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Archivi: Articoli d’archivio

  • Sisto V (1585-1590)

    Sisto V (1585-1590)

    Sul n. 24 del “Ventaglio” è apparso un articolo, relativo a Villa Peretti di Ceneselli, nel quale l’estensore, a buon diritto, attribuisce la proprietà della suddetta villa al cardinale Felice Peretti successivamente diventato papa col nome di Sisto V. Fra l’altro si afferma anche che, mentre era ancora cardinale, il Peretti avrebbe dotato i familiari di feudi che comprendevano terre del Polesine ed in particolare: Bagnolo, Castelguglielmo, Canda, Salvaterra, Crocetta e Ceneselli.

    Tale notizia ha suscitato il mio interesse sulla figura del personaggio, scoprendo che Felice Peretti ha fatto sosta anche in territorio rodigino, prima quale giovane predicatore nel 1542 a Grignano, e, dopo 25 anni, a Rovigo. Ho rintracciato anche probabili discendenti collaterali quali l’ing. Zimbelli Gianpaolo, ora scomparso, e la di lui cugina prof. ssa Carla Zadra residente a Polesella col nipote Carlo.

    Questo papa è conosciuto generalmente per l’erezione dell’obelisco di S. Pietro e per la determinazione con cui avviò varie iniziative, tra cui un’azione di polizia contro i briganti che infestavano il territorio dello Stato pontificio, per cui fu anche definito il papa “tosto”. Pochi però sanno di lui i passi salienti e le opere che furono all’origine della sua fama. Egli riuniva contemporaneamente le doti di integerrimo religioso, di esperto giurista e teologo, di avveduto uomo di stato e saggio amministratore.

    Alquanto sorprendente appare la sua elezione a pontefice in un periodo, il 1500, in cui il soglio pontificio era appannaggio di grandi famiglie aristocratiche per lo più romane. Il cardinale Peretti infatti era nato a Grottammare (AP) il 13 dicembre 1520 da famiglia poverissima, ed egli stesso non si vergognava dire che “era nato in una grotta, fra bassezze”. In una sua biografia si legge che si sentiva fiero “d’essere stato alla campagna a pascere porci, d’haver tagliate le legna al bosco, raccolto la cicoria alla foresta…” e d’essersi buscato qualche gratuito scapaccione.

    Se egli non manifestò alcun imbarazzo per le sue umili origini, non mancarono però dei dileggi, tanto che, quando ricevette il cappello cardinalizio ed assunse il titolo della città paterna ovvero Montalto, i cardinali blasonati lo apostrofarono come “il porcaro di Montalto”.

    In ogni caso il cardinale Peretti, poi papa, restò molto legato a Montalto, anche perché proprio nel conventino francescano di questa cittadina marchigiana ebbe avvio la sua carriera ecclesiastica, grazie allo zio materno fra’ Salvatore che lo fece accogliere a soli nove anni. E dopo tre o quattro anni, in via del tutto straordinaria, gli fu concesso di prendere i voti. Una volta eletto al solio di San Pietro, beneficò la cittadina marchigiana col titolo di città, fondandovi un ginnasio e innalzandola a sede vescovile.

    A vent’anni Felice Peretti era già considerato un ottimo predicatore, nel 1542 predicò i quaresimali a Voghera di Ferrara, e fu in questo periodo che raggiunse il Polesine, superando il Po per portarsi a Canda, Grignano e Badia. Il motivo della presenza del Peretti in questi luoghi è giustificato dal fatto che allora era studente bacelliere a Bologna e Ferrara in attesa della laurea. I pulpiti famosi erano riservati ai “maestri” cioè ai laureati in teologia, ed il Peretti, intanto, si esercitava in pulpiti minori quali quelli del Polesine, anche per raggranellare qualcosa per mantenersi gli studi.

    Conseguito il dottorato in filosofia e teologia a Fermo nel 1548, continuò a predicare di pergamo in pergamo in diverse località della Toscana e delle Marche e finalmente giunse a Roma nel 1552, rendendosi noto all’urbe ed intrecciando sincere amicizie con i cardinali Carafa, futuro Paolo IV; Ghisglieri, futuro Pio V; Rodolfo Pio da Carpi, suo grande e perpetuo protettore; con S. Ignazio di Loyola, S. Filippo Neri, Felice da Cantalice.

    Sostenitore delle iniziative della Controriforma Cattolica², fu nominato da Pio V superiore generale dei conventuali (1566-68) e in questo periodo visitò alcune province fissando come termine il Veneto.

    Raggiunse pertanto Rovigo a fine maggio 1567, si portò poi a Venezia il 1° giugno, a Padova l’8 giugno, per far infine ritorno a Roma. Scelto come confessore segreto di Sua Santità, questi ammirandolo per la sua profonda conoscenza teologica e per il rigido stile di vita lo elesse vescovo titolare di Sant’Agata dei Goti e successivamente cardinale.

    Soffrì un periodo di emarginazione durante il Pontificato di Gregorio XIII, che gli era avverso ma, alla di lui morte, i cardinali riuniti in conclave individuarono proprio nel “porcaro di Montalto” le straordinarie qualità per recuperare lo squinternato Stato della Chiesa.

    Durante i cinque anni e quattro mesi di pontificato, Sisto V darà prova d’una energia indomita e d’una attività che non ha precedenti non solo nella storia della chiesa ma neppure in quella di sovrani regnanti contemporanei ed del passato. Cominciò subito con la moralizzazione dei costumi nella città eterna, emanando leggi severissime che prevedevano la pena di morte contro le prostitute, le cortigiane, i loro clienti e protettori, contro il reato d’adulterio, dell’aborto, di sodomia, di bestemmia. Le meretrici ravvedute, però erano obbligate ad assistere alla messa in una chiesa romana ed ascoltar prediche predisposte per la loro redenzione.

    Per i bestemmiatori incalliti era prevista la perforazione della lingua con gancio di ferro ed esposti a ludibrio della folla. Per tali esagerate sanzioni si rimproverò al Papa di voler ridurre Roma “che tutto l’anno fosse quaresima”. Egli stesso, d’altronde, fu esempio di sobrietà e parsimonia decurtando il numero dei cortigiani e della stessa guardia del corpo.

    Poi ingaggiò una spietata lotta contro il brigantaggio che era allora una piaga che debilitava lo Stato. Pare che i banditi fossero addirittura 25.000 e per arginare il fenomeno, Sisto V stabilì che, qualora non fossero stati catturati i banditi, sarebbero stati ritenuti responsabili i loro protettori. L’intervento funzionò. Ovunque se ne sentì il benefico effetto: il lavoro, il commercio, la stessa vita quotidiana diventarono più sicuri poiché un gran numero di malviventi ci rimisero la testa sotto la scure del giustiziere nel cortile di Castel Sant’Angelo.

    Non è agevole descrivere in breve tutte le “imprese sistine” compiute in soli cinque anni di pontificato, si può solo elencarle.

    Sisto V fu il primo papa a fissare a 70 il numero dei cardinali, a riorganizzare la curia con l’istituzione di 15 Congregazioni, veri e propri ministeri, o, come si dice in termini più moderni dicasteri³.

    Riuscì a riassestare le casse dello stato accumulando ben quattro milioni di scudi d’oro come “fondo intangibile” disponibile solo per situazioni eccezionali, il che non gli impedì di compiere le imprese che lo resero famoso: la flotta pontificia, l’introduzione dell’arte della lana, la propagazione della coltura del gelso, il prosciugamento delle foci del Tevere, la bonifica delle paludi pontine dove mandò duemila operai. Il canale che scorre fra migliaia di ettari bonificati porta ancora il nome di fiume Sisto. Rivolse cure particolari per le città di Civitavecchia, Loreto, Montalto, Ancona e Roma dove portò l’acqua (detta felice dal nome di battesimo del papa) sui colli Quirinale, Esquilino, Vicinale; fece aprire strade diritte e spaziose; ornò le piazze, come piazza Colonna, piazza del Popolo; fece restaurare chiese cadenti, come la Scala Santa, rimettere in funzione palazzi, come la Zecca e il Monte di Pietà. Acquistò il palazzo del Quirinale per farvi residenza papale. In soli tre anni vide compiuto il palazzo del Laterano e condotto a buon termine quello del Vaticano.

