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Archivi: Articoli d’archivio

  • Da un zimo de ua

    Da un zimo de ua

    Piccolo dizionario polesano

    Agresto: vinello acidulo

    Asedo: aceto

    Azzido: acido

    Bevanda anche Vin piccolo: vinello

    Boron: tappo della botte

    Bruscare: potatura autunno-invernale

    Cagnon: nella dicitura “Vin col Cagnon”, vino che sa di muffa

    Cai: tralci piegati ad archetto, anche talea di vite (al singolare: Cao)

    Caneva: cantina

    Culazo o Maco: fondo del vino, feccia

    Fatucià: vino sofisticato
    vino aggiunto di medicinali
    vino malato?

    Faturà: vedi Fatucià

    Filaro de vegne: anguillare, filare di viti

    Folare: pigiare

    Fortesin o Fortin: inacidito es. Ciapare el fortin

    Frascon: tutore

    Garbo: aspro, acido

    Granele de ua: vinaccioli

    Grape: vinacce

    Grape vive o Grasse: vinacce vergini

    Graspa: grappa, acquavite

    Graspe: vinacce

    Graspia: vinelo (Marelo)

    Graspon: raspo

    Grosso: vedi Vin grosso

    Inazido: inacetito

    Incanavare: incantinare

    Mulo: vedi Vin mulo

    Pampano: tralcio verde

    Pecolo: picciolo vuoi del fiore che della foglia

    Piria: imbuto

    Pistone: bicchiere da un quarto di litro

    Putanela: vedi Vin putanela

    Ramostin: vinaccioli

    Rasolo: talea o tralcio (talea senza radici)

    Reciare: racimolare gli ultimi frutti

    Sbevazzada: bevuta abbondante

    Sboronare: sturare una botte

    Scabio: vino

    Sciuma: spuma del vino

    Secchin: “Vin che sa da secchin”: vino che sà di cattivo

    Simoli: apice dei tralci

    Simonza: schiuma

    Spampanare: potatura verde estiva

    Spronar le vidi: potare

    Stantire: svanire

    Strena: filare

    Sugoli: mosto cotto

    Tastare: assaggiare

    Tirabuson: cavatappi

    Torbio: torbido

    Torcio: torchio

    Trivelin: trivella, succhiello

    Ua: uva

    Ua da balansa: uva da tavola

    Ua de San Martin: mescolanza di uva delle femminelle

    Ua oiadega: lugliatica

    Ueta bacara: bacca colorante il vino

    Vareso: invaiatura

    Varezare: essere in varezo

    Vegna: vite

    Vegnola: vignuola, barbatella

    Vendema, Vendemada, Vendemare: vendemmia, vendemmiare

    Venzegia: vincastro, vinco

    Verzeia: tralci tagliati a terra

    Vin acquà: vino annacquato

    Vin ca sà da pampano: es il Clinton, per il suo profumo, che si sente anche passando nel vigneto di Clinton

    Vin che frize: vino che fa schiuma

    Vin che te dà alle recie: alcoolico

    Vin coi fiuri: fioretta nel vino

    Vin col cagnon: vino col cerchione, andato a male

    Vin da ciaveta: per le grandi occasioni

    Vin da done: vino leggero dolce (vin putanela)

    Vin forte: vino acetoso

    Vin fortesin: vino con lo spunto

    Vin grosso: vino puro
    vino di difficile digestione

    Vin maucò: vini contadini poveri spesso guasti

    Vin mulo: vino bastardo ottenuto da uvaggi vari

    Vin picolo: vinello (vedi Bevanda)

    Vin putanela: leggero dolce

    Vin tajà: mescolanza di vini

    Vin vecio: vino con oltre un anno di età

    Vin voltà: vino col cerchione

    Zerbo: acerbo

    Zimo: grappolo d'uva

    Zimon: grappolone

  • ‘Na ombra de vin

    ‘Na ombra de vin

    La civiltà del vino in Polesine ha radici antiche

    Nonostante la società moderna, con le sue massicce campagne pubblicitarie sia riuscita ad introdurre nei negli usi, seguiti specialmente dai più giovani, nuovi tipi di bevande, la civiltà del vino in Polesine ha ancora degli appassionati cultori; e non è infrequente nei bar della nostra provincia sentire richiedere "na ombra de bianco o de rosso".

    A tal proposito sembra che la derivazione del termine "ombra" sia da rintracciarsi nel fatto che si usasse centellinare il bicchiere di vino in un luogo protetto dal sole, all’ombra dunque, e che si spostasse la sedia e relativo tavolino man mano che, col trascorrere del tempo, il luogo venisse raggiunto dai raggi solari, garantendosi cosi sempre una posizione ombreggiata. Secondo Elio Zorzi invece il lemma "ombra" fu inventato dal prof. Marisch a Venezia e consiste in un bicchiere di vino bevuto in piedi, al banco, rifacendosi all’etimo significante un pochino, "un fiatin". In ogni caso l’"ombra de vin" corrisponde alla metà di un quarto.

    Tutto questo per introdurre il nostro discorso sull’antico rapporto che lega i polesani alla civiltà del vino, anche se, dobbiamo ammetterlo, nella nostra provincia non si producono vini di qualità; qualità intesa sia come grado saccarometrico del mosto e sia come finezza del vino. Questo vale come regola generale, ché in taluni particolari terreni, si possono avere degli ottimi vini.

    La produzione media ad ha è alta, superando facilmente i 200 q.li/ha e questo a scapito del grado zuccherino, tanto che non abbiamo, in questo periodo di "todos caballeros" nemmeno una D.O.C. in tutta la provincia, pur essendo investiti a vigneto ben 1400 ettari. Una consistenza ragguardevole a cui si ispira il detto: "Veneziani gran signori, rovigoti baco e pipe".

    I vini nella recente storia rodigina erano ravvisati come:

    vini dissetanti: (ad uso estivo), beverini, di basso contenuto etanolico e polifenolico, passanti, in polesano "marelo", "bevanda", "vin picolo" ottenuti da cultivar quali:

    Bacò 1° = ibrido produttore diretto derivato dall’incrocio tra la Folle blanche e la Vitis riparia. (È da ricordare a tal proposito che già alla sagra di S. Bortolo in Villadose, si usava commerciare il nuovo vino leggero, erbaceo, citrino, rosa, di pronta bevanda, appunto ricavato dal Bacò 1°).

    Papuina, uva bianca dalla buccia gialla, tenera

    Basegana o Besgana o Besegana di Adria, dalla buccia spessa, grigia-rossa-chiara, dagli acini grossi, più da mensa che da vino, dalla quale si ricavavano vini fiacchi e poco serbevoli

    Sangiovese cv varie, che dava quantità elevate, ma di basso grado alcoolico

    Uvaggi dei racimoli raccolti sulle femminelle, con i quali si producevano i vini della così detta "Ua de San Martin"

    Ed anche vinelli del tipo "graspia" che si ottenevano aggiungendo acqua alle vinacce e talora mettendovi anche un ferro ruggine + NaCl (sale da cucina) facoltativo.

    Vini corposi: (ad uso invernale) forti, talora pesanti e piatti, ricavati dalle piantagioni, anzi dalle "strene" e dalle "vegne a bataizza", "filaro de vegne", in italiano detto anguillare; in questo caso le cultivar preferite erano:

    Clinton (ibrido produttore diretto = incrocio tra la Labrusca e la Riparia) detto anche Wortington, Plant Pouzin, Plant des Carmes. Da questa uva si ricavava e si ricava ancor oggi un vino nero, denso, robusto, coloratissimo, con forte sapore di foxy (o volpino o fragola o selvatico) e di muscadina (identificabili come esteri etilico e metilico dell’acido antranilico (da non confondersi col muschiato del moscato).

