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  • I Geometri guardano all’Europa

    I Geometri guardano all’Europa

    A partire dall’anno scolastico 1989/90, presso l’Istituto Tecnico Statale per Geometri “A. Bernini”, funziona, accanto al corso ordinario di studi, un corso sperimentale denominato ‘Progetto GEURO/1’, autorizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione – Div. II – ex art. 3 D.P.R. 419/74.

    È un progetto assistito dal Min. P.I., seguito nel suo iter formativo da esperti ministeriali, in quanto coinvolge un processo di innovazione dei programmi e una riformulazione dei piani di studio, ricollegati ad altre esperienze, allo scopo di corrispondere sempre di più alla domanda crescente di rinnovamento della scuola, adeguandola alle richieste della società civile, anche in vista dell’apertura delle frontiere del 1993.

    Sempre in questa ottica, sotto la spinta delle opportunità offerte dalla recente legge universitaria n. 341 del 19/11/1990, il Preside dell’Istituto “Bernini” ed il Presidente del Collegio dei Geometri di Rovigo hanno presentato alle autorità competenti la proposta di istituzione di un corso di diploma universitario di primo livello per gli indirizzi geo-topografico, territoriale-estimativo, civile-edile a Rovigo. Un’iniziativa, questa, che se realizzata, permetterà ai nostri geometri di adeguarsi ai livelli di studio e di preparazione professionale degli altri Paesi europei.

    Su queste tematiche impostiamo la nostra intervista, incontrando il preside Prof. Gabriele Di Stefano.

    Come è nata l’idea di istituire un corso sperimentale di studi denominato “GEURO/1”?

    “Il ‘Progetto GEURO/1’ sta ad indicare il primo progetto di sperimentazione (1) rivolto alla formazione dei nostri geometri (G), tenendo conto delle esigenze culturali e capacità professionali richieste in ambito nazionale ed europeo (EU), che ha luogo nella città di Rovigo (RO). Tale progetto, che si configura quale sperimentazione parziale, espressione dell’autonomia didattica del collegio docenti dell’Istituto, prevede variazioni ai piani di studio delle discipline, sia negli orari, sia nei programmi d’insegnamento. Il ‘GEURO/1’ rientra nel più generale Progetto 5 a livello nazionale e rappresenta il frutto dell’impegno e della ricerca di un gruppo di insegnanti, di un modo di concepire e realizzare, a livello psicopedagogico, la sostanza del sapere, in vista di una nuova professionalità richiesta nei prossimi anni, ma anche di un rapporto umano-educativo più efficace e di maggiore significato culturale.

    Le aree disciplinari potenziate sono tre:

    – l’area linguistico-storico-letteraria, con l’introduzione dell’Ed. Civica nella 1ª classe; con sviluppo verticale, in termini di approfondimento, del diritto più propriamente caratterizzante la professionalità del geometra e l’estensione della lingua straniera all’intero arco degli studi, con approfondimenti più sostanziali relativi ad aspetti culturali e sociali e caratterizzanti l’area professionale;

    – l’area scientifico-sperimentale con la riformulazione dei programmi di matematica estesa fino al 5° anno ed abbinata all’informatica; il potenziamento delle esperienze di laboratorio concernenti scienza, fisica e chimica;

    – l’area tecnico-professionale con il disegno non più strettamente tecnico-professionale, ma in funzione di un approfondimento architettonico correlato alla storia dell’arte; con l’introduzione della geopedologia, collegata ad economia ed estimo e della fotogrammetria collegata a topografia”.

    Quali gli sbocchi occupazionali dei giovani diplomati geometri, soprattutto in questi ultimi anni?

    “I dati statistici nazionali relativi ai diplomati geometri dell’ultimo quinquennio dimostrano l’interesse degli studenti per una professione ‘polivalente’ che consenta sia lo svolgimento della libera professione, sia la prosecuzione degli studi nelle facoltà scientifiche, sia lo svolgimento di attività lavorative presso settori economico-produttivi, aziende, enti pubblici, ecc.”.

    Quali sono le linee di indirizzo che Lei segue per far conoscere ai ragazzi e alle loro famiglie i corsi di studio e gli sbocchi occupazionali offerti da questo Istituto?

    “L’Istituto ‘Bernini’ può considerarsi una scuola aperta agli studenti e alle loro famiglie. Periodicamente invitiamo inoltre i genitori degli alunni frequentanti la 3ª classe delle Scuole Medie della provincia di Rovigo a visitare la sede del nostro Istituto in Corso del Popolo 274 e la Succursale in Via Silvestri 27.

    Coloro che rispondono all’appello sono accolti da un gruppo di docenti che illustrano i corsi di studio, le opportunità offerte al geometra di impiegarsi in vari settori e attività lavorative ed accedere a tutte le facoltà universitarie. I genitori hanno inoltre la possibilità di visitare i moderni laboratori di cui l’Istituto è dotato. Negli ultimi anni inoltre, 4 docenti dell’Istituto si sono prodigati nell’attività di orientamento in parecchie Scuole Medie della Provincia, al fine di presentare direttamente ai ragazzi la realtà della nostra scuola. Un lavoro gravoso per i nostri insegnanti, ma ne è valsa la pena! È doveroso ringraziare i ragazzi e le loro famiglie per la crescente fiducia che ci hanno via via dimostrato: 121 preiscrizioni per l’anno scolastico 1989/90, 112 per l’anno scolastico 1990/91 e ben 143 per l’anno scolastico 1991/92”.

    Come è nata l’idea di proporre all’Amministrazione Provinciale di Rovigo l’istituzione di un corso di diploma universitario di 1° livello per geometri e quale contributo darà l’Istituto “Bernini” alla realizzazione di questo ambizioso progetto?

    “Il sottoscritto e il Presidente del Collegio dei Geometri di Rovigo, geom. Bruno Osti, hanno formalizzato questa proposta, in data 26/01/1991, inviando al Presidente, all’Assessore alla P.I., ai componenti la Giunta Provinciale dell’Amministrazione Provinciale di Rovigo e al Provveditore agli Studi di Rovigo la richiesta di deliberare, nelle forme previste dalle leggi di riforma dell’ordinamento universitario, l’istituzione di un corso di diploma universitario di 1° livello, nel settore specializzazione geometri, presso l’Istituto “Bernini” o, quanto meno, nella città di Rovigo.

    Dal 1° gennaio 1993 i nostri diplomati non verranno più riconosciuti all’estero come liberi professionisti. Di qui la necessità di uniformarsi alle direttive comunitarie allo scopo di permettere anche al geometra italiano di svolgere la sua attività presso i Paesi della CEE, con il riconoscimento legale del titolo di studio e di renderlo competitivo, sul piano operativo, in ambito europeo.

    Ecco la necessità di un corso universitario di diploma di 1° livello, che consenta ambiti di lavoro ‘diversi’ in un contesto economico molto aperto, tale da garantire un livello considerevole di possibilità occupazionali in settori produttivi nuovi quali: la tutela ambientale, l’ecologia, il territorio, il settore estimativo del rilievo ecc. Questa necessità è sentita anche nel nostro Polesine. È da apprezzare ed utilizzare la disponibilità del Consiglio Nazionale Geometri a collaborare nelle singole province, anche con le proposte di programmi che hanno sollecitato l’interesse di alcune importanti Università italiane, ad es. Ferrara, Padova, Milano. L’I.T.G. ‘Bernini’ può senz’altro mettere a disposizione la sua struttura, l’edificio di Palazzo Montalti in via di ristrutturazione come sede delle lezioni e i laboratori tecnico-scientifici quali: informatica, fisica, chimica, aerofotogrammetria, topografia, costruzioni ecc.

    Le notizie apparse sulla stampa locale dell’intenzione espressa sia dall’ateneo ferrarese, di istituire a Rovigo due nuovi corsi di laurea in Scienze Politiche ed Economia e Commercio, sia dall’Università di Padova di istituire due corsi di diploma universitario di 1° livello in Acquacultura e in Sistemi Ambientali, mi rendono perplesso e preoccupato. Pongo, a questo punto, un interrogativo alle autorità competenti: prima di sostenere l’istituzione di un particolare corso universitario nella città di Rovigo, non è doveroso ed opportuno individuare le richieste del territorio e poi intervenire in modo organico? Ritengo che il ‘nostro’ progetto sia concretamente realizzabile, nel prossimo futuro, in quanto rispondente alle esigenze della collettività e perché soddisfa le attese dei giovani e del settore economico-produttivo del nostro Polesine”.

