Sul n. 24 del “Ventaglio” è apparso un articolo, relativo a Villa Peretti di Ceneselli, nel quale l’estensore, a buon diritto, attribuisce la proprietà della suddetta villa al cardinale Felice Peretti successivamente diventato papa col nome di Sisto V. Fra l’altro si afferma anche che, mentre era ancora cardinale, il Peretti avrebbe dotato i familiari di feudi che comprendevano terre del Polesine ed in particolare: Bagnolo, Castelguglielmo, Canda, Salvaterra, Crocetta e Ceneselli.
Tale notizia ha suscitato il mio interesse sulla figura del personaggio, scoprendo che Felice Peretti ha fatto sosta anche in territorio rodigino, prima quale giovane predicatore nel 1542 a Grignano, e, dopo 25 anni, a Rovigo. Ho rintracciato anche probabili discendenti collaterali quali l’ing. Zimbelli Gianpaolo, ora scomparso, e la di lui cugina prof. ssa Carla Zadra residente a Polesella col nipote Carlo.
Questo papa è conosciuto generalmente per l’erezione dell’obelisco di S. Pietro e per la determinazione con cui avviò varie iniziative, tra cui un’azione di polizia contro i briganti che infestavano il territorio dello Stato pontificio, per cui fu anche definito il papa “tosto”. Pochi però sanno di lui i passi salienti e le opere che furono all’origine della sua fama. Egli riuniva contemporaneamente le doti di integerrimo religioso, di esperto giurista e teologo, di avveduto uomo di stato e saggio amministratore.
Alquanto sorprendente appare la sua elezione a pontefice in un periodo, il 1500, in cui il soglio pontificio era appannaggio di grandi famiglie aristocratiche per lo più romane. Il cardinale Peretti infatti era nato a Grottammare (AP) il 13 dicembre 1520 da famiglia poverissima, ed egli stesso non si vergognava dire che “era nato in una grotta, fra bassezze”. In una sua biografia si legge che si sentiva fiero “d’essere stato alla campagna a pascere porci, d’haver tagliate le legna al bosco, raccolto la cicoria alla foresta…” e d’essersi buscato qualche gratuito scapaccione.
Se egli non manifestò alcun imbarazzo per le sue umili origini, non mancarono però dei dileggi, tanto che, quando ricevette il cappello cardinalizio ed assunse il titolo della città paterna ovvero Montalto, i cardinali blasonati lo apostrofarono come “il porcaro di Montalto”.
In ogni caso il cardinale Peretti, poi papa, restò molto legato a Montalto, anche perché proprio nel conventino francescano di questa cittadina marchigiana ebbe avvio la sua carriera ecclesiastica, grazie allo zio materno fra’ Salvatore che lo fece accogliere a soli nove anni. E dopo tre o quattro anni, in via del tutto straordinaria, gli fu concesso di prendere i voti. Una volta eletto al solio di San Pietro, beneficò la cittadina marchigiana col titolo di città, fondandovi un ginnasio e innalzandola a sede vescovile.
A vent’anni Felice Peretti era già considerato un ottimo predicatore, nel 1542 predicò i quaresimali a Voghera di Ferrara, e fu in questo periodo che raggiunse il Polesine, superando il Po per portarsi a Canda, Grignano e Badia. Il motivo della presenza del Peretti in questi luoghi è giustificato dal fatto che allora era studente bacelliere a Bologna e Ferrara in attesa della laurea. I pulpiti famosi erano riservati ai “maestri” cioè ai laureati in teologia, ed il Peretti, intanto, si esercitava in pulpiti minori quali quelli del Polesine, anche per raggranellare qualcosa per mantenersi gli studi.
Conseguito il dottorato in filosofia e teologia a Fermo nel 1548, continuò a predicare di pergamo in pergamo in diverse località della Toscana e delle Marche e finalmente giunse a Roma nel 1552, rendendosi noto all’urbe ed intrecciando sincere amicizie con i cardinali Carafa, futuro Paolo IV; Ghisglieri, futuro Pio V; Rodolfo Pio da Carpi, suo grande e perpetuo protettore; con S. Ignazio di Loyola, S. Filippo Neri, Felice da Cantalice.
Sostenitore delle iniziative della Controriforma Cattolica², fu nominato da Pio V superiore generale dei conventuali (1566-68) e in questo periodo visitò alcune province fissando come termine il Veneto.
Raggiunse pertanto Rovigo a fine maggio 1567, si portò poi a Venezia il 1° giugno, a Padova l’8 giugno, per far infine ritorno a Roma. Scelto come confessore segreto di Sua Santità, questi ammirandolo per la sua profonda conoscenza teologica e per il rigido stile di vita lo elesse vescovo titolare di Sant’Agata dei Goti e successivamente cardinale.
