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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il Polesine e l’archeologia

    Il Polesine e l’archeologia

    Il Polesine si sta facendo giustamente conoscere per i suoi meriti storico-archeologici anche all'estero, e in gratificante misura.

    Chi ancora pensasse, che la nostra provincia sia stata solo e sempre paludosa è ancora una volta smentito. Sempre più frequentemente vengono infatti alla luce testimonianze, di una terra fertile ed ospitale (già in tempi antichi), come d'altra parte da sempre sostiene il dott. Raffaele Peretto, direttore del Museo Civico di Rovigo. Egli ha avuto occasione di ribadire ciò in Germania e precisamente all'Istituto di Archeologia dell'Università di Bochum, dove è stato esplicitamente invitato, accompagnato dalla dott.ssa Simonetta Bonomi, Direttrice del Museo Nazionale di Adria, per relazionare sulle ricerche archeologiche e paleoambientali in territorio polesano.

    Ricerche a cui hanno partecipato, negli scorsi mesi di settembre ed ottobre nei comuni di Ficarolo, Gaiba e Salara, anche studenti e studiosi dell'ateneo di Bochum.

    In questa città, tra novembre e dicembre '90, nell'ambito della celebrazione del 25° anniversario della fondazione dell'Università di Bochum, è stata presentata anche la mostra "Le Balone, nucleo etrusco presso un ramo del Po": ovvero quell'eccezionale ritrovamento dell'87-88, datato V sec. a.C. composto da quattro sepolture corredate da suppellettili attiche ed etrusche, ed esposto nella scorsa primavera al Palazzo Roncale di Rovigo (vedi servizio sul n. 1 di "Ventaglio 90").

    L'interesse sul Polesine e sui suoi rappresentanti è stato veramente consistente: tanto che un giornale locale ha eletto il dott. Peretto "L'uomo del giorno".

    Ma soprattutto è stata riconosciuta l'importanza dal punto di vista archeologico di un territorio fino a qualche tempo fa considerato non degno di nota.

    Invece il Polesine, specie nel campo dell'archeologia, di considerazione ormai ne gode parecchia, tanto che i ricercatori di Bochum hanno già programmato un'altra campagna di scavo, dopo quella effettuata appunto lo scorso anno, in seguito alla quale sono stati rinvenuti materiali di epoca romana.

    È frattanto imminente l'avvio, con la collaborazione di istituzioni ed enti locali polesani, di ricerche più approfondite in località Chiunsano, dove sorgono le fondamenta di una grande villa rustica romana.

    Queste iniziative di studio e ricerca, oltre a riconfermate rapporti culturali e di collaborazione tra istituzioni e paesi diversi, promuovono la nostra provincia in ambiti più ampi e rendono omaggio a quanti, studiosi ed appassionati, credono nel valore di questa terra.

  • In cammino verso l’Europa

    In cammino verso l’Europa

    Un riconoscimento prestigioso

    La consegna ufficiale della “Plaquette d’Honneur” del Consiglio d’Europa, avvenuta nel corso di una solenne riunione straordinaria del Consiglio Comunale, tenuta sabato 8 dicembre 1990, ci offre l’opportunità di spaziare sulla lunga attività europeistica della Città di Adria, unica città italiana destinataria dell’ambito riconoscimento per il 1990.

    Per l’eccezionale evento sono convenute ad Adria le delegazioni ufficiali delle gemellate città di Ermont (Francia), Lampertheim (Germania), Rovigno (Jugoslavia) e Maldegem (Belgio), con i rispettivi Sindaci e rappresentanti dei Consigli municipali. Erano pure presenti l’on. Gunther Müller, designato dall’Assemblea Parlamentare Europea per la consegna del premio e l’avv. Gianfranco Martini, Segretario Generale dell’AICCRE, che fu l’ispiratore del primo gemellaggio di Adria con la cittadina francese di Ermont. Quel patto di fratellanza europea venne siglato ad Ermont il 30 aprile 1967 e confermato ad Adria nel settembre successivo. Con quel gesto di amicizia, Adria fu la prima città del Polesine ad entrare nella schiera dei costruttori dell’edificio europeo.

    L’idea del gemellaggio

    Tutto nacque dalla spinta ideale che animava, negli anni ’60, un forte gruppo di giovani aderenti al Movimento Federalista Europeo. Sotto quella spinta, un giovane assessore, al quale era stato affidato il referato della Gioventù con l’incarico di seguire i settori della Pubblica Istruzione, Sport e Tempo Libero, sentì la necessità di promuovere l’istituto del gemellaggio al fine di contribuire, a livello locale, alla più ampia diffusione del progetto di unità dell’Europa.

    Successivamente al 2° Congresso Europeo delle Città Gemelle, svolto a Strasburgo nei giorni 5 e 6 giugno 1966 Adria entrò nel circuito europeo dei gemellaggi.

    Tramite l’avv. Gianfranco Martini, all’epoca Segretario generale aggiunto all’Associazione Italiana Comuni d’Europa, fu stabilito un contatto con la delegazione del Comune di Ermont e con il suo Sindaco, l’ex-Ministro della Repubblica Francese nel Governo Bidault, l’ing. Robert Bichet.

    Da quel primo incontro sorse una schietta amicizia che si consolidò nel corso della visita compiuta ad Adria dagli Amministratori francesi dal 9 al 12 settembre 1966.

    In quell’incontro gli ospiti furono veramente toccati dall’entusiastica accoglienza loro riservata dalle autorità e dalla popolazione adriese. Durante il loro breve soggiorno essi ebbero modo di visitare le principali attività economiche locali, che fra l’altro all’epoca erano assai più fiorenti, e di conoscere gli aspetti culturali più interessanti, a partire dal Museo Nazionale.

    Ermont, già legata da un anno con patto di gemellaggio alla cittadina tedesca di Lampertheim, aveva in animo di realizzare un collegamento ideale con i sei Paesi promotori dell’Europa. Adria fu lieta di inserirsi in questo progetto attuato senza incertezze dalle varie Amministrazioni, anche di colore diverso, che si sono alternate a Palazzo Tassoni.

    Seguì quindi il 22 settembre 1979 il gemellaggio con Lampertheim, città tedesca dell’Esse, sul Reno, a una decina di chilometri dai centri industriali di Mannheim e Ludwigshafen.

    Adria pensò di guardare oltre quella triste “cortina” che, fino alla clamorosa caduta del muro di Berlino, divideva in maniera scandalosa Popoli e Paesi dello stesso continente europeo. Non essendo però possibile realizzare un simile progetto con una città dell’Est, per le drastiche misure di polizia che impedivano qualsiasi contatto con i Paesi a dominazione marxista, Adria volse lo sguardo alla vicina Jugoslavia, dove il marxismo era interpretato in termini più morbidi, e scelse quale partner la graziosa città istriana di Rovigno.

