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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Conservatorio “F. Venezze” un vanto per il Polesine

    Il Conservatorio “F. Venezze” un vanto per il Polesine

    Del tutto privo di istituti universitari – anche se in attesa di un ormai prossimo pareggiamento con le maggiori province del Veneto mediante l’istituzione di una facoltà nel capoluogo – il Polesine ha una peculiarità davvero unica: è l’unica provincia italiana ad ospitare due Conservatori Statali, a distanza di pochi chilometri l’uno dall’altro.

    L’istituto sito nel capoluogo, è intitolato a Francesco Venezze, la cui famiglia è stata di rilievo nella storia di Rovigo: a caratterizzarla erano un enorme patrimonio, vasti possedimenti urbani e rurali, prestigiose cariche pubbliche e un’intensa attività di promozione artistica.

    Nel 1911 Maria Venezze Giustinian nel suo testamento lasciava al comune di Rovigo la casa dominicale posta al numero 17 di via Cavour, ossia il palazzo intitolato poi a Francesco Venezze, suo padre, per la stima e l’affetto che aveva saputo guadagnarsi, ma soprattutto per come si era adoperato nell’accrescimento delle attività culturali ed artistiche.

    Il Conservatorio di Rovigo festeggiava due anni fa il ventennale della propria nascita, in quanto proprio dal 1° ottobre 1970 si riconosceva al Venezze la dignità di scuola di musica statale, come sezione distaccata del Conservatorio “Felice Evaristo dall’Abaco” di Verona.

    Nel 1975 un decreto retroattivo cancellava la dipendenza da Verona, autorizzando l’attività didattica come Conservatorio autonomo a tutti gli effetti. Da allora è stata dimostrata una positiva volontà di progredire e di istruire musicisti che operino concretamente nell’ambiente polesano.

    La preparazione degli studenti è sempre stata affidata a professionisti qualificati, impegnati con serietà e cura nel coltivare un’arte tanto elevata ed universale qual è la musica. La scuola degli strumentisti ricorda l’antico apprendistato degli artigiani: un rapporto continuo e costante con un “maestro” da cui apprendere ogni tecnica ed ogni segreto professionale.

    Il Conservatorio “F. Venezze” è ormai giunto al suo ventiduesimo anno di attività e, parlando con chi lo rappresenta, si può facilmente capire come i progetti e le prospettive per il futuro manifestino una ferma determinazione di crescere e progredire.

    Il Presidente del Consiglio di Amministrazione, nella persona del prof. Ennio Raimondi, è colui che maggiormente si occupa dei problemi economici e strutturali, fornendo così i supporti necessari alla realizzazione della parte artistica e didattica. Innanzitutto si attende la ristrutturazione dell’“ex Vescovado” sito in via Casalini: un grande palazzo in cui non sono ancora stati terminati i lavori per rimodernarlo. Attualmente ospita la scuola media annessa al Conservatorio ed un numero limitato di aule, costituenti la sede staccata del Venezze, le cui stanze risultano insufficienti per il cospicuo numero delle classi di strumento principale e di materie complementari.

    Il prof. Raimondi ha inoltre in serbo un progetto di non facile attuazione (perché necessita dell’approvazione di Regione, Comune e Provincia) ma interessantissimo, che potrebbe fornire una valida opportunità di specializzazione e di inserimento nel mondo del lavoro, superando la semplice consuetudine della “Scuola”. Si tratta di un corso di formazione orchestrale, di 120 ore, tenuto da insegnanti di chiara fama, in vista di un’ampia gamma di sbocchi professionali. Ciò consoliderebbe la già collaudata collaborazione con il Teatro Sociale di Rovigo e potrebbe, eventualmente, fornire l’opportunità di una unione produttiva con il Conservatorio di Adria.

    La prof.ssa Valeria Baruchello Laganà, direttore del Conservatorio, si occupa specificatamente di attività didattiche e artistiche.

    Parlando delle prospettive per il prossimo futuro, ha tracciato una vasta panoramica di iniziative volte ad espandere ed elevare la cultura musicale rodigina.

    Gli obiettivi più importanti per l’anno in corso, alcuni dei quali sono già stati sperimentati in passato, sono i “Concerti della Domenica”, gli annuali Saggi degli allievi, i concerti dei diplomandi, i concerti per le scuole elementari e quelli invece tenuti da alcuni docenti dell’Istituto. Inoltre ha parlato del suo progetto di realizzare, nel corso del 1992, in occasione del V centenario della scoperta del “Nuovo Mondo”, un’attività impostata precipuamente sulla Musica Americana del ’900 e sulle conseguenze che essa ha portato nell’Europa.

    Fondamentale sarà ancora per il futuro la collaborazione con il Teatro Sociale, per eseguire opere in cui inserire i più meritevoli studenti del Conservatorio e anche per giungere alla realizzazione di un’“Operina”, fatta esclusivamente dai giovanissimi della Scuola Media.

    La prof.ssa Laganà esprime però un appunto negativo riguardante la cultura musicale di base. A suo parere, infatti, sarebbe assai utile che la musica venisse insegnata nelle scuole di ogni livello, affinché quella offerta al pubblico potesse essere adeguatamente usufruita ed apprezzata.

    Il Conservatorio “F. Venezze” vanta circa 400 iscritti, con una media di 30/35 diplomi ogni anno, e un’attività artistico-didattica ormai consolidata ed assestata. È un’istituzione che tende al “dopo”, all’esterno, e si pone come un autentico Centro di Cultura. È il massimo ente deputato a fare ed insegnare musica, al di sopra di tutti gli svariati organismi che si dimostrano spesso dei semplici fatti episodici.

    Esso non cerca di prescindere dalla realtà territoriale e nemmeno tende a chiudersi in un vacuo isolamento: forse è una strada non facile ma è anche quella che può riservare le maggiori soddisfazioni.

  • Il Gruppo Nautico Delta Po

    Il Gruppo Nautico Delta Po

    Accanto al celebre mito di Fetonte, il Polesine è interessato anche da altri antichi racconti mitologici provenienti dall’Egeo. Tra gli altri, quello di Giasone partito alla ricerca del famoso vello d’oro per la lontana Colchide, regione questa che qualcuno ha voluto identificare nel grande golfo dell’Adriatico che va dal nostro Delta alla Dalamazia.

    Lo spirito avventuroso dei seguaci di Giasone, chiamati argonauti da Argo, nome della loro nave, sembra rivivere oggi nei gommonauti di Adria, fondatori del Gruppo Nautico Delta Po, sorto ufficialmente nel 1988.

    “Era d’ottobre – racconta Salvatore Zagato, novello Giasone, che del gruppo è il fondatore con il dottor Francesco De Matteis, Carlo Giampini, Carlo Mariani, Paolo Guarnieri, Juri Sega, Cesare Riato, Claudio Contin ed altri. Accompagnavamo quattro amici sommozzatori milanesi a visitare il Delta. A quell’epoca – prosegue – eravamo costituiti in gruppo come sommozzatori ed eravamo da due anni aggregati all’Associazione Gommonautica di Rovigo.

