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Archivi: Articoli d’archivio

  • Villamarzana tra passato e futuro

    Villamarzana tra passato e futuro

    Villamarzana, un paese tra i più piccoli del Medio Polesine, (oggi conta 1.192 abitanti) posto a 13 km. da Rovigo, pur non possedendo significative attrazioni artistiche né un fascino paesaggistico di richiamo turistico, è degno di una collocazione di interesse nel quadro dei Comuni polesani, per le caratteristiche di una realtà locale, evidenti in particolare a chi si accinge a osservarle con animo sereno.

    La sua storia sin dalle origini segue a grandi linee le vicende e la sorte comuni a tutto il Polesine, eppure peculiarità non mancano, come gli appassionati studiosi di questa zona hanno rilevato nelle loro indagini, fra i quali Don Valmore Mantovani, parroco di Villamarzana, la cui approfondita e ben documentata opera, “Villamarzana nel tempo – Storia del Paese dall'età del ferro ai nostri giorni” pubblicata nell'88, costituisce una preziosa fonte per gli interessati cultori di studi storiografici.

    I primi insediamenti abitativi risalgono senza dubbio all'età del bronzo, come testimoniano i numerosi reperti archeologici e certamente il luogo ha subito la dominazione romana fino al V sec. d.C. Incerta è tuttavia la provenienza del suo nome: potrebbe derivare dalla gens Marcia, da cui “Villa Martiana”, o Villa Marziana da Marte dio della guerra, o da San Marco venerato dalla Repubblica di Venezia.

    Nel IX secolo in questa zona pare fosse ubicata una cella benedettina legata a quella di Arquà, ai monasteri di Grignano, Ficarolo e all'abbazia di S. Maria di Gavello, gravitanti nell'orbita di S. Maria di Xenodochio di Ravenna e di S. Maria di Pomposa¹.

    Dai documenti si apprende che già nel '900 la chiesa di Adria vantava diritti sul territorio di Villamarzana, e nella seconda metà del XII sec. all'influenza dei vescovi-conti si sovrappone quella degli Estensi, che si sono contesi il territorio con Veneziani e Carraresi, causando gravi danni alla popolazione con la rottura strategica degli argini del Canalbianco, del Castagnaro e del Malopera.

    Il cosiddetto “Retratto della Frattesina” che interessava le valli di Fratta, Gognano e Villamarzana, aveva rappresentato una soluzione alle inondazioni voluta da Borso d'Este nel 1482, lo stesso anno in cui scoppia la “guerra del sale” tra Ferraresi e Veneziani, i quali si impossessano del Polesine definitivamente nel 1515. Con i lavori di bonifica continuati dalla Serenissima migliorano le condizioni di vita della popolazione che aumenta progressivamente, tanto che nel 1613 si contano 803 abitanti².

    A momenti di maggior sviluppo seguono, con l'occupazione francese del Polesine prima (1796) e quella austriaca poi, periodi di regressione sociale ed economica, e anche Villamarzana deve adeguarsi a una situazione di sottomissione e di sfruttamento, per cui, alla “stravaganza delle acque”, sempre minacciosa, si aggiunge la miseria dei contadini, l'analfabetismo, la mortalità infantile, il brigantaggio³.

    I focolai carbonari presenti in Polesine, fra cui importanti quelli della vicina Fratta, fanno presumere che anche a Villamarzana si sia diffuso un po' lo spirito della carboneria, e nonostante non esistano documenti comprovanti, ci piace pensare questo dei cittadini di Villamarzana, perché hanno saputo dare testimonianza di grande coraggio ogni qualvolta gli eventi lo hanno richiesto. Ne sono comprova il coinvolgimento di braccianti anche di Villamarzana nelle lotte sociali culminate ne “la boje”, miseramente soppresse dalla “giustizia” del più forte.

    E ancora la determinazione dettata dalla necessità di abbandonare la propria terra per emigrare verso l'ignoto.

    “Nel 1888 Villamarzana registra 149 emigrati, l'8,68% della popolazione”⁴, soprattutto verso le Americhe (Brasile, Argentina, Stati Uniti, Canada) e la “febbre dell'emigrazione” continua fino alla prima guerra mondiale, per riprendere con una nuova ondata dopo l'alluvione del 1951 in cui il 30% degli abitanti deve sfollare.

    Ma ciò che sommamente esalta e nobilita la gente di Villamarzana è l'eroismo sublimato nel sacrificio dei suoi 43 martiri, i cui nomi, allineati e incisi sul marmo, stanno lì, nella piazza antistate l'edificio scolastico, a perpetua memoria di “una strage tutta fascista in cui, caso unico in Italia, furono applicate da italiani le leggi marziali naziste”⁵.

    È ancora vivo in paese il ricordo di quei tragici giorni alla fine estate del '44. Il drammatico avvenimento si inserisce nel periodo della Resistenza in Polesine, cioè quando anche nella zona di Villamarzana era dislocato un nucleo di partigiani al comando di Giorgio Dall'Aglio.

    Nel gruppo erano state infiltrate dalla GNR quattro spie, due toscani e due polesani, i quali, smascherati, furono uccisi e sepolti nella località “Stongarde”. Ne seguiì un rastrellamento attuato dalla GNR con saccheggi e incendi, finché si giunse al ritrovamento dei corpi sepolti.

    Gli ostaggi, rinchiusi nella sala del municipio di Villamarzana prima e nelle carceri di Rovigo poi, vennero infine riuniti nella casa del barbiere del paese e la mattina del 15 ottobre iniziò l'esecuzione a gruppi di sei; tra essi anche 6 minorenni. Il parroco stesso di Villamarzana, Don Vincenzo Pellegatti, che si era rifiutato di leggere in chiesa uno dei manifesti della rappresaglia, fu condannato a morte, poi graziato.

    Questa è la storia, con le sue pagine di crudeltà e di tragedie, culminate nella disastrosa alluvione del '51.

    Ma la gente di Villamarzana ha saputo camminare con i tempi, sia pur lentamente, passando da una realtà prettamente agricola ad un graduale sviluppo nei settori secondario e terziario oggi assecondati anche dalla favorevole posizione in cui il paese è venuto a trovarsi con la costruzione della traspolesana Verona-Rovigo e il tracciato dell'autostrada A13 Padova-Bologna. È già stato approvato il progetto di realizzazione dello snodo che collegherà le due reti stradali: si costruirà il casello autostradale e il vitale svincolo aprirà nuove prospettive per questa fascia della Pianura Padana.

    Il Sindaco del paese, Berveglieri dr. Roberto, è molto fiducioso in proposito.

