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Archivi: Articoli d’archivio

  • La mia seconda volta nel Delta

    La mia seconda volta nel Delta

    Ho rivisto, anzi rivissuto, dopo alcuni anni, il Delta del Po, nel medesimo periodo, la settimana di ferragosto. Allora in un attendamento sull’Isola dei Gabbiani, quest’ultima volta alloggiando al Rifugio di Gorino Sullam quale punto strategico-escursionistico.

    Tutto mi è parso immutato, anzi più selvaggio, perché ogni giorno che trascorre senza che la natura subisca indebite intromissioni conferisce alla natura stessa un fascino più intenso. Spiagge ancora più deserte, canneti più rigogliosi, canali sempre più misteriosi e uccelli più liberi.

    Questo suggestivo ambiente, completamente sconosciuto al turismo tradizionale, non solo fa rivivere emozioni sopite, ma ne crea di nuove, sensazionali, intime e corali, quasi che un “virus” benigno, insinuandosi invisibile negli animi, li possa purificare liberandoli dalle tante, troppe scorie della civiltà moderna.

    Il paesaggio, così vero e naturale, diventa uno strumento dei nostri sensi che ritrovano una dimensione tanto genuina da apparire irreale. Paradossalmente si può dire che l’irrealtà diventa realtà, quella più semplice e comune, quella più istintiva e immediata che il tumultuoso vivere quotidiano ci impedisce troppo spesso di gustare. Le persone si ritrovano liberate da una natura libera.

    Immersi in questo contesto, i fatti e le cose si integrano in modo tale che la visione si sovrappone all’oggettività. Gli animali si fondono, diventando una nuova specie (garzetta ed anguilla); i “vongaroli” accarezzano anziché raschiare il fondo del mare, come il pettine accarezza i capelli; il barcaiolo diventa un affabulatore e le onde non si scontrano ma si pizzicano; l’albero secco e senza foglie riesce a fare ugualmente ombra e quelle sabbie diventano polvere di conchiglie; di notte, perfino i crateri dei pianeti sono visibili.

    Lo spazio è veramente infinito, intriso delle umane aspirazioni. Momenti indimenticabili… E in un lungo attimo di magia, ho sentito la presenza del “garzaguilla” di cui ho desiderato scrivere nella pagina che segue.

    Il garzaguilla del Delta

    Vola doppio il gabbiano guatando l’acqua, vola sott’acqua guardando il cielo; scende a picco, si scontra con sé, s’invola di nuovo col becco ripieno.

    La garzetta minuta sfreccia e s’immerge, agguanta l’anguilla e si rivolta con essa; si forma il GARZAGUILLA del Delta, fantastica specie, vista soltanto dai sognatori del vero, da chi sa entrare fra i giunchi, i più fitti, senza piegare un fuscello.

    Pettina il fondo barcaiolo di là del canneto: nodi di conchiglie sono raccolti e portati in rete alla pesa del capanno.

    Un nocchiero gentile affabula di gnocca e donzella del cibo di pesce quando agognava carne ed il genitore gli diceva di assaggiare il gabbiano che però, di pesce avea il sapore.

    Si mischia l’acqua alle foci dove si pizzicano l’onde, ed il battello, immerso nella calura, raccoglie sgombri da mani inesperte.

    Incerta canoa scivola tra le canne accarezzando increduli visi; bruco bicorno s’increspa docile sfiorando caviglie sottili.

    Relitti di sabbia chiudono il canale. La piroga s’arresta, si ferma là dove non ha osato l’uomo lasciare traccia di sé.

    L’albero secco, con radici enormi, ignude, che fanno groviglio con altre radici di tronco, confuse con un fusto diverso, ancora più secco, regala l’ombra che salsole e convolvoli non possono donare.

    Polvere di conchiglie, nella sabbia farinosa e senza orme, è zampettata da grilli salmastri, spaventati.

    Il mare è basso e silenzioso e lambisce per caso i radi passi.

    S’alza il gabbiano, vola dal suo cuculo la cannaiola guizzante; anche il falco s’allontana. Bisogna tornare all’ostello.

    Anofele vespertina prude l’aria; gnocche e donzelle si difendono rischiarate appena da complici candele.

    Anche di notte il Delta del GARZAGUILLA sprigiona libertà di natura; oltre i confini dell’occhio nudo anelli limpidi si scorgono intorno a Saturno.

    Volendo, di più si può scoprire, dentro e fuori.

  • La Piccola Fenice di Badia

    La Piccola Fenice di Badia

    La Piccola Fenice di Badia fa “toilette” da ormai troppi anni, un maquillage senza fine. I fondi Fio, la cui erogazione è iniziata nel 1982, sono in fase di esaurimento, ma la ristrutturazione è solo a metà dell’opera o poco più. Senza entrare nel merito dell’oculato o meno utilizzo del danaro pubblico, dell’aumento dei costi e di tutto quello che ne consegue, resta la deludente constatazione che uno dei teatri più interessanti del patrimonio storicomonumentale veneto resterà ancora a lungo inutilizzabile. Un restauro che assomiglia un po’ troppo alla “fola del sior Intento”, la favola della nostra infanzia, quella che “durava tanto tempo” e non trovava un finale adeguato.

    Il cantiere intanto ancora una volta ha ripreso i lavori. All’interno della platea si respira un clima vagamente allucinato, alla Dario Argento, che regala una nota di mistero in più allo stabile già misterioso per nascita e vita.

    La sua prima pietra è stata posta in opera tra il 1813 e il 1814, mentre la prima ristrutturazione è avvenuta su progetto del Meduna – nel 1855, – con decori di squisita fattura, formati da pannelli di legno intagliati e ricoperti da stucchi e foglie d’oro, realizzati dal lendinarese Voltolini. I dipinti nel sontuoso soffitto con rosone centrale, sono opera di Abriani, le decorazioni dei palchi e dei medaglioni contenenti le immagini dei grandi autori italiani, quali Alfieri, Goldoni, Rossini e Verdi, sono stati eseguiti da Saraceni. Viscardi è l’artefice degli stucchi dell’atrio e del basamento della platea.

    Un gioiellino dunque, a buon diritto definito la Piccola Fenice, penalizzato dagli ingenti oneri di gestione che nel 1905 ne decretano la chiusura. Nel 1982 con sentenza di usucapione, il teatro è stato acquisito da parte del Comune, che nello stesso anno ha avviato i lavori di restauro.

    Con l’ultimo stanziamento dei fondi Fio si provvederà alla istallazione della centrale termica ed elettrica, all’innalzamento del muro tagliafuoco e alla fossa centrale o “golfo mistico”. Verrà inoltre effettuato il rifacimento completo del graticcio di scena in acciaio e si inizierà l’impianto di riscaldamento e di illuminazione. A cura della Soprintendenza, verrà applicata la carta da parati color sangue di bue, e i braccioli delle poltroncine riavranno il loro vestito in pelle di capretto, come ai bei tempi, quelli in cui si dava in questo teatro il “Trovatore” interpretato da Carlotta Carozzi Zucchi e Carlotta Bodini, direttore del coro Luigi Carcano e d’orchestra Zanon, con scene di Alberto Colla.

