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Archivi: Articoli d’archivio

  • Paolo Tiribello

    Paolo Tiribello

    Corro e respiro sogni su questa terra dove da un momento all’altro m’aspetta, per coprirmi, l’infinito

    Cinque versi incisivi e definiti per sottolineare il constrasto tra lo spirito innato, che pulsa prepotente in ogni uomo pretendendo la vita, e la realtà mortale su cui, inevitabilmente, segna il suo trionfo l’infinito senza tempo, annullatore di ogni forma terrena di esistenza.

    La breve ma significativa lirica è stata scritta da Paolo Tiribello, autore di versi che sondano la condizione dell’esistenza dell’uomo, le sue inquietudini interiori, le tensioni improvvise, ma anche i momenti di dolce appagamento.

    Tiribello compie la sua indagine, che a volte si dilata al mondo esterno, altre tende a ripiegarsi nella dimensione dell’interiorità, utilizzando, oltre che il linguaggio della poesia, anche quello altrettanto suggestivo della pittura. Se già con l’espressione poetica l’autore preferisce muoversi sul piano evocativo e simbolico, con la pittura compie un salto ancora più deciso e definito verso l’astrazione, mutuando dalla realtà circostante soltanto frammenti di forme e colori, successivamente ricostruiti in nuovi accostamenti, con un continuo intervento della fantasia.

    La pittura risulta quindi come continua occasione di reinvenzione, e si configura come la possibilità di dar vita ad un gioco inesauribile, fatto di accostamenti nuovi, in cui il colore assume un ruolo determinante. Improvvisi si sprigionano bagliori di luce e sulla tela esplodono cromatismi esuberanti, che a volte però si smorzano in tinte più languide e pacate, a testimoniare la varietà di ispirazione dell’autore.

    In ogni caso prevale il movimento: repentini guizzi percorrono la tela, dando vita ad immagini a volte non definite, ma spesso protese in avanti, a seguire un percorso misterioso di un inesauribile divenire.

    Una continua inquitudine sembra muovere dal di dentro le creazioni pittoriche di Tiribello, animate da una forza a volte dirompente, che sembra perfino voler negare la staticità delle rappresentazioni fissate nei quadri.

    E dominante risulta quell’impulso a procedere oltre, “solcando mari d’angosciante cammino” come afferma Paolo Tiribello in un’altra lirica intitolata “La nave di Ulisse”, in cui l’autore, come l’eroe omerico, ripreso da Dante quale simbolo di inappagato desiderio di conoscenza, non cerca un approdo di quiete, ma “un remo per navigare verso infinite illusioni!”.

    Quell’illusione dolce e fascinatrice che, in definitiva, solo l’arte sa dare, permettendo all’autore di accedere ad un mondo privo dei quotidiani affanni, in cui egli stesso, fattosi Demiurgo, può partecipare, con le sue realizzazioni, alla sia pur momentanea gioia della creazione.

  • La pittura materica di Maffeo D’Arcole

    La pittura materica di Maffeo D’Arcole

    Maffeo Burati – in arte Maffeo D’Arcole – è un pittore della Bassa Veronese, in piena ascesa. L’ultima tappa del suo felice cammino è costituita dall’invito di quest’anno, fattogli pervenire dall’Associazione Editori Mondadori, a far parte degli artisti, inseriti in una pubblicazione, dal titolo “Immagine e struttura”, curato da Paolo Levi.

    Il pittore, veronese di nascita e polesano “ad honorem”, per la grande frequentazione con la nostra terra (esposizioni di quadri e sculture a Badia e Rovigo), ha seguito studi artistici a Bologna e ha dedicato, alla terra e al mondo contadino, i suoi primi lavori, alternandoli con anni di sperimentazione, legati a momenti personali e ad eventi storico-sociali.

    La ricerca sulla “Sintesi dell’astratto” – titolo della sua ultima mostra – lo ha coinvolto profondamente.

    Il pittore si è servito di materiali semplici, come la paglia, il legno e lo spago, simboli del mondo contadino e del colore, sia a smalto che spray, paradigma della civiltà industriale avanzata. A volte i colori sono mescolati con tinte materiche che rappresentano elementi di trapasso da una civiltà primitiva ed incontaminata, a quella dell’era chimica.

    Lo scontro-incontro tra il genuino e l’artificiale, crea uno squilibrio voluto, affascinante conflitto tra la semplicità più immediata e il mondo scientifico dell’epoca attuale.

    Ansie ecologiche, rabbia per la distruzione causata dall’uomo-macchina, si leggono sulle tele, testimoni di slanci sanguigni, di sentimenti forti, capaci di farsi calda poesia.

    Tornano, nelle ultime opere, misteriosi pentagrammi musicali, su cui pare essere scritto il ritmo della vita, un vibrare di violini o un squillare di trombe, a seconda degli umori dell’artista.

    Fili leggeri, esili come l’ultima speranza, scrivono le inquietudini del pittore. La paglia, così presente in quest’ultima maniera pittorica, è quasi l’ordito pronto per la trama di nostalgie passate, a cui D’Arcole non sa rinunciare. Il gioco cromatico è vivo, pieno di guizzi irrequieti, di macchie d’ombra che si mutano in fantastica luce.

  • Pio Mazzucchi

    Pio Mazzucchi

    Co te rivi sul ponte de Castelo, varda in zò quela casa un fià veciota, che ga davanti un toco d’orteselo, co qualche fior ch’al sole se biscota.

    Anche s’è lugio e ’l caldo te sassina, sta pur sicuro ca ghe lì un ometo – capel de pagia, ciara giachetina – drio curar le so piante, chieto, chieto.

    L’è Pio Mazzucchi quel vecieto bianco. Otant’ani o de più; ma cossa importa, co se vive vezini al Canalbianco, da l’aqua lenta che la pare morta?

    Cossa xeli otant’ani, se de pase se se impenisse l’anema e i polmoni, e se i amizi soli che te piase j’è quatro libri, ma de queli boni?

    La composizione poetica è stata scritta da Giuseppe Marchiori, letterato e critico d’arte tra i più valenti del ’900.

    “Pio Mazzucchi, quel giorno, l’ho visto così, dall’alto dell’argine del Canalbianco. A dire il vero, – continua lo scritto del Marchiori – per primo lo vide Nando Palmieri, ch’io accompagnavo in tal pellegrinaggio all’eremo di Castelguglielmo. Né Palmieri, né io conoscevamo “sior” Pio di persona; pure, quando vedemmo una vecchia casa, con un piccolo orto davanti, una casa tranquilla e silenziosa, dormente al sol d’agosto, e lì, fra il verde dell’orticello-giardino, un vecchio intento a potar pianticelle: “Quella è la casa e quegli è Pio”, dicemmo con mirabile accordo. E mai, come in quella fiata, fummo tanto indovini”.

    Era il 1932, l’anno precedente la morte dell’originale scrittore che, nato il 4 aprile 1848, si spense il 14 marzo 1933.

    Sempre Giuseppe Marchiori così ancora scrisse di Pio Mazzucchi: “Pochi hanno saputo, come Pio Mazzucchi, penetrare l’anima del contadino, attraverso le parole e le leggende; pochi hanno dedicato tutta la loro vita ad uno studio minuto da orafo o da certosino, per raccogliere le meravigliose gemme del linguaggio vivo e incastonarle nelle pagine di certi volumetti nitidi, precisi ed acuti”.

    Parole che ben sintetizzano il lavoro incessante, gli studi e le accurate ricerche storiche e linguistiche di Pio Mazzucchi; tutta una vita trascorsa nel suo paese, Castelguglielmo, tra la sua gente, i suoi libri, le sue collezioni.

    Nei suoi volumi egli descrisse la gente della sua terra, le usanze ed i costumi dei contadini, il loro dialetto, i proverbi e le tradizioni di questa zona.

    Le “Memorie storiche di Castelguglielmo”, pubblicate nel 1903, sono una ricca descrizione degli avvenimenti dalle origini alla fine del 1800. Seguito “Cronaca”, una serie di fitte annotazioni in cui l’autore descrisse minuziosamente i primi trent’anni di questo secolo, visti da Castelguglielmo e valutati secondo il suo punto di vista.

    Tra le altre sue pubblicazioni citiamo il “Dizionario polesano-italiano”, “Proverbi polesani”, “Tradizioni dell’Alto Polesine”, “Vecchi canti popolari del Polesine”, quadri mirabili delle usanze e del folclore di questa zona, che sono stati donati dallo scrittore all’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Le sue belle leggende, le fole, le cante, le lunghe tiritere, che il Mazzucchi raccolse dalla viva voce dei contadini nelle ore estive di riposo e nelle sere invernali, accanto al “fogolaro”, meriterebbero di essere maggiormente conosciute.

