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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il marinaio

    Il marinaio

    Eravamo noi due soli a sedere, quel presto mattino di prima estate, ad un tavolo sullo scoperto che separava dalla strada la locanda dove avevamo dormito. Rimanevano, rifranti nei luccichii dell’aria illuminata, gli umori della notte, senza toglier nulla tuttavia ad una nitidezza, ad una pulizia al di qua di inquinamenti e artificiosi progressi.

    Mi parve un ritorno d’altri climi, avvertiti anche nella mancanza di traffico. Solo qualche persona nelle vie, e silenzio; e me ne veniva piacere, cui, però, si mischiava, a turbarlo, un senso di disagio, già presente in me sin da ragazzo.

    Stava la locanda quasi sul limitare dell’abitato, e guardava con la coda dell’occhio una lunga strada, che andava alla campagna. Era una campagna solcata da un grande fiume, dai tanti rami che si allargavano, più propriamente, su tutta una distesa, percorsa altresì da canali in parallelo tra loro fino al mare o a un certo punto fusi insieme; ma tutti erano imparentati coll’alveo maggiore.

    Già ne avevamo visto alcuni aspetti nel pomeriggio del giorno prima, e altri luoghi avremmo visitato quella giornata stessa, dopo essere stati a Messa. Ma eravamo in tanti, tutti quella notte a dormire su letti d’accampamento in camere improvvisate, solo noialtri due in albergo.

    Era una gita ecologica, alla quale avevo aderito con entusiasmo, lo stesso con cui, da ragazzo, iniziavo nell’angolo della cucina la lettura d’un romanzo d’avventura.

    Frequentavo la quarta elementare quando lessi il mio primo libro salgariano, e poi fu tutta una lettura così, di fantasie che si avveravano lontano, sui mari in particolare. La scuola mi era soltanto un modo per figurare; quindi, drammi e ansie nelle difficoltà, ma interesse alla cultura niente.

    Era solo un vivere istintivo, dove aveva presa l’immaginazione, e così il vissuto in me era un desiderio e un sogno. Non eludevo la realtà, perché attendevo allo studio e poi a un’attività, ma il cuore m’era avvinto ai personaggi d’eccezione, che sapevan compiere imprese così seducenti; avrebbe desiderato viverne, ma, non potendo, si rifugiava nel sogno, leggendo o semplicemente stando ad occhi aperti.

    Ritornando a quella piana, che si stendeva sino al mare, fu alla quercia, più volte secolare, che ci si conobbe noi due, stringendoci la mano. E subito, al primo sguardo, lo sentii marinaio. Immaginai così per dei particolari, visti sul momento, già combinati tra loro. In sè non giustificavano questa mia idea, ma in me, per come mi echeggiarono dentro, sì.

    Teneva il gomito sinistro piegato all’altezza del cuore, quasi per reggere una spalla, che si notava appesantita sotto la camicia, per una ferita, come mi veniva all’immaginazione, non ancora sanata; e forse per questo egli pendeva del capo verso quella parte. Un vecchio taglio, ricevuto, chissà, in una di quelle risse, che una volta scoppiavano così frequenti negli equipaggi di mare.

    Il fisico asciutto conservava, nonostante quella menomazione, un certo scatto, necessario da giovane per salire con elasticità e sveltezza sugli alberi di trinchetto. Indossava pantaloni d’una vecchia divisa, di colore tra un verde sottile e il celeste; sul volto c’erano i segni degli aperti venti, e l’espressione rimandava a cieli lontani, dai quali pareva non dovesse staccarsi.

    Parlava che gli altri si mettevano in posa alla gran quercia, mentre i più abili, i più capaci già s’eran immortalati lassù, dov’eran i più alti rami. Parlava, e io intanto vedevo, con gli occhi del romanzo, una nave attraccata al molo. Era notte, e subito ecco scendere, giù dalla scaletta esterna, correndo e spingendosi, cinque, sei marinai, presto spariti nel buio di vicoli e viuzze. Poi apparve lui, più posato, più composto, il capo sempre inclinato da una parte e una valigetta in mano. Sceso a terra, indugiò un attimo, per guardare a destra indi a sinistra, e s’avviò, nel senso contrario ai compagni. Era uno che non s’intruppava facilmente, che aveva interessi, gusti propri.

    Ritornando alla realtà, mi disse che aveva fatto il tornitore, e di essere stato per tanti anni all’estero a lavorare in vari Paesi.

    Per questo sapeva le lingue, ma non ne aveva una conoscenza puramente pratica, perché dovevano essere state in lui una passione, se vi tornava spesso nel discorso, trovando occasione per esprimersi ora in tedesco, ora in inglese e francese, ed anche in spagnolo. Doveva averle coltivate perché ne aveva una cognizione grammaticale, per quanto si lamentasse di mancar di basi classiche. Sta bene, ma ciò faceva capire che si era reso conto della grande importanza di quelle lingue antiche, soprattutto studiando il tedesco, e che per far riparo alla propria ignoranza, doveva aver approfondito l’italiano. Difatti parlava corretto e appropriato.

    Ma se aveva fatto il tornitore ed era quindi vissuto a terra, non per questo l’immagine di navigante che m’era spuntata di lui, si ritirava; allo stesso modo che l’aver girato all’estero e la conoscenza delle lingue (anche i marinai ne hanno, masticata, e ne fan vanto nei ritorni in patria) non la rinforzavano. Perché eran dati esterni e non si accompagnavano quindi con la figura natami dentro. Eran due piani diversi, uno esteriore, l’altro interiore, vissuto con il cuore e la mente.

    Per questo, tutto quel che avevo visto nella gran piana quel pomeriggio passò in sottordine, e così sarebbe stato del giorno dopo. Golene, acque, dune, boscaglie, e il sole guizzar di lama fra salci e pioppi, e le ombre nel fiume, poi, ai tramonti, eran aspetti interessanti, suggestivi, ma non erano miei, non mi appartenevano. Io c’ero stato da quelle parti, e tuttavia non mi erano mai diventate poesia, voglio dire cioè che non avevano avuto risonanza nell’intimo. Ma dovevano risultare estranee anche al marinaio, perché i “leit-motiv” della sua vita andavano cercati altrove, in altro genere, in qualcosa infine che sentivo implicito in quelle lingue, fredde per sè, e tuttavia, intimamente vissute.

    Il vissuto può essere un sogno, ma se fa parte della tua vita, allora in questo senso, è vero. Così com’era vero il marinaio, emerso da letture e film da me vivamente partecipati. Altra cosa era la vita dei marinai da quella narrata sui libri o al cinema, non essendo sensazionale, non avvincente, ma dura. Comunque rimaneva nell’animo quella letteratura, anche da adulti smaliziati dall’esperienza, perché le cose che si leggon da piccoli, se son penetrate dentro, non si mandan via facilmente. Il pensiero, fatto critico, ne trova l’inconsistenza, ma il cuore le ama.

    Rimaneva il marinaio romanzato, com’è rimasto nella letteratura cavalleresca il paladino Orlando, ma quale lo inventò il poeta, non quello della realtà. Perché nel primo l’intimo nostro si ritrova, che è poi il perno su cui ruota il poema. Così io, che amavo le avventure dei miei eroi, amavo infine le fantasie di un altro, e la mia cultura era inconsistente. Eppure era vera in me, perché io ci mettevo l’animo.

    Salgari non aveva mai corso il mare, ma per come ne aveva parlato, aveva affascinato tutta una generazione. Pur avendo scritto quel libro: “Da mozzo a marinaio”, lo si doveva alla sua fertile fantasia; e l’inglese Stevenson, anche se si era imbarcato ed era andato lontano, certamente, magari sulla scorta di qualche particolare venutogli dall’esterno, aveva poi inventato, traendo da sè, dal proprio temperamento, la vicenda insuperabile dell’“Isola del tesoro”, il più classico dei libri d’avventure.

    Questi viaggi infidi su l’onde lontane mi tornarono in mente quella notte che noi due si approdò alla locanda, venuti da San Basilio, ove gli altri eran rimasti. Percorrevamo strade che l’immaginazione faceva paurose, quando invece la mattina dopo ci apparvero semplici e innocenti. Giungemmo che le vie eran nere, e ci fu aperto ad una porticina sul fianco, tutto pian piano, tutto sussurrato da una figura femminile, con ancor gli occhi calati nel sonno.

