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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il filò di Ceneselli

    Il filò di Ceneselli

    “Il Filò 1990” ovvero: Quando eravamo povera gente, si è concretizzato a Ceneselli con una manifestazione unica nell’intero Alto Polesine, da venerdì 20 a domenica 22 luglio; un successo di folla favorito anche da belle serate estive.

    Il comitato organizzatore ha lavorato parecchi mesi con l’aiuto della Pro Loco e di altre organizzazioni per rispettare lo spirito della manifestazione, con preciso riferimento alla civiltà contadina locale: le squadre hanno proposto la giornata di una famiglia rurale nel periodo fra le due guerre quando il desco familiare stava a significare una fondamentale struttura di servizio, di dialogo, di condivisione, di crescita comune delle generazioni. In più le contrade hanno ricostruito un “corteggiamento amoroso” coevo; a completamento cinque giochi, di cui uno a sorpresa.

    Tutto il paese in piazza per questo 2° Filò cenesellese, nato nell’89 dopo l’ormai celebre Giocabriga di Bergantino. Le squadre protagoniste ’90. AL GRANAR: capitano Claudio Mazzali; le vie: Cavo Bentivoglio (desta e sinistra) Zelo, Arquella, Fratta, Piè di Lupo, Val Comune. LE BANDINE: capitano Maurizio Fantinati; le vie: Gavettino Nappi, Massa, Loc. Gorgo, Mezzo, Matteotti, De Gasperi, E. Fermi (dai numeri civici 18 al 60 compresi) Val dell’Oca, Roma, Argine Valle. BUTAFOG: capitano Franco Raddi; le vie: A. Conturghi, A. Moro, Albens, F. Filzi, P. Togliatti, Piazza Marconi. LA SCUNZUBIA DLA PASTRINA: capitano Lido Pinotti; le vie: A. Bonificazione, Brugnole, Calto, C. Battisti, E. Fermi (dai civici numeri 1 al 17 compresi), G. Paolo I, Trecenta, Mazzini, 1° Maggio, V.le Rimembranze, XXV Aprile, Nenni, Magherino.

    Prezioso come in altre promozioni l’apporto della locale AVIS/AIDO che ha gestito lo stand gastronomico con specialità caserecce.

    Non importa celebrare la squadra vincitrice in quanto ha vinto un intero paese, un’intera comunità. A tal proposito il presidente della Pro Loco di Ceneselli Claudio Cuoghi (sempre egregiamente coadiuvato dal segretario Benati e dal direttivo) così si è espresso: “È arcinoto che nella civiltà contadina filò sta ad indicare la vita specie serale in comune nella stalla al caldo a scopo di amicizia, di dialogo; l’idea di riproporre i temi socializzanti di un tempo è nata nel febbraio dell’89.

    La gente si è subito infervorata e piano piano sono stati scovati utensili e vestiario tipico per un revival via via assemblato, rubando tempo ed energie al riposo serale e festivo di molta gente”.

    La macchina organizzativa ha funzionato ottimamente ed il pubblico ha risposto in massa all’insolito appuntamento garantendo pieno successo a questa seconda edizione.

    Il presidente esprime soddisfazione, ma nel contempo tocca il problema finanziario, richiamando l’attenzione verso nuove forme di sostegno. Oltre che all’Amministrazione Comunale e ai privati, che già hanno manifestato in vario modo una certa sensibilità, il suo invito è rivolto all’Amministrazione Provinciale e alla ricerca di sponsor.

    Frattanto è già iniziata la mobilitazione della Pro Loco per mettere in cantiere il Filò ’91 con il trofeo dal titolo omonimo: un’artistica terracotta patinata effetto bronzo dorato, donata dall’autore, il celebre scultore Mario Manzalini di Revere (MN).

  • Il burattinaio del Po

    Il burattinaio del Po

    Ernesto Testelli, chiamato dai colleghi burattinai “Palamede”, proveniva da Gualtieri (Reggio Emilia), ed era giunto in Polesine quale scenografo della compagnia di Guglielmina Zaffardi, nota anche con il nome di Olga¹, di cui si conserva traccia ancora molto viva in Bassopolesine.

    Attraverso la memoria di un figlio di Testelli, Ernestino (anni 70) che vive presso la Casa di Riposo di Papozze, proviamo a riannodare alcuni brandelli che ci riportano agli anni ’30 e ad una cultura subalterna che non potè conseguire una propria dignità artistica di cui indubbiamente era portatrice e depositaria, in quanto i personaggi del teatro “testelliano” sono eredi diretti della commedia dell’Arte e s’inseriscono nel vasto filone della letteratura popolare.

    Testelli, dopo una lunga esperienza come scenografo presso gli Zaffardi, pratica iniziata fin da bambino, attorno al 1920 “el s’è tolto un poco d’ cupiùn e el s’ha mis’ a fare i buratìn da lu solo”. Il debutto avviene a Berra con Ezzelino da Romano; a Berra, il burattinaio anche si sposa con Ersilia Necchio da cui ha quattro figli: Azzurro, Umberto “ch’el s’è copà in moto”, Celestino che morì nella campagna di Russia ed Ernestino.

    Il repertorio della compagnia è quello “classico”; produzioni tratte da romanzi storici o d’appendice (I tre moschettieri, Il conte di Montecristo, La sepolta viva); produzioni ricavate da libretti di melodrammi (Il trovatore, La Traviata, Aida, L’Africana, Vasco de Gama); produzioni di origine fiabesca (La povera Genoveffa, Cenerentola, Guerino detto il Meschino, Biancaneve); canovacci derivati dal teatro popolare dell’Ottocento (Il povero fornaretto di Venezia, Pia de’ Tolomei).

    Spesso il protagonista del copione è solo un pretesto perché, ad esempio, Guerìn Meschino diventa “Toni” dell’ammazza-draghi che parte con la “pinsa” infilata nel bastone e con i suoi fedelissimi cani “Spacaro, Spacasale, Elpifortedetutiùtame” per liberare la principessa prigioniera del “drago dale sète teste”.

