Percorrendo via V. Chiarugi, che conduce a Granzette, frazione a due Km. e mezzo da Rovigo, vicino alla riva destra dell’Adige, si scorge sul lato sinistro un complesso architettonico noto come “il manicomio”. Non a caso la sua ubicazione fu posta ai margini della città: “i matti” sono pericolosi, violenti, imprevedibili, fanno paura e la società ha pensato di togliersi l’incomodo segregando i malati di mente in quei famigerati istituti che sono gli Ospedali Psichiatrici.
Sottrarli alla vista non significa però risolvere il problema, e lo sanno bene quei ragazzi e ragazze i quali, non addetti ai lavori, ma sollecitati da autentico amore per l’“uomo”, hanno varcato il cancello, scrupolosamente sbarrato, della inquietante struttura.
Essi costituiscono uno dei vari gruppi del Centro Francescano d’Ascolto che operano in silenzio come volontari nel sociale, laddove dimora la sofferenza e più gravi sono il disagio e la negazione della dignità umana, ossia nei settori più scomodi, che il perbenismo preferisce dimenticare. Ai giovani francescani non bastavano le attività intraprese nei primi mesi del 1988 rivolte verso persone che vivono problemi di solitudine, emarginazione, alcolismo, aids, ai senza fissa dimora, ai tossicodipendenti e ai detenuti in particolare. Nel luglio del 1989, infatti, hanno concretizzato anche l’idea di portare il loro servizio all’interno del residuo ospedaliero psichiatrico di Granzette.
Per entrare in quel mondo quasi sconosciuto il gruppo ha dovuto sostenere un breve corso di formazione, tenuto dalla dott.ssa Turola, per ottenere le informazioni basilari e acquisire le nozioni sulle tipologie dei pazienti e delle loro problematiche comportamentali, dal momento che avrebbero avuto a che fare con persone “speciali”, così definite da Patrizia Granata, una esponente del gruppo.
La meravigliosa e singolare esperienza del loro vissuto, oltre ad essere stata presentata alla cittadinanza di Rovigo nell’incontro-dibattito “Sofferenza psichica: quale atteggiamento?”, è stata riportata in una pubblicazione con il medesimo titolo: “Sofferenza psichica: quale atteggiamento?” Ed. TAU, curata da alcuni ragazzi del gruppo; Patrizia Granata, Alessandra Raimondi, Laura Cassali, Massimo Guglielmo, Manuela Tempesta.
Nel libro vengono presentati momento per momento, il graduale approccio e il cammino compiuto, con pochi pazienti prima o poi con un numero maggiore, a mano a mano che le diffidenze iniziali venivano superate per far posto a timidi sorrisi e a colloqui formali, fino al raggiungimento di un rapporto più profondo e costruttivo con i “nuovi amici”.
I pazienti più estroversi, incuriositi, hanno avviato i primi contatti avvicinandosi ai giovani e ponendo domande: stava crollando piano piano quel muro gelido che da sempre aveva separato il mondo esterno dei malati di mente.
Ogni sabato pomeriggio, da oltre tre anni, questo straordinario gruppo entra nell’ex-Ospedale Psichiatrico, dove sa di essere atteso con impazienza dai degenti, che si accalcano alla porta d’ingresso per vedere arrivare i simpatici ospiti recanti ogni volta una ventata d’allegria.
Hanno iniziato gli incontri con la musica, il linguaggio espressivo e comunicativo più immediato, con suoni, canti, battiti di mani, fino ai gesti, ai mimi e ai balli; tempo permettendo, poi, nel grande parco di cui l’ospedale dispone, si sbizzarriscono in giochi all’aperto: a palla, tiro alla fune, bandierina, ecc.. Solo una parte dei pazienti, però, ha il permesso di uscire dalle mura e, per non creare motivo di dolore agli altri, alcuni volontari rimangono all’interno del reparto, intrettenendo i meno fortunati con varie attività.
Durante l’inverno i ragazzi propongono attività di gruppo e i pazienti si avvicinano spontaneamente al gruppo che maggiormente li interessa, scegliendo di leggere o scrivere, disegnare o giocare con giochi a incastro, a carte ecc.; altri preferiscono guardare, ascoltare o chiacchierare. Tutte le azioni svolte dai volontari, decise di volta in volta, sono finalizzate al graduale raggiungimento di obiettivi definiti, quali, ad esempio, la socializzazione.
Prima dell’arrivo dei volontari i pazienti manifestavano segni di evidente aggressività: si picchiavano e non mostravano alcun rispetto reciproco; ma stare con persone nuove ha fatto loro cambiare certi atteggiamenti. Vengono curati molto la pulizia e l’ordine personale, e viene effettuata una continua ricerca e stimolazione di abilità e attitudini individuali, la capacità espressiva verbale e gestuale, l’affettività e la possibilità cognitiva, allo scopo di valorizzare la persona e la sua dignità.
Per l’introduzione di metodi di approccio diversificati, fondamentale è stata la conoscenza della personalità di ciascun paziente e delle cause delle varie sofferenze: ci sono malati schizofrenici, oligofrenici, sordomuti, persone traumatizzate in seguito all’ultima guerra o per altre cause. E proprio in questo ambiente i giovani francescani, nella posizione di ascolto delle problematiche di esseri umani spesso non considerati tali, hanno portato nell’ex-Ospedale Psichiatrico quello che la società, chiusa nella propria indifferenza, ancora non sa dare: allegria, rispetto dell’individuo, sostegno umano e affettivo, vitalità generosa e terapeutica.
Dalla singolare esperienza conseguita essi sono in grado di affermare che la maggior parte dei pazienti potrebbe vivere nella società esterna, in ambienti protetti, in applicazione della legge 180, comunemente della “legge Basaglia” dallo psichiatra che la promosse nel 1978.
Ci sono dei casi in Italia, sia pur rari, in cui, per dare esecutività alla legge, si è cercato di ristrutturare degli edifici dell’area manicomiale; a San Salvi (Firenze) ad esempio, sono stati ottenuti trentadue miniappartamenti, protetti, per ex degenti che possono gestirsi autonomamente, ma in tante altre località, dove si sarebbe potuto attuare la dimissibilità di molti pazienti, ciò non è avvenuto o per la scarsa sensibilità politica o per l’impreparazione nel gestire l’enorme fenomeno della trasformazione dell’assistenza psichiatrica introdotta dalla 180.
Però, anche se “la legge funziona male, non è da buttare, semmai da aggiustare. Una delle accuse rivolte alla legge è di aver aperto i manicomi senza garantire valide alternative” afferma Patrizia Granata nella sua tesi di laurea, “di conseguenza seicentomila famiglie sono costrette a convivere con ammalati schizofrenici. (…) Per questo il Consiglio dei Ministri nel 1990 ha ritoccato, ma non cambiato, la legge e il Ministro De Lorenzo ha riaffermato i principi ispiratori della 180, correggendo quelle parti che è stato impossibile applicare. Nella nuova proposta sarà il medico a decidere il ricovero del malato (…), mentre a garanzia dei diritti di libertà del paziente ci sarà, in un secondo momento, la convalida del sindaco e la notifica del giudice tutelare”.
Il direttore del Centro Francescano d’Ascolto di Rovigo Livio Ferrari promotore, tra le altre attività, della apertura nel mese di marzo di quest’anno della casa di accoglienza “FRATE LUPO” per ex carcerati o per chi vive problematiche di disagio, sita in via Vitt. Veneto, 139 a Rovigo, da tempo sostiene che anche nella nostra città si potrebbe ridare dignità e autonomia a ex degenti dello psichiatrico sulla base dell’esperienza di San Salvi, ristrutturando uno degli edifici della vasta area.
In realtà progetti non mancano: il progetto Massignan, esperto della Regione nei problemi della psichiatria, prevede per via Chiarugi e per i suoi ospiti una graduale innovazione di vita, che guarda all’insieme dell’organizzazione del famoso dipartimento di psichiatria nell’ospedale e nel territorio. L’obiettivo principale è quello di operare su piccoli gruppi, trasferendo il maggior numero di pazienti dell’area psichiatrica vera e propria a iniziative di socializzazione, di vita di relazione, creando piccole comunità protette, aprendo all’animazione, al volontariato, all’attività di lavoro cooperativo.
In attesa di una concreta attenzione al problema da parte degli enti pubblici, i giovani volontari continuano a far respirare qualche ventata di libertà a quei pazienti considerati più affidabili, non solo mediante la loro costante presenza, ma anche con qualche uscita in città, come alle giostre in occasione della fiera con indescrivibile divertimento di tutti. Alcuni vengono condotti anche al mare dal personale medico e infermieristico e, se responsabilizzati, sanno comportarsi correttamente.
I pazienti vengono coinvolti, inoltre, nella preparazione degli aquiloni, un momento di festa annuale anche per i bambini della città e una possibilità di ingresso nell’area psichiatrica ai cittadini. A Santo Stefano è consuetudine che i giovani francescani del Polesine si radunino all’ex Psichiatrico per festeggiare in allegria il Natale.
A questo punto si può affermare che fermarsi a livello di progetti avanguardisti non può bastare; il caso dei malati di mente non è differente da quello dei senza fissa dimora o da quello dei tossicodipendenti, sono anche loro in diritto di aiuto. Ma la solitudine delle famiglie e la società impreparata e indifferente acuisce il problema di questa categoria di malati bisognosi di assistenza specialistica, ma anche di calore umano.
Il servizio dei generosi giovani francescani è prezioso, ma occorre altresì che anche la società si apra a questa realtà. Concordo con Patrizia Granata quando afferma che necessita un’educazione al problema, aggiungendo che esso non può essere dignitosamente risolto se non con l’apporto fattivo di tutte le forze politiche e sociali; governanti, scuole, famiglie e associazioni culturali e religiose.
In occasione del 50° anniversario della fondazione, l’Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura “M. e T. Bellini” ha organizzato tre incontri di alto profilo culturale nei giorni 16, 23 e 30 maggio 1992 relativamente ai temi “Scuola – Agricoltura – Ambiente”, “I Bellini: una famiglia di agrari in Polesine fra Ottocento e Novecento” e “1942-1992: 50 anni di storia, di cultura e di attività dell’IPSA “M. e T. Bellini”.
Hanno portato il loro contributo esperti del settore agrario, dell’ambiente, studiosi dei problemi storici ed economico-sociali del Polesine tra 1800 e 1900, nonché rappresentanti dell’Amministrazione centrale e periferica del Ministero della P.I.
Particolarmente interessanti le due pubblicazioni presentate in questa occasione dai rispettivi redattori: un opuscolo curato dai Proff. Bonetti e Tacchini, docenti presso l’IPSA di Trecenta, che illustra la storia e l’attività dell’Istituto in questi 50 anni; uno studio della Prof.ssa Botti su “I Bellini – una famiglia di agrari in Polesine fra l’Ottocento e il Novecento”, che mette in rilievo l’opera di due fratelli, Mario e Teodosio Bellini.
La famiglia Bellini, proveniente da Montagnana si trasferì a Trecenta intorno agli anni 1879-1880. Imprenditori in senso lato, innovatori ed efficienti amministratori i Bellini, hanno dato una spinta alla crescita economica e sociale del Polesine, cedendo poi gran parte della loro proprietà (palazzo e terreni situati nel Comune di Trecenta) al Ministero dell’Educazione Nazionale allo scopo di costituire la sede di una scuola agraria, che portasse avanti la loro opera e il loro spirito innovativo, con atto di donazione del 25 luglio 1942.
Nell’Ottobre 1942 iniziava così a funzionare regolarmente la Scuola Tecnica e l’annesso Avviamento, trasformati nel 1960 nell’Ist. Prof. di Stato per l’Agricoltura. Era prevista l’istituzione di corsi di specializzazione e l’apertura di scuole coordinate anche in altri Comuni. L’Istituto fa sentire in questo modo la sua presenza in varie località del Polesine.
Dalla ricerca è emerso che il palazzo Bellini, oggi sede dell’IPSA, è stato costruito nel XVIII sec. per opera del Vescovo di Ferrara quale residenza del Governatore.
Entrando nel Palazzo adibito a scuola notiamo subito la sua ampiezza (una trentina di vani con soffitti a volta in gran parte affrescati).
