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UN RICORDO

Franco e i giovani di Lendinara

Un ricordo di Franco Pavan e della sua originale scuola in riva all’Adigetto

di Paolo Celin

Ventaglio Novanta n. 18 1998 pp. 88–92

Qualche anno fa esisteva a Lendinara una scuola, o meglio una iniziativa culturale da dove prima o poi tutti i giovani del paese passavano, chi per gravi demeriti scolastici, chi per rinforzarsi le ossa in qualche materia. Era un luogo situato in un antico edificio, già convento dei Frati cappuccini, già Real Regia Gendarmeria, posto lungo le rive dell'Adigetto nella attuale Riviera del Popolo, all'ombra di tigli secolari. Era il tempo in cui ancora si portava qualche materia a settembre, il tempo degli esami di riparazione. Il periodo nel quale più che mai era bello stare in compagnia ed in amicizia con tanti altri sventurati come te.

Fu così che anch'io alla fine degli anni sessanta entrai in quella casa e conobbi per la prima volta quello che divenne un caro vecchio amico di famiglia: Franco Pavan, per gli amici, anzi per tutti Franco e basta.

Di recente in TV ho visto l'esperienza di Don Milani; lungi da me paragonare Don Milani al caro Franco, comunque indubbiamente una cosa li accomunava, l'amore per la cultura e per l'insegnamento, l'amore per i giovani, e soprattutto per quello strano modo d'inventarsi la vita giorno dopo giorno senza tante pretese, compiendo a volte anche inconsciamente la propria missione.

Quanti ragazzi e ragazze, speranze d'uomo e di donna ho visto passarmi accanto in quel luogo in quegli anni, grazie alle mie difficoltà con il "latinorum". Quanti di quei giovani, passati per quella casa oggi ricoprono ruoli importanti nella nostra società: Medici, Avvocati, Dentisti, Professori, Direttori di Banca, Insegnanti Universitari, Industriali.

Franco era un punto d'incontro, la sua casa un luogo dove scambiare esperienze e dove forse anche studiare. Com'è possibile che tutti si siano dimenticati dell' aiuto sincero e onesto di Franco? Nei momenti di bisogno era lì sempre pronto, con i suoi rimproveri, ma più spesso con i suoi consigli. Anche alle cinque del mattino per un ripasso veloce prima del compito di matematica.

Egli era sempre disponibile, un Signor professore capace di far passare nelle nostre teste concetti strani e difficili, ma forse ancor prima un importante maestro di vita.

Impossibile dimenticare i pomeriggi passati al mitico tavolo nella stanza dove Franco proponeva le sue lezioni. Arrivavi d'inverno così come d'estate, la bici appoggiata assieme ad altre dieci ad un tiglio lungo il canale, poi su dagli scalini dentro la comune, via nel corridoio la prima stanzetta a destra. Era lì che trovavi Franco, con altri dieci giovani, immersi in una spessa coltre di fumo che accompagnava sempre il docente, intenti ognuno a svolgere le proprie incombenze scolastiche.

Era una stanzetta tre metri per quattro, illuminata da due finestre con vista sulla strada e sul canale, una serie di stampe ingiallite alle pareti, senza tante pretese, giuste per il luogo dov'erano appese. Ne ricordo una in particolare raffigurante una Lady Tudor in costume dell'epoca con tanto di didascalia in Inglese.

I primi anni il riscaldamento era assicurato da una possente stufa economica, affiancata da una cassetta della legna di scorta, andata poi in pensione e sostituita da una più piccola e moderna a kerosene. Nonostante ciò la vecchia stufa era rimasta lì, in un angolo, anch'essa ricoperta da una gran quantità di libri.

Oltre a questa libreria sui generis, ce n'erano due di legno piccole, a destra e sinistra della porta d'ingresso, e un tavolo grande da 12 o 15 posti, coperto da una tovaglia verde bordata da una greca gialla, con tanti, tanti libri nel mezzo quasi a formare una parete divisoria tra le varie postazioni di studio di chi era seduto a destra o a sinistra del tavolo su sedie di varia foggia e dimensione.

