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Archivi: Articoli d’archivio

  • Libri in redazione

    Libri in redazione

    Varie le pubblicazioni pervenute presso il nostro ufficio di redazione nel corso dell’ultimo semestre. Una conferma di quanto già rilevato nel numero 6 di Ventaglio Novanta, in cui si sottolineava, con piacere, l’effervescenza di un settore che certamente conferisce una qualifica positiva alla nostra provincia. Tra gli altri segnaliamo la nascita di due nuovi periodici: “Concordi”, mensile dell’Accademia dei Concordi, sintetico notiziario delle attività svolte e dei programmi mensili dell’istituzione rodigina; “La Provincia di Rovigo”, bimestrale dell’Amministrazione Provinciale.

    Ricordiamo che la presente rubrica non nasce da una ricerca bibliografica, ma risponde all’obiettivo di segnalare ai nostri lettori i volumi, concernenti il Polesine, che autori o editori ritengono utile farci pervenire con questo preciso scopo.

    Pier Luigi Bagatin – Paola Pizzamano – Bruno Rigabello: “LENDINARA: Notizie e immagini per una storia dei beni artistici e librari” Treviso, Canova, 1992.

    Il corposo volume di 445 pagine si apre con una doppia introduzione: un saggio di Pier Luigi Bagatin sulle dimenticanze, “gli omissis”, (alcuni forse casuali, ma altri certamente voluti) di Pietro Brandolese, autore sulla fine del ’700 di un trattatello sulle pitture lendinaresi, a cui segue un profilo storico su Lendinara dal medioevo ad oggi di Bruno Rigabello.

    La documentata pubblicazione si articola quindi nelle sezioni “architetture e pitture” a cura di Paola Pizzamano, e “sculture e beni librari” a cura di P.L. Bagatin. Una scelta quella di suddividere il volume in sezioni che, se da una parte costringe il lettore, interessato a conoscere la totalità dei beni artistici di un particolare edificio, a consultare le varie parti del libro, dall’altra consente agli autori di tracciare un discorso più continuo ed articolato sui vari filoni dell’arte nel susseguirsi dei secoli.

    Il volume, patrocinato dal Comune di Lendinara, con il contributo della Regione Veneto e della ditta Miniutti, centra l’obiettivo che si era proposto, presentando per ogni aspetto trattato una ricca documentazione storica e fornendo una panoramica completa ed aggiornata dei beni culturali lendinaresi, suggerendo in qualche caso interventi utili per una miglior conservazione.

    Lucio Scardino: “Gino Colognesi”, Ferrara, Liberty House, 1992.

    La variegata produzione dell’artista fiessese (1899-1972), al pari della complessa biografia, per la prima volta viene studiata nel volume (corredato di un ampio ed interessante apparato iconografico) in maniera organica ed indagata con acutezza da uno storico d’arte attento e scrupoloso qual è Scardino.

    Ed è proprio grazie ad un accurato spoglio di documenti e di testimonianze dirette che lo studioso ha potuto correggere vari errori presenti nel catalogo che ha accompagnato la recente mostra “Scultura Italiana nel primo Novecento” tenutasi nel Castello della Mesola.

    Il volume è stato edito nel ventesimo anniversario della morte dello scultore, col patrocinio del Comune di Fiesso Umbertiano e dell’Amministrazione Provinciale, in occasione della mostra retrospettiva organizzata dal Comune a Palazzo Vendramin-Calergi. (A.T.)

    Leobaldo Traniello: “Ugo Boccato”, Rovigo, Minelliana, 1992.

    Realizzato a dieci anni dalla morte del pittore adriese per la collana “Artisti in Polesine” della Minelliana, il volume si apre con una biografia del longevo pittore (1890-1982) che nel lungo itinerario artistico modificò più volte il suo stile, mantenendosi però sempre fedele all’ispirazione naturalistica.

    La seconda parte del libro è dedicata alla recensione critica delle opere di cui si è stati in grado di reperire notizie, impresa questa non facile giacché l’artista -sottolinea Traniello- non fu affatto diligente nel raccogliere ed ordinare una documentazione sulla propria attività.

    Nonostante queste difficoltà, il materiale raccolto risulta più che esauriente, e l’opera di Traniello riesce a cogliere pienamente l’obiettivo di mettere a fuoco la personalità artistica di Ugo Boccato, al quale spetta una più che doverosa citazione nell’ambito della storia della pittura del Novecento italiano.

    Angioletta Masiero: “La spada di Erode”, Battaglia Terme, La Galiverna, 1992.

    L’opera, segnalata dall’UNICEF per il suo contenuto di elevato impegno morale, con il linguaggio penetrante della poesia indaga sul mondo dell’ingiustizia e della sofferenza, che vede i bambini troppo spesso vittime innocenti.

    Un libro che -come ha scritto il presidente dell’UNICEF di Rovigo, Nino Suriani- si rivolge alla coscienza di tutti noi, per inquietarla e destarla da quel torpore che anticipa l’indifferenza e la sordità.

    Simone Martinello: “Il rumore della vita”. Ragusa, Cultura Duemila Editrice, 1992

    In un mondo, dominato dal consumismo e dalla mercificazione, anche l’amore rischia di essere svilito e svuotato della ricchezza interiore che si realizza nell’intima fusione tra due anime. Se vengono meno i contenuti, resta solo un vacuo suono, meccanica espressione di gesti, privi del sostegno dell’anima.

    Questo il triste “rumore della vita” contro cui reagisce, con lirico struggimento, l’autore della originale silloge poetica, nella costante ricerca di “un guado” che lo porti ad una nuova dimensione di vita.

    Aldo Tumiatti: “La questione del passo di Goro-Gorino” Taglio di Po 1991, Arti Grafiche Diemme

    Lo studio ricostruisce la problematica legata al passaggio dall’una all’altra sponda del Po nel corso di un decennio (1854-1863) caratterizzato dall’acuirsi del sentimento patriottico antiaustriaco da parte della comunità polesana e in particolare degli abitanti di Ariano. Tale atteggiamento divenne evidente specie dopo che il territorio ferrarese era entrato a far parte del regno d’Italia.

    I passi, guardati con crescente sospetto dalla gendarmeria asburgica che temeva (non immotivatamente) l’intensificarsi di contatti politici con i residenti nel ferrarese, erano soggetti a restrizioni del traffico, provocando disagi agli abitanti della zona rivierasca, che, di conseguenza, aumentarono la loro avversione antiaustriaca. Dopo la terza guerra di indipendenza, caduti i motivi di separazione politica, non finirono però completamente i disagi nel transito all’altra riva, specie nella zona di Gorino che potè salutare la realizzazione di un funzionale ponte di chiatte solo nel 1980.

    Ugo Stefanutti: “Noi uomini zattere di atomi”, Aldo Forni Editore, Sala Bolognese 1992

    La raccolta di composizioni poetiche, il cui titolo è tratto da una lirica contenuta in una precedente raccolta dell’autore, va ad aggiungersi alla già copiosa serie di libri di poesie e saggi di storia e scienza su Venezia, per i quali il prof. Stefanutti, veneziano, è noto al mondo della cultura e dell’arte.

    Le nuove quindici liriche sono del genere della “poesia cosmica”, di cui l’autore è stato caposcuola, insieme alla poesia grafica: le parole dentro il segno.

    Le liriche, pregnanti di significato metaforico, inducono a meditazioni sull’essenza di uomini e cose. I linguaggi scientifico e filosofico si avvalgono del sapere dello scienziato e dello storico che giunge all’arte poetica, cui affida la funzione di ricerca sulle possibilità e sui limiti del nostro sapere. Le parole acquistano un valore grafico-poetico assoluto e vanno oltre l’originalità metaforica, aspirando all’universalità (F.M.).

    Itinerari Archeologici in Polesine

    La pubblicazione -una cartella contenente schede sulla ceramica, il bronzo, il vetro e i principali tracciati seguiti dai fiumi dall’antichità ai giorni nostri- è stata realizzata dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Rovigo con l’obiettivo di valorizzare il ricco patrimonio archeologico polesano.