    Eravamo nel 1855 e attorno al Sociale ferveva tutta una vita gaudente e ottocentescamente salottiera, fatta anche di gare fra le crinoline e i bijoux delle signore, di corse al palco più bello. Addirittura c’era una cooperativa di palchettisti, forse sempre quelli, fra le famiglie più “in” della piccola laboriosa città, adagiata lungo le rive del fiume, anzi tagliata a mezzo dal serpente d’acqua dell’Adigetto.

    Ai trattenimenti lirici, forse biennali, si alternavano operette, commedie, feste di beneficenza, recitals delle scuole. Il teatro era il cuore culturale della città, un cuore pieno di musica, che rischia ora di restare muto per lungo tempo, dato che manca ancora molto danaro per il completamento dei lavori.

    Purtroppo nemmeno la scatola storica potrà dirsi ultimata. Il ritmo dei restauri, per le erogazioni concesse con il contagocce, fa pensare alla tela di Penelope: una storia triste, in un momento così incerto per un Veneto e un’Italia tanto chiacchierata…

    Attori come Albertazzi, Pani, Calindri, Vallone, la Moriconi, solo per citarne alcuni, si sono proposti per l’inaugurazione della riapertura, affascinati dall’armoniosa eleganza del piccolo teatro polesano. Si spera che questo sogno possa divenire realtà a favore della vita culturale di una terra non proprio e non sempre baciata da privilegi e fortuna.

  • Da Occhiobello a Ficarolo

    Da Occhiobello a Ficarolo

    Proponiamo un percorso di circa 15 Km., da effettuare preferibilmente in bicicletta, spostandosi sull’asta del Po da est verso ovest, con tappa nei seguenti centri: Occhiobello – Stienta – Gaiba – Ficarolo.

    La partenza avverrà da Piazza Matteotti di Occhiobello, ove segnaliamo di visitare la chiesa settecentesca.

    Raggiunta la strada arginale asfaltata, ci dirigiamo verso ovest, in direzione di Stienta, costeggiando la riva del fiume su un sentiero di terra battuta.

    Sulla chiatta di un vecchio ponte sorge il ristorante "Mulino sul Po", ove è possibile fare una tappa, quanto meno per scattare qualche suggestiva foto del fiume.

    A questo punto proponiamo una variante di 1 Km. circa: anziché verso ovest, ci dirigiamo verso est, in direzione della popolosa frazione di Santa Maria Maddalena e, costeggiando l’arginello minore, arriviamo in località Malcantone dove, nel 1951, è avvenuta la disastrosa rotta del Po. Sul luogo del tragico avvenimento il Magistrato del Po ha recentemente realizzato un parco.

    Ritornati sull’iniziale percorso raggiungiamo Borgo Chiavica. Il nome della località ricorda che un tempo, da qui, si snodava il canale dei Bentivoglio che fu realizzato nella prima metà del XVII sec. per bonificare le terre alto polesane poste tra il Po e il Canalbianco. La golena è attualmente coltivata a pioppeto.

    Percorsi circa 3 Km si raggiunge Stienta: dalla sommità arginale asfaltata è possibile ammirare a destra il centro del paese e la facciata della chiesa rivolta verso il fiume, a sinistra il porticciolo con imbarcazioni da diporto per una gita sul Po; dopo il piccolo imbarcadero, è ben visibile un isolotto di recente costituzione, lungo circa 500 metri, le cui dimensioni vengono determinate dal fiume di giorno in giorno. L’isolotto, ricco di vegetazione spontanea, è già divenuto meta di numerose specie di animali.

    All’altezza di una cava di sabbia abbandonata vale la pena di risalire sulla strada arginale per ammirare dall’alto la villa Camerini-Bertelè, del sec. XXVIII in corso di restauro. Da rilevare la tipologia appartenente all’architettura militare ferrarese.

    Esattamente a metà del nostro percorso raggiungiamo la Golena Bonello, ove sorge un attrezzato centro agrituristico (vedasi Ventaglio n. 4).

    Percorrendo l’arginello minore di terra battuta che costeggia il Po entriamo nell’ampia golena. Lungo il percorso consigliamo di imboccare quella carreggiata che dall’arginello si immerge nella campagna coltivata a pioppeto, mais e vigneto.

    Si può così raggiungere un vecchio oratorio abbandonato (del XVII secolo) dedicato a San Carlo Borromeo patrono della golena. Dal maneggio dell’agriturismo è possibile fare lunghe passeggiate a cavallo, oppure può essere piacevole riposarsi gustando le prelibatezze del ristorante attiguo.

    Usciamo quindi dall’ampia golena Bonello: l’argine asfaltato è ora a ridosso del fiume ma è ancora possibile, mantenendosi sulla banca inferiore, percorrere dei tratti di strada non asfaltata. Ci troviamo in zona Caselle.

    Raggiungiamo frattanto Gaiba. Oltrepassato un piccolo imbarcadero possiamo salire sull’argine asfaltato e visitare il centro del paese: la chiesa di San Gaetano e la villa Stampanoni con l’interessante oratorio dedicato a S. Anna.

    Proseguiamo quindi per Ficarolo. Prima di raggiungere il centro, entriamo nella golena Tontola, dove il Po ci riserva un’altra sorpresa: al centro del fiume sorge l’ampia isola Boschina.

    Dopo un’altra cava di sabbia arriviamo in prossimità del ponte che collega Ficarolo con Bondeno: numerosi sono i porticcioli ancorati alla sponda veneta e ferrarese.

    Ci portiamo quindi nel centro di Ficarolo (dove termina il nostro itinerario). Si consiglia di sostare presso la Piazza Matteotti sovrastata dal caratteristico campanile pendente della chiesa a pianta circolare, poi raggiungendo villa Schiatti, ora Municipio, immersa in un ampio parco alberato.

    Di fronte a Ficarolo, al di là del Po, in territorio ferrarese, sorge l’antico borgo medievale di Stellata, in Comune di Bondeno. Una visita è d’obbligo.

    Oltrepassato il ponte, seguendo le segnalazioni turistiche, raggiungiamo la Rocca Possente del XVI secolo (ora adibita a centro mostre) dalla particolare forma a stella, immersa in una golena coltivata a pioppeto.

    Per concludere al meglio la nostra gita, segnaliamo l’opportunità di una visita anche a borgo di Quartarelle (a circa 300 metri dalla rocca) e al borgo di Stellata con la casa dell’Ariosto).

