Il Patrio Museo Domestico Bocchi (1770-1904).
Correva l’anno 1770 e su Adria vegliavano ancora le insegne col leone di San Marco.
Là, lungo l’odierno Corso, a due passi dal ponte di Castello, in una stanza del palazzo di Francesco Girolamo Bocchi, di antica nobile famiglia adriese, notaio di professione ed appassionato di cose patrie per vocazione, nasce una collezione di anticaglie.
Francesco Girolamo, che ha il supporto di una preparazione culturale e di una disposizione allo studio non comuni, non disdegna l’impegno civile al servizio della comunità, ma profonde le migliori sue energie nella ricerca, collezione e rielaborazione di ogni tipo di documentazione, non importa se cartacea o archeologica, relativa alla storia della sua città. Se quindi da un lato egli dà origine ad un archivio di indubbia consistenza, dall’altro si vanno riempiendo di oggetti di scavo alcune vetrinette, primo nucleo di una collezione di famiglia destinata a sopravvivere nel tempo.
Per quanto ne sappiamo, non era la prima volta che ad Adria si dava inizio ad una raccolta archeologica. D’altronde, quella del collezionismo privato era una moda abbastanza diffusa nel ’700, frutto di una erudizione antiquaria che affondava le radici in tempi ben più lontani … Non c’era alcun motivo perché non attecchisse anche ad Adria, ove la materia prima certo non mancava, vista la frequenza con cui da sempre il terreno restituiva non trascurabili testimonianze di un passato che parlava greco, etrusco e latino. Nella prima metà del ’700 era stato infatti un altro Bocchi, Ottavio, anche lui notaio ed appassionato di antichità, a crearsi in casa una cospicua raccolta di reperti che, alla sua morte, andarono purtroppo dispersi. Sarebbe interessante sapere che fine essi abbiano fatto: probabilmente raggiunsero quanto altro a quei tempi tornava alla luce in Adria ed emigrava nelle grosse collezioni di nobili veneziani, o a Verona, oppure nella vicina Rovigo dove un’altra famiglia, quella dei Silvestri, aveva istituito un suo importante e fornitissimo museo.
Francesco Girolamo crea dunque questa sua collezione archeologica che arricchisce mediante una continua attività di scambi, acquisti e scavi, e che apre alla visita di uno scelto e colto pubblico. A differenza di altre raccolte coeve, essa è costituita esclusivamente di oggetti ritrovati ad Adria, e manterrà questa caratteristica fin quasi ai giorni nostri.
In Francesco Girolamo la passione dello studioso si sposa perfettamente con la consapevolezza di compiere opera di cultura e con l’orgoglio tutto personale di veder ospiti della propria casa personaggi del mondo che conta. Poco prima di morire, nel 1810, scrive con orgoglio ad un fratello che … non viene in Adria un uomo dotto che non venga a visitare il mio Museo.
Di questi personaggi, che egli accompagna ad uno ad uno, ed ai quali egli illustra con facondia e competenza i reperti, bisognava tener nota, perché con la loro presenza conferivano lustro alla famiglia.
Eccolo allora istituire nel 1787 un registro dei visitatori: supporto preziosissimo per chi oggi desideri rendersi conto del movimento creatosi attorno al Museo Bocchi non solo, ma attorno alla stessa città di Adria.
Questo registro fu gelosamente custodito ed aggiornato, alla morte di Francesco Girolamo, dai successori, a cominciare dal di lui fratello Stefano, un canonico, che gestì il Museo dal 1810 al 1817, effettuando qualche scavo e mantenendo vivo lo scambio epistolare con gli studiosi di antichità intrapreso con una certa assiduità dal fratello.
All’uno ed all’altro toccò in sorte di vivere tempi burrascosi. Tra Sette ed Ottocento la Storia s’era messa a correre all’impazzata: alla caduta della Serenissima fece seguito un andirivieni di Francesi ed Austriaci che si placò solo nel 1814, con il definitivo arrivo di questi ultimi.
