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  • Gognano: un”‘isola” nella campagna polesana

    Gognano: un”‘isola” nella campagna polesana

    Osservando una carta del Polesine si nota un fitto intreccio di strade, principali o secondarie, intersecanti fiumi, scoli, canali. Alcune di esse sono recenti, mentre la maggior parte ha origini antiche o antichissime, legate spesso al mutevole destino dei corsi d’acqua che, stretti fra i due grandi fiumi, Adige e Po, sono stati i protagonisti della storia della nostra terra.

    Fra tante vie di comunicazione una, in particolare, è di rilevante interesse, la Strada Statale 24, che da Arquà Polesine, attraverso Villamarzana e Gognano, conduce a Fratta e prosegue per S. Bellino. È un percorso sinuoso e dagli studi del prof. Raffaele Peretto, direttore del Museo Civico delle Civiltà in Polesine, è risultato trattarsi dell’argine destro di un antico ramo del Po, la Filistina.

    Egli attesta che “ciò si può rilevare da una lettura idromorfologica del paesaggio che rappresenta una serie di terreni leggermente rilevati contornati da vie, da capezzagne o da scoli di bonifica, risultato della lenta e lunga attività di un importante corso d’acqua oggi sepolto sul quale si sono progressivamente delineati appezzamenti agricoli, rustici, centri abitati” 1.

    Tra gli antichi abitati di quest’area, da più di vent’anni importante richiamo di studiosi di discipline archeologiche, è da noverare il sito di Gognano dove, nel 1983, in seguito a uno scasso nel terreno per opere idrauliche dello Scolo Valdentro durante la costruzione della Transpolesana, è stata evidenziata lungo una profonda trincea la prima sequenza stratigrafica sabbiosa 2.

    Sulla superficie dei campi di Gognano, infatti, come nelle località di Frattesina, Frassinelle e Villamarzana, sono stati rinvenuti materiali databili tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro, ossia in quel periodo che gli studiosi hanno indicato come Protovillanoviano, compreso tra il XII e il IX sec. a.C., caratterizzato dal rituale funerario dell’incinerazione. Quindi, il ritrovamento di documenti muti, testimonianza di lavorazioni in loco di corno, osso, avorio, pasta vitrea, ambra, contribuiscono a far luce sulla preistoria del Polesine, ossia sull’inizio di una civiltà che, integratasi profondamente nell’ambiente, ha sfruttato la fitta rete idrografica per i fiorenti scambi commerci tra le popolazioni vicine ma anche lontane, verso l’Europa e l’Oriente Mediterraneo.

    Gognano, oggi piccola frazione del comune di Villamarzana (non arriva a 200 anime), situata nel Medio Polesine a circa 15 km. da Rovigo, rappresenta degnamente un tassello nel mosaico della nostra storia, qui distinguibile in tappe ben definite.

    Infatti, è chiaramente testimoniato anche il periodo dell’età di Roma imperiale, dagli ultimi decenni avanti Cristo al primo secolo dell’era volgare, con la comparsa in superficie, in seguito a lavori di aratura o mediante scavi occasionali, di reperti romani: tegole, mattoni, monumenti sepolcrali, resti di fondamenta, pavimenti musivi, frammenti fittili di anfore, vasi, monete di modesto valore, ma anche qualche pezzo pregiato come un aureo di Costantino, i sette aurei di Maurizio Tiberio (582-602 d.C.) e un aureo di Giustiniano (527-566 d.C.), di cui riferisce nel 1939 Alessio De Bon, rabdomante di strade dell’Impero Romano della nostra regione. Da ciò ne consegue che anche nella zona di Gognano si era sviluppato un insediamento di villae (case di campagna) disposte fra ricchi poderi e non mancava qualche fabbrica di tegole o mattoni, probabilmente di proprietà imperiale 3.

    Certamente doveva essere stata una comunità importante, quella di Gognano, assurta nel Medioevo a dignità di pieve con la costruzione di una chiesa dedicata a S. Bartolomeo, di cui è rimasto il campanile originario in stile romanico, nominata per la prima volta nel 1123 in una bolla di papa Callisto II.

    Tutti i documenti riguardanti la parrocchia vengono riportati nel “Codex Adrianus”, e così apprendiamo dalle prime bolle pontificie vangadiciensi che la chiesa di S. Bartolomeo di Gognano, ultima delle località disposte lungo la Pestrina (Filistina) e fondo della valle di Frattesina, a detta di Fra Leandro, era stata concessa a Litaldo, abate del monastero di S. Maria della Vangadizza. In data 21 luglio 1337 ricco di riferimenti topografici risulta un appalto del Vescovo di Adria Benvenuto a Riccobono della Fratta di riscossione della decima su territorio circoscritto tra Gognano, Fratta e Ramedello. La parte nord di detto confine poggiava sulla Via Magna de la Cora, rinvenibile tuttora in alcuni tratti rettilinei di strada, raccordati con altri sinuosi, in località Campagna Vecchia a nord di Gognano 4.

    Si può presumere che la scritta “Le Quore” chiaramente leggibile su una casa di via XXV Aprile (la via sulla quale si affaccia un minuscolo gruppo di case che costituiscono l’originario abitato di Gognano) abbia riferimenti con il luogo indicato nell’antico documento.

    Sempre in questa località, confuso tra le case, sorge un Oratorio di S. Antonio da Padova, il cui interno è di ispirazione palladiana. Fu costruito dall’arciprete di Villamarzana, don Bartolomeo Donegà, nel 1669 e riedificato cento anni dopo da mons. Speroni; anticamente era una rettoria, dove al posto del parroco c’era un rettore che viveva con le offerte della gente.

    Gognano (dal latino Gonianum) ha numerose grafie risalenti alle bolle pontificie, per cui troviamo: Cognano, ma anche Cugnano, Codognano, Cohognano, Coignano, Gavignano. Ma più curiosa è l’origine del nome, che si vuole far risalire al greco “gonias” col significato di “fruttifero” o “propizio”. Ciò può essere attendibile se si considera che le inondazioni, frequenti in tutto il Polesine, raramente raggiungevano questa località lievemente rialzata 5.

    Conferma l’importanza storica di Gognano e l’ubertosità del luogo, all’inizio di via XXV Aprile, un poderoso e sobrio edificio affiancato da un grande rustico sul lato est (la barchessa): è la villa Cagnoni, costruita tra la fine del ’500 e l’inizio del ’600, che la gente del luogo chiama familiarmente “el Palazon”. È in visibile stato di degrado, come del resto numerosi edifici rurali del Polesine di un certo interesse architettonico; meglio conservata appare la barchessa con un porticato a cinque arcate con modanature.

    La villa padronale, che rievoca il periodo in cui si affidavano al patriziato veneto attività di bonifica e di investimenti fondiari destinati all’introduzione massiccia della coltura del mais, mostra nella facciata una certa ricercatezza. La porta inferiore è contornata da bugnato, mentre quella del piano nobile, con poggiolo, è abbellita da modanature, chiave di volta e cornice; la ingentilisce il sottotetto decorato con cornicione dentellato secondo lo stile cinquecentesco. “Fino a dieci anni fa”, dice la proprietaria professoressa Francesca Cagnoni, “la villa si trovava in discrete condizioni, poi è arrivata la tromba d’aria e, per la mancanza di fondi, tutto è stato abbandonato all’incuria e alla visitazione di ladri”. Ora sta sollecitando l’attenzione dei Beni Culturali Architettonici di Verona e dell’I.R.V.V. (Istituto Regionale Ville Venete) di Venezia affinché contribuiscano al restauro dell’edificio, come è nella tradizione di questi Enti.