    Clinto vel Crinto (altro I.P.D. dalla pianta meno vigorosa e meno sviluppata del Clinton, dalla quale si ottiene sempre un vino aspro sul tipo Clinton).

    Raboso del Piave, anzi più esattamente un suo ecotipo un suo clone il Friularo, uva di tarda vendemmia, dalla cui fermentazione si ricava un vino allappante, ricco di polifenoli e di acidità fissa ("vin duro")

    Crodarina (leggi Terrano o Refosco d’Istria), detto cagnina sulla sponda destra del Po, vino coloratissimo ed allappante come il Friularo.

    In provincia di Rovigo, nel periodo tra le due guerre mondiali erano coltivate le seguenti varietà ¹:

    Vitigni a buccia rossa o nera:

    Uva d’oro ², detta anche “di bosco” a Comacchio, Curbina (Corbinello, Corbinella), Friularo, (Raboso del Piave), Raboso veronese, Carmonese, Cabernet franc, Clinton, Turchetta (dai grappoli spargoli), Benedina, Pattaresca aut Battaresca, Grapelo (Gropelo, Grapello), Sangiovese, Crodarina (Terrano del Carso, Refosco d’Istria, Cagnina), Marzamin (Marzemino, Uvetta nera: dagli acini piccoli e neri), Bacò 1°, Crinto (Clinto), Uva screpola (dagli acini grandi e buccia dura), Tinton (Tintoria), Pignolo, Merican (Isabella, Fragola, Americano), Merlot, Barbera, Uve francesi rosse, ravvisabili nei: Seibel 5455, Seibeil 10096, Seyve Willard 12390.

    Vitigni a buccia grigia e rosa:

    Schiava, Sciaveta (ravvisabile nella Schiava [Meranese]), Ventiperga (con acini che crepavano), Basgana (Bazegana, Basegana di Adria, Besgana, forse riportabile al Colombano rosso), Rosola.

    Vitigni a buccia verde o gialla:

    Papuina (Pinzetta) dalla buccia tenerissima, Clinton bianco (Noah), Bacò bianco (Bacò 37-16), Ogiadega (Lugliatica, Agostenga), Chasselas dorato, Garganega, Riesling italico, Pinot bianco, Albana, Trebbiano, Uva francese (Seyve Willard vari), Sauvignon, Pinella (Pinola).

    NOTE:

    ¹ Taluni ampelonimi possono essere: sinonimi, omonimi, omofoni vernacolari, omografi, idiotismi e fitonimi dialettali di cultivar e cloni).

    ² L’uva d’oro nel 1934 comprendeva il 38% della superficie investita a vigneto.

    Il Clinton raggiungeva l’8% e successivamente nel 1950 il 15%.

  • Ndemo a descariojare

    Ndemo a descariojare

    Sull’aia, in allegria, si svolgeva nottetempo il rituale lavoro di liberare le pannocchie di mais dal loro involucro. E la festa era assicurata

    Molti luoghi vantano la primogenitura nella coltivazione del mais; non fa eccezione il Polesine tant’è che Villa d’Adige, estremo lembo di terra Rodigina sul confine Veronese, ha dedicato a questo cereale e alla sua bionda farina una festa che si celebra annualmente: “La Sagra della Polenta”.

    Pare che proprio in questi luoghi, oggetto di contesa tra Carraresi e Scaligeri, fra Estensi, Gonzaga e Veneziani, iniziasse la messa a coltura di un nuovo tipo di grano venuto dal Mondo Nuovo subito battezzato “fromenton” per le sue dimensioni, ma riconosciuto dai dotti come granturco per via della sua commercializzazione nel bacino mediterraneo da parte delle flotte del Gran Sultano, agli albori del XVI sec.

    Da allora e fino agli anni 50/60 in Polesine, terra ideale per il mais, si è sempre seguito il medesimo sistema di coltivazione, con quantitativi modesti, tali comunque da non superare le capacità essicative del “séleze” (aia in mattoni) su cui veniva steso al sole.

    Tutto cambiò con l’arrivo del boom economico e con la grande richiesta di mais a scopi industriali. La polenta, tipico e quasi unico prodotto del cereale, simbolo spesso di grande miseria e malattie, divenne uno sfizio; presero il sopravvento i ricavati chimici come l’amido e il glucosio e preparati per l’alimentazione animale.

    Un tempo invece, dopo la festa di S. Marco si solcavano i campi con un piccolo aratro “la sbusarola” a traino animale: il cavallo nei fondi consistenti, “el musso” per i piccoli appezzamenti. Tracciato un solco della profondità di 10 cm. si gettava il seme con parsimonia, perché l’esperienza insegnava che la massima resa si aveva con quattro piantine ogni mq. Chiuso poi il solco con la zappa con movenza quasi religiosa, il seme, nascosto fra le zolle umide, sotto l’impulso del calore solare, nella primavera avanzata iniziava il suo ciclo, finché diradato, puntellato con terra smossa, finiva con la fioritura del pennacchio e lo sboccio della pannocchia.

    A mezzo del mese di settembre, il raccolto era maturo; iniziava uno dei classici lavori campestri che coinvolgeva la famiglia al completo gravitante sul fondo, i vicini e gli amici, quasi un rito da consumare insieme, una festa dell’abbondanza cui tutti dovevano partecipare.

    Era stato così dalla notte dei tempi, dalla scoperta dell’agricoltura; la festa del raccolto animava tutto il villaggio, prosecuzione ed evoluzione dei riti delle primitive tribù, di quando si danzava intorno al fuoco, dopo aver abbattuto molte prede o pescato in abbondanza.

    “Ciò i destaca dai Desemati”: destacare significava un complesso di lavori che comprendevano lo stacco a mano delle pannocchie dalla pianta, il loro caricamento sui carri e il trasporto sul “seleze”. Sapendo che si trattava di un’azienda rispettabile e di gente ospitale, la notizia era accolta con gioia: “Ah si… benon; alora stasera ndemo a descarfojare (sfogliare, separare il cartoccio dalla pannocchia) e po’ de sicuro a se balarà…”.

    Al calare dell’oscurità, la gente cominciava a riempire la grande corte, dopo rapidi saluti ci si sedeva sulla lunga “mota” (mucchio) di pannocchie e senza fretta sfogliando, si separavano le panocchie (raccolte e ammucchiate sotto ripari di legno) dai cartocci.

    I vecchi facevano crocchio raccontandosi del tempo andato, della guerra, dei raccolti; le “femene” vantavano i loro figlioli e intanto sondavano il terreno per piazzare qualche figlia da marito; i giovani approfittavano di quel clima di allentata sorveglianza per biascicarsi qualche galeotta parolina che faceva furiosamente battere il cuore alle “putele” e scatenava le speranze dei giovanotti, i più audaci dei quali cercavano maliziosamente le pannocchie sotto le vesti delle loro belle. Vederle dimenarsi ed abbozzare complici sorrisetti, era il massimo dell’erotismo.

    I fanciulli provvedevano a raccogliere i cartocci, ne facevano un mucchio come un pagliaio, poi vi si tuffavano per gioco… e per quella notte l’insonnia era garantita; niente infatti dà più prurito della polverina contenuta in quella specie di capelli che ornano la pannocchia.

    La civiltà contadina sapeva utilizzare tutto: il grano veniva trasformato in farina da polenta, i cartocci essicati e stivati servivano per imbottire materassi, per strame alle mucche, …e per carta igienica (poco morbida per la verità); le canne tagliate e legate a mazzi date in pasto ai bovini o utilizzate per costruire rozzi ripari ai polli, i torsoli (“casteloni”) conservati come combustibile per l’inverno.

