa opportuna toccare una gobba perché, come il vaso di Pandora, conteneva calamità e disgrazie⁶ e quindi il tocco rivestiva il significato apotropaico di cacciarvi dentro tutti gli accidenti possibili e di assicurarsi che vi rimanessero ben chiusi: “Da noi veniva un gobbo a carità… No, non chiedeva la carità, eravamo noi che gli davamo qualche cosa. Si chiamava il gòbo S-ciocché, abitava a Panarella ed era sposato. Tre, forse quattro volte l’anno, veniva in corte, ci augurava dei buoni raccolti, si informava di come andavano le cose e poi se ne andava. Quando entrava nelle osterie la gente gli toccava la gobba e lui lasciava fare perché tutti lo trattavano bene”⁷.
Il gobbo del casino è quindi essere magico con un potere che gli viene dallo spirito della selva, possiede la signoria sugli animali, ne conosce il linguaggio, vive con essi in stato domestico e gli fanno compagnia una capra e dei gatti, le più consuete personificazioni del demonio⁸.
Come Faust, padrone di arcani misteri, è alchimista (nel racconto trasformato in cerusico) che compie l’illecita pratica dell’aborto, “le ’ndaséa in du e le ’gnaséa a casa da lore sole”, e può raddrizzare gli storpi tagliando loro la gobba⁹.
Che sia legato a “magarie” lo si intuisce subito perché è solito scrutare di sottecchi, formando la caratteristica croce alla congiunzione tra la sommità del naso e le sopracciglia, segno che era elemento di sicura identificazione per chi andava in “strigòsso”¹⁰.
Il casino è perciò il luogo in cui si celebra il sabba. Il gobbo che chiede di ritornare sano è ammesso in sostanza all’iniziazione: in cambio della sanità fisica è introdotto nella “società dle strie”.
La prima cosa che gli viene richiesta è quella di offendere il pane, perciò è posto a dormire sotto la madia, rovesciata per giunta, in quanto le fonti alimentari costituiscono il primo ambito di corruzione dell’azione malefica delle streghe obbligate a fare “qualche mal, o far morir homeni, o strigar puti e pute, o far secar albori, o far morie galine”¹¹ servendosi nei voli notturni di scope, “gràmole”, ed altri utensili da forno¹².
L’iniziando non dovrà dir nulla, non dovrà palesare alcun segreto, dovrà soltanto eseguire ciò che gli sarà chiesto. E così nel cuore della notte si sveglia mentre il convegno diabolico è in pieno svolgimento: la tavola è apparecchiata e le donne ballano la furlana a ritmo indiavolato.
Il ballo tondo, in circolo, era ingrediente di rito: “et poi tutte se ne danno la mano et fanno un ballo tondo, el qual se adimanda al meglio”¹³.
Il gobbo supera la prova, “el pirlava tanto ben ch’el paréa un pisìn”, e se ne ritorna sanato, mentre il suo amico che non conosce la danza, quindi non dimostra di avere i requisiti per superare la prova iniziatica, viene sonoramente bastonato, “i g’ n’ha dà un bel menacò”, e rimandato a casa con la sua gobba. Il menacò o monacò, ballo ritmico introdotto dai soldati napoleonici, è rimasto a significare anche una sonora dose di percosse, probabilmente perché la danza si eseguiva dai popolani davanti all’albero della libertà, nel corso dei frequenti disordini conseguenti al passaggio di truppe francesi e austriache, e relativo cambiamento di governo, ad Adria, Rovigo e dintorni¹⁴.
fissa nei tratti di satiri ma in particolare in quelli del dio Pan, il dio della vita pastorale “cui piace il godimento del sesso nelle forme lubriche e onanistiche. Appare spesso nell’iconografia del corteo di Dionisio nella classica figura di essere misto, mezzo uomo e mezzo animale, nella metà superiore senza peli, nella metà inferiore ispido con aspetto di capra, irsuto, bicorne, piè di capra”. A. di Nola, Il diavolo, Newton Compton, Roma, 1987, pp. 90-91.
La richiesta, prima ancora dell’immortalità, nei patti col diavolo, era quella della bellezza fisica che dava il potere di cogliere il frutto della donna spesso restìa. Cfr. G. Papini, Il diavolo, Mondadori, Milano, 1985, pp. 126-127. È questo quindi il motivo che spinge il gobbo a farsi raddrizzare.