  • La delizia degli Estensi

    La delizia degli Estensi

    Una sosta nel Delta del Po non può prescindere da una visita al castello della Mesola, grande e turrita costruzione voluta nel 1583 da Alfonso II d’Este, sontuosa residenza di caccia che il duca dedicò alla moglie, Margherita Gonzaga.

    Le motivazioni della costruzione del Castello vanno probabilmente ricercate in una profezia che fu fatta ad Alfonso, in Francia, da Nostradamus: gli fu predetto che egli avrebbe avuto tre mogli, e avrebbe avuto figli solo dalla terza. In effetti Alfonso sposò prima Lucrezia Medici, poi Barbara d’Austria, rimanendo vedovo di entrambe e senza figli. A 46 anni si sposò per la terza volta con la quindicenne Margherita Gonzaga.

    Alfonso volle offrire alla giovane moglie un luogo di divertimento per addolcirle il distacco dalla natia Mantova, per rendere felice colei che avrebbe dovuto dargli il tanto sospirato erede. Tanto sospirato anche perché, in mancanza di figli, il ducato sarebbe passato allo Stato Pontificio, in virtù di un antico diritto feudale.

    Ma la profezia si rivelò errata, dal momento che figli non ne nacquero e, nel 1598, alla morte di Alfonso, come previsto, si verificò l’incorporazione del ducato di Ferrara nello Stato della Chiesa.

    Sorte diversa ebbe invece la tenuta della Mesola, che, essendo proprietà privata di Alfonso, andò in eredità agli Estensi del ducato di Modena e Reggio, subendo successivamente diversi trasferimenti: prima all’Imperatore d’Austria, poi al Papa e, successivamente, alla Repubblica Cisalpina, all’Arcispedale di S. Spirito di Roma, alla S.B.T.F., all’Ente Delta Padano e, da ultimo, nel 1970, all’Amministrazione Provinciale di Ferrara che ne è l’attuale proprietaria.

    La funzione di questo che noi chiamiamo “castello”, ma che gli Estensi chiamavano “delizia” della Mesola, era quella di residenza di caccia. La caccia era allora lo svago principale, al pari di quanto sono oggi i bagni di mare. E come oggi un possidente potrebbe regalare alla moglie una villa al mare, così un duca del ’500 dedicava alla consorte una delizia di caccia. Nè deve trarre in inganno l’aspetto turrito e severo della costruzione a pianta quadrata, con quattro torri, pure quadrate, inserite a 45 gradi sugli angoli, dotate di merli che danno l’impressione di una fortezza. In realtà le molte aperture, la consistenza muraria inadatta a resistere alle artiglierie del tempo, chiariscono la sua vera natura.

    La Mesola allora era proprio sul mare: infatti il muro di cinta della tenuta arrivava fino all’attuale boschetto di Santa Giustina e, a quel tempo, c’erano in quel punto le dune della spiaggia adiacenti al mare.

    All’interno del muro di cinta, che aveva un perimetro di 13 chilometri e mezzo e 14 torri di guardia, si espandevano il bosco, dei prati, degli stagni, popolati da una grande quantità di animali fatti introdurre dal duca Alfonso: cervi, daini, cinghiali, caprioli, fagiani, pavoni indiani, camosci, lepri.

    Dell’imponente cinta muraria rimane oggi soltanto la torre dell’Abate, che fu costruita sopra una preesistente chiusa per lo scolo delle acque.

    La corte estense si trasferiva alla Mesola in autunno. Faceva il viaggio in bucintoro lungo il Po di Volano fino a Pomposa e poi in lettiga fino a Mesola. Quanto ci impiegava? Probabilmente un paio di giorni. Si metteva in movimento una massa imponente di persone: i duchi, i dignitari, i funzionari, gli scrivani, i sacerdoti, le dame, i soldati, i cuochi, i camerieri, gli addetti alle scuderie, i poeti, i ballerini, i musicisti, gli attori.

    Ed inoltre c’erano i cani ed i falchi.

    Il viaggio doveva essere avventuroso e certo elettrizzava le signore. Il personale di servizio, con tutte le masserizie, arazzi, biancheria, attrezzi da cucina probabilmente precedeva la corte di qualche giorno. All’arrivo venivano sistemati i cavalli nelle scuderie ed alloggiate le persone della corte all’interno del castello, gli altri nelle foresterie all’intorno che si sviluppano per una lunghezza di circa 250 metri. Nella costruzione a semicerchio attorno al cortile trovavano posto le cantine, le cucine, i depositi alimentari. È probabile che i cani ed i falchi, considerati preziosissimi, avessero invece l’onore di alloggiare dentro il castello, in una delle stanze a piano terra. Anche la messa, al tempo di Alfonso II si celebrava dentro il castello perché la chiesa non c’era ancora.

    Alla mattina di buon’ora si usciva per la caccia riccamente vestiti: drappi dorati sulla groppa dei cavalli e indosso broccati, gioielli. Tutti facevano sfoggio. I cavalieri davanti e le signore dietro, sulle carrozze, si dirigevano alla radura, mentre i battitori entravano nel bosco per spingervi fuori gli animali. In breve doveva essere una carneficina: con lunghe lance a forma di spiedo gli animali venivano abbattuti.

    Caricate le prede su un carro, si proseguiva verso gli stagni frequentati dagli aironi. Qui si lanciavano i falchi e si assisteva alla lotta. Quindi si ritornava commentando le singole azioni e la bravura di questo e di quel volatile, disquisendo all’infinito.

    Dunque la funzione del lungo muro di cinta era quella di creare una riserva: proteggere gli animali dal bracconaggio (che non mancava nonostante le pene severissime: si arrivava anche alla pena di morte) e consentire agli ospiti di catturare prede con certezza e senza eccessive fatiche.

    Altre giornate venivano dedicate alla poesia. Il Tasso, che viveva alla corte degli Estensi, soggiornò a Mesola e dedicò a Mesola quattro madrigali. E proprio in uno di questi ricorda che la costruzione fu fatta in onore della nuova sposa Margherita Gonzaga:

    “Mesola, il Po da’ lati e ’l mar a fronte
    ed intorno le mura e dentro i boschi
    e seggi ombrosi e foschi
    fanno le sue bellezze altere e conte,
    e son opra d’Alfonso, e più non fece
    mai la natura e l’arte e far non lece.
    Ma che la valle sembri un paradiso
    la Donna li fa che n’ha sembianti e viso”.

    L’opera di bonifica della zona paludosa ove fu eretto il castello fu intrapresa da Alfonso come un affare economico privato. I signori del ’500 non avevano certo di mira il bene dei sudditi, ma il vantaggio, il lustro e l’importanza del proprio casato. Poiché la bonifica dei terreni comportava la titolarità su metà delle terre prosciugate, Alfonso si lanciò nell’impresa, facendo società con alcuni banchieri di Lucca e con i Contarini di Venezia.

