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Archivi: Articoli d’archivio

  • La bomba

    La bomba

    Le giornate erano eccezionalmente calde: la piovosa Londra, stava regalando un agosto di sole intenso, che aveva permesso di dimenticare nella valigia ombrelli e maglioni. Quella mattina, piacevolmente stupita dal persistere di un'estate tipicamente mediterranea, decisi di “tradire” chiese e musei, per rilassarmi in riva al mare lasciandomi accarezzare dai raggi caldi del sole. Avrei preso la metropolitana, partendo come ogni giorno da Notting Hill Gate e, una volta a Victoria (la stazione ferroviaria), mi sarei diretta a Brighton.

    Lasciai quindi il college incamminandomi verso “l'underground”. Dopo pochi minuti di attesa, giunse il treno che mi avrebbe portata a Victoria.

    Non appena le porte si aprirono, entrai facendo una breve pausa prima di prendere posto: notai nel vagone due turisti tedeschi, una ragazza assorta nella lettura di un libro, un signore con un giornale in mano e, al lato opposto, un vecchio dall'aspetto molto trasandato che, dormendo, occupava quattro poltroncine.

    Decisi di sedermi tra la coppietta e l'inglesina, mentre un uomo che era salito con me, dopo aver scrutato accuratamente la situazione, optò per il sedile di fianco ai piedi del vecchio; dall'altro lato, il posto rimase libero.

    Le porte si richiusero, e io cominciai ad osservare quest'uomo che sedeva esattamente di fronte a me. Aveva un'aria che m'incuriosiva molto: era una persona di mezza età, con qualche capello bianco e dei grossi baffi grigi; indossava giacca e cravatta, ma teneva in mano una valigetta che pareva essere molto vecchia e completamente fuori moda. Sembrava di compensato: era molto rigida, ma non troppo solida perché rovinata dall'uso; il legno appariva graffiato e portava segni visibilmente profondi.

    Subito balzava agli occhi l'evidente contrasto tra la figura maschile dall'aspetto distinto ed elegante, e la piccola valigia squinternata che reggeva sulle ginocchia. Nessuno si curava di lui: il vecchio dormiva, i due tedeschi consultavano una guida turistica, la ragazza era assorta nel suo libro, e l'ultimo passeggero del vagone, era alle prese con le notizie del giorno. Così, decisi di lasciarmi andare e, seguendo l'andatura regolare del treno, fui in procinto di assopirmi.

    Ma gli strani movimenti dell'uomo coi baffi, che mi sedeva di fronte, non mi permisero di prendere sonno. Egli aprì la singolare valigetta, e cominciò ad estrarre tutto ciò che vi era contenuto, appoggiando con cura sul sedile in fianco a lui, agende, penne, riviste, e molti altri oggetti che venivano sistematicamente accatastati. Avevamo superato High Street Kensington. Quando egli si accorse che stavamo per giungere a Gloucester Road ripose frettolosamente ogni cosa al suo posto; all'aprirsi delle porte scese velocemente sparendo tra la folla. Anche gli altri passeggeri se ne andrarono, e io rimasi sola col vecchio che continuava a dormire profondamente. Ancora tre fermate e sarei arrivata alla stazione ferroviaria.

    Ormai il sonno se n'era andato completamente, così iniziai a guardarmi attorno. Notai con sorpresa che nel sedile dove l'uomo coi baffi aveva posto tutti i suoi effetti, era rimasta una scatola nera. Pensai che probabilmente l'avesse dimentica per la fretta; oppure era vuota e, non sapendo che farsene, l'aveva abbandonata in treno. Trascurando tale oggetto, continuai a far ruotare lo sguardo leggendo le pubblicità affisse e cercando di cogliere la traduzione italiana dei giochi di parole impiegati. Successivamente mi trovai a leggere il cartello “vietato fumare” e, rattristata, mi resi conto di dover escogitare in fretta un altro passatempo perché le scritte contenute nel vagone, stavano per esaurirsi.

    Era rimasto un ultimo cartello che si trovava ben in vista proprio sopra alla porta, a cui però non avevo prestato attenzione. Non conoscevo la traduzione di tutte le parole, ma ne capii perfettamente il senso generale: diceva che se si avvistavano pacchi sospetti, bisognava avvertire immediatamente il macchinista, perché questi potevano contenere materiale esplosivo.

    Pensai subito ai ripetuti attentati dell'I.R.A. Il mio sguardo slittò immediatamente su quella scatoletta nera che mi stava di fronte e sballottava assecondando l'andatura del treno. Mi ritornò in mente l'uomo che mi aveva colpita per il suo insolito modo di fare, la valigetta che non gli si addiceva, l'inusuale azione di porre tutto sul sedile, la frettolosa “inversione di marcia”, il precipitarsi fuori alla prima fermata incontrata, ed infine la scatola nera che era rimasta misteriosamente nel vagone, e che giaceva ora davanti ai miei occhi.

    Tutto combaciava: quell'uomo aveva agito così stranamente, per avere il pretesto di “perdere” qualcosa, che in quel momento non seppi catalogare in alto modo che in una bomba.

    Era la prima volta che mi sentivo tanto vicina alla morte; sapevo che ogni minuto poteva essere l'ultimo. In pochi secondi fui in preda al panico, ma lottavo disperatamente con me stessa per reprimere la paura.

    Se avessi avvertito qualcuno e si fosse scoperto che si trattava di un banale equivoco, mi sarei resa ridicola agli occhi di tutti, ed avrei creato un'inutile perdita di tempo dannosa a molti passeggeri. Se però quella era realmente una bomba, avrei salvato la vita ad un centinaio di persone, cominciando dalla mia. Oppure esisteva una terza soluzione: scendere alla fermata successiva di Sloane Square, e tornare al college in autobus, sperando di avere a disposizione il tempo sufficiente per allontanarmi prima dell'esplosione.

    Ma in questo caso, avrei mai cancellato dalla mia coscienza il rimorso? Per colpa del mio silenzio, in quei bui viali sotterranei, si sarebbe forse consumata una tragedia. La scelta era difficile; maledivo Londra, ed odiavo il sole che mi aveva spinta verso Brighton. Rabbia e disperazione si agglomeravano dentro di me e ne trattenevo a fatica lo scoppio.

    Quando infine mi resi conto di non poter più domare la paura, decisi di coinvolgere nella delicata faccenda il mio anziano compagno. Lo svegliai, e mi impegnai a spiegargli in inglese quale fosse il mio problema. Il vecchio mi ascoltava senza rispondere; corrugava la fronte come se non mi capisse e ogni tanto sorrideva dando segno di non cogliere assolutamente la gravità della situazione. Solo alla fine del mio lungo discorso, capii dalla sua reazione che era ubriaco. L'uomo si alzò e, urlando e sghignazzando, si sbizzarrì in una sequela di frasi incomprensibili, nelle quali potevo afferrare solo qualche parola: “A bomb? Wonderful!”.

    Incredula, non potevo capire cosa potesse trovare di tanto meraviglioso in una bomba, decisi di correre ad avvertire il macchinista prima che fosse troppo tardi, ma il vecchio mi trattenne stringendomi per un braccio. Allungò una mano verso la scatola; sapevo che non si rendeva conto del pericolo a cui andava incontro. Urlai per fermarlo, ma, in preda all'angoscia, la mia mente sembrava aver cancellato il 'vocabolario' inglese e non riuscii a reperire neppure una delle parole che mi potessero essere utili in quel momento. L'ultima cosa che ricordo di quella situazione fu il vecchio ubriaco che, ridendo, afferrò la scatola nera; poi, mi risvegliai all'ospedale.

    Non appena fui lucida chiesi se fosse scoppiata la bomba. “Bomba?” si stupì il medico che mi aveva curata. “Lei è stata trovata in metropolitana svenuta, e un vecchio signore ha dato l'allarme!” mi spiegò.

    “Ma… la scatola?” chiesi non riuscendo a ricostruire l'accaduto.

    “Quell'uomo ha lasciato qui una scatola nera. Ha detto che, a quanto gli era sembrato, lei ci teneva particolarmente, così si è raccomandato che gliela recapitassimo”.

    “L'ha lasciata qui?!” chiesi confusa.

    “Certo, eccola!” rispose allungando un braccio.

    La guardai con stupore, era proprio lei, la bomba della metropolitana che tanto mi aveva terrorizzata. Aprii delicatamente la scatoletta, ancora impaurita per le eventuali conseguenze che poteva provocare.

    Nel vedere il contenuto arrossii violentemente, in preda ad un indescrivibile imbarazzo. “Calzini!” eslamai incredula, comprendendo finalmente tutto ciò che era successo.

    “Che stupida, svenire per tre paia di calzini nuovi!” rimuginavo in silenzio sperando che nessuno avesse ricostruito i fatti. Poi, ripensando alla traumatizzante esperienza, mi accorsi di quanto la vita fosse bella ed importante.

    Appena mi ripresi dallo shock, vedendo il sole filtrare attraverso i vetri, ripensai a Brighton: “Niente di perso!” mi dissi; e rimandai l'escursione al mattino seguente, sperando che Londra mi regalasse un'altra caldissima giornata mediterranea.

  • Il mio incontro con la narrativa

    Il mio incontro con la narrativa

    Ventenne, è nata nell'aprile del 1971. Viviana Segantin esordisce nel mondo della narrativa con i racconti che pubblichiamo di seguito. Avendo “respirato” aria di giornalismo fin dall'infanzia, ha iniziato a proporre episodiche collaborazioni a vari giornali già durante i primi anni dell'adolescenza.

    Ottenuta la maturità in lingue (inglese, francese e tedesco) presso l'Istituto “Einaudi” di Badia Polesine, attualmente frequenta il corso di laurea in lingue e letterature straniere moderne presso l'Università degli Studi di Padova.

    Ci incontriamo con la giovanissima autrice per una breve intervista.

    Come è nato il suo incontro con la narrativa?"

