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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il folklore della danza

    Il folklore della danza

    Il “Gruppo Danze Popolari di Rovigo”, alla ricerca di musiche e balli del passato

    Quante attività, quante iniziative, quanta voglia di sapere e di divertirsi si scopre guardandosi un po’ attorno sia nel capoluogo che in molti paesi del Polesine!

    E chi può essere più allegro e contagiare gli altri con la voglia di muoversi se non il simpatico “Gruppo danze popolari di Rovigo”? Proprio così: da tre anni è attivo a Rovigo un gruppo costituito da circa 25 giovani appassionati di musica e danze popolari.

    Non è solo la voglia di riunirsi per trascorrere una serata diversa in allegra compagnia presso la sala rotonda di Casa Serena che spinge questi giovani a lasciare la comoda quiete domestica dopo una giornata di lavoro. Il gruppo è infatti anche profondamente animato dal desiderio di conoscere come si divertivano i Polesani nel passato e di imparare essi stessi danze e balli, radici della nostra tradizione contadina.

    Dalle ricerche di appassionati e attenti studiosi di canto popolare e di folklore come Antonio Cornoldi, nato a Fratta Polesine nel 1902 il quale ha conosciuto a fondo le tradizioni locali nella loro evoluzione, pur risiedendo a Roma) e di altri come Guglielmo Pinna, Roberto Tombesi, Marina Dalla Valle, è emerso che non esistono danze popolari tipiche polesane: quelle esistenti erano ispirate alla più genuina tradizione emiliana, molto viva nel passato e che ancor oggi si mantiene tale; oppure gli influssi venivano dal veneziano o dal friulano dove fu particolarmente ricca una cultura popolare di vario genere: canti per l’infanzia, canti di questua, villotte, canzoni narrative, danze e balli coreografici, ecc. Indubbiamente tali studi si sono rivelati purtroppo incompleti e sarà difficile, se non impossibile, ricostruire fedelmente quanto è andato smarrito irrimediabilmente con il tempo a causa della mancanza dei moderni strumenti di registrazione e della memoria frequentemente difettosa dei soggetti informatori. Si deve pertanto essere particolarmente gelosi di tutto il materiale che possediamo e considerarlo patrimonio prezioso da trasmettere alle generazioni future.

    Le danze popolari che attualmente conosciamo sono soprattutto del Basso Polesine: la Manfrina, la Giga, il Pairis, la danza dei Gobi, il Circolo Circassiano, la Polca, la Tresca (questa a chiusura di ogni danza emiliana), tutte molto ballate ancora oggi. A Corbola, ad esempio, esiste un gruppo di anziane signore che si incontrano per danzare e rivivere qualche magico momento della loro gioventù.

    Dall’Alto Polesine, invece, non si sa nulla circa i balli tipici locali (e ciò potrebbe essere materia di studio per qualche appassionato), mentre è noto che in altre zone come Polesella, Fiesso Umbertiano, Arquà, Ceregnano, fin dai primi anni di questo secolo la passione per il ballo era quasi altrettanto viva che nell’Emilia Romagna.

    Ceregnano era il paese dove si organizzavano i festini più attraenti, cosicché nel capoluogo non era raro, durante il periodo carnevalesco o in occasione di feste patronali, vedere comitive di giovanotti e ragazze avviarsi su “timonele”, biroccini e biciclette verso quella località, attratte dai veglioni e dai balli sul “pajolo” ¹.

    Oggi, purtroppo, la tradizione della danza e del ballo in genere si è persa nel tempo, un po’ per le mutate abitudini di vita della gente dal dopoguerra in poi, un po’ per il condizionamento della Chiesa che ha sempre visto nel ballo un’espressione peccaminosa. Non a caso, infatti, nel Basso Polesine, ove la tradizione religiosa è sempre stata meno incisiva, influenzato anche dal vicino ferrarese, questo genere culturale è ancora molto vivo; qui si può trovare ancora oggi chi si riunisce nei bar – o meglio ancora nelle vecchie osterie – e canta in gruppo alternato da solisti.

    Anche a Rovigo la tradizione di musica popolare era molto sentita un tempo. Tuttavia, secondo il Cornoldi, “è venuto a mancare al Polesine quel prezioso ausilio rappresentato dagli strumenti autoctoni quali la zampogna, il friscaleddu, la launeddas, ecc. strumenti che in Abruzzo, nelle Calabrie, in Sardegna hanno concorso a perpetuare modi e andamenti melodici, successioni armoniche e peculiari raggruppamenti ritmici” ².

    Ciò non di meno, i suonatori polesani fino al secolo scorso, usavano costruirsi semplici strumenti sia a corda che a fiato. Del primo genere si ricorda il “monocordo” che deve essere stato simile alla medioevale “tromba marina” (strumento ad arco che si suonava in posizione eretta) e il violino detto “torototela”.

    Fra gli strumenti a fiato di legno, oltre ad una non ben definita “piva”, si ricorda ancor oggi il bucolico zufolo detto “el subiòlo” e fra quelli a percussione “el triangolo, el toliero”, che battuto col mestolo sostituiva nelle serate il tamburo, e l’immancabile “zzimbalo” certamente il più diffuso ³. Oltre a questi, nelle feste e nei balli pubblici erano molto usati anche l’organetto, il “mandolin”, il clarinetto, le armoniche a bocca e a mantice e il “liron”, uno strumento rudimentale a corde ricavato da un bidoncino di olio in cui si inseriva un’asta alla quale si legava una cordicella ben tesa, percuotendo la quale si ricavava un suono grave. A conferma di un’antica tradizione di strumenti musicali a Rovigo esisteva la fabbrica di organetti Miotto, che dopo la guerra è però scomparsa.

    In contrasto con l’asserita assenza di danze popolari tipiche del Polesine, è curioso sapere che in Piemonte è stata trovata la “Polesana”, una danza molto probabilmente trasferita da nostri emigranti che nel passato furono numerosi a prendere la via dell’Italia Nord-occidentale, dell’Europa e delle Americhe. E proprio oltre oceano oggi è molto popolare anche la bellissima danza “Broken Six Pence”, sicuramente di importazione italiana.

    Aggiungerei a questo proposito che, tra le danze con le quali il Gruppo di Rovigo si esibisce, tutte molto allegre, vivaci, armoniche e di effetto piacevole, la “Broken Six Pence” sia la più completa. In essa, accompagnate da un ritmo cadenzato, brioso e coinvolgente, le coppie di danzatori ora si dispongono in fila diagonale a due a due, ora si congiungono in file di quattro e, quasi inavvertitamente, in modo rapido e imprevedibile, compongono una sequenza di figure coreografiche perfette e suggestive creando ora un fiore, ora una girandola… Le coppie si muovono leggere tra inchini e passi cadenzati, veloci, precisi; i piedi, il corpo, le braccia, i gesti, le movenze, tutto è importante perché ne risulti un quadro d’insieme armonico ed esaltante.

    Quasi per incanto prendono vita immagini e suoni perduti nelle aie di campagna, nei sagrati delle chiese, nelle vie e piazze di paese. Così un tempo la gente ingannava la miseria e la fatica con la gioia della danza spontanea, così come veniva, con il vestito buono della festa. Ed è proprio questo stile che il Gruppo intende seguire, senza un costume ufficiale. (Ben diverso il clima che si respira nelle odierne assordanti discoteche in cui si ammassano i giovani d’oggi in cerca di felicità, per avere in cambio solitudine e vuoto interiore!).

    È allora evidente quale valore si possa scoprire nelle danze popolari, che favoriscono la conoscenza tra le persone, ne recuperano il senso umano e comunicativo ed esaltano le espressioni dell’animo e del cuore delle nostre genti. È questo l’obiettivo perseguito dal “Gruppo danze popolari di Rovigo”, che sta allargando il proprio repertorio dalle danze tipicamente venete a quelle regionali.

  • Le Mondine Polesane

    Le Mondine Polesane

    Dalla smobilitazione degli ultimi contingenti di mondine polesane sono trascorsi quasi trent’anni, ma il loro ricordo riemerge ancora nitido nella mente di tanti anziani, specie quando si tratta di confrontare la presenza della donna in agricoltura tra passato e presente.

    Diciamo subito che per realizzare questo servizio rievocativo non è stato necessario spostarci da Fiesso Umbertiano, in quanto, guarda caso, le prime polesane che partirono per le risaie della Lombardia e del Piemonte furono tutte di Fiesso e dintorni.