I Bocchi, però, gente di mondo oltre che di cultura, non soffrirono eccessivamente la situazione, cui seppero agevolmente adeguarsi. Il Museo non ne risentì affatto, diventando anzi polo di attrazione per i vari ufficiali di passaggio per Adria.
Alla morte di Stefano (1817), il Museo passò al nipote Benvenuto, figlio di Francesco Girolamo.
Culturalmente il meno preparato dei Bocchi, egli aveva però profondamente radicato in sè l’orgoglio di appartenere ad una famiglia che aveva dato lustro ad Adria. Si considerava maiorum aemulus ed era convinto che quel Museo avrebbe dato gloria ed onore alla sua famiglia. Si eresse quindi a custode convinto e tenace della collezione, pur senza accrescerla, ma felice del successo d’immagine che essa stava conseguendo. Tra i visitatori spiccano governatori e vescovi, arciduchi d’Asburgo ed alti ufficiali austriaci, nobili di ogni regione d’Italia e stranieri: su tutti, in ben tre diverse occasioni, il Vicerè del Lombardo-Veneto, Ranieri.
Nel 1851 Benvenuto, stanco ed ammalato, cedette proprietà, conservazione e custodia del Museo al figlio Francesco Antonio, forse il più valido dei Bocchi, tanto che nel 1990 la Minelliana gli dedicò un convegno di studi per commemorarne il centenario dalla morte, avvenuta nel 1888.
Per la collezione comincia il periodo più proficuo: ben altra tempra di studioso rispetto al padre, Francesco Antonio amplia la raccolta, ne affronta lo studio, affonda la sua attenzione nell’archivio lasciato dal nonno per il quale egli nutre grande ammirazione, riordina tutto, scrive, pubblica un lavoro dopo l’altro. E trova il tempo di continuare ad accompagnare attraverso il suo Museo i visitatori che diventano sempre più numerosi. I tempi infatti cambiano e la curiosità per l’archeologia si va diffondendo anche tra classi sociali precedentemente escluse da questo genere di conoscenza.
La seconda metà dell’Ottocento vede svilupparsi la grande stagione dell’archeologia avente basi scientifiche. Matura tutto il lavorio del secolo precedente. Si studia dal vero, si classifica, si cataloga, si fa a gara nel comporre corpora di determinate classi di reperti. Ad Adria arriva il più grande storico di Roma antica ed epigrafista latino, Theodor Mommsen (1867). È ospite del Bocchi. Pubblica tutte le iscrizioni adriesi ma riconosce l’importanza anche del restante materiale, per cui fa pubblicare anche quello. Arrivano i più bei nomi dell’archeologia tedesca e di quella italiana: l’aristocrazia degli studi di antichità si dà appuntamento ad Adria ed il Museo Bocchi vive un periodo importante, che sancisce un salto di qualità dovuto al suo ingresso nel mondo dell’archeologia ufficiale.
Con Francesco Antonio il Museo si amplia moltissimo, grazie anche ad importanti scavi effettuati negli anni 1877 e 1879. Tre stanze non riescono ormai più a contenere tutto il materiale che egli cataloga con competenza e precisione: più di 6000 pezzi a metà degli anni Settanta!
Il Museo era dunque cresciuto. Forse troppo, per gli eredi di Francesco Antonio che, dopo averlo gestito per una quindicina d’anni ancora dopo la sua morte, lo cedettero al Comune di Adria che lo acquistò con l’aiuto finanziario del Ministero della Pubblica Istruzione e della Provincia di Rovigo.
Il Museo Civico (1904-1961)
Quel 1° settembre 1904, giorno dell’inaugurazione del nuovo Museo Civico, conclude definitivamente una storia che ha visto tre generazioni di Bocchi perseguire con pari passione un comune impegno: quello di documentare le vicende di Adria attraverso le sue testimonianze archeologiche. Una storia in cui affezione, sentimento e valori avevano contato quanto il sapere. Ma evidentemente il tempo delle collezioni private stava tramontando. Certo, nell’amministrazione del nuovo Museo Civico non si troverà più lo stimolo che ha animato i Bocchi: almeno non fino alla comparsa dell’arch. Scarpari.