  • Il GAV di Villadose

    Il GAV di Villadose

    Il 26 agosto 1990, a Villadose è stata inaugurata una mostra archeologica permanente sulla centuriazione romana dell'agro adriese. Villadose, comune di 5000 abitanti, si trova in Polesine fra le città di Rovigo ed Adria; in antichità tutta l'area era occupata dalla grande centuriazione romana che si estendeva da Buso, alle porte di Rovigo, fin quasi alla laguna veneta.

    La scoperta della centuriazione è avvenuta recentemente grazie all'interpretazione di foto aeree ed agli studi di Rodolfo Peretto, Perluigi Tozzi, Raffaele Peretto e Camillo Corrain. Motivo di stimolo per la fondazione nel 1988 a Villadose del Gruppo Archeologico (GAV) che, come prima attività, ha deciso di approfondire le conoscenze sulla centuriazione. La considerazione del fatto che l'area centuriata non era ancora stata studiata metodicamente diede l'idea di una ricerca di superficie su un'area campione. Le scarse sedimentazioni avvenute nel territorio dall'epoca romana all'attuale, avevano fatto sì che numerosi siti archeologici venissero alla luce nel corso dei lavori agricoli di aratura e ripuntatura. Successivamente il materiale veniva letteralmente frantumato dalle lavorazioni dell'agricoltura intensiva praticata in questa zona. Era pertanto urgente fare una rilevazione prima che molti siti fossero definitivamente sconvolti e cancellati. Gli stretti rapporti di collaborazione tra i membri del Gruppo che si premurano di fornire le segnalazioni riguardanti ogni nuovo sito individuato e la fiducia e l'appoggio forniti dalla soprintendenza archeologica del Veneto, hanno permesso di portare avanti la ricerca che ha interessato una zona di circa 90 chilometri quadrati che riguarda la parte più occidentale della centuriazione.

    La ricerca è stata preparata con un'accurato studio delle fotografie aeree che ha permesso di individuare i cardini, i decumani e i numerosi limites intercisivi, e di riportarli su una mappa al 10.000. È stata quindi predisposta una scheda per la raccolta delle informazioni nella quale, oltre a notizie riguardanti l'ubicazione, l'estensione e la frammentarietà dei materiali nei siti archeologici, viene data una descrizione del materiale raccolto. Sono stati quindi costituiti dei gruppi di esplorazione composti di 4-5 persone che iniziano la loro attività, stabilendo contatti con i proprietari sia per avere l'autorizzazione ad entrare nei terreni, sia per ottenere segnalazioni su eventuali ritrovamenti casuali avvenuti in passato o su lavori di sistemazione del terreno come spianamenti o riporti. Nel periodo autunnale ed invernale, quando i terreni sono liberi da colture, i gruppi perlustrano il territorio eseguendo dei percorsi nei quali i singoli componenti camminano parallelamente alla distanza di circa 40-50 metri l'uno dall'altro. Viene utilizzato anche il binocolo per individuare il materiale fittile in superficie che, nei giorni dopo la pioggia, è visibile anche da notevole distanza. Tutti i ritrovamenti e le frazioni di territorio perlustrate vengono annotati sulla mappa. Quando ci si imbatte in un sito archeologico, viene fatta una rilevazione delle sue dimensioni ed una raccolta metodica del materiale.

    I reperti difficili da interpretare vengono sottoposti all'esame di un gruppo di esperti che collabora attivamente col gruppo: il direttore del museo di Rovigo dr. Raffaele Peretto, il prof. Enrico Zerbinati, la dr.ssa Alessandra Toniolo collaboratrice della soprintendenza archeologica del Veneto, la dr.ssa Simonetta Bonomi direttrice del museo di Adria ed il Dr. Saccocci direttore del museo Bottacin delle monete di Padova.

    Molto proficui i risultati del Gruppo Archeologivo Villadose: fino ad oggi sono stati individuati 158 siti archeologici riferibili ad abitazioni e a sepolcreti dei coloni della centuriazione. Il 50% di questi è situato lungo i limites individuati all'aerofotogrammetria mentre gli altri sono all'interno delle centurie.

    I 120 bolli di fornace su laterizi ritrovati hanno permesso di ipotizzare un quadro della loro produzione e commercializzazione. Il ritrovamento poi di 66 monete che coprono un ambito cronologico che va dal II sec. a.C. fino all'età bizantina, induce a datare l'origine della centuriazione verso la fine del I sec. a.C. e la sua persistenza per almeno 2 secoli. Le monete più tarde provengono invece da siti posti ai limiti dell'area centuriata lungo paleoalvei del Po, che verosimilmente sono stati abitati più a lungo o riabitati dopo un primo abbandono.

    I numerosi manufatti portati alla luce hanno permesso di tracciare un quadro delle attività svolte dai coloni della centuriazione come la produzione dei laterizi, la costruzione delle abitazioni, la filatura e la tessitura, l'agricoltura, l'allevamento le sepolture ed i riti religiosi, ecc. A tal proposito è da segnalare il fatto che molti luoghi di culto moderni (chiese, capitelli votivi, ecc.) sono sorti proprio dai posti che anche in epoca romana erano deputati allo stesso scopo e precisamente nei punti di incrocio fra cardine e decumani. In alcuni di questi punti, ancora oggi sorgono edicole isolate in aperta campagna e lontane da abitazioni o le chiese di numerose parrocchie come quelle di Ceregnano, Cambio e Ca' Emo.

    Purtroppo finora non sono state scoperte documentazioni epigrafiche su lapidi o cippi gromatici, ma soltanto una serie di cippi circolari muti.

    In futuro sarebbe auspicabile, una volta completata la ricerca di superficie, approfondire le conoscenze con uno scavo nei siti ritenuti più significativi, ed a questo proposito c'è già una promessa della Soprintendenza archeologica.

  • Il Gabbiano d’Argento

    Il Gabbiano d’Argento

    Ha ripreso a volare il "Gabbiano d’argento".

    Il premio di poesia dialettale, nato nel 1975 a Porto Tolle per iniziativa del Circolo artistico-culturale "La Batana", dopo tredici anni di interruzione, è stato riproposto nella suggestiva cornice del Delta.

    La cerimonia di premiazione è avvenuta a bordo della motonave Venere, solcando il tratto finale del Po, là dove il fiume, prima di raggiungere l’Adriatico, si suddivide negli ultimi tre rami. Decine di gabbiani, quasi a sottolineare il loro consenso, intrecciando voli sicuri presso l’imbarcazione, hanno offerto un tocco coreografico unico alla significativa manifestazione.

    È toccato al segretario dell’apposita giuria prof. Luciano Scarpante, presidente della biblioteca di Porto Tolle, avviare i lavori, evidenziando le motivazioni del premio, che intende svolgere un’importante azione di salvaguardia dei molteplici dialetti del Veneto e della loro espressione scritta, particolarmente adatta a comunicare sentimenti originari.

    Il prof. Scarpante, dopo aver presentato gli altri membri della giuria, composta dall’avv. Alessandro Ubertone dell’Accademia dei Concordi nel ruolo di presidente, coadiuvato dal dott. Pier Luigi Bagatin direttore della biblioteca di Lendinara, dal dott. Carlo Ranzato ex provveditore agli studi di Rovigo, dai poeti Mario Stefani e Sandro Zanotto e dal sindaco di Porto Tolle Roberto Zanetti, ha ceduto la parola al presidente del premio.

    L’avv. Ubertone, sottolineato il valore delle numerose liriche esaminate, ha dato lettura del verbale della giuria che ha attribuito "il Gabbiamo d’Argento" al poeta Ernesto Sfriso di Mestre, ed ha premiato con altri riconoscimenti anche le composizioni dei poeti Domenico della Colletta di Treviso, Angioletta Masiero di Rovigo, Aldo Buccarella di Monfalcone, Lodovico Gavioli di Bergantino, Marisa Comencini Burli di Verona, Silvia della Pietra Lepore di Muggia.

    La consegna delle onorificenze è stata seguita dalla lettura delle liriche, suscitando calorosi apprezzamenti da parte degli invitati presenti alla suggestiva manifestazione. L’iniziativa è stata realizzata grazie al determinante apporto della biblioteca di Porto Tolle, sostenuta dall’assessore alla cultura, nonché sindaco del comune Roberto Zanetti, con l’obiettivo di far rivivere una qualificante esperienza culturale, a cui erano venuti meno i sostegni iniziali fondati su una base volontaristica.