    Entrammo in un corridoio in fondo al quale c’eran le scale, strette anch’esse, e d’una certa ripidità. Sparì la donna, dopo averci dato chiavi e indicazione delle stanze, e noi c’inoltrammo per un altro corridoio ancor più stretto. Mi pareva di essere un’altra persona, senza legami più, con la possibilità, finalmente, di farsi un’altra vita, cambiar nome, rifarsi; ma ero solo dentro di me, e il cuore mi si fasciò d’ombre.

    Lì, in quel corridoio che non aveva finestre, soltanto una piccola luce che spandeva più scuro che chiaro, arcane storie mi sorsero di colpo dalla memoria, insidie, agguati su tolde, con bucanieri minacciosi che sbucavan all’improvviso, avidi di afferrare l’oro nascosto, e ti guardavano…

    Il marinaio aprì la porta della sua camera, accese la luce, mise dentro la valigetta; (oh! egli era sempre a casa sua, poteva girare dove voleva, sempre si trovava a suo agio. C’era abituato). Ma io, con la mia borsa per una camicia e qualcos’altro, io, così nuovo in simili circostanze, così nuovo per mettere in atto quei progetti che passan per la mente di andar via, scappare, romperla con tutto, io avvertivo come fuori di una letteratura avventurosa o gialla, mi sentissi a disagio con mille spettri che mi ghermivano, mentre il marinaio mi seguiva, entrava nella mia stanzetta, si sedeva.

    “Sì, fece, come continuando un discorso, cominciato fra noi nel pomeriggio e poi riaccennato nella notte –. Sì, io ho studiato dopo”.

    Sui banchi di scuola non ci stetti che fino a tredici anni: cinque più tre di Avviamento. Si ricorda? Allora c’erano quelle scuole. Ma mio padre non poteva farmi proseguire. Eravamo sette fratelli; capisce bene: in quegli anni, che era fame, come continuare? Però, quando potei fare a modo mio, me n’andai via. Mi recai fuori d’Italia, prima in Germania, poi in Olanda, in Francia, in Spagna pure, e feci il tornitore. Ma alla sera, quando gli altri miei connazionali se ne andavano al caffé o a far l’amore, io rimanevo nella mia pensione a studiar lingue. Vede – e si alzò dalla sedia – non avevo alcun titolo, solo poca istruzione, e volevo innalzarmi un po’. E adesso la saluto. Buona notte”.

    La mattina, a quel tavolo di locanda, i discorsi furono orientati a certi modi di dire nelle varie parlate, e ad altri temi linguistici. Era uno che s’era fatto da sè, ma mi pareva che portasse sulle spalle un gran fardello: il peso d’un’esistenza sofferta, sia pur vissuta con dignità. Tutto faceva pensare che avesse dei sentimenti.

    Ritengo che di tutta quella gita ecologica gli sia rimasta impressa quella locanda, perché potè parlare con me come con se stesso, perché potè ritornare, quando voleva, sul discorso delle lingue, che erano state la sua passione, il suo vissuto per quello che esse significavano in amor proprio, e il suo vanto.

    Così, per me, contava quella locanda.

    I luoghi che avevamo visti, avevano delle bellezze, specie il fiume, i raggi come cunei tra gli alberi della golena, e le ombre sul tardi. Ma non mi rappresentavano alcun vissuto, similmente a tutta la distesa agreste, nell’insieme e nei particolari. Ogni cosa, là, era come una cartolina illustrata, arrivata di lontano: “bei posti”, e la si metteva subito in disparte. Di tutta quell’escursione mi rimaneva un volto e una storia mia.

  • Non uccidetelo

    Non uccidetelo

    Chi erano mai quei due anziani coniugi che stavano pranzando presso il nostro tavolo? "Per me -disse mia moglie osservando l'atteggiamento della signora- lei dev'essere stata un'attrice."

    La donna si distingueva infatti da tutti gli altri ospiti dell'albergo da noi scelto, a Maiori sulla costa Amalfitana, per il continuo chiamare i camerieri, avanzando varie richieste, in modo alquanto imperioso. La prima protesta di cui fummo testimoni era stata per l'acqua che non era sufficientemente fredda: provvedessero dunque a portare subito del ghiaccio; la seconda chiamata fu per un cambio del menù, nonostante fosse stato già concordato nella mattinata; la terza per esprimere il proprio sgradimento per la nuova pietanza.

    "Evidentemente-osservai, bisbigliando verso mia moglie- le portate non sono all'altezza del fine palato della signora."

    Il personale correva sollecito, esibendo ogni volta compiacenti sorrisi, che, appena lasciato il tavolo, si trasformavano, non notati dai due anziani coniugi, in evidenti espressioni di insofferenza, che naturalmente godevano della comprensione degli altri clienti.

    La nobildonna, così io e mia moglie la avevamo soprannominata, era piuttosto piccola di statura, abbastanza magra, con carnagione bianchissima che contrastava con gli scuri occhiali che le celavano gli occhi. Il suo stato senile non era sufficientemente occultato dalla cura che metteva nell'attenta scelta dell'abbigliamento, nel pettinare i capelli alquanto frusti e nel far uso di cipria con la probabile intenzione di mimetizzare le rugosità del viso. Lo stato di decadenza fisica era evidenziato anche da una scogliosi che un po' la ingobbiva, facendole portare la spalla sinistra più bassa della destra.

    Sorprendeva però, in netto contrasto con il corpo alquanto segnato dagli anni, l'agilità intellettuale della donna, che si manifestava non solo nell'energica formulazione delle varie richieste agli inservienti dell'hotel, ma nel continuo argomentare su varie tematiche di cultura e attualità, in cui il marito assumeva il modesto ruolo della spalla, intervenendo con osservazioni molto parche, quasi di cortesia.

    Nell'incessante discorrere, coglievamo accenni, spesso critici, rivolti a noti personaggi del mondo dell'arte, dissertazioni su spettacoli e frecciate velenose verso i politici più in vista; tematiche certamente inusuali per una donna che doveva quanto meno sfiorare gli ottant'anni, verso cui tendevo l'orecchio con una certa curiosità, favorevolmente colpito da tanta scioltezza di intelletto, anche se messa al servizio di un carattere intollerante e forse anche diffidente nei confronti del prossimo.

    Fisicamente molto più prestante era il consorte, piuttosto alto e snello, il portamento ancora eretto, con capelli bianchissimi e lisci pettinati all'umberta, i movimenti un po' rallentati dall'età ma sempre precisi e composti. Il suo ruolo, era evidente, consisteva nel seguire la scia della donna, forse indotto a ciò da una necessità di quieto vivere, considerando che, opporsi alle certezze incrollabili della moglie, sarebbe equivalso ad ingaggiare furibonde quanto improduttive battaglie.

    L'indomani ci eravamo da poco seduti a tavola quando entrarono nella sala da pranzo i due anziani coniugi, e, come sospettato, non dovemmo attendere molto perché la nobildonna aprisse il fuoco, investendo il métre con una serrata critica, non tanto rivolta a reali o supposte carenze di servizio, ma all' "incivile" scampanio mattutino che aveva interrotto il suo sonno.

    Il caposala, chiamato a rispondere di un aspetto che proprio non gli competeva, appariva come il tipico pesce fuor d'acqua. Di rimando all'attacco della signora riuscì comunque ad articolare un discorsetto abbastanza sensato, osservando che si trattava di una consuetudine molto radicata e sentita dagli abitanti, contro cui sarebbe stato inutile opporsi. Era più opportuno cercare di non farsene un problema. "Altrimenti -aggiunse cercando di essere spiritoso e conciliante ad un tempo- si rischia il mal di fegato".

    Battuta questa che ebbe un effetto disastroso sulla signora, che partì con una replica a mitraglia, osservando, in chiusura, che se il Sud voleva mantenere i suoi arretrati costumi non ci si doveva poi meravigliare se al Nord si votava la Lega di Bossi.

    Fu rapido il métre ad accorrere ad un altro tavolo ove era richiesta la sua presenza e dove poteva tornare ad esercitare un ruolo più professionale e gradito, mentre il marito della signora conservava la sua aria vagamente assente, tutto preso, a quanto dava a vedere, da un grande interesse per il cibo, evidentemente ben deciso a non farsi trascinare nella nuova querelle.

    Che problema avrebbe prossimamente sollevato l'indomita vicina di tavolo? Al successivo pranzo la nostra curiosità fu ben presto soddisfatta.

    La signora era furente. "Quel cretino del vicedirettore -diceva- ha tagliato proprio la parte più importante del mio pezzo. Quell'incompetente! Quel terrone infiltrato nel mio giornale! Ma mi sentirà, oh, se mi sentirà! Voglio parlare subito col direttore."