    Fanno parte di un mondo completamente diverso dal quello odierno, patrimonio prezioso di questa nostra terra polesana.

    Nelle pagine che seguono proponiamo per i nostri lettori una piccola antologia di proverbi, detti e leggende del Polesine raccolti da Pio Mazzucchi e pubblicati all’inizio del secolo.

    PROVERBI POLESANI

    Donne e Amori

    Dona pelosa, o mata o virtuosa.

    Done e legno non sta mai a segno. (Si accenna alla instabilità delle une e dell’altro).

    Done, piègore e vache, fature sempre strache.

    La dona fa o desfa la ca’.

    Le done le ghe ne sa de più del diàolo.

    Tre done e un pignato, marcà fato.

    Co le bele fa bugà, el sole ghe va a ca’.

    La dona non l’è bela, se non l’è spelugnadela. (Se non è alquanto scapigliata).

    Le rose i è fresche, i loamari i è caldi; ma le rose le croa, e i loamari sta saldi. (Le rose passano; i letamai, i difetti rimangono).

    Non ghè cossa più graziosina, d’una dona picinina.

    Quando è sonà l’avemaria, tanto l’è bela la toa, come la mia. (Al buio, tutte le donne son belle egualmente).

    Da una bona scarpa vien fora una bona zavata. (Una donna, bella da giovane, sarà, più tardi, una vecchia bella).

    A chi gà un bel viseto, no manca l’anelo.

    Amore, tosse e panza i no se sconde.

    Chi no me vole, no me mèrita. (Lo dicono gli amanti abbandonati. Triste conforto!).

    Man frede, cuor caldo.

    Cibi e Bevande

    A magnare un spigo d’àgio, se pesta (si puzza), come a magnàrghene una resta.

    Anca el bon pan, a longo andare, el stufa.

    Beati i ultimi che magna, se i primi i gà creanza.

    Bonora in pescaria, tardi in becaria.

    Chi la còmoda in padela e chi la còmoda in gradela.

    Chi magna de amaro, no pol spuar dolze.

    Chi magna solo, crepa solo.

    Con più erba se magna, più bestie se deventa. (Ciò che non è vero. I vegetariani insegnano).

    Da la fame, el diàolo gà magnà le mosche.

    El brodo longo no l’è bon gnanca per i malà. (Le lungaggini annoiano).

    El capon l’è bon in tute le stagion.

    El lièore e ’l bacalà, l’è bon co ’l se ghe fa. (Occorrendo loro un ottimo condimento).

    Fin che ghè la porzela, su la pignata e zo la gradela. (Fin che ci sono salami in casa, se ne mangino e in pignatta e sulla gratella).

    Padri, Figli e Parentele

    Chi gà un porzelo solo, lo fa grasso; e chi gà un fiolo solo, lo fa mato.

    Chi voi ben, sgrida; chi voi male, rida.

    Da una bela zoca, vien fora de le brute stele. (Da genitori savi provengono talora dei figlioli dissennati).

    Rechiemeterna: chi se li gà fati, se li governa.

    Chi ghe n’à in cuna, no diga de nissuna. (Chi ha figlie, no isparli delle figlie d’altri).

    De mez’ano, el cui fa scano, o scagno. (All’età di mezz’anno, il bambino può star seduto).

    Fioi e ninzoi (lenzuola) no i è mai massa (troppi). Perché i figli potrebbero morire, e le lenzuola, con l’uso, si stracciano.

    Fioi pìcoli, pensieri pìcoli; fioi grandi, pensieri grandi.

    El sangue de Cain l’è in tuti i fradei.

    I fradei g’è cortei, i cugnà g’è scortelà.

    Chi gà marì, l’è in parìcolo ogni dì. (Così delle mogli, che possono aver figlioli).

    Scongiuri e rimedi popolari

    Ci sono persone che, per guarir dalle febbri, si affrettano a legarle, con un filo crudo e le mani a tergo, alla porta della chiesa od al cancello del camposanto. Pare indifferente l’usare il facile rimedio così di giorno come di notte, e il farlo precedere o seguire da una preghiera. Importa molto, per altro, allontanarsi, senza rivolgere lo sguardo, e nel legare, convien recitare questo scongiuro:

    «Freve terzane (o quartane) de ogni dì; Freve putane, ve ligo chì»

    Sarà utile il non ripassare da quel luogo, o ripassarvi il meno possibile.

    Anche legando addosso all’ammalato una pelle di biscia, si riesce ad allontanargli la febbre. Se è donna, si può cucire, a sua insaputa, una lumaca nella parte inferiore dell’abito, tra questo e la pedana.

    Si guarisce pure, applicando ai polsi dell’ammalata le foglie delle fragole mate.

    Per guarire dal singhiozzo, bisogna recitare, tre volte di seguito, con una sola emissione di fiato, i quattro versetti, che qui trascrivo nel loro dialetto:

    «Sangioto, sangioto, La rana in tel fosso, El bisso de sora, Sangioto in malora»

    Se, per difetto di natura, vi sudano le mani, e non potete lavorare di ricamo – parlo alle signore, – si può rimediarvi, posandole sul corpo morto d’un bambino. Le mani non suderanno più.

    Un rimedio tanto semplice quanto economico per chi soffre dolori alla colonna vertebrale o in qualsiasi altra parte del dorso, è quello di gettarsi a terra, a schiena indietro, traverso i solchi di un campo arato di fresco, in primavera, all’apparire tra noi della prima rondinella. Ho sottosegnato gettarsi, perché il lasciarsi dolcemente cadere supini, non varrebbe nulla: come non varrebbe nulla contro il vostro male, il gettarvi a terra in luogo ove non fossero stati coll’aratro tracciati quei solchi. Il rimedio è d’un’efficacia straordinaria: so di un contadino che volle farne la prova, e nel battere a terra, diede così forte con la testa sur un pezzo di mattone da lui non avvertito, che gli cagionò un dolor tale all’occipite, da fargli dimenticare, per quel momento almeno, tutti i suoi dolori alla spina dorsale.

    Un secondo rimedio è quello di farsi sorpassare tre volte, da destra a sinistra, stando coricati, da una donna che abbia avuto un parto doppio, cioè che abbia dato alla luce due gemelli. È un rimedio di poca spesa; com’è di poca spesa il far guarire i bambini dal lattime, immergendo la loro testolina nell’acqua d’un fosso, o coprendola con pezzuole bagnate nell’acqua stessa, nel momento preciso in cui si sciolgono le campane della parrocchia, la mattina del sabato santo.

    Anche i fanciulli che hanno il brutto vizio di spandere a letto, durante il sonno, l’orina, si può correggerli con un mezzo semplicissimo: si fa mangiare, a loro insaputa, un sorcio cotto, o solo od ammannito con qualch’altra pietanza, come più torna opportuno.

    Patite voi di emorroidi? La gente di campagna vi consiglia di portar sempre in tasca una rapa, quale si compera al mercato; e che potrebbe anche servire di rimedio nel caso che taluno temesse di esser sopraccolto da quel male.

    Affermano poi certuni che, in luogo della rapa, si può far uso, collo stesso effetto, del tubero della patata, del bulbo della cipolla o di quello di qualche fiore. Laonde, essendo varie le opinioni, e ignorandone la migliore, è buon consiglio empirsi a un tempo le tasche di tutti quei rimedii, per esser più sicuri di conseguire la guarigione.

    Auspici e jatture

    Nessuno di voi conosce la Caterina. Ella ha delle credenze curiose, dalle quali non si saprebbe smuoverla. Tiene di cattivo augurio il riversare il sale sulla tovaglia, e il vedere una donna il primo giorno dell’anno, appena levati; laddove è segno del contrario, il vedere un uomo. Però, se quest’uomo esercita il mestiere del becchino, ciò equivarrebbe al massimo della sventura.

    Come tutte le sue comari, ella dice che la presenza della scolopendra, o centopiedi, è buon augurio di fortuna: perciò si lascia tranquillamente girovagare quella pacifica bestiola per le pareti della stanza. Nessuno osi toccarla! Anche le rondinelle non bisogna molestarle: esse sono le gallinelle delle Madonna e devono svolazzare liberamente e nidificare in casa, lunghesso le travi. Del lieve incomodo ci compensano coll’allegro pispiglio; e non dimenticheranno di ritornare a salutarci, nell’anno venturo, quasi comprese da un sentimento di gratitudine.