    Il patto di gemellaggio fu siglato a Rovigno il 17 aprile 1982 e confermato ad Adria il 16 aprile 1983. Di questo avvenimento e degli altri gemellaggi, così pure degli scambi frequenti intervenuti tra gruppi di studenti, Associazioni e famiglie, avremo modo di parlare in un’altra occasione. Qui vorremmo limitarci ad approfondire il significato di una felice intuizione, divenuta importante mezzo per sviluppare lo spirito europeo.

    La pratica del gemellaggio

    Si può dire che la simpatica iniziativa del gemellaggio abbia preso avvio dalla maestosa cornice dell’emiciclo della “Maison de l’Europe” di Strasburgo, dove ha sede il Parlamento Europeo. In quell’aula il Consiglio dei Comuni d’Europa, sorto con lo scopo di “sviluppare lo spirito europeo in seno alle popolazioni”, ha “inventato” il gemellaggio cercando di rendere questa pratica sempre più popolare, dandole la più ampia diffusione dopo le prime felici esperienze dei primi anni ’60 condotte a Troyes, Tournai, Metz e Lussemburgo.

    Il gemellaggio si distinse dagli scambi individuali e collettivi, che già allora si svolgevano con una certa frequenza tra Francia e Germania, e ciò perché il gemellaggio è fondato sull’impegno che prendono i Sindaci, sul giuramento che essi prestano in nome dei loro concittadini nel corso delle cerimonie solenni, aventi lo scopo di far sentire alle popolazioni la loro partecipazione ad una associazione durevole che le unisce strettamente ad altri popoli d’Europa, al di sopra delle vecchie frontiere.

    L’importanza di questo patto di unione è stata subito compresa e sostenuta dalla cittadinanza, costituendo la più significativa conferma che i gemellaggi rappresentano una valida iniziativa per far penetrare lo spirito europeo nel cuore dei popoli.

    Gli scambi si possono concepire nei settori più disparati: scuole, associazioni, campi di giovani, ecc. Questi, inseriti nel quadro del gemellaggio, cioè dei rapporti tra i Comuni, prendono significati e spessore nuovi. In una scuola, ad esempio, se gli scambi proseguono da un anno all’altro, i soggiorni all’estero, che colpiscono così vivamente le giovani immaginazioni, suscitano incontri, conversazioni, scambi di impressioni, tanto che, la città partner diventa un centro di interesse permanente per tutti gli studenti e le loro famiglie, coinvolgendo un ampio ventaglio di cittadini.

    Un elemento importante nella realizzazione del gemellaggio è la scelta delle città sorelle. Queste devono essere individuate sulla scorta di precise informazioni, magari passate attraverso le sezioni nazionali del Consiglio dei Comuni d’Europa. Questo perché, essendovi tra gli scopi del gemellaggio il confronto dei problemi comunali e l’assicurazione di scambi permanenti, è auspicabile che tra i comuni che si gemellano esistano analogie sufficienti a mantenere rapporti duraturi.

    Certi gemellaggi però possono anche essere stabiliti sulle differenze (città di mare con città di montagna). Quello che conta, è la volontà di agire per lo scopo comune.

    Ancora una considerazione rimane da fare, circa gli impegni economici richiesti da un gemellaggio.

    Non è facile fare un bilancio preciso, dato che il gemellaggio si attua per lo più con il concorso delle famiglie, sintesi perfetta della società. Tenendo presente questo aspetto è evidente che il peso econonomico del gemellaggio si ridimensiona notevolmente in quanto la famiglia ospitante, o l’associazione, o il singolo sanno che a loro volta saranno ospitati.

    Per le cerimonie ufficiali, poi, non occorrono grandi spese. Quel che conta è che tutti capiscano lo scopo vero dei gemellaggi, che è quello di permettere una conoscenza reciproca più profonda e viva tra gli europei, capace di trasformare i comuni gemellati in centri attivi di stimolo all’Europa.

    L’idea europea avanza

    Dalla firma dei primi patti di gemellaggio sono trascorsi 24 anni: l’arco di una nuova generazione. I giovani delle nostre città che si incontrano, sono nati dopo il Patto di Gemellaggio. Per loro, che non hanno conosciuto gli orrori della guerra, le divisioni politiche, le lacerazioni ideologiche, è stata costruita questa Europa che guarda con interesse al 1993 quando si realizzerà tra i paesi CEE un unico grande mercato.

    Per questa Europa, che oggi si avvia ad assumere sempre più una dimensione continentale in grado di unire le rive dell’Atlantico alla catena degli Urali, come la pensarono, dopo il conflitto mondiale 1915-18, i primi propugnatori dell’idea federale (da Kondenhove Kalergi a Briand) o come la sostennero dopo le devastazioni della guerra più recente Schumann, De Gasperi, Adenauer, Spaak e tanti altri spiriti eletti, in molti hanno lavorato con impegno.

    Ed Adria va annoverata certamente fra i comuni europei che si sono prodigati con maggior impegno e continuità per far avanzare questa idea di unificazione.

    I frutti, oggi, sono alla portata di tutti, affinché tutti finalmente, si sentano cittadini d’Europa.

  • Premio Govoni

    Premio Govoni

    Rapporto scuola-cultura e rapporto professione-cultura in Polesine: un intreccio di tematiche complesse e di estremo attuale interesse. Affrontarle è stata una sfida impegnativa, raccolta dall’Ordine degli Ingegneri di Rovigo che, alla metà dello scorso dicembre, ha celebrato il Premio Govoni 1990 – prima edizione. Nella sala riunioni della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo è avvenuta alla presenza di un qualificato pubblico la premiazione, per specializzazione, della migliore tesi di Laurea in ingegneria.

    Rodolfo Govoni, alla cui memoria il premio è stato intitolato, ha presieduto l’Ordine degli Ingegneri della provincia per oltre due lustri, fino alla sua prematura dipartita, poco più di un anno fa. Il modo migliore per ricordarlo, raccogliendone la ricca eredità morale, è stato quello di istituire questo premio aperto ai giovani laureati meritevoli, “che si pongono come elemento propositivo e di cerniera con una professione da svolgere in un contesto non più racchiuso dai confini nazionali ma estesa ad una dimensione europea” come ha ben detto nella presentazione il suo successore ingegner Ferdinando Picelli.

    Hanno meritato il primo premio Matteo Siviero (settore elettronica) e Luca Franzoso (civile-edile) e segnalazione Simone Spalmiotto (idraulica), Antonio Capodaglio (civile-edile), Raffaello Salvadori (civile-edile) e Marco Pigaiani (meccanica).

    Ma tra le tesi presentate, per lo meno un paio sono degne di una particolare attenzione, in quanto puntano l’obiettivo su monumenti emblematici della provincia: Torre Donà a Rovigo e la Chiesa dell’Abbazia della Vangadizza a Badia Polesine.

    Il primo studio, redatto dall’ingegner Luca Franzoso è intitolato “Indagine conoscitiva sullo stato della Torre Donà di Rovigo” ed è stato discusso alla conclusione dell’anno accademico 1988-’89, relatori il professor G. Turrini, che in occasione del premio ha illustrato il lavoro con un circostanziato intervento, e l’ingegner M. Piazza dell’Università di Padova.