    Una parte della nostra curiosità veniva così ad essere soddisfatta: la donna era dunque una giornalista, evidentemente ancora attiva nonostante l'età. Quel giorno appariva veramente furente: era stata colpita proprio nel più profondo della suscettibilità professionale.

    Questa volta, trovandomi a condividere la stessa attività, mi era più facile manifestare un po' di comprensione nei confronti della pugnace vicina di tavolo, la quale, alzati gli occhi verso di me, dovette cogliere subito -anche se a mia stessa insaputa- una qualche luce di solidarietà, perché soffermò il suo sguardo su di me, come in attesa di una risposta.

    "Qualcosa di simile è capitato anche a me", le dissi.

    Aveva trovato un alleato. Si dimostrò subito sollevata e desiderosa di mettermi al corrente di tutti i particolari. Proseguimmo così a parlare di stampa e di editoria anche dopo il pranzo, finché la signora ci lasciò per il riposino.

    Fu allora che si rivelò la personalità del marito, uomo squisito per garbo e cultura, professore di Italiano di liceo, poi preside, da vari anni in pensione, ma ancora legato al mondo della scuola, al punto che aveva escogitato un piccolo trucco per poter partecipare, nonostante l'età, in veste di presidente, agli esami di maturità: nell'apposita domanda ometteva la data di nascita.

    Tranquillo nell'argomentare, e sempre molto preciso, a quanto era dato a vedere, aveva in comune con la moglie soltanto la lucidità di mente; ma, più prestante nel fisico, dimostrava almeno una decina d'anni in meno.

    Intuendo che eravamo restati alquanto sconcertati dall'atteggiamento pretenzioso della consorte, nonostante da parte nostra, per naturale senso di cortesia, si fosse accennato in positivo alla di lei spiccata personalità, si aprì completamente con noi dicendoci: "A mia moglie tutto è dovuto, viceversa agli altri non sente mai di dover dare nulla". Poi, quasi sentendosi in dovere di giustificare la loro unione, ci parlò della travolgente passione per quella che era stata una donna bellissima, elegante ed intelligente. Era rimasta l'intelligenza sì, ma guidata da un egoismo difficilmente superabile, che lui si era a poco a poco acconciato ad accettare, creandosi un suo guscio di resistenza.

    "E così -disse con un sospiro- a me, che sono libertario per indole e concezione, è toccato tutta la vita servire mia moglie. Ma ho una mia ciambella di salvataggio", aggiunse dopo una pausa, illuminandosi in volto ed accennando ad una donna lontana, con cui aveva stabilito un profondo legame di affetto.

    Nei tre giorni successivi della nostra permanenza, ci trovammo più volte ad intrattenerci con i nostri vicini di tavolo, che avevano sempre molte cose da raccontarci e ci erano sinceramente grati della disponibilità che manifestavamo nei loro confronti.

    "Non potevamo mica metterci con le mummie!" osservò con convinzione a questo proposito l'anziano professore, alludendo ad un gruppetto di persone della cosiddetta terza età che soggiornavano nello stesso albergo. In effetti la dinamicità intellettuale e la vivacità di interessi dei due coniugi, pur tanto eterogenei di carattere, li rendevano completamente diversi da quelli che pur gli erano vicini di età.

    L'indomani effettuammo con loro una gita a Ravello, delizioso paese, noto per la suggestione del panorama e per la ricchezza di aspetti artistici ed architettonici. L'escursione fu molto piacevole, la presenza dei nostri occasionali amici si rivelò preziosa per la messe di interessanti informazioni forniteci sul luogo da loro ben conosciuto, e la vista dall'alto del poggio veramente impagabile, migliorata dal binocolo che avevo appositamente comprato, con cui fra l'altro fummo in grado di individuare la spiaggia di Maiori, dove ci saremmo recati nel pomeriggio.

    Così infatti facemmo. Col mio nuovo acquisto mi dilettavo a compiere l'operazione contraria a quella della mattina: inquadrai più volte l'abitato di Ravello individuando le antiche ville, poi, compiendo lentamente un arco di circa 180°, mi fermai ad osservare la torre normanna, lungo la strada che porta a Salerno.

    Presso lo storico maniero si era appena fermata una moto, i cui occupanti si stavano togliendo il casco. Misi a fuoco il volto della ragazza, una brunetta dalla lunga chioma, con un'espressione dolce del viso. Si accostò al ragazzo cingendogli i fianchi. I due giovani formavano una bella coppia, erano visibilmente contenti e compiaciuti nell'ammirare il bel panorama. Poi lei estrasse un pennarello con cui scrisse alcune parole sulla ringhiera a cui il ragazzo era appoggiato.

    La cosa mi aveva un po' incuriosito. Presi spunto per invitare il professore ad una passeggiata fino alla torre, mentre i due giovani, risaliti sulla moto, riprendevano il loro tragitto.

    Strada facendo ci cimentammo in una specie di gara tesa ad indovinare il contenuto del messaggio affidato alla ringhiera, ma nessuno dei due si avvicinò con sufficiente approssimazione. Giunti sul posto leggemmo con una certa sorpresa la scritta: IL MARE QUI È BELLISSIMO… NON UCCIDETELO… TRA QUALCHE ANNO TORNERO' CON I MIEI FIGLI.

    Restammo positivamente colpiti dal tono del messaggio, che compendiava l'aspetto estetico con un'istanza etica di salvaguardia ambientale e con l'esigenza affettiva di far godere di quello spettacolo naturale anche il futuro frutto dell'amore che legava i due giovani.

    E c'era quel grido che si levava altissimo: "Non uccidetelo!".

    "Trent'anni fa nessuna ragazza avrebbe mai potuto scrivere un messaggio così", osservai facendo riferimento a quel forte senso di rivolta verso il dilagante degrado ambientale.

    "Non uccidetelo, -fece eco il professore-: il mare come un essere umano, o forse di più, come una divinità immanente di cui la scrivente ha avuto un'intuizione sublime".

    L'indomani ebbe termine la nostra vacanza. Salutammo gli occasionali amici con un brindisi.

    "Mi avete rovinato l'articolo -disse con aria di celia la signora, che si affrettò ad aggiungere: – Già, avevo intenzione di scrivere un pezzo molto critico sulla cultura turistica qui in Meridione. Tutto andava storto e sarebbe venuto un articolo pepato. Ma poi siete arrivati voi…".

    "La Provvidenza o il Destino", osservò mia moglie accennando al brindisi.

    "Che non lo uccidano!" dissi alzando il calice, e volgendomi verso il mare.

    "Torneremo con i nostri figli, e poi con i nostri nipoti e pronipoti.", fece di rimando il professore manifestando con chiarezza la sua inesausta voglia di vivere.

    Brindammo dunque alla vita, al mare e alla nostra salute. Quindi ci congedammo.

  • Narrativa Giovani

    Narrativa Giovani

    “Narrativa Giovani” è il titolo del premio letterario biennale promosso dalla C.N.A. polesana e da “Ventaglio Novanta”.

    L’iniziativa, che si rivolge a tutti gli studenti dell’ultimo triennio delle scuole superiori della provincia di Rovigo, intende avvicinare i giovani all’attività letteraria, sollecitandoli alla realizzazione di un racconto (massimo sei cartelle dattiloscritte), con riferimento a due sezioni: una a tema libero e un’altra con soggetto collegato al mondo dell’artigianato di ieri e di oggi.

    Il premio “Narrativa Giovani”, che nasce dal coincidente intento di “Ventaglio Novanta” e della C.N.A. provinciale di stimolare l’impegno giovanile, si avvale del patrocinio delle massime istituzioni polesane, quali il Provveditorato agli Studi, l’Amministrazione Provinciale e l’Accademia dei Concordi. Sono assicurati ai vincitori interessanti premi consistenti in computer e agende elettroniche, messi a disposizione dalla ditta Turcato, concessionaria Olivetti di Lendinara.

    Il bando di concorso, che da qualche tempo è stato distribuito nelle scuole interessate, ed al quale possono far riferimento gli alunni per informazioni più dettagliate, fa presente che i lavori devono pervenire alla segreteria del Premio – Coop. Turismo e Cultura, Piazza Matteotti, 45100 Rovigo – entro la conclusione dell’anno scolastico. I racconti dattiloscritti non dovranno portare il nome dell’autore, ma il timbro della Scuola, a cui è demandato il compito di conservare, fino alla conclusione del concorso, la copia originale del dattiloscritto con i dati anagrafici e la firma dell’autore.