    Altre volte nel corso della vicenda s’inseriscono elementi folklorici della tradizione popolare polesana: la segreta nella quale è tenuto prigioniero il fornaretto non è che uno dei tanti “póssi di rasuri”² di cui sono costellate le nostre campagne:

    “Mi quan’ ca iéra ragassòla so’ ’ndà chi da nantri che ’lora a gh’iéra el paés’ vècio e Testèli ’l fato ’na cmèdia in piassa. Al’, mai sentù dire del fornaréto de Vnènsia? Quélo che ’dèss òni mesanòte a gh’è i du mori chi bate le campane? Quelo! E là in te ’sta cmèdia lu el vendeva el pan e l’è ’nda, purìn, e ’ndagando pa’ strada l’ha catà un stilo, el l’ha tolt’su sica lu el s’è insanguanà lu e l’è ’ndà ca’ e la colpa l’è sta’ sóa d’ lu, de ’st’òmo, chi éa copà ’n òmo. Elora dop’ lì i l’ha misso in t’el pósso di rasuri. El sigava…, el sigava…, ma chi propri in t’la cmèdia! El d’séva: Sono inocente…, sono inocente… I ghéa butà via tut’ el pan, el fiore ch’el faséa el pan, tuto, e i l’ha torturà. Quan’ chi ha fni dó torturarlo ch’ ormai l’è morto, alora i ha visto c’l’è inocente, elora i ga sonà i campane. Elora adesso a mesanòte, òni mesanòte in punto, i mori i sóna i campane pa’ ’l póvro fornareto. Me opà el mó d’séva che lu l’è ’ndà a védre ch’el pósso di rasuri l’è anch’ a Vnènsia, e là el gh’è ’ncora³.”

    Vi è poi una serie infinita, improvvisata ed inesauribile di scherzi e farse finali incentrate sui personaggi di Sandrone e Fagiolino: Sandrone sindaco, Sandrone e i fantasmi, Sandrone e i bagni di Salsomaggiore, Sandrone in manicomio, Fagiolino maestro per finta, Fagiolino e Sandrone briganti.

    Fagiolino o Faggiolino? Semba esatta la seconda versione perché – avverte Sangiorgi – Faggiolino deriva da faggio, il legno da cui è ricavata la sua testa di burattino come del resto è valida per Pinocchio l’origine che lo vuole fatto con occhio (il caratteristico nodo) di pino⁴.

    Quello di Testelli è comunque Fagiolino, “Fasòl, Fasulìn, bolognese furbo…” che proviene dagli “Zanni” come Arlecchino, saccente, presuntuoso e dottorone, pur se di umili origini, che ha un antecedente nella maschera bolognese di Tabarrino contraddistinto dall’immancabile bastone dispensato a piene mani, a proposito e a sproposito⁵.

    Accanto a Fagiolino c’è “Sandron, ch’el ièra sindac’ d’ Bosco d’ Mòdna. Lu ’l ièra ’n ignorantón” che voleva parlare in italiano e lo faceva in modo rozzo e impertinente, creando, adattando e storpiando, carattere nel quale si esalta la sua vis comica. Sandrone, figura di contadino modenese, ideato dalla penna di Giulio Cesare Croce, emigrato dalle compagnie comiche alle baracche dei burattini, è uno “sciocco che per altro dice delle verità e fa pompa delle sue velleità contro le maschere bolognesi e veneziane […]. Il suo abito è semplicissimo e imita molto il lazzarone napoletano: in capo porta una berretta pure alla foggia dei lazzeri all’epoca di Masaniello ma più puntuta – è in manica di camicia: ha i calzoni corti e le calze che lascia ricadere sulle gambe…”⁶.

    E attorno ai due, con compiti non proprio comprimari, ruota Apollonia, “Polonia”, la pratica moglie di Sandrone che parla e sentenzia di tanto, in tanto, servendosi di massime e proverbi forse nel tentativo di riportare con i piedi per terra il marito che invece cade spesso nei tranelli tesigli da Fagiolino e i suoi compari. Nella figura di “Polonia” si può vedere una qualsiasi donna contadina che non discute il suo ruolo nei confronti dell’uomo, anzi è sempre pronta a perdonare e ad accogliere il marito con qualche buon piatto “a d’ lasagne ben infurmaia”.

    La compagnia Testelli dagli anni ’30 fino ai ’50 diviene assidua frequentatrice delle piazze rivierasche a cavallo del Po, da Crespino ad Ariano Polesine e da Cologna ad Ariano Ferrarese⁷. Due centri Ernestino ricorda con maggior affetto, Papozze e Sant’Apollinare “parché lì a s’ faséa sempre el pièn parché a fasìvin i buratìn dopo i funsiòn quand’ chi l’ dòne e mrusi i ’gnaséa fora d’ césa e ala sira. nantri andàvino in ti paesi pìculi parchè là la ’sènte i n’ se spostava brisa e i ’gnaséa tuti ai buratìn. A s’ tiràvin in piassa coi scenari e banchine; del’ volte la ’sènte i s’ portava luri la scarana”.

    Il pubblico è quello dei “pitocchi” e dei “villani” di campagna e attraverso la comicità dei burattini escono in superficie, quasi con funzione terapeutica, il vissuto e l’immaginario popolare (la fame, l’emigrazione, i tesori trovati, la giustizia); ma soprattutto la fame domina nelle farse di Testelli che si serve di metafore alimentari storpiate da “Sandrón” per indurre il riso catartico (il ministro diventa minestrone, un calcio si trasforma in cacio pecorino, Nella è mortadella, ecc.).

    Sandrone, Apollonia e Fagiolino sono continuamente impegnati, al pari del loro uditorio, a far quadrare il difficile teorema del pranzo e della cena e quando quello “sventronato” di Sandrone esplode nella battuta liberatoria i morsi della fame sono, almeno per una sera, esorcizzati:

    SANDRÓN SÌNDAC’

    A gh’ièra Sandrón ch’el ièra sindac’, e caspita la popolassiòn la ièra in fermentassiòn parchè i ghèva gnint’ da magnàr, elora Fasulìn, ch’el ièra ministro, el va là el dise – Sior sindac’ –. – Cussa ghèt – el dise. – A ghè el popolo al reclama! El ga fam’! –. – Ma sóna mès’giorno! –. – Ma s’è péna diès’or’! –. – Sóna mès’ giorno! Di’ chi magna! –⁸.

