Il sogno di Idelmo Fecchio, ormai nonnino centenario, si è realizzato. Ora tutti riconoscono che le “ocarine” di argilla sono parte della storia e della cultura della gente rurale del delta del Po. E’ stato inaugurato sabato 27 marzo, a Grillara di Ariano, il nuovo allestimento della collezione di ocarine della famiglia Fecchio, inserito nel Sistema Museale del Polesine.
“Questo è un museo che rappresenta l’identità del nostro territorio – ha sottolineato l’assessore provinciale al Turismo e Cultura, Laura Negri – E’ un luogo che è nato dall’amore e dalla passione che Idelmo Fecchio ha trasmesso al figlio Benvenuto e alla sua famiglia; e tutti i visitatori che arriveranno qui in futuro sentiranno questo amore nell’aria e nelle creazioni”.
Il taglio del nastro è stato un momento emozionante per i ricordi personali evocati dall’assessore provinciale ai Rapporti col Parco del delta, Marinella Mantovani, che orgogliosamente risiede a Grillara: “Ero bambina e ricordo Idelmo col motorino e una cassetta legata con lo spago al portapacchi, che andava in cerca di terra per le sue ocarine. Noi di Grillara abbiamo visto evolversi questa passione, prima attraverso i laboratori didattici della fattoria di Benvenuto e oggi siamo fieri che il sogno di Idelmo sia diventato una parte importante dei percorsi di conoscenza del nostro Parco”.
A fare da contorno all’inaugurazione c’era tutto il paese, gli amici, i rappresentanti di associazioni culturali di costruttori di ocarine giunti da mezza Italia e una nutrita rappresentanza della Provincia di Rovigo, fra cui anche l’assessore all’Agricoltura Claudio Bellan, in punta di piedi, per non essere troppo invadente in una festa che fondamentalmente sembrava appartenere alla gente e al territorio, complice la coincidenza dei festeggiamenti per il centesimo compleanno di Idelmo.
C’era Emanuela Finesso, direttrice del Parco regionale del delta, che ha contribuito con i pannelli esplicativi al nuovo allestimento della collezione; c’era Lorenza Bellettato in rappresentanza di Coldiretti, l’organizzazione agricola cui appartiene l’azienda “L’ocarina” di Benvenuto Fecchio, che per prima ha proposto le sue fattorie come centri di trasmissione alle giovani generazioni del “sapere rurale”.
“Abbiamo creduto nell’importanza che l’azienda agricola insegni ai ragazzi a mettere le mani nella materia – ha detto la Bellettato – che porti i giovani a contatto con la natura e l’ambiente rurale; e questa fattoria di Benvenuto Fecchio ha proprio incentrato tutta la sua attività sulla manipolazione dell’argilla e sul rapporto diretto coi ragazzi. E’ stata tra le prime fattorie ad essere riconosciuta dalla Regione Veneto nel 2003 e oggi siamo fieri che sia diventata parte del Sistema museale polesano”.
Il sindaco di Ariano Giovanni Chillemi, con la fascia e un po’ di commozione, ha detto che “Idelmo è un artista della terra ed è bello pensare che questa passione che è diventata tradizione, da oggi resterà nel tempo, al di là del suo sogno. La famiglia Fecchio è un esempio eclatante di valorizzazione delle tradizioni, ma tutti noi abbiamo il dovere di mantenerle vive nel tempo, di amarle e di trasmetterle alle giovani generazioni insieme ai valori che le hanno generate”.
La presidente della Provincia di Rovigo, Tiziana Virgili, arrivata con largo anticipo con la fascia blu, ha concluso sottolineando l’aspetto umano che sottende l’artigianato delle ocarine. “Ho sentito Idelmo suonare – ha detto – ma prima che dalla bocca la musica usciva dal cuore; e così è per suo figlio Benvenuto. Grazie a questa famiglia le ocarine, che richiedono grande manualità e tanto lavoro, sono diventate un simbolo peculiare di questo territorio”.
Dopo il taglio del nastro, c’è stata la visita all’allestimento della collezione, che comprende oltre 200 pezzi, realizzati interamente da Idelmo e Benvenuto Fecchio.
Infine, grandi festeggiamenti e taglio della torta per Idelmo, che ogni tanto asciugava le lacrime di commozione e applaudiva alle dediche pervenute dai costruttori di ocarine di tutta Italia insieme con le loro creazioni e agli omaggi delle istituzioni.
Credo che ciò che affascina di una casa sia la sua storia. E per “storia” intendo quella fatta giorno per giorno da coloro che vi hanno vissuto, sofferto, sperato, amato, costruito…
E tanto più una casa “respira” ed “emana” i sentimenti e il carattere dei suoi abitanti, tanto più si dice che la sua atmosfera è particolare.
Gli Zen, i primi proprietari
Ca’Zen nasce come casino di caccia, costruito per volere degli Zen, Patrizi Veneziani che qui avevano i loro possedimenti. Sulla soglia di entrata a Nord è iscritto il nome dell’ultima proprietaria di questa famiglia: Chiara Moro; a Sud la stessa Chiara Moro aggiunge al proprio cognome da nubile quello di Zen, evidentemente acquisito in seguito alle nozze. Ed è la stessa iscrizione che è possibile vedere sulla soglia della Cappella. Trovo curiosa ed efficace questa idea di iscrivere i nomi della sposa sulle pietre… anziché sulle posate o sulle tovaglie.
Non sappiamo molto di questa Chiara Moro Zen, se non che dopo di lei la Casa passò ai Guiccioli, una grande famiglia di Ravenna, che trovò uno dei suoi massimi esponenti in Alessandro.
Alessandro Guiccioli, Teresa Gamba e Lord Byron
Il Marchese Alessandro Guiccioli può vantare un curriculum vitae di tutto rispetto. Di lui si legge che, dopo aver fatto molto nell’ambito pubblico, un bel giorno decise di ritirarsi a vita privata. Allora iniziò a comprare terra: e, poiché non amava vederne i confini, creò un unico possedimento, che da Ca’ Zen in riva al Po arrivava praticamente a Rimini…
Un personaggio particolare anche sul piano affettivo, il marchese Guiccioli! Le sue prime due mogli morirono in circostanze tutt’altro che chiare… forse una fu addirittura avvelenata! Evidentemente solo una consorte con un carattere forte avrebbe potuto tener testa a un marito tanto impegnativo. E tale si presentò la terza: Teresa Gamba. Infatti, pur avendola scelta, girandole attorno con una candela, e facendo un conseguente cenno di apprezzamento al padre di lei, (un po’ quindi come se si trattasse di un acquisto di un cavallo), il Marchese trovò pane per i suoi denti.
Teresa Gamba di Ravenna era innanzitutto bellissima, giovanissima e, cosa tutt’altro che trascurabile, dal temperamento indomito. Difficile dunque da tenere a freno da parte di un marito fra l’altro ormai avanti con gli anni. Travolgente fu l’incontro della giovane con l’affascinante e pericoloso Gorge Byron -”Mad Bad and Dangerous to Know!”-. Fu così che, allo scopo di por fine ai loro incontri, la bella Teresa venne dal marito spedita a Ca’Zen, “luogo triste e malarico”, con precise istruzioni sul comportamento da tenere in azienda, l’orario a cui alzarsi, la sobrietà nel vestirsi, ecc…
Ma Teresa non era donna facile da sottomettere: alle prescrizioni del marito rispose scrivendo che “lei si sarebbe alzata all’ora che le faceva piacere, vestita come più le garbava, avrebbe pranzato con chi voleva”. E tra i suoi ospiti (…e non solo a pranzo…) va annoverato Lord Byron.
Una storia d’amore travolgente quella tra Teresa e il Lord inglese, resa immortale da rime bellissime. Una storia che però finì all’improvviso con la dipartita del poeta per la Grecia per combattere a fianco dei patrioti ellenici. Anche questo un ideale romantico, ma in alcuni si è insinuato il dubbio che il fuoco della passione si fosse spento nel cuore di Byron, il quale, di giorno in giorno meno attratto da Teresa, avesse alla fine optato per la Rivoluzione!
E Teresa? Quello che viene da pensare è che la sua attrazione per il Lord inglese non fosse venuta meno con la sua partenza. Restò in questa casa, che io immagino non amasse molto… e quindi non so dire quale contributo abbia dato alla sua atmosfera. Di lei si dice che passasse le giornate a cavallo e venisse notata sulla strada per Loreo, cittadina che raggiungeva per imbucare lettere al poeta. E’ quindi certo non si dedicasse molto alla cura dell’abitazione, a riassettare i soprammobili, e così via. Però a Ca’ Zen aleggia ancora qualcosa che fa pensare alla presenza dell’indomita Marchesa… forse il suo spirito di forte indipendenza.
Due anni fa Rupert Everett venne a Ca’Zen per girare un documentario relativo agli itinerari più segreti percorsi dal poeta inglese nel suo famoso viaggio in Europa: Albania, Turchia, Italia, Portogallo, Grecia… Non vi sono testimonianze scritte che Byron abbia soggiornato a Ca’Zen… ma sicuramente l’immaginazione di due innamorati non ha limiti…
Le testimonianze della famiglia Casalicchio succeduta ai Guiccioli – con i quali c’era una forte legame di amicizia – sono inoltre prove altrettanto attendibili. E a giudicare dall’amore per la poesia, per la musica, per tutto ciò che è incurabilmente romantico e ottocentesco (aspetti che hanno contagiato molti successivi abitanti di Ca’Zen) mi piacerebbe dire che Byron, un contributo all’atmosfera di questa casa, lo abbia lasciato, eccome!
I Casalicchio: Ulisse, Ugo e nonna Gioconda
Ma veniamo ai Casalicchio: sicuramente prevale il temperamento solido e costruttivo di sani agricoltori, provenienti dall’Alto Polesine. I molti figli, la sobrietà e la laboriosità di questa famiglia hanno dato a Ca’Zen molto di quell’aspetto di corte agricola che tuttora si può oggi cogliere.
Da ricordare innanzitutto Ulisse. Fu sindaco di Taglio di Po a fine Ottocento, nel periodo in cui questa terra era piegata dall’epidemia del Vajolo. Assieme al Parroco dell’epoca decise di implorare la Madonna con una processione, affinché cessasse la terribile malattia. E Così fu! Maria ebbe pietà, la piaga cessò, e, anche oggi, ogni anno i Tagliolesi ricordano il miracolo con una processione dedicata alla Vergine.
Ugo Casalicchio, figlio di Ulisse, fu senza dubbio uno dei massimi esponenti della famiglia. Brillante ingegnere, abilissimo agricoltore, fu uno dei maggiori responsabili della bonifica del territorio del Delta. Ugo Casalicchio ebbe 8 figli, tra cui mia nonna Maria, e poi Ulisse, Ermete, Rita, Teresa, Bruno, Augusto e Gioconda. Quest’ultima la sorella minore di mia nonna, adorata da tutti noi, ci ha raccontato moltissimi interessanti aneddoti sulla sua vita a Ca’Zen.
“Nonna” Gioconda ci incantava con le sue narrazioni. Parlava delle ferventi attività agricole sulla grande aia a sud della Casa… e della scuoletta di Ca’Zen frequentata da tutti i bambini, dai cinque ai 10 anni, tutti insieme nella stessa classe… dei grandi bucati che si facevano nella “lisciara” lavando i panni con la cenere… E intanto Ugo Casalicchio, vista la sua numerosa prole, trasformava le barchesse annesse al corpo centrale in quello che si può vedere oggi: una casa abitabile.
Credo che sia per questo motivo che in questa casa ci sono così tante “cose” di tutti i tipi, molte di poco pregio, ma tutte di significato storico e sicuramente affettivo. Ricordano un’epoca caratterizzata da una fervente attività agricola, un Polesine che emergeva piano pian dalle acque, dalla malaria, dal vajolo
Ca’ Zen, una dimora in perenne divenire, come tutte le vecchie case appartenute per generazioni alle stesse famiglie. Questa abitazione è come il nostro Delta, che si evolve inesorabilmente da secoli!
Sicuramente a mio padre fu trasmesso un inguaribile amore per la terra e per l’agricoltura da nonno Ugo, uomo brillante e laborioso. E, chissà, forse da qualche angolo nascosto della casa, egli ereditò il proprio animo predisposto ad accogliere le suggestioni dell’Ottocento più romantico e poetico, anche se sicuramente imbrigliato da una sana educazione tardo Vittoriana. E mia nonna non era certo una donna tale da permettergli inclinazioni che facessero pensare agli eccessi di Byron! Direi piuttosto che il romanticismo di mio padre si manifestasse in un grandissimo amore per il “Suo Delta” come amava definirlo.
