A Roverdicrè e Costa seguendo la strada arginale
Da Rovigo a Costa si snoda una serpeggiante via di comunicazione che corre quasi tutta sull’argine destro dell’Adigetto, alta sulla campagna fertilissima. Questa strada sull’argine, al tempo dell’alluvione del 1951, costituiva la riva dell’immenso lago formatosi per la rottura dell’argine del Po ad Occhiobello. Il piccolo, modesto Adigetto, fece resistenza all’ira del fratello maggiore e ne fermò le acque, salvando così la campagna alla sua sinistra. È noto che questo corso d’acqua, che nasce a Badia Polesine allo Sperone Bova, è stato navigabile fino ai primi del 1900. Lo percorrevano barconi trainati da cavalli e la località Cambio, vicino a Villadose, ne è una prova: non poteva significare che cambio dei cavalli.
Gino Braggion, nel suo libro "Le due porte della mia chiesa", fa una interessante osservazione e scrive: "Le due strade, che a distanza costante si snodano lungo tutto il percorso da Badia al Basso Polesine, e che seguono parallelamente le varie sinuosità del corso d’acqua, ci suggeriscono il sospetto che le due strade stesse corressero sugli argini di un fiume di ben altra portata di quello attuale. Dopo le grandi rotte della Cucca (589) e del Pizzon (993) si formò il nuovo corso dell’Adige e quindi, in prosieguo di tempo, si finì per chiamare Adige Vecchio quello di nuova formazione e Adige Nuovo (Adigetto) questo. Ma la cosa sembra stare diversamente. Infatti nel Catastico del 1411 è chiaramente esplicito che l’Adige Vecchio corrisponde all’Adigetto e che quindi questo era il fiume vitale della zona sulle cui rive sorsero i paesi che ancora oggi prosperano".
Questa tesi è ribadita anche da Adriano Mazzetti che, nel suo libro su Costa, scrive: "Sino al secolo XVI l’attuale Adigetto era chiamato Adige, aveva una notevole portata d’acqua (come dimostra, ancora oggi, in alcuni tratti, la distanza tra le due strade arginali) e costituiva una importante via di comunicazione per i maggiori centri abitati del Polesine".
Oggi la funzione dell’Adigetto è drasticamente ridotta. Seguendo la strada arginale a ritroso della corrente, partendo da Rovigo, incontriamo Roverdicrè. Il nome di questo paese compare per la prima volta nei documenti storici nel 1179 a proposito di una controversia "clericale" scoppiata fra il clero di Rovigo e i Benedettini di S. Cipriano di Murano con sede a Costa.
Gli abitanti della campagna sparsi fra Rovigo e Costa si lamentavano per il disagio dovuto alla distanza fra le due parrocchie, specialmente accentuato d’inverno con le strade quasi impraticabili, come è facile immaginare in quel tempo. Il clero di Rovigo pensò di erigere una "Cappella baptisimalis" in una località a tre chilometri da Rovigo, sulla strada verso Costa, chiamata Ruperis Chreti, anzi, in un documento, è scritto nel "fondo di Costa".
Questo probabilmente il pretesto giuridico della controversia. Proteste del priore di S. Cipriano di Murano da cui dipendevano i benedettini di Costa, che erano fuori della giurisdizione della diocesi di Adria. Questi temeva una limitazione di frequenza di fedeli nella sua parrocchia e, di fatto, uno smembramento della zona di sua giurisdizione.
Nonostante la controversia in corso, la costruzione della chiesa proseguiva finché il priore Ienardo ricorse al papa Lucio III, che delegò giudice il vescovo di Padova Gerardo Pomedello. La cosa andò un po’ per le lunghe finché il clero di Rovigo dovette cedere, sia pure con un contentino, e la chiesa poté essere ultimata. Era l’anno 1190.
Il nome citato nei documenti ufficiali fino al XVIII secolo è Ruper Creti e può aver subito la seguente evoluzione: Robur Chretto – Robur Greto – Rouer Creto – Rover di Crè – Roverdicrè.