    Tuttavia l’opera più significativa fu l’innalzamento del gigantesco obelisco di Piazza San Pietro, per il quale furono impiegati 800 uomini, 140 cavalli, 40 argani e coinvolse tutta l’esperienza tecnica dell’architetto di fiducia Domenico Fontana che diresse i lavori anche per il completamento del cupolone: opera ardua per i suoi 42 metri di diametro e 133 di altezza, ma era ultimata il 14 maggio 1590, tre mesi avanti la morte del pontefice.

    L’opera di Sisto V è sterminata: progettò persino il taglio del Canale di Suez; in politica estera s’adoperò abilmente per il riassetto dell’equilibrio europeo.

    Quando morì il popolo esultò come si fosse liberato di un despota, ma bastò appena un anno, poiché, quando le sue spoglie furono trasferite dalla tomba provvisoria in Vaticano al sepolcro approntato in Santa Maria Maggiore, una folla strabocchevole e commossa si riversò sulle strade per dare l’estremo saluto a quel papa “insonne” che tanto si era prodigato per sollevare le sorti del suo Stato e della Chiesa.

  • Alla Rosa di Bellombra

    Alla Rosa di Bellombra

    Una lotta all’ultimo chicco, è il caso di dire, quella che si è cavallerescamente combattuta alla Trattoria Alla Rosa di Bellombra, lo scorso settembre, in occasione dei suoi 40 anni di apertura, tra il riso di Grumolo delle Abbadesse, Presidio Slow Food, e il riso del Delta. Da una parte il presidente degli Agricoltori, Stefano Casalini per il Consorzio Risicoltori del Delta che ha messo a disposizione il riso con il vice di Cna, Lino Ponzetto, Alessandro Rigoni e Ca’ Polesine con Matteo Peretto a sostenere strenuamente i colori del Delta; dall’altra la pattuglia di Slow Food che parteggiava apertamente per il riso vicentino, uno dei suoi 11 presidi del Veneto.

    I degustatori, rappresentati dai numerosi ospiti intervenuti non son riusciti a dirimere la questione e il primo round si è concluso pari e patta. In entrambi i risi sono state individuate caratteristiche di bontà e di gusto per cui sono entrambi consigliabili e degustabili con piacere imbanditi con cipolla, zucca o con quell’ottima mela prodotta dall’azienda Galassa di Gavello.

    Non ci sono stati invece dubbi nel giudicare ottimi i màneghi di patate americane, una sorta di gnocchi che si imbandiscono proprio nel periodo di settembre, a sottolineare le feste dell’equinozio d’autunno, periodo in cui cadono alcune date significative come la Natività della Madonna e il San Michele. Màneghi, pane e grissini con patate americane di Monica Grandi, preparati Ferrarese&Menin confermano la bontà di questa eccellenza adriese che nel 1882 era già oggetto di commercio in Bassopolesine.

    Ma sulla tavola è stato un susseguirsi di squisitezze e di bontà: la pinza alla munara, preparata dalla signora Valeria Dalla Torre di Stienta, il pecorino di Cavanella Po di Claudio Nardini. Quando si parla di pecorino del Polesine, molti fanno meraviglie, in realtà si ignora che sin dal 1400 è documentato il flusso di pastori che dal Monte Cimone, dalla Lessinia, e dalle Prealpi venete scendevano a svernare in Polesine con pascoli che erano assegnati dal 25 di novembre al 25 aprile festa di San Marco. E poi, con il latte di Ermes Bovo, il formaggio asarado della signora romena, Monica Usanu, un formaggio fatto cagliare con aceto, documentabile negli atti dei monaci certosini di Corcrevà sin dal secolo XV, ma già noto nella cucina romana col nome di melca.

    Gustata pure la ciabatta natura, la polenta di mais bianco perla, altro presidio. Il tutto confortato dai vini gradevoli ed invitanti della azienda Valle di Papozze condotta dai giovanissimi Nadia e Fabio Rigoni. Insomma una filiera cortissima per questo appuntamento di “Dalla terra alla tavola” in una trattoria che ha sempre fatto della tradizione, della tipicità e del territorio il proprio cavallo di battaglia.

    “Negli anni ‘60 il reddito in campagna – racconta Jolanda Frazzon, ormai novantreenne, per anni cuoca con i galloni conquistati sul campo – era ai minimi termini e quindi la scelta era quella di emigrare o di tentare vie nuove. Mio marito Ottorino ed io, nella diffidenza generale, iniziammo a coltivare il sogno di aprire in questa che era una casa bracciantile un agriturismo, di cui allora si iniziava a parlare. Ma la legislazione sugli agriturismo non era ancora stata perfezionata ed allora fu trattoria di campagna”.

    “All’inizio – continua la signora Jolanda – gli avventori erano braccianti perché qui era zona di latifondo, successivamente cominciò ad affluire la città: Rovigo, Adria, Ferrara. La cucina era quella che io avevo imparato da mia madre. In sostanza la cucina della festa di una qualsiasi famiglia contadina: riso con i fegatini, le paste fatte in casa, i pasticci, i cappelletti, le lasagne, i tagliolini. E poi la faraona, l’anitra, l’oca, i tacchini, i salami di casa, i conigli, le carni ai ferri, le focacce”.

    Insomma, nel pieno dominio della nouvelle cuisine e del trionfo dei polli d’allevamento, delle uova di batteria, si era timidamente iniziato a parlare di genuinità. Nei momenti celebrativi si rischia di fare retorica, però qualche verità bisogna pur dirla. Questo locale non ha potuto essere il primo agriturismo della provincia di Rovigo per i motivi detti in precedenza, ma è stato il primo luogo ove si è iniziato a fare cene etniche incentrate sulle risorse aziendali e sulla storia del territorio. La prima volta fu in collaborazione con la Minelliana e Turismo&Cultura, ormai tanto tempo fa. Ma c’è un altro primato. E’ stato il primo locale ad introdurre i menu stagionali, che cambiano col variare degli equinozi e dei solstizi.

    A festeggiare il 40° della trattoria “Alla Rosa” era presente una nutrita colonia dei Rigoni, ritrovatisi per rinsaldare il loro legame, visto che sono scomparsi ormai quelli di prima generazione, ma anche perché sono stati i padrini della nascita di questo locale. Infatti il 31 ottobre del 1968 una cugina, Antida qui si è sposata consentendo di fare la prova generale per l’apertura ufficiale avvenuta nel gennaio del 1969.

    Una storia davvero particolare quella dei Rigoni Püne, originari di Asiago, che dovettero lasciare l’altipiano dopo la prima guerra mondiale in quanto i pascoli erano stati distrutti o requisiti ai fini bellici. Alcuni Rigoni si fermarono nella Pedemontana, altri divennero contadini nei dintorni di Vicenza, altri ancora presero la rincorsa e giunsero sino ad Adria.

    E alla serata di Bellombra, accanto a quella adriese vi era la rappresentanza di Asiago e di Vicenza, tutti d’accordo nel ritenere ottima la cucina polesana ormai degna di stare comodamente seduta alla tavola del Veneto.

  • La via del conte Angeli

    La via del conte Angeli

    Restauri recenti e ancora in corso hanno ridato un volto nuovo e più accettabile a una delle strade più antiche e più importanti del centro storico, via Angeli, ferita e umiliata in un passato non certo lontano da ristrutturazioni e interventi sciagurati. Di origine medievale, la strada – che un tempo era intitolata a San Rocco – collegava, la piazza maggiore con l’antica porta San Giovanni, usciti dalla quale si poteva proseguire per Lendinara e Badia, oppure per Padova.

    Proprio lungo questo breve tratto di strada urbana, fra il XVI e il XVIII secolo, alcune nobili famiglie locali e limitrofe avevano voluto edificare i loro bei palazzi: i Manfredini e poi i Labia e gli Oroboni e da ultimo gli Angeli.

    Intorno alla metà del Cinquecento, quasi contemporaneamente a Palazzo Roncale, con cui principia la strada partendo dalla piazza centrale, era sorta, poco più avanti e sul lato opposto, la chiesa di San Rocco, affidata alle cure della confraternita da cui aveva preso il nome. La chiesetta, con il campanile e l’abside che si prospettavano sull’Adigetto, era diventata presto ricettacolo confortevole anche di altre confraternite, che si richiamavano a S. Carlo Borromeo, S. Francesco da Paola e alla Madonna di Loreto.

