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Archivi: Articoli d’archivio

  • La festa del grano

    La festa del grano

    Il paese a prima vista appare immobile e sonnacchioso; l'unico fulcro dinamico sembra costituito dal ponte sullo scolo Valdentro, che smista il traffico in cinque vie e dal mercato che, con tutto l'essenziale, ogni martedì anima la piazza “43 Martiri”, su cui si affaccia la scuola. I ragazzi si lamentano, dicono che non c'è nulla a Villamarzana e per sport e divertimenti bisogna rivolgersi altrove. Dal canto loro possono aver ragione, se raffrontano il proprio ambiente con le trafficate città più vicine, Rovigo e Ferrara: mentre è proprio la quiete di un paesino immerso nel verde della campagna che lo rende vivibile a misura d'uomo. Non ci sono condomini, ogni famiglia vive una autentica indipendenza con giardino, orto cani e gatti; ma i ragazzi d’oggi, si sa, amano il movimento, il frastuono delle fiere, delle discoteche, dei concerti assordanti.

    A coinvolgere giovani ed anziani in momenti di festa ci pensano il parroco don Valmore e le organizzazioni locali, Pro Loco e Avis-Aido, che nell’arco dell’anno cercano di proporre numerose iniziative intese ad offrire svaghi e occasioni di festa.

    Tra tutte la più attesa è la “Festa del grano” che, si sta sempre più affermando con vasto concorso di pubblico.

    Nata quasi per scherzo dieci anni fa, era limitata allo stand gastronomico nell’ambito della fiera di S. Agostino che si tiene alla fine di agosto, la quale, però, non trova alcuna giustificazione storica.

    La Pro Loco, promotrice della manifestazione, ha ritenuto pertanto più coerente collocarla ai primi di luglio, in sintonia con il tempo della mietitura.

    In pochi anni la manifestazione è decollata, ed è indicativo sottolineare che durante l’ultima edizione della Festa del grano sono affluite in paese non meno di dieci-undicimila persone, interessate alle varie attrattive, fra cui un’ampia rassegna campionaria estesa su 750 mq e la mostra del pane che da sei anni propone le specialità del settore, anticipando quella analoga della Camera di Commercio di Rovigo.

    All’interno della Festa del grano è stata inserita anche la Festa dell’Emigrante, in collaborazione con l’Associazione “Polesani nel mondo”. Ed effettivamente non poteva mancare un coinvolgimento di quanti, proprio perché privi di “grano”, furono costretti a lasciare il Polesine, senza però mai dimenticare le proprie radici.

    I polesani vivono in modo particolare questo sentimento, e la Pro Loco di Villamarzana intende dare sempre più rilievo all’incontro degli emigranti con i vecchi amici e con la propria terra d’origine.

    Ma il momento clou, che dà significato ed emozione particolare alla festa, sta nella rievocazione del rito della trebbiatura del grano, riproposto come ai vecchi tempi.

    Una settimana prima dei festeggiamenti, in un campo di grano si procede alla mietitura tradizionale e si formano i covoni. Il giorno della festa viene trainata nel campo parrocchiale una vecchia trebbia, ancora del tutto efficiente, messa a disposizione da un agricoltore di Fratta.

    Nel frattempo, alcuni “contadini” nei costumi dell’epoca trasportano su un carro i covoni per la trebbiatura. Il macchinario viene messo in azione e, tra il rumore assordante degli ingranaggi, il caldo e la polvere pungente, il grano viene trebbiato proprio come un tempo, mentre i chicchi, separati da pula e paglia, scorrono veloci nei sacchi.

    È un rituale simbolico che si ripete ogni anno con attesa quasi solenne, rievocando tempi lontani quando i giorni della mietitura, così carichi di sudore, gratificavano l’uomo della sua speranza, assicurando il pane. Allora, dopo la grande fatica seguivano i festeggiamenti, la tradizionale “ganzèga”, che come ricorda Piero Franceschetti nel suo volumetto, consisteva in “una bella mangiata, con canti, concerti e ballo sull’aia e la Michiela dei Tosini era famosa per la vivacità di queste feste popolari”¹.

    E oggi a Villamarzana si ripetono ancora gli antichi gesti, per cui la Festa del grano rappresenta un’espressione emblematica del lavoro e del successivo meritato riposo assaporato con tanta allegria.

    ¹ Piero Franceschetti, Villamarzana piccola patria, pag. 53, 1978.

  • Il salame fatto in casa

    Il salame fatto in casa

    La cucina Polesana ha sempre avuto caratteristiche ben precise, in relazione alle sue radici storiche ed ambientali, alcune delle quali resistono nonostante i notevoli cambiamenti dovuti al sopravvenuto benessere e ai mutati costumi e ritmi di vita.

    Rimangono ancora in auge delle specialità che molti di noi apprezzano e ricercano. E proprio spinto dal desiderio di conservare memoria di tali importanti testimonianze dei tempi passati, mi è sorta la curiosità di assistere al rito, per certi aspetti misterioso, della preparazione dei salumi, insaccati che tutti conosciamo e che molti di noi ricercano, soprattutto se fatti a mano o come si suol dire “in casa”.

    Non è stata impresa facile, trovare l’occasione e la possibilità di assistere a tale attività. E ciò pur vivendo in un paese di campagna ed avendo sentito parlare innumerevoli volte di questa usanza rurale, che ancora sopravvive sentitissima presso alcune famiglie del nostro Polesine; sono dovuto ricorrere alle conoscenze locali di qualche amico, per avere il privilegio di partecipare a tali lavori.

    Devo dire che l’esperienza vissuta è stata indimenticabile, direi storica, e questo grazie alla preziosa collaborazione e sensibilità offerta da una meravigliosa famiglia di agricoltori di Canalnovo, frazione di Villanova Marchesana.

    Difficile esprimere le emozioni vissute nelle ore passate ad osservare i gesti rapidi e calcolati di ogni singola persona, che esprimevano precisi movimenti antichi. L’atmosfera, l’ambiente, i colori e gli odori, mi hanno fatto rivivere una realtà d’altri tempi.

    Innumerevoli sono le specialità che si possono ricavare da un maiale, che solitamente viene macellato nei mesi di Dicembre-Gennaio, in quanto le basse temperature di questo periodo permettono una migliore conservazione degli insaccati. Naturalmente la qualità della carne dipende anche dal tipo di alimentazione del maiale, che nel caso in questione è stato alimentato con crusca di frumento, farina di granoturco aggiunta all’acqua per formare la “broda” (impasto), patate, zucche, pane vecchio.

    Il maiale idoneo alla macellazione deve aver raggiunto il peso di circa 2 quintali, da cui si potranno ricavare 90 kg. di salami da taglio, 20 kg. di cotechini e 10 kg. di coppe e pancette; viene macellato e lasciato un giorno appeso ad una trave per il raffreddamento della carne e per permettere lo scolo del sangue. Segue la preparazione dei vari insaccati che durerà alcuni giorni con le seguenti produzioni:

    – salame con aglio: composto con carne di 1ª qualità, vino clinto, aglio, sale, pepe; – salame da arrosto: composto da muscoli, vino clinto, aglio, sale, pepe; – coppa: parte dorsale, carne intera non macinata, con l’aggiunta di cannella, sale, pepe e chiodi di garofano; – pancetta: parte del ventre, carne non macinata, arrotolata, vino clinto, spezie varie; – cotechino: 90% di cotiche, 10% di carne, sangue, frattaglie, spezie varie.

    Per tutti gli insaccati fatti in casa vengono usate budella di maiale e di bue.

    Il sig. Giovanni mi riferisce che i cotechini sono decisamente migliori con le budella di maiale. È evidente che ogni arte ha i suoi trucchi. Dopo la macellazione, tutte le ossa del maiale vengono raccolte, in quanto risultano assai appetitose se bollite e leggermente salate.