Al piano terra si trovano i laboratori di chimica e di informatica (ricchi di apparecchiature scientifiche), la biblioteca e la sala conferenze.
Al primo piano è sistemato il convitto. Usciamo nel vasto cortile, dove si trovano l’officina, i magazzini, il parco didattico e l’ampia serra dell’Istituto. Quest’ultima viene utilizzata per la coltivazione di circa 36.000 – 40.000 piccole piantine da fiore e da orto, nonché per la sperimentazione del babaco e del pomodoro. Si attua la lotta biologica in collaborazione con il centro di ricerca e sperimentazione “Biolab” di Cesena per quanto riguarda il controllo di alcuni parassiti dannosi alle piante ornamentali e ortive.
L’Istituto dispone inoltre di un’azienda agraria di 16,3 ettari in località Marzana-ta, facilmente raggiungibile dagli studenti dell’Istituto grazie all’utilizzo di due pullman della scuola, in modo tale da poterla utilizzare come un vero e proprio laboratorio. Nell’azienda oltre a coltivazioni di orzo, grano, mais, soia, bietola, si trova un frutteto con piante di melo, di pero, un vigneto (sede di lotta guidata per favorire un ridotto e razionale impiego di fitofarmaci) e un actinidieto (utilizzato per prove sperimentali attuate in collaborazione con l’ESAV e l’Università di Padova).
Sulla situazione attuale e sulle prospettive di sviluppo dell’IPSA di Trecenta poniamo alcune domande al Preside, prof. L. Scampoli.
Il 50° anniversario dell’IPSA, quale significato assume per il futuro dell’Istituto?
“Le tre giornate di studio sono innanzitutto da intendersi come il doveroso omaggio che noi tutti dobbiamo rendere ai fratelli Bellini per la loro generosità e sensibilità verso i temi dell’istruzione in Polesine. La loro donazione ha permesso a molti giovani di frequentare corsi specifici di agricoltura, contribuendo così alla crescita culturale ed economico-sociale del territorio polesano. Spero che questa celebrazione costituisca un’“azione educativa” nei confronti dei ragazzi della scuola elementare e media, affinché possano apprezzare l’istruzione professionale, che prepara i giovani in un settore specifico, fornendo una formazione culturale e scientifica, e concorrendo a formare in loro una mentalità europea, imprenditoriale, nel rispetto dell’ambiente e della salute pubblica”.
Quali sono i corsi attualmente attivati?
“Il corso di studi comprende un biennio di qualifica con varie specializzazioni in fase di completa sostituzione con i nuovi corsi sperimentali previsti dal MPI – “Progetto ’92” –. È in atto già dall’a.s. 1988/89 una sperimentazione della durata di 3 anni con qualifiche di “operatore agricolo” e “operatore agroindustriale”. Il piano di studio prevede: – materie di contenuto formativo come l’informatica, l’economia e il diritto insegnate sin dal 1° anno di corso; – potenziamento della matematica, della fisica e della lingua inglese insegnata fino al 5° anno; – le materie tecnico-professionali sono insegnate in copresenza da un docente teorico e da uno pratico; – l’introduzione dell’area di approfondimento di 4 ore, settimanali destinate al recupero e all’approfondimento di determinate tematiche; – il Preside ha la possibilità di assumere, con contratto privato, esperti del settore cui affidare lezioni di natura professionale. Tutto ciò per permettere ai ragazzi di inserirsi validamente nel mondo del lavoro e di essere sensibili alle innovazioni sia come lavoratori qualificati, sia come tecnici e imprenditori agrari.
I ragazzi possono inoltre conseguire la “Maturità integrata di Agrotecnico” dopo un biennio post-qualifica, rientrante sempre nella sperimentazione “Progetto ’92”. L’agrotecnico è capace di riassumere la realtà e le innovazioni introdotte in agricoltura in una visione imprenditoriale, utilizzabile ai fini delle decisioni da assumere in ordine alle indicazioni dei mercati di consumo. È una figura perciò molto diversa dall’attuale, in grado di dirigere organismi associativi, centri cooperativi di produzione, di commercializzazione e di vendita dei prodotti, di assumere la direzione di aziende agrarie di medie dimensioni o di inserirsi nei quadri organizzativi delle aziende di grandi dimensioni. È inoltre in grado di operare analisi di costi di produzione e scelte di mercato e di predisporre programmi diretti alla conservazione, trasformazione e collocamento dei prodotti sul mercato. Importante è inoltre la specializzazione per integrare la maturità: essa può variare ogni anno con un corso di 500/600 ore da utilizzare anche per stages aziendali, che si ispiri alle necessità del territorio in collaborazione con la Regione, associazioni ed esperti. Da un’analisi del territorio è emersa la necessità di una specializzazione riguardante “l’agricoltura ecocompatibile”, in quanto ci si rende perfettamente conto che il futuro dell’agricoltura dovrà rispettare l’ambiente in cui viviamo e la nostra salute. Nulla di nuovo per l’IPSA che si è ispirata a questi principi già da alcuni anni.
È possibile attivare, a breve termine, anche un corso di agriturismo utilizzando il Centro Agrituristico che verrà ricavato dalla ristrutturazione dei fabbricati rurali dell’azienda agraria annessa all’Istituto, sita in una zona di notevole interesse ambientale per la presenza dei “Gorghi”.
L’IPSA dispone di un convitto annesso all’Istituto. Quale ruolo può avere nello sviluppo della scuola?
Nel donare parte dei loro beni (terreni e Palazzo), i Bellini hanno fissato due clausole: che il MPI istituisse nei locali del Palazzo una Scuola Tecnica Agraria intestata ai due fratelli Mario e Teodosio e che lo stesso MPI si impegnasse a costruire, dopo la guerra, un convitto capace di 40 alunni. Questo venne aperto dal 1947/48, chiuso dall’a.s. 1954/55 sino al 1968/69 per mancanza di adesioni. Oggi il convitto, che può ospitare sino a 35 ragazzi, assume un ruolo sempre più significativo a livello culturale e socio-educativo attraverso il servizio scolastico residenziale.
È insomma una risposta qualitativa per rendere più proficui l’insegnamento, l’educazione e la formazione culturale e sociale dei singoli allievi.
L’Istituto offre anche il servizio di semiconvitto, che comprende una serie di attività che vengono svolte nel pomeriggio dopo la mensa fino alle ore 17 circa, ora in cui i ragazzi lasciano la scuola per rientrare a casa. Tali attività – studio, ricerche in biblioteca, sports – sono organizzate e seguite da personale esperto, sensibile ai problemi e ai bisogni dei giovani.
La presenza del Convitto, unico a livello provinciale, è significativa per la sua collocazione geografica all’interno del Distretto Scol. 57: può costituire un punto di riferimento – come prevede la normativa scolastica – per gli studenti frequentanti altri Istituti Superiori che operano nello stesso distretto”.
Voluto dall’amministrazione rodigina, il premio “San Francesco” si è subito qualificato, fin dalla prima edizione, come un’importante occasione in cui la città di Rovigo ha modo di riconoscere a cittadini distintisi nei vari campi della cultura e delle professioni, i meriti ottenuti nelle rispettive attività.
E’stata quella del 3 Ottobre scorso una cerimonia sobria ma densa di emozione, che ha visto animato il salone della Loggia dei Nodari, sede municipale, per la presenza numerosa di cittadini che, assieme ai rappresentanti dell’Amministrazione Comunale, hanno voluto rendere omaggio e plaudire all’opera di alcuni meritevoli concittadini; è stata inoltre una conferma della attenzione che la città di Rovigo ha nei confronti dei propri “figli” che le fanno onore.
Cerimoniere della manifestazione e membro della commissione che ha operato le scelte è stato il Dott. Luigi Bortolussi, il quale dopo il saluto del sindaco Carlo Brazzorotto, ha presentato i premiati: il Prof. Alessandro Gasparetto per la scienza, medicina e chirurgia; il Prof. Flaminio de Poli per la poesia, narrativa e letteratura; il Dott. Giuseppe Marangoni per il turismo, ecologia e ambiente; il Prof. Marco Bondesan per la geologia, ecologia e ambiente; nonché due organizzazioni umanitarie quali il Comitato Provinciale della Croce Rossa Italiana e il Comitato Provinciale per l’UNICEF, rispettivamente rappresentati dal Prof. Franco Salvi e dal Dott. Nino Suriani.
Il Dott. Bortolussi, nell’informare dell’assenza alla cerimonia del Prof. Gasparetto, dovuta allo svolgimento di un concomitante ed importante convegno da lui organizzato, ha voluto dare lettura di una sua missiva con la quale, oltre ad esprimere il proprio ringraziamento per l’attestazione del premio, manifestava note di attaccamento alla terra di origine.
La consegna dei premi ha avuto come cornice la vivace esibizione dei piccoli flautisti diretti dal maestro Casetta e la lettura con impegno interpretativo di alcune poesie di “fratello Francesco” da parte di giovani del Seminario Serafico della città.
Nella stessa cerimonia sono stati attribuiti riconoscimenti nel settore dello sport, consegnati da Luigi Frezzato e Paolo Avezzù in rappresentanza della giunta comunale, alla Società Sportiva Tassina, al Velo Club Mantovani-Video ed ai giovani ciclisti Nicola Fogagnolo e Nico Pizzardo distintisi nella loro specialità in campo regionale e nazionale.
E' stata una sorpresa, positiva naturalmente, constatare come il nostro annuncio, fatto nel n.5 di VENTAGLIO 90, abbia sortito un effetto migliore di quanto ipotizzato. Avevamo assicurato il nostro impegno a formulare una breve recensione di tutti i volumi, riguardanti la nostra terra, pervenuti in redazione. Vari i libri recapitatici, eterogenei per caratteristiche ed argomento, ma tutti meritevoli di citazione.
Chiara Crepaldi – Paolo Rigoni: Il fuoco, il piatto, la parola. Minelliana -Rovigo- Dicembre 1991
Il corposo volume, sottotitolato "Cultura e tradizione popolare in Polesine", presenta centinaia di ricette, suddivise in dodici sezioni, raccolte tra il 1986 e il 1991 dalla viva voce di anziani, autentici -e ultimi- testimoni di quella che si suole definire come la civiltà contadina, sviluppatasi nel corso dei secoli, con un caratteristico bagaglio di valori e tradizioni.
Più che un libro di proposte culinarie (anche se tale aspetto non può essere trascurato soprattutto da chi intenda rivalutare la cucina polesana, con intenti di intelligente rivisitazione) il volume si presenta come una completa testimonianza di un passato -rigorosamente proposta nella lingua dialettale con traduzione a lato- in cui gli alimenti hanno svolto un ruolo essenziale.
In un'ottica tutta etnografica vengono proposte, nella parte conclusiva del volume, anche favole, racconti popolari, testimonianze e filastrocche di indubbio interesse per la conoscenza delle tradizioni della nostra terra e del valore -reale o fantastico- che veniva attribuito all'alimentazione.
Anna Botti: I Bellini -Trecenta- Aprile 1992
Il volume, pubblicato sotto gli auspici della CRA di Castelguglielmo in occasione del 50° anniversario dell'istituzione della Scuola Agraria di Trecenta, ricostruisce la storia della famiglia Bellini, originaria di Montagnana, che, dalla seconda metà del secolo scorso, gradualmente incominciò ad interessarsi del Polesine, acquistando terreni nella zona di Trecenta, centro altopolesano che fu scelto come domicilio in particolare dai solerti fratelli Mario e Teodosio Bellini.
Abili agricoltori e solerti amministratori, i fratelli Bellini furono anche munifici benefattori, la loro donazione più interessante fu certamente quella del loro palazzo perchè divenisse sede della Scuola Agraria.
Si tratta insomma di un volume importante per conoscere in modo approfondito la storia di una famiglia che operò assiduamente per lo sviluppo della nostra terra.
Angioletta Masiero: Le stagioni del Tarabuso. Galiverna – Battaglia Terme (PD)- Marzo 1992
Il volume di narrativa presenta 11 racconti della scrittrice polesana, nota ben oltre i confini della provincia per i numerosi premi ottenuti in vari concorsi letterari, specie nel settore della poesia. Un'esperienza quella poetica che è presente senza soluzione nell'animo di Angioletta Masiero e che permea in modo sostanziale le pagine di questa raccolta.