    Il gommone – precisa Zagato – che di professione fa il Vigile del Fuoco – è il mezzo per eccellenza del sommozzatore. L’idea di costituire il Gruppo adriese dei gommonauti sorse proprio in quella occasione ed, anzi, fu uno di quegli amici ad insistere per questo. Fu il desiderio di conoscere meglio il nostro Delta, di scoprirne tutti gli angoli più suggestivi e reconditi, di farlo visitare, di farlo apprezzare, che ci spinse a costituirci in Associazione autonoma”. Ma anche va detto, il desiderio di navigare nelle lagune, di conoscere meglio quel mare che da Adria ha tratto il nome, di operare concretamente per la salvaguardia della natura e dell’ambiente. Sulla base di queste premesse furono organizzate manifestazioni di grande respiro, con la partecipazione sempre entusiastica di soci e di appassionati provenienti da varie regioni, specialmente Emilia e Romagna e Lombardia.

    Molti sono anche i padovani che si aggregano al gruppo adriese. Le difficoltà e gli ostacoli, che ogni tanto si profilano vengono superati, egregiamente anche con l’aiuto di vari enti, in primo luogo dell’Amministrazione Comunale, delle Pro Loco, dell’A.P.T. e di altri.

    Specialmente le Amministrazioni comunali di Adria che si sono avvicendate a Palazzo Tassoni, sono state sensibili e ben disposte verso i gommonauti. E, proprio sulla spinta ideale del patto di gemellaggio con la cittadina istriana di Rovigno, siglato nel 1982, è sorta l’idea di un Raid Adria-Rovigno.

    Questa manifestazione venne inserita quattro anni fa nei programmi del Gruppo Nautico Delta Po. Già prima il Gruppo adriese era solito organizzare importanti trasferte sotto la denominazione di gom motrekking, simpatica scorribanda sull’acqua.

    Il primo “esperimento” risale al 1986 e fu attuato con il preciso intendimento di ripercorrere gli antichi itinerari veneto-lagunari che costituivano il nerbo del commercio tra l’Istria e la parte meridionale del Veneto. Alcuni appassionati adriesi avevano rinvenuto all’Arsenale militare di Venezia alcune interessanti carte nautiche risalenti all’epoca della Serenissima: esse riportavano gli itinerari percorsi dai navigatori dell’epoca con gli agili burchi e burchielli in grado di trasportare il prezioso marmo d’Istria, derrate varie, oggetti di artigianato ed altro. Partiti dal Circolo Nautico di Adria quei primi “esploratori” in gommone impiegarono due giorni per giungere a Grado dopo aver praticato il campeggio nautico (sosta con tende sugli argini) durante la notte.

    Questo esperimento caricò notevolmente i gommonauti del Delta Po, i quali già da tempo guardavano con interesse crescente all’altra sponda dell’Adriatico. Fu così che, superati alcuni ostacoli logistici, nel 1989, venne organizzato il primo Raid nautico Adria-Rovigno, con partenza da Adria.

    Al mattino di sabato 3 giugno 1989, quindici imbarcazioni provenienti anche da diverse località tra cui Milano, Modena e Grosseto equipaggiate nel migliore dei modi, presero il via dal ramo centrale del Canalbianco.

    Gli organizzatori, al di là del fatto puramente turistico, con quella manifestazione intesero sottolineare la necessità di combattere l’inquinamento del mare Adriatico, che diviene ogni giorno più drammatico.

    La traversata fu avventurosa a causa delle avverse condizioni del tempo, che impedirono ai gommonauti di concludere il tragitto per mare.

    Da Caorle, dovettero proseguire in pullman fino a Rovigno dove, arrivarono appena in tempo per partecipare al Festival mondiale della ricreazione sportiva che aveva richiamato nella cittadina istriana gruppi provenienti dalle nazioni più disparate.

    Negli anni successivi il Raid fu ripetuto con maggiore fortuna: nel 1990 ancora con quindici gommoni, nel 1991 con una cinquantina di persone tra equipaggi, assistenza ed accompagnatori. Per il 1992 la manifestazione è stata invece sospesa per consentire la partecipazione alla Venezia-Genova in occasione delle “colombiadi”, indette dal 31 maggio al 7 giugno prossimi, con partenza il primo giugno da Venezia.

    A tale proposito il Presidente Zagato annuncia di essere riuscito ad ottenere il passaggio della spettacolare manifestazione per il Polesine, con sosta ad Adria.

    Un altro motivo di orgoglio per il presidente è l’aggregazione del Gruppo Delta Po a Greenpeace per l’avvistamento dei cetacei nell’Alto Adriatico e per il monitoraggio, in sintonia con gli esperti romani, delle lagune adiacenti al Delta del Po ed al Porto di Venezia.

    Non mancano però alcune preoccupazioni: innanzitutto si avverte l’esigenza di una organizzazione a supporto dei navigatori; mancano poi una adeguata segnaletica fluviale ed un facile punto di attracco. Attualmente, il Gruppo si serve di un attracco privato, in via Capitello sulla sinistra del Canalbianco. In quella zona, secondo un progetto ambizioso, dovrebbe sorgere anche la nuova sede costruita su palafitte.

    La valorizzazione del Canalbianco, con iniziative opportune, costituisce uno degli obiettivi principali perseguiti dal Gruppo Nautico Delta Po che oggi conta una trentina di soci, con sedi staccate a Milano, Campobasso, Grosseto. I gommonauti adriesi si prefiggono inoltre di valorizzare il Museo Archeologico, attraverso opportuni contatti ed iniziative, facendo così rivivere la leggenda degli Argonauti nella ricerca delle radici più profonde della magnifica terra del Delta.

  • Celebrando Dioniso

    Celebrando Dioniso

    La festa.

    “Rendere quotidiano un riferimento archeologico può essere un’impresa difficile a causa delle barriere culturali e psicologiche che ci separano normalmente dal mondo antico. Di più, farne motivo di incontro e di festa potrebbe forse sembrare un’iniziativa ricercata e un po’ snob.

    Tuttavia, in un Polesine che da vari anni vive una straordinaria attualità archeologica, le Associazioni culturali hanno voluto utilizzare quello che è ormai un appuntamento annuale per cimentarsi col gioco delle civiltà antiche, scegliendo per quest’anno il tema del simposio greco.

    Ambientazioni, riti, cibi, bevande, musiche, declamazioni poetiche e intrattenimenti vari sono il frutto di una ricerca che non vuole presentarli come un copione pedissequo, bensì come un riferimento stimolante”.

    Con questa motivazione il depliant-invito annunciava l’iniziativa, progettata e realizzata dalla Cooperativa Turismo e Cultura di Rovigo nell’ambito della III edizione delle “Serate di fine estate”, promossa dalla cooperativa stessa, dall’Associazione Minelliana e dal Centro Etnografico Adriese, con l’adesione dei principali enti ed associazioni culturali della provincia svoltasi a Fratta Polesine nella cornice dei rustici di Villa Badoer.