    Ad aprire la strada verso quel genere di emigrazione stagionale femminile, fu infatti, giusto nel 1925, l’allora ventiquattrenne Amelia Ferracini, la quale, recatasi appositamente in provincia di Vercelli, riuscì ad ottenere, da un risicoltore di Buronzo, un contratto di lavoro per 39 mondariso. Trovare 38 donne disposte a seguirla non fu però una facile impresa, in quanto si trattò di lottare con la sola forza della persuasione contro una naturale riluttanza, dovuta a malevoli pregiudizi e alla consequenziale resistenza di tanti timorosi mariti e fidanzati, nonchè ad atavici retaggi e ferrei costumi del tempo che, com’è risaputo, ponevano la donna in uno stato di umiliante sudditanza e di indiscutibile dipendenza nei confronti dell’uomo: non si riusciva a mandar giù il fatto che essa, sia pure per ragioni di lavoro, andasse “in giro per il mondo”. Basti tener conto di quella sorta di massima che veniva accettata come una incontrovertibile regola di vita e che diceva: “Va bèn che la dòna la piàsa, che la tasa e che la staga in casa”.

    Ma, nonostante le molteplici avversità, la Ferracini non si fermò e, pedalando per diversi giorni, riuscì infine a completare la squadra con donne di Canaro, Occhiobello, Stienta, Pincara, Frassinelle, Castelguglielmo e Baruchella, oltre, naturalmente, di Fiesso.

    Furono soprattutto le disperate condizioni economiche che contribuirono a superare quelle arcaiche e pesanti remore, così che la risaia, pur se paragonata per fatica e sacrifici alla miniera per l’uomo, finì per rappresentare una sempre più allettante fonte di sostegno per molte famiglie polesane. Il loro misero reddito, ad eccetto di quelle dei salariati, proveniva infatti da un bracciantato saltuario e vagantivo e dal lavoro svolto a compartecipazione sui fondi agricoli, dove le colture intensive, fino alla riconversione del dopo-alluvione, erano per lo più costituite da canapa e barbabietola, e i magri guadagni venivano di poco incrementati, fin verso il 1935, dall’allevamento del baco da seta. Dalle colture di fondo abbiamo escluso il grano, in quanto la relativa raccolta (la cosiddetta “meanda”), costituiva una appetitosa torta anche per calzolai, sarti, barbieri, muratori, falegnami, ecc., i quali venivano accusati di rubare il pane alla gente dei campi.

    Tempi grami dunque, caratterizzati anche da morbi debilitanti, quali tifo, malaria, brucellosi e soprattutto, dalla terribile tubercolosi, detta anche “mal sottile”, che imperversò fino all’avvento della penicillina, la cui diffusione trovava un terreno assai fertile nelle pessime condizioni igienico-ambientali, localizzabili per lo più nelle malsane, fredde e superaffollate case dei poveri. Molte delle quali erano inoltre infestate, non solo dalle comuni mosche e pulci, ma anche da riluttanti pidocchi e cimici che s’annidavano nelle reti dei letti e negli orli dei pagliericci.

    In questa fosca situazione, che per tanti lustri caratterizzò la vita degli operai agricoli (mutata soltanto dopo il prosciugamento del Polesine in seguito alla rotta del 1951) si inquadra l’attività delle mondariso, che dal 1925 al 1938 (anno nel quale molti braccianti d’ambo i sessi cominciarono ad andare a lavorare in Germania) crebbero veramente a dismisura. Basti dire che per vari anni, con conseguenti “risse” con il sindacato, l’offerta di braccia superava di gran lunga la richiesta. Precisiamo anzi che le “forestiere” occupate nelle risaie lombarde e piemontesi, tutte tra i 14 e i 60 anni (la Ferracini, perché richiesta come “prima mondina” – definizione che sta per caposquadra – arrivò, dopo ben 41 campagne, ai 66 anni), provenivano, oltre che dal Polesine, dalla provincia di Ferrara, Bologna, Padova, Mantova, Brescia, Modena, Reggio Emilia e Piacenza.

    Quando però a partire dal 1956 la loro disponibilità andò diminuendo, i datori di lavoro si rivolsero al Meridione, riducendo altresì la superficie investita a riso e “rifugiandosi” nella coltura del pioppo e nell’allevamento di carpe a specchio. Essi sopperirono poi alla sempre più carente manodopera ricorrendo ai diserbanti chimici e all’impiego di macchine per il trapianto e la raccolta del riso, sistema che ebbe inizio poco dopo il ’60.

    Le mondine, provviste di rigonfi fagotti e valigie, facevano il viaggio in treno, su apposite tradotte, dove si incontravano con altre di diversa provenienza. All’ultima stazione trovavano i cavallanti del padrone che in biroccio le trasportavano nelle rispettive cascine, bassi caseggiati suddivisi tra cucina, dormitorio e refettorio, rimasti per vari anni senza servizi. Per certe necessità bisognava dunque arrangiarsi. Basti dire che le mondariso si lavavano nelle fredde rogge, e solo rare volte in mastelli con acqua riscaldata per benevolenza dalla cuciniera.

    Le donne di una camerata potevano essere 70-80; per loro la sveglia suonava prestissimo, in quanto alle 7, dopo aver preso una tazza di latte e pane e percorso un lungo tragitto a piedi, dovevano essere sul lavoro. La campagna, che durava circa 40 giorni, iniziava con il prelievo dai semenzai delle piantine di riso che mettevano in mazzetti legati con la rafia e che poi, caricati su pesanti slittoni trainati da poderosi cavalli, venivano disseminati lungo gli arginelli che racchiudevano le simmetriche vasche a risaia, dove l’immissione di acqua veniva regolata da un operaio chiamato “il camper”. A questo momento, dentro ad un livello d’acqua dai 10 ai 40 centimetri, seguiva il duro lavoro del trapianto, operazione che le mondine, che indossavano pantaloncini corti e cappelloni di paglia a larghe tese, compivano procedendo a ritroso e rimanendo sempre chinate. Ogni tanto qualcuna si rizzava un attimo per il mal di schiena, mentre qualcun’altra sobbalzava emettendo un grido di ribrezzo a causa di una biscia che le sfiorava le gambe.

    Nella ricorrenza dei SS. Pietro e Paolo, vale a dire il 29 giugno, la fine del trapianto veniva festeggiata con una “ganzèga” che culminava in un’esplosione di allegria. Il giorno dopo iniziava la meno faticosa ma ugualmente impegnativa “monda”, in quanto si trattava di strappare tutte le malerbe, tra cui il giovane “giaòn” che si confondeva facilmente con il riso e che metteva in grosse difficoltà le “novelle”, inesperte ragazzine sui 14-15 anni, che chiedevano aiuto alle colleghe già pratiche, o alla stessa caposquadra, i cui compiti erano quelli di tener conto delle ore lavorate, di sorvegliare e di insegnare, andando in aiuto a quelle che perdevano terreno.

    Durante la monda, nonostante il gran caldo, le risaiole indossavano, oltre al solito cappellone, pantaloni e manicotti al fine di proteggersi dall’azione irritante del riso (detta, appunto, “mal del riso”). Tale inconveniente veniva prevenuto o curato con apposite pomate, come chinino, analgesici, oli repellenti e copri dita in gomma, forniti dall’Inail a mezzo di assistenti sociali e dalle suore, che fungevano anche da assistenti spirituali. Durante il lavoro le mondine, dopo la merenda, si dissetavano con acqua contenuta in appositi barili portati a tracolla, a turno, da altre mondine chiamate “barlettiere”.

    Sia per pranzo, sia per cena, erano sempre risi e fagioli fino alla fine della guerra; dopo di che venne loro “elargito” per la sera un piatto di pasta e fagioli, nonchè carne e vino al giovedì e alla domenica.

    La “ritirata” per le mondine suonava alle 22. A quell’ora la caposquadra, che doveva anche saper “vigilare”, faceva il giro della camerata per assicurarsi che tutte le sue donne fossero rientrate. Nei giorni festivi gruppi di mondariso andavano in paese per acquisti o per divertimento.

    L’ultimo giorno di risaia trascorreva all’insegna di una sfrenata allegria. Parodiando i testi di popolari cantate, cori di risaiole, alludendo a quel che avrebbero potuto trovare al loro rientro, cantavano, per esempio: “Lè rivà lè rivà / l’ora d’andar a ca’ / se la va ben ridaren / se la va mal a pianzarèn”. Oppure, rivolgendosi al datore di lavoro e agli amici del paese: “Scusi, scusi signor padrone / se l’abbiamo fatto arrabbiar / noi siam ragazze giovani / ragazze da perdonar. / Il regal che le facciamo / è un foulard di seta bianca / noi partiam con la speranza / di poter ritornar. / Addio paesani cari, addio ragazzi belli / l’amor sui ponticelli / non lo faremo più. / Addio cascina bella / oh oh oh / cogli occhi ti lascerò / ma col cuore no e no”.

