Alla fine fu l'alba. L’uomo sedeva immobile nella stanza, in maniche di camicia. Poteva avere dai cinquantacinque ai sessantacinque anni, aveva la barba lunga di due giorni e teneva lo sguardo immobile, fisso verso qualche punto non definito del pavimento. L’arredamento della stanza d’albergo di seconda categoria era scarno ma dignitoso, né signorile né monacale; il cappello ed il paltò erano appesi all’attaccapanni, una valigetta ventiquattr’ore stava aperta sul tavolo, la porta del bagno era aperta e la luce accesa all’interno. Nella penombra della stanza i suoi lineamenti non avevano alcunché di notevole, la espressione del viso vacua; due linee profonde partivano dai lati del naso leggermente aquilino e si spingevano fino alla bocca larga e sottile, le labbra appena increspate, appena contratte ora in quello che poteva sembrare un accenno di disappunto, un desiderio, in fondo legittimo, di vincere un torpore non consueto. Un bisogno di azione, di uscire in qualche modo da uno stato d’animo immobile, vergognosamente statico. Negli occhi nocciola brillava la luce fredda e perennemente perplessa dell’intelligenza; le mani, segnate da sottili vene azzurre, ed i polsi esili indicavano un’apparente estraneità a qualunque forma di attività manuale. Tuttavia difficilmente lo si sarebbe potuto scambiare per un ragioniere o un qualsiasi tranquillo uomo d’affari, padre di famiglia e discreto giocatore di borsa che innaffiava il giardino di sera, portava moglie e figli fuori nei week-end ed era in procinto di entrare in possesso del nuovo modello della FIAT.
Teneva i gomiti appoggiati sulle ginocchia; nell’osservare l’ora dall’orologio da polso sollevò il braccio e raddrizzò appena la schiena. La rete del letto ondeggiò senza che le molle emettessero il benché minimo cigolìo. D’un tratto si alzò, raggiunse il pacchetto, si accese una sigaretta, appoggiò il posacenere su di una sedia vicina al letto e tornò a sedere; sempre fissando quel particolare punto del pavimento tirò alcune boccate, si passò una mano fra i radi capelli grigi pettinati all’indietro e tornò a guardare l’orologio. Molto probabilmente aveva ancora del tempo; anzi, ne era quasi sicuro. Tuttavia tornò ad alzarsi, abbandonando la sigaretta appena iniziata nel posacenere sulla sedia; fisicamente non diceva un granché, era un uomo magro, appena al di sotto del metro e ottanta, con le spalle strette ed una strana aria di trasandatezza, di abbandono che affligge certe categorie di persone nei momenti in cui portano la cravatta. Posò la mano a sentire il calore del termosifone e fu quasi tentato di aprire le finestre, ma sapeva perfettamente che non ce n’era bisogno, e in fondo forse non gliene importava niente. Si diresse verso il bagno ed entrò; non si curò neppure di guardare la sua faccia riflessa nella cruda luce dello specchio mentre faceva scorrere l’acqua dal rubinetto. Si fece la barba macchinalmente, con quell’apparente distrazione, quella noia che nasce da una lunga, necessaria, irrinunciabile pratica; posò il rasoio di plastica blu, si rifece il nodo alla cravatta e si abbottonò i polsini della camicia. Poi spense la luce ed uscì chiudendosi la porta alle spalle.
La valigetta nera conteneva soprattutto documenti, un paio di floppy-disk da personal computer, effetti personali e qualche camicia. In un angolo si trovava una bottiglietta tascabile di brandy, ancora sigillata con l’etichetta del Monopolio di Stato e sotto le camicie una Beretta M34 con il caricatore; il caricatore di riserva con le sette cartucce calibro nove corto ACP stava in un altro angolo. In fondo quei documenti non valevano niente, non avrebbero detto loro niente che già non sapessero. Certo, personale esperto li avrebbe esaminati, vagliati, verificato le date, i luoghi, le connessioni; avrebbero inserito tutto nel computer, confrontato con le banche dati, i movimenti di frontiera, i traffici, le persone. Non ci avrebbero messo molto a mettere tutto insieme, a collegare quell’ultimo anello con tutto quanto già sapevano: Amsterdam, Francoforte, Roma, Nicosia, Beirut… molto semplice, persino per loro, quell’ultimo, stupido rompicapo. Avrebbero avuto quello che volevano, tutti quanti; dall’ultimo tirapiedi strafottente con la bocca ancora sporca di latte a quell’imbecille incompetente di Garrone. Si sarebbero buttati come avvoltoi, gli mancavano solo quei quattro fogli.
