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Archivi: Articoli d’archivio

  • Tra Grillara e San Basilio

    Tra Grillara e San Basilio

    Non so quante comitive di turisti o gruppi di naturalisti in visita al Delta siano stati accompagnati nella scorsa estate fra le piatte distese assolate che oggi spaziano fra Grillara e San Basilio.

    Credo assai pochi, perché anche la guida più abile avrebbe qualche difficoltà ad esaltare questi paesaggi.

    La nota polemica è d’obbligo di fronte alla desolazione che ora regna sui luoghi dove sorgevano gli antichi cordoni dunosi, testimonianze fossili dell’evoluzione del Delta, distrutte negli ultimi decenni dalle dissennate escavazioni di sabbia.

    A nulla è servito il vincolo paesaggistico imposto sulle dune sin dal 1975: con il beneplacito della Regione Veneto esse sono state ugualmente livellate e oggi una tutela solo formale continua a valere sulle aree che hanno perduto quasi ogni valenza ambientale.

    Al di fuori del vincolo paesaggistico il criterio della produttività e del massimo profitto è apparso ancor più legittimo e necessario.

    Così l’Amministrazione locale ha rilasciato pareri favorevoli “allo scopo di consentire la bonifica fondiaria di una zona, al momento, inutilizzabile ai fini agricoli” (Consiglio Comunale di Ariano Polesine del 13.3.1982 su Cava “Romea”); e la Regione Veneto, a sua volta, ratificando tali miopi impostazioni, non ha indugiato ad autorizzare opere che andavano a sconvolgere l’ambiente, la natura e la storia di luoghi irripetibili.

    Secondo la ricostruzione di Clabatti (1967) i cordoni dunosi (II e III) che interessano Grillara e San Basilio risalgono rispettivamente al periodo pre-etrusco ed etrusco.

    A quel tempo erano attivi il Canal Bianco, forse il ramo più settentrionale del Po, e il Po di Ariano, che era quello di maggiore portata.

    All’inizio dell’insediamento etrusco i cordoni II e III costituivano la fascia costiera di allora e probabilmente separavano dal mare aperto estese aree lagunari più o meno discontinue (septem maria).

    Il paesaggio non doveva essere molto diverso da quello ancor oggi visibile attorno agli scanni: isole sabbiose colonizzate dapprima da una vegetazione erbacea pioniera e, nel corso di lunghi periodi, anche da formazioni arbustive ed arboree moderatamente termofile.

    Tutto attorno dominavano le piene dei fiumi e i flussi delle maree, ma sopra alle dune potevano crescere boschetti di leccio e farnia, intercalati da frassini e salici nelle situazioni umide d’acqua dolce.

    I secoli seguenti vedevano l’impaludamento naturale delle lagune, l’espansione del bosco caducifoglio di pianura, quindi il suo graduale abbattimento per ottenere campi agricoli.

    Le antiche dune, ormai molto arretrate dalla linea di costa, hanno mantenuto quasi inalterato il proprio carattere di “isole di vegetazione litoranea” fino a tempi abbastanza recenti, quando cave e lucrosi profitti, autorizzati e non, hanno dato inizio ad un’erosione inarrestabile.

    Sparuti cumuli di sabbia per la verità sopravvivono ancora, ma non per l’intervento solerte di qualche Amministrazione pubblica, quanto per l’ostacolo che un traliccio, una casa colonica o addirittura una chiesa situati in cima alla duna costituiscono alla loro rimozione.

    Alla base del relitto solitamente è ben visibile lo scasso verticale inferto dalla ruspa; tutt’attorno stentate piantagioni di mais, di soja o regolari piantate di pioppi ignorano e insultano la storia del nostro passato.

    ***

    L’amore per questa terra sfruttata e misconosciuta non ci tratterrà tuttavia da una ricerca paziente e minuziosa in grado di ritrovare ancora frammenti originari di natura.

    Fra San Basilio e Rivà di Ariano Polesine, privato e inacessibile, sopravvive miracolosamente il più esteso relitto del III cordone.

    La rada pineta da pinoli fu decimata dai rigori invernali del 1985, e ora pioppi, olmi e biancospini spontanei sono gli elementi principali di un bosco che, in verità, ha perso gran parte la sua componente termofila.

    Il nostro interesse si sposta allora sui prati che ricoprono le schiarite, perché sono proprio queste le comunità vegetali ereditate dai secoli.

    Il suolo è decisamente arido e le specie vegetali debbono adottare accorgimenti diversi ma comunque destinati ad assicurare lo svolgimento del proprio ciclo vegetativo.

    La Poa bulbosa, che è l’elemento dominante del prato, anticipa la fioritura fin dall’aprile; sul far dell’estate è ormai secca e determina il caratteristico paesaggio steppico delle dune.

    Cuscini di Teucrium chamaedrys e di T. polium fioriscono invece nei mesi più caldi, ma mentre il primo preferisce il margine del bosco, l’altro si protegge dal sole con una fitta lanugine bianca.

    L’Helianthemum nummularium e la Fumana procumbens, hanno foglioline strette e revolute ma sbocciano luminose come piccoli ranuncoli.

    L’asparago selvatico (Asparagus acutifolius) e il pungitopo (Ruscus aculeatus), rappresentanti di una flora mediterranea un tempo certo più diffusa, per ridurre la traspirazione, hanno addirittura eliminato le foglie.

    Il bosco di San Basilio offre però emozioni anche maggiori.

    A primavera, le radure e le “garighe” nascondono orchidee spettacolari, come Orchis morio, O. simia e Ophrys sphecodes subsp. sphecodes, quasi del tutto scomparse dal restante territorio.

    Quest’ultima, che fortunatamente riesce a mimetizzarsi fra l’erba, trova particolarmente qui la sua più importante stazione in Polesine.