    Descritte ed analizzate le metodologie d’indagine, è stato riferito sulle operazioni programmate ed eseguite sul manufatto. Accurato è stato il rilievo delle fondazioni e delle murature anche per quanto attiene al quadro fessurativo. Eseguite prove sui materiali, sono state analizzate le condizioni statiche della torre, facendo ricorso ad elaboratori elettronici. I dati raccolti si rivelano di fondamentale importanza per le future progettazioni. Molti punti della torre sono stati posizionati spazialmente e ciò consente di stabilire eventuali movimenti degli stessi. Metodi moderni e pratici sono stati seguiti anche per le analisi compiute sul terreno. Il lavoro può essere indicato come riferimento per la scelta di metodologie da seguire nello svolgimento di analoghe indagini. Finalizzato ad un progetto di consolidamento di Torre Donà, il notevole materiale raccolto verrà prossimamente consegnato al Comune di Rovigo da parte dell’Ordine degli Ingegneri, per un ulteriore proseguimento dei lavori ad opera del Comune medesimo.

    Sempre all’Università di Padova, nel precedente anno accademico, si laureava l’ingegner Raffaello Salvadori, relatori il professor C. Bianchi e l’architetto V. Dal Piaz, con una tesi dal titolo “Proposta di copertura dei resti e degli scavi archeologici nella Chiesa dell’Abbazia della Vangadizza di Badia Polesine”.

    A seguito di un’esauriente indagine storica riguardante l’Abbazia a partire dalla sua fondazione, seguendo lo sviluppo del complesso monasteriale, lo studio propone una struttura di copertura dei resti delle chiese quasi interamente demolita nell’anno 1835 e di eventuali ritrovamenti archeologici che potrebbero risultare da futuri scavi. La novità e l’interesse della soluzione indicata sta nel fatto che il programma non comprende rifacimenti o modificazioni delle parti esistenti, ma la realizzazione di sovrastrutture del tutto distinte e separate, soltanto accostate alle preesistenti ed alle stesse integrate senza provocare alterazioni, e con la possibilità di rimozione, smontaggio, cambiamento tali da non coinvolgere o sconvolgere le strutture antiche. La copertura proposta riconduce al volume originale della chiesa, con il ricorso ad una struttura reticolare spaziale. L’intervento prevede una base, piano di calpestio, sotto la quale, grazie ad una pavimentazione trasparente, si rendevano visibili gli scavi archeologici, accessibili per mezzo di scale, e sopra la quale si innalzano i pilastri di sostegno della copertura costituita da un tavolato in legno ricoperto da lastre di rame. Le pareti della chiesa sono previste in policarbonato. Il lavoro presentato è stato segnalato tra l’altro per l’attendibile livello di fattibilità.

    Questi sono alcuni tra i contributi, rilevanti per valenza tecnico-scientifica, che l’encomiabile iniziativa della prima edizione del Premio Govoni 1990 ha voluto porre all’attenzione ed al servizio della collettività polesana. E l’auspicio è quello che alla prima, possano seguire altre numerose e fortunate edizioni, a cadenze ravvicinate, quali stimolanti appelli per una prestigiosa gara aperta ai migliori giovani ingegneri della provincia.

  • Premio europeo per l’ambiente

    Premio europeo per l’ambiente

    Prestigioso riconoscimento alla “Costruzioni Dondi S.p.A.” di Rovigo, che ha ottenuto il Premio Europeo per la “Migliore Innovazione Tecnologica” applicata alla gestione dell’ambiente per i sistemi di trattamento delle acque di rifiuto.

    La Società polesana, che opera su tutto il territorio nazionale, con esperienze anche all’estero, è certamente per la preparazione tecnica per l’organizzazione fra le prime imprese italiane ed europee nel settore della protezione dell’ambiente, avendo realizzato i maggiori interventi nel settore del trattamento delle acque e dei rifiuti in genere.

    La Società, con un organico di 300 addetti, si avvale anche di Società satelliti, ognuna di queste con alto grado di specializzazione: l’ITALTECNA S.r.l. per Engineering; la F.IMM. S.r.l. per l’elettronica informatica con applicazioni gestionali; la TELEDATA S.r.l. per i sistemi teleinformatici tecnologici, la SIDERURGICA del Polesine per la costruzione di macchine destinate agli impianti; la GE.A. per la distribuzione di acque potabili e la METANODOTTI PADANI S.P.A. per la distribuzione del gas. L’organico complessivo del gruppo è di oltre 400 addetti, dei quali 40 laureati ed 80 diplomati.

    Ci incontriamo con l’Ing. Maritan, responsabile della Società TELEDATA, che ha ideato e realizzato il progetto premiato:

    – Ingegnere, quali sono gli aspetti qualificanti del progetto?

    “Il progetto, che la COSTRUZIONE DONDI S.P.A. ha realizzato unicamente con autofinanziamento, consiste in un centro di controllo computerizzato ‘intelligente’, collegato sia a linee telefoniche per trasmissione dati sia ad una rete in ponte radio, con stazione ripetitrice sul Monte Venda, ad attuale copertura multiregionale.

    Tutti i sistemi acquedottistici, le fognature, le reti gas, gli impianti di potabilizzazione e di depurazione sono sottesi da questa specie di ombrello, che permette il trasferimento delle informazioni relative al loro controllo a distanza da parte del centro computerizzato.

    Le informazioni acquisite, elaborate in tempo reale, memorizzate, catalogate, vengono ritrasmesse, sempre in tempo reale, ad utilizzatori remoti, che le utilizzano sia per fini operativi sia per fini gestionali, statistici, amministrativi, ecc…

    Il centro di controllo è stato inizialmente organizzato presso la Filiale della Società a Vigonza (PD) in Via Kennedy n. 4, ed è in previsione a breve termine la sua integrazione a livello di Centro Servizi Avanzati presso la nuova sede in costruzione in Viale delle Industrie – Rovigo”.

    Ci portiamo nella sala operativa del centro, dove l’Ing. Maritan ci dà alcune dimostrazioni pratiche.

    – Quanti sono gli impianti sotto controllo?

    “In questo momento il Centro sta controllando 27 impianti di depurazione nel Veneto fra i quali: l’impianto Consortile del Cittadellese, quello del Comune di Albignasego, di Merlara, ed altri, nonché l’Acquedotto del Comune di Imperia e l’Acquedotto Consortile del Medio Veronese Orientale di Bovolone.

    Il centro computerizzato, ad intervelli ciclici, variabili in media da uno a quindici minuti, interroga gli impianti controllati, che in una frazione di secondo rispondono automaticamente, trasmettendo i loro dati di funzionamento, relativi all’intervallo di tempo trascorso dall’interrogazione precedente.

    Il centro paragona i dati con quelli standard ottimali. Se sono corretti si limita a registrarli; se si discostano da questi sulla base di opportuni criteri di valutazione, ne registra l’anomalia sulle unità di stampa e ne segnala l’allarme”.

    – Cosa sta avvenendo in questo momento?

