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Archivi: Articoli d’archivio

  • Santa Sofia di Lendinara

    Santa Sofia di Lendinara

    “Edificò parimenti Antenore altri templi, come quello a Giunone, argomentato tale da eruditi investigatori di cose antiche per una statuetta con i suoi caratteri, vestita alla frigia…”

    Così si legge in un documento dell’Accademia letteraria degli Incomposti, datato 1708, in cui si suppone che la statuetta, tolta all’antico tempio, si fosse conservata sopra la facciata del duomo stesso, mentre successivamente sarebbe stata murata nelle fondamenta della torre campanaria. Se dunque di questo idolo non vi sono più tracce, non si sono però perse del tutto le testimonianze dell’antica storia di questo luogo: nella parete esterna del tempio, sul lato settentrionale, si conservano due pietre, ricordate anche dal Bronziero e dall’Alessi, con testi latini risalenti alla dominazione romana del Polesine.

    La tradizione fa risalire al Medioevo l’origine di Santa Sofia.

    Nell’epoca in cui la potente famiglia veronese dei Cattaneo possedeva il borgo di Lendinara, Alberico costruì un oratorio (1070), che fu poi ampliato in chiesa e dedicato a Santa Sofia per la devozione che alla santa portava la feudataria, moglie di Obizzo d’Este. In quest’epoca la chiesa fu sede di parrocchia e, dall’inizio del Trecento, fu anche cattedra vescovile.

    I Vescovi dimorarono periodicamente a Lendinara per tre secoli e mezzo, e nella tribuna del duomo, nonostante le opposizioni mosse dal Capitolo di Adria, si continuò a tenere la “cattedra” vescovile.

    Oggi si può vedere in via S. Giuseppe la casa presso cui saltuariamente viveva il Vescovo: sulla facciata è una lapide con lo stemma del Vescovo Biagio Novello (1460), ed un busto della Vergine in cotto (attr. ai Canozi).

    Del Quattrocento sono la tomba di Filiasio Leopardi, cardinale, che si trova nell’atrio a sinistra (1404), ed un leggìo sostenuto da un putto ligneo, conservato nel coro, probabile opera di scuola canoziana.

    Nel Cinquecento la chiesa fu ampliata, ma l’assetto definitivo fu dato solo alla fine del Settecento, quando assunse la cura della parrocchia il lendinarese Domenico Scipioni, fondatore dell’archivio parrocchiale, il quale fra l’altro, “per por fine alla contesa con Adria circa la cattedra vescovile summenzionata, provvide alla sua costruzione in marmo, infigendola nel muro”. (Cappellini).

    Nel 1786 fu ultimata la fabbrica, nel 1792 il tempio, ancora incompleto, fu consacrato, mentre solo nel 1798 erano compiuti i lavori di pavimentazione, e decorazione con statue e pitture. La sola facciata subì ancora modifiche: l’attuale risale al 1910.

    L’interno è a tre navate, con transetto, cupola ed abside. Il veronese Giorgio Anselmi, allievo del Balestra ed attivo anche a Mantova (S. Andrea) ed a Vienna (Schoenbrunn), affrescò la cupola con il Trionfo della Chiesa, le vele della volta del transetto con i Dottori della Chiesa (S. Gregorio, S. Girolamo, S. Ambrogio e S. Agostino), l’abside con la Transfigurazione di Cristo ed il soffitto della cappella di S. Lorenzo. E proprio in questo tempio, in cui profuse la sua maestria, l’Anselmi trovò la morte nel 1797 cadendo da un’impalcatura.

    Le decorazioni recenti furono eseguite dai fratelli Poloni di Bergamo nel 1941 su cartoni del prof. Casanova.

    Nel 1783 furono collocate numerose statue dovute allo scultore veronese Gaetano Muttoni.

    In Lendinara era fiorente l’arte della lavorazione del legno la cui tradizione risale ai Canozi, celebri intarsiatori rinascimentali. Tra le pregevoli opere presenti a S. Sofia vanno ricordati due Crocifissi (famoso è quello detto “del pellicano”) e gli Armadi della Sagrestia, opera di Giovanni Ponziacqua, attivo nel Settecento.

    A Silvio Soà, altro artista lendinarese, si devono il Coro (1803) ed il modellino del campanile, contemporaneamente al quale, nel 1857, fu realizzato il grande angelo girevole (ora ricostruito in bronzo dopo che un fulmine ne provocò l’incendio).

    Nella Chiesa sono presenti opere di notevole valore, fra cui va senz’altro ricordata la Madonna in trono con Bambino di Domenico Mancini, 1511, olio su tavola, originariamente in un’altra chiesa (S. Francesco, soppressa nel 1709) ed ora conservata in un ambiente climatizzato nella navata sinistra, di fronte alla porta d’entrata laterale. Il tema riprende quello della parte centrale della pala di San Zaccaria del Giambellino. Sembrerebbe da studi recenti che la figura dell’angelo che suona il liuto sia stata aggiunta o rielaborata in un diverso periodo: il Trevisani avanza l’ipotesi che sia presente la mano di Dosso Dossi. Questa tavola faceva parte di un trittico, le cui ali laterali raffiguranti S. Giovanni, S. Giacomo, S. Girolamo ed un altro santo sono andate disperse nel secolo scorso. Faceva coronamento al trittico un Padre Eterno di cui si conserva una copia seicentesca (sagrestia).

    Di Francesco di Vettore Bissolo (trevigiano attivo nella prima metà del XVI sec.) è la Madonna in trono con il Bambino tra San Lorenzo e Sant’Antonio, olio su tavola, datato approssimativamente agli anni trenta sulla base di elementi che richiamano l’interesse dell’artista per Palma il Vecchio e Giorgione (paesaggio sullo sfondo); l’opera, restaurata, è collocata nell’ambiente climatizzato.

    Unica testimonianza dell’opera del pittore lendinarese Giovambattista Albrizzi (seconda metà del XVII sec.) è l’olio su tela conservato nel secondo altare a sinistra “Madonna del Rosario con S. Domenico e S. Caterina”, che sembra si trovasse precedentemente nella chiesa di S. Giuseppe (anticamente Maria Vergine del Rosario, chiesa cinquecentesca sede della confraternita dei Flagellanti, divenuta poi battistero del duomo).

    Altre opere degne d’esser almeno citate sono l’Ecce Homo di Domenico Fetti (Roma 1588-89 / Venezia 1623), olio su tela che si conserva nell’ambiente climatizzato; le Scene della vita di San Costanzo, olio su tela di B. Litterini (Venezia 1669-1745 ca.); di Antonio Zanchi (Este 1631 – Venezia 1722) sono la “Vergine con il Bambino in gloria e le Anime purganti” e “Santi Apostoli Pietro e Giacomo (Allegoria del Papato)”, due olii su tela centinata conservati rispettivamente nel primo e nel terzo altare a destra.