“C’era una che chiamavano la ’vècia Topa ed era ritenuta strega perché squadrava tirando gli occhi ma tenendo il volto basso e allora la fronte s’increspava a forma di croce. Coloro che squadravano in questo modo dicevano che erano streghe”. Fonte: Frazzon Jolanda, Bellombra. Quando s’incontrava una di queste vecchie, per evitare et essere istrigà bisognava stringere i denti o chiudere con forza i pugni in tasca infilando il pollice tra l’indice e il medio. Così si strizzava il cuore della strega che non poteva compiere il maleficio. Fonte: Cocchiera Carlo – Papozze. Non sfugge, nel pollice posto tra l’indice e medio, un’evidente ostentazione fallica. D’altra parte, tale gesto era abbastanza comune da parte dei giovanotti che ammiccavano alle ragazze. ACEA.
Un’antica tradizione pasquale tuttora viva in alcuni paesi, ma un tempo assai diffusa in Polesine e, per quel che si sa anche nell’Italia Centrale, è quella del “Cozzo delle uova sode”.
Quando, come e perché sia sorta questa spassosa gara popolare non si sa proprio, mentre non si hanno invece dubbi sul suo significato, in quanto il gioco, visto nel contesto di ciò che rimane di un remoto folklore religioso, assume le caratteristiche di una manifestazione di gaudio opportunamente espressa con la screpolatura dell’uovo, simbolo di rigenerazione, che ben si inserisce nella festosa e coinvolgente atmosfera destata dall’evento della Resurrezione.
Tenendo poi conto dell’intransigente osservanza delle regole canoniche “imposte” in tempi ormai lontani e degli ossequiosi atteggiamenti comportamentali dovuti ad una coscienza religiosa ben più timorata di adesso, si riesce a capire che anche il cozzo delle uova può ancora rappresentare una forma di gioioso trastullo che rientra nella liberatoria e prorompente voglia di rifarsi delle privazioni sancite dalla Quaresima, le quali finiscono pur sempre per culminare, nell’ambito della liturgia pasquale, nell’ancor più inibitoria austerità meditativa della settimana della Passione.
Va pure detto che il cozzo delle uova viene svolto anche in regioni balcaniche in occasione della Pasqua ortodossa. Tale precisazione, a seguito di una nostra ricerca, ci venne fornita nel 1977 dal console italiano in Grecia, Salvatore Cilento, il quale aggiungeva che l’interpellata direttrice del museo di arte popolare di Atene, assicurava trattarsi di una tradizione antichissima del Giovedì Santo e che la rottura dell’uovo vuole anche là significare lo sprigionarsi di nuova vita. Diremo ora che l’idea di attingere informazioni da quel consolato ci venne “suggerita” da una foto apparsa in Terza pagina del Gazzettino, dove si vedeva la principessa Anne-Marie di Danimarca, allora non ancora consorte di re Costantino, la quale tenendo con arte un uovo sodo tinto di rosso, tentava di rompere quello di un ufficiale della guardia di Palazzo Reale. Tutto ciò risale naturalmente a qualche anno prima del noto “Golpe dei colonnelli”.
Chiedendo venia per questa divagazione, ritorniamo nel nostro Polesine, dove la consuetudine del “cozzo” andò silenziosamente scomparendo durante il conflitto bellico e poi anche a causa dell’esodo che la rotta del ’51 rese ancor più massiccio.
Il gioco venne tuttavia riscoperto e qua e là rilanciato con un risultato purtroppo non adeguato al merito dei cultori del caso, fatta eccezione per Fiesso Umbertiano, dove né durante la guerra, né a subito dopo la catastrofica alluvione (che Fiesso pagò con il più altro tributo di vite umane! Vedasi a tal proposito il Reprinting sull’alluvione che pubblichiamo su questo stesso numero), non c’è mai stata Pasqua senza il tradizionale appuntamento.
Prova ne sia che a Fiesso convergono anche gli ormai pochi appassionati di altri paesi e perfino vari emigrati in vacanza.
Eppure anche a Fiesso qualcosa è cambiato, in quanto la Pro Loco, giusto nel 1978, ebbe l’idea (da molti non condivisa) di istituire gare ad eliminazione diretta per 64 adulti e per altrettanti bambini, le quali si rivelarono confronti privi degli antichi contenuti folcloristici e per di più di irrilevante valore divulgativo, in quanto per parteciparvi basta un uovo soltanto, il che è tutto da dire.
Accanto a queste fredde ed incolori competizioni, dotate di coppe di rappresentanze paragonabili a insignificanti orpelli, continua fortunatamente ad imperare il “cozzo” secondo tradizione, sempre ricco di spontaneità, di piacevoli preliminari e di pittoresche definizioni dialettali, la cui partecipazione implica l’impiego di uova su uova, sicché il gioco finisce sempre per divertire chi vince, chi perde e chi guarda.