    Finita l’opera, mano alle “spazzaore” (scope da cortile) e quindi un trio improvvisato senza pretese (chitarra, fisarmonica e violino) metteva il brio anche ai morti. Si ballava allegramente fino a mezzanotte; sopra lo sgabello vicino all’uscio di casa il proprietario portava un mastello di vino con la “cazza” (cazzuolo) per servirsi e una terrina di patate americane bollite.

    C’era chi ballava con maestria, chi beveva ancor più di gusto, chi apprezzava il piacere dell’allegria altrui, e chi con la complicità delle tenebre sferrava pizzicotti assassini.

    Non ricordo di aver mai udito uno strillo, eh… potenza di Cupido. Alla fine stanchi i ballerini, alticci i suonatori, fonda la notte, la compagnia si scioglieva con reciproci ringraziamenti e saluti.

    “Grazie paroni… grazie de tuto” al che il vecchio proprietario “el paron grosso” rispondeva: “de cossa… grazie a voaltri alla vostra opara, a me gavi fato tanto piazere… a revedarse naltra volta”.

    Ognuno riprendeva a piedi la via di casa, un’occhiata al cielo stellato, allo spicchio di luna, ai “barbastreji” (pipistrelli) che razziavano zanzare nell’aria notturna, poi i bambini, sempre informati, diffondevano la notizia: “Se el tempo xe belo, fra tre di i descarfoja dai Favariti… altra cuccagna”.

    I giovani allora si lanciavano un’occhiata fugace, non c’era bisogno di parole: altri balli in programma, altre pannocchie da sottrarre di sotto il sedere, altri pizzicotti…, forse chissà “podéa sbrissiarghe anca on basin”.

  • Fare San Michele

    Fare San Michele

    San Michele si festeggia alla fine di Settembre, dopo che l’uva trasformata in vino riempie i tini nelle cantine e spande nell’aria un aroma arcano. Tale data un tempo era un caposaldo della stagione agricola: rappresentava il momento in cui, finiti i raccolti, si poteva trarre il risultato dell’intera annata, e col ricavato del grano, bietole, ecc. si pagavano gli affitti (pochi erano i diretti proprietari) spesso onerosi, ai grossi proprietari che risiedevano nelle città, e si scomodavano a scendere nei loro poderi solo per riscuotere il frutto dei loro beni e mettere soggezione.

    Era sopraggiunto il momento dei traslochi. Quante famiglie cambiavano casa e paese! Fare “San Michele” significava per antonomasia (e spero lo significhi ancora), far trasloco, andarsene, partire,… perfino morire. “El vecio Pajato ga fato S. Michiele… xe ndà a stare al simiterio!”.

    Sfilavano per la strada piccole tradotte; davanti il cavallo tirava il carretto su cui erano ammassati alla bell’è meglio i modestissimi mobili da cucina. “Quatro careghe sgangarà, do tole sbecolà, na cradenza e vetrina” (di soggiorni, tinelli, salotti, neanche si sapeva l’esistenza), e ancora “le testiere dei leti, i pajoni (materassi farciti di foglie di mais), l’armaron” e poi tutta una serie di piccoli aggeggi che facevano comodo, come il “bagno” costituito dal “portacadin, la broca de l’acoa, l’urinale” e poi ancora “le pilete de l’acoa santa, i mastei par la bugà, secie e secioni de legno e altre bélese”. “Bélese” sta per masserizie eterogenee, ma identiche da una famiglia all’altra (azzardo essere una corruzione di bellezze).

    Un altro cavallo tirava un carro colmo dei prodotti più preziosi, il grano, il granoturco, fagioli e piselli secchi, la cassetta con tutte le sementi per l’anno a venire, più crivelli, pale e “staro” (misura di capacità per solidi). Seguiva la “mussa tacà alla borozza” su cui si caricavano gli attrezzi per il lavoro dei campi: zappe, badili, forche, rastrelli, aratro, ecc…

    Il treno proseguiva con alcuni carri ondeggianti carichi fino alla temerarietà e trainati da placidi buoi; si trattava di paglia, fieno, fasci e pali, ovviamente divisi, che costituivano tutto il patrimonio della comunità agricola famigliare. Chiudeva la fila una mandria di vacche da latte tenute in riga dai ragazzotti a suon di bastonate.

    A completare il variopinto circo di passaggio, contribuivano i latrati dei cani che si scalmanavano nel correre da un capo all’altro del convoglio e tutto il pollame schiamazzante appeso entro gabbie sotto i carri, il grugnito del maiale, disturbato nei suoi ozi da porcile, e costretto suo malgrado a mettersi in viaggio ingabbiato nel “borozzon” (biroccio per trasporto di animali) in compagnia dei vitelli da latte.

    Era presente infine la gabbietta dei colombi, (che spesso ritornavano al vecchio tetto) e delle tortore, mentre i bambini nascondevano nella paglia dei carri i gattini ultimi nati per contare su amici sicuri nella nuova casa.

    Le donne sedute sui carri, gli uomini a piedi col capo chino passavano per le strade polverose di fine settembre; le ruote cerchiate di ferro stridevano sui ciottoli, un alone di mestizia li accompagnava. Quanti ricordi in quella vecchia casa! Qualche ragazza piangeva sommessamente, il timore di non rivedere più gli occhi e i capelli del “so bel moro” la torturava, ma bisognava andare, i padroni erano padroni, stipulavano contratti agricoli di brevissima durata, scegliendo le famiglie che li garantivano maggiormente. Lungo la via si imbattevano in qualche conoscente: “Ciao Amalia, vago a stare al ponte de piera sul zenisolo… vien-me a catare”. E l’altra, per infonderle coraggio, rispondeva: “sta de bon anemo Verginia, al ponte de piera ghe sta anca i Bagatèi… bona zente”.

    I vecchi soffrivano di più, senza darlo a vedere: i travagli di un’intera vita li avevano disincantati, e quando il corteo si fermava presso una “boaria” per far riposare le bestie e chiedere d’abbeverarle, il capo-famiglia, invitato ad entrare quasi ospite sacro, a bere un bicchiere di vino, si lasciava scappare dopo un sospiro che pareva venire dal fondo dei secoli: “Ormai ghe n’ho fati massa di S. Michieli, adeso me resta da fare l’ultimo,… andare a stare insieme a S. Piero”.

  • Per chi suona la banda

    Per chi suona la banda

    La tradizione bandistica in Polesine ha radici antiche. Trecenta e Zelo, centri altopolesani che vantano una storia non indifferente nel settore, hanno recentemente coalizzato le forze dando vita alla “Banda Musicale di Trecenta e Zelo”, alla cui istituzione hanno concorso in modo determinante alcuni promotori appartenenti al disciolto complesso bandistico di Stienta e Ferrara.

    La nuova banda altopolesana è stata denominata “Col. Luigi Bosi” personaggio storico del XIX sec., patriota distintosi nella difesa di Venezia del 1849 e figura di interesse in tutte le guerre del Risorgimento. Ufficiale di Ordinanza di Vittorio Emanuele II, Luigi Bosi fu inoltre deputato al Parlamento Nazionale e sindaco di Trecenta.

    Documenti storici assicurano che la Banda di Trecenta sorse nel lontano 1830, con Decreto I.R. Governo di Venezia in data 16.2.1831 n. 4677, ed ebbe periodi di vero splendore e di rinomanza.

    Verso il 1850 i suonatori scelti fra i benestanti del paese indossavano una ricca divisa, una lunga giacca a redingote, rosso vermiglio, vistosamente guarnita di alamari e di una doppia fila di bottoni dorati sul petto. Fonti storiche assicurano che i concerti erano tenuti sulla piazza principale in determinate epoche dell’anno, o nelle feste nazionali austriache. La vecchia Banda di Trecenta ebbe tanti Maestri fra i quali sono ricordati dal 1852 in poi: Vittorio Bighetti, A. Orsatti, G.B. Ravazzoli, A. Bartolucci, E. Giudici, R. Romani, M. Bettoli, A. Fornasari, Bonafini, Baldissara.