    L’intervento delle istituzioni pubbliche intende dunque dare nuova linfa e slancio ad una importante iniziativa di cui non va disconosciuta l’origine spontanea. Va anzi sottolineato l’importante ruolo svolto dal circolo "La Batana", che, nei primi anni ’70, vide coagularsi presso Porto Tolle un gruppo personalità di rilievo della cultura veneta, quali il critico d’arte Giuseppe Marchiori, il poeta Sandro Zanotto, i prof. Giovanni Beggio, Francesco Tullio Raffarè e Giancarlo Dal Passo, l’avv. Gianluigi Cerruti di Italia Nostra, il pittore Leon Gischia e l’on. Giuseppe Romanato allora presidente dell’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Grazie all’intervento di questi nuovi emeriti soci de "La Batana", Porto Tolle visse una stagione culturale felice, ospitando importanti manifestazioni, quali mostre di pittura di rilievo nazionale ed altre iniziative, tra cui va ricordata un’asta di solidarietà dopo il terremoto del Friuli, che permise il restauro del quadro di Sebastiano Secante "Madonna in trono con Santi Ermacora e Fortunato" della chiesa di S. Giovanni di Gemona.

    Con la quinta edizione del premio "Il Gabbiano d’Argento", Porto Tolle ha dunque inteso riannodare i fili con un periodo di ricca e fortunata attività culturale, e rilanciare il centro bassopolesano anche sotto questo importante aspetto. Obiettivo quest’ultimo che però non può essere completamente perseguito dimenticando una delle tematiche fondamentali che animò il gruppo della Batana: l’istituzione del Parco del Delta.

  • Il Soldanella di Adria

    Il Soldanella di Adria

    Ha quasi quarant’anni, ma davvero non li dimostra. Ci pensano le mani “magiche” di Piero Barzan a rivitalizzarlo ad ogni sua uscita, e provvede l’inguaribile gioia del “cantare assieme” dei suoi coristi ad impedirne cali di tensione.

    Parliamo del “Soldanella”, il coro maschile a repertorio popolare che in un terzo di secolo ha saputo imporsi da protagonista in Adria, affermandosi per prestigio e professionalità ben al di là dei confini della provincia.

    È nato nel 1954 per iniziativa di un gruppo di scouts amanti della montagna e del vivere in compagnia. Lo guidava un giovane appassionato, volitivo e caparbio quanto bastava per amalgamare nel canto quei ragazzi e per trasformare l’allegra combriccola in un complesso corale: Piero Barzan, per l’appunto, autodidatta e figlio d’arte. C’è riuscito allora e continua a cogliere ancora oggi con successo l’obiettivo a distanza di anni. Con abnegazione e capacità non comuni ha guidato in oltre ottocento concerti questo coro che ha chiesto in prestito il nome alla “Soldanella alpina”, un delicato e grazioso fiore delle nostre Alpi.

    La sua origine forse non brilla per originalità e ricalca necessariamente quella di tanti altri complessi corali, anche se quell’aggettivo “alpino” di cui si fregiava nei primi tempi suonava abbastanza esotico ed anomalo per un coro nato e cresciuto “tra Adese e Po”, nella pianura stretta tra i due maggiori fiumi d’Italia. Un coro che però riuscì ben presto ad essere di casa ovunque: fin dalla nascita infatti, ogni sua apparizione in pubblico è stata garanzia di esecuzioni di buon livello.

    Al di là della validità artistica del canto che esprime, la sua caratteristica consiste nella carica di simpatia che sa comunicare e nell’immediatezza del rapporto umano che è in grado di instaurare con il pubblico. Il segreto del suo indiscusso successo sta proprio qui: in quel suo modo di porsi spontaneo, semplice, accattivante e coinvolgente.

    Una gran voglia di lavorare e di impegnarsi nel sociale lo ha sempre spinto ad assumersi compiti di responsabilità gravosi, anche se carichi di prestigio. È per questo che dal lontano 1962 il “Soldanella” cura l’organizzazione della “Rassegna nazionale corale” voluta e patrocinata dall’amministrazione comunale di Adria ed ormai pervenuta alla 27ª edizione: una delle più ricche di tradizione in Italia. Finora essa ha visto esibirsi sul palcoscenico del nostro Comunale ben 230 complessi corali provenienti dalle regioni più disparate, per un totale di 515 presenze.

    Ed è singolare vedere affluire ad Adria per il tradizionale appuntamento della prima domenica di ottobre, cori provenienti da ambienti prettamente montani quali il Trentino, il Friuli, l’alto Veneto, la Lombardia. Ha così origine una battaglia, a suon di canti alpini, proprio nella cittadina bassopolesana, totalmente adagiata nella pianura ed ormai assediata dalle prime brume autunnali.

    Della giuria ha fatto parte il fior fiore degli esperti di canto corale: da critici musicali a docenti, da direttori a compositori… E tutti hanno portato con sè in giro per l’Italia il nome di Adria ed il ricordo del Polesine.

    L’impegno più strettamente sociale si evidenzia però in una iniziativa nata alla fine degli anni Settanta e divenuta ormai tradizione nel costume natalizio degli adriesi: la sfilata dei “Babbo Natale”, organizzata dal “Soldanella” in collaborazione con i ragazzi del Conservatorio di Adria.

    Vestiti dei loro rossi costumi, percorrono in corteo le strade principali suonando e raccogliendo le offerte che giungono particolarmente generose, visto che sono destinate alla lotta contro la leucemia infantile (A.I.L.). Ogni anno, la vigilia di Natale, tanti bambini aspettano con ansia il passaggio dei “Babbo Natale” lungo il Corso, per poter fare un giretto sulla fiabesca carrozza o perché allettati dall’abbondante distribuzione di caramelle, o semplicemente per entrare in un mondo di sogni che il resto dell’anno tende purtroppo a negare.

    Impossibile ovviamente tentare un elenco dei luoghi in cui si è esibito il “Soldanella” in Italia, in quanto ha davvero percorso in lungo ed in largo tutta la penisola.

    Il prestigio conquistato nel nostro Paese ha trovato conferma anche all’estero, dove canta ormai da vent’anni: dalla Francia (Ermont) alla Jugoslavia (Rovinij), dalla Svizzera (Locarno) alla Germania (Lampertheim, Sankt Blasien, Wuppertal). Per finire con l’Olanda, dove ha concertato a Texel, Wierden, Hoogeveen, Lutternberg, nel corso di una tournée durata undici giorni nell’estate 1989.

    Nella sua “voglia di Europa” il “Soldanella” non si accoda però alla moda dilagante del turismo epidermico, bensì segue da anni una vocazione di internazionalità sentita e convinta, che nel 1967 lo ha visto stringere rapporti sinceri e duraturi con il coro “Contrepoint” di Ermont presso Parigi e, nel 1969, con il “Katholischer Kirchenchor Sankt Andreas” della cittadina tedesca di Lampertheim presso Mannheim. Soprattutto con quest’ultimo l’amicizia ha ormai superato l’ambito dell’ufficialità per consolidarsi a livello individuale e familiare: tant’è che proprio questi due cori hanno messo in moto il meccanismo che nel 1979 ha portato al gemellaggio tra i rispettivi comuni di Adria e Lampertheim.

    Quatto microsolchi ed altrettante musicassette sono la concreta testimonianza di una produzione copiosa, frutto di impegno profondo e dell’acquisizione di un vasto repertorio di canti popolari italiani e stranieri, cui si aggiunge un’ampia gamma di canti religiosi.

    La preparazione di un C.D. costituisce attualmente il sogno di questo coro che cerca di avvinarsi al quarantesimo anniversario regalando a se stesso ed agli amici la sua quinta fatica discografica.

  • Il Premio Due Torri d’Oro

    Il Premio Due Torri d’Oro

    Tra i più significativi riconoscimenti che interessano la terra polesana, un indubbio rilievo ha assunto il "Premio Due Torri d’Oro", ideato dal Lions Club Rovigo e giunto quest’anno alla sua decima edizione.

    Il premio, organizzato a cadenza biennale, ha lo scopo di onorare i polesani viventi, nati nella provincia di Rovigo, che con il loro impegno si siano distinti in modo eccellente nei vari campi in cui si esplica l’attività umana, assumendo una notorietà di rilievo internazionale.

    Quest’anno il prestigioso riconoscimento del Lions Club rodigino è stato attribuito al prof. Giuseppe Bertin, docente di astrofisica della Scuola Normale Superiore di Pisa, collaboratore del Mit (Massachusset Istitute of Tecnology) di Boston e di varie altre istituzioni scientifiche europee ed americane, noto nel mondo della scienza per i suoi studi sulla struttura delle galassie.