    Sono state tre serate tutte intensamente piene di rituali, di danze, di musiche coordinate dal simposiarca, per l’occasione personificato dalla direttrice del Museo di Adria, Simonetta Bonomi; tre serate non sufficienti ad accogliere le numerose, impreviste richieste pervenute agli organizzatori, costretti a negare l’ingresso a molti, e a farsi in quattro per dar spazio agli oltre 350 partecipanti, scaglionati a fatica nel salone, ogni sera sempre più affollato.

    La singolarità dell’iniziativa, già nella fase iniziale dell’organizzazione, doveva prospettare il felice esito, vista l’adesione dei più qualificati Enti ed Associazioni del Polesine. E i risultati non sono stati inferiori alle attese, grazie all’attenta regia di Donatella Girotto e Giuseppe Marangoni che hanno, quasi in sordina e dietro le quinte, “manovrato” personaggi ed interpreti più o meno noti, più o meno impegnati nella continua e capillare attività sociale perseguita dalla Cooperativa Turismo e Cultura.

    Sarebbe rischioso cercare di elencarli tutti, affiancandoli al loro ruolo specifico, in quanto sicuramente si trascurerebbe qualcuno e sarebbe altrettanto inopportuno stendere una graduatoria tra quanti, improvvisatisi attori, poeti, personaggi mitologici, hanno dato vita alla festa.

    L’agone.

    Io stesso, spontaneamente, tolta dal capo la corona d’edera e lasciato in disparte il tirso ¹ che mi legavano ai miti dell’Olimpo e al perenne banchetto degli dei, mi sono trovato coinvolto nell’agone simposiale.

    Ho impersonato un commerciante greco che nel V sec. a.C., stabilitosi ad Adria per il controllo dei traffici mercantili lungo i corsi terminali del Po, si trovava nel villaggio etrusco di Balone.

    Richiamato dalla festa del simposio che si sta svolgendo in una casa, busso, entro e dico:

    “Lasciatemi entrare, non rifiutate la mia richiesta… e tu, padrone di casa, ordina alla tua schiava di non chiudermi la porta.

    Ho udito il suono del flauto e della cetra e i vostri canti e le risate. Concedete di unirmi, vi prego, anche se il banchetto è già iniziato e nessun invito mi è stato rivolto. Lasciatemi assaporare l’ebrezza del vostro simposio… non guasterò i vostri giochi, né l’armonia e la gioia della festa… lasciatemi anche in disparte, se volete, qui presso l’uscio.

    Vi sento amici e mi conoscete. Già per sette volte, da Adria, ho risalito le correnti del vostro fiume e per altrettante ho ripercorso i vostri sentieri con i muli carichi di merce. Provengono dalla mia Atene i crateri colmi di vino dolce di miele, posti sulla mensa, e le coppe da cui sorseggiate.

    Fuori l’umidità della notte è intensa e non posso continuare nelle lacrime a rivivere momenti felici, forse mai pienamente vissuti, stroncati così presto. La luna, esile e bianca, rende più profondo il mio dolore. Ho bisogno di voi e del vostro aiuto.

    La mia Nannò da qualche tempo non divide più con me le sue carezze e i suoi baci, e a nulla sono servite le preghiere e le canzoni d’amore e meno ancora le promesse di doni. Mi ha lasciato per rincorrere sogni e desideri in un mondo lontano dal mio. Sto soffrendo per lei e non so, ora, se il mio pianto sia rivolto all’amore perduto o al destino della sua esistenza.

    O Nannò, dolce, cara amica, che gli dei ti aiutino e ti guidino! E se un giorno, anche lontano, vorrai trovare rifugio e sollievo alle tue pene, ti sarà facile trovarmi.

    Creatura tanto gracile, così fragile come questi luoghi che l’Eridano bagna prima di raggiungere il mare e in esso trovare la fine. Qui ho abbracciato un sogno nascosto, ho accarezzato realtà velate dal passare del tempo in simbiosi tra terre ed acque, che sconfinano, sfumando, in questi cieli raramente cristallini. Qui sulle ali del destino rivivo ancora miti cari agli antichi, alla ricerca di eroi e ninfe, sfuggendo da me stesso eventi e sentimenti, quasi sulla scia del carro infuocato di Fetonte, legando il mio pianto a quello delle Eliadi che il vento ancora rinnova tra il fruscio delle foglie e dei pioppi.

    Ma ora abbandono i miei tormenti, ora beviamo se è permesso anche a me. Ti ringrazio Signore di questa casa perché concedi, con sguardo benevolo ed invitandomi con la mano ad unirmi al vostro simposio. Beviamo, mi sarà più facile dimenticare anche se per poco.

    Suvvia, non beviamo fra urla e clamori, ma sorseggiando fra canti d’amore. E tu, ragazzo, riserva per me un orcio, ch’io tracanni d’un fiato. Mesci dieci misure d’acqua e cinque di vino, perché di nuovo celebri, senza violenza e senza tormenti. Dioniso”.

    Far rivivere il passato, impersonando un antico commerciante greco: ecco un esempio di animazione culturale, un modo forse non accademico di concepire la cultura, ma che può avere un impatto altrettanto importante e positivo.

    Tutto ciò è stato reso possibile a Fratta da quel sapore di antico che in questo paese più che in altri si può respirare.

    ¹ Bastone nodato, sormontato di edera considerato dagli antichi un attributo di Dioniso, il dio dei banchetti.

  • Il Coro  Monte Pasubio

    Il Coro Monte Pasubio

    È una fredda sera nebbiosa. I coristi sono già tutti là per le prove, riuniti nel semicerchio dell’abside della chiesetta-auditorium di San Rocco a Grignano Polesine; davanti a loro il direttore, il Mᵒ Nazzareno Fogagnolo.

    L’atmosfera è gioiosa e familiare. Non si perde tempo. Con garbo, il maestro raccoglie l’attenzione e subito l’Auditorium, di acustica eccellente, risuona di armonie, ora potenti ora soavi, in una fusione perfetta di accordi. Di tanto in tanto le intonazioni dei brevi versi si interrompono: qualche suggerimento, una lieve correzione; i consigli del maestro giungono precisi, minuziosi, scrupolosi. Così nasce un nuovo canto. E l’“Eco del fiume” prende corpo per trasformarsi nelle onde placide, lente, senza tempo del nostro maestoso Po.

    Mi guardo attorno. File di poltrone rosse (128 posti a sedere) riempiono l’Auditorium. Al lati, gli antichi altari; su uno, insieme ad una bella immagine della Madonna Nera di Jasna Gòra, ricordo della seconda tournee in Polonia nel ’90, sono raccolti numerosi trofei, testimonianza del fecondo cammino, lungo 26 anni, percorso dal Coro “Monte Pasubio” C.R.A. di Rovigo.