    “Mi è sempre piaciuto esprimermi scrivendo; pensi che già a sette anni teveno una fittissima ‘rete’ di corrispondenza con le amichette! Questo per me è un modo non solo per mettermi in contatto con gli altri, ma anche per esplorare la mia interiorità. Lo scorso anno, il giorno successivo all’esame di maturità, terminato l’impegno che mi aveva a lungo assillata, mi sono sentita improvvisamente libera e disponibile con me stessa, ed è nato il primo racconto dal titolo “Una notizia inaspettata”. La cosa mi ha gratificato e ho pensato di continuare questo incontro con la narrativa, scrivendo nei mesi successivi altre novelle”.

    Si tratta di un puro hobby o vede qualcosa di più in questa sua attività?

    “L’impegno fondamentale di questi anni è indubbiamente rivolto agli studi, ma non voglio trascurare del tutto l’esperienza giornalistica e di narratrice; quello che attualmente, per forza di cose, resta un hobby, spero diventerà in futuro qualcosa di più. Per ora il mio sogno sarebbe quello di raccogliere tutti i miei racconti in un libro… ma non è così facile!”

    Secondo lei i giovani sono buoni lettori?

    “Purtroppo non tutti i giovani sono buoni lettori, ma è una cosa abbastanza comprensibile: io vivo nel mondo universitario, caratterizzato dall'assillo dell'esame, per cui posso dire che il rapporto col libro da parte dei miei coetanei e colleghi di studi è quasi completamente caratterizzato dai testi scolastici. Spesso, dopo una giornata passata sui libri, si cercano altri tipi di svago. La lettura disinteressata è forse un beneficio riservato a quanti hanno completato gli impegni di studio, o concesso agli studenti nei periodi di maggior rilassamento e tempo libero (non certo in prossimità di un esame)”.

  • Il re e la bianca luna

    Il re e la bianca luna

    C’era una volta un re, era buono, voleva bene alla sua gente e l’aiutava sempre. Nel suo regno governava la pace e nessuno conosceva l’odio e la cattiveria: tutti erano felici in quei luoghi pieni di boschi, di animali, di estese terre coltivate, irrigate da fiumi e ruscelli rigogliosi di vita.

    Il re aveva un segreto, un segreto che teneva solo per sé: era innamorato della luna, della bianca luna.

    Nessuno lo sapeva e in questo il re era facilitato perché incontrava la luna e parlava con lei sempre di notte, quando nessuno poteva vederlo; quando, togliendo la sua corona e il suo mantello, si sentiva più uomo, come tutti gli altri.

    E la luna per lui cambiava di tanto in tanto vestito e trucco: spesso era bianca, chiara, delicata come la seta; a volte metteva un vestito o rosa o arancio o addirittura rosso. Quando per qualche sera si vestiva di nero il re era triste perché non riusciva a vederla nel buio della notte; era triste anche quando le nuvole o le nebbie del lungo inverno ne celavano il volto assieme a quello delle più fedeli compagne: le stelle.

    Il re parlava con lei, scherzava anche quando riusciva ad accarezzarla riflessa nell’acqua tremante del fiume o in quella calma del lago vicino al suo palazzo.

    Una sera, una meravigliosa sera di primavera, parlava alla luna bianca nel cielo sulla sponda del lago dove, riflettendosi nel centro, illuminava con la scia gli occhi del re. Parlava come sempre… ma lo sentirono le rane che incuriosite gli chiesero: “Re, nostro sire, con chi stai parlando? Non c’è nessuno vicino a te!”.

    Il re sorrise e, avuta la promessa dalle rane che non avrebbero riferito nulla ad altri, raccontò loro del suo amore.

    Le rane capirono che non solo i poeti possono innamorarsi della luna, ma anche gli uomini, solo quelli buoni, solo quelli che sanno sognare, che credono nella vita. Rassicurarono il re:

    “Sei tanto buono!, non possiamo farti alcun torto… questo sarà ora un segreto anche per noi!”.

    Il re era anche tanto timido, ma quella notte volle farsi coraggio: decise di baciare la luna.

    Prese, pertanto, la barca del pescatore legata alla riva e remando si portò al centro del lago, nel punto in cui la sua bianca luna si specchiava.

    Si inginocchiò, si sporse dalla fiancata della barca, stava sfiorando con la bocca l’acqua illuminata dagli occhi di perla della luna… ma, ohimé, la barca si capovolse e…

    Il re si trovò quasi subito in un mondo fantastico, indescrivibile, impossibile anche da immaginare…

    Dio gli disse:

    “Sei stato imprudente!… hai rischiato troppo… ma hai dalla tua parte una vita onesta, corretta. Dimmi: dove vuoi andare? Quale parte del mio regno vuoi abitare?”.

    “Sulla luna, se è possibile!”

    “Mi chiedi troppo – disse Dio – ma ti voglio accontentare anche se in parte. Il tuo posto è qui… ma ti concedo di andare sulla luna due volte ogni 28 giorni, quando la luna mostra alla terra la sua falce più esile… Vedi, sarà più comodo anche per te, perché così potrai adagiarti come tu fossi in una grande barca, quasi un veliero, e con lei, la luna, vagare nel cielo per tutta la notte.

    E così fu.

    Le rane del lago nel frattempo cercavano disperatamente il re; non vedendolo presero a chiamarlo: “re… re… re… re”, fecero alcune, poi altre: “re… re… re…” Poi tutte: “re… re… re… re… re… re re re re re.” Lo chiamarono incessantemente per tutta la notte: “re re re re re re re re”.

    Ne nacque un concerto che ancora continua nelle notti di primavera: è la serenata che tutte le rane rivolgono alla luna per ricordarle l’amore del suo re.

  • Verso i lidi dei sette mari

    Verso i lidi dei sette mari

    È un tiepido giorno di aprile dell'anno 741 ab Urbe condita. Siamo agli albori dell'impero romano: da 17 anni Augusto governa la sensibile espansione territoriale di Roma¹.

    Una nave, una cosiddetta sutilis navis² sta percorrendo sottocosta l'Adriatico, là dove l'Eridano diramandosi forma suggestivi apparati deltizi tra lidi, valli, boschi.

    Il natante, lungo 85 piedi, per una larghezza massima di 20, ha il fondo quasi piatto; è adatto per il cabotaggio marittimo ed anche per la navigazione interna fluviale. Zavorrato nella stiva con ghiaie, trasporta oltre 100 lingotti di piombo, dalle 60 alle 127 libbre l'uno³, provenienti dalle miniere iberiche di proprietà di Marcus Agrippa, genero di Augusto. Il carico comprende anche una trentina di tronchi di bosco, lunghi tutti poco più di un passo, accatastati in due parti e coperti da stuoie: sono destinati a valenti artigiani per farne piccole statue e decorazioni. Nella stiva abbondano anche le anfore, contenenti vino pregiato delle isole greche, olio, salse a base di pesce, olive, miele e altre derrate alimentari, come attestano le scritte impresse su alcune di esse. Oltre all'occorrente per la vita di bordo, come vassoi, piatti, tegami, scodelle, bicchieri, brocche, mestoli, cesti in vimini, lucerne, tra la merce vi sono raffinati tempietti votivi fusi in piombo, da appendere nei larari domestici di benestanti famiglie della Padania.

    Siamo in aprile, come detto, e questa nave, di nome Fortuna maris, è diretta al non distante scalo portuale di Hadriani: ancora il tempo di due giorni di navigazione, forse meno se i venti saranno favorevoli⁴.

    Ai marinai, Blandius (il comandante), Priscus, Placidus, Hymnus, Cnaeus, si sono aggiunti due passeggeri a Ravenna: Ancharius e Servilia. Lui è un valido agrimensore, un tecnico che ha l'incarico di esaminare e rilevare parte dell'agro adriese per progettarvi una estesa centuriazione, compito arduo se si considerano i problemi ambientali legati alle diramazioni del Po in prossimità della foce⁵. Porta con sé la sua giovane compagna, una schiava alla quale è riuscito a concedere la libertà. Ci sono anche Apicius ed Evaristus, il primo da qualche anno commerciante di cavalli e animali da traino, l'altro proprietario di avviate fornaci di laterizi poste lungo il Volano.

    L'equipaggio ha consumato il pasto come al solito a poppa, attorno ad un fuoco delimitato da pietre refrattarie, ha mangiato carne fresca di maiale integrata con pesce catturato in mattinata e cotto su una graticola. Gli avanzi del pasto hanno fatto felice anche il cane di bordo. Le scorte di viveri sono ancora abbondanti: carne salata di ovini e bovini, quarti di maiale, acquistati da poco, ma anche pollame, molluschi e non manca certo il pesce.

    Il cibo di Hymnus è stato sistemato nello scaldavivande, essendo impegnato nel turno al timone che non ha potuto abbandonare per il vento ultimamente più intenso, a vantaggio comunque della navigazione.

    Tutto procede regolarmente, la nave scivola a gonfie vele…

    Ma Blandius non si sente tranquillo, l'esperienza gli fa percepire l'arrivo di un temporale, di quelli improvvisi che caratterizzano la primavera… è all'erta fino a quando nota all'orizzonte il profilarsi della minaccia: un'esile, ma ostile fascia scura tra mare e cielo…

    Gli uomini si preparano, come in altre simili occasioni, ad affrontare la burrasca, provvedendo al riparo di quanto si trova sul ponte ed organizzandosi per la sicurezza loro e della nave.

    Il vento progressivamente si fa sempre più impetuoso, il cielo più cupo, il moto ondoso aumenta. I marinai abbassano le vele, cercano di tenere sotto controllo il timone, in due poi in tre. La situazione peggiora in breve tempo, le onde si fanno gioco dell'imbarcazione: non è più controllabile, si stacca il timone, l'albero si spezza. La spiaggia non è distante, istintivamente tutti si gettano in mare, nel tentativo di raggiungere a fatica il lido costiero.

    La tempesta continua, gli uomini dalla spiaggia seguono con lo sguardo disperato la loro Fortuna maris sballottata dalle onde… poi l'oscurità del temporale, la fitta piogga, il calare della sera impediscono di vedere il destino del relitto.