Nei racconti il ruolo principale è volutamente sempre svolto da donne, figure femminili caratterizzate spesso da un'esistenza travagliata, che vivono con dignità e consapevolezza la loro vita intimamente legata all'ambiente polesano, di cui sanno cogliere gli aspetti più intensi.
Giuliano Scaranello: Taconi e Castroni. Editrice Turismo & Cultura -Rovigo- Giugno 1992
E' la seconda opera del poeta-attore polesano, divenuto noto al grande pubblico interpretando il ruolo di Torototela nella trasmissione televisiva "Piacere Rai Uno".
L'adesione tra l'autore ed il personaggio -tipicamente polesano- messo in scena per la prima volta da Palmieri con "La corte delle pignate", è ormai divenuta inscindibile. E' così che Scaranello, "torototando" per Rovigo, mette a fuoco i temi delle sue poesie ironiche e satiriche, espresse in autentica lingua polesana.
Ricco di humor e di battute salaci, il volume ha incontrato immediatamente il favore del pubblico e degli estimatori della nostra terra.
Raffaele Peretto: Falce di Luna. La Galiverna -Battaglia Terme (PD)- Giugno 1992
La raccolta di poesie, che prende il titolo dalla prima lirica, presenta un volto inedito di Raffaele Peretto, direttore del civico museo rodigino, noto ben oltre i confini della provincia per l'assidua attività di ricerca e divulgazione in campo archeologico.
Le composizioni poetiche prendono avvio da emozioni e sentimenti provati a contatto con l'ambiente naturale, oppure nascono da un'esplorazione del mondo degli affetti, o ancora scaturiscono da echi interiori e richiami ancestrali, in ogni caso si presentano coinvolgenti e sempre sorrette da un consistente afflato lirico.
Per chi conosce Peretto sotto il profilo professionale la lettura del volumetto (arricchito fra l'altro con belle tavole di Luciano Scarpante e Sergio De Bon) costituisce una piacevole scoperta che rivela la profonda sensibilità dell'autore, manifestando anche su questo versante le sue apprezzate doti umane ed intellettuali.
Grazia Giordani: Hena. Turismo& Cultura -Rovigo – Luglio 1992
Un romanzo "vero" quello di Grazia Giordani, giornalista e scrittrice tra le più apprezzate del Polesine. Vero non solo perchè si rifà ad una vicenda reale -quella che ha caratterizzato l'inquieta vita della madre- ma anche per la eccellente capacità dell'autrice di indagare nella psicologia dei personaggi, e tener nel contempo sempre alto il tono del racconto.
Il lettore ne risulta strettamente coinvolto, condotto a rivivere con intensità una storia di un passato prossimo, che mantiene ancora vive relazioni con il presente.
A due anni dalla sua prima opera di narrativa, Grazia Giordani si presenta ai lettori con un volume che nello stesso tempo si presenta agile per la prosa fluida, in alcuni casi spumeggiante, e profondo per l'indagine accurata dei sentimenti e la descrizione della personalità dei protagonisti. La narrazione, piacevole e ricca di intreccio, risulta così viva e dinamica, da far pensare che il testo potrebbe costituire la base per un soggetto di un buon film.
Ottorino Turolla: L'Isola di Ariano e la sua storia. Arti Grafiche DIEMME -Taglio di Po (RO) – Giugno 1992
Il volume, che si articola in 11 capitoli, rappresenta uno studio sistematico sul territorio dell'Isola di Ariano (dalle origini alla fine della Signoria Estense a Ferrara) redatto sulla scorta di documenti storici, a partire dal Privilegio del papa Martino II (anno 944), in cui per la prima volta viene nominata l'"Insula Adriana", successivamente (1194) indicata come "Castrum Adriani", allorchè il vescovo di Adria la concesse, come feudo agli estensi.
Sulla scorta delle informazioni rintracciate, l'autore compie una ricostruzione anche cartografica dell'isola nel corso dei secoli, portando ampi riferimenti sulla viabilità e navigabilità della zona, soffermandosi inoltre a tratteggiare le condizioni di vita economica e sociale nell'epoca medioevale, e recuperando antiche tradizioni legate al luogo.
Terra d'Este. Rivista semestrale di storia e cultura, diretta da Giuseppe Toffanin, edita dal Gabinetto di Lettura di Este
La rivista, che come VENTAGLIO 90 si presenta sotto forma di libro, si avvale di un comitato di redazione costituito da Luigi Contegiacomo, Carmelo Gallana, Felice Gambarin, Francesco Selmin e Mauro Vigato.
Il volume pervenuto in redazione (anno 1, numero 2), contiene saggi storici, ricerche d'archivio e studi d'arte, riguardanti prevalentemente la Bassa Padovana, che costituisce l'ambito territoriale in cui si muove la rivista. La contiguità con la nostra provincia rende di sicuro interesse la lettura dei vari interventi, anche per i polesani che, oltrettutto, potranno trovare nel numero citato una composizione poetica, intitolata "Lo sciopero nel Polesine", scritta, sul finire del secolo scorso da Antonio Pasini, suonatore e poeta ambulante di Solesino.
Claudio Mancin: Il Delta del Po. Vol. 1 e 2 – Taglio di Po 1991 / 1992- Stampa Artigrafiche Diemme
La ricerca, articolata in due volumi, approfondisce i rapporti tra l'uomo e il territorio bassopolesano, la cui formazione è per molti aspetti legata proprio ad interventi di tipo antropico.
Il primo volume prende in esame la situazione prima e dopo il taglio di Porto Viro, e il difficile rapporto originatosi tra la Repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio, che tentò di ostacolare la modifica territoriale temendo (e non a torto) ripercussioni negative nella sacca di Goro.
Il secondo volume ripercorre la storia delle bonifiche e del sempre precario assetto del territorio del Delta, ripetutamente colpito da disastrose alluvioni, tra cui nel dopoguerra risultarono particolarmente gravi quelle del 1957 e del 1966, delle quali viene riportata anche una interessante documentazione fotografica.
Estate teatrale all’insegna del “Thesoro”, brioso testo di Luigi Groto del XVI secolo, rappresentato nei principali centri polesani prima di spiccare il volo verso i teatri dell’Istria, dell’alta Italia e in particolare del Veneto, inserito nel calendario delle celebrazioni goldoniane che caratterizzeranno il 1993.
Si tratta di una commedia, ambientata nella città di Adria, scritta da una delle personalità di maggior rilievo vissute nella cittadina bassopolesana, Luigi Grotto (1541-1581), uomo poliedrico ed umanista di vaglia, detto il Cieco di Adria per la grave malattia che lo privò della vista fin dall’infanzia. Menomazione questa che non gli impedì di raggiungere una solida formazione letteraria artistica e perfino scientifica, ottenendo riconoscimenti ben oltre i limiti della provincia, e gli apprezzamenti di vari compositori, tra cui Monteverdi, che scrissero la partitura musicale per i suoi testi.
La sua produzione teatrale fu multiforme, spaziando dalla tragedia (Dalida, Adriana), al dramma pastorale (La Calisto, Il pentimento amoroso), fino alla commedia (Emilia, Alteria, Il Thesoro).
Commedia spassosa, con personaggi tipicamente popolari, Il Thesoro trova il suo momento di accentuata comicità proprio nella ricerca di un inesistente tesoro, a cui viene indotto il vecchio Zelotipo, tratto in inganno da due giovani, Ginofilo e Lepido, che, sotto le mentite spoglie di negromanti, fingono di aver identificato il luogo del nascondiglio, proprio sotto la sua casa. Stratagemma che permette a Ginofilo di incontrarsi con Licinia, la giovane che aveva lasciato perché chiamato alla guerra, la quale era stata forzatamente data in sposa al vecchio Zelotipo.
Nel moderno allestimento del Thesoro, il regista Gabris Ferrari ha dovuto procedere su un doppio binario, tenendo presente da una parte i gusti del pubblico attuale e dall’altra l’esigenza di salvaguardare lo spirito con cui l’autore aveva concepito l’opera. Conservata l’ossatura drammaturgica essenziale attuando un consistente snellimento dei monologhi troppo lunghi e minuziosi, il regista si è avvalso di un interessante allestimento, imperniato su un’impalcatura eretta al centro del palco in grado di assumere, con rapidi scorrimenti di pareti mobili, l’aspetto richiesto dalla scena.
Piacevoli sono risultati i dialoghi e sostenuto il ritmo impresso alla rappresentazione, indenne da cadute di tono. Bravi gli interpreti, il cui gruppo centrale è rappresentato dagli attori del Dramma Italiano di Fiume (Elvia Nacinivich, Ester Vrancic, Rossana Grdadolnich), elementi di indubbio talento, impegnati nella diffusione della cultura italiana in Istria. Applauditi anche Sara Alzetta, Stefano Baccini e Fabio Balasso. Una particolare citazione infine per il nostro conterraneo Giuliano Scaranello, da anni impegnato sulle scene con riuscite interpretazioni di personaggi del teatro veneto, che nel Thesoro ha ottimamente caratterizzato il servo Topolo.
Messa in scena dal Teatro Sociale di Rovigo, col patrocinio della Provincia, del Comune, dell’Assindustria di Rovigo e del Dramma Italiano di Fiume, la commedia ha ottenuto immediati riscontri di pubblico e di critica, e si presenta con le carte in regola per ben figurare nell’ambito delle celebrazioni goldoniane, ripercorrendo le origini del teatro veneto che, proprio in Polesine, ebbero con Luigi Groto uno dei più validi rappresentanti.
Canaro, piccolo paese a 20 Km. da Rovigo sulla statale per Ferrara, si è fatto grande fino ad essere proclamato “Capitale della poesia cosmica” dal prof. Ugo Stefanutti, medico, poeta, pittore, scrittore veneziano, e ciò grazie alla straordinaria personalità di uno dei suoi figli, Arrigo Vanzelli, maestro di scuola elementare, ora purtroppo scomparso, elevata espressione dell’anima polesana ed instancabile testimone di forza appassionata e trascinatrice “a siderei voli”.
Sostenuto e coadiuvato incessantemente da Claudio Garbellini, pure canarese, storico e collaboratore de “Il Gazzettino”, il Mᵒ Vanzelli aveva vagheggiato, fino al suo compimento, l’idea originale che in tempi moderni, aperti ai voli cosmici e alla ricerca scientifica e avveniristica, si dovesse esprimere pensieri, sensazioni ed emozioni mediante l’espressione più alta del comunicare, che è la poesia.
Ecco la nascita del Premio nazionale di Poesia “Cosmo d’oro” che, dal 1984 ad oggi, superati anche i confini nazionali, nel corso di otto edizioni ha visto la partecipazione di migliaia di concorrenti.
Non è facile esprimere l’essenza di tale contenuto poetico per la tentazione di eccessivo distacco dalla realtà vissuta, dimenticando la vera condizione umana.
Ma molti poeti di arte cosmica ci sono riusciti innalzando sentimenti, pensieri a riflessioni sui misteri dell’Universo, perché è vera poesia cosmica solo quando si ha sintesi tra natura e cosmo, tra Cosmo ed Anima. Le poesie, per stile sempre rinnovato, per musicalità e lirismo, muovono a profonde emozioni e spiegano le ali alla fantasia ed a sogni perenni.
Poesia
Il concorso “Cosmo d’oro”, che onorevolmente si inserisce nel panorama letterario e artistico nazionale, ha fin dall’inizio goduto di prestigio grazie alla commissione giudicatrice altamente qualificata formata, oltre che dal Mᵒ Vanzelli e Claudio Garbellini, segretario, (ora il solo organizzatore dell’appassionante iniziativa dopo la scomparsa dell’illustre Maestro), dal prof. Ugo Stefanutti, presidente degli scrittori veneti e presidente della giuria, dal prof. Casimiro Penzo, promotore del gruppo “Autori Polesani” e presidente della Associazione “Dante Alighieri” di Rovigo, dal prof. Giovanni De Pascalis, famoso latinista, dal prof. Ercole Chiari, preside dell’Istituto Magistrale “C. Roccati” di Rovigo, dal prof. Sergio Garbato, critico e giornalista. Per la loro encomiabile opera, meritano inoltre menzione il gruppo della Biblioteca Comunale di Canaro e la compagnia teatrale canarese “Le briciole d’arte”.