    Quanto esposto finora può far comprendere il pregio di questa località, ma a Gognano esistono altri autentici tesori d’arte insospettabili in una minuscola comunità, la più piccola della Diocesi.

    Tra Villamarzana e Fratta, infatti, si nota un complesso architettonico bianco dalla struttura composita, quasi solitario nella quiete della campagna: è la chiesa parrocchiale con l’unita canonica restituita alla primitiva bellezza nel 1990.

    Conservato l’originario campanile, come già detto, questa chiesa fu costruita dalle fondamenta nel 1581 con il contributo di tutta la popolazione e solennemente consacrata nel 1590 dal mons. Giulio Canani, cardinale e vescovo di Adria, come ricorda un’antica lapide.

    Proprio in questa chiesa, dunque, sono stati rinvenuti due capolavori rari per la raffigurazione e per le epoche di appartenenza. Si tratta di un’icona su legno probabilmente del ’300 collocata nell’ambito della pittura veneto-bizantina, unico esempio di Madonna della Pietà raffigurante la Vergine che contempla con umanità e dolce afflizione il Cristo crocifisso adagiato sulle ginocchia; per questo viene chiamata anche “Madonna della Dolcezza”. Forse è un dono di riconoscenza lasciato da qualche frate dell’Oriente ospite alla Vangadizza. Recentemente restaurata, per le linee, gli effetti di luce, e le tonalità rosso-brune si fa risalire il dipinto all’arte di due grandi pittori della Russia antica, Teofane il Greco e Rublev, presenti fra il ’300 e il ’400 alla Scuola di Mosca 6.

    L’altra opera d’arte di autore ignoto consiste in un affresco del tardo Quattrocento raffigurante una bella Madonna di Loreto con il Bambino in braccio sotto un baldacchino sorretto da due angeli. Questa antica pittura è stata restituita al culto per caso, durante dei lavori di restauro nel 1921. Per secoli, infatti, era rimasta nascosta da uno strato di calce sulla parete dell’abside, quasi sicuramente per una disinfezione in seguito a pestilenze. L’affresco, purtroppo in parte danneggiato, fu staccato dalla sede originaria per essere collocato in una cappella costruita appositamente nel 1928 sul lato sinistro della chiesa ed ora, dopo un recente restauro del prof. Ottorino Nonfarmale di Bologna, la preziosa opera può essere leggibile in tutte le sue parti.

    Questa, in sintesi, l’importanza storico-artistica di Gognano. Ma perché da qualche tempo questa località viene definita un’“isola”?

    La risposta la possono dare gli abitanti della zona i quali, in seguito alla costruzione della superstrada Transpolesana, si sono trovati tagliati fuori dal collegamento diretto con il comune di Villamarzana, dal momento che è stata interrotta proprio quella antica Strada Statale 24, con una progettazione deleteria per la comunità. Ora i ragazzi, i vecchi, le donne, e quanti sono privi di patente, trovano estremamente disagevole percorrere in bicicletta o a piedi circa tre km con cavalcavia per raggiungere le scuole o il Comune di appartenenza, dal momento che non esiste alcun servizio di trasporto pubblico.

    Il parroco, mons. Cornelio Cazzuffi, ha chiesto all’Amministrazione Comunale l’intervento dell’ANAS per aprire un sottopassaggio in una zona dello Scolo Valdentro già predisposta, al fine di impedire che la gente attraversi a proprio rischio e pericolo la superstrada per abbreviare il percorso.

    Isolata dal resto del Comune, Gognano così sta morendo; è stato chiuso anche l’unico negozio di generi alimentari. L’oratorio, aperto il sabato pomeriggio da alcuni studenti delle superiori presso la canonica, è la sola iniziativa di rilievo.

    La gente si sente abbandonata, ma il sindaco di Villamarzana, Fausto Pezzolato, invita alla pazienza, si deve fare i conti con i pochi mezzi finanziari. Dovrebbe risolversi positivamente il blocco dell’attività edilizia, dovuto alla carenza di strumenti urbanistici generali e di piani attuativi, che ha determinato l’esodo soprattutto dei giovani verso i centri limitrofi. È infatti allo studio una idonea variante al P.R.G.

    Gli abitanti rimpiangono il tempo passato, quando Gognano si animava durante l’importante fiera di S. Bartolomeo, oggi scomparsa, che richiamava gente ed emigranti. Lo spopolamento, si sa, è il destino di molti piccoli centri del Polesine, ma a Gognano il blocco della Statale 24 ha aggravato la situazione, segnando la fine graduale di una antichissima comunità.

    Tuttavia le risorse dell’uomo sono davvero inesauribili e sorprendenti: basterebbe l’apertura di una corsia di decelerazione, che dal cavalcavia della superstrada portasse alla chiesa per ridare vitalità alla zona. È questa la brillante idea di mons. Cazzuffi che prospetta anche il nuovo nome da attribuire alla località, ossia “Chiesa della Madonna della Superstrada”, la quale può rappresentare una sosta in un itinerario turistico o attrezzarsi per costituire un centro di ritiro per gruppi di spiritualità.

    Così anche la piccola Gognano continuerebbe a tessere una parte della nostra mutevole storia.

  • Un itinerario nell’Alto Polesine

    Un itinerario nell’Alto Polesine

    L’itinerario che proponiamo – inferiore ai trenta chilometri e quindi percorribile tranquillamente in bicicletta in un pomeriggio – prende l’avvio da Trecenta, da cui ci porteremo a Sariano, per poi puntare su Ceneselli e Calto, dove inizieremo la via del ritorno seguendo la strada arginale del Po, per raggiungere Salara e chiudere l’anello a Sariano, ritornando quindi al punto di partenza.

    L’appuntamento è fissato dunque a Trecenta, presso il “Palazzon”, ovvero villa Pepoli-Spalletti. Il maestoso edificio fu eretto alla fine del XVI sec. a dominare la corte omonima, da cui però oggigiorno risulta separato da una strada tracciata proprio davanti alla grande costruzione.

    La nobiliare residenza, il cui stile si richiama a modelli di architettura militare emiliana, è attualmente in fase di restauro; intervento resosi necessario a causa del grave degrado, conseguente ad una condizione di quasi totale abbandono, al punto tale che le aristocratiche sale del palazzo sono state per lunghi anni destinate ad essicatoi di tabacco o deposito di concimi chimici. Il restauro, avviato dalla Regione Veneto, è conseguente alla donazione fatta dalla famiglia Spalletti alla Regione. L’immobile, caratterizzato da due corpi avanzati rispetto al resto della facciata, è abbellito all’interno da una scenografica scala a chiocciola che dal piano terra porta ai piani superiori.

    Dal “Palazzon” iniziamo il nostro itinerario ciclistico, imboccando la strada dei gorghi, laghetti di origine alluvionale, alimentati da acque sorgive.

    Superato il gorgo della Bottazza, ci fermeremo ad ammirare il gorgo della Gaspara, sulla cui riva sorge l’omonima corte, dominata da un edificio rurale munito di torretta che, con un bell’effetto estetico, si riflette nello specchio lacustre. “Non vi è forse maggior sintesi del Polesine di questo luogo – ha scritto a questo proposito Giuseppe Marangoni nel suo libro “Polesine Delta del Po” – una corte ben costruita e tuttora abitata che si affaccia sul gorgo sottostante, uno spazio acqueo che conserva intatta la sua naturalità, e che testimonia un passato di alluvioni e di terre aventi grande promiscuità con l’acqua”.