    È di cattivissimo augurio la gallina che canti a guisa di gallo. Quel chicchirichì annunzierebbe la morte di qualche persona della casa o dei contorni. Bisogna ucciderla, per non sollevare proteste e tumulti tra le femminette del vicinato. Rosa, che s’era incapata a conservarla in vita, dovette acciuffarsi rabbiosamente con tre o quattro conoscenti; ma Rosa era una cattiva, perché – dicevano le sue nemiche – quand’essa nacque, la comare, accostandosi al sacro fonte, ebbe l’imprudenza di volgere indietro lo sguardo: il che basta, per far perdere la bontà dell’animo, che altrimenti avrebbe.

    Quando, nell’accudire per casa a’ fatti vostri, vi cade accidentalmente dai fianchi il grembiale, è segno che siete desiderata da qualche persona; e quando, nel ravviarvi, alla mattina, i capelli, il pettine vi sdrucciola dalle mani, vuol dire che, durante il giorno, verrà a casa vostra un parente; perché, se vi cadrà la pettinella, il parente sarà femmina.

    Vi sentite prurito nelle palme delle mani? Se sarà la palma della destra, qualcuno vi porterà del denaro; se sarà quella della mano sinistra, avrete dei dispiaceri.

    Se sbadigliate contemporaneamente in due, tutt’e due morrete nello stesso momento.

    Badate, se siete in viaggio, che nessun gatto vi attraversi il cammino. Sarete certi che qualche cosa di disgustoso dovrà accadervi: tanto più disgustoso, quanto più il gatto camminerà in fretta.

    Quando scorgete sul terreno degli aghi smarriti, avrete dei dispiaceri. Volete evitarli? Conficcate nel terreno stesso quegli aghi e abbandonateli alla loro sorte.

    Gli aghi, inoltre, non si dovrebbero prestare a persona amica. Fatele prima con essi una leggera puntura, altrimenti la vostra amicizia si romperà.

    Sognare un cavallo che corre, è una lettera che viene; tanto più presto essa viene, quanto più veloce corre il cavallo da voi sognato.

    L’incontrare per via un gobbo, è indizio di buona ventura, l’incontrare una gobba è segno di prossime disgrazie. Ad evitarle si suggerisce di sputare sul terreno sette volte; l’ultima volta però, ad ottener pieno l’intento, bisogna sputar sulla gobba della povera donna.

    La mattina, se vi fate bene, con la mano diritta, il segno della Croce, andranno bene tutti i vostri affari della giornata; viceversa, se il segno della Croce lo fate male, o con la mano sinistra, male andranno per quel giorno le cose vostre.

    La notte, sognate uccelli, galline od altri pennuti! Saranno dispiaceri che vi sopravveranno. Sognate uva bianca! Segno di lagrime. Uva nera! Allegrezza.

    Consigli per le ragazze in età da marito

    La sera della vigilia di san Giovanni, abbiano le ragazze la cura di mettersi sotto il guanciale tre grani di fava, lasciandone uno intatto, levando a mezzo la buccia al secondo e sbucciando per intero il terzo. La notte, dormendovi sopra, i più bei sogni dorati rallegreranno le loro menti giovanili: e già crederanno d’essere… Ma non devono credere a nulla, perché i sogni si dileguano col sonno e non lasciano traccia alcuna. La mattina, che è il giorno del santo, al primo loro destarsi, estraggano a sorte di sotto al guanciale un solo grano di fava: se sarà quello vestito, ciò indicherà che il futuro sposo sarà ricco; se sarà l’altro grano vestito a mezzo, lo sposo non sarà né ricco né povero; ma sarà povero in canna, se il grano estratto sarà quello nudo del tutto.

    Come resteranno a bocca amara, in quest’ultimo caso, le mie lettrici!

    – Ma – diranno le più fortunate: – ci mariteremo giovani o vecchie! Quando si farà questo benedetto matrimonio?

    La mattina del solito san Giovanni, levate appena dal letto, prima ancora di abbigliarsi e di scendere al piano inferiore, devono esse accoccolarsi sull’ultimo gradino alla sommità della scala, in maniera da volgere il dorso alla scala stessa, e poi lasciarsi cadere dietro le spalle una pianella, in guisa da farla ruzzolare giù pei gradini. Il numero del gradino, contando dall’alto, sul quale la pianella si sarà fermata a caso, indicherà con precisione il numero degli anni che ancora dividono dal matrimonio la mia bella lettrice.

    Se una fanciulla perde sangue dal naso, trovandosi in casa altrui, essa prende possesso di quella casa. In altri termini, un giovane di quella famiglia diventerà il suo sposo.

    Badi però la promessa a non recarsi in chiesa, quando il sacerdote, dall’altare, ne fa la pubblicazione di matrimonio: si dice ch’essa diverrebbe sorda all’istante.

    LEGGENDE POLESANE

    raccolte da Pio Mazzucchi

    Il primo viticultore

    Fu Bacco? Fu Noè? Nè l’uno nè l’altro. Noè piantò la vite, è vero; Bacco la diffuse in Oriente; ma il primo ad educarla con metodi razionali fu… Lo leggerete qui sotto.

    Erano stupendi i vigneti del patriarca salvato dal diluvio: i Greci antichi, immaginosi ed artisti, non si sarebbero peritati a definirli l’ottava meraviglia del mondo. Le viti allungavano prodigiosamente i loro tralci, questi invadevano il posto dei vicini, s’intrecciavano a vicenda, e Noè poneva ogni studio per renderli vieppiù rigogliosi, nella speranza d’una copiosa vendemmia; ma la vendemmia, per avverso, diminuiva di anno in anno, benchè l’oidio, la peronospora e le tasse fossero allora tre flagelli del tutto sconosciuti.

    La faccenda cominciava a impensierire il patriarca che già invecchiava; e un bel giorno, anzi, egli ebbe ufficialmente – ignoro per quale via – l’annunzio poco gradito, che tra breve il suo nome sarebbe stato annoverato tra quelli dei trapassati. Dolente, non a torto, per dover abbandonare la propria famiglia e le sue numerose viti, egli innalza fervida preghiera all’Altissimo, per ottenere una dilazione alla morte. La grazia gli viene concessa: e da questo sappiamo dei 950 anni vissuti dal nostro illustre patriarca.

    Con più alacrità di prima, consacrò allora i suoi giorni alla educazione della pianta a lui prediletta, perseverando sempre nel suo falso sistema di allungarne smisuratamente i tralci, facendone anche aumentare il numero già per sè strabocchevole. Ma la vendemmia diveniva più scarsa. Non sapendo darsi ragione d’un fatto così rattristante, il buon vecchio era ormai divenuto malescio, stizzoso, melanconico, scarseggiandogli in cantina l’esilarante liquore a lui tanto gradito. E gli anni passavano…

    Un giorno – pare in su lo scorcio del verno – egli dovette assentarsi e abbandonare i vigneti, per recarsi… La leggenda non dice nè dove nè perchè: tanto più che le città, i villaggi e le case stesse non erano allora frequenti, come sono oggigiorno. Anzi non ne esistevano punto. Convien credere che per tale viaggio si valesse del proprio cavallo, giacchè l’asino, – Noè possedeva e l’uno e l’altro – rimasto assoluto padrone della stalla, e difettandogli nella greppia il foraggio, in un impeto di rabbia suggerito dall’acutezza della fame, dato uno strappo violento alla cavezza che l’obbligava all’anello, gli venne fatto di liberarsene, e fuggì all’aperto in cerca di pastura.

    Dopo essersi sdraiato e rotolato beatamente nella polvere un paio di volte, a passi brevissimi, con la bocca a terra brucando qua e là i pochi e magri cespugli che incontrava per via, il quadrupede s’inoltrò senza ostacolo nei vigneti del suo padrone; e, con quell’istinto di distruzione che è proprio di tale animalaccio, si diede a rosicchiare gustosamente buona parte dei più giovani tralci, proprio quelli uviferi e rigogliosi, tanto che, persistendo nel suo lavorio distruggitore, ne diradò talmente due o tre filari lunghissimi, da mettere la desolazione in corpo al buon patriarca, sopraggiunto allora, di ritorno dal suo viaggio.

    Figurarsi le imprecazioni del danneggiato! L’asino fu bastonato più che quello di Balaam; ma non per questo le viti ricuperarono i loro tralci; e Noè dovette accontentarsi alla meno peggio, stendendo i mozziconi rimasti, radi come Dio vel dica.