    Nella sagrestia si conservano due tele di Pietro Muttoni detto Pietro della Vecchia (Venezia, 1603-1678) raffiguranti S. Lazzaro e S. Francesco.

    Parlando di Santa Sofia non si può tacere l’importanza in cui fu tenuta la musica sacra, che ebbe cultori anche di prestigio, ultimo dei quali fu Don Pietro Socal, veneziano di nascita, organista e compositore del nostro secolo, il quale promosse la riforma della musica e dell’organo in chiesa, ottenendo la costruzione nel 1912 di un grande strumento ad opera della ditta Malvestio. Questo intervento comportò purtroppo la demolizione del precedente strumento. Nell’archivio parrocchiale è documentata sino al Cinquecento la vita musicale nel duomo, con i registri che attestano il pagamento di strumentisti ed organista, oltre agli interventi di riparazione degli organi. Sarebbe auspicabile una raccolta organica dei dati disponibili, in modo da tracciare la storia musicale della Cappella del Duomo.

    Un’ultima importante annotazione: nella facciata interna è murata una lapide che ricorda la data della consacrazione del tempio, avvenuta il 30 settembre 1792. Ricorre pertanto quest’anno il duecentesimo anniversario, che sarà celebrato con iniziative sia in campo culturale che nell’ambito della vita parrocchiale. Si cercherà così di valorizzare il ricco patrimonio artistico e musicale, eredità della Chiesa, attivamente operante anche nella realtà sociale del presente.

  • Da Polesella a Crespino in mountain-bike

    Da Polesella a Crespino in mountain-bike

    L’itinerario che proponiamo ha inizio a Polesella e, passando per Guarda Veneta, raggiunge Crespino. È particolarmente adatto per mountain-bike, con cui si compie comodamente in poco più di due ore, essendo il percorso di circa 13 chilometri.

    Punto di partenza è l’incrocio fra piazza Matteotti e il nuovo corso Gramsci (ex alveo della fossa) a Polesella: qui le acque del Canalbianco provenienti da Mantova e da Verona confluivano nel Po attraverso un monumentale sostegno costruito dalla Repubblica Veneta. Tre archi nella fiancata dell’argine ricordano le antiche porte della fossa, mentre a sinistra si possono ammirare gli eleganti finestroni, resti del seicentesco palazzo Grimani.

    Poco lontano un nuovo ponte, che sostituisce quello in barche recentemente disattivato, collega la sponda veneta del Po a quella ferrarese.

    Raggiunto l’argine si procede verso Guarda Veneta e subito si può ammirare, a sinistra, la villa Morosini ora Mantovani imponente complesso di fine ’500.

    La villa di terraferma, attribuita a Vincenzo Scamozzi, fu abitata da Francesco Morosini detto il “Peloponnesiaco”, doge di Venezia alla fine del seicento.

    Dalla parte opposta, in golena, si può notare una considerevole riviera di case e palazzi. Si tratta del borgo di Santa Maura, caratteristico per la disposizione delle abitazioni, molte dotate di pontili o passerelle per le emergenze in caso di piene del fiume, con piccoli attracchi per le barche che quasi tutte le famiglie possedevano.

    Qui inizia l’itinerario attraverso la fitta vegetazione golenale (felci, ranuncoli, cardi dell’analiolo, asparagi selvatici, achillea millefoglie…), pioppi e salici sino ad una cava di sabbia dovuta all’ampia curva del fiume, un tempo spiaggia molto frequentata dalla popolazione locale.

    Si apre quindi una vasta piantagione a pioppi, che contraddistingue la golena tra Polesella e Guarda Veneta, intersecata da stagni e canali ove è riconoscibile la caratteristica vegetazione delle zone umide (ninfea bianca, limnanteo, castagna d’acqua ecc.).

    Nel silenzio dell’ambiente si possono cogliere i sordi rumori dei rami che cadono, il frusciare delle foglie e le grida degli uccelli di fiume: morette, moriglioni, germani reali, gabbiani, cormorani, cornacchie, sterne, rondoni, gallinelle d’acqua, barbagianni, civette, fagiani.

    Il percorso in golena intreccia stradoni che raggiungono la sommità arginale da dove si possono ammirare due maneggi di cavalli che costituiscono un’attrattiva, piacevole anche per l’ordine delle strutture e il felice inserimento nell’ambiente agricolo circostante.

    Torniamo in golena e, ormai nel Comune di Guarda Veneta, raggiungiamo la zona del “Giaron” con un laghetto dovuto ad interventi del Magistrato del Po, meta di numerosi pescatori.

    Imboccando una carreggiata vale la pena di raggiungere la riviera di case abbandonate che un tempo costituiva la popolosa frazione dei Quarti e passarle in rassegna seguendo il vecchio argine.

    Una ricca vegetazione naturale sta lentamente prendendo possesso di tutte le abitazioni, modificando le originali architetture.

    Da segnalare la Ca’ Doro, di grandi dimensioni, ormai fatiscente, ma che conserva ancora un arco veneziano di antica fattura.

    Dopo un’altra cava di sabbia si risale sulla strada arginale asfaltata. La panoramica spazia da sinistra a destra: il centro abitato di Guarda Veneta, la facciata della chiesa di San Domenico bruciata dal sole (l’edificio risale al settecento e conserva all’interno una mirabile decorazione attribuita al veneziano Giambattista Canal), il corso del fiume che disegna un’ampia curva e, quasi di fronte, oltre l’argine ferrarese, la chiesa di Santa Maria di Guarda Ferrarese (frazione di Ro).

    Oltrepassato il centro abitato, ridiscendiamo verso la riva e proseguiamo sulla sponda a ridosso dell’argine. Alcune barche segnalano che siamo entrati nel piccolo regno dei fratelli Bernardinello detti “Mamaniti”: Alfio di 88 anni e i gemelli Giulietto e Romeo di 77 anni, di professione pescatori e costruttori di barche.

    La conversazione con queste persone consente di renderci conto del complesso e sconosciuto mondo del Po con le sue storie e le sue paure, le pagine di festa e i nascosti protagonisti. Fino alla seconda guerra mondiale, nel tratto di fiume antistante il paese, era attivamente praticata la pesca dello storione, dal quale si ricavava il famoso e pregiato “caviale del Po”.

    Procedendo verso Crespino si incontra un terreno coltivato, cui segue una golena ancora destinata a pioppeto: siamo in località Cà Fiaschi. In questo tratto di golena sono state girate, negli anni settanta, le scene del film “Il mulino sul Po” tratto dal famoso romanzo di Bacchelli.

    Oltrepassata una cava di sabbia in disuso si risale sulla strada arginale. A sinistra si può sostare presso l’accogliente azienda agrituristica Rizzi.