    Fatta una breve sosta, riprendiamo quindi a pedalare verso il gorgo della Sposa, il più ampio dei laghetti di Trecenta, noto anche per la leggenda che fa derivare il nome dello specchio d’acqua dalla tragica decisione di una giovane: costei, per non tradire il suo romantico sogno d’amore contrastato dalla famiglia, proprio nel giorno fissato per il matrimonio, già vestita con l’abito nuziale, immolò la sua giovane esistenza nelle acque che ne perpetuano il ricordo. La leggenda ci induce ad osservare con maggior attenzione i dolci aspetti naturalistici del luogo, ambiente umido tra i più suggestivi dell’alto Polesine.

    Scattate alcune fotografie, il nostro itinerario riprende alla volta di Sariano, frazione di Trecenta, per sostare presso Casa Pepoli-Spalletti (stessa proprietà della villa da dove siamo partiti) risalente al ’500, detta “il castello” per le due torri di diversa altezza incorporate rispettivamente nella casa e nell’attiguo rustico: trattasi dei resti di un antico castello estense risalente al ’300 ed inseriti, con un effetto molto singolare, nella successiva costruzione. Sull’antistante prato sorge un bel pozzo, un tocco pittorico che ingentilisce e completa l’armonia dell’insieme.

    Passando davanti alla chiesa di Sariano, la cui facciata non è priva di eleganza, ci dirigiamo verso Ceneselli (distante poco più di Km. 5), ove visiteremo la chiesa parrocchiale, con importanti dipinti di Benvenuto Tisi da Garofolo, che realizzò anche gli affreschi della vicina Villa Paretti, appartenuta alla famiglia di papa Sisto V.

    Ricordiamo tra l’altro che a Ceneselli, a metà del mese di Luglio si disputa “Il filò delle contrade”, una festa popolare che vede la partecipazione degli abitanti impegnati in un’attività di drammatizzazione e recupero delle tradizioni della civiltà contadina.

    Riprendiamo il percorso per Calto, il cui centro sorge a ridosso dell’argine del Po. Sull’ampia piazza si erge la settecentesca chiesa parrocchiale, accanto alla quale trovasi la canonica di impianto rinascimentale, coeva all’antistante porticato. Di fronte alla parrocchiale sorge il municipio (risale al ’600, ma è stato più volte rimaneggiato) sulla cui facciata è infissa una lapide ricordante il concittadino Costantino Munari: nel 1821 il patriota fu processato a Venezia come carbonaro, assieme al conte Fortunato Oroboni di Fratta e ad altri affiliati all’associazione segreta, che nel Polesine aveva messo radici destinate a dare linfa allo spirito patriottico con figure di grande prestigio, tra cui ricordiamo i coniugi lendinaresi Albero Mario e Jessie White.

    Nelle vicinanze della piazza, di interesse è villa Fioravanti, la cui architettura (come villa Pepoli di Trecenta) risente l’influenza emiliana, ed è caratterizzata dai due corpi laterali sporgenti rispetto alla parte centrale della facciata.

    Raggiunto l’argine del Po, è d’obbligo portarsi all’interno della fitta vegetazione golenale fino alle acque del fiume dove, presso un improvvisato porticciolo, sostano piccoli natanti.

    Tornati sulla strada arginale, iniziamo il tragitto di ritorno, muovendoci in sintonia col flusso delle acque: sarà piacevole ammirare sulla destra la placida corrente del Po solcata di quando in quando da chiatte e motoscafi, e alla sinistra la ricca campagna polesana.

    Percorsi altri cinque chilometri, scendiamo un’altra volta dall’argine per esplorare la vasta golena, conosciuta come “Bosco Papino”, ex enclave mantovana, in quanto il territorio è stato fino al secolo scorso sotto la giurisdizione di Mantova. Un tempo la golena era infatti un’isola, divenuta nel XVI sec. di propreità di G.B. Papini, e a tutti gli effetti compresa all’interno del territorio mantovano. A causa dell’interramento naturale del ramo del Po verso il Polesine, l’isola si è trasformata in golena polesana, restando però ancora nel novero delle terre mantovane, causando comprensibili e prolungati conflitti.

    Solo nel 1847, con la redazione del nuovo catasto austriaco, il territorio golenale del Bosco Papino fu incorporato anche amministrativamente nel Polesine.

    Raggiungiamo quindi Salara. Nel piccolo paese, conosciuto oltre i confini della provincia per l’annuale Fiera della Fragola che si svolge a Maggio, sostiamo presso il palazzo del municipio e la chiesa parrocchiale che risale alla seconda metà del XVI secolo.

    Fuori del centro sorge una ampia costruzione, fino all’occupazione napoleonica sede del Convento di Santa Croce attivo dal XVII secolo. L’edificio attuale, gravemente manomesso e deteriorato, risale al 1696. Esiste un dettagliato inventario dell’epoca, che ne testimonia l’ottimo arredamento e la presenza di ben 22 grandi carte geografiche. Da ciò è facile dedurre come il monastero fosse un importante punto di sosta per pellegrini provenienti dal nord (Padova, Belluno) in viaggio verso il sud (Roma, Ravenna), o per via fluviale da est (Venezia) verso ovest (Mantova).

    A decretare la fine della vita conventuale, oltre alle requisizioni napoleoniche, furono due disastrose rotte del Po e del Mincio verificatesi nel 1801, che ridussero sul lastrico i residenti: fu infatti deciso di mettere all’asta i beni del monastero e di distribuire il ricavato alla travagliata popolazione. Anche l’edificio fu allora frazionato in varie proprietà, cosicché presenta ancora oggi un aspetto tutt’altro che omogeneo, che però non ha completamente cancellato le tracce dell’iniziale destinazione. Pensare ad un intervento di recupero almeno parziale è istintivo anche se un po’ utopistico.

    Con una sensazione di malinconia, derivante dallo stato di decadenza del fabbricato, che nei secoli scorsi dovette rappresentare un importante punto di riferimento non solo sotto il profilo religioso, ma anche sociale, e fulcro di molteplici rapporti politici e culturali, ci accingiamo a completare il nostro itinerario alla volta di Sariano.

    Avremo così chiuso il cercio, per poi ritornare a Trecenta al punto di partenza, paghi dell’interessante escursione all’aria aperta, arricchiti di nuove consapevolezze sull’originalità territoriale e storica della zona.

  • Alla ricerca del sentiero perduto (… al Bacucco)

    Alla ricerca del sentiero perduto (… al Bacucco)

    Voci di sentieri antichi
    improbabili,
    vaghe vie,
    ricordi o sogni
    di cammini senza fine.

    Dal borgo di pali
    oltre la strada di barche
    segnali àuguri
    di luce
    e di anima
    destano l’intento.

    Lontano,
    indica il faro
    che esiste la meta.

    Spuntoni di canne
    lagnosi,
    zolle malferme
    arse,
    al principio.

    Attorno,
    l’acqua lucente,
    quieta,
    abbevera erbe e voli.

    Le canne s’innalzano
    ed il suolo svanisce.

    Quando tronco,
    il cammino si para,
    levitar di ponti
    allungan la via
    fino al cessare ultimo
    della terra,
    dove canne,
    soltanto canne,
    offre l’ignoto
    e canali improvvisi.
    Altissime,
    sottili,
    divoratrici d’aria e suolo.

    Il faro è lì,
    orbato
    ed invisibile.

    Steli piegati polverosi
    arrocano i respiri,
    s’attorciglia il piede
    scemando l’orma.

    Non serve più
    il perdono degli insetti
    né più aiuta
    il fango che non cede.

    Va rifatto il passo
    avanti
    il drizzare lesto degli sterpi.

    Tanto
    ha prestato la marea
    per oggi.

