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Archivi: Articoli d’archivio

  • La statua ritrovata

    La statua ritrovata

    Aveva dormito a Roma un sonno di oltre quarant’anni, nei sotterranei di un Ministero, la "Bagnante" di Giorgio Giordani. Una storia che ha del prodigio, un sonno – per la statua – più lungo della stessa vita dell’artista, morto trentacinquenne come Mozart, dopo aver condotto una vita superattiva, a fuoco d’artificio.

    Ma, andiamo per gradi, parliamo prima dell’uomo e poi della sua opera, così sepolta nell’oblio e poi prodigiosamente ritrovata.

    Giordani nasce in un paesino dell’Appennino bolognese. La sua è una fanciullezza spensierata, fatta di corse nei boschi, di allegre cantate con i familiari, di nuotate nel Reno, con stuoli di amici. Fin da bambino dimostra grande amore alla natura e propensione al bello, esteta senza saperlo, dipinge delicate vedute della sua amata collina.

    Negli studi all’Accademia, si capisce che la sua strada è quella dello scultore. E in quegli anni – così che lo descrive Luciano Minguzzi, che gli fu amico fraterno: "Mi era compagno l’effervescente G.G. acuto e logico su ogni cosa, scoppiettante come un fuoco d’artificio, spiritoso, inesauribile, seducente. Aveva uno stile anche nel dire le cose più futili. Predicava sempre la saggezza, ma lui, saggio, lo era solo a parole. Coscientemente e forse presago della sua fine, che si verificò dopo pochi anni, bruciò quasi con premeditazione, la sua vita…".

    Un uomo di grande fascino, questo giovane artista che, morendo lascia una moglie bella e intelligente e una figlia di appena un anno. Anche se il suo intenso tempo operativo si riduce ad un solo decennio, Giordani, lavora con spirito scatenato.

    I principali critici d’arte dell’epoca lo recensiscono con grande favore, lodandone la "maschia" e grave sapienza d’osservazione, la natura d’artista misurato e sensibile, il senso plastico della realtà, il gusto del particolare prezioso…". Ha stuoli d’amici della Bologna degli anni Trenta-Quaranta, tra cui figurano i nomi più belli di quel momento. Non gli mancano le amiche, così avvenente e virile com’è, non gli è certo difficile sedurre i cuori e i corpi delle donne; quelle donne che sa ritrarre in scultura con mano calda e felice.

    La "Bagnante", venduta al Ministero dell’Industria e Commercio, nel suo ultimo anno di vita, è l’esempio palpitante di una donna che sembra di carne, tanto è sinuosa e invitante, sensuale nel corpo e spirituale nello sguardo e nei tratti del volto. Una donna che sta liberandosi degli ultimi indumenti. Forse, nella fantasia dell’artista, proprio per gettarsi nelle fresche acque del suo fiume d’infanzia, il Reno dei suoi anni lontani.

    Alla morte dello scultore, la statua resta negli scantinati del Ministero. Un alto funzionario la ritrova, la crede opera di Manzù, vengono fatte ricerche sulla vita dell’artista. Si promuove una mostra postuma a Bologna con le poche opere che la guerra ha risparmiato.

    Giordani, riscoperto, ritorna alla luce assieme con la sua statua in cera a grandezza naturale.

    La "Bagnante" a Verona indossa il suo abito di bronzo a cura del Ministero che l’aveva acquistata e che vuol renderla immortale, sottraendola all’effimero della cera, tanto è giudicata bella e degna di vivere nel tempo.

    Con lei anche l’eredità di un passato che l’artista ha lasciato nel cuore di chi l’ha conosciuta, è rinata.

    Nostalgie e voci ritrovate volteggiano attorno allo spirito di un uomo che ha vissuto un’esistenza breve, ha bruciato la vita di una fiammata intensa, forte come un uragano d’amore.

    Nel dormiveglia, l’altra notte, mi è parso di vedere la bocca semichiusa della "Bagnante" distendersi in un sorriso sereno, fatto di pace raggiunta, un sorriso eternato nel bronzo, fulgente di pacati bagliori.

  • Fornelli a gas

    Fornelli a gas

    La gente usciva dalle case vestita a festa. Si affrettava a gruppetti parlottando e commentando con eccitazione. Pareva che fosse la sagra del Cristo, quando il grande crocifisso di bronzo, portato dai confratelli in cotta e mantellina rossa, uscì dalla chiesa seguito dal vescovo in paramenti solenni; oppure che fosse arrivato in anticipo, quell'anno, Sabino, il saltimbanco, o il burattinaio Testelli, che in cambio di qualche soldo tenevano periodicamente spettacolo all'aperto.

    Con il sindaco, il maresciallo dei carabinieri e tutte le persone importanti, già una folla vociante ed irrequieta si raccoglieva ai bordi del campo di calcio dove avevano segnata con la calce un'enorme croce bianca sulla quale tra poco si sarebbe posata la macchina che vola.

    Finalmente, ecco, l'elicottero. Apparve nel controluce del pomeriggio sull'orizzonte come un insetto petulante che diventava sempre più grande.

    Volteggiò a lungo sopra le case. Si soffermò nell'aria in mezzo alla meraviglia. Si mosse da ogni lato con movenze sinuose e femminee. Si abbassò fino a sfiorare i tetti. S'impennò nell'azzurro, segnato a dito dalla gente. Offrì senza fretta alla vista i fianchi su cui spiccava in verde la parola magica "pibigas", per tutta la lunghezza della macchina.

    La folla era eccitatissima.

    Finalmente si decise, si concesse da grande attore alla ribalta. L'atmosfera fu piena di scoppi ferrigni tali da rendere incomprensibile la parola. Il rotore schiaffeggiava violentemente l'aria, talché si creavano vortici di tempesta. I più ardimentosi, che per primi volevano poterlo toccare, furono respinti, ma non per tanto.

    Unico, forse, in tutto il paese, Vittorio Carbonin era rimasto in osteria, solo, con Gusto l'oste, che ben volentieri sarebbe corso, anch'egli, a vedere la novità se non avesse avuta la bottega e quel cliente che non pareva in fregola di prendere commiato.

    Il carbonaio, infatti, era appoggiato con le braccia conserte sul tavolo, il cappellaccio ficcato più del solito sul cranio, di umore nero.

    – Cosa sarà mai 'sto gas liquido! – rifletteva, – Cosa vuol dire? Se è gas, come può essere liquido? Se è liquido, non è sicuramente gas. Si è visto mai. Può essere liquida quest'aria qui che respiro e questo vino che bevo, com'è gas? Se fosse gas, come lo berrei? Col naso? Ecco, ecco – concluse – lo berrei col naso! Sorrideva ironico quasi divertito per la trovata.

    – Bella roba, 'sto licotero! – brontolava di tanto in tanto – bella roba! È rivata anche qua la Merica! Erbivori, erbivori! – intercalava, talvolta, contro quelli che erano ancora a vedere la novità e così li gratificava per animali o, meglio, asini, che animale più ignorante ed ottuso non esiste sulla faccia della terra.

    – Erbivori, sono tutti degli erbivori e basta. Il licotero… il gas liquido… boh! il gas liquido… – boffonchiava dentro di sè, inseguendo nella testa un ragionamento bislacco.

    Vittorio, meglio conosciuto da quelle parti come 'carbonin', aveva fatto solo il venditore ambulante di legna e carbone. Nessuno ricordava, neppure lui, quando aveva iniziato. Era ancora bambino. Con il padre andava in giro con il cavallo ed il carretto. Tantissimi anni fa. L'anno in cui avevano sparato al re, soleva ricordare, era già ambulante, ma forse già prima…

    Per il suo lavoro non si era mai risparmiato. Non si era preoccupato né delle malattie né delle guerre che nella sua carriera ne aveva attraversate tante, troppe. Il lavoro era stata la sola ragione della vita. Aveva celebrato giornalmente, con la medesima mistica dedizione del sacerdote sull'altare, il modesto rito di carbonaio, con il viso e le mani perennemente nere di fuliggine, il cappellaccio piantato sul capo ed il saccaccio steso sul groppone quando doveva consegnare qualche cesta di coke e di carbonella per scaldare i letti nell'inverno o i ferri da stiro dei sarti, sarte e sartorelle del luogo.

    Quando parlava del suo lavoro, gli occhietti lucidi sul volto annerito assumevano riflessi da santo in estasi. Le guance e le labbra, sotto la fuliggine ed il folto paio di baffi ormai rugginosi, rabbrividivano d'orgoglio.

    Nelle giornate fredde degli inverni di una volta (buoni affari per lui, nel '29), la sua voce da baritono rimbalzava sulla pianura desolata di neve e di ghiaccio. Vibrava di galaverna lungo gli stradoni immiseriti di vita che tagliavano la campagna alla ricerca di qualche casolare sperduto; d'estate, nella calura piena di sole, si rincorreva tra il fogliame e le coltivazioni della canapa e del mais, ammiccando con i richiami dei braccianti e delle giornate al lavoro. A quella voce cedeva il canto delle cicale e delle rane, ma le donne preparavano le ceste ed i ripostigli.