Il Premio “Cosmo d’oro” si suddivide in varie sezioni: Tre Premi “Cosmo d’oro”, un Premio “Dante Alighieri”, un Premio “Arrigo Vanzelli”, un Premio dei Lettori (una commissione di giovani canaresi). Seguono le poesie segnalate e quelle meritevoli di lettura. Gli Enti patrocinatori sono l’Amministrazione Comunale di Canaro, l’Amministrazione Provinciale di Rovigo, la Galleria d’Arte “Alexandra” di Rovigo, la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
Da otto anni la prima domenica di Ottobre è grande festa culturale a Canaro, dove convengono i poeti partecipanti da ogni regione d’Italia per assistere alla cerimonia di premiazione presso il ristorante “Da Tonino”. È piacevole tradizione che, ai saluti e auguri del sindaco di Canaro, e agli interventi della giuria, segua la lettura delle liriche premiate, a cura degli “Amici del Teatro” di Codigoro diretti da Angelo Callegarini.
Data l’enorme quantità di poesie in gran parte meritevoli di essere presentate, come i pregevoli componimenti di nostri poeti polesani (tra cui Angioletta Masiero, Gino Cappello, Gianni Sparapan, per citarne alcuni), ci limitiamo nelle pagine seguenti a pubblicare le liriche vincitrici del premio “Cosmo d’oro” di ogni edizione fino qui avvenuta.
HOMO SAPIENS
Epitaffio
Voi spiriti curiosi, qui venuti da un altro mondo, certo vi chiedete chi io sia stato e perché dal grembo del pianeta nato alla luce e poi spento – quale senso questa scomparsa nel grande ordine rivesta.
Non so: ma perché sia più fitto il vostro buio pensate che io qui in terra fui vivo – proprio io, nato a morire, nato a scomparire – e che io (benché confusamente e a tratti e tranne quel motivo che voi anche tuttora stupefatti cercate), io capivo – capivo…
Carlo Gazzelli (Genova) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1984)
CONTINUITÀ
Furori di una massa incandescente, materia in fusione, metalli sublimati, Terra molle e fluida al suo principio e tuttavia senza acqua.
Mondo opaco, carico di vapori solforosi, grigio e talvolta infuocato dallo splendore della fornace.
Luce! infine, al declino della tempesta, quando l’atmosfera purificata lasciò filtrare i suoi raggi …
II
Oggi, conosco, in più, la sabbia, la pietra e i cristalli, gli angoli e le forme solide…
Ma da quale parte proviene questo istinto che, continuamente, mi sospinge a combattere la gravità con il movimento? Questa aspirazione ancestrale a sollevarmi nello spazio non è forse nostalgia dell’informe e dell’imponderabile? Questa voluttà a volteggiare nell’acqua, duttilità e morbidezza, del fluire primordiale, non è reminescenza di una condizione antica e paradisiaca?
III
Lunga è la mia memoria: essa sa quanto non avrebbe mai potuto rivelarmi un’esistenza unica ed effimera.
Questi primi elementi, a lungo ribelli all’attrazione terrestre, formano oggi il mio essere e costituiscono la natura tutta intera. Giacché una forza, di volta in volta, li disperde e li riunisce.
Così, grazie a questa continuità, essendo me stessa e ogni cosa, ogni essere e ogni stato, io mi arricchisco ad ogni nascita, ad ogni disintegrazione mi rigenero…
IV
Sostanza e forza originali! Come in un sogno affiorano alla mia coscienza i miei stati passati e ricordo ciò che credo di scoprire e apprendere allorché raccolgo le orme – di tempo, di spazio – che, ogni volta, mi hanno fatto trasformare ed evolvere. Sapere intimo, conoscenza… Questa è la missione degli elementi che costituiscono il pianeta in ebollizione e formano oggi il nostro mondo tiepido e nostalgico.
V
Sento ancora i primi echi del lungo dramma cosmico ed i riflessi di una luce iniziale rischiarano la mia anima.
Vita che oscilla tra l’esistenza e la morte… Universo incompleto se è amputato del mio essere infimo.
Anne-Laure Cartier (Parigi) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1986)
COSMOS
Sillabare di nebbie e incrostazioni di eventi nel mistero d’insolvibili spazi a ricomporre semi millenari tra impronte di passato. La Storia si riavvolge nella spelonca rugiadosa delle stelle, e nell’universo si distribuisce il ricordo di antichi presagi. Crepuscoli e assonanze s’espandono in realtà più vaste e dal cielo si dipartono messaggi d’aria a musicare la melodia delle stagioni. Lento fila il tempo richiami d’altre vite, tremori d’albe e distanze azzurre su tele di madrepore, mentre illusioni e asprezze continuano a cadere in sfere di cristallo. Mulinelli di coralli trattengono silenzi remoti e ombre di sogni tornano a confondersi nel pullulare di costellazioni mutevoli tra voragini d’infiniti echi. Confida la pietra i segreti dei cieli, delle ere nell’irraggiungibile solitudine e insieme agli astri rotea la radice oscura d’ogni origine. E ricomincia ogni volta la luce.
Angioletta Masiero (Rovigo) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1987 ex equo)
DISPERAZIONE COSMICA
Un tempo sconosciuto aveva fiorito astri e galassie che affondavano tentacoli d’anni luce negli oceani incolori del nulla. Fiumi stellari straripavano e la cosmica febbre contagiava la terra L’uomo, ultimo neonato, alzò gli occhi alle stelle e fu solo sul mare primordiale dell’angoscia. Allora cercò le sue radici nelle solitarie cupe svolte dell’Es. E fu solo, sospeso fra due abissi Precipitando nella lunga vertigine dei secoli… Disperato… disperato. Disperato, s’aggrappò alla mano sinistra di Dio.
Dario Bentivoglio (Verona) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1987, ex equo)
ULISSIDI DELLO SPAZIO
E nel silenzio udire cosmogonie di stelle rifondere il mito e l’oro.
E nel silenzio – Talismano di Dio – andare circumnavigando il Cosmo,
Ulissidi dello Spazio.
Toccare i confini del Tempo, dell’Ignoto tetragoni Uomini rimanendo.
Inoltrarsi nell’occhio di Polifemo Vedere, sapere! Essere Nessuno e fuggire il buco nero e le piogge di meteore E le maghe dell’amore, esasperate visioni in tensioni d’Eroe.
Impadronirsi del cantico delle Pleiadi, superare scille e cariddi di stelle, resistere a effetti smembranti di marea legati al palo del volere.
Tornare a Penelopi ore,
avendo conquistato spazi eletti, conquistato lo spirito libero, violato cosmi interiori lacerato la coscienza dei limiti,
infaticabili uomini nell’odisseide Vita, inconsciamente in cerca di eterna nausicaa.
Paola Commissati Bellotti (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1988)
DELLA VITA
Proprio della vita, voglio dire: quest’aureola, che muove il pendolo assonnato, questo slargarsi ad albero, fare ombra, giocare con la polvere e restare con le mani limpide, deterse. Di questo allungarsi, voglio dire, come risacca di qua, di là del mare e averne musica, averne scintillio. Questa matassa tiepida del tempo ci costruisce volto e labbra e un’infinita saggezza di procellaria che non tocca l’acqua, di tessera a mosaico che ci stampa sullo sfondo d’oro.
Ma all’improvviso passa il pifferaio, suona di Hammelin e ci stana tutti. Così andiamo lasciando aperto l’uscio senza smorzare lampade e sonnecchia la soglia quasi le sue radici credano nell’attesa. Non torneremo. Nella mappa corsara dello spazio spalanchiamo cancelli, porte sbarrate e ci cadranno le chiavi dalle mani dentro abissi che non hanno fine.
Noi andremo avanti nel lento sfrangiarsi dei richiami dove dissolvono le rapide del tempo dietro le carovane dei sognatori pallidi, nel rubino di fuoco di altri soli.
Che altro dire ancora della vita? Un intervallo, una soglia, un ritmo tra due stop; è partita la barca per lo spazio e noi vivi, splendenti nella scia, ci misuriamo col tempo.
Nel fiottare ci si fanno solari le mani, trine bionde i capelli e c’è un mare che spuma sull’arpa delle vertebre, una cascata di note che perfora l’aria.
Ali senz’ali si va, noi, plasma incorruttibile trasmutando le forme all’infinito senza lembi-memoria senza fragilità consci finalmente che siamo la fenice che c’è mutazione nel vivere, non fine, e nei silenzi intatti della luce siamo i coevi dell’eternità.
Adriana Scarpa (Treviso) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1989)
PASSERÀ ANCORA IL VENTO
Ancora soffia tra gli alberi il tempo, mentre il mare dai moli trabocca sotto i raggi lunari.
S’ode il ritmo della natura che dorme sotto le stelle di un altro tempo, sotto i soli di un altro mondo, sotto il presente che è già passato.
Ancora il mondo gira in convulse orbite, dove il tempo è movimento e la vita è ombra della morte.
Passeranno i giorni, i mesi, gli anni… Passerà ancora il vento tra le foglie degli alberi.
Elena Sardo (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1990 ex equo)
FORSE UN SEGNO
Non torneremo a quel mistero che della vita ha svelato solo angosciosi silenzi; alle domande inquiete sempre risposte mute. A volte il fango lacerava le nostre mani abbandonate nel continuo vuoto o tese verso approdi da scoprire. Sul periodare incerto il Dio dell’inquietudine che vagava senza meta nell’eterno gioco a far della polvere l’immagine di sè.
Forse un segno imprevedibile racconterà della limpidezza smarrita un giorno di follia mentre da questa terra piombata nel deserto si alzerà la vela per navigare nell’immenso dove il pensiero come volo trasmigrato dagli abissi raccoglierà l’aurora lontana dalle vicissitudini dei tramonti.
Volpato Elena (Veggiano – PD) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1990, ex equo)
UN NUOVO AZZURRO
Noi chi eravamo?
Non eravamo eroi, non cavalieri scelti in armatura. L’avventura ci spinse: l’ora nuova e un sogno antico da ricominciare.
E ci aspettava l’aquila nel sole e il gabbiano che plana lo scirocco, ed un fiocco di nuvole leggere. Così strappammo le maglie della notte per penetrare col vento oltre la luce dentro l’ascolto dell’infinito viaggio.
Un nuovo azzurro ci scoppiò nel volto.
Sandra Cirani (Genova) (Primo Premio “Cosmo d’oro” 1991)
CANTO ALLA LUNA
(Coro a tre voci)
(PRIMA VOCE) Si inargenta il silenzio. Stanotte la luna ha l’antico lucore. Lo cede alla terra, tardivo conforto.
(SECONDA VOCE) Tardivo dolore. Fanciulla violata, lo versa nel mare il suo pianto, lo versa alle nevi, lo stende sulle foreste morenti, sugli spenti dispersi vulcani, sugli occhi degli ultimi amanti.
(TERZA VOCE) Lontani, lontani nel tempo gli inganni! La luna, che gelido globo. Il suo non è pianto. È soltanto una pioggia di luce che scende da un punto sperduto dal freddo universo a svelare i nascosti segreti del nostro piccolo mondo, a illuminare il silenzio profondo dell’uomo.
Amelia Perilli (Parma) (Primo Premio “Cosmo d’Oro” 1992)
Appena superata la grande curva della strada provinciale, già si poteva distinguere tra gli altri alberi la sua grandiosa sagoma.
Dopo aver lasciato la strada ed essere entrati dalla cancellata in ferro battuto, era necessario percorrere una carreggiata di terra fiancheggiata da alti pioppi a forma di fiamma di candela, in fondo alla quale, quasi d’incanto, riappariva nella sua maestosa imponenza la grande quercia.
Era un albero enorme, dalla chioma compatta e rigogliosa di un verde dai mille riflessi, che si muovevano ad ogni sospiro del vento, mandando messaggi all’occhio curioso di chi la osservava.