    Ad apertura del Settecento, la chiesa, a navata unica, era corredata da sette altari, poi ridotti a cinque e, sul finire del secolo, il veneziano Giovan Battista Canal, che a Rovigo ha lasciato ampia e non insignificante traccia di sé, aveva affrescato il soffitto con l’immagine di San Rocco portato in Paradiso dagli Angeli. Ancora a Canal, stando al Bartoli che fu suo contemporaneo ed estimatore, si deve la splendida Madonna di Loreto (attualmente custodita in Vescovado), piccolo e insospettato capolavoro nei riflessi rossi e gialli e azzurri, che un tempo stava sul primo altare di destra della chiesa, scolpito in legno da Antonio Tassina e dipinto ad imitazione del marmo da Luigi Marangoni.

    Nell’Ottocento, dopo la soppressione delle confraternite, l’edificio, era passato al demanio e affidato alla custodia di un prelato, Don Antonio Sonda, che amministrava il viatico agli infermi del circondario e teneva corsi di dottrina. Dopo l’epidemia di colera del 1855, l’edificio era stato restaurato e la facciata arricchita da un affresco.

    Ma sul finire degli anni Trenta del Novecento, quando la chiesa era ormai chiusa da tempo, si decise di abbattere tutto l’isolato, compromettendo l’intero assetto di una strada, che era uno dei nervi scoperti del centro storico. Perduta così anche la fiera di San Rocco che si svolgeva tra via Angeli e un lembo della riviera dell’Adigetto. Erano giorni di festa, con le osterie e le poche botteghe strapiene di gente e quelle stesse strade ingombre di bancarelle, mentre certi palloncini veneziani, detti “baloni”, la sera si accendevano di luci verdi e rosse sotto i tigli che profumavano lungo il “canale” e le finestre delle case si adornavano con teli pregiati e coperte da letto, come per le processioni.

    Oltre ai palazzi patrizi, che si concentravano tutti nei pressi di porta San Giovanni, continuavano però a sussistere molte abitazioni modestissime e in cattivo stato, ben illustrate da un suggestivo disegno di Eugenio Piva, tanto che, nel 1845, il benemerito conte Domenico Angeli aveva deciso, in uno slancio di filantropia, di farne ricostruire alcune. Poi, nel 1886, l’ingegner Giuseppe Oliva, già direttore generale della Società delle Strade Ferrate Mediterranee e consigliere del Ministero dei Lavori Pubblici, acquistato uno dei due palazzi della famiglia Manfredini, aveva pensato di ricostruirlo e ingrandirlo “in modo ben diverso e ben più grandioso”: nasceva così Palazzo Oliva, quell’edificio a due piani con portico, un poco pesante e monotono nella facciata, che pure è percorsa da una affollata teoria di finestre, e che si ispira nelle linee a tanti fabbricati coevi delle città maggiori.

    Un’idea non troppo vaga di come si presentasse via Angeli, tra il finire dell’Ottocento e i primi anni del secolo successivo, ci viene offerta da alcuni vecchi scorci fotografici e da un olio su tavola di grande luminosità e ingenua prospettiva architettonica di Gino Pinelli: un ordinato susseguirsi di colonne e portici, con edifici a due piani, ingentiliti da graziosi poggioli e terrazzini, ritmati da numerosi negozi e insegne, con la presenza di ben due alberghi: il Centrale e la Stella d’Italia (ma poco lontano, dove è ubicata sotto diverse spoglie anche oggi, c’era la più autorevole e leggiadra Corona Ferrea).

    Nel 1938, come si è accennato, fu sconsideratamente demolito tutto l’isolato che comprendeva la chiesa di San Rocco, per far posto al mastodontico Palazzo dell’INA e che pareva ritagliato, pari pari, dall’Eur di Roma e che veniva reinserito in quell’angolo di una piccola città di provincia allora sconosciuta ai più. Erano gli ultimi respiri di quella megalomania, che, in nome di un fasullo richiamo all’impero romano e a un modello di moderna monumentalità, aveva fatto a Rovigo e altrove danni non più rimediabili. Ecco, allora, l’Adigetto esiliato in periferia e, nel miraggio del rinnovamento, via tutto un pezzo dell’isolato, con le sue case basse e regolari e la chiesa tanto amata dai rodigini. A cancellarne la memoria provvide il marmo candido del palazzone dell’INA, primo segnale di quel ridicolo gigantisimo che, vent’anni dopo, avrebbe cambiato i connotati al Corso del popolo.

    Sul finire degli anni Cinquanta ci fu una deleteria ricostruzione di Palazzo Labia destinato a ospitare l’Upim, ma anche la trasformazione di Palazzo Oroboni nella sede dell’Erario. Nel 1966 il Palazzo Manfredini, l’unico rimasto dei due palazzi della nobile famiglia rodigina, fu rifatto per accogliere una banca.

    Se un restauro recentissimo ha ridato alla facciata di palazzo Labia un minimo di dignità, il punto di riferimento storico e architettonico (ma anche artistico dati gli affreschi e le statue degli interni) resta lo splendido Palazzo Angeli, il cui lungo restauro sembra ormai in via di risoluzione.

    Edificato nel 1780, su progetto del veronese Francesco Schiavi che sarebbe morto appena un anno dopo, il palazzo conclude di fatto quella stagione architettonica che aveva dato alla città i suoi monumenti di maggiore prestigio. I presagi neoclassici di palazzo Angeli, infatti, riescono a conciliare l’eredità del Sanmicheli e il mito palladiano con le sollecitazioni dell’illuminismo veneto, con quel bugnato intorno al portale che sembra riecheggiare il vicino palazzo Roncale.

    L’andamento armonioso della facciata è delineato al piano nobile da un doppio e rilevato cornicione che, al centro, si esalta in una breve balaustra sulla quale si apre una finestra che si protende verso il timpano sovrastante, affollato di sculture in bassorilievo, che si dispongono intorno allo stemma con l’aquila bifronte.

    All’interno, lo scalone, con statue dello scultore veronese Gaetano Muttoni che ha rappresentato l’allegoria della Concordia, il genio della Scultura e quello della Pittura (non c’è più traccia di quello dell’architettura). Il salone del piano terreno e alcune stanze del piano nobile hanno affreschi di Giovanni Battista Canal con episodi della Gerusalemme liberata e storie mitologiche. Per gli affreschi sulle pareti, Canal si era invece servito delle inquadrature architettoniche dello scenografo veneziano Antonio Mauri e degli stucchi di Basilio Serena.

    Nel palazzo, che aveva conosciuto luminose stagioni, avevano trovato ospitalità personaggi illustri. Tra gli altri Carlo IV di Spagna e la zarina Alessandra Fjodorovna, gli imperatori Francesco I d’Austria e Francesco Giuseppe. Ma sulla strada, proprio all’ombra del palazzo, sostavano sovente schiere di poveri, che aspettavano il passaggio del conte Domenico per chiedere e ottenere elemosina.

    Nel 1876 il conte Domenico, ultimo discendente della casata, apprestandosi ad abbandonare definitivamente il mondo dei vivi, lasciò il palazzo al Comune di Rovigo, sia pure secondo certe clausole, non sempre rispettate.

    Scomparso il filantropo, il palazzo fu subito destinato al liceo-ginnasio e poco tempo dopo agli uffici dell’amministrazione provinciale. Vi risiedette in seguito il prefetto e vi trovò ospitalità un convitto femminile, poi ancora gli uffici del consorzio agrario e infine la questura.

    Dopo il trasferimento della Questura nel 1982 l’edificio fu lasciato correre verso un indegno degrado, da cui lo sta sollevando faticosamente e finalmente il restauro.

  • La “Casa del Massaro” di Crespino

    La “Casa del Massaro” di Crespino

    Percorrendo la strada “Eridania”, nel tratto che da Papozze raggiunge Polesella, toccando vari comuni rivieraschi situati lungo il fiume Po, si passa davanti ad bel fabbricato, sito nel Comune di Crespino, recentemente restaurato ed adibito ad agriturismo. Si notano immediatamente due elementi: l’importante recupero edilizio effettuato e lo stemma, posto sul frontone, una doppia P sovrastata da corona, che dà indicazione dell’antico proprietario dell’edificio: il Principe Pio.