    Le mondine facevano il viaggio di ritorno in treno, con i soldi guadagnati legati dentro al fazzoletto annodato al reggiseno. Arrivavano in paese sporgendo la testa dai finestrini della corriera e cantando a squarciagola, creando un’atmosfera di grande commozione che raggiungeva la sua massima intensità al momento dell’abbraccio con i loro cari. Una volta a casa, contando i soldi buttati sulla tavola, erano ancora lacrime. Seguiva quindi un bagno alla meglio, tante domande e risposte e poi tutti allegramente a tavola per “godersi” un piatto di calde tagliatelle in brodo di pollo.

    Come dicevamo all’inizio, le mondine polesane finirono per “esaurirsi” verso il 1967. Prova ne sia che la Ferracini, nel 1966, fece una “fatica boia” per mettere assieme appena 27 donne. I motivi in questo caso non erano più i pregiudizi incontrati nel 1925, ma la diffusione del benessere finalmente arrivato anche in Polesine.

    Dobbiamo aggiungere però che le mondariso di quei tempi, una volta raggiunta l’età della pensione, ebbero l’amara, anzi l’umiliante sorpresa di apprendere dall’Ufficio contributi unificati che non tutti gli oneri sociali ad esse spettanti erano stati versati dai rispettivi datori di lavoro. Evasioni queste che purtroppo continuano a verificarsi in tutti i settori dell’occupazione. Ce lo assicura il segretario della Lega provinciale pensionati, Franco Chinaglia, che ringraziamo vivamente, come pure le quattro ex-mondine, appartenenti a quattro diverse fasce d’età che ci hanno fornito preziose informazioni: Elvira Tomaselli, Giuseppina Previati, Spera Munerato e Udina Bettone.

  • Adigetto Flumen Nostrum

    Adigetto Flumen Nostrum

    Quella vena giugulare che si diparte dallo sperone della Bova a Badia Polesine e avanza sinuosa con corso vagamente parallelo al padre Adige che la genera, e tocca piccoli e grossi paesi stringendoli col filo inossidabile della storia, risponde al poco originale nome di Adigetto.

    Sulle carte geografiche rassomiglia ad un serpentello azzurro, un tantino rachitico, confuso a tante altre opere idrauliche di bonifica, ma profondamente diverso per origine ed importanza storica.

    Per i suoi estimatori di una certa età non vi sono dubbi sul nome: continuano a chiamarlo “el Canale”, con tutte le trasposizioni verbali ed i riferimenti relativi: “Andare a ácoa in Canale, …lavarse co l’ácoa del Canale…, perfino si giunge al macabro invito …ma va’ a negarte in Canale!”

    Un antico fiume declassato al rango di canale? Già proprio così, le cronache antecedenti l’anno mille ci confortano in tal senso; si tratta proprio di un ramo dell’Adige, originatosi da una rotta spaventosa, cui non fu più possibile porre rimedio se non arginando il nuovo corso con le tecniche primitive a disposizione dei nostri coraggiosi antenati, sputando sangue e colando sudore.

    Dalle ingiallite e imprecise mappe del XV sec. si ricava che l’Adigetto porta il nome di Athesis, cioè Adige, mentre l’attuale secondo fiume italiano, viene definito Flumen Vetus, ossia Vecchio Fiume. Ecco perché “el Canale” ovvero l’attuale Adigetto vaga con l’andazzo da ubriaco anziché con corso rettilineo come tutti gli scoli di bonifica, e solo i secoli l’hanno ridotto di dimensioni. Basta infatti osservare gli antichi argini che corrono paralleli al suo alveo sormontati da strade, per rendersi conto che la portata del vecchio fiume doveva essere imponente, visto che per contenerla la distanza fra essi supera sovente i 2-300 metri e che si ergono a 6-8 metri, dal livello medio della campagna.

    Resta un fatto incontrovertibile: nessun centro di un certo rilievo sorge sulle sponde dell’Adige in territorio Polesano, mentre piccoli e grandi borghi si accavallano al passaggio dell’Adigetto; Badia, Salvaterra, Ramodipalo, Rasa, Lendinara, Villanova, Costa, Rovigo (ove scorreva nell’odierno Corso del Popolo), Villadose ecc. senza dimenticarci di Fratta P., le cui ville Palladiane si specchiano nello Scortico, una derivazione per fini navigabili che a tutt’oggi si getta nel Tartaro Canal Bianco, stabilendo assieme alla altrettanto famosa “Fossa di Polesella”, una singolare “coincidenza” ante litteram, per i natanti che dal Po desideravano passare in Adige.

    Fino agli anni trenta l’Adigetto veniva sfruttato per il trasporto fluviale; grossi barconi neri impeciati ne risalivano il corso entrando dalla Laguna attraverso Porto Levante, svolgevano il compito dei moderni TIR.

    Per vincere la debole forza della corrente si ricorreva al traino animale: cavalli pesanti dal passo greve, mezzi bolsi, quadrupedi a fine carriera, tiravano dalle rive i barconi carichi di mercanzie, soprattutto carbone proveniente dai depositi di Marghera. Arrivava pure il pesce marino di Chioggia messo poi in vendita nelle “pescarie” di Rovigo (adiacente a Piazza Matteotti), Lendinara e Badia, mercati coperti tutti prospicienti il corso d’acqua.

    Scaricate le merci, il ritorno avveniva abbandonandosi alla corrente, non prima di aver fatto un nuovo carico consistente in prodotti locali, grano e spesso ghiaia per la ciottolatura delle strade, trasbordata a Badia cui giungeva sempre via fiume dalle cave dell’Adige sopra Verona.

    Moltissime erano le scalinate ricavate sulle rive dell’Adigetto; alcune rozze, altre ostentamente lussuose, a seconda l’importanza e lo spessore economico delle famiglie residenti lungo le sue rive. Erano opere necessarie perché la gente faceva un uso continuo dell’acqua (un tempo pulita) sia per irrigare orti e giardini, sia per abbeverare gli animali, sia per sciacquare il bucato.

    Quando nei mesi invernali una pesante saracinesca veniva abbassata a Badia, l’Adigetto diveniva un piccolo rigagnolo; allora come per incanto riaffioravano in vari punti le tache. Si trattava di una serie di grossi macigni spianati, giacenti sul greto del fiumiciattolo, piazzati alla distanza di un passo e sporgenti dall’acqua per una decina di centimetri; lo scopo era di permettere il guado senza bagnarsi le calzature. Una vera comodità creata in corrispondenza di due scalinate contrapposte. Io stesso ricordo per tutti gli anni cinquanta tanta gente scendere con la bicicletta sulle spalle, guadare l’Adigetto sopra le “tache”, risalire dall’altra parte e via, evitando giri oziosi di parecchi chilometri.

    Per i “putei” era una manna “i tajava zò par traverso andando a catere la morosa”; per le donne anziane una benedizione, perché potevano recarsi comodamente ai mercati accorciando la strada. Si ravvivavano d’inverno vecchi rapporti di vicinato che la piena estiva dell’Adigetto impediva. Ho ancora vivo il ricordo di nonno Menego che, tornando ad autunno inoltrato dal paese, ci allertava: “Ma non gavì mia sentìo la spuzza de smalta (fango)? I ga sutà el Canale… Ben ben, presto rivarà me compare Bortolo che stà pena de là,… sentiremo che cantarine ch’el ne contarà; anca me zènari (generi) i vegnarà in qua!” E così dicendo entrava in cantina a sistemare e preparare bottiglie di prima scelta per l’immancabile filò.

  • Cento anni fa, la prima Cassa Rurale del Polesine

    Cento anni fa, la prima Cassa Rurale del Polesine

    Se ci fossimo trovati lungo le rive dell'Adige sul finire dell'estate del 1882, saremmo stati impotenti spettatori di quella piena che, con le conseguenti inondazioni, sventrò la città di Verona ed allagò per sette mesi i trentasette comuni tra Po e Canalbianco. Ci furono ottantamila accampati sugli argini e sulle "isole", quasi settantamila ettari invasi dalle acque fangose, cariche di sterili sabbie silicee; i sistemi viari, i ponti, le case furono abbattuti: tornarono gli incubi della carestia e della fame, pellagra e febbre malarica. La mortalità infantile registrò un'impennata.

    Prima di allora l'assetto idrico-fondiario aveva raggiunto un certo equilibrio; il capitale privato veniva abbondantemente investito nell'agricoltura e nella bonifica, specialmente nel basso Polesine, grazie ad una favorevole congiuntura (prezzi in ascesa e buona domanda) ed all'impiego di nuovi mezzi tecnici (idrovore a vapore). Esisteva nella zona dell'alto Polesine un ceto di liberi contadini piccoli proprietari che conducevano direttamente le loro campagne e si rendevano disponibili a lavorare nelle tenute dei signori per arrotondare il reddito nei periodi di magra. Anche le grandi tenute erano spesso accordate in affitto a famiglie coloniche o mezzadrili.