    La pubblicazione, rivolta al mondo della scuola, è stata realizzata grazie alla collaborazione tra varie istituzioni quali la Soprintendenza Archeologica per il Veneto, le direzioni dei Musei archeologici di Adria e Fratta Polesine, le Amministrazioni Comunali di Adria e Fratta Polesine, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici e la Società Consortile Galeri s.c.r.l.

    “Poesia Cosmica” Antologia di liriche scelte del premio nazionale di Poesia 'Cosmo d'oro'

    La raccolta di poesie, scelte tra le premiate e le segnalate delle cinque edizione (1984-89) del premio Nazionale di Poesia "Cosmo d'Oro", è curata dal prof. Giovanni De Pascalis, con significativa presentazione chiarificatrice dei vari messaggi poetici. Le note appropriate e gli arguti commenti poi, rendono particolarmente piacevole la lettura delle liriche.

    L'opera, che si apre con una dotta prefazione del prof: Ugo Stefanutti, è caratterizzata da poesie ricche di sensazioni, emozioni, visioni di mondi misteriosi, di sistemi cosmici sconosciuti, spazi silenziosi eterni, anelito invincibile, ricerca insaziabile di immortalità. (F.M.).

  • Il teatro del Lemming di Rovigo

    Il teatro del Lemming di Rovigo

    Al Mercato Annonario di Rovigo, delimitato da un lato da via Cavour, dall’altro da piazza Roma, tra le varie botteghe di chincaglierie, salumi, pesce, frutta, verdura (che sostituiscono quelle antiche delle arti della lana e della seta gestite insieme ai magazzini dagli ebrei fin dal XV secolo nel Ghetto che qui sorgeva) si trova anche l’erboristeria di Massimo Munaro.

    In ciò nulla di strano, ma il fatto curioso è che non tutti sanno che Massimo Munaro, in camice bianco esperto consigliere sull’uso delle erbe, dietro quel fare gioviale e sicuro, cela qualità d’artista di talento come musicista compositore e attore affermato, capace di coniugare arte, cultura e creatività. La bottega funge anche da punto di incontro per rapidi accordi organizzativi con i suoi collaboratori, appassionati come lui di teatro.

    Insieme a Martino Ferrari, figlio d’arte (il padre Gabris Ferrari, regista, scenografo, direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, è noto ai rodigini per aver firmato molte scenografie), Massimo Munaro ha dato vita a un teatro sperimentale, il teatro del Lemming, riunendo un gruppo di 18 attori provenienti da esperienze diverse: dall’Arnoldo Foa di Padova o dalla Scuola Regionale di Teatro, votati tutti alla ricerca. Attualmente egli lavora anche a Roma con Giorgio Barberio Corsetti, attore e regista di fama internazionale.

    Il teatro del Lemming, fondato nel 1987 e rapidamente affermatosi a livello nazionale, esordisce con “Frammenti” (spettacolo interamente ideato dal gruppo), un mitico ricordo della perduta armonia umana e il tentativo di superamento della condizione di affermazione e di sfruttamento dell’uomo sull’uomo; rappresentazione particolarmente efficace per la serie di momenti coreografici in alternanza tra danzatori e attori.

    Già da quel primo spettacolo si delineava la mirabile capacità di confrontare due modelli teatrali di potenzialità ed espressività diversi: la recitazione e la danza che, insieme ai giochi di luci, musiche e mimi, hanno riattivato quel genere di teatroimmagine caratteristico della post-avanguardia degli anni settanta. I testi diventano liberi rifacimenti tratti da autori significativi della drammaturgia contemporanea e perciò originali e culturalmente interessanti. Le musiche, poi, sempre indovinate e singolari, sono componente essenziale nella percezione dei vari messaggi.

    Ispirandosi alla xilografia “Sogno” di Maurits Cornelis Escher e rielaborando brani di Georg Bruchner e di Fernando Pessoa con frammenti di dialoghi dal romanzo “Il lungo sonno” di John Hill, i giovani del Lemming, nel presentare “Sogno dentro sogno” nell’89, ripropongono l’angoscia dell’uomo che perde la sua identità finché giunge a credere che la realtà sia un inganno, una trappola, una finzione; è l’io diviso di Freud, oscillante fra identità e follia. Con questa rappresentazione Massimo Muraro ha ricevuto un lusinghiero riconoscimento: il “Premio Giorgio Totola” a Verona, assegnato per gli elementi scenici fortemente contenutistici, nei quali la musica, composta appunto da Munaro, è stata riconosciuta supporto importante alla elaborazione collettiva.

    Nel 1990 il Teatro del Lemming concorre al Festival Internazionale “Teatro video” di Riccione con un video chiaramente esistenzialista di 14 minuti “Il paesaggio mancante”, una poesia per immagini in cui non esiste azione, ma pura senzazione ed emozione. Nello stesso anno è stata presentata con successo “La Città chiusa”, una rilettura personale di più testi (“La peste” di Albert Camus con riferimenti a brani tratti dal dramma “Caligola”, dal saggio “Il mito di Sisifo”, da “Il rovescio e il Diritto”, da “Il teatro e la peste” di Arteaud e dall’“Apocalisse” di Giovanni). Anche in questa rappresentazione ci si muove su diversi piani simbolico-astratti supportati dalle consuete espressioni plurimediali di corpo, gesto, parola, suoni, luci, scene.

    Il tema è quello dell’abbrutimento dell’individuo nelle democrazie opulente di un capitalismo dominante e dispotico, da cui affiorano impensati slanci di solidarietà, di umana pietà.

    Nel 1991 il gruppo teatrale rodigino ha avviato un progetto, sostenuto dagli Assessorati alla Cultura della Provincia e del Comune, allo scopo di far nascere in Polesine un centro di ricerca e sperimentazione teatrale per creare un pubblico diverso nella sonnacchiosa Rovigo, in alternativa al teatro tradizionale. Una trentina di giovani polesani si sono accostati così al nuovo genere teatrale per sviluppare tematiche di espressione corporea e di teatralità con l’apporto, negli stage, di artisti di fama. Oltre a Thierry Parmentier e Gabris Ferrari, sono intervenuti: Bob Marchese, attore del gruppo la Rocca di Torino, Armando Carrara, attore e regista della compagnia La Piccionaia di Vicenza, specializzata nel teatro per ragazzi, Graziano Gregori, Michele Sambin, Nino Solari di Padova.

    Il laboratorio ha lavorato inizialmente su due testi: “Vita di Galileo” di B. Brecht e “Il linguaggio delle api” del premio Nobel Karl Von Frisch, in una ricerca individuale e collettiva. I frutti sono stati raccolti nel 1992, che per il Lemming ha significato un anno di frenetica produzione: “Visioni di maggio”, “Musiche del tempo”, “Una sola moltitudine”, un ossimoro di due realtà in antitesi tra loro, motivi drammatici ed emotivamente coinvolgenti, intesi non già a trovare soluzioni, ma volti a porre problemi e suscitare interrogativi.

    La tradizione sperimentale di ricerca del Lemming si rifà ai grandi drammaturghi del passato: Stanislawsky, Appia, Coupeu, Brecht, Arthoud, per citarne alcuni, i quali si possono definire i “Padri fondatori” di un teatro emblematico di suggestione in opposizione a quello convenzionale. Il vero teatro non è nel teatro, la sua essenza non è nell’essere, ma nel divenire, nella ricerca continua; ed è per questo che il gruppo del Lemming si muove agevolmente ovunque e qualunque spazio può fungere da palcoscenico, privilegiando piazze, ville, giardini. In questi ambienti sarà rappresentata la nuova fatica cui i giovani del Lemming stanno lavorando, uno studio tratto dal “Faust” e ancora si verificherà la fusione delle maggiori arti sorelle: musica, danza, poesia.