    Di indiscusso valore anche il Maestro Romani, trecentano puro sangue, energico e dinamico organizzatore, tanto che riuscì a dare al corpo bandistico l’efficienza, l’affiatamento e la fama dei tempi passati.

    La Banda di Trecenta prese parte a vari concorsi ed ebbe modo di dimostrare più volte la propria abilità nella funzione armonica e nello spirito di interpretazione conseguendo preziosi premi: il 15 agosto 1896 ebbe a Ficarolo il 2° premio con medaglia d’argento; il 1° ottobre 1898 si guadagnò a Sermide il 1° premio; nel 1910 a Ferrara, in un concorso internazionale, conseguì la medaglia d’oro, ambito premio offerto dalla Regina Madre.

    Ebbe spesso come rivale la banda di Castagnaro

    Il 3 giugno 1926 inaugurò la propria bandiera ed il 3 agosto 1930 celebrò il centenario della sua fondazione.

    Questa bella istituzione ha registrato interruzioni di attività solamente in casi di calamità, nella prima e seconda guerra mondiale, e dopo l’alluvione del 1951 col massiccio esodo dalle campagne polesane che ha sguarnito il Polesine della migliore gioventù, spostatasi per ragioni di lavoro nel triangolo industriale, ove attualmente qualche polesano suona nelle locali bande musicali. E non a caso a Castellamonte di Torino la banda parla in prevalenza il dialetto veneto.

    Discorso analogo anche per la Banda Musicale di Zelo, la cui storia ha inizio fra il 1870 al 1882, anche se non ci sono dati precisi perché l’archivio parrocchiale è stato distrutto con la seconda guerra mondiale. Il merito della fondazione va a Fortunato Scanavacca detto Nato, allievo del M° Ravazzoli della Banda di Trecenta. La Banda di Zelo ebbe un’improvvisa cessazione dell’attività con l’alluvione dell’Adige nel 1882. Altro scioglimento avvenne col fenomeno emigratorio verso l’America del Sud negli anni dal 1887 al 1896. Ma a fine secolo il giovane Nato, insieme al parroco don Antonio Zanchetta, i signori Fiocco ed altri giovani zelesi riuscirono a mettere in piedi la Banda.

    Anche la Banda di Zelo partecipò a molti concorsi: a Castelfranco Veneto nel 1890, a Legnago nel 1899, a Castagnaro nel 1911 ad Adria nel 1912, a Mirandola nel 1924 e nel periodo fascista ad Abano Terme, dove l’amministrazione comunale si serviva della Banda di Zelo per pubblicizzare le terme.

    Ma la modernità ha portato il consumismo, con diversi punti di intrattenimento musicale, cosicché le bande ad una ad una scompaiono di scena, comprese quelle di Trecenta e Zelo. Alle spalle comunque rimane un ricco bagaglio di base che non va ignorato e trascurato. Ecco perciò che nel 1989 le due Bande incrociano ottoni ed ance e si parte di nuovo, con nuovi orizzonti e propositi con la gente e tra la gente del Polesine.

    La nuova Banda di Trecenta e Zelo è subito richiesta in feste di tipo religioso e civile, nelle piazze dell’alto Polesine: processioni, matrimoni, feste folkloristiche, parate militari, fiere. Anche se la burocrazia taglia le gambe ad una associazione meramente culturale che opera nel volontariato e senza scopo di lucro, la Banda “Bosi” alla distanza di due anni è molto apprezzata anche fuori provincia.

    Tra l’altro va sottolineato come molti centri per anziani siano visitati dalla Banda Musicale di Trecenta e Zelo, suscitando gioia e commozione nelle persone della terza età.

    Attualmente la Banda di Trecenta e Zelo promuove due corsi di orientamento musicale coinvolgendo una trentina di giovani, che saranno i bandisti di domani. Il Maestro direttore di Banda Nando Mariotti di Zelo è stato il “mago” che ha fondato, insieme ad altri componenti, la nuova Banda. Egli gestisce i due corsi di orientamento e coordina le prove settimanali presso l’ex cinema parrocchiale di Zelo.

    La nuova istituzione sarà destinata a crescere, in questo piccolo lembo di terra polesana che ha avuto alle spalle alti e bassi e tristi ricordi di povertà? Ce lo auguriamo sottolineando che dalla sua nascita sono passati due anni e questo sodalizio ha creato un’indubbia simpatia tra la gente nelle varie manifestazioni a cui è intervenuto.

  • Quando non esisteva il metro

    Quando non esisteva il metro

    Solo dopo l’unità d’Italia in tutte le regioni della penisola fu introdotto il sistema metrico decimale, con le misure di base che fanno riferimento al metro, al chilo e al litro.

    Prima vi era una grande varietà, difficile da conoscere. Nei centri più importanti le misure campione venivano pertanto esposte al pubblico dove avevano luogo le attività commerciali di compravendita.

    Così era anche a Lendinara, ove ancora si conservano, murati sotto la loggia del Comune, i campioni lineari detti “fassi”.

    Per comprendere come si sia originata questa unità di misura, conosciuta col nome di “fasso”, occorre far riferimento alla situazione della campagna come si presentava nei secoli scorsi, caratterizzata da molti filari di alberi.

    Delle piante abbattute, i tronchi, detti “fusti”, venivano utilizzati come legname da lavoro, le radici o “teste” come legna da ardere, e i rami degli alberi capitozzati, detti “pali” venivano usati per lo più come supporto per le viti.

    Questi pali, l’anno successivo, cioè al rinnovo, venivano tagliati a pezzi e confezionati in “fassi” legati per lo più con vimini attorcigliati, e quindi venivano commercializzati come legna da ardere.

    Ecco dunque da dove deriva il termine “fasso”, caratterizzatosi come unità di conto e pertanto definito nella sua lunghezza da campioni formati da sbarre di ferro che, come dicevamo, a Lendinara sono ancora visibili murati sotto “la Loza”, ovvero nella loggia del palazzo municipale.

    Nel distretto di Lendinara, comunemente si faceva riferimento soprattutto al “Fasso Polesine”, lungo piedi 3 e largo (diametro) once 12, (corr. cm. 100,5 ca e 29,5 ca del SMD). Data l’influenza della vicina provincia di Padova, veniva usato anche il “Fasso Padovano”, lungo all’incirca piedi 2, 1/2 e largo piedi uno (cm. 87,5 mm. e cm. 35,5).

    Per le misure mercantili di peso veniva usata la libbra, era circa l’80ª parte del “Talento”, cioè il peso che poteva portare un uomo camminando, unità di misura ponderale risalente ancora ai tempi dei Greci e Romani. A noi interessa la “Libbra Grossa Veneta” o libbra pesante, (corr. a Kg. 0,4770) e si divideva in 12 once, l’oncia in 4 quarti. C’era poi la “Libbra Piccola” o sottile (Kg. 0,3012) con le stesse suddivisioni.

    Nelle misure di capacità per gli aridi, usavano per i grani il “Sacco di Lendinara” (corr. a kg. 86 ca. attuali), il quale si divideva in 3 staiai, ogni staio 4 quarte, ogni quarta 4 quartiroli ed il quartirolo in 3 scodelle.

    Il “Sacco di Lendinara” divergeva dal “Sacco di Rovigo” che, pur dividendosi nelle stesse frazioni, corrispondeva a Kg. 90 ca.

    Per l’avena, prodotto similare, il sacco era più grande e pesava rispettivamente Kg. 4 e 9 in più. Per il commercio del riso, invece, era adoperato il “Sacco Veronese” di Kg. 115 ca.