    “È un buon segno l'aumento di richieste di insediamenti artigianali, industriali e soprattutto commerciali – afferma –. Se si riuscirà a recuperare il ritardo del passato, il Comune di Villamarzana potrà diventare uno dei poli di sviluppo più importanti del Polesine e del Veneto. Il P.R.G. del Comune non è aggiornato e quindi va adeguato in fretta in funzione di questa nuova prospettiva che si sta aprendo, creando infrastrutture per rispondere alle richieste di insediamento. Si dovranno sbloccare situazioni inerenti le aree in proprietà del Comune come, ad esempio, il Centro sportivo per i giovani, uno dei primi obiettivi da raggiungere”.

    Il Sindaco sembra avere le idee chiare anche su come riordinare l'arredo urbano per dare al paese un'immagine piacevole ed accogliente. Vorrebbe allargare la strada che fiancheggia il canale Valdentro, rendendola meno pericolosa e corredata di aiuole e panchine, e tutto proprio in sintonia con l'apertura dello snodo autostradale.

    Si pensa anche alla creazione di un autoparco nei pressi dell'autostrada con la collaborazione dei comuni viciniori e alla costituzione di un consorzio unico per l'acqua, dove i comuni titolari siano i veri protagonisti di questo servizio primario. Un ulteriore obiettivo è l'apertura al privato mediante quote di partecipazione per risanare il bilancio. Infine, vi è la necessità di istituire una Biblioteca comunale collegata ai centri provinciali e regionali per conferire giusti supporti alla cittadinanza, ma anche alla scuola, verso la quale il sindaco Berveglieri afferma di avere un occhio di riguardo per risolvere i problemi dalla materna alla media, consapevole che una popolazione culturalmente preparata supera con maggior consapevolezza le proprie difficoltà.

    Un settore che necessita di una migliore qualità propulsiva, secondo il Direttore del Consorzio per lo Sviluppo del Polesine, il dr. Luigi Bortolussi, è l'agricoltura, che registra rallentamenti notevoli a Villamarzana. “Gli agricoltori non amano il rischio – afferma –, non hanno coraggio imprenditoriale e la coltura agricola è arretrata; non è stata colta l'opportunità di agganciarsi alle nuove spinte di sviluppo”. Forse i giovani agricoltori saranno i protagonisti del cambiamento di tendenza che si è evidenziato invece più chiaramente nell'artigianato.

    Villamarzana si evolve, quindi, soprattutto nel secondario e novera nel suo territorio laboratori di confezioni, florovivaisti, costruzioni di serramenti, artigianato ferro-alluminio, falegnamerie (porte, finestre, restauro) e le industrie della Plastimedical e Tectum, per citarne alcune, che lavorano anche con l'estero.

    Il Consorzio per lo Sviluppo Economico e Sociale del Polesine ha promosso delle iniziative di animazione economica che interessano 16 Comuni della Provincia, fra i quali anche Villamarzana, allo scopo di agevolare la nascita di nuove imprese ed ampliare quelle esistenti creando nuova occupazione. Tali iniziative che interessano tutti i settori produttivi, si fondano sulla valorizzazione delle risorse locali. Come si può notare, opportunità e prospettive a Villamarzana non mancano, sta solo nei suoi cittadini saper cogliere con perspicacia il segno dei tempi.

  • Bottrighe ha radici antiche

    Bottrighe ha radici antiche

    Molti sono i piccoli centri del Polesine che restano del tutto tagliati fuori dai crescenti flussi turistici che si indirizzano prevalentemente verso il Delta e le principali città della provincia. Ad alcuni di essi è però bene fare menzione: cominciamo da Bottrighe.

    Attorno all'anno Mille tutto il territorio a sud dell'Etrusca città di Adria, portava il nome di Corbola. Ma con la famosa grande rotta del Po di Ficarolo, avvenuta nel XII secolo, tutto questo territorio venne suddiviso in due parti e si ebbero due Corbole: quella di destra o Ferrarese, quella di sinistra o Veneta. Successivamente, nel XIII secolo, questa zona si suddivise addiritura in tre parti, chiamandosi "Corbula superior" quella dell'attuale Corbola, "Corbula inferior" riferita alla zona di Bellombra, "Corbula de medio" quella centrale, cioè Bottrighe, che sembra risalire proprio al XIII secolo dato che, in un documento dell'epoca, si parla di "Butrighe" con esplicito riferimento al territorio del paese.

    Due però sono le ipotesi sulla denominazione del luogo: che derivi, secondo alcuni studi, dal grego Botrys-ghe, cioè terra dei grappoli d'uva, ipotesi questa abbastanza verosimile risultando fin dai tempi antichi terreni abbondantemente vitati; oppure che derivi dal nome dell'arciprete della Tomba di Adria, Maurizio Butrigo, il quale nel 1280 acquistò un podere in zona da un certo Papoxius (Signore di Papozze).

    Sembra inoltre che Bottrighe, sia stato denominato temporaneamente Canalnovo, in riferimento al nuovo alveo del fiume Po, infatti quasi tutte le lolicalità del basso Polesine hanno preso il loro nome dai corsi d'acqua che numerosi solcavano il territorio. Risulta che tutto il territorio della "Butriga" era retto da un'Amministrazione autonoma, che diede poi origine al vero e proprio Comune di Bottrighe.

    Fino al 1400 la Corbola Veneta dipendeva indirettamente dal centro più importante della zona, cioè Adria, ma nel 1421, come risulta dalle ricerche dello storico compianto Prof. Vito Rossati, essa si separò completamente dalla città di Adria costituendo un proprio comune indipendente. Anche la parrocchia di S. Francesco d'Assisi e di Paola la troviamo autonoma dalla chiesa della Tomba di Adria ufficialmente nel Luglio 1634 (ma già istituita nel Giugno 1593) e questo atto costituiva un vero completamento dell'indipendenza politico-amministrativa il cui potere, come le regole del tempo, era completato dal potere religioso.

    È proprio in quell'epoca che appare infatti lo stemma ufficiale del nuovo comune rappresentato da un tasso eretto in profilo, sormontato da una corona in campo dorato, proprio lo stemma gentilizio della Ecc.ma Nobile Casata Estense dei Marchesi Tassoni, Baroni del Sacro Romano Impero, Conti Palatini, i quali dominarono a lungo tutta la zona circostante vivendo anche in Bottrighe stessa, precisamente dal XIV secolo a tutto il XVIII secolo, come abbiamo trovato dai diversi ed interessanti documenti originali esistenti anche nell'archivio parrocchiale di Bottrighe.