    In altra occasione Fagiolino convince il compare a fare una cena con galline rubate alla moglie. Quando Sandron ritorna a casa “tut’impetrì a d’ magnàr, tut’ dur come ’n bacalà, co’ la pansa pina come ’l paròl a d’ polènta”, “Polonia” lo accoglie apostrofandolo: “Se t’issi magnà fasó n’ t’avrissi mal a d’ pansa…”. È lo stesso modo con cui Marcolfa spiega agli inviati del re la morte di Bertoldo: “Se esso non avesse mangiato pavoni, pernici, fagiani, tortore, e altri cibi delicati, i quali erano contro la sua natura, ma avesse atteso a mangiare delle castagne, come era usato prima, esso sarebbe ancora vivo…”⁹.

    In cibo quindi è l’indicatore della condizione del villano e del suo dover essere gerarchicamente inferiore come lascia in testamento al figlio un contadino della Romagna:

    “Nato alla vanga sei, non farla da signore; Chi dal suo stato eccede, non può acquistar onore. Ara la terra, ed amala qual madre sviscerata, Per lei la tua sussistenza non ti vedrai mancata. Se lasci il cibo rustico avrai l’indigestione Non è per il villano il cibo del padrone”¹⁰.

    Precetti che in Polesine si possono riassumere nell’assioma, “Chi magna rénghe ne ghe piase ’l pastisso”; oppure “Magna quel ca t’ ga, e tasi quel ca t’ sa”. Perciò “Magna e tasi” altrimenti si può fare la figura di Sandrone ai bagni di Salsomaggiore:

    SANDRÓN AI BAGNI

    El dise Sandrón: – Ciò a rivén a Salsomaggiore! Dov’è l’Oceano? Dov’è l’Ilartlantico? Duv’è che s’va fare el baign’? –. – Prima a s’va magnàr! –. Elora el va in t’l’albergo e’l disèa: – I m’inomina tante d’chi porcherie che mi n’so gnianca quel che sia! –. E ala fine i g’ dise – Abbiamo dei colombi in umido –. – Oh quii iè bóni, el dise, a gò màs-cio e femina a casa e quan’ca vag’ a ca’ a i fag’ in umido anca mi’ –. Elora Sandrón el dise a Fasòl – Fasòl prova imaginar còssa chi m’ha portà? –. – ’Sa t’ai portà Sandrón? –. – I m’ha portà un pìato d’fasòi! –. – E ti cs’èt fat? – el dise Fasòl. – A i ho magnà! –. E dopo sò sta li e in fund’a la sala a gh’ièra un ch’el dis’ – Repplica molto buona! – al dis, quel là el s’intende ad minestra da tóre, ch’alora a g’ vag’ anca mi! Elora perché ch’ m’sènta a vag’ in piè sul tàvul e po’ a g’ dig’: “Repplica molto buona!”, ma ch’ t’ vègna un cancaro! I m’ha portà nantro piato d’fasòi!¹¹

    Ma pur con le disavventura del caso, a Salsomaggiore Sandrone pare voler attenuare a favore dei contadini la satira sul “villano svelto di bocca e di mano” perché la primaria pulsione del cibo accomuna e livella il destino dei colti e degli incolti:

    “Corpo d’un demòni affamato! Me ignorant? Io che srugazzo la terra da la mateina ala sira? Vueter a j studié! Studié pur! Ma quando di mezzogiorno vien l’orario Vi empiete se a magné el vocabolario? […] A me ignorant? A me che a so curare le vacche, il pollario, il porcillato? A me che A prodùz, lén e linusa E av dagh a tòtt la mnestra sbrodulosa”¹².

    Ma è solo una momentanea ribellione perché alla fine c’è in Testelli una totale accettazione dell’ordine sociale e dell’ine­luttabile necessità di stare al proprio posto; non vale sdottoreggiare perché “chi pissa contro vento se bagna la sféssa”.

    Fagiolino e Sandrone decidono di emigrare in America e ad un certo punto il “priòto-scafo”, il piroscafo incappa in uno scoglio. Allora Fagiolino corre disperato da Sandrone: “Sandrón, Sandrón, la barca la va fond’!”. E Sandrone, solitamente effervescente, si scompone solo un poco per dire con cadenza chioggiotta: “No’ t’ha da càder… Còssa te impuorta? ’Sèla tua? Lasse che la vaghe…”.

    Anche il bastone di Fagiolino, che si agita rumorosamente sulle scena, più che a far giustizia, sembra assolvere alla funzione propiziatoria che avevano gli strepiti nella tradizione popolare: cerimonie rituali con le quali si tentava di espellere dal gruppo tutto ciò che di pericoloso poteva insorgere contro la comunit๳: “I fantasmi i éva ciapà possesso dla casa de Lissandròn e i g’ faséa un mucio de dispèti. Alora el s’ha messo d’acordo co’ Fasulìn. El ga dito: ‘A g’ fén la guardia e a i fén scapare’. Elora la sira i s’ha messo a tòla: ‘Intanto ca i spetén a magnén’. ’Na sèrta ora a ’riva i fantasmi: ‘Picia, Fasulìn, ca i tègno, el disèa Lissandròn’. Ma ’sti chi i coréa d’ qua e d’ là e le pache a si ha ciapà tute Lissandròn¹⁴”.

    Poi d’improvviso, in silenzio com’era venuto, Testelli se ne va e i suoi burattini, complice la televisione allo stesso modo del cinema che anni prima li aveva costretti a rifugiarsi in borghi sempre più periferici, si perdono là dove comincia il Delta:

    “Quan’ ch’è ’gnù fora la television, dal sinquantatrì, elora è scumissià a scarsegiare el publico, elora a s’ faséa più gninte”. Poi i burattini “la i ha tolti l’Olga Zafardi. Dopo èla l’è morta e n’ so pù gninte. A gh’ièra me fradèlo insèm con l’Olga, quelo ch’è a Crema, al Ricovero… E chissà che fine chi ha fato. Me opà l’è morti dal mila novsènto otanta dù a Santa Maria Madalena. El s’ scriveva lu i storie e anca el s’ fasèa i buratìn d’ cartapesta. Mi ca ièra el pi picol a fasèa la ós’ dla Pulonia, me mama quela dla Clumbina…”

  • Le donne in Polesine

    Le donne in Polesine

    “Lavoro, Lotto, Canto, Vivo” è stata una ricca rassegna fotografica sulla donna nel Polesine. Di questa Mostra Documentario, allestita a Badia Polesine nel periodo di ferragosto, abbiamo selezionato alcune significative fotografie sulla vita e la figura della donna nel Polesine tra gli anni ’30 e ’50.