    Eccolo qua, ora, il carbonaio, costretto a sopportare, senza difesa, le ingiurie del così detto progresso di cui non capiva l'esigenza né l'utilità.

    L'osteria si andava pian piano di nuovo riempiendo di animazione e di commenti.

    – Lo compro – stava dicendo uno del tavolo vicino – Lo compro per la Marietta. Un fiammiero ed il fuoco è là. Puoi far bollire tre pentole insieme: due grandi e una piccola, una per ogni becco. Hai visto che il fornello ha tre becchi? –

    – E tu sei il quarto – sibilò il carbonaio che non aveva persa una parola –, e tu il quinto e tu il sesto becco –, aggiunse equivocando sulla parola, indicando con il dito, via via, l'uno dietro l'altro, gli avventori.

    – Cosa c'è, carbonin?, cosa dici? – fece di rimando affabilmente quello che stava parlando, – che ti prende? –

    – Quella buona donna di tua moglie. Ecco cosa mi prende, becco fottuto che non sei altro e cornuti questi qui –, gli rispose con il mento che gli vibrava per la rabbia, muovendo di nuovo a semicerchio il dito in modo da indicarli singolarmente, ma come un tutt'uno.

    Volarono parole. Si arrivò agli insulti e quasi alle mani. Vittorio era fuori dalle grazie. Smaniava e ruggiva, mentre alcuni lo trattenevano e cercavano di trascinarlo fuori. Gli occhietti spiritati, divenuti più piccoli, erano coltelli sullo sfondo di fuliggine della faccia. Si era raccolta gente. Qualcuno avvertì il maresciallo.

    Come era nata, la lite sbollì. Quando il maresciallo in persona arrivò, Vittorio si era già allontanato con il carretto ed il cavallo alla briglia. Camminava all'altezza del muso dell'animale, come era solito fare quando una giornata era andata storta. Non saliva, allora, mai a cassetta, poiché, come soleva dire riferendosi a se stesso, – un cavallo è troppo per trasportare un somaro –.

    Qualche giorno dopo si soffermò a guardare dentro la bottega del Pasotti. A posto delle solite biciclette e relativi accessori c'erano dei mobiletti, lucidi di cromature che sulle prime non riconobbe. Certamente non biciclette, di questo n'era certo. Quando capì rimase di sale. Una vigliaccata simile dal Pasotti non se la sarebbe mai e poi mai aspettata.

    Ma come? Tutto il negozio pieno di fornelli! Fornelli e fornelli, della Bechi, della Zoppas, della Tripplex; a due, a tre, perfino a quattro fuochi; di grandi, a forma di armadietto con l'alloggiamento della bombola "pibigas", di piccoli come una valigia: senza il coperchio, con coperchio…

    – Bella porcheria! – esclamò il carbonaio all'indirizzo di tanto obbrobrio, – Bella porcheria! –

    Non commentò altro. Proseguì, quel giorno, il solito giro di malavoglia. Non cantò, come il solito, lungo la strada. Camminò in silenzio e non si sentì cantare neppure nei giorni successivi.

    Anche quella sera, sulla via del ritorno, diede un'occhiata al carico per rendersi conto dello sviluppo degli affari. L'occhio gli disse che aveva consegnato poco, molto meno del solito. In particolare lo lasciò perplesso l'avanzo della carbonella.

    Qualche giorno dopo, capitò in Marcona, una borgata dispersa tra i campi dove da anni, in quella stagione, era solito depositare un bel po' di merce. Quando arrivò da Marta, la Bardossa, la sartora di quel posto, come di consueto le diede la baia: – Aho, sartora, le solite? –

    – Carbonin, quest'anno, nulla! –, gli fece eco la sartora.

    – Come mai, Bardossa? –, rinviò allibito il carbonaio che già aveva posto mano alla cesta.

    – Vieni qua, vieni qua, carbonin, che ti voglio mostrare una novità! –, lo invitò la sartora del luogo.

    Vittorio legò Braido alla siepe. La seguì in casa. Nell'entrare notò qualcosa di insolito. Non riuscì lì per lì a capire. Marta lo fece sedere sul canapè di legno lungo la parete, gli offrì l'ospitale bicchiere di vino. Continuava intanto a parlare di progresso, di fatica, di nuovi sistemi di lavoro.

    Vittorio l'ascoltava ed aspettava. Non bevve il vino e si concentrò su di un apparecchio con le parti di acciaio che sembrava uno di quei siluri che nelle sagre i forzuti lanciano lungo i binari per far scoppiare, lassù in cima, un petardo.

    – Bello, eh? È un ferro da stiro elettrico –, disse pimpante la sartora.

    – Un… cosa? –, fece Vittorio incuriosito.

    – Un ferro da stiro elettrico. Anche qua da noi è arrivata la civiltà. Adesso non abbiamo più bisogno di carbonella, non c'è più pericolo di bruciare la stoffa dei clienti con un carbone acceso. Basta infilare questo filo qua –, così dicendo collegò un filo di ferro ad una presa di corrente sulla parete, – e in tre secondi il ferro è caldo per stirare. Senti, senti, ch'è già caldo –.

    Vittorio toccò e quasi si scottò le dita.

    – Visto? –, trionfò la Bardossa.

    – Urca! E sentito anche –, aggiunse Vittorio, – Allora basta carbonella? –

    – Basta! Bisogna modernizzarsi, carbonin. È il progresso.

    – Ah, il progresso! –, constatò il carbonaio – Ma… e le mattonelle? –

    – Oh, benedetto uomo! Vieni qua, vieni qua, carbonin –. La Bardossa lo trascinò nel retrobottega. Tirò fuori con delicatezza da sotto un tavolo uno di quegli aggeggi di legno che dalle nostre parti serviva per intiepidire le coperte prima di coricarsi. Tra i quattro supporti prismatici, che tenevano sottese quattro liste flessibilmente che si andavano coordinando, a prora e a prua, in un punto, tanto da formare, sui lati, come due archi perfetti contrapposti, invece della solita latta per proteggere dall'incandescenza i lini, era sistemato un filamento che a tratti si avvolgeva a spirale creando nel vano una specie di trina fitta e sottile.

    – Cos'è 'sto robo qui? – chiese diffidente Vittorio.

    – La munega elettrica. Serve per scaldare il letto senza il fuoco –, fece la Bardossa soddisfatta.

    – Senza fuoco, letrica anche questa. Senza mattonelle? –

    – Senza mattonelle e senza i salamini – rincarò trionfante la sartora.

    – E… scalda? –, chiese insinuante il carbonaio.

    – Se scalda? Orpo se scalda! – Così dicendo collegò, come prima, il cavo all'impianto elettrico. In pochi secondi le spirali assunsero un colore ramato, poi sempre più intenso di un rosso vivo, fino al biancore abbacinante del metallo incandescente. Si diffuse nello stesso tempo all'intorno un alone di calore, tanto che il carbonaio dovette tirarsi da parte.

    – Visto, carbonin? –, fece cattedratica la Bardossa.

    – E sentito anche –, rispose enfatico il carbonaio.

    – E poi, guarda –.

    La Bardossa ruotò di mezzo giro una chiavetta di ceramica sullo stipite. Al centro della stanza, subito, la vecchia lucerna a petrolio emanò un chiarore.

    – E questa è la luce elettrica –, presentò.

    – Come letrica? Senza petrolio? –

    – Ma sì carbonin, senza il petrolio. È il progresso. Bisogna modernizzarsi. Cosa vuoi che si continui sempre con la tua carbonella, con le tue mattonelle e salamini? Basta. C'è l'elettricità, c'è il progresso –.

    Senza commenti prese commiato da Marta. Non si ricordò neppure di bere il vino che gli aveva versato, caso più che mai insolito per uno come lui abituato a sorseggiare nella giornata non so quante ombrette più per far contento il cliente che per vera sete.

    – Vai, Braido, che andiamo ben! –, fece poi sfiduciato quando fu sulla strada, – Vai che andiamo bene. A casa, a casa. Per oggi, basta. –

    Mentre il cavallo riprendeva a zompàre verso la stalla, il carbonaio gli camminava a fianco reggendosi alla briglia. Si faceva quasi trascinare.

    – Cosa mi tocca vedere! Anche la Bardossa! Dopo tanti anni! Razza di erbivori, erbivori tutti. Altro che progresso. Erbivori, erbivori! Siamo vecchi, Braido, il mio cavallo. Io e te siamo ormai fuori. Cosa mi dici, eh?, Cavallo? Cosa farai se non dovrai tirare questo carretto? Cosa farò io se non dovrai più andare per carbone. Me lo sai dire tu, eh, la mia bestia? –

    Il cavallo, come se avesse capito, scrollò vigorosamente il testone e soffiò dalle froge. I due non si dissero più nulla per tutta la strada, pur camminando a fianco.

    Vittorio non fu più visto in giro né qualcuno poteva dire di averlo sentito qualche volta cantare, neppure da lontano. Qualcuno lo dava addirittura per aver tirare le cuoia.

    Ma la primavera successiva fu visto che assisteva alla dimostrazione di propaganda di un nuovo sapone in polvere.