Si accese un’altra sigaretta dopo aver sistemato il posacenere sul tavolo, tolse il pacchetto di fogli ed i dischetti dalla valigetta e li posò davanti a sé, senza tuttavia decidersi a far nulla. Si alzò spostando la sedia e si diresse nuovamente verso la finestra; non c’era niente di particolare nel suo portamento, nel suo modo di camminare. Solo un curioso, appena accennato contrasto fra l’incedere sciolto unito a quell’annoiata, quasi beffarda indifferenza espressa dal suo sguardo e la posizione rigorosamente eretta, quasi rigida in cui teneva il busto. Quello non si stava dimostrando un inverno eccessivamente rigido; fu tentato di chiudere il calorifero ed aprire la finestra. Non fece nessuna delle due cose, non ce n’era bisogno; si massaggiò lento la nuca, si appoggiò al calorifero e lasciò, con le braccia conserte e la sigaretta penzolante dalle labbra, che un’altra indifferente manciata di minuti passasse, lenta e pesante come una tradotta militare. Dovevano aver organizzato le cose al solito modo: qualche stupido passante che leggeva distratto un giornale, un furgone parcheggiato lungo un marciapiede ed almeno un punto di osservazione dal palazzo di fronte. Forse si sarebbe trattato di un’irruzione, pistole in pugno e sguardi ansiosi, mani tese ad impedire che l’ultimo brandello di carta bruciasse nel cesso, che una mano nervosa portasse qualcosa ad una bocca; che in un ultimo disperato sussulto una capsula di cianuro gli si spezzasse tra i denti. Forse lo avrebbero aspettato al di fuori pensando dovesse ancora incontrare dei contatti, che un residuo di sicurezza, di amor proprio e vanità lo spingesse a credere di avere ancora una chance, di poter ancora una volta portare avanti i suoi piani. Di consegnare la sua Patria, legata e tremante, ancora una volta nelle mani dell’odiato nemico.
Tutto era assurdo, comicamente stupido, persino. Sapeva benissimo come sarebbe andata a finire, e sapeva anche a chi avevano affidato l’intera faccenda. Come al solito Garrone si era dimostrato privo di qualunque senso pratico ed incapace di valutare il personale; questo era tipico, non c’era da stupirsi. Non conosceva molto bene quell’uomo, per la verità; non ricordava di averlo incontrato più di un paio di volte, si era trattato di occasioni molto brevi, non si erano nemmeno parlati. Solo un accenno, un breve incrociarsi di sguardi, un accigliato e distratto guardarsi negli occhi da parte di persone che non hanno nessun motivo logico di interagire, di sprecare neppure il fiato per un saluto.
Ora quel motivo logico era stato trovato, forzato come un piolo quadrato in un buco rotondo; qualche burocrate, nel buio di un fetido ufficio in via Venti Settembre, aveva fatto tornare i suoi conti sulla carta. Già, sempre e soltanto sulla carta; il suo sguardo si posò sui fogli ordinati sul tavolo, anche quella era carta, anche quella avrebbe fatto tornare qualche conto. Lui era in fondo partecipe di quell’ansia, di quella mentalità minuziosa e metodica; anche lui era del mestiere. Lo era stato da sempre, fin da quando quei mentecatti inesperti che gli avevano sguinzagliato dietro avevano portato i pantaloni corti. Si era infiltrato a Cipro, era sbarcato clandestinamente a Beirut; aveva scambiato tranquille conversazioni con terroristi incappucciati in casolari di campagna nel nord della Germania, sotto gli sguardi impazienti di certi gentiluomini le cui dita accarezzavano nervose i grilletti di Kalashnikov carichi. Aveva osservato distrattamente anche se con una punta di ansiosa partecipazione, le aperture appena praticate a non più di una spanna dalla sua testa, nel muro di qualche palazzo del quartiere nord di Beirut, da una calibro cinquanta sistemata su qualche vecchia Chevrolet; mentre Garrone se ne stava a mangiare dolci di nascosto nel suo ufficio ed i suoi scagnozzi poltrivano ancora sui banchi di qualche università.