    “Dove sono Ancharius e Servilia?” chiede Evaristus, notando la loro assenza. In tutti c'è un attimo di sgomento che si aggiunge alla tensione per le sorti legate alla Fortuna maris… I pensieri cercano di fissare istanti nella lotta appena sostenuta, solo Cnaeus riferisce di averli visti aggrappati all'albero della nave con Ancharius che cercava di tenere stretta la sua compagna disperata. La pioggia è incessante e a nulla serve chiamarli… non resta che il tormento di un'ultima speranza, la stessa per loro e per la nave: rivederli, ritrovarli alle prime luci del nuovo giorno.

    Si cerca riparo nel vicino bosco tra i lecci. Gli uomini si trovano lungo una via: è la Popillia, poco oltre notano un rustico dove sono ospitati da un veterano, Lucius, ex centurione dell'esercito di Roma.

    I marinai affranti, dopo aver descritto la loro disavventura tra lo scoppiettio di un benefico fuoco, sono costretti a sentire le gloriose imprese del militare, delle sue campagne di guerra, delle terre in cui ora vive coltivando un fertile podere nei pressi delle dune. Sono informati di quei luoghi, di un'antica e fiorente città costruita dagli Etruschi: Spina, ora ridotta ad un modesto villaggio⁶.

    Nel frattempo la tempesta sembra cessare, ma dopo una breve quiete riprende un forte vento, accompagnato da pioggia battente fino a tarda notte.

    Blandius e i suoi compagni non possono dormire ed è ancora buio quando tra gli spiragli delle nubi diradate si intravede una pallida luna. Si decide di tornare sulla spiaggia, ma è troppo presto e il debole chiarore della luna non consente di notare qualche indizio, qualche seppur debole riscontro.

    È l'alba a mostrare il cielo terso, cristallino, e poi il sole ad illuminare le valli di un verde intenso.

    I marinai lungo la spiaggia vanno alla ricerca della nave: nel mare calmo nessuna traccia… non sarà da loro più ritrovata.

    Si notano solo sulla spiaggia, in parte cancellate dal rifluire delle onde, le impronte di piedi scalzi: sono di due persone che vicine, appaiate si sono incamminate verso tramontana. “Mi auguro che siano quelle di Ancharius e Servilia – dice Blandius – …spero che gli dei abbiano loro riservato una sorte migliore di quella concessa alla mia Fortuna maris…”.

    Ma la nave non affondò. Dopo aver vagato in mare venne spinta, durante la notte, dal vento e dalle correnti verso il litorale deltizio dove si arenò, subendo danneggiamenti alla fiancata sinistra. Rimase lì adagiata sul basso fondale, presso la foce del Sagis, non distante da Spina. Era già parzialmente insabbiata dalla violenta mareggiata, custodendo ancora nella stiva buona parte del suo carico.

  • Narrativa & Archeologia

    Narrativa & Archeologia

    Ci incontriamo con Raffaele Peretto, direttore del Museo Rodigino

    Apriamo la sezione di narrativa con due creazioni di Raffaele Peretto: un racconto ambientato sul litorale del vasto delta del Po in epoca romana, e una fiaba dedicata alla prima infanzia.

    Direttore del Museo Civico delle Civiltà in Polesine di Rovigo, Raffaele Peretto ha alle sue spalle una laurea in geologia, conseguita con una tesi sullo sviluppo geomorfologico del Delta. Lo studio attento del territorio ha determinato l'incontro di Peretto con l'archeologia, dando luogo ad una interessante attività di ricerca e di ricostruzione ideale dell'antico paesaggio nell'epoca in cui ebbero origine i primi insediamenti umani in Polesine. La passione per lo studio delle tracce del passato del resto è una costante di famiglia, trasmessa dal padre anche all'altro figlio, Carlo, docente di antropologia presso l'università di Ferrara.

    Dott. Peretto, qualcuno la considera uno spericolato per i suoi voli in deltaplano sul Polesine.

    “Nello studio del territorio è fondamentale servirsi di visioni dall'alto: se l'aereo può dare una prima importante panoramica d'insieme, il deltaplano, con voli a bassa quota, permette un'esame approfondito dei dettagli oggetto di studio”.

    Quale è stata la più intensa emozione provata durante una di queste ricognizioni?

    “L'apparizione, ancora molto nitida, della grande centuriazione romana che si estendeva da Rovigo verso Chioggia. Nonostante i mutevoli interventi dell'uomo e delle acque, il tracciato dell'antica divisione territoriale attuata dai romani è ancora leggibilissimo dall'alto: molto evidente è in particolare il decumano massimo”.

    L'archeologia sembra fare nel Polesine sempre nuovi proseliti.

    “È vero. Ed è proprio in virtù di questa passione, e della conseguente azione disinteressata di diverse persone, che il patrimonio archeologico del Polesine si sta facendo via via più ampio ed interessante. Tanto per fare un esempio la recente scoperta dell'insediamento etrusco delle Balone, presso Arquà Polesine, è stata effettuata grazie ad una tempestiva segnalazione di un prezioso collaboratore del museo rodigino. L'istituzione del museo assolve pertanto anche all'importante funzione di centro di raccolta delle informazioni per un ulteriore approfondimento”.

    Ma veniamo al suo racconto di argomento storico “Verso i lidi dei sette mari”. Come è nata una tale motivazione?

    “Il racconto si basa su una scoperta archeologica di consistente rilievo: nella zona di Comacchio è stata portata alla luce una nave romana col suo interessante carico. La narrazione che propongo, anche se romanzata nell'intreccio, si avvale di un supporto scientifico documentato. Il significato del racconto va visto su un piano didattico, un modo per rendere più appetibili le conoscenze del passato ad un vasto pubblico, stimolandone l'immaginazione”.

    E la fiaba del re e della luna?

    “Questo è un raccontino fantastico, senza pretese, che ho dedicato a mia figlia e che ora, dalle pagine di “Ventaglio 90” estendo ai bambini del Polesine. È un pezzo del tutto occasionale, in cui probabilmente vi si può trovare adombrato il mito (ad esempio quello di Fetonte), ovvero il ricorrente senso di ribellione dell'uomo nei confronti dei crismi restrittivi della realtà”.

  • Poetando in San Bortolo

    Poetando in San Bortolo

    Nella sezione "poesia" di questo numero pubblichiamo le liriche vincitrici del XII Concorso Nazionale "Poetando in San Bortolo", la cui cerimonia di premiazione si è svolta nel teatro parrocchiale proprio nella notte di San Bartolomeo, il santo che nella parlata polesana è detto S. Bortolo.

    Arduo si è rivelato il compito della giuria composta dal prof. Antonio Carlizzi, dalla poetessa ed insegnante Lucia Dionisio, dalla giornalista Angioletta Masiero, dal poeta Romano Fabbris e dal rag. Gianfranco Tiziani, segretario del C.A.R. di Rovigo, associazione organizzatrice della manifestazione culturale.

    Le liriche pervenute, infatti, erano alcune centinaia, provenienti da tutte le parti d'Italia e tutte di buon livello.

    Dinanzi ad un pubblico attento ed interessato, Angioletta Masiero, conduttrice della serata, ha letto il verbale della giuria ed ha recitato le liriche delle due sezioni in lingua che il pubblico ha calorosamente applaudito.

    L'arpista Margherita Bassani, negli intervalli, ha eseguito bellissimi brani di Bach, Reniè, Salzedo.

    Al termine della manifestazione sono stati consegnati premi e riconoscimenti agli autori.

    Per la sezione in lingua sono stati premiati i seguenti poeti: Adriana Scarpa di Treviso per la lirica "Fioriscono ancora i mattini nel tuo tempo?", Kambiz M. Tashayoee, poeta persiano, autore de "Il pane caldo", Carmelo Salgarello di San Bonifacio (Verona) per "Madre", e Muzio Chiarini di Consandolo (Ferrara) per "La voce".

    Il quarto premio è andato ad Alessandra Orsatti di Portomaggiore (Ferrara), a Tamara Campadelli di Bologna, a Daniele Donegà di Canda (Rovigo).

    La sezione a tema libero in vernacolo è stata vinta da Luigi Bozzato di Chioggia per la lirica "On scheo de seme"; al secondo posto si è classificato Gino Cappello di Rovigo con la poesia "Ombre"; al terzo Leda Marazzotti Marini di Ancona con la composizione "La valigia de nono".

    La sezione a tema "Europa", invece, è stata vinta da mons. Francesco Dal Passo di Rovigo con la lirica "Il sogno dell'Europa"; secondo Antonio Schiavi di Rosolina con la composizione "Europa" e terzo Giampietro Mischiatti di Rovigo con "Europa 1992".

    FIORISCONO ANCORA I MATTINI NEL TUO TEMPO?

    Ricordi tu, Alessandro, la mia voce?
    Quante favole salivano di sera
    dal cortile e le ascoltava il Borgo.
    C'era una strada d'aria
    tra le case, si acquattavano
    i merli sopra i coppi; lungo,
    si attardava il respiro a ritrovare
    il tepore ultimo dei muri.

    Son passate stagioni: hanno lasciato
    spicchi di sole e ferite
    dentro il cuore. Di là dei vetri,
    nell'ombra dei balconi,
    rivivono figure evanescenti.
    Ma tu, ritorni? Ti penso
    in un paese di muri bianchi
    dove la clessidra
    da anni ormai rimane capovolta,
    e ti riscopro eterno
    sulla pelle, dentro il mio sonno
    con fiati di colomba.

    Chissà, Alessandro, se ancora
    fioriscono i mattini nel tuo spazio
    e sui muri segreti del tuo esistere
    si perpetua l'odor dei gelsomini.