Franco aveva una sua poltroncina a capotavola, lì correggeva i compiti di casa, lì stava seduto spesso ininterrottamente ore ed ore, sempre disponibile e di buon umore, avvolto nella immancabile nube di nebbia provocata dal fumo di tante e tante sigarette, senza dubbio troppe.

Per capire però com'era quella pluriclasse, basta spendere qualche altra parola sulla tovaglia che ricopriva il tavolo. Essa era tutta coperta da annotazioni a penna, di scritte, di messaggi, di formule, di appunti e ancor di più da tutte quelle cose più o meno sconce che da sempre gli studenti disegnano un po' dappertutto; antesignani dei murales giovanili che oggi ricoprono le mura e non solo delle nostre città.

Non so per quanti giorni potesse durare senza scritte quella tovaglia tra un lavaggio e l'altro, spesso però era lo stesso Franco che, in mancanza di carta, piuttosto che scrivere su un libro per un appunto veloce faceva di suo pungno qualche annotazione sulla tovaglia o più spesso sulla parte bianca degli immancabili pacchetti di sigarette che stazionavano in attesa di utilizzo.

La sua immancabile penna rossa tracciava cerchi, ellissi, sottolineature scriveva in latino così come in inglese o meglio in italiano, sputava formule fisiche e risolveva equazioni di primo secondo e terzo grado.

Mi sembra di vederlo con i pantaloni di velluto e i suoi due maglioni dei quali uno alla "dolce vita", la barba incolta di tre giorni, i capelli al vento, seduto a far lezione, ora di latino, ora d'inglese, ora d'italiano, più spesso di matematica e fisica. Non esisteva programma scolastico dalla prima media alla quinta liceo che non conoscesse e non praticasse. Spesso perfino studenti universitari venivano lì a colmare qualche lacuna prima di affrontare l'esame, il metodo-non-metodo di

Franco era buono per tutti. Due ore da Franco ti davano la tranquillità per affrontare qualsiasi ostacolo scolastico.

Mi chiedo ora, a distanza di anni, se Franco fosse, anziché un insegnante, uno psicologo che applicava su di noi le sue teorie atte ad infondere in noi quella sicurezza che assai spesso manca ai giovani studenti. Sempre più spesso però, specialmente negli ultimi periodi, in alcune materie tecniche, così come fece con me, si avvaleva di collaboratori. Io ebbi la fortuna di insegnare dopo il diploma in quella stanzetta al suo fianco Ragioneria e tecnica bancaria, trascorrendo così ancora un po' di tempo in quel punto d'incontro della gioventù studentesca del mio paese. Quante conoscenze si facevano in quella casa, quante amicizie!

Spesso Franco dava dei soprannomi ad alcuni ragazzi e ragazze, giusto per simpatia. Ne ricordo un paio senza offesa per nessuno, – Stracabucalossi – Giovanin bea tega – Merzario – Memo – Don Vito – Toni – Cielitolindo – la Mora – la Bionda – tutti studenti oggi padri e madri di famiglia.

È forse il tempo ormai passato che ha sbiadito o cancellato le tensioni, le paure degli esami, le tante paure ingiustificate di quei giorni e che ha lasciato ora solo in me il ricordo positivo di quei tempi duri ma felici trascorsi in quella fantastica e sempre diversa pluriclasse.

Quanti sarebbero gli aneddoti da raccontare, forse le pagine di un libro non basterebbero. Quante le personalità che in quel crocevia d'umanità si sono incontrate, quante strade diverse si sono intersecate! Ecco perché sono orgoglioso d'aver conosciuto e d'aver lavorato con Franco, tanto che, a mio avviso, queste poche righe sono solo una modestissima testimonianza. Spero però che questo sia servito ed abbia fatto rivivere nei cuori di tutti coloro che l'hanno conosciuto la sua quasi scuola, e quei giorni felici. E, per Franco che ci ha lasciati, vale certamente quanto scrisse T. Campbell "Vivere nei cuori di chi lasciamo dietro di noi, non è morire".

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Come citare questo articolo

Paolo Celin. “Franco e i giovani di Lendinara”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/franco-e-i-giovani-di-lendinara/

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