    Ammiro il soffitto, non molto alto, splendido nella sua travatura lignea originaria, frutto di una sapiente ristrutturazione conservativa effettuata su progetto dell’ing. Angelo Milan nel 1985 e sostenuta economicamente dalla Cassa Rurale ed Artigiana “S. Apollinare” di Rovigo, da sempre attenta ed impegnata verso il mondo della cultura, dello sport e della scuola; dall’86 sponsorizza il Coro che da allora ha assunto la denominazione attuale: Coro “Monte Pasubio” C.R.A. “S. Apollinare”-”Rovigo.

    La chiesetta-auditorium di S. Rocco in stile romanico del 1544, riacquistata così la sua primaria bellezza, è stata consegnata al Coro “Monte Pasubio”, che qui ha anche la sua sede sociale, dopo l’inaugurazione nel dicembre del 1988.

    L’ambiente, in mattoni grezzi, emana un fascino che riporta al Medioevo e il pensiero corre alle vicissitudini subite da questo luogo nei secoli. Usato originariamente dalla Confraternita dei flagellanti detti “Batù”, si chiamava oratorio di S. Maria dei Disciplinati o dei Battuti. Negli ultimi duecento anni fu oggetto di un forte degrado: demolizioni, sventramenti, deportazioni di altari e delle immagini sacre. Da luogo sacro era diventato alloggio per le truppe in ritirata dalla Grande Guerra, poi sala cinematografica, palestra e infine magazzino per deposito.

    E finalmente il restauro l’ha restituita all’antico splendore, diventando prestigiosa sede del Coro “Monte Pasubio”, la cui storia, dalla nascita nel lontano 1966 al maggio 1991, è raccolta in 13 volumi ricchi di recensioni e fotografie che testimoniano le significative tappe del gruppo canoro.

    Da questa pagina di storia, dalla viva voce del Mᵒ Fogagnolo, ma soprattutto dalle emozioni pronfonde che mi ha suscitato la raccolta più significativa del suo repertorio “Immagini”, il secondo LP del 1988, ho potuto comprendere perché il Coro “Monte Pasubio” è a buon diritto considerato uno dei migliori cori veneti. Con 1000 concerti nelle migliori città italiane e all’estero ha alle spalle una notevole esperienza che lo ha portato a ricevere ovunque ambìti riconoscimenti e unanimi consensi di critica e di pubblico.

    Il Coro “Monte Pasubio” C.R.A. “S. Apollinare” Rovigo era nato spontaneamente dalla passione per la montagna di un gruppo di amici i quali in pullman fraternizzavano cantando e consolidando un’amicizia protratta negli anni. Da un primitivo nucleo, formato dai reduci del precedente coro alpino, “La Baita”, si ricostituì presto un nuovo coro, ribattezzato “Monte Pasubio” in seguito a una gita sul monte omonimo, che inizialmente si riuniva nella parrocchia della Commenda ed era legato alla S.A.T. di Trento, come tutti i cori con repertorio alpino.

    Oggi, orgoglioso del prestigioso e funzionale auditorium, il gruppo, 47 persone di età compresa tra i 22 e 56 anni di varia estrazione sociale, si riunisce due volte la settimana praticando il canto come hobby di dopo lavoro; un’attività che presuppone, però, alcuni requisiti fondamentali: volontà, passione, spirito di sacrificio, disponibilità, assidua presenza alle prove e attitudine canora. Nella norma le voci, che in qualche canto possono arrivare fino a otto, sono tenori primi, secondi, baritoni, bassi.

    Il Mᵒ Fogagnolo osserva che il ricambio nel coro è lento: i giovani che entrano sono pochi, nonostante si registri un risveglio. Il motivo è da ricercare nell’interesse dei giovani per generi musicali diversi; inoltre, a detta del direttore del “Monte Pasubio”, manca una cultura corale nella scuola e quel particolare spirito di gruppo in cui ogni elemento deve annullare se stesso per esaltare l’altro, pur nella consapevolezza di essere importante per l’insieme.

    Riscoprire le tradizioni canore polesane è uno degli obiettivi del Coro “Monte Pasubio”, il quale, accanto al canto popolare alpino, sta recuperando la genuina cultura della nostra terra, attingendo ai ricordi personali, con rielaborazioni dello stesso Mᵒ Fogagnolo e ricerche dal Cornoldi, che per primo cercò di “carpire le cante vecchie agli ultimi vecchi polesani” (C. Ranzato). Ne è chiara espressione la prima incisione discografica “Le nostre storie” uscita nel’82 (le cui musiche sono state edite in un volume nell’83) Si tratta di una raccolta di 12 canti polesani, piacevolmente armonizzati dal M° Pietro Avanzi, che hanno per tema “la terra, la gente, il lavoro, la vita, l’amore di questo lembo del mondo chiuso tra gli argini di grandi fiumi”.

    L’appropriazione del patrimonio polesano ha stimolato anche l’incontro con le tradizioni del Veneto con le armonizzazioni dei maestri De Marzi e Malatesta e poi più in generale, con la cultura etno-musicale delle altre regioni italiane. Il secondo LP, “Immagini”, è frutto proprio di questa costante ricerca di nuove vie, di un’apertura alle “sollecitazioni della coralità popolare e polifonica” senza rinnegare lo spirito delle origini. Con uguale intensità e unità di sentimento (la forza che amalgama il gruppo), si trepida per la crudeltà della caccia, si rievoca la dura vita degli emigrati, si innalza l’inno all’amicizia degli spirituals; ne risulta una collana di “immagini”, appunto, che culmina con la rievocazione nostalgica di “una mitica figura di donna, la Pavana, e con essa lo scenario maestoso e solenne delle acque che pigramente defluiscono al mare”.

    “Immagini” ha rappresentato una tappa importante e qualificante nel cammino del Coro “Monte Pasubio”, che ha continuato ad arricchire il proprio repertorio con canti liturgici e si è orientato verso la musica polifonica classica attingendo da autori del ’500 (Ruffo, Veronese, Lotti), ed ora intende realizzare uno studio di canto religioso con armonizzazioni moderne.

    Nei suoi 25 anni di attività il gruppo, il cui attuale presidente è Osvaldo Fedini, ha partecipato ad esibizioni concertistiche, rassegne e concorsi a livello nazionale e internazionale, ricevendo ovunque riconoscimenti, tra cui si può ricordare per tutti l’Ambrogino d’argento della città di Milano nel 1972.

    Oltre a varie tournee (l’ultima è dell’agosto 1991 nella regione francese della Provenza), il Coro ha tenuto molti concerti in favore degli anziani, degli ammalati, degli handicappati, dell’Unicef, delle Forze Armate, dei terremotati, degli studenti e della missione del Nord-Est (Brasile). Assai numerose pure le esibizioni radiotelevisive: TV nazionale, BBC inglese, Telemontecarlo, TV Svizzera, TV canadese, Radio Vaticana, oltre a molte emittenti private locali. L’ultimo appuntamento televisivo è del gennaio di quest’anno con la trionfale partecipazione a “Piacere RAI Uno” presso il Teatro Sociale di Rovigo.