    L’Alyssum alyssoides, piccola modesta crucifera dalle foglioline grige e minute, ormai assente in tutto il rimanente territorio polesano, è stata recentemente rinvenuta su questi prati inariditi.

    La Centaurea aspera, dai bei capolini color ciclamino, era nota solo per le coste che vanno dalla Liguria al Lazio. Il suo ritrovamento sulle dune, sulle scarpate attorno a San Basilio e sui resti dunosi di Rivà, ha permesso di segnalarla come specie nuova per il Veneto (Benetti, 1990).

    La presenza in questi luoghi di entità botaniche tanto peculiari non è peraltro casuale, ma dipende strettamente dall’esistenza di questi pochi lembi di prato arido sinora sottratti alle ruspe, ai rifiuti, al transito di mezzi motorizzati e che, esternamente al Delta, le pratiche agrarie hanno invece del tutto eliminato. Benché sia ambiente di diversa origine e caratteristiche, la Rotta di Martino che si apre all’estremo sud del cordone relitto di San Basilio, ci ricorda lo stretto contatto anticamente esistente fra l’acqua e le terre emerse.

    Aggredito da ogni lato dalle cave, è oggi una rara testimonianza di ambiente umido d’acqua dolce esistente nella parte veneta del Delta padano.

    Stimolati da tante consolanti scoperte, la nostra ricerca di natura prova a spingersi sui cigli delle strade che uniscono Grillara, San Basilio e Rivà, raggiungendo altri frammenti di duna scampati al massacro.

    Il degrado è presto leggibile dalla minore ricchezza di specie tipiche. A San Basilio però compaiono la quercia (Quercus robur) e la fusaggine (Euonimus europaeus) sopra un frammento del II cordone, testimonianze isolate dell’originaria foresta di pianura.

    Dovunque d’estate fiorisce la Scabiosa argentea, la stessa che troviamo sulle dune arretrate delle spiagge attuali.

    E qua e là, da Grillara a Rivà, anche sui terreni spianati ricompare gialla e luminosa Ononis natrix subsp. ramosissima, una leguminosa peculiare delle stazioni aride presso le coste.

    Questi suoli sabbiosi certo non sono diversi per origine e composizione da quelli di Rosolina e Donada, tuttavia solo qui, negli incolti e sui cigli della vecchia strada Romea e delle vie che collegano le piccole borgate, cresce l’ispida Anchusa officinalis dalle vistose fioriture viola e porpora. E infine, il poco diffuso Muscari atlanticum, fa timidamente capolino ad aprile lungo le scarpate più aride.

    Mentre lasciamo questo angolo di Delta inatteso, l’animo si è fatto più sereno; c’è ancora molto da conoscere e da salvare.

    Ma, sulla strada del ritorno, lo sguardo coglie un nuovo pioppeto sui terreni di duna che scendono da Palazzo Nichetti.

    Intanto un polveroso camion carico di sabbia ci sorpassa e rompe il silenzio.

  • Un rifugio nel Delta

    Un rifugio nel Delta

    Inaugurato il 12 Giugno 1992, il Rifugio Parco Delta del Po – con sede a San Rocco di Gorino Sullam (frazione di Taglio di Po) – ha registrato fin dai primi mesi di avvio un’attività intensissima e varia.

    Si è subito rivelato il suo alto valore promozionale per tutto il territorio bassopolesano: valore che va ben al di là del mero incremento quantitativo delle presenze italiane e straniere che il funzionamento dell’ostello comporta.

    Con la fruttuosa collaborazione dei Comuni di Taglio di Po e di Adria, dell’APT Delta del Po e varie associazioni, tra cui principalmente il C. T. G. Veneto e le Acli, sono stati allacciati rapporti destinati a proseguire nel tempo ed organizzati meeting che hanno fatto convenire a Gorino Sullam gruppi di giornalisti, studiosi, operatori culturali e sociali.

    Sta partendo ora il programma per il prossimo anno con proposte di soggiorno di 2-3-4-5-6-7 giorni e con l’indicazione delle varie attività possibili avendo di mira soprattutto i gruppi scolastici.

    Ma nei mesi invernali il rifugio non chiuderà. E’ previsto il lancio di fine-settimana per gruppi di amici comprendenti battute di pesca, cena a base di pesce o selvaggina e serate accanto al fuoco, con possibile escursione in bici a zonzo per argini e valli.

    La solidarietà dei soci CTG e simpatizzanti, e del Consiglio Regionale del CTG Veneto hanno permesso, attraverso una sottoscrizione di prestiti senza interessi, di affrontare questo impegnativo primo anno di attività. Il decollo dell’ostello dipende anche dall’allargamento del clima di simpatia. Da segnalare in proposito la bellissima iniziativa del Kiwanis Club di Rovigo che ha fatto dono all’ostello di due bellissime bici, diventate ormai simbolo di un certo modo rispettoso di rapportarsi al turismo ambientale.

    Varie e qualificate le attività fin qui programmate, di cui riportiamo le più significative:

    CONVEGNI

    – Convegno regionale “I giovani e le tradizioni”, a cura del CTG Veneto;

    – Presentazione libro “Il fuoco, il piatto, la parola”, edito dalla Minelliana;

    – Convegno internazionale “Pace – ambiente – solidarietà”, realizzato da ACLI – ENARS – Verona;

    – Iniziativa promozionale per 4 giornalisti;

    – Iniziativa promozionale in collaborazione con l’Aeroporto di Verona;

    – Iniziativa promozionale con agenzie e scuole;

    SCAMBI INTERNAZIONALI

    – Veneto – Navarra, organizzato dal Ctg Veneto;

    – Badia – Estepa, gemellaggio del Comune di Badia Polesine;

    – Soggiorno ambientale città gemellate, a cura del Comune di Adria;

    MEETING E RADUNI

    – Raduno di mountain bike, organizzato dal Gruppo Arcobaleno Rovigo;

    – Canoa Meeting, a cura della Federazione Italiana Canoe;

    – Finali nazionali di pallavolo CONI – FIPAV;

    – Gommotrekking, realizzato dal Circolo nautico Delta Po – Adria;

    – Incontro promozionale con 40 giornalisti;

    ATTIVITA’ DI ANIMAZIONE AMBIENTALE TRAMITE:

    – canoa

    – windsurf

    – pesca in fiume, laguna e alto mare

    – bici

    – equitazione

    – osservazione uccelli

    – osservazione vegetazione

    – osservazione delle stelle

    – tiro con l’arco

    – calcio, con ripristino campo sportivo

    – escursione in battello

    – attività artistiche e artigianali

    – escursione in pullman a Venezia, Ravenna, Adria.