    È però difficile stabilire un'esatta data di inizio della vita amministrativa del paese come comune, poiché la "Villa delle Bottrighe" viene spesso nominata in numerosi documenti precedenti il 1600, nelle copie autentiche e nei vari testamenti lasciati dai Marchesi Tassoni Estensi. Possiamo dedurre che, se risulta documentata l'istituzione parrocchiale nel 20 Giugno 1593, risale anche a quel periodo l'origine amministrativa del Comune di Bottrighe.

    Altri importantissimi nomi illustri caratterizzarono la storia di quello che è stato uno dei più importanti ed antichi comuni del basso Polesine. Sappiamo che alla fine del XVIII secolo il Marchese Bottrigo Tassoni ospitò nella sua villa il grande Carlo Goldoni, che in un giorno d'Estate del 1877 Don Giovanni Bosco fu ospite a pranzo dell'allora Sindaco di Bottrighe Comm. Uff. Anacleto Rossati, che nel 1926 infine, tutta Bottrighe festeggiò il suo grande figlio: il valoroso Comandante Umberto Maddalena.

    Fra i nove comuni che un tempo costituivano il distretto di Adria (Adria, Bottrighe, Fasana, Papozze, Pettorazza, Loreo, Contarina, Donada, Rosolina), Bottrighe si trovava al secondo posto per importanza, e nel 1851 contava già 703 case con 4054 abitanti, mentre nel 1880 la popolazione residente era salita a 5000 abitanti. Nel 1929 il Comune di Bottrighe venne soppresso dal regime fascista e aggregato al comune di Adria.

    Attualmente Bottrighe è un esteso centro agricolo-industriale con circa 2500 abitanti comprendendo nel suo territorio uno zuccherificio costruito nel 1912 (funzionante dal 1914) ancora attivo ma sul cui futuro da qualche tempo (29 ottobre 1991) si rincorrono voci allarmanti. Nel 1953 il paese ha visto sorgere uno stabilimento chimico per la produzione di glutammato mono sodico complesso chiuso nel Giugno 1990 ma rilevato da una società Franco-Giapponese che lo riconvertirà per la produzione di lesine batteriche e amminoacidi (sarà in funzione nel 1992). Completano il quadro industriale del paese la C.M.P. (Costruzioni Meccaniche Polesane), l'industria della pelle Elle Zeta, il mobilificio Piva, il sementificio Aurora e la grossa impresa edile S.I.C.E.S.. Operano inoltre aziende artigiane varie, il tutto completato da un settore commerciale in crescita e sviluppo con la recente apertura di due supermercati. Nell'insieme il paese di Bottrighe è oggi il più importante centro economico del comune di Adria.

  • Chi va al mulino…  non si infarina più

    Chi va al mulino… non si infarina più

    Uscendo da Fratta e procedendo verso Fiesso Umbertiano troviamo, ancora in condizioni di sicuro interesse, il vecchio mulino del Pizzon.

    Nel catasto austriaco del 1841 il Mulino del Pizzon esisteva già. Il suo nome deriva probabilmente dalla sua posizione: si trovava cioè su un “pizzon”, termine indicante una lingua di terra che si incunea nell'incontro di due fiumi, in questo caso Scortico e Canalbianco.

    Il mulino del Pizzon può considerarsi come uno dei più bei mulini storici rimasti integri fino ad oggi, ed entrare a pieno titolo nell'interessante repertorio dell'archeologia industriale del Polesine.

    Venduto dai vecchi proprietari che l'avevano fatto funzionare fino ai primi anni '60, è stato ora acquistato con l'intenzione di ristrutturarlo per renderlo visitabile.

    Un mulino completo: un museo unico! Già il luogo dove si trova ha un suo fascino.

    Quando diversi anni fa ho raggiunto per la prima volta la località ove sorge il mulino, tutto era immerso nel silenzio, rotto solo dal rumore dell'acqua che usciva dalla chiusa formando una piccola cascata.

    Poche case, i fiumi, tanta campagna a perdita d'occhio e fiori lungo le rive. Il mulino era chiuso, e attraverso i vetri rotti era difficile avere un'idea dell'interno.

    Finalmente il desiderio di poter entrare e vedere è diventato realtà. Sono ritornata ritrovando il silenzio, lo scorrere tranquillo delle acque, le poche case e l'odore dell'erba tagliata. Ad accompagnarmi, col permesso del proprietario signor Gasparetto, è il signor Celeghin che in quel mulino, come operaio, ha passato una considerevole parte della sua vita.

    Dalla sua voce si anima tutto il luogo. Mi indica le scuderie dove, tre o quattro cavalli erano sempre pronti per partire, col carro, per prelevare il grano che veniva poi immagazzinato nel deposito a lato, la cui capienza era di circa mille quintali.

    Accanto al mulino, la casa dei proprietari. Non c'è divisione. La vita quotidiana e il lavoro erano un tutt'uno: si passava dalla casa al mulino come si può oggi passare dalla cucina al salotto.

    Anche noi facciamo lo stesso percorso ed entriamo nel mulino per capire quali e quante fasi erano necessarie perché dal grano si ricavasse la farina, un bene allora più che mai prezioso perché il pane era vita.

    Oggi impressiona il grande disordine che regna: forse degli animali, che di notte scorazzano padroni assoluti, si sono divertiti a rovesciare cassetti, sparpagliare fogli per terra e manomettere oggetti. (Poveri animali, di quanto misfatti si incolpano!)

    Ma la voce del signor Luciano, che lesto si muove da una parte all'altra e tocca i vari macchinari con un gesto abituale, mi riporta alla realtà, con la puntuale illustrazione delle fasi della lavorazione.

    La prima riguardava la pulitura. Il grano veniva introdotto nella cosiddetta “buca”; da qui saliva su per i “levatori” e poi in macchine munite di una specie di “setacci”, attraverso cui passava aria: mentre dalle trombe di aspirazione uscivano foglie, polvere, anche fiori come papaveri e fiordalisi (ora non si vedono più), il grano, attraverso la serpentina, passava nel silos a secco. Da qui giungeva alle macchine di lavaggio (seconda fase) contenenti acqua di canale che una volta non era inquinata. Il grano entrava poi in altri silos dove passava aria che lo asciugava compiendo la terza fase. Si giungeva così all'ultima fase: la macinazione. Non bisognava aspettare più di 24 ore, altrimenti il grano “faceva il dente”.

    Seguiva l'operazione laboriosa della separazione di prodotti: crusca, cruschello e farina; e questa veniva a sua volta suddivisa secondo la raffinazione seguita. Poi dalla “farineria”, che conteneva anche novanta quintali, la farina, o “fiore” come la chiamavano, passava nel bocchettone a sacco e veniva insaccata, pesata e fatta uscire attraverso lo slittone che si trovava ad altezza giusta per caricare il prodotto sui carri.