    Fu un’impresa colossale, mai tentata in Europa fino a quell’epoca. I lavori iniziarono nel 1566 e terminarono nel 1580. Furono bonificati 32.500 ettari di terreno.

    In un primo momento il progetto parve redditizio: furono investiti 73.000 scudi e si ricavarono terreni stimati per un valore di 200.000 scudi. Ma ben presto risultò difficile rivendere le aree ad acquirenti disposti ad insediarsi in queste terre spopolate. Inoltre il costipamento naturale dei suoli torbosi, le mareggiate, le rotte del Po e, da ultimo, nel 1604, il taglio di Porto Viro che provocò l’accumulo di detriti alle chiaviche dell’Abate, provocarono il ritorno di quasi tutto il terreno bonificato alle condizioni di palude in cui rimarrà ancora per quasi tre secoli.

    La bonifica del basso ferrarese approderà a risultati duraturi solo nel 1874, grazie all’introduzione di macchine idrovore a vapore installate a Codigoro dalla Società Bonifica Terreni Ferraresi. Conseguentemente, dagli inizi del 1900, i terreni del basso ferrarese iniziarono a produrre cereali. La bonifica proseguì poi con il prosciugamento delle valli di Comacchio (1920) di Mesola e Goro, fino all’ultimo intervento su valle Falce, a ridosso del Boscone, nel 1969.

    Gli interventi vengono ora, in parte, rimessi in discussione, tanto che si prospetta il riallagamento della valle Falce: è infatti accertato che un ritorno all’ambiente naturale vallivo può essere più redditizio, grazie al turismo. Anche il castello sta vivendo questo mutamento: da casa di caccia qual era, sempre più sta diventando un centro di interesse turistico e tutela dell’ambiente naturale, un importante punto di riferimento per il Parco del Delta del Po.

    Il castello di Mesola è attualmente sede del C.E.A. – Centro di Educazione Ambientale – ed ospita una esposizione permanente, creata dalla Provincia di Ferrara per diffondere la conoscenza degli aspetti naturalistici del territorio del Delta del Po. Il centro è articolato in diverse sezioni tematiche (struttura geologica, la spiaggia, la duna, la valle salmastra, la valle d’acqua dolce, il bosco) e dispone inoltre di sale per audiovisivi, per esperimenti di laboratorio naturalistico, e biblioteca. Gli altri spazi del Castello vengono utilizzati per mostre d’arte o di altro tipo.

    N.B.: per visite guidate al Castello della Mesola: Coop. “Turismo & Cultura” – Rovigo Tel. 0425/26270

    Il termine Mesola deriva con tutta probabilità da “mensola”, ovvero tavolato rialzato, in quanto anche in passato il luogo si elevava rispetto alle circostanti zone acquitrinose. La situazione geografica del Delta del Po nel periodo immediatamente successivo alla costruzione del castello è ben evidenziata dalla cartina che presentiamo, tratta dalla Corographia di G.B. Aleotti del 1603, conservata presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    La carta è molto interessante perché evidenzia la situazione anteriore al taglio di Porto Viro, realizzato l’anno successivo (1604), ma già in avanzata fase di scavo e perciò riportato nella rappresentazione grafica.

    Un confronto con una raffigurazione aggiornata del Delta evidenzia mutamenti di grande rilievo, in gran parte dovuti proprio all’operazione idraulica attuata dalla Repubblica Veneta sul Po delle Fornaci, corrispondente per importanza all’odierno Po di Venezia.

    Si nota innanzitutto che il castello di Mesola sorgeva sul mare, mentre ora dista una decina di chilometri; e ciò in seguito agli accumuli alluvionali portati a sud dal fiume dopo la deviazione, realizzata proprio allo scopo di evitare l’interramento della laguna di Chioggia e Venezia.

    Conseguenza diretta del taglio di Porto Viro fu inoltre la creazione dell’ampio territorio oggi ad est della strada Romea e il progressivo slittamento a sud della Sacca di Goro che, come si vede nella cartina, si trovava allora a settentrione rispetto al castello.

    Da sottolineare infine la consistenza delle dune fossili tra i due rami del Po, riportate nella raffigurazione del Delta. Esse sono state in gran parte distrutte da dissennati interventi attuati per lo più nel nostro secolo; di ciò si è parlato ampiamente nell’articolo “Da Grillara a San Basilio” nel n. 6 di Ventaglio ’90.

  • Rosolina: il fascino delle valli

    Rosolina: il fascino delle valli

    “…Questa xe la vale. Acqua, silenzio, un svolo de cocale…”. Apriamo con questi due versi di Gino Piva, appassionato cantore del Polesine, che ben evidenziano la suggestione dei luoghi dominati da silenziosi specchi d’acqua e dal volo dei gabbiani (cocale).

    Nel Delta del Po, la terra più giovane del nostro Paese, “dove un’antica vita / si screzia in una dolce ansietà d’Oriente” (per dirla con Eugenio Montale) si trova un ambiente unico ed irripetibile, in cui il paesaggio ininterrottamente muta nelle forme e nei colori: le valli da pesca.

    Già note in epoca romana con il nome di piscinae neptuniae o piscariae, le valli da pesca sono specchi d’acqua poco profondi che l’uomo ha provveduto a sbarrare artificialmente in modo da poter sfruttare la montata e la smontata del pesce.

    Il termine valle, usato unicamente per le aree d’acqua racchiuse dell’Alto Adriatico, deriva dal latino vallum (argine); di qui, vallesani o vallanti sono chiamati coloro che vi abitano e vi lavorano.

    Sul finire del 1500 la Serenissima, preoccupata per l’interrarsi progressivo della laguna ad opera del Po, il quale scaricava la maggior parte delle sue acque e delle sue sabbie attraverso il ramo Fornaci-Tramontana (oggi interrato alle spalle di Porto Caleri), realizzò la famosa operazione idraulica detta “Taglio di Porto Viro”. Iniziata nel maggio del 1600 fu portata a termine il 16 settembre 1604 nonostante i sabotaggi, le ribellioni per gli espropri e le interferenze degli agenti pontifici.

    Data l’acqua al nuovo taglio, l’asta del Po deviò verso sud-est e la Repubblica salvò il suo fiorente commercio marittimo.

    Le terre paludose, che il fiume aveva abbandonato, costituirono inoltre una nuova fonte di reddito, poiché grazie a opportune opere di arginatura furono trasformate in valli di pesca, capaci di rappresentare anche una difesa per le terre retrostanti.

    La vallicoltura polesana incomincia praticamente da lì, almeno nella sua versione più moderna, che è poi quella che si pratica tuttora secondo le regole immutabili fissate da una consolidata tradizione.