  • La Rotonda: gioco di luci ed ombre

    La Rotonda: gioco di luci ed ombre

    Conosciuta come “La Rotonda” di Rovigo, per la circolarità della sua pianta costituita da un ottagono regolare, la chiesa della Beata Vergine del Soccorso fu progettata alla fine del ’500 dall’architetto bassanese Francesco Zamberlan, già allievo e collaboratore di Andrea Palladio.

    La costruzione, iniziata nell’ottobre del 1594, fu completata definitivamente nel 1606, dopo il rifacimento della copertura, dato che si dovette procedere alacremente alla sostituzione della cupola (che iniziò appena eretta a manifestare problemi statici) con un tetto molto meno impegnativo.

    Il tempio, che nella stagione invernale sbuca improvviso nella nebbia e nel grigiore della città, con la sua maestosa ed armonica forma, con il biancore del suo colonnato, origina un immediato e favoloso impatto di tipo chiaroscurale. Il contrastante effetto è ripreso all’interno, ma qui forse assume una connotazione più simbolica e sembra ci proponga il passaggio dal mondo corporeo e terreno al mondo spirituale e mistico della divinità: l’ombra è in basso, tra gli assorti fedeli, mentre la luce divina risplende in corrispondenza degli alti e grandi finestroni.

    Le otto pareti dello spazio umbratile ed oscuro sembrano però accendersi in più punti, come stelle nella notte, grazie alle grandi tele ad olio che le rivestono. Il magico effetto chiaroscurale riappare fissato nelle tele di pittori importanti come Maffei, Liberi, Vecchia e Zanchi, le cui opere costituiscono i tre cicli pittorici della Rotonda: quello politico-celebrativo che glorifica i podestà rodigini, e quelli sacri dedicati ai miracoli della Vergine del Soccorso e alla vita di Maria.

    La luce e l’ombra delle tele che compongono quest’ultimo ciclo colpiscono la visione dell’osservatore, agevolato dalla collocazione delle opere, poste nella più bassa delle tre fasce pittoriche sovrapposte, a fianco dei tre ingressi e ai lati del maestoso altare ligneo dorato.

    Nell’Adorazione dei Pastori ad esempio il contrasto e l’alternanza bagliore-oscurità risultano forti e marcati. Gesù è infatti rappresentato luminoso, come lux mundi, mentre le altre figure genoflesse e devotamente atteggiate, fra cui spicca quella centrale della Madonna, sono inserite in un ambiente notturno e parzialmente irradiate dalla luce emanata dal Bambino.

    L’autore di questa natività è ignoto, come ignota è la mano che dipinse la Fuga in Egitto, tela però che il critico Vittorio Sgarbi avvicina, per il richiamo al motivo classico della colonna scanalata e per la forma ampia chiaroscurata, alla produzione dell’artista veneziano Pietro Negri, uno dei cosidetti “tenebrosi”.

    Anche in questo caso il contrasto luce-ombra viene accentuato: alla chiarìa del cielo al tramonto, al bagliore dei putti, al fulgore e al pallore di Maria e del Bambino, alla vivacità del panneggio di Giuseppe, vengono contrapposte figure in ombra, nascoste, dai colori cupi, come l’angelo rappresentato di spalle, l’asinello trainato dai putti, la colonna scanalata, la vegetazione.

    L’aspetto chiaroscurale viene ricreato, in maniera del tutto particolare, nell’Annunciazione. Nell’opera, costituita da due pannelli disposti ai lati dell’altare, la luce viene proiettata dall’anonimo pittore in diagonale sulle figure emergenti da una zona d’ombra. Nello scomparto di sinistra sono raffigurati luminosi l’arcangelo e una serie di putti alati che lo circondano; nell’altra tela raggianti sono la Vergine inginocchiata sul pavimento a riquadri bianchi e neri, i putti e la colomba (lo Spirito Santo) che volano in un cielo dai nuvoloni scuri e minacciosi.

    Nella Visitazione di Giovanni Brunelli la luce è concentrata sul volto di Maria, figura centrale del quadro insieme alla cugina Elisabetta, che appare invece più scura, meno luminosa. Di un chiarore smorzato, meno candido, sono anche il turbante della figura sulla sinistra che, di spalle, in primo piano, parla con un uomo dal cappello rosso, le colonne di un tempio dorico ottastilo e le colombe poggianti sull’abaco di un capitello in ombra. Al chiarore di questi elementi vengono opposti colori dai toni cupi e, in particolare nei panneggi, sono utilizzate tinte come il rosso scuro, il giallo scuro, il verde-bruno e il nero.

    Il quadro è l’unico dell’intero ciclo con datazione e committenza certe: nell’epigrafe scritta in basso su un gradino si legge “fato far da mercanti al 1650” e più sotto si trova la firma dell’autore “Gioane Brunel Fecif”.