    A lavoro ultimato tutti i salami vengono “spunciati”, cioè bucherellati con un particolare attrezzo, per permettere la fuoriuscita dell’acqua e quindi una migliore conservazione e stagionatura che avverrà in una stanza fatta in travi e solai in legno, a temperatura costante.

    Durante le varie fasi della lavorazione sono stato invitato ad assaggiare il “paston”, piccola polpetta di carne macinata scaldata su carta oleata sul camino. L’appetitoso assaggio è stato accompagnato da un’“ombra” di clinto, il tipico vino polesano che è ritenuto il più idoneo per fare esaltare il gusto genuino del salame.

    Alla fine dei lavori ho accettato molto volentieri l’invito a cena della famiglia che tanto gentilmente mi ha “iniziato” all’antico rito.

    Per chi fosse interessato ad una degustazione, mi risulta non sia difficile trovare questi salumi nei locali più tipici del Polesine. E mi piace concludere ricordando che a Trecenta da qualche anno è stata ideata, con successo, la sagra del salame. La manifestazione è fissata alla fine di Giugno: un’occasione da non perdere per gustare un prodotto tanto tipico della nostra terra.

  • C’era una volta

    C’era una volta

    El ciareto de le batisosole

    Dove sono le lucciole? Chissà se ancora accendono il loro prodigioso lumino lungo le vie campestri, e se ancora sono rincorse e catturate dai bambini.

    Per chi da anni ha lasciato il paese natio, trasferendosi in centri urbani di varia dimensione, delle lucciole non è rimasto che il nostalgico ricordo: la rievocazione di serate magiche, in estati lontane, fatte di entusiasmi infantili, di misteriose attese e di qualche immancabile delusione.

    Per l’appuntamento con “C’era una volta”, abbiamo scelto in questo numero di “Ventaglio Novanta” la poesia in dialetto “adrioto” di Sara Naccari dedicata alle lucciole, ovvero le batisosole.

    Le batisosole

    Chisà se le ghè ancora
    in qualche posto
    le batisòsole, nere, col so’ ciareto
    ch’el s’impissa e el s’instua!

    Ghin gera tante andando a la stasion,
    sora chel foso, soto i balonari
    e, sconte in aqua, ghe tegneva drio
    racolando le rane!

    Mi gera ’na putina, ghin ciapava qualcuna
    curiosa de vederla da visin,
    ma me trovava in man
    un fià de roba nera, molesina,
    che sbateva per poco el so’ stopin
    e ne svolava piú. E alora mi piansea
    perchè mi no voleva farghe male!

    Le paréa le vecete in procesion
    la sera dei sepolcri
    tute col mocoleto,
    la traversa e le savate,
    curve, inturtià dentro al so’ fasoleton
    novo, co la so’ bela fransa
    o co la siarpa in testa
    che dedrio ghe segnava el cocon.
    Vece prima del tempo!

    Povere vece mame abandonà
    con cusí poco amore!
    Povere vece racole stonà
    sensa piú fosi,
    e le mi batisòsole stuà per sempre!

    In meso a tanta siensa, a tanta confusion,
    le se tira da parte: jè cusí picenine!
    Nisuni le vedría.
    No le ghe pole s-ciarar
    la strada piú a nisun.

    Sara Naccari

  • Il diavolo al ballo

    Il diavolo al ballo

    La brutta storia d’la fiola che l’è stà ciapà dal diavolo

    A gh’ièra ’na signora co’ ’na fiòla, la ièra sensa padre ’sta fiòla, la ièra tanto vissià ’sta fiòla, la ’n ’ndaséa nè a messa, nè da nissuna parte, nè a messa nè a funsion. La ’ndaséa sempre a balare e la catava i mèjo ragassi del balo.

    Orca miseria, fiòl d’un can, a vien ca se gh’inamora un bèl ragasso… E ’na bèla sira ciapa su, ’sto ragasso el l’acompagna a casa e lì insuma i ha fato i spigassi éla la s’è inamorà e i ha róto i piati! Benón!

    La fiòla la ga cedù e dopo, quando chi ha fnì, el fiòlo el ga dà sète pugnalà sul pèto… Sète pugnalà sul pèto… el s’éa fato… el demonio el ièra el ragazzo…, el ragasso el ièra el demonio!

    Madòscara d’un can, el ga dà sète pugnalà! E éla mortalmente s’è ciapà su e l’è ’nda casa. In casa c’l’è sta’ a gh’ièra i só servi: – Ah mamma del Signorre…

    Elora cari dal Signore l’è ’ndà in casa. E la dise la só serva: – Ah Gesù Maria che cosa è mai successo? –. Alora éla la ga dito: – Presto, presto, vammi a chiamare il curato –.

    Elora iè ’ndà a ciamare el prete e el prete, ch’el l’ha vista acsica mortalmente ferita, el l’ha confessà. Ela la s’ha confessà cristianamente e ’sà là sta morendo.

    El dise el prete: – ’Spèta ca vaga tore i sacramenti –, l’osti, insuma, in canonica. E difati la s’ha pacificà.

    Ma lu, el demonio in spirito, el se ga fato ancora arènte, el s’è butà vissìn de éla, e el ga dito: – Fa’ d’manco d’ tore el prete, sa che lu el t’manda al’inferno… Fa’ d’manco d’ tóre la particola c’la te fa murire! –.

    Ela l’è sta’ convinta acsica tanto bèn su ’na fata maniera e viene el prete par darghe la particola: – Nooo… nooo… –.

    La ’sirava la testa da parte e ’st’altra e insumma el prete el n’è bòn da darghe la benedission e lu, el demonio in spirito, el s’éa scónto in t’un cantón.

    Elora là in te ’sto cantón el prete el n’lo vede brisa, l’è un spirito maligno el n’ po brisa védarlo, e l’ha sparso l’acqua santa col spèrgisse in tuti i cantùn e el demonio obligato el s’è ciapà su e l’è ’ndà fó ra.

    Elora éla, la ragassa, la n’el vedéa mina più, la só anima la ièra incorporà ormai col demonio e la s’ met’ a sigare: – Dove sei Verooo…? –. E Vero el ga risposto: – Fuori di camera che ti aspetooo…! –.

    El prete ancora l’insiste par darghe la comunión, el vede ch’el n’è bòn da dargla, elora una voce dal cielo la dise: – O sacerdote sacro viene fuori di lì –.

    Elora lui prese i suoi sacramenti in man e l’è ’ndà fóra dala porta. E, apena ch’è stato fuori da quella porta, urli, tuoni e fulmini si sentiva e l’anima che spirava in braci ai demoni se ne andava.

    Lei, prima di spirare, è andata trovare la madre in camereta e molti pugni in facia gli donava e gli diceva: – O madre mia, sei maledeta, tu mi vendesti l’anima mia da fanciuletta. Ora, se per me il demonio vuol venire, venga, che pur alegra io lo aspeto; ora, se per me l’anima vuole ingiotire, venga, che sono qui preparata –.

    (Archivio del Centro Etnografico Adriese. Fonte: Aronne Puozzo, defunto, Casa di Riposo di Papozze)

    ’Fati sta morendo, è ’gnù Satana e Lucifero e i l’ha ciapà anima e corpo e i s’ha portà co’ lui all’Inferno.

    Abilissimo nei travestimenti, il diavolo era sempre in agguato

    Eh sì, un tempo bisognava essere costantemente vigili perché il diavolo era abilissimo nei travestimenti e non lasciava nulla di intentato pur di raggiungere i propri obiettivi. La sua malizia era tale, che architettava persino di sostituirsi ai curati per iniziare al culto di santi inesistenti, facendo leva sulla sempliciotta credulità dei fedeli: “C’era un paese che era abitato da gente indrio che non sapeva distinguere la panòcia dala mélega² e il diavolo pensò che lì avrebbe trovato da far bene. Così decise di prendere l’aspetto del parroco, tanto i paesani non si sarebbero accorti di nulla.