    Attualmente le valli in Polesine sono comprese nel tratto di costa che dalle foci dell’Adige va fino al Po di Tolle e si dividono in tre gruppi:

    – valli di Caleri;

    – valli tra il Po di Levante e il Po di Maistra;

    – valli tra il Po di Maistra e il Po di Tolle.

    Con il taglio del Po, sopra descritto, cessò il deflusso delle acque dolci del Po di Caleri, e il mare, rimontando nell’entroterra, formò un grande bacino salato che fu poi ripartito in vari scomparti la cui vendita all’asta fu completata dalla Repubblica Veneta nel 1657. A questa data risale anche la prima descrizione delle valli di Caleri con tanto di “disegno universale” fatto dai “Periti di tutti li beni delle vecchie e nuove alluvioni di Po”.

    Le valli di Caleri fanno parte del comune di Rosolina, territorio di recente origine: in una mappa del 1587 sono evidenziati tutta una serie di “polesini”, ovvero terreni alluvionali compresi tra i rami del Po, ognuno con la propria denominazione, tra cui troviamo “La Rosolina”, nome che sembra derivi da un possedimento della famiglia Rosolino, sulla riva destra dell’Adige.

    Le valli di Caleri, alimentate dalle acque dell’omonima laguna (circa ha. 1150), che comunica con il mare attraverso le bocche di Porto Caleri e Porto di Bocchetta, occupano una superficie di 2887 ettari. Attualmente sono 11 e precisamente: valle Boccavecchia, valle Canelle, valle Passarella, valle Morosina, valle Spolverina, valle Segà, valle Veniera, valle Sagreda, valle Capitania, valle Pozzatini (Vecchi e Nuovi), valle Vallesina (parte integrante dell’Isola di Albarella).

    C’è da rilevare che valle Canelle e valle Spolverina prendono il nome di valle Casonetto; è pure interessante notare che dal 1934 al 1972 il mare si è allontanato da valle Boccavecchia di circa 250 metri. Da un foglio della Carta d’Italia dell’Istituto Geografico Militare del 1931 risulta l’esistenza delle valli Santona e Santoniana, poi aggregate a valle Sagreda, mentre nelle mappe del secolo scorso figurano le valli Salsa, Palude e Centona.

    La valle Moceniga (ha. 269) e la valle Tramontana, piccola valle da pesca di 81 ettari di superficie che occupava il vecchio corso del Po di Tramontana, vennero bonificate a partire dal 1956 e trasformate in campi, fra i quali ora si erge solitaria la piccola chiesetta di Moceniga (XVII sec.), dedicata a San Marco, completamente abbandonata fino ad apparire un’allarmante allegoria del tempo che passa e divora la vita. Lì vicino esisteva un “cason de vale” (cason Moceniga), abbattuto durante la bonifica. In questa struttura nel 1591 aveva trovato infida dimora il filosofo Giordano Bruno, ospite di Giovanni Mocenigo. Il nobile veneto infatti, non soddisfatto degli insegnamenti sull’arte della memoria e dell’invenzione ricevuti dal filosofo napoletano, lo denunciò agli inquisitori veneti che lo consegnarono al Santo Uffizio, dal quale fu condannato come eretico e arso vivo nel 1600.

    La superstite chiesetta Moceniga fino a pochi anni fa accoglieva nel suo interno una meravigliosa statua in marmo di Carrara della Vergine Immacolata, opera dell’insigne Antonio Bonazza, ora custodita nella Nuova Chiesa Parrocchiale del capoluogo.

    La laguna e le valli di Rosolina, insieme alle altre del Delta, soddisfano ampiamente i parametri previsti dalla Convenzione di Ramsar per la definizione di zone umide di importanza internazionale. Sono infatti tra gli ambienti a più alta attività primaria, paragonabile a quella delle foreste tropicali, e costituiscono un punto di sosta vitale per due grandi direttrici migratorie: quella germanica e quella carpatico-danubiana-italica.

    Vediamo meglio e da vicino questo patrimonio naturalistico spesso sottovalutato da amministratori e politici, e sconosciuto ai più.

    Per quanto riguarda la flora, nella laguna e nelle valli di Caleri crescono dei vegetali che non è eccessivo definire coraggiosi, in quanto devono far fronte a condizioni di elevata salinità (intorno al 30 per mille).

    Sulle “barene” (spazi di terra poco emergenti dalle acque) si sviluppano la salicornia che s’arrossa in autunno, il limonio dai bei fiori violetti, l’astro marino e un’elegante graminacea, la puccinellia. I fondali della laguna ospitano rade praterie a zostera (la rara zostera marina e la più comune zostera noltii) mentre nei fondali delle valli troviamo la ruppia cirrhosa, detta anche fieno di mare.

    Sul litorale di Caleri è stato da poco istituito un giardino botanico il cui pregio è quello di valorizzare un ambiente naturale di notevole interesse scientifico e ormai raro nella costa adriatica. Chi lo visita può osservare tutte quelle piante che, nelle sabbie e fra le dune, sono capaci di sopportare periodi di aridità, venti salsi impetuosi, rigidi inverni e variazioni considerevoli di salinità. E così, partendo dal mare, si incontrano i bassi cespugli di Cakile maritima, le graminacee dello Agropyron junceum, il Convolvolo della spiaggia dai bei fiori rosei. Superate le prime dune troviamo un’altra graminacea, l’Ammophila arenaria e, in estate, nelle dune più interne, si può ammirare la gialla fioritura dell’Elicriso. Mano a mano che si procede in direzione del bosco, notiamo la presenza di arbusti come l’ilatro e il ginepro, i quali costituiscono per la pineta una protezione indispensabile contro i venti freddi che soffiano dal mare.

    La fauna della valle è costituita da pesci e uccelli.

    In questo periodo, chi non è un patito dell’abbronzatura, ma ama attardarsi e fare birdwatching, può lasciare la strada che collega Rosolina Mare con la ss. Romea e, all’altezza delle “Portesine”, prendere la via che si snoda lungo le valli. Nel silenzio della prima luce dell’alba, come dice il poeta Giorgio Caproni, «gli uccelli sono sempre i primi / pensieri del mondo».

    Immersi nel profumo dolcissimo dei tamerici in fiore, che si mescola con l’odore salso della valle, noi possiamo ammirare affascinati il risveglio della natura osservando, tra le barene, sugli arginelli, il bianco candido delle garzette sempre pronte alla cattura di un pesciolino, il planare dei gabbiani sulla superficie dell’acqua, l’incedere calmo e dignitoso degli aironi cinerini, l’eleganza di un cavaliere d’Italia dalle zampe color rosa straordinariamente lunghe.

    Si può, inoltre, fare la conoscenza di falchi di palude, germani reali, svassi, folaghe e tante altre specie di uccelli che qui trovano il loro habitat naturale (nidificazione, passo, svernamento).

