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Archivi: Articoli d’archivio

  • Giovanbattista Conti (1741-1820)

    Giovanbattista Conti (1741-1820)

    Tra le personalità che nel passato hanno lasciato a Lendinara un'orma significativa, un posto certamente di rilievo spetta a G.B. Conti (1741-1820), letterato, giurista e uomo politico, che ebbe fama soprattutto come traduttore in italiano di poesie spagnole dei secoli XVI e XVII. L'opportunità di approfondire la conoscenza dell'uomo e delle interessanti relazioni che seppe tessere, si è fatta viva con l'approssimarsi del 250° anniversario della nascita e si è concretizzata in un convegno (slittato per ragioni organizzative di un anno rispetto al progetto) articolato in due giornate, di cui la prima a Rovigo e la seconda a Lendinara.

    "Veneto e Spagna nel Settecento – L'opera letteraria di G.B. Conti", questo il tema dell'importante iniziativa culturale sostenuta dall'Amministazione lendinarese, dall'Accademia dei Concordi di Rovigo, e varata con il patrocinio della Regione Veneto e dell'Ambasciata di Spagna in Italia.

    Fu il Conti un uomo dagli interessi alquanto poliedrici, che nella sua vita manifestò comunque un amore predominante: quello per la letteratura spagnola. Il suo primo incontro con la cultura ispanica ebbe luogo a Padova, quando il giovane lendinarese, dalle origini nobiliari, studente di giurisprudenza, all'età di vent'anni (1761), strinse amicizia con lo spagnolo Casimiro Ortega, interessato agli studi letterari, nonostante la sua attività professionale fosse indirizzata verso il mondo della botanica. Analoga doveva essere la situazione psicologica del Conti, impegnato negli studi giuridici (si laureò nel 1776), ma molto attratto dal mondo della letteratura.

    Nel 1769 G.B. Conti ebbe modo di soggiornare in Spagna, raggiungendo lo zio, il conte Tullio Antonio, che in terra spagnola aveva ottenuto il grado di ufficiale delle "Guardias de Corpos", e di cui il giovane successivamente sposò la figlia.

    Da allora il conte lendinarese tornò più volte nella penisola Iberica, ove, grazie alle parentele e alle amicizie altolocate, ebbe facilità ad introdursi negli ambienti culturali e politici di Madrid, divenendo ben presto un elemento di spicco. Si dedicò con tenacia all'approfondimento della lingua e della cultura ispanica, allacciando stretti rapporti in particolare col poeta Nicolàs Moratin e ritrovando l'amico padovano Casimiro Ortega sempre più animato da vivi interessi per il mondo delle lettere.

    Ben presto G.B. Conti realizzò un primo lavoro di traduzione dallo spagnolo in italiano: la positiva accoglienza dell'opera lo portò a concepire un vasto programma, consistente nella traduzione in italiano di un'ampia scelta antologica della poesia spagnola dei secoli d'oro. Il primo volume veniva alla luce nel 1782 col titolo: "La Collecciòn de poesìas castellanas traducidas en verso toscano y ilustradas". L'opera del Conti, che era nata sotto il benestare regio, con l'assicurazione di un appannaggio reale allo stesso estensore, si interrompeva però al quarto volume, ed anche i rapporti del Conti con la corte dovevano entrare in crisi, visto che ben presto gli veniva tolto il sussidio regio, inducendolo a far ritorno in patria.

    Rientrato a Lendinara, il Conti riprese le relazioni col mondo dell'università patavina e proprio a Padova diede alle stampe un poemetto a carattere religioso intitolato "Incoronazione della Immagine di Maria Vergine, detta del Pilastrello, venerata a Lendinara".

    Dopo quest'opera il suo prestigio, già vivo tra i concittadini, crebbe notevolmente permettendogli di prendere parte attiva alla vita politico-amministrativa col ruolo di giudice civile, accordatogli nel 1797 dai francesi che avevano appena occupato il territorio polesano, e riconfermato l'anno successivo dagli austriaci subentrati alle truppe napoleoniche.

    Nel frattempo il Conti continuò ad mantenere il suo interesse per la letteratura spagnola, pubblicando fra l'altro a Padova l'opera dal lungo titolo: "Scelta di poesie castigliane del secolo XVI tradotte in lingua toscana dal conte Giovanbattista Conti e opere originali del medesimo".

    Tra gli estimatori del letterato lendinarese, che si spense nel dicembre del 1820, quasi ottantenne, va citato in particolare Carlo Gozzi, che lo additò come salvatore della poesia dagli influssi corruttori del secolo.

    La prossima pubblicazione degli atti del convegno, tenutosi a Lendinara e Rovigo nel Maggio scorso, permetterà di conoscere in modo più approfondito la personalità di G.B. Conti e di comprendere il contesto culturale nel quale si formò ed operò, procurandosi la stima di quanti lo frequentarono o ne lessero le opere.

  • I Flagellanti della SS. Trinità

    I Flagellanti della SS. Trinità

    Alla fine del cinquecento, questa terra polesana, nobile segno di una civiltà contadina povera ed onesta, e di un patriziato veneziano ambasciatore della “Serenissima” e custode dei suoi poteri nelle terre dominate, era scossa da episodi incredibilmente gravi, quali delitti, malversazioni e atti di brigantaggio di ogni specie.

    Erano, forse, il frutto amaro di costanti angherie ed ignobili imposizioni che il potere del Doge, prevaricato spesso dai piccoli reggenti locali, faceva gravare sulla povera gente ridotta in stato di miseria e di indigenza. Ne veniva pertanto favorito il disordine anziché l’ordine, il tormento in luogo della tranquillità, la ribellione espressa in quotidiani atti di violenza che agitavano le notti ed i giorni del Polesine.

    Né valeva la dura repressione del Consiglio dei Dieci, l’organo della giustizia veneziana che dalla città estendeva la “longa manus” sui territori, non solo della laguna, con decisioni non sempre eque e sovente sostenute da un clero compiacente ai voleri del Doge e sottomesso di buon grado alla Serenissima, pur di goderne i favori.

    Era questa la cruda scena che preparava l’arrivo della Controriforma e del milleseicento, un secolo che avrebbe rinnovato piano piano popoli e mentalità, richiamando la vera fede della gente ed il suo riscatto cristiano fino a scuotere, come già nel duecento ed in passati secoli, la coscienza della Chiesa di Roma.

    E nacquero spontanee e numerose le Confraternite o ne furono rinvigorite le sbiadite immagini spirituali proprio perché, nella fede vera, la gente cercava un rifugio di pace, od una risposta di sollievo nel ricordo delle pene che il Cristo aveva sopportato per redimere l’umanità.

    Questo clima si respirava anche a Loreo, pittoresco e grazioso centro di tipica marca veneziana, gustosamente adagiato in una campagna fertile, quasi dipinto da una mano abile all’arte, con un simpatico gioco di bassi portici, che percorrono la riva destra dell’antico canale.

    E risale al lontano 1608 la costituzione, in loco, della cristiana “Confraternita dei Flagellanti della Santissima Trinità”, associazione di uomini e donne, più nota ai giorni nostri come “Fradéi de Loreo”, unica probabilmente, in Polesine, a mantenersi unita con fedeltà a caratteristici riti religiosi che richiamano alla curiosità ed al rispetto nello stesso tempo.

    Sorta nella tragica atmosfera dianzi tratteggiata, la Confraternita si richiama ad alcune regole di fede in vigore in altre parti d’Italia specie in Toscana, ed in particolare a quella della Santissima Trinità esistente in Roma e già riconosciuta dagli organi ecclesiali.

    È Vescovo di Chioggia, diocesi alla quale appartiene la chiesa loredana, Lorenzo Prezzato, reggente fin dal 4 giugno 1601 su nomina di Papa Clemente VIII. Energico e riformatore, Mons. Prezzato si rende subito conto dell’importanza di questa associazione di fedeli, sorta non solo per far preghiere ed atti di riparazione ai molti delitti del momento, ma anche per un reciproco mutuo soccorso degli iscritti, gravati dalle intimazioni padronali e dai potenti del tempo.

    La Scuola dei Flagellanti in breve tempo si sviluppa numericamente, tanto da indurre i reggenti a richiedere al Doge Leonardo Donà, dopo soli sei anni, il permesso alla costruzione di un “oratorio” per i suoi iscritti, con una lettera che così inizia:

    “Serenissimo Principe, nella sua terra di Loredo è stata da quelli suoi fedelissimi sudditi creata una compagnia di Battuti ad onor della SS.ma Trinità, alla quale, non havendo luogo per congregarsi ed far le sue orationi, è stato da quella Comunità concesso di eleggersene uno dove gli tornerà comodo per fabricare un oratorio (…) per il che humilmente compàremo ai piedi suoi gli interventi di detta compagnia riverentemente supplicandola di concedergli licentia di potersi fabbricare in la Terra di Loredo un oratorio dove li fratelli di quella possano eseguir le loro orationi”. (1)

    Il Doge trasferisce al Podestà di Chioggia Gerolamo Corner la pratica, ed il 18 giugno 1610 viene espresso da quella autorità parere favorevole alla edificazione dell’oratorio.

    Nel 1613, essendo vescovo di Chioggia Ranuccio Farnese, inizia la costruzione che negli anni viene più volte ampliata ed adattata alle crescenti esigenze numeriche dei “Fradéi”. Tempi non sempre facili per la Scuola, governata da un Priore laico, scelto a vita dagli iscritti, con possibilità di sostituzione solo per sua rinuncia, per morte o destinazione. Le Regole vengono approvate nel 1612 dal vescovo Angelo Baroni, ed il controllo affidato allo stesso Vescovo ed alla Serenissima che si avvale, in quel tempo, del terribile “Congresso dei Dieci” per interventi di giustizia non sempre retti ed equi.

    E la Chiesa, che comprende come queste iniziative religiose popolari possano anche sfuggirle di mano, affianca la figura del Padre Guardiano a quella del Priore laico, in assistenza spirituale alla Confraternita, per controllarne da vicino il funzionamento.

    I riti di preghiera si ripetono frequenti nel corso dell’anno rinvigorendo la salute cristiana della importante Confraternita. Nel tempo, poi, si ridurranno di molto, restando l’incontro della Festa della Trinità, il più importante.