In entrambe le versioni, a prevalere è sempre quello che, picchiettando ritmicamente, riesce a rompere l’uovo dell’avversario, sia nella parte superiore, chiamata punta, sia in quella inferiore, detta “cula”. L’uovo sconfitto viene naturalmente intascato dal vincitore.
Va detto anche che gli intenditori sanno “sentire” l’uovo dal guscio più duro, battendolo sui denti incisivi con un’attenzione che implica tatto e udito.
Questa laboriosa ricerca di uova, specie quando i polli razzolavano in ogni cortile, si protraeva per tutta la Settimana Santa. Quelli erano i tempi in cui a vincere erano sempre i più abili nello scegliere. Adesso, invece, ci si accontenta per lo più di comprare le uova portate in piazza dal venditore.
I pochi tradizionalisti rimasti continuano però a mescolare sassolini o che altro al becchime delle galline, al fine di tentare di arricchire il calcio nell’uovo, che poi viene altresì colorato come vuole la tradizione, ma che la Pro Loco non accetta per il timore che la tinta nasconda qualche trucco. Una posizione questa che evidentemente sembra andare contro la secolare usanza e, in fondo, contro gli stessi principi istituzionali della Pro Loco.
Mentre nella zona attorno al "camion della morte" che comincia ad emergere per il deflusso delle acque (ma che ha già rivelato non contenere salme di quei disgraziati che alle 2 di notte tra il 14 e il 15 novembre speravano in esso raggiungere la salvezza) si stanno ripescando miseri corpi che la permanenza nell'acqua ha quasi ridotto irriconoscibili; un delicato lavoro è stato compiuto dagli organi di polizia per tentare di conoscere esattamente quanti erano i rifugiati nel camion stesso, quanti se ne sono salvati, quanti purtroppo debbono essere considerati vittime.
Contrariamente alle prime notizie che facevano ascendere a 40-50 le persone che il camion conteneva, alle notizie successive che aggravavano tale cifra ad una sessantina, si può oggi indubbiamente attestare che, pigiati entro la cabina di guida e dentro il cassone della macchina dell'industriale rodigino Baccaglini, i disgraziati, quasi tutti delle zone di Fiesso e Pincara, erano quasi cento.
Questo triste censimento lo si deriva dal fatto che 15 sono i salvatisi in miracolose circostanze: al momento in cui scriviamo 19 le salme recuperate, 62 come minimo i corpi che si ricercano e che si deve ritenere continuino ad essere impigliati tra le siepi della zona od affondati nel terriccio smosso dalla violenta corrente.
L'elenco dei salvati dà: Attilio Baccaglini, Amedeo Bertin, Vittorio Padoan, geom. Giorgio Bellini tutti e quattro di Rovigo e partiti da Rovigo per recarsi in località Roncala di Frassinelle dove era stato segnalato l'urgente necessità di ricuperare gente in pericolo; di questa gente si sono salvati i due fratelli Bellinello Mario e Bellinello Giovanni da Pincara; Freddi Alfeno di 15 anni; Fogagnolo Efigenia di 51 anni; Mario Zotta di 14 anni; Carlotta Roveroni di 42 anni; tutti da Pincara; Giuseppe Borgato e la moglie sua da Fiesso, Iva Piva, Valentina Gramegna fu Gioacchino di 16 anni anch'esse da Fiesso. Si aggiungeva che anche il dodicenne Valter Colognesi di Valentino da Fiesso si era salvato. Totale dunque: salvati 15.
L'acqua ha restituito alla pietosa fatica dei pompieri rodigini e triestini e dei genieri francesi sino a sabato le salme riconosciute di: Elena Mantovani di Gino di anni 20, Dosolina Mardegna di Emilio di anni 23 sposata a Fortunato Ferrari, Iolanda Bonaguro di Sante di anni 25 sposata ad Orfeo Gatti, la sua bimba Maria Teresa Gatti di anni 1 tutti della frazione Roncala di Pincara; Anna Maria Gramegna di anni 15, Maria Rosi Gramegna di anni 3, Giuseppina Brognara di Vittorio di anni 20 sposata ad Elio Gramegna, Olga Migliorini fu Telesforo di anni 46 ved. Cherisio Chinaglia, Maria Cappelletti fu Giovanni di anni 53 sposata ad Umberto Brognara e la figlia Rina di anni 18, Erminia Bertasi di Giovanni di anni 45 sposata a Vittorio Brognara, Maria Buoso fu Felice di anni 62.