    Questo è dunque il teatro per Munaro e i suoi attori, i quali auspicano la realizzazione di un Laboratorio Teatrale Stabile per fare di Rovigo un centro di cultura che possa dare lavoro e prestigio alla città.

    Riuscirà Massimo Munaro a vincere la sua battaglia? O deluso dalla latitanza degli Enti preposti, dovrà lasciare Rovigo nel suo letargo provinciale e andarsene verso la Capitale, dove può contare su sostegni e cogliere le meritate gratificazioni al suo talento?

  • I Senzapretese

    I Senzapretese

    Adria, 1988: in occasione della festa di San Vigilio (26 Giugno), patrono della Chiesa di Borgo Dolomiti, alcuni amici decidono di organizzare una serata teatrale e di proporsi al pubblico, per la prima volta, con Le barufe in fameia (o famegia, secondo il titolo originale) di Giacinto Gallina, commediografo di chiara scuola goldoniana, nato a Venezia nel 1852 ed ivi morto, ancora giovane, nel 1897. L’ottima riuscita dello spettacolo, accompagnata da un coro di approvazioni immediate e spontanee, indurrà la compagnia, che ha scelto di portare il nome di Senzapretese per definire, sin dall’inizio, l’ambito puramente amatoriale della propria attività, a sviluppare quella felice iniziativa in un programma più articolato e di più ampio respiro.

    La seconda prova è del Settembre dello stesso anno, al teatro San Francesco di Adria, col medesimo testo e con l’appoggio dell’Amministrazione comunale. A ragione l’entusiasmo degli spettatori è colto come un segno di buon auspicio: così non solo si progetta di portare lo spettacolo fuori città, ma ci si adopera per predisporre una nuova commedia, pronta nel Giugno dell’89 e destinata ad essere rappresentata anche fuori Veneto: El palasso de le ciacole di Alfredo Testoni (1856-1931), autore in lingua italiana e in dialetto bolognese, conosciuto anche per I balconi sul canalasso, nata col titolo petroniano di El fnester davanti.

    Nel Giugno del ’91 viene allestito El congresso dei nonzoli (nonzolo equivale a campanaro) del veneziano Edoardo Paoletti, pièce godibilissima, messa in scena però anche da altre quattro compagnie e quindi un po’ troppo rappresentata.

    Intanto la fama dei Senzapretese aumenta: il Don Bosco di Rovigo, l’Antoniano di Padova, l’Ariston di Treviso, la Villa dei Leoni di Mira ed alcuni teatri all’aperto ne registrano la presenza, ed in soli due anni la compagnia ottiene il premio migliore attore ed il premio migliore spettacolo con El palasso de le ciacole alla rassegna Teatro in corte di Sandrigo.

    Ora, dopo un anno di indagini e sperimentazioni (1992) durante il quale è stato riproposto il materiale già portato sulle scene, la compagnia intende allargare i propri orizzonti passando dal vernacolo alla lingua.

    La ricca mèsse di successi raccolta in così breve tempo e da noi ripercorsa (non senza lacune) con stile quasi annalistico, non deve indurci a pensare che dedicarsi al teatro amatoriale comporti una irrisoria spesa di energie ed un impegno scevro di sacrifici e preoccupazioni. In primis la ricerca del testo ‘giusto’ costituisce una delle operazioni più difficili. Secondo i princìpi fissati dalla compagnia devono essere individuati e recuperati testi brillanti (requisito fondamentale), possibilmente dialettali, non troppo rappresentati, e costruiti in modo tale da poter essere adattati alle caratteristiche degli interpreti: una commedia sarà dunque scelta soltanto se consentirà a tutti gli attori di lavorare (il numero, l’età, il sesso dei personaggi dovranno corrispondere al numero, all’età, al sesso degli attori) e se converrà perfettamente alle loro capacità espressive.

    La ricerca del testo comporta fino ad un anno e mezzo di lavoro; poi ci si dedica alle scene, ai costumi e alle prove per non meno di un semestre. È pertanto un processo faticoso trovare una commedia cucita, per così dire, sulla propria pelle. Una pelle che cambia col passare del tempo. Le compagnie amatoriali, per loro stessa natura, sono entità aperte, e gli interpreti, per impegni di lavoro o altro, sono spesso costretti ad abbandonare il palcoscenico; è evidente che non tutti possono ricoprire i posti vuoti: occorrono persone con requisiti simili ai pregi di quanti hanno rinunciato all’impresa e che siano in grado di ricostruire l’originario affiatamento.

    Nonostante questi problemi, oltre all’attività scenica, nell’89, i Senzapretese hanno ideato e fondato la rassegna teatrale Stasera Teatro, curata, per la parte amministrativa dalla Pro Loco. Ogni anno vengono inseriti in cartellone spettacoli già visionati in giro per i teatri veneti, possibilmente ricavati da testi dialettali (finora una sola eccezione, l’indimenticabile Taxi a due piazze di Ray Cooney, portata sulla scena dalla Compagnia di Bardolino del Garda il 26 Ottobre del ’91), brillanti e di qualità. Il programma che, sin dagli inizi, ha trovato nel teatro San Francesco (392 posti in tutto, di cui 300 in abbonamento) l’ambiente ideale alla sua realizzazione, non è stato pensato per sostituire le rassegne formate da compagnie di attori professionisti, ma per proporre un tipo di teatro diverso, che incontri i gusti della gente a prezzi contenutissimi senza per questo diventare un riempitivo di poca importanza o di poco valore.

    Nel Giugno del ’92 l’associazione, con l’aiuto della Pro Loco, ha dato vita ad un’altra iniziativa definita Teatro in giro: si tratta di una “rassegna all’aperto per scoprire corti e piazze” di Adria e dintorni. In questo caso per le rappresentazioni vengono privilegiate le compagnie di Adria e della provincia di Rovigo; le corti private e le piazze (tutti luoghi degni di riscoperta) fungono da scenografia ad un tipo di spettacolo “più ruspante” e gratuito, che continuerà finanziato totalmente dall’Amministrazione civica.

    Oggi la compagnia sta riflettendo su altre ipotesi: dare, ad esempio, alla rassegna Stasera Teatro il carattere di un concorso a premi trasformando il pubblico abbonato in giuria, o istituire la matinée della domenica pomeriggio; si tratta di progetti da valutare con cura poiché richiedono, per essere realizzati, la sicurezza della copertura dei costi.

    Queste idee, benché passibili di aggiustamenti ed ulteriori elaborazioni, mostrano come i Senzapretese siano una solida realtà in divenire: noi ci auguriamo che tale piacevole realtà trovi, giorno dopo giorno, l’energia necessaria per continuare a proporre rassegne e rappresentazioni organizzate sempre con quella dedizione che, sin dal principio, ha contraddistinto tutta l’attività di un gruppo di amici veramente abile e generoso.

  • Poesie scelte

    Poesie scelte

    Poco a poco prende forma un sentimento una necessità di pianto. Senti tra le dita scorrere il tuo sangue pulsante, la parola divenir più vera i significati più chiari…

    Poesia: esaltazione inebriante voluttuoso delirio paura senza perché corsa disperata ira furiosa richiesta incalzante dolcissimo amore impetuoso amore.

    Poesia: illusione sincera reale fantasia nata con affanno sempre lontana ed informe come l'ansia, come il dolore come tutto ciò che non capiamo.

    Madrigale per te

    Son passato accanto alla luna, ne ho staccato uno spicchio per te, Ho toccato le stelle una ad una e le più belle le ho scelte per te.

    Ho forgiato una regale corona, l'ho modellata solamente per te. Ho preso un pezzo dell'arcobaleno e ho decorato diademi per te.

    Nei prati ho colto i fiori più belli e ho intrecciato ghirlande per te. Ho adornato i tuoi neri capelli di ghirlande corone e diademi ma più bello degli occhi tuoi belli niente al mondo di certo vi è.

    Giorno dopo giorno

    Giorno dopo giorno passa acerbo il resto del nostro tempo, svanisce l'ultima tua verità sudata e sanguinante, si consuma la nostra poesia incerta e sconsolata.