    Io so che, accoccolata nel ricordo,
    rifiuto i "per sempre" dell'assenza
    e mi accosto alle porte del tuo tempo
    con fiducia, tendendoti le mani
    e reclamo il tempo delle rose;
    tu stai là, oltre l'argine, tra sfavillii
    di sole, e la tristezza quieta
    di quest'ora mi insegna
    quanto sia lenta a svanire
    l'immagine di te dentro la bruma,
    quanto impieghi
    a dissolversi nell'aria
    l'impronta del tuo volto,
    il tuo sorriso. Come un ceppo
    che lungo, nelle notti, si consuma
    accendendo di sprazzi il focolare.

    Adriana Scarpa (TV)
    1ª Classificata
    Sez. Italiano

    IL PANE CALDO

    Nell'algóre, la neve
    frusta il volto
    degli uomini
    scalzi e il fiotto
    si rigira dentro di loro.
    Il grido dello sguardo
    abbandonato rimane dietro
    il muro dell'angoscia
    e l'orgoglio va a pezzi.
    La neve è bella,
    per chi la guarda
    dalla finestra e ha
    in mano il pane caldo.

    Kambiz M. Tashayoee (PD)
    2ª Classificata
    Sez. Italiano

    LA VOCE

    No, non voglio conoscerti.
    La tua immagine
    nascosta nell'angolo
    della fantasia cullata,
    tutta si vestirebbe,
    sia pure a festa
    e di soave bellezza,
    d'involucro umano.

    No, non voglio conoscerti.
    Tu solamente
    sei il fulcro che raccoglie
    il vero dal profondo
    e, immensamente fertile,
    nell'etere librata,
    esalti e unisci, eclettico,
    il sentimento umano.

    No, non voglio conoscerti.
    Cancellerei l'alone
    traboccante incanto
    che avvince e affascina
    il trepidante ascolto
    del tuo notturno, eretto
    al ritmo di "chiamate"
    per "squarci" di contatto.

    No, non voglio,
    non voglio conoscerti.
    Distruggerei il tuo potere magico
    d'accostare i Lorca, i Brecht,
    i Leopardi.
    al sorriso radioso della felicità,
    all'ombra sgomenta della solitudine,
    al pianto disperato della tragedia
    in un tutto poetico di canto alla vita.

    No, non voglio conoscerti
    "mia" stupenda, inimitabile voce.

    Muzio Chiarini (FE)
    3° Classificato
    Sez. Italiano

    MADRE

    Ora che conosco la lama delle Nebbie
    gli stracci del viandante senza casa
    il giorno crudo nell'anima straziata
    e il nodoso legno delle nostre croci
    più volte calpestate / mai divelte

    colgo adolescenze bruciate dalla bruma
    coriandoli di vita in brevità di Sole /
    sfatti come lanterna caduta nella gora
    e brivida il cuore mio / viva rosa aperta
    al vento sottile che sfoglia albe nuove…

    e sogno di notte che tu ed io, Madre
    siamo due virgulti cresciuti nella pozza
    intreccio di radici fuse nel pietrisco
    e tu conosci terra pioggia e ghiaccio
    come queste labbra il seno che mi desti…
    ché di terra pioggia Sole e Amore
    siamo fatti e di luce che vivida sentieri…

    Amami addormentata e nuda e santa, OGGI,
    che sulla Riva Grande (meriggio d'aquiloni)
    ti sei fatta isola di gioia / voce chiara
    onda che penetra silenzi e si fa canto…

    E quando anch'io sarò per
    addormentarmi, nudo
    nella quiete bianca di conchiglie vuote,
    lascia, Madre, che la mia mano
    scarna cerchi,
    come da bambino, sui tuoi alor desiati seni
    la favola che un tempo bagnò
    ciglia di rugiada
    ed era pace dentro il petto, festa il respiro /
    mandorlo fiorito su brani di scogliera / Fede
    senza più stagioni se non una: Primavera.

    Carmelo Salgarello (VR)
    3° ex equo
    Sez. Italiano

    UN SCHEO DE SEME

    Le braghe taconàe, beréta in testa
    scarpe vecie coi busi su le siole
    el Nane xe in cusina un di de festa;
    dala fame la testa un può ghe diole.
    Legne no ghe ne xe per fare fuogo
    e a sente sempre fredo in te che liogo!

    A varde in crensa, e là n'a trova gnente:
    – 'sta giornata per mi no la xe bela! –
    'sto poverin adesso se lemente.
    Tarocando, 'na man ghe va in scarsela
    dela giacheta, e alora cossa a sente…
    un fènico incastrào, belo lusente!

    Subito un schèo de seme a va a comprare.
    A dise: – qualcoséta le farà –
    e a se le mete in boca per magnare
    butando i scorsi in meso ala contrà
    pensando: – chi sarà peso de mi
    che magne un schèo de séme al mesodì? –

    E fin che co la mente là a se lagne
    dadrio ghe xe un vecéto picolin
    che sune i scorsi in tera e a se li magne.
    – Ma varda, questo a xe pi poverin!
    Signore, propio adesso mi ò capio…
    mai lamentarse, ma vardar dadrio! –.

    Luigi Bozzato (Chioggia)
    1° classificato
    Sez. dialetto

    OMBRE

    Delta del Po, me zito benedeto
    in mezo a l'aqua, co'l to ben e 'l to male,
    te si 'l me paradiso – 'l più perfeto –
    anca se intorno a vola le sensale.

    Te jèri intanto, semenà de cane,
    co' le baréne, i lidi, le lagune,
    i longhi paradèi, le to batane,
    boschi de pini verdi so le dune.

    Co' le promesse i t'à ciapà nel zògo,
    – disendo che i faséva pa'l to ben –
    cavando l'aqua pa' impissare on fògo
    ch'el t'à impinìo de rabia e de velen.

    I t'à promesso posti de lavoro,
    schèi par tuti, la finansa salda,
    canài fiorii co' le so rive d'oro,
    vali da pesca fin co' l'aqua calda.

    Ma 'l tempo ladro el xe passà in prestessa
    e i òmani de ieri i xe 'ndà via
    metendo s'on canton la so promessa:
    la grande festa la xe ormai finìa!

    L'aqua s'intùrbia, la deventa nera,
    la ónze de petrolio rive e fondo,
    i péssi i xe sparii, cala la sera;
    no' gh'è più paradiso nel me mondo!

    Alto e robusto, incornisà de amaro,
    ghe xe on camin che fuma – 'na gran mole –
    'scondendo 'l çielo, come c'on tabaro,
    cuerzéndo de ombra dove jèra sole.

    Gino Cappello (RO)
    2° classificato
    Sez. dialetto

    US FA SERA

    La spiagia l'è deserta
    e int'la maréna,
    mez'indurmintêda,
    u j'è una lus stranida
    chl'an pêr gnânca 'd'ste mónd.
    E grând rispir de mêr
    us va lugrénd
    int un palug alzir.

    E vént, l'à smes d'zughêr
    tra j'umbrilôn dla pgnêda,
    e j'usêl, i va a apulêra,
    cun l'ütom batbaj d'sôl
    gnascóst trapés a l'éla.

    Un brânc ad cucaléti,
    cun un vôl les, sênza sfurzê,
    al pônta vers i cêr dla val.

    Un vol bas, sicur,
    tra i nëstar dal sculén
    inarzintedi int'l'ütom arlusor.

    Ad bóta,
    l'ëria la s'impinés ad strid:
    a gl'j'e immatidi ad libartê;
    imbarieghi d'acva cêra
    e d'ëria fêna.
    Oh, udor ad tamaris,
    udor d'maréna!…
    Chisà, se sta nót al durmirà?

    Vera Laghi (Ravenna)
    3ª classificata
    Sez. dialetto

    SI FA SERA
    (traduzione)

    La spiaggia è deserta:
    si fa sera.
    Sulla marina, semi addormentata,
    aleggia una luce strana, irreale,
    che sembra non appartenere
    a questo mondo.

    L'ampio respiro del mare
    si sta logorando
    in un pisolino leggero.

    Il vento, non gioca più
    tra le grandi ombrelle dei pini;
    gli uccelli,
    vanno ad appollaiarsi
    con l'ultimo spiraglio di sole,
    nascosto sotto l'ala.

    Un branco di gabbianelle,
    con un volo liscio,
    senza forzature, puntano
    verso i chiari della valle.

    Un volo basso, sicuro,
    sorvolando le scoline
    rilucenti come nastri,
    tra gli ultimi bagliori.

    Di colpo, l'aria
    si riempie di stridii:
    sono ammattite di libertà,
    ubriache di acqua chiara
    e aria fine, che odora
    di tamerici salmastre
    e di marina…
    Chissà, se questa notte dormiranno?

    IL SOGNO DELL'EUROPA!

    Una parola, un sogno, un'illusione
    un'immagine ancora evanescente
    Europa Unita
    quando sarai reale?
    Per Te hanno parlato
    profeti di pace,
    vaticinando la Casa Comune.
    Per Te hanno sofferto
    il carcere più nero
    popoli oppressi
    più che di pane
    di libertà affamati.

    Per Te è caduto il muro
    che segnava l'amara divisione
    e dal filo spinato
    ora fiorisce il roseto dell'unione.
    Ma di violenza funesti bagliori
    Ti danno ahimè
    fremiti lugubri di guerra e di paura!

    Eppur insisto
    nella mia visione.
    Questa Casa Comune
    sia ben presto accogliente
    vincendo con l'amore
    la rabbia della razza.

    Sogno cosi bambini sorridenti
    che han rubato fin l'arcobaleno
    uniti in gioco
    da tutte le nazioni
    dipinger sulla tua porta, Europa,
    coi colori dell'iride
    la parola fatidica:
    PACE!

    Mons. Francesco Dal Passo (RO)
    1° classificato
    Sez. Europa

    “EUROPA”

    Europa,
    patria dei popoli
    accolti dai Cesari
    sotto un singolo vessillo
    ed un'unica lingua;
    tu che desti al mondo
    leggi e cultura,
    volgi la tua mente
    a quei lontani trionfi
    per trarne gli auspici
    ai futuri giorni,
    quando sarà il tempo
    di fondere gli animi
    in un'unica fiamma
    che attiri a sé
    ogni palpito vitale
    per armonizzare
    le forze e le menti.