  • Soggiornare nel Delta

    Soggiornare nel Delta

    Al centro del prossimo Parco Naturale del Delta, tra i rami del Po di Gnocca e di Goro, a meno di due chilometri dal mare, in posizione intermedia tra la sacca di Scardovari (prov. di Rovigo) e di Goro (prov. di Ferrara), l’ostello “Rifugio Parco Delta del Po” sta vivendo il suo secondo anno di attività, qualificandosi come una delle più indovinate strutture ricettive per il turismo giovanile ed associativo. Il rifugio, gestito dal C.T.G., col supporto logistico-organizzativo della Coop. “Turismo & Cultura” di Rovigo, dispone di 60 posti letto in camere con bagno, e di attrezzate cucine. Il ristorante, specializzato in menù tipici, può servire fino a 200 persone, che nella stagione estiva di solito gradiscono desinare nell’ampio porticato esterno, ricoperto di canna palustre.

    La struttura viene prevalentemente usata per soggiorni ambientali, vivacizzati da qualificati animatori, ma si presenta anche quanto mai idonea per manifestazioni culturali, ricreative ed artistiche gestite direttamente da Turismo & Cultura o in collaborazione con altre associazioni. Va ricordato a titolo di esempio il successo di iniziative come il Gommotrekking Altaitalia, il meeting Nazionale di canoe, il Raduno di Mountainbike, la Festa di Carnevale e il meeting dei collaboratori di Ventaglio Novanta.

    Oltre alla sala riunioni interna, sono particolarmente apprezzate dalle comitive le strutture esterne che comprendono non solo il grande porticato, ma anche un gazebo tra gli olmi, casoni in canna per il gioco e il ristoro, e un grande camino tipico sul prato, adattissimo per grigliate e dotato anche di forno per il pane.

    Sono inoltre in dotazione dell’ostello-rifugio di Gorino cinquanta biciclette, quattro canoe, due windserf, tavolo da pingpong, spazio per pallavolo ed un’area per campeggio fornita di appositi servizi. Un orto ben curato ed alcune piante di fico completano l’esterno della poliedrica struttura.

    Gli ospiti possono fruire inoltre di indicazioni chiare per collaudati percorsi naturalistico-ambientali da effettuarsi in barca, in bici, in auto o pullman. La maggior parte degli itinerari si svolge nell’ambito delle province di Rovigo e Ferrara su cui si estende il Delta, ma non infrequentemente vengono raggiunte Venezia e Ravenna.

    Particolari programmi di soggiorno di due, tre, cinque e dieci giorni sono stati studiati dagli animatori, per scuole, gruppi di giovani ed anziani. Si tratta di proposte incentrate sulla conoscenza dell’ambiente, sul rapporto uomo-natura e sull’esperienza delle tradizioni locali (folclore, cucina, ecc.).

    L’ostello, che con il 1993 ha iniziato a lavorare a pieno ritmo fin da marzo, si è attestato come qualificato punto di riferimento per quanti ricercano un rapporto vivo con l’ambiente; ed in tal senso non sono mancati autorevoli attestati di apprezzamento anche su riviste specializzate quali “Airone”, “Oasis”, “Qui Touring”, “Turismo Veneto”, e su pubblicazioni straniere tra cui la rivista francese “Science et Nature” e la tedesca “Frankfurten Allgemeine Zeitung”.

    Dimenticavamo i poeti… La loro voce, appassionata e melodiosa, ha costituito, assieme alle dolci note di valenti studiosi di strumenti musicali, un momento quanto mai qualificante della vita presso il rifugio del delta, come testimoniano i versi di Lino Cortelazzo, che pubblichiamo di seguito.

  • All’interno di un antico maniero

    All’interno di un antico maniero

    Trent’anni fa frequentavo la seconda elementare. In una fredda mattina d’inverno, con venti centimetri di neve per terra, mi trovavo a camminare per piazza Risorgimento di Lendinara, stringendo la mano della mamma che mi accompagnava a scuola. All’improvviso, nel silenzio surreale che crea la neve attenuando tutti i rumori, la mia attenzione fu attratta da un mezzo militare da cui scesero due carabinieri che accompagnavano un uomo in catene.

    A quel punto la mia gioia di fanciullo per la neve che cadeva d’improvviso sparì; la mia attenzione, mista a paura, fu tutta rivolta alle pesanti catene ai polsi di quell’uomo che, accompagnato dai gendarmi, stava varcando la soglia del grande palazzo in mattoni rossi, possente, con tante sbarre di ferro alle finestre.

    Per vedere meglio la scena rallentai il passo, quasi mi fermai, provocando l’inevitabile sgridata della mamma, alla quale in tutta risposta chiesi incurante dove stessero portanto l’uomo incatenato. La risposta fu immediata, "chi fa il cattivo va in preson!".

    Fu così che da quel giorno di trent’anni fa anch’io imparai, come tutti i lendinaresi, che quel robusto palazzo, che si erge nella piazza principale di Lendinara, era il carcere.

    Imparai poi, qualche anno più in là, per merito della mia maestra, una gentildonna dai tratti marcati del viso, elegante e dolce, che "le preson", erano in realtà gli imponenti resti del Castello Estense. In seguito per anni non cessai di chiedere notizie sulla storia del Palazzo, ma nessuno mi sapeva dire con certezza come fosse strutturata all’interno la maestosa torre; nessuno sapeva o aveva scritto qualche cosa in più delle poche righe che Rigobello nel 1976 riportava nel volumetto "Lendinara Estense". Tutto sembrava destinato a rimanere avvolto nel mistero; come priva di una attendibile documentazione appare la vicina statua della "Puazza", inserita nel muro attiguo all’antico maniero, sulla destra rispetto all’entrata della torre.

    Fu così che nel settembre dell’87, intenzionato a violare l’arcano, chiesi al Pretore di Lendinara, sotto la cui giurisdizione ricadeva il carcere mandamentale situato nei locali dello storico Palazzo Pretorio, di poter entrare per fare una ricognizione delle stanze, con lo scopo di realizzare delle foto da pubblicare in collaborazione con la Pro Loco, nel volumetto stampato in occasione della ultrasecolare Fiera.

    L’autorizzazione mi venne concessa, ed il fatidico giorno, con il lasciapassare firmato, mi recai al corpo di guardia, e finalmente varcai con due amici quel possente portone.

    L’avventura stava per cominciare. Muniti di macchina fotografica, videocamera, con oltre 100 metri di cavo elettrico, un faro da 400 watt, una scala allungabile sino a 4 metri, accompagnati per un tratto dai custodi, iniziammo ad addentrarci nel labirinto delle stanze del palazzo, per visitare uno spaccato di medioevo ancora quasi intatto, proprio alle soglie del duemila.

    Il pesante portone munito di spioncino si richiuse con un colpo secco alle nostre spalle. Uno dei custodi ci chiese i documenti per la registrazione d’uso in un vecchio e polveroso volume malamente incartato con carta di giornale ormai ingiallita dal tempo.

    L’altro custode provvedeva nel frattempo a far scorrere il catenaccio e a dare tre o quattro mandate di chiave. Eravamo nell’androne d’entrata, ampio con il soffitto a doppia volta.

    Iniziava così la nostra ricognizione.

    Lo stanzone, complessivamente alto oltre sei metri, ci apparve diviso a metà da un muro elevato per circa due metri e mezzo. Attraverso una porta situata nel mezzo di questo muro divisorio si accedeva ad una seconda metà della stanza, da dove partivano da un lato una ripida ma ampia gradinata e dall’altro l’ingresso della torre, protetto da una pesante porta bugnata. Era questo l’accesso alle segrete.