    Giorno dopo giorno si spegne l'entusiasmo; pesante si curva la fronte stanca; viene silenziosa la morte inattesa.

    Giorno dopo giorno rimane ciò che non abbiamo voluto tragico testimone incompleto di ciò che non siamo stati.

    Giorno dopo giorno, passo dopo passo, infinitamente lontano si perde l'orizzonte in questa pianura senza radici.

    Resurrezione

    Ascolto il mio cuore disfatto freddo e pietrificato deserto come la luna.

    Il mio cuore ha bisogno soltanto d'essere buono. Ascolto la mia coscienza inquieta disperata urlante spaventata come un bambino solo nel buio della notte.

    La mia coscienza ha bisogno soltanto di un po' di fede.

    Ascolto la mia anima stanca delusa delirante frastornata come un ammalato all'avvicinarsi della morte.

    La mia anima ha bisogno soltanto di ritrovare Dio.

    Ad occhi chiusi

    Con il cuore grondante di peccato ho vissuto poemi d’amore. Con l'animo dal furore sconvolto ho profuso dolcissimo amore.

    Con la mente dagli inganni confusa ho trovato il più profondo amore. Gettatomi a terra mi è stato facile vedere i colori della notte ascoltare la musica dei silenzi guardare il brillio delle stelle ad occhi chiusi.

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  • Le liriche

    Le liriche

    Solitudine

    Silenziosi raggi penetrano la pietra trovan, dietro fuggenti nubi candide, un breve tramonto. La lieve e debole brezza cerca di muovere la luce feconda immobile nell'immensità celeste.

    Felicità

    Una bolla che appoggiandosi scompare

    Spleen

    Un peso sotto la gola comprime il torace; non vuole uscire, rimane e chiude i miei occhi. La vetta non esiste e sono affaticato… Voglio un torrente, non più acqua che finisce.

    Perché?

    Basta poco, un niente e ritorno come prima; vivere e morire in un attimo, perché? Sfugge, come il tramonto nella notte, come l’alba nel giorno uno squillo che rompe il silenzio. Questo amore non può finire, non si può il nostro pozzo interrare. L’acqua sul fondo corrode ancora la terra e solo ieri vedeva la luce. Perché?

  • Il mondo poetico

    Il mondo poetico

    SENTI, MAMA…

    Xe tanto fàzie, ciamarte, come bévare on gòto de àcoa; e anca dire ca te invoca el soldà in gòera, el putin malà, el vecio ca mòre, el poeta ispirà. Ma par mì no xe na parola da grandi ocasion: la conserva sempre intato – ogni dì – ogni olta – el so significato: mama!

    ……..

    (anca desso ca no te go più…)

    RUIGO

    Pì no te careza el cuore l’Adeseto e gnanca le mura e l’aria tranqoila de parfumanze ciare.

    Na negra vilòta bala sol Po, rabiose raìse slongando al mare.

    E pì no riva da l’Adese inturbià bòti de canpane a segnare el tenpo cò tra el tron sora nùgoe rebufà, e de qoà zoga co’l sole – spenelando el zielo – i primi sgozòti.

    Palida onbra silenziosa la luna sconde sospiri de àneme drìo piopiti malatà.

    E la giostra la gira la gira soto Tore Donà.

    Tra Adese e Po inpaza na mata istà, Ruigo.

    I COLI UGÀNEJ, A PRIMAVERA

    Nievegare de saresare e scaje de sole drento el filare ma l’è sgòelto el vento a scapare co’l destin e scoaciare insogni in bissabògoe de morbin.

    Bajar de can cantar de gaj: soto i portegàj s’cianzà de verderame pianze la vegna granda ma l’è felizità.

    – Se consola l’ànema de Arqoà –

    Respira e varda el tuto Venda el grando e da luntan struca l’ocio a Pava indafarà.

    Ma cò more el sole e ziga la zoeta tuto se chieta: Pava inluminà pare on presepio, e i Coli se cuna e drome in pase.

    IGNORAZIONE

    (da un verso di Rafael Alberti)

    Non so dove passino le notti gli angeli, e dove giòchino le schiume del mare con quellé del cielo quando il biancospino bacia il geranio sotto le stelle.

    Ròtolano i cieli e corre la terra, e noi con loro in bagni d’alba e agonie di tramonti.

    L’anima, no: crocifissa quaggiù rimane.

  • L’Enrica

    L’Enrica

    C’erano giorni, quelli di nebbia molle, pesante come l’afa umida di Luglio, che la facevano sentire ancora più sola e lontana da quel futuro che la sera, a letto con la musica preferita, poteva essere anche domani.

    L’Enrica, come ogni ragazza di buona famiglia, anche se la sua lo era stata soprattutto nel passato, aveva respirato l’atmosfera degli interni bene, frequentati dalla gente che conta: quei salotti di velluto rosa antico, avvolti dalla luce soffusa delle lampade a petrolio e dei candelabri appoggiati alla consolle Luigi XV. Aveva scritto le prime parole nella biblioteca con i libri catalogati, l’odore della polvere e del legno tarlato.

    La villa l’aveva vista correre nel giardino: Giovanni potava le siepi di pitosforo, mentre le sue ginocchia paffute si spellavano sulla ghiaia sempre stesa, compatta, senza buche. Le cose però per lei erano cambiate troppo in fretta. La zia Adele che trascorreva sei mesi in riviera e sei mesi nella tenuta di campagna era morta, e quell’angolo beato d’esistenza era stato assorbito dai tempi nuovi e dalle esigenze pratiche degli eredi.

    Gemma, la mamma di Enrica che per anni si era occupata di zia Adele e aveva tre figlie da crescere e da far studiare con un marito autista di corriere, aveva ricevuto un pezzo di terra, una casetta, qualche mobile antico: qualche ricordo di un passato senza il quale non riusciva a riconoscersi. Nel passato identificava il presente che altrimenti non avrebbe avuto alcun senso.

    Enrica invece per quei giorni passati a giocare nelle grandi, fredde sale di Villa Adele tra bauli pieni di oggetti strani, di abiti lunghi e sfarzosi, non si era mai sposata.

    Un legame inconscio, mai rimosso, non le aveva fatto accettare le attenzioni di Paolo, il figlio del ricco commerciante di pesce, o di Giulio, il professore di matematica, ma di umili origini.

    Vent’anni fa, per lei che si stava laureando, Perugia e l’Università rappresentavano una continua possibilità di infiniti futuri: privilegiati, borghesi, ricchi. Laureati, a loro volta figli di laureati, la sfioravano al bar della piazzetta, le sedevano accanto nelle ore di lezione, la fissavano nei grandi occhi blu che forse si sarebbero lasciati andare, avrebbero pianto, amato, dato senza calcoli e previsioni; ma la famiglia anche da lontano impediva i movimenti, censurava i pensieri. A Perugia aveva incontrato Sergio, il futuro avvocato con la risata forte di ragazzo toscano e quelle mani grandi che le scompigliavano i riccioli neri cercando di ricevere un bacio lungo come i suoi vent’anni.

    Enrica non poteva, voleva e non voleva, non sapeva che stava chiudendo la sua Primavera in una gabbia di inutile rispettabilità. E Sergio, dopo troppi no, aveva affondato le mani nei capelli di Lara e quel profumo fresco e disinvolto lo aveva catturato. Facendo l’amore non aveva pensato “è una poco di buono”, si era abbandonato a quel corpo che parlava di vita, di esami da dare insieme, di giorni in barca a vela.

    Come ogni Natale l’Enrica era tornata a casa, nel paese: alla messa di mezzanotte con le amiche di sempre e un cappello sui riccioli neri che sarebbero stati più belli scomposti su di un cuscino bianco; ma le apparenze venivano prima di tutto, continuava a ripeterle sua madre.