    Dubbi di attribuzione esistono invece per l’Assunzione di Maria anche se Francesco Bartoli, in “Le pitture, sculture e architetture della città di Rovigo” (opera pubblicata a Venezia nel 1793), afferma che la tela fu “dipinta per sua dilettazione dal marchese Ludovico Manfredini nobile di Rovigo, che viveva nel 1677”. Comunque sia, risultano interessanti nell’opera sia la figura della Vergine dal volto pallido e delicato, che l’alternanza di luce, mentre alcuni angeli sembrano, come scrive anche il Bartoli, “con troppo sforzo rannicchiati”.

    Completano il ciclo della Rotonda due opere del maestro vicentino Francesco Maffei, L’Incoronazione e la Presentazione al Tempio, espressioni di una pittura spettacolare ed estrosa che sembra ricreare lo spirito visionario del Tintoretto ed esaltare i toni locali alla maniera del Veronese.

    Nella Presentazione di Maria, contrasti di luce ed ombra animano la scena e, con la disposizione spaziale a spirale delle figure, accentuano l’importanza della Vergine inginocchiata davanti al Sacerdote. Altri elementi procurano forti emozioni: lo spirito visionario creato dal “non finito” dei volti, la grazia e il candore della Vergine contrastate dalla severità del sacerdote e dei suoi seguaci, la partecipazione devota dei genitori di Maria, l’attenzione delle figure popolari in primo piano unita alla distrazione del solo cagnolino.

    Anche nell’Incoronazione della Vergine, il Maffei imposta una cornice scenografica con andamento a spirale formata dai numerosi angeli, piccoli e fittissimi, e dalle figure enormi di San Giuseppe e Giovanni Battista, che presentano volti abbozzati e grotteschi. All’interno del “vortice” si svolge, in un’atmosfera piena di luce, l’incoronazione con il Padre Eterno e il Figlio Redentore che sorreggono la corona.

    Anche in questa tela Maffei si rivela straordinario maestro, di notevole intelligenza e fantasia, che sa congiungere magnificamente gli opposti. Oggi è pittore quasi dimenticato, rimangono ad esaltarne lo stile alcuni versi di un suo contemporaneo, Mario Boschini, contenuti nel celebre poema “La Carta del Navegar Pitoresco”, pubblicato a Venezia nel 1660:

    “Pitor no da pigmei ma da ziganti mistro che in quatro sole penelae fa che ogni tegna le cegie inarcae manieron che stupir fa tutti quanti”

  • L’EDITORIA POLESANA

    L’EDITORIA POLESANA

    Chi l'ha detto che nella nostra provincia vi è un’editoria asfittica? Dall’osservatorio, certamente privilegiato costituito dalla nostra redazione, siamo in grado di smentire decisamente un clichet tanto banale, apparso qualche mese fa su un rotocalco.

    L’editoria polesana è attiva, diversificata e di tutto rispetto. Oltre ai due quotidiani, che dedicano alla nostra terra un apposito fascicolo giornaliero, ogni anno vengono realizzate da autori polesani pubblicazioni di vario tipo: libri di interesse storico, scientifico e letterario, periodici abbastanza diversificati ed opuscoli monotematici.

    E’ bastato rendere nota la nostra disponibilità a recensire le nuove pubblicazioni inviateci (Ventaglio n. 5), per veder affluire alla nostra sede vari volumi, di cui diamo notizia nell'apposita rubrica “Libri in redazione”. Si tratta, come dicevamo, di pubblicazioni varie, tra cui primeggiano quelle di carattere storico e letterario.

    Recentemente il prof. Mario Cavriani, direttore della Minelliana, reduce dalla fiera del libro di Torino, osservava, con un fondato senso di orgoglio, che se oggi il Polesine è più conosciuto ed apprezzato, un merito va indubbiamente attribuito alle molteplici pubblicazioni realizzate dall'associazione che dirige.

    Accanto alla Minelliana, che certamente nell'ultimo decennio si è configurata come l’editrice più qualificata nel settore della ricerca storica, fioriscono nella nostra provincia anche altre iniziative che, con maggiore o minore intensità, offrono il loro apporto al crescente sviluppo dell’editoria polesana.

    Un flusso che anche noi di “Turismo & Cultura” stiamo incentivando, non solo con la pubblicazione della presente rivista, ma anche con l’attivazione di una nuova linea editoriale di narrativa e poesia dedicata alle Eliadi; un poetico richiamo alle mitiche ninfe dei boschi dimoranti nelle golene dei fiumi, legate alla più antica e suggestiva leggenda che interessa la nostra terra: quella di Fetonte, giovane ed impulsivo auriga celeste, precipitato nell’Eridano.

    Della nuova collana abbiamo pubblicato i primi due volumi, a firma rispettivamente di Giuliano Scaranello e Grazia Giordani, recensiti nella succitata rubrica alla pag. 150. Li abbiamo di proposito voluti indicare ai nostri lettori insieme agli altri inviatici in redazione, nella consapevolezza di agire verso lo stesso obiettivo: un rilancio, sotto il profilo culturale, di questo lembo di terra racchiuso tra i due grandi fiumi.

  • Le Pro Loco e il Polesine

    Le Pro Loco e il Polesine

    Tributarista di Taglio di Po, quarantatreenne, sposato e padre di due figli, Roberto Prescendi, da vari anni presidente della Pro Loco locale e da alcuni del Consorzio delle Pro Loco del Delta, ha recentemente assunto anche la carica di presidente del Comitato Provinciale delle Pro Loco. Egli si trova così ad interpretare un ruolo di vero rilievo a sostegno di un'attività originale e poliedrica qual è quella esercitata da questa associazione di promozione.

    – Vi sarà un nuovo indirizzo nel prossimo futuro delle Pro Loco polesane? Chiediamo al neopresidente.