    La sua lettura ci fornisce una sola informazione certa: il nome dell’antico proprietario. Nonostante accurate indagini compiute sul manufatto non si hanno notizie dell’anno della sua costruzione, ma in compenso sono emerse intriganti vicende dei suoi antichi proprietari.

    Tornando, perciò, indietro nel tempo ed esaminando le vecchie carte conservate a Ferrara, Rovigo, Venezia e Roma possiamo aprire una finestra sul passato e svelare avvenimenti che ci fanno rivivere la realtà di tempi che ci appaiono remoti.

    I Principi Pio

    Partiamo da elementi conosciuti: i Principi Pio. Si tratta di una famiglia, di antichissima origine – più tardi imparentata con la famiglia di origine spagnola dei Falcò – i cui componenti si qualificarono sempre come Principi Pio di Savoia.

    La famiglia dei Principi Pio di Savoia ebbe un ruolo importante sia nella vita del territorio di Ferrara che più in generale in quello dello Stato Pontificio e della stessa Chiesa. A questo proposito basti ricordare che dal secolo XV i soli cardinali nati a Ferrara furono due componenti della famiglia Pio: Carlo Emanuele Pio di Savoia, nominato cardinale da Clemente VIII nel 1604 e Carlo Pio di Savoia (conosciuto come Carlo Pio junior) creato cardinale nel 1654 da Urbano VIII. Lo stesso Carlo Pio divenne vescovo di Ferrara.

    Considerata l’importanza avuta da questa famiglia nella storia di Ferrara e dello Stato della Chiesa, non possiamo meravigliarci che il suo ramo, stabilito nel territorio ferrarese, possedesse terre ed edifici anche a Crespino.

    La storia di Crespino è, infatti, strettamente legata a quella del Ducato di Ferrara entrato a far parte dello Stato della Chiesa dopo la morte, avvenuta nel 1597, di Alfonso II d’Este che con tre matrimoni aveva cercato, ma senza successo, di generare un figlio cui destinare i suoi beni. Alfonso II nel suo testamento aveva perciò indicato come suo successore il cugino don Cesare, ma inutilmente, giacché il Papa Clemente VIII dichiarò che quest’ultimo non avesse titolo ad ereditare il ducato di Ferrara. Pertanto da allora il territorio del ducato di Ferrara, compresa la cosiddetta “Transpadana ferrarese”, (di cui faceva parte Crespino) divenne parte integrante dello Stato Pontificio.

    Nel 1655 fu il citato cardinale Carlo Junior ad entrare in possesso dei beni di Crespino, ereditati dalla famiglia estense dei Turchi (anche questa estintasi per mancanza di eredi maschi), beni che comprendevano vari fondi agricoli ed una splendida villa nei pressi del Po, ancora oggi esistente anche se purtroppo in progressivo stato di degrado (cfr. in Ventaglio n. 28, pag. 8 e successive: Daniele Milan, Villa Pio Falcò).

    L’edificio che ha richiamato la nostra attenzione, di gran lunga più modesto della villa gentilizia (e proprio per questo facilitato nell’intervento di ripristino) si trova, come detto, lungo la via Eridania. Ma quali documentazioni esistono relativamente a questo immobile?

    Torniamo a tratteggiare le vicende storiche.

    Tra Roma e Venezia

    Lo Stato della Chiesa, all’epoca dell’arrivo a Crespino dei Principi Pio, dal punto di vista amministrativo, era stato diviso in tredici province. La dodicesima provincia divenne quella di Ferrara, la cui capitale era, appunto, Ferrara dove risiedeva il rappresentante del potere centrale: il cardinale legato.

    Nell’ambito di ogni provincia, il potere locale era poi concentrato nei Governi sparsi sul territorio. Nella “Relazione sulla corte di Roma”, ristampata a Bracciano nel 1646, è riportato l’elenco di tutti i governatori dello Stato. Quelli del ferrarese erano: Argenta, Ariano, Bagnocavallo, Cento, Codigoro, Comacchio, Cotignola, Crespino, Lugo, Massalombarda, Melara, Pieve di Cento, S. Agata e Conselice, Trecento.

    Quindi proprio a Crespino c’era la sede del Governatore che aveva funzioni amministrative e giudiziarie nel territorio e che per l’attività di polizia si serviva della “Compagnia dei Fanti della Terra di Crispino”.

    Tutto ciò fino al 1796. Con l’arrivo delle truppe napoleoniche e la firma del Trattato di Tolentino, Pio VI cedette il ferrarese che fu unito alla Repubblica Traspadana e Cisalpina, poi occupato dagli Austriaci e quindi compreso nel Regno Italico di cui formò la maggior parte del Dipartimento del Basso Po.

    Con la fine dell’impero napoleonico il Papa Pio VI riuscì a riottenere i precedenti domini. Della provincia di Ferrara (nota col nome di Legazione) non recuperò però la parte posta sulla riva sinistra del Po (la cosiddetta Transpadana, che comprendeva Crespino) che restò all’Austria.

    Tutto questo ci spiega perché informazioni sulla presenza dei Principi Pio a Crespino si trovano sia negli archivi dello Stato Pontificio che in quelli della Repubblica di Venezia.

    Così, a Roma è conservata una mappa disegnata nel 1753 che raffigura l’andamento del Po con l’indicazione di tutti li Passi, Molini, e siti per l’esigenza de Dazi Pontifici, dalla quale veniamo a sapere che il passo di Borgo e il passo doppio di Crespino erano infeudati al Principe Pio.

    A Venezia, invece, è conservato il Catasto Napoleonico, catasto geometrico particellare deliberato dal governo austriaco all’indomani di Campoformio, le cui operazioni, già avviate e portate avanti con l’amministrazione napoleonica, dopo l’ingresso delle province venete nel regno d’Italia (1805), furono ultimate nei primi anni della seconda dominazione austriaca (1817).

    “La casa del massaro”

    In una delle grandi mappe in cui è raffigurato il Dipartimento del Basso Polesine, sono rappresentati terreni e fabbricati del Comune di Crespino con Selva nel 1811.

    Nel relativo Sommarione – in cui, per ogni particella catastale, sono descritte numero d’ordine della mappa, possessore, toponimo, destinazione d’uso del terreno o del fabbricato e superficie – l’edificio su cui si è appuntato il nostro interesse (oggi trasformato in agriturismo) è accatastato come “Casa da massaro”, nella località detta Sbarra, immobile il cui possesso è ascritto a due Pio: Lumiares Pio ed Antonio, figli quondam Giberto. In realtà il proprietario era uno solo: si tratta di Antonio Valcárcel Principe Pio di Savoia che al catasto volle essere chiamato con il nome con cui era meglio conosciuto in Spagna e cioè Antonio Valcárcel Pío de Saboya, conde de Lumiares. Il funzionario del catasto erroneamente credette che si trattasse di due fratelli: Pio e Antonio Lumiares.

    Antonio Lumiares Valcárcel Pío di Savoia, conte di Lumiares, nato ad Alicante nel 1748, e sposo di María Tomasa Teresa Pasqual del Pobil y Sannazar, morì nel 1808.

    L’edificio accatastato nel 1811 era dunque esistente e di proprietà del principe Antonio Pio di Savoia almeno dal 1808.

    Beni e titoli della famiglia passarono dapprima al figlio Antonio (marito di Beatrice Orsini di Roma), poi per la sua morte senza figli nel 1814, passarono alla sorella di questi: Maria della Concezione. Quest’ultima era andata sposa nel 1794 a Pasquale Falcó de Belaochaga (1772-1812). Dal loro matrimonio era nato quel Giovanni Falcò Valcarcel (don Juan Jacobo Falcó y Valcárcel) a cui risulta intestata intorno al 1817 la nostra “Casa da massaro”.

    Infatti, nel successivo estratto catastale, conservato a Venezia, della copia aggiornata delle mappe napoleoniche (chiamate comunemente “mappe austriache” e conservate a Rovigo), il fabbricato risulta intestato a Falcò Valcarcel Giovanni, conosciuto come Principe Pio di Savoia Marchese di Castel Rodrigo. Era nato il 27 gennaio 1797 e morì il 4 novembre 1873.