Andò a schiacciare con cura il mozzicone nel posacenere, si fermò vicino al tavolo e si guardò a lungo le mani aperte, gli occhi stanchi e la testa abbassata come in attesa della mannaia del boia; a che cosa sarebbe servito, se pure fosse stato possibile, provare a ricordare tutto quello che aveva portato a far sì che le cose stessero come stavano?
Che cosa aveva provato quella mattina di settembre di tanti anni prima, quando aveva alzato le mani con tutto il suo plotone di fronte ad un reparto motorizzato della Wehrmacht, su quella strada di campagna, il sole dietro gli alberi ed un vento leggero che accarezzava la campagna deserta. Forse qualcosa di simile a quello che stava provando in quello stesso momento? Uno dei soldati aveva appena raccontato qualcosa di divertente, una barzelletta forse. Stavano ridendo, stancamente, senza voglia, mentre se ne andavano allo sbando, quando si era sentito quel rumore sordo, ed i cingolati erano sbucati da dietro una curva a pietrificare quei sorrisi, a mescolare la stanchezza con paura, vergogna, frustrazione. Era di lì che avrebbe dovuto cominciare a ricordare, a spiegare, forse? Sarebbe riuscito, anche volendo, a spiegare ad uno qualsiasi di quei figli di papà quello che avevano provato in quei giorni lui ed i suoi soldati, ragazzi bresciani e bergamaschi, volonterosi e pieni di vita nonostante tutto, la maggior parte dei quali non era più tornata dalla Germania? Ma a che sarebbe servito anche solo provare, solo iniziare? Il silenzio, solamente il silenzio, appannato e greve come regnava in quella stanza d’albergo era il vero simbolo di quell’epoca paradossalmente chiassosa; il buio nelle coscienze rappresentava il reale, la tangibile controparte di tutte le insegne, le fanfare, i colori. Si sedette, ignorando ancora quei fogli, i due dischetti IBM e tutto il resto; raggiunse con la mano la bottiglia di brandy e quasi controvoglia scartò il sigillo e svitò il tappo.
Bevve un lungo sorso e per un istante gli parve di sentirsi meglio. Si rilassò un poco su quella sedia di legno chiaro, le labbra ancora contratte per il gusto forte della bevanda; d’accordo, andasse pure così, se quello era il modo. Ancora non gli riusciva di mettere a fuoco, di individuare con chiarezza il motivo, l’indizio che li aveva messi sull’avviso; ma in fondo sapeva bene che quell’indizio non esisteva, non era mai esistito. Era lui e solo lui, tutta la sua persona, il suo comportamento, che prima o poi avrebbe dovuto portarlo e lo aveva portato in quella situazione. La sua presenza in quella stanza ed in quel preciso momento era altrettanto necessaria quanto quella, da qualche parte là fuori, di un certo Enrico Sartori.
* * *
Non c’era molta gente in giro quel mattino. Gli autobus si avvicendavano sul piazzale della Stazione Termini senza badare alle partenzerombanti dei taxi, la gente passava distratta come sempre; un anziano signore portava ambiguamente a spasso un minuscolo cagnolino proteso alla fine del suo guinzaglio ad abbaiare una feroce sfida, ragazzini si annidavano sulle panchine fra gli alberi, i due uomini se ne stavano fermi davanti ad un’edicola con le mani nelle tasche dei giubbotti. Il più alto scorreva rapidamente i titoli dei paperback esposti in tre o quattro lingue, l’altro osservava la copertina di un giornale pornografico; tirava un po’ di vento ma non faceva per niente freddo, per essere gennaio.
“Che cosa stiamo aspettando?” chiese il più alto con una certa impazienza.
“L’altro lo guardò. “Niente in particolare”, rispose, “perché? Qualcosa non va?”
“Sono le dieci passate e ancora non ci decidiamo a muoverci”.
Sartori sembrava ascoltarlo molto distrattamente. “Potrebbe essere in attesa di qualcuno, oppure in procinto di uscire”.
“Sarà…”
“Del resto”, riprese Sartori, “non ci hanno ancora dato nessun segnale. Per quello che ne sappiamo è ancora là dentro che legge il giornale; o magari dorme”.
“Quello non dorme mai, te lo dico io”.
Gheduzzi era particolarmente nervoso quel giorno, ma il collega non ci badava. Si portarono fino al semaforo e restarono lì, in attesa, sul bordo del marciapiede, vicino a delle cartacce, una lattina schiacciata e due siringhe.