    Durante la stagione della caccia, questi uccelli (soprattutto anatre selvatiche e folaghe) vengono impallinati dai cacciatori nascosti nelle botti (grossi tini di forma tronco-conica sprofondati nel fango, spesso di cemento) che, circondate da terra e da erba, finiscono per assumere le sembianze di un isolotto rotondo. La pratica della caccia in botte è assai diffusa e radicata, tanto da essere parte integrante della cultura locale, e vantare una storia antica che si intreccia con il dominio del patriziato veneto; nel Privilegio Lauretano si legge: “la caccia in ogni tempo rimanga nostra, del doge e dei successori nostri”.

    Ma oggigiorno accanto alla caccia si stanno sempre più diffondendo nuove motivazioni nei confronti dell’avifauna del Delta. E sono in aumento coloro che, anziché la doppietta, verso gli uccelli delle valli puntano obiettivi fotografici, che testimoniano un rinnovato interesse per il mondo naturale. Proprio quello che, in definitiva, questa pubblicazione intende incentivare.

  • ALLA RICERCA DEL POLESINE

    ALLA RICERCA DEL POLESINE

    È la storia di Philippe Huet, redattore della prestigiosa rivista francese "Science & Nature", partito da Parigi con destinazione il Delta del Po, per un importante servizio sotto il profilo naturale ed antropico. Seguendo le informazioni ricevute in Francia, presso l'Ufficio Italiano del Turismo della capitale, approda a Ferrara. La visita alla città estense si rivela interessante, ma evidentemente non in sintonia con l'obiettivo del giornalista, che si rende ben conto di non trovarsi nel cuore del Delta nemmeno quando, su suggerimento della locale Azienda di Promozione Turistica, raggiunge i lidi ferraresi.

    Il Delta sta più a nord. Il fiume inizia a compiere il suo prodigio a partire dal territorio di Adria, dividendosi poi nei molteplici rami che danno vita ad una foce sempre in divenire. Le carte geografiche lo indicano chiaramente e Philippe Huet, dopo aver visitato il castello della Mesola, non può che superare il Po di Goro e raggiungere la provincia di Rovigo.

    Nel cuore del Delta il giornalista francese trova l'ostello "Parco Delta del Po" (nome bene augurante), gestito dal C.T.G., con l'appoggio logistico-amministrativo della Coop. "Turismo & Cultura" editrice di "Ventaglio Novanta". Qui egli soggiorna, riuscendo a raccogliere tutto il materiale necessario per un lungo ed approfondito articolo.

    Philippe ci ha inviato una copia della rivista con l'ampio servizio sulla foce del Po, e con piacere abbiamo visto chiare indicazioni del Delta, tra cui spiccano gli indirizzi e i numeri di telefono della nostra associazione. Riferimenti che ad esempio mancano completamente nell'annuario delle Province Venete, in cui la Coop. "Turismo & Cultura" non è inserita nè tra le associazioni culturali, nè tra quelle che erogano servizi per il turismo. Con la stessa logica (?) anche la presente rivista è esclusa dall'elenco delle pubblicazioni periodiche che riguardano la provincia di Rovigo.

    Fortunatamente nel mondo c'è però chi non demorde e, come Philippe Huet, nonostante le indicazioni inadeguate, riesce nel suo intento alla ricerca del Polesine.

    Con costoro il nostro incontro è assicurato.

  • Il grande zuccherificio di Contarina

    Il grande zuccherificio di Contarina

    Per secoli la storia del Polesine è stata quasi esclusivamente una storia di sottosviluppo e di arretratezza rispetto ad altre province italiane. Durante il primo dopoguerra è addirittura divenuto normale il paragone Polesine-Meridione, per indicare le zone più povere della penisola. Al giorno d’oggi la situazione è consistentemente mutata con la presenza di varie attività di rilievo, tra cui riveste un ruolo certamente importante lo zuccherificio di Contarina, nel cuore del Delta.

    Il nome del paese si deve alla celebre famiglia “Contarini”, che possedeva vastissimi territori nella zona deltizia: è un comune di 8.400 abitanti, posto sulla riva sinistra del Po: gran parte del territorio si è venuto formando dal XVIII secolo in seguito ad accumuli di natura alluvionale portati dal grande fiume.

    Divenuta proprietà di alcune fra le maggiori casate veneziane, la vasta area è stata bonificata e si sono originati vari centri agricoli. Proprio a Contarina, ad est della strada statale “Romea” che collega Ravenna a Venezia, si trova lo zuccherificio “ERIDANIA – Zuccherifici Nazionali S.p.A.” progettato dalla Societé Sucrière d’Etudes et des Conseils Italienne (S.S.E.C.I.), in collaborazione con la Direzione tecnica della Società Eridania; l’industria fa parte di una vasta ed importante catena di stabilimenti la cui sede amministrativa è a Genova.

    La costruzione dello stabilimento di Contarina è iniziata nel 1972, ed è stata ultimata in tempo per iniziare, nell’agosto dell’anno successivo, i ricevimenti e la lavorazione delle bietole.

    Attualmente la superficie occupata si estende per circa 170.000 metri quadrati, contando sia le costruzioni che gli spazi adibiti alle operazioni lavorative esterne. Altri 300.000 metri quadrati sono destinati alle vasche di accumulo e depurazione delle acque reflue.

    Nell’ambito del vasto complesso si trovano anche numerosi servizi sociali a disposizione dei dipendenti, come una mensa aziendale, una caserma per la Guardia di Finanza, un ostello per i lavoratori che risiedono fuori del comune, un appartamento per il portiere. Inoltre, su un’area di circa 70.000 metri quadri, vicina alla fabbrica e completamente urbanizzata, è stato costruito un villaggio sociale formato da 86 appartamenti, riservati ai lavoratori dell’Eridania.

    Gli uffici della fabbrica rimangono operanti per tutto l’anno, mentre l’Eridania opera come vera e propria industria solo per pochi mesi. Infatti, dal momento che ha il compito di produrre zucchero estraendolo dalla barbabietola, intesa come prodotto “fresco”, lavorato in tempi relativamente brevi, ci si deve adeguare al suo ciclo vegetativo, il quale si esplica in un periodo dell’anno che generalmente va da agosto ad ottobre.

    Proprio per questo motivo, l’industria saccarifera ha un carattere esclusivamente “stagionale”, e coinvolge nel suo ciclo operativo molti agricoltori del Polesine, i quali, sanno di poter contare sulla coltivazione di un prodotto di sicura remunerazione. Sono circa 4.500 gli agricoltori interessati, suddivisi in cinque associazioni, che possono impegnare 16.000 ettari di terreno per la coltivazione della barbabietola, pari ad un quinto dell’intera superficie utile adibita a seminativo coltivato.