    Nel commerciare i liquidi, l’unità era il “Mastello”, il quale si divideva in 6 secchie, ogni secchia in 18 bocce o bozze e la bozza in 4 gotti. A Rovigo usavano il mastello da 108 bozze (lt. 105 ca.) a Lendinara veniva adoperato comunemente il mastello da 96 bozze (lt. 93 ca.).

    Nelle misure lineari si avvalevano del “Piede Veneto” (mt. 0,3477) diviso in 12 once. Diverso era invece il piede in agricoltura, anch’esso diviso in 12 once ma di mt. 0,3842. Il “Braccio” per la lana (mt. 0,6698) non era uguale a quello per la seta (mt. 0,6328). Se la vendita della seta veniva poi fatta a peso si usava la libbra la cui oncia veniva suddivisa in sei “sazi” e 4 “quarti”.

    Si potrebbe benissimo dire che ogni prodotto aveva le proprie specifiche unità di misura.

    Nelle superfici in agricoltura la misura era il “campo”.

    Il “campo di Lendinara” si divideva in 12 pertiche, ogni pertica in 12 piedi, ogni piede in 12 once oppure in 8 tavole, (era come dire che 96 tavole davano una pertica e 1152 un campo). La figura del campo era lunga pertiche 24 e larga 12. Corrispondeva a ettari 0,5989, mentre il campo d’estimo era ettari 0,6123.

    Il “campo di Lendinara” era un po’ più piccolo di quello della “Badia” ma un po’ più grande di quello di Rovigo (ett. 0,4464) e di quello di Padova (ett. 0,3863). Anche queste misure agrarie, ora scomparse, erano riscontrabili sotto la Loggia.

    Notiamo che queste antiche misure furono desunte per lo più dei rapporti con il corpo umano medio, vedi: braccio, piede, palmo, pollice, oppure dai contenitori adoperati, come: sacco, mastello, staiai, secchio, ecc., oppure da realtà, come: campo, pertica, ecc. e che si diversificavano, infine, come si è detto, da un luogo ad un altro.

    Ebbene, tutto questo complicato sistema ha suggerito l’idea a più studiosi di uniformare tutti i pesi e le misure, idea che è stata concretata nel 1795 dando origine al Sistema Metrico Decimale (SMD) adottato ufficialmente dall’Italia nel 1861. A fondamento della misura lineare è stata considerata la quarantamilionesima parte della lunghezza del meridiano terrestre e fu chiamata “Metro”, parola greca che significa appunto misura. Su questo regolatore furono fissate tutte le misure e tutti i pesi.

  • La Rivoluzione Francese in Polesine

    La Rivoluzione Francese in Polesine

    La Rivoluzione francese diffuse le proprie istanze di innovazione e risveglio socio-culturale ben oltre la terra d'origine. In Italia e anche in Polesine l'arrivo dei francesi, visti come portatori degli ideali di libertà, fratellanza e giustizia, suscitò non poche attese, ma anche moti di repulsione. In ogni caso con la Rivoluzione Francese si mise in movimento un processo storico che finì per accelerare un certo risveglio culturale, evidente fin dai primi anni dell'800 con l'intensificarsi in tutto il Polesine di un fervore artistico e culturale di indubbio interesse.

    Il periodo della dominazione francese in Polesine è stato analizzato ed approfondito in una mostra itinerante dal titolo "In nome della libertà ordiniamo… La rivoluzione francese in Polesine", presentata a Rosolina nel luglio del 1989 e che nel corso dei due anni successivi ha toccato Albarella, Crespino, Adria, Badia Polesine, Occhiobello, Lendinara, Salara, Porto Tolle, Polesella, Rovigo e fuori provincia Cavarzere e Milano.

    La rassegna, promossa dall'Accademia dei Concordi di Rovigo, ha suscitato un positivo riscontro di pubblico e di critica, permettendo il recupero di una articolata e interessante documentazione storica in collaborazione con studiosi locali, operatori culturali e docenti universitari.

    Il Polesine alla fine del Settecento non ha una solida tradizione municipalista e presenta una giurisdizione ecclesiastica complessa.

    In questa terra lo sviluppo economico e sociale è lento, influenzato da una realtà idrologica instabile, che ha costretto sia lo Stato Pontificio che la Repubblica Veneta a continui interventi di arginatura, di regolazione delle acque e di bonifica.

    Si vive prevalentemente con la produzione di “frumenton” granoturco, canapa, lino e legumi, mentre il commercio è limitato ai prodotti cerealicoli e al pesce. L'attività industriale non è altro che un lavoro artigianale di stuoie e corde nei laboratori domestici; un tessuto economico molto povero dunque. Esistono solo alcune fornaci ed officine.

    La fame, la carestia e le malattie contribuiscono, insieme alle disagevoli e limitate vie di comunicazione, ad offrire un quadro d'insieme del Polesine precario e disagevole.

    In questa realtà di miseria e privazioni ogni possibile modificazione della vita economica e sociale è salutato con speranza ed entusiasmo.

    Pertanto, quando le truppe francesi “liberano” il Polesine guidate dal gen. Rusca nel maggio del 1797, l'esultanza popolare è evidente e si manifesta con feste in piazza attorno all'albero della libertà.

    Ma ben presto, i barlumi di speranza, sollecitati dall'abolizione di dazi, gabelle, tasse e da un'apertura dell'amministrazione politica a borghesi ed ebrei, segue la constatazione amara che nulla è cambiato. Le requisizioni di viveri ed animali, l'incameramento di beni ecclesiastici e l'obbligatorietà del servizio militare finiscono anzi per peggiorare la vita della gente polesana.

    A questo primo periodo di dominazione francese, conclusosi con il trattato di Campoformio dell'ottobre 1797, ne segue un altro dal 1801 al 1814 in cui il Polesine diviene parte integrante del Dipartimento del Basso Po con sede a Ferrara poi del Regno d'Italia.

    In questo arco di tempo si fa evidente il beneficio di una legislazione napoleonica che ha posto le basi dell'organizzazione civile, penale, scolastica e urbanistica. Si aprono gli uffici dell'anagrafe, si redige il catasto, si insediano le odierne preture dette Giudicature di Pace e i tribunali di prima istanza; si promuovono diversificati livelli di istruzione con la scuola primaria e superiore; si istituiscono le Camere Primarie di Commercio come quella di Rovigo e si innova l'utilizzo e l'ampliamento dello spazio urbano.

    Il Polesine si contraddistingue in questo periodo per un fervore artistico e culturale di notevole interesse. Rovigo ha nell'Accademia dei Concordi l'istituto culturale primario, formato da un cenacolo culturale di eruditi interessati ai temi religiosi, scientifici e letterari.

    Su progetto dell'architetto Sante Baseggio si costruisce la nuova sede della Concordiana che temporaneamente ospiterà anche l'Accademia Filarmonica animata da Domenico Tosarini.

    Ad Adria la famiglia Bocchi segue con passione gli interessi archeologici storici ed eruditi. In città l'attività teatrale e musicale è vivace.

    A Lendinara i tre fratelli Baccari, l'abate Griffi e Giovanni Battista Conti impegnano le loro energie a favore della comunità. Conti come uomo politico e letterato, Giacomo Baccari come architetto, mentre gli altri due fratelli si distinguono rispettivamente: Francesco Antonio come ingegnere e Gaetano come bibliofilo, insegnante pubblico, uomo di lettere e fondatore dell'Accademia dei Composti creando le premesse per una attività culturale ed artistica di rilievo, che arricchirà la città di opere d'arte di squisita fattura.