Il suo tronco era enorme e ben piantato per terra: la sua corteccia era ruvida al tatto ma piacevole da sfiorare, perché dava un senso di calore e sicurezza. Non era una superficie liscia e levigata, ma scabra e segnata dalle intemperie: anche il fulmine aveva lasciato il suo segno con un solco bruciacchiato come una cicatrice, che tuttavia non toglieva niente alla bellezza della maestosa pianta. Osservando più attentamente la corteccia vi si potevano leggere tante storie umane: di amore, di odio di ignoranza…
Quei due cuori trafitti con due iniziali quasi illeggibili facevano tornare indietro nel tempo ricordando o fantasticando su chi li avesse incisi e in chissà quali circostanze: forse era stato un amore constrastato o forse solo la speranza d’amore di qualcuno che mandava messaggi nell’impossibilità di comunicare direttamente con la persona amata, oppure il desiderio di rendere eterno un felice momento di un incontro furtivo…
Quei fori piccoli e tondi dal contorno orami ammorbidito, parlavano invece di proiettili, di guerra e di sangue che la pioggia ed il sole avevano pietosamente lavato e scolorito.
E poi ancora il taglio oltraggioso di un filo di ferro o la ferita di un inutile chiodo, che la forza della natura pian piano aveva rigettato, davano un senso ed un significato ad ogni piega e sporgenza di questo meraviglioso tronco.
Da esso si diramavano i tanti rami, come fossero dita di mani allargate e spalancate per accogliere e assorbire la libertà ed il respiro del cielo e dell’aria tutta.
La sua ombra d’estate era fresca e invitante, creando una atmosfera di intimità con la natura lussureggiante che la circondava.
D’inverno i rami nudi formavano un merletto prezioso di forme ed immagini uniche, irripetibili e rinnovate ogni anno dal succedersi delle stagioni.
Sotto ed intorno alla grande quercia si muoveva tutto un mondo vivo e palpitante, mosso dall’impulso vitale che anima ogni cosa della natura. Era un pulsare di piccoli suoni, di odori e movimenti a volte violenti, a volte impercettibili, talora sommersi e nascosti da quella specie di pudore che solo l’istinto della natura sa infondere; talora invadenti, esplosivi ed ostili come se ci fosse un rifiuto di presenze estranee.
Non sempre era possibile entrare in sintonia con l’atmosfera che la grande quercia emanava ma, quando veniva il momento magico, le sensazioni che ne derivavano erano sublimi, avevano qualcosa di soprannaturale, sembrava di smaterializzarsi e di entrare in una dimensione fuori dal tempo e dalle cose del mondo contingente: si poteva entrare in un’ambiente senza età, eterno ed immenso pur restando nei limiti di pochi metri quadrati.
La grande quercia, con i suoi rami, abbracciava infinite piccole cose che, prese singolarmente, potevano sembrare banali ma che, in quel contesto, con il mutare delle ore del giorno e delle stagioni assumevano un significato universale: la grande quercia era la vita! E come tale non c’era la possibilità di definire la sua età: non c’era, a memoria d’uomo, il ricordo di chi l’avesse piantata, forse una mano umana oppure il soffio di vento che aveva lasciato cadere un seme venuto da lontano. Sembrava lì da sempre e sempre avrebbe dovuto comunicare sensazione infinita che suscitava. Con la sua stabile presenza dava certezze che difficilmente potevano essere trovate altrove; con la sua continuità rassicurava sul futuro, placando i rimpianti del passato: era il fulcro intorno cui ruotavano la nascita e la morte che si rinnovavano in un eterno susseguirsi di piccoli cicli vitali, ognuno con una sua piccola storia ed un suo significato ben preciso e finalizzato.
Le sue radici affondavano nella profondità del suolo stratificato da anni e anni di evoluzioni e trasformazioni, così ricco di benefici umori che, arrivando alla luce loro tramite, diventavano forme e colori, fiori e foglie, frutti e legno, cibo e vita per spirito e materia. Anche loro, in un’intricata ragnatela, si diramavano silenziose e nascoste in infinite direzioni allungandosi, spesso con fatica e incontrando duri ostacoli, per essere degno sostegno dell’universo soprastante. Fino a dove potessero arrivare non era possibile immaginare, ma certamente, nel loro dedalo di ramificazioni, tutto un altro mondo vitale, fatto di piccoli animali, di trasformazioni e di lotte per la sopravvivenza avveniva in modo preciso e coerente.
La grande quercia, dunque, a chi sapeva accostarsi a lei con amore, poteva parlare di teneri incontri e sussurri di baci, poteva mostrare l’incanto di un piccolo uovo che si schiude ad un tepido nido, poteva far rivivere emozioni sepolte dal ritmo incalzante delle necessità più immediate, poteva rimuovere il velo di indifferenza di fronte al miracolo di un ramo nudo che si riveste puntualmente di verde esprimendo così la forza ineluttabile, dolce o spietata, tenera o violenta della natura, alla quale accostarsi con grande rispetto.
Per tutte queste ragioni, e per tante altre emozioni ancora vive, la grande quercia non potrà mai essere dimenticata.
L’Uomo aveva da sempre avuto con il mare un rapporto insolito. Sosteneva l’amico Pietro, scusandosi per il gioco di parole, che, più che insolito, stranissimo sarebbe stato definirlo normale, ma normalissimo strano.
Vero era che le parti tra l’Uomo ed il mare si erano distribuite in un certo modo. Egli sosteneva che era una condizione che gli nasceva da dentro, contro la quale non poteva lottare se non distruggendo sè stesso. Od il mare.
Così l’Uomo, quando il mare era lontano, lo desiderava, lo sognava e, proprio come succede negli amori a distanza, finiva per accentuarne ed esaltarne i particolari e l’insieme, sino a farne una creatura da sogno, anzi il sogno.
Così pure, di notte, nella solitudine del buio, gli piaceva pensarlo, immaginare di accarezzarlo e sentirne gli umori e gli odori che teneva tutti ben stretti dentro di sè, protetti dai suoi preziosi complici, il buio appunto, e la solitudine. E quando veniva il sospirato giorno della partenza per il mare, passava la notte nel dormiveglia, sognando il fatidico momento dell’incontro, dopo un viaggio che sempre gli sembrava interminabile.
Finalmente, e si sentiva il cuore in gola, l’impatto.
Appena possibile doveva incominciare accarezzando l’acqua, seguendo le curve delle onde, a cercarne con le dita le sinuosità, le sporgenze e gli anfratti più nascosti e segreti, per poi finalmente abbandonarsi al desiderio incontenibile di entrare con tutto sè stesso in quel corpo, tuffandosi con piacere carnale e penetrando sempre più in fondo per goderne gli abissi inesplorati e gustarne gli umori più intimi.
Alla fine, esausto, il salmastro sul corpo e le alghe e la sabbia sulla pelle, ansante, si ritirava abbandonandosi bocconi sul bagnasciuga, pago.
A questo pensava l’Uomo, notando la primavera ormai incipiente scoppiare dalle gemme degli arbusti e volare col profumo dell’aria; da questo una sola decisione: per l’indomani era fissata la partenza per il mare.
Si sarebbe fatto accompagnare, come al solito, dal suo amico Pietro, che ancora non aveva avvertito del suo programma. Ma l’Uomo sapeva che sicuramente il suo amico lo avrebbe atteso sul sedile dell’auto al suo fianco, unendosi a lui di buon grado.
Come pure sapeva che l’amico Pietro non condivideva la sua concezione del mare, ed il tipo di rapporto che lui aveva con questo.
Pietro era un tipo pratico, essenzialmente razionale; con i piedi per terra, per dirlo con le sue parole.
A suo avviso il mare era unicamente, e nulla di più, un grosso catino di acqua salata, che prendeva il colore, soltanto per una legge fisica, dal cielo che gli stava sopra, e si specchiava su di lui.
Non era che il mare, incostante e capriccioso come una fanciulla, ogni tanto cambiasse di umore, mutando gradatamente, a volte, od all’improvviso, le mille tonalità del suo colore, gonfiandosi, ribollendo e spumeggiando.
Questi dovevano considerarsi puramente fenomeni fisici. Il resto, le fantasie, erano balle, che potevano passare unicamente per la testa dell’amico.
Questo all’Uomo non andava proprio.
D’altra parte non gli spiaceva l’idea di potersi specchiare a suo piacere nel suo amico, avendo sempre di sè un’immagine, quale risultava dalla reazione di Pietro. Che poi quest’ultima fosse la sua vera immagine, poco gli importava.
O non è forse vero che ognuno di noi ha di sè l’immagine che lo specchio gli rimanda? E chi di noi si mette a dubitare di questa immagine? O dello specchio? Pietro era il suo specchio o, se vogliamo, la sua bilancia, od il suo termometro, o che altra diavoleria si voglia.
Che poi, infine, Pietro non condividesse le sue idee sul mare, perché ovviamente del mare aveva l’immagine che a lui davano i suoi occhi, diversa naturalmente da quella che risultava all’amico, ebbene, questo gli andava benissimo. In questo modo il mare restava tutto suo, non lo doveva dividere con l’amico Pietro, di cui altrimenti sarebbe stato gelosissimo. Ma la gelosia è nemica dell’amicizia.
E per l’Uomo l’amicizia di Pietro era importante, anzi necessaria.
Con l’alternarsi di queste riflessioni si era fatta l’alba, che doveva far nascere il giorno atteso.
L’Uomo si alzò dal letto, raccolse le cose necessarie, e scese sulla strada.
Pietro, il grosso coltello a serramanico, come previsto, lo attendeva sul sedile dell’auto, non meravigliandosi per l’ora così mattutina scelta per la partenza.
Gli era arcinota l’impazienza dell’Uomo e la fretta di giungere alla meta. Non la giustificava, come non comprendeva il continuo bisogno di travisare la realtà, quasi a renderla più accettabile, operazione che all’Uomo era continuamente necessario fare.
Per realtà, sia subito detto, intendeva ovviamente quella che risultava evidente ai suoi occhi, e non a quelli degli altri; ma in questo c’era molto da discutere.
Questo quanto passava per la testa di Pietro che, comodamente adagiato sul sedile dell’auto, si apprestava a godersi, a modo suo, la gita al mare appena iniziata. I due amici stavano appunto percorrendo quei settanta chilometri che li dividevano dalla mèta.
Li attendeva un porticciolo nella laguna del delta del grande fiume. Vi avrebbero trovato la loro barca, un piccolo natante a vela, non troppo grande per dare dei problemi di manutenzione, nè troppo piccolo per non garantire la necessaria sicurezza nel grembo del mare, non sempre materno con i suoi ospiti.
Durante il viaggio, come al solito, l’Uomo ricordava all’amico Pietro le numerose altre volte in cui si erano trovati a fare lo stesso viaggio, con la stessa mèta, e come erano andate le cose in quella determinata occasione, e che cosa era successo in quell’altra; come si sarebbero potute svolgere le cose agendo in quel particolare modo, anziché in quell’altro, come era stato, e così via.
Erano tutte storie di mare, di vele strappate dall’Orza prepotente, di alberi divelti dalla barca, di bonacce interminabili, di ore trascorse nella solitudine e nel silenzio di un mare piatto ed inerte, con la sola compagnia dell’urlo dei gabbiani. Ricordi, fantasie, fantasticherie, sforzi inutili per riportare a galla fatti ormai consegnati dal tempo al passato, per questo quindi cancellati definitivamente dalla realtà.
Infatti per Pietro questa era la verità. L’attimo fuggevole, ma vivo proprio per la sua presenza si potrebbe dire ancora calda, per la sua attualità, era l’unica realtà. L’attimo che si può piegare, forgiare all’istante, l’attimo che si può pilotare con la volontà di chi lo vive, la vita infine che scorre attimo per attimo sono l’unica realtà, mentre il passato, od il futuro, sono termini astratti per indicare cose inesistenti, o vive unicamente nella fantasia di chi le ha concepite.
Ma l’Uomo non tollerava questo.