    Schiavi Antonio (Rosolina)
    2° classificato
    Sez. Europa

    EUROPA 1992

    Un volgo disperso
    corre verso l'unione,
    un volgo disperso
    chiama fraternità,
    un volgo disperso
    sogna l'Europa unita.

    Genti, costumi, idee
    in un'Europa unita,
    in un mondo di potenti,
    in un Universo di speranze.

    Illusioni accompagnano timori,
    idee incutono dubbi,
    parole povere alzano
    un coro afono.

    Tu,
    stringi fra le mani
    un pugno di terra,
    la terra per cui lavori,
    per cui daresti la vita,
    la terra che ami.

    Tu,
    stringi fra le mani
    un pugno di idee,
    le apri dolcemente
    e volano via come sabbia
    dispersa da un vento gelido.

    Non resta che attendere
    una parola nuova,
    un inno di pace
    per un'Europa unita.

    Mischiatti Gianpietro (RO)
    3° classificato
    Sez. Europa

  • Angelo Prudenziato: un’esistenza di instancabile ricerca

    Angelo Prudenziato: un’esistenza di instancabile ricerca

    È vivo nella mia mente. È indelebile l’immagine di un uomo dai capelli bianchi, lunghi sulle spalle, dalla voce roca, concitato nel parlare, gesticolante. A quel personaggio, un Demiurgo fece dono dell’Arte. E quest’ultima fu il propulsore che incentivò Angelo Prudenziato a vivere, a produrre, a ricercare, a sperimentare, a disperarsi.

    Per tutta la vita non smise di ricercare e di sperimentare, con una tensione interna continua, senza sosta, senza pause, senza distensione. Persino durante il ricovero ospedaliero, dopo un intervento chirurgico di ernia, pretese dai familiari carta, penne, matite, per disegnare medici, infermieri, pazienti,… “Era sempre senza fogli; disegnava su qualsiasi brandello di carta”, mi disse la figlia quando c’incontrammo frettolosamente in un pomeriggio settembrino.

    Infatti è vero; sfogliando delle cartelle dell’artista, notai che tantissimi volti, figure e paesaggi, furono eseguiti ovunque: sul retro di un manifesto, di una bolla di consegna, di una ricevuta, di una reclame, di un… fac-simile della scheda elettorale, sul margine bianco di un dépliant, a fianco dell’“ornato” fatto da uno dei suoi alunni.

    L’arte s’era trasformata in malattia. Qualsiasi elemento diventava oggetto ispiratore.

    Circa quindici anni fa ci scontrammo all’entrata di Upim. Ero allora un giovane laureando e lui l’anziano professore di scuola media. Lo salutai con la fretta giovanile, anche perché, in quegli anni, il mio amore per l’arte si concentrava sulla speculazione filosofica del fenomeno, piuttosto di analizzare le pulsioni motivazionali. Se tornasse in vita lo saluterei con venerazione.

    Allora palesava delle preoccupazioni. Aveva voglia di confidarsi, di rigettare le angoscie esistenziali, di liberare la mente, per riprendere a dissetarsi alla sorgente dell’arte. In effetti la produzione degli ultimi dieci anni è disturbata, è frettolosa, di getto, rispetto agli anni trenta-quaranta; decennio in cui la pacata severità degli sguardi ritratti testimonia la serenità interiore. Il decennio dal ’65 al ’75 fu caratterizzato da un’ossessionante ricerca.

    Ai grandi magazzini Upim era andato per osservare una maniglia: “Guarda Vincenzo, le sfumature, la gamma del rosso, i riflessi; è un’opera eccezionale”. Quel pezzo di metallo verniciato l’avevo visto, spinto e conosciuto come mera maniglia… per Angelo Prudenziato era un’opera d’arte; aveva nobilitato un oggetto usuale.

    La sua mente, in simbiosi con l’opera, lavorava incessantemente per sperimentare tecniche e contenuti nuovi. Nel suo studio, in Corso del popolo, mi fece vedere le composizioni materiche: “le cortecce” lo entusiasmavano. Al torchio realizzava degli effetti che solo la natura sa fondere nel colore e nella forma. Tagliava, tingeva, pressava, incollava, sporte di cortecce, raccolte dagli alberi situati ai lati della strada Rovigo-Lendinara.

    La spontaneità del suo agire e dei suoi slanci fu sovente mortificata dal clima provinciale della nostra città; ora, peggio, è quasi dimenticato. Eppure è stato acuto testimone di un’epoca di transizione nelle arti ed ha portato una fetta di Polesine oltre le mura cittadine. E fu proprio “fuori casa” che ottenne delle soddisfazioni. Fondò la galleria d’arte “Eridano”. La scelta del nome non fu casuale! La galleria ebbe breve e gloriosa vita; ospitò una personale dell’amico e maestro Virgilio Guidi, opere di Saetti e di Breddo.

    Prudenziato fu, comunque, un artista legato alla sua terra: personaggi, oggetti, animali, paesaggi, hanno la matrice polesana. Non dimenticò le sue radici e, non a caso, “Giornata grigia a Venezia”, una fusione di riminescenze del paesaggio basso-polesano e lagunare, fu dipinto in Sicilia. Con tale olio fu premiato alla XXII esposizione internazionale d’arte di Venezia.

    Negli anni immediatamente successivi alla guerra ci fu nell’artista il gusto di fissare le cose semplici, “humilesque myricae”; gli animali da cortile, i filari di alberi, scorci di città, la campagna polesana e… il “Volo d’uccelli” opera del 1958. È un’acquaforte a colori che segna una tappa: Prudenziato abbandonò l’ovvietà dello spettatore e lesse solo dentro al suo cuore; codificò un nuovo linguaggio: una matassa di ali, di capini, di segni,… uno stormo d’uccelli.

    Si delinea per l’artista un binario lunghissimo: su di una rotaia raccolse le esperienze del futurismo (significativo è l’olio “bolide luminoso”), sull’altra fu preso dalla foga dell’incisione.

    Usò, a tal proposito, tantissime tecniche e ne inventò di nuove; non fu mai soddisfatto, anche se i risultati, sia nell’acquaforte sia nell’acqua tinta, furono positivi.

    Ricordo un particolare. Nel 1958 inviò alla Biennale di Venezia una cassa con cornici e vetri, senza incisioni; purtroppo quest’ultime non erano ancora qualitativamente adatte per essere spedite entro la data fissata dal regolamento. Alla vigilia dell’inaugurazione si presentò a Venezia con “Luci nella notte”, un’acquaforte a colori a più lastre: un’opera pregevole che s’ispira contemporaneamente a Saetti ed a Guidi.

    Dal 1975 al 1978, anni che scandirono l’imminente epilogo della sua esistenza, smise di lottare e, vinto dalla sua stessa angoscia, decise di abbandonare ogni sperimentazione e, nel contempo, riesumò i temi giovanili: i fiori. Quest’ultimi sono forse da interpretare come il dono di animo gentile d’artista a coloro che vorranno conservarlo nel cuore.

  • Luce e poesia nelle tele di Elda Altafini

    Luce e poesia nelle tele di Elda Altafini

    Sembra uscito da un’antica stampa della vecchia Rovigo il palazzo situato nei pressi della “Rotonda” dove l’artista Elda Altafini ha il suo studio.

    Tele, colori, quadri sono sparsi un po’ dappertutto e creano un’atmosfera dal fascino suggestivo e “bohemien”.

    Calle, rose in boccio, tulipani, ginestre dorate, iris e tante altre varietà di fiori costituiscono il tema di tante composizioni pittoriche e sembrano diffondere il loro profumo dalle pareti; nature morte e paesaggi si alternano, poi, a bei ritratti.

    Altre tele sono ammonticchiate negli angoli, mentre ceramiche “raku” fanno bella mostra di sè su mensole e tavolini.

    Elda Altafini è un’artista eclettica che sa spaziare con grande abilità dalla grafica agli oli, dall’acquarello all’acquaforte.

    Polesana, ha insegnato per molti anni materie scientifiche negli Istituti superiori del capoluogo, in seguito, attirata da un forte richiamo artistico, ha compiuto gli studi di pittura ed incisione a Ferrara e a Bologna presso l’Accademia di Belle Arti; ha frequentato anche corsi di ceramica “raku” presso la Casa degli Artisti di Tenno (Trento).

    Ha tenuto mostre personali a Bologna, Ferrara, Sappada e ha partecipato a numerose collettive, ottenendo ambiti premi in concorsi, estemporanee e recensioni su innumerevoli giornali e riviste.

    Di carattere riservato e schivo Elda non ama parlare di sè, preferisce che a farlo, per lei, siano le sue opere.

    Gentile, umile, sensibilissima, Elda è, oltre che un’artista, una donna dal grande cuore.

    La sua pittura figurativa è incantevole per quel magico tocco di poesia che scaturisce dai colori, stesi per realizzare quadri di un’intensità spirituale dolcissima.

    Elda Altafini ha il dono di saper interpretare la natura, inabissandosi con essa, nella vastità di un oceano di sentimenti e di gioie creative. Il suo linguaggio pittorico è sempre chiaramente espresso, il che significa che nell’artista convivono la resa formale e la felicità delle immagini condotte a compimento con mano sicura e pienezza d’ispirazione.

    I suoi oli, gli acquarelli, le acqueforti, rappresentano la natura nell’essenza della realtà. I colori sono amalgamati con la delicatezza e la maestria di chi sente l’arte e la trasmette. È cosi che un quadro di Elda è sempre un momento di meditazione, è l’occasione per vedere quanto ci circonda con occhi nuovi, in una chiave introspettiva. I suoi fiori e le sue nature morte ci offrono visioni chiare, spontanee, naturalmente eleganti.

    Ma ciò che è più prezioso nell’Altafini, quasi un motivo dominante della sua pittura, è il saper dare ai vari soggetti un valore lirico, il saperne fare l’espressione di uno stato d’animo inconfondibile.