    Ascolto attenta la varie spiegazioni salendo e scendendo dal piano terra, al primo e al secondo piano seguendo le fasi di lavorazione. Ma non ci sono solo le macchine da osservare. Ci sono le pese (in dialetto la pesa era detta bassacuna), c'è il bilancione alla parete per pesare pochi chili, l'antica macina circolare, il piccolo ufficio con timbri, carte, ecc, il deposito dei sacchi dove una bella ragazza (così si premura di sottolineare il signor Luciano) riparava quelli rotti o scuciti, il generatore di corrente (la corrente elettrica è stata portata dopo la guerra), la ruota spinta dall'acqua che azionava il mulino quando ancora non c'era l'elettricità. Tanti nomi difficili da ricordare.

    Ma il signor Luciano continua a ruota libera: è nel suo ambiente.

    Il mulino funzionava giorno e notte, si fermava solo dalla domenica mattina al lunedì mattina, e vi lavoravano soltanto tre persone che si turnavano. Oltre al grano si macinava granoturco e avena per i cavalli.

    La macinazione, regolata da precise leggi, si divideva in alta macinazione quando si ricavava solo farina di tipo uno, zero e doppio zero, e bassa macinazione, di minor costo, quando si otteneva farina, crusca e cruschello insieme.

    Da un quintale di farina si doveva ottenere il 70% di fiore, il 25% di crusca e cruschello, infine il 5%, detto “lavativa”, costituiva la perdita. Ma quanta attenzione dovevano prestare i clienti data la proverbiale furbizia dei mugnai!

    Venivano macinati quattro quintali di grano all'ora e quaranta quintali ogni turno.

    La visita, accurata e di sicuro interesse, si è conclusa. È tardi, il sole sta calando fra nuvole di temporale, è meglio uscire. Comincia a cadere qualche goccia, e mentre saliamo in macchina mi raffiguro una scena d'altri tempi: mi sembra di vedere il “passadore” far scivolare sul fiume i barconi tirando la fune di acciaio con robusti guanti di pelle.

  • Beni artistici ad Arquà

    Beni artistici ad Arquà

    Nel cuore del Polesine, in una posizione baricentrica rispetto al territorio provinciale, sorge Arquà la cui attrattiva turistica principale è costituita dal Castello estense del XII secolo (vedasi “Ventaglio novanta” n. 2 “Il Castello di Arquà”).

    Un’escursione nella località non potrà però prescindere da una visita ai beni artistici presenti negli edifici dedicati al culto.

    Ci portiamo pertanto presso la chiesa dedicata a S. Andrea, di origini antichissime. Il tempio subì nel corso dei secoli numerose trasformazioni. L’aspetto attuale risale alla fine del 1700 e la facciata risulta sovrapposta a quella precedente, cinquecentesca, che la incornicia.

    All’interno si possono ammirare un fonte battesimale del 1430 e numerosi pregevoli altari. Tra le tele che li abbelliscono, quella dell’altar maggiore, che presenta il martirio di S. Andrea, è del pittore veneziano G. Battista Canali.

    Degno di nota è anche l’oratorio di S. Antonio, di cui non è conosciuta la data di costruzione. Si sa che nel 1540 non esisteva, dato che Mons. Ferretti, nel resoconto della sua visita ad Arquà, non ne fa menzione. Fu ampliato nel 1700 e subì rimaneggiamenti, nel secolo successivo, dopo le rotte dell’Adige e del Po che lo avevano danneggiato. La facciata venne rifatta nel 1814. L’interno custodisce tre altari in marmo: su quello di sinistra si trova una tela rappresentante lo sposalizio di S. Caterina.

    Il campanile è opera dell’arquatese Domenico Fanan e fu inaugurato nel 1862.

    Ad Arquà si venera inoltre, fin dal XVIII Secolo, San Vincenzo Ferrari, il Santo ritenuto protettore del paese da inondazioni, tempeste, siccità ed epidemie. Fu festeggiato solennemente, la prima volta, nel 1752 e si fece voto di ripetere la cosa ogni anno la seconda domenica di maggio. Particolarmente solenni furono i festeggiamenti in occasione del primo centenario, nel 1852, mentre quelli del secondo dovettero essere rimandati, essendo ancora il paese duramente provato dall’alluvione del 1951.

    Nel 1962, in occasione della festa di S. Vincenzo, venne istituito il “Maggio Arquatese”, la cui principale attrazione culturale e ricreativa era costituita da una gara estemporanea di pittura, dapprima riservata agli artisti polesani, e poi aperta a tutti.

    Dal 1987 durante questi festeggiamenti si svolge il Palio dell’Oca, con la partecipazione delle quattro contrade: Scoari, Zestari, Redinari, Lanaroi. Ma di ciò parleremo più diffusamente in un prossimo articolo.

    Per concludere le annotazioni sulla storia di Arquà Polesine ricordiamo, tra gli artisti che hanno dato lustro al paese, il pittore Giuseppe Goltara, paesaggista, allievo del bolognese Casanova, che qui nacque nel 1870 e morì nel 1914. Suoi lavori si ritrovano nella Basilica del Santo e nella chiesa di S. Francesco a Padova, nonché a Pistoia, Firenze, Asolo e nel Cadore. Ma il suo capolavoro resta la Cappella dove fu sepolto Mons. Sichirollo, nel cimitero di Arquà Polesine.

  • Isolotti e golene del Po

    Isolotti e golene del Po

    Un bene che va tutelato favorendo la vegetazione spontanea

    Si parla spesso di tutela dell’ambiente, ma molti interventi dell’uomo sembrano andare contro la conservazione del patrimonio naturale, che si va progressivamente riducendo.

    Ultimamente, ad esempio, è stata cancellata in Polesine l’isola di Panarella e si sta scavando la golena di Corbola per raddrizzare un’ansa del Po. Gli interventi del Magistrato per il Po per la regimazione idraulica tendono ad eliminare qualsiasi ostacolo al rapido deflusso delle acque, per evitare il pericolo di rigonfiamenti a monte. Spariscono così due spiagge fluviali che, nei tempi in cui il mare non era così facilmente raggiungibile come adesso, hanno costituito per i polesani dei paesi circostanti due mete di facile accesso, anche in bicicletta, per rinfrescarsi e ristorarsi alla vista e al contatto dell’acqua e del verde.