Gli Avanzo
Ma mi piace ricordare altre donne che hanno caratterizzato questa casa, se pure indirettamente: sicuramente Antonietta Avanzo detta “La Baronessa”. Originaria di Porto Viro (il suo cognome da nubile era Bellan) sposò Eustachio Avanzo, il fratello di mio nonno. I fratelli Avanzo avevano le terre a Scardovari di Porto Tolle ed in particolare risaie in località Giarette.
Quando mio padre vendette le risaie di Giarette nel 60, comprò immediatamente Ca’ Zen, che apparteneva alla famiglia di sua madre (mia nonna, come sopra ricordato, si chiamava Maria Casalicchio). Da allora Antonietta Bellan Avanzo, donna brillante, indipendente e prima pilota Italiana nelle Mille Miglia e altre gare, iniziò a venire spesso in visita a Ca’ Zen, sebbene vivesse in Friuli. Amava moltissimo Ca’ Zen, era una donna carismatica, di grandissima umanità, e molto simpatica.
La conobbi in tarda età, ancora sorridente e piena di entusiasmo per la vita: “Ho avuto tutto! – mi disse -, bellezza, amore, felicità, figli, e una vita piena di sorprese” Di lei spero che a Ca’ Zen sia rimasto lo spirito di avventura e un po’ di quella spericolatezza che tanto aggiungono sale alla vita!
E veniamo ai nostri giorni in cui devo sottolineare come il contributo più vitale, e britannico a questa casa, lo ha dato Elaine Bennett, mia madre, originaria dell’Irlanda del Sud. Quando molte sue amiche le chiedono con tono vagamente inorridito: “Ma tu vivi qui tutto l’anno?”, Lei risponde con la serenità e l’umorismo di chi è cresciuto in Irlanda nel dopo guerra… “Assolutamente sì… non vorrei vivere altrove!” Ed aggiunge: “E comunque, poiché questa non è una casa, bensì una missione, sappiate che la mia presenza è richiesta!”
Mia madre lasciò l’Irlanda in giovane età con l’idea di viaggiare e imparare le lingue. Visse un anno a Parigi, dove studiò alla Sorbona, poi venne in Italia, per imparare l’Italiano. Lavorò come Au Pair dai Marzotto a Valdagno, e, tramite amici comuni, conobbe mio padre.
Amavano entrambi la campagna e i cavalli.. Fu un grande amore!
Mio padre adorava il Delta, e trasmise a noi una grande sensibilità per questa terra particolare e affascinante. Sua è stata l’idea di aprire Ca’Zen ad ospiti italiani e stranieri che, con ammirato stupore, vengono a visitare uno degli angoli nascosti più affascinanti d’Europa: Il Delta del Po!
E vi assicuro che quando Milanesi, Romani, Toscani Americani, Francesi, Belgi, Svedesi, pittori, fotografi, impiegati, musicisti e bambini tornano da una escursione in un barchino a fondo piatto tra i canneti del Po della Donzella, o da una gita in Canoa a Scanno Boa, hanno la luce negli occhi di chi ha scoperto per caso, e in modo assolutamente inaspettato, una natura particolare, avvolgente e affascinante.
Chi soggiorna a Ca’ Zen e visita il Delta ha rivissuto un ritmo del tempo dolce, ha conosciuto persone ancora autentiche, alcune con un amore fortissimo per il proprio territorio, altre, a mio avviso ancora troppo poco fiere e poco consapevoli di quello che abbiamo! Ancora troppo poco conscie dell’unicità del Delta per combattere le molte guerre giuste in nome della tutela, della sostenibilità di un territorio unico e fragile!
Questa dunque la Ca’Zen di oggi, catalogata tra le “Ville Venete Minori” (purtroppo non per le sue dimensioni che ci danno lavoro, e pensieri incessanti). Si presenta come una grande casa di campagna, circondata dagli annessi rustici, dalla amata Cappella, e, per ragioni di sostenibilità, ma soprattutto per la passione e il desiderio di chi ci vive, vuole essere una porta aperta verso un territorio bellissimo e a mio avviso di valore inestimabile: il Delta del Po. Un ambiente unico che fu fonte di ispirazione per Lord Byron.
So we’ll go no more a roaming so late into the night Though the heart be still as loving And the moon be still as bright For the sword outwears its sheath and the soul wears out its breast And the heart must pause to breath And love itself have rest
Though the night was made for loving and the day returns too soon Yet we’ll go no more a roaming By the light of the moon
Prevedibili o meno, consensi, proteste, critiche e persino scandali hanno avuto più celebrità rispetto alla musica nella 195^ stagione lirica del Teatro Sociale di Rovigo. Un cartellone partito all’insegna dell’incertezza, agognato e atteso fino all’ultimo, e ridotto dalla limitazione delle risorse. Davvero imbarazzanti le voci che si sono susseguite fino all’autunno, secondo le quali sarebbero mancati i finanziamenti necessari, e quindi uno o più titoli avrebbero rischiato la cancellazione. Ancora più “scomode” quelle che, in conclusione, hanno gridato allo scandalo per l’ormai celebre nudo sulla scena del Rigoletto.
Ma nel fare il bilancio emergono dati per lo più positivi, ed è da sottolineare che, nonostante le molteplici difficoltà, dopo annate fin troppo ricche, giunte a comprendere una dozzina di titoli, l’ultimo cartellone ha riservato spazio in modo equilibrato a lirica, danza e musica.
Per l’inaugurazione della Stagione, il sipario del teatro Sociale, lo scorso 8 ottobre, si aperto con “Carmen” di Georges Bizet, che mancava dal 2002 ed era una nuova produzione Li.Ve. (Rovigo, Padova e Bassano) in coproduzione con Rimini, Trento, Savona e Pisa, e va sottolineato che il progetto è partito proprio dal capoluogo polesano. L’allestimento al Teatro Verdi portava la firma di Ivan Stefanutti (regia, scene e costumi) e Claudio Ronda (coreografia). La direzione dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta affidata a Francesco Rosa, mentre il Coro Li.Ve è stato diretto dal rodigino Giorgio Mazzucato. Il cast era costituito da Rinat Shaham (Carmen), Andrea Carè (Don Josè), Daria Masiero (Micaela) e Nmon Ford (Escamillo). Comprimari Marek Kalbus, Natalia Roman, Milena Josipovic, Gabriele Nani, Max Renè Cosotti e Donato Di Gioia.
La Carmen di Stefanutti mirava all’essenza del racconto senza folklore, alla vicenda umana snodatasi in una terra disastrata, ferita da guerre civili, imbarbarita dall’isolamento, al confine della civiltà. In evidenza il crudo realismo della vicenda, il tradimento, l’ossessione, la disperazione, la follia, il disprezzo. Il tutto in un’unica scenografia con un paesaggio di montagna, che ha voluto essere “luogo della mente”, emblema di una terra disastrata, ferita da guerre civili, inaridita dallo sfruttamento, infuocata dal sole, imbarbarita dall’isolamento.
Il 19 novembre è stato proposto “Elisir d’amore” di Donizetti, che ha avuto per protagonisti Roberta Canzian (Adina) e i vincitori del Concorso “Toti Dal Monte”: Javier Tomè Fernandez (Nemorino), Alessandro Sessolo (Belcore), Alessio Potestio (dottor Dulcamara), Arianna Donadelli (Giannetta). Sul podio, a guidare l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta e il Coro Lirico Veneto, nel ruolo di Maestro concertatore e direttore d’orchestra, è salito Matteo Beltrami; maestro del coro Stefano Colò. Luci a cura di Patrick Latronica. Italo Nunziata, regista nel nuovo allestimento realizzato in coproduzione fra Rovigo, Treviso, Jesi, Fermo, in collaborazione con La Fenice di Venezia, ha trovato spunto dalla forza innovativa che rende l’opera moderna da due secoli. Pertanto i personaggi sono stati fatti rivivere in un impianto scenografico lontano da quello più comune, per svolgersi in una sorta di “contenitore -scatola magica”, in un’apparenza quasi “bidimensionale”, per mettere in risalto i sentimenti in spazi solo allusivi e lasciare lo spettatore libero di costruire e ampliare con l’immaginario le proprie percezioni.
Ancora un forte apporto rodigino nell’opera “Il ratto dal serraglio” di Mozart, andata in scena venerdì 7 gennaio 2011. Gabbris Ferrari ha infatti curato l’allestimento del singspiel mantenendo – come lui stesso ha affermato – “inalterati i contenuti ideali che si agitano nell’opera, nel rispetto del testo”. Nel nuovo allestimento realizzato in coproduzione fra Trento, Pisa e Rovigo, ad accompagnare le voci c’è stata l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta; il Coro del Teatro Sociale di Trento è stato diretto da Luigi Azzolini. Sul podio il maestro Jonathan Webb. Importante il cast vocale selezionato: Gabriella Costa nella parte di Konstanze, raffinata e sensibile interprete mozartiana, il giovanissimo tenore Paolo Fanale nella parte di Belmonte che ha già cantato all’Opera di Berlino sotto la direzione di Daniel Barenboim, lo straordinario basso islandese Bjarni Thor Kristinsson. Le parti di Blonde e Pedrillo sono affidate a due cantanti specialisti dei rispettivi ruoli: Sabrina Vianello e Krystian Adam. I ruoli parlati (il Singspiel è infatti una commedia musicale in parte cantata e in parte parlata) sono stati affidati agli attori Andrea Zanforlin nei panni di Bassa (Pascià) Selim e Mariano Carlini in quelli del marinaio Klaas.
Ultima e assai discussa rappresentazione lirica, il “Rigoletto”, proposto nel nuovo allestimento del Teatro di Rovigo in coproduzione con Padova. Protagonisti Andrea Zese (Rigoletto), Gladys Rossi (Gilda), Giordano Lucà (Duca di Mantova), Maurizio Muraro (Sparafucile), Elena Travers i (Maddalena), Milena Josipovis (Giovanna), Gianfranco Montresor (Conte di Monterone), Gabriele Nani (Marullo), Max Renè Cosotti (Matteo Borsa), Gianluca Lentini (Conte di Ceprano), Miriam Artico (Contessa di Ceprano), Simonetta Baldin (paggio della duchessa) e Luigi Varotto (usciere).
Sul podio c’era Pietro Pizzo a guidare i solisti, l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta e il coro Città di Padova. Regia, scene, costumi, coreografia e luci hanno avuto la firma di Stefano Poda, definito altrove “mago meraviglioso” per le scelte eccentriche e ricche dell’impianto scenografico enigmatico, mutevole, che girava su se stesso offrendo i diversi lati della realtà.
C’era dunque un ambiente con strutture metalliche e statue trafitte e mutilate; un angolo candido e pulito, la stanza dell’innocente e ingenua Gilda, un settore tappezzato di volti scuri scolpiti con statue accostate a terra e un ultimo con forme sezionate entro cubi trasparenti. Il tutto tra una “razza dannata” con vesti lunghe e maschere simili a elmi, poi le avvenenti corteggiatrici del Duca a seni nudi.
Sul palco la presenza costante di tre figure mute, presenze ingombranti, prima vestite e poi nude, con una corporeità talora invadente, che parevano dare forma ai moti minacciosi e imprevedibili del destino. Proprio da qui è iniziata una polemica protrattasi a lungo, che ha coinvolto non solo Poda, ma anche la cultura cittadina e le sue scelte, con una discussione debordata sul versante politico e una petizione contro la rappresentazione già finita.
Sempre molto apprezzate le proposte teatrali per i giovanissimi: non solo le anteprime della lirica a prezzi vantaggiosi, per avvicinare il pubblico degli studenti al teatro e alla grande musica, ma anche i due titolo dedicati solo alle scolaresche: il Carnevale degli animali di Saent Sains e lo spettacolo di teatro e musica “Alla ricerca di Babar”. Per entrambe le occasioni, seguite con entusiasmo e calore, è stato particolarmente gradito l’intervento, accanto ai Virtuosi della Rotonda, di due disegnatori che davano “forma grafica” alla musica su fogli proiettati in un maxi schermo sul palco. Interessante anche la realizzazione di un laboratorio che, in appuntamenti programmati, ha offerto la possibilità agli studenti di vedere come nasce uno spettacolo, dalla costruzione degli allestimenti alla messa in scena.
È stato ancora Claudio Ronda, infine, a firmare la sezione danza della 195^ stagione lirica. I cinque titoli sono stati seguiti da un pubblico che ormai è divenuto affezionato, che attende di anno in anno un’offerta che spazia dal balletto tradizionale alla danza di sperimentazione e ricerca, in un equilibrio che è sempre voluto e curato.