Per lui, l’unica realtà degna di considerarsi tale, è proprio il passato; infatti solo il passato è formato di fatti realmente accaduti, di cui si è totalmente certi della loro realtà che si rende necessario consegnarli al ricordo. Del resto la storia che cos’è, se non la testimonianza, la presa di coscienza di fatti che di certo si sono verificati e compiuti, e che, per questo, vengono tramandati ai posteri? Che se poi l’Amico Pietro, per la sua miopia, riusciva a vedere solo le cose vicine e davanti a lui, seppure con i contorni sfumati, a causa proprio della loro provvisorietà ed incompiutezza, e non vedeva quelle già interamente compiute e più certe, anche se più lontane, ebbene, questo dipendeva unicamente dal fatto che l’Uomo e Pietro vivevano in due mondi tra loro talmente diversi da rendere le loro opinioni assolutamente inconciliabili.
Sicuramente, l’unica cosa che stava vedendo chiaramente in questo momento, erano le sbarre di un passaggio a livello che, calate, avevano temporaneamente interrotto il viaggio e la piacevole conversazione dei due amici.
Si trovavano in quel momento fermi in quella zona che fa da cuscinetto tra la pianura e la laguna.
Era il tipico paesaggio dalle caratteristiche intermedie tra il verde dei campi ed il blu del mare. In questa zona si ha la sensazione che il territorio sembri presagire il suo imminente trasformarsi in palude. La vegetazione si fa sempre più rada, gli alberi lasciano il posto ai canneti. Il terreno diviene sabbioso, la strada diventa un monotono rettilineo, quasi ad indicare la progressiva mancanza dell’uomo; contemporaneamente spariscono gli uccelli terrestri, per lasciare lo spazio ai gabbiani, alle rondini di mare ed alle anatre selvatiche.
L’Uomo si sentiva eccitato da questi avvertimenti dell’avvicinarsi del mare. E così, di buon grado, aveva salutato quel treno che, con il suo passaggio, gli aveva dato via libera. Eccoci al porticciolo, e sulla barca scivolare silenziosamente sulla laguna, dopo aver issato le vele.
Ogni volta l’Uomo si sentiva affascinato da quella natura che non gli riusciva a definire altrimenti se non con la strana etichetta di “ambigua”. Se lo era chiesto molte volte a casa, o nel suo giardino, o nella oscurità del suo letto, quanto fosse fuori luogo definire col vago termine “ambiguo” quella distesa di acqua salmastra, appena interrotta da sottili lingue di sabbia, gli scanni, e da isolotti ricoperti di canne, ove unico segno di vita erano i voli tristi dei gabbiani, con le loro meste strida, o qualche improvviso salto dall’acqua di un pesce, sicuramente scontento di vivere in quelle acque abbandonate da tutti. Ma proprio per questo si doveva definire “ambigua”. Per quel suo non essere più terra, che pure era lì, sotto a meno di un metro dal pelo dell’acqua, e che l’acqua nascondeva per pudore, o per vergogna; e per non essere ancora mare che, pur intravvedendosi in lontananza oltre il varco tra gli scanni, era tuttavia ancora lontano.
La barca per l’appunto verso quel varco procedeva, lasciandosi dietro la terra ferma, gli isolotti ed i canneti.
Dopo il varco, infine, il mare, ora non più un miraggio.
Enorme, infinito, immenso mare, si chiedeva l’Uomo, dove vive la tua anima? Nel fondo dei tuoi neri abissi, nascosta, o, senza mistero, palese sulla trasparente superficie?
Quasi certamente, si rispondeva, non una, ma due devono essere le tue anime: una dolce, benigna, disponibile a cullare i naviganti che nel mare trovano una facile via; l’altra infida e nemica all’uomo, pronta a scatenare dalle profondità la sua ira per dividere le due sponde.
Chiedeva anche a sè stesso la ragione di questo turbamento alla sua vista.
Certamente lo atterriva il mistero, ma lo attraeva la promessa di avventura.
O di morte.
Sicuramente lo eccitava il sogno, realizzato, di trovarsi a contatto con l’infinitamente grande.
Affatto eccitato Pietro, data la timida stagione primaverile e le temperature dell’aria e dell’acqua ancora rigide, aveva intuito che questa volta il solito rituale del bagno in mare da parte dell’Uomo, non sarebbe avvenuto; stava quindi pensando che un po’ di castità a volte non nuoce.
Tutto solo, alla ricerca di una certa tranquillità, che in quel momento non gli sembrava molto garantita, stava scrutando preoccupato le onde ed il cielo.
Quel grigiore che, lentamente, si faceva sempre più cupo, sulla linea dell’orizzonte verso nord, non lo rassicurava affatto. Sapeva infatti, per esperienza, che, in quella zona di mare, il maltempo da nord era certamente da temersi.
Questo Pietro aveva fatto notare all’amico, palesandogli la sua preoccupazione.
Ma l’Uomo continuava a scrutare l’orizzonte verso il punto cardinale opposto, avido di gustare lo scenario che fra poco, con l’aiuto dell’Orza sempre più gagliarda che faceva volare l’imbarcazione, si sarebbe presentato alla sua vista.
Erano infatti da poco superati gli isolotti di Pellestrina e Malamocco.
Il maltempo, intanto, velocemente si stava avvicinando. Il vento aumentava di molto la sua forza, ed il mare incominciava a mugghiare. Era tempo di preoccuparsi della situazione e di pensare al da farsi.
Di questo incominciava a convincersi anche l’Uomo. Aveva anzi deciso che era giunta l’ora di agire.
Anche perché le onde, sempre più minacciose, lasciavano sprofondare la barca nella sella dei marosi, per poi rilanciarla in alto, sulla cresta.
Ma fu proprio in uno di questi momenti, in cui dall’alto meglio si poteva dominare, che l’Uomo ebbe la tanto attesa visione.
Lontana, a stento uscente dalla cresta dei flutti, sui quali galleggiavano i gabbiani, stava uscendo, nitida ed incredibile, la punta di un campanile.
Poi la barca veniva risucchiata dal fondo, e la visione scompariva. Col nuovo balzo verso l’alto si aggiungevano tetti di case, ed ancora il nulla. Poi, ponti e calli. Ancora, dopo il buio, campielli, palazzi, canali e chiese apparivano e scomparivano ritmicamente.
Il tutto, galleggiando assieme ai gabbiani, era immerso in un unico elemento indistinto, ora spumeggiante e salmastro, ora aereo e carico di nubi. Era questo elemento che lo sorreggeva dal basso, lo sosteneva dall’alto, e che in un attimo lo ingoiava, per vomitarlo, subito dopo, grondante.
Ora, da un improvviso squarcio del cielo, come da una ferita, sgorgava a fiotti l’azzurro, che subito andava a confondersi con quello del mare. Quest’ultimo rovesciava alternativamente ondate di un blu cupo e marosi argentati o lividi di schiume giallognole.
Giaceva, di fronte all’Uomo, Venezia, con il sogno delle sue chiese nascenti dalla acque, con l’irreale sua realtà di strade liquide e piazze circondate dalle onde.
Fremeva Venezia, folle per la sua folle ubicazione marina, ma presente e certa, e viva.
Anche se imprigionata dai suoi elementi. L’Uomo sentiva che la barra del timone con prepotenza gli imponeva di stringerla per continuare la lotta da poco ingaggiata.
Ma con pari prepotenza gli esplodeva dentro il bisogno di lasciare la presa e di uscire da quel frangente, che tentava di sradicarlo dai suoi pensieri.
Immaginava di vagare libero, per quelle calli ora libere, in una città libera.
Libera da un cielo e da un mare che avevano cessato di stringerla e soffocarla. Libera come gli uccelli e le nubi dei suoi spazi. Libera come lo erano stati i suoi figli, volati per gli oceani.
Libera, come libera era nata persino dalle regole dell’ingegneria, che l’avrebbero voluta fissata ad un solido terreno, e non ad una melmosa laguna, come era in effetti.
Libera oltre il consentito, oltre i limiti voluti dalla ragione e dalle forze della natura. Questa la libertà che l’Uomo sognava.
E non unicamente per Venezia.
Il folle sogno si era impadronito dell’Uomo. Ma non di Pietro.
Questi, se ne avesse avuto il tempo, volentieri avrebbe fatto notare all’amico che, certamente, era parto di una fantasia malata una città di case, chiese e ponti nel bel mezzo di una melmosa laguna. Ma non era questo il momento di perdersi in tali oziose constatazioni.
Ora era necessario mettersi in salvo.
La tramontana era ulteriormente aumentata di forza, come pure le onde, che erano diventate veri e propri muri da superare restando a galla.
Alla fine, insperatamente, l’Uomo si distolse dalla sua meditazione, si guardò attorno e decise di agire.
Una rapida virata, e la barca si trovò a percorrere a ritroso il tratto di mare che la divideva dalle acque sicure.
La barca stava letteralmente volando sull’acqua e la sua eccessiva velocità stava rendendo estremamente difficoltosa la guida. Un nulla, un’onda di traverso o troppo alta, potevano provocare la tragedia.
Questo perché l’Orza aveva eccessivamente aumentato la sua forza e, diciamo pure, pensava l’Uomo, la sua tracotanza.
Orza, meditava l’Uomo, non semplicemente vento. Un nome misterioso che incuteva timore, e venerazione. Un nome di femmina, inoltre.
Senza dubbio, dandole questo nome, i naviganti avevano pensato all’incostanza di un’adolescente, all’imprevedibilità di una fanciulla, ai subitanei capricci di una giovane donna, al talamo impetuoso e travolgente di un’amante.
O non era forse vero che al mattino l’Orza li aveva accolti benigna tra le sue braccia?
Una brezza sostenuta subito aveva sorretto la barca nel suo veloce cammino.
Aumentando poi di intensità aveva trasformato le bianche vele in due turgidi seni di vergine.
Dopodiché, nel volgere di brevi attimi, come una femmina, aveva smesso di concedersi al nauta, per negarsi a lui divenuta un furibondo vortice.
Il perché di questo subito voltafaccia, si chiedeva l’uomo, ed il senso. Se esistevano.
Lascia perdere l’Orza, urlava Pietro. Questa è semplicemente la tramontana che si è ulteriormente rafforzata. Con lei sta trascinando la burrasca. Se non vogliamo lasciarci la pelle, si pensi al genova¹.
Finalmente obbedendo all’istinto di conservazione l’Uomo, legatosi una cima alla cintola, si proiettava con un balzo verso la prua. A fatica raggiuntala, lottando con le onde che lo sferzavano, riusciva ad ammainare il grosso genova, issando al suo posto la tormentina².
Il risultato fu subito evidente.
Ora la barca, dopo l’eccessivo sbandamento, aveva ripreso il suo assetto normale, continuando la sua andatura ancora molto veloce, ma più sicura.
Però l’uragano si stava avvicinando, anzi incombeva sulla barca. Era l’inizio del diluvio. La pioggia batteva sul volto e sul corpo dell’Uomo, si abbatteva sulla tolda e sui fianchi della barca e, come scendeva dal cielo, si univa alle onde diventando una sola cosa. Sì che a volte si poteva anche pensare, e l’Uomo era di questo avviso, che fosse il mare a salire al cielo ed a fondersi con lui. Ora le onde, provocate dal vento, con lui si accoppiavano; le vele entravano nell’Orza, l’Orza nelle vele. La barca, alzandosi ed abbassandosi, entrava ed usciva dall’acqua, che ora le era sotto, ora sopra. Il tutto si stava fondendo in un’unica grande massa.
Da questa, urlava l’Uomo, l’enorme possanza della natura uscirà trionfante.
Sarà questa enorme possanza, rispondeva Pietro, a schiacciarmi, dopo che le acque si saranno chiuse su di me. Il coltello ora, che in questa iradiddio non si era perduto nelle inutili considerazioni dell’Uomo, stava con lo sguardo interrogando l’orizzonte; al fine per primo intravvedeva la salvezza.
Il varco, il sognato varco, porta di entrata della sicura laguna, si lasciava vedere in lontananza. Un ultimo sforzo, sotto l’infuriare della pioggia che, incessante, martellava ovunque, e la barca riusciva a guadagnare le acque calme. Con una rapida virata l’uomo entrava in una piccola baia dietro allo scanno che lasciava dall’altra parte il mare aperto. Sciolte le vele, mandava la prua ad arenarsi. In un attimo si era passati dalla furia alla quiete. Esausto l’Uomo si era abbandonato, supino, sul fondo della barca. Da quella posizione stava notando che, su in alto, le nuvole stavano rapidamente lasciando posto al sereno.