Ieri domenica sono stati ripescati i cadaveri di Gina Brognara di Umberto moglie di Fava Angelo, di anni 22, da Fiesso, e il bimbo suo Lauro Fava di anni 3, Pasquina Bonaguro, sposata a Settimo Gatti da Pincara, Alma Migliorini fu Telesforo di anni 51 da Fiesso, Valentina Marabese di Tullio sposata a Giovanni Bellinello di anni 31 da Pinacara.
Due delle 19 salme non sono state perciò ancora identificate.
Se questo triste censimento è esatto (e si è cercato il possibile per evitare errori) il "camion della morte" doveva quindi avere a bordo non meno di 96 persone: 15 — ripetiamo — sono i salvati, 19 le salme fino ad ora ripescate delle quali 17 identificate; 62 le persone di cui ancora si ignora la sorte ma che purtroppo è convinzione abbiano trovato la più triste, e cioè la morte.
Sono trascorsi cinque giorni dalla tragica notte di Roncalla di Frassinelle, teatro di uno degli episodi più dolorosi di questo immane disastro, e di cui fu protagonista, con altre 65-70 persone, Attilio Baccaglini, il rodigino dato per morto dopo che si era spontaneamente offerto di guidare un camion per correre al salvamento dei profughi della zona allagata.
Abbiamo incontrato Baccaglini ieri, in città, attorniato da amici e conoscenti che gli chiedevano i particolari di quella sua avventura che ha commosso quanti ne avevano avuta notizia, fin dall'inizio. A malapena siamo riusciti a trascinarci via il protagonista della vicenda drammatica, affinché raccontasse di sé e soprattutto degli altri, delle donne e dei bimbi che egli vide sparire tra il turbinio delle acque incalzanti, in quella rotta di dolore e di morte.
Attilio Baccaglini è un veterano di queste vicende. L'anno scorso, esattamente il 15 novembre, mentre con la sua macchina faceva ritorno a Rovigo, proveniente da Adria, veniva investito bruscamente da un pesante automezzo. I soccorritori lo portavano all'ospedale, morente. Fortuna volle anche allora che egli si salvasse e, strana coincidenza, un anno dopo, lo stesso giorno, egli doveva vivere una avventura ben più grave e drammatica, scampando miracolosamente alla morte, dopo essersi prodigato nei soccorsi alla gente che la sorte aveva affidata alla sua responsabilità.
“Dopo che il Po aveva rotto a Occhiobello e già si era avuta notizia della cosa – ci racconta Baccaglini – vennero a cercarmi a casa. Volevano il camion per soccorrere gli alluvionati. Non c'erano autisti disponibili e urgeva far presto, per salvare delle vite in pericolo. Dissi che sarei andato io stesso purché mi affidassero una guida pratica dei luoghi”.
Si offerse per questo incarico il giovane Tramarin che, essendo di Fiesso Umbertiano (la località da raggiungere era nei pressi di questo centro altopolesano), ed avendo la madre in paese che egli intendeva raggiungere, non avrebbe avuto difficoltà a fungere da guida. Sul camion salirono altri soccorritori rodigini, certo Condi Vittorio Padoan, un animoso ventitreenne e il geom. Giorgio Bellini.
Il camion, pilotato dal Baccaglini, lasciò la città intorno alle due e mezza di notte, preferendo la strada per Fiesso e Frassinelle. Press'a poco a quell'ora, il Po, premendo con inusitata violenza sugli argini, stava per infrangere un tratto, il secondo o il 3, ancora non si sapeva bene, a Paviole. Quell'acqua sarebbe giunta impetuosa e devastatrice, di lì a poco, nella zona dove il camion era diretto. Ma Baccaglini e i suoi uomini non potevano saperlo.
Alle quattro circa essi raggiungevano Frassinelle, quindi i dintorni di Pincara dove potevano caricare donne e bambini, qualche vecchio e uomini in nuovo numero, tanti, quanti il camion poteva contenerne. Sessantacinque, e settanta persone in cerca di scampo. Ultimato il carico Baccaglini si rimetteva al volante e, guidato dal Tramarin, riprendeva la strada del ritorno.