“E che cosa vuoi che stia facendo?” chiese mentre attraversavano, “non l’abbiamo ancora perso di vista un momento”. Il suo sguardo cadde su una ragazzina in motorino vestita di nero che aspettava, la espressione insofferente nascosta sotto la visiera del casco, che saltasse fuori il verde. “È arrivato l’altro ieri alle undici e mezzo di sera, in treno, è andato a piedi fino ad un albergo a due passi dalla stazione, dove evidentemente aveva prenotato, e di lì non si è più mosso. È sceso ieri mattina alle otto e cinque a fare colazione e a mezzogiorno si è fatto portare in camera dei panini e una birra. Di bagaglio aveva solo una ventiquattr’ore di pelle nera, portava un cappotto pepe e sale ed un cappello grigio; sappiamo che ha una prenotazione per questo pomeriggio sull’aereo per Atene. Adesso si trova nella sua stanza e non può fare un passo senza che noi ci mettiamo alle sue calcagna. Si può sapere secondo te cosa non quadra?”.
“Niente ha mai quadrato con quell’uomo, e tu lo sai benissimo”.
Sartori rallentò il passo e lo guardò; due ragazzini con gli occhiali da sole ed i giubbotti di cuoio chiacchieravano appoggiati alle motociclette, un vecchio con la barba lunga ed un cappotto stazzonato stava immobile vicino ad una vetrina guardando a terra, ed una grassa signora transitava con la sua borsa della spesa.
“Senti una cosa; vedi di calmarti e di lasciare che le cose vadano come devono andare. Tu non hai responsabilità in questa faccenda, lascia che sia io a prendere le mie decisioni”.
Camminarono in silenzio per qualche minuto.
“Sartori?”
“Sì?”
“Ti va di parlarne?”
Sartori camminava con le mani in tasca leggermente curvo in avanti, come se stesse tirando un forte vento contrario o stesse cercando qualcosa che aveva perso. “Che cosa vuoi sapere?”
“Com’è andata dall’inizio?”
“Che cosa vuol dire l’inizio? Vuoi dire il sessantaquattro?”
“No, non c’entra il sessantaquattro, lo sai bene. E nemmeno il settantatrè. È quest’ultima storia; com’è che gli si è rivolta fra le mani? Qualcuno lo voleva incastrare?”
Il collega si fermò vicino ad un lampione per lasciare passare un gruppetto di giapponesi. Conosceva il colonnello Fabbris di fama, sapeva di alcune missioni che gli erano state affidate, un paio o forse più di sporchi lavori ed anche un certo progetto a lungo termine che stava seguendo personalmente. Non gli aveva mai parlato, però. Certo, si erano incrociati un paio di volte lungo qualche corridoio sotterraneo in via Venti Settembre, e ognuno aveva proseguito per la sua strada. Sartori non lavorava per i militari, non aveva niente da fare laggiù; erano gli scambi, le collaborazioni, i progetti congiunti che ogni tanto lo portavano a Forte Braschi. No, in fondo non sapeva di nessuno in particolare che lo avesse voluto incastrare; non si preoccupava nemmeno del motivo per cui il colonnello avesse interpretato in chiave personale il concetto di discrezionalità e si fosse spinto troppo avanti, oltre il punto di non ritorno. I motivi, in fondo, erano sempre gli stessi.
“No, non c’è nessuno che lo vuole incastrare. Si è spinto troppo oltre, tutto qui; ha creduto di poter fare il suo gioco, in barba ai cervelloni del suo centro. I nostri amici libici se ne sono accorti forse ancora prima di lui ed hanno fatto in modo che non gli riuscisse più di sdebitarsi dei loro favori”.
“Vuol dire il traffico d’armi fra Beirut e quelli del gruppo di Klaus Winkler?”
“La faccenda delle armi non ha importanza. Non sappiamo ancora esattamente in che modo lo abbiano spinto a lavorare per loro, sta di fatto che è successo. Dì un po', hai organizzato tutto come si deve, i cambi e tutto il resto?”
“Sì, non ti preoccupare”.
“Va bene”.
“Ci portiamo in zona?”
“No, non ancora; prendiamoci un caffé”. Suonò quasi come un ordine, e come tale Gheduzzi lo prese.