    Sul lato sinistro dell’androne, proprio sopra il muretto, ecco apparire i primi particolari che ci stimolarono a procedere a ritmo serrato nella ricerca. Incastonata nel muro della torre, quasi come una pietra preziosa nella sua montatura d’oro, ci appariva una lapide in marmo con la seguente iscrizione: L’anno del signore 1585 il giorno 30 del mese di marzo il Vigilantissimo pretore di Lendinara Geronimo Barozzi fece adibire e fortificare queste carceri per la corretta custodia dei malfattori". Certo il Barozzi sapeva di aver fortificato bene quel carcere, ma io credo che mai si sarebbe immaginato che per altri cinque secoli questo edificio sarebbe stato utilizzato a tale scopo.

    Il palazzo, costruito dagli Estensi intorno al 1390 per opera e volontà di Alberto d’Este, dopo due secoli di vita cambiava dunque destinazione d’uso sotto i Veneziani: da residenza nobiliare a carcere, e ciò avveniva proprio qualche anno prima della costruzione dei famigerati "Piombi" di Palazzo Ducale a Venezia.

    Proprio sopra l’iscrizione suddetta si apre una finestra con tanto di balcone e triplo ordine di inferriate; sul lato destro individuammo tracce di un affresco, forse raffigurante S. Pietro, distrutto dal tempo e dall’ignoranza dell’uomo anche in anni a noi vicini. Davanti a noi la porta d’accesso alla torre. I due enormi catenacci si aprirono e finalmente entrammo nelle "segrete". Si tratta di minuscole celle, luoghi angusti con poca luce, poca aria e tanta umidità, munite esclusivamente di una piccola finestra che dal fondo della cella a due metri e cinquanta di altezza dà sulla piazza (lato ovest della torre).

    L’uso del marmo agli stipiti, agli angoli, e sulla soglia d’accesso (marmi rossi di Verona giunti a Lendinara sicuramente per via d’acqua) testimonia come gli Estensi avessero buon gusto e mezzi finanziari per queste cose: il Castello di Ferrara ancor oggi ne è una validissima testimonianza.

    Le celle, munite di due porte, permettevano un’ottima operatività ai custodi, sia per il passaggio del rancio, che per qualsiasi altra necessità.

    Usciti dalle due piccole celle, attraverso un breve corridoio, salimmo lungo una minuscola scala in legno, o quello che ne rimaneva, raggiungendo un ballatoio in marmo sul quale si trova l’accesso alla cella numero tre, ampia il doppio delle altre due, con soffitto a volta.

    Quale tipo di belva umana custodissero queste celle non è dato sapere, certo che quelle porte così pesanti, con catenacci, spioncini e serrature enormi forgiate da mani esperte, avrebbero resistito a mio modesto avviso anche all’assalto di qualche orda barbarica.

    Per salire ai piani superiori della torre, dovemmo uscire dalle segrete, passare attraverso la seconda metà dell’androne d’entrata, da dove, superata l’ampia scalinata, salimmo in un locale posto appena sopra l’entrata.

    Percorrendo questo tortuoso giro passammo davanti a delle nuove celle, a quell’epoca ancora utilizzate per detenuti che scontavano qualche residuo di pena. Credo di poter dire tranquillamente che provavamo sentimenti simili a quelli di ansiosi esploratori: salivamo gradini sconnessi, calpestavamo pavimenti ora in legno, ora in marmo, ora in cotto rosso, e tutto ci appariva misterioso.

    Ma il bello doveva ancora arrivare. Raggiungemmo il salone ubicato proprio sopra l’androne d’entrata, dove recenti lavori di restauro avevano ricavato un vano caldaia, una controsoffittatura, ed uno stanzino utilizzato come ripostiglio per brande e materassi in disuso.

    Fu qui che facemmo una delle scoperte più eclatanti di quella giornata indimenticabile: la controsoffittatura, creata qualche anno prima, mostrava una botola in legno proprio sul punto in cui uno stemma seicentesco la intersecava perpendicolarmente. Sullo stemma legemmo una iscrizione in nero su campo verde: "Illustrissimo et eccellentissimo Domino Hieronimo Pizzam / Pretori Iustitia / integritate maxima / clementia unico / añoXptiDñi – MDCLXV (1665). Quasi sicuramente in questa lapide si cita Geronimo Pizzamano Tomà, in quel tempo reggitore della giustizia a Lendinara.

    La nostra curiosità stava crescendo sempre più: qualcosa ci spingeva, quasi come dei cercatori d’oro, a vedere cosa ci fosse sopra quella botola. Presto detto, presto fatto: un tavolo, poi una sedia sopra e su oltre la botola, inutile perdere tempo a recuperare la scala che temporaneamente avevamo lasciato indietro. Giusto premio a tanta temerarietà apparve ai nostri occhi un’altra iscrizione e tutta una striscia di colore ocra a testimonianza che la stanza in passato doveva essere stata frescata.

    Su quest’ultima effigie appariva leggibile solo questo: "Ludovico A… / Commissario… / invictissimo Princ… / Estense duce Tertio / Sancte Matris Ecclesie / MDVIIII (1509)". Probabilmente il riferimento va a Ludovico Marcello nominato Commissario di Lendinara il 9/6/1509 dopo l’invasione del Polesine da parte di Alfonso d’Este.

    Richiusa la botola entrammo nello stanzino tanto male utilizzato, che si doveva rivelare altrettanto ricco di tesori. Appena spalancata la porta apparve d’innanzi ai nostri occhi increduli un bellissimo affresco raffigurante una Madonna in trono con bambino, contornato da un ampio scenario raffigurante il paesaggio con, in secondo piano, una verde collina; bellissimo il delicato volto della Madonna e del bimbo, così pure il colore delle vesti.

    Questa apparizione fu quasi una visione celeste, che scatenò in me la sensazione di aver riportato alla luce qualche cosa di importante, di prezioso, per tanto tempo dimenticato da tutti. Ebbi poi infatti modo di verificare che l’unico cenno a questo affresco risale alla metà degli anni Trenta, per mano del Marchiori e del Cappellini che già all’epoca ne chiedevano la salvaguardia.

    Il dipinto risultava ai nostri occhi delimitato da vari strati successivi di calce e colore che ne racchiudevano i contorni, tanto da far pensare che l’affresco continuasse e fosse stato successivamente occultato. A conferma di ciò, tolte piccole scaglie di calce sul fianco destro del dipinto, ne vennero alla luce nuove parti.

    Mi chiesi allora perché solo le immagini sacre fossero rimaste visibili, mentre tutto il resto era stato coperto. Ecco una probabile risposta: nel periodo in cui la peste imperversò in Polesine, tutte le pareti di questo stabile furono imbiancate per disinfestarle dal terribile morbo, fatta eccezione per i dipinti di carattere religioso.

    Proprio sotto l’affresco, prima di accedere alla cella numerata con il sei, vi era appoggiato sul lato destro dello stanzino un magnifico forziere medioevale, di notevoli dimensioni, circa un metro e cinquanta centimetri di base e altezza per un metro e venti di profondità, in legno e metallo, a doppia anta, bugnato in metallo su tutti i lati con all’interno una decina di cassetti e cassettoni divisi in strani scomparti; probabilmente si trattava di un vecchio forziere del Sacro Monte di Pietà operante in Lendinara sin dal 1501, (sarebbe oggi una delle più antiche banche esistenti se non avesse cessato la sua attività come Banca del Monte di Lendinara agli inizi degli anni settanta).

    Dalla porta sotto il dipinto, passando davanti al forziere, entrammo nella cella sei, all’interno della torre, dove trovammo un altro forziere più piccolo, con l’interno in legno e corazzato in ferro all’esterno, anch’esso assai robusto.