    Ma vediamo da vicino come si svolge ancor oggi il rito annuale più significativo dei “Fradéi”, non più numerosi come nei tempi trascorsi, ma sparsi, comunque, in tutto il mondo, portati dai molteplici eventi della vita.

    Convengono in Loreo alla Vigilia della Trinità animando l’attesa del centro polesano che ogni anno aspetta, con rispetto ed impazienza, la “notte” del grande incontro.

    Va qui ricordato un curioso episodio che vide nel 1774 l’intervento del Consiglio dei Dieci il quale, chiamato in causa da una anonima denuncia circa l’abuso dei tempi notturni da parte di alcuni confratelli, che ne approffitavano per gozzovigliare e per insani bagordi, vieta ogni rito notturno imponendo la durata della preghiera solo fino al calar del sole con ripresa all’alba del giorno successivo.

    Dopo gli scambi affettuosi di amicizia e di gioia nel ritrovarsi dei vecchi amici, la cena, chi presso parenti o conoscenti, chi in trattorie; e poi, poco prima della mezzanotte, l’appuntamento all’oratorio della Trinità, annesso alla Chiesa Parrocchiale, per l’accettazione dei “novizi” rito che durerà circa un’ora. Questa funzione è pubblica ed è dato di assistervi in silenzio e con devozione a chiunque lo desideri.

    Dopo il canto del “Miserere” ed alcune preghiere in latino, lingua nella quale vengono espresse la maggior parte delle orazioni, il Priore accetta i “novizi”, ciascuno presentato da un padrino (fratello anziano), con un antico rituale:

    – Fratelli, che dimandate?

    – La misericordia di Dio e la pace di questa Compagnia.

    – Vi preghiamo che osserviate i precetti di Dio e i nostri capitoli, acciò siate pienamente consolati.

    – Iddio ce ne dia grazia.

    Dominus custodiat introitum vestrum ed exitum vestrum (…) (2)

    Indi l’oremus e la vestizione con il caratteristico saio rosso che tutti i fratelli portano per adozione fin dalla fondazione della Confraternita. Poi il Priore ricorda ai presenti le sofferenze e tribolazioni patite dal Signore, flagellato alla colonna “seimilaseicentosessantasei” volte e, nel segno di questa amara riflessione, i novizi procedono a cingersi i fianchi e ad alzare il cappuccio del saio sulla testa. Il Priore ricorda le regole (capitoli) della Confraternita e si procede al bacio del Crocifisso, fonte e richiamo dell’amore comune. Ancora una menzione ai doveri che spettano ai “fratelli” devoti della Santissima Trinità, e poi, alle ore 1 circa, il Padre Guardiano e tutti i Fratelli si portano nella adiacente più ampia Chiesa parrocchiale per il rito segreto dal quale, con l’extra omnes, sono esclusi tutti all’infuori dei Fratelli (neppure le sorelle presenzieranno ai riti della notte).

    Questa seconda parte della preghiera notturna si svolgeva, in antico, nell’oratorio della Trinità, ma oggi la si celebra, appunto, nel Duomo loredano.

    Il rito segreto vuole un duro richiamo dei Confratelli alla loro impotenza dinanzi alla morte terrena, ed è in buona parte dedicato alla riflessione spirituale personale, fatta in massimo silenzio ed in contemplazione. Poco si conosce di questa parte di cerimonia, che è espressa quasi al completo in lingua latina e che viene dedicata, oltre che a riflessioni sull’ultima ora della vita, anche al ricordo dei fratelli defunti e dei benefattori antichi ed attuali della Scuola.

    Riporta la voce di popolo, non meglio suffragata da documento, che, in questo momento della notte, in antico, i Confratelli si sottoponessero a pene corporali in memoria della flaggelazione di Nostro Signore Gesù Cristo.

    Alle ore 3 della notte, avvertiti dal Priore, i fratelli, alla luce di torce, escono incappucciati, in processione e si portano, al canto di salmi, inni e preghiere, alla Chiesa del Pilastro che dista circa due chilometri da Loreo, essendo adiacente al cimitero del paese.

    È in questa Chiesa che avviene la terza parte del rito, ovvero, la “Vigilia Cimiteriale” vissuta con antiche orazioni e canti religiosi, restando aperte le porte dell’oratorio del Pilastro. Si ricorda la devozione alla Vergine Santissima, si prega per la Chiesa, per gli eretici e per i Reggenti (in antico per il Re) e, dopo aver cantato il salmo 132, ci si confessa pubblicamente.

    Sono circa le 6 del mattino quando i Flagellanti, benedetti dal Padre Guardiano o dal Priore, ritornano processionalmente all’oratorio della Trinità in Loreo, per concludere la lunga notte di preghiera con la Santa Messa mattutina, alla quale possono assistere anche le Sorelle.

    Spogliati del rosso saio, dopo l’ultima benedizione del Padre Guardiano, ci si incammina verso la propria dimora.

    Nell’anima la chiarezza, nella mente le riflessioni che accompagneranno i “Fradéi de Loreo” fino al prossimo incontro, con l’impegno della preghiera giornaliera e notturna prevista dalla Confraternita.

    Si tratta di un regolamento preciso, che impone anche agli iscritti, al momento della morte, la sepoltura con una pietra per cuscino e con il rosso saio indosso, a ricordare la severità delle “Regole” ed il martirio del Cristo.

    Una espressione di religiosità divenuta quasi leggenda, ma che forma la storia di una delle più antiche associazioni religiose del Polesine.

  • La Società di Mutuo Soccorso

    La Società di Mutuo Soccorso

    Gli scopi dell’Associazione

    Ideata nel corso del 1866, poco dopo la terza guerra d’indipendenza (le truppe di Vittorio Emanuele erano entrate a Rovigo il 10 Luglio) la Società Operaia di Mutuo Soccorso divenne operativa nel 1867, sotto la presidenza del conte Domenico Angeli, che subito dopo l’annessione era stato eletto anche sindaco di Rovigo, il primo dunque dopo l’unità d’Italia.

    Presidente onorario dell’associazione era stato nominato fin dall’ottobre del ’66 Giuseppe Garibaldi che, riconoscente, aveva accettato la carica.

    Le finalità dell’associazione vennero indicate chiaramente nell’art. 3 del primo statuto, in cui si legge:

    “Base di questa Società è l’unione e la fratellanza, scopo la diffusione della moralità ed il mutuo soccorso dei soci fra loro, che viene accordato in caso di malattia, di cronicità e di vecchiaia. La Società tende a favorire l’istruzione ed il lavoro, il pacificamento dei soci, il loro collocamento, e rende loro gli onori funebri”.

    Si tratta dunque di scopi morali e socio-economici: fratellanza, unione, istruzione per quanto riguarda i primi; soccorso in caso di malattia, collocamento in un settore produttivo, previdenza per la vecchiaia e onori funebri, per i secondi.

    Nel secolo scorso era particolarmente sentito il problema di un concreto aiuto in denaro in caso di infermità, dato che, nei giorni di assenza dal lavoro, la paga veniva sospesa. Proprio per questo nello Statuto dell’associazione viene dedicata molta attenzione al capitolo dei sussidi per malattia, a cui si riferiscono ben quindici articoli. L’art. 20 chiarisce le modalità per godere del sussidio giornaliero (L. 1,00 o 1,50 a seconda della categoria dell’iscritto). La malattia doveva essere constatata dal medico sociale, e l’associazione provvedeva anche a sostenere l’acquisto delle medicine. Era istituito un apposito Comitato di soccorso (art. 22) delegato a provvedere ai bisogni degli ammalati, ad accertarsi che essi ricevessero il dovuto sostegno pecuniario, le medicine e tutta l’assistenza necessaria. Tale comitato aveva inoltre l’incombenza (art. 29) di fare un rapporto mensile sullo stato sanitario di tutta l’associazione e stilare un quadro generale a fine anno.

    Erano esclusi di beneficio del soccorso i soci che avessero contratto malattie veneree o dovute a colluttazioni (art. 30).

    Un regolamento molto dettagliato dunque, che dimostra la serietà con cui l’associazione svolgeva il suo ruolo di assistenza ai soci temporaneamente inabili al lavoro.

    Le radici ideologiche

    L’idea di dar vita ad un’associazione di mutuo soccorso, come altre consimili, affonda le sue radici nello spirito umanitario dell’Illuminismo. Dalla seconda metà del ’700 si cominciò infatti a guardare concretamente alle esigenze delle categorie meno favorite, ed iniziarono a germogliare le prime forme associative a vantaggio delle classi subalterne.

    Su questa scia umanitaria fiorirono nel corso dell’800 varie iniziative animate da un autentico spirito filantropico, con l’istituzione fra l’altro di asili per l’infanzia, mense per i non abbienti ed altre forme assistenziali, le più avanzate delle quali miravano ad un vero riscatto delle classi popolari.

    Il più assiduo propugnatore di un ideale di emancipazione sociale e politica delle classi popolari, nella nostra penisola, fu certamente Giuseppe Mazzini. È a tutti nota la sua incessante azione intesa ad unificare l’Italia con l’intervento determinante del popolo, in una prospettiva rigorosamente repubblicana. Accanto all’apostolato politico va però ricordata anche l’assidua azione svolta dallo stesso Mazzini tra gli operai per dar vita a cooperative di lavoro ed associazioni di mutua assistenza.

    Le idee mazziniane trovarono nel Polesine qualificati punti di riferimento. Primi fra tutti i coniugi Alberto Mario e Jessie White, sempre pronti a sostenere le ragioni delle categorie sociali più emarginate, le quali nella nostra terra vivevano in condizioni che in qualche caso non è eccessivo definire subumane.

    Quell’importante moto, spontaneo e disinteressato, che aveva portato tanti giovani a prodigarsi per l’unità della patria giungendo fino al sacrificio estremo della propria vita, non si spense col raggiungimento dell’unità politica. Trovò anzi alimento nella necessità di “fare gli italiani”, ovvero nel nuovo impegno di un’azione concreta, finalizzata all’emancipazione economica, morale ed intellettuale delle classi popolari.

    Toccò allora ai cittadini più sensibili, ricettivi al concetto mazziniano della vita come missione civile, agire concretamente per dare avvio alle società operaie di mutuo soccorso e previdenza.