Il baretto era angusto, poco più di un sottoscala; qualcuno aveva trovato il modo di piazzarci un jukebox, seduta accanto al quale stava una bionda ossigenata che doveva avere sui trentacinque anni per il semplice fatto di dimostrarne dieci di più. Sul tavolo si trovava la sua borsetta, un bicchiere di acqua e menta ed un portacenere con la pubblicità di un liquore, sul quale si reggeva in precario equilibrio una sigaretta col filtro sporco di rossetto. Il barista armeggiò dietro la macchina degli espressi come un pilota di linea nella cabina di un Boeing, i due bevvero in silenzio, Sartori pagò ed uscirono.
“Secondo te lui lo sa che l’abbiamo individuato?”
“Credo di sì”.
“E allora che cosa stiamo aspettando?”
Sartori sembrò quasi divertito per le ansie manifestate dal collega, o forse il sorriso contratto che gli era apparso in volto era dovuto solo al nervosismo. “Ti ripeto che potrebbe avere un appuntamento, forse è un’occasione per noi per saperne di più. Altrimenti, perché sarebbe venuto fin qui in treno, perché si sarebbe fermato due giorni in quell’albergo senza uscirne mai; perché continua a starsene là dentro senza dare segni di vita””. Rimase qualche istante in silenzio, quasi stupito dal senso di quelle sue ultime parole.
“D’accordo”, disse Gheduzzi, “sei tu che decidi”.
Sartori si fermò, lo guardò in faccia, poi posò lo sguardo sull’orologio. “E va bene, andiamo”.
* * *
Gli ultimi dubbi si dissiparono e la consapevolezza si fece strada nella sua mente come un doloroso risveglio, una cosa improvvisa, illogica, necessaria e sgradevole come una medicina. Fabbris si alzò con un sospiro dalla sedia e si diresse alla finestra, esitò un istante e girò la maniglia. Immediatamente dalle fessure delle imposte chiuse l’aria frizzante si diffuse nella stanza portando un ché di allegro, di insolito. Il fermo dell’imposta cedette a sua volta con un cigolìo ed i suoi occhi furono investiti dalla luce pallida del giorno; i rumori della strada sembrarono più forti, la stanza più squallida, i fogli posati sul tavolo inutili ed insignificanti. Chiuse la finestra e si allontanò da essa.
Meno di mezz’ora dopo un uomo con capelli e baffi neri passava per la strada sottostante con un soprabito leggero ed un giornale piegato nella mano sinistra; ondeggiava le braccia camminando e di tanto in tanto batteva leggermente il giornale contro la gamba, si guardava intorno calmo ed apparentemente interessato, almeno in parte, alle piccole scene che si svolgono lungo le strade e sui marciapiedi della capitale.
A volte il suo sguardo si posava su di una vetrina oppure osservava il buio anfratto celato dietro un portone socchiuso, e subito un mezzo sorriso, sensuale e vagamente divertito, appariva sulle sue labbra mentre si scusava con un gesto vago con il passante che aveva rischiato di urtare a causa della sua distrazione.
Quando si trovò di fronte ad un certo albergo che conosceva, il suo andare si fece più tranquillo, più vago; fece come per fermarsi, forse osservò con una certa punta di curiosità un furgone Bedford azzurro parcheggiato lungo il marciapiede accanto ad un negozio di articoli sportivi, sorrise a due ragazze in minigonna che gli passavano accanto e finalmente guardò in alto. La finestra aveva le imposte aperte.
Abbassò lo sguardo senza tradire segni di nervosismo e proseguì per la sua strada.
I due camminavano ancora in silenzio, con la stessa cadenza, come di chi sta andando alla stazione a prendere un treno che sa già arriverà in ritardo; il più alto misurava a grandi passi il percorso umido e sporco, storcendo qualche volta il naso, accanto alle auto parcheggiate malamente o a mucchi di rifiuti in borse di plastica abbandonate vicino a stracolmi contenitori con lo stemma dell’amministrazione comunale. Il suo sguardo ansioso ed impaziente si rivolse in direzione del collega, sempre silenzioso nel suo vecchio giubbotto, sempre con le mani in tasca e lo sguardo ostinatamente abbassato con quella sua espressione corrucciata e malcontenta.
Più di una volta fu sul punto di dire qualcosa, di sbottare in qualche recriminazione; ogni volta tacque, ogni volta riprese a concentrarsi sul cammino. Sartori non badava o sembrava non badare alla malcelata impazienza dell’altro; gli venne in mente una scena da ‘Uomini e topi’. In fondo la cosa poteva avere anche i suoi lati divertenti.