    – Come, sapone in polvere? –, si era sorpreso il carbonin.

    Tra gli spettatori, Vittorio era il più attento. Sembrava quasi ipnotizzato da quella polvere che in qualche secondo diventava una montagna di schiuma. Come un bambino si entusiasmava.

    Guardava e seguiva le parole e il movimento del ciarlatano. Si offriva spontaneamente, quando cercava qualcuno per una dimostrazione pratica.

    Fu uno spettacolo vedere con che entusiasmo e con che coordinazione di atti e movimenti il vecchio carbonaio ed il giovane piazzista si muovevano e si assecondavano, come se da sempre avessero lavorato insieme.

    Il carbonaio se ne ritornò a casa, quel pomeriggio, con una scatola intera di detersivo, un regalo della ditta per la disinteressata collaborazione. Il carbonaio era contento e, almeno in parte, riconciliato con il mondo.

    Fu così che Vittorio carbonin, un giorno, sul finire dell'estate, riapparve in commercio lungo la Coronella. Il solito cappellaccio piantato sulla nuca e mezzo sigaro toscano tra le labbra, apparve seduto di sghimbescio sul lato di un barroccio costruito alla meno peggio con due ruote di una vecchissima Guzzi.

    Il mezzo, per così dire, risultava troppo debole per sostenere anche il suo peso, tanto che era tutto sbilanciato da una parte e ciò costava impari sforzi solo per le stanghe, in carreggiata al povero asinello legato tra le stanghe, troppo lunghe.

    Sopra il trabiccolo, coperti da un telo bisunto e da un saccaccio che portava ancora ricordi di carbone, alcune ceste di vimini e scatole di cartone formavano un groviglio di curve, guglie e protuberanze, avvallamenti e conche che rabbrividivano e si modificavano a seconda degli scossoni ricevuti.

    La voce di Vittorio, di tanto in tanto, incitava il povero animale. Se accennava a rallentare il passo, intercalando schiocchi di frusta a risico di orecchie, gridava: – Arri, oh, Fuga, arri oh. Il padrone sono me, vuoi che tira io per te? Vai veloce. Fuga, fai vedere che non sei un asino più degli altri asini, asino più degli asini il tuo padrone, che sono io! –

    – Che è successo, carbonin? –, gli diede la voce la Noemi che era uscita a curiosare.

    Vittorio frenò l'asino con uno strappone alle redini. Saltò dal carrettino quasi con agilità.

    – Il progresso, Noemi, il progresso. Bisogna modernizzarsi, mia cara. Cosa volevi che continuassi ancora con la legna e il carbone. Ora basta. È arrivato il gas e i becchi dei fornelli; c'è la letricità. Bisogna modernizzarsi, mettersi alla pari con il progresso. Ora ho cambiato commercio anch'io: faccio il varecchinaio e questo è il mio nuovo negozio. –

    Alzò d'un colpo le coperture e mise in mostra la mercanzia. Una damigiana di ipoclorito si mostrava matronale tra scatoloni, bottiglie, bottigliette; fiaschi mezzi spagliati mostravano la loro nudità in modo inverecondo, senza il minimo ritegno e di vergogna. In una scatola, alcune altre variopinte e semischiacciate dagli scossoni e dalla costipazione degli spazi, mostravano i segni della vecchiaia e dell'umidità. Una scatola di Olandesina giaceva in decomposizione in fondo ad uno scatolone dove si intravvedevano alcuni pacchetti di lisciva Solvay e, alla rinfusa, alcuni contenitori di colorante per stoffe della Superiride.

    Posti in bilico sul bordo anteriore del barroccio, sostenuti da uno spago ormai quasi corroso, una serie di recipienti di vetro e di latta facevano intendere di essere i misurini, le unità di misura con le quali Vittorio carbonin, da ora varecchinaio, dosava ai clienti la varecchina.

    In disparte una cesta di vimini raccoglieva alcune fiale di aromi per dolci, qualche bustina di lievito Bertolini e di Pane degli Angeli, qualche confezione di Vero Frank, di surrogato di caffè marca Vecchina, due o tre spagnolette di filato per rammendo, alcuni manufatti della Cucirini, insomma un po' di tutto e di tutto un po'.

    In tanta mercanzia Vittorio infilò a colpo sicuro una mano. Riesumò un flacone di liquido verdastro, saponoso e denso. Lo porse a Noemi con un fare da cerimonia.

    Calcando la voce a dovere le disse: – Ecco, Noemi, per il tuo fornello a tre becchi. Vedrai come diventa lucido. Basta qualche goccia su uno straccio, passarlo sulla superficie del fornello a gas a tre becchi e…

    – Cos'è questa roba qui! –, mormorò la donna.

    – Come, Noemi, non la riconosci? È strano per una che ha anche il fornello a gas. Si chiama detersivo. È buono: è un prodotto del progresso. Provalo, te lo regalo. Omaggio della ditta. –

    Glielo piantò in mano senza dir altro.

    Spronò, si fa per dire, Fuga che risvegliatasi dal torpore, si mise a correre alla disperata tra il tintinnare dei vetri e i richiami del carbonaio. Dopo un breve inseguimento Vittorio si sistemò a fatica, come prima sul baroccio con le gambe a penzoloni.

    Non apparve più lungo la Coronella, Vittorio, il carbonin, per colpa del progresso divenuto suo malgrado varecchinaio. Non si vede più neppure altrove né fu sentita la sua voce da baritono che, nonostante l'età, sapeva fare ancora le serenate alle ragazze da marito. Si seppe che aveva smesso di cantare e che, divenuto quasi ebete per l'età e per la cattiva riuscita del nuovo commercio, aveva conclusa la carriera di commerciante ambulante all'ospizio dei poveri della città, a spese del Comune.

  • La Cetobaciche srl

    La Cetobaciche srl

    Tutte le sere, a tarda ora, gli ultimi ad abbandonare il loro posto di combattimento in "Trincea" erano Baestrazzo, Ciarastela, Tonicocio, Cenciogati e Checo della Soidea, che a mettere insieme il loro capitale non si sarebbero fatte le cento lire.

    Angelo, l'oste della "Trincea", qualche volta li metteva fuori; spesso, invece, dopo che tutti gli altri se n'erano andati, li teneva con lui, mettendoci naturalmente il beveraggio, che quanto a frivolezze i cinque ne sapevano escogitare più di Bertoldo, anche quando erano in sentimenti.

    Chiacchierando chiacchierando, sorseggiando sorseggiando, tiravano così insieme ch'era già l'alba.

    Quando si decidevano, finalmente, d'andarsene, Tonicocio era il più carico di tutti e non si reggeva in piedi.

    "Secca, an, Toni?", lo prendeva in berta Baestrazzo, anch'egli con la lingua che gli si arrotolava in gola. Gran bevitore Baestrazzo e grande resistenza! Per spolparlo a dovere non sarebbe bastato un caratello di quello buono e coloro che per scommessa ci avevano provato, ci avevano rimessa la reputazione ed il capitale.

    "A chi secca, a me?", s'infuriava ogni volta Tonicocio, "guarda qua, fammi vedere tu!"

    Si metteva allora in mezzo alla strada, tentando di tenersi in equilibrio su una sola gamba, abbassandosi contemporaneamente in una flessione, ma il baricentro man mano che si abbassava si spostava troppo in fretta ed ogni volta trascinava il malcapitato ruzzoloni in mezzo alla polvere.

    Checo della Soidea del quale, quanto a sincerità delle idee è meglio non parlare, pencolava su Baestrazzo.

    Cenciogati cascava – invece – dal sonno, forzatamente in astinenza per via del fegato in malora, e Ciarastela, che da un po' di tempo si dichiarava “stemio” di vino, era, invece, “S-cenbo” del tutto di grappa.

    Le terre polesane stavano uscendo solo allora lentamente dalla melma della rotta. Ovunque i segni della catastrofe. Riprendere a vivere era difficile, ricucire rapporti ed abitudini, quasi impossibile. Mancava il lavoro in mezzo a tanto da fare.

    I cinque amici, però, resistevano benissimo in mezzo a tanta desolazione e continuavano a vivere senza pensieri di espedienti e a passare il tempo tra scherzi e lazzi. Di cercare un lavoro neppure a pensarci, tanto c'era sempre la possibilità di approfittare degli aiuti e dei sussidi dell'ECA comunale per pagarsi le sbornie da Angelo o di sfruttarne la generosità.

    Da un po' di tempo, tuttavia, anche Angelo aveva chiusa la borsa. Li lasciava per ore da soli e sconsolati a consumare la paglia dei sedili davanti a bicchieri sempre più aridi, anzi si permetteva, talvolta, di stuzzicarli e di sfotterli.

    "Secca stasera l'aria! Senti come pizzica in gola", constatava ogni tanto quando gli passava vicino reggendo sulla guantiera qualche mezzo litro per i clienti.

    "E' tu, spudorato, inumidiscila un po', che il diavolo t'incendi!", supplicava Ciarastela.

    Una sera, più secca del solito, il discorso tra i cinque sconsolati cadde sulle feste di fine d'anno. Nulla di nuovo si profilava all'orizzonte per loro, vuoi vedere che avrebbero finito per festeggiare a casa con le donne e i bambini? Era insopportabile solo l'idea!