    “In questo istante il centro sta interrogando l’impianto di depurazione di Cittadella: ora la portata dei liquami in ingresso è di 320 metri cubi all’ora e la punta massima giornaliera è stata finora di 450 metri cubi all’ora; tutti gli altri dati che stiamo rilevando risultano contenuti entro i limiti prestabiliti.

    Così anche per la del Ph, che è di 7.6 e dell’ossigeno disciolto in vasca di ossidazione, che è di 3 milligrammi per litro”.

    – Attualmente è tutto O.K. dunque. Ma che succede in caso di valori anomali?

    “Veda questo tabulato: vi sono registrate alcune anomalie ed allarmi incorsi in giorni scorsi: la pompa N. 4 dell’impianto di Albignasego, per esempio, per circa tre giorni ha presentato un crescente assorbimento elettrico, raggiungendo valori anomali; pertanto il sistema ha suggerito un intervento manutentivo.

    Il giorno dopo, come può osservare sempre su questo tabulato, l’intervento risulta effettuato. Si legge infatti: “Da operatore Bertoncello: estratta la pompa N. 4 dell’impianto di Albignasego; nella pompa erano entrate alcune calze da donna che avvolgendosi nella girante producevano il maggior assorbimento di potenza”.

    “Se non fosse stata segnalata l’anomalia ed eseguito l’intervento, si sarebbe potuto verificare il blocco termico della pompa con i danni ben comprensibili; o addirittura, sarebbe potuto bruciare il motore elettrico”.

    – L’attività del centro di controllo interessa anche altre realtà fuori del Veneto?

    “Il centro è anche collegato con l’Acquedotto di Imperia, per mezzo di linea telefonica SIP per trasmissione dati; l’acquedotto riceve acqua da Sanremo, oltre ad avere 5 punti di produzione propria.

    Il Centro di controllo “intelligente” regola il flusso di acqua prelevando prima quella di autoproduzione, a più basso costo, poi quella acquistata da terzi, senza perdere di vista lo stoccaggio di acqua nei serbatoi, per garantire al meglio la produzione in rete.

    Durante la emergenza idrica della scorsa estate il centro ha distribuito l’acqua in modo imparziale, valutando tra le situazioni possibili quelle ottimali, su tutto il territorio senza privilegiare le zone basse rispetto a quelle alte.

    Il Centro di Vigonza non ha bisogno di essere sorvegliato, tutti i dati anomali vengono prima registrati, poi trasmessi via SIP, al personale di servizio o in reperibilità utilizzando il Sistema Teledrin.

    Al segnale acustico emesso dal piccolo ricevitore tascabile Teledrin, l’operatore può leggere un codice che corrisponde al dato anomalo, potendosi così regolare di conseguenza, secondo le procedure di intervento stabilite.

    “In questo modo un solo addetto, in reperibilità, stando anche a casa o alla partita di calcio, può individuare gli inconvenienti, ed ordinare per mezzo telefono cellulare portatile o tramite ponte radio gli interventi necessari”.

    – Il vostro è un sistema veramente d’avanguardia. Ma in generale come stanno le cose?

    “La situazione attuale vede ancor oggi normalmente, salvo pochi casi, acquedotti e fognature regolati unicamente dalla legge di gravità ed impianti di depurazione troppo spesso in stato di abbandono.

    Con il sistema computerizzato messo a punto in Costruzioni Dondi Spa è possibile migliorare questa situazione con l’ausilio delle discipline elettroniche informatiche e di telecomunicazione, finalizzate sia al controllo tecnologico e di processo degli impianti, sia all’elaborazione di informazioni per utilizzo statistico, amministrativo e così via.

    Tutto ciò con un limitato impiego di personale, in un’area geografica che comprende l’intera Regione Veneta ed oltre”.

  • Una scuola che si evolve

    Una scuola che si evolve

    Fra le ricorrenze che periodicamente si susseguono nei settori più vari della cultura, della politica, dell'economia, relativi a singoli personaggi o istituzioni, un fatto di rilievo per la città e per la provincia è stato il festaggiamento del centenario di fondazione di una scuola che ha rappresentato una particolare sede per la formazione di menti, caratteri e personalità: l'Istituto Magistrale “C. Roccati” di Rovigo.

    Il 23 marzo scorso, con meritato orgoglio, l'istituto scolastico ha ricordato la sua lunga storia che nel 1891 vide la nascita della Scuola Normale “C. Roccati”, alternando nel corso dei decenni momenti difficili a periodi di forte impulso, fino a giungere a 800 iscritti. Nel 1923 la legge Gentile portò alla modifica del corso di latino, mentre i programmi tradizionali sono rimasti gli stessi fino ad oggi.

    Se da un lato l'Istituto può essere soddisfatto del cammino percorso, dall'altro è doveroso evidenziare come esso abbia saputo cogliere il cambiamento dei tempi, trasformandosi gradualmente per diventare una scuola moderna e progressista, aperta a tutte le facoltà universitarie. Non solo. Essa risponde oggi anche alle mutate esigenze del mercato del lavoro, indirizzando a nuove professioni, pur non perdendo di vista il suo ruolo di abilitare all'insegnamento nella scuola elementare, unica ad avere titolo per farlo.

    Negli ultimi anni, come è avvenuto in quasi tutti gli Istituti di scuola media superiore (che si sono evoluti con l'introduzione di programmi sperimentali, concretizzando la cosiddetta “riforma dall'interno”), anche l'Istituto Magistrale “C. Roccati” ha ottenuto l'autorizzazione all'avvio di due nuovi corsi sperimentali: il corso sociopsicopedagogico e il corso artistico.

    Per conoscere in modo approfondito le innovazioni, mi incontro col preside, prof. Ercole Chiari.

    In che cosa consistono dettagliatamente i nuovi corsi?

    “Il vecchio Istituto Magistrale non risponde più agli indirizzi dei tempi e ciò spiega il corso sperimentale sociopsicopedagogico. Il Ministero stesso intende fare dell'Istituto Magistrale un Liceo Pedagogico in cinque anni. Si è partiti dalla riforma dei programmi della scuola elementare che ha introdotto i moduli secondo i quali tre insegnanti operano nella stessa classe nelle varie aree: linguistica, scientifica e artistica. Dal momento che anche per i maestri è prevista la frequenza di un breve corso a livello universitario, secondo la recente riforma Ruberti, era necessario istituire un corso di studi rispondente alle innovazioni della scuola di base.

    L'indirizzo magistrale tradizionale è stato anch'esso aggiornato con l'introduzione di due mini-sperimentazioni: quella di informatica nella prima e nella seconda classe e quella di lingua straniera nelle classi terza e quarta.

    Il corso sociopsicopedagogico, tuttavia, si diversifica sia perché comprensivo del quinto anno integrativo che consente la prosecuzione degli studi in ogni facoltò universitaria, sia per la preparazione più ampia, più approfondita, più solida (liceale appunto) offerta specialmente nei settori della pedagogia, della psicologia e della sociologia, materia non esistente nell'attuale corso quadriennale. Nel biennio è stata aggiunta l'Ed. Civica, giuridica ed economica. Tutte queste discipline sono particolarmente indicate per chi intende dedicarsi all'insegnamento non solo nella scuola elementare, ma anche nella scuola media e superiore. Rimane una scuola professionalizzante in quanto dà un titolo professionale attraverso la pratica della didattica. Oltre all'insegnamento elementare si acquisisce competenza anche a livello sociale con la possibilità di partecipare a concorsi delle ULSS e ad operare nel sociale.