    Le istantanee che riproduciamo di seguito colgono il vissuto in dettagli paesani: materiali fortuiti e minuti, caratteristici della “Bassa”: case, lunghe costruzioni grigie interrotte da camini con stalla a lato; campi arati battuti dalle zappe delle donne a schiera; gruppo ricordo di mondine e su tutti, lo scenario di cieli rifiniti dal gusto tutto fotografico della luce.

    La maggior parte delle fotografie datano gli anni ’50, quando la cultura, soprattutto fotografica e filmica, chiedeva a se stessa quasi un romanzo di gesta popolari: la scoperta delle periferie morali e storiche, fondamentalmente oneste e pulite, da contrapporre ad una storia ufficiale rovinosa e corrotta.

    È finita la stagione del Polesine creativo, stagione di vita grama ed eroica: è il tempo dell’emigrazione in città, del miraggio del guadagno, dello scandalo delle periferie.

    Chi ci ha fornito le fotografie conosce di quelle donne nomi e cognomi, che le nuove generazione stentano a raccogliere.

    Ogni paese del Polesine conosce storie di donne consumate dentro una casa, sopra un campo, in una risaia o in un vicolo.

    Questo patrimonio culturale è riaffiorato nel linguaggio iconico della mostra fotografica allestita dal “Centro Documentazione Polesano”.

    Chi l’ha organizzata crede alla minima storia del paese, ne raccoglie con pazienza i documenti, ci invita a sfuggire alla forma sterile della nostalgia.

    Questi fotografi, alcuni occasionali altri professionisti (tra questi citiamo Germano Sprocatti) ci hanno restituito della donna polesana volti ed atteggiamenti che altrimenti non avrebbero mai avuto un posto nel mondo e nella nostra memoria. A loro un sentito ringraziamento.

  • Nuovi ritrovamenti archeologici ad Adria

    Nuovi ritrovamenti archeologici ad Adria

    L’archeologia adriese si arricchisce di un nuovo, emozionante capitolo. Nei pressi di Bottrighe, in Via Spolverin, i lavori per la costruzione dei nuovi svincoli stradali hanno portato alla luce, una grande necropoli risalente al 3°-2° secolo a.C. Decine di tombe divise da canaletti, alcune addirittura ancora perfettamente incassonate, molte delle quali accompagnate da un fornitissimo corredo funerario in ceramica o ferro. Si è arrivati, per una di esse, a contare ben 76 pezzi! Un considerevole carico di lavoro attende ora gli studiosi nei prossimi mesi. Sullo sfondo alcune affascinanti ipotesi che potrebbero riaprire il dibattito storico su un periodo, forse troppo frettolosamente etichettato, in riferimento ad Adria, come il periodo della decadenza.

    In realtà, quanto recuperato in Via Spolverin dà forza alla tesi di un grande polo commerciale collegato a raggera con l’Italia Centrale. La produzione locale imita la ceramica nera etrusca e, per certi aspetti, quella attica. Confermati dunque i rapporti con Volterra e con altre città dell’entroterra italico, in una catena di scambi che i reperti di Via Spolverin contribuiranno sicuramente a delineare meglio. Dopo lo splendore di trecento anni prima, in cui Adria si era qualificata come importante centro dell’Adriatico, attivo in particolare negli scambi con il mondo greco, la città, a cavallo tra 3° e 2° sec. a.C., manteneva dunque ancora, la solida struttura portuale a servizio non più di un’area mediterranea (i Greci erano di fatto scomparsi dal mercato), ma senz’altro italica.

    La città, a giudicare dai corredi ritrovati, è ancora ricca e soprattutto popolata. La propaggine a Sud venuta alla luce chiude, tra l’altro, i ponti con la vecchia e apparentemente risolutiva tesi di una pianta urbana orientata esclusivamente a settentrione. Bisognerà ora spiegare il senso e la ragione di un insediamento così profondamente incuneato a mezzogiorno rispetto al nucleo centrale.

    Ma i punti interrogativi della ricerca che nei prossimi mesi gli studiosi condurranno sono anche altri. Necropoli esclusiva per donne e bambini? Tanto per citarne uno. Tuttavia la ricchezza di certe inumazioni lascerebbe cadere un’ipotesi che, in tutta la sua fantastica stranezza, rimane comunque in piedi, almeno fino all’esame osteologico. In ogni caso, siamo di fronte a prospettive nuove.

    Tenendo pure conto degli scavi di Via Retratto, Adria si misura in questi mesi con la più intensa campagna archeologica degli ultimi anni. La Direttrice del Museo, dott.ssa Bonomi, ha già in testa alcune brillanti iniziative per riportare gli adriesi, sfruttando la concomitante occasione degli scavi, sui passi della Storia.

  • Una nuova Mostra Archeologica

    Una nuova Mostra Archeologica

    La mostra “La centuriazione dell’agro adriese a Villadose” allestita in una bella sala del palazzo quattrocentesco sede del municipio di Villadose, è il frutto di 18 mesi di ricerca archeologica di superficie eseguita dal GAV (Gruppo Archeologico Villadose) su un’area campione della centuriazione di Adria. La mostra è stata allestita dal gruppo archeologico in collaborazione con la Biblioteca comunale di Villadose ed il Museo Civico di Rovigo, con il patrocinio del comune di Villadose e della Soprintendenza ai beni culturali ed archeologici del Veneto.

    La mostra, che ha uno scopo didattico, intende far capire cos’era e come veniva fatta una centuriazione, quale poteva essere l’aspetto dell’agro centuriato adriese in epoca romana e come vivevano e quali attività svolgevano gli abitanti della centuriazione, ed infine presentare lo studio portato avanti dal GAV sull’area centuriata spiegando la tecnica della ricerca di superficie.

    La mostra si articola in varie sezioni. Nella prima, intitolata “Il territorio e la centuriazione, viene fatto un inquadramento della centuriazione nella realtà paleoambientale di 2.000 anni fa con mappe e testi riportanti gli studi del Dr. R. Peretto sulla paleoidrografia in età romana. Si passa quindi a spiegare cos’era e come veniva fatta una centuriazione e viene individuata l’area di studio con mappe 1:10.000 riportando limites e siti archeologici individuati.

    Nella seconda sezione, dedicata alla “Ricerca archeologica di superficie e lo studio delle foto aeree”, si affronta l’argomento della tecnica della ricerca di superficie e della metodologia usata dal GAV e si danno elementi per l’interpretazione di aerofotogrammi.