    Le emozioni non erano ancora finite: sulla trave centrale di sostegno del pavimento in legno della cella, vi erano ben incastonati due anelli di metallo, simili a quelli che alle porte delle città servivano per attaccarvi cavalli e muli, avevano un diametro di 15 centimetri; erano questi sicuramente passacatena, utilizzati anche nelle navi negriere; in essi venivano fatte scorrere due lunghe catene che andavano ad infilarsi nelle cavigliere in metallo dei galeotti.

    Uscimmo da questa cella pensando ognuno per proprio conto alle strazianti sevizie che l’uomo, unico animale al mondo, è capace di riservare ai propri simili. Ritornando sui nostri passi, salimmo poi al sottotetto, nella porzione centrale del palazzo, proprio sotto la parte merlata attraverso una scala fatiscente, frutto dei restauri ottocenteschi del fabbricato, a metà della quale appariva dipinto sul muro un piccolo crocefisso, completamente imbiancato da recenti tinteggiature.

    Fu da questo punto in avanti, viste le infiltrazioni d’acqua dalle finestre e dal soffitto, che iniziammo a fare gli Indiana Jones della situazione. Ma un premio ci attendeva anche per tanta irresponsabile temerarietà. Montando sui punti del tavolato che apparivano a vista più solidi, entrammo nella cella Sette: tre o quattro magnifiche chiavi, enormi, facevano bella mostra appese chissà da quanto tempo a dei chiodi; erano le chiavi di quelle porte di sicurezza ancora perfettamente funzionanti.

    Per accedere all’interno della prigione dal tavolato fradicio si doveva scendere, poiché il piano-pavimento della cella nella torre era più basso; una differenza di circa trenta centimetri tra la porta esterna e quella interna alla camera di sicurezza.

    All’interno, nella penombra, regnava un pesante olezzo, poiché il guano dei colombi di piazza aveva ormai quasi ricoperto del tutto le piccole finestre a bocca di lupo.

    Eravamo arrivati ormai quasi alla sommità, ma le difficoltà non erano ancora finite. Stendemmo due travi su un tratto di tavolato fradicio per l’acqua che filtrava da una finestra sul lato nord del fabbricato e che, correndo lungo la parete, scendeva al piano inferiore minacciando di danneggiare irrimediabilmente anche l’affresco della Madonna. Salimmo sulle travi stese per poter accedere ad una specie di ballatoio in legno con annessa scaletta di servizio per equilibristi, per entrare nella cella numero otto, da me poi ribattezzata la stanza dei dipinti.

    Passo dopo passo, gli scricchiolii del pavimento e della scaletta ci facevano avanzare adagio, quasi fossimo all’interno di un campo minato. Riuscimmo ad entrare nella stanza dove però non potevamo né vedere né respirare bene, giacché la penombra era ancor più pesante, e l’odore del guano dei colombi quasi insopportabile.

    Decidemmo allora di accendere il faro e di effettuare una rapida videoripresa. La luce illuminò quelle pareti imbiancate che si stavano scrostando per le infiltrazioni d’acqua dalla finestra del sottotetto. Fu così che apparvero ai nostri occhi, da sotto quella calce, parti di raffigurazioni dipinte, di colore simile a quelle già viste poco prima nell’affresco della Madonna. Erano forse immagini mitologiche, forse angeli; chiara si stagliava, a destra della porta, la parte superiore di un’ala dal colore giallo vivace.

    Su tutti e quattro i lati della cella apparivano parti di affresco e assaggi d’immagini a colori vivissimi, protetti e occultati per secoli sotto quel manto di calce. L’emozione per quella scoperta fu vivissima. Era questo probabilmente lo studio del Pretore, visto che in questa stanza insisteva anche una specie di ballatoio malamente murato, tant’è che anche dall’esterno, ma maggiormente dall’interno, se ne intravvedeva ancora la forma.

    Quale colpo di fortuna per noi aver trovato l’esistenza di dipinti estensi all’interno della Torre! Una grande, bellissima sensazione ci assalì; eravamo stanchi, ma quasi inebriati da ciò che i nostri occhi avevano intravisto. Staccammo molto delicatamente ancora qualche crosta di calce e colore per avere la certezza dell’esistenza di quel tesoro.

    Come un trapezista salii allora lungo la scaletta in ferro di quattro metri, portata fin lassù a spalla per giungere proprio sotto il tetto della torre.

    Quella copertura, costruita agli inizi del novecento, dopo aver rasato quasi completamente l’originaria merlatura estense, si presentava come la dimora abituale di un battaglione di colombi.

    Dalla finestra rivolta ad est, proprio sotto il tetto, mi affacciai a 26 metri di altezza a guardare il mantello in cotto dei tetti della cittadina, resi ancor più bruni sotto il sole di un rossastro tramonto settembrino. E chiara dentro di me maturò l’esigenza di lanciare un s.o.s. affinché qualcuno provveda a salvare dalla rovina le preziose testimonianze artistiche del palazzo estense di Lendinara.

  • Là dove nasce il Delta

    Là dove nasce il Delta

    Dopo aver percorso in modo unitario 600 km., il Po improvvisamente inizia a ramificarsi dando origine al grande Delta.

    Testimone dell'avvio di questa originale formazione è il piccolo paese di Santa Maria in Punta, ubicato giusto nel cuneo che nasce dallo sdoppiamento del grande fiume, i cui primi due rami vengono rispettivamente denominati Po di Venezia (a nord) e Po di Goro (a sud).

    L’ambiente è veramente suggestivo. Procedendo dall’argine verso l’incile (il punto dove si origina il ramo di Goro) si incontra dapprima la golena, con case, laghetti fluviali, accumuli di terra, vegetazione spontanea ricca di cespugli e pioppeti. Le case, per lo più abbandonate, si presentano semidiroccate e spesso decorate in modo naif dai visitatori; ne abbiamo trovata una in buono stato con le pareti interne bianche, il camino e, a tutto muro, in un bel corsivo c’è scritto: “Benvenuto”, un saluto inaspettato che abbiamo molto gradito.

    Proseguendo verso il fiume si giunge alla diramazione: lì sorge una strana spiaggetta naturale che ogni giorno varia di dimensioni e aspetto. È facile vedere sulla spiaggia tronchi d’albero arrivati da chi sa dove, trascinati dalle acque del Po; se c’è qualche impronta, sicuramente è di animali perché il gioco delle acque è consistente e spingersi oltre fa paura.

    Ma ritorniamo nel piccolo centro di Santa Maria nel comune di Ariano Polesine. Qui troviamo sparse qua e là alcune case attorno ad una suggestiva piazza: è quella del vecchio borgo, protetta da una bassa muraglia costruita nei primi del ’900 a difesa delle minacce del fiume.

    Poco oltre sorge un caratteristico monumento dedicato a tutti i naviganti e pescatori del Po. Di particolare importanza l’antica chiesa romanica con a fianco un piccolo campanile quasi incorporato con la cuspide a base ottagonale.

    Santa Maria era considerata come borgo già prima del 1200, ma la sua prima denominazione era Santa Maria del Traghetto, proprio perché il piccolo centro era congiunto con il fiume tramite un canaletto detto di Santa Maria, superabile a mezzo barca e quindi “Traghetto”.

    Il paese assunse il nome di Santa Maria in Punta con la scomparsa del canale e in virtù della sua posizione situata proprio nel punto di biforcazione del fiume.

    Esiste una storia popolare legata alla nascita della chiesa: è la leggenda della Madonnina di legno, che galleggiando lungo il fiume fu raccolta dai pescatori proprio nelle vicinanze del paese. La statuetta, asciuagata, venne custodita in una nicchia o piccolo capitello successivamente ingrandito e arricchito. Il tempio dipendeva da S. Basilio, parrocchia di tutta l’isola di Ariano, e si trova menzionato già in documenti del 1536 e successivi anni a seguito delle varie visite effettuate dai Vescovi che si succedettero.