    L’agriturismo Principe Pio

    E la storia continua così fino ai nostri giorni, quando la casa da massaro è divenuta l’agriturismo Principe Pio di Crespino. Dell’importante intervento di recupero del bene e della sua nuova destinazione ci fornisce alcune informazioni l’attuale proprietario, il signor Roberto Bollani che sottolinea di aver acquistato il manufatto da Longhi Cesare, nipote di uno dei sei fratelli Longhi che avevano acquisito, nel 1963, la Casa del Massaro dalla famiglia Pio Falcò.

    Nel restauro il sig. Bollani ha mantenuto la forometria originale, sia quella posteriore sia quella anteriore mentre ai lati, per adeguarsi a sopraggiunte esigenze, ha inserito nuove finestre.

    La perimetria è stata oggetto di interventi conservativi e l’interno, da magazzino di deposito di attrezzi agricoli, è stato trasformato nell’attuale impostazione, cercando di interpretare la collocazione ab origine dei vani per cui è stato conservato il grande atrio e la disposizione al primo piano delle stanze.

    Chiunque percorra la strada Eridania nei pressi di Crespino, ha dunque modo di apprezzare ed ammirare, nella sua nuova “fisicità”, la Casa del Massaro ora Agriturismo Principe Pio. Lodevole dunque il recupero, portato a compimento nell’ottica di valorizzare un immobile altrimenti destinato al degrado, che oggi può finalmente offrire occasioni di accoglienza a turisti interessati ad esplorare una zona di sicuro interesse lungo la riva sinistra del Po.

  • In visita a Palazzo Campo

    In visita a Palazzo Campo

    Tra i palazzi storici che caratterizzano il volto di Rovigo, da qualche tempo ha acquistato nuova visibilità, ed ha migliorato le sue possibilità di fruizione, Palazzo Campo, sito in via Giuseppe Verdi ai numeri civici 12-14, nelle vicinanze della Rotonda. E ciò grazie ad un importante intervento di recupero portato a termine dal Consorzio di Bonifica Padana Polesana che ne è proprietario, e qui ha sede sin dal 1924.

    Brevi note storiche

    In occasione del complesso intervento di ripristino è stata ricostruita anche la storia del bene architettonico e i suoi passaggi di proprietà a partire dal XVI secolo. Un palazzo che ha raggiunto la sua unità nel corso dei secoli: si tratta infatti di un complesso di edifici, la cui parte più antica è costituita da un palazzo del Settecento sorto su un terreno che, nel corso del XVI sec., apparteneva ai beni ecclesiastici della Commenda di San Giovanni Gerosolimitano¹. Le proprietà, site lungo l’attuale via Verdi, erano concesse a livello e, dal 1586 alla fine del ‘600, risultava livellaria la famiglia Dedo.

    Inizialmente, i beni erano costituiti da un edificio a due piani in muratura “con orto retrostante”. Nel 1698, a seguito della suddivisione dell’abitazione in due unità edilizie separate, una parte veniva donata a Bernardo Celeni, l’altra, due anni dopo, alla famiglia Torelli. All’inizio del XVIII sec., la casa di Celeni veniva acquistata da don Lorenzo Mischiati, il quale la lascerà in eredità al nipote Francesco, insieme all’abitazione acquisita, nel 1703, dai Torelli.

    Nel corso del Settecento l’edificio subirà un’ulteriore fase di trasformazione e, tra il 1733 e il 1766, l’ex casa Celeni sarà trasformata “in un palazzo di impianto veneziano a schema tripartito, costituito da un portego con stanze laterali”.

    Dopo la cessione della proprietà, nel 1766, a Giuseppe Cuogo e, nel 1818, al nipote Carlo Nigrisoli di Gaetano², i beni venivano venduti a Vincenzo Bagnolo che li manterrà sino al 1870, anno in cui saranno ceduti al nobile Alessandro Campo, ingegnere civile.

    Da Alessandro Campo l’edificio assumerà dunque il nome di “Palazzo Campo” che tuttora lo contraddistingue. Immobile che, con tutte le pertinenze, sarà lasciato in eredità alla figlia Bona la quale, attraverso la madre Olga Bacchiega, curatrice del patrimonio della ragazza ancora minorenne, la venderà nel 1924 al Consorzio della Bonifica Padana.

    Il palazzo ai giorni nostri

    Nel corso del 2002 emerse la necessità di intervenire in maniera incisiva per dotare il Consorzio di una sede strutturalmente idonea alle nuove esigenze organizzative degli uffici e delle sale di rappresentanza dell’Ente.

    Tale necessità si è tradotta nella scelta, operata dall’Amministrazione consorziale, di procedere alla ristrutturazione degli edifici dell’Ente che si affacciano su via Verdi e sua via Mure Soccorso, previa redazione di un adeguato progetto esecutivo, approvato dalla competente Soprintendenza nel corso del 2003.

    La sede, all’atto della stesura del progetto, si presentava costituita da più fabbricati uniti tra loro e distribuiti intorno al perimetro del cortile interno:

    – a sud, affacciata su via Verdi, la parte antica del palazzo;

    – ad ovest, l’area delle “pertinenze della parte storica”, composta da una palazzina e da una torretta che risale, probabilmente, agli inizi del ‘900;

    – a nord, la parte che si affaccia su via Mure Soccorso, costituita da un’altra palazzina;

    – al centro, l’area cortilizia, completata ad est dal vano della centrale termica e dal sottopassaggio d’accesso carrabile collegato a via Verdi.

    L’intervento è consistito nel recupero e nella conservazione degli elementi architettonici di pregio del palazzo settecentesco; nell’eseguire gli indispensabili lavori di rinforzo strutturale atti a garantire la sicurezza dell’insieme di edifici; nel riorganizzare la distribuzione degli ambienti in base alla loro destinazione d’uso, migliorando la vivibilità dell’intera struttura; nel conseguire una riqualificazione della funzione di rappresentanza del Consorzio.

    Sostanzialmente si può suddividere il complesso degli edifici in due parti distinte: la parte storica, cioè Palazzo Campo, risalente al XVIII sec., dove è stato eseguito il ripristino; e la parte moderna, ali ovest e nord, che è stata ristrutturata per renderla adatta alle esigenze dell’Ente.

    La facciata settecentesca di Palazzo Campo presenta finestre e porte-finestre disposte simmetricamente rispetto all’entrata principale, nonché fasce, davanzali e cornicioni in rilievo, i quali, insieme al balconcino in pietra di tufo e agli splendidi mascheroni posti lungo le “chiavi di volta” degli archi, costituiscono gli elementi geometrici e decorativi caratterizzanti questo unico prospetto significativo dell’intero complesso.

    Grazie agli interventi dei progettisti e dei restauratori la facciata è tornata a risplendere in tutto il fascino di una palazzina tipica del Settecento veneziano.

    L’interno che si presenta con lo schema architettonico tipico del palazzo veneziano, con salone centrale e stanze disposte simmetricamente ai lati dello stesso.

    A piano terra il salone offre alla vista, un pavimento in marmo e un soffitto con solaio in travi di legno, che sono state ripristinate eliminando la ricopertura in smalto bianco. Sulla parte di fondo, si stagliano le aperture ad arco del vano scale d’accesso al primo piano, difese da due cancelli ad inferriata recanti su scudo le iniziali del Consorzio.

    La balaustra delle scale, deturpata con lo smalto bianco come le travi in legno del solaio a piano terra, è una bella opera in pietra di Custoza. Al primo piano, celati dalla ricopertura in moquette, i pavimenti riportati all’originario splendore vanno dal “battuto alle veneziana” a due pavimenti in listelli di legno disposti a decorazione geometrica, presenti nell’ufficio del Presidente, in quello del Direttore e nell’attuale Sala Giunta.

    Le pareti a colori pastello del salone nobile, a seguito del lavoro di pulitura e di ripristino, si presentano ora abbellite da decorazioni in stucco monocromo di chiara impronta settecentesca; mentre nell’ufficio di Presidenza i “cesti di fiori” in stucco sono dipinti.

    Tra gli altri interventi di ristrutturazione meritano di venire segnalati il recupero della torretta novecentesca adibita a luogo di conservazione di vecchi strumenti tecnici dell’Ente e che si affaccia su via Mure Soccorso; nonché la scalinata che dal cortile interno conduce al piano nobile, ripristinata e ripulita⁶.