Durante il tragitto gli uomini avevano dovuto sostare una trentina di minuti per sgomberare la strada da un ostacolo improvviso, paratosi di fronte. Con buona volontà e lena riuscivano ad eliminarlo in questa tornata di tempo, prezioso per la salvezza di tutti. Si trattava di un carro agricolo carico di foraggio abbandonato in mezzo alla strada. Finalmente il camion poté ripartire, ma non era giunto ancora in località Roncalla che all'improvviso un sordo rumore si fece udire agli uomini. Era l'acqua che stava arrivando con apolicattica potenza dalla parte del Po, dove il fiume aveva rotto a Paviole, riversando un volume gigantesco di flutti melmosi, e tutto rovinando nel suo corso. Una massa d'acqua investì il pesante trasporto che traballò. Poi il motore si tacque e invano il Baccaglini si prodigò nel tentativo di rimetterlo in moto. Il liquido elemento aveva già invaso la cabina, all'altezza delle pedaliere, e il motore era inservibile. Subito fra i sessanta o settanta profughi si sparse il panico, terrorizzati com'erano di finire annegati in tanto mare di melma e di impeto.
Baccaglini fu il solo a mantenersi calmo e padrone dei propri nervi. Dispose affinché i bimbi fossero trasferiti sul tetto della cabina, dal cassone dov'erano, e i grandi restassero lì. Intanto l'acqua saliva brontolando. Occorreva pensare qualcosa. Inutile attendere il soccorso di fuori. Gli uomini del trasporto gridavano più che le donne, in preda al terrore: dicevano al Tramarin il loro grido di disperazione: lo accusavano di averli condotti alla morte per una strada sbagliata. Il poveretto non sapeva che dire sotto l'incalzare dei rimproveri di quelli che, più disperati di lui, istintivamente si sfogavano anziché darsi da fare per salvare il salvabile.
E ad un tratto disse che se a lui si doveva la disgrazia egli avrebbe espiato. Tratta di tasca una sigaretta si mise a fumare con frenesia. Poi, ad un tratto, disse addio, e si tuffò a capofitto nel profondo delle acque. Si videro per qualche tempo due braccia agitarsi e parve come un saluto del poveretto, ai suoi compagni di sventura che di lì a poco l'avrebbero seguito nella stessa sorte.
Baccaglini, il redivivo, racconta ancora. Ci dice della drammaticità dei momenti e del suo coraggioso intervento presso i disperati. Egli si era accorto dei tronchi d'albero dei rottami che rovinavano trascinati dalla corrente, ed ebbe un'idea. Gridò qualcosa a Bellini e quello, subito, liberatosi degli ultimi indumenti, si tuffò, raggiungendo un rottame che galleggiava. Fu visto sparire abbarbicato a quella piccola cosa che doveva essere la sua ancora di salvezza. Dopo molte ore di furiosa lotta con gli elementi scatenati, egli giungeva a Frassinelle affranto ma salvo.
Anche Padoan seguì l'esempio, anche Bellinello (che ha perso la moglie e cinque figli nella tragica notte) ed altri: chi aggrappato a un porcile, chi a una scala a pioli, altri a un pagliaio che la sorte, ora meno maligna, aveva sospinto fino all'autocarro divenuto un isolotto di naufraghi. Baccaglini, prodigandosi in mille maniere, per recuperare i rottami che giungessero a quella volta, riusciva a convincere i più animosi a lasciare il camion, avventurandoli su quei piccoli, improvvisati appoggi, per l'acqua impetuosa, nelle mille correnti, nei mille gorghi, verso l'ignoto. Frattanto il livello della piena era continuato a salire e già aveva invaso il cassone travolgendo il suo carico umano. Una donna e un bimbo erano riusciti a guadagnare un rudere in legno (la poveretta sarà raccolta più tardi col figlioletto morto nelle sue braccia) quando un'ondata più forte spazzò via i derelitti sommergendoli tutti.
Questo quadro rimarrà indelebile nella memoria di Baccaglini, che fu il solo, l'ultimo presente alla scena dolorosa. Non rimaneva altro da fare, tutti erano andati, chi trascinato da un albero, chi aggrappato a una scala, più travolti dall'ultima furia. Egli solo rimaneva, l'ultimo superstite, sul suo camion ormai sommerso, come il capitano della nave ferita che stia per inabissarsi nei flutti. L'acqua gli era giunta alla ascelle quando decise di tentare la sua salvezza. Si liberò dagli indumenti pesanti e, fidando nelle sue qualità di nuotatore, si avventurò nell'acqua della piena. Così rimase a lungo, forse venti, forse trenta ore in acqua, un poco nuotando con bracciate vigorose, un poco riposando aggrappato a qualcosa (i relitti erano l'unico appiglio che si offrisse ai disperati) e sempre trascinato dalla corrente.