    Ma quale non fu la sorpresa del sant’uomo, quando, nel tempo della vendemmia, vide che le viti più ricche d’uva erano appunto quelle visitate dall’asino, dopo la sua scappata dalla stalla!

    Allora comprese che il migliore sistema da adottarsi per ottenere un copioso raccolto, era quello d’impoverire di tralci la pianta; e dovette pur riconoscere nel proprio asino il primo viticultore, cioè il primo maestro che abbia saputo impartire, a quei tempi, lezioni di viticoltura, giusta i dettami della scienza e della ragione.

    La madre di S. Pietro

    Avete mai assistito all’imperversare d’una bufera, o poco prima o subito dopo il 29 giugno, giorno consacrato al nome di san Pietro?

    Quella bufera avviene, perché la madre del principe degli Apostoli si trova allora in viaggio, per le vie dell’altro mondo.

    La tradizione vuole che san Pietro abbia avuto una madre tutt’altro che meritevole d’esser genitrice del successore di Cristo: una madre malvagia addirittura, al punto che, alla sua morte, venne giustamente condannata alla pena dell’inferno, nonostante il dolore del figlio che l’amava d’immenso affetto.

    Desolatissimo di saperla nel fuoco eterno, Pietro pregò e ripregò l’Altissimo, al fine di ottenere per essa una specie di congedo limitato, fosse pure d’un giorno solo, per farla risalire alla superficie della terra, a godersi un po’ di fresco e di sollievo. E il congedo fu concesso, per un giorno, ogni anno, proprio il 29 giugno: e la bufera, stante la tradizione, si sarebbe allora sobbarcata il penoso dovere di fare eseguire col suo soffio impetuoso il lungo viaggio di andata e ritorno a quell’anima dannata.

    Che cosa poi avvenga della disgraziata, negli anni in cui il cielo, in quei giorni, è sereno, io non so dire davvero. Forse farà il viaggio a piedi.

    Il Signore, San Pietro e la trebbiatura del grano

    Quando il Signore e san Pietro camminavano sulla terra, si fermarono, un giorno, presso alcuni contadini che battevano col correggiato il grano disteso sull’aia, davanti alla casa. Il sole era cocente, e i poveretti, in quel lavorio, sudavano a più potere.

    – Vi affaticate troppo, – osservò loro benevolmente il Signore. – Per trebbiare il grano, io conosco uno spediente molto più spiccio e meno faticoso del vostro.

    I contadini pregarono di volerlo far loro conoscere.

    Senza por tempo in mezzo, il Signore diede fuoco alla paglia: e questa avvampò a un tratto e si ridusse in cenere. Fece poi sollevare un venticello che, lambendo la superficie dell’aia, trasportò seco la cenere rimasta, facendo in tal guisa vedere tutto il grano, così bene pulito, da non aver bisogno che di esser raccolto.

    I contadini, contenti d’aver ottenuto la conoscenza d’un segreto tanto poco costoso quanto necessario, diedero opera ad ammassarlo; e il Signore e san Pietro ripresero il loro cammino, accompagnati dai ringraziamenti e dai saluti di quella povera gente.

    Or avvenne che, il giorno seguente, que’ medesimi lavoratori, per ispicciarsi più facilmente nella trebbiatura del loro grano, si avvisarono di adottare il sistema praticato, il giorno prima, dal Signore. Diedero fuoco alla paglia; ma il fuoco distrusse paglia e grano, sicché i disgraziati si trovarono in un attimo con un mucchio di cenere. Dolenti da prima, e poi sdegnati contro chi aveva loro insegnato uno spediente così nocivo, s’argomentarono d’inseguire i due viandanti. Li raggiunsero, intatti, che dormivano saporitamente in una stalla, coricati in una lettiera. E siccome il Signore e san Pietro si rassomigliavano, dicesi, a meraviglia, i contadini, scambiando l’uno per l’altro, bastonarono di santa ragione il più vicino a loro, sicchè Pietro, colle costole malconce, mosse poi dei lamenti al Maestro, accusando che per cagion sua riportava delle forti contusioni, per essersi trovato il più vicino alla porta.

    Il Signore gli volse delle parole di conforto; e perché al poveraccio non avessero a intervenire altri mali, s’indusse a cedergli il proprio posto.

    – Mi metterò io nel tuo, – gli disse: – e così non sarai esposto agli insulti dei male intenzionati.

    Se non che, il giorno appresso, quei medesimi contadini ripeterono la prova del fuoco; e perché anche questa volta ne ebbero lo stesso infelice risultato, tornarono sulle orme dei viandanti, e li raggiunsero di nuovo nella medesima stalla, coricati nella stessa lettiera. Venuto loro il sospetto di avere, il giorno innanzi, battuto l’innocente, anziché il colpevole, questa volta le appiopparono a quello del secondo posto, sicché caddero di nuovo sulle spalle del povero Pietro, che dovette pure succhiarsele in santa pace. Il Signore allora lo ammonì dolcemente che, sulla terra, bisogna esercitare la pazienza e perdonare a chi ci fa del male.

    Il Signore, San Pietro e le zucche

    Un altro giorno, il Signore, e san Pietro si trovavano di nuovo in cammino per un lungo viaggio. Era ancora d’estate, faceva un caldo soffocante, e i due viandanti, stanchi e spedati, si coricarono sull’erba, all’ombra d’un pero gigantesco stracarico di frutti. Poco lontano, serpeggiavano umilmente sul terreno le braccia rigogliose d’una zucca, ricche esse pure dei loro frutti voluminosi.

    – Maestro, – osservò Pietro, guardando in alto tra i rami: – mi pare che nella creazione delle piante, voi siate incorso in qualche errore. Vedete! qui s’innalza un albero grosso, voluminoso, che vide già parecchi soli, e che porta frutti molto piccoli; mentre là striscia per terra una pianta destinata a vivere una vita brevissima, e che pur mette zucche grossissime, da saziare, con una, un buon numero di persone. A me pare, che le zucche starebbero bene lassù, appese ai rami del pero; e le pere, in vece, quaggiù appiccicate alle braccia della zucca.

    – Hai ragione, Pietro – affermò il divino Maestro, dopo un istante di silenzio. – Nella creazione dell’universo, questa, infatti, fu una svista, di cui non mi accorsi mai.

    Pietro s’addormentò.

    Il Signore fece allora occupare dalle zucche il posto delle pere, e queste vennero a sostituire le zucche.

    Pietro si destò appena, che una zucca enorme, staccatasi dal ramo, in forza del proprio peso, venne a cadergli proprio sul capo, in guisa che il poveretto n’ebbe quasi rotto il cranio, e ne mosse tosto rimprovero al Maestro, quale autore del fatto.

    – Non me lo hai detto tu stesso, pochi minuti addietro? – ripigliò il Signore –. Era un errore: io l’ho corretto. Tu sei stato il primo ad avvertirlo, e per primo devi subirne le conseguenze.

    Pietro non mosse verbo, e si rimise in piedi grattandosi la nuca.

    Origine dei nèspoli

    Un’altra volta, camminando tra i campi, il Signore e san Pietro dovevano attraversare un largo fosso. Nel salire la riva opposta, fosse pel disagio, o fosse per qualche disposizione fisica, al Signore… devo dirlo!… sfuggì per didietro un certo suono riprovato dal galateo, e che fece levare il naso all’amico Pietro, il quale, senza indugio: «Nespoli!» esclama, ridendo. «E nespoli sieno!» soggiunge il Signore, a faccia tosta. E da quel giorno, le rive dei fossi vanno, in più luoghi, popolate di nespoli.

    Il diavolo e lo spaccalegna

    Anche il diavolo, nelle leggende popolari, faceva le sue brave passeggiate sulla terra: ma dove il Signore operava cose meravigliose, e si faceva rispettare, questo non ne imbroccava mai una, ed anzi si attirava le beffe.

    Un giorno, dunque, passando egli in forma d’uomo per una strada, in caccia d’anime, vide in un bosco un contadino che spaccava legna, lavorando faticosamente e senza interruzioni.

    Gli si fece accosto, osservò, gli mosse alcune domande e sulla condizione e sui componenti la famiglia, poi conchiuse dimostrandosi dolente di tanta miseria e offrendosi generosamente a giovarlo. A tale effetto, propose che il povero contadino volesse seguirlo, che egli lo avrebbe condotto lontano, sì, ma in luoghi deliziosi, e collocato in guisa da far poche fatiche: in posizione agiata… In somma, promise tanto e tanto, che lo scaltro villano s’avvide facilmente con chi aveva a che fare, e si propose di suonarla a lui, anzi che restare suonato.