    La premiazione avverrà in occasione della cerimonia inaugurale della nuova sede della C.N.A. polesana nell’autunno 1993, alla presenza di personalità del mondo istituzionale, imprenditoriale e della cultura. Agli autori vincitori, oltre ai succitati premi, è assicurata la pubblicazione dei loro racconti nelle pagine di narrativa della presente rivista.

  • Gino Colognesi (1899-1972)

    Gino Colognesi (1899-1972)

    Sono già passati vent’anni dalla morte di Gino Colognesi, indomito scultore polesano impostosi nell’ambito delle arti figurative, in cui raggiunse ambiti traguardi, che gli valsero molteplici attestazioni e prestigiosi riconoscimenti in varie parti del mondo.

    Nato a Fiesso Umbertiano, sul calare del secolo scorso, Colognesi associò ad una solida formazione culturale (Ginnasio a Ferrara) ed artistica (l’insegnamento esemplare di Domenico Trentacoste all’Accademia di Belle Arti di Firenze), un suo particolare temperamento ed una sensibilità fuori dall’ordinario, che lo portarono ad inventare una sua “cifra” stilistica. I contatti con l’ambiente artistico fiorentino e le suggestioni che lo scultore aveva fatto proprie nella città medicea diedero, tra i primi frutti, opere che lo imposero all’attenzione del pubblico ferrarese in una mostra del 1921, allestita presso Palazzo Crema.

    Memore della grande lezione anatomica di Leonardo e di altri scultori del Rinascimento toscano, Colognesi trattò con abilità il gesso, la pietra e il bronzo. In questo materiale egli eseguì i monumenti ai caduti di Fiesso Umbertiano (1923), di Canaro, Costa, Castelgugliemo e Fratta Polesine (questi ultimi tre sono stati purtroppo distrutti).

    Ma il successo incontrato da queste sue prime opere pubbliche non riuscì ad appagare l’artista, che decise di abbandonare Ferrara e trasferirsi a Parigi per arricchire di nuovi stimoli la sua arte. Il soggiorno nella capitale francese (egli qui si dedicò anche allo studio del mosaico) fu tuttavia di breve durata e Colognesi, con la famiglia, tornò in Italia, trasferendosi dapprima a Milano, città che abbandonerà pochi anni dopo, per rientrare ancora una volta a Ferrara.

    Come rileva Lucio Scardino, Colognesi si mantenne libero da pesanti legami politici e poté pertanto soddisfare soltanto alcune delle richieste di opere di carattere pubblico, eseguendo, ad esempio, i due grandi bassorilievi allegorici per il Salone dell’Economia Corporativa (la Borsa di Commercio) a Rovigo, il busto bronzeo di Benvenuto Tisi, collocato nella casa abitata dall’artista rinascimentale a Garofalo, e l’Allegoria del canto, deliziosa scultura collocata sulla facciata dell’Auditorium ferrarese.

    L’attività espositiva di Gino Colognesi annovera, fra l’altro, la partecipazione alla XXII Biennale Veneziana del 1940. Lo stesso anno lo scultore Fiessese partecipò al concorso per la quadriga bronzea da porre sulla facciata del Palazzo dei Ricevimenti e Congressi dell’Expo’ 42 a Roma, piazzandosi alle spalle di Francesco Messina. Richiamato alle armi, Gino Colognesi fu inviato sul fronte libico. Durante gli anni della prigionia egli riuscì tuttavia a visitare il Museo Egizio del Cairo e le Piramidi, appassionandosi di fronte alle pitture ad encausto d’epoca romana conservate nel museo.

    Rimpatriato alla fine del conflitto, Colognesi rimase per qualche tempo a Ferrara, ma ben presto le disastrose condizioni dell’Italia lo spinsero ad emigrare ancora una volta verso il Brasile, alla ricerca di una nuova identità, seguendo l’esempio di altri scultori e architetti nostrani che qui avevano trovato una benevola accoglienza e i mezzi per esprimersi liberamente, mescolando gli stilemi ormai sorpassati del verismo ottocentesco con i più moderni canoni del Liberty e del Decò.

    La committenza cosmopolita di San Paolo diede all’artista polesano la possibilità di eseguire altri piccoli capolavori, sia di soggetto sacro che profano. Ma gli eventi politici furono ancora una volta determinanti per lo scultore, che rientrò in Italia nel 1957. Esposte in varie mostre, le sue opere brasiliane, tra cui quelle eseguite durante il soggiorno negli angoli più selvaggi della grande nazione sudamericana, si imposero all’attenzione del pubblico per la suggestiva contaminazione di influssi eterogenei, suggeriti dalla dimensione di vita primitiva e autentica delle popolazioni indigene, interpretati però con gusto ellenizzante.

    Il curioso sincretismo culturale e tecnico delle opere di quegli anni (per la cui realizzazione Colognesi adoperava resine e cere naturali tratte dal frutto brasiliano della palma), appare evidente in alcune sculture colorate, esposte nella grande mostra retrospettiva, allestita presso le scuole “Guglielmo Marconi” di Fiesso, nel 1961.

    L’Amministrazione Comunale fiessese intendeva così omaggiare l’illustre concittadino e, come segno ulteriore di stima, offrì allo scultore, affinché lo utilizzasse come studio, l’ultimo piano della restaurata villa Vendramin-Calergi, adibita a nuova sede del Comune, all’interno della quale egli progettò e realizzò il Sacrario dedicato ai caduti, collocandovi quattro tra le sue opere migliori: bronzi raffiguranti la Madre addolorata, l’Orfano, l’Eroe cieco e la scultura in cera del Cristo degli internati. Altro bronzo di rara bellezza è l’imponente Cristo crocefisso che Colognesi realizzò nel 1968 per l’antica chiesa parrocchiale di Fiesso, nel quale, alla plastica possanza michelangiolesca si associano le più sintetiche espressioni della scultura contemporanea.

    Ma sarà proprio la sua arte a tendere allo scultore una trappola mortale: rimasto gravemente ustionato nell’incendio dello studio il 31 maggio del 1972, Colognesi morirà nell’Arcispedale di S. Anna di Ferrara, dopo una atroce agonia durata dieci giorni. Vittima dunque della materia che egli intendeva dominare, asservendola all’arte sua, Colognesi, nel disperato tentativo di salvare le sculture, spalancò le finestre, attizzando ancora di più il fuoco.

    I contenitori la cera calda, posti su fornelli sempre accesi, erano stati infatti responsabili dell’incendio. Per l’artista polesano l’utilizzo della cera era importante per raggiungere particolari effetti cromatici: i tocchi di colore puro, (che fanno pensare a minuscole tessere di un mosaico), erano infatti ottenuti sciogliendo le cere colorate, un procedimento ispirato all’antico encausto.

    Questo mezzo tecnico non consentiva certamente al pittore di sfumare convenientemente il colore, come avviene normalmente per i colori ad olio, ma proprio per questo, le sue composizioni risultano originali e ancora oggi vivono di una propria vita, come ha ben dimostrato la recente retrospettiva, curata da Lucio Scardino nelle splendide sale di villa Vendramin-Calergi, ora sede del Municipio di Fiesso Umbertiano.

  • Giancarlo Gusella, pittore ed animatore culturale

    Giancarlo Gusella, pittore ed animatore culturale

    L’incontro con Giancarlo Gusella è nella sua “dacia”, eretta al limitare della città, là dove prevale nettamente la campagna con il mutevole variare dei colori e delle forme.

    All’interno della struttura, caratterizzata da ampie vetrate che danno spazio alla luce e lasciano sempre aperta la comunicazione col mondo esterno, l’artista rodigino compone le sue opere, porta i suoi pensieri a valicare confini del tempo, e si attiva per promuovere occasioni di incontri culturali ed artistici.

    È tra queste pareti che è nata la rassegna espositiva “Arte Oggi Polesine” che tra l’85 e l’88 ha richiamato nella nostra provincia artisti di levatura internazionale, promuovendo nel contempo giovani talenti locali; ed è ancora in questo luogo, solo apparentemente privo di relazioni con la città, che è nato il concorso nazionale dell’A.I.C.S. rodigina “arte IN polesine”, giunto quest’anno alla terza edizione. Un impegno gravoso questo, che Gusella porta avanti in prima persona, convinto che la grande manifestazione, ospitata presso il Salone del Grano della Camera di Commercio, costituisca un momento unico per la nostra provincia di confronto e dialogo tra gli artisti. Un’occasione dunque fondamentale, non solo per promuovere la pittura coinvolgendo un elevato numero di visitatori, ma anche una possibilità di crescita artistica per gli operatori del settore. Una festa dell’arte insomma, che ogni anno lascia un segno positivo nel capoluogo polesano, anche se – e questo il cruccio di Gusella – gli amministratori sembrano non comprendere il significato e la portata dell’iniziativa.