    Una domenica, salito sul pulpito a predicare, prese a dire: “Cari fratelli, oggi celebreremo la festa di San Pavàn³, un santo che ancora voi non conoscete. San Pavàn è un grande santo, che fa molti miracoli, che vuol bene a tutti coloro che lo invocano, che vuol bene alla povera gente come voi…”.

    E avanti così come se fosse un vero prete. E poi: “Se io voglio posso chiedere un miracolo anche in questo preciso momento a San Pavàn. Ora io apro questa scatola…”. Mostrò una scatoletta di latta che conteneva un garavlón⁴ e soggiunse: “Libererò il calabrone e voi erigerete un altare nel punto preciso in cui si fermerà”. E, casse!, il calabrone cominciò a ronzare di qua e di là, avanti, indietro come fanno quegli insetti, e tutti ’sti organi a seguirlo con gli occhi sbarrati in attesa dell’evento.

    Ad un certo punto il calabrone fu attirato da un uomo con un lungo e grosso naso e ci si posò sopra. E il parroco: “Qui allora costruirete l’altare per il vosto nuovo santo!”. “No, no, no, per carità, non voglio questo”, urlò l’uomo con la canòpia e scappò fuori di chiesa. Così tutti si misero a ridere e, per quella volta, i paesani la passarono liscia”⁵.

    Ma era il ballo il luogo topico nel quale il demonio tendeva i suoi agguati più subdoli alle giovani indifese, celandosi sotto le spoglie di amoroso galante e gentile, piacente e simpatico⁶. D’altronde tutti lo sapevano: “La dòna ca va ala festa la ga el diavolo par la testa”. “Quando ballavano dalla Rosa Caputina capitò un fatto. Una ragazza fu presa su da un foresto con cui ballò per tutta la sera. Ma nessuno lo aveva mai visto prima o sapeva chi fosse. Ad un certo punto le amiche si accorsero che il ballerino, bellissimo ed elegantemente vestito, aveva i piedi da cavrón e perciò cominciarono a fissarlo. Il giovane, sentendosi osservato, alla chetichella sparì, lasciando la compagna che stravedeva per lui con un palmo di naso. Da allora raccomandavano alle ragazze di non ballare con chi non conoscevano”⁷.

    Esecrata la pessima usanza di celebrare con pubbliche feste danzanti le ricorrenze religiose, e incapace di estirpare il riprovevole costume, la chiesa stessa dovette ad un certo punto arrendersi, chiedendo che gli strumenti tacessero almeno durante le funzioni vespertine⁸, dal momento che gli intrattenimenti iniziavano nel primo pomeriggio e duravano fino a tarda ora⁹.

    Le ragazze per bene, a scanso di equivoci, assistevano alle danze dal termine del vespero sino all’ora di cena e poi filavano in fretta: “Quando eravamo fio/ate, prima andavamo alle funzioni e poi ci fermavamo a ballare fino alle otto circa, al termine della prima impresa, che così si diceva. Poi gli orchestrali si riposavano per cenare e alle nove cominciava la seconda impresa. La mamma voleva che fossimo a casa prima del buio, perché non era bene rimanere alla seconda impresa e poi si potevano fare brutti incontri per strada…”¹⁰.

    E non solo al ritorno dal ballo, pure dopo il filò terrificanti visioni potevano atterrire gli incauti: “Una notte, sarà stato un bòto, un bòto e mèso, mentre tornavo a casa attraverso i campi dopo essere stato a filò da Barbarossa, mi si alzò di colpo la figura gigantesca di un essere spaventoso che brandiva nella mano destra una spada fiammeggiante. Rimasi esterefatto perché non pensavo mai di imbattermi in un fenòmeno del genere. E piàn, piàn, pieno di paura, senza fiatare e senza voltarmi indietro, riuscii a portarmi a casa. Nei giorni seguenti andavo chiedendo agli èvi cosa potesse essere… Ma furono sempre evasivi: “Non pensarci… Magna e bivi!”¹¹.

    Era la preoccupazione di narcotizzare il timore, certamente e soprattutto il tentativo di esorcizzare quel diavolo vivo e tremendo, la cui figura tenebrosa era alimentata ed amplificata dai sermoni recitati a tinte troppo realistiche dai pulpiti e riecheggiati nei filò, dai drammi rappresentati nelle chiese.

    Il Diavolo al Ballo si configura come una “moralità”, uno dei topos della drammaturgia sacra, il cui canovaccio attingeva alla omiletica e alla letteratura penitenziale. Nelle “moralità” il diavolo è spesso presente sulla scena o, acquattato tra le quinte, pronto a far sentire la sua voce da fuori campo (è il nostro caso) o a mostrare la coda non appena fosse stato nominato¹² “a t’ parli del diavolo e a g’ spunta la côa”.

    La ragazza, senza la guida sicura del padre (la madre, si sa, spesso è connivente con i capricci delle figlie), si propone subito come vittima predestinata nel preferire, all’irto e ripido cammino della salvezza, il movimento orizzontale, circolare e ciclico del ballo nelle cui spire totalmente s’abbandona sedotta com’è da basse e terrene passioni che, appena accennano a smorzarsi, subito si rinforzano e risorgono proprio come i passi di una manfrina. Tutto ciò perché fin da bambina, dalla madre è stata ceduta al diavolo¹³ ed ora per lei non c’è più la possibilità di ritornare indietro; non vuole e non può quindi ricevere la comunione¹⁴ e per timore di capitolare invoca in soccorso Vero, il suo personale protettore infero¹⁵ perché l’aiuti a discendere nel regno per lei preparato. E infatti giungono solerti Lucifero, il principe del male, e Satana, il suo messaggero¹⁶, che la conducono nell’eterna oscurità.

    Così pure ammonivano i predicatori delle missioni popolari che puntavano, nelle giornate iniziali, ad incutere nell’uditorio sbigottito terrore, per mostrare e far comprendere, a conclusione del ciclo penitenziale, quanto più vantaggiosa fosse la via della virtù che valeva la pena di seguire altrimenti il baratro avrebbe spalancato le fauci.

    Dell’inferno “tutti i predicatori ne trattano, e non crederebbero di aver svolto il loro ministero se non parlassero di questo tema terribile”¹⁷.

  • La calà della forca

    La calà della forca

    Il colpo d’occhio, che offre la carta topografica di Badia Polesine, è quello di una somiglianza impressionante con una candida farfalla adagiata nel bel mezzo della pianura a ridosso dell’Adige, con le punte delle ali perse ad oriente fra i campi, ed insinuata ad occidente fin dentro gli abitati di Baruchella e Castagnara. Anche Lendinara però non è da meno: allunga i suoi tentacoli possessivi fin sotto il naso di Villanova del Ghebbo, sbircia Fratta da dietro la stazione ferroviaria, arrivando sulla sinistra Adigetto ad un tiro di schioppo dal campanile di Badia.

    Stranissimi confini, disegnati da una storia antica, quando i fiumi decidevano per conto degli uomini con rotte disastrose, completati dai desideri dei feudatari, incostanti nel porre le loro proprietà sotto un municipio invece di un altro.

    Proprio sul confine sopramenzionato tra Lendinara e Badia, sulla biforcazione che giungendo da Rasa lascia l’argine per calare in Badia, esiste tuttora un piccolo capitello votivo recentemente restaurato (vedasi Ventaglio n. 3 “Il capitello del ritorno”) che, per la sua posizione solitaria fra i rovi e gli alberi, ricorda un più famoso capitello, …quello immortalato dal Manzoni, davanti al quale il povero Don Abbondio fu bloccato dai bravi di Don Rodrigo trangugiando l’altrettanto celebre ambasciata.

    E non è forzato il paragone, né irriverente, se si pensa al nome sinistro della località in cui sorge il sacello: “Calà della Forca”.