    Mettersi in viaggio, senza avere spaccato quell’albero, a cui attendeva da tante ore, non ci sarebbe stato l’onor suo; perciò, richiesto il compare d’un po’ d’aiuto, gli fece mettere le mani nella spaccatura del grosso tronco nella quale, estratto in fretta dal contadino un lungo cuneo, il diavolo rimase in un subito attanagliato, e mettendo urli di dolore e contorcendosi a più potere, con grande soddisfazione dell’altro che, senza più curarsi della sua vittima, prese diritto la via di casa, ridendo a crepapelle.

    Non si aggiunge che il meschino abbia poi fatto nel bosco la fine miseranda di Milone da Crotone, o che sia pervenuto a liberarsi da quella stretta: in quest’ultimo caso è certo che, in sèguito, avrà voluto vendicarsi di chi seppe giocargli un tiro così crudele.

    Il diavolo ingannato da una donna

    Camminando ancora il diavolo sulla terra, sempre con lo scopo di guadagnare anime all’inferno, si trattenne, una mattina, ad ascoltare dalla via un robusto boaro che, guidando alcuni buoi in un campo vicino, cantava allegramente una sua canzone, con quanto fiato aveva in gola.

    Appiccò subito il discorso, e gli disse piacergli assai questa voce così franca, così sicura, così bene intonata, ch’era proprio una cosa rara.

    Beffandosi il contadino del passeggero, per quella meraviglia che pareva fuor di posto, gli fece osservare, che la voce era bella, sì, ma che, del resto, ognuno avrebbe saputo acquistarne una simile, purchè si fosse sottoposto a una semplice operazione… a una cosa da nulla…

    – A che cosa! – chiese il diavolo, con una curiosità che sentiva d’impazienza.

    – A farsi levare quanto fu levato a questi buoi.

    S’immagini la sorpresa del viandante. Non si aspettava una simile rivelazione. E seguitando a parlarne, il contadino, che gli aveva già scorto il fiocco della coda mal celata, gli disse che, dopo l’operazione, oltre la voce, egli aveva anche acquistato nel viso quel bel colorito bianco, che tanto piaceva alle donne: e per renderne maggiormente persuaso il suo interlocutore, gli faceva vedere, proprio lì a due passi, che i buoi così acconciati erano appunto di pel bianco, laddove i tori conservano sempre quella tinta nerastra, tanto sgradevole alla vista.

    Il diavolo, che pel suo lungo usare tra le fiamme e il fumo dell’inferno, sapeva d’aver la faccia d’una tinta tutt’altro che latte e rose, immaginò che, imbianchendo un poco anch’esso, avrebbe per certo dispiaciuto meno ai mortali, e in questa guisa gli sarebbe stato più agevole avvicinarsi loro e far presa d’anime.

    Dimostrato il desiderio d’esser egli pure sottoposto alla miracolosa operazione, l’altro, senza farselo ripetere, ridendosela in cuore, gli leva colla ronchetta quel peso inutile, usando tale celerità e destrezza, da fare invidia a un chirurgo di grido.

    Ma il dolore coceva e, nel dolore, viene appunto al diavolo il sospetto d’esser stato ingannato: impossibile che l’amico operatore si sia sottoposto a un tal martirio!

    Il contadino insiste nell’affermare, l’altro continua a dubitare; finchè il diavolo conchiude col pretendere di sottoporre, il giorno dopo, l’amico a una visita minuziosa, a fine di accertarsi della verità della cosa: pena… le fiamme eterne dell’inferno!

    Rincasa melanconico il contadino e narra il tutto alla moglie.

    – Non ti accorare, – gli dice la donna. Domani penserò io.

    L’indomani, infatti, si veste ella coi panni del marito, guida i buoi all’aratro e si reca al luogo convenuto. Il diavolo vede… che niente c’era da vedere: e così soddisfatto, prosegue il suo cammino.

    I dì del merlo

    Bisogna riportarci col pensiero ad un tempo molto lontano. Anche allora gli anni erano divisi in dodici mesi, e tra essi non mancava il Gennaio, che occupava nel calendario il posto che occupa oggigiorno. Il Gennaio, però, aveva una differenza curiosa: era composto di ventotto giorni soli, laddove il suo successore, il Febbraio, ne contava trentuno precisi. Gli affari, direte voi, possono correre egualmente, e si può mettere i denti in nota di cicogna così nel tramonto del Gennaio, come nell’aurora del Febbraio.

    Sentite che cosa avvenne.

    Una bella volta, per un capriccio del primo mese, le giornate corsero tutte meravigliosamente serene, tepide, quasi giornate d’aprile, tanto che gli uccelletti solfeggiavano a fior di becco qualche nota gaia che faceva ricordare un inno del loro repertorio. Gli uccelli, anzi, erano, in quegli anni così fidenti, che bazzicavano liberamente nelle case degli uomini e vi s’intrattenevano a diletto dei figliolini dei padroni.

    Or bene, un merlo bianco, – notate che i merli erano allora tutti bianchi, – viveva egli pure con una ricca signora che gli portava affetto e lo trattava con un certo riguardo. Quel merlo era molto amico del servo, unico che prestasse il lavoro delle sue braccia in quella casa: un servaccio come se ne dànno tanti, e che spiava ansioso il momento propizio di far fagotto e svignarsela, per cercare altrove un’occupazione meno disadatta alla sua natura di poltrone. Ma, per far questo, bisognava aspettare ancora. Disgraziatamente, alla fine di quel Gennaio eccezionale, il merlo bianco, tutto in festa, intona la sua solita canzone, come quello che crede ormai trascorso l’inverno, e gli pare di vedere la primavera trotterellargli incontro frettolosa, col suo manto verde e il suo grembiule gonfio di liete speranze.

    Il servaccio infingardo sente – e questo è il male – il canto del merlo, leva il naso, spalanca gli occhi, gli pare d’aver fatto nel tempo un salto di tre mesi e dato di piglio in fretta e in furia al fagotto de’ suoi poveri indumenti, s’inchina alla signora e canticchia in tono beffardo quel vecchio detto popolare:

    «Siora parona, / Canta lo merlo: / Fora è l’inverno; / In tasca la gò».

    E senz’altro, le rivolge con dispetto le spalle e se ne va.

    La padrona stupisce, si sdegna, monta sulle furie e s’avventa contro il povero merlo, causa involontaria della fuga del servo. Il merlo non si lascia cogliere… da merlo. Spicca il volo, infila l’uscio e via egli pure, sui passi del servo.

    La signora è al massimo della rabbia. Ha perduto il servo, ha perduto il merlo; vede che di tutto questa è causa prima la buona stagione. Riflette, poi corre a querelarsene a Gennaio, perchè, se questo avesse proceduto diversamente, le cose non avrebbero avuto una fine così deplorevole.

    Gennaio le fa una lieta accoglienza, ascolta, aggrotta le sopracciglia, poi licenzia la signora, promettendole una bella soddisfazione. Gennaio corre a sua volta a far visita al fratello Febbraio, gli espone i propri imbarazzi e lo prega caldamente, in memoria del defunto loro genitore, il buon Saturno, di volergli prestare o, meglio, di regalargli addirittura tre giorni dei suoi.

    – Vedi, gli fa osservare, io sono fratello maggiore, tu sei fratello cadetto. Nella partizione dell’asse ereditario, non so capire come siano stati assegnati a te quei tre giorni di più. Ti prego dunque, cedili a me, ecc. ecc.

    Febbraio, da buon fratello, si commove e cede.

    Passa l’anno. A sua volta, Gennaio lascia trascorrere serenamente i suoi ventotto giorni; ma negli altri tre ereditati di fresco, infuria maledettamente con bufere insolite: un vento freddo, impetuoso atterra alberi e case; la neve copre la campagna; il gelo solidifica le acque dei fiumi; vere giornatacce d’inverno.

    Il merlo non sa dove rifugiarsi. Si sovviene, con un sospiro, della sua vecchia casa e della generosa signora che lo nutriva. Molle dalla neve e stremato di forze, gli pare buona ventura ficcarsi, la prima sera, nel fumaiolo della ròcca d’un vecchio camino, nella speranza di trovarsi, il giorno appresso, in più spirabil aere. Appollaiato tra la fuliggine, si sforza di chiudere gli occhi al sonno. Ma il vento penetra anche nel fumaiolo. Non parliamo poi del fumo che tronca il respiro alla povera bestiuola.