    Un divieto di transito per lavori di rialzo dell’argine da parte del Magistrato del Po costringe ad abbandonare la sommità arginale e ad imboccare via Sant’Antonio, ove è visibile l’antico oratorio realizzato nel settecento, meta di particolare devozione da parte dei crespinesi.

    Percorrendo la bella via alberata si entra nella piazzetta Albieri. Una lapide ricorda che “Giovanni Albieri” detto “Veneri” è stato decapitato in questa piazza il 14 ottobre 1806 per “delitto di ribellione al governo francese”. Albieri, pescivendolo crespinese, fu preso come capo espiatorio di una rivolta della popolazione locale, sollevatasi contro la dominazione napoleonica.

    Alle spalle la Villa Conte Pio ora Marangoni (abitata), a sinistra la trattoria “da Aligi” e, a destra, la trattoria “Cacciatore da Feno” dove è possibile giocare a bocce.

    Un tratto di via Roma e finalmente si entra nella bella piazza Fetonte. Il nome ricorda il figlio di Zeus il quale – narra un racconto mitologico – si avventurò nel cielo con il carro del Sole, bruciando boschi e foreste. Zeus, dovendolo bloccare, lo colpì con un fulmine e Fetonte cadde nell’Eridano (antico nome del Po). Le sue sorelle, che lo piansero, vennero trasformate in pioppi.

    Nella medesima piazza si può ammirare la bellissima chiesa settecentesca che conserva una interessante pala del Garofolo.

    Da Crespino si può raggiungere con altro itinerario Villanova Marchesana e Papozze oppure si può rientrare a Rovigo con autobus di linea.

    Le piante alimentari

    Sono numerose le piante alimentari che si possono raccogliere nelle golene e lungo gli argini del Po. Tra queste la cicoria, il tarassaco, il rosolaccio, l’asparago selvatico, il cren o rafano, il luppolo (“bruscandoli”) e l’ortica. A queste possiamo aggiungere diversi arbusti con frutti selvatici: more di rovo e di gelso, pruno selvatico, biancospino, sambuco, menta, acacia.

    Tra tutte, una segnalazione speciale va alla pianta del sambuco che è particolare perchè consente di essere totalmente utilizzata. Con i fiori non ancora maturi, mescolati con uova e pane grattugiato, si ottengono frittelle salate o dolci e ottime frittate rosolate nel burro. I frutti ben maturi del sambuco sono alla base della preparazione di squisite marmellate e sciroppi che, diluiti nell’acqua calda, sono efficaci nella regolazione dell’intestino.

    Molte altre piante o frutti di arbusto presentano particolari caratteristiche alimentari e terapeutiche: con i fiori essicati di biancospino si producono infusi e tinture idroalcoliche; da assumere a gocce per l’insonnia, sono utili nella regolazione della pressione arteriosa o come cardiotonici. La pianta giovane del tarassaco può essere usata per uso alimentare; la radice essicata consente di preparare infusi, conservati sotto sale o aceto come i capperi e poi utilizzati a fini alimentari.

    Con i frutti di rovo si preparano gustose marmellate mentre le foglie sono utilizzate nella confezione di sciroppi e liquori.

    Tra le erbe medicinali, che si raccolgono lungo le sponde del Po, oltre l’achillea millefoglie e l’artemisia, si ricorda l’iperio. Quest’ultimo è utile per tisane e digestivi, mentre la tintura è valida per curare scottature ed abrasioni.

  • La splendida villa di Canda

    La splendida villa di Canda

    Tra le più belle ville venete del Polesine, sorge a Canda, adagiata presso la riva sinistra del Canalbianco, appena sotto la strada arginale che porta a Castelguglielmo, Villa Nani – Moncenigo.

    Raccontare, sulla base di notizie chiare e certe, la storia della villa è ancor oggi impossibile, in quanto finora non sono stati individuati documenti utili a ricostruire le vicende di questa artistica costruzione nobiliare.

    Si dice comunemente che sia stata eretta nel 1580, probabilmente su progetto di Vincenzo Scamozzi: ciò ripete quanto affermò Giuseppe Fiocco curando l’Elenco dei monumenti della provincia di Rovigo pubblicato dal Ministero della Pubblica Istruzione nel 1915, ma non si sa su quali documenti o su quali argomentazioni lo studioso abbia potuto elaborare quella nota che, tuttavia, va tenuta in seria considerazione, sia pure con la dovuta prudenza.

    Se non possiamo essere certi dell’anno esatto di costruzione della villa, l’epoca è però senz’altro credibile: anche altri nobili veneziani, nella seconda metà del XVI sec., si costruirono dimore nelle campagne polesane che avevano acquistato nel 1519-21, quando la Repubblica mise all’asta i beni demaniali del Polesine di Rovigo per pagare i debiti contratti nel corso di precedenti guerre (1509-15).

    L’ipotesi che il progetto sia stato fornito dallo Scamozzi resta discutibile, ma vale almeno ad indicare che la qualità architettonica della villa è di livello elevato.

    Come ha osservato per primo Antonio Canova nel 1917, seguito da Camillo Semenzato nel 1975, la villa attuale deve ritenersi frutto di due fasi di costruzione. Ciò è suggerito da diversi elementi: la parte meridionale è costituita da un corpo di fabbrica poco profondo ma molto largo, così da sporgere notevolmente rispetto la parte retrostante, creando una planimetria rarissima nelle ville venete (la si riscontra nella tarda Villa Capra a Sarcedo, datata 1764). Il raccordo fra i due blocchi non è del tutto risolto dal punto di vista formale (a cominciare dai cornicioni superiori); inoltre le finestre del piano nobile della parte sud sono tutte rettangolari e incorniciate con una ricercatezza addirittura sofisticata, mentre le finestre della parte posteriore sono ad arco e decorate in modo più lineare; all’interno, il salone centrale assume una configurazione a T che risulta poco armoniosa.

    Da notare infine un particolare di notevole interesse: nel vano di sottotetto, posto a mezzogiorno che prende luce dalle tre finestrelle del pronao, la parete comune ai due corpi di fabbrica ha rivelato un frammento di affresco, che è in gran parte nascosto da un muro costruito perpendicolarmente alla parete. È soprattutto tale affresco, in quella posizione, a imporre la conclusione: esso si può giustificare solo come parte della decorazione della primitiva facciata, decorazione che fu quasi completamente distrutta quando le venne anteposta la nuova facciata.

    Da tutte queste osservazioni, si deve concludere che l’originaria villa Nani a Canda era limitata al corpo di fabbrica oggi posteriore: pertanto si presentava con una configurazione compatta, quasi a cubo, e con la facciata anteriore a sud, dipinta. (Nel Veneto erano frequenti le soluzioni di questo tipo; costante era inoltre il fatto che, quando la facciata veniva affrescata, la decorazione architettonica era molto contenuta.