La formazione rodigina Fabula Saltica ha interpretato in apertura “Pulcinella”, seguita dalla Compagnia di Maria Serrano con il calore di FlamenTango; dalla Compagnia Junior Balletto di Toscana con l’elogio alla giovinezza “Lorenzo il Magnifico” e “Butterfly” per la coreografia e regia di Laura Corradi.
Corollario indispensabile e impeccabile della lirica cittadina è sempre l’Associazione Amici del Teatro Sociale, presieduta da Mirando Bergamo Berton, che si occupa della presentazione delle opere attraverso un ciclo di conferenze.
Fissare un appuntamento con lui è quasi impossibile. Disturbarlo durante una delle sue tante riunioni di lavoro, è pressoché inevitabile. Ma io insisto e, visto che mi trovo a Mosca per studio, non mi lascio scappare l’occasione di incontrarlo. Alle telefonate ricevute agli orari più strani Andrea Lucchin, 42enne ormai moscovita di adozione, ci ha fatto l’abitudine.
“L’unica cosa alla quale qui a Mosca non mi sono ancora abituato – racconta – è la totale mancanza di puntualità dei russi. Spesso, poco prima di un appuntamento, telefonano per avvisare che stanno arrivando. ‘Tra cinque minuti sono li’ dicono. Ma poi passano interi quarti d’ora”.
Seduto in un raffinato ristorante italiano a pochi passi dal suo ufficio a Liubianka, uno dei quartieri più belli di Mosca, dove tra l’altro si trova l’edificio che un tempo ospitava la sede del Kgb, Andrea racconta la sua storia. Una storia, a dir la verità, dal copione ormai ben noto: ciò che non si trova in Polesine, e più in generale in Italia, lo si va a cercare all’estero, dove “le opportunità sono infinitamente più ampie, e su questi mercati, dinamici e interessanti, si investe molto di più”.
“L’Italia, e soprattutto il mio Polesine, sono ancora troppo fermi e irrigiditi – spiega – Le teste migliori infatti se ne scappano all’estero, e non le biasimo. Anche se è un dispiacere grande, perché in questo modo il nostro territorio non crescerà mai. L’Italia, e il Polesine, dovrebbero lavorare per tenersi più stretti i nostri talenti”.
Laureato in economia e commercio a Verona, nel 2000 Andrea lascia Rovigo e i suoi affetti per trasferirsi a Mosca, dove oggi vive con la moglie Victoria (giovane russa conosciuta qualche anno prima grazie ad un gemellaggio tra università) e due vivacissimi bambini di 10 e 5 anni, Antonio e Giorgio.
Dopo aver acquistato nel 2002 le quote di una società di ricerca di personale, rilevata nel 2004 dall’olandese Brunel, ora Andrea lavora come general manager all’interno della stessa Brunel, una grossa ditta specializzata in gestione e ricerca di personale, top manager nel settore energetico, con una trentina di dipendenti e un fatturato che raggiunge i 30 milioni di euro l’anno.
“Il nostro lavoro – spiega – è quello di gestire tecnici altamente specializzati, come ad esempio ingegneri meccanici o ingegneri elettrici, che vanno a lavorare in loco per realizzare piattaforme petrolifere o gasdotti. Tra le altre cose – aggiunge, aggiustandosi la cravatta – abbiamo da poco iniziato un nuovo progetto per mettere in piedi un gasdotto di collegamento tra Mar Caspio e Mar Nero. Mentre tra qualche anno daremo il via a un progetto off shore nel Mar Bianco, che sarà uno fra i progetti più grossi al mondo”.
Un lavoro di grande responsabilità che costringe Andrea ad avere la valigia sempre fatta, pronto ad imbarcarsi su un volo diverso ogni settimana. Da Tjumen, sugli Urali, a Sakhalin, sull’estrema costa orientale della Russia. Passando poi per Amsterdam, Novosibirsk, Jakutsk. Per un totale di oltre 80 viaggi d’affari nel 2010. 13 solamente negli ultimi tre mesi.
“La scelta di trasferirmi a Mosca l’ho fatta poco tempo dopo il matrimonio. Mia moglie Viki voleva tornare in Russia, e io sono venuto qui con lei”.
Una scelta, come racconta lui stesso, non facile.
“All’inizio questa città non mi faceva per niente impazzire: il caos della capitale, il clima, le abitudini così diverse dalle nostre. Col tempo però ho capito che intorno a questo paese ruotano moltissimi pregiudizi che dovremmo invece sfatare: innanzitutto – dice mentre il cameriere gli serve un piatto di gnocchetti ai quattro formaggi – innanzitutto Mosca non è poi così lontana come al contrario si crede: il volo aereo dura solo poco più di due ore e mezza. Anche la gente ha abitudini non troppo diverse dalle nostre”.
E il clima?
“Anche in questo va fatta chiarezza. Non è vero che c’è sempre freddo. Ad aprile e a maggio, con l’arrivo della primavera, c’è un’esplosione di colori e di profumi incredibile, che rende unica questa città. Insomma, nel corso di questi ultimi undici anni ho imparato a rivalutare Mosca, innamorandomi di zone come Patriarshie Prudi: uno dei quartieri secondo me più poetici, dove tra le altre cose è stato ambientato l’inizio del celebre libro di Bulgakov ‘Il maestro e Margherita’”.
E così con Andrea Lucchin si scopre che, diversamente dall’immaginario comune, la capitale vanta un gran numero di parchi e spazi verdi.
“E’ l’ideale quando si hanno dei bambini” spiega Andrea. E confessa: “A dir la verità un po’ mi dispiace che i miei figli si sentano più russi che italiani. Ovviamente, vivendo qui è inevitabile. Ma spero che riescano comunque ad assorbire quelle eccezionali qualità che solo noi italiani abbiamo: dalla fantasia all’intuizione, dalla strabiliante capacità di comunicazione alla perseveranza. Pregi che ci vengono riconosciuti in tutto il mondo, e che ci permettono di arrivare laddove molti altri non arrivano”.
A Mosca dunque Andrea Lucchin ci sta bene, ed è giustamente orgoglioso della posizione che occupa. Una posizione che fa onore all’Italia e soprattutto al Polesine: la sua terra d’origine dove Andrea tornerà in estate, insieme a moglie e figli, visto che proprio a Rovigo vivono i suoi genitori, desiderosi tra l’altro di riabbracciare quei nipoti così lontani, che crescono a vista d’occhio.
A quattro anni Renzo non sa ancora leggere o scrivere, ma con una piccola fisarmonica sa già riprodurre ad orecchio qualsiasi canzone. Nelle estati della sua infanzia, la madre Clara lo porta al mare sulla riviera romagnola, a Cervia. Anche in spiaggia, per Renzo non esiste miglior giocattolo. Non fa altro che suonare la sua fisarmonica, divertendosi un mondo.
Attorno a lui si accalcano decine di persone che lo ascoltano a bocca aperta, guardando le piccole dita dominare con sicurezza i tasti ed ascoltando le melodie senza sbavature. Al pomeriggio e alla sera la madre lo porta a passeggiare sul lungomare, dove molte orchestre suonano all’aperto per i clienti di hotel e stabilimenti balneari. Renzo tiene sempre stretta a sé la sua inseparabile fisarmonica e, come qualsiasi bambino che veda altri impegnati nel suo gioco preferito, insiste per prendervi parte. Si avvicina alle orchestre e inizia ad accompagnare con la fisarmonica le canzoni che stanno suonando. Non importa se non ha mai sentito quelle melodie: gli basta ascoltare una strofa e un ritornello per afferrare la melodia e riprodurla immediatamente, senza pensarci. Come fosse un gioco.
Ogni pomeriggio ed ogni sera delle vacanze si ripete lo spettacolo. Le orchestre lo conoscono e pregano la madre di passare anche la sera dopo, così che il bambino prodigio possa salire sul palco e suonare per un pubblico che lo cerca, lo applaude, lo segue in tutte le esibizioni. Il tavolino da dove Clara, sua madre, segue il figlio sul palco si affolla: c’è chi le manda una bibita, chi si ferma a parlare con lei, chi scatta una fotografia al bambino con la fisarmonica. A quel tempo le fotografie si scattavano soltanto per le occasioni speciali. Ma Clara raccoglie ogni estate una gran quantità di scatti del bambino che suona come un maestro di musica.
Un amore totalizzante quello per le note, che dalla prima infanzia ha contraddistinto la vita appassionata di Renzo Bernini, apprezzato grande cultore della musica che si è spento sessantaquattrenne, un anno fa, il 16 maggio 2010. Renzo, il virtuoso degli 88 tasti, per più di quarant’anni uno dei protagonisti indiscussi delle scene musicali polesane, maestro di pianoforte, componente di gruppi “storici” come Le Idee.
Era nato a Ceneselli il 26 aprile 1946 a Ceneselli, in una famiglia non agiata ma ricca di stimoli artistici. Nella sua casa, insieme alla madre e al padre, vivevano anche due zii paterni, entrambi non vedenti: Nadir¹ e Leonida, tutti e due con la passione per la musica. Anche il padre di Renzo, Giuseppe, pur non essendo musicista a tempo pieno, appena aveva un attimo libero lo dedicava al suo strumento, la tromba.
In una casa piena di note, cresce dunque il piccolo Renzo, che dimostra subito come il talento per la musica sembri scritto nel suo dna, che è quello della sua famiglia. A poco più di tre anni di età si arrampica su uno sgabello per suonare il pianoforte di famiglia, che gli zii tengono in casa. Al bambino regalano anche una fisarmonica, quasi un giocattolo, di soli sei tasti, con cui impara a suonare la sua prima canzone, “Vola colomba”. Gli strumenti musicali sono i suoi giocattoli preferiti: li maneggia con incredibile naturalezza, come fossero vecchi amici che gli raccontano mille storie. Fisarmonica, pianoforte, batteria.
Il talento e la passione per la musica timbrano, fin dall’infanzia, la sua carta d’identità. Alle richieste esibizioni del giovanissimo talento nei locali della riviera romagnola, seguono altri appuntamenti. Anche la nascente televisione dà spazio a Renzo, in programmi come “L’ora del dilettante” di Silvio Noto o “Il microfono è vostro” di Nunzio Filogamo.
“Poteva suonare ore e ore, giorni interi, dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina. Senza stancarsi mai della musica”, dice la madre Clara.
Renzo frequenta le scuole elementari a Ceneselli e le medie a Castelmassa. La scuola gli piace, ma non quanto la musica. Continua a suonare tutti gli strumenti che gli capitano sottomano, comincia anche a cantare. Crescendo, il suo compagno preferito diventa il pianoforte.
Dopo aver preso lezioni di teoria musicale e solfeggio dal maestro Negrini di Castelmassa, si iscrive al conservatorio di Ferrara. Strumento, il pianoforte. Lo ammettono subito al secondo anno. Segue tutto il percorso di studi, si diploma al sesto anno e prosegue regolarmente fino all’ultimo anno, senza però dare l’esame finale.
La musica è ormai il suo mestiere. Il diamante grezzo del suo talento innato, levigato da anni di studio sullo strumento, brilla ora in ogni sua esibizione live.
Dopo aver fatto parte dei più popolari gruppi musicali del momento, si unisce al gruppo Le Idee, complesso che diventa presto leader della scena rock nelle nostre zone e che gli offre la possibilità di esprimere al meglio il suo gusto musicale, ispirato allo stile di Brian Auger e di Emerson, Lake & Palmer. Come lo zio Nadir era stato un simbolo della musica in voga negli anni Trenta e Quaranta, così Renzo lascia stupefatto il pubblico dei suoi coetanei negli anni Settanta.
La sua tecnica alle tastiere è formidabile, frenetica. Il pensiero sembra rincorrere, e non anticipare, il movimento delle mani. I tasti impazziscono sotto la corsa delle dita che li spremono come se il suono giusto fosse nascosto da qualche parte e si trattasse solo di scovarlo in qualche modo. Sul palco tiene un tempo perfetto, senza la minima indecisione, istintivo e naturale quanto il tempo del proprio respiro.
E improvvisa, rovesciando sul pubblico una valanga di note, diverse ogni sera, attingendo ad un’inesauribile tavolozza di colori, lasciando a bocca aperta anche molti artisti affermati e osannati dai circuiti televisivi.
Manco a dirlo, nessuno spartito davanti a lui, nessun promemoria, neanche alle prove. La musica e Renzo parlano la stessa lingua. Per imparare un nuovo brano gli basta ascoltarlo una volta. Chi lo ascolta, assicura che se si chiudono gli occhi si sente suonare Emerson.
La madre gli ricorda spesso che con il suo diploma del sesto anno di conservatorio potrebbe diventare professore di musica alle scuole medie. “Non posso insegnare, – risponde – io devo suonare”. Non conta altro, per lui.