Cambia la sede: da palazzo Bocchi la raccolta trasmigra nelle scuole elementari di via Cavallotti, di cui occupa il salone ed il porticato, e dove rimarrà per una trentina d’anni. Nel 1934 infatti traslocherà ancora una volta (e non sarà l’ultima): nuova destinazione, il palazzo che l’avv. Giuseppe Cordella ha donato al Comune nel 1927 allo scopo di garantire una collocazione più dignitosa al Museo Civico. Dopo l’entusiasmo iniziale, infatti, esso era ben presto caduto in un deplorevole stato di degrado e d’incuria, e vi regnavano il disordine e l’abbandono.
Particolare curioso: durante il primo conflitto mondiale, visto che in zona si erano verificati dei bombardamenti, i reperti del Museo furono messi al sicuro. Lo stesso provvedimento verrà preso nel corso della seconda guerra mondiale.
La sistemazione nel palazzo Cordella è più che dignitosa e significa per la collezione quasi un ritorno alle origini, visto che esso si affaccia sul Corso proprio di fronte al palazzo Bocchi, nel frattempo alienato.
Nel periodo tra le due grandi guerre il Museo si arricchisce di due altre collezioni private adriesi: la Raule (1927) e la Zanirato (1938), anch’esse acquistate con il concorso dello Stato. Ma soprattutto l’archeologia adriese comincia ad avvalersi dell’impegno di un personaggio d’eccezione, ideale continuatore dei Bocchi: l’arch. Giovanni Battista Scarpari, che per molti anni diede la sua opera intelligente e disinteressata di conservatore onorario del Museo e, contemporaneamente, di ispettore onorario della Soprintendenza alle antichità.
Uomo di vasta e profonda cultura, al suo nome è legato lo scavo più spettacolare mai effettuato in Adria: quello della necropoli preromana e romana venuta alla luce durante la nuova inalveazione del Canal Bianco, il c.d. Canale Mussolini. Durò dal 1938 al 1940. Quasi 500 tombe: una massa si reperti che creò enormi problemi di spazio nel Museo di palazzo Cordella. Alla carenza di spazio va quindi collegata la maturazione progressiva dell’idea di una nuova sede, della quale si occuparono, al termine delle ostilità, i Soprintendenti Brusin e Forlati Tamaro, oltre allo stesso Scarpari che, assieme all’ing. Forlati, progettò un nuovo Museo.
Questi sono i personaggi cui si deve la realizzazione – su terreno donato dal Comune – di uno dei più razionali, semplici e perciò più efficienti organismi museali esistenti all’inizio degli anni Sessanta non solo nel Veneto, ma in tutta l’Italia settentrionale.
Il Museo Nazionale Archeologico
Poco più di trent’anni fa, il 17 settembre 1961, mentre in tutta Italia si festeggiava il centenario dell’Unità, fu dunque inaugurato, dopo quattro anni di lavoro con cantieri-scuola per disoccupati, il nuovo Museo Archeologico. Il quale però sarebbe diventato ufficialmente “Nazionale” solo nel 1972: fino ad allora esso rimase ancora Civico.
Ampio, spazioso, inondato di luminosità, razionale, efficiente: così si presenta l’edificio che costituisce l’ultima e definitiva sede del patrimonio archeologico adriese. Un Museo “a misura d’uomo”, come si direbbe oggi: ha infatti il pregio di non essere sovraccarico, di non richiedere tempi eccessivamente lunghi per la visita che segue un itinerario facile e chiaro.