    Anche l’impostazione architettonica della facciata settentrionale, incentrata nel gioco delle aperture che illuminano il salone – e cioè una serliana con finestrelle rettangolari sovrapposte alle finestre laterali – era molto diffusa nella seconda metà del XVI sec., e trova tutt’oggi riscontri (sebbene deturpati) nello stesso Polesine: basti citare Cà Corner al Paolino di Fratta.

    La primitiva facciata principale a mezzogiorno doveva essere architettonicamente molto semplice; lo stesso dicasi, a maggior ragione, per la facciata a nord.

    L’esuberanza decorativa con cui oggi ci si presenta la villa deve intendersi, allora, come frutto di una successiva rielaborazione. Le bellissime teste che decorano le chiavi d’arco di tutto l’esterno sono chiaramente opera di un medesimo, notevole scultore, e quindi si deve credere che la parte più antica della villa sia stata abbellita quando venne aggiunto il corpo fabbrica a sud, evidentemente per dare la maggior coerenza formale possibile a tutto il complesso. Dunque è lecito dubitare che sia possibile riconoscere la mano dello Scamozzi nella villa di Canda.

    Se non si sa quando i lavori di ampliamento siano stati compiuti, sembra però evidente il motivo per cui si resero necessari: l’innalzamento dell’argine del Canalbianco.

    Nel XVI sec., quando venne eretta la prima costruzione, i corsi d’acqua polesani non erano ancora costretti entro argini rialzati rispetto al piano di campagna; ma nel secolo successivo si rese necessario cominciare ad erigere ripari per porre rimedio agli effetti del continuo innalzamento del fondo dei fiumi causato dal deposito delle torbide. Quando il problema interessò il Canalbianco a Canda, l’argine costruito raggiunse l’altezza di metà del pianterreno della villa Nani, e la scarpata del terrapieno arrivò abbastanza vicino alla costruzione, rendendo l’accesso alla villa problematico sia dal punto di vista funzionale che estetico.

    Il problema di ricuperare la solennità della villa fu risolto ideando una scala che permettesse di arrivare dal livello dell’argine direttamente al piano nobile, salvando però anche la possibilità di accedere al pianterreno: di qui l’inevitabilità di uno scalone di sapore scenografico, per il quale si rendeva necessaria una facciata proporzionatamente vistosa.

    L’ignoto architetto che progettò la nuova facciata ricorse al motivo palladiano del pronao, ormai consacrato da una ricca tradizione: ma trattò il tema con grande indipendenza e con sicura padronanza di disegno e di gusto; ciò ha autorizzato alcuni studiosi ad avanzare nomi illustri: Franco Barbieri ha pensato addirittura a Baldassare Longhena, Camillo Semenzato ha proposto Girolamo Frigimelica.

    Nel 1946 un incendio produsse danni molto gravi specialmente all’interno, dove il salone fu quasi completamente distrutto.

    Il ricupero, rimasto incompiuto, non è stato del tutto rispettoso: fra l’altro venne abbassato il soffitto del salone per rendere abitabile il sottotetto, impoverendo le proporzioni dell’ambiente.

    Il collegamento fra piano terra e piano nobile è realizzato con un’ariosa scala ellittica (ricostruita dopo l’incendio) che, come suppone il Semenzato, deve ritenersi frutto di rielaborazione della scala primitiva, eseguita nella seconda fase dei lavori che hanno interessato la villa.

    Il vano della scala, il salone e le due sale meridionali ai lati del pronao sono decorati di affreschi: quasi del tutto perduti quelli del salone, danneggiati ma quasi del tutto ricuperati gli altri (restaurati da Giovanni Pedrocco).

    La decorazione pittorica della villa non è, in assoluto, di qualità molto elevata, ma conferisce comunque agli ambienti un carattere di sfarzo indubbiamente suggestivo. Anche gli affreschi rimangono, per ora, misteriosi sia riguardo ai possibili autori (non sembra sostenibile l’attribuzione a Girolamo Mengozzi Colonna da taluno avanzata), sia riguardo al programma che ha guidato i pittori nella composizione delle figure.

    Ma proprio questi misteri, anzichè sminuire, sembrano accrescere il fascino della maestosa villa, perla architettonica dell’alto Polesine, un tempo magnifica dimora nobiliare sul Canalbianco.

  • La strada del Delta

    La strada del Delta

    Nel cason di valle il camino acceso stava dando calore ad un festoso quanto improvvisato convivio. Attorno, lungo i muri, erano sistemati i giacigli dei valligiani, ricoperti di graticci. Il disegno dell’intonaco, quasi nascosto da un velo di umida e inveterata fuliggine, ricordava case di campagna della mia infanzia. All’attaccapanni dell’androne erano appesi grossi impermeabili verdi, sotto i quali parcheggiavano tipici stivaloni da pescatori.

    Il tutto, coniugato ai visi scavati e ai gesti misurati dei valligiani, creava un’atmosfera fortemente stimolante. Così, quando il proprietario, di cui eravamo ospiti, ci aveva invitato a trasferirci nel nuovo casino di caccia, dove aveva tutto predisposto per il pranzo, psicologicamente non riuscivamo a staccarci dall’ambiente, e gli chiedemmo di restare.

    Tutto si svolse in modo che un’antica consuetudine ha reso quasi naturale.

    Uno dei valligiani prelevò tre guizzanti anguille dalla nassa appesa sul canale colaùro, di fronte al cason.

    Una dopo l’altra le inchiodò – capo e coda – ad una lunga tavola, le sventrò con un coltellino per poi trasferirle sulla griglia appoggiata sul grande camino al centro della stanza. Le braci di tamerice servivano anche a «brustolare» le classiche fette di polenta gialla. Quell’anguilla e quella polenta prendevano fragranza dalla sapienza nel cucinare, ma era come se prendessero sapore anche dall’ambiente.

    E proprio lì, alla fine di un pranzo così particolare, pensavo alla «strada delle valli». Solo una mente superficiale o distorta potrebbe ipotizzare una specie di superstrada del Delta.

    Per ambienti come questo, trasudanti natura e folclore, c’è l’esigenza inversa: quella di far rallentare, fermare, guardare, pensare, godere del passaggio pieno di luce, a volte immobile, a volte movimentato dal volo di uccelli, i più vari; entrare nel vivo di tradizioni, come quella della pesca e della caccia in valle, e dei misteri; esaltare la particolarità delle costruzioni e di un ambiente frutto dell’opera insieme del fiume, del mare e dell’uomo.

    Tutto ciò implica sì una sistemazione dell’attuale percorso per agevolare il passaggio in certi punti e il superamento di sbarramenti naturali, come il Po tra Albarella e Porto Levante, ma anche scelte coerenti per una corretta godibilità dell’ambiente in vista proprio di soddisfare le esigenze sopraindicate.