    Accostarsi all’arte di Elda vuol dire ritrovare angoli del nostro Delta, valli solitarie, case silenziose, immerse in una natura malinconica, fiori delicati, melograni selvatici, sapore di cose semplici e amate.

    La pittrice, attraverso il colloquio con la natura, rincorre memorie e nostalgie, richiami ancestrali, palpiti, ansie, struggenti speranze. E dipinge ciò che sente, ciò che vive, ciò che parla al suo cuore assetato di bellezza e di luce. Ecco perché l’arte di Elda Altafini non è solo magia di colori, fascino di paesaggi, delicatezza di fiori: è soprattutto, messaggio d’amore.

  • Le poetiche visioni di Tosare

    Le poetiche visioni di Tosare

    Doriano Tosarelli vive, ed opera artisticamente, in quella specie di enclave del territorio lendinarese che si trova delimitato geograficamente dai comuni di Fratta Polesine e Villanova del Ghebbo.

    È forse eccessivo affermare che le caratteristiche del luogo, alquanto atipico per la singolarità dei suoi confini, abbiano influito sulla personalità del pittore; sta di fatto però che nei quadri di Tosarelli prendono vita deliziose scene di borghi isolati e ridenti, ritagliati in una dimensione inconsueta. L’incedere del tempo sembra, per magia, scorrere con un ritmo lento, in plaghe ove sono del tutto assenti ansie e situazioni convulse tanto tipiche dei nostri giorni. E c’è tutta la poesia rustica degli ambienti campestri, che avvincono per l’intrinseca armonia del paesaggio o per le scene di tranquilla vita, tipiche di quella civiltà contadina che ormai vive solo in nostalgici lontani ricordi.

    Il mondo agreste, con le caratteristiche attività stagionali, costituisce dunque il substrato culturale ed emotivo a cui attinge Tosarelli, che attua con la sua pittura una trasfigurazione poetica del paesaggio polesano. Una visione certamente idilliaca, alla quale ben si addice il linguaggio naïf, per vari anni utilizzato con sapienza dall’artista in tutto il ricco gioco delle varietà cromatiche.

    E anche nella più recente produzione pittorica, maggiormente interessata al riscontro oggettivo, appare evidente che la lezione naïf non è stata dimenticata; si coglie infatti la tendenza alla reinvenzione dei particolari, in un contesto che diviene vagamente surreale. Ne scaturiscono composizioni descrittive caratterizzate dalla incisività delle immagini, per cui la lettura del quadro diviene immediata e di sicura godibilità estetica.

    Proprio a queste peculiarità espressive Tosarelli deve il suo successo artistico, imponendosi spesso in concorsi a carattere nazionale, ed ottenendo consensi in un sempre più vasto raggio.

    Ma l’interesse dell’autore verso l’espressione artistica negli ultimi anni si è dilatato, portandolo a divenire animatore culturale. Più volte infatti si è fatto promotore di mostre collettive ed estemporanee nei comuni di Fratta Polesine e Villanova del Ghebbo, fino a ideare, con un gruppo di amici, il primo concorso nazionale "città di Rovigo" che si è tenuto lo scorso Maggio presso il salone della Camera di Commercio del capoluogo polesano.

    La passione per la pittura, nata come hobby una ventina di anni fa, è dunque progressivamente divenuta per Tosarelli un qualificante riferimento personale, che lo ha sempre più coinvolto, orientando importanti scelte della sua vita.

    Quello di Tosarelli appare in definitiva un percorso artistico lineare, basato su una incessante attività di ricerca ed agevolato da un istintivo gusto estetico. Qualità queste che, coltivate con costanza ed intelligenza, hanno valso all’autore riconoscimenti non episodici, tra cui ci piace qui ricordare il prestigioso "Pico" attribuitogli dalla città di Mirandola.

  • Trent’anni dopo

    Trent’anni dopo

    Ricordi di un maestro

    Alla stazione di Rovigo m’affacciai. Piovigginava.

    «Mi fa davvero una bella accoglienza, dopo tanti anni» – dissi tra me. Quanti anni? Trenta! Quasi una vita intera. C’ero arrivato, una prima volta, d’inverno, in dicembre, con un cielo plumbeo, basso, e con la neve che cadeva fitta fitta. Avevo dovuto cambiar treno, andar ad Adria, fermarmici qualche ora, e poi riprendere il treno per Cavarzere, dove ero stato nominato come insegnante, e dal cui posto, per un contrattempo involontario, stavo per essere dichiarato decaduto.

    Avevo un gran sonno e un gran freddo. Non dormivo da una settimana, sballottato da un treno all’altro, da casa mia alla città capoluogo, a quel Provveditorato, dov’erano nati tutti gli equivoci. E, finalmente, a Roma e a Venezia. Un’agitazione nervosa, poi, da non dirsi.

    Ad Adria andai a mangiare un boccone. C’era tanta gente in trattoria, che vociava e beveva. In un angolo della sala, un cameriere asciugava i piatti e canticchiava: «…donna, donna, tu mi farai morir…» Era la canzonetta più in voga in quei tempi.

    Si voltarono tutti, quando ordinai da mangiare. – Xe un foresto ciò! – dissero. L’accento mi aveva tradito.

    Il tepore dell’ambiente, il brodo scottante mi rinfrancarono un poco. Dopo un paio d’ore, eccomi di nuovo in treno e, finalmente, a Cavarzere. Tornava a nevicare. C’era un telegramma che mi aspettava. Recarmi immediatamente al Provveditorato di Venezia, per urgenti comunicazioni. Sembrava una persecuzione.

    E così, la mattina dopo, con un buio cane e un gran freddo, eccomi ancora una volta in partenza. Questa volta, però, in vaporetto.

    C’era tanta gente. Mi avevano capito anche loro che ero un «foresto» e con la solita cordialità dei veneti, mi voller far ingollare un caffé caldissimo e un accidenti di grappino, che mi tagliava la gola. A Chioggia, cambio di vaporetto, ed eccomi, infine, sulla laguna. Era una giornata eccezionale, però: cielo limpido, come dovevo vederlo poche volte, in seguito; sole splendente, visibilità perfetta, che ti faceva vedere, come in un miraggio, Venezia, che ti veniva incontro rapidamente, col campanile altissimo e l’Angelo che sfavillava d’oro. Lontano, la cerchia delle Alpi, nella loro veste candida, che ti offriva uno spettacolo davvero fiabesco.

    E, per godere questo spettacolo, uscii sopra coperta, con una tramontana, che tagliava la faccia e mozzava il respiro. Col bavero del cappotto alzato, tremante di freddo, stavo lì incantato, a rischio di buscarmi una polmonite. Eccomi sulla Riva degli Schiavoni, ora.

    Quello è il Palazzo Ducale, questa è la Piazza S. Marco; il campanile e i turisti incantati a guardare. Guardai pure io i Mori che battevano le ore, i colombi affamati, che assaltavano i cartocci di miglio, e … Ma avevo altro per la testa, io, allora, che godere uno spettacolo, pure intravisto come in sogno! Ingollai un poncio caldissimo, ché tremavo di freddo, e via sotto la Torre dell’orologio, il luogo di appuntamento dei «foresti» e poi per Campo S. Angelo, dov’era il Provveditorato.

    Ma, gira e rigira, sbucavo sempre sul Canal Grande, dove sfilava lento e spettacoloso un funerale: gondole nere, grandi e piccole, parate a drappi neri e oro, che ti mettevano addosso un senso di sgomento.

    La morte, con tutto quell’apparato lugubre, doveva essere una cosa ancora più straziante! Ma che proprio mi doveva perseguitare, questo corteo, che me lo dovevo vedere innanzi ad ogni sbucare in Canale?

    Finalmente, eccomi all’Ufficio del Provveditorato. Chiarisco tutto, (la colpa del contrattempo, che stava per farmi dichiarare decaduto, era dell’Ufficio di …, da cui dipendevo prima) e così potei passare, dopo tante angustie, una giornata tranquilla, che dedicai tutta a Venezia.

    Era il giorno di S. Lucia, ricordo, e nel bacino di S. Marco era attraccato l’Albatros, un incrociatore greco, che riportava sul trono di Atene re Giorgio. E mi faceva un effetto curioso sentir parlare quei marinai in lingua greca, e legger sui loro berretti una parola greca, ma non più il greco scolastico, con gli accenti e gli …accidenti, che mi avevano sempre angustiato nella mia vita di studente.

    A sera, gran pavese, luminarie a bordo, e musica. E una gran folla si accalcava in Piazza ad assistere. Andai a letto tardi, ma, per la prima volta dopo un mese, soddisfatto.

    La mattina dopo, alle sette, era ancora buio pesto. Dovevo partire col vaporetto, e suonai più volte, per la cameriera. Macché, non veniva nessuno. Ed io rischiavo di restare a terra, e di essere dichiarato una seconda volta dimissionario. Scesi giù e andai per aprire il portone… ma feci appena in tempo a non precipitare in acqua: la scala dava su un canale. Vennero, finalmente, ad aprirmi e corsi al vaporetto, appena in tempo. Tutto cambiato, però. Un cielo plumbeo, basso, gelido, e subito dopo cominciò a nevicare. A Chioggia, il treno, per Cavarzere. Ma che spettacolo! Acqua, canali, paludi, distesi campi di «verze» seppellite dalla neve, case che si distinguevano solo per il fumo che ne usciva. Mi sembrava davvero di essere in Olanda.

    A Cavarzere mi attendeva una bella stanza, spaziosa, pulitissima, ma senza riscaldamento, e la notte non riuscivo a dormire, per il gran freddo. E conobbi altri quattro colleghi meridionali: tre di Sicilia, uno di Napoli ed io di Calabria. Ci affiatammo presto e la sera ci ritrovavamo spesso al Caffé «Grando» a far due «ciaccole», finendo il discorso sempre col sole di Sicilia e la nebbia di Cavarzere che potevi tagliare col coltello, e che lasciava brillare di luce rossastra solo la punta dei fanali.