    Tre notti e tre giorni sta là, aggranchiato, semivivo; al mattino del quarto, esce a stento dal nero nascondiglio. Immaginiamoci la sua sorpresa, quando, in luogo del suo bel mantello candido, che aveva prima, si vede vestito di nero, dal becco ai piedi, d’un nero sporco, intenso, che gli fa volgere altrove lo sguardo e gli mette la disperazione nell’anima. Si prova a scuotere le ali, le penne tutte; ma la fuliggine e il fumo lo hanno, purtroppo!, annerito per sempre.

    Egli è punito severamente della sua colpa, e la padrona va lieta d’una soddisfazione, che non aveva sperato di ottenere.

    E il servo?… Ma!…

  • Nievega fisso, nievega forte

    Nievega fisso, nievega forte

    “Dolce, felice notte” … e s’intona l’anda de la Ciarastela co’i me amizi, i me amizi de sempre, par portare auguri de pace co’ ’na stela de carta velina un sorriso, ’na streta de man par sveiare sta zità che dorme par ricordare che l’è la note de Nadae, la dolze, felize note.

    “Ciara la note/ la note xe bela/ verze le porte/ la Ciarastela…”, con questa nuova anda il “Gruppo Rovigoti” del Centro Turistico Giovanile introduce il tradizionale canto della Ciarastela, riproposto per la sesta volta in occasione delle festività natalizie. La nuova versione, per quanto voluta, è nata quasi spontaneamente e rappresenta il frutto dei primi incontri dedicati dal Ctg alla riscoperta di aspetti e momenti di quel mondo contadino ormai inesorabilmente soppiantato da sempre più aggiornate tecnologie.

    La riveduta edizione della Ciarastela è andata via via delineandosi grazie al paziente coordinamento musicale di Gabriella Di Giovanni, che ha tradotto in note i versi dettati dal fervido ingegno di Gianni Sparapan, portando ad un’alternanza di ande che hanno personalizzato l’antico canto di questua. Ne è uscito un insieme certamente più difficile per una cubia di voci improvvisate, ma senz’altro più originale, sia sotto il valore folcloristico che quello religioso-popolare.

    Edecco che nel bel mezzo di Ascoltème mi che canto!, in una sorta di drammatizzazione, appare nella note chieta la stela cometa, mentre il pastore annuncia alla gente che stanote xe nato, xe nato il Signore, e poi l’angelo belo per adorare el Re del zielo, mentre… naltri Re Magi al Dio dell’amore portemo omagi.

    Ma di che cosa vanno alla zzerca i “Rovigoti”? Non certo di denaro, ma soprattutto di sensazioni, di serenità, di calore umano. La Ciarastela anche quest’anno vuole essere un modo nuovo, più vivo e spontaneo, per augurare il Buon Natale e il Felice Anno.

    Così, alternando le note de Nievega fisso/ nievega forte/ verze le porte/ la ciarastela, si va a bussare all’uscio di amici, rappresentanti del mondo politico e culturale, istututi per anziani, per ammalati. E non si trascurano la visita a qualche scuola e la partecipazione alla rievocazione del Presepe vivente nel parco degli Iras.

    Ma se questua dovrà anche essere, non verrà rifiutata qualche regalia genuina e casereccia. Sarà comunque sempre vivo il saluto di commiato e di ringraziamento… un altro anno ritorneremo se saremo in società. E questo lo speriamo tutti.

  • I Buontemponi di Bottrighe

    I Buontemponi di Bottrighe

    Compiono quest’anno ventisette anni di ininterrotta attività e proprio non li dimostrano; stiamo parlando di un gruppo di amici che, per la passione dello stare insieme con il supporto di buona musica, hanno costituito a Bottrighe nel 1965 il club dei Buontemponi. Tanta passione per il canto popolare e per il gusto di tenere in vita antiche tradizioni folcloristiche locali: questi gli ingredienti genuini che hanno cementato una grande amicizia.

    Sono stati definiti in un certo senso gli eredi della gloriosa “società degli artisti” che tanto successo ebbe nei primi del 1900 con famose veglie danzanti, spettacoli operistici, sfilate carnevalesche e l’augurio del “bonin bonan” e le tournee della befana.

    Proprio nei primi anni di attività, i “Bontemponi” portavano la loro “Vecia” (befana, ndr) in giro per le piazze dei paesi e delle città polesane, non certo per ricevere lo scontato bicchiere di rosso o quel salame che costituiva una consuetudine radicata soprattutto nei piccoli centri di campagna, bensì per raccogliere offerte che venivano di volta in volta consegnate ad istituzioni benefiche. È questo il fatto più importante: cantare con il preciso scopo di aiutare qualcuno bisognoso.

    Ora, quasi tutti sugli “anta”, continuano le loro apparizioni per le nostre contrade e anche quest’anno si esibiranno per le vie di Bottrighe portando una vera nota di allegria con i loro canti e quei variopinti costumi, raccogliendo offerte per uno scopo benefico.

    In pianta stabile da quell’ormai lontano 1965 sono: Giovanni Pacchiella, Remo Domeneghetti, Guerrino Rizzo, Giordano Bergantin, Mosè Fantinati, Giovanni Bolzoni, Giuseppe Bertaglia (detto Pino “la vecia”), guidati dall’indiavolato fisarmonicista Maestro Loris Cominato, un appassionato di musica sin da bambino, autentico autodidatta vissuto in tempi in cui non a tutti era consentito frequentare un’apposita scuola; ma l’impegno e la passione hanno costituito un vero supporto della musicalità Bottrighese.

    Ma i “Bontemponi” non si fermano alla tradizione della befana, di tanto in tanto infatti partecipano con successo a manifestazioni musicali e di spettacolo riproponendo, nelle loro apparizioni, canti popolari bassopolesani, alcuni dei quali scritti appositamente dal loro indimenticabile “penna schinca” ovvero il Prof. Vito Rossati che insieme all’altro musicista M° Danilo Venturi composero anche l’operetta “La Butriganeide” caratterizzata da ben 250 personaggi, e che tanto successo ebbe nelle varie rappresentazioni.

    Purtroppo questi due illustri concittadini sono da qualche anno scomparsi, ma Loris Cominato non si è dato per vinto ed ha anzi saputo presentarsi in veste di autore, componendo nuovi canti che utilizzano basi musicali di note canzoni del tempo.

    Un gruppo davvero interessante, che diviene completo soltanto se animato da tutti i componenti, dato che ogni elemento presenta diverse carattaristiche musicali, canore e di simpatia: il barzelettiere ed intrattenitore, oltre che ottimo tenore, il più piccolo della compagnia Giordano Bergantin; il solista Pacchiella che ha costruito e brevettato un contrabasso di accompagnamento costituito da un vecchio bidone d’olio, mezzo manico di scopa e corde di nylon; il pignolo Bolzoni che ha realizzato una chitarra speciale in legno e latta; i bassi Domeneghetti e Rizzo (detto Pipi calzelunghe per la sua grande statura) ed il caratteristico Bertaglia, indossatore della Befana e nipote di un certo Cochelo oriudo bottrighese che si dice sia l’autore della famosa canzone “Ghe chi la vecia ca vien da Milano”.

    Una compagnia di tutto rispetto dunque, che conserva ancora intatto un sentimento difficile da trovare ai giorni nostri, e che con continuità nel tempo, crea interessanti occasioni per rinverdire le più belle tradizioni che hanno segnato la nostra storia.

  • II carnevale di Melara

    II carnevale di Melara

    Se nessuno disconosce al carnevale la caratteristica di rappresentare il tempo degli scherzi, è però altrettanto risaputo che, a Melara, sul carnevale non si scherza. Per il paese altopolesano il carnevale, oltre che una festa, è infatti un appuntamento di rilievo che ha alle spalle una tradizione ben codificata ed altrettanto consolidata.

    Melara, posta all’estremo confine occidentale della provincia di Rovigo, difende infatti a spada tratta il suo documentato vanto di essere stata la prima, nella nostra penisola, a dar vita al carnevale con sfilata di carri allegorici. “Se nessuno contesta a Viareggio il primato della popolarità, è certo – si afferma senza incertezza alcuna – che a noi spetta la palma della primogenitura”. E si fa riferimento ad un documento scritto, datato 1780, che testimonia l’antichità delle manifestazioni carnevalesche. Alle quali, nel 1820 – e anche questo è documentato – diede il suo placet lo stesso imperatore d’Austria Francesco I, sotto la cui potestà ricadeva il Lombardo-Veneto.