    Originario di Adria, dove è nato il 28 marzo 1952, il prof. Bertin è il più giovane polesano insignito del premio del Lions, qualificato riconoscimento che di proposito intende superare l’ambito dell’associazione, per configurarsi come un doveroso attestato di tutta la Comunità Polesana. Un premio dedicato ai polesani che, con la loro assidua ed intelligente attività, hanno ottenuto consensi a livello internazionale, contribuendo al progresso della scienza e alla divulgazione dei valori civili e morali, lasciando in tal modo una significativa traccia nella storia della terra d’origine.

    La cerimonia di premiazione è avvenuta il 22 Giugno 1991 presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo, alla presenza delle principali autorità provinciali.

    Nel consegnare al prof. Giuseppe Bertin il prestigioso premio d’oro, riproducente le due torri simbolo della città di Rovigo, il presidente del Lions Club Sergio Pascucci ha detto che il riconoscimento biennale "vuole contribuire a sottolineare e diffondere all’esterno della provincia, il convincimento che il Polesine dispone oggi, come nel passato, di ampia ricchezza umana che dà prestigio alla terra d’origine e meritato orgoglio ai suoi cittadini. Con questo premio si vuole stimolare soprattutto le giovani generazioni all’emulazione dei personaggi premiati e alla consapevolezza dei singolari valori della gente polesana sia civili che culturali e di serio impegno personale".

    L’importante manifestazione del Lions è proseguita con la XXXI Charter Night, l’incontro conviviale dei soci del Lions Club Rovigo, durante la quale il presidente Pascucci ha tracciato il bilancio dell’attività della sezione rodigina e si è nuovamente felicitato col prof. Giuseppe Bertin, assegnatario del premio "Due Torri d’Oro" per il 1991.

  • Livelli logici e problemi relazionali di difficile soluzione

    Livelli logici e problemi relazionali di difficile soluzione

    Nel 1964, nel saggio 'Le categorie logiche dell'apprendimento e della comunicazione' (cfr. 'Verso un'ecologia della mente', 303, Adelphi 1976), Gregory Bateson ha scritto queste amare parole:

    "…Nella misura in cui gli scienziati dei comportamenti ignorano ancora i problemi dei 'Principia Mathematica', essi possono vantare un ritardo di circa sessant'anni…".

    Oggi quei sessant'anni sono diventati quasi novanta, eppure non sembra davvero che i problemi aperti nel lontano 1903 da Russel e Whitehead con la loro 'Teoria dei Tipi Logici', ripresa successivamente da Carnap e da Tarsky in quella che è nota come 'Teoria dei livelli di linguaggio', siano ancora considerati con la dovuta attenzione.

    A grandi linee, la Teoria dei Tipi Logici dice che nei sistemi di relazione interpersonali molti problemi ammettono ipotesi risolutive di vario livello, e sono questi i livelli logici; e che qualora tali ipotesi debbano diventare operative, o comunque assumere valore di comunicazione, i vari livelli devono essere considerati singolarmente, perché se un problema è trattato a un livello logico improprio sorgono inevitabilmente delle confusioni e dei paradossi.

    Quindi nella confusione e nei paradossi che contrassegnano molti degli attuali comportamenti collettivi sembrerebbe davvero logico ricordare l'esistenza della teoria in questione

    La droga

    Un'esempio concreto dell'importanza della Teoria dei Tipi Logici viene dall'applicazione dei suoi postulati ad un grave ed ancora irrisolto problema comportamentale dei nostri giorni, la droga.

    Prima di prospettarne una soluzione complessiva, che tenga cioè conto di ogni aspetto del problema, secondo tale teoria bisogna prima identificare i diversi livelli logici in ciascuno dei quali è possibile programmare un intervento specifico, e che sono in questo caso il campo dell'OFFERTA di droga da parte della criminalità organizzata ed il campo della DOMANDA di droga da parte dei potenziali assuntori. Ogni ipotesi di soluzione globale dev'essere quindi prospettata nel rispetto delle esigenze di ciascuno dei due livelli logici evidenziati nel diagramma che segue:

    (OFFERTA) — repressione / “proibizionismo” | liberalizzazione / “antiproibizionismo”; personalità psicodipendente rigida | personalità autonoma indipendente flessibile — (DOMANDA)

    La metà superiore del diagramma raffigura il livello degli interventi sull'OFFERTA di droga, ed è diviso in due settori ad indicare i due diversi orientamenti nei quali la soluzione del problema è attualmente dibattuta, e che appartengono quindi a uno stesso livello logico.

    La sua metà inferiore si riferisce a un secondo livello logico, quello degli interventi sulla DOMANDA: è ugualmente diviso in due quadranti, che appartengono quindi anch'essi a uno stesso livello logico, nei quali sono indicati i diversi tipi caratteriologici dei potenziali assuntori.

    Questa ulteriore distinzione risponde alla necessità di individuare il tipo di personalità più resistente al rischio costituito dalla droga. Risulta maggiormente premunita in questo senso la personalità indipendente e flessibile, in contrapposizione a quella rigida psicodipendente: il dato viene dal Ministero della Sanità, che nella Circolare n. 84 del 20/10/84 di titolo: "Indicazioni relative agli interventi di prevenzione delle farmacotossicodipendenze", divenuta contestuale alla legge Jervolino-Vassalli, indica appunto di privilegiare ai fini della prevenzione i messaggi educativi tendenti a formare una personalità autonoma e flessibile nei giovani.

    Oggi il dibattito sulla droga appare però limitato agli interventi più o meno repressivi che appartengono ad un solo livello logico. Proibizionisti da una parte ed antiproibizionisti dall'altra sembrano infatti rifiutare ogni iniziativa esterna a ciascun rispettivo pacchetto di proposte, come se i due gruppi di operatori volessero entrambi prendere in considerazione solo il livello logico nel quale sono antagonisti, quello dell'OFFERTA, e ogni proposta altrui verrebbe così respinta come concorrenziale, risultandone in definitiva un rifiuto pregiudiziale da entrambe le parti ad approfondire l'analisi nel livello logico della DOMANDA.

    Viene così a mancare quel dibattito sulla prevenzione primaria che, facendo finalmente chiarezza sulle responsabilità formative della famiglia, potrebbe indicare ai genitori come sviluppare nei figli il tipo di personalità maggiormente premunito contro il rischio di droga, e realizzare così una strategia preventiva a un livello veramente primario.

    La lotta alla droga e alla criminalità organizzata potrebbe notevolmente avvantaggiarsi, se le famiglie fossero edotte della possibilità educativa di formare nei propri figli una personalità autonoma, flessibile e creativa, adatta alla partecipazione critica e al confronto, e non invece una personalità passiva e psicodipendente, rigidamente condizionata a cercare le proprie gratificazioni nel consenso esterno del leader e nei rituali collettivi.

    È infatti chiaro che i diversi interventi a livello di OFFERTA e di DOMANDA sono complementari e non concorrenziali, ed è altrettanto chiaro che nessun intervento sull'OFFERTA potrà mai essere risolutivo se le famiglie continueranno a costituire serbatoi inesauribili di giovani consegnati senza difesa alcuna al mondo della droga, là dove questa auspicabile difesa va correttamente identificata nella personalità dotata delle caratteristiche più opportune.

    La soluzione globale del problema può esser dunque resa più vicina da un intervento di prevenzione primaria diretto a contenere la DOMANDA dei potenziali assuntori, come logico complemento di ogni altro intervento più o meno repressivo a livello di OFFERTA. Per realizzare un simile intervento di ordine logico più integrato bisogna evidentemente considerare separati i due livelli in cui il problema si articola, prima di proporre una soluzione. È necessaria in altre parole una maggior consapevolezza sistemica dei termini operativi in cui il problema si pone.

    I farmaci

    L'importanza della Teoria dei Tipi Logici per la comprensione dei diversi livelli operativi nei quali programmare un intervento risolutivo globale non si limita al solo problema della droga: l'identica analisi usata nell'esempio precedente permette di affrontare in una prospettiva sistemica anche altri problemi riguardanti i comportamenti collettivi.

    L'ipotesi di un intervento nel livello logico della DOMANDA trova infatti una precisa indicazione a proposito del consumo eccessivo e immotivato di farmaci talora oggettivamente inutili o usati in maniera impropria, così da derivarne un consistente problema di economia sanitaria che interessa sensibilmente sia il fattore 'costi' che quello 'rischi' in rapporto agli eventuali benefici.