    Lo zuccherificio, oltre alle bietole della propria zona, ormai divenuta vastissima, ne riceve anche da altri comprensori, tramite consegne che avvengono secondo i piani predisposti dall’accordo fra l’Eridania, i coltivatori e le loro organizzazioni.

    Ogni giorno, durante la campagna saccarifera, cioè nel periodo di attività della fabbrica, si formano lunghe file di automezzi, incolonnati per la consegna dei prodotti da lavorare: in pratica, arrivano quotidianamente a Contarina circa 14.000 tonnellate di bietole; queste vengono subito lavorate e trasformate, alla fino del procedimento, in 1.300 tonnellate di zucchero. Oltre a questo, ci sono altri generi di “sottoprodotti” che escono dal medesimo ciclo di lavorazione, come ad esempio le polpe, utilizzate per l’alimentazione del bestiame.

    Il processo di lavorazione

    Le barbabietole, scaricate dagli autocarri, a mezzo impianti meccanici, sono inviate al silo di stoccaggio e da questo convogliate idraulicamente in una canaletta collettrice dalla quale, a mezzo pompe, vengono inviate alla diserbatura e spietratura. Confluiscono successivamente nelle lavatrici, dove vengono ripulite con getti d’acqua. Dalle lavatrici sono inviate in un capiente deposito (bunker) sopra le tagliatrici per essere tagliate in “fettucce” ed avviate ai diffusori continui per l’estrazione del saccarosio. Dalle diffusioni si ottengono fettucce esauste (polpe) che vanno alla pressatura, ed una soluzione zuccherina chiamata “sugo greggio”. Il sugo greggio viene depurato con lo scopo di eliminare il più possibile le sostanze diverse dallo zucchero che sono state estratte durante la diffusione assieme al saccarosio.

    La depurazione viene effettuata mediante trattamento con calce ed anidride carbonica che determinano la precipitazione di parte dei non zuccheri, i quali vengono separati dal sugo madre mediante decantazione e filtrazione.

    Il sugo depurato, denominato “sugo leggero”, viene successivamente decalcificato su resine cationiche e concentrato in appositi apparecchi che compongono la batteria di evaporazione a multiplo effetto.

    Il sugo uscente dalla batteria, concentrato oltre il 65% di sostanza secca, è il “sugo denso” che viene inviato alla cristallizzazione sotto vuoto (cottura). Le operazioni di cottura e successiva centrifugazione si ripetono in diverse fasi (getti) ed hanno il compito di separare lo zucchero cristallizzato dallo sciroppo madre. Tale sciroppo madre dell’ultima centrifugazione costituisce il “melasso” che viene stoccato in appositi serbatoi.

    Lo zucchero che si ottiene viene quindi essicato e sottoposto a vagliatura e depolverizzato. Dopo queste operazioni lo zucchero è inviato allo stato sfuso nei sili di stoccaggio o è confezionato in sacchi oppure in piccole confezioni.

    Negli ultimi anni lo stabilimento di Contarina ha aumentato incessantemente la propria capacità di lavorazione e produzione di zucchero, ed anche la fabbrica, pur mantenendo inalterato il proprio corpo principale, ha subito vari miglioramenti e trasformazioni, con il risultato di raddoppiare la capacità produttiva, adottando nel frattempo anche gli apprestamenti idonei al necessario contenimento del consumo energetico.

    Attualmente lo stabilimento Eridania di Contarina è il secondo più grande d’Europa e rappresenta non solo un vanto enorme per il Polesine, ma anche un’importantissima fonte di lavoro. Infatti, oltre agli impiegati ed operai stabili, ne traggono profitto gli agricoltori che coltivano barbabietole ed il personale avventizio che viene assunto durante il periodo estivo.

    “Dopo la chiusura dello zuccherificio di Bottrighe – ha osservato il direttore dott. Quarta – a partire dal 1992 quello di Contarina è rimasto l’unico in tutto il Polesine. Pertanto, anche quest’anno, per la consueta campagna saccarifera, la fabbrica ha subito alcuni importanti interventi e trasformazioni, sia per aumentare sempre più la propria capacità lavorativa e produttiva, ma soprattutto perché, al giorno d’oggi, è necessario rimanere al passo con le più grandi industrie nazionali ed estere”.

  • L’Annunziata di Ceneselli

    L’Annunziata di Ceneselli

    A Ceneselli lo scorso 20 Settembre 1992 si è celebrato il bicentenario della dedicazione della pieve di S. M. Annunziata, e l’importanza di tale anniversario è coincisa con l’affollarsi vivace ed estroverso della fiera paesana: la nostra piazza, di solito, conta pochi e consueti personaggi a caccia di novità appena sussurrate.

    La pieve, dedicata nel 1792, venne ristrutturata nella sua forma attuale a partire dal 1712 su di un nucleo originario, che tra restauri, ampliamenti e arricchimenti dell’arredo sacro, resiste fin dal XII sec. E’ ciò che si scopre mentre si tentano i trabocchetti di un vecchio latino mal scritto, rileggendo le pagine, corrotte dal tempo e dalla polvere, dei libri d’archivio parrocchiale, che anch’io ho sfogliato, lottando a capire il senso e l’andamento delle vicende documentate. Le trasformazioni più recenti, datate ai primi del ‘900 e registrate con il curioso titolo di "Ambizioni" nella biografia appena pubblicata di questa pieve, sono il pavimento di marmi policromi e l’altare della B. V. del Divin Parto, prediletta dal paese nella festa puntuale di fine Ottobre.

    Quest’anno, e proprio nella settimana precedente la celebrazione, si è aggiunto l’elemento più importante, intravisto in un originale progetto e realizzato con perfezione su qualche colonna dell’antica, e già tolta, balaustra di marmo rosso: l’altare. Datato 1992 è entrato nella poesia insolita e forse poco compresa di Ceneselli in festa con se stesso.

    È il solito annuale ed estroso trambusto della fiera che fa notizia: dall’arrivo dei primi carrozzoni, al programma della Pro Loco, alla gente che finalmente si fa vedere in giro, sulla piazza, nel divertito e pettegolo incrocio delle voci di paese… e il cerchio si allarga…

    E quest’anno si è allargato anche lo spazio della festa, arrivato a includere un anniversario di secoli che la gente non ha trascurato, data la sensibilità che ogni tanto si mostra quasi invadente, per la nostra pieve, stimata all’apice più in vista della piazza. Resterà un bel ricordo, anche piccolo, dell’affaccendarsi gratuito, in cui s’investe di se stessi per la propria piccola e amata municipalità di campagna.