    Lo diceva sempre anche l’Adele, che era la dama di compagnia della regina, lei sí che era una signora e conosceva la vita: “Vedi Enrica, tu vieni da una famiglia importante, io sono una Domeneghetti, il paese lo sa. Tu, poi, sei una laureata, non devi fare errori nè darti al primo bellocchio che ti fa la corte. Deve essere di buona famiglia, deve avere titoli di studio, proprietà, se no t’immagini la gente, i pettegolezzi. Guarda la Marta, non si sposa finché non trova quello giusto e sua sorella ha sposato il farmacista. Vuoi essere da meno? Tu sei bella, puoi pretendere ancora di più”.

    E nell’attesa gli anni erano corsi veloci. Ora, a quarantacinque anni, l’Enrica si trovava sola, con due genitori vecchi che continuavano a parlare di convenzioni, di apparenze in un mondo impazzito, spasmodico, che non ha più tempo per seguire l’amore e la virtù che riposavano con due lauree in un cassetto di sogni e di occasioni perdute. Quando Enrica lo apriva, guardando le foto di quegli unici giorni di collegio e di Università, scoppiava a piangere.

    Sergio era quello a destra, e poi Lucia, Anna e Antonio e Roberto che si sono sposati con la Lia di Brescia e con la Meghi di Pescara. Il gruppo ormai si era sistemato e aveva messo al mondo dei figli che stavano incominciando il Liceo.

    Lei era ancora lì, davanti a quel cassetto, sospesa tra un passato e un futuro dove solo i tarocchi e la lettura della mano rappresentavano l’evasione, la possibilità di giocare, lontano dalle paure e dai pregiudizi di sempre. Girando le carte, poteva essere la ruota della fortuna o il matto che domani, forse proprio in quel momento, per caso o per destino, stava passando sotto la sua finestra.

    Anche i sogni potevano essere premonizioni, simboli che bastava saper interpretare per sfuggire ad un presente scontato seguendo la scia di un presagio, un magico incontro, appena al di là delle solite, consuete tappe di ogni giorno. Si era creata un fantastico mondo di illusioni per sfuggire alle tante paure, fobie, assurde nevrosi che si erano fissate dentro di lei, che erano ormai lei stessa. Quando qualcuna delle sue amiche telefonava, per un attimo ritornava la ragazza che avrebbe voluto essere vent’anni prima.

    “È tutta colpa del paese. Non vedi come si vive qui. Qui è una non esistenza. Tutto è spiato, seguito, risaputo. Se non fosse per …, me ne andrei via, in qualche paese della Toscana. È così bello laggiù, sono tutti in collina, arroccati, con delle belle tradizioni e tanta allegria. A Primavera poi è tutto un fiore”.

    Le telefonate però diventavano sempre più rare. Spesso riceveva annunci ed inviti di nozze di colleghi ed erano momenti di rabbia, gioia, sensi di colpa.

    Sensi di colpa perché ormai provava rabbia per la gioia altrui, rabbia perché lei non c’era riuscita. Lei e i suoi riccioli neri, le sue lauree e la sua rispettabilità. Ed era il senso del fallimento subito mascherato dalla logica del non essersi accontentata, perché lei ne aveva avute di possibilità e ne aveva ancora, se solo avesse voluto.

    Nelle poesie, che scriveva sempre con maggior frequenza, c’erano i suoi giorni tristi di Novembre, quando la nebbia molle, pesante come l’afa umida di Luglio, si posa ed appesantisce i suoi riccioli neri striati leggermente d’argento.

  • L’occhio del gatto

    L’occhio del gatto

    Entrai nell’appartamento incuriosita da quell’odore particolare di cui erano impregnate le stanze buie. Ogni cosa è vestita di un impalpabile effluvio che la caratterizza, e quella sensazione olfattiva, anche se intensa, non mi riuscì sgradevole: sapevo che presto quell’aria umida e sconosciuta che riempiva i muri freddi, mi sarebbe divenuta familiare.

    Procedevo lungo il corridoio, soddisfatta di come ero riuscita ad arredare l’appartamento: un po’ di mobili prestatimi dai miei genitori e dagli zii, e tanta fantasia per dare un tocco di colore che personalizzasse quelle stanze ancora anonime e squallide. Aprii la porta della mia nuova camera: l’ampio copriletto a larghi fiori variopinti, si accordava con il grande foulard che copriva il vecchio divano ormai fuori moda; i morbidi cuscini sparsi qua e là, richiamavano il pareo orientaleggiante che pendeva da una parete; stampe, posters e pannelli, rivitalizzavano la stanza mettendomi perfettamente a mio agio. Spensi la luce e sollevai le persiane: restando alla finestra, stetti qualche minuto ad osservare il giardino circostante che dividevo con i miei vicini. Fino a poco tempo prima, quel ristretto spazio verde, era stato “dimora” di un vecchio pastore tedesco; la morte lo aveva stroncato da breve, e l’erba incolta portava ancora le tracce delle sue corse. Pensavo alla fortuna di essermi sistemata lì, in quello stabile che conteneva tre appartamenti. Dividevo infatti la casa con un’anziana signora che occupava la parte sottostante; di lato viveva una famiglia composta di tre persone: una donna sui trentacinque anni, il marito poco più anziano di lei, e la giovane figlia, Lara, non ancora dodicenne. Ma la mia convinzione di aver avuto tanta fortuna, si spense sul nascere: una visione mi raggelò lasciandomi impietrita.

    Vidi la ragazzina camminare in giardino con una coperta fra le braccia; nascondeva qualcosa che sembrava ribellarsi alla sgradevole condizione. Dopo qualche secondo, con un ultimo sforzo indominabile, spuntò dalla coperta il musetto di un gatto nero. Perché la bambina lo stringeva in quel modo fra le braccia impedendogli quasi di respirare? Assistevo alla scena che aveva completamente rapito la mia attenzione. Vidi Lara appoggiare la bestiola, e subito dopo le sue mani dall’apparenza delicata e fragile, impugnavano un badile che penetrava il terreno con forza inaspettata. In breve tempo ne ricavò una buca non troppo profonda; dopo averci girato attorno, getto la vanga e riprese il gatto accingendosi a porlo sulla “fossa” accuratamente preparata. Si guardò rapidamente in giro, come dovesse compiere un rito solo da lei conosciuto ma, non appena sembrò tranquilla, gettò un ultimo sguardo che colpì la mia finestra; mi scorse, immobile, nell’atto di osservarla. Entrambe avemmo un momento di indecisione sul da farsi; tutte e due si sentivamo scoperte: sia io che Lara, avevamo visto qualcosa di troppo.

    Dal canto mio, avevo potuto riscontrare in lei qualcosa di anormale, un comportamento sospetto ed alquanto riprovevole; la ragazzina però mi aveva sorpresa nell’osservarla; questo fatto mi rendeva nervosa, quasi mi impauriva. Come avrebbe reagito dopo essere stata colta in flagrante? Dopo avermi fissata per qualche secondo con occhi sorpresi e pieni di rabbia, ebbe un sobbalzo quasi impercettibile; poi strinse a sè il gatto e scappò via.

    Mi buttai sul divano cercando di riflettere e di razionalizzare. Forse avrei dovuto parlarle, o magari chiedere ai suoi genitori perché quella bambina se la prendeva cinicamente con una bestiola indifesa ed inerme; ma non conoscevo nessun membro della famiglia e decisi di rimandare la conversazione; magari, essendo appena arrivata, incuriosita dall’ambiente nuovo e dalle persone sconosciute che mi circondavano, avevo abusato della mia fantasia, costruendo ipotesi inverosimili. Mi convinsi che Lasa stesse semplicemente giocando, e che la buca ed il gatto, non avessero alcun legame.

    Decisi di eclissare l’intera faccenda e di continuare la mia vita tranquilla ed indipendente dai vicini. Mi era capitato raramente di incrociare la bambina o i genitori e, quando accadeva, non si andava mai oltre un freddo saluto; quindi, constatai che la decisione di “badare semplicemente ai fatti miei”, era la miglior condotta da tenere.

    Ma un giorno, scendendo le scale, vidi il gatto nero che camminava lentamente sull’erba. Mi voltava le spalle, ma da come trascinava le zampe, capii che era piuttosto malandato.