    Il nuovo corso sociopsicopedagogico è un autentico Liceo moderno che assicura una preparazione culturale completa non solo nell'area umanistica ma anche nell'area matematico-scientifica come si può notare dal ragguardevole monte ore di tali discipline”.

    Come è stato accolto il nuovo corso?

    “In maniera positiva, quantunque non sia stata ancora valutata appieno l'offerta di una preparazione culturale più solida. Questo è il secondo anno e le richieste di iscrizione sono aumentate del 20% rispetto quello scorso. È interessante sottolineare che gran parte degli iscritti sono usciti dalla scuola media con giudizi che vanno dal buono all'ottimo e un buon livello di preparazione è significativo e promettente. Chi sceglie l'indirizzo tradizionale è orientato ad una maggiore brevità del corso e ad un minor impegno negli studi, magari per seguire altri obiettivi come chi frequenta, ad esempio, il Conservatorio”.

    E ora parliamo del corso sperimentale artistico.

    È un Liceo artistico a tutti gli effetti, concesso dal Ministero come specializzazione a sè, diversa dall'Istituto Magistrale. Non è una scuola professionale come, ad esempio, l'Istituto d'arte di Castelmassa; questo Liceo forma i giovani alle materia artistiche, alle discipline plastiche e pittoriche; dura 5 anni e dà la maturità artistica aprendo l'accesso a tutte le facoltà universitarie. Si differenzia dai licei artistici tradizionali per la forte base culturale che in quelli manca. È più contenuto l'orario delle discipline artistiche, ma è stata introdotta la tecnologia applicata: nel biennio ci sono materie opzionali affini ad attività artigianali; nel triennio compaiono le tecniche audiovisive, il disegno industriale, la grafica al computer. Le tecnologie applicate consentono inoltre l'inserimento nel settore della grafica pubblicitaria. Pertanto il corso è impostato per dare una preparazione completa nel settore artistico e insieme fornire la base adeguata per ogni successivo perfezionamento a livello universitario, tutto sul principio di una buona formazione generale sia nell'area umanistica che scientifica”.

    Come si è risposto al nuovo indirizzo di studi?

    “In modo entusiasmante. A giugno dello scorso anno si è ricevuta l'autorizzazione ministeriale e a settembre erano già 50 le richieste d'iscrizione, di cui è stato possibile accoglierne solo 30. Per il prossimo anno probabilmente si apriranno due sezioni”.

    L'Istituto è molto spazioso, ma basteranno le aule?

    “Al momento sì, ma in futuro potranno sorgere problemi. L'Amministrazione Comunale e la Provincia ci sostengono con generosità, dal momento che il Ministero tende a tagliare i fondi; inoltre, le sperimentazioni non possono essere più del 5% in tutta la Provincia e poiché i contributi vengono distribuiti fra scuole con nuovi corsi sperimentali accade che qualche scuola, che ha solo corsi sperimentali, assorba la maggior parte delle somme erogate”.

    Certamente questo corso rappresenta una grossa novità.

    “Sì. Pur non essendo un Liceo professionale, ai ragazzi che fanno materie plastiche è data la possibilità di stabilire un rapporto interessante tra scuola e mondo del lavoro. Ad esempio, per la cottura di ceramiche ci viene offerto il forno di un'industria artigianale (le Ceramiche Marchesini); oppure, per la lavorazione dei metalli nel biennio si potranno avvicinare i ragazzi a botteghe di orafi che in città esistono a livello artigianale”.

    Mancava a Rovigo una scuola di questo tipo.

    “La sede per una scuola costituisce un fattore molto incidente; che ce ne fosse bisogno è risultato dal fatto che in fretta se ne è diffusa la conoscenza e la risposta, come si è visto, è stata soddisfacente”.

    Concludendo, non rimane che essere grati al Preside Chiari e a tutti i docenti che hanno voluto a Rovigo un Istituto di così elevato valore culturale e moderno allo stesso tempo, in grado di garantire una formazione completa dei suoi allievi, onde favorirne l'ingresso in una società in rapida evoluzione che si apre all'Europa.

  • Le poesie di Angioletta Masiero

    Le poesie di Angioletta Masiero

    RACCOGLIEREI STELLE IN PANIERI DI CIELO

    Raccoglierei stelle in panieri di cielo per i tuoi occhi vestiti di paura e inchiodati su orizzonti di morte, bimbo libanese.

    Distillerei rugiada di pace sulle colline dell’esistenza e seppellirei voci d’odio con battiti di fiabe per i tuoi occhi umiliati dal ferro rovente dell’apartheid, bimbo sudafricano.

    Disegnerei lune di speranza sui silenzi di lunghe carovane che imbiancano la notte tra melodie di vento e brucerei semi di pregiudizi e fotogrammi di violenza

    per i tuoi occhi fasciati di solitudine, bimbo nomade.

    Accarezzerei corde d’arpa per cantare poemi d’amore nelle terre-prigioni dove muoiono ogni giorno frammenti d’illusioni.

    Su strade di macerie e barricate traccerei universi di luce per illuminare i sogni dei bimbi d’ogni continente e insieme a loro attenderei colombe alzarsi in volo

    COSMOS

    Sillabare di nebbie e incrostazioni di eventi nel mistero d’insolvibili spazi a ricomporre semi millenari tra impronte di passato. La Storia si riavvolge nella spelonca rugiadosa delle stelle e nell’universo si distribuisce il ricordo di antichi presagi.

    Crepuscoli e assonanze s’espandono in realtà più vaste e dal cielo si dipartono messaggi d’aria a musicare la melodia delle stagioni. Lento fila il tempo richiami d’altre vite, tremori d’albe e distanze azzurre

    su tele di madrepore mentre illusioni e asprezze continuano a cadere in sfere di cristallo.

    Mulinelli di coralli trattengono silenzi remoti e ombre di sogni tornano a confondersi nel pullulare di costellazioni mutevoli tra voragini d’infiniti echi.

    Confida la pietra i segreti dei cieli, delle ere nell’irraggiungibile solitudine e insieme agli astri rotea la radice oscura d’ogni origine. E ricomincia ogni volta la luce.

    (1° Premio Concorso Nazionale “Cosmo d’oro”)

    SATURA IL CERCHIO DI SILENZIO

    Satura il cerchio di silenzio il sicomoro alto sulla proda e il tempo annera il sasso e la memoria in verticale attesa. Tacitamente battiti d’ombra affondano nel fiume cieco che mi scava dentro e al periplo degli occhi avide rotte deragliano alchimie d’albe gonfie di notte.

    E sono sola con le mie parole sotto la luna e i bastioni morti col cuore ingrumato di ricordi che di giorno in giorno la verità scolora.