    La popolazione, però – soprattutto i ceti più umili – conduceva una grama esistenza, fatta di stenti e privazioni, affrontando quasi rassegnata carestie, miseria ed epidemie ricorrenti, e dando vita solo occasionalmente a moti di ribellione, che non mancavano comunque di suscitare l'attenzione delle sempre sospettose autorità.

    Le avversità naturali dell'82 si accompagnarono a fermenti sociali di notevole rilievo; gli interventi dello Stato e le iniziative locali, per quanto tempestive non riuscirono a frenare la crescente protesta dei braccianti. Essa fu allora più determinata e determinante delle consuete manifestazioni di ribellione contadina, sempre fallite per disorganizzazione e provvisorietà: si moltiplicarono le prese di posizione degli organi di stampa, anche nelle province limitrofe, a sostegno degli scioperanti, alcuni deputati seguirono da vicino la causa dei braccianti in lotta (Andrea Costa fra loro); la sinistra ed i movimenti ispirati al socialismo favorivano la compattazione del bracciantato, tradizionalmente diviso in obbligati ed avventizi. Gli scioperi, passati alla storia con la parola d'ordine dei braccianti – la boje – e protrattisi con attentati e violente manifestazioni di dissenso dall'84 sino all'86, si conclusero però con la sconfitta del ceto rurale, ancora troppo debole di fronte alla risposta autoritaria dello stato.

    Si verificò allora un vero e proprio esodo dal Polesine, caratterizzato dall'emigrazione massiccia dei contadini verso l'America latina o settentrionale.

    Concrete, vivissime testimonianze della grave situazione di fine-secolo sono gli scritti di Alberto Mario (polemici e sarcastici quelli sulla rotta dell'Adige), e di Adolfo Rossi, pubblicista lendinarese che documentò il dramma dell'emigrazione e della miseria contadina riferendone liberamente e sobriamente i fatti.

    Sulla spinta dei movimenti della sinistra si diffonde un clima fortemente anticlericale, alimentato d'altra parte anche dai grossi proprietari, interessati a sottrarsi al rispetto di certi gravami economici a favore del clero (onoranze, regalìe dovute a livelli, censi ed enfiteusi in beneficio alle parrocchie, diritti di decima, quartese, centino).

    Per contribuire concretamente all'emancipazione delle classi più umili, vengono istituite in questo periodo le Associazioni di Mutuo Soccorso, rifacentisi ai modelli inglesi additati da Jessie White Mario, come esempio eloquente di istituzione laica con finalità educative, assistenziali e politiche. (Vedi Ventaglio n. 5)

    Il Vescovo Mons. Polin lamentava la "trascuratezza dell'istruzione religiosa" e notava con amarezza la povertà delle parrocchie, le cui entrate s'erano notevolmente ridotte dacché con il nuovo governo sembrava concessa a tutti la "libertà di fare ogni male".

    Una tenace difesa del potere temporale, durata fin quasi agli anni Ottanta, contrapponeva ancora Chiesa e società civile. Il clero rurale si muoveva lentamente e con fatica sulla via delle innovazioni, guardando con sospetto le iniziative laiche in campo educativo e ricreativo, sociale e politico.

    Solo a piccoli passi andò radicandosi tra i cattolici più aperti e sensibili l'idea d'un impegno nel sociale: fu così che nel 1886 sorse a Rovigo la prima Società Operaia cattolica, seguita poi da altre simili a Lendinara, Ramodipalo e Villanova del Ghebbo. Il movimento cattolico si schierava contro le idee radical-socialiste, che s'andavano diffondendo nelle nostre campagne, anche utilizzando la stampa: nacque nel 1885 il "Bollettino della Santa Lega".

    A rinvigorire questo clima di rinnovamento provvide l'emanazione della Rerum Novarum. Si delineò però chiaramente la necessità da parte della Chiesa di assumere una posizione univoca in materia sociale ed economica. Mons. Giacomo Sichirollo fu una delle personalità di spicco in Polesine tra Ottocento e Novecento, ispiratore del solidarismo economico e sociale dei cattolici, e fautore della nascita delle Casse Rurali, che divennero ben presto un importante punto di riferimento, specialmente per i piccoli proprietari terrieri ed i fittavoli che, penalizzati dal consistente frazionamento delle proprietà, trovarono appoggio nell'istituzione delle Casse Rurali, per finanziare il miglioramento delle proprie aziende.

    Erano, queste, organismi modellati sull'esempio tedesco di Riffeisen, promossi in Italia dal sacerdote veneziano Don Luigi Cerutti, che, avviato il primo esempio di Cassa Rurale nel Vicentino, a Gambarare, nel 1892, lo estese poi al Polesine, partendo dalla Vicaria di Lendinara: a Molinella nel 1893 venne inaugurata la prima cassa rurale polesana ad opera del parroco Don Giuseppe Miorelli, seguito nel 1894 da Santa Sofia di Lendinara, Presciane, Villanova del Ghebbo e San Biagio di Lendinara.

    Sul finire del 1895 in Diocesi di Adria le Casse Rurali erano già salite a ventotto, e l'anno dopo a trentasette. Tutto ciò documenta il progressivo incremento di consenso riportato dall'iniziativa, il quale non mancava di riflettersi anche sull'immagine d'una Chiesa capace di concreto aiuto economico alle popolazioni. Né mancano altre iniziative a favore dell'emancipazione delle classi popolari. E proprio Molinella, che aveva avviato la costituzione in Polesine delle Casse Rurali, diede un nuovo importante esempio di azione in campo sociale.

    «A Molinella – scriveva Adolfo Rossi nel 1901 – esiste da qualche anno un asilo rurale infantile, fondato dal curato, don Giuseppe Miorelli, un tipo di buon prete, così caritatevole che non di rado è costretto a chiedere egli stesso ai conoscenti la carità del desinare o della cena perché i suoi pochi redditi sono tutti impegnati per il bene del prossimo. L'idea di questo asilo venne a Don Giuseppe vedendo come, mentre i genitori lavoravano in campagna, i loro bambini rimanevano abbandonati nei cortili, fra le galline e i maiali, sudici, esposti a continui pericoli. Con grandi sacrifizi propri, con le contribuzioni annue del Municipio di Lendinara e di alcune brave persone, non solo egli aprì l'asilo sotto la direzione di una brava maestra, ma dava ogni giorno gratuitamente ai cinquanta bambini una refezione. Questa però si dovette sospendere qualche mese fa per mancanza di fondi. Ne trovai il povero Don Giuseppe avvilito, desolato.»

    Don Miorelli, trentino di nascita, dedicò la sua vita alla comunità di Molinella: egli infatti non va ricordato solo come fondatore della prima Cassa Rurale, ma per molteplici altre iniziative e per l'impegno con cui era riuscito a migliorare ed ingrandire a proprie spese la piccola chiesa, che accoglieva nel presbiterio i circa quaranta bambini dell'asilo rurale, aggiungendovi il Fonte, per evitare ai neonati il viaggio a Lendinara per il battesimo. Per la sua encomiabile attività Miorelli fu definito da Rossi «un vero tipo di prete socialista cristiano».

    Il crescente consenso riportato dai cattolici si affiancava a quello che avaveno riscosso la sinistra socialista e radicale nelle elezioni del 1897, mettendo in crisi il sistema della destra liberale. Improvvisi controlli governativi nel 1898 sembrarono scatenati dalla destra liberale per contrastare i cattolici, ma non valsero a fiaccare l'attività delle Casse, riunite in una Federazione dal 1895, e quindi in grado d'appoggiarsi ad essa per continuare la concessione di prestiti: servivano a pagare decime, livelli ed imposte, incrementare la produzione agricola, acquistare materie prime, assistere nelle necessità più onerose le famiglie o le aziende (matrimoni, mobilio, manutenzione dei fabbricati e bestiame). Si giunse nel giro di pochi anni ad un compromesso fra liberali moderati e cattolici progressisti, che consentì agli uni di mantenersi al potere ed agli altri di arginare la minaccia del socialismo.

    Le idee cattoliche trovarono ben presto uno strumento di diffusione attraverso "La Settimana", che dal 1901 fu sede d'importanti dibattiti sulla questione sociale, sostenendo il confronto con altre testate locali di tendenza socialista o liberale.