    C’è da chiedersi se il Magistrato per il Po abbia intenzione di togliere di mezzo anche la bella isola che sta di fronte a Taglio di Po e che è ben visibile, con la sua vegetazione spontanea, dal ponte della Romea. In tal caso il basso corso del Po di Venezia, prima di arrivare al Delta vero e proprio, presenterebbe un ridotto interesse paesaggistico e diventerebbe sempre più estraneo al nostro territorio: un invaso sospeso tra alti argini che serve per lo scarico delle acque del Piemonte e della Lombardia oltre che per la coltivazione del pioppo canadese.

    I salici e l’amorfa, che costituivano un tempo la vegetazione spontanea, stanno sempre più scomparendo dalle rive, progressivamente sostituiti dai filari di pioppi coltivati: un vero esercito messo in riga per produrre imballaggi, compensati, pasta per carta, che però rende le rive monotone fino all’ossessione.

    Dove il Magistrato interviene per la sistemazione o il rialzo degli argini, provvede altresì a spianare le golene, ad eliminare le rientranze, ad abbattere la vegetazione naturale e a dare la concessione per l’impianto dei pioppeti. È difficile accettare come una necessità la messa a coltura delle golene. Dov’è in questo la ragione idraulica? Perché la golena non può essere lasciata alla natura?

    Alcune golene sono di proprietà privata e sono, in genere, quelle più ampie. È accaduto che a volte la costruzione dell’argine sia stata fatta, per ragioni di sicurezza, in arretrato rispetto al corso del fiume, lasciando entro di esso una superficie agricola di proprietà privata. Questa superficie, che ovviamente quando si trovava all’esterno dell’argine era coltivata, continua a seguire la stessa sorte. In questi casi bisognerebbe quantomeno incoraggiare il “riposo delle terre” (Il “Set aside”), onde recuperare alla loro vera vocazione quei luoghi, che hanno un valore naturalistico e paesaggistico più elevato del valore produttivo agricolo.

    Comunque, per la maggior parte, le golene sono di proprietà demaniale. Qual è allora la ragione che induce lo Stato a “militarizzare” le rive del Po con schiere uniformi di pioppi?

    Leggo in una pubblicazione edita dall’Associazione Pioppicoltori Italiani che “L’Europa produce annualmente 2 milioni di metri cubi di compensato a fronte di un consumo che si aggira sui 4 milioni di metri cubi. Il gap è dunque notevole e costringe ad importare i 2 milioni mancanti dal Sud Est Asiatico, dai paesi dell’Est, da Finlandia e Nordamerica… In Italia la massa legnosa di pioppo utilizzata dall’industria proviene per il 15% dalle importazioni”.

    In tale pubblicazione si dice anche che la pioppicoltura in golena ha un preciso significato idraulico, in quanto consente un più rapido deflusso delle acque in piena, “in più la presenza del pioppicoltore, in zone soggette alle piene ordinarie e quindi altrimenti incolte, porta ad un assiduo controllo di un territorio che andrebbe facilmente in degrado”. Ed ancora. “La pioppicoltura non usa diserbanti, pochissimi fertilizzanti chimici, pochi insetticidi ed antiparassitari: in confronto ad altre colture i pioppicoltori usano prodotti chimici in minima quantità”.

    Non si possono però dimenticare alcuni aspetti controproducenti. Innanzitutto, terminato il suo ciclo produttivo che dura 8-10 anni, il pioppo va espiantato dalla radice con sommovimento del terreno e lasciando l’area inizialmente del tutto nuda e successivamente, per i primi anni, consolidata solo dai teneri virgulti delle nuove piantagioni che non hanno un apparato radicale che permetta di trattenere validamente il terreno. Inoltre il terreno scoperto, anche sotto il pioppeto in coltura, è più facilmente asportabile dal corso del fiume di un terreno coperto da vegetazione naturale. Un bosco fluviale sarebbe un ben più valido sostegno per la golena e per l’arginatura con effetti certamente più benefici della pioppicoltura.

    Quanto ai pesticidi, non sono in grado di contestarne il modico uso, ma sta di fatto che, dove c’è pioppeto, gli uccelli e gli altri animali non trovano né rifugio né sostentamento e preferiscono frequentare quei pochi tratti di riva che, per essere troppo stretti, non sono ancora utilizzabili dall’uomo e vengono lasciati al “degrado” naturale.

    Dopo la scomparsa dalle campagne delle siepi, degli angoli boschivi, dei piccoli spazi incolti e la riduzione al minimo dei fossati, le uniche aree che potrebbero conservare la funzione di rifugio per gli insetti, gli uccelli ed i piccoli mammiferi, sono dunque gli argini e le golene. Anche l’uomo per il suo ristoro psico-fisico ha ancora bisogno di questi spazi e la loro progressiva riduzione costituisce anch’essa un gap negativo anche sotto il profilo turistico.

  • Il tripudio del colore

    Il tripudio del colore

    In inverno non raramente le tinte scialbe ed incolori si impadroniscono di Rovigo, e particolarmente bigio appare il cuore della città, i cui palazzi si affacciano sulle masegne grigie della Piazza Vittorio Emanuele, anche lui grigio nella sua statua. Eppure, in mezzo a tanto grigiore, si può trovare il tripudio del colore: nella collezione degli oltre 400 dipinti della Pinacoteca, nelle brillanti miniature dei codici antichi, nelle affascinanti raffigurazioni dei reperti egizi.

    Scorrendo le tele attraverso le sale della Pinacoteca si ha la possibilità di compiere un excursus notevole, dai dipinti di scuola veneziana del quattrocento e del cinquecento, alla scuola ferrarese del cinquecento, fino ai maestri veneti del seicento e settecento. Quattro secoli di colore a confronto. Tecniche le più diverse. Di particolare interesse, a mio avviso, è la ritrattistica, con veri e propri capolavori, come il «Giulio Contarini da Mula» di Alessandro Longhi o l’Antonio Riccobono di Giambattista Tiepolo o l’autoritratto di Rosalba Carriera.

    Ma sarebbe un errore soffermarsi solo sugli autori più noti: Tiepolo, Piazzetta, Bellini, Palma, Tiziano, Tintoretto, Giordano, Scarsellino, Garofolo, Dossi, Correggio, ecc.

    Bene ha fatto il Conservatore della Pinacoteca, Toni Romagnolo a valorizzare autori meno noti al grande pubblico. È significativo in proposito che a rappresentare la Pinacoteca in un poster si sia scelta il «Loth e le figlie» di Sebastiano Mazzoni, che, assieme al dipinto raffigurante «La morte di Cleopatra», è tra le espressioni più suggestive del barocco in una raccolta, come quella di Rovigo, in cui questo manierismo ha una parte certamente di primo piano.