    Solo nel 1825 la chiesa di S. Maria in Punta sarà dotata di fonte battesimale e naturalmente diverrà parrocchia autonoma sino al 1950.

    Con la disastrosa alluvione del 1951 la chiesa verrà chiusa (quella nuova, dedicata alla Natività, sarà realizzata a Crociara) e messa a disposizione della Sovraintendenza dei beni architettonici che la riparò e restaurò riportandola oggi al primitivo splendore.

    L’Oratorio è dedicato a S. Antonio di Padova, la cui statua è situata nell’unico altare a levante. S. Antonio era considerato il protettore dei barcaioli, pescatori e mugnai, che nell’annuale festa del 13 giugno stendevano le loro colorate vele attorno alla chiesa per ascoltare la messa solenne. Ancora oggi S. Antonio viene ricordato a Santa Maria con una serie di manifestazioni religiose e ricreative durante il periodo della sagra annuale che vede in paese il ritorno di molti emigrati.

  • La Pinacoteca dell’Accademia

    La Pinacoteca dell’Accademia

    Siamo persuasi che se si facesse un'inchiesta tra i Polesani, sarebbero pochi, se non pochissimi, quelli a conoscenza del prezioso patrimonio d'arte custodito nella Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi. Eppure, ad avvalorare il detto “nemo propheta in patria”, le lontanissime Isole di Cook, tanto distanti da noi, da essere addirittura agli antipodi dell’Italia, vicine alla Nuova Zelanda, hanno adottato, per un loro francobollo, la riproduzione di un ritratto custodito nella pinacoteca rodigina. Si tratta della finissima “Madonna col Bambino” di Giovanni Bellini che ha incantato questi isolani dal palato fine.

    Come se non bastasse, si deve tener conto del fatto che l’Expo di Siviglia, lo scorso anno, ha richiesto espressamente una rara “Marina” di Luca Carlevarijs, vanto della Concordiana, per esporla insieme ai capolavori pervenuti da tutte le parti del mondo.

    Apprendiamo queste notizie dal direttore della grande raccolta, Antonio Romagnolo, che ci racconta anche la storia e la nascita di questa pinacoteca, fra le più interessanti del Veneto.

    Apprendiamo così che l’Accademia dei Concordi – sorta nel 1580, per iniziativa del conte Gaspare Campo – comincia ad occuparsi di pittura verso la metà del sec. XVIII commissionando ai maggiori pittori veneti una serie straordinaria di ritratti di rodigini illustri e di protettori veneziani. Anche diversi nobili cittadini cominciano allora ad interessarsi di pittura. Il conte Giovanni Francesco Casilini diventa un vero collezionista d’arte veneta del Quattrocento e del Cinquecento. Riunisce nel suo palazzo quasi duecento opere che decide poi di lasciare in legato all’Accademia dei Concordi, dimostrando illuminata sensibilità. Con l’arrivo nel 1833 dalla collezione Casilini, ha origine la pinacoteca.

    In seguito altri generosi cittadini donano i loro dipinti. Un notevole incremento avviene nel 1878 con il legato di metà della collezione dei conti Silvestri, l’altra metà va al Seminario Vescovile di Rovigo. Nel 1982 la collezione verrà riunificata nella Concordiana stessa.

    Il terzo importante legato si attua nel 1901, grazie al commendatore Albano Gobbetti. Si costituisce così una invidiabile raccolta, prevalentemente di arte veneta dal XV al XVIII secolo, nella quale figurano capolavori conosciuti in tutto il mondo.

    L’episodio del francobollo delle Isole di Cook è una palese conferma della notorietà di questo patrimonio museale.

    Proprio nella prima sala – per chi si accinge a visitare la raccolta – si incontra la già citata “Madonna” di Giovanni Bellini, vicina all’altrettanto famoso “Cristo Portacroce” dello stesso autore.

    Nella stessa stanza, opere di Quirizio da Murano, Nicolò di Pietro e Nicolò Rondinelli.

    Nella seconda sala si ammirano diversi dipinti di scuola ferrarese del Cinquecento, dipinti di Ippolito Scarsella – detto “lo Scarsellino” – e di Dosso Dossi, oltre ad una finissima “Vanitas” di Jan Gossaert, detto “il Mabuse”.

    Nella terza sala incontriamo i maestri veneti del Cinquecento, tra i quali Palma il Vecchio, Palma il Giovane e Tiziano.

    Nella quarta sala: tre grandi capolavori di maestri veneti del Seicento, firmati Sebastiano Mazzoni e Girolamo Forabosco.

    Nella quinta sala si arriva ai maestri veneti del Settecento attraverso due opere significative di Luca Giordano e si può ammirare la già citata Marina di Luca Carlevarijs, di grande respiro scenografico e opere di Piazzetta e Pittoni.

    Nella sesta sala si trova una straordinaria serie di ritratti di personaggi illustri di Rovigo e di protettori dell’Accademia dei Concordi, commissionati dagli accademici ai maggiori pittori veneti del Settecento. Ammiriamo così opere di Giambattista Piazzetta, Giambattista Tiepolo, Alessandro Longhi, Antonio De Piero – detto “Lo Zoppo” – e un autoritratto di Rosalba Carriera.

    Al terzo piano si trova la complementare Pinacoteca del Seminario Vescovile di Rovigo, con capolavori di Domenico Campagnola, Bartolomeo Veneto, Andrea Vicentini, Pietro Muttoni (Pietro della Vecchia), Bernardo Strozzi, Antonio Balestra, Vittore Ghislandi (frà Galgario), Felice Cignaroli, Filippo Mercier.

    I dipinti che non sono esposti si trovano in un moderno deposito, accessibile su richiesta, attrezzato con pannelli scorrevoli, che ne consente un’agevole lettura.

    Sono qui conservati altri quadri interessanti di artisti veneti, emiliani e di altre scuole italiane e straniere, fra cui figurano: Domenico Zampieri (“Il Domenichino”), “Lo Scarsellino”, Matteo Stom, “Il Giampietrino”, solo per citarne alcuni.

    Una pinacoteca, dunque, creata secondo i più moderni criteri museali, pregevole al punto da aver suscitato l’interesse di critici italiani e stranieri; una raccolta superba da centellinare piano piano.

    Ma i Polesani ne sono al corrente?

  • LE VIE FLUVIALI

    LE VIE FLUVIALI

    Là dove il fragile equilibrio di terra ed acque vorrebbe costruzioni ispirate alla levità della spuma marina, sorge imponente il “mostro del Delta”, ovvero la ciclopica centrale termoelettrica, che si stima essere la più grande d’Europa.

    Mal tollerata da chi ha a cuore i valori ambientali per il cattivo impatto estetico, ed ancora di più temuta per i fumi di combustione che escono dal colossale camino, la centrale è stata ultimamente messa sotto accusa per il mancato rispetto della legge Merli, a causa dello scarico di acque più caldo del previsto.

    L’esito processuale è stato accolto con particolare soddisfazione dalle associazioni protezionistiche e specialmente da W.W.F. e Italia Nostra, per l’occasione costituitesi parte civile, e da sempre contrarie al grande insediamento di Polesine Camerini.

    Per restare nel Delta, ha fatto notizia il transito, avvenuto lo scorso ottobre, di una nave russa lungo il Po di Levante. Il cronista ha sottolineato il fatto come un avvenimento quasi memorabile, che dimostra la possibilità non solo teorica per il Polesine di offrire idonee vie d’acqua.