Eppure, nonostante la modernità e la lungimiranza cui i suoi ideatori si sono ispirati, esso è già stato oggetto di una radicale opera di riorganizzazione, tanto da presentarsi in una veste notevolmente rinnovata quando, l’8 febbraio 1986, viene ricordato il 25° dalla fondazione: gabinetto di restauro, aumento e maggiore razionalità della superficie espositiva, allestimento dell’apparato didattico illustrativo, potenziamento del servizio di sorveglianza e custodia.
Ma, soprattutto, una novità d’impostazione: da Museo esclusivamente “cittadino” in quanto legato a scavi effettuati in ambito urbano, quello adriese dal 1986 diventa anche Museo del territorio, visto l’incremento delle scoperte e degli scavi eseguiti in tutto il Polesine. Basti ricordare Frattesina, San Basilio, Cavanella di Adige… È un necessario superamento della vecchia concezione dei Bocchi, che però viene solo aggiornata, non stravolta.
Da muto “contenitore” di memorie, il Museo diventa sempre più elemento vivo del tessuto culturale della città, capace di dare risposte soddisfacenti alle esigenze di un pubblico che si va facendo più informato e competente. E più numeroso: negli ultimi dieci anni i visitatori quasi raddoppiano, passando dalle circa 10.000 unità annue d’inizio anni Ottanta agli attuali 18/19.000, buona parte dei quali costituiti da scolaresche.
Oggi il Museo non è più solo nel soddisfare la richiesta di cultura archeologica. La “Cooperativa Turismo e Cultura” lo affianca con interessanti iniziative di supporto, mentre il neocostituito “Gruppo Archeologico Adriese” ha già imparato a promuovere un’efficace opera divulgativa.
Più di trent’anni sono passati dal 1961, e già si parla della necessità di ulteriore ampliamento. Scavi frequenti e proficui hanno riempito scansie su scansie, invadendo progressivamente quegli ampi spazi vuoti tanto rassicuranti al momento dell’inaugurazione.
Si è scavato parecchio, in questo lasso di tempo. Tre campagne autunnali nella necropoli di Cà Garzoni (1966, 1969, 1972), una in quella di Cà Cima (1970), un’altra in quella di via Spolverin (1990). Due campagne nell’abitato romano in zona Retratto (1982, 1987). Una lunga serie di interventi nell’abitato romano e preromano di San Basilio, ad iniziare dal 1977, ed in quello romano di Cavanella d’Adige, con risultati sorprendenti, risultanze inedite, interessanti, che hanno fatto capire come le nostre conoscenze siano suscettibili di sostanziosi aggiornamenti.
Ma non di soli scavi è fatta la storia del Museo. Abbiamo visto come i Bocchi conservassero memoria di ogni personaggio in visita al loro Museo.
Ebbene, anche il Museo Archeologico Nazionale ha vissuto i suoi momenti di gloria. Soprattutto il 26 settembre 1963 quando, in una giornata piovosa, ospitò il re di Svezia Gustavo VI, egli stesso valente archeologo, oppure nel 1984, quando nel mese di settembre fu in visita il presidente del Senato Amintore Fanfani.
Più di tutto però resterà nel ricordo degli addetti ai lavori un triste primato nel campo dei furti. Adria fu allora sulla bocca di tutti: la notte dell’8 ottobre 1969 alcuni ladri penetrarono nel Museo ed asportarono 37 oggetti di bronzo. Solo un quarto di essi sarebbe stato recuperato. Fu il primo furto (probabilmente su commissione) perpetrato ai danni di un Museo.
L’impressione in Adria fu grande: intorno all’accaduto la gente lavorò di fantasia, tant’è che il nuovo argomento sostituì il favoleggiamento intorno alla mitica “carrozza di Re Adriano”, che imperversava in ogni diatriba di carattere archeologico in città.
Oggi, in tempi di realismo e di pragmatismo, non si parla più nè dell’uno nè dell’altro: la poesia e la favola cedono il passo alla concretezza. Forse è anche per questo che si guarda alla costruzione del nostro Museo, si pensa ai suoi tre decenni di vita, ma si dimentica che l’origine della raccolta conservatavi risale a ben 222 anni fa.