    Il compiacimento derivante dalla visita suscita contemporaneamente un senso di gratitudine per quei cittadini di Rovigo che, fin dai secoli scorsi con grande senso di cultura, generosità e civismo, hanno donato opere di sapiente e costoso collezionismo perché fossero godute dalla collettività. A Giovanni Francesco Casilini (1748-1820) si deve forse il contributo più lucido in questa direzione. Ma non bisogna dimenticare Campo, Manfredini, Silvestri, Grotto, la stessa Fabbriceria della Chiesa dei Santi Francesco e Giustina e ancora Giustiniani, Valsè, Pantellini, Barzini, Zamboni, Angeli Foresti, Sassi, Mazza, Gobetti, Giustinian.

    L’elenco dei donatori, certamente qui non completo, potrebbe per ora concludersi con il determinante intervento della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ha permesso l’attuale sistemazione della Pinacoteca. La visita all’interno dei Concordi diventa, in questo senso, anche un viaggio attraverso la storia della cultura cittadina. L’Accademia dei Concordi ha rappresentato, in tale contesto, l’occasione e lo strumento per far compiere il salto da una cultura della famiglia, eminente ma pur sempre limitata, a una cultura della comunità, acquisendo in tal modo anche una pregnanza storica e sociale.

    Un discorso analogo ai dipinti lo possiamo riscontrare per il patrimonio librario. La mostra su Girolamo Silvestri ha dimostrato, ad esempio, che una città che dà attenzione ai libri e crea professionalità librarie di altissimo valore, contribuisce in maniera determinante ad immettersi nel circuito culturale nazionale e internazionale.

    La Rovigo del ’700 di Girolamo Silvestri, col suo cenacolo di specialisti – da Gioacchino Masatto a Pietro Bertaglia, da Cristina Roccati a Marc’Antonio Campagnella, era in contatto con i leader della cultura italiana del tempo come Lodovico Muratori e Scipione Maffei, e con esponenti del mondo scientifico a livello internazionale.

    Ma procediamo il nostro cammino all’interno dell’Accademia: seguendo la suggestione iniziale del colore, vogliamo vedere i codici miniati. Famose opere di Aristotele, di Cicerone, di Senaca, «machazor» (libri di preghiere ebraiche) manoscritti in pergamena, contengono scritture e raffigurazioni preziosissime. Gli specialisti dell’Accademia – i dottori Mazzetti Pezzolo e Mutterle – sanno far apprezzare convenientemente il contatto con questi veri e propri reperti librari.

    Tra di essi, il gioiello è senz’altro la «Bibbia Istoriata Padovana» del secolo XIV, di cui la Concordiana conserva una parte: i libri della Genesi e di Ruth. Un’altra parte, il Pentateuco e il Libro di Giosuè, è conservata presso la British Library di Londra.

    Le raffigurazioni sono frutto di certosina precisione stilistica, ma l’immediatezza della resa pittorica rivela una caratteristica prettamente artistica, da attribuire, secondo gli specialisti, alla bottega di Jacopo da Verona.

    Altrettanto immediata è la resa della parlata dialettale padovana per descrivere gli episodi. Citiamo per tutti due scene, estrapolate dalle 344 miniature, con il relativo commento:

    1) Fig. CCXVII – Genesi. «Como Joseph, fiolo de Jacob, vete in somnio, dormando, el sole e la luna e le XI stelle che lo adorava».

    E sentiamo come Gian Lorenzo Mellini commenta la scena dipinta: «la dimensione fantastica e illusoria del sogno di Giuseppe è allusa da quell’orizzonte astrattamente vuoto, che si scolora avvicinandosi, su cui riposa, isolato e irreale come una statua giacente, il figlio di Giacobbe».

    2) Fig. VVXVIII – Genesi. «Como Joseph dixe a so pare e ai so fradei questo insonio. Aldando, so pare Jacob sì ’l reprende digando. “Que vole dire questo insonio? Mi e to mare e tuo’ fradeli te adoreremo sovra la tera?”».

    È incredibile come questo mondo dei libri ci prende e ci coinvolge.

  • POLESINE: UNA NUOVA IMMAGINE

    POLESINE: UNA NUOVA IMMAGINE

    Nel corso di quest'anno, il quarantesimo dalla disastrosa alluvione del Po, sono state programmate, in diverse parti del Polesine, varie iniziative con il duplice obiettivo di commemorare il tragico evento e nel contempo di proporre, sulle ceneri del triste passato, una nuova visione di questa terra costruita dai fiumi. Un'immagine attiva, in grado di allontanare finalmente un retaggio che parla di povertà e carenza di risorse, evidenziando invece le interessanti possibilità presenti sul piano turistico, ambientale, culturale, nell'ambito della innovazione industriale e delle avanzate tecniche agricole. Ed oltre a ciò sono state più volte sottolineate le opportunità future e le attese economiche legate alla navigabilità fluviale e ad altre strutture viarie da tempo in attesa di esecuzione.

    Da più parti si è anche ricordato come il Polesine sia una terra mutevole, tuttora in divenire, che proprio per questa caratteristica più di altre zone richiede interventi attenti e guidati da una grande sensibilità. È pertanto necessario che tutti e tre i settori dell'economia agiscono tenendo presenti queste particolarità.

    All'agricoltura, l'attività più connaturata alla nostra provincia, è richiesto anche in futuro un ruolo di rilievo per un consapevole governo delle terre ed un'attiva promozione dei valori ambientali. Parimenti si dovrà guardare con attenzione al turismo, attivatore di flussi di visitazione e di un'attività di riscoperta del territorio.

    Deve nascere insomma un più stretto connubio tra agricoltura e turismo, in una prospettiva di valorizzazione ambientale di questa terra che possiede dei beni originari da salvaguardare ed evidenziare. Si impone dunque un'operazione culturale di riconoscimento del patrimonio esistente e di chiara definizione dell'obiettivo verso cui procedere.

    Un'ottica questa che sta alla base anche della realizzazione di questo periodico, che dichiaratamente intende svolgere un ruolo attivo nell'ambito turistico-culturale e rappresentare un punto di riferimento per quanti operano nel Polesine guardando non tanto allo sfruttamento, quanto piuttosto alla valorizzazione delle risorse.

  • Si consolida il gemellaggio

    Si consolida il gemellaggio

    La fine del 1990 ha segnato per la città di Rovigo un passo importante per il consolidamento del gemellaggio con una cittadina tedesca di Viernheim.

    Lo scorso 8 dicembre infatti la delegazione tedesca di Viernheim ha ricambiato la visita della rappresentanza di Rovigo del novembre ’89 (vedasi Ventaglio 90 n. 1).

    Nel salone d’onore della sede Municipale erano presenti all’incontro rappresentanti del mondo dell’imprenditoria, della cultura, della scuola, dello sport e dell’associazionismo, oltre che delle forze politiche, di entrambe le città.