    Qui la vecchia strada provinciale, uscente dal “Cao de villa” di Badia dal piano campagna, sale repentinamente con una breve rampa sull’argine sinistro dell’Adigetto, accorciando il percorso primitivo che la portava con una amplissima ansa fedele al fiumiciattolo fin davanti a Salvaterra.

    Sul nome della località sono fiorite le più inquietanti e tenebrose storie; storie provenienti dal passato, ripetute per generazioni davanti al fuoco acceso nei modesti casolari. Un rito che si ripeteva in tempi in cui la povertà era tanta, ed altrettanta la bramosia di sapere, conoscere le vicende di chi ci aveva preceduto, con la fantasia a briglia sciolta, curando il culto dei propri avi, i cui ritratti erano immancabilmente appesi nella sala d’ingresso (…a differenza di adesso che, senza saperlo, finiamo con l’essere figli di nessuno, senza radici, senza un passato, tronfi nel benessere, inebriati dal consumismo, inebetiti dalla televisione che ci illude di esser divenuti tutti cattedratici).

    Si raccontava dunque che, alla Calà della Forca, si radunavano i ladri per dividere il bottino e per assalire gli incauti viandanti.

    Pare inoltre che, proprio in questo sito, avvenissero le impiccagioni dei briganti infestanti il circondario di Badia attorno al 1820; il che confermerebbe il terribile termine che individua il crocicchio: forca, ossia patibolo.

    Va infatti ricordato che, passato il ciclone Napoleonico, un gran numero di sbandati, reduci dalle innumerevoli campagne di guerra, non riuscendo ad integrarsi nella mutata situazione, si diedero alla macchia, saccheggiando casolari isolati, assalendo la gente per strada, incendiando per terrorizzare la popolazione.

    Erano in quel periodo gli austriaci i padroni di turno delle nostre disagiate contrade. L’aneddottica ottocentesca, a Risorgimento ultimato, fece tutt’uno di briganti e patrioti per il solo fatto che il loro comune nemico era l’Austria. Ma nel luogo, così fuori mano da Badia, se esecuzioni capitali vi furono, se ne ricava che dovettero compiersi sul capo dei briganti. Il governo militare di Radetzky riservava infatti ai patrioti condannati politici ben altri patiboli, su altre piazze, davanti alle folle.

    Furono quelli tempi atroci di passaggi d’eserciti invasori di alternanza e di potenze dominatrici; confusione e instabilità furono i germi nefandi che favorirono il brigantaggio. Famosi sono rimasti nella bassa Padovana le gesta dei briganti Sexe e Stella, taglieggiatori ed assassini, spauracchio delle popolazioni di campagna, tanto che, ancor oggi, per definire un ragazzo scapestrato e mascalzone, si usa esagerare come da antico costume dicendo: “El xe on sassin da strada”.

    Se i palazzi dei ricchi, ubicati in città e costruiti con blocchi di marmo, erano inattaccabili, per i poveracci, isolati nei poderi, erano invece dolori: basta entrare in una di quelle piccole case basse ormai abbandonate che costellano il paesaggio polesano, per accorgersi che anche le più misere sono munite di robuste inferriate alle finestre.

    Cosa potevano servire le inferriate? Non certo a parare i gelidi spifferi dell’inverno, né a trattenere le fastidiose zanzare d’estate… Erano la naturale difesa contro i malintenzionati, e davano modo agli occupanti di prendere tempo, salire sui tetti attraverso gli abbaini e gridare aiuto. In alcune di esse, inoltre, appena varcata la soglia, si notano sul soffitto, composto di tavole in legno sorrette da travi appena sbozzate, due fori: non sono questi opera dei tarli o dei sorci, ma pertugi praticati apposta dagli inquilini per potervi infilare le canne (da sopra) di un vecchio fucile ad avancarica, e scaricare, sui malandrini che fossero riusciti a forzare l’uscio, una gragnuola di pallettoni e chiodi.

    È facile dunque pensare che, in tali luoghi caratterizzati dalla presenza di briganti, non fossero mancate esecuzioni di malfattori tramite l’impiccagione: la forca appunto.

    Ma se queste sono ipotesi credibili, di un episodio cruento non si è del tutto spenta l’eco: avvenne certamente alla Calà della Forca un fatto delittuoso, la cui trama, un tempo sulla bocca di tutti, giunse fino alle mie orecchie, portata dal ricordo struggente che alcuni vecchi conservarono dell’avvenimento, vissuto e cento volte narrato dai loro padri.

    Correva l’anno 1859, sui campi di gloria di S. Martino e Solferino l’Italia risorgimentale aveva appena colto due sfolgoranti vittorie; gli austriaci, sconfitti dagli eserciti congiunti di Vittorio Emanuele II e Napoleone III imperatore di Francia, dopo una breve e ordinata ritirata si erano rinchiusi entro le fortezze del Quadrilatero (Legnago era la più prossima a noi) apprestandosi a resistere per non dover cedere, oltre la Lombardia ormai liberata, anche il Triveneto.

    Il fermento fra le popolazioni nostre era palpabile; alcuni coraggiosi, sfidando la pena di morte, erano corsi ad arruolarsi sotto le bandiere di Vittorio Emanuele e di Garibaldi; gli austriaci avevano emanato decreti severissimi comminando con prodigalità la pena di morte in zona di guerra.

    Le truppe dell’immenso impero Austroungarico vivevano da mesi in stato di allerta, esasperando i controlli, effettuando perquisizioni ed arresti; avevano istituito un servizio permanente di pattugliamento su tutte le strade carreggiabili non appena era stata dichiarata la guerra col Piemonte (Il guerra d’indipendenza).

    Un picchetto armato, comandato da un caporalmaggiore, marciava guardingo coprendo il tratto di strada arginale che da Salvaterra conduce a Ramodipalo sul lato destro dell’Adigetto.

    Sulla piazza di Ramodipalo si sarebbero dovuti incontrare con la pattuglia proveniente da Lendinara, scambiarsi informazioni ed ordini, quindi fare un rapido dietrofront per arrivare a Salvaterra all’appuntamento coi commilitoni provenienti da Badia.

    Erano le nove di una domenica mattina, compiuti all’incirca mille passi, i soldati si trovarono dirimpetto alla Calà della Forca, nel punto in cui gli argini si avvicinano particolarmente; scorsero sull’argine di sinistra un uomo, dal fare sospetto, che bighellonava e gesticolava.

    Chi lo sa, …forse voleva prendersi gioco dei militari ingabbiati nelle bianche uniformi col kepì abbassato fidando nell’Adigetto scorrente nel mezzo, forse più semplicemente aveva qualche suo cruccio che lo tormentava; fatto sta che il caporale insospettito, per sapere qualcosa, fermò delle donne che tornavano dalla messa a piedi.

    Con quelle poche parole che conosceva della nostra lingua chiese brusco: “Mamma, chi essere questo?” accompagnando la gutturale richiesta con l’indice puntato al misterioso personaggio di là dal canale.

    Una di loro che lo conosceva bene, candidamente rispose: “E xe on certo Franzoso …el ndarà pai so intaressi”.

    Quelle parole sul graduato d’oltralpe fecero l’effetto d’un fulmine; erano stati segnalati agenti segreti infiltrati nelle retrovie, per preparare il terreno alle prossime battaglie sulla linea dell’Adige.

    Perso il lume degli occhi, e senz’altro voler sapere, urlò nella sua secca lingua: “Alarm!!! Franzose …Franzose …Feur …schnell, Schnell!!!” (Allarmi!!! Francese …Francese …fuoco …presto, presto!!!).

    Fu un lampo, imbracciati i fucili i soldati austriaci spararono al povero malcapitato Franzoso, reo di aver un cognome la cui pronuncia suonava incredibilmente simile al tedesco Francese (Franzose …appunto) un nemico.

    Cadde stecchito sull’argine della calà della Forca vittima inconsapevole di una guerra di cui probabilmente ignorava le cagioni. Nessuno osò chiarire l’equivoco, regnava la paura che tacitava le coscienze facendo mormorare: “Tasi …no ghe xe rason ca tegna davanti la boca di sciopi”.