  • I Fantasmi di Scano Boa

    I Fantasmi di Scano Boa

    Scano Boa: una lingua di sabbia tra le lagune del Delta del Po e il mare. Un paesaggio pieno di suggestione, di una bellezza primitiva che evoca antiche leggende e che tuttora sa suscitare emozioni. E non a caso lo scorso anno questa estrema propaggine del Delta, che accoglie lo stupore del mare Adriatico, è divenuta protagonista ed insieme simbolo di un itinerario artistico con giovani pittori guidati dai maestri del gruppo Arte Sentimentale. Gruppo del quale, fin dalla fondazione, è parte attiva il portotollese prof. Luciano Scarpante, che con entusiasmo ci parla della riuscita iniziativa che è stata denominata “I Fantasmi di Scano Boa”.

    Dunque professore, come è nato il progetto?

    “Visitando questi luoghi magici (dei quali aveva comunque una lunga frequentazione che risale agli inizi degli anni Settanta del Novecento) il prof. Amedeo Lanci, docente del Corso di Xilografia e di Tecniche dell’Incisione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, ebbe l’idea di far conoscere la realtà degli scanni del Delta ad un gruppo di allievi della stessa Accademia, invitandoli poi a realizzare opere ispirate da questi ambienti e dai ‘fantasmi’ che, come lo stesso Lanci dice, tuttora popolano le misteriose isole del Delta”. Da questa intuizione del prof Lanci fu predisposto un programma strutturato, che il gruppo Arte Sentimentale ha presentato al Comune di Porto Tolle e che il prof. Lanci ha proposto all’Accademia di Belle Arti, facendolo inserire nel ‘Progetto Accademia’ 2008/2009”.

    Come si è sviluppato concretamente il progetto e come hanno reagito i giovani alla proposta?

    “Obiettivo del progetto era il coinvolgimento di giovani studenti, scelti dal prof. Lanci, per un laboratorio pratico-teorico in luoghi che rappresentano aspetti particolari della realtà umana e culturale dei pescatori veneti. I nove studenti che hanno partecipato al progetto ‘I fantasmi di Scano Boa’ sono stati riuniti una prima volta a Firenze, il 14 marzo 2009, nello studio del pittore prof. Amedeo Lanci. Grande è stato l'entusiasmo dei giovani perché, essendo stati scelti per questa attività, avrebbero vissuto un'esperienza unica e irripetibile contribuendo, insieme al gruppo Arte sentimentale, a divulgare, attraverso l'arte, la conoscenza, la storia, la cultura del delta del Po e la vita della gente che lo abita. Era possibile cercare un connubio tra il romanzo “Scano Boa” di Gianantonio Cibotto, la vita delle genti del Delta, le suggestive immagini della natura e i rumori (la musica) di queste zone quasi fuori dal mondo. E il film ‘Scano Boa’ tratto dall’omonimo romanzo del regista Renato dall’Ara nel 1961, è stato inteso come tramite per conoscere la vita dei pescatori che abitavano l’isola di Scano Boa negli anni Cinquanta del Novecento attraverso immagini originali e coeve al romanzo”.

    Che tipo di accoglienza è stata riservata ai giovani artisti?

    “In prima persona si è mossa la dott.ssa Silvana Mantovani, assessore alla cultura del Comune di Porto Tolle, che, dimostrando grande sensibilità, non solo si è resa promotrice dell’iniziativa includendo il progetto tra le attività culturali del Comune di Porto Tolle, ma si è fatta totalmente coinvolgere, seguendo costantemente e incoraggiando il progetto in ogni fase di realizzazione. Ha partecipato direttamente alla fase esplorativa, quando ai ragazzi (nessuno dei quali aveva mai visto questi luoghi) è stato fatto conosce il Delta e, percorrendo i rami del fiume e le lagune, sono stati accompagnati in barca, a Scano Boa ed accolti nel tipico “casone” dei pescatori. Durante la permanenza a Porto Tolle è stato organizzato un incontro degli studenti con il gruppo Arte Sentimentale, sui temi della grafica e pittura, aperto alla libera discussione sull’arte; un secondo incontro ha avuto come protagonista il dott. Raffaele Peretto, già direttore del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, il quale, attraverso una narrazione davvero affascinante ed evocativa, ha introdotto i ragazzi alla conoscenza degli antichi miti legati al Delta del Po”.

    Come si è poi sviluppata la fase ‘creativa’ con la realizzazione di opere ispirate al Delta del Po?

    “Dall’esperienza di visitazione e approfondimento culturale ognuno dei giovani artisti dell’Accademia di Firenze ha tratto ispirazione per realizzare successivamente, a Firenze, opere di pittura matrici per xilografie da esporre a Porto Tolle. Il risultato è stato entusiasmante e, come ha sottolineato il Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze prof. Giuseppe Andreani, l’evento si è felicemente concluso ‘ai più alti livelli espressivi’. I lavori sono stati esposti a Porto Tolle all’inizio del mese di settembre; nella mostra, oltre agli studenti, sono stati coinvolti anche gli artisti di Arte Sentimentale e il musicista Federico Mengoni che si è fatto carico di ricavare rumori e musica dall’escursione a Scano Boa, con la realizzazione di un DVD da usare come speciale allestimento nel complesso della manifestazione”.

    Poi è nata l’idea di raccogliere in un libro i momenti salienti dell’importante iniziativa

    “E’ così: i risultati del progetto sono stati espressi nel libro I fantasmi di Scano Boa, nel quale si racconta l’esperienza e vengono fatti conoscere i protagonisti e le opere prodotte. La pubblicazione, curata dal critico d’arte Gianni Cerioli, è stata realizzata dal Comune di Porto Tolle, Assessorato alla Cultura, in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Firenze ed il gruppo Arte Sentimentale, con il patrocinio di Regione del Veneto, Provincia di Rovigo, Ente Parco Delta del Po, Accademia dei Concordi di Rovigo”.

    E le opere realizzate dopo l’esposizione di Porto Tolle hanno ottenuto ulteriore visibilità?

    “Certo. Le opere sono state successivamente esposte, nel periodo ottobre-novembre 2009, a Firenze, presso il Caffè storico-letterario Giubbe Rosse, presso la galleria Florence Art, presso la stamperia Edi Grafica. Nel corso della manifestazione a Porto Tolle, su indicazione del prof. Peretto è stato proposto di allestire la mostra anche in altre località del Polesine nel corso del presente 2010”.

    Dunque l’arte come mezzo di sviluppo culturale, ma anche di promozione del territorio.

    “Anche questo è stato un obiettivo che è stato tenuto presente fin dalle prime fasi di predisposizione del progetto. L’iniziativa infatti, oltre agli aspetti artistici e culturali, è stata anche un mezzo per far conoscere quest’area ed è quindi diventata, in qualche modo, un veicolo di pubblicità, un’operazione di marketing territoriale che ben si accorda con le politiche per il turismo. Anche per questo il gruppo di allievi dell’Accademia è stato formato con ragazzi provenienti da varie parti d’Italia”.

  • “La Tartaruga” di Lendinara

    “La Tartaruga” di Lendinara

    Passione, talento, esperienza, voglia di divertirsi e di divertire. Sono questi gli ingredienti ‘segreti’, che danno alla Compagnia teatrale “La Tartaruga” di Lendinara una marcia in più.

    Riconosciuta a livello locale e non solo, la Compagnia teatrale è cresciuta, dimostrando come l’arte della commedia possa trovare radici e validi attori anche a livello locale. Di strada, infatti, “La Tartaruga” ne ha fatta, ottenendo lusinghieri riconoscimenti di critica e di pubblico. Ciò che ancora oggi contraddistingue la compagnia lendinarese è da ricercarsi nelle dinamiche che hanno caratterizzato la sua nascita.

    Si deve, quindi, tornare indietro negli anni e, precisamente, al 1997. Solo un anno prima era nata l’Università popolare per il tempo libero di Lendinara, con cui il legame della Compagnia è ancora forte e nei cui ambienti è poi maturata l’idea di fondare un gruppo teatrale. A dare il via all’avventura teatrale è stata Giuliana Biscuola, che si è attivata al fine di riunire una decina di attori non professionisti, ma amanti della commedia e che già avevano avuto modo di mettersi alla prova con esperienze di recitazione, con la volontà di proporre commedie per amici e conoscenti. Nasceva così “La Tartaruga”. A tenere a battesimo la Compagnia fu la commedia dal titolo “Er barbaiozzo” di Gianni Sparapan.