La sua vita trascorre una serata dopo l’altra, in tantissimi locali, a fianco di amici e musicisti di ogni genere, sempre seduto dietro una tastiera, pronto a diffondere magia.
Gli anni passano, ma nulla cambia: il suo unico mestiere è fare musica. Qualsiasi musica, purché sia musica. “Intrattenimento musicale di tutti i generi”, reca uno dei suoi ultimi biglietti da visita.
E poi, improvvisamente, qualche cosa stona nel suo corpo. Nel volgere di poco tempo, il male lo condanna. La malattia lo sfianca, ma Renzo non rinuncia al piacere di suonare nemmeno negli ultimi mesi di vita. Mentre le mille note stonate del male lo assediano dentro, avanti allo strumento è sempre lui: mai un’incertezza, mai un pensiero, mai un’incrinatura. Nonostante il dolore, la musica continua a brillare come prima.
La sua vita si interrompe nella primavera scorsa, quando tutto precipita. La melodia si spegne nel silenzio del cimitero di Ceneselli, dove gli amici hanno posto sulla sua tomba l’immagine di un pianista. Che sembra diffondere e far vibrare nel ricordo, più nitide che mai, le note di Renzo. Note che, come in uno dei suoi mille concerti, irrompono nella scena e illuminano il silenzio..
La metà del XIX secolo costituisce un importante spartiacque per il territorio polesano: dopo alcuni lustri di costosi tentativi andati falliti, le moderne tecniche permisero di applicare efficacemente il vapore alla bonifica, dando così inizio all’era della costruzione delle grandi macchine idrovore. Ciò portò in Polesine ingegneri meccanici di varie provenienze e nazionalità che svolgevano sopralluoghi e rilievi per conto delle diverse ditte fornitrici, come lo svizzero Frej della Escher Wejss di Zurigo, Stefano Benech e Augusto Tarifat della Benech di Torino, Giorgio e Guglielmo Strudthoff della omonima ditta triestina.
Proprio con Giorgio Strudthoff, il 10 luglio 1851, Pietro Salvagnini stipulò il contratto per l’installazione in località Belvedere di Rettinella¹, nei pressi di Loreo, di una imponente macchina idrovora per il Consorzio Dossi Vallieri². L’imprenditore triestino pochi mesi dopo, il 21 ottobre, si accordò anche con la presidenza del Consorzio Gavello Dragonzo per una macchina analoga da costruire nei pressi di Adria, in località Piantamelon³.
Con i pezzi delle macchine da montare, però, giungeva in Polesine anche il personale impiegato nelle diverse fasi di costruzione.
In entrambi i casi citati, infatti, la ditta si impegnava a fornire non solo i macchinari, costruiti in base a quanto progettato dall’ingegnere idraulico Cesare De Lotto⁴, ma anche il personale per l’assemblaggio e soprattutto “due abili macchinisti” che sarebbero rimasti presso lo stabilimento idroforo fino alla scadenza dei due anni di garanzia delle macchine.
Il salario di costoro, stabilito inizialmente in 450 lire mensili, doveva essere a carico dei consorziati.
La ditta Strudthoff non era la sola ad offrire un simile servizio: proposte analoghe furono avanzate in quegli anni anche dalla milanese Schlegel⁵ e dalla torinese Benech⁶.
In poco tempo, dunque, la bonifica meccanica convogliò in Polesine un piccolo esercito di ingegneri meccanici, tecnici, macchinisti, fuochisti e fabbri, spesso stranieri, dipendenti delle ditte a cui la costruzione dei potenti macchinari veniva commissionata.
Il loro lavoro era organizzato in modo piramidale. In loco c’era un ingegnere meccanico che rappresentava la ditta e che fungeva da direttore dei lavori di installazione: affiancava il direttore progettista locale (in genere un ingegnere idraulico) ed aveva il compito di tradurre in realtà le macchine ideate, anche apportando al macchinario le modifiche necessarie ad ottimizzarne le prestazioni. Sottoposto all’ingegnere meccanico, c’era il macchinista con le mansioni di direttore di macchina: a lui spettava il coordinamento del lavoro dei sottomacchinisti, dei fuochisti e dei carbonini. Completavano il cantiere i fabbri che lavoravano nella piccola fonderia allestita nel cantiere stessa⁷.
Robert William Whitehead
Fra tutti, spicca senza dubbio l’ingegnere meccanico inglese Robert Whitehead⁸, che dal 1851 al 1855 soggiornò nel Basso Polesine con continuità, mantenendo tuttavia i contatti in provincia almeno fino al 1870⁹. Era il direttore della ditta Strudthoff di Trieste e, dal tempo della costruzione dell’idrofora del Dossi Vallieri, fu per l’ingegnere idraulico Cesare De Lotto un prezioso collaboratore.
In quegli anni De Lotto elaborò anche i progetti per l’asciugamento meccanico dei comprensori dei seguenti Consorzi gravitanti nelle zone di Adria, Cavarzere, Loreo e Rovigo: Gavello e Dragonzo (1851); Tartaro Osellin (1851 e 1853); Valli d’Adria (1852); Campagna Vecchia Inferiore (1852); Bresega (1853); Centrale del Foresto (1854); Superiore del Foresto (1854); Santa Giustina (1854). Fra il 1853 e il 1854, inoltre, progettò l’asciugamento del I e del II circondario ferrarese¹⁰. In quello stesso periodo, eseguì anche numerose bonifiche private, comprese quelle sui terreni di sua proprietà e della tenuta Meticke.
In verità non tutti questi progetti giunsero a realizzazione¹¹, ma sempre De Lotto sostenne coi committenti l’affidamento della costruzione delle macchine alla Strudthoff, merito della stima che nutriva per il direttore Whitehead, come lo stesso ingegnere idraulico affermò in molte occasioni¹².
Fra il 1851 e il 1857 abitò in Polesine anche William Whitehead, meccanico del Dossi Vallieri e del Tartaro Osellin, anch’egli dipendente della triestina Strudthoff. Era infatti uno di quei macchinisti che, per contratto, la ditta fornitrice metteva a disposizione del Consorzio fino allo scadere della garanzia. Non è stato possibile accertare i rapporti che intercorrevano fra i due Whitehead, Robert e William, anche se pare strano si tratti di semplice omonimia: furono dipendenti della medesima ditta, arrivarono insieme in Polesine e William lasciò il suo posto di lavoro grossomodo nello stesso periodo in cui Robert, abbandonati gli Strudthoff, si trasferì da Trieste a Fiume. Ad ogni modo, William dal punto di vista professionale aveva un ruolo subordinato a quello di Robert, cui invece era affidato il compito di direzione dei lavori. Di William sappiamo inoltre che si trasferì in Polesine con la famiglia, e che vi rimase stabilmente anche fra il 1855 e il 1857, quando la presenza di Robert era diventata più saltuaria¹³.
Henry e Giulio Foster
A Piantamelon invece, nel 1853, furono inviati altri due macchinisti della Strudthoff, l’inglese Henry Foster, in qualità di primo macchinista, e il secondo macchinista G. Persich¹⁴. Di quest’ultimo si perdono presto le tracce ed è probabile, quindi, che sia tornato a Trieste allo scadere del periodo di garanzia.
Foster invece si trasferì definitivamente ad Adria: nel 1857 divenne procuratore dello Stabilimento Tecnico Triestino (già Strudthoff), e curò in provincia gli interessi della ditta per molti anni. Nell’ottobre del 1876 Guglielmo Strudthoff in persona lo designò a direttore di macchina dell’idrovora di Bresega, allora in costruzione¹⁵: il contratto stipulato fra la ditta triestina e il consorzio testimonia come le condizioni di fornitura, nonostante fossero passati vent’anni, fossero rimaste grossomodo invariate nel corso del tempo¹⁶. Allo scadere della garanzia, Foster accettò la proposta della presidenza di Bresega e rimase a Voltascirocco alle dirette dipendenze del Consorzio fino al 1893, quando fu sostituito dal figlio Giulio, anche lui “macchinista patentato”.
Nel 1855, risultano attivi in Polesine almeno altri due tecnici stranieri: si tratta di Nicola Döll e Otto Karl¹⁷, che, a giudicare dal nome, sembrerebbero più di origine germanica che anglosassone. Erano alle dipendenze della ditta Schlegel che li aveva incaricati di occuparsi dell’idrovora del Campagna Vecchia Inferiore all’Amolara¹⁸. Vale forse la pena di accennare che il tipo di macchinario offerto dalla ditta milanese, a turbine, utilizzava un sistema diverso da quello a ruota a schiaffo sostenuto da De Lotto e prodotto dalla Strudthoff¹⁹.
Meritano invece qualche riflessione le condizioni con le quali Henry Foster nel 1877 fu assunto dal Consorzio di Bresega, che appaiono particolarmente interessanti perché indicative del prestigio di cui godevano all’epoca questi professionisti. Il direttore di macchina, infatti, aveva grande autonomia decisionale e l’intero stabilimento era gestito da lui, che rendeva conto del suo operato direttamente alla presidenza e non era, quindi, sottoposto all’ingegnere consorziale. Prova di questo trattamento speciale è anche la retribuzione.
All’epoca il battifango (ovvero il custode) percepiva circa 350 lire all’anno. Ai due cardini del consorzio, segretario e ingegnere, venivano corrisposte 1.300 lire all’anno. A Foster veniva versato un compenso annuale di 11.000 lire, ovvero grossomodo nove volte di più di quanto percepito da ingegnere e segretario. È vero che, per contratto, spettava a lui stipendiare il carbonino e il fuochista, ma resta comunque una cifra notevole. Per controparte, il lavoro era piuttosto duro e di grande responsabilità, e contemplava l’obbligo di risiedere nei pressi della macchina e di garantirne il funzionamento giorno e notte.
Giordano Zangirolami e lo stabilimento tecnico
A questi macchinisti va riconosciuto il merito di aver contribuito alla bonifica del nostro territorio, ma anche quello di aver formato la classe di professionisti locali che sono succeduti loro. Fra questi Giordano Zangirolami²⁰, al quale più di altri, forse, spetta il titolo di capostipite dei macchinisti polesani. I primi rudimenti meccanici li aveva appresi da un altro macchinista inglese, tale Braum (o più probabilmente Brown²¹) che intorno al 1850 era attivo nel cavarzerano.
In seguito, si era formato alla scuola di Cesare De Lotto e Robert Whitehead nei cantieri del Dossi Vallieri e del Tartaro Osellin e per anni aveva lavorato al fianco di William Whitehead. Rilevato il posto di direttore di macchina del Dossi, e fiducioso nella formazione avuta, prese il coraggio di fondare in provincia di Rovigo una sua officina meccanica che, non a caso, aveva voluto chiamare Stabilimento Tecnico trovandosi in breve tempo a dare lavoro oltre trecento persone e dal quale uscirono innumerevoli tecnici specializzati²².
Anche l’esperienza dei Foster non andò dispersa: quando nel 1897 Henry e Giulio lasciarono Voltascirocco, vollero essere sostituiti da Antonio Rosada, che per vent’anni aveva lavorato all’idrovora del Bresega a fianco di Henry. Rosada, a sua volta, è padre di Achille, Amedeo e Giambattista, tutti macchinisti formati alla sua scuola.
E’ noto che vari toponimi di località del delta rimandano a famiglie veneziane che investirono nel territorio, in gran parte paludoso, con l’obiettivo – non sempre facilmente raggiunto – di apportarvi migliorie e rendere produttivi i terreni. E’ così che nel comune di Porto Tolle troviamo Ca’ Tiepolo, Ca’ Venier e Ca’ Dolfin, legate alla storia della Serenissima, ma annoveriamo anche Polesine Camerini, con il palazzo connotante tale località, che rinvia al un periodo storico molto più recente, sul quale si è inteso condurre un’indagine.
E’ una storia che rimanda in particolare a due personaggi della dinastia dei Camerini: Luigi (1819-1885) e Paolo (1868-1937). Ma in realtà il primo interessamento verso questo territorio dell’estremo delta lo manifestò Silvestro Camerini (1777-1856) il famoso “carriolante” divenuto ricchissimo e insignito del titolo di duca da Papa Pio IX.
Infatti Silvestro nel 1836 incaricò il fratello Cristoforo di acquistare in un’asta pubblica a Rovigo (assieme a Felice Ravenna che agiva per conto di Chiereghin, Sullam e Turolla) tutti i beni abbandonati dal mare, Riparto Demaniale XIV°.
In ogni caso saranno Luigi ed il figlio Paolo ad incidere significativamente sul territorio. Fu in particolare Luigi ad interessarsi attivamente della zona, acquisendo lotti di terreno dai Chiereghin e riacquistando quanto nel frattempo era stato ceduto dallo zio duca Silvestro¹.