    Giustamente orgogliosa per questo primato storico, Melara da qualche anno sta riproponendo una sfilata di carnevale sempre più ricca e coinvolgente, con giganteschi carri, dotati di meccanismi che danno movimento ai soggetti rappresentati. Si tratta di progetti che richiedono tempi di esecuzione lunghi, occupando intere famiglie nel periodo invernale, da novembre a febbraio. È un lavoro paziente, attuato con tecniche gelosamente tramandate da una generazione all’altra, in una autentica gara, che vede sfidarsi cinque contrade. Una competizione che, nelle giornate del carnevale, assieme all’allegria e alla spettacolarità delle creazioni, evidenzia anche la reciproca concorrenzialità, manifestata in acceso spirito di corpo a favore della propria contrada.

    L’evoluzione tecnologica ha fatto registrare innovazioni anche nei metodi di produzione dei carri di Melara: alla tradizionale tecnica della cartapesta, da sempre utilizzata per la realizzazione dei mascheroni, si è affiancata negli ultimi tempi quella della vetroresina: sistema costruttivo da qualche anno ben conosciuto in zona, perché utilizzato da alcune imprese locali operanti nell’industria della giostra.

    Va detto ancora che le sfilate del carnevale melarese non si limitano al solo passaggio dei carri. Accanto a questi si svolge infatti un’attività di animazione da parte di vivacissimi gruppi mascherati che, giunti sullo spiazzo antistante la chiesa, si esibiscono interpretando coreografie in tema con le allegorie rappresentate.

    Il richiamo del carnevale melarese è garantito, oltre che dalla spettacolarità dei carri e dei gruppi mascherati di contrada, anche dalla presenza di molte altre attrazioni, quali sbandieratori, gruppi folcloristici e noti personaggi del mondo dello spettacolo che animano la festa. Notevole è pertanto il movimento che confluisce nel centro altopolesano oltre che dal Polesine, da varie province limitrofe, quali Mantova, Verona, Padova, Ferrara e Modena.

    I dirigenti della Pro Loco, che hanno fatto del carnevale melarese il fiore all’occhiello delle proprie manifestazioni, esprimono concorde soddisfazione per i positivi riscontri registrati dalle ultime edizioni del carnevale. E, sull’onda di un innegabile entusiasmo, hanno valutato positivamente l’ipotesi di meglio salvaguardare e potenziare il patrimonio di conoscenze ed abilità sviluppatosi nel corso degli anni. Di qui l’obiettivo di procedere all’allestimento di stands gastronomici con cibi tipici del carnevale, e di attuare un gemellaggio con la cittadina emiliana di Cento, nota anch’essa per i suoi rinomàti festeggiamenti.

    Ma l’idea forse più interessante consiste nel ricavare dal carnevale motivi di professionalità, con la produzione di allestimenti idonei per spazi teatrali e spettacoli, sia all’aperto che al chiuso.

    È nato così il progetto di un’apposito corso teorico-pratico per la formazione di quello che potremmo definire come il “perito in allestimenti scenici”; un’idea questa che merita di essere adeguatamente sostenuta e realizzata, per la quale a Melara sono stati previsti gli idonei spazi di realizzazione.

    A Melara si sta frattanto lavorando alacremente per il prossimo carnevale che, come al solito, certamente non deluderà le attese di quanti vorranno essere allegri spettatori.

  • “Corajo fituai… No ste’ aver passion…”

    “Corajo fituai… No ste’ aver passion…”

    “La va male, no se ciapa più gnente, la roba i te la buta in-coste [contro], i te taca le tasse par monzarte come ’na cavarina, i vole sepelire prima del tempo la zente ca lavora in campagna!”

    Simili sfoghi, che sono frutto di disagi più o meno reali della vita d’oggidì, nel nostro Polesine si sentono con sempre maggior frequenza.

    Gli anni ’90 avrebbero dovuto aprirci le porte dell’Europa assicurandoci maggiore stabilità economica, ed invece si sente ogni dove parlare di regressione, di chiusura di fabbriche, di decurtazione delle pensioni, di applicazioni di nuovi balzelli, della lira in caduta e, pervenire a noi, di svilimento dei prodotti agricoli con conseguente crollo dei redditi legati ai campi.

    Tempi grami davvero, che giustificano il coro di lamentele, tanto che si sta facendo strada una certa comprensione per la tanto vituperata categoria dei “fituai” in passato a torto lamentosi.

    “Fituale” è la forma contratta di un termine tardo-medievale ossia affittuario; rappresentava colui che, disponendo di una certa liquidità e capacità amministrative, assumeva l’impegno di condurre per conto dei grandi feudatari le loro terre, facendole produrre mercè l’opera di un esercito di contadini ridotti allo stato di servi della gleba.

    Tale sistema dalle nostre parti si sviluppò e fece scuola dal ’500 in poi, quando i nobili veneziani riversarono i loro capitali sulle terre polesane da poco acquisite con la guerra, impreziosendole di magnifiche ville.

    L’affittuario divenne nella parlata locale “fituario” quindi “fituale”, assumendo come si può facilmente immaginare i contorni di un personaggio potente e temuto, il quale esercitava per conto dei nobili padroni i poteri più disparati e anche oltre, col logico risultato di attirare su di sè il rancore e l’odio dello strato sociale più povero, ridotto a vivere al di sotto della soglia di sussistenza.

    Col passare dei secoli, ed il mutare delle situazioni politiche, molti “fituai” riuscirono ad impadronirsi delle terre che prima amministravano soltanto, conservando comunque arroganza e dispoticità. Rimasero soltanto i piccoli “fituai”, genere di contadini più agiati degli altri che, con sforzi sovrumani, erano riusciti a farsi affidare dai 20 ai 50 ettari di terreno, per l’affrancamento dei quali dovettero attendere il secondo dopoguerra al traino dell’industria crescente e del commercio.

    Oggi gli scontri sociali sono scomparsi e le diversità affievolite. Ciononostante la memoria collettiva, che specie per le cose sgradevoli rimane di ferro, ripropone il termine “fituale” come un piatto andato a male, un boccone amaro e indig eribile, un corpo estraneo di cui disfarsi.

    Nei primi anni ’20 di questo secolo, la nostra popolazione, provata dalla lunga anche se vittoriosa guerra, faticava a trovare il suo assestamento sociale: erano gli anni degli scontri cruenti fra socialisti e i neonati fascisti: Correva sulle bocche una canzoncina strimpellata dai contadini col fazzoletto rosso al collo diretta ai piccoli affittuari per dileggiarli e nello stesso tempo per attirarli dalla loro parte:

    “Corajo fituai, no ste aver passion… el formenton al terzo, e le cane del paron…”.

    Pensate un po’ a che razza di condizione erano sottoposti i “fituai” allora; lavoravano per un terzo del raccolto di granoturco, con l’impegno di consegnare al padrone perfino le canne della pianta per l’alimentazione bovina. Molti di costoro infatti, vincolati da contratti capestro, finirono per andare “aramengo” precipitando allo stato di braccianti.

    I “Rossi” allora, rafforzati nelle loro idee da quegli esempi tristi, predicavano la rivoluzione bolscevica cantando:

    “Nel 19 e per l’anno 20 gran cambiamenti dell’umanità… I fituai ridati a mezàdria, sta male l’agraria e more et P.P. (Partito Popolare di Don Luigi Sturzo) Via… via… ai conti con Lenin…”

    Trionfò invece il Fascismo, imperarono le grandi illusioni, passò il turbine della guerra, il resto è storia recente.

    Venne il benessere per tutti attraverso le forche Caudine dell’emigrazione e la biblica inondazione del Po. Poi finalmente i “fituai”, anche piccoli, realizzarono il loro sogno secolare: riscattare le terre, sia pure con il concorso di aiuti governativi, elevandosi a un gradino più che dignitoso.

    Rimase però loro appiccicato quel termine stantio ed ammuffito che sembra non debba scrostarsi mai, tanto che fino agli anni ’60 le madri sconsigliavano le proprie figlie ad imbarcarsi in avventure sentimentali con essi: “Lassa ch’el vaga par la so strada, et xe on fituale, et te cargarà de fioi e de laoro come na mussa!”.

    I “fituai” del resto, anziché adoperarsi per sfatare questo luogo comune, oneroso da sopportare, l’hanno sempre inconsapevolmente alimentato con il malvezzo inestirpabile della lamentazione.

    Mio nonno, che in campagna trascorse l’intera esistenza, prestando la sua fine opera di vivaista e fabbro a proprietari e “fituai”, rampognava questi ultimi dicendo: “Fe’ de manco de lamentarve, nessun ve darà mai gnente, …sa restarè poareti i ve pissarà in-coste, sa deventarè siori i ve odiarà… solo i can i mena la coa e pò i mostra el c…!”.