    Invano sui precipizi dell’assenza mi affido stanca ai miei confini e divido in parti uguali l’ansia irrigidita nel cavo delle mie mani vuote. È gorgo il nulla di profonda nebbia e i lunghi giorni d’abbandono massacrano le attese e mi fanno pietra.

    Lacrime di conchiglie arenate disegnano il mio destino d’aria sull’orlo del turbinio che raggela l’inquietudine alta dei gabbiani. Muoiono i sogni come il grido del giorno sugli specchi e ancora cammino sulla sabbia coi laceri orizzonti di una sfida che si stacca, improvvisa, e mi trafigge.

    PO: ETERNE STROFE D’ONDE

    Filigrane di memorie cantano nelle mani del vento antichi ritornelli d’ombre e sogni tra canneti solitari e pietre corrose dal tumulto delle acque.

    Eterne strofe d’onde macinano leggende e lamenti di vecchi mulini in silenzi di golene mentre veli di spume orlano l’azzurro e voli di folaghe accendono l’aria di stupore.

    Sconfinata solitudine di dune tesse bagliori d’attesa e la brezza carezza favole d’ali e danze di Najadi su rive di conchiglie. In sospiri d’acqua e cielo si ravvolge la risacca e scintille di misteri cullano i pioppeti dove vivono aironi cenerini.

    Il Po sinuoso sussurra segreti e discioglie accordi con voce di millenni. Su soglie di abissi taciturni intona cantici alla luce tra fruscii di canne. Canta e respira il fiume mentre l’aria lo bacia e la brezza lo culla con dita di perla.

    Pelle d’argento scivolosa cela sotto valli d’onde illusioni d’alghe e sortilegi di luna. L’acqua trascina nostalgie di melodie infinite tra respiri di lagune.

    E il fiume cangiante nel trasparente alitare del tempo continua ad intonare con labbra d’argento la litania errabonda della sua storia eterna.

    (Poesia inserita nella 3ª Biennale Nazionale “Poesia – Ambiente” 1991)

    NEVERMORE (MAI PIÙ)

    Cieli gonfi di fiabe e ritagli di stagioni sfumano su cancelli d’ombra in musica di lacrime e vento. Pensieri di filigrana danzano col silenzio dei cigni a raccogliere petali di stelle e stupori di arabeschi sulle mie dita.

    L’eco di conchiglia ha palpiti leggeri nella penombra che divide i sogni.

    Silenzi d’ali e nidi di rose sciolgono fuochi sull’acqua che riflette gocce di luna. Mai più spegnerò respiri d’ombra in velluti di foglie e sangue. Mai più il tempo sfoglierà l’attesa.

    Un’ampolla imprigiona il sogno della vita.

    (Premiata al Concorso Internazionale “Renzo Pezzani”)

    LE GINESTRE DI ELDA

    Splendono sulla tela le ginestre di Elda e in esse ritrovo solitudini lontane e verdi nostalgie di boschi.

    Dinanzi alle corolle d’oro incantata la memoria torna alla pace di remoti sentieri nascosti da rami fitti d’abeti tra le montagne e il cielo.

    Cantano nell’anima le notti e i prati mentre sogno leggende imprigionate in eremi di vento.

    Silenti eternità montane leggo sui petali delle ginestre che mi narrano storie di tramonti antichi e ritrovati incanti.

    Il sole batte sulle corolle gialle e ferma è l’ora in un colore eterno.

    (dedicata alla pittrice Elda Attalini)

    SONO RIMASTA A CUCIRE IL VUOTO

    Sono rimasta a cucire il vuoto nell’orto del mio spazio fra alberi duri di solitudine e rantoli d’ortiche. Nella curva dell’ombra indugia l’eco di segreti felici scolpiti nel vento dei passeri con battiti filati d’infinito.

    Tempesta di sole nel cratere dello sguardo e gemiti senza piume di cigno sui rami di questa lunazione nella crepa artica che frusta il gioco della vita e fa sgorgare scintille di ghiaccio nei crepuscoli della carne.

    E sono qui a chiamarmi senza risposta nel tepore odoroso di sogni rampicanti con la pelle tesa all’arco delle comete per andar lungo profezie giocate sulla strada senza tempo dove il glicine canta l’eucarestia dell’universo e l’amore suicida imbriglia la sera illusa dalla luna.

    Inginocchiata su scorze di silenzio sgozzo le stagioni per non scrivere altre tenebre nei buchi del mio viaggio.

    E mi lascio vincere dall’alchimia di questa pena straripante che mi schianta.

    (1° Premio assoluto al Concorso Letterario “Formica Nera” di Padova)

    E VARDARÒ ’NCORA PRIMAVERE DE LUNA

    …E vardarò ’ncora primavere de luna sospese a la fola de la sira fra archi de nuvole clare e sconti respiri de luse.

    Ne l’aria podarò sentire onde de lòdole e suspiri d’anguane imprisonà nei canài tra fumàre d’arzento e litanie de vento.

    Basarò le onde e ’ndarò smissiarme a xoli de paveje e sussuri de isole selvàdeghe par respirare cante de coraj e mari distanti.

    Drio le canavère de palù chiete ciamarò le ave a ricamàre ’l zielo e inventarò magie par impizàr falò de stele dove bala le àleghe.

    Bave insogni correrà su sabie d’oro a impirare lagreme de rosà in cape de sole.

    Tornarò a rancurare falìve de vita ingategià in pressia da la napa del tempo.

    E quando sirò sola a rassare i silensi fundi de le ore me perdarò fra girlande e ciarori de ricordi.

    Solo ’l vento fredo del destin podarà sfrisàre ’l velo de l’anema e inciodarme ’l respiro.

    (Premiata al Concorso indetto dal Lyons di Vittorio Veneto)

  • Il mondo come armonia

    Il mondo come armonia

    Iscritta all'Albo dei Giornalisti del Veneto dal 1982, Angioletta Masiero, è redattrice e collaboratrice di varie riviste e periodici culturali.

    Da una quindicina d'anni si occupa di poesia; ha recensito poeti e scrittori e presentato in catalogo pittori e scultori. Molti sono i premi che ha conseguito in importanti concorsi letterari nazionali ed internazionali.

    Sue liriche in lingua ed in vernacolo sono inserite in oltre quaranta antologie e cataloghi artistici. Ha scritto saggi di storia locale tra cui «Donne Polesane nella Resistenza» pubblicato dalla «Minelliana» nel volume «Polesine e Resistenza» – 21/23 Studi Polesani.

    Ha frequentato per diversi anni i corsi di violino, pianoforte e canto al Conservatorio «F. Venezze» di Rovigo. Ha studiato dizione e recitazione sotto la guida di Giorgio Albertazzi, e seguito corsi di fonetica, dizione espressivi e dizione poetica a Venezia e a Bologna. Tiene recitals sia come voce recitante solista che accompagnata da strumenti musicali.

    Il Centro di Poesia, Arte e Letteratura Italiana presieduto da Umberto Casu, le ha conferito, nel 1982, il «Premio Internazionale una vita per la poesia».