    Osservato da lontano, il ventennio finale del XIX secolo di cui abbiamo ricordato alcuni fatti salienti sembra chiudersi sul vecchio mondo contadino, inalterato nonostante rivoluzioni, guerre e mutamenti geo-politici, fisso nella miseria, nella fame e nella completa soggezione agli elementi naturali; ma in realtà fu il pilastro portante del nuovo secolo, che vide sconfitte pellagra e malaria, migliorate giustizia sociale e condizioni di vita. Dagli argini dei fiumi che solcano il nostro passato scorgiamo nuove coltivazioni di barbabietola, e, vicine ai campanili, le ciminiere dello zuccherificio…

    Testi consultati: – Chiesa e Società nel Polesine di fine Ottocento, a cura di Gianpaolo Romanato, Rovigo, 1989. – M. Cavriani, Castelguglielmo, il territorio e la sua gente, Rovigo, 1982. – Alberto Mario nel I centenario della morte, Atti del Convegno Nazionale di Studi, a cura di Pier Luigi Bagatin, Lendinara, 1984. – Alberto Mario, La Repubblica e l'Ideale, Antologia degli scritti, a cura di Pier Luigi Bagatin, Lendinara, 1984.

  • La Boje: una edizione in versi del mitico sciopero di fine secolo

    La Boje: una edizione in versi del mitico sciopero di fine secolo

    Quella che ci accingiamo a presentare è una poesia inconsueta, dedicata ad uno degli avvenimenti sociali più importanti e traumatici registrati nel secolo scorso in Polesine: lo sciopero della “boje”.

    É di per sè abbastanza inusuale l’utilizzo della forma poetica per tratteggiare concrete vicende o problematiche sociali; ma, nell’ultima parte del XIX secolo, con il progressivo affermarsi delle idee del Positivismo, non mancarono esperienze letterarie volte a raccontare la realtà in versi.

    Resta in ogni caso l’originalità del tema -uno sciopero per l’appunto- trattato con i canoni del linguaggio poetico, in grado di conferire al fatto un’atmosfera quasi epica, in cui la voce critica dell’autore tende ad assumere una dimensione corale.

    Il testo, datato Settembre 1884, fu scritto da Antonio Pasini, strano personaggio di Solesino, fattosi cantastorie a 48 anni, dopo varie esperienze di lavoro ritenute poco gratificanti, tra cui in particolare quella di maestro elementare e di segretario comunale.

    Il brano poetico “Lo sciopero in Polesine” è presentato assieme ad altre poesie dello stesso autore nel n. 2 del periodico “Terra d’Este”, con un saggio introduttivo a cura di Francesco Selmin, al quale ci rifacciamo, rimandando i nostri lettori per eventuali approfondimenti.

    Il Pasini nella sua composizione, dopo aver ripercorso la cronistoria dello sciopero, denominato “La boje”, ovvero bolle, a testimonianza della situazione di totale esasperazione vissuta dai contadini, rivolge una dura critica sia al governo che al parlamento, ove perfino Cavallotti e Costa restarono inattivi; fatto questo registrato certamente con disappunto dall’autore, simpatizzante per il movimento socialista.

    Lo sciopero nel Polesine

    In fra l’Adige e il Po giace un’amena Pianura feracissima ubertosa, Dà scelto grano, frumentone, avena; Ed appartiene a gente danarosa, Ma le popolazioni tristi e grame, Squallide fan pellagra ed irta fame.

    Il brano poetico si apre con la descrizione della terra polesana, fertile pianura delimitata dall’Adige e dal Po, dominata dai latifondisti (gente danarosa) e caratterizzata dall’estrema povertà del popolo che soffre pellagra e fame.

    Pochi soldi ricevon per salario, Abitan luridi e squallidi casoni; Corre fra i poveri poco divario Dai neri abitator dell’Amazzoni, E la storia lo nota in le sue annalia Sono il vero ludibrio dell’Italia.

    Le condizioni degli umili sono di grave indigenza: vivono in squallidi casoni non dissimilmente dagli indios dell’Amazzonia, costituendo un esecrabile scandalo.

    Pure un quindici dì solo dell’anno, Nell’epoca che mietessi il frumento, Vivono si può dir con meno affanno Sebben gravati di fatica e stento, Sempre però, ma rara l’occasione, Umano abbia a mostrarsi un po’ il padrone.

    Soltanto nel tempo della mietitura è loro concesso di vivere con meno affanno, a patto che il padrone -cosa rara- intenda manifestarsi più umano.

    Però tutto compreso una sol lira, o poco più, ricavan di profitto; Ma latente nutriano nel petto l’ira, In quest’anno impugnaro il lor diritto, E tutti d’un pensiero e un sentimento Mieternon vollero men del 30 al cento.

    Il profitto dei lavoratori rimane però minimo (una sol lira o poco più). Di qui il moto di ribellione, sfociato nello sciopero con la richiesta unanime di ottenere il 30% del raccolto.

    Il Prefetto un avviso die’ paterno, Che pur troppo non fu molto ascoltato; La fiumana montava ed il Governo A riordinare il primitivo stato D’armati mandò là una divisione Ed ottocento e più mise in prigione.

    Il tentativo di mediazione del prefetto rimase inascoltato ed il Governo, per ristabilire l’ordine, inviò una divisione di armati, arrestando ottocento scioperanti.

    Così si scioglie la question sociale? A me sembra di no, ma pur mi pare Che a mitigare almeno in parte il male, Era molto più ovvio e regolare, Senza dar torto all’una o all’altra parte, Porre un’accordo con prudenza ed arte.

    Metodo assurdo quello seguito dallo Stato che avrebbe dovuto cercare un compromesso tra le parti, agendo con prudenza e tatto.

    E il Parlamento? questi stette muto, Sebben il caso fosse molto grave; Del motivo per cui si sia taciuto Or brevemente vi darò la chiave: Ove non entra in campo la politica Ogni altra questione svolge sua elittica.

    Il Parlamento evitò di intervenire ritenendo la questione di scarso interesse.

    Se si avesse trattato d’istruzione, Sia liceale che universitaria, O di minaccia dell’istituzione O di setta ribalda e temeraria Bonghi avria detto discorsi tanti Da perder la pazienza infino ai santi.

    Ben diversamente si sarebbe comportato se si fosse parlato d’altro argomento, ad esempio di istruzione o di facinorosi.

    Se per dimostrazione popolare Proibito fosse stato un drappo rosso, Cosa poi inoqua, eppure non vi pare Che non avrebbe ognun punto e commosso Con pretti accenti e stile alto e gagliardo Cavallotti gentile e austero bardo?

    E Cavallotti, il bardo della democrazia, non sarebbe mancato di intervenire per una questione molto più astratta, quale la proibizione di portare un drappo rosso.

    Oppur se i socialisti in un congresso Con prudenza in privato anche tenuto Fossero sciolti, quando ch’è permesso Senz’armi unirsi, tale lo Statuto, Indovinando ancora la risposta Interpellato non avrebbe Costa?

    Altrettanto Costa avrebbe fatto sentire la sua voce in altre situazioni, come la minaccia di scioglimento del partito.

    Ma il contadino che povero ilota, Suda da mane a sera, è un altra cosa, E’ troppo imbecille, non conosce iota, Gent’essere non può pericolosa, Di migliorar per te non c’è maniera […….]a esegua oppure va in galera.

    Ma il contadino, che è un povero schiavo, e lavora senza conoscere nulla, non può sperare di migliorare il proprio tenore di vita; l’alternativa è l’obbedienza sottomessa o il carcere.

    Cuori gentili che qui m’ascoltate, Perché tanto il villan si l’ituperia? Oh! guardate in quel misero, guardate! Sua pellagra, sua fame, sua miseria, L’intelligenza d’ogni bello priva, Deh! che lavori sì, ma che pur viva.

    Perché si vuole degradare tanto il bracciante? A lui appartengono la pellagra, la fame e la miseria, mentre è escluso dal piacere intellettuale. Chiediamogli dunque di lavorare, ma diamogli anche la possibilità di vivere.

    Il brano poetico di Antonio Pasini si chiude con una dura invettiva contro la classe politica italiana, insensibile nei confronti dei problemi dei contadini polesani, il cui sciopero fu duramente stroncato.

    I versi, scritti a pochissima distanza dall’amara conclusione della “boje”, testimoniano l’interesse del Pasini per le tematiche sociali. “Nel corpus pasiniano -evidenzia Francesco Selmin- sono numerosi i testi legati alla cronaca politica nazionale e internazionale della prima metà degli anni ottanta. Quasi che Pasini volesse piegare la sua attività ad una forma di giornalismo, e farsi cronista dei fatti della società e della politica del suo tempo”.

    Particolarmente fecondi furono in questo senso gli anni che vanno dal 1881 all’ 85 in cui l’autore esercitò, con regolare licenza, il mestiere di suonatore e poeta girovago”, spostandosi in varie piazze dell’Italia settentrionale.