    Segue “Alcune attività svolte nella centuriazione” in cui si illustrano alcune attività che possono essere documentate dai ritrovamenti eseguiti, come produzione laterizia, insediamenti abitativi e necropoli, materiale lapideo, agricoltura ed allevamento, economia e commercio, alimentazione e cucina (pasti, mensa, ecc.), tessitura e abbigliamento, aree sacre e religiose.

    Nella tappa conclusiva del percorso didattico vengono presentati tabulati e grafici con tutte le rilevazioni fatte, riguardanti per esempio le estensioni dei siti, la frammentarietà e la densità dei materiali, e i tipi di reperti rinvenuti. La mostra si chiude con la presentazione di una serie di domande cui dare risposta con ulteriori ricerche e che di seguito riportiamo: Qual è il cardine massimo? Esisteva un villaggio all’interno della centuriazione o solo fattorie sparse? Quanti proprietari erano presenti in ogni centuria? Qual è la datazione della centuriazione? Esistevano insediamenti preesistenti alla centuriazione? Quali erano le vie di comunicazione con Adria? Quando fu abbandonata e quali furono i siti che sopravvissero più a lungo? Dove portava la grande strada larga 100 piedi su cui è impostata la centuriazione?

    Le varie sezioni della mostra sono completate da una serie di vetrine e di cubi espositivi dove sono esposti i materiali archeologici; in particolare sono presenti sezioni che riguardano i seguenti reperti: bolli ed iscrizioni su laterizi, esempi di produzioni laterizie, materiale lapideo, materiale da dimore di lusso (frammenti di pavimenti musivi, rivestimenti in marmo, intonaci dipinti, ecc.) ricostruzione di tomba a cassetta, urne cinerarie, ossa di animali da allevamento raccolti nei siti archeologici, laterizi con impronte di animali, tronco d’albero carbonizzato proveniente da sito romano, utensili vari in bronzo e piombo e terracotta inerenti filatura, abbigliamento, ornamento del corpo, gioco ed usi vari, anfore e sigilli fiscali, lucerne, vasellame da mensa, dispensa e cottura, macine in trachite per uso domestico, attrezzi agricoli, pesi da bilancia di varie forme e dimensioni in piombo e in pietra calcare.

    L’esposizione è arricchita dalla fedele ricostruzione di una groma, di un tratto di pavimento con mattoncini parallelepipedi ad opus spicatum e da una ricostruzione di pozzo.

    Per la visita della mostra è bene contattare la biblioteca civica di Villadose (Rovigo) Tel. 0425 – 90322 o 90006.

    In occasione della visita è anche possibile per coloro che fossero interessati, iscriversi al Gruppo Archeologico per partecipare alle attività di ricerca organizzate.

  • I rustici Gnmani

    I rustici Gnmani

    C’è chi sostiene che il paesaggio del Polesine sia piatto ed inespressivo e che le colture, che si vedono a perdita d’occhio, lo rendano statico e monotono. Nulla di più errato!

    Le mille tonalità di verde, le fioriture primaverili dei frutteti, il nascere dalla terra scura dei primissimi germogli, le brume che sfumano verso l’azzurro, tutti i colori della natura contribuiscono a rendere vario e vivo il nostro paesaggio.

    Anche l’altezza delle colture, variando continuamente con le stagioni, rivela, nasconde, incornicia, quasi fosse una scenografia, sempre nuovi spazi visivi; e proprio per questo percorrendo la statale 499 da Rovigo a Lendinara è possibile solo in inverno e primavera scorgere i rustici Grimani.

    Immersi in una campagna, quasi metafisica, priva di alberi e case, gli edifici si stagliano all’orizzonte con tutta la loro forza ed armonia, quasi una perla incastonata tra il verde ed il bruno dei campi ed i colli lontani.

    Costruiti nelle vicinanze del canale Ceresolo, il cui argine bisogna seguire per raggiungerli, dovevano far parte delle vaste proprietà polesane della famiglia Grimani di cui erano il centro dell’attività agricola e solo saltuariamente venivano usati come luogo di svago (esisteva una villa Grimani anche a Polesella, paese molto più “mondano” ed adatto alle vacanze).

    La cura dei particolari e l’armonia delle parti fanno pensare ad un architetto importante, tanto che più volte sono stati fatti i nomi dello Scamozzi e del Sanmicheli. Proprio a quest’ultimo si dovrebbe pensare.

    La costruzione, più che cercare un’armonia con la campagna circostante, dà l’impressione di volerla dominare; l’imponenza dell’edificio non è mascherata in nessun modo, anzi viene accentuata dalla lunghezza delle barchesse che continuano ai lati del corpo principale, quasi ad abbracciare il più possibile le campagne. Anche i portali, che uniscono la barchessa alla villa, sembrano più gli accessi a una fortezza militare che aperture per il passaggio dei carri.

    Purtroppo, anche se dalla Statale il complesso degli edifici può dare ancora questa impressione di grandezza, avvicinandosi ed entrando nella corte la realtà è molto diversa.

    Già nei primi anni settanta Canone così si esprimeva: “Non appena superato l’alto portale che immette nel Cortile, al cospetto della facciata dell’edificio principale e sul fronte dei vastissimi porticati dorici: desolazione e rovine ovunque diffuse…”. E Semenzato nello stesso periodo: “Dispiace profondamente che uno dei complessi architettonici più interessanti sia in tale stato di trascuratezza”.

    La situazione da allora non è cambiata: il porticato di sinistra è stato semidistrutto da un incendio e ricostruito senza tenere minimanente conto dello stile originario, parte dei granai sono stati adibiti ad abitazione, chiudendo gli originali fori ovali ed aprendo nuove finestre e nuove porte. Neppure l’interno è stato risparmiato: il salone centrale è stato tramezzato e sono stati costruiti nuovi solai che tagliano il piano nobile.

    La cappella ha il tetto sfondato ed al suo interno resta ancora una pala destinata alla rovina (a meno che qualche ladro d’opere d’arte non la sottragga a una ingloriosa fine).

    Questo degrado non impedisce però di cogliere gli aspetti caratteristici di questo complesso che lo rendono un monumento originale e complementare alle più famose ville di Fratta.