    Lo scambio di saluti tra il sindaco di Rovigo Brazzorotto ed il borgomastro Hofmann sono andati al di là della prassi di ospitalità, sottolineando la grande importanza di tali rapporti, oltre che per la conoscenza delle valenze di diversi ambienti sociali e culturali, anche e soprattutto per la costruzione di un’Europa unita.

    È stata chiara ed esplicita l’affermazione del sindaco Brazzorotto di voler giungere in tempi brevi all’approfondimento del gemellaggio, già iniziato dal suo predecessore Piombo, con gli amici di Viernheim, così pure con altre città europee quali Francoville in Francia e Potters Bar in Gran Bretagna.

    Il borgomastro di Viernheim ha sottolineato a sua volta come questi contatti siano necessari ed estremamente importanti per consolidare la pace tra i popoli di diverse nazioni.

    L’economia per un rapporto commerciale, ma soprattutto le diverse esperienze nel mondo della scuola – ha precisato meglio Hofmann – sono le vie da perseguire: è importante l’educazione dei giovani verso la cultura, l’ambiente e l’uomo per un maggior rispetto degli altri e per imparare sempre più a credere nell’Europa unita.

    Apprezzamento è stato manifestato per il centro storico ed in particolare per il Tempio della Beata Vergine del Soccorso, e per l’Accademia dei Concordi con la ricca pinacoteca; ma un momento di particolare emozione – ha affermato Norbert Hofman – è stata la visita nel cimitero cittadino al monumento ai caduti. La cultura della pace non sarà mai vana: la guerra, che in tante parti del mondo vede uomini gli uni contro gli altri, è una deleteria esaltazione della sopraffazione.

    Dopo lo scambio dei doni e l’invito in Germania rivolto ai rappresentanti di Rovigo per sancire i vari punti del gemellaggio, sono state presentate le rispettive delegazioni.

    Un premio particolare è stato consegnato al Commendator Donzelli per la sua opera instancabile a favore della causa europea, e successivamente si è passati, come suol dirsi, ai fatti: i rappresentanti delle due città si sono divisi in gruppi di lavoro per un approfondimento della conoscenza dei reciproci settori sociali quali la scuola, lo sport, la cultura.

  • Un coro tutto al femminile

    Un coro tutto al femminile

    “Il coro si dispone a cercare l’eco dei canali del delta. Ma è un’eco più del cuore e dell’anima che del vento e dell’acqua”. Una frase poetica dedicata al coro femminile “Eco del fiume” da un appassionato cultore, con l’auspicio che la voce armoniosa delle giovani interpreti sia come la primavera che arriva sul canto delle cannaiole”.

    Nato nel lontano 1968 come “piccolo coro di voci bianche” per iniziativa dell’allora parroco Mons. Vincenzo Polo, il coro di Bottrighe si è progressivamente rafforzato: giovani pianiste, Carla Bizzaro, Antonella Cassetta e Antonella Pavan, cominciarono ad allargare il repertorio, inizialmente religioso, passando ai canti popolari e di montagna e dieci anni più tardi, nell’Ottobre 1978, il coro assunse ufficialmente il nome attuale, su proposta del Rag. Romano Beltramini, in omaggio al grande fiume che quasi abbraccia Bottrighe.

    In breve il coro riesce a conquistare le simpatie del pubblico e gli apprezzamenti degli esperti corali, nel 1981, 1984, 1987 e 1988 partecipa ai concorsi nazionali di Adria, Savignone (Genova), Vittorio Veneteo (Treviso) classificandosi sempre nei primi tre posti ed esibendosi in oltre 400 concerti in quasi tutte le regioni d’Italia, spesso con il compito di rappresentare ufficialmente il Veneto. In Valtellina a Talamona (So) si è gemellato con il coro locale in occasione di una celebrazione a memoria delle alluvioni, al Politeama di Genova, alla presenza delle maggiori autorità liguri, è stata ospite d’onore alla serata di gala della quarta edizione del concorso nazionale cori a solo organico maschile, nel Febbraio 1989 è stata scelta per la registrazione di sei canti per una trasmissione radiofonica di RAI Due sul delta del Po per la regia di Rosanna Pasqualucci e Ferdinando De Laurentis.

    Dal 1978, a scadenza biennale, organizza una importante rassegna corale in Bottrighe, giunta ormai all’ottava edizione e che vede un’attenta e calorosa partecipazione della popolazione locale e dei limitrofi centri richiamata dalla qualificata impostazione e dall’alto livello artistico dei cori partecipanti.

    Nella settima edizione il coro ha festeggiato i suoi primi 10 anni di repertorio popolare con la significativa presenza del M° Bepi De Marzi, musicista e compositore internazionale, il quale ha scritto e dedicato al coro numerosi brani canori.

    Il coro “Eco del fiume” esegue inoltre canti popolari di altri autori, tra i quali Crestami, Acciai, Bon, Di Piazza, Moser, raccontando vicende e storie vissute dal popolo Veneto come un antico “cantastorie”.

    Diretto attualmente da Chiara Casazza, frequentante il sesto anno di pianoforte presso il conservatorio stat. “A. Buzzolla” di Adria e presieduto da Annamaria Trombetta Romagnollo, questo coro tutto al femminile ha il merito di saper vivificare la comunità di Bottrighe, manifestandosi quale elemento sociale trainante ed impagabile scuola di vita oltre che di musica e cultura. E già questo da solo potrebbe bastare.

    Attraverso il suo impegno attivo e dinamico “L’eco del fiume” ha portato il nome di Bottrighe e della terra Polesana in gran parte d’Italia, e continua a seguire con costanza il proprio obiettivo arricchendo un patrimonio che non è solo di Bottrighe, ma di tutto il Polesine e dell’intera coralità.

  • Il Manegium di Fratta

    Il Manegium di Fratta

    Nell'ormai relativamente lontano 1986 venne costituito a Fratta Polesine il gruppo di ricerca 'Il Manegium' per la volontà e l'impegno di pochi ma attivi soci fondatori.

    La denominazione attribuita all'associazione deriva da quella antica, alto-medioevale e probabilmente di origine longobarda, del territorio comprendente gli otto Comuni del Medio Polesine. Il vocabolo latino evoca immagini di spazi aperti, di pascoli verdi, di cavalli e cavalieri, di vegetazione rigogliosa ed incontaminata, di animali domestici e selvatici, di cervi e cinghiali, di un'umanità laboriosa di allevatori, di agricoltori, di abili artigiani.