    Da notare che, per quanto concerne l’associazione rodigina, il termine operaio è da intendersi più come finalità che come base sociale dell’associazione, nel senso che il sodalizio doveva portare soccorso e assistenza agli operai (ovvero agli appartenenti alle classi sociali più svantaggiate), ma non chiudersi in un’associazione di soli operai. Concetto anche questo del resto tipico del Mazzini che, ben prima della “Rerum Novarum” di Leone XIII, aveva indicato la via del progresso civile e sociale nella proficua collaborazione tra le classi. E ciò in netta antitesi con l’idea marxista che propugnava la lotta di classe e la eliminazione della borghesia.

    Avvio e maturità della Società del Mutuo Soccorso

    Ispirata agli ideali mazziniani, l’associazione rodigina fu dunque interclassista fin dalla nascita – e da un certo momento anche per statuto, eliminando di proposito l’aggettivo “operaia” -, dato che, come detto, accoglieva in sè non solo gli operai, ma anche impiegati, funzionari e liberi professionisti.

    E non a caso il primo presidente della società rodigina fu proprio il conte Angeli, figura di spicco in Polesine, noto per la sua ininterrotta azione a favore della collettività, protrattasi anche dopo la morte, avvenuta nel 1876. Lasciò infatti al comune varie sostanze e il centralissimo palazzo che sorge sulla via un tempo chiamata S. Rocco e successivamente dedicata all’insigne benefattore. Nè il conte Angeli dimenticò nel suo testamento la Società Operaia, alla quale destinò un lascito in denaro di L. 5.000, cifra considerevole se si pensa che il contributo medio richiesto al socio era di L.10 all’anno.

    La fortuna dell’associazione rodigina si deve in larga misura – come ben ha evidenziato Sergio Garbato nel libro “La Società di Mutuo Soccorso e Previdenza di Rovigo 1867-1967”, edito dallo stesso sodalizio in occasione del primo centenario – alla probità dei presidenti e alla capacità della maggior parte di loro (specie di quanti restarono alla guida per periodi prolungati) di far fronte alle esigenze sociali, anche in relazione al mutare dei tempi e delle situazioni politiche.

    Vi fu è vero un momento di crisi alla morte del primo presidente, il conte Angeli, che aveva guidato l’associazione con un piglio alquanto energico, accentratore ed aristocratico, com’era del resto tipico della sua personalità e della stessa educazione ricevuta. Evidente sintomo di questo periodo di transizione è il rapido succedersi di tre presidenti, Antonio Gobbati (1876-79), G.B. Casalini (1880-83) e Tullio Minelli (1883-85), tutti e tre usciti dalla presidenza rassegnando le dimissioni.

    Ma alfine, con la nomina del cav. Adolfo Benvenuti, si manifestò una decisa ripresa dell’azione del sodalizio, grazie alla capacità del nuovo presidente, non ancora quarantenne, di cogliere le reali aspettative degli iscritti. Costoro, più maturi e consapevoli, si attendevano dall’associazione nuove iniziative e risposte concrete a bisogni di tipo sociale, con interventi non più limitati alla sola assistenza in caso di malattia, ma aperti ai reali problemi del mondo del lavoro e, conseguentemente, alle rivendicazioni dei lavoratori.

    Benvenuti manifestò una chiara attenzione a queste nuove esigenze, ottenendo, di conseguenza, risultati sorprendenti anche sul piano delle iscrizioni, passate dai duecento soci iniziali ai 480 del 1890, e raggiungendo in tal modo il traguardo massimo toccato dall’associazione.

    Alla sua morte, avvenuta precocemente a soli 54 anni di età, il testimone passò ad Albino Pasotto, continuatore dell’azione del predecessore. Repubblicano di fede, legato agli insegnamenti di Garibaldi, Mazzini, Bertani, Cattaneo e Mario, fu il Pasotto un uomo concreto e positivo, la cui capacità di azione fece ottime prove anche nell’ambito dell’amministrazione comunale dove, in qualità di assessore, avviò l’Istituto Tecnico, completò il corso delle Scuole Magistrali, fu tra i promotori del Cotonificio Rodigino, provvide alla lastricazione di varie strade e all’istallazione della luce elettrica. Fu inoltre presidente dei Luoghi Pii Riuniti e dell’Ospedale, avviando in entrambi i casi opere di modernizzazione.

    Come presidente della Società Operaia di Mutuo Soccorso il Pasotto perseguì sostanzialmente due obiettivi: si impegnò a consolidare il rapporto tra i soci, anche organizzando frequenti occasioni di incontro (gite, banchetti, una banda sociale), e si prodigò per far sentire all’esterno la voce dell’associazione, intervenendo con vigore per reclamare il miglioramento delle condizioni socio-economiche dei lavoratori.

    Anche Albino Pasotto, nominato presidente per la prima volta nel 1898, restò come il suo predecessore alla guida dell’associazione fino alla morte, avvenuta nel 1922; evidente dimostrazione questa del forte sentimento di dedizione che lo legava alla Società. Piuttosto tristi furono però gli ultimi anni della sua esistenza, sia sotto il profilo personale, per l’acuirsi degli acciacchi, sia per una progressiva diminuzione del numero degli iscritti, causato da vari fattori, tra cui vanno ricordati: la permanente crisi economica che indusse molti ad emigrare; lo scoppio della prima guerra mondiale e la conseguente chiamata alle armi di vari soci; il presentarsi di nuovi gravi problemi nel dopoguerra.

    La vita dell’Associazione dal periodo Fascista agli Anni Sessanta

    La morte del Pasotto coincise con l’avvento del Fascismo, durante il quale si profilarono anni problematici per il sodalizio, sia per il progressivo rarefarsi della libertà di espressione, sia per l’avvio di forme mutualistiche e assistenziali previste dalla legislazione governativa, che di fatto ridussero l’ambito di azione del mutuo soccorso volontario.

    Le nuove condizioni ebbero un riflesso negativo sull’associazione rodigina, che visse un periodo di instabilità, caratterizzato da presidenze di breve durata: Francesco Malvezzi (1923-24), Attilio Barutti (1924-26), Carlo Pace (1926-31), Belladore (1932-33).

    Sarà il cav. Giocondo Dall’Ara che riuscirà a far uscire il sodalizio da una situazione di stallo, individuando una via percorribile, basata più sullo spirito di gruppo che sul reale originario mutuo soccorso.

    Fu quella del cav. Dall’Ara, uomo stimato da tutti per l’onestà ed il senso di profonda umanità, la più lunga presidenza, durata un trentennio, dal 1933 al 1961, fino alla morte. Un arco di tempo durante il quale nella nostra penisola si attuarono profondi rivolgimenti sociali e politici: dal consolidarsi del Fascismo, alla disastrosa seconda guerra mondiale, conclusasi con la dissoluzione dello stesso regime fascista e la caduta della monarchia; dai lutti e dalle distruzioni della guerra che dilagò su tutto il territorio nazionale, alla successiva ricostruzione configuratasi, sul finire degli anni cinquanta, con un consistente periodo di sviluppo sfociato nel cosiddetto “boom” economico.

    Scomparso Dall’Ara, a reggere le sorti del sodalizio fu chiamato il geom. Sergio Gallian, già vicepresidente dell’istituzione, e ben introdotto nelle problematiche dell’associazione per averla retta di fatto negli ultimi tempi in cui il presidente Dall’Ara era gravemente ammalato.

    Con il Geom. Gallian, la Società rodigina ha continuato a seguire l’itinerario tracciato dal suo predecessore con una limatura, anche statutaria, degli obiettivi assistenziali, l’accentuazione degli aspetti ricreativo-culturali e l’avvio di interventi di beneficenza, contemplanti anche assegnazione di borse di studio.

    Verso il 2000

    Dall’inizio del corrente anno (1992) è stato eletto presidente Mario Reale, titolare dell’omonima impresa di costruzioni, col quale ci incontriamo per conoscere le prospettive e le speranze dello storico sodalizio, in questo ultimo scorcio del XX secolo.

    – Presidente Reale, dove va la Società di Mutuo Soccorso?

    “È proprio questo il problema: individuare un nuovo percorso per un’associazione che, nonostante il variare delle situazioni storiche, ha sempre svolto con responsabilità e dignità il proprio ruolo. Oggi è necessario prendere atto che molti degli obiettivi fissati dallo Statuto, in particolare quelli di provvedere all’assistenza medica dei soci o al concorso di provvidenze di tipo pensionistico, risultano del tutto superati dall’attuale situazione previdenziale e sanitaria. Da una parte è necessario potenziare l’attività ricreativa e di coesione dei soci, e dall’altra indirizzare gli sforzi anche verso l’esterno dell’associazione, individuando situazioni sociali carenti e concentrando in tal senso il nostro soccorso”.

    – Nessuna idea di scioglimento del sodalizio dunque.

    “Questo è certo: da una parte c’è un’esigenza di tipo storico da salvaguardare, e dall’altra c’è la volontà dei soci di individuare un percorso fattibile per il futuro.

    È questo un problema sentito anche dalle altre associazioni di Mutuo Soccorso tuttora operanti nel Veneto. Proprio per questo è stato recentemente costituito a Vicenza un Comitato di Coordinamento Regionale (presieduto da Angelina Santucci con vicepresidenti Giancarlo Bogoni e Walter Donadello) per avviare un’azione comune, anche in collegamento con la Regione”.

    – Quali sono le attività principali promosse dall’associazione?

    “Quest’anno abbiamo ricordato con una certa solennità il 125° anniversario della fondazione, abbiamo consegnato 3 borse di studio a studenti delle scuole superiori ed abbiamo intensificato le occasioni di ritrovo sociale, aumentando progressivamente il numero degli associati che ora si avvicinano a 200. C’è inoltre un impegno all’esame del Consiglio Direttivo, volto a trovare un accordo con l’Amministrazione comunale per una sede adeguata e definitiva. In ogni caso è nostra volontà procedere con l’autonomia che da sempre ha caratterizzato l’associazione, in uno spirito di concordia tra i soci, con l’obiettivo di promuovere occasioni di sincera solidarietà umana”.

    Per eventuali approfondimenti: Sergio Garbato: “La Società di Mutuo Soccorso e Previdenza di Rovigo 1867-1967” edito a cura della stessa Società.

  • Giovanni Battista Tenani

    Giovanni Battista Tenani

    Nato a Guarda Veneta (Rovigo) il 1 Luglio 1831 da Francesco e Giovanna Zanon, ricca famiglia di possidenti del luogo, Giovanni Battista Tenani viene avviato agli studi classici presso il Ginnasio del Seminario di Rovigo e poi a Padova.