    A mio avviso la strada deve, come oggi, continuare a seguire il percorso sinuoso tra le valli e lungo i rami del fiume (Adige, Po di Levante, Po di Maistra, Po di Venezia, Po di Gnocca); deve poter garantire una sua continuità, avvalendosi però di mezzi rispettosi dell’ambiente e di un ritmo spezzato e vario (traghetti e ponti in barche, anzichè faraonici ponti in cemento), assicurando tuttavia il passaggio di tutti i mezzi (compresi i pullman che ora ne sono impediti); deve prevedere punti di sosta i più vari (dalla semplice torretta di osservazione, al casone di valle, al locale tipico, ad altre forme da inventare, come piccole oasi, agganci di tipo sportivo, ecc.).

    Lo sviluppo turistico in una zona come questa non può non passare tramite il filtro di un traffico autorizzato, meglio se in gran parte gestito da mezzi di trasporto collettivo e individuali rispettosi dell’ambiente e con adeguata assistenza.

    Un’ipotesi di questo genere si accorda ad una visione di riappropriazione della gestione del territorio e del turismo da parte degli abitanti e comporta una netta avversità ad un turismo inquinante di corsa e rapina: ciò sarebbe nel caso che la strada delle valli fosse pensata e realizzata semplicemente come una specie di superstrada che taglia il Delta in direzione nord-sud, aperta ad ogni tipo di traffico, indiscriminatamente.

    Eppure, a sentire certi promotori del progresso, è proprio questa l’ipotesi preferita. Non si accorge, chi propugna superstrade a cuor leggero, di lavorare non solo contro l’ambiente, ma anche contro un’opportunità di sviluppo del turismo nel Delta, che deve articolarsi attorno ad un’ipotesi di accoglienza, di ambientazione che inviti a fermarsi e ad usufruire dei servizi predisposti (guide, prodotti, ristorazione, ricettività, servizi culturali).

    Questa ipotesi, questi servizi, sono i Polesani a doverli inventare e gestire, se vogliono veramente valorizzare il proprio territorio.

  • La cooperativa dell’Adige

    La cooperativa dell’Adige

    Tra le aziende venete che hanno fatto registrare un costante trend di crescita, un posto veramente di rilievo va attribuito alla Cooperativa Ortofrutticola dell’Adige di Lusia. Nata nel 1971 come cooperativa di produttori di verdure, per gestire in modo associativo uno stand di vendita presso la Centrale Ortofrutticola di Lusia, la Coop. dell’Adige ha successivamente imboccato nuove vie, complementari rispetto a quella della vendita immediata dei prodotti, interessandosi della lavorazione e del confezionamento delle verdure. Nel contempo ha proceduto ad un progressivo ampliamento della base sociale, accrescendo costantemente la penetrazione nel mercato italiano dei propri prodotti, per i quali è stato ideato uno specifico marchio, che rappresenta della invitante verdura circondata dallo slogan: "il profumo della freschezza".

    La cooperativa dell’Adige è così giunta a commercializzare ben 300.000 quintali di verdura all’anno, di cui il 40% direttamente nello stand di vendita del mercato all’ingrosso di Lusia e il 60% dopo un accurato processo di lavorazione che termina nel confezionamento in pezzature prestabilite, secondo le richieste dei supermercati. Un’attività questa divenuta negli ultimi anni sempre più importante, con l’adozione di sistemi di lavoro ad alta tecnologia, che garantiscono l’assoluta igienicità del prodotto pronto per il consumo.

    Attualmente sono ben undici le linee di lavorazione attivate in due stabilimenti, il primo dei quali sorge a Lusia, mentre il secondo è stato recentemente acquisito nel comune di Villanova del Ghebbo. La Cooperativa possiede inoltre una terza struttura ubicata a Gavello, ancora priva dei processi di lavorazione, e pertanto attualmente utilizzata per lo stoccaggio della patata e della cipolla.

    L’intelligente azione, perseguita con costante lungimiranza, ha calamitato verso Lusia anche altre associazioni di tipo ortofrutticolo, per cui attualmente si trovano associate alla Coop. dell’Adige altre sette cooperative venete, e non mancano soci nell’Italia meridionale, quest’ultimi utilissimi per poter assicurare agli acquirenti (catene di supermercati) la fornitura di ortaggi per tutto l’arco dell’anno.

    Dopo tre anni di relativa stasi, il ’91, ormai in fase di conclusione, si profila di notevole interesse, con il quasi certo raggiungimento dell’obiettivo prefissato di far lievitare il fatturato del 25%, con un passaggio dai 24 ai 30 miliardi. Un’attività dunque veramente consistente, in grado di garantire lavoro, oltre agli 800 produttori, a 150 dipendenti che trovano occupazione nei reparti di lavorazione e negli uffici della cooperativa.

    Ma quali sono i problemi principali e le prospettive di questa importante struttura consortile?

    “Oltre ai problemi connessi con le condizioni climatiche, che possono creare improvvise carenze di prodotto, – ci dice il direttore Vanni Capucci – il nostro impegno è quello di seguire sempre meglio le esigenze non uniformi della domanda. L’obiettivo è quello di divenire un’azienda veramente rappresentativa nel contesto italiano dell’ortofrutta. Per far ciò dovremo essere innanzitutto in grado di poter fornire tutta la varietà ortofrutticola annuale e divenire più incisivi sul mercato. Dobbiamo puntare molto sulla nostra capacità organizzativa e di aggiornamento, nella consapevolezza di una costante evoluzione delle richieste dei consumatori e quindi della domanda dei gruppi di acquisto di cui siamo fornitori”.

    Se è vero che già attualmente la Cooperativa Ortofrutticola dell’Adige di Lusia rappresenta una struttura associativa di fondamentale rilievo nel tessuto socio-economico polesano, è altrettanto evidente che i nuovi obiettivi fanno presagire un ulteriore sviluppo di questa iniziativa consortile, la quale si fonda sul bene di primaria importanza che è la sapiente coltura della terra.

    L’imperativo categorico è allora quello di crescere: crescere per contare di più e fare meglio, con tutta l’attenzione possibile rivolta alla bontà dei prodotti, di cui vanno sempre più preservate ed esaltate le qualità organolettiche.

    “La qualità intrinseca del prodotto – ci informa il responsabile tecnico della coop. Massimo Pezzuolo – è il requisito principale che noi dobbiamo curare: dalla semina, agli interventi di lotta contro i parassiti, fino alla raccolta degli ortaggi, i nostri produttori sono sempre seguiti dai tecnici della cooperativa. Proprio nell’intervento contro i parassiti abbiamo fatto passi davvero consistenti, coadiuvati anche da progetti regionali di lotta guidata che riducono al minimo l’impiego di sostanze chimiche. In questo settore, importanti sono certamente gli interventi di lotta biologica, con l’utilizzo di insetti predatori che importiamo dall’Olanda. Puntuali sono inoltre gli specifici controlli che i nostri tecnici fanno sui campi, l’ultimo dei quali viene attuato tre giorni prima della raccolta. Facciamo insomma tutto il possibile per garantire prodotti sani e genuini”.