    È noto infatti che il largo consumo di taluni prodotti dell'industria farmaceutica non dipende solo dal loro effetto farmacologico, d'altra parte sottoposto al controllo dell'Istituzione – quindi nel livello logico dell'OFFERTA – ma anche da un "effetto placebo" di ordine suggestivo e gratificante che è sempre inerente al rapporto medico/malato, cosicché quest'ultimo è indotto molto spesso a sollecitarne la prescrizione.

    L'istituzione competente non risulta particolarmente interessata ad indagare e a divulgare i meccanismi psicologici che stanno alla base dell'"effetto placebo", cosicché la sua incidenza sulla domanda di farmaci non è ancora di dominio pubblico né tantomeno sottoposta ad alcun controllo. È tuttavia evidente che la relativa informazione – quindi un intervento nel livello logico della DOMANDA – potrebbe tradursi in una riduzione dei comportamenti di psicodipendenza dal farmaco da parte dei potenziali assuntori (cfr. 'Sul nesso tra farmacodipendenza, "effetto placebo" e dipendenza psicologica', Bollettino Farmacodipendenze e Alcoolismo n. 4-5-6-1988, 315, Ministero della Sanità, Roma).

    La politica

    Si è acceso in questi giorni in Italia, e con toni assai più drammatici anche in altri paesi, un dibattito sul quesito se sia da conservare invariato l'attuale ordinamento costituzionale oppure se si debba procedere verso riforme delle istituzioni sociali:

    (OFFERTA) — blocco istituzionale / conservatorismo / partecipazione passiva, / partitocrazia | confronto dialettico / riformismo / partecipazione attiva / democrazia reale; personalità psicodipendente rigida | personalità autonoma indipendente flessibile — (DOMANDA)

    La distinzione in livelli logici tra chi decide in alto al livello dell'OFFERTA e l'eventuale partecipazione consapevole di chi sta in basso al livello della DOMANDA può portare un contributo alla comprensione anche di questo importante problema di ordinamento sociale.

    È infatti chiaro che talune riforme pur necessarie e formalmente ineccepibili perderebbero di efficacia e contenuto, se venissero gestite al solo livello dell'OFFERTA per esser poi consegnate ad una collettività caratterizzata da una mentalità rigida psicodipendente, portata alla delega passiva e all'assistenzialismo, incapace di partecipazione sociale consapevole. Un intento politico riformatore potrebbe viceversa essere avvantaggiato se la collettività possiede una mentalità di tipo indipendente, autonomo e flessibile, capace di contributo critico e di confronto.

    Va ancora osservato a questo proposito che se la mentalità collettiva fosse dotata di un maggior grado di autonomia e di flessibilità forse più d'una delle riforme istituzionali oggi sul tappeto potrebbe risultare superflua, non solo, ma gli istituti politici responsabili dell'eventuale esecuzione delle riforme potrebbero trovare in tale tipo di partecipazione sociale consapevole un consistente elemento di maggior efficacia rappresentativa, a tutto vantaggio dell'aderenza delle riforme stesse alle reali necessità collettive.

    La crisi ecologica

    Mettendo in luce la funzione dei diversi tipi di personalità nel livello logico della DOMANDA, lo stesso tipo di analisi derivata dalla Teoria dei Tipi Logici può portare un contributo di chiarezza anche a un problema che Gregory Bateson ebbe particolarmente a cuore, quello ecologico, la cui mancata soluzione è stata scolpita dall'illustre epistemologo con le parole davvero lapidarie

    "La carenza di saggezza sistemica è sempre punita":

    (OFFERTA) — consumismo / concorrenza intra-specifica / hybris¹ | risparmio energetico / consapevolezza sistemica ed ecosistemica; personalità psicodipendente rigida | personalità autonoma indipendente flessibile — (DOMANDA)

    ¹ dal greco hybris: arroganza del potere.

    Se infatti la crisi ecologica incombente è dovuta alla somma di singoli comportamenti individuali poco saggi, la sua soluzione va cercata in una maggior consapevolezza sistemica non solo da parte dei responsabili delle grandi scelte economiche della nostra società, ma soprattutto da parte di ogni singolo individuo che abita il livello logico della DOMANDA.

    Non considerare l'informazione verso una maggior consapevolezza individuale a livello di DOMANDA come premessa obbligata di ogni intervento operativo a livello di OFFERTA, non saper cioè distinguere tra le diverse categorie logiche, e trattare i diversi ordini di intervento come se appartenessero ad un livello unico, costituisce evidentemente un errore di tipologia logica: davvero una carenza di saggezza sistemica.

    La famiglia

    La comprensione di alcuni tra i maggiori problemi che gravano sulla società di oggi trova dunque un elemento di chiarezza nella corretta analisi dei diversi livelli logici dell'OFFERTA e della DOMANDA nei quali diventa proponibile l'ipotesi di una soluzione di ordine generale. L'esatta conoscenza dei diversi livelli, e la successiva distinzione tra un tipo di personalità rigido psicodipendente e un tipo di personalità autonomo e flessibile nel livello logico della DOMANDA, mette infatti a disposizione della collettività e del singolo un nuovo e insostituibile strumento per la consapevolezza sistemica di molti degli attuali problemi relazionali di altrimenti difficile soluzione: dalla droga ai farmaci, dall'ordinamento istituzionale alla stessa crisi ecologica.

    Anche l'accesso all'arte, intesa come OFFERTA di sviluppo culturale, risente evidentemente del tipo di personalità del fruitore in quanto più o meno capace di partecipazione interattiva nel suo livello logico della DOMANDA.

    Emerge da queste considerazioni l'utilità di mettere bene in chiaro quale sia il tipo di personalità più valido nei rapporti interpersonali.

    La presenza costante di questo fattore in tutti gli esempi mostrati denota una sua probabile funzione di struttura portante nei sistemi relazionali; non solo, ma esso riveste particolare importanza nell'ipotesi di insegnare ai genitori un metodo educativo adatto a formare la personalità dei figli nella direzione più opportuna. Vanno perciò studiati i modelli educativi attuati dalla nostra civiltà, per poter poi suggerire alle famiglie come formare una personalità maggiormente premunita nelle future generazioni:

    (OFFERTA) — autoritarismo / consenso rigido / struttura chiusa / “prassi soggettiva” | partecipazione al dialogo / confronto dialettico / struttura aperta / “prassi oggettiva”; personalità psicodipendente rigida | personalità autonoma indipendente flessibile — (DOMANDA)

    Anche in questo diagramma il livello logico della DOMANDA evidenzia i due tipi di personalità teoricamente attesi. Notoriamente questi dipendono in qualche misura dalla funzione educativa, rappresentata a sua volta dai due modelli educativi indicati nel livello logico dell'OFFERTA.

    Nella famiglia dunque, a differenza che negli altri casi, i due livelli della DOMANDA e dell'OFFERTA sono legati da un rapporto sequenziale di tipo causa/effetto e tale differenza secondo la Teoria dei Tipi Logici sposta il problema del modello educativo famigliare in un livello logico distinto.

    Quindi, proprio per evitare confusioni e paradossi, questo particolare problema va trattato a sé. Va infatti affrontato quanto prima possibile, data la sua notevole importanza preparatoria e preventiva rispetto a qualsiasi altro ordine di problemi relazionali.

    Conclusione

    Sembra dunque lecito affermare che la Teoria dei Tipi Logici rappresenta un indispensabile strumento di indagine strutturale e sistemica per molti dei problemi relazionali oggi sul tappeto, alla cui soluzione offre un approccio culturale al passo con la crescita delle conoscenze e con l'evolvere dei bisogni della società contemporanea.

    Emerge da questo particolare tipo di analisi l'indicazione di informare i genotiri sull'esistenza di almeno due modelli educativi: uno prende il nome di “prassi soggettiva” e si riferisce a una struttura famigliare chiusa, basata sulla rigida dipendenza dal consenso dell'autorità e sulla gratificazione; l'altro il nome di “prassi oggettiva” e si riferisce a una struttura flessibile aperta al confronto dialettico. La loro esatta conoscenza mette a disposizione di tutte le famiglie, attraverso la scelta oculata del modello educativo più opportuno, la possibilità di incidere razionalmente sulla formazione della personalità nelle nuove generazioni².

    La relativa informazione dovrebbe quindi avere la precedenza su ogni altro intervento nell'ambito dell'OFFERTA, proprio perché costituisce un contributo di ordine generale alla soluzione, diversamente ancora lontana, di alcuni importanti problemi sociali.