    Questa nostra terra di fiumi ha infatti purtroppo da tempo perso la sua prerogativa di navigabilità fluviale, tanto che soltanto lungo il Po è possibile vedere il transito di qualche battello, restando l’Adige e il Canalbianco pressoché esclusi ai natanti.

    È da un paio di decenni che l’obiettivo delle vie fluvio-marittime è stato ripreso e proposto da varie forze come fattore di rilancio per la nostra provincia. Si è però constatato che, ogni qualvolta la realizzazione del piano è sembrata vicina, qualche impedimento, di natura burocratica o politica, è intervenuto a frustrare le speranze, rischiando di vanificare non solo il progetto in sè, ma anche le decine di miliardi già spesi per attuare parte delle strutture.

    Eppure la navigabilità non può essere vista come un’idea puramente teorica, essendo connaturata alla natura stessa del Polesine. Non quindi un motivo di mero interesse economico, ma anche di rilevanza socio-culturale, testimoniato oltretutto da tradizioni antichissime. I miti di Fetonte, delle Elettridi, della via dell’Ambra e perfino il leggendario viaggio degli Argonauti (di cui si parla in questo numero del Ventaglio) sottolineano l’aspetto fluviale della nostra terra come opportunità di relazioni e comunicazioni.

    Riappropriarsi del territorio in modo propositivo, nel rispetto delle caratteristiche ambientali, diviene allora un impegno etico oltre che economico. Si tratta in definitiva di un obiettivo radicato nella storia stessa del Polesine e dei suoi fiumi, che va perseguito con determinazione.

  • Storia di un gemellaggio

    Storia di un gemellaggio

    Si sta perfezionando il gemellaggio tra Omisalj, piccolo centro croato e la cittadino bassopolesana di Taglio di Po. Per tale ragione, il sindaco di Taglio di Po, prof. Vincenzo Melone, che ha raggiunto con una delegazione l’altra sponda dell’Adriatico, è impegnato a definire gli ultimi dettagli. Ma vale la pena di raccontare, per sommi capi, le motivazioni che hanno fatto scattare la molla di una esigenza che, con i tempi che corrono, con i funesti venti di guerra, potrebbe originare della facile ironia.

    Ebbene, Omisalj, che è un piccolo centro turistico croato, fino a poco tempo fa viveva una vita tranquilla, forse per il privilegio che gli derivava dalla sua felice posizione geografica, nella ex Repubblica Jugoslava. Ma l’anelito di libertà e di riscatto che pervade le popolazioni dei Paesi dell’Est europeo, anziché coinvolgere positivamente il piccolo centro, ne sconvolge i meccanismi del suo collaudato sistema di vita. La granitica Repubblica Jugoslava, si sgretola in nome di mai sopiti nazionalismi e fanatismi religiosi, e Omisalj, anche se non coinvolta direttamente nel conflitto, vive gli orrori della guerra fratricida, manifestando generosità nell’accogliere gruppi, sempre più numerosi, di profughi, che cercano rifugio ed assistenza.

    Al dramma ed all’esodo del popolo croato, assiste impotente un tagliolese, Beppe Crepaldi, che ha modo di leggere da vicino, negli occhi dei profughi, perlopiù donne, vecchi e bambini, la disperazione e la paura. Crepaldi, che a Omisalj è di casa, perché da anni frequenta case di amici, ne è toccato profondamente, ma non si ferma lì. Si organizza, portando personalmente aiuti di ogni genere, coinvolge amici e parenti e poi il Comune, il parroco, Padre Attilio, la Caritas, un gruppo organizzato di anziani. A questo punto gli aiuti diventano un piccolo ruscello: nel mare della necessità, si cementano amicizie tra le due popolazioni, ci si ospita a vicenda, gli uni capiscono le difficoltà degli altri, i fine-settimana di tanti tagliolesi sono finalizzati a recare aiuti a persone, cui i giorni della settimana non dicono più niente, tranne che reclamare un reale bisogno continuo.

    A Omisalj, dunque, si è attesi, ma soprattutto ogni qual volta si arriva, si crede fermamente di poter cominciare a tracciare il difficile sentiero della Pace. Non a caso il sindaco Melone, parlando a nome della comunità, in attesa di ufficializzare un momento di aggregazione tra le due cittadinanze che già si sentono molto vicine, proprio alla vigilia della partenza dell’ultimo convoglio umanitario, ha detto: “Vogliamo aiutarli a superare un momento difficile, affinché possano far fronte ad un momento ancora più difficile della loro storia, venendo incontro alle difficoltà economiche in cui si dibattono. Il nostro augurio è che la Croazia raggiunga gli obiettivi di indipendenza e di valutazione della propria storia in un rapporto di parità con le altre repubbliche europee; pensiamo quindi che la nostra solidarietà possa servire, anche se in minima parte, a raggiungere lo scopo”.

  • Lo zingaro della pista

    Lo zingaro della pista

    Per cominciare a correre, a 18 anni, ha dovuto vendersi l'autoradio. Era nuova di zecca, un impianto hi-fi completo comprato con i soldi del primo stipendio di lavoro. È in modo curioso, paradossale, che talvolta iniziano le grandi vocazioni sportive. E proprio così è stato per Andrea Maida, 29 anni, di Loreo, uno dei migliori piloti di speedway in Italia. Una disciplina motoristica che si pratica su piste ovali di terra rossa di cui il Veneto è la patria, con capitale Lonigo in provincia di Vicenza.

    Da quando l'autoradio si è trasformata nella prima moto di speedway ne è passata di acqua sotto i ponti, e la carriera di Andrea Maida è stata un continuo crescendo. Culminato, in fatto di risultati, nel 1989, anno in cui ha conquistato un doppio titolo italiano a coppie (insieme a Gianni Famari) ed a squadre (col Mc Due Torri-Lightron).

    Da allora il pilota di Loreo è entrato in pianta stabile anche in nazionale, della quale ha vestito più volte la maglia azzurra in gare del campionato del mondo, della Mitropa Cup, in test-match contro le più forti squadre straniere o in competizioni internazionali di considerevole prestigio.

    Maida è uno zingaro della pista, come tutti i suoi colleghi dello speedway, in grado di sorbirsi migliaia di chilometri l’anno per disputare gare dalla Russia alla Germania, dalla Polonia all’Austria, dalla Finlandia all’Ungheria. Chilometri fatti in furgone, con le moto caricate dietro, non in confortevoli aerei come le stelle degli altri sport. Lo speedway, infatti, è una disciplina povera.

    A muoverlo, come tutti gli altri sportivi, non è certamente un miraggio economico, giacchè i ricavi a fine anno sono molto contenuti, ma esclusivamente la gran passione e la voglia di misurare le proprie capacità in uno sport da autentici "fuori di testa", tanto rischioso quanto bello ed emozionante.

    Maida da questa stagione, 1993, ha cambiato club. Non corre più con il Mc Due Torri di Rovigo che l’ha lanciato, ma col MC Olimpia di Terenzano (Udine). Una scelta sofferta, visti i legami affettivi che c’erano con la formazione che l’ha visto nascere e crescere nello speedway, ma indispensabile per la sua carriera. A Terenzano, infatti, ha a disposizione una pista per le prove di cui a Rovigo non poteva disporre (in Polesine sono state smantellate tutte).

    Inoltre il club friulano ha ambizioni di primeggiare in Italia, togliendo lo scettro ai rivali del Mc Lonigo. Per questo ha ingaggiato altri campioni, fra cui Armando Castagna, considerato uno dei "top ten" al mondo, ai quali Maida si affianca. Per lui, quindi, può essere la stagione della consacrazione definitiva (magari con la conquista del tricolore individuale, che gli è sempre sfuggito) in un mondo che lo considera ormai già fra i migliori.

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