Gheduzzi notò quel mezzo sorriso, un sogghigno quasi, che era apparso per qualche secondo sul viso di Sartori; ne ebbe disagio, quasi certo si trattasse del frutto di un pensiero irriverente nei suoi confronti, di una presa in giro mentale, cupa e solitaria. Non disse nulla e continuò a camminare.
Una Ritmo viola li raggiunse e parcheggiò in terza fila lungo la strada. L’uomo che ne discese, magro con baffi neri ed orecchie a sventola, si guardò brevemente intorno e si diresse alla volta dei due.
“Abbiamo individuato il contatto”, disse a Sartori, che si era fermato e lo guardava.
“È sempre lui?”
“Sì, sempre lui.”
“Già. Filippo”.
C’era una larga storia da raccontare su Filippo, alias Edward, detto anche Yussuf, intimamente collegata a quella di Fabbris; anzi si poteva dire che era impossibile raccontare la storia dell’uno senza incidere profondamente nella vita dell’altro.
“Andiamo”, disse Sartori.
I tre uomini salirono sulla Ritmo, il motore fece udire il suo ruggito smorzato e l’auto si mosse.
In una comunicazione passata dai Servizi della Germania Occidentale nell’ottobre del 1979 si segnalava fra l’altro la presenza in quel periodo di Edward nella città di Francoforte; nessuno allora aveva collegato il fatto con la missione che Fabbris stava svolgendo nello stesso tempo laggiù. E nemmeno quando si trovava a Nicosia nel luglio dell’anno seguente e certe soffiate da parte degli egiziani parlarono in tono vago di un certo Yussuf, nessuno si accorse o volle accorgersi di niente. Il passo falso fu fatto proprio lì, a Roma; la foto che li raffigurava insieme era opaca e sfocata, però Fabbris vi era riconoscibilissimo ed il giovane di bell’aspetto che gli stava accanto aveva sembianze decisamente medio-orientali. Filippo, nome convenzionale per uno dei tanti contatti, probabile-possibile fonte di informazioni, uno studente in medicina un po’ indietro con gli esami, ben inserito nella comunità araba locale, amante dei viaggi e delle belle donne italiane, agiato economicamente e sempre pronto a sfoggiare una rispettabile cittadinanza giordana corredata di background familiare e sociale altrettanto rispettabile e verificabile.
Fu solo più tardi, quando indagini condotte su di un traffico di armi e droga portarono incidentalmente ad ipotizzare che Edward, Yussuf e Filippo potessero essere la stessa persona, che gli elettroni impazzirono nei microprocessori e le stampanti eruttarono i loro fogli a righine verdi e bianche carichi di accuse.
Dopo di allora non erano seguite che verifiche, nuove scoperte, connessioni, interpretazioni; i sospiri di sollievo di certi burocrati seduti a scrivanie in uffici situati al quinto piano di profondità nel sottosuolo e protetti da tutte le misure di sicurezza, annunciarono che vecchi conti cominciavano a quadrare, vecchie pratiche archiviate con punti interrogativi potevano essere riesumate. L’ingranaggio ricominciava a muoversi a pieno ritmo, carriere, che minacciavano di ristagnare, potevano rimettersi in marcia come automobili in fila ad un casello di autostrada.
“Gli hai messo qualcuno alle calcagna?” chiese all’uomo al volante.
“Se ne occupa Rafaggi con la sua squadra. Che cosa pensi di fare?”
“Vediamo dove va e poi magari prendiamolo.”
“Va bene.”
Sartori non sembrava per niente entusiasta di quella faccenda e nemmeno un’ipotesi di esasperata, impassibile professionalità da parte sua sarebbe servita a nascondere la sottile ed amara vena di disappunto che filtrava dai suoi occhi opachi. Il suo sguardo era perso, meditabondo mentre guardava fuori del finestrino senza vederle le variopinte strade di Roma che gli sfilavano davanti. Vedeva nella mente il paesaggio di una torrida estate padana, un ragazzino che si aggirava guardingo e grondante sudore fra le canne di un macero, incespicando di tanto in tanto sul terreno grigio e secco. Teneva in mano una lunga canna alla cui estremità pendeva, da un filo, un batuffolo tagliato da una vecchia calza, di colore scuro; il viso tradiva sofferenza per l’afa ed il gran caldo ed un’intensa concentrazione, cercava di muoversi senza cadere sul terreno aspro e di non far rumore muovendo la canna fra gli esili steli delle canne palustri ed i rami dei salici. Questo vedeva ora Sartori. Ed una rana, forse la più grossa dell’intero stagno, che sonnecchiava tra le ninfee e l’elodea, gli occhi rossi e sporgenti mezzi aperti e mezzi chiusi, come un grasso droghiere che rifà mentalmente i conti nella penombra della sua bottega prima della riapertura pomeridiana. Non sembrava molto grande, almeno all’inizio, l’interesse che manifestava per quel batuffolo nero che continuava a ballonzolarle davanti; ma con le rane non si poteva mai dire.