    “Le Pro Loco – chiarisce Prescendi – sono basate su un’azione di volontariato, in cui sono state spesso rilevate le buone capacità organizzative, con frutti però non commisurati agli sforzi. Si dice che quelli delle Pro Loco siano bravi organizzatori, ma cattivi venditori. Occorre allora migliorare l’impatto dell’attività, iniziando a stabilire più solidi legami tra le varie realtà, che nel Polesine appaiono molto differenziate, anche in relazione alla conformazione del territorio della provincia, stretto e lungo; fatto questo che di per sè non favorisce certo l’incontro degli attivisti di queste associazioni. Il primo adempimento, a mio avviso, consiste nel consolidare i contatti tra le varie Pro Loco, rafforzando il sistema di coordinamento e di interscambio di informazioni. Abbiamo pertanto deliberato di procedere ad una celere informatizzazione degli uffici, attrezzandoli quanto meno con un fax e fotocopiatrice, strumenti ormai indispensabili per un minimo di attività organica”.

    – È noto che le Pro Loco sono gelose della propria autonomia…

    “È un’importante caratteristica che va salvaguardata; bisogna però, nel contempo, trovare il modo di amplificare l’azione delle singole associazioni, facendo conoscere di più le varie manifestazioni, procedendo inoltre ad interventi coordinati, come eventuali acquisti comuni di materiale, in modo da realizzare economie di scala, favorire l’attività dei vari consorzi e iniziative unitarie.

    Per avviare una tale azione è però prioritaria una conoscenza delle varie realtà, delle molteplici esigenze, e dei diversi programmi. Per una adeguata fotografia delle Pro Loco polesane è stato da noi predisposto un questionario, che dovrà servire al fine di attingere i dati più significativi, utili per impostare le varie attività con maggior consapevolezza.

    – Non è infrequente registrare note di dissenso o di chiara critica, indirizzate dai consiglieri delle Pro Loco nei confronti dei pubblici amministratori. Come sono i rapporti con le istituzioni?

    “Dove si trovano amministratori sensibili, l’attività della Pro Loco è facilitata. È però bene evitare lo scontro e la conflittualità. Va in ogni caso difesa l’autonomia di azione delle Pro Loco, cercando nel contempo di instaurare con gli enti pubblici rapporti che tendano alla collaborazione e alla reciproca comprensione.

    – E i rapporti delle Pro Loco con le Aziende di Promozione Turistica?

    “Le nostre attese, alla nascita delle A.P.T., erano certamente maggiori. Il grosso problema delle A.P.T. consiste nel fatto che la maggior parte delle loro risorse servono al mantenimento delle stesse strutture, mentre è evidente che, per essere produttive, tali risorse dovrebbero essere destinate alla promozione. La necessità di ridisegnare il ruolo delle organizzazioni che si occupano di promozione del territorio è una cosa sentita. Noi, come Pro Loco, non vogliamo sopravanzare nessuno, ma sentiamo la necessità di attivare un ‘filo diretto’ con la Regione”.

    – L’aggregazione tra Pro Loco è a suo avviso un percorso necessario?

    “Ritengo sia molto importante dare vita a Consorzi comprensoriali, innanzitutto per attuare idonee strutture amministrative che le singole entità non possono permettersi. Il consorzio diviene una specie di “ombrello protettivo” che assicura la tranquillità fiscale e normativa; vi è inoltre l’esigenza di coordinare l’attività turistica, di costruire un punto di riferimento stabile per i rapporti con Regione e Provincia, di presentarsi anche con un’immagine più efficiente ed adeguata ai tempi”.

    – Quali sono le strategie più importanti del Consorzio delle Pro Loco del Delta?

    – Il Consorzio del Delta aggrega le nove Pro Loco del Basso Polesine, incentiva le varie manifestazioni promosse dalle singole Pro Loco e nel contempo ne promuove di innovative, come ad esempio la “lotteria del Delta” tenutasi lo scorso 6 Gennaio a Loreo. Il Consorzio intende proporre un’immagine unica per tutto il comprensorio ed attualmente è impegnato in un significativo progetto: la sistemazione di un fabbricato rurale che sorge sulla statale Romea nel comune di Taglio di Po, in una posizione strategica rispetto ai flussi turistici che scendono dal nord. Questo stabile dovrà essere adeguatamente attrezzato al fine di divenire un punto di riferimento primario per tutte le esigenze turistiche: dal semplice pernottamento, alla prenotazione di una gita sul Po, o un’escursione fuori provincia. In questa struttura intendiamo ospitare una rassegna stabile di documentazione ambientale e proposte stagionali dei prodotti agricoli, dell’artigianato, della pesca, proponendo anche degustazioni in loco. Si tratta in definitiva di attivare la fantasia ed agire con impegno e continuità con obiettivi chiari e produttivi per lo sviluppo della nostra terra”.

  • “Polesine Delta del Po”

    “Polesine Delta del Po”

    Un’avventura cominciata molti anni fa. Anni di impegno sul territorio per l’ambiente. L’esperienza si concretizza in un libro nel Novembre 1987: “Polesine Delta del Po. Guida alla terra dei grandi fiumi”, realizzato dall’agile penna di Giuseppe Marangoni.

    È la storia di un successo editoriale senza precedenti in Polesine.

    Centinaia di recensioni in periodici italiani ed esteri e 14.000 copie vendute. I proventi del libro costituiscono il primo fondamentale sostegno della cooperativa “Turismo & Cultura” che, oltre all’attività editoriale, ulteriormente sviluppatasi con la pubblicazione della rivista “Ventaglio Novanta”, svolge un’interessante ruolo di animazione turistica e culturale nel Polesine.

    Una vicenda per molti versi esemplare, in cui l’impresa culturale sa giocare un ruolo autonomo e autofinanziato, e tuttavia sposato a quello delle istituzioni e degli altri soggetti imprenditoriali privati operanti nel settore turistico e culturale.