    Certe volte, sembrava che l’Adige, che divide in due la cittadina, bollisse a freddo e mandasse fuori tutt’un vapore gelido.

    Tre, quattro, cinque mesi così. Poi, venne primavera e fu una esplosione di rose. Rose dappertutto, e di ogni specie: a grappoli, a cascate, a mazzi. Ne avevo tante nel giardino di casa mia, e la bimbuccia di un vicino, un batuffoletto d’oro, mi aspettava al varco e tendendo la manine: – El me daga una rosa, per piasere sior! – Cara puttina, che sei tu un bocciolo di rosa.

    Il treno aveva ripreso la sua corsa e s’avvicinava rapidamente a Padova. Ma il tempo si andava facendo più scuro e piovigginoso, in una campagna tutta verde, dove non c’era un palmo incolto, e dai canali costeggiati di pioppi altissimi. Ecco la cupola di S. Giustina, e quella del Santo. Siamo in stazione. Esco e mi trovo sul Corso. Un Corso, che cambia più volte nome, ma è sempre quello, che attraversa la città, da capo a fondo, fino a Prà della Valle, la più grande Piazza d’Europa.

    Trovo stanza in un albergo vicino alla stazione, e, subito dopo, infilo il Corso, che mi accoglie con un sorriso. Il tempo si è rimesso. La cappella degli Scrovegni è aperta, nei famosi giardini pubblici. Ci sono tanti turisti, che guardano, osservano, balbettano con voce gutturale un «Giotto». Qualcuno vorrebbe fotografare, ma il personale di servizio non lo permette assolutamente.

    Esco, e riprendo per il Corso, fino a Piazza Garibaldi, il Pedrocchi storico, l’Università, e Canton del Gallo. Poi, prendo a sinistra per Via del Santo, con la Basilica in fondo, e la solita gran folla di turisti, che scattano a decine le fotografie. Entro in chiesa e mi fermo a visitare uno per uno gli altari, le cappelle, la tomba del Santo. La penombra, rotta di quando in quando da un raggio di sole, che taglia diritto da un finestrone, sapientemente socchiuso, e batte su un’immagine o su un’altare; il sussurrio dei visitatori, che chiedono notizie; lo scalpiccio di chi esce e di chi entra; i fedeli che si inginocchiano e pregano ai piedi della tomba del Santo, su cui posano una mano, ti ispirano un certo senso di misticismo.

    Sono di nuovo fuori, al Pra della Valle, con in fondo la Chiesa di S. Giustina, con le sue caratteristiche cupole, come quelle del Santo. Ricordo: ci sono stato la prima volta alla Messa di Mezzanotte, in un Natale assai lontano, in compagnia di colleghi. Torno indietro e mi fermo, passo passo, a rivedere tutta la vecchia Padova, che mi pare di aver lasciato ieri: il Duomo, il Palazzo della Ragione, Piazza dei Signori. Ricordo: una mattina, era prestissimo, dovevo andare a Venezia, e passavo per quella Piazza, dove non si vedeva anima viva, tutta avvolta com’era in un gran nebbione. Quando una voce, a me vicina, ma che mi sembrava non so da dove scaturisse, mi fece sussultare:

    …L’oscuritààààà… discende già…… nella cittààààà… o Gigoleteeeee.

    E lo rifeci, la mattina dopo, quello stesso viaggio per Venezia.

    Una giornata di sole sfolgorante, come una volta, ma allora con un gran freddo, che mi faceva tremare, mentre ora, invece, in una giornata di luglio, con una Piazza S. Marco dove appena ti puoi muovere, tanta è la folla dei turisti. E cosi Palazzo Ducale, Ponte della Paglia, Riva degli Schiavoni, dove avevo alloggiato la prima volta, Ponte dei Sospiri, S. Marco e l’Orologio coi Mori, che battono le ore sempre d’un modo e che la gente sta a guardare, anche se li ha visti cento volte. Sempre gli stessi, quei Mori, ma io? Io volevo rivedere i Mori, Piazza S. Marco, il Ponte dei Sospiri, per se stessi, o volevo rivedere me, a vent’anni, anzi a ventitré, con la baldanza di allora, i sogni di allora, il cuore di allora, con tutte le allodole che mi cantavano dentro, allora?

    A sera, faccio ritorno a Padova, per andare, la mattina dopo, a Cavarzere, Ponte S. Niccolò, Saonara, Voltabarozzo, Pieve di Sacco, Arzergrande, son tutti nomi di stazioncine un tempo a me tanto familiari. Ecco, ora, i fumaioli della distilleria di Cavarzere. E quello è il Gorzone, col vaporetto in partenza, come l’avevo visto la prima volta, una mattina, al buio. Scendo alla stazioncina e mi avvio a piedi verso la cittadina: voglio rivederli a uno a uno questi luoghi, dopo tanti anni.

    Qui, una bomba avrà dovuto distruggere parecchie case: c’è ancora il vuoto. E quella è la chiesa di S. Giuseppe, completamente rifatta, ma molto più bella.

    Ricordo di quando c’era la Sagra il 19 marzo, e tutta una baraonda di giostre, che rintronavano la testa giornate intere. E, più ancora, serate interminabili.

    Ma quella è la mia vecchia casa? Si, senza dubbio: il portoncino di una volta, il giardino e la… glicine di allora. Straordinario davvero!

    Una sera, ricordo, si scatenò un formidabile temporale, che squassava le piante, le attorcigliava. E la buona, cara vecchia signora padrona di casa, tutta disperata, mi piombò nella stanza, piangendo e chiedendo aiuto: – Ah, la mia povera glicine, la mia povera glicine! Mi aiuti lei! – Cosa potevo fare, povera signora Lalla, se non attendere la mattina dopo e aiutarla a raccattare i grappoli bianco-azzurri, semisgranati e imbrattati di fango?

    Sul portoncino, una donna. Le spiego, così, alla svelta il mio desiderio, e salgo in due salti. Questo è il tinello, col telefono; quest’altra è la cucina, sempre la stessa «cucina economica» di un tempo, con vicino il gatto, Musciaton, che si alzava d’un tratto, appena mi vedeva, e via per le scale, in giardino.

    – Ciò, macaco, no te vedi che xe il maestro! Percossa el ga paura mi no so.

    Lo sapevo io, cara signora Lalla. È che Musciaton mi aveva inaffiato, una sera, le scarpe sotto il comodino ed io lo avevo… rimproverato a dovere. Da allora, in camera mia non ci spiava più. Spalanco, ora, la mia camera da letto, con un certo batticuore: tutto come prima. Il letto al posto di allora, l’«armaron», il lavabo, gli scuri delle due finestre, che spalanco d’un colpo: tutto come allora.

    La guerra me l’ha voluto risparmiare perché sapeva che ci sarei tornato un giorno, ma coi capelli bianchi. E, in cuore, il rimpianto di cosa che non torna più. Come la canzonetta di allora:

    …non torna più… non tornerà…

    Attraverso l’Adige in chiatta, perché ancora il ponte non è finito, e sono a Cavarzere centro.

    – Intatto, vero? – domando a qualcuno – Eh, caro sior, intatto par modo de dire. El vardi el Dom!

    Il Palazzo Comunale e le scuole sono state però risparmiate, miracolosamente. Sotto il Municipio, ancora il «Caffè Grando», con le macchine «espresso», ora. Mentre prima era un continuo ritornello al finestrino, che comunicava con la cucina: – Cogoma! – E s’allungava un braccio per ritirare l’enorme bricco vuoto e porgerne uno, pieno scottante.

    Accanto, il tabacchino con le cartoline illustrate. Entro. Intatto anche questo. Scelgo le cartoline per gli amici di quel tempo, e, intanto, do uno sguardo alla signora del banco: la fisso attentamente, e mi pare di essere al cinema, dove un quadro svanisce lentamente e compare una nuova immagine, al posto della prima. Ed io vedo, cosi, al posto di quella signora, abbastanza attempata, una ragazza sui 16 anni, sempre sorridente, graziosa, che sa accogliere i clienti con tanta grazia, scoprendo nel sorriso un incisivo ribelle. È lei senza dubbio. Me lo dicono sicuramente gli occhi anche se le sopracciglie sono troppo folte, ora.

    – Scusi, signora, da quanti anni è in questo negozio?

    – Da sempre.

    – Ma allora lei ricorderà qui vicino la «pensione» della Teressan? Ci mangiava il pretore, il commissario di P.S…. un maestro «foresto», che poi veniva a «comprare» le sigarette oppiate americane, qui, da lei… Eh, dico son passati parecchi anni, ma lei ricorderà…

    – Sì, sì, sì, ricordo, sì sior, ma el maestro el gera lu?

    – El gero mi, sicuro.

    – Ma varda che combinasion!

    – No, non combinazione, son venuto apposta. La me diga: il signor Tizio, il signor Caio, il notaio foresto anca lui, di Palermo, e don Giovanni e don Emilio, e Batta bello e Batta brutto… Dove sono?

    – Salo, sior, durante la guerra son andà via, per i bombardamenti, e poi molti non sono più tornati.

    – È una serie di risposte: – Xe trasferio a Venezia; xe trasferio a Padova; xe trasferio a Bologna; non se ne sa più nulla; xe morti…

    Perché, Cavarzere è stata la città martire della guerra: tagliata in due dall’Adige, con ponti saltati in aria, era diventata località strategica di primo piano, e ci si erano accaniti tedeschi e alleati. Poi vennero inondazioni a dare il colpo di grazia, dal quale, però, si era ripresa presto. E si era guadagnata la Medaglia d’oro.