    D’istinto lo chiamai; lui si girò: rabbrividii constatando che gli mancava un occhio. Mi bloccai sulle scale non sapendo se retrocedere o avanzare, ma l’animale risolse il mio dubbio andandosene.

    Avviandomi alla fermata dell’autobus, due ipotesi opposte si scontravano senza lasciar spazio ad altri pensieri: si trattava di una coincidenza, o quella strana ragazzina all’apparenza schiva e riservata nascondeva qualcosa che esternava con la violenza sugli animali? Preferii adattarmi alla prima soluzione, perché mi faceva comodo pensare che tutto fosse nella norma, ma questa volta non riuscii a segregare il dubbio in qualche angolo remoto del mio cervello, perché esso continuava purtroppo ad affiorare nella mia mente. Decisi di parlarle al mio ritorno. Affrontai Lara a quattr’occhi e, nonostante un’iniziale ritrosia, la convinsi ad instaurare un dialogo. Mi accorsi immediatamente che Lara era bisognosa di uno sfogo, infatti non esitò a lungo prima di raccontarmi la sua incredibile storia: “Quel gatto non è un comune animale: mi perseguita ovunque. Di notte, nel buio della mia stanza, mi appare il suo occhio come una perla luminosa che si accende nell’oscurità. Poi improvvisamente scompare. Io lo so che vuole qualcosa da me, lo sento ed ho paura. Ora che te ne sto parlando, sicuramente troverà il modo per punirmi. È una specie di maledizione che è scesa su questa casa, ma di cui solo io sono consapevole.

    Non volevo parlarne con nessuno perché temevo che, rivelando ad altri il segreto che mi perseguita, questa condanna potesse estendersi”. Le parole della bambina mi lasciarono esterrefatta, ma non volevo credere ad una simile storia.

    Approfittando del mio silenzio, proseguì il racconto. “Quel giorno, in giardino, beh…. avevo veramente deciso di liberarmi di lui una volta per tutte, anche se sapevo perfettamente che sarebbe stato inutile, perché non mi lascerà mai; non permetterà ai terribili incubi che rompono la tranquillità della notte di cessare. Nell’appartamento occupato dalla mia famiglia, viveva l’anziana sorella della signora che abita qui accanto e… non ci crederai, ma ne conservo ancora il ritratto che la raffigura seduta su un’elegante poltrona accanto alla quale troneggia un imponente gatto nero; sono sicura che è lui. Sono certa che si tratta dello stesso animale, se così lo si può definire, che ogni giorno dalla mia venuta in questo posto mi appare in perfetto silenzio spetandomi incredibilmente”.

    Questa volte la bloccai e presi la parola prima che potesse proseguire. Un brivido gelido di paura percorse il mio corpo, ma decisi di non farmi sopraffare dai racconti fantasiosi di una ragazzina dodicenne. Un storia di quel tipo non era certo verosimile, e cercai di dimostrarmi superiore tranquillizzandola e tornandomene nel mio appartamento. In realtà il racconto mi aveva turbata e quel pomeriggio non riuscii a concentrarmi nello studio.

    Rilessi la prima riga del terzo capitolo dell’antologia almeno un centinaio di volte senza riuscire a concentrarmi nel contenuto.

    Decisi di lasciar perdere: chiusi il libro ed accesi la TV per distendermi, tentando di mandare giù un boccone. Ridendo contro voglia alle battute spiritose dello schow, cercavo disperatamente di ingannare il tempo, indagando dentro di me per cogliere gli stimoli del sonno che non arrivava. Andai a dormire esitando più volte prima di trovare il coraggio di premere l’interruttore della luce.

    Mi decisi. L’oscurità avvolgeva ogni oggetto della camera, facendomi perdere l’orientamento in quello spazio senza confini. I miei occhi, ancora sbarrati, tentavano di cogliere tra il buio impenetrabile, qualche oggetto che mi fosse familiare, che mi potesse infondere sicurezza. Il mio letto sembrava risucchiato da una spirale incontrollabile che mi aveva calato in una dimensione sconosciuta e completamente isolata dal mondo che conoscevo.

    Tesi perfino le orecchie nella ricerca di un suono tipico, di un rumore “amico”, ma il silenzio più totale incombeva nella stanza. Non riuscivo a percepire neppure quell’odore ormai tanto familiare, che aveva il particolare potere di comunicarmi una piacevole sensazione di confortevole tepore domestico. Avevo perso la cognizione del tempo: ero sdraiata da un minuto o da un’ora? Mi voltai di scatto verso la sveglia, ma un bagliore mi accecò impedendomi di raggiungere il mio scopo.

    Era lui, l’occhio del gatto che brillava nella notte. L’essere a conoscenza dello sconcertante segreto mi aveva resa vittima della stessa maledizione. Non riuscivo a trovare l’interruttore della luce; sudavo.

    E fu proprio in quello stato che mi risveglia la mattina seguente, con la pelle freddissima ed ancora umida. Mi ritrovai infatti completamente senza coperte, segno di quanto mi ero rivoltata su quel materasso divenutomi nemico. “È stato un incubo! Un terribile incubo! Che assurdità farmi influenzare in questo modo da una ragazzina!”. Dopo essermi tranquillizzata andai a rinfrescarmi.

    Tornando in camera per vestirmi, gettai lo sguardo sulla scrivania dove nel sogno mi era apparso il felino. La boccetta di china nera, usata il giorno prima per ripassare alcuni disegni, era rovesciata sul tavolo, e il foglio bianco portava alcune nitidissime tracce delle zampe di un gatto.

  • Il ragazzo dell’officina

    Il ragazzo dell’officina

    La tela della tuta era coperta da uno strato di grasso formatosi col trascorrere del tempo, che permeava come una “griffe” quel tessuto che all’origine doveva essere stato bleu chiaro.

    Indossava occhiali dalla montatura d’osso color marrone e le lenti, spesse per l’accentuata miopia, erano anch’esse sporche di grasso. I capelli poi, ispidi come sterpaglia, erano sempre impolverati e spettinati.

    Batteva la mazza sulla vecchia incudine, pensando a cose che nulla avevano a che fare con quello che stava facendo.

    I pensieri erano la sua vocazione. S’immergeva in essi interamente avvolto da un’aureola di concentrazione e di misticismo. A cosa pensasse nessuno lo sapeva nè, tantomeno, lo si poteva immaginare, dato il bizzarro carattere di quel ragazzo così strano e solitario.

    Eppure Mario non era stupido. Certo non aveva frequentato che le scuole elementari, ma possedeva una sensibilità così acuta da farlo diventare, a volte, cupo e nero come il fumo d’un camino, altre brioso e allegro come il vento di primavera.

    La situazione economica in cui si trovava era alquanto precaria e quei pochi soldi che guadagnava li spendeva all’osteria.

    Dal bere traeva spunto per le sue filosofie; sosteneva infatti, che con sessanta lire per bere un “ombretta”, si scaldava nella stessa maniera che spendendo diecimila lire con qualche donna di facili costumi.

    Non era insomma uno stinco di santo, ma se avesse avuto il conforto di qualche amico, e non la derisione dei burloni che lo circondavano, se fosse vissuto in un ambiente meno alieno e fosse stato educato ad un minimo di cultura, si sarebbe potuto recuperare molto di quel ragazzo, residuo d’una mentalità paesana che gl’imprimeva il marchio dell’ignoranza e della goffaggine.

    * * *

    L’incontrai un martedì, annidato nella solita osteria, teatro di vecchi mendicanti, d’operai e di qualche giovane disoccupato.

    M’ero avvicinato ad un tavolo dove si stava svolgendo una partita a carte all’ultimo bicchiere.

    Udii la voce di Mario rivolgersi canzonatoria verso uno dei giocatori.

    In breve scoppiò un incredibile litigio.