Soffrì un periodo di emarginazione durante il Pontificato di Gregorio XIII, che gli era avverso ma, alla di lui morte, i cardinali riuniti in conclave individuarono proprio nel “porcaro di Montalto” le straordinarie qualità per recuperare lo squinternato Stato della Chiesa.
Durante i cinque anni e quattro mesi di pontificato, Sisto V darà prova d’una energia indomita e d’una attività che non ha precedenti non solo nella storia della chiesa ma neppure in quella di sovrani regnanti contemporanei ed del passato. Cominciò subito con la moralizzazione dei costumi nella città eterna, emanando leggi severissime che prevedevano la pena di morte contro le prostitute, le cortigiane, i loro clienti e protettori, contro il reato d’adulterio, dell’aborto, di sodomia, di bestemmia. Le meretrici ravvedute, però erano obbligate ad assistere alla messa in una chiesa romana ed ascoltar prediche predisposte per la loro redenzione.
Per i bestemmiatori incalliti era prevista la perforazione della lingua con gancio di ferro ed esposti a ludibrio della folla. Per tali esagerate sanzioni si rimproverò al Papa di voler ridurre Roma “che tutto l’anno fosse quaresima”. Egli stesso, d’altronde, fu esempio di sobrietà e parsimonia decurtando il numero dei cortigiani e della stessa guardia del corpo.
Poi ingaggiò una spietata lotta contro il brigantaggio che era allora una piaga che debilitava lo Stato. Pare che i banditi fossero addirittura 25.000 e per arginare il fenomeno, Sisto V stabilì che, qualora non fossero stati catturati i banditi, sarebbero stati ritenuti responsabili i loro protettori. L’intervento funzionò. Ovunque se ne sentì il benefico effetto: il lavoro, il commercio, la stessa vita quotidiana diventarono più sicuri poiché un gran numero di malviventi ci rimisero la testa sotto la scure del giustiziere nel cortile di Castel Sant’Angelo.
Non è agevole descrivere in breve tutte le “imprese sistine” compiute in soli cinque anni di pontificato, si può solo elencarle.
Sisto V fu il primo papa a fissare a 70 il numero dei cardinali, a riorganizzare la curia con l’istituzione di 15 Congregazioni, veri e propri ministeri, o, come si dice in termini più moderni dicasteri³.
Riuscì a riassestare le casse dello stato accumulando ben quattro milioni di scudi d’oro come “fondo intangibile” disponibile solo per situazioni eccezionali, il che non gli impedì di compiere le imprese che lo resero famoso: la flotta pontificia, l’introduzione dell’arte della lana, la propagazione della coltura del gelso, il prosciugamento delle foci del Tevere, la bonifica delle paludi pontine dove mandò duemila operai. Il canale che scorre fra migliaia di ettari bonificati porta ancora il nome di fiume Sisto. Rivolse cure particolari per le città di Civitavecchia, Loreto, Montalto, Ancona e Roma dove portò l’acqua (detta felice dal nome di battesimo del papa) sui colli Quirinale, Esquilino, Vicinale; fece aprire strade diritte e spaziose; ornò le piazze, come piazza Colonna, piazza del Popolo; fece restaurare chiese cadenti, come la Scala Santa, rimettere in funzione palazzi, come la Zecca e il Monte di Pietà. Acquistò il palazzo del Quirinale per farvi residenza papale. In soli tre anni vide compiuto il palazzo del Laterano e condotto a buon termine quello del Vaticano.
Tuttavia l’opera più significativa fu l’innalzamento del gigantesco obelisco di Piazza San Pietro, per il quale furono impiegati 800 uomini, 140 cavalli, 40 argani e coinvolse tutta l’esperienza tecnica dell’architetto di fiducia Domenico Fontana che diresse i lavori anche per il completamento del cupolone: opera ardua per i suoi 42 metri di diametro e 133 di altezza, ma era ultimata il 14 maggio 1590, tre mesi avanti la morte del pontefice.
L’opera di Sisto V è sterminata: progettò persino il taglio del Canale di Suez; in politica estera s’adoperò abilmente per il riassetto dell’equilibrio europeo.
Quando morì il popolo esultò come si fosse liberato di un despota, ma bastò appena un anno, poiché, quando le sue spoglie furono trasferite dalla tomba provvisoria in Vaticano al sepolcro approntato in Santa Maria Maggiore, una folla strabocchevole e commossa si riversò sulle strade per dare l’estremo saluto a quel papa “insonne” che tanto si era prodigato per sollevare le sorti del suo Stato e della Chiesa.