Intanto la pioggia era cessata. Stava inoltre osservando, l’Uomo, un gruppo di gabbiani che avevano iniziato a roteare attorno all’albero della barca. Pensava: la credenza popolare recita che le anime dei marinai morti in mare si impossessino, entrando in essi, dei gabbiani, per poter continuare a sorvolare quel mare che, vivi, li vide vivere, ed ora, morti, funge loro da sepolcro. Ma era proprio un gabbiano, vivo, ad interrompere sul nascere le sue meditazioni.
Veloce, l’uccello, con una improvvisa picchiata si era tuffato a pochi metri dalla barca, per riemergere con un piccolo cefalo stretto nel becco. Successivamente era andato a posarsi a prua, incominciando tranquillamente il suo pasto.
Incredulo, l’Uomo si asteneva da qualsiasi movimento per non interrompere la scena.
E, come il gabbiano con soddisfazione gustava il suo cefalo, altrettanto avidamente l’Uomo divorava quell’attimo di quiete che gli veniva offerto.
Cercava l’Orza, ora non più furente, a ridosso di un cumulo di nubi, ormai cacciate lontane, ai margini di un cielo saturo di azzurro.
La immaginava abbandonata sul bagnasciuga mentre, ancora ansante per la furia scatenata, tranquilla godeva quei primi attimi di pace.
La vedeva inseguire il volo dei gabbiani sù, in alto, a dominare l’orizzonte.
L’Orza non se ne era andata. L’Uomo ne sentiva la presenza quanto prima, quando ne sentiva l’urlo.
Come nella bufera da lei si sentiva sferzare le membra, ora, da lei più benigna, riceveva carezze al volto. L’Orza era accanto a lui, finalmente amica, ed immobile.
Come immobile era tutto attorno a lui, così l’Uomo avvertiva che in quel meraviglioso istante anche il tempo si era fermato.
Senza peso galleggiava sopra questo attimo interminabile di infinito ed eterno.
Suoi compagni l’Orza, ora placata, il tempo, ora arrestatosi, il mare ed il cielo, ora tranquilli.
Si inebriava constatando possibile l’impossibile. Vedeva sè stesso completamente annullato nel creato, fuso in quegli elementi che erano entrati in lui, e lui in loro.
Delirava respirando il profumo dell’irreale. Come era entrato con sè stesso a far parte del tutto, contemporaneamente, come il tutto, era uscito dal tempo.
Per entrare nel senza tempo, nell’eterno. Dove non c’è un inizio, non una fine.
Non la Morte.
A strapparlo crudelmente dal suo eden era la semplice constatazione dell’amico Pietro, cui non era sfuggito l’intermezzo gastronomico del gabbiano: dopo il pericolo scampato, ritornava la vita, con le sue necessità, quindi, con la sua normalità.
Ma qualcosa stava cambiando in lui.
Si accorgeva di invidiare all’Uomo quegli istanti di felicità che gli derivavano dal vivere in un mondo a lui proibito.
Capiva quanto fosse insensato negare una realtà che sempre più gli era vicina.
Così era infatti: l’Uomo viveva in un mondo dove anche gli elementi della natura avevano un’anima, con la quale si poteva comunicare.
Un mondo siffatto, se esisteva, non doveva essere respinto. Questo Pietro aveva fatto sinora.
Perché continuare?
Poi, improvvisamente, ribellandosi a questo pensiero che gli sembrava il frutto della recente emozione per lo scampato pericolo, a voce alta esclamava: buon appetito all’anima del marinaio!
Ma il sarcasmo non bastava a distoglierlo dal dubbio, nel quale subito ripiombava. Era necessario continuare a vivere nella sua realtà, così angusta e limitata, o non era forse meglio avvicinarsi a quella dell’Uomo, dove si poteva spaziare più liberamente? Come arrivare a questo?
Una chiave doveva esistere per poter entrare in quel mondo fuori del tempo.
Forse proprio il suo amico possedeva quella chiave. Continuando i suoi pensieri interrogava l’Uomo: come puoi dare un’anima agli elementi naturali che sono privi di spirito, alle cose che sono unicamente materia? Ai gabbiani?
Come un vate, dall’alto del suo mondo, l’Uomo in risposta: col nome di “cose” tu intendi le piante, gli animali, le forze della natura. Questi sono elementi eterni di cui si vanta il creato.
Solamente io, e tu, piccoli esseri fragili, schiavi del tempo, della morte, solamente noi dovremmo avere il dono di un’intelligenza e di un’anima?
Di questi dovremmo privare quegli elementi più forti di noi, perché eterni?
Dovremmo anche privare noi stessi della gioia di dialogare con loro?
Un’antica leggenda racconta come il dio Ercole nello stretto di Gibilterra avesse posto l’estremo limite, oltre il quale l’uomo non doveva spingersi con l’azione, o con la conoscenza.
Analogamente tu hai posto un limite al tuo mondo, oltre il quale non osi spingerti.
Vieni con me, varcheremo assieme quel limite.
Anche l’Uomo, da parte sua, ora capiva che gli mancava, in quel suo mondo, la presenza dell’amico Pietro, con la sua positività, con la sua stretta logica, con il suo realismo.
L’Uomo, fuso con l’amico Pietro, avrebbe potuto realizzare un nuovo essere, finalmente più completo, perfetto.
Vieni con me, continuava, ti farò sentire “le cose” parlare tra di loro, e con noi.
Le vedrai muoversi, agire, arrestarsi, insomma vivere come gli altri esseri viventi e pensanti.
Vieni.
Ti porterò a sentire le nuvole dialogare col vento. Udrai i sospiri dei marinai uscire dal becco dei gabbiani.
Vieni.
Oltre il mare, sui campi a primavera spierai il fiore del mandorlo mentre schiude le sue labbra tumide all’ape che lo penetra e feconda.
Vieni.
Al nascere del giorno plaudirai l’allodola mentre corteggia la luminosa aurora.
Vieni.
Sentirai la rugiada scambiare parole d’amore con la rosa.
Vieni.
Vedrai come la viola di campo amoreggia con la brezza del mattino.
Ma i miei occhi non vedono, ribatteva Pietro, ed i miei orecchi non sentono come i tuoi.
Io, l’Uomo di rimando, te li cederò. Con gli stessi vedremo ed udremo assieme. Saremo un solo essere.
Subito l’Uomo incominciava a pensare al modo con cui si sarebbe potuto arrivare a questo.
E subito lo trovava. Ma quel modo lo atterriva. Però con pari forza lo attraeva.
Lo stesso era per Pietro. Esisteva un solo modo, quel modo, per raggiungere la meta. Ma non osava chiedere tanto all’amico. Ora però i due erano certi di pensare alla stessa cosa.
Quel modo, avevano anzi deciso di usare.
Con uno sguardo di intesa al bagliore della lama di Pietro, ed un consenso da parte di quest’ultima, l’Uomo si precipitava su Pietro e, con un rapido movimento, introduceva la lama nel suo petto.
L’Uomo si irrigidiva, poi di schianto rovinava sul fondo della barca.
Nel suo corpo un tumulto.
Fantasticherie, sogni e realtà, illussioni e crudele verità ribollivano, si rincorrevano, si fondevano e confondevano.
Un ultimo sussulto.
Poi la fine.
Poi l’inizio.
Da quel corpo umano e da quel coltello ormai inerti era nato l’Uomo Pietro.
Subito ne usciva, libero, proiettato vertiginosamente in alto dall’Orza, immerso nell’azzurro del cielo e confuso con il volo delle nuvole, con il guizzo delle rondini di mare, e rincorso dai gabbiani.
Da quell’altezza, signore, con un sol colpo d’occhio poteva far suoi la laguna, i canneti e gli scanni; odorarne il salmastro che la stessa Orza portava in alto, dopo aver scosso le canne ed agitato le onde.
Poteva spaziare rincorrendo i libecci, le tramontane, gli alisei ed i maestrali, figli dell’Orza; per poi tuffarsi negli abissi marini e riuscirne ricoperto di alghe.
Infine si perdeva nell’azzurro totale di quel cielo e quel mare ormai suoi per sempre.
Ora l’Uomo Pietro poteva incominciare il suo viaggio oltre le Colonne d’Ercole.
Era un dolce tramonto d’autunno. Il sole si specchiava nell’acqua d’oro del fiume e sembrava diffondere un tenue e brillante pulviscolo sulle chiome degli alberi e sulle piccole barche in sosta, in attesa del mattino.
Meg era felice di essere tornata nel suo paese. Camminava con passo lento, gustando i profumi di una stagione di mezzo che le era sempre piaciuta. Raccoglieva qua e là fiorellini quasi dissecati, abbagliata dalla luce morbida e piena di barbagli. Si chinò per liberare la piatta scarpetta di tela da una pianta ruvida e poco gradita dai suoi piedi.
Le parve di scorgere un monile d’oro fra l’erba. Prese fiato ed esitò un istante a raccoglierlo. Voleva prolungare l’attesa, fare congetture, fantasticare.
“Che sia un anello – pensò – oppure una catenina, una spilla? Forse sarà soltanto una carta stagnola di un cioccolatino, o qualcosa di simile”.
La sua mano agile si spinse decisa ed estrasse, senza difficoltà, una minuscola chiave. Sembrava d’oro. Era sormontata da un anello perfettamente rotondo, a cui era attaccata una parte inferiore molto breve: sembrava un ometto tutto testa, con gambe corte, anzi un’unica gamba.
Meg la usò come un occhialino dell’800. Attraverso l’anello guardò verso il fiume. In una piccola porzione d’acqua increspata vide gli ultimi guizzi di luce del tramonto.
Si avviò verso casa, contenta per l’inaspettato ritrovamento.
La notte dormì, come in una favola, sognando infinite porte che non volevano aprirsi con la sua piccola chiave. Alla fine incontrò una porta minuscola che mostrava una toppa fatta su misura e che si aprì, senza fare resistenza. Spalancandosi, mostrò fiori giganti, più grandi delle case e degli alberi già alti.
Si svegliò in quell’attimo e pensò sorridendo: “Sto diventando Alice nel paese delle meraviglie”.
Meg portava sempre con sè – chiusa in una tasca interna della borsetta – questa chiave che considerava il suo portafortuna. Ogni volta che vedeva una serratura, non sapeva trattenersi dal provare la chiave nella toppa. Lo faceva lungo la via nelle cassette postali, senza speranza, sapendo bene di compiere un gesto inutile. Alla Victoria station di Londra, provò, in occasione d’un suo viaggio verso la capitale, ad aprire una borsa di cuio nero, di quelle da diplomatico, ma fu uno sforzo vano.
Per Meg agire così era diventata una necessità. Una volta provò persino con una trottola in un negozio di giocattoli e, successivamente, con un carillon che restò muto sullo scaffale, indifferente ai suoi sforzi.
Decise di stabilirsi a Londra. Trascinava una relazione amorosa infelice, era depressa perché Albert significava molto per lei. Era un distinto avvocato della City, molto elegante, apparentemente formale, ma in effetti desideroso di evasione e di rompere il tran-tran del quotidiano.
Con lui aveva fatto un emozionante viaggio in Australia, un safari nel Kenia e, ultimamente, aveva in programma un romantico viaggio in Italia.
Albert sembrò apprezzare più le bellezze naturali che il patrimonio artistico del “Bel Paese”. Sbadigliò in Vaticano, si innervosì a Venezia, trovò deludente Firenze. Insomma fu un vero fiasco, quel pellegrinaggio fra statue, palazzi e chiese bellissime. Meg restò delusa dalla scarsa sensibilità del suo partner e pensò che, proprio in Italia, denominata paese dell’amore, stava prendendo una brutta piega la sua storia. Inoltre Albert era infastidito da quel suo provare continuamente la chiave in tutte le serrature possibili e anche in quelle impossibili, a dire il vero. La prova venne persino in una cassetta delle elemosine in San Pietro in Vincoli.
Quando Meg – allo Sheraton – tentò di aprire una borsetta di Hermès, modello Kelly, posata sopra una poltrona, e fu aspramente rimproverata dalla proprietaria, una grassa americana dai capelli colorati in parure con la preziosa borsetta, Albert non ci vide più dalla rabbia. La sera stessa prepararono i bagagli, per fare ritorno nella terra d’Albione.