    Le cose si stavano mettendo male: Mario non stava in piedi ubriaco com’era. Mi alzai e invitai i contendenti a lasciar perdere. Pagai le consumazioni di tutto il tavolo ed uscii portando Mario con me.

    “Perché ti riduci sempre così? – lo ripresi – Lavoro ne hai a sufficienza. Smettila di riempirti come una spugna e metti la testa a posto”.

    Ma i fumi dell’alcool avevano sortito tutto il loro effetto su Mario, che mi guardava senza vedermi con un sorriso da ebete.

    Lo condussi fino all’officina, malandata come il padrone, con lastre rotte che lasciavano entrare freddo, umidità e topi che vagavano da tutte le parti. Sembrava un vecchio magazzino abbandonato, simile a quelle legnaie di una volta, tetre e anonime.

    Me ne andai con nel cuore una sensazione di amara pietà. A tarda sera, rigirando fra le mani un romanzo di Mailer, riflettei sulla condizione di Mario. Mi dissi che qualcosa doveva essere successo. Un qualche cosa di abbastanza serio ed oscuro, che nella sua tragicità aveva provocato il crollo di quel ragazzo sensibile e intelligente.

    * * *

    Fu così che, occasionalmente agli occhi degli altri, ed ostinatamente in cuor mio, cominciai a frequentare Mario più spesso. Cercai di entrare nella sua confidenza. Scoprii con piacere che amava leggere e gli prestai parecchi romanzi che custodivo gelosamente nei cassetti di vecchi mobili. Egli divorò avidamente quei libri e in quel periodo di tempo notai che aveva diminuito notevolmente la dose giornaliera di vino.

    Una sera, prima dell’ora di cena, entrai nella sua officina senza bussare, come di solito facevo. Lo trovai intento a guardare una fotografia che subito cercò di nascondere. Subito dopo, però, nella convinzione di avere trovato in me un amico con il quale confidarsi, cominciò a raccontare:

    “Un pomeriggio m’ero recato col treno in città. Quasi a sera, mentre stavo passeggiando per una delle vie illuminate a festa, mi soffermai davanti ad una vetrina dei grandi magazzini. Era ornata d’ogni tipo di merce da regalare per l’occasione del Natale. Come al solito ero senza soldi, all’infuori di qualche spicciolo che nuotava per le tasche col rischio di perdersi.

    Chissà perché, decisi d’entrare, ben sapendo che non avrei acquistato nulla. M’aveva preso la curiosità, la voglia d’essere come gli altri, di poter comprare, comprare senza nessuna preoccupazione.

    Appena entrato girovagai da un banco all’altro. Trovai che tutto era bello. Se avessi potuto scegliere sarei stato preso dall’indecisione, vista la tanta abbondanza. Comunque non avevo quella preoccupazione e, dopo aver sostato per una buona mezz’ora al primo piano, salii al secondo, allegro come un bambino, lasciandomi trasportare estasiato dalla scala mobile.

    Al secondo piano vendevano confezioni maschili. Restai perplesso quando notai i prezzi di quegli abiti eleganti impressi sui talloncini di cartone. Pensai al mio doppio petto grigio, stinto e ormai fuori moda. Lo avrei sostituito volentieri con quell’abito chiaro che mi stava dirimpetto e che sembrava canzonarmi con tutta la sua esuberanza, spalleggiato dal gelido sorriso del manichino. Per un attimo volli illudermi e mi rivolsi intimidito alla commessa:

    “Scusi signorina, vorrei provare quest’abito, per favore”.

    La commessa, una brunetta non molto alta ma d’una grazia semplice e una bellezza da sogno, offuscò per un momento il fascino dell’abito. Prese il capo di vestiario e m’accompagnò al camerino di prova. Entrai e indossai il vestito. Mi stava bene e mi fasciava con tutto il suo calore protettivo. Mi commossi così tanto che una lacrima scese inconsapevole dagli occhi.

    Era un vero peccato che costasse cinquantaquattromilalire. Ero giù di corda. Quasi non sentii quella fragile voce:

    “Signore. Come le sta bene, è una meraviglia. Lo porta via adesso o glielo spediamo a casa?”.

    Aveva detto quelle parole pervasa da un’onda di contentezza, quasi consapevole di stare in qualche modo aiutando qualcuno, donandogli una felicità nuova. Ma possibile che non si fosse resa conto di che razza di miserabile fossi? Sarebbe stato sufficiente avesse guardato i miei indumenti. Invece restammo lì, uno davanti all’altra. Io con addosso ancora il vestito nuovo, lei con l’attaccapanni in mano. Per un attimo i nostri occhi s’incontrarono e si scrutarono interrogativi.

    “Non posso prenderlo” dissi “Non ho i soldi”.

    Non so perché avessi confessato ad un’estranea una cosa così personale ed umiliante, fatto sta che quello fu l’inizio della mia relazione con Anna. Ci frequentammo per circa sei mesi. In quel periodo cercai lavoro ininterrottamente in quanto Anna era diventata per me fonte di vita e di speranza. Per la prima volta amavo qualcuno. Eravamo completamente uno dell’altra. Credetti per un certo periodo di essere l’uomo più felice del mondo.

    Non fu così. Anna mi tradì. Si mise con un avvocato cinquantenne. Divenne proprietaria d’una lussuosa Alfa Romeo e passava lunghi periodi dell’anno in una villa in montagna.

    Trovai nel vino l’unico sollievo e più il tempo passava, più l’amarezza cresceva in me trasformandomi in quella larva d’uomo che ora sono”.

    Frastornato da quelle rivelazioni l’interruppi:

    “Ora s’è fatto tardi. Devo andare, la cena sarà ormai fredda. Ti saluto, a domani”.

    * * *

    Tornai a casa con la speranza che dopo quello sfogo si fosse calmato, ma sapevo in cuor mio che difficilmente quel ragazzo sarebbe ritornato gaio e spensierato.

    Decisi che gli sarei stato più vicino. La domenica pomeriggio la passavo quasi sempre con lui. La mia ragazza aveva pochi esami da sostenere prima della laurea in lettere e quindi approfittava della mia assenza per prepararsi con ostinata caparbietà.

    Avevo regalato un abito ed alcune camicie sportive a Mario. Le aveva accettate con riluttanza, ma alla fine un’ombra di sorriso aveva serpeggiato per un breve attimo sul suo viso smunto. Ora appariva più fresco sfoggiando la sua nuova eleganza.

    Sembrava più disponibile a crearsi nuove conoscenze e da qualche tempo lo vedevo interessato alla compagnia femminile.

    Una domenica pomeriggio, mentre eravamo allo stadio tutti concentrati in una disputa calcistica, notammo, alle nostre spalle, una ragazza sventolare una bandiera coi colori della squadra locale.

    Tirava un forte vento, l’asticella sulla quale era infilato il drappo si piegò e, ad un tratto, Mario si trovò avviluppato dalla stoffa biancorossa.

    Istintivamente ci voltammo e, allo sguardo preoccupato della ragazza, rispondemmo con una sonora liberatoria risata.

    Al termine della partita m’incamminai verso la casa della mia fidanzata, mentre Mario invitò Carla (così si chiamava la ragazza della bandiera) a prendere un caffé in un bar vicino.

    Fui particolarmente felice di quella nuova conoscenza, che per Mario poteva segnare l’inizio d’una nuova esistenza.

    Qualche mese dopo Mario superò un concorso per un posto d’impiegato. Chiuse le tapparelle della vecchia officina, la tuta da meccanico venne sostituita da altri indumenti più consoni alla vita che ora conduceva. Ero felice. Quasi invidiavo quel fresco rapporto fra Mario e Carla, che trovavo diverso da quello mio con Giuliana, seppure quest’ultimo filasse liscio e sincero.

    Per motivi di lavoro dovetti assentarmi per un periodo di tempo abbastanza lungo. Al ritorno ebbi una spiacevole sorpresa.

    Quasi non riconobbi Carla, tanto era pallida e consumata. Mi confessò di essere incinta di Mario, ma lui l’aveva lasciata. Aveva incontrato una donna piena di soldi e s’era lasciato abbagliare da una vita facile e dispersiva.