    Al comando austriaco la cosa tornava comoda quale terribile esempio, la gente però non scordò. E quando, sette anni dopo, nel 1866, il Veneto venne finalmente sollevato dalla presenza straniera, Fuga il cantastorie, portò di paese in paese la vicenda tragica dello sfortunato Franzoso tradotta in musica, mentre sulle piazze si cantava a squarciagola quello che prima neanche si sussurrava nel segreto degli scantinati:

    “El generai Radischi (Radetzkj) xe el capo de i sassiniii el magna a crepapanza col pan de i poariniii… E anche Ceco Bepe a forza de picareee (impiccare) de note senza braghe a ghe tocà scapareee”.

  • Gli ebrei a Rovigo

    Gli ebrei a Rovigo

    Gli israeliti nel Veneto ebbero frequenti e favorevoli opportunità di insediamento e di integrazione con la popolazione delle città nelle quali li avevano condotti le attività di prestatori, banchieri, sensali, e i commerci.

    Ovunque la loro presenza assunse caratteri di stabilità; ancorché nella coercitiva urbanizzazione imposta dai ghetti, sorsero i loro cimiteri, emblematici di una concreta “saldatura”, anche sotto l’aspetto psicologico, intervenuta tra la componente ebraica e la popolazione locale. Pertanto al progressivo stabilizzarsi della loro presenza nel territorio, si è accompagnato il sorgere in Rovigo di ben tre cimiteri, due dei quali tutt’ora esistenti.

    Il più antico, risalente sembra (ma non vi sono certezze) al secolo XVII, ubicato fuori porta Arquà in località denominata “Pestrina”, fu abbandonato da tempo immemorabile e, stando alla testimonianza di Federico Luzzatto, già negli anni ’30 non presentava più traccia di lapidi. Circa gli altri due, uno era quello fuori porta S. Francesco, situato tra via Verdi e via Mure Soccorso, un tempo proprietà della Confraternita Ghemilut Chasadim (Fraterna della Misericordia) che curava le onoranze funebri e l’accompagnamento dei morti a sepoltura; l’altro, il più recente, posto nell’attuale via Stacche alla Madonna dei Sabbioni, inaugurato intorno al 1820 (nel quale sono stati portati anche taluni resti provenienti da scavi effettuati nell’area di via Mure, citata) è attualmente ancora in funzione, sottoposto alla giurisdizione della Comunità israelitica di Padova.

    La presenza documentata di ebrei in Polesine risale agli ultimi anni del secolo XIV. Al 1506 data il primo documento che ne attesta ufficialmente l’attività di prestatori in Rovigo. Il rinnovo, espresso o tacito delle così dette “condotte di banco” a partire dal 1° Maggio 1570, (epoca in cui il permesso di tenere in città un banco di prestito venne accordato dalle Autorità locali, per dieci anni, a tali Madonna Dolce relicta di Salomonino e a messer Consiglio suo cognato, nonché a messer Rafael ed Elia fratelli, figli del fu Mazo di Padova), agì quale fattore di ulteriore stabilizzazione di tale presenza e ne rafforzò, col tempo, l’essenziale apporto finanziario alla languente economia locale e alle impellenti necessità di denaro della popolazione, esigenze che il Monte o Fontego del frumento, creato nel 1508, non risultava in grado di soddisfare a causa, soprattutto, così sembra, di problemi di gestione.

    Da tale attività di prestatori (è noto che il diritto canonico vietava l’usura ai cristiani, in base al principio per il quale pecunia pecuniam parere non potest), emergerà, col tempo, la privilegiata ed influente figura del “banchiere”, facente capo alle due eminenti famiglie dei Salomon e dei Consiglio, costituenti una sorta di classe eletta, all’interno della Comunità medesima.

    Il Cinquecento fa registrare, per la Cattolicità, la perdita della Germania e del mondo anglosassone. Dopo il Concilio di Trento già si delineano le premesse di quella Controriforma che con i suoi rigori e la stretta ortodossia, connoterà di sé il secolo seguente.

    La ricaduta di un tale clima avrà ripercussioni negative anche sull’elemento ebraico, e infatti il Seicento può essere considerato per l’ebraismo veneto – ma non solo veneto – come l’età dei ghetti. In ordine di tempo essi sorgono a Verona nel 1599, a Padova nel 1601, a Rovigo nel 1612, a Conegliano nel 1637, ad Este nel 1666 e a Ceneda, addirittura, verso le metà del ’700.

    Dall’accezione talmudica ghet (dispersione, diaspora) secondo l’interpretazione lessicale del termine, in realtà si è più propensi a riconoscere all’espressione ghetto la valenza di toponimo e precisamente del luogo ove si fondevano (da getto, gettare) i cannoni nella Venezia del ’500, cioè la località di S. Gerolamo, nel sestiere di Cannaregio, dove nel 1516 venne costituito il primo ghetto della storia, prototipo e modello istituzionale di quelli che, come si è detto, si sarebbero poi diffusi nel secolo successivo.

    Tale formula comporta l’individuazione e l’assegnazione agli ebrei (e in un più esteso concetto, a minoranze emarginate) di uno spazio abitativo separato artificialmente – in genere con recinti in muratura – dalla città, all’interno del quale la Comunità ha l’obbligo di risiedere, svolgere le proprie attività, tenere scuole, luoghi di culto ecc.

    Tale quartiere separato ed esclusivo, dal quale è consentito uscire soltanto in certe fasce orarie della giornata (con divieto nelle ore notturne, ad esempio, in cui i suoi accessi vengono chiusi), nell’intendimento dell’Autorità che lo istituiscono e, come si è ricordato, sull’onda delle cautele e delle diffidenze di matrice post-tridentina, assolve essenzialmente la funzione di separazione fisica tra l’elemento ebraico e la popolazione cristiana, al fine di preservare quest’ultima da troppo frequenti contatti ed influenze con “infedeli” e quindi dalla paventata contaminatio.

    Prescindendo dalle considerazioni negative sull’istituzione “ghetto”, si può ad ogni buon conto osservare come tale formula abbia avuto il potere di rafforzare, tra l’altro, il processo di consolidamento delle strutture comunitarie dell’ebraismo veneto e ne abbia difeso i valori della tradizione, determinando la proliferazione dei luoghi di culto – sinagoghe –, di istruzione – Midrash – e, appunto, di cimiteri o “case dei viventi”, in parallela corrispondenza al costituirsi dei quartieri-ghetto.

    A Rovigo, il 4 novembre 1612, il Consiglio cittadino deliberava con apposita Parte assunta con 31 voti favorevoli e 4 contrari, la creazione del ghetto, con l’esplicito intendimento di limitare il contatto reputato “scandaloso” (sic) tra la popolazione cristiana e l’elemento ebraico, la cui presenza in città e nel territorio si era intensificata con l’afflusso di israeliti da territori limitrofi, in particolare da Ferrara. Tale città, come è noto, alla fine del ’500, venuto meno il dominio del governo Estense, era entrata a far parte dello Stato della Chiesa assumendo di conseguenza una posizione più rigida nei confronti degli Ebrei il cui ghetto sarebbe stato istituito intorno al 1626.

    Il Consiglio di Rovigo, nel chiedere in pari data al Governo di Venezia (di cui il Polesine era suddito dal 1515) l’autorizzazione a concentrare gli ebrei in quartiere separato, in definitiva si allineava alle generali tendenze del momento nei confronti di tale Comunità, assecondando una duplice e contrastante esigenza: ottenere la formale separazione dei loro membri, ma nel contempo garantirsene la presenza continuata e regolare in ambito locale, per le irrinunciabili esigenze di ordine economico che facevano capo, soprattutto, all’attività dei prestatori.