    Il corpo principale dell’edificio è costituito da un solo piano abitabile con un salone centrale da cui partono due corridoi che portano alle altre stanze, sormontato da un doppio piano di granai, il primo con finestre ovali, il secondo con finestre ottagonali e dalle cantine con un rincorrersi di volte a botte.

    La vocazione agricola dell’edificio (3 piani su 4 sono dedicati a magazzini) è confermata anche dai grandi colonnati dorici che servivano come fienili, come ricovero per carri, attrezzi, animali. Tutto è studiato per la praticità, quasi ad evidenziare i motivi della nascita del fenomeno delle ville venete, dovuto al passaggio degli investimenti dal commercio all’agricoltura della “nobiltà” veneziana, in seguito al progressivo ridursi dell’attività marinara della Serenissima.

  • I Gorghi di Trecenta

    I Gorghi di Trecenta

    Un invito a visitare i Gorghi di Trecenta non è un tema del tutto nuovo; la proposta ha goduto più volte l’attenzione della stampa periodica e di altre pubblicazioni locali e recentemente anche nazionali. Questi tranquilli specchi d’acqua costituiscono infatti una presenza caratteristica e non frequente nel paesaggio polesano, erroneamente ritenuto piatto se non addirittura monotono. Sono di contenute dimensioni, di forma sub-circolare, talvolta allungata, seminascosti nella distesa della campagna coltivata, perché circondati da un’insolita quanto gradevole vegetazione arbustiva ed arborea tipica delle zone umide e dei loro intorni. In tali areali relitti trovano il loro habitat ideale una sorprendente quantità di piante ed animali, la cui conoscenza sarebbe auspicabile non rimanesse esclusivo patrimonio degli studiosi.

    Partendo dal Gorgo Malopera a Pissatola, la frazione orientale di Trecenta, dopo i Gorghi Bottazza, Gaspara, Magon, della Sposa e Zucolo, si arriva, procedendo verso occidente, al Gorgo Magarino a Sariano. Tale concentrazione di laghetti fa della zona, una delle maggiormente singolari di tutto il Polesine, dichiarata di notevole interesse pubblico in quanto “bellezza d’insieme panoramica”.

    L'origine dei gorghi è alluvionale, sono collocati all'interno di un paleoalveo, il letto di un vecchio corso fluviale e vengono alimentati da acqua risorgiva. Il percorso che li collega è arricchito dalla maestosità di alcune corti degne di rilievo e di due importanti monumenti architettonici quali il palazzo Pepoli Spalletti di Trecenta e l'omonima casa-castello di Sariano. Ce n'era abbastanza perché l'Amministrazione Provinciale di Rovigo prevedesse per quest'area uno studio di analisi e proposte di intervento per il suo recupero, salvaguardia e valorizzazione, con finalità naturalistiche e turistico-didattiche, studio ufficialmente presentato al pubblico di Trecenta nell'aprile scorso davanti alle maggiori autorità provinciali e comunali. I consensi che lo accoglievano sembravano tra l'altro coagulare la diffusa reazione a quanto l'esperienza di questi ultimi decenni va mettendo sempre più in luce, il collegamento cioè, tra lo sviluppo dei settori produttivi, compreso il primario, ed il progressivo degrado delle risorse ambientali.

    Lo studio individuava itinerari diversificati da percorrere a piedi, in bicicletta, a cavallo o con canoe; suggeriva lo sviluppo della vegetazione nell’area, il suo ripopolamento faunistico, la creazione di sentieri mascherati e di punti di osservazione, iniziative agrituristiche con il recupero dei più importanti manufatti da adibire a ricettività e ristorazione.

    Le proposte avanzate attendono ora soltanto la concretizzazione degli interventi per fornire alla zona altopolesana opportunità di programmi di investimento alternativi, nel senso che finalmente attuino la conciliazione tra lo sviluppo economico che ne deriverà e la salvaguardia di un ambiente tanto particolarmente dotato.

  • A Fratta con i carbonari

    A Fratta con i carbonari

    A Fratta si può giungere per svariati motivi: per scoprire le abitudini di vita degli abitanti di “Frattesina” di 3.000 e più anni fa, visitando il Museo (vedi il servizio sul 1° N. di “Ventaglio 90”), o per respirare atmosfere rinascimentali accedendo alle ville più famose del paese (Villa Badoer — Villa Molin) o ancora per far visita alla casa natale di Giacomo Matteotti, orgoglio politico del Polesine.

    Ma Fratta è stata testimone anche di un’altra importante realtà storica. Lo sanno bene scolaresche e insegnanti che hanno scoperto, guidati dagli animatori turistico-ambientali di Turismo & Cultura, “I luoghi della carboneria”. Qui infatti hanno vissuto molti protagonisti di quella società segreta che ebbe larga diffusione nei primi decenni del secolo scorso dopo la “Restaurazione”.

    Fratta aderì in modo massiccio alla Carboneria, molto più di altri importanti centri polesani, dove pure era diffusa, come Rovigo, Polesella e Crespino.

    Esiste una spiegazione a ciò: Fratta era immersa già dal ’500 in un clima culturale di un certo spessore (Compagnia della Calza, Accademia Frattigiana) e poteva contare su personaggi d’elite con l’arrivo di nobili famiglie veneziane quali i Loredan, i Badoer, i Molin. Queste, giungendo dalla loro splendida città per fiumi e canali, dapprima per villeggiare poi per stabilirsi definitivamente, contribuirono a formare un ambiente colto e illuminato, sensibile anche ai problemi politici e alle idee liberali e unitarie. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che gli aderenti alla società carbonica furono soprattutto esponenti della nobiltà e della borghesia.

    Fu così che il pretore di Crespino, Felice Foresti, incaricato dal giudice Solera di Ferrara di diffondere la Carboneria in Polesine (e quindi nel Veneto che allora faceva parte del Regno Lombardo-Veneto sotto la dominazione austriaca), pensò a questo paese che, pur essendo geograficamente interno, e quindi non facilitato nella comunicazione come le “vendite” di Crespino e Polesella, entrambe sul Po, presentava particolari caratteristiche favorevoli da altri punti di vista.

    La “vendita” di Fratta, ovvero il luogo di ritrovo, era chiamata “vendita dello Scortico” prendendo il nome dal canale di antica origine che tutt’ora attraversa il centro. Ad essa aderirono il conte Antonio Villa, il conte Fortunato Oroboni, il reverendo Don Marco Fortini, i fratelli Antonio e Carlo Poli, Giovanni e Giacomo Monti e altri “simpatizzanti” come Domenico Davi e Angelo Gambato.