    È in definitiva quella di Gusella una vita spesa all’insegna della ricerca, sia quando egli si propone come ideatore di nuove iniziative culturali, sia quando si rende interprete in prima persona dell’esperienza artistica.

    E in questo ambito ha percorso una strada veramente originale che lo ha portato, negli anni ottanta, ad approdare alle “espansioni cromoplastiche”, definizione del critico Giorgio Segato, che ben evidenzia il tipo di realizzazioni: si tratta di immagini informali realizzate su fogli di plexiglass che, con notevole suggestione visiva, sondano il microcosmo o si rifanno alle suggestioni degli spazi infiniti, dove l’essere è in continuo divenire.

    Instancabile nella ricerca, Gusella negli ultimi anni si è progressivamente avvicinato all’esperienza vissuta, con opere che si presentano frutto di indagini interiori colte nel loro divenire. All’interno del quadro si può leggere infatti una storia fatta di pensieri ed emozioni, di ricordi e di speranze, dove si avverte una forte tensione verso il mondo naturale ed il desiderio di un approdo ad una situazione di armonia.

    In questi lavori il gioco cromatico e compositivo diviene rilevante e l’opera prende progressivamente corpo con l’accostamento di varie raffigurazioni, realizzate con materiali diversi ricchi di forza espressiva. Si coglie un genuino piacere di indugiare in quella che può essere definita come una “narrazione cromatica”, fatta di un flusso di immagini in divenire che parlano col linguaggio della visione.

    Alla base di queste creazioni vi è uno studio attento, una serie di “appunti dell’anima” che l’autore schizza in un diario sui generis, in cui i sentimenti e i pensieri prendono la primitiva veste dell’immagine, per stabilizzarsi poi, al contatto con la materia esecutiva, nelle forme della composizione finale.

    Si tratta insomma di un procedimento complesso, in cui lo stesso Gusella si sente forse più artigiano che pittore, alle prese con una materia molteplice nella quale deve infondere la propria anima di artista. Una continua attività dunque, in cui il fare diviene paradigma stesso della vita, volto a trasformare echi interiori in sempre nuove e significative visioni, guidate dall’inestinguibile luce dell’emozione estetica.

  • Mario Pavanello, artista appassionato

    Mario Pavanello, artista appassionato

    Certe passioni uno se le trova addosso fin dalla nascita, e non si sa perché: ma con quelle finisce per dover fare i conti. Mario Pavanello è nato con la passione per la pittura, ma ha sempre trovato qualcosa che gli impediva di dedicarvisi a tempo pieno: ciò non di meno, alla pittura è sempre rimasto fedele, coltivandola con entusiasmo e – si deve aggiungere – con umiltà.

    Il suo paese di origine, Corbola, non poteva certamente offrirgli molti stimoli né molte occasioni. Però il pavimento della chiesa parrocchiale lo disegnò lui, quando aveva 18 anni.

    Allora lavorava come disegnatore tecnico presso un’impresa di costruzioni, la quale, nel 1960, lo mandò nei pressi di Pavia. Ma per Pavanello il chiodo della pittura era sempre lì, piantato in testa. Voleva trovare il modo di acquisire la competenza che gli permettesse di esprimersi come intendeva lui. Potendosi dedicare allo studio solo nei ritagli di tempo libero, segue lezioni private di disegno e pittura, e affronta come privatista l’esame di licenza all’Istituto Statale d’Arte di Monza, diplomandosi brillantemente nella sezione grafica-pubblicitaria. Dopo di che, comincia a partecipare a mostre collettive a Pavia, a Mortara, a Vigevano, a Legnago…

    Tornato in Polesine nel 1971, e persa (in conseguenza di un ricovero in ospedale) un’occasione di avviarsi all’insegnamento, Pavanello trova impiego presso un’altra impresa privata. Al disegno e alla pittura può dedicare, dunque, un tempo limitato, ma li coltiva con costanza, fino a ritenere di poter affrontare anche mostre personali. La prima fu nel 1975, a Corbola (e per la sua chiesa in quello stesso anno dipinse due “stazioni” della Via Crucis); l’esito incoraggiante lo stimolò ad esporre, l’anno dopo, ad Adria e a Sottomarina, avviando un dialogo con il pubblico che – sebbene non intenso, per forza di cose – non è più venuto meno.

    Ma bisogna anche dire che per temperamento Pavanello non è il tipo che se ne sta chiuso in una stanza a fantasticare: lui si guarda intorno, e se vede che c’è bisogno di dare una mano, non si tira indietro. Così, essendo uomo di fede, è impegnato in diverse attività ecclesiali (ma anche qui sa far fruttare la sua sensibilità per l’arte: da una dozzina d’anni il presepio della parrocchia rodigina di S. Francesco è realizzato sotto la sua direzione).

    Purtroppo càpitano anche situazioni non cercate: tre operazioni alla gola hanno lasciato Pavanello senza corde vocali. La sua reazione è indicativa: ha aggiunto un nuovo impegno a quelli che già aveva, e si è reso attivo nell’Associazione Mutilati della Voce, per sostenere con l’esempio e con l’esperienza coloro che si vengono a trovare nella stessa situazione.

    A Mario Pavanello si è rivolto don Daniele Peretto, divenuto nel 1989 rettore della chiesa del cimitero di Rovigo: nel 1981 fu rubata da un altare della chiesa una tela raffigurante S. Caterina d’Alessandria; non potrebbe, Pavanello, colmare quel vuoto? Pavanello finisce per accettare, anche se con trepidazione. Con molta umiltà cerca un modello, e lo trova in un particolare di una tela del XVI sec., del veneto Bernardino Licinio, conservata nella Pinacoteca dei Concordi; ma lo rielabora in modo da farne un’opera autonoma e dona il proprio quadro al sindaco di Rovigo perché lo destini alla chiesa del cimitero.

    In occasione dell’inaugurazione della pala lo stesso Pavanello ricordava di aver affrontato l’impegno per essere “affezionato alla maniera del Rinascimento”, ma di sentirsi un “astrattista”. L’affermazione è assai meno contradditoria di quanto possa apparire al primo momento: l’arte del Rinascimento adotta le forme della natura, ma le elabora e le compone con intenti che rispondono ad esigenze profondamente intellettuali, e per ciò “astratte”.

    E poi è vero che Pavanello se si sente più appagato dalla pittura astratta non per questo rifiuta le forme naturali: e infatti ad esse dedica una parte non trascurabile della propria attività pittorica: e però nell’inquadratura, nella composizione, nella stessa realizzazione avverti una ricerca di controllo formale che mostra nel pittore un’intenzione che va al di là della semplice riproduzione, anche se talvolta il riferirsi direttamente alla natura sembra un po’ intralciare la volontà di imporre un’autentica disciplina alla pittura. E allora si capisce da dove nasca la maggior soddisfazione di Pavanello per l’“astrattismo”, che gli consente ampia libertà espressiva, e per ciò di fissare direttamente quell’ordine a cui aspira, come ricerca di chiarezza logica e di immediata evidenza intuitiva.

    Intanto, però, Pavanello ha ricevuto la richiesta di un’altra pala d’altare, raffigurante Pier Giorgio Frassati. E non ha detto “no”.

  • “Andemo a magnar a l’albergo”

    “Andemo a magnar a l’albergo”

    La ristorazione, in Polesine, nasce dalle locande, dagli alberghi e dalle osterie. Non è un fenomeno solo locale ma generale e, per lungo tempo, l’alloggio e la ristorazione sono andate in parallelo.

    Le locande sorgevano in corrispondenza delle stazioni di posta, in prossimità dei passi e dei traghetti del Po e dell’Adige, ed hanno prosperato fino all’avvento della costruzione di ponti, delle linee ferroviarie e di una nuova viabilità stradale.

    Si può affermare che fino ai primi del Novecento, ma anche oltre, il concetto di ristorazione era legato all’albergo ed alla locanda, come quello di trattoria all’osteria o la mescita di vini.

    È ancora frequente, nelle nostre zone, e soprattutto nella fascia lungo il Po, da Castelmassa ad Ariano, il modo di dire: “…andemo a magnar a l’albergo”.