    La vita del Pasini non era stata tranquilla neppure negli anni precedenti: aveva infatti lasciato il Veneto anche nel 1859, per arruolarsi nell’esercito italiano allo scoppio della seconda guerra di indipendenza, insofferente come tanti altri giovani nei confronti del predominio austriaco. E nella nostra regione aveva fatto ritorno solo dopo la conclusione della terza guerra di indipendenza, soggiornando nel nostro Polesine, dove esercitò la professione di maestro elementare prima a Bottrighe, poi a San Pietro, frazione di Castelnovo Bariano, dove si stabilì definitivamente la sua famiglia, e dove fece ritorno lo stesso Pasini dopo l’esperienza di poeta girovago.

    Morì nel 1900, passando in qualche modo il testimone ideale alla figlia Guglielma, che aderì al partito socialista, divenendo attivista politica e seguace di Nicola Badaloni con cui si prodigò per l’emancipazione dei braccianti polesani.

    Una storia originale dunque quella del poeta girovago di Solesino, che non mancò di lasciare una traccia in Polesine, testimoniando una notevole genialità, sostenuta da un credibile supporto culturale, basato su un’adeguata conoscenza dei classici ed una particolare ammirazione per l’Alighieri, al quale fra l’altro si ispirò per descrivere, sul metro della Divina Commedia, una sua discesa nell’Oltretomba, con la guida dello stesso Dante. Per quanto riguarda la nostra provincia, il suo testo più significativo resta indubbiamente la rievocazione dello sciopero della boje qui riproposto.

  • L’Accademia degli Illustrati

    L’Accademia degli Illustrati

    Prima metà del sedicesimo secolo. La cultura del tempo, nell’antica Adria e nel Delta, godeva di illustri figure che lo scritto del biografo, anche in epoche successive, riporta alla nostra attenzione e che, ristudiate e riscoperte a distanza, stanno rivelando ricchezze di riflessioni e di iniziative atte a colorare momenti di un’epoca che a noi sa ancora molto dire ed insegnare.

    Quasi una riscoperta, lo scorso anno, quella del Grotto, l’illustre Cieco di Adria del quale, con felice espressione, si disse “multum animo vidit, lumine captus erat”. Privato della luce degli occhi, infatti, ebbe una fine veggenza dell’anima che illuminò l’interessante cammino della sua vita.

    Orbene, Luigi Grotto (Adria 7.9.1541 – Venezia 13.12.1585), personaggio eclettico nei molteplici interessi che da studioso lo portarono a creazioni nell’arte ed a scritti letterari di tutto interesse, ebbe, come fortunata compagna, un’eloquenza facile ed una dotta oratoria che ne fecero l’intrattenitore ufficiale in convegni, commemorazioni ed esposizioni nel suo cinquecento.

    Mancava ancora, verso la metà del secolo decimoquinto, un polo di riferimento comune alle diverse categorie delle scienze, della musica, della letteratura, dell’arte, ove potersi incontrare e confrontare periodicamente comunicando il risultato del proprio lavoro e dando vita a momenti di arricchimento comune che, dal sapiente intelletto di ciascuno, posto a reciproca disposizione, facesse nascere un tesoro di saggezza utile all’epoca e più ancora a quanti, nel tempo, sarebbero venuti.

    Il Grotto, con preclara chiaroveggenza e felice intuizione, pur nella giovane età di ventisette anni (siamo infatti nel 1565), dà vita ad una importante istituzione, l’Accademia degli Illustrati, alla quale vengono chiamati contemporanei illustri della città di Adria e dell’intero territorio bassopolesano.

    Regge in quel tempo la Diocesi il vescovo Giulio Canano di Ferrara, investito della dignità episcopale adriese dal 1554 fino al 1591.

    Frequenti e cordiali risultano i rapporti di Luigi Grotto con l’eminente ecclesiastico che si ritiene abbia notevolmente incoraggiato la creazione dell’Accademia, della quale lo stesso fondatore sarà “Principe-Rettore” fino alla morte. E Grotto, studioso delle arti, scrittore, poeta, commediografo ed oratore di fama (non va dimenticata la famosa allocuzione del 17 novembre 1569 a Pietro Loredan ed al Senato Veneto espressa su mandato delle Comunità di Loreo ed Adria e che porterà, tredici anni dopo la morte del Grotto, al taglio di Porto Viro ed al salvamento di Venezia e della Laguna dalle frequenti inondazioni) chiamerà, attorno al tavolo dell’Accademia, quanti, con impegno, elevano la loro sapienza ai diversi altari delle Muse.

    Ritroveremo, fra gli “Illustrati”, il poeta canonico Jacopo Maestri, vicario generale della Diocesi di Adria, morto, purtroppo, solo un anno dopo la nascita della istituzione; il famoso medico Giulio Palamede, l’oratore Bernardino Barbuglio, gli scrittori madrigalisti Girolamo e Pietro Maria Colla, ed ancora Giovanni Amati, insigne matematico, ed i filosofi e storici Fino Fini ed Alfonso Bocca.

    Buon motivo si ha di ritenere che Grotto, il quale aveva fatto tesoro di esperienze nei molti viaggi che lo portarono in terra veneta e nella vicina emiliana, potesse rifletterne i motivi culturali e gli insegnamenti nella impostazione e conduzione della sua Accademia, realizzazione magnifica e gratificante che, pur fermandosi alla sua morte, ebbe vent’anni di vita ricchi in un cenacolo di sapienza ed amicizia fra i dotti dell’epoca.

    Di particolare importanza gli incontri che a Fratta avvicinarono il “Cieco di Adria” a personalità e letterati veneti dell’epoca, grazie all’amicizia che lo legava al Conte Giovanni Maria Bonardo di Padova.

    Questi, che nella terra polesana soggiornava frequentemente per ritemprare lo spirito, volle il Grotto fra i “Pastori Fratteggiani”, una riunione di amanti delle lettere che richiamò al tavolo della sapienza noti personaggi dell’epoca quali Giacomo Tiepolo, Orazio Toscanella, Sartorio Tiene, Manfredo Porto, Lodovico Dolce e Girolamo Ruscelli (questi ultimi verranno, fra l’altro, sepolti come Luigi Grotto in S. Luca di Venezia, pur se l’Adriese sarà successivamente portato a riposare nella Cattedrale di Adria). I periodici convivi di Fratta permetteranno uno scambio di sublimazioni letterarie che il Cieco vivrà fraternizzando in gioiose esperienze di vero arricchimento culturale e spirituale utili, è bene dirlo, anche alla Istituzione adriese.

    Or dunque, l’Accademia degli Illustrati fu per due decenni il punto massimo di riferimento della cultura e della storia nell’antica Adria e nel Delta, e vide la confluenza di vari intelletti che attorno al Cieco costruirono quel generoso focolare letterario avvalorato ed acceso da una prima orazione tenuta dallo stesso Grotto il lunedì primo gennaio 1565 e divenuta motivo di catalizzante richiamo per il nuovo convivio letterario degli “Illustrati”.

    Un fiore che, nel pur breve cammino storico, ha donato tutto il profumo di una istituzione degna del suo tempo e profeticamente immagine che ancora suggerisce a noi un ampio motivo di riflessione.

    Potessimo oggi ricostruire questa “Accademia degli Illustrati” chiamandone a far parte quei giusti intelletti che ancora, in gran numero, la nostra terra offre! Potrebbe essere, forse, la prima pietra per ricostruire il castello di quel Principe, il Grotto, che si compiaceva di dire, nel suo tempo, “se ciascun vivesse in quel santo timor di Dio e in quel sincero amor del prossimo, che si richiederebbe, non dirò à Christiani, ma ad huomini, non bisognerebbono armi per combattere co i nemici, né per castigare i nemici”.

    BIBLIOGRAFIA

    Francesco Antonio Bocchi “Trattato geografico-economico comparativo per servire alla Storia dell’antica Adria e del Polesine di Rovigo – Tipografia Eredi Guarnieri-Adria 1879.

    Jacopo Zennari – Adria e il suo territorio attraverso i secoli – Zanibelli 1932.

    Antonio Cappellini “Adria antica e moderna” – Zanibelli Editore 1936.

    Giovanni Benvenuti “Il Cieco di Adria” – Arnaldo Forni Editore – Sala Bolognese 1984.