    A Fratta però esisteva un’altra società segreta detta “Empingle Noir” (spilla nera) che gravitava attorno alla nobildonna Elena Cecilia Monti. Questa, ritornata dalla Francia con il marito, conte D’Arnaud ex generale francese, sentiva la precisa missione di organizzare i suoi concittadini in un movimento antiaustriaco e unitario, ma il suo vero scopo era ricostituire il Regno d’Italia sotto la guida del figlio di Napoleone.

    Quindi la Monti, donna raffinata e colta, grazie ad abilità e fascino, riuscì ad attirare alla sua setta molti carbonari frattensi. Essi parteciparono ai banchetti da lei organizzati alla villa Molin (oggi Avezzù) presa in affitto, a cui converge­vano anche forestieri.

    Queste continue riunioni però non sfuggirono alla vigilanza della polizia austriaca che l’11 novembre 1818, la sera di San Martino, sorprese i convitati inneggianti alla libertà e alla sconfitta del tiranno. Fu l’inizio della tragedia in cui caddero i Carbonari: tutti gli invitati furono arrestati, anche grazie alla complicità di un nipote della Monti, Giuseppe, e portati nelle carceri dell’isola di S. Michele a Venezia. E mentre i coniugi D’Arnaud vennero rilasciati dopo alcuni mesi, agli altri toccò il peggio.

    Antonio Villa si era infatti abbandonato a numerose rivelazioni confessando i nomi di altri Carbonari, la dipendenza delle “vendite polesane” da Ferrara, il nascondiglio dei documenti.

    La polizia, comandata dal commissario Lancetti, pensò allora di attuare una repressione generale e simultanea in tutta la provincia, in modo che nessun cospiratore potesse sfuggire. Nella notte tra il 6 e il 7 gennaio 1819 a Rovigo egli attese i carbonari Lenta, Cecchetti, Zona, Gobbetti, alle loro abitazioni dopo aver organizzato un ballo nella sala degli arazzi dell’Accademia dei Concordi; a Fratta accerchiò il paese di buonora con più di 50 dragoni a cavallo e 100 uomini di fanteria (il numero delle guardie impiegate dà l’idea della rilevanza della società di Fratta nell’intero territorio polesano) catturando anche i sospettati tra cui il Davì.

    La sentenza di condanna avvenne dopo quasi tre anni: alla vigilia del Natale 1821, letta nella piazzeta S. Marco a Venezia. La condanna fu particolarmente dura poiché si trattava del primo processo ai Carbonari del Regno Lombardo-Veneto e doveva quindi avere valore esemplare.

    Villa e Foresti vennero condannati a venti anni di carcere duro al castello-fortezza dello Spielberg; Don Fortini e Oroboni a quindici nello stesso carcere dove, tra l’altro Oroboni conobbe Silvio Pellico che ci ha lasciato pagine toccanti nel suo libro “Le mie prigioni”; a sei anni Giovanni Monti nel castello di Lubiana.

    Molti altri furono i carbonari polesani condannati a lunghissimi anni di carcere: Costantino Munari di Calto, Antonio Solera, Pietro Rinaldi, Antonio Cecchetti di Rovigo, Vincenzo Carravvieri, senza contare i molti altri trattenuti in carcere per diversi mesi solo perché sospetti.

    A Fratta si possono dunque rivivere molte delle pagine più significative della storia italiana. Un breve soggiorno o una gita a Fratta sono pertanto quanto mai consigliabili per un concreto riscontro delle notizie apprese sui banchi di scuola con una realtà che conserva importanti testimonianze del passato.

  • Il castello di Arquà

    Il castello di Arquà

    Per gli amanti dell'epoca medioevale consigliamo una visita al castello di Arquà Polesine. Va detto innanzitutto che la storia di Arquà ha origini molto antiche. I numerosi reperti rinvenuti nella zona, tra cui molte lapidi, testimoniano l'esistenza di un centro abitato già in epoca romana. Ed il nome del paese fa probabilmente riferimento all'andamento di un fiume o di una strada che anticamente disegnava qui una curva decisa.

    Il primo documento in cui la località viene citata è però del 938: vi si legge che il territorio era stato donato alla Chiesa di Adria dal feudatario locale, Marchese Almerico.

    Nel 1146 veniva edificato il castello-recinto, cioè pensato per accogliere popolazioni e bestiame all'approssimarsi di eserciti invasori, per impedirne le razzie cui si abbandonavano per il proprio sostentamento.

    Ciò è testimoniato dallo storico ferrarese Antonio Frizzi che lo dice eretto in quell'epoca da Guglielmo III detto Marchesella, ultimo della celebre famiglia degli Adelardi che signoreggiò Ferrara ed il Polesine tra il Canalbianco ed il Po fino all'avvento degli Estensi.

    Allo scopo dunque di difendersi dagli Estensi, che avevano mire sul ferrarese e sul Polesine, Guglielmo, non si sa bene se in veste di reggitore di Ferrara o come padrone di vaste tenute nel Polesine, prima di partire per la Terra Santa fece ricostruire i castelli di Arquà, di Fratta e di Pontecchio e fece riedificare il maneggio che prese da lui il nome: Castelguglielmo.

    Morto Guglielmo (1183) ed il fratello Adelardo (1185), un figlio sedicenne di Obizzo d'Este, Azzolino, sposò Marchesella, bambina di circa sette anni, figlia unica, erede di Adelardo reggitore di Ferrara, che morì giovanissima, attorno al 1186 cosicché l'eredità, castello compreso, passò nelle mani degli Estensi.

    Afferma lo storico Giambattista Pigna, nella sua Historia dei Principi d'Este, ch'era una fortezza di gran nome, spesso abitata dagli stessi Marchesi.

    All'interno (secondo un inventario del 1340 tratto dal Codice latino 27312 di Monaco di Baviera) aveva una cappella dedicata a San Martino vescovo e confessore. Fu distrutta, riedificata e di nuovo demolita. La nomina anche il Ferretti nel suo “Memorabilia” (1539).

    La Fortezza, nel febbraio 1308, fu teatro di un'aspra lotta tra i fratelli Francesco e Aldobrandino d'Este da una parte, ed il nipote Frisco dall'altra, i quali si contendevano il dominio di Ferrara.