Il termine Creti è la latinizzazione del volgare Creo, che significa "argilla". Secondo un’altra ipotesi Ruper potrebbe essere la trasformazione di Ruper = rosso. Insomma, argilla rossa, terreno argilloso.
Le vicende storiche Roverdicrè collimano con quelle della parrocchia e, in senso più stretto, con quelle della chiesa parrocchiale. Della primitiva chiesa non è rimasto che un campanino di bronzo venuto alla luce durante i lavori di sterro dell’Adigetto, una trentina di anni fa (1960). Attraverso successivi rifacimenti la chiesa appare oggi, con il suo modesto campanile, sulla sinistra della strada che porta a Costa e a lato della strada che porta a Grignano.
Circa la storia comunitaria degli abitanti, nulla sappiamo di certo. Essi vivevano fuori della storia e perfino della cronaca, pur essendone i protagonisti. Nel 1345 si ha il primo lascito da parte di Ariberto dei Calcagnini, che si possono considerare i padroni di Roverdicrè per 350 anni, pur essendovi però altre famiglie influenti. Fra queste i Manin che si stabilirono alle Nogarazze, la cui costruzione oggi sta cadendo in rovina.
Dopo la metà del 1700 le grandi proprietà terriere spariscono e incomincia a sorgere la piccola e media borghesia terriera, artigianale, professionale e una popolazione anonima che vive in precarie condizioni abitative con una spaventosa mortalità infantile. Fra il 1650 e il 1750 pochi arrivano ai 50 anni. Due piaghe imperversano: ignoranza e denutrizione. Soltanto verso i primi del 1800 le cose cominciarono a cambiare, sia pur lentamente. Oggi la popolazione del luogo nulla differisce da quella delle altre zone polesane e venete. Tutto si è livellato.
Ma proseguiamo il nostro itinerario fino a raggiungere Costa.
Nel medioevo si chiamava "costa" qualunque luogo elevato e sicuro dalle acque. L’origine del nome è dunque abbastanza chiara.
Ludovico Antonio Muratori parla di un atto di donazione del 1115 da parte del marchese Folco d’Este a favore del monastero di S. Benedetto di Polirone di un territorio i cui confini si possono definire al nord dal fiume Adige, ad est l’albero di Plolegano (Albarello), a sud la fossa del Gaibo (probabilmente un vecchio ramo dell’Adige), a ovest il Polesine di Ramendello (fra l’Adige, lo Scortico e Fratta).
A seguito di mutazione del territorio, causa alluvioni, prosciugamenti, rotte, derivarono numerose contese fra estensi e benedettini, anche per un lago che si stendeva fra Costa e Villamarzana e sul quale tutti rivendicavano diritti.
Un’altra contesa sorse fra il monastero di S. Cipriano, che eresse una chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, e il clero di Rovigo che aveva deciso di erigere una cappella nel territorio di Costa soggetto agli estensi. La chiesa era già stata costruita ma il vescovo di Padova Gerardo, incaricato giudice da papa Lucio III, ne ordinò la demolizione.
Intanto nel 1184 il marchese Alberto d’Este donava all’ordine ospedaliero di S. Giovanni di Gerusalemme degli appezzamenti di terra che ben presto si trasformarono in una vasta proprietà fondiaria con conseguente nucleo abitato sulla riva sinistra dell’Adige (l’odierno Adigetto) chiamato Costiola.
Il territorio attorno a Costa era costituito da fiumi, fosse, canali, paludi, boschi, aree coltivate. I numerosi corsi d’acqua favorivano le comunicazioni e la pesca. La realizzazione di imbarcazioni occupava un posto notevole nell’economia di Costa ed era favorita dall’abbondanza di alberi. Anche il monastero costituiva una parte importante nell’economia del luogo, con i suoi possedimenti e le sue colture.
Attorno al 1500 la piccola proprietà che si era formata incontra un periodo di crisi. Guerre, calamità naturali, carestie, favorirono il concentrarsi dei poderi nelle mani di pochi proprietari. Il passaggio di molti contadini da proprietari a braccianti ebbe conseguenze negative determinando quelle tristi situazioni socio-economiche denunciate dallo storico Silvestri.