    Anche se l'ipotesi su cui si basa è ancora solo teorica, quest'ultima considerazione dovrebbe essere già di per sè sufficiente per indurre gli operatori interessati ad informare adeguatamente i genitori sull'importanza di un preciso modello educativo che possa formare una personalità autonoma, indipendente e flessibile nei figli. Non bastasse, è tassativa in questo senso l'autorevolezza del Consiglio Superiore della Sanità, che nella già citata Circolare ministeriale n. 84 ha sancito l'importanza di questo particolare tipo di personalità in ordine al più grave ed emblematico sintomo di crisi di tanti giovani, la droga.

    Tuttavia, pur a fronte di un problema così atroce, le famiglie sembrano ancora paradossalmente all'oscuro delle loro responsabilità e delle loro possibilità nella formazione educativa dei figli verso la prevenzione.

    Tutto ciò chiede verifica!

    Sembra quindi utile raccomandare vivamente agli operatori interessati l'apertura del necessario dibattito, oggi inspiegabilmente ancora assente, sulla tematica considerata.

    ² La teoria sul nesso tra modelli educativi famigliari e formazione della personalità nei figli è sviluppata nel libro DROGA & FAMIGLIA di A. Rossin, Libreria Editrice Zielo, Este (PD) 1990.

  • Droga che fare?

    Droga che fare?

    Tra i problemi che costituiscono un grave motivo di preoccupazione per la nostra società, quello della droga occupa certamente un posto di rilievo.

    Un contributo alla corretta comprensione del fenomeno, finalizzato ad una seria attività di prevenzione, ci viene da uno studio del dott. Antonio Rossin, recentemente pubblicato col titolo “Droga & Famiglia” dall’editrice Zielo di Este (PD).

    Nato a Padova nel 1936, il dott. Rossin nei suoi primi anni di neuropsichiatra ha sviluppato uno studio originale sulla dipendenza psicologica e in particolare sul rapporto tra i disturbi della psiche e l’apprendimento e l’uso del linguaggio.

    Ha poi lasciato il chiuso dell’ospedale per studiare più da vicino l’agenzia educativa primaria, la Famiglia, vista come il luogo in cui avviene l’apprendimento del linguaggio e la formazione della personalità del giovane individuo.

    Polesano di adozione, il dott. Rossin risiede a Ca’ Vendramin nel Delta del Po ed è presidente della Cooperativa Turismo e Cultura di Rovigo.

    Ha al suo attivo varie pubblicazioni tra cui spicca l’ultimo suo impegno che analizza le dinamiche psicosociologiche del fenomeno droga.

    Del dott. Rossin pubblichiamo di seguito un saggio che individua i diversi livelli logici che caratterizzano alcuni importanti problemi sociali.

    Pubblicazioni dell'autore:

    – Note di semeiotica psicosomatica, S. Med. A. Carraro, Rovigo, Atti 1980.

    – Dall'analisi del linguaggio alla prevenzione dalla droga, CTG Rovigo '83.

    – Educazione Famiglia Droga, Piccin Padova 1985.

    – Necessità di sviluppo del linguaggio dialettico in Pedagogia, Quaderni di Cibernetica n. 3, CENS Liscate 1987.

    – L'effetto placebo nella comune pratica terapeutica, "Il Pendio" n. 14, Asti 1987.

    – Sul nesso tra farmacodipendenza, "effetto placebo" e dipendenza psicologica, Bollettino per le Farmacodipendenze e l'Alcoolismo n. 5/'88, Ministero della Sanità, Roma.

    – Droga & Famiglia, Zielo, Este 1990.

    Relazioni:

    – Effetti dei modelli pedagogici nella formazione della personalità flessibile e creativa, Convegno internazionale "Capire l'apprendimento", Firenze-Prato 5.11.'88.

    – Un particolare inquinamento ambientale: la tossicodipendenza, Corsi IRR-SAE Veneto 1988-'89.

    – Progetto per un intervento di prevenzione primaria contro la dipendenza dalla droga, Seminari dell'Assessorato per l'Istruzione del Comune di Torino, 1988; U.L.S. n. 2 "del Pollino", Castrovillari 1989; Direzione Didattica Statale di Roggiano Gravina (Cosenza) 1989.

  • Il terrazzo della vita

    Il terrazzo della vita

    Le risuonavano ancora nella mente pesanti e cupi quei rintocchi delle campane che avevano segnato il definitivo addio alla vita terrena del marito. In un certo senso, quel suono triste e desolato aveva simboleggiato anche la fine della sua esistenza, anche se fisicamente continuava a vivere.

    La signora Giraldi ora era sola, e la grande casa le faceva quasi paura; la notte, la riempiva di ombre spettrali che le impedivano di dormire sonni tranquilli. Non aveva più lacrime da piangere, e la disperazione, dopo aver toccato il culmine, era diventata rassegnata atarassia: la signora Giraldi non viveva, si lasciava vivere.

    Era passato quasi un anno dalla morte del marito, un anno vissuto nel silenzio e nella solitudine della sua abitazione che, quasi come un'oasi nel deserto, contrastava bruscamente con la caoticità e la confusione della frenetica Milano. Tanta gente, tante facce, e non un volto amico, non una sola persona che si curasse di lei.

    Con l'avvento della primavera, anche la signora Giraldi cominciò finalmente a dare i primi segni di vita; dopo il letargo di un gelido e nebbioso inverno, riprese infatti in mano i centrini ed i lavori di cucito che non aveva mai portato a termine. Ma solo con l'arrivo dell'estate capì che era ora di cambiare ambiente, ed anche con l'incoraggiamento del suo medico decise di andarsene in montagna nel suo appartamentino, dove aveva trascorso tanti momenti felici col marito.

    Anche qui inizialmente si trovò sola e quasi “paralizzata” dallo sconforto: non usciva mai di casa se non per comprare un po’ di cibo. Passava la maggior parte della giornata in poggiolo lavorando velocemente con le dita ancora incredibilmente abili, quei fili sottili che intrecciandosi davano vita a raffinati arabeschi.

    Sebbene l'appartamento fosse di sole tre stanze, il terrazzino era esteso e copriva due lati del palazzo. Fu proprio questo poggiolo la “salvezza” della signora Giraldi: l'ampia visuale che esso offriva, le permetteva di osservare persone ed ambienti diversi; volti che presto iniziò a conoscere e ad amare, visto che nel piccolo paese le persone che circolavano erano quasi sempre le stesse.

    La signora Giraldi aveva preso l'abitudine di non chiudere le persiane, così alla mattina i suoi sensi venivano dolcemente svegliati dai raggi del sole che penetravano e dal delicato profumo di pane appena cotto, proveniente dal forno situato nei pressi del suo appartamentino. Così iniziava la sua giornata. Subito usciva in terrazzo, si sedeva con il lavoro in mano, interrompendolo sempre più spesso per osservare. Ormai aveva imparato tutti gli orari e le abitudini delle persone che vivevano la loro giornata attiva attorno alla staticità del piccolo appartamento. Ma quello che inizialmente era un semplice passatempo acquistava un valore più profondo, radicato nell'anima della signora Giraldi: era un “rito” di cui non poteva più fare a meno. Si rese conto che quel partecipare alla vita degli altri, quel fantasticare sulle loro giornate, quel figurare le loro esperienze negli intervalli di tempo durante i quali essi scomparivano alla vista, avevano dato un senso alla sua esistenza, o meglio, ne erano diventati parte integrante.

    E così la sua immobilità veniva compensata dall'attivismo dei due ragazzi che vedeva ogni mattina fare jogging; la sua tristezza veniva spazzata via dagli schiamazzi dei bambini che ogni pomeriggio giocavano nel cortile; la mancanza d'amore era appagata dalla visione dei giovani sposini che ogni giorno passeggiavano teneramente abbracciati.

    Ogni situazione le era indispensabile, la sua esistenza dipendeva dagli altri, ogni persona era un pezzo strettamente necessario di un complicato ed elaboratissimo gioco ad incastri: se un solo tassello fosse mancato, si sarebbe incrinata l'intera costruzione.

    E così la signora Giraldi si aggrappava disperatamente agli altri. La mattina iniziava coll'osservare due uomini muniti di piccozza, stivali e grandi cesti, che si inoltravano nei boschi; il suo sguardo li seguiva sino a quando, sempre più piccoli, finivano col confondersi nell'immensa macchia verde; i suoi occhi continuavano a fissare gli abeti lontani, e il pensiero la portava in quei boschi freschi e profumati, dove si può udire nient'altro che lo stormire del vento tra le foglie secche ed il canto degli uccelli. Quando dopo ore li avvistava tornare, con passo più lento ed affaticati dal peso dei cesti pieni, si sentiva pervadere da una leggera piacevole stanchezza dovuta a quelle lunghe ore spese a camminare nel bosco.