    "Bisogna trovare la maniera di fare un po' di soldi per salutare in letizia l'anno vecchio 'ch'el copa l'ocio, fiol d'on can', e dare il benvenuto come si deve al nuovo 'parché el sipia de bone intenzion'", aveva osservato Cenciogati.

    "Bon, cosa possiamo fare, an?", concluse Ciarastela guardando gli altri seduti attorno al tavolo disardorno e triste.

    Tonicocio succhiava la pipa, Cenciogati inseguiva sul tavolo con un dito una mica inesistente di pane, Baestrazzo continuava a girare su se stesso un bicchiere vuoto, facendo cerchi di umido, Checo della Soidea si grattava la barbetta da capra che gli spuntava sotto il mento.

    Angelo, l'oste, li guardava e li ascoltava sonnacchioso, reggendosi il mento su una mano che poggiava sul bancone.

    "Cosa possiamo fare, io ve l'ho detto – esordì Checo – io resto della mia idea, io: bisogna che facciamo il Bonbasin".

    "Aoohaa…", protestò Tonicocio con impazienza.

    "Chi volete che lo mandi via?", insistette Checo, allargando le braccia come cosa ovvia e spingendo avanti i palmi delle mani. "Io mi ficco sotto il lenzuolaccio, Baestrazzo tira la corda e lo fa sganasciare, Ciarastela e Cencio gli reggono il moccolo e tu con loro, che avete una bella voce, cantate la romanella. Così ci intrulloliamo in qualche festa. Chi volete che lo mandi via?".

    "Ed io dovrei venire in giro a fare il pagliaccio con il Bonbasin?" esclamò Tonicocio. "Io non canto!".

    "Allora", reagì Checo, piuttosto seccato – "Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia!"

    Baestrazzo portò alla bocca, ormai riarsa, il bicchiere per l'ennesima volta alla ricerca, nel caso vi si fosse sperduta, non si può mai sapere, di qualche goccia. Disse lentamente che, secondo lui, si poteva mettere insieme qualcosa andando, si insomma, ad esempio, ad augurare il Buon Anno della Buona Salute.

    "Vaca de la Trona!" lo zittì Ciarastela. "Andiamo. Meglio andare a cantare la Ciarastela, allora!".

    La discussione si animò a dismisura, anche perché Baestrazzo aveva dato dell'asino a Ciarastela. Tutti gridavano. Angelo, stanco per la giornata e per il baccano più che al mercato del Venerdì, "Braccia levate alla terra, perché non ve ne tornate a casa vostra e domattina non vi cercate un lavoro?" – disse – "Arri, arri, in ritirata che domani è un altro giorno!" E li mise fuori della porta quasi di prepotenza.

    Continuarono animatamente a lungo sulla strada a discutere.

    Una decina di giorni dopo, lungo la carrareccia che si addentrava nella campagna verso i Sesti, proprio dove il ponticello di legno era stato strappato dall'alluvione, fu eretto un tabellone a lettere rosse e nere, dipinto di buona mano a sicure pennellate. Si annunciava che una certa ditta, la Cetobaciche Srl, mai sentita nominare, avrebbe dato il via, di lì a qualche giorno, ai lavori di ricostruzione del ponte. Senza dubbio una società forestiera, si pensò subito in giro, che il cavalier commendatore Montaroni, padrone del luogo, aveva scovato in qualche parte per speculare anche lì e tirare sul prezzo.

    Invece il cavalier commendatore non si era mosso più che tanto. Fu Cenciogati che, qualche sera prima, gli aveva chiesta udienza insieme a Baestrazzo e a tutta la combricola e si era offerto per questo lavoro e, trovato l'accordo, aveva sottoscritto il contratto. Il cavalier commendatore ci aveva avuta la sua brava convenienza, ma anche i neo impresari la loro. Avevano ottenuto perfino un piccolo anticipo, non si sa bene attraverso quale artifizio, per le prime spese d'impianto del cantiere. E fu quella sera stessa, felici più del solito, che si erano riuniti in Trincea ed in piena euforia, tra brindisi e pacche sulle spalle, fu deciso di dare vita alla società Cetobaciche dalle sillabe iniziali dei nomi dei primi ed unici azionisti.

    Checo della Soidea insistette che accanto al nome della società si ponesse anche la sigla "Srl", che vuol dire, spiegò, "Società a Responsabilità Limitata". Non sapeva neppure lui bene cosa esattamente significava, ma "fa un bel vedere – disse – e mi sembra essenziale per la serietà della ditta e poi – aggiunse – non è forse vero che le nostre responsabilità sono limitate?" Ragionamento che tagliò la testa al toro e convinse tutti, allorquando egli dimenò eloquentemente pollice su indice come se stesse contando carte da mille.

    Sotto il tabellone, il cantiere incominciò a vivere subito: un vecchio dodge militare, sferagliando ed imballando il motore, una mattina scaricò assi, palancole, morali, travi e tavole. Fu subito allestita una casamatta dentro la quale furono ricoverate le scorte, le vanghe con le zanchette da scavo, i palanchini, un parranco, la berta e tutti gli attrezzi.

    Sotto l'attenta sorveglianza di Cenciogati, che dava ordini e consigli con lo stesso sussiego del cavalier commendatore quando sorvegliava le Giornate al lavoro, i cinque amici allargarono le sponde per lo scavo, formarono una specie di zanella, che con le palancole ed il tavolame palizzarono in modo da formare una diga abbastanza solida contro l'infiltrazione dell'acqua e permettere agli spalatori di buttare fuori la melma che si andava formando man mano che il lavoro avanzava. Cenciogati e Ciarastela ogni tanto davano mano alla rudimentale pompa per succhiare via l'acqua che si accumulava nello scavo.

    Finalmente la base solida fu raggiunta.

    Piazzarono subito il “martin”, ovverossia la berta, per “guciare”, come dicevano, il fondo, cioè palafittarlo in modo da renderlo adatto a sorreggere la struttura che si doveva costruire.

    Era un lavoro assai duro. I cinque non si risparmiarono. Lavorarono tutti con dedizione, come asini. Ora questi ora quelli a coppie tiravano su con la “soga” il martinetto più in alto possibile che lasciavano poi cadere pesantemente in cima ai pali di acacia selvatica che più stanno nell'umido e più diventano duri. “Quei maledetti”, come li aveva battezzati Tonicocio, non volevano infilarsi nel terreno ed ogni volta per il contraccolpo sembravano risalire di quanto venivano sospinti nella melma.

    Non mollarono i cinque amici. Vinsero la loro battaglia contro “quei maledetti”. L'ultimo botto di “martin” in cima all'ultimo “maledetto” fu dato con la massima soddisfazione ed esultanza.

    "Diavolo d'un boia", esclamò Tonicocio, "che fatica, ma gliel'abbiamo fatta vedere a quei maledetti chi comanda qua e gliel'abbiamo tirate in testa. Forza, ragazzi, che il più è fatto.

    Proseguirono con maggiore lena.

    Buttarono a cavallo del condotto una specie di ponte a pelo d'acqua, da destra e da sinistra gli altri passavano a Checo e a Ciarastela, che vi si posero sopra, il materiale necessario. A poco a poco, da riva a riva, incominciò a profilarsi una struttura solida e compatta di travetti, traverse, assi, capriate… Il ponte risultò un piccolo capolavoro nel suo genere: solido sulla palificazione sottostante, ben ancorato sulle sponde, strutturato elegantemente con traverse e capriate tenute insieme da cavicchioni di ferro battuto che passavano da parte a parte delle travature e formavano disegni e greche eleganti e suggestive. Il mordente e l'olio bruciato con cui lo bagnarono alla fine, gli davano una colorazione consona con il plumbeo dell'acqua ed il grigio del terreno intorno.

    Il cavalier commendatore si dimostrò soddisfatto. Vi salì sopra, lo percorse lentamente alcune volte, si fermò tentando di volta in volta con il piede il pavimento come per controllare fino a che punto reggeva. Lo guardò di sopra, di sotto. Lo valutò e lo ammirò.

    "Bello, bello" – si complimentò alla fine con gli abili carpentieri – "bello".

    Quelli della Cetobaciche srl, con Cenciogati in testa, lucidi quanto potevano, non stavano nella pelle per la contentezza.

    "Bello, bello", continuava ad annuire il cavalier commendatore. "Bravi, un bel lavoro. Però… bisognerà rifare tutto: non so come farci passare le barche di sotto!". Lo disse come sopra pensiero, come se gli sfuggisse un pensiero perverso che voleva invece trattenere.

    "Vaca della Trona!", inveì Ciarastela che aveva capito. "Vaca della Trona, lo sapevo io che ci doveva essere qualcosa di storto!".

    "Cosa, cosa?", fece eco Baestrazzo che invece non aveva capito nulla.

    Cenciogati, Checo della Soidea e Tonicocio erano ammutoliti ed il sorriso di soddisfazione si era gelato sui loro volti. Come uno solo si chinarono al bordo dello scolo e restarono così in contemplazione. Effettivamente lo spazio tra il pelo dell'acqua e le travature del ponticello era così esiguo che sotto non ci sarebbe passata neppure una barchetta di carta.