    Sente fin da giovanissimo il richiamo dell’idea risorgimentale della patria libera dallo straniero, e allo scoppio della rivoluzione del 1848, appena diciassettenne, accorre a Venezia arruolandosi come volontario prima nella compagnia di Bandiera e Moro e poi nel Corpo dei Veliti, appena costituito dal Generale Mongaldo, in vista dell’attacco antiaustriaco in Terra ferma. Dopo la sconfitta di Novara invece, tale Compagnia verrà utilizzata nella difesa ad oltranza del forte di Marghera, ed in tale logorante operazione G. B. Tenani si distinguerà, pur ammalato, resistendo fino all’ultimo.

    Nei dieci anni successivi, ritornato l’ordine austriaco nel Veneto, il Tenani riprende gli studi interrotti e si iscrive all’Università di Venezia, dove, pur frequentando i ritrovi mondani studenteschi del Caffè Florian e della Fenice, continua a coltivare il suo spirito patriottico, prendendo parte a dimostrazioni e cospirazioni antiasburgiche, favorendo la nascita della “Rivista Veneta”, a cui collaborerà come articolista, attirandosi ben presto i sospetti della polizia austriaca, per cui dovrà sopportare processi, domicilio coatto, esilio e sequestri.

    Ottenuta nel frattempo la laurea in Giurisprudenza, allo scoppio della seconda Guerra di Indipendenza, nel 1859, decide di arruolarsi come soldato semplice nell’esercito piemontese, combattendo a S. Martino e Solferino.

    La carriera militare lo vede passare in breve tempo i vari gradi: da caporale, a sottufficiale, a sottotenente, fino a quello di Capitano d’Artiglieria, essendogli riconosciuta una “cultura completa… nelle materie tutte appartenenti all’impiego speciale dell’arma”.

    In tale carica combatterà le battaglie successive, fino all’assedio di Gaeta (1861) dove meriterà la medaglia al valore militare, e alla liberazione del Veneto nel 1866.

    Ritiratosi dalla carriera di soldato, Tenani accetta di candidarsi nelle politiche del 1867 per il partito liberale moderato o “monarchico temperato”, come amava definirlo lui stesso, intraprendendo una lunga carriera parlamentare che durerà per otto legislature fino al 1891: le prime tre IX-X-XI per il Collegio di Rovigo, le seguenti dal 1878 per il Collegio di Este-Monselice e infine dal 1882 (dalla XV alla XVI legislatura) per il Collegio di Padova.

    In Parlamento, il neo deputato sedette sempre alla Destra e, benchè fra i più assidui, “non ebbe quella parola continua, che è in ragione inversa dalla densità di pensiero” … parlerà anzi di rado, ma diventando un’autorità nelle questioni militari e in quelle finanziarie.

    La sua coerenza nelle opinioni politiche rifuggenti da ogni estremismo, e il ricordo delle prove di valore da lui date nelle guerre nazionali gli fanno ben presto meritare la stima e la considerazione anche degli avversari politici. Tali qualità gli valgono la stretta amicizia del Minghetti, del Sella, del Lamarmora, del Ricasoli, del Lanza, del Gabelli, del Crispi.

    Convinto che le posizioni settarie o pregiudiziali non servono a risolvere i problemi nazionali, G. B. Tenani, seppe mantenersi costantemente al di sopra dei partiti o delle correnti, incarnando un tipo di liberalismo “austero”, “illuminato”, “all’inglese”, a cui spesso si riferirà nei suoi discorsi. Per non avere aderito alla proposta di costituire un gruppo tra i neodeputati veneti, così si giustifica nel 1867, finita la IX legislatura, davanti ai suoi elettori di Rovigo:

    “… già troppi gruppi, più o meno municipali, vi erano in Parlamento… che il campanile (è) un pessimo consigliere e noi Veneti non potevamo pretendere – nuovi e poco esperti degli uomini e cose Parlamentari – influenza sugli altri così da attirarli nell’orbita nostra”. Così pure, di fronte alle varie proposte di Legge presentate (sulle incompatibilità parlamentari contro i costruttori od amministratori di società sovvenzionate dallo Stato, quella sulle imposte per il Veneto riguardanti la fondiaria, la ricchezza mobile, i fabbricati ecc., quella sulle libertà della Chiesa e la liquidazione dell’asse ecclesiastico).

    Rifuggendo ogni opportunismo, G. B. Tanani non nasconde mai agli elettori le sue profonde convinzioni, ma anzi le ribadisce con determinazione e logica stringente. Ammette infatti di aver votato contro la prima legge sulle incompatibilità, perchè ritenuta “inutile… incompleta… pericolosa e impossibile” a risolvere il problema della corruzione, e a favore invece di quella relativa alle imposte, per ragioni di equità con le altre province del Regno, approvando pure il provvedimento ministeriale, emanato dopo il ritiro delle truppe francesi da Civitavecchia, rivolto a impedire la trattazione in pubbliche riunioni della questione romana, dicendosi preoccupato della minaccia latente della questione sociale, determinata dal saccheggio delle 64 botteghe a Torino, dai moti di Modena, di Parma, di Reggio e del Cadore, nonchè dai continui numerosi scioperi degli operai.

    La sua concezione restrittiva, se pur non aprioristica, delle libertà democratiche, G. B. Tenani ha modo di ribadirla ancora qualche anno dopo, nel 1870, allorchè avanza i suoi dubbi, nella contingenza attuale, sulla bontà del sistema elettivo del sindaco applicato ai piccolissimi comuni, dove riscontra “vivissime ancora negli anni le ire partigiane e gli odi di famiglia” e si difende dalle critiche e accuse non solo degli avversari, per essere stato votante per il monopolio della Banca Nazionale, per quello dalla Regìa dei Tabacchi e per la famigerata Legge sul Macinato, o dimostrandone la infondatezza, o ribadendo la sua fedeltà alle necessità della patria, con la consapevolezza di sacrificare così la propria popolarità alle impellenti necessità della cosa pubblica.

    A tali ideali si ispirerà anche un altro importante intervento del Tenani nella tornata del 5 Settembre 1872, allorchè, discutendosi intorno alle spese straordinarie occorrenti per la difesa dello Stato, egli che già si era adoperato per il Distretto Militare e per la Caserma Silvestri a Rovigo, si opporrà appassionatamente alle tesi di altri militari “alti di grado e di competenza” come il Cerroti, il Parrone di S. Martino, il Corte, il Maldini e il Farini, difendendo con valide argomentazioni tecniche e tattiche il progetto della diga di chiusura del porto di La Spezia per impedire incursioni o eventuali occupazioni di flotte nemiche.

    Questa abnegazione verso la difesa della patria, accompagnata dalla equidistanza che cotraddistinse sempre la sua condotta parlamentare, caratterizzeranno lo stile di vita del Tenani anche nei governi della Sinistra, o come nel 1879, quando caldeggerà la linea ferroviaria Mantova-Legnago-Monselice, per l’importanza militare che poteva ricoprire, oppure il 23 Aprile del 1880 allorchè solleciterà la difesa dei valichi alpini, o ancora nel 1882, quando, in occasione dell’inondazione dell’Adige, accuserà apertamente l’operato governativo che, ordinando il taglio di Fossa Polesella, aveva ingigantito la catastrofe già spaventosa piombata sulle popolazioni del Polesine.

    Così infatti conclude per l’occasione il suo intervento: “Ed io, o signori che in tutta la mia giovinezza ho speso tutte le forze della mente, del cuore e del braccio per contribuire, come voi tutti, a fare un’Italia libera e grande, e che avesse un governo degno di lei, adesso sono serbato all’amarezza inaspettata di non avere una parola per difendere questo governo, e di averne molte per accusarlo”.

    E’ per questo alto senso della patria e della missione parlamentare che il Tenani rifuggerà sempre dal diventare “servo fedele dei suoi elettori, … ministro delle loro vendette… o l’avvocato delle loro cause contro l’interesse dello Stato”, (Avrese 1902) e tale stile lo caratterizzerà fino alla fine, nel Consiglio Comunale di Guarda Veneta come a Roma.

    Nel 1886 agli elettori di Padova così si esprimeva: “Se rieletto custodirò gelosamente il mandato: nell’eseguirlo non dimenticherò i vostri interessi locali che mi sono noti assai da vicino; ma nel dar il mio voto avrò sempre in mente la Patria, quella grande e comune, ispirandomi a quell’amore per lei, che vive più della vita, che si estende quanto lo spazio, che si spande senza dividersi, che si usa e non si consuma”.

    A premiare questa vita di impegno e di coerenza, G. B. Tenani riceverà nel 1890 la nomina di Vice Presidente della Camera e, a pochi giorni dalla sua scomparsa, quella di Senatore del Regno.

    Dopo l’annuncio delle sue dimissioni per motivi di salute inviato alla Camera nel 1891, suscitando una immediata reazione in tutti i rami del Parlamento, il più fiero degli avversari Felice Cavallotti concludeva il suo intervento con queste parole: “Io auguro che da qualunque parte, in qualunque campo combattiamo, rimangano a lungo qui dentro… gli ultimi avanzi della falange antica; che rimangano qui come richiamo verso il passato… E di questa falange è il Tenani. Desidero che questa bella figura di combattente, di soldato, sia conservata in Parlamento italiano, augurio di lotte feconde e virtù di partiti, e chiedo… che il Tenani non si lasci uscire dal Parlamento italiano”.

    Purtroppo però il male che lo affliggeva da tempo avrà di lì a poco il sopravvento e Giovanni Battista Tenani morirà nella sua casa di Guarda Veneta il 7 Dicembre 1892, a sessantun anni di età.

  • 222 anni di Museo Archeologico in Adria

    222 anni di Museo Archeologico in Adria

    Il Patrio Museo Domestico Bocchi (1770-1904).

    Correva l’anno 1770 e su Adria vegliavano ancora le insegne col leone di San Marco.

    Là, lungo l’odierno Corso, a due passi dal ponte di Castello, in una stanza del palazzo di Francesco Girolamo Bocchi, di antica nobile famiglia adriese, notaio di professione ed appassionato di cose patrie per vocazione, nasce una collezione di anticaglie.