    A Lusia si lavora dunque con una continua attenzione verso l’ultimo destinatario della produzione, il consumatore, che a tavola deve dare il suo giudizio finale su una complessa operazione imprenditoriale che, a buon diritto, è stata definita con l’appropriato slogan: il profumo della freschezza.

  • Piazza Merlin ridisegnata

    Piazza Merlin ridisegnata

    Bambini investiti del ruolo di urbanisti. È avvenuto a Rovigo lo scorso giugno presso il Ridotto del Teatro Sociale dove si è svolto un singolare incontro organizzato dalla cooperativa Turismo & Cultura tra alcuni amministratori della città, gli assessori Ivano Vernelli (Cultura) e Paolo Cattozzo (Urbanistica), e giovanissimi cittadini, gli alunni delle classi 2ª A e B della scuola elementare “Miani”, con l’intervento dell’architetto Roberto Pugiotto, progettista della risistemazione della piazza Merlin.

    L’iniziativa è una importante tappa di verifica del progetto nazionale del W.W.F. “Immaginiamo il futuro” che riconosce ai bambini la capacità di dare delle indicazioni e di fare delle interessanti proposte riguardo all’ambiente. In questo contesto si inserisce il progetto didattico-ambientale “Scuola – Tour”, ideato da Turismo & Cultura per le scuole del Comune. È prevista una serie di escursioni guidate per conoscere il territorio con lo stimolo, oltre che ad osservare e conoscere l’ambiente in relazione all’evoluzione dell’uomo e delle sue culture, ad immaginare e progettare come sarà o dovrebbe essere il futuro.

    Strumenti di questi progetti sono la programmazione, il collegamento con le varie materie sviluppate dagli insegnanti, l’intervento mirato degli animatori di Turismo & Cultura, indicazioni e suggerimenti elaborati dal prof. Ray Lorenzo e dal settore scuola del W.W.F.

    L’elegante sala del Ridotto, tappezzata da coloratissimi disegni e da foto della piazza, è stata la sede di un incontro diretto tra politici e cittadinanza, creando così una speranza per un dialogo aperto tra le due parti.

    Gli alunni hanno esposto ai “grandi” le loro impressioni e i loro desideri riguardo la piazza Merlin, immaginando come potrebbe essere, e mettendo “a confronto” i propri desideri con il progetto presentato dall’architetto Pugiotto, tra l’altro molto interessato allo scambio di opinioni, sotto gli occhi attenti e allo stesso tempo divertiti degli assessori.

    I bambini, guidati dall’insegnante Maria Libera Santato, hanno dimostrato una notevole capacità di osservazione e di concreta partecipazione, con proposte che spesso sono coincise con le soluzioni dell’architetto il quale, con linguaggio appropriato ai piccoli progettisti e con diapositive, ha motivato le sue scelte con commenti molto vivaci, ad esempio, riguardo la fontana.

    A conclusione, gli assessori Cattozzo e Vernelli con due brevi interventi hanno ribadito la loro disponibilità al colloquio con i cittadini per altre iniziative.

  • Il “papà” delle gazze

    Il “papà” delle gazze

    “Le gazze non sono ladre!” La cattiva fama che accompagna tali volatili viene smentita nel modo più categorico da Gianfranco Canato, mentre le sue pupille, tre gazze addomesticate, gli svolazzano attorno, cercando col becco la sua bocca per scambiare – vedere per credere – un affettuoso bacetto.

    L’incontro con Gianfranco Canato, noto non solo a livello nazionale, ma anche europeo come ammaestratore di gazze, è casuale. Ci troviamo infatti in casa di comuni conoscenti, che l’amico delle gazze ha raggiunto portando con sè i suoi “inseparabili tesori”. Definizione questa dello stesso Canato, per il quale ormai la vita ha senso solo in simbiosi con i suoi volatili che, oltre alla fama, costituiscono per lui la fonte principale del suo sostentamento economico. Grazie ai simpatici numeri realizzati, Canato è spesso richiesto per esibizioni nell’ambito di intrattenimenti o spettacoli di varietà. La partecipazione a trasmissioni televisive come Fantastico, Pronto Raffaella, Domenica In e Superflash, gli hanno dato una risonanza vastissima. Ciò che affascina gli spettatori è indubbiamente la complessità degli esercizi compiuti dalle gazze, che eseguono a puntino i comandi del loro ammaestratore, ma è soprattutto l’atteggiamento amorevole del “papà delle gazze” e lo strettissimo legame che si è stabilito tra l’uomo e i suoi volatili a tener desta l’attenzione e determinare l’incondizionato assenso del pubblico.

    Il rapporto affettuoso che si è instaurato con questi uccelli si coglie anche a livello verbale. Per Canato non sono animali. “Il termine mi sembra del tutto inadatto – ci dice –. Orribile alle mie orecchie giunge poi la parola bestie con cui qualcuno chiama le mie gazze. Certo – argomenta Canato – non possono nemmeno essere definite persone: ci mancherebbe! Ma la parola giusta c’è: creature! Ecco, questa è l’unica che accetto, perché in essa è implicito un rispetto per questi essere ai quali vanno riconosciute doti di intelligenza e capacità di legarsi affettivamente con l’uomo. Guai se mi trattengo troppo con una gazza trascurando le altre! Emerge subito la gelosia, segno questo evidente dell’affetto che reciprocamente ci lega”.

    Ogni giorno Canato si intrattiene varie ore a dialogare con le sue dilette e a provare nuovi esercizi: “E qui emerge l’intelligenza – ci dice –. Nel gruppo c’è sempre la gazza più veloce ad apprendere, che in certo qual modo funge anche da modello alle altre: proprio come in una classe, in cui i migliori fungono da traino per tutta la scolaresca”.

    I risultati raggiunti dall’ammaestratore lendinarese sono seguiti con attenzione sia dal mondo dello spettacolo per la varietà dei numeri programmati, sia dagli stessi ornitologi che guardano con interesse allo stretto rapporto che Canato sa instaurare con questi uccelli.

    Ma le gazze sono ladre? torniamo a domandare. “L’equivoco – ci spiega Canato – nasce dalla loro attitudine al gioco e dalla capacità di afferrare e spostare oggetti tenendoli con il becco. È proprio su questi elementi del loro temperamento che io faccio affidamento per impostare i miei esercizi. Cosa che per esempio con un colombo mi sarebbe impossibile realizzare”.

    Canato non si distrae dalle sue predilette rispondendo alle nostre domande.

    La sua vita ha assunto una dimensione del tutto originale, meritando una indubbia citazione nel libro che racconta gli infiniti episodi che parlano di amore tra l’uomo e gli animali.