    I tre guardavano e si guardavano in silenzio.

    "Cosa si fa adesso?" disse Cencio, "Cosa possiamo fare?"

    Checo disse: "Io saprei cosa fare", e si tirava la barbetta da capra.

    "Dai, dai, sputa fuori", lo sollecitarono gli altri.

    "Boh…". Esitava per sollecitare l'attenzione. "Boh, per passare con una barca… basta scavare una buca sul fondo, sotto il ponte, no?".

  • L’ultimo della golena

    L’ultimo della golena

    Una terra bassa, imbevuta di umori, ai piedi dell’argine nutriva e chiudeva alla visione di orizzonti più vasti una schiatta intatta, ricca di furori e generosa di slanci, grassa solo della fatica di vivere.

    Qui una scarica di fucileria, in tempi ormai lontani, provocò timore, ma non fece retrocedere questa gente. Da qui uomini senza nome, i barcaioli del Po, fecero la spola da sponda, verso sponda scivolando silenziosamente nella notte sulle onde livide, nutrendosi di contrabbandi di uomini di notizie di merci. I loro richiami sembravano il respiro del vecchio Eridano che li incoraggiava e li proteggeva coprendoli di brume sfilacciate dal loro passaggio e rinchiuse subito, inghiottiti alla vista delle vedette in allerta sull’argine. Quanti fuggiaschi avevano sottratti ai tedeschi che di questa sponda avevano fatto baluardo per non cedere contro quelli che avevano fatto baluardo dell’altra per non retrocedere!

    Eccole là, ora, le loro case nella golena!

    Allineate, corrose dall’umidità e dal tempo: sempre più sventrate e sbrecciate. Eccole ormai con le occhiaie vuote e le bocche, sgangheratamente spalancate, con le imposte pendolanti dai cardini come i brandelli di carne sul volto dell’annegato; in fila come corpi in decomposizione che nessuna mano pietosa osa togliere alla vista, quelle sepolte tra il fogliame della golena, quelle sotto l’unghia dell’argine, quelle a mezzo di esso; oggetti che ad ogni piena del Po, che ora scorre con indolenza poco discosto, si gonfiano d’acqua fino a scoppiare; comiche e tragiche come la faccia imbrattata di biacca di un clown che ha il cuore sommerso d’angoscia.

    I muri si disfanno progressivamente.

    Attraverso la penombra che cola umidità, frammiste a lembi di calcina, antiche macchie di colore, simili agli affreschi delle basiliche trecentesche, lasciano indovinare una vicenda che ora non è più storia né ha più futuro.

    Non ci sono più tra queste case strilli di bambini né richiami d’uomini né stridi di animali, solo lunghi pioppeti disturbano il silenzio, mentre cantano le fronde nell’aria mossa della brezza che soffia appena dal fiume.

    Il contrasto lascia esterrefatti.

    Una sola figura d’uomo, magrissima, vecchissima, dai lineamenti segnati e le occhiaie pronunciate: è ancora seduto sul verde dell’erba teneramente rinata sul ciglio del rigagnolo che si scava a fatica un filo d’acqua nel tivaro¹. Appoggia l’avambraccio sul femore. Le mani, l’una nell’altra, formano quasi un nodo informe.

    Il labbro regge una cannuccia di sanguanella in fondo alla quale gorgoglia appena una pipa chioggiotta che cola tartaro e catrame. Conserva l’immobilità del monumento di pietra, senza averne acquista l’indifferenza. Sembra in preghiera.

    Attraverso il pioppeto, l’antico filosofo guarda il fiume che si intravvede in lontananza dai brillucicchii d’argento tra i tronchi.

    È Nane, il renaiolo, l’unico che non si è allontanato. Ha accettato il destino della golena, delle case, l’abbandono e la fuga degli altri. Qui egli è nato e cresciuto e qui ha voluto che i suoi giorni finissero. La sua donna fu una di golena. Il fiume, come gliel’aveva data, gliel’ha ripresa, come il figlio Cosimo, come la nipote Adelina, piccolissime creature travolte dal gorgo là sul froldo² di fronte al paese. Gli altri sono ormai da tempo dispersi a Milano, a Torino, chissà dove?, in cerca di fortuna e non ritornano più qui tra questi muri, neppure fuggevolmente al tempo delle ferie.

    “Vieni con noi, padre, vieni via con noi” – gli dissero.

    “Dove, figli, dove volete portarmi? Sono vecchio, io!” – disse. “Null’altro che ricordi mi nutrono ormai, figli. Andate, andate, incontro al vostro destino. Il mio è qui sul fiume, qui a custodire la mia vita, a preparare la mia morte”.

    Non è mai ora di partire da un posto quando si è stati felici, anche se la felicità è costata. Non è mai giunto il momento di abbandonarlo dopo averlo pagato con l’esistenza, con il sangue dei cari, le ore, le giornate, le lunghissime stagioni dell’esistenza sempre uguali, sempre dure.

    Su quell’isola di tivaro, oltre l’ansa del fiume, quasi nascosta dal bosco, là portò la prima volta la sua donna ancora quasi bambina, lui adolescente, prepotente di umori come il fiume e di vitalità. In quel pomeriggio d’incanto, tra bagliori di luci, sul barchino, là si nascosero sperando entrambi che il portento si avverasse. E si conobbero e si promisero e sfogliarono insieme il primo petalo dell’esistenza.

    Egli aveva raschiato per tutta la vita con la zappa i bassi fondali, aveva contesa la sabbia sottile al fiume in piedi sul barchino continuamente in procinto di rovesciarsi; lei a casa l’aspettava tra i figli e le tribolazioni.

    Lo storione che catturava ogni anno nella stagione degli amori, veniva a morire in queste pieghe del fiume, in questi froldi, nonostante la libertà del mare. Le acque limpide popolate di trote guizzanti; il cicaleccio dei figli che giocavano con gli altri nel bosco; i falò di ramaglie e di erbacce sull’aia per tenere lontane le zanzare che risalivano le sponde con i pappataci e le falene e che rendevano impossibile il riposo sullo spiazzo lungo la gora lasciata in golena dall’ultima piena…

    Su quel sasso trachitico, piantato sul limite di casa, di solito sedeva stanco per il prolungato girovagare tra argini e golene, con la vanga a tracolla come un fucile, Benedetto, detto Betto, il battifango. La casa di Betto era la più vecchia, la più marcia di umidità e di muffa, quella che sta franando a poco a poco in mezzo la fanghiglia.

    Sulla spianata che degrada franando giù nella gora, ecco ciò che rimane della flottiglia di Mono, il barcaro: un barchino centenario sventrato mezzo affondato nella gora.

    Una sagola lo trattiene ancora prigioniero. Un altro, più in là ai margini del pianoro appoggia la carena sulle pietre.

    E quella era la bettola del Gigione, detto il Terronia, per via dell’origine siciliana.

    Ancora qualche sfasciume di doghe in fondo al cortile ricorda i fasti di serate estive e di pomeriggi delle domeniche sotto il pergolato di Sangiovese tra discussioni inconcludenti e pettegolezzi e forsennate partite di briscola e scopone.

    C’è ancora nell’aria l’odore di anguilla di Po, sventrata sul chiodo e buttata sul fuoco ancora palpitante di vita dalla Farsora, sua moglie.

    Nane vede ancora le spassose schermaglie tra lei, esuberante di curve, il Terronia che la maltrattava per l’imbarazzo, ma in cuor suo compiaciuto della protervia della sua donna.

    – Taci, malafemmena, donna scostumata e senza giudizio – le diceva quando scherzava con lui piena di allusioni – Taci. Comportati da donna onesta. La gente ti guarda.

    Ella invece, insisteva. Lo torturava con movimenti della mano sempre più imprevedibili e gli tirava ora gli orecchi, ora il naso, ora i peli dei baffi.

    – E dillo, dillo, mio bel siciliano – lo sfidava – dillo che sei geloso. Gente, il mio siciliano è geloso di me, di me gridava fiera agitando il forchettone come un trofeo. Allora tirava in su di poco un lembo della gonna, quel tanto che permetteva di vedere solo qualche centimetro di coscia, e prendeva una posa provocante da diva del cinema, con il seno abbondante spinto al vento.

    No, non era uno spettacolo che eccitava la coscia ormai smagliata ed avvizzita della Farsora, intravvista appena tra gli stracci della gonna ed il calzerotto di lana tenuto su da un elastico. Le numerose figliolanze, l’umidità del fiume ed i reumatismi l’avevano tirata che a quarantacinque anni appena ne dimostrava almeno venti in più.

    Di tanto in tanto la incitavano: La mossa, Farsora, la mossa!”

    Ah, la danza della Farsora sull’aia e la mossa alla Tirabuçon, e la pantomima di lei con Momo barcaro.