Dopo trentun ore di lotta coi flutti egli veniva avvistato nei pressi di Frassinelle e condotto in salvo. Ebbe affettuosa e commossa assistenza dal Sindaco del paese. Più tardi poté raggiungere Rovigo dove raccontava la sua storia. Degli altri nulla ancora si sa. Sei o sette sono stati salvati dopo ore ed ore di tragico vagare. Così Bellini, Padoan, Bellinello potevano essere raccolti. Altri saranno stati soccorsi, così si spera, dai contadini della plaga tutta sommersa. Ma i più sono scomparsi, forse per sempre. Si calcola che non meno di sessanta persone di quel tragico trasporto abbiano trovato la morte nei flutti.
È questo il bilancio più doloroso fino ad ora conosciuto della piena del Po. Un episodio di angoscia e di morte che non ha precedenti e che resterà indelebile nella nostra memoria.
Mentre a Rovigo a ritmo sempre più intenso riceveva, confortava, avviava a posti di rifugio in città o nel padovano le migliaia di evacuati, si spargeva una tremenda notizia. Fino allora, grazie a Dio, la cronaca non aveva registrato disgrazie umane: solo un povero bimbo, a Porto Tolle, martedì, giocando inconsciamente in cima ad un argine, era precipitato nel Po ed era stato ripescato e portato alla mamma a braccia distese, ormai senza vita.
La notizia tremenda diceva: un camion carico di sfollati improvvisamente imprigionato dalle acque presso Frassinelle, s'era tramutato in una tomba. Quante le vittime?
All'angosciante domanda impossibile rispondere: tuttora non si sa rispondere, ma purtroppo tutto fa credere che là in fondo, posando su quel grano appena nato che la piena, ha coperto di fango d'un volume d'acqua di tre-quattro metri non meno di trenta, trentatre, e forse più creature, in maggior numero donne e bambine, giacciano in attesa che il Po si riprenda l'acqua che ha qui rovesciato a rovina del Polesine, a morte di questi innocenti.
Erano circa le due di notte quando, requisito dal Comitato di emergenza per soccorso agli alluvionati, partiva da Rovigo il camion della vetreria del comm. Attilio Baccaglini fu Giulio d'anni 47, guidato dal proprietario stesso, generosamente offertosi. Avevano preso posto sul camion il geom. Giorgio Bellini di Luigi e il trentenne Luigi Conti, il primo impiegato ed il secondo usciere dell'amministrazione Provinciale, il sig. Ugo Bertin fu Angelo d'anni 26, dell'ANPI di Rovigo, il ventunenne Vittorio Padovan fu Attilio da Rovigo, figlio della custode del Teatro Sociale. Tutti costoro avrebbero dato mano, secondo l'incarico affidato al Baccaglini, di aiutare, raccogliere e trasportare degli alluvionati in pericolo nella zona tra Fiesse e Pincara. A tutti costoro s'era aggiunto anche Primo Tramarini di Valentino, d'anni 36, cuoco al collegio di Rorai. Aveva chiesto di poter usufruire del mezzo per recarsi a Fiesse, a vedere la madre, ivi residente.
Quanto avvenuto, ce l'hanno raccontato sette dei salvatisi, giacenti alla mattinata all'Ospedale, in condizioni pietose di sofferenza, di stanchezza, di spavento.
Sono stati questi sette superstiti a consentire la possibilità di un tragico bilancio sulla fine di quella misericordiosa opera di salvataggio.
Il camion aveva raccolto in località Foleghe, tra Fiesse e Pincara, 30-35 alluvionati; il Tramarin, non avendo potuto raggiungere Fiesse, aveva deciso ritornare con loro a Rovigo.
Improvvisamente mentre il camion si dirigeva a risalire a Rovigo da Pincara per Frassinelle, in località Arzina una valanga d'acqua gli si rovesciava addosso da ogni lato, spegnendo il motore, impantanandolo in mezzo alla straducola. E in pochi minuti avvenne la tragedia e sette soli, di tutti quei miseri, poterono ritrovarsi verso le 10 del mattino all'Ospedale di Rovigo.
Essi sono l'impiegato della provincia geom. Giorgio Bellini, l'ex partigiano Ugo Bertin, i fratelli Giovanni e Mario Bellinello cinquantenni, da Fiesse Umbertiano, Iva Pavan fu Giovanni di anni 27 da Fiesse Umbertiano, Valentina Gramegna fu Gioacchino e Alfeno Freddi di anni 13 entrambi da Fiesse Umbertiano.
Come diciamo in altra parte del giornale, la tragedia di tutti quei miseri si è compendiata nell'inesorabile aumento dell'acqua che in pochi minuti raggiungeva il piano del camion, saliva loro al petto, li toccava la gola.