E fu così che il territorio, noto inizialmente col toponimo Polesine dei Chiereghini e Polesine dell’Occaro, assunse la denominazione Isola di Polesine Camerini
Luigi Camerini (1819-1885)
Nato ad Argenta nel 1819, il conte Luigi Camerini era figlio di Paolo Francesco Camerini e di Loredana Guerrini (vedi schema genealogico). All’età di soli due anni rimase orfano del padre e così venne allevato dal citato leggendario zio Silvestro detto il carriolante. Costui morì nel 1866 senza eredi (il figlio e le tre figlie erano infatti precocemente deceduti) e così Luigi divenne l’erede universale di tutti i suoi beni.
Luigi aveva promesso allo zio che si sarebbe sposato, e nel 1870 mantenne la promessa prendendo in moglie la contessa padovana Francesca Fava, detta Fanny.
Nel delta, il conte Luigi concepirà un ambizioso progetto di bonifica di tutti i terreni dell’isola, dei quali fino ad allora venivano coltivati solamente quelli che si trovavano lungo le sponde dei fiumi. Il resto del territorio, essendo in gran parte paludoso, veniva infatti sfruttato unicamente come valli da pesca, da caccia e per la raccolta delle canne palustri.
Poco dopo aver avviato l’opera di redenzione, però, nel 1885 il Conte Luigi muore a Padova, dove era nel frattempo stato anche eletto consigliere comunale. La sua eredità passerà all’unico figlio, il diciassettenne Paolo. Ma sarà la madre, la contessa Francesca Fanny Fava, a condurre tutti i beni fino alla maggiore età del figlio. Manterrà la sede del suo Direttorio presso l’agenzia di Stienta, dove c’era il fidatissimo agente G. Suzzi e darà in enfiteusi molti terreni, decurtando anche i tempi di pagamento delle rate annue degli affitti: da una a due e senza deroghe.
Paolo Camerini (1868-1937)
Nel 1889 Paolo diviene maggiorenne e, dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita nel ‘91 presso l’università di Padova, (dove nell’89 aveva fondato il settimanale satirico “Lo studente”) prenderà la direzione di tutta la possessione.
Il conte Paolo era nato a Padova il 29 Luglio 1868 e ben presto dimostrò grandi doti di intraprendenza assumendo la direzione di tutti i beni lasciati dal padre Luigi: terreni per oltre 100.000 ettari, beni mobili e immobili, tra cui in particolare la Villa Contarini di Piazzola sul Brenta, varie industrie, il palazzo Camerini in via Altinate a Padova, e il palazzo Nappi a Stienta ecc.
A Piazzola sul Brenta, Paolo, dà inizio a grandi lavori che miglioreranno le condizioni di vita dei cittadini e realizzerà un ambizioso progetto agricolo-industriale: prima demolisce le malsane abitazioni di canna e paglia dei suoi dipendenti e poi, sempre per gli stessi, ne costruirà di nuove.
Farà opere di bonifica, suddividendo le sue proprietà in appezzamenti regolari, dotandoli di nuove case coloniche con strade e canali di scolo e d’irrigazione. I suoi contadini, a loro volta, presteranno la loro manodopera sia nei campi che nell’allevamento del bestiame, così pure nelle sue industrie, per il cui funzionamento il conte farà costruire una centrale elettrica dalla potenza di 500 CV.
L’attività industriale comprendeva due fornaci per laterizi, una fabbrica di concimi chimici, uno iutificio, una filanda per la seta, una fabbrica di acido solforico, un’altra di conserve alimentari, una di ghiaccio, una segheria, poi officine per le riparazioni meccaniche, essiccatoi per il tabacco e una latteria con caseificio.
Si deve ancora alla sua intraprendenza anche la costruzione del tronco di ferrovia Padova-Piazzola. Più tardi costruirà anche l’ippodromo di Padova, che sarà a lui intitolato.
A Piazzola sul Brenta il conte Paolo impegnerà ingentissimi capitali per la ristrutturazione di villa Contarini, riportandola agli antichi splendori (il pro-zio Silvestro la utilizzava esclusivamente come magazzino per lo stoccaggio delle derrate che immetteva sul mercato al momento più favorevole).
Nell’isola di Polesine Camerini, nel delta del Po, avvierà grandi lavori di bonifica, portando a termine la costruzione della villa padronale, probabilmente già iniziata dal padre. Bonificherà e trasformerà gran parte dell’isola in una grande azienda agricola autonoma e autosufficiente. Paolo continuerà dunque l’opera di bonifica dell’isola già iniziata dal padre Luigi, come se fosse padrone presente. Egli si servirà, come il padre, dell’opera dei fattori, dei gastaldi e degli amministratori di fiducia, ma tutti forestieri.
Anche qui, come a Piazzola sul Brenta, saranno creati molti posti di lavoro. Paolo formerà un’azienda agricola “modello” e autonoma con alle dipendenze obbligati, conduttori di boarie e risai; assumerà stagionalmente braccianti avventizi; darà appezzamenti di risaie a mezzadria a molte famiglie e in base ai loro componenti. Assumerà personale per i servizi della villa: falegnami per la costruzione dei serramenti per le nuove case, carpentieri e fabbri per la costruzione dei carri, poi muratori, magazzinieri e guardiani.
Costruirà strade, con il sistema ortogonale come già aveva fatto a Piazzola, dando persino gli stessi nomi ad alcune strade, come ad esempio lo stradone principale, che dal Po conduce al mare, chiamandolo strada Bernina, oggi viale Isonzo, e un’altra strada la chiamerà Dalmazia, ora via Cairoli. Farà scavare canali di scolo in tutta l’isola i quali confluiranno le loro acque in un unico grande collettore che, affiancato al citato stradone, attraverserà l’intera isola da ovest a est, tagliandola a metà e che porterà le acque di scolo alla vecchia foce del Canarìn, da tempo intestato all’incile.
Alla fine di questo canale Paolo farà costruire una grande idrovora mossa con una potente macchina a vapore, (il rudere esiste ancora oggi e meriterebbe di essere salvaguardato) che sostituirà le vecchie ruote a schiaffo, prima mosse da cavalli e più tardi da macchine a vapore, dette locomobili. L’idrovora è rimasta in funzione fino alla seconda metà degli anni ‘50 dello scorso secolo, anni in cui entrò in funzione la nuova, edificata adiacente alla vecchia e dotata di pompe elettriche.
Paolo Camerini si interesserà anche dell’amministrazione pubblica e nel 1892 sarà nominato consigliere comunale a Piazzola. Si batterà per l’istruzione primaria e professionale gratuita, per il suffragio universale e anche per la riforma tributaria nonché per le autonomie comunali.
Nel 1902, il conte Paolo, verrà nominato Cavaliere del Lavoro e nel mese di Maggio del 1905 sposerà Francesca De Fabii; lo attesta una medaglia di bronzo fatta coniare da lui stesso. Una di queste è stata ritrovata a Polesine Camerini durante la demolizione della cappa del camino di una casa, da lui costruita. Qualche anno più tardi siederà sui banchi di Montecitorio come deputato liberal-progressista fino al 1913: avrà modo di battersi con grande fervore per migliorare le leggi nell’ambito dell’agricoltura, l’industria e il commercio.
Dopo la prima guerra mondiale si determinerà una grande crisi industriale che investirà tutta l’Europa, così per lui, come per tanti altri industriali e latifondisti, avranno inizio anni molto avversi. La crisi finanziaria sarà aggravata da una nuova e cospicua tassa patrimoniale, ma anche dalle ingenti spese sostenute per il finanziamento di una fallimentare ricerca del ferro nei monti del vicentino.
Paolo Camerini dovrà pertanto registrare amaramente la progressiva decadenza di tutte le sue imprese, per cui si vedrà costretto a cederne molte o addirittura a cessarne le attività.
Nel 1925, il conte e cavaliere Paolo Camerini, venne nominato Duca per meriti epicali, ma nel 1933 il disastro economico lo porterà ad una sistematica vendita dei suoi terreni, venderà anche quelli più produttivi, nonché le rimanenti industrie, per ultima, lo iutificio.
L’11 Novembre 1937 il Duca Paolo muore a Padova, lasciando quello che restava del grande patrimonio all’unico figlio Luigi Silvestro.
Luigi Silvestro (1906-1991)
Il trentunenne Luigi Silvestro si trova innanzitutto ad affrontare i problemi relativi all’agenzia agricola di Stienta, ormai ridotta a soli 155 ettari di terreno. La vasta proprietà, era stata già frammentata e ceduta con il sistema dell’enfiteusi, dando origine a una miriade di piccoli proprietari. Luigi Silvestro, dovrà cedere 155 ettari ai conduttori, perché soggetti ai “diritti domini” dell’affranco che si protrarranno fino al 1958.
Per quanto riguarda l’azienda agricola di Polesine Camerini, il grande palazzo e gli annessi rimarranno in gestione dagli agenti e dai fattori che, per la mancata presenza del padrone, assumeranno in tutto e per tutto la direzione e la conduzione dell’azienda fino al 1953, anno in cui verrà espropriata per l’applicazione della famosa legge sulla colonizzazione dei latifondi.
Da questo momento, prenderà provvisorio possesso, sia dei terreni che della villa, l’Ente per la riforma e la colonizzazione del Delta Padano con la sede centrale a Bologna, ora E.S.A.V., che provvederà a suddividere i terreni espropriati, in piccoli poderi che verranno assegnati ai capifamiglia dell’isola, assieme a nuove case coloniche o ristrutturate. Questi nuovi assegnatari diventeranno Coltivatori Diretti e riscatteranno il loro podere con un riscatto trentennale. Da questo momento inizierà per tutta la villa un lento ma inesorabile decadimento che ancora oggi è in atto.
La villa Contarini di Piazzola sul Brenta, invece, nel 1969 sarà acquistata da un industriale di origine veneta che la aprirà al pubblico e nel 1986 verrà ceduta alla Fondazione Ghirardi di Piazzola sul Brenta. Nel 2005 sarà acquisita dalla Regione Veneto.
Di Luigi Silvestro si hanno poche notizie, visto che anche lui, come i suoi avi, nell’isola Camerini non era stato un proprietario presente. Si sa però che era un grande umanista e che ha passato gran parte della sua giovinezza viaggiando per visitare e conoscere i più remoti luoghi e genti del mondo, era molto amante della natura incontaminata.
Nel periodo del fascismo, trovandosi egli, nel 1939 nella città di Pola, criticò pubblicamente il regime. Fu perciò arrestato e mandato immediatamente al confino nell’isola di Ponza, assieme a tanti altri.
Terminati i provvedimenti restrittivi a fine guerra, nel 1946 sbarcò nell’isola d’Ischia dove trovò un posto ideale per poter fondare un giardino botanico con piante esotiche. Qui, compra 9 ettari di terreno adiacenti alla piccola baia di S. Montano, luogo che ritiene ideale per costruisce il suo parco. Lo chiamerà Negombo, che è il nome di una località dell’isola di Cylon che lui aveva visitato e amato.
Si sposa nel frattempo con Adria Scaglia, dalla quale avrà tre figli.
A Luigi Silvestro si deve un grande merito: la salvaguardia dei 9 ettari di terreno di Ischia mantenuti incontaminati. Ciò ha permesso, nel 1955, all’archeologo Giorgio Buchner, di individuare e scavare una grande necropoli, riportando alla luce migliaia di reperti archeologici di grande valore. Lì furono scoperti i primi insediamenti greci dell’isola, che risalgono all’XIII secolo A.C. Tra i reperti vi è la famosa e prestigiosa coppa di Nestore, cantata da Omero al verso 362, nel libro XXI dell’Iliade.
Negli anni ‘60 il conte Luigi Silvestro, non riconoscendo più l’isola come luogo ideale, perché invasa dal turismo di massa, abbandona il parco, ma non l’isola dove morirà il 4 Novembre del 1991.
Paolo Fulceri Camerini
Sarà il figlio Paolo Fulceri, nato nel 1953, a raccogliere il testimone continuando l’opera del padre. Nell’isola di Ischia egli si prenderà cura del il parco e lo rivitalizzerà, tanto che oggi è uno dei parchi naturali italiani più belli.
Sono riuscito a mettermi in contatto sia telefonico che a mezzo internet con il Conte Paolo Fulceri Camerini, che mi ha fornito alcune notizie che ho qui riportato. L’ho invitato a raggiungere il nostro delta e a visitare l’isola che ancora oggi porta il suo cognome. Mi ha promesso che il prossimo autunno farà di tutto per venire a Polesine Camerini mai visitata prima, e a sua volta mi ha invitato a Ischia per visitare il suo parco Negombo.