    E non è un caso che il primo lavoro, nel quale si è cimentata la Compagnia, profumasse di Delta e riecheggiasse di Polesine. Sì, perché la lingua de “La Tartaruga” è dialettale, anzi polesana. I modi di dire, le cadenze e le inflessioni del dialetto locale, che forse ingenerosamente sta scomparendo, si sta declassando a favore della lingua dello Stivale, è il vero protagonista portato in scena dalla Compagnia lendinarese. Una ricerca, anzi una riscoperta meditata, che vuole valorizzare il dialetto polesano e che si abbina alla valorizzazione di autori polesani.

    Il genere scelto è quello della commedia brillante, in cui l’equivoco della parola e quello della situazione, grazie alla verve degli attori, riscuotono sempre ovunque vasti consensi. La poesia dei gesti e delle battute sapientemente studiate si inebria della capacità di improvvisazione e delle risate spontanee, per regalare al pubblico uno spettacolo a tutto tondo.

    Da gruppo di amici appassionati al teatro, oggi “La Tartaruga” è diventata una Compagnia teatrale a tutti gli effetti, iscritta alla Federazione Italiana Teatro Amatoriale, che partecipa a rassegne teatrali importanti e a concorsi che permettono alla Compagnia di crescere e migliorarsi nel confronto con le altre compagnie. Il repertorio si sta arricchendo: pur privilegiando testi e autori polesani, la ricerca si è ampliata anche a testi che non parlano né polesano né veneto, sapientemente riadattati ed attualizzati ai giorni nostri.

    Ad oggi compongono “La Tartaruga”: Gino Bazzan, Morris Furegato, Gigi Grossi, Tiziano Fontan, Andrea Trivellato, Claudio Rizzato e Mattia Rossi, Rosi Chinaglia, Velida Fontan, Raffaella Trivellato, Franca Papparella, Adriano Zillio che si occupa delle luci e delle musiche, Liviana Furegato coordinatrice generale.

    La passione per il teatro e la voglia di mantenere la tradizione sempre presente a Lendinara per questa forma di spettacolo hanno animato e sostenuto questo gruppo, che continua con entusiasmo a calcare i palcoscenici portando in scena la polesanità in tutte le sue forme.

  • A bordo del “Minuetto”

    A bordo del “Minuetto”

    Si chiama “Minuetto”, nome che richiama all’armonia, che rimanda a raffinati movimenti di danza basati su un accompagnamento musicale discreto.

    E’ un’imbarcazione. Una house-boat per la precisione, che si muove leggera ed elegante lungo i rami del Po, con una vocazione spiccata a raggiungere Venezia, un richiamo ineludibile per suo nome. “Minuetto”, un natante “made in Polesine”, se non per la realizzazione finale portata a termine in un cantiere di Fano, certamente per l’ideazione.

    Un progetto nato grazie ad un’aggregazione temporanea di imprese del Delta con capofila la Houseboat Holidays Italia srl di Porto Levante che da anni opera con successo nel settore. Un’imbarcazione progettata per una vacanza fluviale sul delta e le lagune venete, con due obiettivi principali: innanzitutto offrire accoglienza anche alle persone con qualche svantaggio fisico nei movimenti (solitamente escluse dall’imbarco su mezzi analoghi) e poi garantire la stabilità del natante nelle lagune dove il moto ondoso in alcune occasioni si manifesta accentuato. Dotato di 3 cabine doppie, dinette convertibile, bagno, doccia, impianto di riscaldamento, ventilazione, ‘Minuetto’ è in grado di ospitare 6-8 persone.

    Con la primavera 2010 la nuova house-boat ha fatto dunque la sua comparsa nelle acque del Delta. Un natante dalla forma slanciata, quanto mai moderno per la sua linea avveniristica e aggraziata ad un tempo. Ce ne parla con entusiasmo Carlo Moretti, amministratore delegato della Houseboat Holidays Italia Srl, certamente l’anima con il padre Bruno dell’importante realizzazione.

    “E’ una barca – ci dice – che nasce da esigenze precise, che derivano dall’esperienza maturata da Houseboat Holidays Italia nel campo del turismo nell’arco degli ultimi 15 anni. Finora abbiamo utilizzato imbarcazioni importate in Italia, che hanno dimostrato alcuni limiti in quanto non idonee a garantire l’accessibilità di un disabile ed inoltre gravate anche da altri problemi sia a livello di normativa che relativamente al moto ondoso. ‘Minuetto’ è nata dalla volontà di dare una risposta italiana ad un tipo di vacanza in fase di espansione, a contatto con la natura, la cultura e la storia del Veneto: i turisti trascorrono la propria settimana navigando lungo i corsi d’acqua fluviali o lagunari, fermandosi volta per volta a visitare le località che incontrano lungo il percorso”.

    ‘Minuetto’ è dunque un’imbarcazione innovativa che ha coagulato non solo gli interessi del turismo, ma anche quelli della pesca. E’ così?

    “E anche questa è una grande novità. Mi sembra giusto citare le aziende che hanno aderito a questo progetto, nato all’interno del Distretto Ittico della provincia di Rovigo in collaborazione con la Regione Veneto. Imprese che, se vogliamo, sono in parte più legate al mondo della pesca che a quello del turismo: oltre ad Houseboat Holidays Italia, capofila del progetto, vanno ricordate tra le imprese aderenti Delta 80 Srl, Dinon Group SpA, AD Consulting Srl, AD Strategy Srl, Finpesca Srl, Nuova Laguna Srl, Coalpesca Srl, Zennaro Bruno Felice Mauro Renzo Snc, Ittica Villaregia Srl, Ittica Polesana, API Service Srl, Itineraria Comunicazione Sas, PFR Trasporti Srl, PQF Srl, Provincia di Rovigo. Mi sembra peraltro importante sottolineare questo nesso di interazione tra il tentativo di soddisfare le esigenze del turista houseboat e quello di trovare risposta anche ai bisogni di chi è appassionato di pescaturismo”.

    Grande soddisfazione si è registrato lo scorso novembre nella giornata di presentazione della nuova houseboat, un’imbarcazione che è stata salutata come un sicuro incentivo per lo sviluppo del turismo fluviale polesano. Ha fatto molto piacere la presenza di Sandra Truccolo, campionessa paraolimpica accompagnata dal campione olimpico Daniele Scarpa.

    “Sandra Truccolo è una persona con svantaggi motori che non demorde e si propone con grinta e determinazione. Ha rilasciato dichiarazioni molto favorevoli riguardo alla nostra iniziativa. ‘Minuetto’ costituisce un’importante opportunità per persone con disabilità motorie, ma non solo. Pensiamo agli anziani, che sono sempre più disponibili a sperimentare nuove forme di turismo e che possono trovare nella nostra imbarcazione un comfort ideale”.

    ‘Minuetto’ offre quindi una risposta esauriente sia sul piano tecnico che dell’accoglienza anche di persone svantaggiate. Sono facilitate sia nel salire a bordo, che nella mobilità interna, quest’ultima agevolata da un pratico saliscendi per raggiungere il ponte superiore. Ma in pratica chi può pilotare tali imbarcazioni e quali sono gli standard di sicurezza?

    “Anche questo è stato un aspetto valutato a fondo nell’iter della progettazione: la necessità di conferire a queste imbarcazioni sicurezza e manovrabilità anche in funzione di un utilizzo da parte di utenti inesperti: una preoccupazione significativa, dato che questi mezzi non sono destinati ad un’utenza di tipo nautico, bensì a persone che si approcciano spesso per la prima volta al mondo della navigazione. Altre valutazioni sono state effettuate per quanto concerne la realtà del charter: non trattandosi di un mezzo privato, ma di un’imbarcazione che viene data a noleggio, esso deve possedere una serie di caratteristiche strutturali che, oltre a garantirne la sicurezza per la navigazione, ne consenta una certa facilità manutentiva nel corso della sua vita utile, attraverso la modularità e la serialità delle sue componenti costruttive. E anche per quanto riguarda il motore va sottolineata la scelta di una propulsione a trasmissione idraulica che, fra l’altro, consente, anche in caso di urto o insabbiamento, di mantenere la governabilità dell’imbarcazione e la propulsione.”.