    Ci incontriamo con l'autrice per una breve intervista.

    – Da quanto tempo si occupa di poesia e narrativa?

    “Da diversi anni. Ho iniziato giovanissima ad amare la poesia, la lettaratura, l'arte in genere. La prima poesia l'ho scritta a undici anni. Poco più che adolescente ho iniziato a vincere i primi concorsi nazionali importanti e, da allora, ho continuato quest'attività che amo e che mi ha regalato grandi soddisfazioni”.

    – I giovani amano la letteratura e l'arte?

    “Ho avuto modo di tenere recitals nelle scuole medie e superiori, e ho riscontrato un notevole interesse da parte dei giovani per i classici e per la musica. Attualmente sono la responsabile del gruppo «Rovigo Arte» aderente all'associazione culturale "Dante Alighieri". Questo gruppo ha come finalità la divulgazione della letteratura italiana e straniera presso le varie scuole della provincia. Insieme ad alcuni amici musicisti ho dato vita ad un tipo di recital formulato appositamente per i giovani; è importante, a mio avviso, che questi ultimi abbiano l'opportunità di avvicinarsi alla musica ed alla letteratura in un modo diverso da quello proposto dagli attuali programmi d'insegnamento. I ragazzi devono comprendere che la cultura e l'arte sono fondamentali per l'uomo, per la sua crescita spirituale e per la sua formazione. Se togliamo agli uomini l'arte li derubiamo di valori universali, li priviamo della fantasia, del gusto creativo, delle idealità più alte e significative”.

    – A quali valori non rinuncerebbe mai?

    “All'autonomia creativa, alla libertà dello spirito”.

    – Che cosa le dà maggiormente fastidio?

    “L'ignoranza, la volgarità, la prepotenza, l'insensibilità”.

    – Quale scrittore contemporaneo predilige?

    “Michel Quoist, per la profondità dei contenuti e la bellezza delle immagini”.

  • L’ing. Sabbatini

    L’ing. Sabbatini

    Faceva pensare al protagonista di «Morte a Venezia», l'ing. Sabbatini, così alto, un po' corpulento, vestito di un completo chiaro, con in testa un panama bianco a larghe tese. Il viso era sempre arcigno, di uomo che si vive addosso e ha abolito da tempo, dal suo vocabolario, le parole «umanità» e «amore» al prossimo.

    Era ammogliato, senza figli. I maligni dicevano che la moglie fosse morta di fame, tanto era vessata dall'avarizia di questo Arpagone veronese.

    Lavoravo con lui all'ufficio brevetti e ne pativo di tutti i colori. Sabbatini risparmiava tutto: la carta per scrivere, le matite, la gomma per cancellare (di cui raccoglieva religiosamente le scagliole usate). Aveva una gran considerazione per la saponetta che – a suo dire – avrebbe dovuto durare per un anno almeno. Basta usarla con giudizio – sosteneva – bagnandola poco e allontanandosi rapidamente dal getto del rubinetto che deve essere prontamente chiuso. Ne serve poca, una piccola quantità sulle mani. Non va bene lo spreco, non è utile a nessuno. Mangiava mezzo vasetto di omogeneizzato, così risparmiava anche la cottura dei cibi.

    Non aveva voglie, desideri, aspirazioni. Fumava qualche mezzo toscano, facendolo durare il più a lungo possibile. Riciclava qualsiasi cosa. Era spocchioso, supponente. Consigliava ai giovani di tenersi lontano dalle donne. Meglio una bambola di gomma gonfiabile, igienica, senza pretese, che non chiedeva inviti a pranzo o regali. Metteva, in studio, delle mezze maniche, come un «travet», così gli abiti duravano più a lungo. Non regalava mai niente a nessuno, eccetto lunghe prediche sulle sue teorie di arida moralità e consigli per spendere meno del meno e per vivere in un grigiore fatto di insensate rinunce. Mi chiamava «Taddeo», fingendo di ignorare il mio nome. Era generoso solo in mancanza di riguardi e atteggiamenti da padrone strafottente.

    Non ne potevo più. La notte sognavo di strozzarlo, avevo incubi foschi, meditavo vendette che sfumavano all'alba, vanificate dalle prime luci.

    «Taddeo, bisogna risparmiare l'inchiostro, se ti siedi ora su una seggiola ora sull'altra, l'usura avviene in maniera regolare, se tiri giù gli stuoini, non si logorano le tende (tengo a precisare che le suddette erano ormai scoloriti stracci) e soprattutto il sapone deve essere risparmiato e la carta igienica. Che bisogno c'è di pulirsi e ripulirsi? Non innamorarti perché la donna costa e l'amore è un'illusione inutile che può essere sostituito meglio e con miglior resa dalla bambola gonfiabile che – prestata agli amici, dietro piccolo compenso – potrebbe divenire anche motivo di ragionevole guadagno».

    La morte della moglie lo lasciò indifferente.

    «Con le spese del funerale – mi disse – avrei potuto mantenerla ancora qualche anno. Si dà il caso però – aggiunse – che ci sia anche un mio zio moribondo e, se i due se ne fossero andati (per il viaggio senza ritorno) assieme, avrei potuto godere di un maggior sconto nel pagamento delle esequie».

    Questo discorso fu la goccia fatidica che fa traboccare il calice. Andai in ufficio in una bella mattinata di sole, di quelle che ti fanno amare la vita, le donne (quelle vere, non di gomma), i passanti, i cani e persino i sassi lungo la via. Giunto al mio posto di lavoro, riempii ad oltranza la stilografica, mi lavai le mani col sapone, lasciato sciogliere di proposito sotto l'acqua corrente, cancellai inesistenti macchie, pur di consumare la gomma, alzai gli stuoini in pieno sole e, dopo aver scritto sulla sua agenda: «Addio dal suo Taddeo con le palle rotte», corsi in strada libero, incontro ad un nuovo lavoro in ferrovia, dove nessuno mi avrebbe lesinato l'aria per respirare.

    Volai lontano da quel «raguséo» che ormai risparmiava anche il fiato e che al posto del cuore – ne ero certo – aveva un salvadanaio.

  • Randez-vous napoletano

    Randez-vous napoletano

    Veterinario da pochi mesi, facevo l'itinerario a Napoli, o meglio a Resina, un paesetto che era poco più di una borgata. Contemporaneamente mio fratello era militare di leva nella stessa zona. Averlo vicino, mi dava l'illusione di essermi portato dietro una fetta di Polesine, qualche consuetudine della mia terra, almeno nella parlata e nel modo di pensare.

    Frequentavo gente modesta come don Ciccillo 'u Craunaru (il carbonaio) e don Pasqualino che aveva una sorella che si chiamava Emanuele (misteri, questi, delle desinenze partenopee). La professione mi rendeva poco, perché la povertà dei clienti li costringeva a pagare in natura le mie prestazioni, offrendomi: mezzo coniglio, una gallina, qualche uovo che la padrona di casa mi cuoceva in sgangherati tegami.