Villa Camerini
Non mi è dato di conoscere con precisione la data dell’inizio dei lavori di costruzione della villa e di tutti suoi annessi, comunque è certamente avvenuta nell’ultimo ventennio del 1800. L’intera villa, con i relativi rustici, era occupata dal fattore che negli ultimi anni era il Sig. Zanetti e famiglia, provenienti da Legnago.
Il complesso comprendeva: magazzini per il grano e il riso, un essiccatoio, una scuderia, un’officina meccanica, con due forge in muratura, un grosso tornio e un trapano, (ancora esistente in loco). Poi vi erano: la segheria, la falegnameria, l’officina carri, quella dei calafati per la costruzione e la manutenzione delle barche per il trasporto del riso e altri piccoli servizi.
Mi è difficile stabilire, con i pochi dati a disposizione, se tutto questo complesso sia stato costruito dal conte Luigi o dal figlio Paolo. Mio nonno, nato nel 1886, sosteneva con certezza, che la villa era dall’uno, cioè divenne attiva a partire dal 1901, e c’era da credergli, perché lui, fin da giovane, fu assunto per lavorare “a palazzo” e accudire dapprima ai cavalli nella scuderia della villa e poi, da adulto, per fare il boaro in una grande stalla, per accudire ai buoi da tiro e alle mucche da latte dell’azienda Camerini.
Questo fa pensare che i lavori della costruzione della villa siano stati completati dal duca Paolo e non dal padre, il conte Luigi, che probabilmente ha dato inizio ai lavori. Vi è una data, 1886, incisa su una trave di uno dei magazzini asserviti alla villa. Il conte Luigi era morto l’anno precedente, quasi sicuramente dopo aver dato inizio ai lavori di costruzione del grande complesso, che poi si sono protratti con molta probabilità fino al 1901.
Mio nonno, sosteneva tra l’altro, che il conte Paolo teneva assai a questa azienda, e che non gli interessava molto se l’azienda produceva utili o no: voleva solo che essa fosse autosufficiente. Ciò che al duca interessava, sempre a detta del nonno, era conoscere quali fossero le rese dei singoli prodotti agricoli come: grano, riso, mais. Sosteneva anche che il conte aveva diviso l’isola in due settori di coltura: uno lo faceva concimare con fertilizzanti naturali, prodotti delle stalle, l’altro con concimi chimici. Voleva conoscere: la resa del prodotto e i costi di gestione per poi rilevare la differenza tra i due modi di concimazione. Credo che il nonno avesse ragione, visto che il duca a Piazzola, aveva una grande industria chimica per concimi.
Dopo l’esproprio della villa di Polesine Camerini, avvenuta nel 1953, come già detto, questa divenne la sede degli uffici dell’Ente Delta Padano e in seguito anche della cooperativa agricola di coltivatori diretti, C.O.S.V.A. Ma non si può dimenticare che durante le molteplici alluvioni, che negli anni ‘50 si sono ripetute (ora dal fiume e ora dal mare), tutto il complesso della villa divenne salvezza e dimora per centinaia di famiglie che avevano visto le loro case, ad un unico piano, invase dalle acque. Questa, come una grande chioccia, prese a proteggere sotto le sue grandi ali, per parecchi mesi e per più volte, metà della popolazione dell’isola Camerini.
La villa, anche se non molto antica, è ricca di storia e perciò andrebbe salvata.
I suoi muri sono pregni di vicende umane, e credo valga la pena di tentare di fermare il degrado in atto, questo è il principale scopo di questo modesto scritto. Se ciò avvererà sarà un immenso piacere non solo per il sottoscritto, ma per tutti coloro che amano il delta e la sua storia.
Il 150° dell’Unità d’Italia ha coinvolto anche il Veneto, nonostante tutto il territorio della regione nel 1861 fosse ancora sotto la dominazione austriaca. Sappiamo quanto questa esclusione, allora, sia stata sofferta dalle nostre genti, ed in particolare dai non pochi giovani patrioti (almeno 3.000 in Polesine), i quali erano accorsi sui campi di battaglia per dare il loro volontario contributo alla realizzazione del sogno unitario.
Bisogna arrivare al 1866, con la terza guerra di indipendenza, perché anche il Veneto entri a far parte dell’Italia unita.
I preparativi della guerra
Una minuziosa e interessante testimonianza dello svolgersi in Polesine degli avvenimenti che portarono alla liberazione della nostra regione ce la dà lo scrittore Pio Mazzucchi, di Castelguglielmo, nelle sue “Cronache (1866-1932)”. Proprio la prima notizia della sua voluminosa raccolta riferisce dell’improvviso richiamo alle armi, da parte del Governo austriaco, di tutti i soldati del paese per l’imminente guerra Austro-prussiana e Austro-italiana. Era il 25 aprile 1866.
Nel successivo mese di maggio, da parte degli Austriaci vengono dislocate nel territorio polesano, a ridosso del Canalbianco, diverse Compagnie, costituite in gran parte da soldati ungheresi, per far fronte alle truppe italiane nel caso queste tentassero il passaggio del fiume. Vengono, quindi, posizionate delle mine nei piloni dei ponti di Trecenta, Canda, Castelguglielmo, Paolino ed altri, e inserito legname e paglia tra le travature per facilitare l’incendio.
“Si vocifera di essere alla vigilia d’una gran guerra”, scrive il Mazzucchi il 7 giugno, che poi ci informa che, a guardia dei ponti, vengono posti dei drappelli di Cacciatori tirolesi e vengono fatte continue ricognizioni e perlustrazioni lungo gli argini. Poi la situazione precipita, e nella notte tra il 23 e il 24 giugno i ponti vengono fatti saltare e dati alle fiamme.
Successivamente il Mazzucchi annota: “gli Austriaci del Polesine, tranne quelli di stanza a Rovigo, si ritraggono oltre l’Adige … Dicesi che gli Italiani abbiano varcata la Fossa mantovana e siansi stanziati sul Po”.
Nella notte tra il 24 e il 25 giugno “per tutto il paese si cantano liberamente inni nazionali e la mattina più non si vedono le aquile imperiali sulle porte delle botteghe di privative”.
Verso mezzogiorno arriva da Canda una grossa pattuglia di Ussari a cavallo, condotta da un ufficiale dei Cacciatori, con le spade sguainate, le pistole in pugno per controllare eventuali passi costruiti sul fiume. Ispezionano le rive fino al Paolino e ritornano durante la notte. Analoghe esplorazioni vengono effettuate nelle giornate successive.
Il giorno memorabile
L’8 luglio è il giorno memorabile – sottolinea il Mazzucchi – informandoci che “il Corpo d’armata del generale Cialdini varca il Po, non avendo ad affrontare che due o tre gendarmi austriaci e quattro o cinque croati di linea”. I cavalleggeri italiani si presentano nella piazza di Castelguglielmo alle ore 11 e 25.
“E’ indescrivibile l’allegrezza dei paesani … Alle ore 1 e 30 un’onda di bersaglieri invade la piazza. Fanno parte della Divisione condotta dal generale Dalla Chiesa. Dalle finestre di qualche palazzo sventolano bandiere tricolori, i nastri verdi, bianchi e rossi fanno bella mostra agli occhielli degli abiti dei più italiani ed i “Viva Vittorio Emanuele” risuonano per tutto. Ai bersaglieri succede la linea, poi l’artiglieria ed il treno. I campi vicini sono subito coperti di tende; le artiglierie occupano i prati. Il popolo e i ragazzi fraternizzano coi soldati”.
Il giorno successivo la Divisione Dalla Chiesa ricostruisce in poche ore i ponti sul Canalbianco. Poi carabinieri a cavallo, cavalleggeri e soldati di linea stendono un lungo confine d’avamposto. “Gli Austriaci, intanto, fanno saltare i forti di Rovigo ed i ponti sull’Adige, a Boara, dopo essersi ritirati alla sinistra di quel fiume”. La suddetta Divisione, ed altre giunte di rinforzo, marciano alla volta dell’Adige. L’Armata del generale Cialdini raggiungerà Padova il 14 luglio e Udine il 20 luglio.
Le giornate del Plebiscito
Il Mazzucchi continua a descrivere minuziosamente gli avvenimenti di quei giorni fino ad arrivare al 21 e 22 ottobre, le giornate del Plebiscito per l’annessione del Veneto all’Italia.
Per questo memorabile evento il Mazzucchi presenta un dettagliato resoconto, sia sulle “Cronache” che su un altro suo libro di “Memorie”.
“Le schedule per i voti favorevoli all’unità nazionale – dice – sono a stampa e vengono distribuite a tutti i votanti maschi, di oltre 21 anno. Non è escluso qualche minorenne di miglior senno. Nel mezzo della piazza s’è innalzato un bellissimo palco di tavole, sul quale spicca un gran quadro col ritratto di Vittorio Emanuele II, e, più in alto, sventola la bandiera tricolore. Siede al seggio l’Autorità municipale. I votanti, ad uno ad uno, salgono a porgere le loro schedule al sindaco che, senza spiegarle, le depone in un’urna chiusa. Alle ore 5 pom. del 22, l’urna è suggellata. A sera, fuochi artifiziali e spari di mortaretti”.
A rendere più attraente e più solenne la festa furono decretati, a spese comunali, alcuni trattenimenti popolari e un premio di cento lire da estrarre a sorte tra i votanti.
I voti sono 777, tutti favorevoli.
“Fu dal presidente del seggio signor Gregorio Pelà proclamato l’esito felice, fra gli applausi ripetuti degli astanti – continua il Mazzucchi – … Il giorno del plebiscito dovrebbe segnare una data nelle memorie d’un paese, come quello che ricorda un avvenimento dei più memorabili nella storia, avendo il popolo voluto coronare con un atto solenne e spontaneo l’opera lunga e sanguinosa del proprio riscatto”.
Per questa importante manifestazione fu invitato a Castelguglielmo il pittore Giovanni Biasin di Rovigo che immortalò l’avvenimento su una tela che si trova ora in municipio.
L’artista vi ha raffigurato la piazza di Castelguglielmo, gremita di gente, con al centro il grande palco sormontato dal tricolore e dal grande ritratto di Vittorio Emanuele II, come descritto dal Mazzucchi. E’ una tela interessante che, oltre all’aspetto artistico, va considerata anche come documento storico.
Nata 150 anni fa – dopo il favorevole esito della Spedizione dei Mille e le successive azioni concluse con la proclamazione fatta dal Primo Parlamento Nazionale – l’Italia Unita difettava territorialmente, come è noto, dello Stato Pontificio e del Triveneto. La soddisfazione per il positivo risultato raggiunto, lasciò pertanto l’amaro in bocca a molti patrioti, tra cui vari polesani che dovettero ancora trascorrere cinque anni di esilio prima di poter tornare ai paesi natii a conclusione della terza guerra di Indipendenza, come annotato nei suoi scritti tra gli altri dal lendinarese Alberto Mario.
La radice polesana
La celebre frase “L’Italia è fatta, ora dobbiamo fare gli italiani”, attribuita a Massimo D’Azeglio, evidenziava una situazione concreta, ombreggiando però il lungo percorso storico dell’ideale nazionale, sbocciato prepotente fin dai primi decenni dell’Ottocento. Un’azione questa, intesa non solo a “fare l’Italia libera, unita ed indipendente”, ma anche a “fare gli italiani” cioè a diffondere l’ideologia nazionale con iniziative di aggregazione, attuate in primis dalla Carboneria. Un’associazione che proprio nella terra polesana ebbe importanti riscontri organizzativi specie a Fratta, Crespino e Rovigo.
Nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia, appare pertanto opportuno richiamare alla memoria questi eventi e le sofferenze inaudite a cui andarono incontro gli “italiani convinti” del Polesine che nel secondo decennio dell’800 trovarono linfa per i loro sentimenti patrii nella Carboneria.
Va innanzitutto ricordata la situazione politica del tempo, caratterizzata a livello europeo dal primato politico dell’Austria, che, dopo aver definitivamente sconfitto Napoleone, vide riconosciuto con il Congresso di Vienna il suo possesso del territorio del Lombardo-Veneto. E da subito iniziò un’azione capillare volta al controllo del territorio e ad individuare eventuali focolai di dissenso.
Il crescente autoritarismo, l’esasperato centralismo, accentuato dal ripristino di modelli di governo e di azione di un passato ormai anacronistico, suscitarono ben presto malcontenti, che, stante il duro regime poliziesco e coercitivo, non potevano essere resi manifesti. Le idee di libertà ed indipendenza trovarono pertanto forme di espressione legate a vie segrete e vincolate ad un solenne giuramento a non rivelare mai il nome degli adepti né gli obiettivi della Carboneria.