    Una valida testimonianza la porta Pellegrino Artusi raccontando un suo viaggio in calesse alla volta di Rovigo per una fiera di cavalli. Descrive la sua sosta “alla Polesella” in una locanda con stallaggio dove, dopo aver sistemato il cavallo, si accinge ad andare a cenare: “…entrati nello stanzone terreno che in simili locande serve da cucina e sala da pranzo…”. Poi osserva ed annota come l’ostessa prepara “il pollo coi risi”.

    Prendendo lo spunto dalla sosta dell’Artusi a Polesella vorrei ricordare alcuni locali, e me ne sfuggiranno tantissimi, che sorgevano nelle zone dove fioriva il commercio ma, soprattutto, dove sostavano i trasporti ed i viandanti.

    Lungo i corsi del Po, dell’Adige e del Tartaro-Canalbianco; in prossimità dei passi: (ancora oggi certe osterie portano il nome di “Passo” o “Passetto”) troviamo: a Castelmassa, alla fine dell’ottocento, “Albergo Commercio” (ora sede della Cassa di Risparmio) e la “Stella d’oro”, tutt’ora funzionante; a Ficarolo “Il Palazzon”; a Canaro “la Dogana”; a Papozze l’“Antica trattoria Soldati” (databile ancora nella prima metà dell’Ottocento e con passato risorgimentale e carbonaro); ad Ariano “i due Leoni” (una volta modesta locanda ora ristorante di ricca tradizione); a Loreo l’“Albergo Cavalli” costruito nel 1990 dove esiste tutt’ora.

    I carrettieri provenienti dall’Adige sostavano alla vecchia “Trattoria al Ponte” di Bornio di Lusia, trattoria ancora in funzione, rinnovata ed aggiornata dalla quarta generazione. Allora trippe, rane e pesce gatto; ora anche filetti, tagliata e cucina rivisitata.

    Nei centri maggiori gli alberghi sorgevano in prossimità degli stallaggi e così ad Adria troviamo, già ai primi del novecento, la “Stella D’Italia” ed il “Leon Bianco”; a Badia il “S. Antonio”; a Rovigo molti ristoranti legati ad alberghi e locande come il “Firenze”, la “Corona Ferrea”, il “Granatiere”, il “Canevone”, il “Bologna” (ora Villa Margherita), la “Luna” (dove alloggiava e desinava nei suoi soggiorni a Rovigo Giosué Carducci), e molti altri ristoranti e trattorie, alcuni ancora esistenti come “Romano”, “Cauccio”, il “Sole”, la “Fontana”, lo “Storione”, il “Maresciallo” l’“Amabile”, la “Campana” (in vicolo Campana) “Sison” e la trattoria “Menin” in Via Petrarca, dove ricordo una cena, ancora ragazzo, con mio padre, Toni Cibotto, Silvio Guarnieri ed Elio Vittorini.

    Molte di queste trattorie sono ricordate nei versi in dialetto di poeti come Gino Piva, Livio Rizzi ed Eugenio Ferdinando Palmieri che cito: “…ne le gargote lustre/ de tecie e de ricordi/…” ed ancora “Vecie taverne de la me cità/ per strade sconte o in riva a l’Adeseto/ …” “Andemo da Caucio in mezo ai orti/ e spetemo che l’ombra ne intabara”.

    Per la vecchia trattoria da Cauccio, quando ancora era nella primitiva sede di Via Corridoni: tre stanze a piano terra, un’aia con pergolato, quattro giochi da bocce e circa due ettari di orto, vorrei spendere due parole di più.

    Cauccio, fa parte dei ricordi della mia fanciullezza, quando con mio padre, soprattutto nei mesi estivi, frequentavo il locale più per vedere giocare alle bocce che per bere la gazzosa con la pallina. Cauccio, forse, è stato uno dei primi esempi di agriturismo, agriturismo vero, in Italia.

    Quasi tutto di quanto veniva servito in trattoria era produzione del fondo attiguo.

    Le verdure erano tutte dell’orto, anche i fagioli messi a seccare per l’inverno, la carne della corte era tutta prodotta nel pollaio (sistemato oltre i giochi di bocce) ed il porcile (solo un poco più avanti perché si sentisse meno l’odore). Il latte e il burro venivano da certe stalle della “Capuzzara” a poche centinaia di metri.

    Penso che solo l’olio, lo zucchero e le spezie venissero acquistate in drogheria.

    Ricordo ancora il vecchio Sig. Tullio, che a me sembrava avesse cento anni, seduto sulla seggiola bassa in un angolo della cucina grande e leggermente fumosa, mentre controllava che quanto veniva preparato fosse come Dio comanda.

    E le bondole. Le bondole di Cauccio, fatte da Doro e da Carlo, erano quanto di più prelibato si potesse immaginare.

    La trattoria di Cauccio, che ora continua nella nuova sede in modo dignitoso e brillante, ha avuto fra gli anni trenta e sessanta il grande merito di far conoscere a moltissima gente la cucina rustica e tradizionale di Rovigo.

    Negli anni cinquanta e sessanta, la possibilità di più veloci ed agevoli spostamenti, ha permesso di conoscere più frequentemente le trattorie di campagna, depositarie più sicure ed attendibili (almeno fino ad un decina di anni fa) della tradizionale ristorazione polesana.

    Una citazione particolare merita la trattoria alla “Vecia” della Sig.ra Bianca Caniato, che per anni ed ancora adesso cucina con rigore secondo i canoni della tradizione nostrana.

    Sulla linea di un rigoroso rispetto delle antiche tradizioni della campagna polesana, troviamo ancora altre trattorie come “Nadae” di Canale di Villadose e “La Rosa” di Bellombra, locali dove si possono degustare dai sei agli otto piatti tipici polesani inseriti nel menù giornaliero.

    La rapida evoluzione della vita dei giorni nostri ha portato ad una trasformazione nella ristorazione polesana ed anche ad una certa confusione nel gusto del commensale.

    È importante riconoscere la corretta rivisitazione della cucina antica, od anche di quella di ieri, da improvvisazioni esotiche ed astratte.

    Il lento ma continuo progresso della ristorazione polesana è da ascriversi al lavoro ed alla capacità di molte famiglie di ristoratori (ne dimenticherò moltissime) che attraverso più generazioni hanno costituito un patrimonio ancora valido ed apprezzabile.

    Da ricordare: i fratelli Marchi ad Adria che, nel corso degli anni, hanno fatto scuola per professionalità e per stile; i Soldati di Papozze della cui famiglia la Signora Antonia (più nota come “la Tona”) è stata, forse, la cuoca più geniale che abbia espresso la tradizione polesana, e della quale le ricette meriterebbero una pubblicazione; a Castelmassa i Bongiovanni; i Bradon a Portotolle.

    A Rovigo i Pastore, i Massarente, i De Grandi, gli Zanella (la signora Gigetta) ed i Guarise, Titta e Memo, ristoratori eccellenti ma anche personaggi storici della città. Famiglie queste, tutte polesane e “Rovigotte”, che hanno contribuito all’evolversi della ristorazione in provincia di Rovigo.

    Tengo a precisare che ho evitato di parlare dei contributi portati da famiglie provenienti da altre zone come i Morelli dalla Toscana, i Fabbri dalla Emilia ed i Gastaldello dai Colli Euganei.

    Un cenno particolare alla ristorazione del Delta del Po, una ristorazione che ha avuto momenti eccezionali in passato, che ha una enorme potenzialità ma che soffre la richiesta non sufficientemente preparata da parte della clientela: la vicinanza del mare porta a chiedere un prodotto di ristorazione particolare che è il pesce di valle. Un pesce che, oltre ad essere uno dei prodotti peculiari della economia provinciale, ha esclusivi sapori e fa parte della cucina storica del Polesine.

    Una maggiore educazione gastronomica ed alimentare da parte del consumatore potrebbe portare a gradite sorprese.

    La nuova leva della ristorazione, a mezza strada fra la cucina di rivisitazione e quella di fantasia, sta ottenendo un certo successo soprattutto fra gli avventori più giovani e citiamo: le “Betulle” di Pontecchio, la “Nespola” di Lusia ed il “Chichibio” di Taglio di Po.

    Per ultimo vorrei ricordare un particolare esempio di ristorazione polesana: i “Due Leoni” di Ariano dei fratelli Sandali, ai quali vorrei dedicare un discorso un po’ più ampio, rinviando pertanto i lettori al prossimo numero.

  • La marmacola

    La marmacola

    Vi voglio raccontare una stuzzicante storiella che è in realtà la cronaca di un fatterello accaduto la fine del secolo scorso, la cui trama si rifà senza volerlo alle più famose novelle raccolte con arguzia dal Boccaccio.