  • Animazione Ambientale

    Animazione Ambientale

    Nel corso di una recente assemblea degli animatori culturali e ambientali del Veneto, Donatella Girotto di Rovigo è stata nominata Coordinatrice Regionale. La decisione è stata all'unanimità confermata dal Consiglio Regionale Veneto del CTG.

    Si tratta di un indubbio riconoscimento del ruolo e dell'attività svolta dalla Sig.ra Girotto, figura molto nota in città e provincia, come coordinatrice degli animatori polesani sin dal 1980.

    Antesignana di un rapporto nuovo della scuola con l'ambiente, ricercatrice nell'ambito della didattica museale e ambientale, ideatrice di itinerari, animatrice di incontri promozionali, Donatella Girotto, per la sua competenza, è chiamata in varie città d'Italia a tenere corsi di formazione, relazioni e convegni nel settore dell'educazione e dell'animazione ambientale.

    È stata tra i soci fondatori della Coop. “Turismo & Cultura” di Rovigo ed ha svolto collaborazioni per riviste specializzate, organismi, associazioni, équipe di formazione a livello regionale e universitario. Nel corso di una fugace intervista le chiediamo:

    Ci parli dei suoi impegni futuri.

    “In futuro c'è un ulteriore impegno per il potenziamento dell'educazione ambientale non solo in riferimento al mondo scolastico ma anche attraverso l'inserimento organico di specifici progetti nei programmi turistici delle agenzie.

    Si tratta infatti di fornire risposte sempre più adeguate e articolate ad una domanda proveniente da varie categorie di utenti (giovani, anziani, gruppi, associazioni, scuole) che identificano nell'ambiente uno dei principali motivi di interesse”.

    Tutti siamo coscienti dell'importanza ma anche della difficoltà dell'educazione ambientale. Quali sono i fattori che consentono di raggiungere risultati apprezzabili?

    “La domanda è cruciale. Per rispondere in breve potrei sintetizzare riducendo i fattori a due: in primo luogo un buon programma, fatto in base alle esigenze, al livello culturale, agli obiettivi e alle condizioni dell'ambiente; in secondo luogo, degli animatori qualificati, con forti motivazioni, conoscenza delle condizioni ambientali a livello teorico e pratico, grande capacità di adattamento alle situazioni concrete per trarne le migliori potenzialità.

    Si tratta in ambedue i casi, sia per il programmatore che per l'animatore, di due figure professionali estremamente difficili da costruire.

    Gli stessi programmi CEE nel settore registrano tali difficoltà nei vari Paesi della Comunità, con superamento delle tradizionali figure esistenti sia nel campo turistico che culturale”.

    Che attenzione avrà la provincia di Rovigo nella Sua nuova veste di coordinatrice regionale degli animatori culturali e ambientali del CTG?

    “Continuerò ad interessarmi come sempre della mia terra, impegnata come sono nella cooperativa 'Turismo & Cultura'. Ma chiaramente l'asse di attenzione principale si sposta sulla Regione. Si tratta di costruire o perfezionare la conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali di una regione tanto ricca ma anche varia come il Veneto. Si tratta di coinvolgere ancora di più le Istituzioni (Regione, Province, Comuni, APT, Provveditorati agli studi, ecc.), perché questi cambiamenti, queste nuove strutture della partecipazione e dell'apprendimento assumano dimensioni operative dotate di una certa omogeneità e riconoscimento, con il massimo possibile di garanzia per l'utenza”.

    Ultima domanda. Lei è famosa, fra l'altro, per i suoi programmi di animazione ambientale diretti agli anziani. Ho sentito dire che agli IRAS e a Casa Serena di Rovigo, Lei è molto amata. Che parte avranno gli anziani nei suoi progetti?

    “Gli anziani e i giovani, nella propria specificità, restano le categorie privilegiate dei nostri programmi, quelle su cui continueremo a spendere attenzione e dedizione”.

  • Il Centro Studi Bisaglia

    Il Centro Studi Bisaglia

    Rinvigorire il pensiero come necessaria base per l’azione. Questo, in estrema sintesi, il concetto guida che ha portato alla nascita il “Centro Studi Sen. Antonio Bisaglia Rovigo”. Si tratta di un’associazione nata in seno alla D.C. polesana, che, nel nome dello scomparso uomo politico, intende promuovere iniziative che studino ed accelerino la soluzione di problemi della nostra terra.

    Lo statuto del Centro Studi Bisaglia, che ha iniziato la sua attività nel marzo scorso con un seguito convegno sul “Progetto Padania”, sottolinea che l’associazione “si propone di svolgere un’attività di studio e di ricerca con particolare riferimento al pensiero politico del Sen. Antonio Bisaglia” e “di realizzare iniziative, dirette o indirette, atte a promuovere lo studio dei problemi politico-sociali riguardanti prevalentemente la provincia di Rovigo e la Regione Veneto, anche con l’organizzazione di convegni, seminari, gruppi di studio e la pubblicazione di documenti e periodici”.

    Il sen. Vielmo Duò è il presidente del Centro Studi Bisaglia, il cui Consiglio Direttivo è costituito da altri sette membri, e precisamente: Alberto Brigo, presidente della Provincia, Gabriele Frigato, segretario provinciale D.C., Benedetto Giavarini, presidente provinciale Coltivatori Diretti, Giovanni Strenghetto, vice-direttore Coltivatori Diretti, Giulio Veronese, presidente gruppo D.C. Regione Veneto, Archimede Zambon, presidente della Camera di Commercio di Rovigo e l’on. Antonio Zanforlin.

    Il collegio dei Revisori dei Conti è costituito da Gino Mazzolaio, presidente, Lorenzo Liviero e Valentino Romani revisori effetti, Carlo Osti e Vittorio Bertoli, revisori supplenti.

    Il Centro Studi Bisaglia è dunque un’associazione che si muove dichiaratamente nell’ambito democristiano, perseguendo scopi culturali e di animazione politica. Al presidente chiediamo di chiarirci le motivazioni che costituiscono la base operativa del Centro.

    “Viviamo – ci dice il sen. Duò – in tempi caratterizzati da un’attività spesso tumultuosa, disancorata da solidi presupposti concettuali. Di qui la necessità di avviare un’azione di studio di carattere ideologico, con il corredo di adeguati supporti operativi, rivolta in particolare a quanti ricoprono posti di responsabilità nella pubblica amministrazione. Non a caso una delle prime iniziative del Centro studi è consistita nell’avvio di un corso di formazione rivolto ad un gruppo di giovani amministratori democristiani della provincia, articolato in undici incontri suddivisi in quattro moduli: formativo (apprendimento delle tecniche di comunicazione), istituzionale (conoscenza dei presupposti legislativi), economico (infrastrutture e servizi), politico (strategie politiche).