La attenta sorveglianza asburgica non mancava però di cogliere i segnali del diffondersi delle nuove idee. In tutto il Lombardo Veneto l’attenzione era tenuta desta, e nei commissariati venivano frattanto compilati gli elenchi dei sospetti: più di quaranta individuati proprio in Polesine sulla ottantina di presunti carbonari annotati in tutto il Veneto¹. Un fenomeno in larga misura sviluppatosi dunque proprio tra Po ed Adige che, nell’ottica di Vienna, bisognava sradicare quanto prima, onde bloccarne la diffusione.
Occorreva pertanto individuare una situazione deflagrante, in grado di portare allo scoperto i sostenitori dell’ideologia finalizzata – per dirla proprio nel gergo carbonaro – a “cacciare i lupi (gli austriaci) dalla foresta (la penisola italiana)”.
I fatti sono noti. Fu il famoso “banchetto carbonaro” di Fratta Polesine ad offrire l’opportunità di cogliere il bandolo della matassa. Fatti noti, ma che si ritiene opportuno qui ricordare nel 150° dell’Unità d’Italia, dato che una importante radice del sogno unitario si sviluppò proprio nella terra polesana.
Il ruolo di Cecilia Monti
L’inchiesta diede i suoi primi frutti dopo il celebre banchetto di San Martino, quando si procedette ai primi arresti. Ad iniziare dall’avv. Antonio Molin di Cavarzare, presente la sera dell’11 Novembre 1818 a villa Grimani-Molin (ora Avezzù) con i carbonari di Fratta, arrestato il 6 dicembre. A quanto pare, fu il primo a fare delle confessioni, indicando il significato politico della riunione frattense organizzata da Cecilia Monti d’Arnaud.
In una informativa del capo della polizia Vogel, indirizzata al governatore in data 19 dicembre, sono riportate le dichiarazioni del Molin relative al ruolo dell’intraprendente donna, la quale assicurava che “…doveva seguire ben presto in Francia una rivoluzione… (il cui obbiettivo era il) ristabilimento in trono del figlio dell’arciduchessa Maria Luigia, già re di Roma, sotto gli auspici della madre che doveva essere nominata reggente”².
Ma chi era questa tessitrice di una trama politica volta a sostenere la causa bonapartista?
Cecilia Monti, originaria di Fratta, donna sicuramente intelligente, colta e quanto mai abile nell’intrecciare importanti relazioni, aveva vissuto a Parigi alla corte di Napoleone, tra le persone intime che si erano prese cura del figlio dell’imperatore. Il suo interesse per i carbonari era pertanto finalizzato a coinvolgerli in un’iniziativa in funzione filo-napoleonica, sostenuta da una apposita società segreta denominata “La Spilla Nera” della quale faceva parte.
Dopo la sconfitta del Bonaparte a Lipsia (1813) Cecilia Monti era tornata a Fratta col marito, il generale francese G. B. d’Arnaud ed il fratello Sebastiano Monti, prendendo in affitto la bella villa palladiana sullo Scortico, iniziando ad intessere la sua trama con personaggi locali, ma anche recandosi spesso oltre il Po a Bologna e facendo persino visita a Napoleone detenuto all’Elba.
Anche la d’Arnaud viene sentita dal capo della polizia che così relaziona: “…Questa donna indefinibile, d’una testa vulcanica e bizzarra, il di cui carattere offre finora un misto curioso di religione e di scioltezza, di lealtà e di malizia, congiunte in una grande conoscenza del mondo e ad uno spirito naturalmente coraggioso ed intraprendente (…) risulta dalle stesse sue confessioni per un’esaltatissima partigiana del cessato Governo Francese, ed ora in particolar modo di S. M. l’arciduchessa Maria Luigia e del Pincipe suo figlio”³. Il Vogel giunge ad ipotizzare per la bella ed intrigante filo-napoleonica “uno stralcio di procedura”. Cosa che poi avvenne, favorendo una conclusione rapida delle indagini a suo carico con un decreto di espulsione dagli stati austriaci per la Monti e marito, mentre il fratello si volatilizzò partendo a quanto pare per la penisola Iberica dove raggiunse la moglie spagnola. Di tutti e tre in breve si persero le tracce.
Arresti in tutto il Polesine
La partita degli inquirenti si era nel frattempo aperta con l’arresto di altri due commensali frattensi della cena di San Martino: Don Marco Fortini, uomo timoroso, la cui adesione alla carboneria era avvenuta in modo quanto meno anomalo, in una situazione architettata dagli amici di Fratta in cui si era trovato invischiato forse suo malgrado. Costretto a pronunciare la promessa solenne, di cui subito dopo ebbe a pentirsi, di fronte agli inquirenti palesò tutto il suo animo disperato chiedendo inutilmente pietà.
Antonio Villa, notaio, residente nella bella dimora settecentesca che guarda lo Scortico ad occidente, era stato affiliato alla Carboneria dal pretore di Crespino Felice Foresti, personaggio di spicco nell’ambito della società segreta. Il suo arresto avvenne il 16 dicembre e, nonostante l’apparenza di una corporatura robusta, si dimostrò molto fragile di fronte agli inquirenti, facendo varie ammissioni, cercando di sminuire la propria responsabilità addebitando ad altri le colpe della diffusione delle iniziative carbonare.
Le informazioni del Villa permisero agli inquirenti austriaci di far scattare una retata che si sviluppò in tutto il Polesine all’indomani di una festa tenutasi nella sera dell’Epifania (6 gennaio 1819) nel Salone dell’Accademia del Concordi di Rovigo, presenti non pochi degli indagati.
Di ciò troviamo notizia nel diario inedito di mons. Luigi Ramello, erudito rodigino che fu anche presidente dell’Accademia dei Concordi. Apprendiamo innanzitutto dell’arresto il 7 gennaio di 4 rodigini: Francesco Cecchetti, capoufficio del tribunale di Rovigo, Antonio Lenta, cancelliere, ex commissario di polizia, Domenico Zona, ex ufficiale della Guardia Cittadina, Lorenzo Cecchetti, funzionario della Conservatoria delle Ipoteche. Le note del diario ci informano poi del concentrarsi dell’azione poliziesca proprio a Fratta: “Alla Fratta in questa mattina arrivarono 100 uomini d’infanteria e 50 Dragoni a cavallo attorniavano le strade e arrestarono, con i commissari di polizia venuti da Venezia, i signori Monti, Oroboni detto il Muletto, Davì, ed altri…”⁴.
Nel paese bagnato dallo Scortico, dove si ebbe il massimo dispiegamento di forze, furono complessivamente ben 18 gli arresti. Oltre ai già citati, ovvero il cavarzerano Antonio Molin, Cecilia Monti, G. B. D’Arnaud, Sebastiano Monti, don Marco Fortini, Antonio Oroboni, troviamo i fratelli Giovanni e Giacomo Monti, i fratelli Antonio e Carlo Poli, Luigi Passi, Luigi Raspi, Giuseppe Rosati, Domenico Davì, Federico Monti, Angelo Gambato, Vincenzo Zerbini e Domenico Grindati.
Ma la retata si estese a buona parte del Polesine, interessando in particolare la zona di Crespino con l’arresto in paese del pretore Felice Foresti, del medico condotto Vincenzo Carravieri, dell’impiegato presso la pretura Giovanni Bacchiega, del legale Benvenuto Tisi, del sacerdote don Gaetano Caprara.
Nella vicina Canalnovo fu arrestato Pietro Rinaldi; a Polesella Natale e Luigi Maneo e Girolamo Lombardi; ad Occhiobello il possidente Carlo Cavriani e Vincenzo Saladini; a Calto Costantino Munari; a Ficarolo don Giuseppe Mantovani; a Fiesso Antonio Viviani pretore di Malcesine: a Badia Annibale dal Fiume; ad Ariano Francesco Maregola.
Tra gli arrestati di Fratta particolarmente penoso fu il confronto con il giovane Conte Antonio Fortunato Oroboni che inutilmente cercò di smentire ogni sua appartenenza alla Carboneria, giacché il commissario Lancetti, in seguito alle confessioni del Villa, trascinò l’Oroboni nella cappella funeraria di famiglia dove il giovane (d’accordo col Villa) aveva nascosto documenti compromettenti.
Tutti gli arrestati venivano frattanto tradotti a Venezia, alcuni prima ai Piombi di Palazzo Ducale, ma poi tutti nell’isola di San Michele di Murano dove fra l’altro, fatti evacuare dalle celle a causa di un distruttivo uragano, ebbero modo di concertare una linea di difesa studiata dal pretore Foresti. Iniziativa inutile perché, sempre a causa di ammissioni del Villa, fu individuato a Crespino un altro importantissimo documento di compromissione denominato “Costituzione Latina”.
L’imperatore a Rovigo
Mentre gli arrestati venivano sottoposti a reiterati e spesso strazianti interrogatori condotti con abilità dal giudice inquirente Antonio Solera, ben diverso era il clima che si respirava a Rovigo. Atmosfera di attesa e di festa per un arrivo di suprema importanza: la visita dell’imperatore Francesco I con la moglie l’imperatrice Carlotta, il vicerè del Lombardo-Veneto Ranieri ed altri dignitari della corte.
Nel succitato diario del Ramello, in data 7 febbraio 1819, si legge che “Per la venuta del Sovrano si sta preparando l’apertura del Teatro Nuovo…”, oltre a vari interventi di abbellimento della città. L’arrivo avviene il 2 marzo, descritto con entusiasmo dal Ramello che però deve notare: “Data l’indisposizione del Sovrano, la visita ai palazzi pubblici civili viene fatta dal principe Vice Re”, il quale ebbe poi modo di lodare scelti capi di bovini, ammirando “quanto sia bella la nostra razza del Polesine”. Nel frattempo l’imperatrice veniva accompagnata in visita ai luoghi sacri, a cominciare dalla Chiesa della Rotonda.
Grande soddisfazione si ebbe poi nell’apprendere che l’imperatore, negatosi alla vista dei rodigini per la sua indisposizione, intendeva rimediare al ritorno dal suo viaggio. Cosa che avvenne il 21 aprile quando fu aperto festosamente il nuovo teatro dove l’imperatore venne accolto da prolungati applausi e da “un’onda di fazzoletti bianchi spiegati dalle logge (…) tutto riuscì a rendere quell’ora tra le più belle; veramente per Rovigo non si poté dare cosa più compiacente”.
Le 34 condanne
Nel diario del Ramello il pensiero ai carbonari polesani torna solo l’anno successivo, 1820, annotando con dispiacere: “… si teme assai alcuni della liberà perduta per sempre, alcuni della vita pur anco. Dio allontani sì fatta tristezza”.
Il clima a Rovigo è ben diverso dall’anno precedente quando la città era pavesata a festa. Il 10 agosto il nostro cronista scrive: “Abbiamo continui passaggi di omeni che vanno e vengono per quanto vien detto a Napoli.”⁵. Nella città partenopea c’era stata un’insurrezione armata di stampo liberale, e gli insorti, guidati dal generale Guglielmo Pepe, avevano ottenuto dal re Ferdinando I la Costituzione. Fatto ritenuto di una gravità eccezionale dall’Austria che subito aveva iniziato ad allertare le sue guarnigioni per una spedizione armata, in base al cosidetto “principio di intervento” sancito dalla Santa Alleanza. Intervento che, decretato dai membri della Santa Alleanza riunitisi a Lubiana nel gennaio 1821, portò due mesi dopo ad un confronto armato con la sconfitta del generale Pepe e il ritiro della Costituzione.
Tutto ciò fa ben capire il clima di massima allerta e sospetto da parte dell’Austria, decisa più che mai a stroncare sul nascere il diffondersi dalla Carboneria. Una situazione questa che per i detenuti nelle carceri veneziane non lascia presagire nulla di buono, per cui la maggior parte attende ormai con rassegnazione la condanna. Ne fanno fede anche le parole di Silvio Pellico che annota “Nelle circostanze in cui era l’Italia io tenea per fermo che l’Austria avrebbe dato esempi straordinari di rigore, e ch’io sarei stato condannato a morte od a molti anni di prigionia”⁶.
Il 22 dicembre del 1821 la corte giudicante emette il verdetto e, alla vigilia di Natale, si procede alla proclamazione della sentenza in piazza S. Marco, presente il vicerè Ranieri, tra uno spiegamento militare eccezionale, in modo da comunicare alla folla assiepata la gravità del delitto e scoraggiare la diffusione di idee antigovernative.
34 i condannati, di cui 13 “a morte per delitto di alto tradimento”, pena poi commutata per “grazia sovrana” in lunghi anni di carcere duro nella tristemente famosa fortezza dello Spielberg in Moravia o in quella di Lubiana (vedi scheda).