    Quando si scatenava con la Farsora, Momo le piroettava attorno. La sfidava e la irretiva con mosse ed ammiccamenti pieni di intenzioni e di sensualità. – Il caschè, Momo, il caschè – gli gridavano allora, ed egli rovesciava la Farsora tra le braccia come un Rodolfo Valentino, a dire il vero con grande sforzo ché per sostenere quel donnone ci volevano veramente mani da boscaiolo e garretti da cavallo.

    Le labbra di Nane fremono in una specie di sorriso…

    All’improvviso si scuote. Scoppi lontani sono portati dalla brezza sul fiume e rompono il silenzio. Che sono questi scoppi? Sono le draghe ed i catarpillar³ della cava di sabbia, nata poco più in su, sul bonello che il fiume usa depositare man mano che si stanca.

    Grandi colline ora infestano la golena, sputate dalla macchina, dove un tempo i renaioli a squadre, carriola su carriola, riuscivano a raccogliere qualche braccio di sabbia contesa a fatica al fiume che, tuttavia, sbocconcellava e riportava via.

    Ora neppure più il tivaro serve alla gente, il tivaro untuoso duro solido quanto lo può diventare la terra cotta dal sole; neppure il tivaro per costruire le case e le piste dei campi dove la domenica gli anziani della golena rincorrevano la loro giovinezza inseguendo le bocce di legno sul piano liscio come il velluto; neppure il tivaro che continua a formare fantasmagorici mosaici di segni e di crepi nella palude, quando si contorce al sole man mano che si impoverisce di umidità.

    La cava di sabbia, le draghe e l’abbandono degli uomini hanno reso diverso questo paesaggio, come anche il fiume.

    Nane alza un lembo della rete da pesca che tiene vicino con delicatezza quasi religiosa. Era il suo capitale, l’unico, l’ultimo attrezzo che gli rimaneva per sopravvivere. L’alza. Le maglie si sfarinano come trine di vetro.

    – La cartiera – mormora – la cartiera di Mantova e fabbriche di Milano –. Molto lentamente si leva di bocca la pipa, sputa lontano una poltiglia di saliva tabacco catrame che va a turbare, ora, lo stagno al bordo del quale sta seduto. Scuote la testa, Nane, il renaiolo, e non dice più nulla.

    Si guarda le mani, Nane, e scuote il capo leggerissimamente.

    L’acqua del fiume è sempre più malata. Le reti non resistono a tanta offesa. Lo storione, una volta il principe del fiume, e l’anguilla e la trota non lo cercano più. Guarda, guarda i pioppeti un tempo abitati da uccelli e da selvaggina, guarda se vivono più di canti e di suoni.

    Nane continua a guardarsi le sue mani…

  • Adriano Romagnolo narratore del Delta

    Adriano Romagnolo narratore del Delta

    Nativo di Ceregnano, Adriano Romagnolo ha frequentato gli studi all’università di Padova laureandosi in materie letterarie nel 1968, sviluppando una tesi di storia moderna su Camillo Silvestri. Subito dopo aver conseguito il diploma si è dato all’insegnamento come maestro elementare e, in seguito, come docente di lettere nella scuola media.

    Attualmente è preside della scuola media “Bonifacio” di Rovigo. Inoltre si occupa di storia locale e di argomenti di natura sociologica del Polesine, pubblicando su giornali locali ricerche sul folklore, usi, costumi, tradizioni della nostra terra.

    Oltre a ciò ha pubblicato alcuni studi sulla lotta di Resistenza in Polesine e uno studio sull’archeologia polesana.

    Attualmente sta curando uno studio di filologia sul dialetto del Polesine. In questo numero di Ventaglio 90 pubblichiamo tre suoi racconti intimamente legati alla storia del basso Polesine, ed ambientali nel momento triste dell’esodo e del rapido mutamento dei costumi, indotto dal progresso. Ci incontriamo con l’autore per una breve intervista.

    – Prof. Romagnolo, quali scrittori contemporanei predilige?

    «Per quanto riguarda il secondo Novecento prediligo Buzzati, Silone, Fenoglio. Tra i contemporanei, mi piacciono in modo particolare Tomizza, Saviane, Sgorlon, Berto».

    – Quale libro tiene sul comodino?

    «“Libera nos a malo”» di Beppe Meneghello».

    – E per rilassarsi cosa legge?

    «Gialli e libri di fantascienza».

    – Qual è il peggior vizio della nostra cultura?

    «La presunzione e la scarsa autocritica».

    – Che differenza c’è tra intellettuale ed artista?

    «L’intellettuale è colui che elabora la cultura, la fa sua e la esprime, magari anche in maniera artistica. Pertanto, l’intellettuale può essere un artista mentre, l’artista, non sempre è un intellettuale.

    – Lei è preside di una scuola media; che rapporto ha con gli studenti?

    «Molto buono. Penso che i giovani d’oggi siano migliori di quanto si crede. I ragazzi stanno ritornando alla famiglia ma quest’ultima non è abbastanza preparata. I genitori, spesso, sono iperprotettivi e non si accorgono di soffocare la personalità dei ragazzi».

    – Quando è nata la sua passione per lo scrivere?

    «L’ho sempre avuta».

    – Qual è l’ambientazione dei suoi racconti?

    «Questi racconti li ho pensati ambientati nei primi anni ’50 a cavallo dell’alluvione. Il paesaggio è quello polesano ed è legato ai ricordi della mia adolescenza.

  • Il profumo del sud

    Il profumo del sud

    Nato a Geriace (Reggio Calabria) nel 1955, Osvaldo Oppedisano ha iniziato giovanissimo l'attività di acquerellista quando ancora frequentava il Liceo Artistico. Ha partecipato a numerosissime mostre e concorsi (I° premio Giovani '79 a Locri, II° premio della città di san Luca, in occasione deela mostra “Omaggio a Corrado Alvaro) e a diverse estemporanee. Trasferitoso in Polesine per motivi di lavoro, dopo aver completato gli studi in scenografia all'Accademia di Belle Arti, ha continuato la sua attività nella nuova realtà del luogo che l'ha accolto.

    I temi predominali dei suoi acquerelli sono i paesaggi geracesi, secolari, soggetti ed “aspetti di una realtà calabrese che resiste ancora ai richiami di una civiltà che distrugge miti e leggende” (E. Cataldo).

    Nelle sue opere alita leggerezza, quasi un sospiro, sentore di antichi splendori, dove l'implacabiel logorio delle stagioni ha fissato a suo tempo genti e caratteri.

    E a Osvaldo, lieve cantore, non resta che salire le strade, camminare paesi, calpestare la rena infuocata, ascoltare il sibilo del canne al vento, paventare il mugghio delle acque e pizzicare con tenue mano la tela che si trasfigura, quasi per magia dei penetranti aromi della sua terra, infinitamente dolce e profumata, di dentro.

  • Lendinara disegnata

    Lendinara disegnata

    Nella vita di ogni uomo ci sono incontri che a volte possono determinare una svolta nella propria esistenza. Per Lauro Garbo ciò è avvenuto vent’anni fa quando, improvvisamente, incontrò la pittura. Costretto temporaneamente all’immobilità per motivi di salute, Garbo iniziò a realizzare i primi quadri. Ed assieme alla soddisfazione, che immancabilmente accompagna l’attività creativa, vennero all’autore anche i primi consensi.

    In poco tempo la passione per la pittura sbocciò in tutta la sua pregnanza, divenendo per l’autore lendinarese una costante imprescindibile dalla sua vita. E ben presto Garbo avvertì la necessità di uscire dal “guscio” lendinarese per confrontarsi con altri artisti, intrecciando amicizie e relazioni, da cui ha sempre tratto benefici stimoli per una continua ricerca e l’affinamento delle tecniche espressive. È così che, seguendo la via di un impegno assiduo e di uno studio intelligente, Garbo è giunto negli ultimi anni ad esplorare il filone inedito della rivisitazione delle architetture cittadine, con particolare attenzione alle caratteristiche del passato di cui è ricca la sua Lendinara.

    E, nel ventennale della sua vita di artista, Lauro Garbo ha voluto dedicare proprio alla sua cittadina una significativa mostra dal titolo “Lendinara disegnata”. Si tratta di una serie di esecuzioni a china, con immagini tratte dal contesto urbano, interessanti sia per le caratteristiche architettoniche raffigurate, sia per il tocco poetico che ad esse l’autore ha saputo infondere.

    Attento a riproporre le proprietà stilistiche delle più significative architetture lendinaresi, Lauro Garbo riesce a conferire alle sue realizzazioni un’aura di acronicità, ammantandole di una lirica malinconica dai toni crepuscolari. È così che, oltre al dato naturalistico, che si manifesta col rigoroso rispetto delle geometrie e delle proporzioni, si coglie nei quadri dell’autore altopolesano il fresco stupore delle visioni inedite e la suggestione narrativa derivante dal recupero del passato.

    L’operazione artistica del pittore lendinarese serve anche a riproporre, agli occhi degli osservatori, l’esistenza di edifici troppo a lungo trascurati e gravemente segnati dall’incuria del tempo. È il caso del “Cristo”, un ex tempietto, così chiamato per il grande crocefisso che vi campeggiava, declassato all’inizio del nostro secolo a sala di prova per il complesso bandistico cittadino, e successivamente abbandonato. Oppure è la classicheggiante facciata del teatro Ballarin, segnata da lunghe crepe ed incupita dagli scuri battenti malinconicamente chiusi, a richiamare l’attenzione.