    Francesco Girolamo, che ha il supporto di una preparazione culturale e di una disposizione allo studio non comuni, non disdegna l’impegno civile al servizio della comunità, ma profonde le migliori sue energie nella ricerca, collezione e rielaborazione di ogni tipo di documentazione, non importa se cartacea o archeologica, relativa alla storia della sua città. Se quindi da un lato egli dà origine ad un archivio di indubbia consistenza, dall’altro si vanno riempiendo di oggetti di scavo alcune vetrinette, primo nucleo di una collezione di famiglia destinata a sopravvivere nel tempo.

    Per quanto ne sappiamo, non era la prima volta che ad Adria si dava inizio ad una raccolta archeologica. D’altronde, quella del collezionismo privato era una moda abbastanza diffusa nel ’700, frutto di una erudizione antiquaria che affondava le radici in tempi ben più lontani … Non c’era alcun motivo perché non attecchisse anche ad Adria, ove la materia prima certo non mancava, vista la frequenza con cui da sempre il terreno restituiva non trascurabili testimonianze di un passato che parlava greco, etrusco e latino. Nella prima metà del ’700 era stato infatti un altro Bocchi, Ottavio, anche lui notaio ed appassionato di antichità, a crearsi in casa una cospicua raccolta di reperti che, alla sua morte, andarono purtroppo dispersi. Sarebbe interessante sapere che fine essi abbiano fatto: probabilmente raggiunsero quanto altro a quei tempi tornava alla luce in Adria ed emigrava nelle grosse collezioni di nobili veneziani, o a Verona, oppure nella vicina Rovigo dove un’altra famiglia, quella dei Silvestri, aveva istituito un suo importante e fornitissimo museo.

    Francesco Girolamo crea dunque questa sua collezione archeologica che arricchisce mediante una continua attività di scambi, acquisti e scavi, e che apre alla visita di uno scelto e colto pubblico. A differenza di altre raccolte coeve, essa è costituita esclusivamente di oggetti ritrovati ad Adria, e manterrà questa caratteristica fin quasi ai giorni nostri.

    In Francesco Girolamo la passione dello studioso si sposa perfettamente con la consapevolezza di compiere opera di cultura e con l’orgoglio tutto personale di veder ospiti della propria casa personaggi del mondo che conta. Poco prima di morire, nel 1810, scrive con orgoglio ad un fratello che … non viene in Adria un uomo dotto che non venga a visitare il mio Museo.

    Di questi personaggi, che egli accompagna ad uno ad uno, ed ai quali egli illustra con facondia e competenza i reperti, bisognava tener nota, perché con la loro presenza conferivano lustro alla famiglia.

    Eccolo allora istituire nel 1787 un registro dei visitatori: supporto preziosissimo per chi oggi desideri rendersi conto del movimento creatosi attorno al Museo Bocchi non solo, ma attorno alla stessa città di Adria.

    Questo registro fu gelosamente custodito ed aggiornato, alla morte di Francesco Girolamo, dai successori, a cominciare dal di lui fratello Stefano, un canonico, che gestì il Museo dal 1810 al 1817, effettuando qualche scavo e mantenendo vivo lo scambio epistolare con gli studiosi di antichità intrapreso con una certa assiduità dal fratello.

    All’uno ed all’altro toccò in sorte di vivere tempi burrascosi. Tra Sette ed Ottocento la Storia s’era messa a correre all’impazzata: alla caduta della Serenissima fece seguito un andirivieni di Francesi ed Austriaci che si placò solo nel 1814, con il definitivo arrivo di questi ultimi.

    I Bocchi, però, gente di mondo oltre che di cultura, non soffrirono eccessivamente la situazione, cui seppero agevolmente adeguarsi. Il Museo non ne risentì affatto, diventando anzi polo di attrazione per i vari ufficiali di passaggio per Adria.

    Alla morte di Stefano (1817), il Museo passò al nipote Benvenuto, figlio di Francesco Girolamo.

    Culturalmente il meno preparato dei Bocchi, egli aveva però profondamente radicato in sè l’orgoglio di appartenere ad una famiglia che aveva dato lustro ad Adria. Si considerava maiorum aemulus ed era convinto che quel Museo avrebbe dato gloria ed onore alla sua famiglia. Si eresse quindi a custode convinto e tenace della collezione, pur senza accrescerla, ma felice del successo d’immagine che essa stava conseguendo. Tra i visitatori spiccano governatori e vescovi, arciduchi d’Asburgo ed alti ufficiali austriaci, nobili di ogni regione d’Italia e stranieri: su tutti, in ben tre diverse occasioni, il Vicerè del Lombardo-Veneto, Ranieri.

    Nel 1851 Benvenuto, stanco ed ammalato, cedette proprietà, conservazione e custodia del Museo al figlio Francesco Antonio, forse il più valido dei Bocchi, tanto che nel 1990 la Minelliana gli dedicò un convegno di studi per commemorarne il centenario dalla morte, avvenuta nel 1888.

    Per la collezione comincia il periodo più proficuo: ben altra tempra di studioso rispetto al padre, Francesco Antonio amplia la raccolta, ne affronta lo studio, affonda la sua attenzione nell’archivio lasciato dal nonno per il quale egli nutre grande ammirazione, riordina tutto, scrive, pubblica un lavoro dopo l’altro. E trova il tempo di continuare ad accompagnare attraverso il suo Museo i visitatori che diventano sempre più numerosi. I tempi infatti cambiano e la curiosità per l’archeologia si va diffondendo anche tra classi sociali precedentemente escluse da questo genere di conoscenza.

    La seconda metà dell’Ottocento vede svilupparsi la grande stagione dell’archeologia avente basi scientifiche. Matura tutto il lavorio del secolo precedente. Si studia dal vero, si classifica, si cataloga, si fa a gara nel comporre corpora di determinate classi di reperti. Ad Adria arriva il più grande storico di Roma antica ed epigrafista latino, Theodor Mommsen (1867). È ospite del Bocchi. Pubblica tutte le iscrizioni adriesi ma riconosce l’importanza anche del restante materiale, per cui fa pubblicare anche quello. Arrivano i più bei nomi dell’archeologia tedesca e di quella italiana: l’aristocrazia degli studi di antichità si dà appuntamento ad Adria ed il Museo Bocchi vive un periodo importante, che sancisce un salto di qualità dovuto al suo ingresso nel mondo dell’archeologia ufficiale.

    Con Francesco Antonio il Museo si amplia moltissimo, grazie anche ad importanti scavi effettuati negli anni 1877 e 1879. Tre stanze non riescono ormai più a contenere tutto il materiale che egli cataloga con competenza e precisione: più di 6000 pezzi a metà degli anni Settanta!

    Il Museo era dunque cresciuto. Forse troppo, per gli eredi di Francesco Antonio che, dopo averlo gestito per una quindicina d’anni ancora dopo la sua morte, lo cedettero al Comune di Adria che lo acquistò con l’aiuto finanziario del Ministero della Pubblica Istruzione e della Provincia di Rovigo.

    Il Museo Civico (1904-1961)

    Quel 1° settembre 1904, giorno dell’inaugurazione del nuovo Museo Civico, conclude definitivamente una storia che ha visto tre generazioni di Bocchi perseguire con pari passione un comune impegno: quello di documentare le vicende di Adria attraverso le sue testimonianze archeologiche. Una storia in cui affezione, sentimento e valori avevano contato quanto il sapere. Ma evidentemente il tempo delle collezioni private stava tramontando. Certo, nell’amministrazione del nuovo Museo Civico non si troverà più lo stimolo che ha animato i Bocchi: almeno non fino alla comparsa dell’arch. Scarpari.

    Cambia la sede: da palazzo Bocchi la raccolta trasmigra nelle scuole elementari di via Cavallotti, di cui occupa il salone ed il porticato, e dove rimarrà per una trentina d’anni. Nel 1934 infatti traslocherà ancora una volta (e non sarà l’ultima): nuova destinazione, il palazzo che l’avv. Giuseppe Cordella ha donato al Comune nel 1927 allo scopo di garantire una collocazione più dignitosa al Museo Civico. Dopo l’entusiasmo iniziale, infatti, esso era ben presto caduto in un deplorevole stato di degrado e d’incuria, e vi regnavano il disordine e l’abbandono.

    Particolare curioso: durante il primo conflitto mondiale, visto che in zona si erano verificati dei bombardamenti, i reperti del Museo furono messi al sicuro. Lo stesso provvedimento verrà preso nel corso della seconda guerra mondiale.

    La sistemazione nel palazzo Cordella è più che dignitosa e significa per la collezione quasi un ritorno alle origini, visto che esso si affaccia sul Corso proprio di fronte al palazzo Bocchi, nel frattempo alienato.

    Nel periodo tra le due grandi guerre il Museo si arricchisce di due altre collezioni private adriesi: la Raule (1927) e la Zanirato (1938), anch’esse acquistate con il concorso dello Stato. Ma soprattutto l’archeologia adriese comincia ad avvalersi dell’impegno di un personaggio d’eccezione, ideale continuatore dei Bocchi: l’arch. Giovanni Battista Scarpari, che per molti anni diede la sua opera intelligente e disinteressata di conservatore onorario del Museo e, contemporaneamente, di ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità.

    Uomo di vasta e profonda cultura, al suo nome è legato lo scavo più spettacolare mai effettuato in Adria: quello della necropoli preromana e romana venuta alla luce durante la nuova inalveazione del Canal Bianco, il c.d. Canale Mussolini. Durò dal 1938 al 1940. Quasi 500 tombe: una massa si reperti che creò enormi problemi di spazio nel Museo di palazzo Cordella. Alla carenza di spazio va quindi collegata la maturazione progressiva dell’idea di una nuova sede, della quale si occuparono, al termine delle ostilità, i Soprintendenti Brusin e Forlati Tamaro, oltre allo stesso Scarpari che, assieme all’ing. Forlati, progettò un nuovo Museo.

    Questi sono i personaggi cui si deve la realizzazione – su terreno donato dal Comune – di uno dei più razionali, semplici e perciò più efficienti organismi museali esistenti all’inizio degli anni Sessanta non solo nel Veneto, ma in tutta l’Italia settentrionale.

    Il Museo Nazionale Archeologico

    Poco più di trent’anni fa, il 17 settembre 1961, mentre in tutta Italia si festeggiava il centenario dell’Unità, fu dunque inaugurato, dopo quattro anni di lavoro con cantieri-scuola per disoccupati, il nuovo Museo Archeologico. Il quale però sarebbe diventato ufficialmente “Nazionale” solo nel 1972: fino ad allora esso rimase ancora Civico.