    A sottolineare questo spirito di collaborazione, l’assessore provinciale al turismo Luigi Zanforlin ha voluto contribuire con una propria presentazione alla quarta edizione del libro, esprimendo a Giuseppe Marangoni il proprio apprezzamento per la funzione promozionale svolta da “Polesine Delta del Po” a favore di tutte le imprese collegate al turismo e delle istituzioni culturali della provincia.

    Nella novità dell’impostazione, nella qualità dei testi, nella accurata scelta grafica e fotografica, e nella ricchezza delle informazioni sono state individuate le ragioni del successo di quello che, a buon diritto è stato definito come il più incisivo strumento di promozione dell’immagine del Polesine nel mondo in questi ultimi anni.

  • Il Polesine in TV

    Il Polesine in TV

    Non capita spesso al Polesine l’occasione di apparire nei circuiti televisivi nazionali. C’era perciò una comprensibile attesa per la permanenza settimanale di una trasmissione di consistente presa popolare. E finalmente lunedì 27 Gennaio, i riflettori si sono accesi sul palco del Teatro Sociale. Rovigo ha infatti accolto la trasmissione “PIACERE RAI UNO”, presentata da Gigi Sabani, Elisabetta Gardini e Toto Cutugno, rinunciando al grigiore delle nebbie invernali e regalando loro una piacevole settimana soleggiata.

    Il consenso e l’euforia non si sono fatti attendere, ed il sipario si è regolarmente aperto con gli scroscianti applausi degli spettatori sempre entusiasti ma rispettosi.

    È proprio questo che ha colpito maggiormente Sabani durante la sua settimana a Rovigo: “È un pubblico grandioso” ha affermato “il suo slancio nei nostri confronti non ha mai sopraffatto il rispetto”.

    Ma torniamo al programma. In panchina, il piccolo imitatore Luca Paganin, Gianfranco Canato con le sue ubbidientissime gazze, e Riccardo Romagnoli, prestigiatore diciassettenne, restato un po’ deluso dall’aver visto sfumare all’ultimo momento la presentazione del suo numero più importante. Oltre a questi personaggi fissi, si sono susseguiti ospiti giornalieri che hanno presentato le storie più disparate: due coppie ultra settantenni di Casa Serena, una ragazza nata cieca accompagnata dal professore che la sta curando, Olindo Meneghin che ha stuzzicato la gola e la fantasia dei telespettatori, senza rivelare il segreto della bontà dei suoi pandori, la classe 3ª A della Scuola Media di Lendinara, premiata per la bontà dimostrata verso un ragazzo svantaggiato. E ancora: il coro rodigino “Monte Pasubio”, l’acclamata squadra di Rugby, gli allievi della Guardia di Finanza, e la scuola alberghiera di Adria con un nuovo cocktail dedicato a “Piacere Rai Uno”.

    Naturalmente la passerella ha visto sfilare anche personaggi di fama nazionale, come Lino Toffolo, Mara Venier, Anna Carlucci, Fabio Concato, e molti altri.

    Il tutto è stato sostenuto dalla consueta allegria portata da Gige, Tate e da Simona Tagli che, dopo il Tg1, conduceva con Sabani uno dei tanti giochi che continuano a premiare i telespettatori più fortunati.

    Entusiasmo quindi all’interno del Teatro. Ma, fuori, non sono mancate le polemiche. Numerose infatti le persone che, pur avendo conquistato l’ambito biglietto dopo ore di attesa, si sono viste chiudere le porte con la giustificazione che tutti i posti erano già stati occupati.

    Ma, traendo le conclusioni della manifestazione, la bilancia è sembrata pendere decisamente dalla parte positiva: il Polesine è stato protagonista per una settimana, raggiungendo le case di milioni di italiani. Naturalmente i pochi scorci (a volte non privi di luoghi comuni) non sono stati sufficienti a dare un’immagine completa della complessa realtà della nostra terra, ma non sono mancati positivi riferimenti che hanno regalato a tutta la penisola interessanti storie ed immagini.

    La popolazione locale si è fatta conoscere per quello che è: gente aperta, spontanea, e soprattutto ospitale; questa l’impressione sottolineata da tutto lo staff: “Qui ho avuto il record degli inviti a cena” ha replicato Toto, “25 in una sola sera”.

    Ma c’è qualcun altro che, attraverso la trasmissione, è entrato nel cuore di grandi e piccini: parlo del pimpante Torototela, ovvero Giuliano Scaranello, l’ormai famoso dialettologo che, con un veneto colorito, ha allegramente recitato i proverbi.

    Questo simpatico personaggio, non è stato comunque l’unico a portare il nostro dialetto in TV. Elisabetta, infatti, ancora legatissima alle sue origini venete (come lei stessa ha sottolineato durante l’intervista), si è divertita di tanto in tanto, a rivolgersi al pubblico proprio nella sua lingua di provenienza.

    Betty, come è soprannominata, si è talvolta simpaticamente intrattenuta con gli spettatori, anche durante la pausa.

    “Qui a Rovigo ho trovato il pubblico ideale: è un misto di grande entusiasmo e grande attenzione. Purtroppo, spesso l’entusiasmo porta alla confusione. Invece i rodigini hanno capito qual era il momento per ridere e lasciarsi un po’ andare, e qual era quello per stare in silenzio”. Ma questa evidente disponibilità della Gardini verso il pubblico, è anche dettata da una propensione naturale: “A me piace molto la gente; ho un rapporto di grande curiosità verso il mio prossimo. L’avvicinare le persone mi dà la possibilità di arricchirmi della loro esperienza, di vedere attraverso occhi diversi, conoscendo punti di vista e comportamenti diversi. Tutto ciò mi affascina molto; è una specie di ricerca personale che porto avanti da quando ero bambina”.