  • Le isole fluviali di Adria

    Le isole fluviali di Adria

    Se il settore espositivo del Museo Civico di Rovigo è venuto momentaneamente a mancare per consentire i radicali interventi di restauro del Complesso Olivetano di S. Bartolomeo, non è stato trascurato un altro aspetto di primaria importanza: quello della ricerca finalizzata all’acquisizione di ulteriori conoscenze del Polesine nell’antichità. Questa attività si articola in accordo con la Soprintendenza Archeologica per il Veneto, in collaborazione con il Museo Nazionale di Adria e anche in sintonia con gli stessi obiettivi dell’Amministrazione Comunale di Rovigo che intende avviare, ultimati i lavori di restauro della sede, lo sviluppo di un articolato Museo del Territorio, inteso anche come centro di ricerca per discipline specificatamente naturalistiche e paleoambientali.

    Con il prezioso ausilio di appassionati e volontari è stato possibile, in questi ultimi due anni, ampliare sensibilmente le conoscenze sull’antico popolamento. Ma un dato di particolare rilievo ci viene offerto, ancora una volta, dalla fotografia aerea¹. In questo caso l’indagine ha permesso di ricostruire complessi interventi di bonifica del suolo operati intorno alla sede municipale romana di Adria.

    La recente scoperta, che si inserisce nel quadro più ampio della nota centuriazione, sarà oggetto di ulteriori approfondimenti, ma consente già di fornirci le seguenti sostanziali informazioni.

    Si è da tempo a conoscenza che l’area intorno ad Adria risulta interessata da una serie di idrografie sepolte legate alle diramazioni del Po in prossimità della foce. Queste sono rappresentate da leggere morfologie dossive, individuabili anche nella foto aerea come fasce grigio-chiare per il riempimento di sedimenti prevalentemente sabbiosi degli antichi alvei. In alcuni casi i sedimenti si presentano scuri per la concentrazione di elementi organici torbosi.

    Con le ultime indagini si è potuto accertare che, entro le zone limitate dai paleoalvei più evidenti e marcati, sono presenti interventi territoriali di epoca romana, rappresentati da fossati e sentieri rettilinei, distribuiti anche in plessi molto fitti. Sulla base dell’orientamento di queste lineazioni sepolte, parallele ed ortogonali tra loro, si sono delineati almeno tre distinte opere di bonifica del suolo: a nord, ad est e a sud-ovest di Adria. La direzione dei limiti agresti risponde in pieno alla pendenza del terreno e alla configurazione del paesaggio fossile, caratterizzato dalla presenza di corsi d’acqua in aree instabili e tendenzialmente vallive, attigue tra l’altro, alle Atrianorum paludes quae Septem Maria appelantur (paludi di Adria, dette anche Sette Mari), citate da Plinio.

    L’opera, pertanto, era stata concepita nel preciso intento di facilitare il drenaggio delle acque superficiali e garantire lo sfruttamento agricolo del suolo.

    Va evidenziato, inoltre, che i tre distinti interventi sono interessati dalla presenza di altrettante vie di epoca romana: la Popillia, l’Annia, la strada “Adria-Gavello”. Si ritiene, a tale riguardo, che le opere di bonifica fossero rivolte anche a salvaguardare la loro agibilità e, fatto questo non secondario, offrire sufficiente sicurezza idrografica alla vicina sede municipale e al suo porto fluviale.

    Molto probabilmente la situazione ambientale andò peggiorando fin dall’inizio del III sec. d.C. a causa di fattori naturali e politico-sociali. Un nuovo periodo di intensa piovosità determinò, infatti, generali dissesti idrologici con il conseguente aumento delle zone paludose, mentre la crisi politica di Roma aveva da tempo portato a trascurare gli interventi diretti alla gestione del territorio. Questi fattori rappresentarono per Adria le cause del suo declino, soprattutto come centro commerciale e conseguentemente residenziale.

  • Agriturismo: Le Clementine

    Agriturismo: Le Clementine

    Se amate i cibi genuini, quelli che hanno il profumo dell’orto, della conserve fatte in casa e delle buone ricette di un tempo, non vi resta che indirizzare l’automobile verso Badia e avviarvi in quel rettilineo che la congiunge con la vicina Colombano.

    Non dovrete fare molta strada. Percorrerete una zona del tutto agreste, vi spingerete quasi sotto l’argine dell’Adige: sarà un tuffo nella natura, una liberazione dai limiti della città.

    Sarete accolti alle “Clementine” dalla cordialità di Luciana e Beppe che, affiancati da collaboratori e parenti, conducono un agriturismo “sui generis”, diverso da ogni stereotipo.

    Intanto per cominciare, già la casa è un po’ speciale: si tratta di una villa stile liberty di campagna, ristrutturata con grande gusto dalla solerte Luciana che ha saputo conservare la tipologia della costruzione, ingentilendola con mobili, suppellettili e arredi veramente indovinati. Qui c’è luce, spazio, il camino acceso, una originale sala riunioni, con maxivetrata ricavata dal fienile e alcune stanze da letto, arredate in stile romantico, adatte a chi non desidera solo dormire, ma vuole anche sognare…

    Cosa si mangia? Pasta e fagioli alla maniera polesana. Fagiolini dall’occhio con le sarde, anatre, faraone, conigli e polli ruspanti semplicemente arrostiti, oppure annegati dentro salse che le varie antenate della proprietaria hanno creato e tramandato, e qui vengono riproposte. Le verdure sono alla griglia, il salame e la pancetta sono caserecci sul serio. Le “pinze onte” hanno i sapori di un Polesine un po’ lontano nel tempo: povero, ma che sapeva mangiare cose buone, non artefatte.

    Qui si respira un clima di simpatia, caldeggiato dal vino buono che Beppe sa procurare con palato da intenditore.

    I proprietari credono nella filosofia vera dell’agriturismo, fatto in modo che dall’orto e dal pollaio la materia prima sia portata in tavola. Anche i dolci sono fatti con la complicità delle nonne che tanto hanno saputo insegnare.

    Con la buona stagione si potrà camminare intorno, immersi nel verde, unire alla gioia della mangiata quella ecologica di un approccio con le piante e con un clima agreste ancora fortunatamente incontaminato, degna cornice di un agriturismo che si rispetti.

  • Vivalpo

    Vivalpo

    “VivalPo” è una discesa lungo il fiume in canoa o con imbarcazioni a remi che si pone l’obiettivo, come altre iniziative ambientalistiche, di mantenere vivo l’interesse sul problema del risanamento idrico Padano.

    Prevenire e ristabilire l’equilibrio è il principio informatore di questa iniziativa ideata dal Comune mantovano di Revere e dalla Pro Loco locale prontamente appoggiati da vari comuni delle due sponde quali Castelmassa, Borgofranco, Carbonara, dalle rispettive Pro Loco, dalle Amministrazioni Provinciali di Mantova e Rovigo e dai circoli nautici Associazione Canottieri Revere e Kaiak Club Castelmassa, sedi rispettivamente del punto di partenza e di arrivo della regata.

    Dopo il successo delle prime due edizioni, fervono i preparativi per la prossima manifestazione che si svolgerà domenica 19 Settembre 1993. Anche lo sport può dunque diventare un importante veicolo informativo per una corretta ed incisiva rivalutazione del maggior fiume d’Italia, oggi più che mai affetto da molteplici mali determinati dall’uomo.

    La discesa fluviale, che ha visto nel 1992 la partecipazione di oltre duecentocinquanta imbarcazioni, consentirà di poter ammirare due importanti patrimoni naturali: il primo ad un chilometro dalla partenza rappresentato dall’isola Boschina, riserva naturale regionale; il secondo, in prossimità del Comune di Carbonara rappresentato dall’isola Boscone, riserva naturale della Lipu.

    Entrambe le isole conservano specie sia faunistiche che botaniche ormai rare.

    Anche quest’anno dunque una folta schiera di canoisti e vogatori compirà il tragitto fluviale partendo da Revere per raggiungere Castelmassa. Va ricordato che la manifestazione è nata nel 1991, in occasione del 40° Anniversario della grande piena del 1951 e della conseguente tragica alluvione del Polesine. Promossa dai Comitati di Coordinamento delle iniziative culturali ideate per l’anniversario ha voluto far rivivere lo spirito di collaborazione di allora, quella catena di solidarietà instaurata dalle popolazioni mantovane nei confronti degli alluvionati polesani.

    Il successo della prima edizione ha costituito la molla per continuare l’esperienza, sia pur cambiandone le motivazioni, oggi direttamente legate ad una promozione turistico-ecologica. E in quest’ottica la manifestazione mantiene un carattere non competitivo: si svolge in due tappe per un totale di 19 chilometri in acque tranquille.

    La prima tappa comprende il tragitto da Revere a Borgofranco; in questa località, a cura della locale associazione Pro Loco, verrà preparato il primo ristoro. Verranno serviti il famoso Tirot (una sorta di schiacciata con cipolla) biscotti caserecci ed altre specialità locali accompagnate da un buon sorso di lambrusco mantovano, mentre sulla spiaggia di Borgofranco i canoisti potranno assistere ad una esibizione equestre realizzata dal gruppo “I Cavalieri del Po”.