    Sopraggiungeva l'ora di pranzo, ed ecco il pensiero perdersi nel ristorante di fronte dove alcuni amici consumavano il loro pasto. La sua mente entrava nelle loro e la vita scorreva.

    Il suo “pranzo” venne interrotto dall'improvviso rumore di una serranda che veniva calata nell'appartamento di fianco: era la vicina che si concedeva un riposino. “Si, mi farà bene coricarmi” pensava, ed il pensiero volava oltre il muro, in quella camera probabilmente identica alla sua, ma che accoglieva una vita tanto diversa.

    E avanti così, impadronendosi ora di un frammento, ora di un altro delle esistenze altrui, silenziosa, senza farsi scorgere da nessuno, la signora Giraldi prendeva in prestito dagli altri qualche minuto o qualche ora.

    Ma finì purtroppo l'estate, ed il paesino si fece sempre più deserto. La vecchia signora aveva ora troppi vuoti, e i pezzi del mosaico che mancavano divenivano sempre più insopportabilmente numerosi.

    Decise di tornare a Milano. Si sentiva ora più sollevata perché, nonostante fosse ormai vecchia e sola, era riuscita a superare la sua disperazione creandosi una vita che, sebbene artificiale e precaria, le aveva permesso di trascorrere qualche mese di serenità.

    Quando giunse a casa, riprendendo la sua esistenza solitaria e silenziosa, ripensò alle strade montane brulicanti di vita, richiamando alla memoria il ricordo di tutti i protagonisti della sua “affollata” estate. Senza accorgersene la sua mente cominciò ancora una volta ad ipotizzare, pensare e costruire le vite degli altri che ormai erano saldamente ancorate alla sua. Focalizzò ad uno ad uno, i volti dei turisti che aveva “conosciuto” e tra questi pensieri, spossata dal peso di quei caldi mesi sulle spalle, si addormentò serenamente.

  • Una notizia inaspettata

    Una notizia inaspettata

    Alessandra, o meglio Ale come la chiamavano gli amici, era una ragazza allegra, spigliata, che viveva con gioia piena i suoi diciotto anni. Un caschetto di capelli biondi e lisci, contornava un viso grazioso dal quale spiccavano due occhi azzurri e particolarmente espressivi, che non le permettevano di celare nessun pensiero e nessun sentimento. Per il suo carattere aperto e la sua personalità un po' bizzarra, in compagnia era sempre la benvenuta: ci sapeva proprio fare con tutti, tanto che era riuscita ad intrappolare persino Luca, lo sfuggevolissimo bello del gruppo.

    Luca era fermamente contrario a qualsiasi tipo di convenzione, di costrizione, di legame. Egli stava bene con la sua ragazza, ma vista la sua naturale indole esibizionista, aveva bisogno dei suoi spazi per potersi mettere in evidenza con persone diverse ed in svariate occasioni. Voleva la sua libertà e lei lo aveva capito; aveva fatto il suo gioco e, proprio non imponendogli regole ed obblighi, era riuscita ad averlo tutto per sé ormai già da un anno.

    L'equilibrio era perfetto, l'accordo implicitamente raggiunto: le cose tra i due sembravano andare per il meglio. Eppure, da qualche giorno, il viso di Ale aveva perso quella rassicurante serenità da cui era stato sempre caratterizzato; quel naturale sorriso gioioso era improvvisamente sparito.

    Qualcosa la preoccupava, un pensiero la assillava, ma non trovava il coraggio per rivelare tutto a Luca; sapeva che lo avrebbe perso nel momento in cui gli avrebbe detto che aspettava un bambino.

    Alle cinque in punto, come di consueto, sentì un ronzio lontano che, mentre si avvicinava e si faceva più intenso, la ragazza riconobbe come la moto del suo Luca. Ale sentì un brivido gelido percorrere il suo corpo: gli avrebbe spiegato ogni cosa, non poteva fingere che tutto proseguisse nella normalità.

    Due colpi di claxon per annunciarsi, e la porta venne aperta con un'inusuale titubanza, che comunque non venne assolutamente notata dal ragazzo che entrò con due balzi veloci. Ma non appena fu in casa, Luca avvertì un'aria particolarmente tesa che lo infastidì immediatamente; lui non era tipo da grandi misteri e complicati segreti. Ale, superata l'iniziale incertezza, arrivò subito al punto e gli diede la notizia tutta d'un fiato.

    La reazione purtroppo fu quella prevista: lui restò immobile fissandola senza espressione, quasi paralizzato da una gelata improvvisa che impediva al suo corpo di muoversi, alla sua mente di pensare, ai suoi sentimenti di fuoriuscire.

    Dopo qualche secondo vissuto in questo stato vegetale, Luca venne ‘risvegliato’ da una vampata improvvisa di calore comunicatasi a tutto il suo corpo, che Ale poté scorgere dall'improvviso rossore apparso sul suo viso. Anche i suoi pensieri sembrarono ‘scongelati’ visto che fu molto abile e tempestivo nel togliersi d'impaccio: egli annunciò un impegno dimenticato, di importanza quasi vitale, e se ne andò congedandosi con un frettoloso ed alquanto insignificante saluto.

    Ale sapeva che non l'avrebbe più rivisto; probabilmente lui non l'amava abbastanza e non sarebbe mai stato disposto ad ufficializzare a tal punto il loro legame. L'insoddisfazione e l'amara delusione diedero sfogo ad un pianto disperato, accompagnato da un singhiozzo isterico che sembrava soffocarla.

    Quel leggero velo di trucco, che aveva accuratamente sfumato sul suo viso, era ormai una macchia confusa che le andava a sottolineare ancora maggioramente le profonde occhiaie provocate dal pianto. I suoi pensieri si accavallavano, le immagini si intrecciavano vorticosamente nella sua mente, i ricordi si scontravano violentemente con la crudele realtà. In questo turbine di sensazioni, nervosamente si accovacciava su se stessa non capendo ciò che le stava accadendo e sperando che tutto fosse solo un brutto incubo. Poi la spossatezza e lo sfinimento della disperazione la calarono in uno stato di apparente calma. I suoi muscoli si rilassarono ed iniziò ad accarezzarsi dolcemente la pancia; certo, lo avrebbe tenuto!

    Era l'unica parte del suo Luca che nessuno avrebbe potuto toglierle mai; sarebbe stato suo per sempre, gli avrebbe voluto bene, tanto da pareggiare tutto l'amore che non avrebbe potuto dare al suo ragazzo.

    E tra questi pensieri che si facevano sempre più confusi, subentrò lentamente uno stato di leggero torpore, che si fece più profondo e la coinvolse in un sonno agitato e spossante interrotto bruscamente da due colpi di claxon.

    Quasi automaticamente, come di consueto dopo quel suono, si precipitò alla porta senza ben capire ciò che stava succedendo.

    Incredula scorse davanti a sé un enorme mazzo di rose rosse, dietro il quale spuntavano seminascosti due occhioni verdi più dolci che mai: era il suo Luca. “Per la mammina più bella del mondo” le disse sfiorandole delicatamente il viso sciupato, e sistemandole dietro un orecchio i capelli scomposti ed ancora umidi per le lacrime che li avevano inzuppati.

  • Il ritratto

    Il ritratto

    Mi trovavo in una sala insolitamente ampia; era piuttosto buia, perché delle tende pesanti, impreziosite da decori ottocenteschi, filtravano la luce permettendole solo in parte di penetrare.

    La stanza appariva alquanto spoglia e fredda, ciò era dovuto alla sua ampiezza e ai mobili scuri su cui erano state intarsiate antiche scene di caccia.

    Io mi trovavo esattamente al centro, al di sotto di un elegante lampadario di cristallo. Fissavo la massiccia porta di legno perfettamente simmetrica a quella da cui ero entrata, a cui voltavo ora le spalle. Era chiusa, e qualcosa mi spingeva ad avvicinarmi per scoprire cosa ci fosse oltre, ma allo stesso tempo, un leggero timore mi tratteneva.

    Avevo la sensazione che l'uscio da cui ero entrata proiettasse una forza che mi spingeva verso il lato opposto; ma la porta che mi si trovava di fronte, emanava una forza ugualmente potente nella direzione contraria. Io ero immobile nel punto baricentrico, e mi risultava impossibile sia avanzare che retrocedere; era piuttosto spiacevole avvertire questo profondo senso di impotenza!

    D'improvviso la forza che mi respingeva cedette a quella che mi invitava ad avanzare, ed io fui quasi catapultata verso la porta possente. Titubante afferrai la maniglia, poi decisa la aprii.