    Insomma questa trasmissione sembra soddisfare prima di tutto loro, i presentatori. Anche Gigi è infatti della stessa opinione: “Piacere Rai Uno mi ha dato la possibilità di incontrare molte persone, quindi, mi sono certamente arricchito dal punto di vista umano. E poi – aggiunge sorridendo – adesso ho il vantaggio di conoscere ristoranti e alberghi di tutta Italia!”.

    Per concludere, l’opinione di Toto su Rovigo e i suoi abitanti: “Durante questa settimana ho trovato un pubblico con una grande dignità, semplice, ed entusiasta al punto giusto; dolcissimo. A me piacciono le facce pulite ed intense, ho davvero avuto un’ottima impressione dei rodigini. Io vivrei qui molto volentieri, perché questa, è una delle poche città a misura d’uomo, dove si può stare veramente bene”.

  • Un’archeologia che vive

    Un’archeologia che vive

    Sorto nell’Agosto del 1990 per iniziativa di alcuni amici dell’archeologia e di tutto ciò che si può considerare patrimonio culturale, il Gruppo Archeologico “F. A. Bocchi”, sezione del C.I.P.S.A.E. (Centro Polesano Studi Storici Archeologici Etnografici), conta oggi una cinquantina di soci ed è stato giuridicamente riconosciuto nell’ambito della legge sul volontariato.

    L’attività svolta mira soprattutto a sensibilizzare i cittadini di Adria e dintorni nei confronti di un patrimonio archeologico ed ambientale determinante nell’evoluzione storica e culturale del territorio.

    In particolare l’archeologia, disciplina umanistica e scientifica ad un tempo, spesso vincolata allo stereotipo di conoscenza esclusiva destinata a pochi dotti cultori della materia, viene proposta dal Gruppo Archeologico in una dimensione divulgativa e democratica: chiunque può interessarsi all’archeologia senza la pretesa di erigersi ad archeologo, dato che tutti noi siamo in grado di partecipare al fascino del misterioso nesso che lega il passato al presente. Così l’archeologia entra nelle nostre case con la naturalezza che le è dovuta e senza il limite di un’erudizione fine a se stessa.

    Ecco allora, che l’attività del Gruppo si sviluppa su due fronti: quello teorico che fornisce una base necessaria alla conoscenza, un imprescindibile sostrato di notizie storiche e tecniche che si concretizzano nell’attività di ricerca, in seminari di studio, conferenze pubbliche, predisposizione di materiale documentario da presentare nelle scuole; e quello pratico che vede impegnati i soci in prospezioni, rilevamenti e survey archeologico in determinate aree del territorio adriese, in visite guidate a mostre, musei, città, cantieri di scavo archeologico e, non ultima, in una costante collaborazione con il Museo Archeologico Nazionale di Adria.

    In tal modo, toccando con mano, indagando direttamente su civiltà che ci hanno preceduto, si diviene coscienti di esser parte di un illustre passato che ognuno ha il diritto-dovere di conoscere per una completa realizzazione del proprio essere che non è solo nel presente, ma ha le sue radici appunto nel passato.

    Svincolata così dal limbo della teoria, l’archeologia diventa parte di noi e lo dimostra il successo dell’intensa attività svolta dal Gruppo nell’anno trascorso che ha visto, tra le molte iniziative, anche la partecipazione diretta allo scavo di Via Spolverin di Bottrighe e l’impegno dei soci a collaborare attivamente con il Museo, affinché tutto il materiale fosse conservato, restaurato e quindi fatto conoscere al pubblico.

    Un momento di grande interesse si è registrato lo scorso 30 Novembre 1991, presso il succitato Museo, ove è stata esposta la tomba 70 della Necropoli. In quell’occasione oltre all’indiscutibile valore storico e archeologico del ritrovamento si è chiaramente notato l’entusiasmo del pubblico che gremiva la sala convegni del Museo.

    Nella curiosa attenzione di tanti volti affascinati, ho creduto di poter cogliere una soddisfazione di fondo, come se tutti noi presenti lì quella sera, stessimo assistendo al coronamento di un unico, comune progetto: aprire una nuova pagina di storia adriese.

  • Premio della bontà

    Premio della bontà

    Un premio costituisce sempre un riconoscimento gradito, tanto più piacevole quanto questo è inatteso. È quanto è capitato agli alunni della 3a A della Scuola Media “A. Mario” di Lendinara che, attraverso la cronaca stilata dalla loro rappresentante, Laura Bianchi, informano i nostri lettori della loro interessante esperienza a Roma ove è stato loro consegnato il premio della bontà “Livio Tempesta”.

    Con immensa sorpresa il giorno 30 ottobre 1991 il Preside, prof. Carlo Piatto, ci informava che la nostra classe, da lui segnalata al CNABS (Centro Nazionale Apostolato della Bontà nelle Scuole) aveva ottenuto il premio “Livio Tempesta”.

    Abbiamo accolto la notizia con molto entusiasmo, perché non pensavamo di poter vincere un premio di così grande importanza e valore.

    Il riconoscimento ci è stato attribuito per l’aiuto spontaneo che abbiamo offerto a Riccardo, un ragazzo svantaggiato (affetto da morbo di Down) della nostra classe, per fargli superare le difficoltà ed aiutarlo a crescere insieme a noi, considerandolo semplicemente un compagno di classe.

    Con molto entusiasmo ci predisponemmo per il viaggio a Roma, e devo dire che l’esperienza da noi vissuta è stata veramente fantastica.

    La mattina di lunedì 18 novembre siamo partiti con il Preside, gli insegnanti Ferlin, Quaiotti, Don Montorio e Boniolo e i nostri rispettivi genitori.

    Siamo arrivati nel centro di Roma alle 16.30 circa. Dopo una breve visita al Colosseo, ci siamo diretti verso l’albergo, lungo la via Flaminia.

    L’indomani, 19 novembre, è stato il giorno vero e proprio della premiazione.

