Una sosta nel Delta del Po non può prescindere da una visita al castello della Mesola, grande e turrita costruzione voluta nel 1583 da Alfonso II d’Este, sontuosa residenza di caccia che il duca dedicò alla moglie, Margherita Gonzaga.
Le motivazioni della costruzione del Castello vanno probabilmente ricercate in una profezia che fu fatta ad Alfonso, in Francia, da Nostradamus: gli fu predetto che egli avrebbe avuto tre mogli, e avrebbe avuto figli solo dalla terza. In effetti Alfonso sposò prima Lucrezia Medici, poi Barbara d’Austria, rimanendo vedovo di entrambe e senza figli. A 46 anni si sposò per la terza volta con la quindicenne Margherita Gonzaga.
Alfonso volle offrire alla giovane moglie un luogo di divertimento per addolcirle il distacco dalla natia Mantova, per rendere felice colei che avrebbe dovuto dargli il tanto sospirato erede. Tanto sospirato anche perché, in mancanza di figli, il ducato sarebbe passato allo Stato Pontificio, in virtù di un antico diritto feudale.
Ma la profezia si rivelò errata, dal momento che figli non ne nacquero e, nel 1598, alla morte di Alfonso, come previsto, si verificò l’incorporazione del ducato di Ferrara nello Stato della Chiesa.
Sorte diversa ebbe invece la tenuta della Mesola, che, essendo proprietà privata di Alfonso, andò in eredità agli Estensi del ducato di Modena e Reggio, subendo successivamente diversi trasferimenti: prima all’Imperatore d’Austria, poi al Papa e, successivamente, alla Repubblica Cisalpina, all’Arcispedale di S. Spirito di Roma, alla S.B.T.F., all’Ente Delta Padano e, da ultimo, nel 1970, all’Amministrazione Provinciale di Ferrara che ne è l’attuale proprietaria.
La funzione di questo che noi chiamiamo “castello”, ma che gli Estensi chiamavano “delizia” della Mesola, era quella di residenza di caccia. La caccia era allora lo svago principale, al pari di quanto sono oggi i bagni di mare. E come oggi un possidente potrebbe regalare alla moglie una villa al mare, così un duca del ’500 dedicava alla consorte una delizia di caccia. Nè deve trarre in inganno l’aspetto turrito e severo della costruzione a pianta quadrata, con quattro torri, pure quadrate, inserite a 45 gradi sugli angoli, dotate di merli che danno l’impressione di una fortezza. In realtà le molte aperture, la consistenza muraria inadatta a resistere alle artiglierie del tempo, chiariscono la sua vera natura.
La Mesola allora era proprio sul mare: infatti il muro di cinta della tenuta arrivava fino all’attuale boschetto di Santa Giustina e, a quel tempo, c’erano in quel punto le dune della spiaggia adiacenti al mare.
All’interno del muro di cinta, che aveva un perimetro di 13 chilometri e mezzo e 14 torri di guardia, si espandevano il bosco, dei prati, degli stagni, popolati da una grande quantità di animali fatti introdurre dal duca Alfonso: cervi, daini, cinghiali, caprioli, fagiani, pavoni indiani, camosci, lepri.
Dell’imponente cinta muraria rimane oggi soltanto la torre dell’Abate, che fu costruita sopra una preesistente chiusa per lo scolo delle acque.
La corte estense si trasferiva alla Mesola in autunno. Faceva il viaggio in bucintoro lungo il Po di Volano fino a Pomposa e poi in lettiga fino a Mesola. Quanto ci impiegava? Probabilmente un paio di giorni. Si metteva in movimento una massa imponente di persone: i duchi, i dignitari, i funzionari, gli scrivani, i sacerdoti, le dame, i soldati, i cuochi, i camerieri, gli addetti alle scuderie, i poeti, i ballerini, i musicisti, gli attori.
Ed inoltre c’erano i cani ed i falchi.
Il viaggio doveva essere avventuroso e certo elettrizzava le signore. Il personale di servizio, con tutte le masserizie, arazzi, biancheria, attrezzi da cucina probabilmente precedeva la corte di qualche giorno. All’arrivo venivano sistemati i cavalli nelle scuderie ed alloggiate le persone della corte all’interno del castello, gli altri nelle foresterie all’intorno che si sviluppano per una lunghezza di circa 250 metri. Nella costruzione a semicerchio attorno al cortile trovavano posto le cantine, le cucine, i depositi alimentari. È probabile che i cani ed i falchi, considerati preziosissimi, avessero invece l’onore di alloggiare dentro il castello, in una delle stanze a piano terra. Anche la messa, al tempo di Alfonso II si celebrava dentro il castello perché la chiesa non c’era ancora.
Alla mattina di buon’ora si usciva per la caccia riccamente vestiti: drappi dorati sulla groppa dei cavalli e indosso broccati, gioielli. Tutti facevano sfoggio. I cavalieri davanti e le signore dietro, sulle carrozze, si dirigevano alla radura, mentre i battitori entravano nel bosco per spingervi fuori gli animali. In breve doveva essere una carneficina: con lunghe lance a forma di spiedo gli animali venivano abbattuti.
Caricate le prede su un carro, si proseguiva verso gli stagni frequentati dagli aironi. Qui si lanciavano i falchi e si assisteva alla lotta. Quindi si ritornava commentando le singole azioni e la bravura di questo e di quel volatile, disquisendo all’infinito.
Dunque la funzione del lungo muro di cinta era quella di creare una riserva: proteggere gli animali dal bracconaggio (che non mancava nonostante le pene severissime: si arrivava anche alla pena di morte) e consentire agli ospiti di catturare prede con certezza e senza eccessive fatiche.