    Il 28 dicembre di quell’anno, il Doge di Venezia accoglieva l’istanza dei maggiorenti sudditi di Rovigo, prevedendo contestualmente l’obbligo nei loro confronti, di individuare il luogo da destinare alla dimora coattiva degli ebrei e di emanare apposite norme o Capitoli atti a disciplinare la vita della Comunità nel ghetto e nei rapporti esterni.

    Due gentiluomini rodigini di famiglia influente e titolari di cariche pubbliche, Gasparo Roncale e Antonio Raimondi, provvidero nei due anni a seguire, per incarico del Consiglio, a mettere a punto un articolato d 15 Capitoli, che il Consiglio stesso approvava il 1° agosto 1615 e che otteneva il placet del Governo veneziano il 26 novembre 1616.

    Altro tempo si rese necessario per localizzare lo spazio destinato a concentrare le famiglie israelite e che, a regime, venne a coincidere pressapoco con le attuali aree di Piazza Merlin e del Mercato Annonario; alla data del S. Michele (29 settembre) 1617, venne previsto l’ingresso nel ghetto di 17 famiglie ebree, ma sarà necessario circa un altro decennio (1627) per la completa attivazione della struttura.

    Col tempo, il ghetto di Rovigo assunse l’aspetto di vera e propria fortezza quadrilatera, separata dalla città da una “muraglia a due teste di almeno nove piedi” e chiusa da portoni, uno dei quali riservato al transito dei carri. Il perimetro del quartiere aveva i lati lungo le mura che da porta S. Bartolomeo conducevano al Terraglio, lungo la via Pubblica, lungo lo stesso Terraglio e l’ultimo lato chiudeva sull’attuale via X Luglio, a ridosso della cinquecentesca chiesa di S. Antonio Abate o S. Domenico.

    Dunque una sorta di cittadella nella città, in pieno centro urbano, dotata di proprie organizzate strutture, tra le quali la Sinagoga di rito ashkenazita, in relazione alla prevalente origine tedesca dei componenti la Comunità.

    Tale edificio di culto venne distrutto con la demolizione di parte del ghetto voluta nel anni ’30 dal regime fascista. Federico Luzzatto ricorda che “Il Tempio era ampio e luminoso, con forma leggermente ellittica, sobrio nelle decorazioni, ma ricco di dignità e suggestione; a pianterreno si trovava il Beth-ha midrash, di proprietà della Fraterna della Misericordia. Il rito osservato era quello tedesco”.

    Il pavimento, gli ornamenti marmorei e l’arca lignea scolpita nel 1642, salvati dalla demolizione, furono successivamente trasportati nella nuova sede di via Corridoni 8 e, successivamente, passato tale edificio in proprietà di un privato, a Padova.

    Alla testimonianza di Federico Luzzatto facciamo ancora ricorso per la descrizione del ghetto come esso si presentava poco prima dell’intervento di demolizione. Egli ne descrive il tipico assetto urbanistico connotato da case multipiani, per la carenza di spazi edificabili che rendeva necessario sopraelevare in altezza, dotate di piccole finestre. Il quartiere si snodava intorno a due grandi cortili (Piazzale primo e Piazzale secondo); la prima rampa di scale in molti edifici era esterna, gli anditi simili ad oscuri corridoi, i soffitti bassi.

    Il regime di clausura era sottolineato anche da richiami esteriori; ancor oggi, spostata e sovrapposta ad uno dei cancelli che immettono al Mercato Annonario, è leggibile la lapide² che un tempo appariva sull’ingresso principale del ghetto. Essa risale all’anno 1627; venne manomessa all’epoca dell’avvento dei francesi, alla fine del ’700, che segnò la chiusura dei ghetti in ossequio ai principi di libertà, fraternità e uguaglianza postulati dalla Rivoluzione e, attualmente, rievoca la memoria di una discriminazione che di fatto a Rovigo fu piuttosto blanda, in quanto il regime di clausura e di separazione imposto agli ebrei conobbe molteplici deroghe ed attenuazioni.

    “La clausura – scrive in proposito Luzzatto – non dovette mai essere troppo rigorosa e lo spirito della popolazione… era, quando non intervenivano particolari eccitamenti, più largo e tollerante di quello di altre città…”

    In effetti, già i ricordati Capitoli del 1615, portavano eccezioni a vincoli di carattere generale che si riscontrano in altri ghetti italiani dove furono invece rigidamente osservati.

    Ad esemplificazione, ricorderemo che agli ebrei di Rovigo fu consentito di partecipare, con le proprie mercanzie, all’annuale Fiera di ottobre; di tenere fuori dal ghetto, praticamente sulla pubblica piazza (e questo per la ristrettezza del quartiere) magazzini e botteghe di generi molteplici (e, quindi, non solo della tradizionale marzaria od usato); di avvalersi di servitù e balie cristiane. Né va dimenticato il regime di particolare privilegio di cui furono gratificati i già citati banchieri, autentica forza economica del Polesine.

    Possiamo quindi concludere che il ghetto, sorto a Rovigo in ossequio all’ortodossia religiosa dell’epoca, in effetti non si tradusse in uno strumento di reale e capillare coercizione per la Comunità. Un intreccio di situazioni consuetudinarie, di interessi economici, di dipendenza della popolazione locale, dai canali del prestito e dai rapporti con i prestatori di denaro, fecero sì che l’elemento ebraico si integrasse in maniera penetrante ed osmotica con la collettività cittadina.

    NOTE

    ¹ Lo studio qui pubblicato è tratto dalla relazione presentata il 2 dicembre 1990 all’incontro presso il Teatro Sociale di Rovigo per il concorso-idea sul recupero di piazza XX Settembre bandito dal Comune di Rovigo.

    Il contributo ripropone alcuni contenuti della relazione sul tema Minoranza ebraica e popolazione cristiana a Rovigo nel Seicento: il Ghetto, una formula attenuata di separazione, (cfr. nota bibliografica a seguire).

    L’Autrice desidera ringraziare particolarmente il prof. PierCesare Ioly Zorattini dell’Università degli Studi di Udine, ordinario di Storia dell’ebraismo, per i riferimenti sui cimiteri ebraici tratti da un suo contributo su I cimiteri ebraici nella terraferma veneta, presentato in occasione della Giornata di studio per il secentesimo anniversario della fondazione del cimitero ebraico di S. Nicolò di Lido, nella sede della Comunità israelitica di Venezia.

    ² La lapide posta all’ingresso del Ghetto di Rovigo riportava la seguente iscrizione, divenuta pressoché illeggibile: “INFRA HAEC SEPTA IUDEOS COERCENDOS / RHODIGINI PATRES CENSUERUNT / NE EORUM CONVERSATIONE / CRISTIANORUM RELIGIO LAEDEATUR / MDCXXVII. MARINO ZANE PRAET. VIGIL. / DELAITO DELAITO EQUITE ET / HERCULE ACHARTIS REGULATORIB. / ANTON. RAIMUNDO EQ. AC. I. C. ET GASPARE RONCALLIO PRAESIDENTIB”.

    BIBLIOGRAFIA

    Si ritiene utile far seguire in progressione cronologica le referenze bibliografiche edite e manoscritte accertate, sulla presenza degli Ebrei in Polesine.

    R. Cessi, Gli Ebrei in Rovigo ed il commercio della lana (secolo XVIII), Padova, 1904.

    Id., Alcuni documenti sugli ebrei del Polesine durante i secoli XIV e XV, in «Atti e Memorie della R. Accademia di Scienze Lettere ed Arti di Padova», vol. XXV (1908-1909).