Nel 1700 si verifica una inversione di tendenza, e documenti dell’epoca testimoniano la presenza di numerosi proprietari terrieri. Anche l’attività commerciale era ravvivata e si registra l’attività anche di professionisti. Alla fine del settecento l’occupazione francese pose fine al dominio veneziano. Cambiarono le legislazioni, vennero soppressi monasteri e confraternite, il demanio ne incamerò i beni.
A Costa le conseguenze della rivoluzione napoleonica furono attenuate dalla tradizionale operosità degli abitanti, favorita dalla vicinanza di Rovigo e altre località del Polesine. Il resto è cronaca.
Un breve accenno alle chiese. S. Giovanni Battista, la cui costruzione fu iniziata nel 1162, subì numerosi rifacimenti. Da notare la pala d’altare attribuita a Fabio Canal raffigurante la Beata Vergine con Cristo morto e il pregevole soffitto della sagrestia considerato opera di Mattia Bortoloni. Il soffitto della chiesa è opera di Giovanni Battista Canal.
Durante il periodo in cui fu parroco don Leopoldo Mazzetti (1790-1833), la parrocchia ebbe in dono dal patriarca di Venezia la "Sacra Spina", oggetto di una particolare e crescente devozione nella comunità di Costa.
Nel seicento la famiglia Michiel costruì un oratorio pubblico lungo la strada per Rovigo, alla estrema periferia del paese. La cronaca della visita pastorale del 1636 ne conferma l’avvenuta costruzione e fa riferimento all’altare sormontato da un pregevole quadro raffigurante la Madonna, papa Gregorio e S. Michele.
S. Rocco di Costiola sorse per l’aumentata popolazione di Costa che esigeva poter disporre in Costiola di un edificio sacro dove si celebrassero funzioni religiose. Nel 1593 il vescovo Lorenzo Laureti diede il consenso alla costruzione, che avanzò lentamente causa delle difficoltà economiche e si concluse nel 1605.
Nel medioevo le confraternite di varie specie erano una forma diffusa del laicato organizzato e ad esse erano legate chiese e cappelle.
A Costa si ricorda nel 1604 la chiesa della Madonna della Casella, prossima alla parrocchiale di S. Giovanni, legata alle vicende delle confraternita dei Battuti. Durante l’occupazione francese ed austriaca servì come ricovero per i soldati. Successivamente riprese il ruolo di chiesa sussidiaria.
Per finire, una breve nota su alcuni abitanti illustri di Costa.
La famiglia Ricchieri era di Costa ed è noto soprattutto l’umanista Ludovico, più noto come Celio Rodigino. Pure di Costa erano i Roncale, i Campo, gli Aldovrandini. Celebre fu Padre Domenico dalla Costa (1536-1606 circa), frate minore, amministratore della provincia veneta, a cui la voce popolare attribuì eventi miracolosi.
Nel 1690 nacque a Costa Mons. Domenico Giorgi, chiamato a Roma dove svolse una intensa attività culturale, ecclesiastica, diplomatica, al servizio di quattro papi, da Innocenzo XIII a Benedetto XIV.
A Costiola nel 1718 nacque Giovanni Francesco Scardona che poi divenne famoso medico-fisico e pubblicò diverse opere di medicina che riscossero ampio successo, tradotte anche in lingue straniere. Morì a Costa nel 1800.
Costa può vantare anche uno dei "Mille", quelli di Garibaldi. Fu Angelo Incao, nato nel 1837. Partecipò all’impresa Garibaldina quale sergente, poi nominato da Garibaldi sottotenente di fanteria. Morì a Costa nel 1883.
Per ultimo Ottavio Munerati, nato a Costa nel 1875, studioso di scienze agrarie, nominato nel 1912 direttore della stazione sperimentale di bieticoltura di Rovigo. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, molte dedicate alla barbabietola da zucchero; diresse la Stazione Sperimentale fino alla morte, avvenuta nel 1949.
Oggi Costa vive di agricoltura e di un fitto tessuto artigianale, nonché di una piccola e media industria che dà al paese un buon livello di economia e di benessere.