    In effetti quest'immagine è stata pienamente confermata dai risultati delle ricerche effettuate nel territorio che ha come epicentro Fratta Polesine. Già da tempo i moderni lavori agricoli avevano portato in luce materiali i più svariati per forma, origine, epoca: corno e osso lavorato, oggetti di bronzo, vasellame, perline in pasta vitrea e in ambra, dell'età del bronzo; embrici, anfore, monete, oggetti di uso militare e civile in bronzo e in ferro, del periodo romano; soprattutto ceramiche, dell'ultimo medioevo e del rinascimento; e, per finire, bossoli di ottone, retaggio purtroppo infausto dell'ultima guerra mondiale.

    Si deve dunque ad un gruppo di volonterosi, a conoscenza, per le ricerche già effettuate o ancora in corso, delle potenzialità storiche, archeologiche, ambientali, artistiche del territorio, l'idea di dar vita ad un "sodalizio per lo sviluppo delle attività culturali e degli studi storici, artistici e sociali dell'antico territorio del 'Manegium', con lo scopo di promuovere e favorire, con tutti i mezzi possibili, ricerche, studi, convegni, manifestazioni, indagini archeologiche e quanto altro valga a chiarire e a definire i vari problemi che interessano la zona sotto gli aspetti storici, artistici, sociali e di ogni sua altra attività culturale, nel pieno rispetto delle norme di legge vigenti". Obiettivi e finalità questi, come recita l'art. 1 dello statuto, decisamente ambiziosi e di ampio respiro. Ma la volontà e l'impegno possono tutto, o quasi, e i risultati, anche di rilievo, non sono mancati.

    Il sodalizio infatti, attraverso un lavoro costante e l'attivo appoggio e contributo della Pro Loco di Fratta, di cui è un'emanazione, ha compiuto anzitutto opera di sensibilizzazione presso gli enti locali, che, come nel caso, sostanzialmente, dell'Amministrazione Comunale di Fratta, hanno risposto positivamente e con grande partecipazione.

    Grazie alla collaborazione tra ente pubblico e volontariato privato è stato realizzato, con sede nell'Oratorio di S. Liberato presso Villa Labia, un"Antiquarium', elevato al rango di 'Museo Civico' [vedasi Ventaglio 90 n. 1].

    E la cosa non è finita qui, perché, soprattutto per l'interessamento della Soprintendente Prof. Bianca Maria Scarfi e dell'Ispettore Dott. Luciano Salzani, e per l'attivo ed appassionato impegno dell'Assessore alla Cultura del Comune di Fratta Licia Rizzi, si sta operando con grande determinazione per giungere alla costituzione di un Museo Nazionale, con sede probabilmente nella prestigiosa, palladiana Villa Badoera.

    L'attività del sodalizio, che è culminata, come detto, nel lavoro di raccolta, catalogazione ed esposizione nelle vetrine, sotto le direttive dell'Ispettore della Soprintendenza Dott. Salzani, del numeroso ed interessante materiale archeologico della civiltà protovillanoviana di Frattesina di Fratta Polesine, si è anche concretata in una prima, e per il momento unica, pubblicazione contenente vari ed interessanti saggi di autori locali, ed anche uno, sulla prima necropoli di Frattesina della Dott.ssa Maurizia De Min della Soprintendenza Archeologica del Veneto.

    Aderiscono al gruppo una cinquantina di appassionati, soprattutto dell'area degli otto Comuni del 'Manegium'. I soci, riuniti in Assemblea, eleggono, ogni tre anni, tre Probiviri e il Consiglio Direttivo. Quest'ultimo è composto da 12 membri eletti e, di diritto, dai Sindaci degli otto Comuni o da un loro rappresentante, dal Presidente della Pro Loco di Fratta, dai tre Probiviri, con solo voto consultivo. Si riunisce, per Statuto, "ogni volta che sia necessario e comunque ogni due mesi", ed "elegge nel suo interno, con voto segreto: il Direttore, il Vicedirettore, il Segretario, il Bibliotecario Archivista, i Responsabili di settore (questi ultimi possono essere scelti anche fra soci non facenti parte del Direttivo)".

    Come si può notare, il sodalizio, oltre ad articolarsi, democraticamente, in modo vario e completo, prevede un coinvolgimento ed un'attiva partecipazione delle Amministrazioni Comunali del territorio in cui opera. È però da rilevare che tale attiva e proficua collaborazione si è instaurata, come già detto, finora solo con l'Amministrazione Comunale di Fratta, e, in misura molto più ridotta, con quella di Villanova del Ghebbo.

    In particolare, il Comune di Fratta ha messo a disposizione dell'associazione l'Oratorio di S. Liberato, divenuto poi sede del locale Museo Civico. Qui è tuttora collocata una piccola ma abbastanza articolata biblioteca e diverso materiale documentario, sotto forma di diapositive e fotografie realizzate da alcuni appassionati membri del gruppo. Ogni martedì vi si riuniscono i soci, per un sempre utile scambio di informazioni e di idee, per lavorare e fare il punto sulle attività di ricerca e documentazione.

    Attualmente il sodalizio sta seguendo un programma operativo complesso, nel cui ambito vengono individuati i seguenti punti qualificanti: alfabetizzazione interna al gruppo, con possibilità di estensione ad appassionati esterni, attraverso comunicazioni e lezioni, con particolare riferimento alla bibliografia specifica; ubicazione, sulla carta topografica, dei rinvenimenti di carattere archeologico, monumentale, storico e naturalistico; standardizzazione della schedatura di tali rinvenimenti; costituzione di una banca-dati, composta da documenti, in originale o fotocopia, da fotografie e diapositive realizzate secondo un programma particolareggiato di documentazione del territorio, da materiale documentario vario; ricognizione del territorio e relativa documentazione fotografica e scritta. Sono inoltre in via di elaborazione i programmi specifici per i vari settori di ricerca in cui si articola l'associazione.

    In conclusione, dopo la prima fase di entusiasmo giovanile, il gruppo sta entrando, pur tra qualche inevitabile momento di riflessione, nella fase della maturità. Ha trovato una sua collocazione ed una sua ragion d'essere nel purtroppo non molto ampio panorama delle associazioni culturali polesane, pur tra qualche incertezza e fors'anche umano errore. Anche da questi ora deve trarre forza e slancio, coinvolgendo sempre più le popolazioni e gli enti locali, per raggiungere quegli obiettivi che la ragione sociale propone. Scopo ultimo è quella valorizzazione complessiva e piena del territorio, che può essere conseguito solo da chi è profondamente inserito nel tessuto sociale locale, come appunto coloro che in tale tessuto vivono ed operano quotidianamente, conoscendone a fondo segreti e tradizioni.

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