    Crediamo di aver dato vita ad iniziative utili che si ispirano degnamente alla memoria del sen. Bisaglia”.

    La prima “uscita” pubblica del Centro Studi Bisaglia è stata l’organizzazione del seguito convegno sul Progetto Padania. Quale il significato dell’iniziativa?

    “Il convegno, che ha visto la qualificata partecipazione del Ministro Bernini, del Sottosegretario Cristofori, dei segretari provinciali della D.C. di Mantova, Ferrara e Rovigo, e il coordinamento del dr. Michelangelo Bellinetti presidente dell’Ordine dei Giornalisti del Veneto, ha verificato l’opportunità di avviare forme stabili di collaborazione tra le province di Rovigo, Ferrara e Mantova, e più in generale tra le Regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Si tratta di realtà legate da molti interessi convergenti: questa vasta area, definita Padania, ha in comune il fiume Po, e pertanto le tre regioni avvertono la necessità primaria di attivare forme di collaborazione su importanti tematiche legate alla vita del fiume, quali il governo delle acque, la navigabilità, la tutela dell’ambiente, oltre a mettere a punto forme di aggregazione sul piano economico e culturale. La definizione di un progetto complessivo per la Padania rappresenta pertanto un’esigenza che trova riscontro in molteplici settori, e per Rovigo può rappresentare un’occasione importante per svolgere un ruolo di rilievo”.

    Quali iniziative conta di mettere in atto prossimamente il Centro Studi Bisaglia?

    “Intendiamo continuare per la strada intrapresa, promuovendo la realizzazione di altri qualificati convegni o tavole rotonde, guardando agli interessi reali della nostra provincia, nell’ottica che ha caratterizzato l’azione del compianto Sen. Bisaglia”.

    C’è un pensiero in particolare del senatore al quale Lei si ispira nella sua azione?

    “Bisaglia ha parlato in più occasioni – ed è documentato anche in un famoso libro scritto da Giampaolo Pansa – della politica come servizio. Credo che il pensiero fondamentale al quale mi ispiro sia proprio questo: concepire la politica non come esercizio del potere, ma come servizio a favore della collettività”.

  • Il ricordo dell’alluvione del ’51 mobilita le associazioni degli emigranti

    Il ricordo dell’alluvione del ’51 mobilita le associazioni degli emigranti

    Il ricordo della grande alluvione, che nel 1951 la sommerse gran parte del territorio della provincia di Rovigo, è stato più volte rinnovato in incontri promossi da vari enti ed associazioni.

    Anche i “Polesani nel mondo”, nel 40° anniversario del disastroso evento, hanno dato vita a molteplici iniziative per non dimenticare quei tragici giorni, le cui conseguenze determinarono una impressionante ondata migratoria, che coinvolse circa duecentomila persone.

    Gli emigranti, forse maggiormente proprio loro, hanno sentito il bisogno di impegnarsi per sottolineare la ricorrenza, consapevoli dell’eredità umana che la Grande Alluvione ha rappresentato per loro. Ciò nondimeno si sono mossi per “girar pagina celebrando” perché anche per loro e specialmente per loro, urge il richiamo europeo del 1993, quando non saranno più emigranti ma a tutti gli effetti cittadini, lavoratori in transito di mobilità nella Nuova Grande Casa Comune.

    I Polesani Emigranti si sono radunati dunque numerosissimi, a cominciare dalla decorsa primavera a Chieri (TO), poi a Nichelino (TO), quindi a Biella e poi a Torino, a Vercelli, a Milano, a Busto Arsizio, a Monza, a Bolzano, a Latina, a Roma e continueranno in un crescendo fino alla prima metà del 1992, celebrando la Grande Alluvione del Po con Mostre, Convegni, Concorsi, Dibattiti, ai quali sono stati e saranno presenti le Autorità Polesane unitamente quelle delle zone di emigrazione.

    La Presidenza Centrale dell’Associazione Polesani nel Mondo sta tuttora lavorando in Polesine in stretta collaborazione con l’Amministrazione Provinciale e l’Amministrazione Comunale di Lendinara con la quale è stato costituito un Comitato Organizzatore per realizzare ogni intervento.

    Fra le iniziative più rilevanti di cui il Comitato Organizzatore si è fatto promotore (in parte già realizzate con lusinghiero successo) vanno ricordati: il Concorso per le Scuole “Conosci l’Alluvione del Polesine del 1951 e le ragioni circa l'esodo massiccio dei suoi emigranti”, la Mostra dei Pittori Polesani Emigrati e dei Pittori Residenti, il Convegno di Studi sulla realtà Giovanile della nostra provincia, il Convegno di Studi sulla realtà socio-economica del Polesine, il Convegno di Studi sull’Emigrazione dei Polesani verso il cosiddetto triangolo industriale e all’estero, il VI Congresso Generale Ordinario dell’associazione Polesani nel Mondo a Palazzo Boldrin di Lendinara il 9/10 Novembre 1991, le Manifestazioni del 10 e 17 Novembre 1991 programmate a Rovigo con la celebrazione di un Potificale di Monsignor Gomiero in suffragio delle vittime dell’Alluvione con serata musicale al Teatro Don Bosco.

    Tra le varie iniziative attuate dall’associazione in Polesine va ricordata, per il successo riscosso, la serata di gala con scambio culturale artistico fra Montevideo – Lendinara tenutosi Sabato 14 Settembre 1991.

    Nella neoclassica Chiesa San Biagio di Lendinara si è esibita l’Orchestra Filarmonica Antonio Guarnieri di Adria, sul podio il Maestro Paolo Rigolini che vive a Montevideo da oltre trent’anni, dove dirige la Scuola Nazionale di Canto Lirico e l’Orchestra Nazionale Sinfonica e Lirica della Radio Uruguaiana. Nel corso della manifestazione musicale si è inoltre esibito, in un intermezzo di notevolissimo effetto artistico-musicale, il Coro Polifonico Femminile di San Biagio di Lendinara, che ha cantato brani di Bardos, Mercadante e Rossini unitamente al soprano Miranda Bovolenta che ha suscitato vivissimi applausi.

    Le autorità Regionali e Provinciali presenti hanno dato lustro alla serata che ha deliziato la Cittadinanza e gli Emigrati giunti numerosi, quasi incontenibili nella vasta navata centrale della Chiesa di San Biagio.

    Stampa e critici hanno sottolineato la validità di questo incontro-scambio culturale, che nel pomeriggio si era aperto con la consegna, nella sala consiliare, di tre medaglie d’oro a tre lendinaresi particolarmente meritevoli nel mondo: l’Ambasciatore Carlo Marchiori, l’industriale Remo Pizzo e il Maestro Paolo Rigolin: davvero un momento forte, un avvenimento memorabile nella realtà socio-culturale e artistica della Città di Lendinara.

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