    Una rassegna interessante dunque che, oltre a testimoniare la perizia tecnica dell’artista lendinarese, ne documenta la sua attenzione per le tematiche di recupero e di tutela del patrimonio architettonico, qualificando l’artista come pittore sensibile e raffinato.

  • Nei giardini dell’Ibis

    Nei giardini dell’Ibis

    La piacevolezza e l'entusiasmo provocati da un incontro prefissato sono, a volte, resi più gradevoli dal fatto che l'aspettativa è superata dalla realtà in maniera completa, cancellando ogni forma di dialogo preordinato, lasciando spazio alla descrizione e all'inventiva delle persone, che esprimono così le proprie concezioni in maniera reale, sfociando in un lirico verismo.

    Di questo ho avuto conferma un sabato pomeriggio grigio e piovoso, quando mi sono recato nello studio del pittore ed amico Franco Romano Lazzari.

    L'ambiente, non di grandi dimensioni, con l'odore del colore intriso nei pennelli e i quadri appesi o solo appoggiati alle pareti, le opere ancora in fase di lavorazione e la disponibilità dell'artista al dialogo, m'hanno subito avvolto in una atmosfera fantasiosa ed allegra.

    Formatosi nell'ambiente padovano del “selvatico”, abilitato all'insegnamento del disegno e della Storia dell'Arte, presso l'Accademia “Agostino di Duccio” di Perugia,Lazzari si è anche laureato in lettere all'Università di Padova, con una tesi su Van Eyck.

    L'esperienza del “Selvatico” è stata basilare per l'artista rodigino, che fin dall'inizio della sua produzione pittorica s'è impadronito della maestria artigianale delle vecchie Botteghe dell'800, esaltandone i colori, le forme, la musicalità, per arrivare alla decorazione, a giudizio del pittore, vera forma d'arte. La raffigurazione di oggetti piacevoli a vedersi, utili ad usarsi, presenze dominanti dell'arredo ambientale, indirizzano Lazzari ad assimilare l'arte della “Secessione Viennese” come vero inizio dell'arte contemporanea.

    Maestri come Klimt, Moser, Hoffmann, veri esecutori dell'Arte applicata e del Design, hanno un'influenza specifica sulla produzione dell'artista che si trasforma: le esposizioni miranti a rappresentare i problemi sociali ed ambientali, lasciano spazio ad una pittura ornamentale ed onirica dove “il bello” è sovrano assoluto.

    Questo orientamento emerge in maniera esplosiva nei “Giardini dell'Ibis”, paesaggi d'invenzione visti come quadro-finestra, insiemi d'arbusti, di fiori, di animali, di oggetti, che si mischiano in un meraviglioso gioco compositivo dal quale traspare la piacevolezza delle linee che si fonde in un estasiante equilibrio di colori.

    L'Antologica tenuta lo scorso dicembre presso "Il salone del Grano" della Camera di Commercio di Rovigo, resa possibile dalla sensibilità che l'Associazione Italiana Sclerosi Multipla, ha dimostrato per l'arte – ha confermato, se mai ce ne fosse stato bisogno – la profonda maturità artistica di Franco Romano Lazzari; ma soprattutto è stata un'occasione per il folto pubblico di visitatori di gustare opere dal pregevole gusto estetico ed ornamentale, e dall'elevata qualità artistica.

    Il futuro riserva certamente ancora molto a questo pittore, che si definisce, ironicamente, di tarda maturazione. Il suo stato d'animo esprime idee concrete in fatto di organizzazione della propria pittura, che tendono a rafforzare un rapporto con il pubblico di carattere manageriale e diretto.

    I suoi simboli onirici, ma fortemente esistenziali, dalla “Chiocciola”, emblema della spirale Euclidea che parafrasa la ricerca dell'uomo in sè e fuori di sè, ai “Libri” con i loro meravigliosi giochi di rimandi da “libro aperto a giardino” e viceversa, offriranno agli estimatori ancora piacevoli sensazioni, che saranno completate da una sorpresa che Franco Romano Lazzari vorrà offrirci al momento opportuno, e che tutti noi aspettiamo fin d'ora con ansia.

  • Anselmo Girotti, partigiano tagliolese

    Anselmo Girotti, partigiano tagliolese

    Nei piccoli paesi di provincia la storia con i suoi avvenimenti appare così lontana, sospesa come se dei suoi cambiamenti non ci fosse traccia, se non per quella struggente nostalgia che ci avvolge non appena ci fermiamo a parlare con gli anziani che “allora” c’erano che con i loro sguardi “di ragazzi” hanno visto, sofferto, vissuto in prima persona ciò che non è mai stato scritto.

    A Taglio di Po il suo nome ritorna alla memoria non appena si percorre la via del Cimitero: via Anselmo Girotti, il ricordo di un uomo di valore che morì nel campo di sterminio di Dachau.

    Dei suoi fratelli, quattro sono ancora vivi, ed è con Giovanni Girotti di 78 anni, presente al momento della cattura, che iniziò a parlare di quando con Anselmo “si faceva la resistenza” nei lontani giorni del 1943.

    “Con l'armistizio dell'8 Settembre 1943 si era creato un clima di disordine e smarrimento – ricorda Giovanni Girotti –: soldati che fuggivano per tornarsene a casa, altri che catturati dai Tedeschi venivano deportati nei campi di concentramento in Germania.

    Nei paesi tra le compagnie di amici, nascevano tristi fratture dovute a scelte diverse. C’era chi passava con le forze della Repubblica Sociale Italiana alleata con i Tedeschi, chi invece si dava “alla macchia” per non rispondere ai bandi di chiamata della Repubblica di Salò, chi invece sceglieva di iniziare la lotta armata come partigiano.

    Io e Anselmo, scappati dal Montenegro, eravamo dei cosiddetti “sbandati” ovvero dei disertori, renitenti alle armi, con la paura quotidiana di essere riconosciuti e denunciati.

    Lavoravamo giù nella “marina”, nelle valli di Bacucco che avevamo in gestione: si raccoglievano le canne, si pescava e di nascosto si tenevano i collegamenti con i partigiani. Molti altri sbandati ferraresi e romagnoli si nascondevano da noi, tra i canneti e gli scanni raggiungibili solo in barca.

    A Taglio di Po intanto le cose cominciarono a peggiorare. Infatti nella Caserma dei Carabinieri si era insediato un Comando Tedesco mentre l'VIII compagnia della 19ª B.N. Polesana operava con compiti di polizia e servizio d’ordine.

    Erano giorni di paura: perquisizioni, arresti, requisizioni di apparecchi radio, qualche deportazione in Germania come il giovane Nello Fabbri di soli 18 anni.

    E proprio per reagire a questo “stato di coprifuoco” nel marzo 1944 si formò la Brigata Partigiana Autonoma “Sivio Trentin” comandata da Dino Docenti e da Anselmo Girotti in qualità di Vice Comandante. Credo sia stato il periodo più intenso della nostra Resistenza Bassopolesana”.

    A questo punto gli occhi di Giovanni si fanno tristi e la voce tradisce commozione e sofferenza.

    “Non posso non ricordare gli episodi che portarono alla cattura di mio fratello. La mattina del 7 giugno 1944 Anselmo con Dino Nocenti attaccò una pattuglia della G.N.R., giunta nella Valle di Bacucco per un’ispezione. Vi fu una violenta sparatoria che costrinse i Repubblichini alla ritirata. La notte del 3 luglio attaccammo il faro di Gorino Ferrarese e ne sabotammo gli impianti. Sempre nello stesso mese, la “Compagnia della Valle Busoni” attaccò la Caserma di Finanza di IVICA (frazione di Porto Tolle), prendendo tutte le armi, le munizioni e arruolando nelle proprie file tre guardie che erano state fatte prigioniere. Quella fu l’ultima azione realizzata con mio fratello, prima della sua cattura, il 9 settembre de ’44”.

    “Forse se il giorno della sua cattura avessi sparato… – continua Giovanni –. Mi ero accorto che i Tedeschi stavano arrivando in barca lungo il canale. “Dai Anselmo scappiamo o prepariamoci a sparare: vengono per catturarci” – dissi a mio fratello.

    Mi buttai in acqua nuotando verso l’altra riva, lui invece rimase là, sicuro che l’avrebbero lasciato libero. “Cercano i giovani non i vecchi” furono le ultime parole che mi disse. E invece lo presero con il cugino Marco.

    Prima li portarono a Goro, poi a Mesola nel Castello, dove si trovava la Gestapo e il comando della Brigata Nera. Ricorderò sempre quando, nascosto tra le canne con le armi in mano, lo vidi passare tra 4 tedeschi e 3 brigatisti neri.

    Avrei dovuto sparare, ma qualcosa me lo ha impedito forse il fatto che per un tedesco ammazzavano dieci italiani. Non so, in certi momenti è difficile decidere, solo dalla televisione, nei film sembra facile uccidere.