    È assodato che nulla accade senza qualche ragione palese o arcana, per cui le vicende umane, anche le più insignificanti e spicciole, sono figlie fedeli della cultura e della società del loro tempo, ed è curioso scoprire come i nostri avi, senza la pseudo-cultura massificata d’oggi, riuscissero in acrobatici giochi di fantasia oggi impossibili.

    Ma veniamo al dunque. Smorzati gli squilli patriottici del Risorgimento, che ebbero in Polesine con Alberto Mario vasta eco, l’Italietta di Crispi, per provare a se stessa e al mondo di aver raggiunto lo “status” di grande potenza, si era lanciata con un secolo di ritardo nella avventura Africana. Arrivati per ultimi ci toccò di rosicchiare l’osso più duro, l’Etiopia di Menelik, col risultato di finire sconfitti e scornati ad Adua per mano dei “selvaggi mori” del Negus Abissino che intendevamo civilizzare.

    Di questi gravi argomenti e dei lutti che ne seguirono si parlava al calduccio nelle stalle nell’inverno del 1896. Gli uomini confezionando cesti di vimini e legacci di piante palustri, le donne filando la canapa e facendo calze e manezze (guanti), i bimbi con gli occhi sgranati ad ascoltare. Per scacciare la cupezza della tragedia nazionale, che aveva colpito anche diverse famiglie nostrane con la irreparabile perdita di qualche figlio sotto le armi, ogni tanto Menego, un furbacchione matricolato, inframezzava nei discorsi delle amene storielle che stuzzicavano i sensi più reconditi. Era costui una celebrità locale conteso alle feste e nei filò a suon di palanche (denari), una specie di cantastorie per suo diletto che sapeva intrattenere con l’arte del ciarlatano e l’eloquenza dell’avvocato, facendo parere credibile anche l’inverosimile.

    Diceva Menego al suo uditorio, fatto di gente umile e di mucche indifferenti, che nelle nostre campagne, presso i roveti e lungo i fossati, si aggirasse una bestia nera ed inavvicinabile, ma che aveva il grandissimo pregio, una volta catturata e messa allo spiedo, di assicurare una figliolanza numerosa e robusta a chi si fosse cibato delle sue saporite carni.

    “E come se chiameressela?” saltò su un tale, la cui precipitazione nel chiedere tradiva che l’argomento era per lui di estremo interesse. Costui, di discrete condizioni economiche, un piccolo podere e diversi animali, portava dentro di sè il cruccio di non aver avuto figli dalla moglie, talchè dalle malelingue era subito stato bollato con epiteti poco gratificanti quali: mulo, bò (bue), capon (cappone) …insomma animali sterili per antonomasia.

    Menego non aspettava altro: “La se ciama, ma bisogna dirlo pianin che no la ne senta, la se ciama MARMACOLA e par ciaparla bisogna essare intesi come i Carbonari, ziti come le mosche e decisi come S. Paolo al patibolo; bisogna ca faga tanto fredo e de note senza luna”.

    Gigioto, questo era il nome del postulante, un tantino intimorito chiese: “Ma xe-la granda e cativa sta bestia? Gala onge e denti ca taca?”.

    “Ma va là – riprese Menego – la xe na bestiola grossa come on spuzzolo (puzzola) e po ghe son mi, ghe semo noantri (ammiccando ai compari) ste’ sicuro ca la ciaparemo e ve faremo on bel servizio”.

    Stregato tutto il pubblico presente, Menego andava delucidando il piano onde catturare la mitica bestia, in prossimità delle feste di Natale, quando più acuto sarebbe stato il freddo: “Noantri bataremo le rive per farla scapar fora e lu, sior Gigioto, a cavalo del fosso co on saco verto, el spetarà che la ghe cora in brazo: Come che la marmacola la se impirarà (infilerà) in tel saco, ghe farà on gropo che no la scapa… Vegnaria mi ca son pratico, ma cade (bisogna) che la penitenza el la porta lu sior Gigioto”.

    Rassicurato dalle parole degli “amici”, el sior Gigioto, quando venne il momento concordato, si inoltrò nei campi e si mise in trepidante attesa a cavalcioni di un fosso con un saccone di canapa aperto, mentre il freddo gli intorpidiva le mani e la paura gli logorava il cervello.

    Gli altri burloni, condotti da Menego, battevano con lunghi bastoni le rive fingendo di scovare il diabolico animale, ed intanto si allontanavano sempre di più, finché, giunti fuori vista e tiro di voce, quatti quatti si precipitarono nella stalla più vicina a bere insieme “on goto de nero” e ridere a crepapelle della burla giocata a Gigioto, lasciato solo tra i boschi coi suoi terrori e le sue oniriche speranze.

    Intanto le ore passavano senza alcun segno di vita; solo il sibilio del vento tra i rovi faceva rabbrividire Gigioto; gli sembrava di sentire la voce dei morti che lo chiamavano: “Vvuuaauuvv… te magno”.

    Il freddo raggiunse il suo acme e lui sempre là, in mezzo alla campagna boscosa, col sacco pronto e le gambe allargate sopra il fosso, in attesa di una preda che non sarebbe mai sbucata.

    I dubbi cominciarono a torturarlo sul far della mattina; quindi, furente e vergognoso per non poter confessare la sua dabbenaggine, si avviò più morto che vivo verso casa, mentre alcuni bovai, recantisi all’alba alle stalle per accudire gli animali, lo scambiarono per un ladro e lo inseguirono coi forconi da fieno.

    Giunto ansimante a casa, dove la moglie lo aveva atteso in ansia tutta la notte, raccontò di essersi fermato presso dei conoscenti per aiutarli, visto che erano alle prese con un parto difficilissimo di una loro mucca.

    La MARMACOLA nessuno ebbe il privilegio di pigliarla, però sortì egualmente l’effetto sperato: a Gigioto nacque una figlia (segno di non grande fortuna per gente dei campi), e lì ognuno ci ricamò sopra il suo personale romanzo. Dove si ritrovarono tutti d’accordo fu nel definire la piccola nata, come figlia della marmacola.

    Qualche anno ancora, poi, agli albori del nuovo secolo, Gigioto e la sua famiglia fecero fagotto interrompendo i rapporti con i paesani, tanto che nessuno seppe più nulla di loro.

    Gigioto, giustamente preoccupato per l’avvenire della fanciulla, cambiò aria perchè nei piccoli paesi la malignità miete più vittime del colera, e non v’era antidoto allora per combatterla se non con la fuga. Già… chi si sarebbe mai arrischiato di chiedere in moglie la figlia della MARMACOLA?

  • El Bonbasin

    El Bonbasin

    Uno dei personaggi-maschera più trasgressivi di questo mondo è senza dubbio el Bonbasin.

    El Bonbasin ebbe vita fino a qualche decennio fa, nel tempo in cui la società e l’ambiente rurale erano rimasti incontaminati dal contagio della società protoindustriale, e la fantasia e la voglia di compagnia e di amicizia sopravvivevano all’affarismo e al bisogno di ricchezza ad ogni costo.

    Si tratta di una maschera rustica, fatta ad immagine e somiglianza del mondo contadino in cui nacque e visse felicemente fino alla sua morte; è conosciuta un po’ dovunque nel Polesine, ma nacque e furoreggiò in particolare nel Medio tra Adria e Rovigo.

    Bonbasin non è una maschera di carnevale nel senso della tradizione; è un’idea, un’astrazione, una fantasia, la cui corposità reale (inesistente) è capace di declinarsi secondo il carattere e le esigenze del luogo e del tempo.

    Se si vuole non è neppure un personaggio particolare nella galleria carnascialesca polesana. Non vorrei dirla grossa: è solo un simbolo della cultura di una classe sociale di individui inesistenti, quella dei servi della gleba, che non avevano immagine, persona, luogo, condizione: il niente, che però esisteva e aveva in qualche modo una realtà sua propria marginale.

    Si può allora dire che Bonbasin è sicuramente un istinto, un desiderio, una forza prorompente della natura, una voglia sfrenata di vivere, che dove si manifesta provoca panico e confusione per essere subito dopo accettata e considerata con simpatia. “Cosa fato, inonde vato, cosa vuoto, Bonbasin?”.

    Bonbasin, se ha testa, la si indovina appena sotto una nuvola bianca di stoppa o di bambagia (bonbaso, in dialetto, da cui prende il nome) dalla quale spuntano due cornetti maligni da satiro o da caprone (per ciò talvolta viene chiamato anche “toro”). Di sicuro non ha fronte, né occhi, né naso. Eppure è curiosissimo; si ficca ovunque; lo attrae in particolare l’odore di cucina, della buona tavola. Non ha orecchie, ma sente benissimo dove c’è baldoria e canti e risa.