Altre giornate venivano dedicate alla poesia. Il Tasso, che viveva alla corte degli Estensi, soggiornò a Mesola e dedicò a Mesola quattro madrigali. E proprio in uno di questi ricorda che la costruzione fu fatta in onore della nuova sposa Margherita Gonzaga:
“Mesola, il Po da’ lati e ’l mar a fronte
ed intorno le mura e dentro i boschi
e seggi ombrosi e foschi
fanno le sue bellezze altere e conte,
e son opra d’Alfonso, e più non fece
mai la natura e l’arte e far non lece.
Ma che la valle sembri un paradiso
la Donna li fa che n’ha sembianti e viso”.
L’opera di bonifica della zona paludosa ove fu eretto il castello fu intrapresa da Alfonso come un affare economico privato. I signori del ’500 non avevano certo di mira il bene dei sudditi, ma il vantaggio, il lustro e l’importanza del proprio casato. Poiché la bonifica dei terreni comportava la titolarità su metà delle terre prosciugate, Alfonso si lanciò nell’impresa, facendo società con alcuni banchieri di Lucca e con i Contarini di Venezia.
Fu un’impresa colossale, mai tentata in Europa fino a quell’epoca. I lavori iniziarono nel 1566 e terminarono nel 1580. Furono bonificati 32.500 ettari di terreno.
In un primo momento il progetto parve redditizio: furono investiti 73.000 scudi e si ricavarono terreni stimati per un valore di 200.000 scudi. Ma ben presto risultò difficile rivendere le aree ad acquirenti disposti ad insediarsi in queste terre spopolate. Inoltre il costipamento naturale dei suoli torbosi, le mareggiate, le rotte del Po e, da ultimo, nel 1604, il taglio di Porto Viro che provocò l’accumulo di detriti alle chiaviche dell’Abate, provocarono il ritorno di quasi tutto il terreno bonificato alle condizioni di palude in cui rimarrà ancora per quasi tre secoli.
La bonifica del basso ferrarese approderà a risultati duraturi solo nel 1874, grazie all’introduzione di macchine idrovore a vapore installate a Codigoro dalla Società Bonifica Terreni Ferraresi. Conseguentemente, dagli inizi del 1900, i terreni del basso ferrarese iniziarono a produrre cereali. La bonifica proseguì poi con il prosciugamento delle valli di Comacchio (1920) di Mesola e Goro, fino all’ultimo intervento su valle Falce, a ridosso del Boscone, nel 1969.
Gli interventi vengono ora, in parte, rimessi in discussione, tanto che si prospetta il riallagamento della valle Falce: è infatti accertato che un ritorno all’ambiente naturale vallivo può essere più redditizio, grazie al turismo. Anche il castello sta vivendo questo mutamento: da casa di caccia qual era, sempre più sta diventando un centro di interesse turistico e tutela dell’ambiente naturale, un importante punto di riferimento per il Parco del Delta del Po.
Il castello di Mesola è attualmente sede del C.E.A. – Centro di Educazione Ambientale – ed ospita una esposizione permanente, creata dalla Provincia di Ferrara per diffondere la conoscenza degli aspetti naturalistici del territorio del Delta del Po. Il centro è articolato in diverse sezioni tematiche (struttura geologica, la spiaggia, la duna, la valle salmastra, la valle d’acqua dolce, il bosco) e dispone inoltre di sale per audiovisivi, per esperimenti di laboratorio naturalistico, e biblioteca. Gli altri spazi del Castello vengono utilizzati per mostre d’arte o di altro tipo.
N.B.: per visite guidate al Castello della Mesola: Coop. “Turismo & Cultura” – Rovigo Tel. 0425/26270
Il termine Mesola deriva con tutta probabilità da “mensola”, ovvero tavolato rialzato, in quanto anche in passato il luogo si elevava rispetto alle circostanti zone acquitrinose. La situazione geografica del Delta del Po nel periodo immediatamente successivo alla costruzione del castello è ben evidenziata dalla cartina che presentiamo, tratta dalla Corographia di G.B. Aleotti del 1603, conservata presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo.
La carta è molto interessante perché evidenzia la situazione anteriore al taglio di Porto Viro, realizzato l’anno successivo (1604), ma già in avanzata fase di scavo e perciò riportato nella rappresentazione grafica.
Un confronto con una raffigurazione aggiornata del Delta evidenzia mutamenti di grande rilievo, in gran parte dovuti proprio all’operazione idraulica attuata dalla Repubblica Veneta sul Po delle Fornaci, corrispondente per importanza all’odierno Po di Venezia.
Si nota innanzitutto che il castello di Mesola sorgeva sul mare, mentre ora dista una decina di chilometri; e ciò in seguito agli accumuli alluvionali portati a sud dal fiume dopo la deviazione, realizzata proprio allo scopo di evitare l’interramento della laguna di Chioggia e Venezia.
Conseguenza diretta del taglio di Porto Viro fu inoltre la creazione dell’ampio territorio oggi ad est della strada Romea e il progressivo slittamento a sud della Sacca di Goro che, come si vede nella cartina, si trovava allora a settentrione rispetto al castello.
Da sottolineare infine la consistenza delle dune fossili tra i due rami del Po, riportate nella raffigurazione del Delta. Esse sono state in gran parte distrutte da dissennati interventi attuati per lo più nel nostro secolo; di ciò si è parlato ampiamente nell’articolo “Da Grillara a San Basilio” nel n. 6 di Ventaglio ’90.