    Lo storico edificio subì danni rilevanti e Francesco, vistosi assediato, riuscì a fuggire riparandosi in quel di Este e lasciando il castello nelle mani di Frisco. Più tardi, con l’aiuto dei Padovani, Francesco conquistò il Polesine e poi per diecimila lire, cedette al Comune di Padova Rovigo, Arquà, Fratta, Costa e Pontecchio, in seguito restituite.

    Le fortezze del marchesato furono riparate e così pure quelle di Arquà, come si rileva osservando la massiccia torre di avvistamento e segnalazione (mastio), in origine isolata come ci viene raffigurata da antiche mappe e carte topografiche, senz'altro preesistente alle contigue costruzioni.

    Nell’anno 1393 morì il Marchese Alberto V lasciando lo Stato oberato di debiti a Nicolò III. Questi, per fare fronte alle impellenti necessità, chiese alla Repubblica Veneta un prestito di 50 mila ducati da estinguersi in 5 anni, offrendo in garanzia il Polesine di Rovigo.

    La Repubblica accettò ed il contratto fu stipulato il 3 aprile 1395.

    Dalla storia risulta che il prestito non fu estinto e fu anzi aumentato perché il Duca, dopo un primo acconto di undicimila ducati non pagò nemmeno gli interessi, per cui l'occupazione continuò per parecchi anni e precisamente fino al 1438 anno della rotta di Castagnaro e Malopera le cui acque giunsero alle porte di Arquà. In quell’anno infatti i veneziani, allo scopo di ottenere che Nicolò d’Este non si unisse al Duca di Milano, che aveva loro dichiarato guerra, gli condonarono il debito.

    Il Polesine rimase agli Estensi fino al luglio 1482 per poi passare definitivamente ai veneziani vincitori della famosa “guerra del sale” che vide coinvolte quasi tutte le signorie italiane.

    Dopo tale guerra, verso la metà del 1500, il governo della Serenissima vendette il castello alla nobile e patrizia famiglia Diedo la quale lo ristrutturò per esigenze residenziali, affrescando alcune stanze e riedificando nel 1600 la cappella in onore di San Martino che fu visitata il 28 dicembre 1603 dal canonico padovano Perotti, vicario generale del Vescovo Mons. G. Porcia.

    Con la morte della nobildonna Elena Diedo vedova del N.H. Girolamo da Mula, alla metà del 1600 il castello pervenne in proprietà ai figli Vincenzo, Alvise e Andrea.

    Nel 1665 fu ospitato nel “palazzo del castello” il Vescovo Bonifacio Agliardi, in visita pastorale alla parrocchia; evidentemente in quell'epoca il complesso edilizio era stato ulteriormente rimaneggiato.

    Infine, nel 1811, durante la dominazione napoleonica, l’ebreo Iseppo Treves lo acquistò dal nobile Andrea da Mula di Antonio. Oggi il complesso è composto da un corpo centrale che si apre in un cortile interno, abbellito da tredici arcate secentesche, verso il quale si affacciano il granaio e le scuderie. La torre merlata ha l'interno diviso in tre piani. Le tre stanze principali sono ornate da affreschi che rappresentano scene mitologiche.

    Degli Estensi resta, a circa quattrocento metri dal castello, anche un quattrocentesco Casino di Caccia, ora villa Pasquali Canato, con un parco secolare.

  • Con la canoa nel Delta

    Con la canoa nel Delta

    Un modo nuovo e sportivo per far turismo

    La pratica turistica della canoa fece la sua prima apparizione nella nostra provincia negli anni sessanta, con un gruppo di autentici pionieri rodigini che avevano realizzato, con le proprie mani, le loro prime imbarcazioni. Bisogna però aspettare la fine degli anni ’70 per vedere la costituzione di un sodalizio sportivo.

    Il “Gruppo Canoe Polesine” si dà uno statuto sociale a Rovigo esattamente nel dicembre 1980 raggruppando una ventina di praticanti.

    Da allora molte cose sono cambiate e la canoa ha avuto nella nostra provincia, come nel resto d’Italia, uno sviluppo veramente formidabile, probabilmente legato alla scoperta dell’ambiente e ad un modo del tutto originale per visitarlo: con la canoa appunto.

    Il nostro delta del Po è divenuto ben presto una meta sempre più frequentata dai canoisti di tutta Italia; raduni turistici si sono succeduti a Scardovari, Pila, Bocasette a partire dal 1981 con centinaia di partecipanti.

    Attualmente il movimento canoistico in Polesine è rappresentato da 4 sodalizi affiliati alla Federazione Italiana Canoa Kayak, che promuovono di pari passo l’attività agonistica e turistica dello sport canoa, in particolare:

    IL GRUPPO CANOE POLESINE, con sede a Rovigo in Via Baccari, 16 e con sede nautica a Bosaro sul Canalbianco con tel. 34.611, comprende quasi 200 soci con una consolidata tradizione organizzativa turistica fatta di grandi meeeting nel Delta, visite guidate ed escursioni nei torrenti.

    IL G.S. VIGILI DEL FUOCO Sez. Canoa, con sede in Via Ippodromo a Rovigo e sede nautica a Bosaro sul Canalbianco, raggruppa una sessantina di soci in gran parte dediti all’agonismo di alto livello.

    IL CANOA CLUB POLESELLA, con sede Sociale a Polesella in Via Selmi tel. 94.238, con oltre un centinaio di aderenti, dediti con profitto sia al turismo che alla pratica agonistica, organizza escursioni lungo il Po e nel Delta.

    IL CLUB TERRA MARE, con sede a Rosolina, tel 041/497529, società costituita recentemente, è attivo con escursioni nelle foci dell’Adige e nella Luguna alle spalle di Albarella.

    Tutti questi clubs sono naturalmente a disposizione del turista “nautico” sia per la neccessaria fase di apprendimento dei primi rudimenti (indispensabili anche per ovvi motivi di sicurezza) con l’oraganizza-zione di corsi estivi/primaverili e a Rovigo anche invernali (con l’utilizzo della piscina comunale),sia per chi ha sufficente pratica con visite guidate, ed escursioni nel nostro magnifico Delta del Po.

    Un modo nuovo quindi per valorizzare il patrimonio fluviale polesano che sicuramente si inserirà in tutti i programmi di turismo alternativo ed intelligente.

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