“Anche Fabbris ha mangiato la foglia, e forse da un pezzo,” disse d’un tratto. “Dovremo occuparci di lui.”
“In che modo?” chiese Gheduzzi.
“Lo arrestiamo e lo consegniamo al Centro Interrogatori, semplicemente.”
Di nuovo fu il silenzio; i tre uomini pensarono ciascuno ai fatti propri, mentre l’auto viola continuava a sfrecciare nel traffico.
E Sartori vedeva.
Vedeva il viso del ragazzino contrarsi, il polso farsi più fermo nella presa nonostante la tensione, il caldo, gli insetti che ronzavano. Pochi cerchi sulla superficie dell’acqua verdastra, l’accenno ad un rumore vago, leggero come l’attenzione che doveva essersi appena risvegliata; gli occhi sporgenti ed ottusi che valutavano svogliati l’opportunità di quella preda che si offriva, spensierata e saltellante, né troppo grande né troppo piccola. Un attimo di incertezza lungo quanto una risposta negativa. E poi, d’improvviso, il salto, la decisione che si fa tutt’uno con l’esecuzione, la rapidità della sorpresa e poi…
“Siamo arrivati,” disse l’autista.
“D’accordo, andiamo.”
Scesero dall’auto sbattendo le portiere; Gheduzzi si stirò il giubbotto e mosse con una smorfia la spalla sinistra, l’autista si sistemò la cravatta e Sartori gettò a terra la cicca, poi si guardarono negli occhi e si diressero verso l’ingresso dell’albergo.
All’interno della stanza l’atmosfera si era fatta greve, il posacenere era pieno e la bottiglietta tascabile quasi vuota stava solitaria al centro del tavolo; l’orizzontalità del liquido color ambra al suo interno sembrava l’unica cosa ancora certa, ancora rivestita di un sottile velo di affidabilità, di fiducia nelle leggi della materia. Null’altro era stato toccato. L’uomo stava in piedi al centro della stanza, aveva sbottonato i polsini della camicia e si era rimboccato le maniche fino a metà degli avambracci; teneva le mani in tasca e lo sguardo fisso a terra. Sentiva che qualcosa stava per avvenire, che una decisione a lungo covata che aveva fermato in qualche angolo della sua mente, si era finalmente messa in cammino ed aveva superato quasi tutti gli ostacoli. Adesso non rimaneva che un ultimo passo, un ultimo sforzo per squarciare la cortina divisoria e varcare i confini della consapevolezza. D’accordo, andasse pure così, se così doveva.
La luce perplessa nei suoi occhi si accentuò però per un secondo: era veramente la cosa giusta da fare? Era forse lo sviluppo logico, la conseguenza necessaria, che la commedia si fondesse ancora una volta con la tragedia, che il disastro muovesse a riso ed il ridicolo dovesse lasciare un sapore acre, amaro, danzando per l’ultima volta goffamente sulla scena come un vecchio buffone?
D’accordo, avrebbero avuto quello che volevano, un capro espiatorio, un catino in cui lavarsi le mani. Ma soprattutto, un tipico rappresentante di quella loro Italia di sempre, borbonica, corrotta e provincialista. Sì, era lui. Non poteva essere che lui. Ma non nel modo che avrebbero voluto loro.
Osservò di nuovo i documenti sul tavolo che non aveva più toccato, guardò con un certo disagio il letto sfatto ed aprì nuovamente la valigetta. Spostò le camicie, attento a non gualcirle, e prese la Beretta; alzò il cane e tirò leggermente indietro l’otturatore per verificare che il colpo fosse già in canna. Rimase ancora lì, in maniche di camicia nella luce pallida e spenta della stanza, con la pistola in mano, a guardare sempre quel punto del pavimento.
Poi entrò nel bagno, si sedette nella vasca, si portò con calma la pistola alla tempia e premette il grilletto.