    Passate alcune ore progettai un piano per farlo fuggire: volevo aspettare le camionette a Bosco Mesola e sparare, ma non trovai nessuno disposto a seguirmi e ad aiutarmi. E sì che Anselmo ne aveva aiutata di gente! Da quel giorno non ho mai più visto mio fratello. Quando la guerra finì ricevemmo la telefonata di un militare di Ariano Polesine che aveva incontrato mio fratello a Dachau.

    Ci raccontò che nel campo i prigionieri militari erano divisi da quelli politici che venivano trattati con molta più durezza. Il militare grazie ad uno della cucina riusciva ad avere qualche patata in più che portava ad Anselmo. Ma, infestato da pidocchi, venne sorpreso mentre si faceva una doccia senza permesso. Uscito dall’isolamento durato alcune settimane venne a sapere che Anselmo era morto pochi giorni prima, il 31 marzo ’45. Sarebbe bastato resistere un altro mese: la liberazione era così vicina!”

    Gli occhi di Giovanni a stento trattengono le lacrime, poi mi confessa: «quando in televisione vedo certi documentari sui campi di sterminio, quei volti scarni e desolati, quegli sguardi disperati, mi alzo e spengo. Gli occhi di Anselmo erano così grandi e vivi: così li voglio ricordare. Gli occhi di un uomo che ha creduto in un sogno di libertà».

  • Il castello del Gaybo

    Il castello del Gaybo

    Per recarsi al Gaybo, basta raggiungere Villanova del Ghebbo, superare il ponte che sta di fronte la chiesa di S. Michele, e guadagnare la sponda destra dell’Adigetto, dove subito sta un cartello indicante la Valdentro, che un tempo, chiamavasi Gaybo. Questo piccolo borgo, di origini medievali, resta ancora come anticamente, sotto il Comune di Lendinara.

    Le più antiche tracce nella zona sono state trovate presso Ramedello, che ora risulta diviso da Valdentro, dall’imbocco del Canale Scortico: si rinvennero tratti di muro (ormai sepolti dalla scarpata dell’Adigetto) insieme a grandi vasi ed altri utensili, databili al VI secolo d.C., epoca longobarda, a cui va pertanto attribuito il periodo di origine dell’insediamento del Gaybo.

    Il borgo del Gaybo acquistò importanza soprattutto in qualità di crocevia sulla navigazione che si svolgeva lungo il nuovo ramo di Adige, (in epoca moderna l’Adigetto) per i traffici mercantili tra Verona, Venezia e Ferrara.

    Il castello del Gaybo venne eretto dai Veronesi tra il 1196 e il 1198, a seguito di una guerra scoppiata, per ragioni di confine contro i Padovani e combattuta principalmente a Badia ma anche lungo l’Adigetto.

    Il Saraina commenta il fatto d’arme, dal quale, i Veronesi contrassero clamorosa vittoria sui Padovani, dei quali, molti ne uccisero, e altri trasportarono nelle carceri di Verona: “Nel qual anno (1198) Veronesi col loro essercito andarono contro Padovani, quali haveano cominciato cose nuove ne i confini, et haveano usurpato di quello de’ Veronesi: gionti a’ questo luogo vi trovarono Padovani in gran numero venuti per difendersi. La onde incominciata la rissa, ne segui l’abbattimento generale, del quale restorno superiori Veronesi, delli Padovani molti ne fecero prigioni, e li condussero nelle carceri publiche in Verona, e per compimento della vittoria edificorno Veronesi oltra Lendinara sopra la riva dell’Adige (Adigetto) un castello, e lo nominarono Gazzo, e questo acciocché la Signoria di Verona si estendesse fino al detto castello”.

    Forse i Veronesi, chiamarono “Gazzo” il castello del Gaybo, per la caratteristica boscosa della zona in cui venne eretto. Nel tomo I delle “Dissertazioni”, il Muratori riferisce infatti che, (p. 251) “i Longobardi sovente si servivano della voce Gajum, Gazium, Gagium, Waldum, che viene dal germanico Wald, denotante un bosco”.

    Il periodo storico successivo all’intervento veronese per la costruzione di Castel Gaybo, risulta particolarmente favorevole alle sorti della fazione ghibellina, rappresentata in particolare dalla famiglia di Da Romano, dominante ormai tutta la Marca Trevigiana, con Bassano, Padova, Vicenza e Verona. I Da Romano inoltre, contrassero parentela coi Salinguerra-Torello, signori incontrastati di Ferrara, con il matrimonio tra Salinguerra III e la figlia di Ezzelino III, Sofia.

    I Guelfi invece erano rappresentati soprattutto dalla Casa d’Este, oltre che dai S. Bonifacio e i Da Lendinara, i quali tenevano beni terrieri anche al Gaybo. Tutti costoro furono quasi del tutto schiacciati dall’alleanza delle due potenti famiglie ghibelline.

    Gli Estensi in particolare, furono scacciati da Ferrara, Padova e Verona, dopo essere stati destituiti dalle loro cariche di podesteria, insieme a molte famiglie appartenenti alla fazione guelfa. Ricorsero allora alla formazione di una lega, la quale, per essere maggiormente voluta dallo Stato Pontificio, fu detta “Lega dei crociati”, alla quale aderirono anche Mantovani, Veneziani, Ravennati, oltre a un contingente pontificio.

    Ne seguirono tumulti popolari con ammazzamenti e risse furibonde per le vie della città; tra questi episodi fece molto scalpore la morte di Tisolino da Camposampiero, di parte guelfa, linciato dai villici del borgo di S. Luca, appena fuori dalle mura di Ferrara.

    Nello stesso anno, Azzo da Este, Giacomo Camposampiero, fratello del Tisolino ucciso a Ferrara, e i legati pontifici, dopo l’ennesima batosta, a seguito del terzo tentativo di riprendere quella città, furenti per la sconfitta, nel ritorno verso Rovigo ed Este, posero assedio alla Fratta, e dopo sette settimane costrinsero i Frattegiani alla resa, e costoro, stremati dalla fame, uscirono imploranti dalla fortezza ghibellina di Salinguerra che allora reggeva la podestaria di Ferrara.

    Giacomo Camposampiero, per vendicare il fratello, iniziò una carneficina: nessuno scampò alla strage: oltre agli uomini, anche le donne, i vecchi e i bambini furono passati a fil di spada; quelli che tentarono di scappare, gettandosi nei fossati che tutt’intorno munivano la fortezza, annegarono miseramente.

    Nella “Rolandini Cronica” si fa cenno di tale macabro fatto.

    La capitolazione di Castel Gaybo, e il suo passaggio sotto il dominio degli Estensi, resta comunque vincolato alla successiva presa di Ferrara da parte dei legati guelfi, e la conseguente discesa della potenza ezzeliniana.

    Nel 1240 infatti, in seguito a una delle tante tregue per trattare di pace con il Salinguerra, Azzo d’Este e legati riescono a far rapire il vecchio podestà ghibellino, ormai ottuagenario, e a spedirlo in prigionia a Venezia nottetempo, impossessandosi così di Ferrara.

    Vi furono inoltre sortite in Padova da parte degli Estensi, ma con esito sfavorevole, da cui si dice anche che Azzo VII stesso fosse stato imprigionato dai popolani di Ezzelino. Vanno esaminate, per tale parentesi storica, due cronache riguardanti i fatti di Ferrara e Padova, relativi anche alla capitolazione di Castel Gaybo.

    Il Saraina, nella sua “Historia de’ Veronesi” racconta infatti che i Veronesi, approfittando della prigionia in Padova di Azzo d’Este, intrapresero una sortita nel Polesine di Rovigo, per tentare di prendere il Castello di Badia, ben guardato da gente del marchese, e dopo vani tentativi, si portarono al “Castello di Gazzo” (Gaybo) per punire gli abitanti del villaggio, ormai passati dalla parte dei Guelfi.

    Paris de Cereda, in maniera quasi similare, narra della spedizione veronese con carri per terra, e navi lungo l’Adige, verso Badia e i castelli del Gaybo e della Fratta, dicendo quindi dell’insuccesso di questi, poiché ormai i castelli erano caduti nelle mani del Marchese Azzo da Este.

    I ruderi del “Castelaro” del Gaybo erano ancora visibili negli anni ’60, mentre un disegno esistente nella Canonica di S. Michele di Villanova, risalente alla fine del 1700, testimonia che in quell’epoca esistevano ancora: il perimetro delle mura semidistrutte, una torre adibita a “colombara”, una casetta, forse la caserma del presidio militare, due porte di ingresso al castello, una verso lo Scortico, l’altra verso l’Adigetto. Una cantina interrata, inoltre, accendeva la fantasia popolare: a Villanova ancora oggi circola voce che da quella cantina si poteva accedere a una lunga galleria che conduceva a Castelguglielmo, ma nessuno mai la percorse o la vide direttamente.

    Nulla resta oggigiorno del Castello del Gaybo, che diede il nome a Villanova del Ghebbo. Esistono invece ancora i ruderi della torretta campanaria della chiesetta di S. Zenone, costruita vicino al castello. Si segnala qui la necessità di un intervento di recupero, prima della totale rovina.

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