Nei brevi minuti prima che la tragedia li colpisse il Bellini e il Bertin più nulla sapendo fare nella disperazione del momento, s'erano levati di dosso i vestiti, e collocati sopra la cabina, li avevano incendiati nella speranza che quel segnale richiamasse qualcuno a soccorso. Ma rimase cenere dei vestiti e l'acqua saliva.
Improvvisamente qualcuno, non si sa chi, fu il primo a lanciarsi nel buio della notte, in quell'acqua nera e turbinosa. Altri lo seguirono. Il Giovanni Bellinello fu anch'egli tra i primi. Nel camion erano la moglie sua Valentina Marabese di Tullio di anni 30, i figli Ugo di anni 8, Ivana di 5, Anna Maria di 3. Si gettarono anch'essi? Egli non lo sa. Disperatamente cominciò a nuotare, nel buio, nel freddo. E così fece il fratello suo Mario. Anch'egli aveva sul camion la moglie Fulvia Pavani, le figlie Giovanna, Vanda, Lucia, Franco, Renzo.
E nell'acqua si gettò Iva Piva fu Giovanni di anni 27 stringendosi al petto le due figlie Gabriella di anni 2 e Graziella di anni 3. Narra, come fuor di sé, che a un certo momento non più le bambine che ella aveva strette al petto ma un pezzo di legno che galleggiava, la sorreggeva.
Valentina Gramegna sedicenne, anch'ella si gettò nell'acqua. Come giunse a salvamento non lo sa. Il bimbo Alfeno Freddi, nuotò, nuotò sino a che, abbracciato un platano, ebbe la forza e il coraggio di arrampicarvisi su.
Il Bellini e il Bertin, vista l'impossibilità d'ogni mezzo di salvezza, già spogli, anche essi si lanciavano a nuoto. Il Bellini ha raccontato che fianco a fianco per circa cinque ore nuotarono e più volte ebbe modo di sorreggere ed aiutare il Bertin il cui fisico pareva non più poter resistere. Furono i pompieri, non si sa di quale reparto che a giorno chiaro scorsero questi naufraghi, li raccolsero, li trasportarono appena possibile all'Ospedale rodigino.
E tutti gli altri? Il sig. Bellini ritiene che complessivamente nel camion fossero 40-42 persone. Forse alcuni rimasero nel camion stesso divenuto una bara liquida con oltre due metri d'acqua sopra; forse parecchi altri perirono nel disperato tentativo di salvarsi a nuoto. Tra i mancanti anche il comm. Baccaglini e gli altri che con lui erano partiti da Rovigo.
Ma v'è la certezza di tutte queste vittime? No. Ed è per questo che con un eufemismo che ricorda altri tempi di sciagure le autorità si sono limitate a dichiarare ch'essi debbano essere considerati dispersi. Ma chi e quanti sono, ripetiamo, non sarà possibile accertare che quando l'acqua sarà ritornata nel Po omicida.
1951-1991: Quarantennale dell'alluvione. È ancora vivamente scolpito il ricordo di quel tragico evento che otto lustri orsono colpì il Polesine, quando le acque del Po ruppero gli argini ad Occhiobello, sommergendo 100 mila ettari di terreno, allagando più di 5 mila case, distruggendo coltivazioni e 40 mila capi di bestiame, provocando la morte di 88 persone.
Per la gente rivierasca furono giorni di trepidazione, di ansia, di paura, di disperazione; ma anche giorni di solidarietà, di coraggio, di voglia di costruire come prima e meglio di prima.
"Quei giorni", sedimentati nella memoria individuale e collettiva, filtrati dal tempo trascorso, rivivono nei ricordi di chi ha vissuto "quei momenti" sull'argine, sul tetto della casa allagata in attesa dei soccorsi, guardando impotente il frutto di anni di fatiche cancellato dall'acqua.
Le pagine di cronaca dei giornali dell'epoca sono ricche di servizi su questo triste avvenimento – e tra le altre vogliamo riproporre di seguito nel reprinting le più drammatiche tratte da "Il Gazzettino" –; sull'argomento sono state impostate perfino tesi di laurea e si stanno intensificando studi di carattere storico.
Oltre ai dati che queste fonti ci mettono a disposizione ritorniamo a quel novembre del '51 attraverso il ricordo di chi è stato "protagonista" di quei giorni e ha raccontato le vicende ai figli, poi ai nipoti che, col registratore acceso, sollecitavano una testimonianza per la ricerca scolastica.