    Ampio, spazioso, inondato di luminosità, razionale, efficiente: così si presenta l’edificio che costituisce l’ultima e definitiva sede del patrimonio archeologico adriese. Un Museo “a misura d’uomo”, come si direbbe oggi: ha infatti il pregio di non essere sovraccarico, di non richiedere tempi eccessivamente lunghi per la visita che segue un itinerario facile e chiaro.

    Eppure, nonostante la modernità e la lungimiranza cui i suoi ideatori si sono ispirati, esso è già stato oggetto di una radicale opera di riorganizzazione, tanto da presentarsi in una veste notevolmente rinnovata quando, l’8 febbraio 1986, viene ricordato il 25° dalla fondazione: gabinetto di restauro, aumento e maggiore razionalità della superficie espositiva, allestimento dell’apparato didattico illustrativo, potenziamento del servizio di sorveglianza e custodia.

    Ma, soprattutto, una novità d’impostazione: da Museo esclusivamente “cittadino” in quanto legato a scavi effettuati in ambito urbano, quello adriese dal 1986 diventa anche Museo del territorio, visto l’incremento delle scoperte e degli scavi eseguiti in tutto il Polesine. Basti ricordare Frattesina, San Basilio, Cavanella di Adige… È un necessario superamento della vecchia concezione dei Bocchi, che però viene solo aggiornata, non stravolta.

    Da muto “contenitore” di memorie, il Museo diventa sempre più elemento vivo del tessuto culturale della città, capace di dare risposte soddisfacenti alle esigenze di un pubblico che si va facendo più informato e competente. E più numeroso: negli ultimi dieci anni i visitatori quasi raddoppiano, passando dalle circa 10.000 unità annue d’inizio anni Ottanta agli attuali 18/19.000, buona parte dei quali costituiti da scolaresche.

    Oggi il Museo non è più solo nel soddisfare la richiesta di cultura archeologica. La “Cooperativa Turismo e Cultura” lo affianca con interessanti iniziative di supporto, mentre il neocostituito “Gruppo Archeologico Adriese” ha già imparato a promuovere un’efficace opera divulgativa.

    Più di trent’anni sono passati dal 1961, e già si parla della necessità di ulteriore ampliamento. Scavi frequenti e proficui hanno riempito scansie su scansie, invadendo progressivamente quegli ampi spazi vuoti tanto rassicuranti al momento dell’inaugurazione.

    Si è scavato parecchio, in questo lasso di tempo. Tre campagne autunnali nella necropoli di Cà Garzoni (1966, 1969, 1972), una in quella di Cà Cima (1970), un’altra in quella di via Spolverin (1990). Due campagne nell’abitato romano in zona Retratto (1982, 1987). Una lunga serie di interventi nell’abitato romano e preromano di San Basilio, ad iniziare dal 1977, ed in quello romano di Cavanella d’Adige, con risultati sorprendenti, risultanze inedite, interessanti, che hanno fatto capire come le nostre conoscenze siano suscettibili di sostanziosi aggiornamenti.

    Ma non di soli scavi è fatta la storia del Museo. Abbiamo visto come i Bocchi conservassero memoria di ogni personaggio in visita al loro Museo.

    Ebbene, anche il Museo Archeologico Nazionale ha vissuto i suoi momenti di gloria. Soprattutto il 26 settembre 1963 quando, in una giornata piovosa, ospitò il re di Svezia Gustavo VI, egli stesso valente archeologo, oppure nel 1984, quando nel mese di settembre fu in visita il presidente del Senato Amintore Fanfani.

    Più di tutto però resterà nel ricordo degli addetti ai lavori un triste primato nel campo dei furti. Adria fu allora sulla bocca di tutti: la notte dell’8 ottobre 1969 alcuni ladri penetrarono nel Museo ed asportarono 37 oggetti di bronzo. Solo un quarto di essi sarebbe stato recuperato. Fu il primo furto (probabilmente su commissione) perpetrato ai danni di un Museo.

    L’impressione in Adria fu grande: intorno all’accaduto la gente lavorò di fantasia, tant’è che il nuovo argomento sostituì il favoleggiamento intorno alla mitica “carrozza di Re Adriano”, che imperversava in ogni diatriba di carattere archeologico in città.

    Oggi, in tempi di realismo e di pragmatismo, non si parla più nè dell’uno nè dell’altro: la poesia e la favola cedono il passo alla concretezza. Forse è anche per questo che si guarda alla costruzione del nostro Museo, si pensa ai suoi tre decenni di vita, ma si dimentica che l’origine della raccolta conservatavi risale a ben 222 anni fa.

  • La Dama di Chiunsano

    La Dama di Chiunsano

    Era stata sepolta con il capo rivolto verso est, in una fossa scavata presso i ruderi di un complesso edilizio di epoca romana, assieme agli oggetti ornamentali del suo abbigliamento. Così sono apparsi al Prof. Hermann Busing i resti di una donna vissuta 1500 anni fa, legata molto probabilmente alla classe dirigente politico-militare del regno ostrogoto, morta alla fine del V sec. d. C., in un luogo lambito da diramazioni secondarie del Po.

    E’ stata la prima sepoltura di questo tipo scoperta in Polesine. Lo stupore iniziale dei ricercatori si trasformò ben presto in una gioia collettiva: lo scavo aveva dato una sorpresa certamente inaspettata, che andava a coronare l’assiduo lavoro di oltre 40 giorni di indagini archeologiche, condotte nel fondo di Chiunsano, tra Gaiba e Ficarolo.

    L’attribuzione della “dama di Chiunsano” (così battezzata dagli studenti tedeschi) al mondo ostrogoto è confermata dall’ago crinale in argento con testa dorata, dalla bella fibbia in argento dorato con castonature di almandini, dal singolare anello (sempre con castonature di almandini), dal bracciale in argento, dalla fibula in argento dorato, dalla perla in pasta vitrea, dai due grossi anelli usati forse per ornare l’abbigliamento all’altezza della spalla sinistra.

    Con questa interessante scoperta si è conclusa, nella prima settimana di settembre ’92, la terza campagna di scavo condotta dal Prof. Busing, docente di Archeologia all’Università tedesca di Bochum, assieme alla moglie Andrea e ai suoi studenti, nel territorio rivierasco del Po.

    Nel 1990 le ricerche si erano concentrate in località la Vela (podere di proprietà dei fratelli Contin) portando alla luce le fondamenta di una abitazione e altre testimonianze di epoca romana. Nell’anno successivo un esteso scavo eseguito nel fondo Chiesazza (di proprietà di Carminuccio Michelini) aveva permesso di individuare una necropoli databile al V-VI sec. d. C. e il rinvenimento di oltre 30 sepolture di inumati.

    La collaborazione tra l’Università di Bochum e il Museo Civico di Rovigo aveva preso l’avvio per merito di Luigi Rossi, polesano, insegnante ad Haghen. E questo è sfociato pure in un costruttivo rapporto di scambi culturali tra la nostra terra e la Vestfalia. Mostre, incontri, conferenze sul Polesine, appoggiate anche dalla cooperativa Turismo e Cultura, si sono svolte all’Università di Bochum (vedi Ventaglio ’90, n. 3), alla Volkshochschule di Essen, alla Gesamtschule di Haghen.

    Per la terza campagna di scavo è stato scelto un luogo già considerato di particolare interesse archeologico e che attendeva da anni una ricerca particolareggiata.

    Infatti, il fondo Chiunsano (di proprietà di Maria Testa Pellegatti e di Gino e Luciano Mastelli) era noto per gli scavi condotti nel 1904 da Alfonsi e nel 1982 dalla Soprintendenza Archeologica per il Veneto.

    Vanno segnalate infine le ricerche di superficie condotte negli anni ’80 da Carlo Palazzi e Claudio Leis che hanno portato al recupero di singolari testimonianze, tra cui un diploma militare di bronzo (226 d. C.).

    L’area interassata allo scavo (m 30×5) ha evidenziato le alterne vicende di questo importante insediamento; vicende che già si potevano ipotizzare dal notevole materiale raccolto in superficie, anche se frammentato e sconvolto dalle arature. L’indagine ha così messo in luce momenti legati a ristrutturazioni, modifiche, temporanei abbandoni imposti da esondazioni fluviali, denunciando una sostanzile continuità insediativa dagli inizi del I sec. d. C. fino all’età altomedioevale.

    Lo dimostrano le tracce di strutture abitative e di attività artigianali, la presenza di monete, frammenti di vasi fittili e di vetro, amuleti, oggetti di bronzo e di osso, di anfore, unitamente alla complessa successione stratigrafica evidenziata nelle pareti laterali della trincea di scavo. Accanto ad un bel esemplare di stadera romana, in ottimo stato di conservazione, si è aggiunta alla fine del lavoro la gradita sorpresa del corredo funebre della “dama di Chiunsano”.

    I risultati emersi dall’indagine assumono ora particolare rilievo, in considerazione del fatto che in Italia sono solo una trentina i luoghi di sepoltura ostrogoti autentici e probabili.

    E’ previsto per l’anno prossimo l’ampliamento dell’area indagata, alla ricerca di ulteriori elementi per un più completo studio di questo antico luogo insediativo.

    Alle ricerche hanno collaborato la Soprintendenza Archeologica per il Veneto, il Museo Civico di Rovigo, la Fondazione Gerda Henkel di Dusseldorf, l’Amministrazione Provinciale di Rovigo, le Amministrazioni Comunali di Rovigo, Ficarolo, Gaiba, Salara, il V.C.P.S.S.A.E. di Rovigo e alcuni volontari fra i quali, in particolare, Carlo Palazzi di Ficarolo, Hans Luther, Rossi Luigi e la moglie Angela R. Janssen di Bochum.

  • Equiturismo lungo il Po

    Equiturismo lungo il Po

    Il Turismo equestre non è più un’attività limitata a pochi; in tutto il mondo occidentale è un modo piacevole ed intelligente per avvicinare luoghi sconosciuti, riscoprire il territorio ed impiegare attivamente il tempo libero; è inoltre un fattore non trascurabile di promozione dell’economia, che favorisce l’agriturismo, con un impatto positivo sui terreni agricoli e le aree protette.

    A Guarda Veneta, proprio lungo il corso del Po, sorgono in una zona tranquilla due interessanti iniziative di equiturismo: il Circolo Ippico Rodigino, e l’allevamento Della Novi che, oltre ad essere validi centri per l’equitazione, offrono cordiale ospitalità e salutari momenti di svago.