    Accompagnai Carla in un caffé.

    “Vedi – mi disse – ho amato Mario fin dal primo incontro, dopo quella buffa avventura capitata allo stadio. Non avrei mai immaginato potesse giocarmi questo brutto scherzo. So che mi voleva bene e sono convinta me ne voglia ancora. Il bambino che porto in grembo mi frena di commettere una pazzia che altrimenti sarebbe una liberazione. Questa liberazione Dio me la nega. Forse vuol farmi soffrire. Credevo nell’amore come in una cosa pulita e invece è una sozzeria, un’immorale sozzeria e m’accorgo che, più del mio cuore, Mario s’era innamorato del mio corpo”.

    Dopo questo sfogo vennero le lacrime sul viso di Carla. Non seppi trattenermi oltre. Pagai il conto e l’accompagnai a casa.

    * * *

    Riuscii a rintracciare la dimora di Mario. Si trovava in un piccolo appartamento acquistato dalla sua convivente. Mi ci recai con una rabbia furente che mi avvolgeva la mente e mi scuoteva tutti i muscoli del corpo.

    Suonai il campanello. La porta si aprì scaricandomi addosso un odore nauseante di alcool e di fumo. Vidi Mario con un ghigno incosciente disegnato sulle labbra violacee. Era ubriaco.

    “Heilà! Hai visto come mi sono sistemato bene? Quella stupida di Carla s’era messa in testa di voler fare un bambino, ed io le ho detto … proprio così le ho detto, vallo a fare da un’altra parte, stupida che non sei…”.

    Non fece in tempo a terminare la frase perché con tutta la forza che avevo gli mollai un manrovescio che lo fece piombare lungo disteso sul pavimento.

    Al terzo mese Carla perse il bambino. Non più vincolata da quella speranza s’avviò lungo la corrente del fiume lasciando come testimonianza un fazzoletto di lino imbevuto di lacrime.

    Poco dopo me ne andai definitivamente. Mi sposai e fui preso per un certo tempo dalle mie attività che affievolirono l’amarezza dei ricordi.

    Dopo qualche anno tornai al paese per un breve periodo di vacanza che trascorsi con i miei genitori.

    Dalla vecchia officina saliva un fumo denso e nero. Mario era all’interno con una bottiglia di vino semivuota poggiata sul tavolo. Il suo viso era coperto da una barba ispida e malcurata. I suoi occhi riflettevano la malinconia e la disperazione della sua scelleratezza. Fissava il vuoto. Forse cercava Carla, ma Carla da un pezzo aveva smesso di pensare a lui.

  • Morte di un teatro

    Morte di un teatro

    In un pomeriggio del settembre scorso, ormai tinto dei colori giallo-brunastri delle foglie morte, noi, soliti amici di sempre, c’eravamo ritrovati a discutere sui problemi della nostra piccola città, quando ad un tratto uscì dalle labbra di qualcuno la notizia che l’ultimo teatro cittadino stava per chiudere definitivamente.

    La nostra reazione fu unanime: la cittadina perdeva anche quest’ultimo luogo disponibile dove fare cultura, mentre i cari amministratori se ne stavano beatamente a pensare ai loro problemi di tornaconto.

    Fu così che decidemmo di organizzare qualche cosa di eclatante, un qualche cosa che potesse smuovere il torpore nel quale era caduta la nostra città. Da troppo tempo infatti, il paese era diventato un perdente; da quando la crisi economica aveva definitivamente smantellato le fabbriche, la gente sembrava morta, priva di volontà, senza interessi culturali, e quel che più importa senza la forza di poter cambiare questa triste situazione.

    Dopo varie proposte, decidemmo di agire concretamente e di scendere in piazza, come si faceva spesso in quei giorni dell’ormai lontano ’68, così carichi di ideali e di speranze.

    A noi adesso però la politica non interessava più; quello che volevamo era riportare la nostra città ad un aspetto decoroso, degno del passato illustre che l’aveva vista essere Estense e Veneziana.

    Ci ritrovavamo in quei giorni, come i carbonari, in luoghi bui ed appartati, ma il più delle volte il nostro rifugio era nel piccolo studio dalla luce soffusa e dalle pareti affrescate della casa di Andrea. Un luogo quest’ultimo, all’interno di una vecchia dimora seicentesca in riva al naviglio, nel quale persino dai muri trasudava l’amore per il teatro. Vi erano appesi alle pareti vecchi ritratti ormai ingialliti ed ammuffiti di commedie rappresentate anni, forse decenni addietro; in un lato di questa stanza arredata con mobili originali fine ottocento, vi era una libreria con vetrinette dentro le quali si scorgevano testi teatrali ormai letti e riletti.

    Fu in quel luogo che partorimmo l’idea di mettere in scena, per quest’ultima serata d’addio, uno spettacolo in collaborazione con tutti gli artisti dilettanti, giovani e anziani, che avevano calpestato, magari solo per un attimo, le oramai sconnesse ed impolverate tavole del vecchio palcoscenico.

    Dopo varie notti insonni, spese forse più per stare insieme a vedere l’alba coperta da un impalpabile velo di nebbiolina a mezz’aria, che per lavorare, l’idea finalmente stava prendendo forma: il lavoro svolto a tavolino per la stesura dei copioni e della sceneggiatura era ormai a buon punto; gli artisti sebbene dilettanti, ma non per questo meno preparati, curavano le loro parti con la consueta diligenza, passando e ripassando i passi più difficili; ma ciò non bastava, altro lavoro ci attendeva.

    Decidemmo di organizzarci in squadre, per poter ripulire il teatro dallo stato di incuria nel quale giaceva ormai da tempo; rattoppammo i fondali, mettemmo in uso vecchie cantinelle in disarmo, ed infine dovemmo lavorare non poco per riattivare le vecchie linee elettriche, che solo il Padre Eterno ci permise di utilizzare senza danno alcuno.

    E fu così, come per incanto, che la sera prestabilita si andò in scena. Il pubblico, l’amato pubblico che per tanti e tanti anni aveva riempito la sua platea ed i suoi palchi era tutto lì, davanti a noi. Come per magia, appena partì la musica, la traboccante sala si ammutolì. Le potenti luci degli spot illuminavano le scene, mai così belle nonostante i rattoppi; l’acustica era perfetta. Dal loggione, appena si aprì il sipario, si levò subito un applauso, meritata ricompensa al nostro duro lavoro.

    Ben tre ore di spettacolo, sempre diverso, sempre eccitante, ed infine “Il canto del cigno” e così, come quel vecchio attore protagonista, meditando sul suo passato glorioso finiva i suoi giorni sul palcoscenico, il nostro vecchio e caro teatro finiva la sua vita registrando un lunghissimo e caloroso applauso, tributato più a lui che a noi artisti; un applauso per i tanti momenti di gioia e divertimento che il teatro aveva saputo donare in molti anni al suo pubblico, giunto quella sera purtroppo al suo capezzale.

    La magica serata però purtroppo finì e l’indomani, sporco come dopo ogni spettacolo che si rispetti, lo ritrovammo solcato soltanto da quel raggio di sole che da sempre penetrava da una crepa del vetro azzurrato che sovrastava la porta d’ingresso al palcoscenico, nel quale continuavano a danzare senza fine una miriade di granelli di polvere.

    Tutto era finito, il nostro ultimo tentativo forse era stato vano, se non altro però uno scossone per una sera il nostro paese l’aveva avuto; avevamo dimostrato a tutti che, se esiste la volontà e la voglia di fare, s’infrange qualsiasi barriera.

    Ora, non ci rimaneva altro che sgombrare le nostre cose da quel luogo nel quale non servivano più; dovevamo fare spazio alle ruspe che lo avrebbero abbattuto per erigere una struttura in cui la gente si sarebbe affollata non certo per applaudire, ma per andare di reparto in reparto ad acquistare cibo per saziare la propria fame, non più i propri sentimenti.

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