    Le grandi idee del 1789 hanno dunque trovato fertile terreno anche nel Polesine ove si sono espresse in concrete prospettive di vita e di azione, con le insorgenze organizzate da medici, commercianti, sacerdoti, contadini nate per reagire alla passività e alla miseria in cui gran parte della popolazione era costretta a vivere.

    A questa nuova sensibilità collettiva, che si rivela con evidenza dal 1809, si possono raccordare le cospirazioni e le sommosse che nell'Ottocento animeranno a più riprese le terre del Delta: dai moti carbonari, all'emigrazione clandestina; dalla rivoluzione del '48 fino agli anni di fuoco de "la Boje".

  • Canaro e Garofolo

    Canaro e Garofolo

    Rispettivamente ad ovest e ad est della statale n. 16 che congiunge Rovigo a Ferrara, sorgono Canaro e la sua frazione Garofolo.

    È abbastanza accertato che l’etimologia del toponimo Canario – poi Canaro – sia legata alla caratteristica del territorio, il quale già in epoca romana, doveva essere invaso da paludi e canneti. Un luogo di canne d’acqua, da cui “Vico Canario” figurante nel livello del 1082, probabile vico romano lungo un tracciato stradale che collegava la fascia romagnola con i territori polesani passando per la “Valle Fraxineta”.

    Il citato documento del 1082 riguarda una concessione a livello (ovvero contratto agrario) del vescovo Graziano di Ferrara e tal Gerardo di Adamo sui fondi di tre “casali” situati nel medesimo vico di Canaro, i quali confinavano con i diritti di Santa Sofia di Canaro, un gorgo – forse il lago di Cuortagliato – e una “mediam Pelestrinam” un corso d’acque, identificabile con una Pestrina proveniente da Gaiba con un percorso Zampine, Stienta, Ospedaletto, Fiesso, Capitello, “La Crosara”, Raccano.

    Il secondo podere, tra i confinanti vari, rivela la presenza dei marchesi da Este nel territorio, con i fondi di “Azo Marchio”, ovvero Alberto Azzo II capostipite della dinastia estense, il quale, dopo aver contratto matrimonio con Cunegonda d’Altorf della famiglia bavarese dei “Gulfi”, entrò in possesso dei cospicui beni compresi nella copiosa dote della moglie, tra i quali figuravano alcuni fondi in Canaro.

    Anche i monaci di Pomposa avevano dei possessi a Canaro. E ciò è confermato da un diploma dell’anno 1178, con il quale l’imperatore Federico Barbarossa concede all’abbazia di Pomposa il diritto di condurre un fondo in Canaro, tutt’ora ubicabile verso Garofolo, dove esiste una campagna detta “Frattina”.

    La chiesa odierna di Canaro, dedicata a S. Sofia, venne eretta nel 1440 ad opera del beato Giovanni da Tossignano vescovo di Ferrara.

    Nel ’700 fu in varie parti restaurata e ricostruita. Va segnalato come degno di nota al suo interno un bassorilievo marmoreo, adornante l’altare maggiore che raffigura l’ultima cena.

    A Paviole, frazione di Canaro sul Po, si trovava una vasta tenuta di Niccolò III, duca di Ferrara: dovrebbe trattarsi del medesimo fondo del suo antenato Azzo II, il quale fondo, andrà infine ceduto alla diocesi di Ravenna con il vescovo Tommaso Perendoli, insieme alle mandrie di bovini e le pertinenze di Garofolo e Canaro, con diritto di riscuotere la “decima” sul ricavo annuo di tutto il possedimento, l’esenzione da qualsiasi gravame imperiale e la libera gestione dell’osteria.

    Per quanto riguarda Garofolo, frazione di Canaro, le sue radici toponomastiche sono estraibili da un documento relativo a “la Villa di Brazzorotto”. Detta Villa viene investita a feudo dal vescovo di Adria di origine lendinarese Bonagiunta a certo “dominum Garofallum draperium”, commerciante ferrarese venditore di “drappi” e stoffe varie. Costui dovette, in seguito a questa investitura del citato vescovo, imporre il suo nome alla “Villa di Brazzorotto”.

    Il documento, stilato in Rovigo il 24 di agosto del 1286, nella chiesa di Santa Maria dei Sabbioni, ora presso il cimitero di Rovigo, presenta altri spunti interessanti: nella descrizione dei confini, si legge “ab utroque latere flumen Padi”, che sta per “circondata da entrambi i lati dal fiume Po”: è chiaro che la Villa di Brazzorotto era sita entro uno stretto meandro del Po, in seguito eliminato dopo un raccorcio apportato al fiume. La Villa aveva come unico confinante un certo “dominus Sicherius de Frata”, cognome a noi familiare spettante ai contemporanei moderni Sicchiero, diffusi a tutt’oggi sia in Fratta che dalle parti di Canaro.

    Nel “Trattato” del Bocchi, p. 248, si fa menzione del nostro “Sicherius de Frata” in qualità di vassallo-massaro di Obizzo d’Este (proprio in data del documento poc’anzi citato) avente tra i vari uffici da svolgere, l’incarico della custodia sulla “Litiga”, corso d’acqua navigabile tra Adigetto, Filistina e Po, e la riscossione della gabella sulla navigazione tra il porto della Litiga, “portus Litigae et domus Selvaticae”, località tra Frassinelle e Polesella, fino al castello della Fratta, “jus colligendi dacium ad catenam Fratae”. I terreni polesani degli Estensi si estendevano infatti in una vasta area “in terra Fratae, Gognani, Ville Marzanae, Costae, Ramedelli, Litigae, Racani, Garofoli et Brazzorotto in Polesella…”.

    Nell’ultimo documento, che chiude questa rassegna medievale su Canaro e Garofolo, si arriva all’inventario del 1340 della chiesa di S. Margherita di Garofolo, a cui fanno capo diversi beni consistenti in un casamento “vineatum” e “ortivum” oltre a uno spazio seminativo a 5 stari di raccolto, entro il quale fu eretta la chiesa. Quindi un manso (20 campi) di terra in parte arativa e in parte “valiva” (paludosa), oltre a due parti divise in spazio arativo e seminativo con 20 stari di raccolto e il rimanente in area acquitrinosa sfruttabile a “piscatione”.

    I confini della nuova villa di Garofolo si presentano diversi presso il Po, non più circondato “ab utroque latere”, come nel caso della “villa di Brazzorotto”, tanto da indurci a credere che il meandro accennato sia già stato tolto di mezzo, poiché figurano anche altri lati confinati con una “valis” e da altri due lati il signor “Rivazollus de Ferraria”.

    Si specifica la riscossione del quartese sui raccolti di Garofolo e di “Guardate” (Guarda veneta?), segue infine una lista di suppellettili e ornamenti religiosi di cui la chiesa è dotata.

    Con l’occasione ricordiamo che il personaggio più illustre di Garofolo fu certamente il pittore Benvenuto Tisi, che ivi nacque nel 1481, divenendo poi uno dei principali rappresentanti della scuola ferrarese del XVI sec., particolarmente caro agli Estensi.

    La dimora di Benvenuto Tisi da Garofolo era ancora ben conservata alla fine del ’800 secondo giudizio del Bocchi, seppur mancante di una lapide che commemorasse la gloria dell’artista; la casa del famoso pittore polesano, a tutt’oggi si presenta in ottimo stato, con tanto di lapide: il Bocchi è stato dunque esaudito!

    Riguardo invece ad un pregevole dipinto raffigurante un “ecce homo” che dapprima si conservava nella chiesa di S. Margherita di Garofolo, in seguito asportato in quella del Gesù di Ferrara, il nostro storico di Adria continuerà a rigirarsi nella tomba.