    Molti appassionati di equitazione vengono anche da fuori provincia per esplorare questi luoghi suggestivi e di rara bellezza naturale, che fanno da suggestiva cornice all’attività ippica.

    A cavallo, tra le golene del Po e le campagne circostanti, si possono vivere momenti magici e godere dell’allegra compagnia. Le golene del Po sono un susseguirsi di grandi spazi aperti, interrotti da boschetti di pioppi, in cui si possono provare emozioni incredibili al galoppo, specchiandosi poi in tramonti mozzafiato sulle rive del fiume.

    Si percorrono argini fra canneti e lunghi filari di alberi che, specialmente d’autunno, offrono uno spettacolo indimenticabile di calde tonalità, immersi in affascinanti lunghi silenzi. Oppure, costeggiando il Po verso Polesella, si può raggiungere Villa Morosini, scenografica costruzione palladiana attribuita allo Scamozzi.

    L’accoglienza, l’amicizia ed il buonumore sono alla base di questi centri di equitazione. D’estate si organizzano trasferimenti di cavalli e cavalieri in zone alpine o di mare per gite e bivacchi indimenticabili. Periodicamente si organizzano manifestazioni locali quali “La Caccia alla Volpe” pic-nic sui prati e, soprattutto d’estate, c’è la possibilità di fare dell’equitazione in notturna poiché gli impianti sono serviti di illuminazione.

    Per i principianti, o per chi non ama passeggiate molto impegnative, ci sono cavalli docili che permettono di fare dell’equitazione in assoluta tranquillità.

    Se volete quindi trascorrere una piacevole domenica in compagnia di amici, questo è il posto giusto!

  • Le cave Danà

    Le cave Danà

    In Alto Polesine le sponde fluviali, gli acquitrini, i canneti, i canali irrigui, non costituiscono solo la sede di sistemi vitali o di decoro dell’ambiente, ma rappresentano pure un patrimonio socio-culturale, economico ed ecologico di grande rilievo. Civismo vuole che vadano tutelati.

    Le Cave Danà a ridosso del palazzo omonimo si trovano sulla riva destra del Canalbianco in Comune di Ceneselli, ai confini di Zelo. Vantano una superficie acquea di 9.5 ettari circa, presentandosi come una tipica zona umida di origine artificiale originata dall’escavazione di materiali per laterizi e ripristinatasi nel tempo naturalmente.

    A fine ’87 il Comune di Ceneselli e la Provincia volevano trasformarla in maxi-discarica, assecondando un investimento di oltre 5 miliardi da parte di un imprenditore padovano che voleva trovare spazio in Alto Polesine per i rifiuti solidi urbani di Padova e dintorni, mentre a pochi km sorge il gigantesco polo vangadiciense sul letto fossile del Tartaro che raccoglie il pattume vario della Bassa Veronese e di alcuni enti locali polesani. La popolazione di Zelo e Ceneselli si è ribellata letteralmente e, spalleggiata dal WWF di Castelmassa e dalla stampa locale, ha fatto mandare all’aria il progetto che si voleva far passare sulla testa del cittadino. Gli ambientalisti massesi hanno fatto poi precise proposte per la tutela ambientale delle Danà e solo ora Comune di Ceneselli e Provincia sembrano muoversi!

    L’area, che fa parte delle 18 zone umide che la Provincia vuole tutelare, presenta una natura rigogliosa con la tipica flora delle zone umide d’acqua dolce: Morso di rana, Ninfea Bianca, Carici, Mazza sorda, Cannuccia palustre… In alcuni punti, solo leggermente rilevanti nei confronti delle zone circostanti, ormai notevolmente consolidate sono le presenze arboreo-arbustive (pioppi, salici…).

    La fauna è quella tipica della zona agraria come la Donnola e la Lepre. In mezzo ai canneti il Ratto d’acqua, il Topolino delle risaie… Nelle stagioni riproduttive troviamo dovizia di avifauna: il Migliarino di palude, le Cannaiole, gli Acrocefalini, la Folaga, la Gallinella d’acqua, la Marzaiola, il Tarabusino, il Tuffetto. All’epoca dei passi da ammirare i Caradriformi, il Falco della Palude e le Albanelle, varie specie di Anseriformi come le anatre di superficie, il Tarabuso, la Nitticora, Ardeidi come l’Airone cinerino e quello rosso…

    Le Cave Danà – il WWF e la LIPU le vorrebbero in gestione diretta per la valorizzazione turistica e didattica – abbondano di anfibi come il Rospo comune, la Raganella, la Rana agile, le rane verdi. Fra i rettili comuni il Biacco, l’Orbettino, la Biscia d’acqua. I pesci non sono di pregio ma abbondano: Gambusia, Pesce persico sole, Carpa.

    Le Cave Danà sono facilmente raggiungibili dai due caselli autostradali polesani. Da Occhiobello si segue la direzione Ostiglia/Castelmassa sull’Eridania occidentale, all’incrocio per Calto si sceglie l’indicazione Ceneselli fino ad incontrare il Canalbianco; poco prima del ponte si svolta a sinistra sulla strada arginale asfaltata fino al grande palazzo Danà, dove in aperta campagna si stendono gli specchi delle Cave in un tipico, silenzioso, isolato e fascinoso paesaggio padano. Uscendo dal casello dell’A 13 a Rovigo prendere la direzione Badia Polesine/Ostiglia, si giunge – oltrepassandolo – al ponte di Zelo e si gira a destra.

  • Le ville del Delta

    Le ville del Delta

    Del Polesine poco si parla, e, se si parla, spesso è come di un figlio illegittimo che non riesce a farsi riconoscere.

    Al contrario, questa terra ha bisogno di essere conosciuta ed amata: è un vento antico che spira dal mare, è una zattera che, superate le storiche rotte del Po, naviga alla ricerca di un futuro.

    Il Delta innanzitutto: il suo fascino ti entra nel sangue con l’esile demarcazione tra la terra e il mare, la pace di un tramonto sulle acque del grande fiume, rotta solamente da un volo di gabbiani. Temi paesaggistici da diffondere e promuovere.

    Ma nel Delta, oltre ad un itinerario naturalistico, è possibile individuare anche aspetti architettonici di rilievo, dovuti agli importanti ed illustri legami storici che la terra polesana ebbe con la Serenissima.

    Bellissime le ville che i nobili veneziani si fecero costruire nel corso del ’700: lussuose residenze estive, adibite a “casini di caccia”, arredate con mobili d’epoca.

    Iniziamo il nostro itinerario da Villa Zeno, ora Casalicchi ed Avanzo, a Ca’ Zen nel Comune di Taglio di Po, vera oasi agreste a ridosso dell’argine destro del Po di Venezia.

    Il grande edificio risale al secondo settecento: sebbene il prospetto a mezzogiorno sia stato modificato in modo inopportuno, il fronte nord rimane sostanzialmente intatto e rivela un’architettura nobile, concepita da un artista ricco di sensibilità per l’ambiente circostante.

    Nel giardino si possono ammirare statue del Bonazza, noto scultore vicentino che ha legato il suo nome alle più famose Ville Palladiane.

    Fu proprietà di Teresa Guiccioli, figlia dei Conti Gamba-Ghiselli, sposa del Conte Alessandro Guiccioli, divenuta l’amante di Lord Byron: la nobildonna soleva incontrarsi con il poeta nella Villa, lontana dai pettegolezzi e dalla noia della vita salottiera.

    Qui il poeta, si dice, scrisse per lei una poesia “Tramonto sul Po”, dove immaginava la donna passeggiare sulle rive del fiume, avvolta dalla nebbia e dalla solitudine in cui l’aveva lasciata.

    Nel comune di Contarina, sulla riva sinistra del Po Grande, più o meno all’altezza di Ca’ Zen, troviamo Villa Contarini, meglio conosciuta come “Villa Carrer”, da anni rinomato hotel e raffinato ristorante. Il complesso, composto da un corpo centrale fiancheggiato da due barchesse, si presenta oggi maestoso, nella rivisitazione neoclassica operata e conclusa nel 1817.

    L’edificio risale al XVII sec. e sembra identificarsi con un casino di caccia, o Cason di Valle, che la nobile famiglia dei Veneziani Contarini aveva fatto costruire in vicinanza delle paludi che a quel tempo coprivano gran parte del territorio bassopolesano.

    La villa, passata in dote ad una Contarini andata sposa ad un Carrer, all’inizio del secolo ha assunto la denominazione attuale.

    Secondo uno schema cinquecentesco riesumato nel secondo ’700, l’edificio presenta un robusto colonnato dorico, al piano terreno, sul quale poggia un piano mobile con loggia ionica centrale.

    Due porticati, disposti in modo simmetrico ai lati, completano armonicamente il complesso.

    Raggiungiamo quindi la prestigiosa Isola di Albarella, nel comune di Rosolina, ove si trova Ca’ Tiepolo. Il complesso veneziano, con le precedenti ville bassopolesane, ha in comune l’origine: casino di caccia destinato al passatempo dei signori veneziani.

    L’edificio ha assunto l’aspetto attuale nella seconda metà del ’700 (la data di compimento 1772 è segnata sulla chiave di volta della piastra centrale) quando venne ingrandito ed adattato a diventare una residenza estiva, non priva di eleganza e raffinatezza.

    Di seguito, a causa della depressione del terreno e di frequenti alluvioni, cadde progressivamente in abbandono. Nel 1972 grazie ad un radicale ed accurato restauro, la villa è tornata nel suo originale splendore ed è ora sede dell’esclusivo Club Albarella.

    Dal punto di vista architettonico è interessante il prospetto principale, caratterizzato da ampio fastigio con frontone curvilineo e timpano liscio. Gli interni, arredati con altrettanto buon gusto, evidenziano l’origine nobile del complesso; particolarmente notevole è il piano superiore dove la grande sala centrale si apre a loggia, sui lati più lunghi, verso i sottotetti laterali.

    Conoscere il Delta significa dunque soffermarsi anche su questi particolari architettonici, che rivelano l’indissolubile rapporto della storia del Polesine con quella della Repubblica di Venezia. E le ville del Delta vanno gustate nel loro ambiente, per scoprire che il Polesine ha il fascino di un viso di donna velata. La devi guardare sotto l’apparenza di un cielo grigio di nebbia, ne devi scoprire i colori, quelli di un giorno di sole, quelli di un mare sferzato dal vento, quelli delle distese dei campi, dove l’intreccio continuo dei canali crea i più suggestivi giochi di luce.