    Dopo la messa all’Ara Coeli e l’offerta dell’olio per la lampada votiva della Bontà, siamo stati ricevuti in Campidoglio dal Presidente della CNABS e dal Sottosegretario alla P.I. on. Brocca, e abbiamo ricevuto l’attestato con tanto di medaglia.

    Siamo andati a pranzo in una scuola elementare costruita in ricordo di Livio Tempesta, esempio concreto di persona dedita alla solidarietà.

    Nel pomeriggio siamo stati ricevuti al Quirinale dallo stesso Presidente della Repubblica, on. Francesco Cossiga, che ci ha consegnato il premio.

    Mercoledì 20 siamo andati a visitare San Pietro e successivamente ci siamo recati all’incontro col pontefice in Sala Nervi, insieme a migliaia di persone da tutto il mondo.

    Nel pomeriggio siamo partiti per il ritorno. Siamo arrivati a Lendinara alle 23 circa.

    Il viaggio a Roma ha segnato per noi una delle tappe fondamentali della nostra vita. Speriamo che le nostre piccole azioni possono essere un esempio di come si possa aiutare il prossimo con semplicità.

  • Il Biribò

    Il Biribò

    “Cercava un nome Antonella, un nome per il Coro di bambini che stava inventando a Bottrighe. Biribò: ecco trovato il nome in una sera di settembre passeggiando lungo l’argine del Po, parlando di stelle, di piccole felicità, di sospese malinconie”.

    Così Bepi De Marzi, autore di molti canti popolari, trovò il nome che noi da mesi cercavamo.

    Il Coro nacque quasi per gioco, per caso. Una sera di gennaio del 1987, Antonella Pavan, insegnante di musica e già direttrice di un Coro Femminile, la maestra Renata Tomasi, ed il Consigliere Regionale dell'A.S.A.C. (Associazione per lo Sviluppo delle Attività Corali) Erminio Girardi, invitarono tutti i genitori dei bambini frequentanti la Scuola Elementare nella sala della Scuola materna del paese.

    C’era la possibilità di partecipare ad un Concorso di Voci Bianche a Padova e soltanto tre mesi di tempo per decidere, provare ed imparare alcuni canti a più voci, trovare una divisa uguale per tutti ed un luogo che ci ospitasse per le prove. “Quello che fu più difficile – ricorda Girardi – fu proprio convincere noi genitori che non era un gioco, ma un impegno da affrontare economicamente e moralmente.

    Fortunatamente si risolse tutto e in poco tempo. La Superiora Suor Serena mise a disposizione una sala riscaldata e un pianoforte; si riuscì a comperare una felpa e un paio di jeans uguali per tutti e a maggio, al Teatro Pollini di Padova, il Coro vinse il 1° premio regionale su trenta cori partecipanti.

    Da allora scomparvero tutti i dubbi: bisognava andare avanti. Con il nome Biribò si cominciò a partecipare a Rassegne Corali nella provincia, nel Veneto e poi… in tutta Italia.

    Nell’88 a Treviso e nell’89 a Mestre il coro vinse di nuovo il Concorso Regionale.

    Il gruppo vocale esordì poi nel Teatro Comunale di Adria cantando “Il coro dei monelli” nell’opera La Boheme di Puccini.

    Nel 1990 il Biribò ha cantato nella Basilica di S. Marco a Venezia in occasione di una S. Messa ripresa in diretta da RAI Uno, poi registrò sempre a Venezia al Palazzo Labia, per RAI 2 una trasmissione radiofonica.

    Nel 1991 ha inciso la prima musicassetta ‘Già cantai allegramente’, una raccolta di brani popolari e sacri, scritti e musicati dal M° Bepi De Marzi grande amico e sostenitore del Coro.

    Il Coro Biribò – S. Giovanni Bosco ha avuto così occasione di partecipare a Concerti sempre più lontano, dando anche la possibilità ai bambini di vedere diverse città: Gavardo (BS), Como, Perugia, Assisi, Bolzano.

    Poi Roma, dove il gruppo vocale, su segnalazione dell’ASAC come miglior coro della Regione Veneto, partecipò alla Vª Rassegna di musica contemporanea per Cori di Voci Bianche organizzato dal Centro Attività Musicali dell’Aureliano qualificandosi al I° posto tra i dieci cori provenienti da varie parti d’Italia, per la miglior interpretazione del brano d’obbligo. Così anche quest’anno il coro è già stato invitato di nuovo a Roma.

    Di recente il Coro è stato ospite anche della trasmissione televisiva “Piacere Rai Uno”, condotta da Toto Cotugno e Gigi Sabani.

    Ora i programmi sono molti, i bambini (alcuni ormai ragazzi) sono sempre più entusiasti, così pure la maestra Antonella Pavan, il Presidente Bordin Marino, tutto il direttivo e i genitori.

    Certo, più il Coro va avanti nella sua “carriera” più è difficile affrontare le spese, specialmente per chi non vuole avere uno sponsor.

    Non sono mancate le persone e gli enti sensibili a questa iniziativa culturale che ha lo scopo principale di far vivere a bambini e genitori una esperienza di gruppo che si è sempre rivelata stupenda.

    E con l’aiuto dell’Amministrazione Comunale (che ha messo a disposizione una Sede), prima grazie al sostegno dell’ on. Vittorio Sega ex-assessore alla Pubblica Istruzione ed ora del Sindaco Sandro Gino Spinello sono state superate notevoli difficoltà.

    Con queste parole il sindaco di Adria ha espresso il proprio compiacimento: “la tradizione corale ad Adria è antica, ma il Coro dei bambini di Bottrighe rappresenta qualcosa di speciale; un motivo di orgoglio per tutta Adria, sia per il livello che musicalmente esso ha raggiunto, sia per i giusti e meritati consensi. Il Coro rappresenta nella nostra realtà un momento artisticamente e culturalmente qualificante, di cui Adria va giustamente fiera”.

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