  • Cavallo e cucina rustica

    Cavallo e cucina rustica

    Il Bonello di Stienta è una delle golene più suggestive del Po altopolesano; campi coltivati si alternano a boschi di pioppi; macchie di salici si affacciano sulle lanche; poi la sabbia fine, con dune sparse punteggiate di erbe, porta al corso del fiume. Passeggiare nel Bonello a cavallo ti permette di apprezzare la natura della Padana, di ascoltare ancora il merlo, il cardellino e l'allodola, di vedere il grande sole rosso immergersi nelle acque del Po, di sentire antichi odori e quei profumi di cui ci hanno parlato i nonni. Sei chilometri di percorso in questa verde golena ti permettono di ricordare la campagna “com’era una volta”, o di riscoprire quei luoghi in cui si andava a giocare da bambini.

    A coloro che “non sono mai saliti su un cavallo” Maurizio Barotto, titolare del centro equestre agrituristico “Bonello”, mette a disposizione un animale docile affinché possano apprezzare, assieme al gruppo di cavalieri più esperti, il rilassante contatto con la natura. Quelli che desiderano, poi, perfezionare il loro rapporto con la sella hanno la possibilità di seguire un corso per il conseguimento del brevetto di cavaliere, rilasciato dall'Associazione Nazionale Turismo Equestre (A.N.T.E.).

    Assieme ai purosangue inglesi del suo allevamento, Barotto si occupa anche di cavalli che “sono a pensione”. I progetti di ampliamento del centro prevedono l’allestimento di una stazione di monta, con due stalloni, per cavalli inglesi e mezzosangue da sella e un centro per la doma, l’addestramento e la ferratura.

    “Tra poco – ci comunica il titolare del centro agrituristico – entrerà in servizio una carrozza per permettere, anche ad intere famiglie, di visitare la golena e soprattutto Villa Camerini che di recente è stata tutta quanta restaurata”.

    Il Ristorante, diretto dalla signora Marina, è stato ricavato dalla ristrutturazione di un fabbricato “La Ca’ del bosco”, la cui esistenza è fatta risalire dalle mappe catastali al 1700.

    L’arredamento è in stile rustico e ricostruisce un po’ il passato della zona.

    La passione per la storia la signora Marina la rivela anche in cucina.

    “Oltre a cercare di ricostruire la storia del Bonello attraverso documenti catastali – ci spiega – cerco di riprodurre quella che è stata la nostra tradizione e che ormai sta scomparendo, attingendo alle testimonianze dei vecchi di Stienta e dei paesi vicini”.

    I piatti che si possono gustare sono quelli tipici “della nostra zona”, tutti casarecci. Ci sono vari tipi di pasta, “fatta a mano e tirata col mattarello”. Gli antipasti sono costituiti da “pinze e pinzini come facevano le nostre nonne e da salumi fatti in casa”. Di secondo, vengono presentare diverse carni alle braci: “gli animali – continua Marina – li prendiamo nelle aziende agricole vicine e li cuciniamo con erbe selvatiche e naturali, come facevano nei monasteri un tempo. Inoltre prepariamo il pavone secondo una ricetta del 1.500”. Anche i dolci sono quelli di cui ci parlano i nonni, come “la miaza”, la torta tagliatella (tipica del mantovano) e la ciambella “tociata” nel vino.

  • Lungo l’argine dell’Adigetto

    Lungo l’argine dell’Adigetto

    A Roverdicrè e Costa seguendo la strada arginale

    Da Rovigo a Costa si snoda una serpeggiante via di comunicazione che corre quasi tutta sull’argine destro dell’Adigetto, alta sulla campagna fertilissima. Questa strada sull’argine, al tempo dell’alluvione del 1951, costituiva la riva dell’immenso lago formatosi per la rottura dell’argine del Po ad Occhiobello. Il piccolo, modesto Adigetto, fece resistenza all’ira del fratello maggiore e ne fermò le acque, salvando così la campagna alla sua sinistra. È noto che questo corso d’acqua, che nasce a Badia Polesine allo Sperone Bova, è stato navigabile fino ai primi del 1900. Lo percorrevano barconi trainati da cavalli e la località Cambio, vicino a Villadose, ne è una prova: non poteva significare che cambio dei cavalli.

    Gino Braggion, nel suo libro "Le due porte della mia chiesa", fa una interessante osservazione e scrive: "Le due strade, che a distanza costante si snodano lungo tutto il percorso da Badia al Basso Polesine, e che seguono parallelamente le varie sinuosità del corso d’acqua, ci suggeriscono il sospetto che le due strade stesse corressero sugli argini di un fiume di ben altra portata di quello attuale. Dopo le grandi rotte della Cucca (589) e del Pizzon (993) si formò il nuovo corso dell’Adige e quindi, in prosieguo di tempo, si finì per chiamare Adige Vecchio quello di nuova formazione e Adige Nuovo (Adigetto) questo. Ma la cosa sembra stare diversamente. Infatti nel Catastico del 1411 è chiaramente esplicito che l’Adige Vecchio corrisponde all’Adigetto e che quindi questo era il fiume vitale della zona sulle cui rive sorsero i paesi che ancora oggi prosperano".

    Questa tesi è ribadita anche da Adriano Mazzetti che, nel suo libro su Costa, scrive: "Sino al secolo XVI l’attuale Adigetto era chiamato Adige, aveva una notevole portata d’acqua (come dimostra, ancora oggi, in alcuni tratti, la distanza tra le due strade arginali) e costituiva una importante via di comunicazione per i maggiori centri abitati del Polesine".

    Oggi la funzione dell’Adigetto è drasticamente ridotta. Seguendo la strada arginale a ritroso della corrente, partendo da Rovigo, incontriamo Roverdicrè. Il nome di questo paese compare per la prima volta nei documenti storici nel 1179 a proposito di una controversia "clericale" scoppiata fra il clero di Rovigo e i Benedettini di S. Cipriano di Murano con sede a Costa.

    Gli abitanti della campagna sparsi fra Rovigo e Costa si lamentavano per il disagio dovuto alla distanza fra le due parrocchie, specialmente accentuato d’inverno con le strade quasi impraticabili, come è facile immaginare in quel tempo. Il clero di Rovigo pensò di erigere una "Cappella baptisimalis" in una località a tre chilometri da Rovigo, sulla strada verso Costa, chiamata Ruperis Chreti, anzi, in un documento, è scritto nel "fondo di Costa".

    Questo probabilmente il pretesto giuridico della controversia. Proteste del priore di S. Cipriano di Murano da cui dipendevano i benedettini di Costa, che erano fuori della giurisdizione della diocesi di Adria. Questi temeva una limitazione di frequenza di fedeli nella sua parrocchia e, di fatto, uno smembramento della zona di sua giurisdizione.

    Nonostante la controversia in corso, la costruzione della chiesa proseguiva finché il priore Ienardo ricorse al papa Lucio III, che delegò giudice il vescovo di Padova Gerardo Pomedello. La cosa andò un po’ per le lunghe finché il clero di Rovigo dovette cedere, sia pure con un contentino, e la chiesa poté essere ultimata. Era l’anno 1190.

    Il nome citato nei documenti ufficiali fino al XVIII secolo è Ruper Creti e può aver subito la seguente evoluzione: Robur Chretto – Robur Greto – Rouer Creto – Rover di Crè – Roverdicrè.

    Il termine Creti è la latinizzazione del volgare Creo, che significa "argilla". Secondo un’altra ipotesi Ruper potrebbe essere la trasformazione di Ruper = rosso. Insomma, argilla rossa, terreno argilloso.

    Le vicende storiche Roverdicrè collimano con quelle della parrocchia e, in senso più stretto, con quelle della chiesa parrocchiale. Della primitiva chiesa non è rimasto che un campanino di bronzo venuto alla luce durante i lavori di sterro dell’Adigetto, una trentina di anni fa (1960). Attraverso successivi rifacimenti la chiesa appare oggi, con il suo modesto campanile, sulla sinistra della strada che porta a Costa e a lato della strada che porta a Grignano.