Siamo ad Occhiobello, il paese della "rotta", che prendiamo come simbolo di tutta la gente che ha vissuto e vive sulle sponde del Po, la quale con ansie e gioie quotidianamente convive con il Grande Fiume.
Con le voci di chi ha vissuto direttamente le tragiche giornate dell'alluvione ricostruiamo dunque sequenze del dramma collettivo (¹).
"..La prima settimana di novembre continuava a piovere, il Po continuava a crescere, il mare non riceveva; le cose non stavano mettendosi bene…".
Il giorno 10 veniva organizzato dal Genio Civile il servizio di sorveglianza, poiché il fiume aveva oltrepassato il livello di guardia in tutto il Polesine. Nei giorni successivi aumentava la preoccupazione della gente. "Alla radio si sentiva di inondazioni in Piemonte e in Lombardia…", "ma qua da noi (a Occhiobello) l'argine sembrava tenere e non si vedevano 'fontanazzi'".
Il 13 le acque erano giunte a 3 metri e mezzo sopra il livello di guardia ed avevano invaso la golena di S. Maria Maddalena. Ad Occhiobello si era all'emergenza. La popolazione era sull'argine, si tentava di fare qualcosa. "Col trattore e l'aratro abbiamo dato la laga e abbiamo innalzato l'argine con dei sacchetti di sabbia, anche se di poco…". Un'ulteriore barriera come ultima speranza! La popolazione aveva paura, "perché si aspettava la rotta; non si sapeva dove potesse rompere, ma era una situazione disperata".
Per salvare "qualcosa" la gente del paese aveva portato masserizie e animali sull'argine; le famiglie di campagna avevano sistemato al piano superiore il mobilio, sperando di salvarlo dall'acqua.
Il 14 la situazione si aggravava: il Po continuava a crescere, il mare continuava a non ricevere… "molti venivano sull'argine perché era evidente che sarebbe capitato qualcosa". Nel primo pomeriggio il fiume incominciò a tracimare nelle località Malcantone e Baccanazza.
"Erano circa le due dopo pranzo quando ha cominciato a tracimare e a mangiare l'argine. Così verso le sei e mezza ha rotto al Malcantone e 20 minuti dopo in Baccanazza". "È stato come un tonfo… come cadere una montagna", "…come lo scoppio di una bomba" "…e abbiamo sentito qualcosa di molto doloroso… e abbiamo visto l'acqua che invadeva le campagne, che entrava nelle case".
Il Po usciva impetuoso dalle due rotte. A Malcantone si era fatto una breccia di 312 metri, a Baccanazza di 204! Coloro che non avevano fatto in tempo a rifugiarsi sull'argine rimasero bloccati al piano alto della casa o sul tetto in attesa dei soccorsi. Una trentina di persone, rimaste isolate sul tratto di argine tra le due rotte, vissero una ulteriore notte di panico e di disperazione.
Don Aldo, il parroco di S. Maria Maddalena, nonostante il buio e la fitta nebbia, aveva tentato con un barcaiolo di soccorrere i suoi parrocchiani. Ma il battello, preso nel vortice della breccia, non riusciva ad avanzare e rischiava di affondare, costringendo alla resa il sacerdote. Allora i compaesani cercavano di fare coraggio "a quelli rimasti sull'isolotto". "Anche se c'era buio, freddo e nebbia ci avvicinavamo alle rotte per dar loro la voce e far capire che non erano abbandonati".
L'indomani i mezzi anfibi dei Vigili del Fuoco portarono in salvo quei poveretti. I soccorsi arrivarono subito ("pompieri, carabinieri, polizia, guardia di finanza, esercito, volontari"). Portarono in salvo coloro che erano rimasti circondati dalle acque. Si formò un comitato per la distribuzione del cibo e dei generi di prima necessità che giungevano da tutta Italia. I senza tetto furono evacuati nella vicina Ferrara od in altre località del Veneto.
Calmatasi la furia del fiume, si iniziò a lavorare per chiudere le recce. Molti uomini si misero a disposizione delle imprese.
"Abbiamo caricato dei barconi di massi e li abbiamo fatti affondare nel punto delle rotte; poi con i carrelli scaricavamo altri sassi fino a farli emergere dall'acqua… per chiudere le due falle sono state mobilitate circa 2.500 persone… sono occorsi circa 3 mesi per metterlo in sicurezza e poi circa un anno per l'arginatura".
Ma già dopo sei mesi e mezzo dall'alluvione, nel maggio del '52, il suolo polesano era stato in larga parte prosciugato e cominciava la ricostruzione.