    F. Luzzatto, La Comunità ebraica di Rovigo, estratto da “La Rassegna Mensile di Israel”, X (1932), pp. 3-19.

    G. Piva, Il Ghetto di Rovigo, “Ambrosiano”, 2 aprile 1932.

    C. Roth, Gli Ebrei in Venezia, Roma, 1933.

    A. Milano, I primordi del prestito ebraico in Italia, “La Rassegna Mensile di Israel”, XIX (1953).

    R. De Felice, Storia degli Ebrei Italiani sotto il Fascismo, Torino, 1961.

    A. Milano, Storia degli ebrei in Italia, Torino, 1963.

    C. Semenzato, Guida di Rovigo, Vicenza, 1966, pp. 168-169.

    C. Boccato, Interventi del Governo Veneziano contro l’esportazione e l’incetta della lana in Rovigo nel secolo XVIII, “Rassegna Economica del Polesine”, n. 11-12 (1972), pp. 41-42.

    L. Stocco, Moneta e Credito nel Polesine di Rovigo fino al XVII Secolo, Rovigo, 1973.

    L. Caniato, Rovigo: Una Città inconclusa, Treviso, 1974, pp. 71-75.

    R. Negri Carugini, Notizie per una storia degli Ebrei in Rovigo dal XV al XVII Secolo, Tesi di laurea, Università degli Studi di Firenze, Facoltà di Lettere e Magistero, a.a. 1975-1976.

    Relazioni di Rettori Veneti in Terraferma, VI, Podestaria e Capitanato di Rovigo, Milano, 1976.

    A. Cappellini, Rovigo nella storia e nell’arte, s.l.e, 1983, pp. 133-134.

    A. Massarente, L’iscrizione nell’elenco delle strade comunali delle piazzole e delle vie del Ghetto di Rovigo. Condizioni igienico sanitarie del Ghetto nel 1904. Relazione presentata al IX Convegno di Studi di Storia Polesana promosso dall’Associazione culturale Minelliana di Rovigo (1983).

    C. Boccato, Il Ghetto, oggi: polo dimenticato della storia economica della città, “Rassegna Economica del Polesine”, maggio-giugno 1984, pp. 58-63.

    Id., Intorno ad alcuni affreschi del Ghetto di Rovigo, idem, ottobre-novembre-dicembre 1986, pp. 50-54.

    Le “Iscrizioni” di Rovigo delineate da Marco Antonio Campagnella. Contributi per la storia di Rovigo nel periodo veneziano, Trieste, 1986, pp. 333-334.

    B. Rigabello, Il Monte di Pietà di Rovigo e gli antichi Istituti di pegno del Polesine, Rovigo, 1987, pp. 17-21; 71-76.

    C. Boccato, Minoranza Ebraica e Popolazione Cristiana a Rovigo nel Seicento. Il Ghetto, una formula attenuata di separazione, in «Atti del XIII Convegno di Studi Storici su Eresie, Magia e Società nel Polesine tra ’500 e ’600» a cura di A. Olivieri, promosso dall’Associazione Minelliana, Rovigo, 1989, pp. 93-102.

    Id., Percorso di idee per una Rovigo “riscoperta”, “Rassegna Economica del Polesine” Ott.-Nov.-Dic. 1990, pp. 34-36.

    Tra i manoscritti che conservano testimonianze sulla presenza degli Ebrei a Rovigo e nel Polesine, si citano, a semplice esemplificazione orientativa, i seguenti:

    Archivio di Stato di Rovigo, Mappa del Catasto Austro Italiano e Buste Speciali (contenenti, tra l’altro, alcune relazioni tecniche sulla demolizione del Ghetto). Presso l’Archivio stesso, i fondi dei notai conservano, con molta probabilità, atti tra vivi e cedole testamentarie rogati per conto di ebrei locali. Analoga presenza è stata accertata dall’A. presso le Sezioni Notarili di altri Archivi di Stato (es. Venezia) e qui la si pone come proposta di ricerca, in considerazione che la prolungata e stabile permanenza di israeliti in Rovigo e nel Polesine, non può non aver prodotto anche atti di tale natura.

    Archivio di Stato di Venezia, Ufficiali al Cattaver, b. 269, filza 62 (copie a stampa settecentesche di atti istitutivi del Ghetto di Rovigo).

    Biblioteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo; Archivio Storico del Comune di Rovigo, Registri del Consiglio H, cc. 206r, 221r; I, cc. 4v, 5r, 6v; Concordiana, 37, cc. 487-490; 490-93; 507; Silvestriana, b. 35, fasc. 10, c.n.n.; b. 48, fasc. 8, c.n.n.

    Biblioteca dell’Università degli studi di Padova, Raccolta Morpurgo.

    Si rammenta, altresì, che con l’intervenuta soppressione della Comunità israelitica di Rovigo, i documenti d’archivio di pertinenza della stessa sono stati acquisiti dalla Comunità di Padova.

  • La Madonna delle valli

    La Madonna delle valli

    H. Hesse, poeta-romanziere tedesco del ’900, avrebbe certamente sostato e trovato riposo in uno dei suoi vagabondaggi esistenziali davanti alla piccola chiesetta della “Madonna delle Valli” e per non perderne il ricordo avrebbe velocemente schizzato sul suo taccuino da viaggio un acquerello sfumato, apparente miraggio, gioco di riflessi tra gli specchi d’acqua e gli squarci del cielo, con la chiesetta precariamente adagiata sugli ultimi resti di un sacro argine mai violato dall’escavatore.

    Sperduto eremo di pace alla foce del Po di Levante, angolo silenzioso di preghiera per la piccola comunità di pescatori che solo ottant’anni fa abitava Valle Pozzatini, Scano Cavallari, l’Isola di Albarella, terre un tempo raggiungibili esclusivamente in barca.

    Oggi, cinquantanni dopo, una strada panoramica le corre davanti portando il turista straniero nella più esclusiva isola di vacanze dell’Adriatico. La piccola chiesetta diventa così custode di un ponte che unisce l’Europa al Delta del Po, il presente al passato, il progresso economico alla tradizione. Consacrata al culto della “Madonna delle Valli”, un tempo, come viene tramandato dalle “fole” degli anziani raccontate nelle notti di bora davanti al camino dei casoni, si chiamava “Madonna del Serpente”, in ricordo della miracolosa guarigione di un pescatore, che si dice fosse stato morso da un rettile velenoso durante la raccolta delle reti.

    La chiesetta, recentemente restaurata dalla Sovraintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali, si ripropone allo sguardo del turista nella sua antica veste. In occasione dei festeggiamenti per il completamento del restauro, si è ripresa la tradizionale processione di barche, con la benedizione del mare e dei pescherecci nella suggestiva atmosfera creata dai fiori che, gettati dalle barche, galleggiano sull’acqua richiamando il fascino di riti orientali.

    “Santa Maria del Serpente”, al confine tra la terra e il mare, tra la povertà e la ricchezza, nella piena luce di un sole estivo o velata dalle nebbie dell’Inverno ha la magia di un sogno perduto e, sul suo esile campanile, sempre un volo di gabbiani.

  • I Sassetti di Ceregnano

    I Sassetti di Ceregnano

    Alcune località sono indicate con i termini “fornasini”, “fornasette”, o ancora “fornasetti”. I più pensano che tali nomi stiano ad indicare l’esistenza di fornaci attive qualche generazione addietro. Le nostre ricerche ci hanno portato alla certezza che questi siti, e in particolare quelli in oggetto di discussione, potevano sí esser fornaci di laterizi o laboratori di vasai, ma da collocare in tempi antichi e precisamente nel periodo romano, sia repubblicano che imperiale, in considerazione delle monete e degli altri reperti ritrovati.

    Considerati i molti oggetti rinvenutivi, gli insediamenti abitativi si possono considerare “villulae” o “villae” con magari annessa “figulina” o “figlina” o “filiatina” o “officina laterum”, ovvero piccole fabbriche di laterizi.

    La denominazione della località “I Sassetti” nel Comune di Ceregnano è sicuramente derivata dalla presenza nel terreno arativo di moltissime tessere musive oltre che di cocci di laterizi e di ceramiche romano-antiche. Anche i paesani concordano che è stata proprio la fitta presenza di questi piccoli parallelepipedi di pietra calcare bianca e di pietra viva nera (tasselli di mosaici) a conferire il tipico nome a questa località.