  • Nel cuore di un’antica bonifica

    Nel cuore di un’antica bonifica

    L’itinerario che proponiamo, di circa Km. 25, è particolarmente suggestivo se fatto in bicicletta, innanzitutto perchè solo con tale mezzo si ha l’opportunità di muoversi veramente a contatto con l’ambiente, e poi perchè alcune delle osservazioni qui proposte sono effettuabili soltanto in bici o a piedi.

    La partenza è fissata presso la chiesa di San Biagio a Lendinara. Imbocchiamo via Roma, ovvero la strada che, dirigendosi verso sud, porta a San Bellino. Superata la ferrovia, la via cambia nome: viene chiamata via Valli, indicazione questa che palesa chiaramente la natura del percorso, che secoli fa conduceva a due specchi palustri a sud di Lendinara, denominati rispettivamente valle di San Biagio e Valdentro. Ancora più a meridione, oltre San Bellino, si trovava infine il lago della Destesa.

    Si trattava di ampie paludi, originate dal difficoltoso deflusso delle acque e da inondazioni o tracimazioni del complesso sistema idrografico polesano che, oltre ai grandi fiumi, Adige e Po, comprendeva un consistente ramificarsi di altri corsi d’acqua, instabili e non infrequentemente rovinosi. Tra questi nella zona va citato, a nord l’Adigetto (un tempo molto più ampio e minaccioso del piccolo canale odierno); a sud il Canal Bianco chiamato nel cinquecento Castagnaro, allora un ramo dell’Adige, proveniente dall’omonimo comune, che riceveva pure le acque del Malopera, anche questo fuoriuscente dell’Adige a monte dell’Adigetto e pertanto delimitante ad occidente col Castagnaro il bacino interfluviale considerato; ad est, in senso nord sud, lo Scortico, originato dall’Adigetto a Villanova del Ghebbo che, dopo aver intersecato l’abitato di Fratta Polesine, si getta ancor oggi nel Canal Bianco presso il Pizzon.

    Nel 1462 buona parte della zona divenne proprietà di Peregrino Presciani, che la ottenne in donazione da Borso d’Este, come gratifica per importanti servigi prestati. Ma soltanto dopo 9 anni, lo stesso Peregrino Presciani ebbe occasione di far conoscere al duca estense i problemi idrografici dell’area, informandolo che le ampie valli, un tempo pescose, erano divenute morte, a causa di un cambiamento di corso del Casagnaro.

    Fu dunque Peregrino Presciani ad avviare la bonifica dell’area, che nel toponimo di Presciane – paese posto tra San Bellino e Castelgugliemo – ricorda ancor oggi il nobiluomo ferrarese promotore della sistemazione idraulica del territorio considerato. Nel 1555 subentrò nella proprietà la famiglia dei Tassoni – anche in questo caso ferrarese – in seguito al matrimonio di Ferrante Tassoni con Beatrice Presciani.

    Nel frattempo però, in seguito alla famosa guerra del Sale, 1482-84, i territori a nord del Canal Bianco erano caduti sotto la dominazione della Serenissima, e a Fratta si erano insediati nobili veneziani, tra cui i Corner, i Loredan e i Badoer, che si trovarono ben presto in conflitto con gli eredi del Presciani sia per i confini dei poderi, che per gli sversamenti degli scoli di bonifica. Contenzioso che sarà risolto sul finire del XVI secolo con la costruzione di due ponti canali sotto lo Scortico – il cui alveo si era nel frattempo innalzato – per permettere il deflusso delle acque di bonifica verso oriente, seguendo la naturale inclinazione della pianura padana.

    Fu così che si potè risolvere completamente il problema dell’impaludamento delle valli a sud di Lendinara, il cui territorio è ancor oggi solcato da tre scoli di bonifica: il San Biagio, il Valdentro e il Canda. Tutti e tre si unificano nel Valdentro, che poi, passando sotto lo Scortico presso Fratta, tramite il citato ponte-canale di deflusso, prosegue il percorso impostogli dall’uomo, fino a S. Apollinare, dove raggiunge le acque del Canal Bianco.

    È proprio alla confluenza del Canda col Valdentro che stabiliamo la prima tappa del nostro itinerario.

    Per raggiungere tale punto, dobbiamo portarci a Tre Ponti. Valicato l’ultimo ponte, si prosegue lungo l’argine destro in terra battuta del canale Valdentro, seguendo il flusso della corrente. Ci si inoltra nella campagna per circa seicento metri, fino a giungere alla confluenza con lo scolo Canda.

    Qui troveremo un importante cippo, fatto installare nel 1788 “concordemete” da Aloysio Mocenigo e Filippo Molin – come si legge nell’iscrizione in parte scalfita da un improvvido tentativo di sradicare la lapide. Si intendeva in tal modo suffragare col segno notabile la fine di annose beghe sulla zona di bonifica, e nel contempo esercitare una forma di controllo sul livello delle acque, reso agevole da una scala idrometrica incisa sul cippo stesso.

    Fatta una breve sosta e scattata una foto ricordo, ritorniamo indietro, di circa trecento metri, fino ad intersecare la strada asfaltata, seguendo la quale raggiungeremo San Bellino.

    Qui è obbligatoria una visita alla parrocchiale, che contiene l’arca del santo a cui è dedicato il paese. Come vuole la tradizione, il vescovo Bellino, padovano, perse la vita nella zona nel 1145, in seguito ad un’aggressione organizzata dai Capovacca, accerrimi nemici dell’uomo di fede. L’arca in cui era stato sepolto il santo, trascinata da un’alluvione, restò occultata per 137 anni sotto un cumulo di terra, finchè fu portata alla luce da un contadino intento alla coltivazione del suo podere. L’urna fu quindi trasportata nella chiesa di S. Martino da Vairano che successivamente cambiò il nome in San Bellino, in onore del santo. Il quale fu scelto come protettore anche da Rovigo, che per un certo periodo cercò di contendere alla piccola comunità le spoglie del martire. L’attuale arca marmorea, posta nell’abside della chiesa, fu fatta costruire dalla famiglia ferrarese dei Guarini, proprietaria nella zona di vasti poderi.

    Dalla chiesa imboccheremo la via verso Fratta, denominata Argine San Bellino. La strada corre sopraelevata rispetto al piano della campagna circostante: è questa una chiara indicazione della situazione preesistente alle bonifiche, in cui tutta la zona era praticamente allegata, eccetto l’argine di contenimento, utile anche come via di comunicazione. Proprio lungo questa strada procedeva infatti, secondo la tradizione, San Bellino diretto alla Vangadizza, quando fu ucciso dai sicari padovani.

    Oggigiorno nella zona si ammira una fertile pianura, su cui sorgono abitazioni prevalentemente rurali, tra cui alcune vecchie boarie. Tra le costruzioni che attirano la nostra curiosità segnaliamo la villa del conte Giulianello Dosi Delfini, circondata da un ampio ed ombreggiato parco, un capitello dedicato a San Bellino e le boarie Rossi e Tosini.

    Sulla destra, prima di giungere a Fratta, troviamo via Vespara, indicante l’omonimo scolo di bonifica, proveniente da Presciane, che sottopassa lo Scortico a sud di Fratta. Seguiamo questa strada, imboccando poi via Chiaviche, proseguendo per un sentiero campestre, che ci porta presso floride aziende agricole, fino a raggiungere l’annunciato sottopassaggio idraulico, dominato da una apposita costruzione a forma di torretta, eretta dal Consorzio di Bonifica.

    Dopo una breve sosta per scattare qualche foto, costeggiamo lo Scortico nel senso della corrente fino al Pizzon, ove il corso d’acqua si getta nel Canal Bianco, dopo aver superato una chiavica utilizzata un tempo per creare un dislivello utile ad azionare la macina di un mulino che ha interrotto la sua attività soltanto da trent’anni (vedasi Ventaglio n. 4. “Chi va al mulino non si infarina più”).

    Il luogo è suggestivo: il gorgogliare della cascatella, gli antichi edifici del mulino, una vecchia corte rurale a oriente, l’immissione dello Scortico nel Canal Bianco e tanto verde tutt’intorno ci inducono ad una sosta più prolungata.

    Abbiamo dunque visto dove finisce lo Scortico. Ora, seguendo a ritroso il corso dell’acqua, raggiungeranno la sua origine a Villanova del Ghebbo, in località Ramedello. Prima di arrivare a questa destinazione avremo modo di vedere la parte più bella del corso d’acqua che a Fratta Polesine scorre proprio davanti alla Badoera.

    Va detto che la storia di Fratta e delle sue ville venete è intimamente legata allo Scortico: le ricche famiglie veneziane, che presero dimora a Fratta Polesine, vi giungevano infatti per via d’acqua, risalendo prima il Canal Bianco e poi proprio lo Scortico, che fu a quel tempo reso adatto per la navigazione, al fine di agevolare il transito dei natanti veneziani.

    Poco oltre villa Badoer, la scenografica realizzazione del Palladio, troviamo quel sottopassaggio fluviale di cui abbiamo parlato alla prima tappa del nostro itinerario, tratteggiando il corso dello scolo Valdentro: il ponte canale è lungo circa 40 metri e, per l’originalità dell’opera, è annoverato tra i monumenti nazionali.

    Riprendiamo dunque il percorso, fino a raggiungere, presso Villanova del Ghebbo, le chiaviche dell’Adigetto da cui nasce lo Scortico, ove facciamo l’ultima sosta.

    Il nostro itinerario sta per finire: puntiamo verso Lendinara seguendo via Valdentro. Anche questa strada è nel suo nome evidente testimone – proprio come l’iniziale via Valli da cui siamo partiti – della situazione idraulica dei tempi passati, in cui tutto il territorio a meridione di Lendinara era occupato da distese d’acque vallive per lo più stagnanti. Un lungo e paziente lavoro – non privo di vari insuccessi – ha cambiato totalmente la fisionomia della zona, un tempo paludosa, segnata da povertà, malaria e pellagra, a poco a poco bonificata e radicalmente trasformata in senso sociale, con la fine del latifondismo e la nascita di aziende diretto-coltivatrici, che oggi operano in un’area tra le più fertili del Veneto.

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