    Definire casa la stamberga in cui vivevo, è veramente magniloquenza. Usufruivo di una stanzetta dai muri scrostati, con letto cigolante e un lavello mobile in cui era rimasta traccia dello sporco di tutti i pigionanti che mi avevano preceduto. Così mi sentivo meno solo; ero perennemente in loro antigenica compagnia.

    Solo il giardino era bello, ampio, tenuto a prato, con alberi di mandarini che fruttificavano in superbe palle profumate e ristoratrici, soprattutto provvidenziali nei giorni in cui non ricevevo emolumenti in natura dai miei poveri clienti.

    In un pomeriggio di libera uscita domenicale, mio fratello e io, ci recammo in centro a Napoli nella pasticceria da Caflish, a mangiare qualche sfogliatella, come pranzo festivo. Fu lì che vedemmo sedute al tavolo due brunette, tutte boccoli, classiche bellezze del posto. Pelle scura, occhi espressivi, sorriso fulgente. Erano evidentemente sorelle, un po' più in carne la primogenita, più smilza la minore. Ridevano forte, come per farsi notare, mentre mangiavano un babà, preso dal piattino con mosse leziose di donne semplici che vorrebbero apparire salottiere.

    Eravamo due giovani avvenenti, settentrionali, dai modi garbati; non ci fu dunque difficile avvicinare le sorelle e attaccar bottone con qualche complimento stereotipato sulla loro fresca bellezza. Ottenemmo la promessa di incontrarle nuovamente in occasione della successiva libera uscita di mio fratello. Le invitammo, per quel giorno, a pranzo a casa mia.

    Non fu possibile riceverle nella mia stanza perché la padrona, attenta alla forma, non lo avrebbe permesso. Le ospitammo nel seminterrato a mezzo tra il garage e la lavanderia, ingombro e indecoroso. Portai là un fornelletto a spirito, un pentolone d'acqua sottratto alla padrona di casa, per cucinarvi gli spaghetti, e qualche piatto sbrecciato, rimediato alla meglio. Mio fratello portò via dalla cucina della caserma un vasetto di ragù. Apparecchiammo con asciugamani su vecchie casse da frutta e ci parve di aver allestito un desco da “rendez-vous”.

    Il pavimento era di terra battuta, maleodorante come tutta la stanza, ma il più era farci caso. Le nostre ospiti assistevano in silenzio all'armeggio di mio fratello che, messa l'acqua a bollire, vi immergeva gli spaghetti, fischiettando e facendo schioccare la lingua, come chi pregusta cibi sopraffini. Facemmo scolare alla meglio il nostro atteso piatto unico, lo condimmo col ragù dell'esercito. La spaghettata era pronta per essere versata nei piatti, quando malauguratamente, mio fratello inciampò versandola sul pavimento.

    Il mio congiunto era, tutto sommato, un filosofo, perché non si perse d'animo. “Niente paura!” – disse – correndo a lavarla sotto il rubinetto, già condita e pronta. Purtroppo se ne andò tutto il condimento e rimasero attaccate agli spaghetti la sabbia e la sporcizia. Le due fanciulle fecero generosi tentativi di ingoiare quella porcheria. Rimediammo poi con una grande “mandarinata”, rubando dal giardino un invitante paniere di frutta.

    Il dopocena ci ripagò largamente delle rinunce del desco.

  • Il basco della vendetta

    Il basco della vendetta

    Appartenevo al gruppo degli studenti poveri, quelli che portavano le giacche rivoltate del fratello maggiore, facevano la campagna saccarifera e, se acquistavano due alfa, non mangiavano il gelato. In linea con questo clima di vita, c'era la scelta del treno al posto del pullman per raggiungere il liceo. Questo mezzo costava meno, ma ci obbligava a delle levatacce. Non avvertivamo il peso dei sacrifici, eravamo sereni, allegri, con una gran voglia di scherzare, di guardare le gambe e il resto delle ragazze, di fantasticare. I diciott'anni d'età regalavano a molti di noi un abito di spensieratezza e un desiderio di vivere senza tormentosi problemi.

    Noi lendinaresi eravamo una decina, prevalentemente uomini. Le ragazze decisamente preferivano il comfort della corriera.

    A Fratta era solito salire uno studente dall'aria incerta, alto, un po' goffo nel gestire, il naso camuso, lo sguardo a terra del giovane timido, timoroso dell'impatto con gli estranei. Calzava buffi stivaletti estate e inverno e il suo guardaroba era quasi peggiore del nostro con i gomiti ed i ginocchi lucidi degli abiti troppo a lungo indossati. Il suo look era completato da un basco blu di quelli da noi definiti “purillo” – con un pippiolino in cima. Un copricapo ridicolo per la sua testa grossa e sproporzionata, piazzata sul collo breve e affogato dentro una sciarpa sferruzzata, forse, da una nonna premurosa. Non ricordo quale istituto frequentasse, ma non ho certo dimenticato l'uso scherzoso che avevamo preso di dargli, a turno, delle gran manate al centro del cranio, calcandogli fino alle orecchie il basco di panno. Non perdevamo occasione di omaggiarlo con questo scherzo a lui sgradito, anzi sgraditissimo. Tentava di sottrarsi, cercando di nascondersi in altre carrozze, ma gli era impossibile sfuggire alla nostra persecuzione.

    Mattinata dopo l'altra, diventammo sempre più insidiosi e maneschi, con quella goliardica vigliaccheria di gruppo che fa sì che dieci contro uno si sentano ardimentosi come degli eroi. Non c'era malevolenza di fondo in noi, solo voglia di divertirci senza spendere, come quando rubavamo il panino di chi non sapeva custodire la merenda, o nascondevamo i libri a chi era sotto interrogazione.

    Il clima del cinematografico “Amici miei” da noi era sentito senza cattiveria, anche se cattivi dovevamo apparire e persecutori al malcapitato studente col “purillo”.

    Dopo mesi di vessazioni, il giovanotto escogitò un piano, leggermente più cruento dei nostri scherzi, ma certamente giustificato dal prolungarsi del tormento che gli infliggevamo. Era una mattinata nebbiosa, l'umidità entrava nelle ossa ed invitava a salire lesti nella carrozza, per rincantucciarsi in un angolo caldo a ripassare la lezione.

    Il giovane di Fratta salì meno esitante del solito e non cercò di sfuggire il nostro gruppo già pronto ad accoglierlo con il consueto “benvenuto”.

    Allungò per primo il braccio, Gianni, il suo persecutore più accanito, per dargli la consueta paventata pacca.

    Ritirò subito la mano, sporca di sangue, lamentandosi per il dolore. Sotto i drappeggi del basco, il ragazzo aveva nascosto una tavoletta di legno con chiodi acuminati, rivolti verso l'esterno. Una difesa degna di Ulisse e del suo cavallo di Troia.

    Il gruppo voleva picchiarlo, io presi le sue difese.

    “Ha sofferto per mesi – dissi – la sua è stata una reazione legittima; ora basta, è giunto il momento di accoglierlo come un amico, di considerarlo uno di noi”.

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