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NARRATIVA

Libertà sognata

di Grazia Giordani

Ventaglio Novanta n. 12 1996 pp. 89–90

Vent'anni di carcere non sono riusciti a togliermi la voglia e la capacità di sognare, unico antidoto alla mia disperazione di reclusa. L'avvicinarsi del Natale acuisce questa magia onirica, che mi porta all'aperto, fuori da queste mura.

Ho spesso la sensazione che il tempo entri dentro la mia piccola stanza e che resti, a sua volta, imprigionato, stagnante, senza via d'uscita. È per esorcizzare questi brutti pensieri che rivedo – come in una moviola – il volto sorridente di mia madre e il suo ditale d'argento che brilla sulla tela mentre cuce e risento la voce di mio padre che parla, sereno, con le mie sorelle. Il quadrato di luce sbarrata della finestrella in alto è sostituito dall'ampio balcone di casa mia, soffocato dai gerani in piena fioritura.

Rivedo i campi da sci scintillanti di neve, dove andavo a gareggiare nei mesi invernali, sono assalita da profumi di passato: odori di cucina, di fiori, di corpi amati, di case amiche.

Sogno di correre in prati infiniti, bagnati dalla luna, di rivedere l'uomo di cui sono ancora innamorata fuori dalle sbarre e di sedermi, accolta dal calore degli amici, ad una tavola natalizia, imbandita con tovaglia di fiandra e brillio di porcellare e argenti.

Dopo tanti pasti da carcerata ho voglia di opulenza, di lusso, di cose che un tempo non mi interessavano, quando sarei stata in potere di averle.

La cella comincia ad essere invasa dalle ombre della sera. Presto accenderanno la luce artificiale, devo sbrigarmi a sognare. Concentro il mio pensiero sullo sguardo intelligente del mio uomo, sul calore delle sue mani, sulle note profonde della sua voce, che ha dentro il riverbero dell'organo di chiesa.

È la notte di Natale, siamo soli, pieni di passione, siamo felici. Il sogno è così vivido che sento le carezze del mio uomo, ascolto le sue parole sussurrate, rivedo il piccolo tic all'angolo della bocca, la cicatrice sul petto, il vello leggero sul dorso delle sue mani.

Ascoltiamo musica sacra: la "Petite messe solemnelle" di Rossini ci riempie di tenerezza, di gioia quasi mistica. Parliamo a ruota libera della nostra vita da ragazzi, delle letture fatte a quattro occhi e un solo cuore, dei viaggi in Medio Oriente fatti o programmati, di quella volta che a Parigi ci siamo persi, di quella volta che a Roma siamo rimasti chiusi in ascensore.

Ce la metto tutta perché il sogno non finisca, mentre fiori d'ombra si imprimono sulle pareti, malinconico giardino della mia carcerazione.

Mi sforzo di non vederli, di sostituirli con i mazzi di fresie e violette che mi regalava il mio uomo, con i prati ricamati di brina della mia infanzia.

La luce, accesa all'improvviso, mi ferisce la vista. Chiudo gli occhi e, mentre sogno disperatamente, mi sembra di sentire, fuori, all'aperto le campane di Natale che suonano a distesa.

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Come citare questo articolo

Grazia Giordani. “Libertà sognata”. Ventaglio Novanta, n. 12, 1996. https://ventaglionovanta.it/archivio/liberta-sognata/

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