    Un impegno costante dunque, al quale non sono mancati i riconoscimenti che, come sottolinea il cav. rag. Giorgio Ferrari, per 25 anni presidente e autore della documentazione storica, qualifica il complesso vocale polesano come un punto di riferimento importante ed affermato della coralità veneta.

  • Prestigioso Riconoscimento alla Minelliana

    Prestigioso Riconoscimento alla Minelliana

    La “Minelliana” di Rovigo è stata insignita del “Premio della Cultura” da parte della Presidenza del Consiglio dei Ministri per il 1991, un riconoscimento di grande rilievo, per l’incessante attività culturale svolta dall’associazione. Un lavoro assiduo, alla cui insegna si è aperto anche il nuovo anno, con importanti iniziative, tra cui l’edizione del volume “Civiltà del lavoro industriale nel Polesine”, scaturito da una ricerca sul territorio condotta da studiosi locali con la consulenza scientifica del prof. Zunica dell’Università di Padova, presentato contestualmente all’importante Mostra sullo stesso tema allestita presso il salone del grano della Camera di Commercio.

    Nel corso della sua attività, avviata nel 1968, l’associazione Minelliana è andata progressivamente qualificandosi non solo nella nostra provincia, ma anche a livello regionale e nazionale per l’originalità delle proposte avanzate e per le capacità di realizzazione, particolarmente rilevanti sul piano dell’editoria, dando vita ad un ricco ed interessante catalogo.

    Per fare il punto sulla realtà della Minelliana, ci incontriamo con il presidente, prof. Mario Cavriani, al quale poniamo alcune domande.

    Qual è, professore, il segreto che ha fatto accreditare la Minelliana come una delle più qualificate associazioni culturali del Veneto?

    “Ciò che abbiamo realizzato è stato possibile – ci dice con soddisfazione il presidente Cavriani – sia grazie all’apporto volontario dei numerosi collaboratori, sia per il prezioso sostegno finanziario assicurato in particolare dalla Giunta Regionale del Veneto, dall’Amministrazione Provinciale e dai Comuni, dalla Camera di Commercio, dalla Banca del Monte di Rovigo e da altri istituti di credito della provincia, nonché da istituti universitari e le assicurazioni di categoria”.

    I sostegni delle istituzioni sono sempre adeguati?

    “Certamente in alcune occasioni si desidererebbe maggior considerazione per il lavoro svolto o un più convinto sostegno alle iniziative programmate; ma, a parte alcuni momenti di flessione, in linea di massima il rapporto di cooperazione con le istituzioni si rivela abbastanza continuativo. Il 1991 è stato un anno sicuramente proficuo, nel corso del quale sono stati consolidati rapporti di collaborazione con vari enti ed associazioni, tra cui l’Accademia dei Concordi, mediante la circuitazione delle mostre “Memoria del Polesine” e “Palladio e palladianesimo in Polesine”, in occasione delle manifestazioni di «VIVILPO»; i Comuni e le Biblioteche di Ariano, Melara, Crespino, Polesella, S. Martino di Venezze; l’Associazione Polesani nel Mondo, mediante gli incontri con le comunità di Torino e Biella; la Cooperativa Turismo e Cultura per la realizzazione delle tre serate del «Symposium» all’insegna della cultura greca, svoltesi a Fratta Polesine; l’Associazione Industriali della provincia di Rovigo per la mostra e catalogo su «Civiltà del lavoro industriale nel Polesine» e l’Amministrazione Provinciale per il Convegno di Studi commemorativo del 40° anniversario dell’Alluvione”.

    Notevole è apparsa anche nel corso dell’ultimo anno l’attività editoriale, la cui produzione è tuttora in fase di presentazione. Quali nuovi titoli appariranno entro il 1992?

    “Sono in fase di redazione alcuni volumi, quali “Francesco Antonio Bocchi e il suo tempo”, “Giacomo Matteotti in Europa”, “L’Antonio Buzzolla e la musica romantica nel Veneto”, ed è prevista inoltre la pubblicazione degli Atti sull’importante Convegno «La Rotta, il Po e il Polesine», svoltosi nel novembre scorso, presso il palazzo Roncale di Rovigo. Durante le tre giornate del Convegno (22-23-24 novembre) si sono alternati cinquanta relatori che hanno approfondito, da varie angolazioni, le tematiche delle cinque sezioni in cui era articolato il programma. La presenza del sen. Giuseppe Brusasca, già Commissario straordinario nel Polesine all’epoca del disastro, ha indubbiamente conferito prestigio e autorevolezza alla manifestazione”.

    Oltre all’editoria, quali sono gli altri obiettivi che nel corso dell’92 l’associazione intende raggiungere?

    “Vorremmo abbinare la presentazione del volume “Il fuoco, il piatto, la parola” curato da Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni, con un più vasto progetto, da attuare in collaborazione con la cooperativa “Turismo & Cultura” per un articolato piano di rilancio delle tradizioni gastronomiche della nostra terra in vari locali del Polesine. È un progetto questo in avanzata fase di studio, che speriamo di realizzare a partire dal prossimo giugno.

    Un altro obiettivo che riteniamo importante è quello della partecipazione al Salone del libro di Torino che, come abbiamo rilevato nella scorsa edizione, costituisce un qualificato punto di riferimento non solo per la promozione editoriale, ma anche per un rilancio della stessa immagine del Polesine.

    Altra iniziativa di rilevanza regionale, varata dall’ottobre scorso dalla Minelliana, è il Corso di Formazione per Tecnici Rilevatori del patrimonio architettonico del Polesine, finanziato dalla Regione Veneto. Il programma si sta svolgendo presso l’Istituto Magistrale di Rovigo con la partecipazione di trenta laureati, più cinque uditori, provenienti, oltre che dal Polesine, da varie città del Veneto.

    È prevista una seconda edizione del Corso nel 1992-93, aperta anche a diplomati e studenti universitari.

    Quello che si sta attuando quindi può essere considerato a pieno titolo uno dei primi Corsi post-laurea progettati e realizzati a Rovigo e nel Polesine.

    Vi è poi una speranza, legata al citato studio sulla “Civiltà del lavoro industriale nel Polesine”: il materiale che è servito per allestire la mostra già richiesto per un’esposizione presso la Soprintendenza dei BB.AA. di Verona nel 92, potrebbe costituire il primo nucleo documentario sull’industria polesana del futuro Museo della Bonifica presso l’ex idrovora di Cà Vendramin, dove troverebbe, una collocazione ideale”.

  • Il premio Fetonte

    Il premio Fetonte

    Il circolo culturale “Gino Piva” nasce nel 1988 quale presenza dinamica nell’area liberal-riformista ed è intitolato al noto personaggio polesano, poeta, scrittore, giornalista e cronista di guerra, nonché uno dei fondatori del Socialismo in Polesine, di cui è stato segretario.