    La stessa relazione fra presenza di cocci di ogni genere e nome della località, va fatta per i toponimi “Le Sasse” e “Le Sassette” sempre nel territorio a Ceregnano, dove si sono trovati molti siti romani con presenza anche di pasta grigia gallica o buccheroide, vernice nera graffiata e ceramica arcaica tipo “tardo bronzo” e di macine in trachite.

    Una particolare menzione va fatta ai “bolli” (o marchi di figuline in terracotta) cioè la stampigliatura del cartiglio con nome dei titolari e operatori delle fornaci romane, ritrovati nelle tre località in oggetto.

    Abbiamo rinvenuto sia bolli della figulina “PANSIANA”, da attribuire al periodo repubblicano, sia di molte figline imperiali quali Tiberio Pansiana, Claudio Pansiana, Nerone Pansiana, e di altre filiatine private es. “Servilla”, “Perculi”, “C.M. Came”, “Antio”, “Avilliae Paetae”.

    Tutti questi rinvenimenti sono stati depositati a Villadose, nella locale mostra archeologica permanente, allestita presso la civica biblioteca, della quale si è parlato nel n. 2 di Ventaglio Novanta, a cui si rimanda.

  • Una cicogna per amico

    Una cicogna per amico

    Avvistamenti di cicogne bianche (Ciconia ciconia) nell’entroterra padano durante il periodo delle migrazioni sono eventi abbastanza regolari. Vi è per esempio testimonianza della sosta per diversi giorni di alcuni esemplari a Badia Polesine nel 1985.

    Viceversa osservazioni fatte nel periodo invernale assumono il carattere di eccezionalità in quanto, in questo periodo, i volatili dovrebbero trovarsi da tempo nei quartieri di svernamento africani.

    Comprensibile è pertanto lo scetticismo che ha suscitato la segnalazione della presenza di una cicogna bianca nel comune di Piacenza d’Adige (Padova), pervenuta alla sezione W.W.F. di Rovigo sul finire del dicembre 1991. Ad un sopralluogo l’animale non risultava presente e, a detta di alcuni residenti, se n’era andato qualche tempo prima. A distanza di pochi giorni però altre segnalazioni davano l’uccello qualche decina di chilometri più ad est, sempre lungo il corso del fiume Adige, nel comune di Barbona. Alla diffidenza iniziale si andava a poco a poco sostituendo la speranza che le indicazioni fossero veraci.

    Dopo aver effettuato diverse perlustrazioni, grazie all’aiuto di Luciano Marangoni della sezione LIPU rodigina, siamo riusciti ad individuare l’animale. La cicogna non risultava inanellata, il che ha portato ad escludere l’ipotesi che si trattasse di un individuo erratico fuggito dal centro di reintroduzione LIPU di Racconigi, supposizione peraltro confermata dalle successive indagini.

    L’osservazione con il binocolo ha permesso di scoprire che l’animale presentava l’occhio destro parzialmente chiuso, il che ha condotto a pensare ad un esemplare che non sia riuscito a portare a termine la migrazione a causa di questa menomazione.

    Altra ipotesi credibile è che si tratti di un individuo fuggito da una situazione di cattività indotta da qualcuno che, definendosi appassionato, detiene più o meno legalmente questi animali; esperienze di questo tipo sussistono infatti anche in località relativamente vicine.

    In un primo momento la nostra cicogna aveva eletto un gruppo di alberi di Ca’ Zen (Lusia) quale posatoio serale e notturno, mentre durante il giorno, attraversato l’Adige, si spostava nelle campagne di Barbona per alimentarsi. Successivamente, eliminato tale pendolarismo, si è insediata definitivamente in una azienda agricola nel comune di Barbona prediligendo sostare sopra il tetto dell’abitazione o pascolare nelle campagne circostanti alla ricerca di cibo, imitata peraltro in ciò da un nutrito gruppo di aironi cenerini.

    La notizia, divenuta nel frattempo di dominio pubblico, ha destato notevole interesse tant’è che numerose auto di curiosi, armati di binocolo, hanno cominciato a frequentare la zona. L’animale, dimostratosi invero piuttosto confidente, non è sembrato infastidito dalla presenza delle persone e frequentemente si è lasciato osservare e fotografare.

    Per giunta il pennuto è entrato, per così dire, nelle grazie del proprietario dell’azienda il quale, oltre a sorvegliarne l’incolumità, gli ha fornito anche periodicamente il pasto a base di pesce, iniziativa che, a quanto pare, è risultata assai gradita.

    Avevamo concluso questo breve resoconto con l’auspicio che l’inconsueta presenza di un animale così simbolico, oggetto da sempre di miti e leggende che lo vedono di volta in volta foriero di felicità, ricchezza e pargoletti, potesse rappresentare per tutti coloro che si sono recati ad osservarlo o che più semplicemente si sono sentiti incuriositi dalla notizia, un’occasione ulteriore verso una maggiore conoscenza e rispetto della natura che ci circonda; una speranza di veder finalmente trionfare un civile atteggiamento di rispetto verso gli animali e l’ambiente.

    Ma dobbiamo purtroppo aggiungere un’amara postilla all’articolo: un vile, armato di doppietta, ha sparato all’indirizzo della cicogna. Il volatile deve essere rimasto leggermente ferito, perché è stato visto riprendere quota. Ma non ha più fatto ritorno.

  • Il piccolo santuario di tre ponti

    Il piccolo santuario di tre ponti

    Coloro che transiteranno sulla strada comunale che unisce Lendinara a S. Bellino avranno l’opportunità di visitare, in frazione Tre ponti, un piccolo santuario recentemente ristrutturato con radicali lavori di restauro ed ampliamento. La consacrazione del luogo di culto e la benedizione del nuovo portale e delle vetrate artistiche sono avvenute lo scorso 9 Febbraio, festa della B. V. di Lourdes, ad opera del Vescovo Martino.

    La storia del santuario ha inizio un’ottantina di anni fa, quando una famiglia contadina, quella di Sicchiero Romano, proprietaria allora del terreno su cui sorge la piccola chiesa, costruì con i mattoni di un forno demolito, un pilastro con una nicchia, all’interno della quale fu posta una statuetta lignea, di fattura artigianale, che rappresentava la Madonna.

    Nel 1915 il pilastro fu sostituito con un piccolo oratorio di pochi metri quadrati chiamato “Capitello”, nel quale fu posto un altare per la celebrazione della Santa Messa, e ricavata una nicchia nella quale venne collocata una statua in gesso rappresentante la Madonna di Lourdes.

    Nel 1975 un gruppo di persone volenterose interpretò il desiderio della gente del luogo per un oratorio più grande, ed il tempietto venne riedificato. Sulla parete di fondo il cappuccino Fra Pancrazio costruì, in materiale leggero, una grata su cui fu posta una statua di ceramica della Madonna.

    Nel 1990 si resero necessari lavori di consolidamento delle fondazioni e si diede così inizio ad un restauro radicale dell’edificio. Lo si ampliò e lo si abbellì con un’abside ed un arco che divide i due corpi architettonici; l’artista che già aveva costruito la primaria grotta ne edificò un’altra più grande, nella quale è stata posta la stessa statua della Madonna.

    È stata aggiunta una piccola navata di sinistra, destinata alle confessioni e ai cantori. Illuminata dall’alto, un’esile colonna sostiene la statuetta lignea originaria della Madonna, restaurata e conservata per tutti questi anni dalla famiglia Sicchiero.

    Il piccolo santuario appare ora in tutto il suo splendore, originale gioiello in cui l’architettura moderna si integra perfettamente con il resto della costruzione.

    Artisti, tecnici, operai hanno realizzato così un complesso architettonico che, con il suo candore, spicca nella verde e fertile pianura polesana rinvigorendo fede e speranza nella gente di Treponti, e costituendo una meta per una breve escursione in bicicletta, partendo da Lendinara.

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