    Bonbasin si muove sempre e solo accompagnato dalla sua corte: il bovaro, suo conduttore e guida, e due o tre amici sonatori di fisarmonica, di chitarra o violino che, capitati in una festa, si esibiscono ballando e sonando un concertino.

    Sotto la nuvola bianca della testa (che ci sia?) è evidente una gran bocca aperta a forma di becco d’anatra, dalla cui mandibola inferiore (se c’è) pende una barbetta da vecchio satiro. La mascella superiore è rigida perché è infilata in un palo di sostegno; quella inferiore è articolata alla superiore con due correggiole laterali poste in modo che per la forza di gravità essa ricada in modo da restare sempre aperta, per cui in mezzo al biancore del pelo si vedono solamente le corna e un’enorme bocca aperta (“na boca co fa quela del bonbasin”).

    Un sacco infilato nell’asta e cadente dal collo del mascherone nasconderà un uomo che, reggendola dall’interno del sacco e manovrando una cordicella, darà movimento alla mandibola (sganasa, sganasa, bonbasin) e vita alla maschera.

    Bonbasin non ha mente, come non ha testa, perciò si muove per istinto. Nelle sue azioni è sempre spinto dai suoi primordiali bisogni e dal carattere bonariamente maligno e subdolo. Lasciato da solo non farebbe che guai; capitato in una piazza il giorno della sagra vi getta lo scompiglio. Si china sulle bancarelle per infilare oggetti e frutta con i cornetti da satiro, che fa regolarmente cadere nel sacco sottostante, oppure cerca di afferrare con la bocca da papero qualche buon boccone, che finisce anch’esso nel sacco di sotto (dai, dai, sganasa, sganasa, bonbasin!). Per questo la sua esuberanza viene frenata da una cavezza legata ai fianchi e retta da un guidatore che porta un gran randello passato regolarmente sul groppone del bestione ogni volta che manifesta intemperanze.

    Fame ne ha spesso, sete sempre! Allora si caccia ovunque: nelle cucine (guai se sente odore di arrosti, pur non avendo naso) o nelle osterie, nelle feste in tutte le stagioni, ovunque possa bere gratis (dato che è perennemente in bolletta) e sbattendo la ganascia fa capire che ha sete (Cos’è ch’el ga chel bonbasin?).

    È sempre in cerca di amore, perennemente in calore. Se vede una bella donna, specialmente una giovane contadinotta, le si avventa, la insegue da vecchio satiro, tenta di baciarla, di infilarle sotto le sottane quei due cornetti maligni da caprone o di strapparle i vestiti. Se non fosse per la corda che lo trattiene e per le randellate che busca dal suo custode, spaventerebbe le donne ed i bambini, rovescerebbe i banchi dei fruttivendoli, frugherebbe nelle tasche della gente, penetrerebbe nelle cantine sempre alla ricerca di bere, di mangiare, di fare l’amore, di distruggere, di divertirsi come può fare uno senza un cervello. (Cosa fato, inonde vato, cosa vuoto, bonbasin?).

    Da vari anni el Bonbasin ha smesso di fare la sua apparizione in Polesine. Eppure non era cattivo, povero Bonbasin!, voleva solo scherzare, divertirsi. Molti dicono che sia morto, ma non ci pare che la vita senza di lui sia migliorata dopo la sua dipartita. Qualche altro afferma però d’averlo visto, dopo lunga assenza, in basso Polesine, nel rifugio “Parco Delta del Po”. La sua apparizione, per quanto fugace, non è passata inosservata e le sue inconsuete sembianze sono state immortalate in alcune foto che qui pubblichiamo.

    Bentornato Bonbasin!

  • Visite illustri a Bottrighe

    Visite illustri a Bottrighe

    Il territorio dove attualmente è situato il paese di Bottrighe apparteneva alla famiglia dei Conti Macchiavelli, parenti dell'illustre segretario Fiorentino autore del “Principe”.

    In seguito al matrimonio del Conte Giulio Estense Tassoni con la nobildonna Violante Macchiavelli, figlia del Conte Baldassarre Macchiavelli, la casata degli Estensi entra in possesso di questo territorio. Infatti il Conte Baldassarre Macchiavelli assegnava in dote alla propria figlia 14.000 scudi di Brescia: questa somma si intendeva computata sia in denaro liquido che in beni immobili. E proprio dei beni immobili facevano parte i terreni delimitati fra i confini del territorio di Adria posti nella villa di Corbola (villa s’intende paese, è noto che in un primo tempo il territorio di Bottrighe era denominato Corbula media).

    La famiglia Tassoni di illustre nobiltà, giunta in possesso del territorio di Bottrighe (o della Botriga o Butriga propriamente detta) aumenta il suo patrimonio con permute ed acquisti successivi, sino a raggiungere un’estensione notevole.

    La “Villa delle Bottrighe” diventerà in tempi successivi la residenza ufficiale della famiglia Tassoni. Ricordiamo tra gli altri Ippolito Estense Tassoni definito “Uomo nobilissimo, Marchese e Saltino, Marchese di Saluzzo in Piemonte e Paggio Antico nel Ducato di Modena, Signore dei Feudi di Milano, Pavia e di molti altri luoghi, Nobile della città di Ferrara e Modena e, in virtù di privilegi nobili, cittadino delle città di Adria e Rovigo”.

    Alla morte del marchese Ippolito, avvenuto ad Adria il 3 Luglio 1754, all’età di 85 anni, la salma fu consegnata dall’Arcipresbitero e parroco di Santa Maria della Tomba di Adria al parroco di Bottrighe il quale accompagnò il defunto, trasportato da un carro funebre, nella Chiesa di Bottrighe e in questo tempio furono celebrate ben 53 messe. Terminate le esequie la salma fu posta nel luogo dove erano stati tumulati altri suoi predecessori.

    Data la grande nobiltà di cui era ornato il Marchese Ippolito, alle esequie devono aver preso parte cavalieri e nobili di numerose casate italiane anche se la mancanza di documenti ufficiali impedisce di citarne i nomi.

    Un eguale afflusso di personaggi illustri dovrà esserci stato anche in occasione della morte del marchese Ercole Estense Tassoni avvenuta il 30 Settembre 1759 all’età di 62 anni che, come il padre venne tumulato nella tomba di famiglia di Bottrighe.

    Visite ragguardevoli certamente più prolungate ed in circostanze più serene si sono inoltre registrate nel Palazzo Tassoni di Bottrighe in occasione di lieti eventi, battesimi e matrimoni, che rallegrarono la nobile casata.

    Ma la visita più illustre che onorò la Villa delle Bottrighe fu quella fatta dal Pontefice Pio VI (Angelo Braschi 1775-1798) il 10 Marzo 1782 in occasione del suo viaggio a Vienna per visitare Giuseppe II d’Asburgo Imperatore d’Austria. Al passaggio del Papa per il fiume Po, con il seguito di quattro bucintoro, tutti i fedeli di Bottrighe poterono ricevere la sua benedizione. Tale benedizione fu anche interpretata come segno di protezione del cielo poiché un acuto irrigidirsi del clima provocò un defluire di grandi masse di ghiaccio lungo il corso del fiume col pericolo di improvvise inondazioni; il fenomeno singolarmente non ebbe alcuna grave conseguenza.

    Un’altra visita alla villa delle Bottrighe fu quella fatta, sul finire dello stesso secolo, dall’illustre commediografo Carlo Goldoni. Il riformatore del Teatro italiano narra infatti nelle sue memorie come, essendo partito in barca con la sua compagnia da Mantova per recarsi a Venezia, seguendo il corso del Po fece sosta alla Villa delle Bottrighe ricevuto con onori e feste in casa del Marchese Bottrigo Tassoni, presso il quale sostò alcuni giorni. La mancanza di archivi in loco, in seguito al trasferimento della sede comunale, ha privato lo storico Prof. Vito Rossati, scomparso da alcuni anni, dei dati e dei documenti necessari per poter compilare una raccolta più precisa ed accurata sulle figure illustri che sono transitate per Bottrighe e che devono essere state senza dubbio numerose, date le molteplici relazioni e parentele dei Marchesi Tassoni che a lungo dominarono la Villa delle Bottrighe.

    Fonte: “Origini Storiche del Comune di Bottrighe” di Rossati Prof. Vito e Rossati Mᵒ Tito.

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