    Lo scopo dell’associazione è quello di dare contributi alla cultura polesana in termini di promozione di opere di polesani e non nel campo dell’arte, della letteratura, della musica, dell’economia, attraverso mostre, convegni, concerti, presentazione di libri.

    Allo stesso tempo vi è un impegno di carattere sociale nel campo del tempo libero, con attività ricreative e sportive con una Sezione specifica all’interno del Circolo stesso. Tra i prossimi impegni vi è la costituzione di una compagnia di filodrammatica e la realizzazione della commedia “La corte delle pignatte”.

    “Sarebbe nostro intento – ci dice Gianni Nonnato, segretario del sodalizio – attuare il recupero dell’opera di Gino Piva, ricercando la collaborazione di tutte le forze culturali e istituzionali della città, anche se ritengo cosa non facile, in quanto molto materiale è stato disperso o addirittura perduto. Un primo passo sarà in futuro la realizzazione di un convegno su Gino Piva e la sua opera, ed in seguito, con la collaborazione della Accademia dei Concordi e la istituzione di una borsa di studio, poter avviare il lavoro di recupero dell’opera del Piva”.

    Attualmente la Presidenza del Circolo è affidata al Prof. Luigi Tommasi, già Accademico dei Concordi, che si avvale dell’opera del Segretario Gianni Nonnato, della Prof. Giancarla Gusella e di Giorgio Ricchiero.

    Il Circolo è costituito da un centinaio di iscritti di cui molti sono giovani, ed è aperta a collaborazioni con altri gruppi.

    Recentemente, con il “Club di Lumi” ha realizzato un convegno sulla cultura, coinvolgendo varie associazioni o gruppi che operano nel territorio polesano in un dibattito vivace e critico in cui sono state coinvolte istituzioni comunali.

    Per dare una cadenza di rilievo alla propria attività, e nell’intento di contribuire alla attivazione di sempre nuovi stimoli per una più dinamica presenza culturale a Rovigo, il Circolo “Gino Piva” ha istituito il premio “Fetonte”. Una iniziativa concepita per offrire uno specifico contributo alla individuazione di potenzialità creative nei vari campi dell’arte e della scienza, per sollecitare una maturazione personale e nel contempo culturale nella città e nel Polesine.

    In tale contesto si è pensato opportuno rivolgere un’adeguata attenzione anche allo sport e alla moda, come momenti legati comunque ad un impegno rigoroso e reali espressioni di creatività.

    Infine si è ritenuto opportuno premiare anche chi, con coraggio e sfidando le facili e gratuite accuse di provincialismo, ha saputo ottenere risultati ambiziosi e successi indiscussi, mantenendo un affettuoso anche se a volte non facile legame con la terra di Fetonte.

    Il premio porta il nome del mitico personaggio figlio del Sole, caduto nell’Eridano (il Po) per non aver saputo reggere l’impeto dei cavalli che trainavano il carro che illuminava il mondo.

    È certamente questo l’episodio mitologico che meglio ricorda la nostra terra fin da epoca molto remota. Con il “Premio Fetonte” si è voluto gratificare personalità che con Rovigo ed il Polesine mantengono un rapporto di residenza nonostante gli impegni professionali, culturali ed artistici. Tramite questo riconoscimento si intende superare il frustro luogo comune legato al “nemo profeta in patria”, e ricercare invece, nel legame con la nostra terra, l’humus e la condizione per un più agevole accesso verso una completa realizzazione professionale o artistica.

    La madrina della prima edizione, la cui cerimonia si è svolta nella Sala Oliva dell’Accademia dei Concordi nel dicembre scorso, è stata Katia Ricciarelli e la giuria, destinata a variare di anno in anno, composta da personaggi del mondo della cultura, ha voluto premiare per l’Economia e ricerca scientifica il prof. Luigi Costato, per la Scultura il prof. Osvaldo Forno, per la Musica lirica Serena Lazzarini, per la Narrativa Giuliano Ramazzina, per la Pittura Franco Ravara, per la Moda Vittorio Rubello, per il Teatro Giuliano Scaranello.

    Il premio consiste in un significativo bronzo dello scultore Mauro Mazzali nativo di Castelmassa, che riproduce l’episodio del mitico personaggio, con una interessante sintesi plastica ed una pregevole efficacia artistica. Una scultura degna di rappresentare il giusto riconoscimento ai destinatari del premio, che vedono coniugato al valore simbolico dello stesso, anche un pregevole significato artistico.

  • La lezione dei fiori

    La lezione dei fiori

    Un amico, un po’ per scherzo e un po’ per esprimere il proprio apprezzamento nei confronti delle realizzazioni pittoriche di Paolo Zambonin, ebbe un giorno a dire, rivolgendosi allo stesso artista: “Vuoi un consiglio? Nella prossima mostra portati uno spry floreale e tutto sarà perfetto: ai tuoi quadri manca solo il profumo”.

    I fiori costituiscono infatti un costante motivo di ispirazione per il pittore di Castelguglielmo che, da oltre un decennio, rappresenta nelle sue tele soggetti floreali di notevole varietà cromatica e compositiva. Vasi di rose, mazzi di tulipani, cascate di glicini e cento altri boccioli campestri o di montagna costituiscono il motivo per realizzazioni delicate od esplosive, che hanno accreditato Zambonin come “il pittore dei fiori”.

    Una definizione questa che in realtà appare riduttiva, dato che l’artista polesano, accanto ai soggetti floreali, ha al suo attivo una vasta produzione di nature morte, composizioni paesaggistiche e ritratti; filone quest’ultimo di consistente impegno, nel quale si cimenta ormai da alcuni anni con sempre maggior convinzione e continuità.

    Tutto ciò non cancella né sminuisce comunque quel felice iniziale incontro con la pittura floreale, che ha rappresentato per Zambonin il vero avvio della sua attività artistica, e che tuttora continua ad offrirgli motivo di ispirazione.

    È anzi evidente che, proprio nei fiori, ovvero nelle espressioni cromatiche più variegate della natura, il pittore ha avuto modo di sperimentare il gusto pieno del colore, con l’uso di una tavolozza ricchissima, affinando nel contempo il senso dell’armonia grazie alla continua ricerca di nuovi accostamenti di tinte e di soggetti inediti.

    Ne è derivato uno stile molto personale, caratterizzato da un rapido rincorrersi di luci ed ombre, in cui i soggetti tendono a sfumare in immagini dai contorni leggermente sfocati, che conferiscono alle composizioni pittoriche un’atmosfera di lontananza ed il vago sapore del ricordo.

    Il dato naturale, sempre presente nei quadri di Zambonin, è dunque interiorizzato e rivissuto con un senso di velata malinconia, evidente riflesso di un animo sensibile ed attento a coniugare i dati interiori con le suggestioni della realtà esterna.