    Il portone dell’edificio scolastico è aperto. M’infilo di corsa, a stento seguito da una bidella, che invano mi domanda cosa voglio. Lo capisce quando mi metto a spalancare le porte e a star un momento a guardare in silenzio, e a far parlare i ricordi. Qui, ci stava la B…, tutta chiesa e scuola; questa è l’aula della P… che aveva famiglia a Chioggia, e che mi raccontava di un suo concittadino, maggiore di artiglieria, che era stato al mio paese, quando vi si stava costruendo un campo per dirigibili. Qui, il collega sacerdote e… la mia scuola. La mia cara scuola, che conosceva le visite quasi quotidiane di un caro Ispettore, vecchierello anziché no, che veniva da Chioggia, e mi voleva un gran bene, non so perché. O era forse la mia giovinezza, che gli metteva in cuore un po’ della mia baldanza. E mi voleva sempre con sé, nelle visite alle scuole di campagna, perché corteggiassi le «care putele» di maestrine, e facessi ingelosire i rispettivi fidanzati, pure loro maestri.

    Portava spessissimo, i «peoci» di Chioggia, o le anguille; ordinava in trattoria, e poi: – Salo, go portà un tocco de capiton… vedarà. Con l’aceto e il rosmarino. E la polenta abbrustolita… Una cossa squisita. Ancuò magnerà con mi. Ma el me ha da raccontar de «Come ti erudisco il pupo».

    Era un libro, uscito allora da poco, che prendeva in giro, con sottile garbata ironia, la scuola i docenti e le autorità tutte.

    E lui si divertiva un mondo, quando sentiva la Teresina, che si disperava tutta, perché la carne cresceva di prezzo. Coi commenti più… esilaranti, che ne conseguivano.

    Spalanco gli scuri, e guardo intorno. Tutto come prima: lavagna e banchi e cattedra.

    Solo i banchi hanno cambiato disposizione. Mi affaccio: il campanile è lì altissimo coi quattro quadranti, uno per faccia, dell’orologio, che suonava ogni quarto d’ora, distraendo i ragazzi, per un momento. E sono lì, i miei ragazzi, tutti seduti, che mi guardano. C’è, al primo banco, Mario Motteran, un ragazzo intelligentissimo, che mi faceva un po’ da… capoclasse: distribuire e ritirare i quaderni, cancellar la lavagna, e rampognare qualcuno: «Tasi, ignorante, no te vedi che interrompi il maestro?».

    E c’è Baldi, figlio di povera gente, che non aveva mai due soldi, una «palanca», da comprarsi la patata americana, calda calda, alla ricreazione, in cortile, e glieli mettevo io, zitto, zitto, in tasca, quando si scendeva giù. E Motteran se ne accorgeva sempre, ma faceva finta di nulla. E c’è Ugo Begelle, caro ragazzo, che mi aveva ricordato per ben 18 anni continui, e solo il disastro dell’armistizio ci aveva inesorabilmente divisi. Nelle ricorrenze festive a Natale e a Pasqua, e poi il giorno del mio onomastico, mi mandava sempre la cartolina di auguri.

    Caro ragazzo mio, che avrai anche tu ora i capelli brizzolati, dove sarai andato a finire? Dove li pescavi, ogni giorno, quei fiori, che ponevi sul mio tavolo? Anche nelle più rigide giornate d’inverno, quando sembrava che anche le nebbia fitta fitta dovesse, da un momento all’altro, diventare un pezzo di ghiaccio, tu riuscivi a portarmi un sorriso di primavera, con quattro violette e due narcisi.

    E tu, caro Pavan, (li ho tutti presenti in una gran bella fotografia), ragazzetto timido, che diventavi rosso appena ti guardavo, ma che mi volevi un gran bene, e te lo leggevo negli occhi spauriti, dove sarai ora? E tu, Tommasi, tutto pepe che parlavi sempre e mangiavi di nascosto i pasticcini che rubavi a tuo padre, in negozio? E tu, povero, caro, buon Gafforio, ragazzo mio, studiosissimo, che avevi superato brillantemente gli esami per la Scuola Media, ma che dovevi finire tragicamente bruciandoti con una «spiritiera» scoppiata? E Tarterini, tu, che arrivavi ogni mattina tardi a scuola e ti doveva accompagnare tua sorella a scusarti? E un giorno: – Tarterini non viene oggi, perché xe morta so sorela…!

    – Dio, Dio, una ragazza così piena di salute! In due giorni!

    E voialtri colleghi, dove siete? Tu solo, mio caro Ignazio, te ne sei andato via dopo qualche anno appena, lasciando la tua povera, buona Sara, e il piccolo Niccolò, che «vuol stare sempre in braccio a suo papà». Forse povero piccolo, perché sapeva che ti avrebbe perduto presto. Anche se eri scappato nella tua Catania, ai primi sintomi di male sfuggendo i rigori di un clima, che non era fatto per te. E nemmeno per me, che me ne scappavo pure io, dopo solo qualche anno. E voialtre colleghe carissime, quasi tutte signorine, che mi volevate un gran bene pure voi, perché ero il più giovane, un ragazzo addirittura, di ventitré anni, che vi tenevo sempre allegre, coi racconti di mirabolanti viaggi… sulla carta, di conquiste da Casanova, di esami grafologici, che m’inventavo di sana pianta, dove siete anche voi? Ragazzo, è vero, sbarazzino, anche, sicuro, ma che vi ispirava assoluta fiducia, se venivate a casa mia, per consigli anche di genere familiare: E la povera signorina G?

    Un pezzo di Giunone, che doveva morir presto anche lei! E non avrò potuto più dire:

    – Gò provà con un toscan, e niente, gò provà con uno «delle sue parti», e el gera un pianzoso, che me diseva sempre: –

    …G… mi moro in guera!!

    – Ma va a mori – dicono a Roma.

    – Macché, fiol d’un can, ch’el gera sposà…

    – E adesso vuol provare con me, signorina G.?

    – Th, tasa lu, che xe un putelo ancora.

    Scendo le scale, lentamente, seguito dalla bidella, che mi fissa negli occhi. Sul portone mi fermo. Ricordo. Era una stupenda giornata di giugno. Aspettavo il mio caro Ignazio, salito su, per affari d’ufficio. Avevo avuto un grosso dispiacere, come si possono chiamare grossi i dispiaceri a vent’anni, e fumavo, pieno di nervosismo.

    Arrivano al caffè di fronte due poveri diavoli di suonatori ambulanti, e si mettono a suonare il Valzer della «Vedova Allegra», una volta, due volte, cento volte: un’ossessione. A me, quella musica mi sapeva di pianto, che so, mi faceva un effetto depressivo, mi aumentava la tristezza, insomma. Da allora, quando sento quella musica, mi rivedo sempre in quella lontana mattinata.

    Esco, e faccio due passi per «Ca’ Labia», un viale davvero meraviglioso, che arriva ad Adria, tutto alberato e diritto. Era la passeggiata di noi meridionali. Cosa fare, adesso più? Torniamo alla stazione, ma voglio prima rivedere il Duomo completamente rifatto. Ma più bello, più maestoso. E, addio, Adige, addio Cavarzere, addio Caffè Grando! Ho paura che non vi rivedrò più, davvero, ora!

    Nel tardo pomeriggio faccio ritorno a Padova. Mi avvio al mio albergo. Sul piazzale circostante, numerosi tavoli del caffè vicino. A un tratto, ho come un tuffo al cuore: – Giovanni Rossi? Quel signore, che mi guarda anche lui, ma così, di sfuggita? Giovanni Rossi, così invecchiato, che si appoggia a un bastone e domanda non so che cosa? Coi capelli tutti bianchi, con tutte quelle rughe sul viso? Macché, non può essere lui! Provo a domandargli? Sì, e per dirgli della mia dolorosa sopresa di ritrovarlo così? Ritrovarlo o ritrovarci? Perché, il tempo ha scavato anche per me, purtroppo! Ma no, che il mio caro Giovannino l’ho qui, sotto braccio, vispo e vegeto e pieno di vita, a passeggiare sull’argine dell’Adige, a tracciar larghi gesti con la mano: – «Venezia è Venezia, sissignori, una delle sette meraviglie del mondo, ma è sempre una bellezza fredda, aristocratica, che ti mette soggezione. Ma Napoli? Napoli è un’altra cosa. Napoli è una bellezza palpitante, che ti parla al cuore, te lo riscalda, te lo entusiasma, ti fa benedire la vita, perché ti ha riserbato lo spettacolo del paradiso del Vomero, di Posillipo: …«Pusilleco se stenne quasi stracquato… ncoppa ’o mare d’oro…»

    – Neh, Giovanni, che vuol dire «stracquato»? – Vuol dire «stindicciato»… disteso, sdraiato. – Di Santa Lucia: … – Santa Lucia… luntano ’e te… quanta malincunia… – Di Marechiaro, con la «fenestella»… Della Riviera di Chiaia.

    – Quando scenderemo a casa, devi fermarti con me quattro cinque giorni: ti farò visitare io Napoli! Cos’hai visto finora? Niente!

    E sarà ancora lì, il mio caro Nino, col quale siamo stati sempre in corrispondenza, per tutti questi anni; lì che mi aspetta passeggiando sulla Riviera di Chiaia, e respirando la brezza marina, in un tripudio di cielo e di sole, mentre «partono i bastimenti… per terre assai luntane…» Ed io mi sto qui a piangere di nostalgia e a farneticare sul passato. Andiamo a far le valigie, e domani, via. Vicenza, Milano, Torino, Riviera Ligure, Roma, Napoli, casa. Il mio giro turistico è terminato.

    Ma, a casa, una sorpresa! Un’illustrata da Padova, in data 24 luglio; «Dopo trent’anni. Ricordi, abbracci, Giovanni». – Ma il 24 luglio, lunedì io ero ancora a Padova. Alloggiavo al Conte, vicino alla stazione. «Ed io, il 24 luglio, alle ore 18 arrivavo a Padova e chiedevo una stanza proprio al “Conte”, ma non ne aveva! E allora dovetti cercare per il Corso, più su». Era lui dunque.

    Non mi ero sbagliato. Ma era il cuore, che si era rifiutato di riconoscerlo.

    Voleva serbare ancora intatta l’illusione di averlo innanzi agli occhi sempre col viso fresco, sorridente, pieno della baldanza di allora, di trent’anni fa. E, insieme con lui, me, con le allodole che cantavano in petto in tutte le ore.

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