    Si proseguirà poi alla volta di Castelmassa. L’attracco è previsto al pontile del Kajak Club Castelmassa. Nelle adiacenze verrà allestito uno stand gastronomico ed un’area attrezzata per l’intrattenimento dei partecipanti e degli accompagnatori.

    Consumando il pasto a base di specialità gastronomiche della cucina mantovana e rodigina si potrà assistere alla consegna dei premi individuali, ai gruppi più numerosi alla presenza di autorità e personaggi del mondo sportivo.

    Il programma della manifestazione può essere così riassunto:

    – ore 8.30 raduno dei partecipanti in prossimità della Canottieri Revere per le iscrizioni dei singoli e dei gruppi;

    – ore 9.30 partenza del gruppo;

    – ore 10.45 sosta con ristoro sulla spiaggia di Borgofranco;

    – ore 13.15 arrivo a Castelmassa; pranzo con specialità, intrattenimento e premiazioni.

    La quota di partecipazione, fissata in L. 15.000, è comprensiva del riconoscimento individuale, del ristoro e del pranzo.

    Per informazioni riguardanti la manifestazione rivolgersi a: Comune di Revere, Assessorato allo Sport tel. 0386/46001/2; Comune di Castelmassa – Assessorato allo Sport – tel. 0425/81324.

    Va inoltre ricordato che durante la manifestazione fluviale sarà anche promossa una biciclettata ecologica aperta a tutti, che seguirà le imbarcazioni sul percorso arginale e golenale. Lo stesso percorso sarà effettuabile a cavallo.

    Nell’augurare alla terza edizione di “Vivalpo” un successo ancora maggiore rispetto a quelli ottenuti in precedenza, Ventaglio Novanta si associa ai promotori dell’iniziativa nell’auspicare che, anche grazie a questa occasione di incontro, sia possibile mantenere vivo l’interesse sul problema del risanamento del sistema idrico e dell’ambiente padano in generale.

  • Ca’ Venezze

    Ca’ Venezze

    Immensa, immobile, isolata dal resto del mondo, in mezzo alla piatta e fertile campagna polesana, si erge la grande struttura di Ca' Venezze, nell'omonimo comune di San Martino, lambito dal fiume Adige, ad una decina di chilometri a Nord di Rovigo. C'è silenzio nella grande corte. Le imposte della villa padronale, che si evidenzia al centro del grande complesso architettonico, e quelle dei successivi edifici, ormai sono sbarrate da tempo. Nei magazzini pochi attrezzi arrugginiti si presentano muti testimoni di una civiltà che sembra lontana mille anni.

    Nessun carro sotto le barchesse. Completamente deserta l'immensa aia, che a prima vista potresti scambiare per un grande prato. Già, perché sui mattoni in cotto, che pavimentano l'ampia corte, è attecchita una distesa erbosa; un manto verde non ancora fitto, che con l'incedere della stagione estiva è progressivamente destinato ad assumere un colore fulvo.

    E pensare che questo posto, così innaturalmente statico e silenzioso (e forse per questo ammantato di una cert'aria di mistero) in tempi non lontani pulsava di vita, con decine e decine di operai agricoli dediti ai vari lavori.

    Non è difficile immaginare il corteo dei carri carichi di fieno rientrare lenti nella corte e procedere verso i capienti depositi; in lontananza il cadenzato battere del maglio del maniscalco intento a ferrare i cavalli; dall'altra parte il ritmico scorrere di una grande sega manuale adatta a trasformare alberi in assi; e poi i richiami di uomini e donne, i muggiti prolungati dei buoi, il cigolio stridente della catena che scorre sulla carrucola del pozzo, seguita dal tonfo sordo del secchio che raggiunge l'acqua…

    Oggi tutto tace nella grande corte, mentre il tempo continua inesorabile a tracciare i suoi segni impietosi: lunghe crepe si rincorrono sulle facciate, i tetti denunciano cedimenti, l'intonaco qua e là è sbrecciato. Ma il luogo è suggestivo, coinvolgente. Per certi aspetti sembra di essere in un vero e proprio paese abbandonato, tanto è vasto il complesso, e per altri parrebbe di trovarsi in un antico castello, dentro la cui cinta, proprio come nei manieri del Medioevo, si svolgeva una vita pienamente autonoma. Qui infatti si provvedeva alla costruzione degli arnesi per i lavori campestri, si cuoceva il pane per tutta la collettività in un ampio forno, e un oratorio, con campanile a torretta, assicurava lo svolgimento dei riti religiosi.

    Un complesso architettonico enorme, dunque, ideato ed eretto per esercitare un ruolo di concreto dominio sulla vasta campagna circostante, un potente "motore" del settore primario, concepito per la massima resa. Alla base di una realizzazione tanto imponente vi è una mentalità che forse non è improprio definire di stampo industriale, con una precisa suddivisione dei ruoli e dei tempi produttivi.

    Nella polivalente struttura edilizia è infatti evidente la ricerca dell'utile economico, coincidente con l'accurata funzionalità degli spazi. Una attenzione alle ragioni dell'economia che qui è molto più rilevante rispetto ad altre ville coeve: si pensi ad esempio alla Badoera di Fratta, ove l'aspetto artistico è fondamentale, anche se non esclusivo rispetto alle esigenze produttive, mai trascurate nelle ville venete.

    Viceversa i motivi dell'utile, pur non cancellando quelli dell'architettura, risultano prioritari in Ca' Venezze, anche in considerazione dei progressivi interventi subiti dalla struttura che, progettata nella seconda metà del Cinquecento, registrò vari ampliamenti e ristrutturazioni nel corso dei due secoli successivi, sempre con l'obiettivo della massima funzionalità.

    Si deve alla famiglia veneziana dei Frassetti (che poi in omaggio al luogo assunse il nome di Venezze, toponimo che si fa risalire ad un preesistente Castrum Veneticorum) l'aver attuato un così massiccio investimento nella campagna polesana: un caso tutt'altro che isolato perché, nel corso dei secoli XVI, XVII e XVIII, consistenti sostanze, precedentemente accumulate dalla Repubblica di San Marco con le attività marinare, furono destinate ad investimenti fondiari. L'avanzata dei Turchi prima, e le nuove rotte di circumnavigazione dell'Africa poi seguite da Portoghesi e Spagnoli, ridussero infatti lo spazio commerciale dei Veneziani, che individuarono nel settore primario una nuova possibilità per ricapitalizzare i loro averi.

    Per le famiglie veneziane l'interesse verso forme d'investimento in Polesine fu conseguente all'estensione del dominio della Serenissima su questo lembo di terra, sottratto agli Estensi di Ferrara; ai quali va il merito di aver avviato importanti interventi di bonifica del territorio, reso paludoso dalle frequenti alluvioni del Po e dell'Adige. E i Veneziani si accorsero in breve che i terreni, acquistati prima delle bonifiche, decuplicavano il loro valore dopo il prosciugamento dalle acque stagnanti; un'operazione che ben presto fu sostenuta dalla Serenissima con un'apposita istituzione: il Magistrato dei Beni Inculti.

    Per quanto riguarda tutta la zona a nord di Rovigo, che ha come riferimento San Martino di Venezze e Pettorazza Grimani, (ove esiste un'altra imponente costruzione rurale di indubbio interesse) fu importantissima, al fine del recupero territoriale, la creazione delle "Botti Barbarighe": un vero e proprio sottopassaggio idraulico, realizzato nel 1557 ed inaugurato dal Provveditore Barbarigo (da cui derivò il nome) che permetteva al canale Ceresolo di sottopassare l'Adigetto per scolare le acque vallive della zona. Si trattava di un manufatto realizzato con grandi doghe di legno (proprio come le botti) che però, per il dislivello accentuato, non divenne mai del tutto efficiente, per cui, nel corso dei tre secoli successivi, si ebbero frequenti interventi per migliorarne la funzionalità.

    Ca' Venezze ha vissuto pertanto, fin dalla sua progettazione, i problemi idraulici che da sempre hanno costituito una costante del Polesine, qualificandosi in ogni caso per la notevole potenzialità produttiva.

    Il suo astro si avviò al tramonto con la riforma agraria che colpì il latifondismo per incentivare le imprese diretto-coltivatrici, ancor oggi il fulcro dell'attivo settore primario nella provincia di Rovigo. Venute meno le motivazioni economiche, Ca' Venezze seguì un fatale declino; ed ora è là, malinconica e solitaria, nella sua scenografica realizzazione, in attesa di un motivo di speranza per il futuro.

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