    Priva di sottintesi o di accademismi, la pittura di Zambonin offre in ogni caso un approccio immediato. E l’accostamento ai suoi quadri ci rivela un duplice motivo di apprezzamento: da una parte si coglie l’evidente perizia tecnica raggiunta dall’artista, e dall’altra l’innata predisposizione estetica, che porta l’autore a preferire immagini ricche di armonia e dolcezza espressiva.

    Caratteristiche queste, che hanno fatto conoscere l’artista polesano ben oltre i confini della sua provincia, suscitando consensi in particolare a Bolzano e a Cortina, zone con cui l’autore intende consolidare l’avviato rapporto di feconda produzione.

    In definitiva in Zambonin va apprezzata l’unità stilistica, che unifica tutti i suoi dipinti nella “lezione dei fiori”, dando vita a una pittura che sa sposare la gioia cromatica esteriore con momenti intimi di riflessione e di dolce malinconia; elementi questi che fanno presagire per l’artista di Castelguglielmo un proficuo ed apprezzabile itinerario futuro.

  • Le sculture di Gaetano Samoggia

    Le sculture di Gaetano Samoggia

    Il nome di Gaetano Samoggia è noto in Polesine a quanti amano le arti figurative. Egli infatti ha lasciato importanti testimonianze della sua vena artistica ad Adria, dove ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza conclusasi nel 1951.

    Era nato nel 1871 in provincia di Bologna a Sasso Marconi; anzi “al Sasso”, come egli stesso soleva dire, prima che quella località avesse aggiunto alla propria denominazione il cognome del celebre inventore della radio. E lassù nel Preappennino emiliano, ove scorre il torrente che pure si chiama Samoggia, gli era rimasta, fino agli ultimi anni, una sorella nubile dalla quale ogni tanto si recava quando era preso dal desiderio di gustare un abbondante piatto di ravioli o di tagliatelle asciutte. Vi andava in bicicletta – una vecchia Rudge che l’aveva accompagnato tutta la vita – partendo da Bologna e fermandosi lungo la strada a dissetarsi con un bicchiere di lambrusco in una di quelle vecchie trattorie che la nostra smania di cambiamento ha fatto scomparire anche dalle contrade più remote.

    Asciutto nella figura, completamente calvo, Gaetano Samoggia recava, negli umidi occhi leggermente sporgenti, un’espressione di candore quasi fanciullesco.

    Aveva cominciato da ragazzino a lavorare come cementista in un cantiere di suoi congiunti, a Bologna in via Solferino, ma il fascino delle arti figurative lo attrasse immediatamente e lo indusse a frequentare, nelle ore libere dal lavoro, l’Accademia di Belle Arti nel settore della decorazione e della scultura.

    E fu appunto alla decorazione che egli dedicò tutta la prima fase della sua attività. Lavori e stucco su pareti e soffitti, rielaborati da motivi settecenteschi o ispirati alla moda imperante del liberty, vennero da lui eseguiti in ville e palazzi signorili dell’Emilia e della Lombardia fino a quando la sua fama varcò i confini e fu chiamato a decorare saloni e teatri in Francia e a Montecarlo (Casino e Hotel de Paris).

    Le digressioni all’estero erano alternate ad impegni nella sua città, e a Bologna, negli anni venti, incontrò l’architetto Giambattista Scarpari che vi lavorava per quella Soprintendenza ai monumenti. Si stabilì tra loro un rapporto di amicizia e collaborazione che sfociò, nella città felsinea, in alcune interessanti operare: il restauro della fontana del Nettuno, la grande lanterna situata in via Rizzoli, i muraglioni e i parapetti della Montagnola.

    Il passo tra la decorazione (che nelle sue manifestazioni più evolute sfocia nel bassorilievo) e la scultura vera e propria fu assai breve e del resto il Samoggia si era già dedicato alla ritrattistica e ad opere su temi religiosi per privati e chiese dell’Emilia Romagna.

    Contando su queste qualità fu invitato dall’architetto Scarpari ad Adria, dove eseguì le grandiose sculture bronzee della chiesa di San Nicola trasformata in monumento ai Caduti: la statua della Vittoria e i due stupendi leoni che fiancheggiano il portale.

    E ad Adria trascorse molta parte dell’ultimo periodo della sua vita eseguendovi altri importanti lavori. Tra questi il grande fregio a due figure che sovrasta il palcoscenico del Teatro Comunale, la statua votiva in bronzo con candelabro in fianco all’altare della Madonna nella Cattedrale, il battesimo di Gesù e i bassorilievi con i quattro Evangelisti nella Chiesa di San Giovanni, la statua in marmo di figura femminile al centro della fontana nei giardini Scarpari. E ancora, in località vicine, i bassorilievi in bronzo a celebrazione dei Caduti sulla facciata del vecchio municipio di Contarina, le decorazioni a stucco in villa Nichetti a Taglio di Po.

    L’arte di Samoggia ha rappresentato un felice connubio tra aspirazioni di marca rinascimentale (la sua cultura più sensitiva che letteraria sui fatti d’arte era sorretta da una rara memoria visiva) e le influenze di un raffinato decorativismo di derivazione viennese. I momenti nei quali tali due componenti si equilibrarono in modo armonico furono senza dubbio i più felici della sua lunga attività artistica.

    Morì in povertà in un ospizio. “Non sono stato una formica – mi disse l’ultima volta che l’incontrai – perché ho vissuto come una cicala. Ma le cicale cantano”.

  • Dolce Polesine

    Dolce Polesine

    Claudio Lucchiari, giovane pittore polesano, il richiamo dell’arte l’ha avvertito dentro di sè, fin da quando frequentava le scuole elementari. Egli stesso si compiace di ricordare quando, ancora bambino, marinava le lezioni per andare ad osservare uno scultore al lavoro nella chiesa degli Ebrei e questa passione per le forme, i colori, non l’ha più abbandonato.

    Sensibilissimo, profondamente altruista, Claudio Lucchiari dedica all’arte ogni suo minuto libero e nelle sue opere, fa vibrare il suo amore profondo per la terra polesana, trasmettendoci le voci del Delta, i magici silenzi delle golene, il volo solitario dei gabbiani, i bisbigli dolci dei canneti.

    La sua ricerca pittorica nasce dallo studio umile e attento della natura, sentita come ordine e ritmo universale, e dominata da un senso profondo d’equilibrio, di armonia.

    Lucchiari ama dipingere “en plein air” perché ciò gli offre la possibilità di una più diretta presa di contatto con la realtà, attraverso un’immediata trasposizione nell’opera dell’impressione sensoriale ancora vibrante di emozione, senza schemi preordinati dall’intelletto.

    Pare che il pittore guardi il mondo che lo circonda, il suo mondo, con gli occhi di un bambino triste. Egli sa scoprire segrete dolcezze ed imprevedibili armonie in remoti angoli del Delta, e con disperata tenerezza, ci racconta la storia senza domani di certi luoghi del Polesine destinati a scomparire. “L’amore per il Polesine ha profonde radici dentro di me – mi ha confidato –; mi rammarica il fatto che siano andati scomparendo luoghi tipici della nostra campagna come quelli dove si macerava la canapa”.