    Ma ora, come dicevamo, la gravità della crisi economica che non risparmia l’agricoltura sta portando maggior comprensione verso il mondo rurale, dando forse luogo ad una parziale modifica concettuale del termine “fituai”, usato per tanti anni con connotazioni negative.

  • C’era una volta

    C’era una volta

    Per il consueto appuntamento con “C’era una volta” proponiamo in questo numero il ricordo di due piatti che venivano preparati per la vigilia di Natale. Si tratta di tradizionali ricette – che traiamo dal libro di Chiara Crepaldi e Paolo Rigoni recentemente edito dalla Minelliana col titolo “Il fuoco, il piatto, la parola”.

    Risalta in queste proposte alimentari tutta la saggezza e l’inventiva di una cultura culinaria tipicamente nostrana, che in più di un caso meriterebbe certamente di essere riatualizzata almeno in occasioni particolari come in quella qui considerata, relativa al giorno che precede il Natale.

    RISI E SUCA

    La visilia de Nadale a ièra risi e suca. Mamma ghin faséa tante pignate! Eco, chi altri i fa col desfrito la suca, invésse nantri no.

    Mi… a g’mìtivino dentro, a digo sempre de me mama, mi a cato c’la sia più lesièra… A fasso come par far nantra minestra.

    Se ciapa la suca, la se péla… A s’ faséa cle suche marine, quele bèle ’sale, bòne, ch’iè squasi dolse. E tirà via la péla e fato tuti tuchiti…, fato tòchi, insuma. E missa dentro in t’la pignata co’ la só acqua, un fiatenìn de òio, siòla, sedano e carota… Ma però la carota a g’là tiràvino via dopo, la g’lassava solo el gusto quela. E la suca a la passàvino.

    Vol’ dire che ’sto brodo a l’ preparàvino prima sinò sato che lavoro!?

    Elora la visilia a metìvino su e butàvino dentro i risi e fasìvino riso e suca. Chi ’gnésse bèi fissi però…

    ’Na volta imenestrà a s’ podéva butarghe d’ sóra sùcaro o pressémolo o anca pévaro, come a un ghe piaséa.

    I STROPÈI

    I stropèi… praticamente i ièra non so se ’na minestra un dólze che se preparava par la vizilia de Nadale. Par Nadale se preparava i capeleti e par la vizilia dì de astinenza, se magnava i stropèi.

    Par quatòrdese persone ghe voléa tre chili de patate, un chilo de farina bianca, vinti grami de lievito de bira, un poco de sale fin.

    Dopo che le patate le ièra cote in te l’acqua con osmarìn e sale, se faséva un pastón co’ la farina e el se lassava lievitare par tre ore.

    Passà el tempo, dal pastón se ne toléva ’na manà e se tirava di ròdoli che i veniva taià come i gnochi. Po’ i se frizéva in te l’òio; quando i ièra rosa e crocanti i se levava dala padèla e i se metea sula carta da zùcaro.

    Se ne vanzava par el dì dopo, i se magnava pocià in t’el cafelate.

    Fonte: Emma Landerghini – Trecenta.

  • Co’ riva la brosema

    Co’ riva la brosema

    Dizionarietto geo-botanico polesano

    BROSEMA brina

    BARO grumolo, addensamento basale di foglie

    CAMESARE mescolare più essenze vegetali differenti fra loro

    CANON “la va in canon”= si erge lo stelo e la pianta va in antesi

    CAPUSINE cappuccine

    CASPO grumolo, addensamento basale di foglie

    CUOR DE SALATA garzuolo di insalata, grumolo

    ERBAZZI piante spontanee per lo più non utilizzabili

    ERBESINE erbuccia, per lo più eduli

    FIOLARE tallire; il plurimo rigettare dei germogli

    GARSUOLI garzuoli, grumoli, addensamenti basali di foglie

    INCASPARE cestire, formare il garzuolo

    INVERNARSE entrare nell’inverno

    MAGNATIVO mangereccio, edule

    MARESANA terreno lungo un canale, golena

    RAZE specie e talora varietà DE ERBE di erba

    REBUTO guaime, foglie novelle

    RETRATO terreno divelto, scassato

    ROSOLE papavero campestre, rosolaccio anche qualsiasi rosetta (grumolo) di verdura

    SERAI siepi

    SGUARDO color vermiglio rosso fuoco

    SIMOLI apice, cime

    SPANIO dicesi di fiore sbocciato

    VEGRI incolti, maggese; “prà vegro”=prato incolto

    VERTA apertura, primavera; “fuora la verta” = a primavera già iniziata

  • Andar per erbe

    Andar per erbe

    Il lemma “erborare” indica l’andare a raccogliere erbe native, cioè piante erbacee più o meno appetite, ad uso di studio o di cura, o più spesso ad uso culinario, per ricavarne un cibo rustico sì, ma genuino.

    In polesano si dice: “andemo a erbe drio i zei de campagna” “a catar le erbe su vegri, arzeni, serai” “caminar le tere a rosole e erbete”

    La raccolta delle oleracee, ovvero di questi ortaggi che crescono spontaneamente, va fatta nel periodo compreso fra l’equinozio autunnale e quello primaverile. E ciò sia per la scarsità di verdure in tale stagione, sia perchè le erbe sono in questi mesi tenere, fresche e quindi appetite e gradite, nonchè più ricercate. Poi, a fine primavera, si avrà una esplosione di vegetali, come ricorda P. Bargellini: “la campagna verzica sotto il mite sole”

    Con l’autunno avanzato si ha quel fenomeno detto “indolcimento”, per il quale certe erbe oleracee, quali il radicchio, il cardo ecc., sottoposte al freddo, accumulano gli zuccheri semplici e dolci, derivati dall’amido e dall’inulina e questo per la ridotta attività respiratoria causata dal freddo, migliorando così la caratteristiche organolettiche.

    È dunque nella senescente ma viva atmosfera autunnale, che inizia la raccolta di erbe selvatiche mangerecce e di funghi prelibati quanto effimeri.

    Difatti le oleracee sono tipiche “erbe vernizze” (termine questo del Pio Maz zucchi), cioè erbe resistenti alle intemperie, al gelo; erbe che nella bruma generale, nella “brosema” gelida, nella “sisara” quasi siberica, ci si offrono quali gemme culinarie.

    Ed il loro ritrovamento è già di per se stesso una soddisfazione, oltre che per il fatto di aver raccolto una “sgrembialà” di erbe nutrienti ed appetite.

    Già all’inizio dell’inverno si trovano: ravanele, brusaoci, capuseti, rosole (ancor piccole), garosole, rucola mata, erba mora.

    Poi all’inizio della primavera si aggiungono: artesoli, bruscandoli, erba capusina, latesei, moesini, ontrighe, pote grasse, radicine, radeci de campagna, salata de campo, cavaion, slanzari, zulca amara, pianta fra le più gustose.

    Gran parte delle oleracee, siano esse “lessade” che “sofegae”, oppure fatte “frizzare”, si maritano bene con formaggi freschi, uova, pancetta e concupiscono l’aglio.

    In particolare la “Silene” ama colorare ed insaporire il riso, idem con i petali di “Calendula” e per “le cime di ortiche”

    Tutte le verdure a foglia larga, sia crude che cotte, si accompagnano ad un secco e giovane, vino bianco, quale il “Tocai italiano di Lison”.

    Le erbe cotte, le minestre dolci d’erbe, legano con i vini bianchi erbacei, citrini, giovani, fruttati, talora frizzantini quali: il Tocai di Lison, il Trebbiano, il Sylvaner e il Pinot bianco.

    Per le erbe cotte più saporite, o perchè aggiunte di formaggi, uova, e affettati, si può arrivare all’accostamento di “mousseux”, o di vini cerasuoli.

    Le minestre, particolarmente saporite e dense, richiedono i ciliegioli, mentre le frittate con verdure o la tipica frittata con cipolla amano accompagnarsi al Verduzzo o al Pinot grigio.

    In Friuli rinomato è il “Radric cu lis frizzis” cioè un radicchio selvatico peloso con le cicciole, da abbinare ad un bianco asciutto.

    Un’abutidine ormai fuori moda, ma un tempo diffusa dal Polesine fino alla Bisacceria era quella di accompagnare un vino rosso, anzi nero crudo, corposo, quale il Clinton, il Crinto, al minestrone denso di erbe e fagioli in un ’mélange’ di polenta e radicchio crudo.

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