Allo Spielberg
Partiti da Venezia nella notte del 12 gennaio 1822, i condannati, incatenati a due a due, raggiunsero lo Spielberg il 10 febbraio, dopo un viaggio estenuante in pieno inverno. La detenzione nella fortezza morava fu molto dura, come documentato da Silvio Pellico ne “Le mie prigioni”. I prigionieri, incatenati stabilmente mani e piedi, avevano celle buie e un vitto povero e spesso ributtante.
Tutti ne soffrirono atrocemente, ed in particolare il conte Antonio Fortunato Oroboni che in seguito agli stenti si debilitò fino a giungere a morte, dopo soli due anni di detenzione, il 13 giugno 1823. Il Pellico si era molto legato al carbonaro di Fratta, con il quale riusciva a comunicare aggrappandosi alla finestra, dato che il frattense era alloggiato nella cella attigua alla sua. Nel suo memoriale lo descrive come “anima nobile, ardente di generosi sensi (…) egli univa la più candida e piena fede nel cristianesimo (…). Oroboni, dopo aver molto dolorato nell’inverno e nella primavera, si trovò assai peggio la state. Sputò sangue e andò in idropisia. (…) L’infelice giovane patì atrocemente, ma l’animo suo non si avvilì mai. Ebbe soccorsi spirituali dal cappellano, il quale per buona sorte sapeva il francese. (…) Morì nel giorno onomastico il 13 giugno 1823 (…). Le sue ultime parole furono: io perdono di cuore ai miei nemici”⁷.
Dopo quattro anni, nel giugno del 1827, morì anche Antonio Villa, in seguito a lunghi patimenti e ai morsi estenuanti della fame.
Nello stesso anno, nel mese dicembre, si ebbero le prime scarcerazioni che interessarono don Marco Fortini e Antonio Solera. Nel 1830 veniva frattanto scarcerato Silvio Pellico, mentre per gli ultimi condannati polesani si dovette attendere il 1835, quando si aprirono le porte dello Spielberg per Costantino Munari, Felice Foresti ed infine Giovanni Bacchiega, che sdegnosamente aveva rifiutato due anni prima la grazia asserendo con orgoglio la sua volontà di patire per la patria, senza nulla accettare dall’imperatore.
Le cose andarono meglio per i detenuti di Lubiana, tutti scarcerati nel corso del 1824, senza che sia dato conoscere i motivi di una maggior clemenza esercitata verso questi condannati.
Dopo lo Spielberg
La maggior parte dei carbonari condannati, al ritorno nel loro paese evitarono di manifestare interessi politici e perciò non salirono più alla ribalta della storia. Ma qualcuno fece ancora parlare di sé.
Il mite don Marco Fortini, tornato a Fratta dopo una sosta a Vienna (secondo altri in Dalmazia presso le autorità religiose del luogo) fu progressivamente riabilitato ad esercitare le funzioni religiose. Evitò di interessarsi di questioni politiche, ma ebbe un particolare momento di gloria nel marzo del 1848, allorché l’insurrezione antiaustriaca, scoppiata in tutto il Veneto, allontanò anche dal Polesine i gendarmi asburgici.
Nel clima festoso che ne seguì, Don Fortini, ormai vecchio ed ammalato, fu portato in trionfo su un seggiolone per le vie del paese, quasi una reliquia del Risorgimento. Morì due mesi dopo, convinto che si stesse avverando il sogno di libertà ed unità d’Italia, mentre la sconfitta dell’esercito sabaudo a Custoza rinviava di 18 anni l’appuntamento del Veneto con la patria unita.
Felice Foresti, il pretore di Crespino, in contatto con gli ambienti carbonari emiliani, che era stato il vero tessitore della trama carbonara in Polesine, con la scarcerazione nel 1835 fu costretto dall’Austria a lasciare l’Italia e pertanto emigrò negli Stati Uniti.
Personaggio dotato di cultura ed intraprendenza, non ebbe difficoltà ad assumere ruoli di prestigio nel nuovo mondo, ottenendo anche la cattedra di Lingua e Letteratura Italiana nella Columbia University. Associatosi alla Giovane Italia, intraprese una fitta corrispondenza con Mazzini e Garibaldi, attivandosi in prima persona per una festosa accoglienza al Generale al suo arrivo a New York nel 1850.
Gradualmente si dissociò dal Mazzini per aderire alla Società Nazionale favorevole all’azione di Garibaldi con quella del Piemonte al fine di realizzare prioritariamente l’unità d’Italia. Ottenne con facilità la cittadinanza americana e dagli Stati Uniti fu nominato console a Genova, dove morì il 14 settembre 1858.
Vincenzo Carravieri, liberato nel 1824, tornò ad esercitare a Crespino la professione di medico, non rinunciando a coltivare gli ideali patriottici ed iscrivendosi alla Giovane Italia. Con la liberazione del Veneto nel ‘66 assunse cariche politiche, ottenendo vari riconoscimenti. Amatissimo dalla popolazione, morì il 20 luglio 1876, quasi novantenne.
Giovanni Bacchiega, personaggio particolarissimo, da giovane aveva militato nell’armata di Napoleone e poi del Murat, conservando per tutta la vita un piglio militaresco.
Iscritto alla Carboneria dal Foresti che lo assunse come impiegato alla pretura e lo annoverò tra i carbonari di Crespino, (abitava nel vicino paese di Guarda Veneta), fu tra i pochissimi a resistere ai pressanti interrogatori dell’inquisitore Antonio Salvotti, senza mai rivelare alcunché. Fu l’unico che rifiutò di firmare la petizione di grazia, affermando “Io non farò supplica alcuna, essendo lietissimo di patire per la causa italiana”, cosicché scontò tutta la pena.
Accolto dal Foresti negli Stati Uniti, passò poi in Francia dove si occupò di strade ferrate ed ottenne il passaporto per il Gran Ducato di Toscana che raggiunse nel 1847, morendo improvvisamente a Firenze nella notte tra il 13 e il 14 gennaio 1848. Riconosciuto come emerito patriota, ebbe funerali molto partecipati, nonché l’onore, davvero eccezionale, di essere sepolto in Santa Croce tra i grandi italiani⁸.
Costantino Munari, aveva avuto un ruolo di primo piano nella redazione della Costituzione Latina⁹, ovvero dello statuto dell’ipotizzato organismo di coordinamento a livello nazionale al di sopra della stessa Carboneria e di altre società segrete. Soffrì molto allo Spielberg, invecchiando precocemente, tanto che il Pellico lo descrive come ultrasettantenne, mentre al suo arrivo nel carcere moravo aveva da poco superato i cinquant’anni.
Liberato nel ‘35, tornò al suo paese a Calto con una salute molto compromessa. Morì due anni dopo all’età di 65 anni.
Lo sguardo sconfina dall’argine che delimita la golena e il fiume, separandolo dal resto del paese di Calto.
Lì un’antica stradina scende verso l’alveo. Ai lati ti accompagnano due filari di alberelli e una targhetta te ne indica nome scientifico e volgare: ultimi esemplari di una vegetazione autoctona, ormai quasi del tutto scomparsa, paziente lavoro di ricerca e di raccolta, che da anni svolge spontaneamente ed instancabilmente Ivo Serravalli, che in quel luogo ha collocato la sua utopia di una mondo ideale, dove uomo e natura, presente e passato, acqua e terra, possano serenamente convivere.
Ogni pianta porta la dedica ad un bambino (in molti casi non più tale) nato in paese. Dunque una stradicciola per certi aspetti legata al presente che dall’argine scende al fiume, caratterizzata dai nomi che fanno riferimento a recenti nascite. Ma non solo….
Via Castello
Questa stradina si chiama attualmente “Via Castello”, ma in quella zona non c’è mai stato alcun castello. Un ingenuo errore di decifrazione della grafia degli agrimensori ferraresi del ‘700, legittimato da una deliberazione della giunta comunale. In realtà si chiamava via “Casella”, l’antica famiglia ferrarese, investita “iure feudi” dal duca Alfonso II d’Este, nel 1560, di terreni e di un fabbricato rurale.
Nel ‘700 i Casella cedettero i loro beni ai Riminaldi che trasformarono la rustica dimora in una sontuosa villa estiva, divenuta poi, nel 1906, sede municipale, dopo un disastroso riattamento di stile “umbertino”.
Via Casella, poi Castello, fu per secoli un’importante strada, un braccio dell’asse viario del paese, che collegava il centro con il “porto”, dove era attivo il traghetto, che quotidianamente, ed infinite volte il giorno, faceva la sua spola con Felonica Po nel mantovano.
Da uno squarcio, tra il folto degli alberi, lo sguardo si ferma al di là del Po sulle cuspidi gotiche e sul rosone della chiesa e di Felonica, che deborda appena dalla linea scura dell’argine: in fianco, quasi a proteggerla, si erge il campanile romanico – gotico, che, tremulo, si rispecchia nella superficie scura dell’acqua del grande fiume.
La tradizione vuole che sia stata fatta erigere da Beatrice, madre di Matilde di Canossa. Beatrice e la figlioletta Matilde di sette anni, nel 1053, al cospetto di papa Leone X, avevano assistito a Mantova, in Sant’Andrea, alla scoperta della cassa, contenente un pugno di terra e una spugna inzuppate del sangue di Cristo, agonizzante sulla croce e trafitto da Longino al costato. Finite le cerimonie, si misero in viaggio per far visita al monastero benedettino di Santa Maria in Felonica. Lasciarono ai frati, una borsa di denaro, perché si pregasse per la recente tragica morte del marito Bonifacio e per l’anima della figlioletta secondogenita Beatrice, deceduta prematuramente.
Dal centro di Calto, la via portava dunque al Po, dove c’era anche la “piarda”, lo scalo fluviale, punto di arrivo e partenza di merci d’ogni genere, e lì c’era l’attracco del traghetto che fino il 22 aprile del 1945 costituiva per le truppe tedesche in disordinata ritirata, l’unico mezzo che consentiva loro ancora di attraversare il Po: nella notte del 22 aprile fu bombardato e per i soldati tedeschi fu una vera catastrofe.
Lì ancora Mario Soldati, diresse alcune sequenze del film “Guerra e Pace”, e il Po divenne, nella finzione filmica, il Don.
Il pioppo dei soprannomi
Una stradina, via Castello (rimasta comunale, nell’enclave del terreno demaniale, per oblio burocratico o per la benevolenza di qualche funzionario rispettoso della storia) che finisce col fusto di un vecchio pioppo. Una pianta quasi centenaria, sul cui tronco, Alberto Pinotti, eccentrico e versatile personaggio caltese, ha avuto l’idea di affiggere le targhette con i soprannomi della gente originale del paese: una specie di albo anagrafico della storia delle più antiche famiglie, che nei secoli hanno popolato il paese.
Soprannomi, nel dialetto locale “Scut-mai”, termine che viene molto da lontano nel tempo, (e che qualcuno vorrebbe addirittura far risalire ai Longobardi con “Schultz-name”, nome breve, principale).
In questo paese, tra fiume e campagna, il soprannome, era più importante del nome, perché era quello che determinava la vera identità delle persone, il senso di appartenenza reale alla storia. Il soprannome resisteva agli anni, alla fredda burocrazia dell’anagrafe; identificava alberi genealogici, distingueva i vari rami collaterali di ceppi comuni, sintetizzava la storia di una famiglia, perpetuava l’eccezionalità di un personaggio capostipite, connotandone la virtù, ma più spesso vizi e difetti.
E’ il caso di quel Francesco Fioravanti, soldato di ventura, al soldo del duca di Milano Filippo Maria Visconti, che nel 1427, fu fatto prigioniero dal Carmagnola nelle paludi di Maclodio: ricevette un fendente al mento, che gli impedì per il resto della sua vita di articolare correttamente le parole. Rinchiuso nei piombi della Serenissima, vi languì fino alla pace di Ferrara del 1428, perché la sua famiglia aveva rifiutato di pagare il riscatto. Tornato in paese, appese la spada ad un chiodo, ma fu soprannominato il “Fanchecco”, proprio come lui riusciva appena a balbettare il proprio nome. E così ebbe origine la discendenza dei “Fanchecchi”.
E con i Fanchecchi, i vari Gabana, Galet, Magnasabbia, Cagnel, Buton, Cana, Scaciulon, Zimbul, Girundon, Zirudela… erano il frutto di una legittimazione sociale che aveva sancito la loro vera aderenza alla realtà, quantificandone origini, caratteristiche ed appartenenza. Soprannomi che non stonavano col paesaggio, col carattere e col portamento, con la storia di quella gente.
Essere privi di soprannome, significava essere privi di storia, vivere sotto tono. Male interpretano, quindi, coloro che oggi se la prendono con quanti ancora ricordano la loro identità con il soprannome. Anche se può sembrare un’espressione quasi irriverente, il soprannome è indice di genuinità ed aderenza al territorio.