    Le opere di Lucchiari sono impregnate di un lirismo tenero e struggente, di una malinconia soffusa, in cui il colore diviene palpitante epidermide ed insieme forma del dipinto. Le “touches” di colore si fanno più leggere e vibranti, e creano un’impressione di diffusa luminosità.

    Spesso, nei suoi ultimi paesaggi, possiamo notare velature di colore leggero e trasparente che riescono a creare effetti evanescenti di luce.

    Claudio Lucchiari è dunque un pittore attento, che scruta la realtà per cogliere emozioni e verità nascoste. Dichiara di guardare ai grandi della pittura con profondo rispetto, di amare Michelangelo Buonarroti e Michelangelo da Merisi, e di essere affascinato dagli artisti della corrente impressionistica.

    Si rammarica per la strana forma di libertà che esiste oggi nel nostro Paese, in cui tutti possono gridare e dire la loro ma, alla fine, è come se la voce di ognuno si disperdesse nell’aria e ne tornasse solo l’eco. “Chi gestisce la nostra vita pubblica – dice – segue binari da cui non si vuole discostare per interessi e opportunismi vari. Non lo trovo giusto”.

    E ancora afferma che non rinuncerebbe mai alla propria libertà di pensiero, e di provare un senso di diffuso benessere e di tranquillità quanto si reca a pescare e può sentirsi in armonia col proprio ambiente.

    Un artista originale e consapevole dunque, al quale auguriamo il dovuto successo e, con W. Congdon, gli diciamo: “Le mura dello studio d’un artista restino nude. Siano i suoi sogni a popolarle”.

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Dal presente numero di “Ventaglio ’90” offriamo ai nostri lettori un servizio che riteniamo utile a chi voglia saperne di più sul Polesine, ovvero un elenco delle pubblicazioni che parlano della nostra terra, stampate dentro o fuori i confini della provincia. Davvero consistente e di interesse il panorama delle opere pubblicate nel corso del 1991, di cui diamo di seguito un elenco che riteniamo esauriente.

    Nelle prossime edizioni del Ventaglio contiamo di accompagnare i titoli con una breve recensione, raccomanando agli autori interessati a questo nuovo servizio informativo del Ventaglio, di far pervenire quanto prima una copia dei loro volumi in redazione.

    ACCADEMIA DEI CONCORDI DI ROVIGO: Ambiente ed acque della Padania: situazione, ricerche, proposte: atti del convegno: Rovigo, 3 marzo 1989, Ed. Accademia dei Concordi, Rovigo, 1991.

    ACCADEMIA DEI CONCORDI DI ROVIGO, Giuseppe Romanato: politica e cultura: documenti e testimonianze, Ed. Accademia dei Concordi, Rovigo, 1991.

    BERTONCIN M. – CROCE D., La possidenza borghese in Traspadana: Silvestro Camerini (1777-1866), Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    Chiesa e società di fine Ottocento: Giacomo Sichirollo (1839-1911): atti del 15° convegno di studi storici: Rovigo, 18-19 novembre 1989, a cura di Giampaolo Romanato, Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    CIBOTTO G.A., Un certo Veneto: Diario Veneto 4, Ed. Marsilio, Venezia, 1991.

    CREPALDI C. – RIGONI P., Il fuoco, il piatto, la parola: cultura alimentare e tradizione popolare in Polesine, Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    A.M. ANDREOTTI – M.C. DOLFIN – A. MASIERO, Cronache d’anima – Poesia al femminile, Ed. La Galiverna, Battaglia Terme (PD), 1991.

    DE POLI F., Antico stile amaro, S.I., 1991.

    Fascisti e collaborazionisti nel Polesine durante l’occupazione tedesca: i processi della Corte d’Assiste straordinaria di Rovigo, a cura di Gianni Sparapan, Ed. Marsilio, Venezia, 1991.

    FELISATI D., La fatica per immagini: il lavoro nella zona del Delta del Po in epoca contadina, Ed. Provincia di Rovigo, Ass. alla Cultura, Rovigo, 1991.

    FERRO G., Eleuterio Felice Foresti: un astro dimenticato del Risorgimento italiano: carbonaro del Polesine: quattordici anni di Spielberg: primo console degli U.S.A. presso il Governo sardo-piemontese a Genova nel 1858: mentore politico di Giuseppe Garibaldi, Roma, 1991.

    GARDIN A., L’amore di un padre e il genio di una figlia: Cristina Roccati e la sua storia, Gruppo Autori Polesani, doc. Dante Alighieri, Rovigo, 1991.

    GIURIATI G.P., Una donna una città: Maria Felicita Baseggio e Rovigo, Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    MAZZETTI A., Polesine Dopo: 1951-1991: qualcosa di più della ricostruzione: rassegna storico-documentaria, Dosson di Casier (TV), Ed. Accademia dei Concordi, 1991.

    MAZZETTI A., Progetto Vivilpo: mostre dal 22 agosto al 22 settembre 1992, Ed. Accademia dei Concordi, Dosson di Casier (TV), 1991.

    SARA FRIGATO: Appunti sulle commedie del Cieco d’Adria, Ed. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia, 1991.

    Per una storia di Occhiobello, a cura di F. Gnudi, Ed. Liberty Stampa, Ferrara, 1991.

    PIOMBO C., Stefano dal violino: racconto, Rovigo, 1991.

    ROMAGNOLO A., Giovanni Francesco Casilini: collezionista, Ed. Accademia dei Concordi, Rovigo, 1991.

    ROMAGNOLO A., Nati sotto Fetonte: 55 artisti polesani, Ed. Accademia dei Concordi, Rovigo, 1991.

    ROMAGNOLO A., Policronio Carletti: (Melara 1861-1922), Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    ROMANATO GAETANO, Quel volto: 1898-1988: intorno e dietro la Sindone, La Veneta, Conselve, 1991.

    Rovigo e la sua provincia: guida turistica e culturale, Ed. Provincia di Rovigo – Ass. Turismo, Rovigo, 1991.

    San Bellino: la storia ritrovata, Biblioteca Comunale di S. Bellino, Stanghella (PD), 1991.

    SIVIERI D., Incontri: poesie 1985-1989. Edizione del Leone, Venezia, 1991.

    Successi d’acque: uomini, opere e giorni sui fiumi del Polesine: Rovigo, Palazzo Roncale 5 novembre-8 dicembre 1991, a cura di C. Munari, Cassa di Risparmio di PD e RO, Divisione Cultura, Rovigo, 1991.

    ZAGHI V., Povera it’alia in fama: lettere di fuoriusciti polesani (1923-1942), Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

    ZUNICA M., Civiltà del lavoro industriale nel Polesine: 1870-1940, Ed. Minelliana, Rovigo, 1991.

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