    Circa la storia comunitaria degli abitanti, nulla sappiamo di certo. Essi vivevano fuori della storia e perfino della cronaca, pur essendone i protagonisti. Nel 1345 si ha il primo lascito da parte di Ariberto dei Calcagnini, che si possono considerare i padroni di Roverdicrè per 350 anni, pur essendovi però altre famiglie influenti. Fra queste i Manin che si stabilirono alle Nogarazze, la cui costruzione oggi sta cadendo in rovina.

    Dopo la metà del 1700 le grandi proprietà terriere spariscono e incomincia a sorgere la piccola e media borghesia terriera, artigianale, professionale e una popolazione anonima che vive in precarie condizioni abitative con una spaventosa mortalità infantile. Fra il 1650 e il 1750 pochi arrivano ai 50 anni. Due piaghe imperversano: ignoranza e denutrizione. Soltanto verso i primi del 1800 le cose cominciarono a cambiare, sia pur lentamente. Oggi la popolazione del luogo nulla differisce da quella delle altre zone polesane e venete. Tutto si è livellato.

    Ma proseguiamo il nostro itinerario fino a raggiungere Costa.

    Nel medioevo si chiamava "costa" qualunque luogo elevato e sicuro dalle acque. L’origine del nome è dunque abbastanza chiara.

    Ludovico Antonio Muratori parla di un atto di donazione del 1115 da parte del marchese Folco d’Este a favore del monastero di S. Benedetto di Polirone di un territorio i cui confini si possono definire al nord dal fiume Adige, ad est l’albero di Plolegano (Albarello), a sud la fossa del Gaibo (probabilmente un vecchio ramo dell’Adige), a ovest il Polesine di Ramendello (fra l’Adige, lo Scortico e Fratta).

    A seguito di mutazione del territorio, causa alluvioni, prosciugamenti, rotte, derivarono numerose contese fra estensi e benedettini, anche per un lago che si stendeva fra Costa e Villamarzana e sul quale tutti rivendicavano diritti.

    Un’altra contesa sorse fra il monastero di S. Cipriano, che eresse una chiesa dedicata a S. Giovanni Battista, e il clero di Rovigo che aveva deciso di erigere una cappella nel territorio di Costa soggetto agli estensi. La chiesa era già stata costruita ma il vescovo di Padova Gerardo, incaricato giudice da papa Lucio III, ne ordinò la demolizione.

    Intanto nel 1184 il marchese Alberto d’Este donava all’ordine ospedaliero di S. Giovanni di Gerusalemme degli appezzamenti di terra che ben presto si trasformarono in una vasta proprietà fondiaria con conseguente nucleo abitato sulla riva sinistra dell’Adige (l’odierno Adigetto) chiamato Costiola.

    Il territorio attorno a Costa era costituito da fiumi, fosse, canali, paludi, boschi, aree coltivate. I numerosi corsi d’acqua favorivano le comunicazioni e la pesca. La realizzazione di imbarcazioni occupava un posto notevole nell’economia di Costa ed era favorita dall’abbondanza di alberi. Anche il monastero costituiva una parte importante nell’economia del luogo, con i suoi possedimenti e le sue colture.

    Attorno al 1500 la piccola proprietà che si era formata incontra un periodo di crisi. Guerre, calamità naturali, carestie, favorirono il concentrarsi dei poderi nelle mani di pochi proprietari. Il passaggio di molti contadini da proprietari a braccianti ebbe conseguenze negative determinando quelle tristi situazioni socio-economiche denunciate dallo storico Silvestri.

    Nel 1700 si verifica una inversione di tendenza, e documenti dell’epoca testimoniano la presenza di numerosi proprietari terrieri. Anche l’attività commerciale era ravvivata e si registra l’attività anche di professionisti. Alla fine del settecento l’occupazione francese pose fine al dominio veneziano. Cambiarono le legislazioni, vennero soppressi monasteri e confraternite, il demanio ne incamerò i beni.

    A Costa le conseguenze della rivoluzione napoleonica furono attenuate dalla tradizionale operosità degli abitanti, favorita dalla vicinanza di Rovigo e altre località del Polesine. Il resto è cronaca.

    Un breve accenno alle chiese. S. Giovanni Battista, la cui costruzione fu iniziata nel 1162, subì numerosi rifacimenti. Da notare la pala d’altare attribuita a Fabio Canal raffigurante la Beata Vergine con Cristo morto e il pregevole soffitto della sagrestia considerato opera di Mattia Bortoloni. Il soffitto della chiesa è opera di Giovanni Battista Canal.

    Durante il periodo in cui fu parroco don Leopoldo Mazzetti (1790-1833), la parrocchia ebbe in dono dal patriarca di Venezia la "Sacra Spina", oggetto di una particolare e crescente devozione nella comunità di Costa.

    Nel seicento la famiglia Michiel costruì un oratorio pubblico lungo la strada per Rovigo, alla estrema periferia del paese. La cronaca della visita pastorale del 1636 ne conferma l’avvenuta costruzione e fa riferimento all’altare sormontato da un pregevole quadro raffigurante la Madonna, papa Gregorio e S. Michele.

    S. Rocco di Costiola sorse per l’aumentata popolazione di Costa che esigeva poter disporre in Costiola di un edificio sacro dove si celebrassero funzioni religiose. Nel 1593 il vescovo Lorenzo Laureti diede il consenso alla costruzione, che avanzò lentamente causa delle difficoltà economiche e si concluse nel 1605.

    Nel medioevo le confraternite di varie specie erano una forma diffusa del laicato organizzato e ad esse erano legate chiese e cappelle.

    A Costa si ricorda nel 1604 la chiesa della Madonna della Casella, prossima alla parrocchiale di S. Giovanni, legata alle vicende delle confraternita dei Battuti. Durante l’occupazione francese ed austriaca servì come ricovero per i soldati. Successivamente riprese il ruolo di chiesa sussidiaria.

    Per finire, una breve nota su alcuni abitanti illustri di Costa.

    La famiglia Ricchieri era di Costa ed è noto soprattutto l’umanista Ludovico, più noto come Celio Rodigino. Pure di Costa erano i Roncale, i Campo, gli Aldovrandini. Celebre fu Padre Domenico dalla Costa (1536-1606 circa), frate minore, amministratore della provincia veneta, a cui la voce popolare attribuì eventi miracolosi.

    Nel 1690 nacque a Costa Mons. Domenico Giorgi, chiamato a Roma dove svolse una intensa attività culturale, ecclesiastica, diplomatica, al servizio di quattro papi, da Innocenzo XIII a Benedetto XIV.

    A Costiola nel 1718 nacque Giovanni Francesco Scardona che poi divenne famoso medico-fisico e pubblicò diverse opere di medicina che riscossero ampio successo, tradotte anche in lingue straniere. Morì a Costa nel 1800.

    Costa può vantare anche uno dei "Mille", quelli di Garibaldi. Fu Angelo Incao, nato nel 1837. Partecipò all’impresa Garibaldina quale sergente, poi nominato da Garibaldi sottotenente di fanteria. Morì a Costa nel 1883.

    Per ultimo Ottavio Munerati, nato a Costa nel 1875, studioso di scienze agrarie, nominato nel 1912 direttore della stazione sperimentale di bieticoltura di Rovigo. Autore di numerose pubblicazioni scientifiche, molte dedicate alla barbabietola da zucchero; diresse la Stazione Sperimentale fino alla morte, avvenuta nel 1949.

    Oggi Costa vive di agricoltura e di un fitto tessuto artigianale, nonché di una piccola e media industria che dà al paese un buon livello di economia e di benessere.

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