    Sobbalzai nel letto spaventata da questo singolare sogno, che si ripeteva da qualche tempo. Non ne capivo il significato, e non sapevo ciò che avrei trovato al di là di quella porta, perché ogni volta che riuscivo ad aprirla, mi svegliavo di soprassalto.

    Iniziai a pensare se avevo mai visto prima quella sala che ora tanto turbava il mio inconscio. Durante il giorno non avevo mai trovato riferimenti concreti al sogno, ma nel corso della notte, non appena la censura posta dall'attività cosciente si affievoliva, delle scene insolite affioravano alla mia mente, ripetendosi con sempre maggior frequenza.

    Ripensai alla prima notte in cui ero stata disturbata da queste visioni, e finalmente fui in grado di ricostruire l'evento che aveva innescato in me questo flusso di sogni ripetitivi ed inquietanti.

    Un pomeriggio, sfogliando una rivista, avevo letto un servizio che parlava di ville e castelli costruiti tra il 1600 e il 1800. Il giornalista aveva svolto ricerche un po' in tutta Italia, focalizzando l'attenzione sui palazzi poco celebri o totalmente sconosciuti, che secondo lui avrebbero dovuto essere maggiormente valorizzati.

    Andai di corsa a prendere la rivista, gettanto all'aria tutto ciò che la circondava nell'armadietto per estrarla con maggiore facilità.

    Dopo una scorsa veloce tra le pagine, d'improvviso mi bloccai allibita: rividi tra le fotografie che accompagnavano l'articolo, la sala che sognavo con insistenza.

    Decisi di andare a visitare la villa, e scoprire quali strani vincoli mi legavano a quel luogo. Lessi con attenzione la didascalia che commentava la foto per scoprire dove si trovasse. Si trattava di un paesino dell'Umbria in provincia di Perugia. Ero certa di non esserci mai stata, eppure il nome non mi sembrava completamente sconosciuto.

    Il giorno dopo chiesi il permesso in ufficio e partii. Giunsi al paese, e non fu difficile trovare il palazzo; notai con sorpresa che era abitato, dovevo in qualche modo entrare e farmi ricevere. L'edificio bianco spiccava nel mezzo di un maestoso parco verde; quella visione mi infondeva una gioia tale che non mi potei trattenere dal suonare il campanello per entrarvi. “Che stupida” pensai “e ora che scusa invento?”. Ma il cancello si aprì e venni ricevuta da una cortesissima cameriera.

    “Buon giorno” mi disse “La aspettavamo molto più tardi! La signora non tornerà prima delle cinque”. Meccanicamente guardai l'orologio, segnava le 16 e 25. “Comunque se vuole si può accomodare ed attendere al caldo!” mi disse affabilmente.

    Capii che ero stata scambiata per qualcun'altra, ma approfittai della fortunatissima coincidenza per trascorrere una mezz'ora sola in quella casa misteriosa: Ringraziai e, volgendo le spalle all'ampia scalinata, entrai.

    Quasi senza rendermene conto, stavo per lasciare l'ingresso per percorrere il corridoio alla mia destra. Ma se non conoscevo quelle stanze, perché mi stavo dirigendo in quella direzione? Mi bloccai, ma subito la cameriera mi precedette facendo strada proprio verso destra.

    Il cuore mi batteva forte. Sapevo che, se fossi stata scoperta, mi avrebbero subito scacciata. “Chissà chi mi ha creduta!”, pensavo, “speriamo che fili tutto liscio”. Percorrendo il buio corridoio ne guardavo i lati: le pareti erano ricoperte da moltissimi quadri. La maggior parte erano ritratti.

    Penetravo in quelle cornici studiando i numerosi volti, ma la mia mente sembrava annebbiata e non riuscivo ad estrapolare niente che potesse essere utile alla mia ricerca. Poi mi soffermai sul volto di una bimba che mi aveva particolarmente colpito; ma la mia attenzione venne distolta alla vista di una porta massiccia sul lato sinistro: sapevo che se fosse stata aperta mi sarei trovata nell'enorme sala spoglia, che avevo conosciuto nei miei sonni agitati.

    Non sapevo più come mascherare il mio turbamento, tanto che quando la cameriera fu in procinto di aprire quella porta, temetti che ella potesse udire il battito del mio cuore, da quanto forte lo sentivo rimbombare.

    Mi trovai nella sala. Era identica a quella del sogno. La cameriera mi fece accomodare e se ne andò. Io cercavo sbigottita qualche traccia per capire cosa stava succedendo, ma la situazione, anziché chiarirsi, si complicava. Notavo attorno a me particolari e dettagli talmente piccoli da non potersi distinguere in una foto. Eppure nel sogno c'erano tutti, disposti esattamente come nella sala. Cosa stava succedendo? Com'era possibile una cosa del genere? Mi alzai di scatto per tornare a guardare quel quadro da cui ero stata involontariamente distolta, sicura che mi avrebbe svelato qualche segreto. Prima di imboccare il corridoio mi voltai e restai qualche secondo a fissare la porta del lato opposto, quella che neppure nel sogno avevo potuto scoprire dove conducesse.

    Tornai al ritratto e lo scrutai per qualche minuto: ero sicura di conoscere quella bambina. Sbarrai gli occhi e con la mano tremante estrassi dal portafoglio una foto di quando ero piccola, la avvicinai lentamente al ritratto e, dopo avere contemplato la sbalorditiva somiglianza, dovetti ammettere che la foto e il quadro rappresentavano la medesima persona: in entrambi i casi, ero io.

    Cosa ci faceva un mio ritratto in quel vecchio palazzo? Tornai nella sala, decisa ad aprire l'altra porta.

    Restai qualche secondo a fissarmi nella foto. Avevo due o tre anni al massimo, ed in fianco a me, sedevano i miei genitori. Erano morti dopo pochi mesi in un incidente stradale, ed ero stata consegnata in adozione ad una famiglia senza figli. Guardavo mia madre: non sapevo e non ricordavo niente di lei. Era molto bella. Ammiravo i suoi occhi che persino in una foto risultavano luminosi ed espressivi. Sentii un rumore, mi voltai e il mio sguardo si trovò a penetrare i medesimi occhi. Credetti di trovarmi di fronte ad un fantasma. Era invecchiata, aveva alcune rughe e i capelli apparivano più chiari per la tinta, ma quella donna era mia madre.

    Urlai lasciando cadere la foto, inconsapevole di ciò che stava accadendo. La donna, a sua volta spaventata, raccolse l'immagine che aveva volteggiato nel vuoto, toccando con leggerezza il pavimento. Osservando ciò che vi era rappresentato mi disse: “Sei proprio tu?”.

    “Ma allora sei viva!” gridai gettandole le braccia al collo.

    Parlammo per ore, piangendo e ridendo. Mi spiegò che ero stata rapita quando avevo appena tre anni, e di me, non si era avuta più traccia. Io le raccontai che ero stata trovata in campagna da una famiglia di agricoltori che, credendo fossi stata abbandonata, mi avevano allevata dicendomi che i miei genitori erano morti. Ero felice ed incredula, non avrei mai immaginato che mi potesse accadere una cosa tanto sconvolgente. Per un puro caso avevo ritrovato la mia casa e la mia famiglia. “E papà?”. “Papà sta bene, tornerà stasera da Parigi, è là per affari!”.

    “…Mamma …io non riesco a ricordare cosa c'è oltre quella porta” le dissi indicando la stanza al di là del muro. “Ma come… non ricordi?” mi chiese con dolcezza avviandosi ad aprire la misteriosa porta. “Abbiamo lasciato tutto come all'ora, nella speranza di ritrovarti” mi spiegava con la voce tremante. Era la mia cameretta: le pareti erano rosa e le mensole portavano ancora tutte le bambole ed i giocattoli della mia prima infanzia. Il passato mi riaffiorava alla mente. Quello che era stato cancellato dalla mia attività cosciente, ora si ricostruiva piano piano.

    Ripensai al sogno: l'immagine della sala mi era stata suggerita dal giornale, risvegliando i ricordi impressi dentro di me. Ora capivo che le due forze che mi attiravano e mi respingevano, rappresentavano l'una la mia infanzia, e l'altra la mia vita attuale. Poi prevaleva il desiderio di ritrovare la mia vera famiglia e riuscivo ad entrare nella mia cameretta dove avevo trascorso ore beatamente felici. Adesso tutto era chiaro.

    Stringendo il mio vecchio orsetto di pezza, parlavo a mia madre di me, raccontandole la mia vita nei minimi particolari, cercando di condividere almeno in questo modo, i vent'anni trascorsi lontano.

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