  • La filosofia di Slow Food

    La filosofia di Slow Food

    “Occorre una maggiore convinzione da parte dei Polesani, dei produttori e dei trasformatori per promuovere e valorizzare i prodotti della nostra terra”. A parlare è Paolo Rigoni, fiduciario della condotta Slow Food di Rovigo, un’associazione internazionale nata a Bra in Piemonte più di vent’anni fa e che oggi conta 100mila iscritti, con sedi in Italia e non solo, in molti paesi europei, Stati Uniti e Giappone.

    La filosofia di Slow Food si basa sul dare la giusta importanza al piacere legato al cibo, imparando a godere della diversità delle ricette e dei sapori, a riconoscere la varietà dei luoghi di produzione, a rispettare i ritmi delle stagioni e del convivio.

    Acerrimo nemico di quello che oggi viene chiamato Jungle Food o Fast Food, fatto di cibi precotti dai gusti sempre uguali a qualsiasi latitudine ci si trovi, Slow Food afferma la necessità dell’educazione del gusto: contro l’omologazione dei nostri pasti, vanno salvaguardate le cucine locali e le produzioni tradizionali; va inoltre sostenuto un nuovo modello di agricoltura, meno intensivo e più pulito.

    In Polesine però a sentire Paolo Rigoni c’è ancora molto da fare: “Sono molte le difficoltà in cui si incappa anche solo per la presentazione dei prodotti della nostra zona, visto che pochissimi tra ristoratori e produttori hanno siti in rete che descrivono le qualità pregiate dei nostri cibi”.

    La nostra terra non avrebbe nulla da invidiare per quantità e qualità di produzione alle altre regioni italiane, tranne il loro sistema di promozione che appare molto più organizzato. Rigoni addebita tutto ciò ad una scarsa cultura della promozione che rende sempre più difficile mettere in comunicazione le nostre varie realtà, così disomogenee e per questo fonte di ricchezza sia culturale che gastronomica.

    Ad appesantire la situazione ci si metterebbero anche le associazioni di categoria, gelose dei propri iscritti. “Si sentono in concorrenza con un atteggiamento a dir poco partitico nei confronti degli stessi iscritti. Al contrario invece occorrerebbe maggior collaborazione fra tutte le parti”, continua Rigoni. Il Polesine, terra che per eccellenza vive di agricoltura, avrebbe delle risorse incredibili, ma “finché ognuno si preoccupa di curare il proprio orticello e non supporta nessuna logica commerciale e di marketing – aggiunge il delegato di Slow Food – non vedremmo alcun risultato e i nostri ottimi prodotti resteranno di nicchia e sconosciuti ai più”.

    In una terra di radicate tradizioni com’è la nostra è fondamentale riscoprire la ritualità e soprattutto “dare un nome ai nostri prodotti”, spiega Rigoni, che ricorda come nel periodo dell’Ascensione sulle tavole dei nostri nonni ci fossero sempre il Salame della lingua polesana, un insaccato in carne di cotechino o affettato, o La Nona, un altro insaccato nell’intestino cieco del maiale, “che in sé contengono un grosso richiamo al simbolo della fertilità. Questi sono prodotti della nostra terra, legati fortemente alle nostre tradizioni, ma poco noti, al contrario sicuramente tutti conosceranno quel gustosissimo salame all’aglio chiamato La zia Ferrarese”.

    Quello che manca dunque sembrerebbe essere una pubblicità curata, ma non solo.

    “Occorrerebbe un coordinamento provinciale – afferma Rigoni – una visione più globale e un’istituzione a livello provinciale. Noi di Slow Food proviamo a promuovere il nostro territorio e la ristorazione, che ha finalmente capito quanto possiamo essere un ottimo veicolo per coniugare i prodotti del territorio e quelli dei presidi Slow Food”. La ristorazione polesana infatti è aumentata negli ultimi anni e si possono incontrare sempre più locali con un buon rapporto qualità prezzo, il problema però resta sempre quello: farli conoscere al grande pubblico.

    Finalmente però da più parti sembrano arrivare segnali positivi, uno fra tutti l’eccellenza dell’istituto Ipssar Cipriani, la scuola alberghiera di Adria che si offre come ponte per recuperare i contatti fra ristoratori, produttori e associazione di categoria. Ma anche la manifestazione biennale Terre d’acqua, finanziata dalla Regione Veneto, quest’anno al Censer di Rovigo, che coniuga cultura, civiltà e i prodotti tipici delle nostre zone, estendendo l’attenzione anche agli altri Delta.

  • Una guida per Frattesina

    Una guida per Frattesina

    Davvero ampia la partecipazione di pubblico per la presentazione della guida del Museo Archeologico Nazionale di Fratta, tenutasi lo scorso 13 marzo presso villa Molin-Avezzù. Una concreta dimostrazione di quanto sia aumentato negli ultimi anni il desiderio di conoscere la storia del territorio polesano, caratterizzato da eccellenze fino a qualche tempo fa del tutto sconosciute al grande pubblico.

    Ma per gli addetti ai lavori la rilevanza del sito archeologico di Fratta era nota da una quarantina di anni, in seguito ai primi rilievi fatti dal Cipssae e dall’associazione Manegium. Seguirono oculate campagne di scavo portate a termine dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, suggerite da ritrovamenti a volte occasionali. Davvero eccezionale si è così rivelata la consistenza del Villaggio protostorico di Frattesina e delle due necropoli di riferimento (Narde e Fondo Zanotto con oltre 100 sepolture rinvenute). Al recupero dei reperti seguì la realizzazione della bella esposizione museale.

    E a un anno dall’inaugurazione del Museo, ottimamente collocato su due piani sovrapposti nella barchessa destra di Villa Badoer, ecco la pubblicazione della guida, che indirizza il visitatore, chiarendo la portata dei pezzi esposti. A partire ovviamente da un quadro generale relativo al territorio padano-veneto dell’epoca, per entrare poi nello specifico dell’abitato di Frattesina (III sala), la cui estensione sul territorio è indicata di oltre 20 ettari (800 metri di lunghezza per 300 di larghezza).

    Un villaggio particolarmente attivo quello di Frattesina, che la guida indica come “Il principale punto di riferimento delle attività di acquisizione di materie prime, produzione e scambio per gran parte dell’Italia settentrionale e centrale”. Frattesina centro di attrazione dunque per i traffici commerciali e la lavorazione di prodotti non solo locali (come l’osso, il corno, l’argilla, il rame e il vetro) ma anche materie prime qui giunte da zone davvero diversificate, in particolare l’ambra dal Baltico, l’avorio di elefante e le uova di struzzo dall’Africa.

    Tutto ciò testimonia come il villaggio di Frattesina, sorto presso un antico ramo fluviale denominato dagli storici “il Po di Adria”, sia rimasto attivo per vari secoli, dal XIII al IX a. C., caratterizzandosi come un importante centro protourbano, la cui straordinarietà è ben testimoniata dai reperti esposti nel Museo archeologico, di cui la guida dà conto con puntuali informazioni.

    Ampia la soddisfazione nel corso di presentazione del volumetto espressa dai rappresentanti delle istituzioni, ad iniziare dal sindaco Riccardo Resini, che ha fatto gli onori di casa evidenziando l’importanza dell’iniziativa, all’assessore provinciale Laura Negri che ha sottolineato la necessità di una continua valorizzazione del territorio, al consigliere della Fondazione CaRiPaRo Fabio Ortolan che ha ribadito il ruolo della fondazione nella promozione della cultura, al soprintendente per i beni archeologici del Veneto Vincenzo Tinè che ha indicato la provincia di Rovigo all’avanguardia per la rete museale, ad Andrea Cardarelli, ordinario di Preistoria e Protostoria dell’Università “La Sapienza” di Roma, che ha tenuto una dotta relazione.

    Da tutti sentiti ringraziamenti ai moltissimi che hanno operato per la realizzazione del museo e della guida: dalla responsabile del progetto Loretta Zega, ai componenti del comitato scientifico Luciano Salzani e Cecilia Colonna (prematuramente scomparsa), al grafico Maria Fedele, agli estensori dei testi: Paolo Bellintani, Elodia Bianchin Citton, Annamaria Bietti Sestrieri, Maria Cristina Valicelli, ed altri ancora.

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