  • Il Maratoneta del mare

    Il Maratoneta del mare

    Da Loch Ness a Lord Byron, le imprese di Alberto Guerrini rappresentano sempre qualcosa di originale. Non si tratta esclusivamente di traversate a nuoto, a metà fra lo sport e l’avventura: sono un modo, da un lato di mettere alla prova sè stesso (fisicamente e mentalmente), dall’altro di scoprire la natura, le sue bellezze ed i suoi misteri, creando quasi una simbiosi con essa.

    Alberto Guerrini è nato a Rovigo il 26 Febbraio 1961. In gioventù ha praticato nuoto agonistico con la Nuotatori rodigini, con la quale ha vinto anche il titolo veneto della 4×100 mista nel ’75. Poi ha scoperto il nuoto di fondo su acque libere (quello che si pratica cioè su lunghe distanze) e da allora ha inanellato una serie di risultati ed imprese degne di rispetto. Dal punto di vista dei risultati ha ottenuto un primo posto nella Portofino-Sestri Levante (1981), nel giro d’Italia nuoto nel 1982 (allora ancora ufficioso) e nella traversata dello stretto di Messina lo stesso anno. La sua impresa più bella è stata la traversata del lago Balaton, in Ungheria, portata a termine nel 1990 insieme al compagno Alberto Cristini, anch’egli di Rovigo.

    Quest’anno ha tentato un’avventura piena di fascino e di mistero: la traversata del Loch Ness, in Scozia, il lago diventato famoso in tutto il mondo per la presunta presenza nelle sue acque del leggendario mostro. Gerrini è partito a luglio, insieme ad un’equipe di amici sponsorizzata dal Lloyd Italico Rovigo, con una segreta speranza: che il mostro apparisse proprio durante la sua traversata a nuoto.

    Una speranza che è andata delusa, perchè in acqua non ha potuto neanche mettere piede. Il forte vento che ha soffiato per tutta la settimana di permanenza a Loch Ness del nuotatore rodigino, in certi casi anche a folate di oltre cento km/h, ne ha impedito l’impresa.

    Peccato, si è detto Guerrini! Sarà per un’altra volta, probabilmente a Settembre del prossimo anno, quando le condizioni meteorologiche sono le meno sfavorevoli a tentare l’impresa.

    Appena tornato in Italia non è riuscito a stare inattivo. Così ha pensato di compensare la delusione scozzese con una nuova avventura italiana. A Lerici, in Liguria, ha infatti partecipato ad una gara intitolata alla memoria di Lord Byron, il famoso poeta inglese del secolo scorso, che abbinava all’arte di saper comporre versi la passione per il nuoto. Proprio in questo tratto di Golfo Ligure, Lord Byron portò a termine una traversata mai riuscita prima a nessuno, che da allora divenne una specie di vanto romantico-letterario per questa zona della Liguria. Da qualche anno si è istituita una gara vera e propria, legata allo speciale Gran Prix di nuoto di fondo, che ha affiancato alla leggenda anche un aspetto sportivo. Alberto Guerrini l’ha portato a termine giungendo nono e pensando, per tutto il tempo della nuotata, al suo più celebre predecessore inglese.

    Ora Guerrini è al riposo per il periodo invernale. E’ tornato a Bari, dove studia e lavora, ma ogni tanto fa una capatina a Rovigo. Per l’anno prossimo, oltre a Loch Ness, ha in mente mille altri progetti di questo genere, sempre con l’obiettivo di tenere alta la sua originalità nel modo di fare sport, turismo ed avventura allo stesso tempo. Un’originalità che non può suscitare che simpatia.

  • Progetto Barin

    Progetto Barin

    All’indomani della morte della senatrice Luigina Barin, avvenuta nel 1987, si originò in Polesine un moto spontaneo, teso da una parte a tener vivo il ricordo dell’animatrice di tante iniziative, e dall’altra a dar vita ad un organismo in grado di promuovere concrete azioni a favore delle donne, cercando di combattere concretamente il male di cui la stessa senatrice fu vittima.

    Naque allora il “Progetto Barin”, ovvero un piano di azione per prevenire nelle donne l’insorgenza dei tumori o per avviare tempestive azioni di cura.

    Il primo passo fu la costituzione di un Comitato, formato da personalità di primo piano della nostra provincia, che tuttora costituisce il punto di riferimento propulsore del Progetto, la cui gestione, a livello scientifico, è stata affidata all’istituto “Mario Negri” di Milano, che dispone di attrezzature all’avanguardia e di personale qualificato. Un importante ruolo di coordinazione tra il Comitato rodigino e l’istituto milanese è stato affidato alla dott. Gabriella Monesi, primario del reparto di diabetologia dell’Ospedale Civile di Rovigo, che fu tra le più assidue collaboratrici della senatrice scomparsa.

    L’attività di prevenzione richiede innanzitutto una continua e capillare opera di informazione. In quest’ottica una delle prime iniziative del Progetto Barin si è concretizzata con la pubblicazione di un opuscolo, redatto con un linguaggio semplice, accessibile a tutte le donne, in modo da dare indicazioni chiare sull’atteggiamento da assumere nei confronti di un male tanto diffuso, e fornire un aiuto concreto per conoscere il proprio corpo e scoprire tempestivamente l’eventuale insorgenza della malattia.

    Un’altra iniziativa in fase di conclusione, è volta a conoscere le problematiche delle donne che frequentino, per accertamenti o cure, i centri oncologici regionali, al fine di migliorare il rapporto tra le utenti e le istituzioni sanitarie.

    È ovvio che il Progetto va sostenuto, sia sul piano morale che su quello finanziario. Varie sono le iniziative che vengono promosse in quest’ottica nel corso di ogni anno. Una di queste si è conclusa positivamente a Lusia, realizzata dal locale Gruppo del Movimento Femminile della Coltivatori Diretti ed inserita in un momento tra i più caratteristici della vita paesana qual è quello dell’annuale fiera della Madonna del Carmine.

    Insieme, le attiviste di Lusia sono riuscite ad allestire una straordinaria mostra-mercato di lavori eseguiti artigianalmente, consistente in capi d’abbigliamento, piante ornamentali, verdure locali ed oggetti vari, posti in vendita al miglior offerente, in modo da ricavare un fondo da destinare al “Progetto Barin”.

    Ideare, preparare, allestire e seguire la mostra nei giorni della fiera paesana ha rappresentato un lavoro molto impegnativo, considerato che le artefici sono autentiche coltivatrici dirette, cioè donne quotidianamente impegnate nell’attività della loro azienda e nella gestione della famiglia, e che pertanto, per riuscire nel loro intento, hanno dovuto ritagliare momenti preziosi nelle loro già intense giornate.

    Il loro impegno ha ottenuto piena gratificazione, sostenuto dall’apprezzamento dei numerosi acquirenti ed incentivato dalla presenza di tanti visitatori che, comprendendo lo scopo dell’iniziativa, hanno potuto prendere contatto con l’importante problematica di cui si fa carico il “Progetto Barin”.

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