Le telefonate del partner si fecero sempre più brevi e distanziate nel tempo. Meg capì che si era giunti alla fine.
Cadde in una grande depressione, ma non smise di provare la chiave, anche con grande rischio per lei e per la sua rispettabilità.
Un collega del suo studio, di bella presenza, di qualche anno più di lei, snello, occhi chiari e capelli biondo polvere, prese a corteggiarla molto caldamente. La giovane fu lusingata da queste attenzioni. Proprio per quel sabato aveva ricevuto un invito a cena dal suo corteggiatore.
Pioveva e lui venne a prelevarla in taxi, elegante, senza essere troppo ricercato, odorava discretamente di lavanda e aveva un bel modo di sorridere, scoprendo una dentatura perfetta. Meg era in tailleur severo, mitigato da un corsetto sexy sotto la giacca, che scopriva l’inizio di un seno sodo e ben fatto. Poco trucco in volto, due gocce di “Mille” di Patou sui polsi e dietro le orecchie.
“Invece che al ristorante, vuoi che andiamo a casa mia – disse Henry – dove tutto è più intimo e su misura per noi?”
Meg acconsentì con un cenno del capo.
Il viaggio fu breve.
La casa era molto piacevole, le luci ovattate, i mobili e le suppellettili eleganti, senza sfarzo.
Nel caminetto brillava una fiamma rincuorante che illuminava un tavolo rotondo, già apparecchiato con vasellame pregiato.
“Evidentemente Henry era certo che avrei acconsentito ad un invito più intimo che al ristorante – pensò Meg – divertita per la sicurezza del suo partner”.
Un cane di porcellana Wedgwood faceva la guardia ad un grande vaso suo vicino, per terra, pieno di erica e sempreverdi. Alle pareti stampe di caccia alla volpe e qualche ritratto di famiglia e una veduta di New York, di buona fattura: una nota giovane, in mezzo a tanta tradizione britannica. Ad un piccolo divano di cretonne dall’aria invitante, si affiancavano due poltrone candide, molto raffinate.
Henry baciò piano sui capelli la sua compagna e si allontanò un attimo a sfaccendare in cucina.
Meg vide, in bella evidenza, sulla consolle, un’agenda di pelle verde. Era sormontata da una piccola serratura dorata.
Senza esitare,, la giovane estrasse dalla borsetta la sua inseparabile chiave. Con cautela la introdusse nella serratura.
Il quaderno si aprì, con un piccolo scatto. Un foglio singolo, di misura ridotta, cadde sul pavimento.
Meg lo raccolse e, dopo aver accuratamente richiuso l’agenda, lo ripose in borsetta, assieme alla chiave.
Henry tornò dalla cucina, recando un vassoio di spaghetti all’italiana, conditi con pomodoro e formaggio.
Cenarono scambiandosi cortesie e sorrisi, ma la testa di Meg era altrove, pensava alla stranezza di aver trovato, proprio in quella casa, la serratura su misura per la chiave dorata. Dopo cena, rigover narono assieme i piatti e riposero, con ordine, le stoviglie al loro posto.
Henry le versò un’abbondante razione di whisky e ne bevve altrettanto. L’atmosfera era cospiratrice e prometteva di più, molto di più. Semisdraita sul sofà, Meg rispondeva, abbastanza coinvolta, ai baci al whisky del suo partner.
Le mani dell’uomo si fecero audaci, insinuanti e si introdussero sotto i suoi vestiti, provocandole un caldo stordimento.
L’indomani si svegliò, nel letto grande del suo compagno. La biancheria, fresca di bucato, era lievemente profumata di lavanda. Dalla cucina si sentiva un tramestio di tazze e uno sfrigolare di bacon, in sordina, quale sottofondo inevitabile ad una buona colazione all’inglese.
Henry stava fumando la sua pipa del mattino, l’aroma del tabacco creava un mix armonioso, legandosi agli odori della cucina. Fra un’ondata di benessere, di reminiscenze dell’infanzia, quando il padre della ragazza, sceglieva, appena sveglio, una pipa dalla rastrelliera, e la riempiva secondo un rituale severo ed accurato. Intanto la madre tostava il pane nel grill del forno e deponeva, nei piattini, riccioli di burro salato.
Questo rituale piaceva a Meg bambina e continuava a procurarle una rassicurante gioia, adesso, da adulta, dopo aver goduto una notte eccitante con il partner.
Si alzò, stirandosi pigramente, e si lasciò servire di tutto punto, felice che qualcuno si occupasse di lei.
Prese un taxi per tornare a casa, soddisfatta, ora non sapeva più se per la nottata o per la scoperta, dopo tanti tentativi inutili, che la chiave aveva una corrispondente serratura.
Salì, quasi correndo, le scale.
Spalancò una finestra del suo soggiorno che sapeva di chiuso e sembrava spoglio, confrontante con quello di Henry, affollato di begli oggetti, illuminato da luci sapienti.
Si cambiò per andare al lavoro, telefonò in ufficio per scusarsi del ritardo. Nell’intervallo del pranzo, si ripromise di cercare di decifrare il foglietto misterioso, caduto dall’agenda, che le apparve scritto in codice.
La sosta del pranzo non le fu sufficiente per captare la chiave di lettura di quello scritto così ermetico.
Lavorò svogliata, rispose al telefono sbrigativa; attendeva la sera per un tête-à-tête con il piccolo rettangolo di carta.
Henry le telefonò per salutarla; si sforzò di non essere troppo laconica anche con lui. Non vi riuscì in pieno, tanto che il suo partner della scorsa notte, le chiese preoccupato: “Sei sicura di stare bene?”
Meg chiuse la comunicazione con sollievo. Adesso pensava solo al foglietto. Cenò senza appetito; si accontentò di una tazza di thé e un hamburger mezzo bruciacchiato.
Finalmente potè mettere in piena luce, sotto la lampada, il foglio da interpretare. Le lettere, indicate con un puntino, erano chiuse dentro frammenti di una figura geometrica.
Avrebbe dovuto cercare di ricostruirla nella sua interezza, per comprendere il senso di questo capriccioso alfabeto.
Fece vari tentativi che servirono solo a mandarla a letto con il malditesta.
Dormì agitata fino al mattino.
Riprese a scervellarsi sul rebus incomprensibile. Disegnò un’infinità di figure geometriche, entro cui avrebbero potuto trovare spazio vocali e consonanti. Quando credeva di essere giunta vicino alla verità, tutto crollava di nuovo, come un artificioso palazzo, costruito sull’argilla.
Provò un grande sconforto, un senso di amara sconfitta. Tutto le apparve fortuito e nello stesso tempo preordinato da una mano invisibile. Perché proprio lei aveva trovato la chiave fra l’erba e – fatto ancora più incredibile – perché, dopo continue e nevrotiche ricerche, aveva scoperto la giusta serratura nell’agenda di Henry? Era una realtà romanzesca a cui non sapeva dare logica spiegazione.
Che Henry l’avesse spiata, quella sera nel suo appartamento? Che la sapesse “ladra” del suo misterioso foglietto?
Quella notte sognò il suo partner appartenente ad una cosca segreta, alla Cia, alla mafia, agli spacciatori di droga.
Si svegliò così stravolta, che dovette chiedere un permesso nel posto di lavoro. La testa le girava, lo stomaco era diventato pesante, sembrava fatto di pimbo.
Decise di andare all’appartamento di Henry a chiedergli, a viso aperto, una spiegazione, a costo di dovergli dire tutto dall’inizio, fin dal ritrovamento di quella maledetta chiave, che ora le pesava in borsetta, peggio di una cattiva coscienza.
Scese dal taxi che l’aveva portata in Philbeach Gardens, velocemente. Le case candide, tutte uguali, un po’ monotone, erano estranee ai suoi problemi. Salì al terzo piano con il cuore in gola. La porta dell’appartamento era semiaperta, come se Henry fosse sceso in cantina, o si fosse allontanato di poco, tanto da non prendersi cura di chiudere casa. Spinse l’uscio con cautela. La luce era incerta, penetrava da una finestra socchiusa. Lo spettacolo le si presentò allucinante. Per prima cosa vide l’agenda verde mezza strappata per terra, sul tappeto. Con il capo sotto la seggiola, giaceva Henry. I suoi bei capelli erano arrossati dal sangue; vicino a lui c’era un revolver che non aveva fatto in tempo ad usare. Evidentemente aveva ricevuto una persona che credeva amica e che l’aveva improvvisamente colpito.
Anche Meg non vide quasi il suo aggressore: le si accese un lampo terribile davanti agli occhi, non udì lo sparo. Capì di morire, ma non provò nè dolore, nè disperazione.
Il mistero di sangue non ebbe mai spiegazione.
I quotidiani londinesi parlarono di un regolamento di conti non meglio identificato, cercarono di avanzare plausibili illazioni, poi il fatto cadde nel dimenticatoio.
Roberto Bacchiega è umile, schivo. Dipinge da oltre quindici anni e la sua maggiore fonte di ispirazione è la sua terra polesana, che ama con tutta l’anima.
Le tele di Bacchiega mostrano chiaramente come il pittore miri alla resa del vero, ad un tipo di pittura realista, con una particolare ricerca coloristica. Egli ritrae villaggi di pescatori, angoli del Delta, oppure si sofferma sui particolari: a richiamare la sua attenzione sono figure di vecchi contadini seduti davanti alle case, altre volte, invece, è affascinato da particolari sfumature di verde, dalla delicatezza dei passaggi cromatici offerti dal piumaggio di certi uccelli del Delta; o ancora ad attirarlo sono le magiche suggestioni delle golene, l’ombra mutevole dei pioppi d’argento.
Il pittore sonda, in modo del tutto istintivo, il reciproco influenzarsi dei colori, ed elabora, via via, una tecnica di esecuzione sempre più personale. I registri cromatici sono intimi, smorzati. I vasti paesaggi, le campagne autunnali gonfie di malinconia, la solitudine che si respira nell’aria, la gente umile intenta a lavorare nei campi, le barche dei pescatori, tutto è reso con grande immediatezza e maestria.
La superficie oscillante del Po, con il convegno delle chiatte e i pioppeti solitari, costituisce uno dei motivi preferiti dall’artista polesano. I suoi cieli non sono sfondi lontani ed insignificanti, ma contribuiscono anzi a dare profondità e movimento alle composizioni. Ne scaturiscono paesaggi animati da una profonda poesia e caratterizzati da un’aderenza istintiva alla realtà.
Bacchiega cerca dunque nei paesaggi polesani l’emozione dei momenti solenni della natura, con l’acuta attenzione dell’innamorato. Con i suoi pennelli, entra nel cuore vivo del Delta e della sua gente, e l’avventura pittorica diventa per lui, di giorno in giorno, sempre più una forte passione dell’anima.
Ma di che cosa sente il bisogno un artista? L’ho chiesto al pittore ottenendo questa risposta: “Personalmente, spesso avverto il bisogno di comunicare ad altri autori le mie esperienze artistiche. Vorrei instaurare con diversi artisti un dialogo costruttivo, al di fuori d’inutili e sterili invidie o polemiche. Secondo me, è importante che, chi si dedica ad un’attività artistica, abbia l’opportunità di confrontarsi con altri autori”. E poi gli ho chiesto quale sia il suo vero sogno di artista. “Riuscire a diffondere, tramite le mie opere, la vera anima del Polesine”.
Vi è infatti in Bacchiega il bisogno profondo di individuare e di cogliere il palpito interiore delle cose. E questa esigenza lo guida ad interpretare col cuore, prima che con l’occhio, la figura umana ed il paesaggio, indagando il movimento delle piante, i riflessi del fiume, la malinconia dei canneti.
La sua è dunque una pittura che regala un profondo messaggio di umanità ed una testimonianza di amore verso la nostra terra.
Autorevoli critici si sono interessati alle sue opere.
È inserito nel “Dizionario dei pittori, scultori e incisori”, ed 1975. Recentemente, insieme ad altri quattro artisti polesani, ha esposto alla galleria rodigina “Il Castello”, riscuotendo larghi consensi di pubblico e di critica.