* * *
Gli esperti erano intervenuti e si erano occupati di tutto. Come sempre.
“È stata una bella fortuna che si siano potuti recuperare quei documenti”, disse Gheduzzi.
Sartori si guardò nuovamente intorno per la stanza, finché il suo sguardo non si posò sulla bottiglietta al centro del tavolo.
“Già”, disse. Aveva quasi voglia di bersi l’ultimo sorso.
“Ma tu perché credi che non li abbia bruciati?”
“Non lo so. E poi, a che serviva, ormai?”
Gheduzzi rimase pensieroso. “Quelle carte sono molto importanti, te ne rendi conto?”
Sartori se ne rendeva conto, il merito del loro recupero sarebbe andato probabilmente a lui. Quei documenti sarebbero serviti forse a mettere in chiaro gli ultimi aspetti di quella faccenda; anche di loro si stavano occupando gli esperti. Compresi i dischetti IBM.
“Mi chiedo”, rifletté Gheduzzi, “che cosa sarebbe successo se ci fossimo decisi ad intervenire prima…”
“Credo che, anche se l’avessero interrogato per dei mesi, avrebbe potuto dire molto di più di quello che troveranno in quelle carte?”
“Be’, non lo so; però…”
“Però cosa”
“Non è giusto che sia finita così. Quell’uomo aveva delle precise responsabilità, avrebbe dovuto risponderne.”
“A chi?” Forse che le responsabilità di quelli che lo avrebbero giudicato sarebbero state minori delle sue? Sartori era sul punto di tagliare corto su quella conversazione; possibile che Gheduzzi fosse proprio l’idiota che sembrava? Possibile che non gli riuscisse di capire? Possibile che lui non l’avesse mai guardato negli occhi quell’uomo, da vivo?
Gheduzzi, sembrò capire e la piantò; cominciò a cincischiare con i pochi oggetti rimasti sul tavolo. E Sartori, lasciato a se stesso, vide.
Vide la grossa rana che mordeva l’esca e veniva trascinata con forza, la punta della canna che si piegava, le zampe spalancate in un volo semicircolare ed il brusco atterraggio sulla cruda asprezza del terreno. Il ragazzino vinceva un attimo di stordimemto mentre il batrace, ferito e disperato, manifestava la sua angoscia nel folle palpitare della gola. Era stato allora che il ragazzino di otto anni aveva lasciato la canna e si era gettato, le braccia protese in avanti, le dita contratte come un gatto, alla cattura di quelle chiazze verde in mezzo alle zolle riservate e secche, di un grigio lunare. La rana, benché stremata e ferita, aveva cominciato a saltare alla cieca tutto intorno, ferendosi ogni volta che atterrava, mentre il ragazzino la seguiva incespicando.
Un ragazzino appena su da terra, che voleva impadronirsi di quella, che era forse la rana più vecchia di tutto lo stagno. Con un ultimo disperato balzo, la rana fu oltre la barriera delle cannelle palustri ed un debole tonfo annunciò il suo rientro nel proprio ambiente di elezione, mentre il ragazzino inciampava in uno dei grossi sassi serviti un tempo per affondare la canapa.
Forse la rana sarebbe morta per le ferite, ma lui non l’avrebbe avuta, mai.
Di nuovo Sartori guardò il collega, che sembrava in qualche modo ora mortificato; se solo gli fosse riuscito di capire. Che quello che avevano appena finito di rimuovere dalla vasca da bagno rappresentava la loro pensione, il ringraziamento, la fanfara che potevano aspettare un giorno, quando qualche burocrate avrebbe forse deciso, per far quadrare qualche conto, di inventarsi un perdente, un simbolo del male responsabile di tutti gli errori, la malafede, i morti e la corruzione; la cui punizione avrebbe purificato e tranquillizzato le coscienze di tutti.
Batté una mano sulla spalla dell’altro. “Andiamoci a bere qualcosa di forte”.
Uscirono e chiusero la porta, lasciando che all’interno le ultime formalità venissero espletate. E quello che restava, dopo tutto, era solo quello. Quel tacito cambio della guardia, quel guardarsi per un attimo negli occhi da parte di due animali di specie diverse, che forse si erano scambiati qualcosa prima di continuare ognuno per i fatti propri.
Alla fine si ritrovarono in strada. “In fondo non è poi una giornata così brutta, non trovi?” chiese Sartori.
E per la prima volta in quel giorno, Gheduzzi lo guardò e sorrise.